4.10.18

Maestri della fotografia. Koudelka e gli zingari (Christuan Caojolle, 2011)

Romania 1968

Dato che non c’è più un direttore nell’ufficio parigino della Magnum e che l’agenzia fotografica, a causa della crisi, ormai sta tutta su un piano, Josef Koudelka si accomoda nella poltrona del capo: “Ho sbagliato tutto nella vita, non sono mai stato né direttore né presidente”, dice ridendo. I capelli e la barba arruffata sono diventati bianchi, ma è un eterno ragazzo, a volte serio a volte spiritoso, costretto a dedicarsi a un esercizio che non ama: parlare di sé. Teme sempre di essere frainteso (dà degli esempi) e cerca, nonostante le digressioni, di essere preciso. Lo aiuta uno schemino con le cose da fare, diviso per fasce orarie di colori diversi. A quasi 75 anni, Koudelka non si ferma mai, ha sempre bisogno di fare, guardare e dare forma. Oggi tocca al Mediterraneo, che attraversa e fotografa da vent'anni. Entro il 2013 porterà a termine il progetto “Marsiglia, capitale della cultura”.
Guardare al futuro, produrre, far emergere le immagini non gli impedisce di tornare incessantemente su quello che ha fatto. Continua a inseguire quello che potrebbe aver dimenticato, o sopravvalutato, nei lavori passati. La prossima tappa è l’incredibile presentazione a Mosca del suo progetto sull’invasione dell’armata rossa a Praga. Una grande rivincita, accompagnata da mille copie del libro, in russo, pubblicato da Torst, il grande editore ceco suo complice. Anche se è sempre riservato, Koudelka è chiaramente emozionato.
Ina alto Slovacchia 1967. In basso da  sinistra Boemia 1966, Spagna 1971
Ma è per un altro ritorno al passato che ci incontriamo: Zingari, il libro che l’ha fatto conoscere, è stato ripubblicato in sette paesi in una nuova edizione ampliata. La storia del volume è istruttiva, quasi esemplare. Il giovane Koudelka, che comincia la sua carriera a Praga come fotografo in un teatro, fa dei ritratti espressionisti e compone immagini molto grafiche. Tra il 1962 e il 1971 comincia a sviluppare un lavoro a lungo termine su quelli che all’epoca sono chiamati zingari. Nel 1968, con il sostegno di Anna Farova, lavora insieme al grafico Milan Kopriva al progetto di un libro. “Non sapevo niente di libri di foto. Sapevo solo che volevo somigliasse alla vita, al mio rapporto con gli zingari, a quello che succedeva tra noi”.
Il volume dovrebbe uscire a Praga nel 1970 ma, nel frattempo, Koudelka lascia la Cecoslovacchia occupata. Le sue foto dei carri armati e della rivolta fanno il giro del mondo e, attraverso Henri Cartier-Bresson, incontra Robert Delpire, il mitico editore di | Robert Frank, di molti fotografi della Magnum e di tanti altri. Delpire vuole pubblicare il libro, ma in un’altra versione: 60 foto (di cui 50 tratte dal progetto originale) escono nel 1975 con il titolo Gitans, la fin du voyage (Aperture si aggiudica la versione statunitense). Un’edizione speciale è pubblicata anche dal Moma di New York per accompagnare la mostra fotografica. Il libro diventa subito un classico, una delle opere più ricercate della fotografia del Novecento.
Slovacchia 1967
La nuova edizione torna oggi in gran parte al progetto originale, anche se con 109 immagini, un formato più grande e un ritmo più narrativo rispetto alla prima, rigorosa selezione. “Non volevo solo una collezione di belle foto. E volevo che, anche se sono tutti scatti fatti tra gli zingari, il libro andasse oltre”. Nell’edizione francese Robert Delpire spiega che la scelta editoriale non è sua, ma che la pubblica per amicizia, stima e rispetto. Si avverte chiaramente uno di quei conflitti che possono esserci tra un autore e un editore molto esigenti. E Koudelka non vuole parlare di come sono andate le cose per “ammirazione, rispetto e amicizia per Bob. E poi sono così contento che l’abbia pubblicato come lo volevo io”.
È la sua creatura: “Un progetto che ho portato con me, anche fisicamente, per quattro anni. Ho avuto il tempo di capire cosa andava e cosa no. Ho lasciato la Cecoslovacchia con 154 foto sugli zingari. L’essenziale del libro era già lì. È una storia, una storia di persone, di me con queste persone la cui musica mi ha attirato e m’incanta tutt’ora. Erano le stesse persone di cui si diceva ‘chiudete le porte, arrivano gli zingari e ruberanno le galline’”.
La maggior parte degli scatti sono verticali: “Questo ha avuto un peso importante nell’organizzazione del libro, nel ritmo che il grafico Milan Kopriva ha saputo inventare. L’altra persona fondamentale per questo progetto è stata Anna Farova. È lei che mi ha aiutato a strutturare le immagini, e a non dimenticare niente”. Sono le due persone a cui il libro è dedicato.
A Koudelka non piace commentare il suo lavoro. Non ha un punto di vista, dice, sulle sue incredibili inquadrature dal respiro naturale, dalla giusta distanza. Ammette però che “ci vuole un obiettivo da 24 millimetri perché tutto sia nitido in spazi spesso molto ristretti e con poca luce. Poi ho cambiato, non volevo ripetermi. L’obiettivo ti dice come fare”.
Ma non dice niente sulla grana delle immagini, spesso così particolare e sensuale, sui negativi diffìcili, sviluppati senza prendere troppe precauzioni. Non ripetersi, è anche la ragione per cui non ci sono foto recenti di zingari. “È una generazione che non esiste più. Quando sono tornato a Praga nel 1991, sono andato a vedere. Sono sempre lì, le condizioni in cui vivono sono un po’ migliorate, ma poco, e la maggior parte di quelli che conoscevo sono morti. Ho pensato che non avrebbe avuto senso ricominciare. Oggi è un altro mondo e prima o poi qualcuno farà un lavoro formidabile a colori su di loro”. L’importante è “continuare a fotografare, perché ho la fortuna di averne ancora voglia e di poterlo fare”. Ma il libro rimane fondamentale. Ben più delle mostre che sono “effìmere”.
Farà vedere il libro agli zingari, come faceva con le foto (“Mandavano baci e ballavano per mostrare il loro apprezzamento”)? “Certo, appena posso”. Possiamo immaginare che sfogliando le pagine, dietro l’elegante copertina bianca con il sobrio titolo nero Cikdni, si ritroveranno, ameranno, balleranno e manderanno baci.


