13.6.16

Hitchens: un ritratto di Orwell con omissione (Massimo Raffaeli)

Bari
Dolcissimo, ma anche serio. Concentrato, eppure capace di immensa leggerezza, come quella volta che senza peli sulla lingua si rivolse a Liliana Cavani che gli aveva affidato nella Pelle il ruolo di Curzio Malaparte: «Aveva sempre amato Claudia Cardinale - racconta la regista -, così un giorno mi chiama e mi dice “Liliana, che non ti venga in mente di dire buona la prima”». La sequenza in questione prevedeva un bacio con l’attrice che nel film era la Principessa Consuelo Caracciolo. Per questo Marcello Mastroianni, l’amante latino desiderato da eserciti di donne, chiedeva che la scena fosse ripetuta tante volte: «Naturalmente - sorride Cavani - feci come voleva lui, così finalmente l’ha potuta baciare...».
Semplice, mite, diretto, antidivo per antonomasia, impareggiabile in quella recitazione naturale che gli permetteva di diventare chiunque, Mastroianni è il grande protagonista della retrospettiva in 50 film che il «Bari International Film Festival» gli dedica a partire da oggi, nel ventennale della scomparsa: «Era innamorato del suo lavoro - continua Cavani -, gli piaceva molto stare sul set e la troupe lo amava. Che belle le serate in cui si cucinavano gli spaghetti tutti insieme». Quando poi arrivava il momento di lavorare, ogni volta dava il meglio di sè: «Tutti i film che ha interpretato, anche quelli scadenti, si sono arricchiti della sua presenza. Ha conferito loro dignità, li ha migliorati».
Fama, premi, carisma non hanno mai impedito all’attore di ascoltare consigli. Paolo Taviani, che insieme alla Cavani, a Francesca Archibugi, a Roberto Faenza, a Marco Bellocchio e a tanti altri lo ricorderà al Bif&est, svela il dietro le quinte della lavorazione di Allonsanfan: «Dei propri attori si parla sempre bene, perché è anche un modo per fare i complimenti al film, ma Marcello era speciale, aveva una disponibilità, un’umiltà che stupì anche noi».
Successe tutto il primo giorno di riprese, Mastroianni recitava nei panni dell’aristocratico ex-giacobino Fulvio Imbriani: «Interpretò un dialogo e lo fece con uno stile impostato, parlò come un uomo dell’Ottocento. Ma non era quello che volevamo, con Vittorio ci guardammo meravigliati e dopo continuammo a pensarci, a dirci che forse avevamo fatto la scelta sbagliata». La mattina dopo ci fu il chiarimento: «Gli dicemmo “Marcello, il film è ambientato nell’epoca della Restaurazione, ma è come se si svolgesse adesso, a Piazza del Popolo, insomma parla di oggi”. Capì al volo e, da quel momento, quando gli tornava il tono aulico, diceva ridendo a sé stesso “ho capito, Piazza del Popolo, la dobbiamo rifare”».
Essere diretto da due registi «lo imbarazzava un poco, al Festival di Cannes, in un’intervista, ci scherzò sopra “perché erano due?” , chiese a un giornalista, “mica me ne ero accorto”». Quando per esigenze di copione fu necessario buttarsi in un lago gelido «non si ribellò», ma nella scena in cui tornava a casa e si rilassava, si vedeva bene che era felice: «Guardò me e Vittorio e ci disse “io sono cecoviano”».
La massima mania riguardava il telefono. Lo dicono i Taviani e lo dice anche Luchino Visconti nel documentario Marcello, realizzato da Mimma Nocelli per Rai Movie: «Quando spariva senza dire niente era sempre per fare una telefonata». Oppure per schiacciare un pisolino: «Povero Marcello - ridacchia divertita Virna Lisi in un vecchio filmato -, ogni tanto scompare e s’addormenta». Fellini, che di lui amava «la totale fiducia con cui si affida a chi lo dirige», rievoca le riprese di Otto e mezzo: «Spesso si appisolava al trucco, una volta gli avevano fatto una finta ferita in testa e lui se n’era accorto solo dopo, mentre recitava...». Monicelli spiega che Mastroianni «cerca sempre di non imparare a memoria tutte le battute». Accanto ai film scorreva la vita, piena di amatissime donne: «Una volta venne a trovarlo Catherine Deneuve - dice Paolo Taviani - insieme erano davvero belli». Ironica e pragmatica, la moglie Flora Carabella dichiara: «Sa perché Marcello mi ha sposato? Un giorno me l’ha detto. Perché avevo sempre il frigo pieno».


“La Stampa”, 3 aprile 2016

Mastroianni tramò per baciare la Cardinale (Fulvia Caprara)

Bari
Dolcissimo, ma anche serio. Concentrato, eppure capace di immensa leggerezza, come quella volta che senza peli sulla lingua si rivolse a Liliana Cavani che gli aveva affidato nella Pelle il ruolo di Curzio Malaparte: «Aveva sempre amato Claudia Cardinale - racconta la regista -, così un giorno mi chiama e mi dice “Liliana, che non ti venga in mente di dire buona la prima”». La sequenza in questione prevedeva un bacio con l’attrice che nel film era la Principessa Consuelo Caracciolo. Per questo Marcello Mastroianni, l’amante latino desiderato da eserciti di donne, chiedeva che la scena fosse ripetuta tante volte: «Naturalmente - sorride Cavani - feci come voleva lui, così finalmente l’ha potuta baciare...».
Semplice, mite, diretto, antidivo per antonomasia, impareggiabile in quella recitazione naturale che gli permetteva di diventare chiunque, Mastroianni è il grande protagonista della retrospettiva in 50 film che il «Bari International Film Festival» gli dedica a partire da oggi, nel ventennale della scomparsa: «Era innamorato del suo lavoro - continua Cavani -, gli piaceva molto stare sul set e la troupe lo amava. Che belle le serate in cui si cucinavano gli spaghetti tutti insieme». Quando poi arrivava il momento di lavorare, ogni volta dava il meglio di sè: «Tutti i film che ha interpretato, anche quelli scadenti, si sono arricchiti della sua presenza. Ha conferito loro dignità, li ha migliorati».
Fama, premi, carisma non hanno mai impedito all’attore di ascoltare consigli. Paolo Taviani, che insieme alla Cavani, a Francesca Archibugi, a Roberto Faenza, a Marco Bellocchio e a tanti altri lo ricorderà al Bif&est, svela il dietro le quinte della lavorazione di Allonsanfan: «Dei propri attori si parla sempre bene, perché è anche un modo per fare i complimenti al film, ma Marcello era speciale, aveva una disponibilità, un’umiltà che stupì anche noi».
Successe tutto il primo giorno di riprese, Mastroianni recitava nei panni dell’aristocratico ex-giacobino Fulvio Imbriani: «Interpretò un dialogo e lo fece con uno stile impostato, parlò come un uomo dell’Ottocento. Ma non era quello che volevamo, con Vittorio ci guardammo meravigliati e dopo continuammo a pensarci, a dirci che forse avevamo fatto la scelta sbagliata». La mattina dopo ci fu il chiarimento: «Gli dicemmo “Marcello, il film è ambientato nell’epoca della Restaurazione, ma è come se si svolgesse adesso, a Piazza del Popolo, insomma parla di oggi”. Capì al volo e, da quel momento, quando gli tornava il tono aulico, diceva ridendo a sé stesso “ho capito, Piazza del Popolo, la dobbiamo rifare”».
Essere diretto da due registi «lo imbarazzava un poco, al Festival di Cannes, in un’intervista, ci scherzò sopra “perché erano due?” , chiese a un giornalista, “mica me ne ero accorto”». Quando per esigenze di copione fu necessario buttarsi in un lago gelido «non si ribellò», ma nella scena in cui tornava a casa e si rilassava, si vedeva bene che era felice: «Guardò me e Vittorio e ci disse “io sono cecoviano”».
La massima mania riguardava il telefono. Lo dicono i Taviani e lo dice anche Luchino Visconti nel documentario Marcello, realizzato da Mimma Nocelli per Rai Movie: «Quando spariva senza dire niente era sempre per fare una telefonata». Oppure per schiacciare un pisolino: «Povero Marcello - ridacchia divertita Virna Lisi in un vecchio filmato -, ogni tanto scompare e s’addormenta». Fellini, che di lui amava «la totale fiducia con cui si affida a chi lo dirige», rievoca le riprese di Otto e mezzo: «Spesso si appisolava al trucco, una volta gli avevano fatto una finta ferita in testa e lui se n’era accorto solo dopo, mentre recitava...». Monicelli spiega che Mastroianni «cerca sempre di non imparare a memoria tutte le battute». Accanto ai film scorreva la vita, piena di amatissime donne: «Una volta venne a trovarlo Catherine Deneuve - dice Paolo Taviani - insieme erano davvero belli». Ironica e pragmatica, la moglie Flora Carabella dichiara: «Sa perché Marcello mi ha sposato? Un giorno me l’ha detto. Perché avevo sempre il frigo pieno».


“La Stampa”, 3 aprile 2016

La morte di Herbert Hunke, il padre terribile della beat generation

New York
È morto a 81 anni Herbert Huncke, carismatico gigolo di strada che ispirò William Burroughs, Jack Kerouac e gli autori della Beat Generation. Fu Huncke a suggerire a Kerouac il termine beat, parola-simbolo d'un modello di vita fondato sul nomadismo, sul rifiuto dell'opulenza americana, sulla ricerca di nuove dimensioni visionarie della droga. E fu sempre Huncke a iniettare nelle vene di Burroughs la prima dose di eroina. Un nome, un destino: Huncke in inglese fa rima con junkie, drogato. 
Lo incontriamo la prima volta, da protagonista, nel primo romanzo di Burroughs, intitolato naturalmente Junckie. Con il suo vero nome anima molte pagine di Ginsberg. Ma è nel manifesto della Beat Generation, Sulla strada di Kerouac, che Huncke riceve il suo riconoscimento ufficiale, nascosto nei panni di Elmo Hassel. 
Era il 1957, On the road irrompeva sulla scena letteraria con una prosa ' spontanea' , sul modello della libera improvvisazione del jazz. Nell'ampia letteratura dedicata a questo singolare personaggio, una fetta cospicua è occupata dai libri di Kerouac, lo scrittore forse più sensibile alla sua seduzione. Eccolo col nome di Junkie in La città e la metropoli, e come Huck in Visioni di Cody e in Il Libro dei sogni
Huncke nasce a Greenfield, nel Massachusetts, e ancora adolescente scappa di casa. A dodici anni, la prima dose di eroina. A sedici, comincia a prostituirsi. Il furto come scelta di vita. "Ho fatto sempre quel che ho voluto", racconta in un' intervista di qualche anno fa. "Non ho l' abitudine di soppesare le cose. Così ho cominciato, e in ottant'anni non sono mai realmente cambiato". Dopo aver viaggiato in lungo e in largo per gli States, nel 1939 approda a New York. Suo quartier generale l'"Angle Bar", tra la Quarantaduesima Strada e l' Ottava Avenue. Curioso l'incontro con Burroughs: lo scrittore era entrato nella sua casa con la speranza di vendere un fucile a canne mozze a un compagno di stanza di Huncke. Fu poi Burroughs a presentarlo a Ginsberg e a Kerouac, che restarono affascinati da una sorta di intercalare: l'uso frequente della parola beat. Beat diventa ben presto il nome, il simbolo di un' intera generazione. Non v'era aspirante scrittore che non tentasse di avvicinare Huncke nella speranza di trarne l'ispirazione. Ma egli non si limitò al personaggio di Guru, nel palcoscenco della Beat Generation. Eccolo scrivere libri di testimonianza, da Huncke' s Journal (Il Giornale di Huncke), del 1965, a Colpevole di tutto, del 1990. Huncke per moltissimi anni fu legato sentimentalmente a Louis Cartwright, che morì nel 1994. A Chicago vive il suo fratellastro, il dottor Brian Huncke.


“la Repubblica”,10 agosto 1996  

La poesia del lunedì. Sergej Esenin (1895 - 1925)

Esenin in una foto del 1921
Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov'è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch'io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.

Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.

Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l'anima di carne.
Pace alle betulle che, allargando i rami,
si sono specchiate nell'acqua rosea.

Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.

Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell'erba,
di non aver mai battuto sul capo
gli animali, nostri fratelli minori.

So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la segala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.

So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.

1924



da Poesia russa del Novecento (a cura di Angelo Maria Ripellino), Feltrinelli, III ed. 1973

GAL. Intervista a Gino Galli (Salvatore Lo Leggio, Maurizio Mori)

Gino Galli

L'incontro con Gino Galli, GAL, sul suo libro appena uscito per Giada (Colpi di testa. Storie della prima repubblica) e sulla sua esperienza di disegnatore satirico, di Salvatore Lo Leggio e Maurizio Mori, più che un'intervista ha prodotto una conversazione ampia ed aperta, piena di ricordi, di osservazioni critiche, digressioni aneddotiche. Ragioni di spazio ci permettono di pubblicare solo uno stralcio.