"Internazionale", 4/11 novembre 2011

Sessantotto. Il “fascista” Pingitore racconta: “Io a Praga fra i tank” (Antonio Carioti)

Praga 68. Protesta accanto al carro armato

Non era un granché ospitale la Cecoslovacchia, nell’agosto 1968: «Passata la frontiera, ci accorgemmo presto che i cartelli stradali erano sbagliati, seguendo le indicazioni per Praga rischiavamo di finire chissà dove. La popolazione li aveva rigirati per disorientare gli invasori sovietici».
Pier Francesco Pingitore, classe 1934, per gli amici Ninni, aveva fondato nel 1965 il Bagaglino, futura mecca del cabaret romano, poi fucina di spettacoli televisivi molto apprezzati dal grande pubblico. Nel 1966 aveva scritto con Dimitri Gribanovski una canzone in onore degli insorti di Budapest (intonata tuttora negli stadi, spesso con parole cambiate), per ricordare il decimo anniversario dell’intervento militare sovietico. Non poteva rimanere indifferente all’analoga aggressione contro la Cecoslovacchia.
«Per la verità — precisa Pingitore—l’intera vicenda del Sessantotto mi aveva coinvolto. Credo che un po’ tutti, al di là delle divisioni politiche, fossero attirati dalla ventata di giovinezza che attraversava una società apparsa fino a poco prima immobile, soddisfatta del benessere prodotto dal boom economico».
Pier Francesco Pingitore
Lui e gli altri padri del Bagaglino, come Luciano Cirri, Raffaello Della Bona, Piero Palumbo, venivano da esperienze di destra. Mario Castellarci aveva combattuto per la repubblica di Salò. Quando però nel 1967 Ernesto Guevara era stato ucciso in Bolivia, Pingitore gli aveva dedicato la canzone Addio Che, interpretata da Gabriella Ferri: «Ci definivamo anarchici di destra, una formula che in realtà non significava nient’altro che il rifiuto di tutte le etichette ideologiche. Quando esplose la contestazione, decisi di fare un film per raccontarla. Girai l’Europa. Raccolsi riprese degli scontri all’Università di Roma, delle barricate nel Maggio parigino, delle manifestazioni di Londra, Amsterdam, Berlino. In Francia l’operatore che era con me fu picchiato dai poliziotti. Poi in estate parve che la bufera si placasse».
Invece no. A Praga, nella notte tra il 20 e il zi agosto, entrarono i carri armati inviati dall’Unione sovietica per stroncare la Primavera di Alexander Dubcek. «Non appena lo seppi — ricorda Pingitore — partii di corsa con la mia macchina, un Giulia Sprint, insieme a un cameraman. Oltre ai cartelli spostati, ce n’erano altri con la scritta “Mosca km 1600”: un invito ai sovietici perché tornassero a casa. Il 22 agosto giungemmo a Praga e andammo all'ambasciata italiana. Trovammo solo funzionari: tutti i nostri connazionali arrivati per ammirare il socialismo dal volto umano erano partiti dopo l’invasione. E l’ambasciatore Nicolò Di Bernardo ci esortò caldamente a seguirli, perché rischiavamo di passare brutti guai».
Invece rimasero: «Non mi andava di tornare a Roma con la coda tra le gambe, anche perché la situazione offriva opportunità preziose per il film. Tenendo nascosta la cinepresa, riprendemmo le scritte sui muri che equiparavano i sovietici ai nazisti. E poi i ragazzi che si avvicinavano con coraggio ai carri armati: un po’ deridevano i soldati dell’Armata rossa e un po’ fraternizzavano con loro. L’atmosfera però era cupa, anche in piazza San Venceslao, dove alcuni giovani suonavano la chitarra. Non c’erano notizie di Dubcek, prigioniero in Unione sovietica, tutti sapevano che la Primavera era finita. Alloggiammo all’Hotel Savoy, deserto, dove in portineria una signora non più giovane, che di certo era stata molto bella, ci rivolse un appello accorato in francese: “Per favore, dite al mondo come ci stanno trattando...”».
Poi si diffuse la notizia che i sovietici stavano per chiudere le vie d’accesso: «Salimmo in auto — racconta Pingitore — e lasciammo Praga. Ma poco fuori città un carro armato ci sbarrò la strada e un soldato ci ordinò di fermarci, avvicinandosi al finestrino. Mi assalì la paura. Sul sedile posteriore c’era la cinepresa, coperta solo da un maglioncino: se l’avessero requisita, tutto il viaggio sarebbe stato vano. Allora tentai la mossa della disperazione per distrarre il russo. Scesi di scatto, prendendolo alla sprovvista, poi girai intorno alla macchina e aprii bagagliaio e valigia, tirando fuori mutande, magliette e calzini. Lui diede un’occhiata e ci lasciò andare. Guidai di filato per oltre venti ore: l’avevamo scampata bella».
Così le immagini di Praga invasa furono inserite nel film di Pingitore Dipingi di giallo il tuo poliziotto: «Usai come titolo la scritta goliardica che compariva sulle bombolette di vernice gialla vendute all’epoca da una libreria romana. Ma nessuno volle distribuire il film. Lo proiettarono per qualche tempo al cinema Quirinetta, dove fece litigare gli spettatori: quelli di destra lo trovavano troppo di sinistra, quelli di sinistra l’esatto opposto».

Corriere della sera, 5 agosto 2018

Cina, la frutta (ri)nasce sugli stampi. La mela “quadrata” e le pere di Trump


I bambini detestano mangiare la frutta? Provate a mettere in tavola angurie a forma di cuore, pere che raffigurano il Buddha, cetrioli a stella, mele “Love”, o i personaggi dei loro cartoni animati preferiti: cambieranno immediatamente idea.
La frutta “divertente” è proposta (e brevettata) dalla cinese Xx Xxxx Co utilizzando degli stampi in plastica alimentare che i contadini applicano direttamente sulle piante, facendo sì che il frutto cresca e maturi all’interno della formina. Si producono anche stampi personalizzati o su richiesta, come quello - molto gettonato - di Donald Trump.

Da “ULISSE Alitalia”, gennaio 2018

Italia 2017. Il Ministero dello Sviluppo Economico celebra Topolino tra le eccellenze. 8 francobolli per i 90 anni (Andrea Milanesi)


Trovo sulla rivista dell'Alitalia notizia di una serie di francobolli commemorativi di Topolino (Michey Mouse), opera dell'illustratore Cavazzano, voluta dall’allora ministro Calenda. Contiene anche notizie sull'origine del personaggio e sul suo duraturo successo. Volentieri la riprendo ad edificazione mia personale e dei visitatori del blog. (S.L.L.)

In Finlandia lo chiamano Mikki Hàri, Musse Pig in Svezia, Ratón Miguelin in Spagna, Camundongo Mickey in Brasile e Mee Lo Su in lingua mandarina; quello che gli italiani hanno imparato a conoscere e amare come Topolino sembra comunque non aver mai sofferto di crisi di identità né tantomeno di notorietà.
Non c’è infatti personaggio nel mondo dei fumetti e dei cartoni animati che abbia saputo mantenersi così giovane e in perfetta forma nonostante l’avanzare dell’età. Ormai giunto alla soglia dei novant’anni, proprio come tutti i miti e le leggende che si rispettino Mickey Mouse è riuscito a rimanere sempre al passo coi tempi, attraversando indenne mode e tendenze, conflitti mondiali e guerre fredde, la rivoluzione del sonoro e il terremoto del technicolor, ma anche l'avvento globale della televisione, di internet e dei videogame.
Non c'è personaggio nel mondo dei fumetti e dei cartoni animati che abbia saputo mantenersi così giovane e in perfetta forma
E pensare che il più grande successo della premiata ditta Disney nasce... da un fallimento, o quasi. Walt Disney si ritrova infatti praticamente da solo dopo aver perso i diritti della sua prima creazione, Oswald il coniglio fortunato. Tutti i suoi collaboratori lo abbandonano (tranne il fedele disegnatore Ub Iwerks) e la storia narra che durante un viaggio in treno, ripensando a un piccolo topo che aveva provato ad addomesticare da ragazzo, comincia a buttare giù schizzi di un topolino antropomorfo su un foglio di carta. Si sarebbe dovuto chiamare Mortimer, ma la moglie Lillian lo convince a cambiare il nome. E così, nel giro di pochi mesi, il nuovo personaggio è pronto: il 18 novembre 1928 al Colony Theater di Broadway a New York Mickey Mouse debutta ufficialmente nel disegno animato Steamboat Willie, da subito accompagnato dall’amata Minni. Da quel giorno in poi le sue avventure faranno letteralmente il giro del mondo, al fianco di amici inseparabili e nemici giurati, dall’immancabile Pippo al cane Pluto, dal Commissario Basettoni a Età Beta, da Gambadilegno a Macchia Nera. Quello dei cortometraggi è uno straordinario trampolino di lancio e il 13 gennaio 1930 Mickey Mouse approda anche tra le strisce a fumetti dei quotidiani americani, dove ha progressivamente luogo l’epocale passaggio da monello perdigiorno a cittadino modello e detective infallibile. Spetta però all’Italia un record editoriale assoluto: il 31 dicembre 1932 esce infatti "Topolino", il primo giornale a fumetti al mondo interamente dedicato al supereroe disneyano, precedendo addirittura gli stessi Stati Uniti; una testata gloriosa che ancora oggi pubblica, con cadenza settimanale, le avventure del piccolo topo e che ha ampiamente superato il traguardo dei 3.200 numeri.
Ma che cosa si può regalare per il 90° compleanno di una star che ha già tutto? Nel nostro Paese la risposta è arrivata direttamente dal Ministero dello Sviluppo Economico, che ha emesso otto francobolli - appartenenti alla serie tematica delle “Eccellenze del sistema produttivo ed economico” - illustrati da Giorgio Cavazzano. Il fumettista italiano apprezzato in tutto il mondo ha voluto ripercorrere le tappe decisive di quell’evoluzione grafica che, pur nella continuità, ha inevitabilmente accompagnato da vicino il cambiamento di personalità, carattere e look del protagonista.
«A me piace pensare a Topolino come se fosse un attore, un personaggio dello spettacolo», ci ha raccontato lo stesso Cavazzano; «in questa prospettiva se ne riesce a capire la trasformazione, non solo dal punto di vista del disegno, ma anche da quello “umano”, di carattere e temperamento. Quando lo disegno cerco sempre di portare in primo piano l’aspetto “cinematografico” e, come se fossi un regista, £ di variare ogni volta le “inquadrature”, creando situazioni inedite che rispondano a diverse esigenze espressive... Topolino vive e si cala nel proprio tempo; è per questo che negli anni è cresciuto anche psicologicamente e i francobolli mettono in evidenza proprio questo dinamismo». E tra le strisce delle sue avventure “italiane” sono finiti anche stelle come Mina, Vasco Rossi o Jovanotti, ma anche divi del cinema come Humphrey Bogart (Topolino) e Ingrid Bergman (Minni), nel remake del film Casablanca, la storia preferita da Cavazzano, che ha anche trasposto nel mondo delle nuvole parlanti un capolavoro italiano del grande schermo. «Ricordo ancora quando ricevetti la chiamata del regista Federico Fellini che mi domandò se mi sarebbe piaciuto parodiare a fumetti il film La strada, che nel 1957 aveva vinto l’Oscar come miglior pellicola straniera. Dopo un paio di giorni mi chiamò anche la moglie Giulietta Masina per chiedermi se potevo disegnare Topolino e Minni come li ricordava da lettrice in gioventù. E, sempre lei, dopo l’uscita della storia sul giornale, mi scrisse queste bellissime parole di ringraziamento: “Federico e io con il film La strada abbiamo avuto grandi soddisfazioni, ma questa che ci regalate voi, invitandoci a far parte della gloriosa banda di Topolino, è la più grande di tutte!”». 