Lo Leggio - Quando hai iniziato a disegnare e a fare satira?
Ho cominciato sui banchi di scuola, all'Istituto Magistrale "Pieralli" di Perugia. Producevamo un giornaletto ciclostilato, in cui prevalentemente parlavamo dei fatti della scuola. Erano gli anni della guerra, alcuni nostri compagni erano stati chiamati alle armi. Il giornale era un po' contro corrente, aveva una vaga, ma visibile, ispirazione pacifista. Ho continuato a disegnare nell'attività politica. Ero responsabile della propaganda nella Federazione di Perugia del Pci. Usavamo spesso l'arma della satira: in manifesti, volantini, giornali murali, trasmissioni e giornali parlati. La satira rappresentava almeno il trenta per cento della nostra produzione propagandistica.

Mori - Io ricordo una campagna elettorale. C'era un appuntamento fisso a Piazza della Repubblica per il giornale parlato. Era sempre affollatissima.
Facevamo la parodia dei giornali radio nazionali con personaggi del posto. Usavamo non solo testi ma anche musica e canzonette. Questo impiego della satira politica era molto efficace perché sminuiva la guerra fredda che l’avversario imponeva nella lotta politica.
Lo Leggio - Quando diventa regolare l'attività di disegnatore?
L'impegno era permanente fin da allora. La traduzione in aspetti visivi della satira, dell'ironia, si combinava perfettamente con il lavoro politico e propagandistico. I miei disegni e le mie vignette comparivano sulle pagine regionali dell'Unità e corredavano i manifesti e volantini. Ricordo i disegni su Ermini e sulla sua gestione dell'Università.

Un manifesto murale di Gal (primi anni 70)
Mori - Non su “Cronache Umbre”.
Su “Cronache Umbre” il disegnatore era Antonello Rotondi. La mia produzione grafica acquista un rilievo maggiore, nazionale, quando sono andato a Roma, coll’incarico di viceresponsabile del settore informazione e propaganda. Era il 1967. Da quella collocazione potevo intervenire sistematicamente attraverso manifesti, volantini, rotocalchi, opuscoli, disegni sull'Unità e su Rinascita e, nelle campagne elettorali, anche con altri strumenti che erano parte dei programmi di produzione propagandistica. La parte operativa di questo impegno, specie per quanto riguarda i disegni, le strisce, le vignette la svolgevo in genere la sera, dopo il lavoro. Nei giorni del referendum sul divorzio consegnavo ogni mattina all'Unità il fumetto che avevo preparato la sera precedente. C'era una fusione tra politica e grafica satirica.
Sono stato anche presidente dell'Unitelefilm, la casa cinematografica del partito, che produceva materiali per le campagne politiche e culturali con la supervisione di un comitato presieduto da Zavattini, e composto da registi noti come i fratelli Taviani, Bertolucci, Gregoretti, Scola e altri. Anche in questa produzione era presente la satira, non solo contro la Dc ma a volte anche contro il dilagare della pubblicità commerciale. Ricordo, ad esempio, che avevamo ideato uno spot sull’acqua di Fiuggi: una famiglia riunita a tavola; il padre riempie un bicchiere con acqua minerale. Dal seggiolone il bambino di quattro-cinque anni allunga di colpo il braccio, prende il bicchiere, ne tracanna il contenuto e sparisce. Sullo schermo compare la scritta “Con Fiuggi dieci anni di meno!”.
Lo Leggio - Se non ricordo male, l'Unitelefilm mandava per l'Italia camioncini. Gli operatori giravano e montavano documentari da far vedere alla gente del posto.
Abbiamo fatto la campagna elettorale politica del 68 con 2500 proiettori sparsi per l’Italia. Il pezzo era un programma tv chiamato “Terzo Canale”; allora esistevano solo due canali televisivi della RAI. I servizi girati sul posto, regione per regione, riguardavano i problemi più gravi del momento ed erano di ottimo livello professionale. Partecipavano anche compagni della Rai. venivano prodotti anche documentari a carattere nazionale. La proiezione di questi materiali sulle piazze apriva di fatto dibattiti a cui i presenti potevano partecipare e dire la propria. Per questo l’iniziativa riscosse un enorme successo. Il merito maggiore dell’Unitelefilm, in ogni caso, è stato quello di aver raccolto, prodotto e sistemato la più ricca documentazione esistente sul movimento operaio italiano.
La vignetta che celebra (contro Fanfani) la vittoria nella
campagna referendaria in difesa della legge sul divorzio
Lo Leggio - Quando vi siete rivolti anche al mezzo televisivo?
Nella campagna referendaria per la difesa della legge sul divorzio. Erano appena usciti i primi videoregistratori. Non avendo una rete di diffusione li utilizzammo a Roma e dintorni per una grande inchiesta sugli orientamenti della gente sul tema divorzio. Dall’inchiesta risultava chiaramente che le donne nella stragrande maggioranza erano a favore del divorzio. Comunque, che fossero a favore o contro, le donne argomentavano con cognizione di causa. Il problema, contrariamente a quello che si pensava ai vertici del Pci, erano gli uomini, impreparati e balbettanti.
L’inchiesta, dunque, fornì argomenti alla propaganda ma contribuì anche a correggere una valutazione politica pericolosamente errata.

Lo Leggio - Spendevate molto?
La propaganda centrale aveva un bilancio annuale povero: meno di cento milioni. Facemmo di necessità virtù puntando fortemente sulla produzione di base. Adottammo una serie di accorgimenti per aiutare le sezioni territoriali e di fabbrica a mettere in piedi dei piccoli staff capaci di usare diversi mezzi (stampatrici offset, telai serigrafici, fotocamere, giornali murali, videoregistratori con la guida di un bollettino prodotto dal centro che serviva anche per lo scambio di esperienze). La propaganda di base ebbe un successo enorme, anche sotto la spinta del Maggio francese, e permise al Pci di ridurre in maniera consistente il gap nei confronti dei mezzi ben più ricchi dell’avversario.

Mori - Insomma, e naturalmente, il tuo lavoro di disegnatore e di vignettista non era separabile dal lavoro politico.
Il lavoro di disegnatore satirico era più gratificante. Quando mi accadeva di fare riunioni o comizi, soprattutto alle feste dell'Unità, l'atmosfera all'inizio era quasi di indifferenza. Appena qualcuno chiariva che Gino Galli era GAL, scoppiavano applausi lunghi e clamorosi.

Lo Leggio - Come nascevano, nell'idea e nel tratto grafico, le vignette e i disegni?
Dai fatti e dai personaggi che si muovevano sulla scena italiana e mondiale. A volte disegnare un personaggio politico era estremamente facile. Altre volte era un'impresa impossibile. Ho provato mille volte a fare Saragat e non mi è mai riuscito. Un giorno stavo parlando con Cossutta, nel suo ufficio. Chiaccherando, scarabocchiavo sopra pensiero e all'improvviso mi sono reso conto che dalla matita era uscito Saragat, quello giusto.

Mori - Quello del “Fior di vite”!
L'idea venne dalla pubblicità di una casa vinicola. La cronaca, i giornali, le riviste, la televisione fornivano utili suggestioni. Per abitudine, come risulta anche dal libro, corredavo spesso i miei disegni con citazioni di personaggi e giornali.

Mori - Quando hai smesso di produrre disegni e vignette?
Non ho mai smesso del tutto, ma dopo vent’anni ho avvertito un senso di fastidio e di stanchezza: sempre gli stessi personaggi ed anche gli stessi problemi. Non si è trattato di una crisi di creatività. Chi fa questo mestiere si crea una particolare visione del mondo alla luce della quale valuta fatti e personaggi. La creatività è più a portata di mano di quanto si pensi. Partendo da un’idea, da un disegno, da una striscia vengono fuori rapidamente una infinità di varianti per cui non c'è che da scegliere. Non è la vena creativa che è mancata, ma la voglia.

Lo Leggio - Eppure dopo l'89 le cose cambiano, almeno in apparenza.
Penso che oggi molti uomini politici fanno ridere da soli. Anche per questo non ho molti stimoli. Quando l’Assessore alla cultura mi ha proposto di fare questo libro, ho avuto molti dubbi, pensavo che fosse cosa inutile.
Sono andato a scartabellare in una ventina di scatoloni che contenevano i materiali della mia esperienza romana. Mi sono reso conto che quei disegni ritrovati testimoniavano l’esistenza di tante buone ragioni del Pci, della sinistra, dei democratici veri (quelli che sapevano agire per convinzioni ideali e non per interessi economici e personali). La pubblicazione di quei disegni richiama alla mente fatti e personaggi che aiutano a valutare meglio anche le cose di oggi. Mi ha convinto a dire di sì, per esempio, il fatto che c’è un personaggio, che si chiama Silvio, che pretende di essere considerato il primogenito della seconda repubblica mentre è l’ultimo figlio della prima. L’uomo che ha avuto in dono, dai vertici della prima, un impero economico e informativo.

Mori - Nel libro c'è una vignetta bella e attualissima in cui c'è la didascalia "P2 + Milano 3 = Canale 5".
Il disegno risale al dicembre ‘84 quando il governo Craxi approvò il cosidetto decreto Berlusconi. Fu un mezzo colpo di Stato. Mai, in nessun paese, un soggetto privato aveva avuto un tale strapotere nel settore dell’informazione e della comunicazione. L’ingresso in politica di Berlusconi risale a quella data.
Mori - Io ho notato una particolarità delle tue vignette che le differenzia, per esempio, da quelle di Forattini o di Vauro. Le loro vignette sono molto più legate all'attualità, rappresentano una sorta di diario, di cronaca quotidiana dell'Italia. Dopo qualche anno è difficile decifrarle. Invece le tue rappresentano la realtà costante dell'Italia.
Forse questa differenza c'è. Io non ho seguito molto il lavoro di Vauro. Su Forattini credo di poter dire che il suo modo di far satira sia piuttosto superficiale. Spesso gioca su un difetto fisico e insiste su di esso, come per il “pisello” di Spadolini, altre volte traveste i suoi personaggi in maniera improbabile: Craxi con la divisa fascista e D'Alema vestito da nazista. Io credo che la satira debba cogliere criticamente i problemi reali. Penso che, da questo punto di vista, il migliore disegnatore satirico degli ultimi anni sia Altan. Cerca sempre di andare causticamente a fondo delle cose, di collegare il particolare con il generale.

Lo Leggio - Si dice che oggi, soprattutto nei cabaret televisivi e nei talk-show, la satira politica conosca il suo trionfo.
Salvo rarissime eccezioni la satira televisiva è scadente, un po' astrusa e superficiale, molto al di sotto dell'ironia, molto più graffiante, che opera a livello popolare. Forse si deve a questa diffusa capacità popolare il fatto, pochi lo hanno notato, che non esiste da noi un giornale satirico nazionale. A Roma, con Cesare Zavattini, facemmo il tentativo di realizzarne uno che avrebbe dovuto chiamarsi “Contro” e al quale avrebbero collaborato noti autori e scrittori. Una società distributrice condusse un’indagine tra gli edicolanti. Il responso fu che in Italia un giornale satirico non aveva mercato.

Mori - Eppure esiste in Italia una tradizione di giornali satirici di buona qualità.
E’ vero. hanno avuto fortuna nel periodo della dittatura e nel primo dopoguerra. Erano fondamentalmente di destra ma, anche durante il fascismo, aprirono qualche spiraglio critico. Scrivevano e disegnavano uomini di valore, anche se il più delle volte erano della parte avversa. Autori come Guareschi erano acuti e graffianti.

Lo Leggio - Qual è la tua vignetta che consideri più riuscita?
Quella che trovate verso la fine del libro, sulla torre di Pisa.

Lo Leggio - E' una delle ultime.
Non esattamente. Mi avevano riservato una sala all'Humour Festival di Foligno che quell'anno aveva come tema “la città”. Preparai sei disegni su altrettante città italiane. Per l'occasione ho utilizzato anche idee precedenti. La vignetta originaria sulla Torre risaliva a dieci anni addietro e era in bianco e nero.
Lo Leggio - Quanto al personaggio che ti è riuscito meglio per quelli della mia generazione è certamente Fanfani. Di recente, Luigi Pintor, che pure lo aveva ferocemente beccato, ha scritto di aver cambiato idea. Non era lui l'anima nera della DC, ma altri. Hai cambiato idea anche tu?
Se individui i lati deboli di un personaggio impari anche a conoscerlo meglio. Fanfani era un personaggio un po' anomalo, non era come i Bisaglia o come Forlani. Era un tipo solido e piuttosto autonomo. In certi momenti è stato bersaglio di attacchi feroci da parte della Confindustria e della destra. Rimane in me la stima per il personaggio.

Mori - C'è una domanda conclusiva che volevo rivolgerti. La tua caratterizzazione non è quella dell'umorista, ma anche quella dell'uomo politico nettamente schierato. Quali conseguenze ha comportato questo fatto, non tanto in termini di limitazioni, quanto in funzione di stimolo alla creatività. Avevi alle spalle un grande partito di massa.
La mia produzione satirica ha avuto sempre un taglio giornalistico. Per me fare un disegno satirico è come scrivere un editoriale e nessun editorialista si mette a scrivere articoli contro la propria parte. Questo è un limite, compensato dal fatto che altri, dall'altra parte, fanno la stessa cosa. Le mie posizioni politiche, comunque, sono state sempre aperte e non ho rinunciato a usare l’ironia nei confronti dei nostri stessi errori, difetti e insufficienze. Avevo la consapevolezza che dei miei disegni spesso veniva fatto un uso politico di massa, con una larga iniziativa di base. I miei disegni venivano riprodotti in giornali fabbrica e di quartiere, in volantini e grandi cartelloni nelle manifestazioni. Questa cosa era per me molto gratificante.