ULISSE Alitalia gennaio 2018

Il Tresor e la città ideale. L'Enciclopedia di Brunetto Latini, maestro di Dante (Guido Davico Bonino)


Quando ero in prima liceo, il mio professore, d’italiano, un bravo e dolce sacerdote salesiano, zio del semiologo-romanziere Perissinotto, arrossiva tutto, costretto com’era a commentare l’imbarazzante incontro tra Dante e il suo vecchio maestro Brunetto Latini, dannato fra i violenti contro natura, nel canto XV dell’Inferno: «Siete voi qui, Brunetto?». Il pio prete pensava (come tutti noi, dandoci di gomito) che fosse lì per una «colpa grave e infamante», secondo quanto «ritenevano Dante e la cultura dell’epoca», l’omosessualità: né quel buon docente né tantomeno noi conoscevamo l’argomentato saggio di un illustre dantista in Sorbona, André Pesard, Dante sous la pluie de feu, secondo cui la colpa di Brunetto sarebbe stata quella «di aver scritto in una lingua non sua».
Leggo questa precisazione nella dotta, ma limpidissima introduzione che Pietro G. Beltrami ha premesso alla prima edizione integrale in età moderna - traduzione con testo francese a fronte, commento e indici vari – del Tresor (Trésor nel francese d’oggi) di Brunetto Latini, che lui stesso, Paolo Squillatoti, Plinio Torri e Sergio Vatteroni hanno esemplarmente curato per i Millenni Einaudi, dedicando la ponderosa fatica alla loro maestra nel «mestiere», Valeria Bertolucci Pizzorusso.
Chi era Brunetto? Un alto amministratore pubblico: fiorentino ( nato intorno al 1220), notaio, guelfo, in esilio in Francia per sei anni dopo la malaugurata vittoria dei ghibellini a Montaperti; poi di nuovo in «carriera», dopo la vittoria di Carlo d’Angiò a Benevento (siamo al febbraio 1266), sino ad assurgere alla carica di priore (1287). Morì sei anni dopo, e Giovanni Villani nel libro IX della Nuova cronica lo connota come «gran filosofo, e pure sommo maestro in rettorica...».
Su questo termine torneremo subito, ma intanto diciamo cos’è il Tresor (che vorrebbe dire, alla lettera, «uno scrigno pieno d’oro e di gioielli»). È un’enciclopedia, redatta in forma agile (sono pur sempre 426 pagine di bel formato) e in francese, perché - come ci ha spiegato una quindicina d’anni fa Luca Serianni (nella sua, e di Piero Trifone, Storia della lingua italiana) - «le due lingue che in Italia possono adoperarsi e di fatto si adoperano in tutta la gamma degli usi letterari sono il latino e il francese»: e per i fruitori della sua compilazione, i colleghi notai, i giudici, gli amministratori, i mercanti del XIII secolo - il francese era molto più «affidabile» (il toscano, prima di Dante, non era, in prosa, né così variegato né così funzionale).
Cosa contiene, quali discipline riepiloga l’ambiziosa compilazione? Voglio dirlo subito per quanti, come me (e, si parva licet, un certo Stendhal), sono lettori fanatici (e raccoglitori) di qualsivoglia inventario, regesto, catalogo, manuale, guida, vademecum, enciclopedia, sommario, bigino ecc. ecc. Vi si discorre di storia, geografia, agricoltura, architettura: e potrete dunque trovarvi preziose notizie sul regno delle donne («...ebbe inizio quando il re di Scozia e tutti gli uomini della sua terra mossero contro gli egiziani, e furono tutti uccisi...»); che sarebbero le Amazzoni («cioè “senza una mammella”»); sull’aria, la pioggia, il vento e sulle «cose che sono nell’aria»; su come si deve scegliere la terra coltivabile e come si deve «formare» (in francese, garuir) la propria casa. E, naturalmente, farete razzia nel bestiario degli animali, traendone gustose precisazioni sull’anfisbena («... serpente che ha due teste, una al suo posto e l’altra sulla coda...»), sullo scitale (ancora un serpente, «così ben maculato di differenti colori chiari e lucenti»), sul caradrio («un uccello tutto bianco e il suo polmone guarisce dalle oscurità degli occhi...»): e qui mi arresto, ad evitare di togliere al lettore il gusto della sorpresa.
Ma non è per queste sezioni che il Tresor è un’opera ammirevole, e culturalmente di primaria importanza. I suoi «beni spirituali» veramente preziosi sono la filosofia teorica, «denaro contante»; la filosofia pratica e la logica, «pietre preziose»; la retorica e la politica «oro fino». Ecco ritornare la parola, che abbiamo citato e reperito su Villani. Pietro G. Beltrami avverte il lettore che sin dall’esilio francese, e quindi nel 1260-61, Brunetto attende ad un volgarizzamento e ad un commento del De inventione, un manuale di retorica, opera giovanile di Cicerone, che circolava nella scuola medievale...: lavoro «che non andò oltre i primi 17 capitoli...». E postilla: «Rettorica con doppia t, si noti, non è una semplice variante formale di retorica, ma il segno di una sovrapposizione mentale e culturale, che si impone nel Duecento italiano, fra la figura di rètore, di colui che sa pronunciare discorsi persuasivi, e quella del rettòre, di colui che “regge”, governa il comune...».
Beltrami nel suo serrato e convincente argomentare, giunge rapidamente alla conclusione, secondo cui «il principale interesse di Brunetto», epperciò l’asse portante del Tresor (cui egli «si dedicò per il resto del suo soggiorno forzato in Francia, completandolo prima del suo rientro»), è proprio nel libro III della compilazione, quello riservato alla retorica come «governo della città». Sono poco più di centodieci pagine (in francese, e altrettante in versione), che vorremmo suggerire caldamente alle migliaia e migliaia di pubblici amministratori, grandi e piccoli, che «infestano» la nostra povera Italia, prima che qualcuno provveda ragionevolmente a ridurli di numero e, soprattutto, di prebende. Sarebbe bello - lo so che è nuda utopia, giacché costoro non leggono che effemeridi e gazzette - che dedicassero qualche minuto del loro tempo prezioso alle pagine su Il giudizio di Catone («Lussuria, avarizia, povertà pubblica e private ricchezze: esaltiamo le ricchezze, aspiriamo all’ozio, non facciamo alcuna differenza tra buoni e malvagi; tutto è volto alla cupidigia, questa è la ricompensa della virtù...»); o meditino su Quale uomo deve essere eletto signore: Brunetto elenca dodici qualità, morali e materiali, per chi deve godere del privilegio d’essere scelto dai propri simili o governarli: abbiamo provato ad applicarle ai tre o quattro grandi politici italiani d’oggi e ce ne siamo ritratti scoraggiati. Siamo i soliti inguaribili pessimisti? Decidano i lettori del Tresor. le virtù in questione sono alle pp. 795-799 della bella edizione Einaudi.