Lo Leggio - Dai tuoi disegni e dai tuoi ricordi viene fuori un'immagine della storia dell'Italia repubblicana assai diversa da quella che oggi si tende a diffondere. In particolare la storia del PCI non è quella di ciechi servi di Mosca come oggi viene presentata.
Io ho le idee molto chiare in proposito. Il gruppo dirigente Ds ha molte responsabilità in proposito. A quest’ora, anche attraverso l'Istituto Gramsci, doveva essere disponibile un bilancio documentato della vita del Pci, nel bene e nel male. Il Pci ha reso grandi servigi ai lavoratori e al paese. Oggi c’è un bolso anticomunismo di ritorno alimentato sopra tutti da Berlusconi. La “nemica” Unione Sovietica agita i sonni di Silvio. Ma con la Russia si facevano accordi commerciali molto consistenti, c'erano relazioni diplomatiche cordiali. Erano avversari, ma non nemici. Del resto il Pci non ha aspettato Berlusconi per prospettare politiche e rapporti diversi nel movimento operaio internazionale e nei confronti del Pcus.

Lo Leggio - A un certo punto hai detto che oggi molti uomini politici fanno ridere da soli. Vuoi spiegarti meglio?
Sono sempre più fitti i momenti in cui la politica appare come un balletto umoristico e incomprensibile. Lo specchio di ciò è lo spazio politico che i telegiornali offrono quotidianamente. Vi compaiono quasi sempre gli stessi personaggi in rappresentanza di tutto l’arco dei partiti. Dicono una frase e con questo pensano di aver risolto i problemi. Questo teatrino è la testimonianza di un verticismo assoluto che ha relegato ai margini della politica i rapporti con la realtà popolare. Da questo punto di vista la seconda repubblica è peggio della prima. Ci sono molte cose della prima repubblica che andrebbero recuperate. I partiti di massa, per esempio, erano condizionati dalla base popolare. Quando si andava alle riunioni di sezione o alle assemblee popolari si parlava ma bisognava anche ascoltare. La comunicazione agiva nei due sensi e influiva sulle scelte della politica. Oggi gli iscritti a un partito sentono di non contare. Correggere questo stato di cose è il compito più urgente per la sinistra di oggi.

Mori - Potresti darci qualche vignetta inedita per il giornale?
Ne ho una quasi pronta su Berlusconi.

Mori - E per il futuro potresti continuare a darci una mano con i tuoi disegni?
Se ne può parlare.

“micropolis”, dicembre 1999

12.6.16

Zafferano, oro delle spezie. Come trovare quello autentico (Carlo Bogliotti)

Il mio amico Valentino Filippetti è da poco diventato sindaco del piccolo paese dov'è nato, Parrano, nell'orvietano. Da presidente della Comunità Montana del MontePeglia e Selva di Meana accompagnò la ripresa sperimentale della coltivazione dello zafferano, la cui antichità nella zona è provata da documenti cinquecenteschi conservati proprio nel Comune di Parrano. L'operazione ebbe qualche successo. Ora, da sindaco, il mio vulcanico amico torna ad occuparsi del territorio che ama e conosce. Se fossi della zona mi aspetterei buone ed imprevedibili novità. (S.L.L.)

L'autunno è il periodo in cui soprattutto in Sardegna, in Abruzzo, nelle Marche e in alcune altre piccole coltivazioni italiane fiorisce lo zafferano. Ed è il momento in cui bisogna raccogliere gli stimmi, rossi, generalmente contenuti in tre per ogni fiore dal caratteristico colore violaceo e striato. Un lavoro che necessita di tanta manodopera delicata, di ore e ore che si sommano a quelle spese nella cura dei campi. Per questo lo zafferano è una delle spezie più costose sul mercato: si pensi che per ricavare un chilogrammo di zafferano essiccato servono tra i 200.000 e 250.000 fiori e 600 ore di lavoro. Un compito quasi pazzesco, che tanti produttori in Italia continuano a portare avanti da molto tempo con passione e perizia, il che ha generato anche tre denominazioni di origine protette: lo zafferano de L’Aquila, quello di San Gimignano in Toscana e quello di Sardegna.
Anche tra i Presìdi Slow Food spicca una piccola produzione, lo zafferano di San Gavino Monreale nel campidanese in Sardegna, particolare perché limitata al piccolo comune (dove proprio in questo periodo si tiene anche una sagra), ottenuta attraverso un disciplinare che prevede tecniche colturali antiche e soprattutto sostenibili, e tanta manualità. Il risultato è uno zafferano eccezionale, di particolare intensità sia per quanto riguarda i profumi sia per il colore. Questo zafferano, come gli altri a denominazione di origine, viene venduto in stimmi, la formula che ci dà più garanzie contro le tante contraffazioni che purtroppo fanno dello zafferano uno dei prodotti a più alto rischio adulterazioni che si trovino in commercio. Lo è da sempre, già Plinio nel I secolo lamentava questi frequenti casi. Certo, avere garanzie costa più caro, almeno otto o dieci euro per confezioni da 0,20 o 0,30 grammi, ma visto l’utilizzo parco che possiamo farne si tratta di una spesa abbordabile, per procurarsi un prodotto di assoluta qualità, bontà, e sostenere così anche le piccole produzioni italiane. Lo zafferano che si trova in polvere nelle bustine costa meno, ma qui davvero è difficile avere informazioni su provenienza (grandi produttori sono in Medio Oriente e Spagna, per esempio) ed eventuali miscugli con altre spezie simili, quali curcuma, calendula e cartamo, o minerali e coloranti. Per un bel risotto, ci sembra che non sia il caso di avere troppi dubbi su cosa scegliere.


“la Stampa”, 7 novembre 2015

"Se il mio bacio...". Una poesia di Stratone (II secolo d.C.)

Se il mio bacio ti offende, se ti sembra un castigo,
puniscimi anche tu: rendimi il bacio!

Da Antologia Palatina, XII, 188 - ora in Il miele di Afrodite, a cura di Patrizia Cavalli, Mondadori, 1991


Difendere i propri diritti. Un racconto di Guareschi

Il negro Pierre Fromage, oriundo della Normandia, sorpreso mentre rubava del bestiame e condotto davanti al tribunale di Pietermarizburg (Natal), fu condannato a cinquanta nerbate sulla schiena.
«Va bene», disse il negro Pierre Fromage. E, sdraiatosi bocconi per terra, contò accuratamente cinquanta fagioli e ne fece un mucchietto a portata di mano.
«Una! », disse l’esecutore della sentenza, deponendo la prima robusta scudisciata sulla schiena del negro Pierre Fromage.
E il negro Pierre Fromage, con un abile colpetto delle dita fece schizzar lontano il primo dei suoi cinquanta fagioli.
«Due», annunciò l’uomo dallo scudiscio alla seconda nerbata.
E il negro Pierre Fromage mandò lontano il secondo dei suoi cinquanta fagioli. E così via.
A ogni scudisciata, un fagiolo volava via, e il mucchietto rimpiccioliva con viva soddisfazione del condannato .
«Trentasei », annunciò l’uomo dallo scudiscio dopo un certo tempo.
«Trentasette! », protestò il negro Pierre Fromage.
L’incaricato scosse recisamente il capo :
«Mi dispiace, ma sono trentasei e non trentasette», esclamò. «Io contare so, e non mi faccio insegnare da nessuno».
«Anche io so contare», ribatte il negro Pierre Fromage, « e sono sicuro che non me ne avete date trentasei, ma trentasette. D’altra parte si fa presto a vedere: si contano i fagioli rimasti. Se i fagioli sono quattordici vuol dire che le nerbate sono trentasei, se invece sono tredici significa che le nerbate sono trentasette».
Furono contati i fagioli e risultarono tredici.
«Come vedete ho ragione io», esclamò il negro Pierre Fromage. Ma l’esecutore scosse il capo.
« Chi mi assicura che voi non abbiate contato quarantanove fagioli invece di cinquanta?.»
Il negro Pierre Fromage si offese, e asserì di essere un onest’uomo. Lo scudisciatore giurò su quanto aveva di più sacro che le nerbate erano state trentasei: intervennero i presenti, e qualcuno disse che gli pareva di aver sentito che l’esecutore ripetesse due volte il diciotto.
Il giudice confessò di non aver seguito con attenzione il computo. Poi per troncare ogni discussione esclamò: «Trentasei o trentasette non ha importanza: una più o una meno!».
Ma il negro Pierre Fromage non fu di questo parere.
«Vostro Onore mi perdoni», disse, «ma io non intendo rinunciare ai miei diritti. Io ho contato trentasette nerbate e me ne debbono venir conteggiate trentasette ».
«E io ne ho contato trentasei e debbono essere trentasei», ribatté l’esecutore.
Ma il negro Pierre Fromage era un uomo che il suo diritto sapeva tutelarlo.
«E allora si ricominci da capo», disse il negro Pierre Fromage.
E si ricominciò da capo, e tutti, a ogni scudisciata, fecero un segno su un foglio.
Alla fine l’esecutore si rivolse irritato al negro Pierre Fromage :
«L’avete spuntata voi», borbottò; «ma Dio sa che erano trentasei e non trentasette!».


Da Lo Zibaldino, XVII edizione, Rizzoli 1970

11.6.16

Regressioni. In schiavitù a Perugia (S.L.L.)

Articolo vecchio, pubblicato senza firma nella rubrica “il fatto”, ma purtroppo sempre attuale.

A firma di Vanna Ugolini “Il Messaggero” ha collocato in prima pagina un articolo dal titolo Nuove schiave, ecco la casa delle torture, che poi prosegue in cronaca occupando, con il testo e con le foto, gran parte delle pagine 10 e 11. Alla periferia di Perugia è stato scoperto, da parte della Squadra Mobile, un casolare abbandonato, ove, secondo le cronache, venivano segregate, rinchiuse, spesso legate, talora battute e violentate ragazze, soprattutto dell’Est europeo, da una banda di moldavi.
Il racconto della giornalista, basato sulla testimonianza di una giovane donna fuggita ai suoi aguzzini, è “forte”, ma noi abbiamo trovato ancora più sconvolgente la foto dell’anello di ferro murato sulla parete cui le disgraziate venivano legate. Ci ha ricordato altri anelli che abbiamo visto in Africa, in una di quelle casematte dove i negrieri arabi o inglesi ricoveravano la loro “merce”, prima di imbarcarla e mandarla a destinazione. Abbiamo provato lo stesso gelo interiore, lo stesso disagio fisico, lo stesso scoramento e sconforto. 
Il prete Benzi, e con lui tanti altri, dicono “la prostituzione è sempre schiavitù”. Non è così. Molte volte le prostitute sono “libere” di vendere il loro corpo nel mercato e le loro prestazioni così come sono “liberi” di vendere gli operai la propria forza lavoro. Il mercato di beni e servizi (anche quello della prostituzione) non l’ha inventato il capitalismo, c’è da tempo immemorabile, ma è stata la nuova formazione sociale a renderlo “pervasivo”, ad estenderlo a tutti i rapporti umani. Nel capitalismo in ascesa, tuttavia, marciava un ambiguo processo di liberazione: per renderli disponibili allo sfruttamento nelle industrie si liberavano i contadini europei dalle servitù feudali, si liberavano i neri d’America dalla schiavitù delle piantagioni. Perfino la chiusura dei bordelli conteneva questo segno di ambigua liberazione. 
Ma Marx e i marxisti avvertivano: non c’è un capitalismo puro, permangono sempre residui di spossessione personale, di tipo feudale o schiavistico. E qualcuno di loro lasciava intendere che senza una rivoluzione sociale le aree di violenza regressiva si sarebbero ampliate: “socialismo o barbarie” - dicevano. 
Quando apprendiamo di ragazze legate e marchiate come bestie nei casolari, di bambini costretti a lavorare giorno e notte nelle caverne, di uomini e donne stipati in lerci pulmini e condotti ad una fatica senza regole da caporali che li tengono in pugno, ci pare che la profezia si avveri, che la barbarie avanzi. È il socialismo, è il sole dell’avvenire ad essere scomparso dall’orizzonte. Proprio ora che ce ne sarebbe più bisogno.


“micropolis”, ottobre 2006

I veleni di Renzi (S.L.L.)

Un caro amico, ex parlamentare senza più ambizioni politiche, stamani mi raccontava le performance propagandistiche del presidente Renzi. Mi diceva di come costui insista sul fatto che, grazie alle riforme che egli ha volute, un parlamentare su tre dovrà "tornare a casa". Il mio amico aggiungeva, a corollario, che secondo lui gli emolumenti dei parlamentari si potrebbero agevolmente dimezzare, visto che - sommando tutte le voci - si arriva a quasi 20 mila euro e i risparmi sarebbero maggiori della riduzione di numero voluta dal premier.
Io non so valutare l'esattezza di questi conti, ma sono convinto che si potrebbero operare tagli consistenti, con significative riduzioni di spesa. Non ho pregiudizi però sulla riduzione dei parlamentari e non sono contrario al monocameralismo, magari vero e non pasticciato, con una attenzione verso equilibri e garanzie, che - invece - le riforme di cui si discorre tendono ad eliminare piuttosto che a rafforzare. Quello che stento a capire è, però, quell'"a casa" condito di disprezzo e di insofferenza, non diretto solo a un ceto politico (peraltro reso più scadente da una selezione per "nomina") ma a tutta l'istituzione parlamentare, in coerenza - del resto - con una sistematica umiliazione del parlamento attualmente in carica.
Io non so dire se l'uomo scherzi col fuoco facendo demagogia a buon mercato o se abbia introiettato il disprezzo verso "l'aula sorda e grigia", verso la "società dei magnaccioni" eccetera, tipica di tutta la cultura di destra da Mussolini a Berlusconi. Certo è che in questo suo becerismo sono contenuti veleni che si diffondono. 