Tuttolibri - La Stampa, SABATO 21 LUGLIO 2007

3.10.18

“Distesa estate e piccole vacanze”. Intervista a Alberto Arbasino (Mirella Serri)


Alberto Arbasino negli anni 60

Si festeggiano cinquantanni esatti da Le piccole vacanze. Questa prima raccolta di racconti di Alberto Arbasino oggi torna in libreria con i suoi decenni molto ben portati. Ha l'aria sbarazzina, da «fresco di stampa», questo libretto di Adelphi con la copertina verde mare e le sue storie che, con irriverente ironia, ricostruiscono un paesaggio, quello dei primi anni del dopoguerra, senza nessuna concessione ai toni accorati del neorealismo della fine del conflitto. «Ho scritto queste novelle e avvertivo che il racconto di guerra parmigiana aveva esaurito tutte le sue chances», spiega A. A., così registra il citofono dell'attico romano dello scrittore. Qui, fra tabacchiere del Settecento, quadri e ceramiche vittoriane, gli scaffali e tavolini sono occupati da tanti tomi anche di antiquariato. «All'epoca non mi volgevo a guardare il triste lascito del conflitto mondiale. Certo, anche nella mia famiglia c'era chi era stato fatto prigioniero o era morto al fronte. Ma era ancora troppo vicino il ricordo delle sfilate sotto il balconcino di Piazza Venezia delle vedove di guerra, tutte vestite di nero con gli orfani al fianco con il braccio teso nel saluto romano che gridavano: “eia eia ala là”. Allora meglio evitare l'eccesso di lamenti per i caduti».
E così ne Le piccole vacanze ci sono adolescenti che si godono una «jeunesse dorée» pure sotto i bombardamenti, imparano le lingue e fanno lunghe gite in bicicletta. E poi eccoli cresciutelli e malandrini come Giorgio, ragazzo «middle twenties» da «one night stand» - di quelli che non sopportano di stare sotto le lenzuola due volte con la stessa persona - che corteggia il ventenne Luciano, «solido-tenero» con pelle vellutata e movimenti armoniosi. In una narrativa assolutamente unica per quegli anni, questi disinvolti ragazzi di provincia, ma mai provinciali, proseguiranno sulla strada di «studi universitari fatti male, fanciullone scatenate o svampite, droghine fatte in casa». Con questa irrequieta gioventù arrivava così sulla scena letteraria il nipotino di Carlo Dossi e di Carlo Emilio Gadda, futuro autore di Fratelli d’Italia, creatore di nuovi linguaggi e nuovi miti, prosecutore di una feconda linea lombarda della letteratura italiana. L'opera prima di Arbasino era fortemente caldeggiata da Italo Calvino che lo volle nei Coralli einaudiani accompagnato da questa riflessione: «Non si può mettere in una collana per debuttanti, ha già ventisette anni».
Ma qual era stato il nutrimento intellettuale del ragazzo di Voghera fino all'estate del '55, quando aveva terminato di scrivere questi racconti? «Innanzitutto tanta poesia. Ecco un assaggio: “Distesa estate,/ stagione dei densi climi/ dei grandi mattini”, recitava l'incipit di una lirica, all'epoca notissima, di Vincenzo Cardarelli», ricorda Arbasino. «I dialoghi derivavano dal Portrait of Lady dell'amato Eliot e poi da Wystan Hugh Auden e Paul Valéry».
Se per i colori e i «toni» del paesaggio il giovane Arbasino si rifaceva a poeti come Montale e Ungaretti, il metodo di composizione lo aveva tratto dalla «ricetta» suggerita dal grande critico Marcel Raymond. Quest'ultimo in Da Baudelaire al surrealismo si era occupato dell'enfant gàté della cultura francese, Raymond Radiguet. «Il segreto di Radiguet era di “usar pochi colori e unire l'eleganza al libertinaggio”». E di libertinaggio Arbasino - sul modello del discolaccio geniale Radiguet, che a quindici anni abbandonò definitivamente la scuola, intraprese una vita bohémienne ricca di amori, primo tra tutti quello con il suo tutore spirituale e seduttore Jean Cocteau - ne racconterà abbondantemente, a partire da Le piccole vacanze, per proseguire con l'Anonimo lombardo, con Super-Eliogabalo e così via.
Adolescente, Arbasino era sfollato a la Rivetta, vicino a Casteggio. Nell'Oltrepò Pavese le serate punteggiate dal rombo degli aerei in volo, pronti a colpire senza mira «chirurgica», erano lunghe. Di giorno, le strade erano infide e ghiacciate, meglio trascorrere il tempo leggendo. Cosa in particolare? «C'erano le varie collane di classici, dalla Corona di Bompiani all'Universale di Einaudi alla Medusa di Mondadori. Mi cimentavo con Ernst Hoffmann e con Jean Paul Richter, Ernst Junger, Ludwig von Arnim, Friedrich Holderlin, Heinrich von Kleist, Nicolaj Leskov, Somerset Maugham. E poi c'erano tante biblioteche a cui attingere, da quelle delle case dei miei compagni di scuola a quella del medico che mi controllava le tonsille. Il mio dottore era fratello di Franco Antonicelli, che aveva tra l'altro dato vita alla "Biblioteca Europea" dell'editore Frassinelli e in sala d'attesa invece di qualche rotocalco si sfogliava Kaflka e Eugene O'Neill».
Insomma è proprio vero quello che Arbasino ha poi raccontato in Fratelli d’Italia: «L'ultima generazione che sul serio a vent'anni aveva lu tous les livres: uno al giorno, e magari due o tre. Interamente, normalmente, anche divertendosi. Facendolo pesare, mai».
Letture attuali ma degne di stare sullo scaffale a fianco di quelle dei dorati vent'anni? «Non ho dubbi, lo splendido Ravel di Jean Echenoz, tradotto in maniera eccellente da Giorgio Pinotti per Adelphi. Ne è protagonista Maurice Ravel. Personaggio chicchissimo, un vero dandy del Novecento, Ravel riceve da Paul Wittgenstein, fratello del filosofo Ludwig, che ha perso il braccio destro in guerra, la commissione di un Concerto per sola mano sinistra. Da qui prende avvio un conflitto, una sfida tra Ravel, che si cimenta in una partitura non eccessivamente difficile, e l'orgoglioso Wittgenstein che, al momento dell'esecuzione, propone come un simbolico schiaffo all'amico, una musica piena di virtuosismi, di trilli, difficilissima. Una storia veramente attraente che oscilla tra il nouveau roman e il minimalismo più recente, tra suggestione della trama e indagine del carattere». Ma quando si ha a che fare con Arbasino, magnifico snob, le sorprese certo non mancano: lo scrittore si cimenta, per diletto, con un monumentale Paolo Giovio, Elogi degli uomini illustri (Einaudi) il più completo who's who del mondo medievale e rinascimentale. «Giovio fu sicuramente uno degli uomini più spiritosi e brillanti del suo secolo, malizioso, a volte perfido, mai agiografico, capace di tracciare dei magnifici ritratti. Nella sua leggendaria villa sul lago di Como, aveva allestito un museo privato con dipinti di grandissimi artisti e vi ospitava i personaggi più importanti dell'epoca, come Carlo V. Collegati alla sua famosa galleria di ritratti nascono gli Elogia ovvero il progetto di un pantheon dei grandi uomini, da Dante a Boccaccio, dal Saladino a Carlo d'Angiò, dal Poliziano all'Ariosto, da Galeazzo Sforza a Cesare Borgia. L'unica cosa che mi dispiace è che non sia stato riportato il testo latino a fronte come in una vecchia edizione dello stesso libro pubblicata da Sellerio. E poi ho con me altri libri che uso come repertori. Un altro esempio? A cura di Margaret Bradham Thomton, Notebooks di Tennessee Williams (Yale University Press). Lo sfoglio e leggo le note che mi consentono di ricostruire le vite dei protagonisti degli Anni 40-50».
Londra, New York, Parigi, Vienna: Arbasino è stato un cittadino del mondo quando gli altri scrittori italiani non andavano nemmeno a Chiasso, sempre pronto a frequentare vernissages, teatri, concerti. E non basta, lui stesso era firmatario di regie d'opera e di prosa: a Bologna la Carmen diretta da Pierre Dervaux con cantanti della Scala, La traviata con Franco Mannino; per lo Stabile di Roma, Prova inammissibile di John Osborne. E oggi? A chi va la palma? «Senza andar lontano, alla Scala. Di recente ho assistito a Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk con musiche di Dmitrij Sostakovic. È una Bovary di provincia - niente a che vedere con Lady Macbeth, a cui non importava niente del sesso, ma soprattutto del potere e della politica - che si innamora di un bracciante, uccide il suocero e il marito e li seppellisce in cantina. Durante la festa di nozze si scoprono i delitti. L'opera era stata osteggiata dal regime sovietico, definita nevrastenica e piccolo-borghese, e ne era stata vietata la messa in scena. E così fu fino a dopo la morte di Stalin. Certo, l'allestimento è discutibile ma musicalmente l'opera è notevole».