(stato fb 9/6/2016)

Se una notte d’autunno un assessore... (micropolis, ottobre 2006)

Da un vecchio numero di “micropolis” recupero un “piccasorci” non firmato, d'ambientazione ternana, commento a un fatterello di cronaca locale politico-amministrativa, emblematico di un “demimonde” politico, più diffuso di quanto non si creda. (S.L.L.)
Lui, forse, voleva concupirla, lei, invece, voleva aprire un dibattito politico-urbanistico. Ma perché lei, che voleva discutere degli assetti della città, ha accettato di cenare con lui in un ristorante appartato a cinquanta chilometri da Terni, mettendo a disposizione della gita la sua Porsche? Lui, forse, ha pronunciato la frase incriminata "ci sarebbe un agriturismo qui vicino”. Rimane, però, oscuro perché lei, parte lesa, non vada a riferire il fatto ai carabinieri e invece denunci il "reprobo” alla commissione urbanistica comunale di cui fa parte. C'è, insomma, qualche ombra nella vicenda dell'imprenditrice e consigliera comunale dello Sdi Tiziana Tombesi in Struzzi, contitolare, con il marito, di una nota ditta costruttrice di Terni, già indagata (la ditta) ai tempi di tangentopoli, e di Feliciano Polli, vicesindaco margherito e assessore all'urbanistica della seconda città dell'Umbria. Perlomeno un malinteso sugli scopi della cena. Il sindaco Raffaelli ha così chiosato la vicenda: "un assessore all'urbanistica che deve parlare del Piano regolatore generale con un autorevole consigliere comunale o con un autorevole imprenditore o, più ancora, con un autorevole consigliere comunale che è anche un autorevole imprenditore è bene che svolga questo confronto nella sede pubblica di una commissione o nella sede privata istituzionale del suo ufficio di assessore, non in una cena a quattr'occhi”. Pas mal.

Pannella e l’89 (Salvatore Lo Leggio, Cronache Umbre, maggio 1990)

Ho scritto l'articolo qui postato nella primavera del 1990 per “Cronache Umbre”, la rivista mensile del Pci dell'Umbria. Un congresso aveva già stabilito lo scioglimento del partito comunista in un nuovo “soggetto politico della sinistra”, di cui – al tempo – non erano stati definiti né il nome né il simbolo (Occhetto avrebbe proposto qualche mese più tardi la Quercia del Pds) e neppure il programma fondamentale (ci stava lavorando una commissione presieduta da Bassolino). Alcune delle mie riflessioni, soprattutto quelle relative al Pci, erano pertanto condizionate dalla congiuntura.
E tuttavia l'analisi del radicalismo pannelliano mi pare tuttora corretta e riproponibile. Come si vede, non ho aspettato l'emarginazione o la morte di Pannella (che al tempo era ancora vitalissimo e al centro del gioco politico) per valorizzarne alcune scelte di fondo, ma evitando le confusioni di oggi. (S.L.L.)

Pannella ha il temperamento del protagonista. Da quando è sulla scena, quarant'anni circa, è un vulcano di ipotesi, progetti, proposte spesso controcorrente, talora rischiose e destabilizzanti, sempre però capaci di produrre, nel bene e nel male, politica.
Alcune sue sortite e campagne risultano francamente sconcertanti e neppure la sua collaudata perizia dialettica riesce ad argomentarle in modo persuasivo. La presenza ai congressi missini, Cicciolina, l'oltranzismo filoisraeliano ed altre ancora. Tuttavia, se non ci si lascia fuorviare dagli anticonformismi di maniera, dalle intemperanze verbali, dalle pittoresche gigionate, si può riconoscere nel su o percorso politico una ispirazione di fondo estremamente compatta e coerente, al di là delle mutevoli esigenze della tattica.

Libertà
Sui temi dei diritti individuali l'impegno di Pannella è davvero radicale. Da liberale autentico egli difende senza tregua tutte le libertà; cerca perciò di riportare nell'ambito della legalità tutti quei comportamenti che, per quanto censurabili sul piano morale, non sono tuttavia lesivi di altrui interessi e vanno perciò collocati tra i diritti, non tra i reati.
Nella visione di Pannella lo stato laico non può assumere come propri valori morali, anche se condivisi da quasi tutti. Deve piuttosto regolare l'esercizio dei diritti perché non confligga con altri diritti tutelati. Così una coppia omosessuale deve poter baciarsi nei parchi quanto una "normale"; all'individuo adulto deve consentirsi l'assunzione di cocaina ed eroina, quanto di alcool e nicotina; si devono poter produrre, proiettare e vendere i film più "hard" che si vuole, quando non vi si facciano partecipare o assistere minori. È una logica discutibile nei suoi fondamenti culturali, nondimeno molto rigorosa.
Ciò spiega la feroce idiosincrasia di Pannella verso la pretesa di tutelare la pubblica moralità con divieti e costrizioni. La proibizione legale non riesce certo ad eliminare comportamenti spesso legati a condizioni di disagio sociale o, addirittura, alla drammaticità dell'esistenza umana; può solo criminalizzarli, producendo così incessantemente illegalità e delinquenza. La proibizione del divorzio creava bigamie e figli illegittimi; le persistenti restrizioni al diritto d'aborto perpetuano le violenze sulle donne e forgiano tuttora "mammane" e "cucchiai d'oro". I divieti all'esercizio della prostituzione aiutano la diffusione di gravi malattie e coprono traffici loschi e indegni lenocini. Così le leggi proibizionistiche su alcune sostanze psicoattive offrono alle mafie un campo vastissimo di attività, una fonte enorme di guadagni, un incrollabile ed inquietante potere economico.
Per Pannella il proibizionismo è una malattia gravissima delle democrazie, "la terza follia del secolo dopo il fascismo e lo stalinismo". Lo Stato informi, dissuada se necessario, intervenga in anticipo se può. Diffonda i contraccettivi per impedire gli aborti; attenui con adeguate politiche sociali il disagio, che favorisce la tossicodipendenza. Ma non proibisca. Regoli piuttosto il diritto di abortire, di drogarsi, di prostituirsi eccetera, perché chi li esercita sia tutelato dalla illegalità e paghi alla collettività tasse proporzionate ai costi sanitari e sociali del suo comportamento.
Su questi principi Pannella è intransigente, al costo di rischiare l'identificazione del suo movimento con una banda di froci, puttane, magnaccia, drogati e spacciatori. Guai a toccargli certe corde! Egli dimentica d'un colpo il suo sperimentato senso tattico e prorompe in invettive violentissime, fuori misura, spezzando in un momento rapporti politici intessuti per decenni. Se n'è accorto Craxi, per lunghi anni l'amico politico più caro, diventato all'improvviso "fascistico", per aver minacciato sanzioni legali ai tossicofili.
Può una forza politica di ispirazione socialista condividere in tutto e su tutto il liberalismo radicale di Pannella? Certamente no, ma della sua "verità interna" deve tenere conto per assumerla in progetti di trasformazione sociale. E su molti obiettivi specifici la collaborazione non solo è possibile, ma addirittura indispensabile.