"Tuttolibri La Stampa", 21 luglio 2007

Carceri in Umbria. Sulla pelle di tutti (“micropolis”, settembre 2018)

Il carcere di Sabbione, a Terni

È successo di nuovo, non è la prima e purtroppo non sarà l’ultima volta. Il 14 settembre un moldavo trentottenne, detenuto per furto, è stato trovato morto nel suo letto nel carcere di Sabbione a Terni.
A dare la notizia il segretario del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari, Donato Capece. Dal giorno successivo emergono sulla stampa interrogativi sul decesso: secondo la testimonianza di genitori ed amici il cadavere era ricoperto di lividi, con sangue che usciva da bocca e naso. Anche se i sanitari intervenuti hanno subito escluso cause violente, il magistrato ha disposto l’autopsia.
Una sollecitazione all’approfondimento delle cause della morte è venuto anche dalla presidentessa della Regione Marini, che invita a non dimenticare “gli ultimissimi”. Il primo riscontro (in attesa dei risultati degli esami tossicologici) ha escluso lesioni, e quindi allontanato l’ipotesi di morte violenta. Il garante regionale dei detenuti, Stefano Anastasia dopo aver visitato il penitenziario, ha raccontato che l’uomo soffriva di problemi di sa-lute. La direttrice del carcere Chiara Pellegrini assicura che “nel carcere ternano la vittima non ha subito alcun tipo di violenza ed è stato sottoposto a tutti i tratta-menti sanitari del caso”. E aggiunge: “Era un bravo ragazzo, si è sempre comportato bene ed aveva un buon rapporto con tutti”.
Fin qui i fatti: troppo pochi per ipotizzare paragoni con altre tragedie (Cucchi, Bianzino), abbastanza per ribadire la necessità di portare all’attenzione la drammatica realtà della condizione carceraria. Nel dare la notizia della morte del detenuto, Capece ha contestualmente denunciato la “terrificante” situazione sanitaria delle carceri, con una percentuale di detenuti malati compresa tra il 60 e l’80%. Un quadro più complessivo è contenuto nell’intervista al garante regionale Anastasia pubblicata su “micropolis” dello scorso luglio.
Ma c’è anche chi continua a far finta di niente, o peggio: il 13 settembre, un giorno prima dell’ennesima morte in galera, la Terza commissione del Consiglio regionale dell’Umbria ha discusso la proposta di modifica del testo unico di sanità (Lr 11/2015) volta ad “abolire la figura del Garante dei detenuti”. Secondo il proponente, il leghista Valerio Mancini, “La modifica farà risparmiare 17 mila euro, affidando i compiti in materia al magistrato di sorveglianza, che potrà svolgerli altrettanto bene”.
A certi paladini di “law and order” a senso unico farebbe bene andare a vedere - lo stanno facendo molte migliaia di persone in tutta Italia - Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini che ricostruisce con sobrietà e senza alcun cedimento al sensazionalismo la vicenda di Stefano Cucchi. Da un lato si con-ferma come il carcere spesso e volentieri non risolva ma aggravi i problemi, approfondendo diseguaglianze e producendo emarginazione. Ma d’altra parte si capisce che la negazione dei diritti elementari, amplificata da routine burocratiche e malintese solidarietà di corpo, che ha portato all’assurda fine del geometra romano potrebbe capitare a chiunque si trovi - per i più diversi motivi - alle prese col sistema carcerario.

Dalla rubrica Il fatto. Articolo non firmato.

L'isola dei poeti. Un'ode di Giovanni Pascoli



Il treno andava. Gli occhi a me la brezza
pungea tra quella ignota ombra lontana;
e m’invadea le vene la dolcezza
antelucana:

e il capo mi si abbandonò. Tra i crolli
del treno allora non udii che un frùscio
uguale: il sonno avea spinto sui molli
cardini l’uscio,

e, di là d’esso, il fragor ferreo parve
piano e lontano. Ed ecco udii, ricordo,
il metro uguale, tra un vocìo di larve,
del tetracordo:

di là dal sonno, alcuno udii narrare
le due Sirene e il loro incantamento,
e la lor voce aerea, di mare
fatta e di vento:

gli udii narrare l’isola del Sole,
là dove mandre e greggie solitarie
pascono, e vanno dietro lor due sole
grandi armentarie,

con grandi pepli… Ed il tinnir cedeva
ad un’arguta melodia di canne:
udii cantare il fumo che si leva
dalle capanne,

le siepi in fiore, i mezzodì d’estate
pieni d’un verso inerte di cicale,
e rombi delle cupe arnie, e ventate
fresche di sale:

e chi cantava forse era un pastore
tutto nascosto tra le verdi fronde:
chiaro latrava un cane tra il fragore
vasto dell’onde.

Ecco e le cetre levano il tintinno
dorico, misto allo squillar del loto
chiarosonante. Ed improvviso un inno
sbalza nel vuoto:

l’aquila è in alto: fulgida nel lume
del sole: preda ha negli artigli: lente
ondoleggiando cadono giù piume
sanguinolente:

in alto in alto, sopra i gioghi bianchi
d’Etna, più su de’ piccoli occhi torvi:
nelle bassure crocitano branchi
neri di corvi.

Quel crocitare mi destò. Di fronte
m’eri, o Sicilia, o nuvola di rosa
sorta dal mare! E nell’azzurro un monte:
l’Etna nevosa.

Salve, o Sicilia! Ogni aura che qui muove,
pulsa una cetra od empie una zampogna,
e canta e passa… Io era giunto dove
giunge chi sogna;

chi sogna, ed apre bianche vele ai venti
nel tempo oscuro, in dubbio se all’aurora
l’ospite lui ravvisi, dopo venti
secoli, ancora.

da Odi e inni (1907) in Tutte le poesie, Newton Compton, 2001

2.10.18

Il tramonto confonde ... Una poesia di Filippo Amodei


Il tramonto confonde il gioco dei confini
ruota l'emisfero luminoso degli oggetti
li conduce verso l'oceano dell'ombra
anche lo spazio del mio corpo ritorna
tutt'uno, senz'equatori né divisioni
di luce, senza ferite - è così che rinasce. 

"Tuttolibri - La Stampa", 21 luglio 2007 - dalla rubrica Dialoghi in versi a cura di Maurizio Cucchi

Il fulmine, la piuma e l'immagine nella pupilla (Gianluigi Beccaria)

GIANLUIGI BECCARIA

Ogni parola, diceva Charles Bally, ha dei contorni che si fondono e si confondono entro l’ambiente in cui vivono. La parola «bue», scriveva, fa pensare a «vacca, toro, vitello, coma, ruminare» ecc., a «lavoro, carro, giogo» ecc., emette in moto idee di forza, resistenza, lavoro paziente, e anche di lentezza, pesantezza, passività. Di qui le relative comparazioni, i modi di dire, i proverbi, le metafore: «ruminare un pensiero», «forte come un bue».
Dalle associazioni nascono le metafore, che non sono soltanto un fattore del cambio del significato, ma un meccanismo universale che arricchisce i linguaggi di questa terra. L’uomo nel corso dei secoli ha creato per analogia un numero infinito di metafore semplicissime, concretissime: «bacillo», che prende le mosse dal bastoncino, o «abbacchiato», che ha ancora a che vedere col bastone, nel senso di «battuto col baculum», e c’è «virgola», che deriva per metafora dal ramoscello flessibile.
Come sosteneva Aristotele nella Poetica, con la metafora trasferisco a un oggetto il nome che è proprio di un altro. Sostituisco una parola con un 'altra il cui senso letterale ha qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita. Non c’è manuale scolastico che non citi il caso di «testa», originariamente nome del vaso di terracotta, passato poi nel linguaggio familiare e scherzoso a significare «capo». Partenza concretissima ha un aggettivo come «folle», dal latino follis «sacco di cuoio, mantice, contenitore di aria», che per metafora è passato a indicare la «testa vuota», colui che agisce senza senno. Altra metafora che parte dal concreto è «pupilla», dal lat. pupilla, «bambolina, bambina», la piccola immagine che nella pupilla si riflette rovesciata.
Molte metafore sono una sorta di scorciatoia verbale: invece di dire che un «muscolo» assomiglia a un topolino che si muove sottopelle lo si chiama direttamente «topolino», lat. musculus. Come osservava un grande maestro latino nell’arte della retorica, Quintiliano, la metafora (ma non sempre!) è una similitudo brevior, una similitudine abbreviata: «è un fulmine» significa che una persona è veloce come..., ed «è una piuma», che è leggera come...
In poesia la metafora regna sovrana, Prendo due parole e le ricongiungo per similitudine. Dato «rondini» e «forbici» un poeta può proporre «Le rondini sono/ forbici /leggere/che tagliano/il cielo coi loro voli neri».

“Tuttolibri – La Stampa”, 21 luglio 2007

Pianto. Una poesia di Giovanni Pascoli

Man Ray - Tränen, 1933
Più bello il fiore cui la pioggia estiva
lascia una stilla dove il sol si frange;
più bello il bacio che d'un raggio avviva
   occhio che piange.

da Mirycae in Tutte le poesie, Newton Compton, 2001

Fatti più in là. Il dandy e la moda (Giuseppe Scaraffia)

Max Beerbohm, Autoritratto
Il dandy produce eleganza, ma non è alla moda. Anche qui siamo davanti ad una produzione impalpabile, che subito si cerca di sfruttare, immettendo sul mercato merci "dandystiche". Ma sfuggendo alla moda, anche a quella che lui stesso ha inaugurato, il dandy si sposta continuamente più in là e, quando essa lo raggiunge, è già sparito.

da Dizionario del dandy, Laterza, 1981

1.10.18

La poesia del lunedì. Arthur Rimbaud


Marina
I carri d'argento e di rame -
le prue d'acciaio e d'argento -
battono la schiuma, -
sollevano i ceppi dei rovi.
Le correnti della landa,
e i solchi immensi del riflusso,
filano circolarmente verso est,
verso i pilastri della foresta, -
verso i fusti del molo,
il cui angolo è investito da turbini di luce.

Marine
Les chars d'argent et de cuivre -
les proues d'acier et d'argent -
lattent l'écume, -
soulèvent les souches des ronces.
Les courants de la lande,
et les ornières immenses du reflux
filent circulairement vers l'est,
vers les piliers de la forêt, -
vers les fûts de la jetée,
dont l'angle est heurté par des tourbillons de lumière.