Fraternità ed uguaglianza
Sul grande tema dell'uguaglianza l'impostazione di Pannella non può dirsi propriamente democratica (l'uguaglianza delle opportunità) né tanto meno socialista (l'uguaglianza economica, sia pure tendenziale), ma classicamente liberale. Per lui l'uguaglianza possibile e necessaria è quella della legge e davanti alla legge. La lotta contro ogni tipo di "giurisdizione speciale" (i codici e i tribunali militari, la responsabilità civile dei giudici e i reati ministeriali, le leggi sui pentiti e tutta la legislazione dell'emergenza) si coniuga con una difesa spesso astratta e formalistica delle garanzie. Anche qui Pannella e i suoi (Meliini in prima fila) sono intransigenti, al costo di perdere di vista la realtà e di passare per amici dei mafiosi o dei brigatisti, dei fascisti o della P2. Su questo terreno le intese con le forze di democrazia socialista sono sicuramente più difficili, ma pure in molti casi possibili.
La terza grande coerenza programmatica di Pannella coincide con la terza parola-chiave del-l'Ottantanove: il tema della fraternità. Qui, tatticismi e strumentalismi a parte, si sente con più forza l'originalità di’una posizione teorica, fondata sul trasnazionalismo, sull'urgenza di superare le angustie degli stati nazionali e di stabilire da subito forme di sovranità trasnazionale piena. La battaglia contro lo sterminio per fame condotta in Italia come negli organismi comunitari, all'Onu come in Burkina Faso, benché talora esclusivamente propagandistica, porta con se il segno di una fecondissima intuizione: le frontiere della fratellanza vanno abbattute, occorre perciò stabilire leggi e poteri per tutto il pianeta.

Il conflitto con il Pci
La coerenza programmatica di Pannella non comporta una analoga coerenza di disegno politico. Nel suo più recente dialogo con il Pci Pannella vanta alcune sue scelte antiche; l'aver permesso l'ingresso degli universitari comunisti nell'Ugi, l'associazione studentesca laica, in piena guerra fredda; la polemica del '59 con Togliatti, tesa a creare già allora un rapporto più stretto tra i liberal-democratici e movimento operaio, contro le propensioni del leader comunista ad un rapporto preferenziale con settori del cattolicesimo politico, non necessariamente progressisti (era il tempo del milazzismo e dell'ipotesi di secondo partito cattolico); la sua candidatura da "indipendente" nelle liste Psiup alle comunali di Roma nel 1964; la promozione, insieme a Rodotà ed altri, dell'associazione per l'alternativa alla metà degli anni Settanta. Nel rievocare gli anni di più dura polemica con i comunisti, Pannella mette in fila, come un rosario di malefatte, tutte le questioni sulle quali essi avrebbero avuto torto e lui ragione: il compromesso storico, la solidarietà nazionale, l'emergenza, il finanziamento pubblico dei partiti, i modi della lotta alla mafia, il consociativismo, etc.
Sarebbe divertente e forse anche utile rievocare tempi, toni, contenuti specifici delle polemiche pannelliane. Se si pensa solo ad una delle più ricorrenti (e superficiali) invettive, quella della "P2, P38, PScalfari", si potrebbero enumerarne gli abbagli o addirittura le allucinazioni. Non è compito di questo scritto, che ha come oggetto specifico le (buone) ragioni di Pannella e non le esasperazioni e le degenerazioni della polemica contingente. Non si può però tacere il suo punto cruciale di strategia politica, che è alla base degli errori di Pannella. Egli pensa, da sempre, all'alternativa, ma ad una alternativa esclusivamente politica, non sociale. Del Pci non gli è mai andato giù non tanto il suo "stalinismo", quanto la natura del suo insediamento, peraltro molto simile a quello delle socialdemocrazie europee: la sua presenza nei conflitti sociali, il suo radicamento nel sindacato, nel movimento cooperativo, nelle amministrazioni locali. Il suo sogno è stato quello di trasformarlo, con una sollecitazione dall'esterno, in un "partito d'opinione di massa", la cui sfera d'azione si collocasse nel campo dei diritti e in quello dei valori, non in quello degli interessi materiali organizzati. Quando negli anni Settanta il suo progetto si è rivelato impraticabile, egli ha scelto il ruolo di guastatore. Convinto che con un Pci di quel tipo nessuna alternativa fosse possibile, si è speso per la distruzione delle basi sociali della forza comunista. Un esempio per tutti: il suo forsennato impegno sul referendum per la scala mobile.
Oggi Pannella ha nuovamente cambiato linea. Coerentemente. Nel momento in cui il Pci si trasforma in un'altra "cosa", egli crede che le affermazioni di Occhetto sulla natura "di massa, popolare, socialista" della nuova formazione politica, siano soltanto concessioni tattiche e che alla fine del processo venga fuori il "partito radicale di massa", che egli ha sempre sognato. Si tratta di un errore: in Italia non è possibile un'alternativa politica alla Dc, che non sia anche sociale. Al di là del fascino o dell'indifferenza che un'alternativa di governo senza mutamenti negli equilibri sociali può suscitare, essa è prima di tutto una velleità senza sbocchi, un'utopia.
È stato giusto allora fare all'Aquila e in altre città liste di concentrazione democratica con Pannella e i pannelliani? Certamente, con un chiaro accordo sui programmi. Il ruolo di capolista assunto da Pannella nel capoluogo abruzzese è peraltro naturale dato il livello del personaggio. Né si può negare a Pannella il diritto di partecipare in altre realtà locali ad iniziative elettorali diverse. All'Aquila e altrove Pannella può dare un contributo importante al cambiamento della situazione politica stagnante nell'intero paese. Non trovo invece convincente Pannella come ispiratore ed eminenza grigia della nuova formazione politica che il Pci intende costruire. Lo smarrimento in essa di una identità sociale "forte" non gioverebbe neppure alle giuste cause per cui Pannella si batte.


Da “Cronache Umbre”, maggio 1990

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