Da Illuminazioni in Poesie, Garzanti, 1977 - Traduzione di Dario Bellezza

30.9.18

"Nell'oscura foresta". Un canto d'amore tibetano

Ragazza tibetana
Il posto dove incontro la mia amata
è nell'oscura foresta della vallata del sud.
Vi prego, o pappagalli,
non parlatene ai trivi dei sentieri.

da Canti erotici dei primitivi a cura di Alfonso M. Di Nola, Garzanti 1971

Sessantotto. La contestazione in America (Dany Cohn-Bendit)

Chicago 1968. La polizia picchia selvaggiamente i  contestatori al Congresso del Partito Democratico
L'hanno tanto amata, l'America, quei giovani americani che hanno scoperto, all'inizio degli anni 60, che la società che serviva da modello e faro al mondo occidentale non era così perfetta come si voleva far credere loro.
Educati nel rispetto dei diritti dell'individuo, non potevano comprendere che si impedisse a un nero l'accesso a una scuola. Che il governo, garante della Costituzione, accettasse che i neri non potessero, nelle piazze, sedersi sulle panchine riservate ai bianchi. Che vi fossero bar per neri e bar per bianchi. 
Questo non era tollerabile. Non era quello che avevano appreso sulla lotta tra il Bene (l'America) e il Male (il comunismo). L'America mentiva sui propri valori …
Allora essi scesero nelle vie e sulle strade del sud degli Stati Uniti per proclamare questa evidenza. E fu a colpi di pedate, di lance antincendio e di imputazioni per turbamento all'ordine pubblico che i poveri d'America insegnarono loro la verità sullo “stato dell'Unione”.
Prima falla nella fede nell'invincibilità e nella legittimità del “sogno americano”, che andrà allargandosi nel corso degli anni 60. Terremoti. Il problema nero, certamente, e l'esplosione della rivolta nei ghetti delle grandi città industriali. Primi echi delle guerre all'estero fomentate o sostenute dalla potenza americana, in Asia o America latina. Ma è soprattutto la proibizione di esprimere le loro contestazioni nei campus universitari, che giocherà il ruolo di detonatore e spingerà i giovani americani a sfidare tutti i poteri.
I poeti beatniks diedero un'anima alla loro rivolta: l'intelligenza e lo humour erano loro alleati. Herbert Marcuse fece loro comprendere l'alienazione degli individui rinchiusi nella loro funzione di strumenti di produzione, non ammessi al piacere, alla gioia. McLuhan insegnò loro l'enorme potere dei nuovi media. Bob Dylan e Joan Baez indicarono loro le virtù del ritmo, della musica e dei testi impegnati, per mobilitare le folle. Quanto ai neri, essi mostrarono loro che per vincere bisogna battersi fino in fondo, quale che ne sia il prezzo.
Nel 1962 dei giovani militanti creano lo SDS (Student for a Democratic Society), organizzazione che unifica tutti i contestatori dei campus universitari. Questo movimento dieviene la punta di lancia della rivolta, quando Kennedy si impantanò nel Vietnam e l'invasione di Cuba finì in fiasco.
Durante quegli anni, la gioventù diventa il motore di una rivoluzione dei costumi, delle mentalità, dei rapporti fra gli individui.
1968.
Tutte le forze contestatrici convergono per far vacillare il formidabile potere dell'establishment. Nel Vietnam c'è l'offensiva del Têt. L'armata americano comincia a temere la disfatta, i campus universitari sono occupati, le manifestazioni per la pace si moltiplicano. A Chicago sono i “giorni della collera”: quelli che si oppongono alla guerra si lanciano all'assalto della Convenzione del Partito democratico. Bob Kennedy e Martin Lother King sono assassinati.
Alcune donne, vere e proprie pioniere, bruciano pubblicamente i loro reggiseni e disturbano la solenne cerimonia dell'incoronazione di Miss America...
Il potere è scosso, ma non vacilla. Il popolo americano si emoziona per la rivolta dei giovani, ma non mette in discussione i fondamenti dell'ordine sociale.
Molto presto, l'unanimità artificiale dei contestatori esplode. I neri esigono il black power, e le Pantere nere spingono una minoranza di militanti verso l'autodifesa armata. Una tentazione analoga animerà alcuni gruppi di bianchi, i Weathermen, mentre gli yippies resteranno fedeli alla loro volontà di sedurre attraverso la provocazione, la beffa, l'instancabile appello al godere. Quel che nel Vecchio continente fanno già da qualche anno i “provos” di Amsterdam. Il movimento delle donne si spacca negli anni 70 in tendenze nemiche, il che indebolirà, senza peraltro cancellarle del tutto, le vittorie che aveva saputo conquistare.
E soprattutto, l'America alla fine si libera di quel fardello insopportabile: la guerra del Vietnam. Essa deve accettare l'umiliazione e la sconfitta, ma questo la libera dal corrosivo dubbio che la rode.
La repressione può abbattersi sui contestatori.. Prigioni, assassinii, violenze d'ogni genere. Ma anche recupero, per la gioia e il conforto del sistema. Molti, se non sono stati uccisi, tornano ad istallarsi nel “ventre della bestia” che hanno tanto odiato.

Da Nous l'avons tant aimée la revolution, Editions Bernard Barrault, Parigi, 1986 – Trad. Salvatore Lo Leggio

In veste grigia e verde ... Una poesia di Paul Verlaine (Traduzione S.L.L.)


In veste verde e grigia con gli arricci,
in un giorno di giugno ch'ero inquieto,
apparve agli occhi miei che sorrideva:
senza temere inganni la guardai.

Andò, venne, tornò, sedette, disse,
leggera e grave, tenera ed ironica:
ed io sentivo nell'animo adombrato
riflettersi la gioia di tutto ciò;

la voce, essendo di musica fine,
accompagnava deliziosamente
l'affascinante chiacchiera, lo spirito
senza fiele di un cuore buono e gaio.

All'improvviso fui, dopo la finta
di una rivolta presto soffocata,
alla mercé della piccola Fata
che io da allora supplico tremando.


En robe grise et verte avec des ruches,
Un jour de juin que j’étais soucieux,
Elle apparût souriante à mes yeux
Qui l’admiraient sans redouter d’embûches ;

Elle alla, vint, revint, s’assit, parla,
Légère et grave, ironique, attendrie :
Et je sentais en mon âme assombrie,
Comme un joyeux reflet de tout cela ;

Sa voix, étant de la musique fine,
Accompagnait délicieusement
L’esprit sans fiel de son babil charmant
Où la gaîté d’un cœur bon se devine.

Aussi soudain fus-je après le semblant
D’une révolte aussitôt étouffée,
Au plein pouvoir de la petite Fée
Que depuis lors je supplie en tremblant.


da La bonne chanson (prima ed. 1872)

statistiche