11.11.18

Ametista. Una poesia di Emily Dickinson



Tenevo un gioiello tra le dita —
e mi addormentai —
la giornata era tepida, i venti monotoni
— dissi: «durerà».

Al risveglio rimproverai le mie oneste dita,
la pietra era sparita.
E adesso, un ricordo d’ametista
è tutto ciò che mi resta.

da Poesie, Savelli 1976 - Traduzione di Barbara Lanati

10.11.18

Archivi vaticani. La vendita delle Bolle nella Parigi della Restaurazione

Roma - L'accesso al Sant'Uffizio

Insieme all'Archivio Segreto, i documenti dell’Inquisizione furono inviati a Parigi nel 1809 per entrare a far parte dell’archivio centrale napoleonico della cultura europea. Tremila casse vennero spedite con diversi convogli in pieno inverno. Due carri caddero in un torrente vicino a Parma, otto casse precipitarono in un canale tra Torino e Susa. Dopo la caduta di Napoleone, e nuovamente dopo i cento giorni e la sua seconda caduta, il Vaticano cercò di organizzare il rimpatrio dei documenti. Il costo del trasporto a Roma era esorbitante - il Ministero dell’interno francese rifiutò di collaborare («Non siamo un ministero delle spese») - e il conte Giulio Ginnasi, delegato a risolvere la questione, fu costretto a prendere rapide decisioni. Aveva avuto l’incarico di concentrarsi sugli editti dottrinali, che dovevano tutti essere restituiti, altrimenti gli era stato detto di disfarsi del materiale nel modo che riteneva più opportuno.
Il conte decise di vendere il primo gruppo di processi alle rosticcerie parigine, perché servissero a incartare gli alimenti. Furono vendute centinaia di bolle appartenenti alla Dataria, un altro degli uffici pontifici, e quando le rimanenti giunsero a Roma vi furono grandi proteste perché si ritenne che fossero mancanti quelle veramente utili e necessarie. Il commissario pontificio si recò in fretta a Parigi, reclamò alcune bolle della Dataria, ma vendette altri 2600 volumi di processi dell’inquisizione come carta straccia, sebbene avesse la prontezza di farli prima in mille pezzi. Andò distrutto un totale di 4158 volumi, circa metà dell’archivio.
Settantasette volumi sono comparsi in seguito al Trinity College di Dublino, altri sono stati trovati a Bruxelles. Il resto - tutto rimescolato e in parte distrutto - venne riportato a Roma e lì rimase, a parte tre brevi occupazioni militari del palazzo durante l’Ottocento. Dal 1940 lavorano alla documentazione due Gesuiti e finalmente, nel 1998, è stata aperta agli studiosi una piccola sala del palazzo. Ha scritto Pietro Redondi, esperto di Galileo eccezionalmente ammesso alcuni anni prima che l’archivio fosse aperto al pubblico: «Questo palazzo, una stazione obbligata per chiunque voglia compiere un pellegrinaggio ideale sui luoghi della storia delle idee nell Europa moderna. Qui, dove piccoli e grandi delatori, piccoli e grandi inquisitori, piccoli e grandi imputati hanno scritto molti paragrafi noti e sconosciuti di quella storia difficile».

da Fullen OrderL'ordine cattolico decaduto, Newton & Compton editori, 2005

9.11.18

Una gioia sparita. Una poesia di Emily Dickinson


Riproporre a noi stessi
una gioia sparita -
dà un'esultanza simile a un delitto -
onnipotente - acuta -
Non vogliamo deporre il pugnale -
perché amiamo la ferita
che il pugnale commemora - lei
ci ricorda che siamo morti.

da Uno zero più ampio, Einaudi, 2013 – Traduzione di Silvia Bre

6.11.18

Marijuana legale in Canada. E poi? (Robertino - Umanità Nova)

Una bandiera propagandistica degli antiproibizionisti canadesi

Mercoledì 17 ottobre il Canada è diventato ufficialmente il secondo paese al mondo (dopo l’Uruguay nel 2013) dove è stato reso legale il commercio di cannabis “ad uso ricreativo”, come si dice in gergo giuridico. Nello stesso giorno in cui nel paese nordamericano venivano aperti centinaia di negozi assediati da lunghissime code di fumatori felici di poter finalmente praticare il loro hobby preferito alla luce del sole, il quotidiano francese “Le Monde” usciva con un lungo articolo che apriva chiedendosi “Il divieto della cannabis, che vede tutti d’accordo nel mondo da un secolo, sta per andare in fumo?”. Secondo le stime riportate nell’articolo, mettendo nel conto anche gli abitanti dei 10 stati Usa che hanno legalizzato la cannabis, ormai nel mondo ci sono circa 110 milioni di persone che vivono in luoghi dove la vendita e la produzione di cannabis sono legali. A cui peraltro, diciamo noi, andrebbero aggiunti anche 17 di milioni di cittadini dei Paesi Bassi dove la cannabis formalmente è fuorilegge, ma dove da oltre mezzo secolo, prima in alcuni club musicali poi a partire dagli anni ’70 nei diffusissimi coffee-shop, è possibile comprare e vendere ganja e hashish senza incorrere o quasi nei rigori della legge. Poi quasi quattro milioni di georgiani: all’inizio di agosto la Corte Costituzionale ha abolito quasi tutte le norme contro la marijuana che da sostanza proibita è diventata “elemento di sviluppo personale da non reprimere con la forza”, grazie alla mobilitazione dei gruppi antiproibizionisti che quest’estate hanno dato vita al Movimento del Rumore Bianco nato come reazione ad alcuni duri interventi della polizia a feste e concerti e che per protesta ha trasformato le strade della capitale Tbilisi in un ininterrotto rave e festival musicale, fronteggiando anche i reparti antisommossa grazie alla solidarietà degli abitanti. Anche in Sudafrica, in cui negli ultimi anni si è diffuso un forte movimento antiproibizionista, la Corte Costituzionale ha preso una decisione analoga e stanno già nascendo numerosi cannabis club. C’è poi la Spagna dove l’esperienza di “legalizzazione dal basso” dei Cannabis Social Club non smette di estendersi nonostante i vari stop and go imposti dalla magistratura. Nel Nepal con la fine della monarchia sono praticamente terminati anche gli interventi della polizia contro la marijuana (che, peraltro, da quelle parti cresce spontanea) che si può comprare liberamente nei “reggae bar” diffusissimi a Katmandu e nelle altre città. L’elenco è incompleto, anche perché non smette di allargarsi l’atlante mondiale dei movimenti antiproibizionisti, che dall’Africa all’Europa all’Asia (ci sono collettivi antiproibizionisti clandestini persino in Cina!) continuano a nascere perché vengono dalla rabbia contro le violenze e gli abusi della polizia permessi e giustificati dalle leggi antidroga che sono leggi contro le persone e le loro culture e le loro scelte
Difficile dire se veramente sia arrivato il momento della fine della War On Drugs che in tutto per decine e forse centinaia di milioni di persone in tutto il Pianeta ha significato morte, galera, mafie e gangs, licenziamenti, terapie coatte, internamenti forzati, persino bombardamenti dall’alto con la diossina (non solo in Sudamerica o nel Triangolo d’Oro, ma persino nel nord della California negli anni ’80 ai tempi di Reagan). Il Canada, certo, è uno dei paesi del G7 ed una potenza economica mondiale ed è possibile che abbia un peso su quello che potrebbe succedere in altri paesi il fatto che il premier Trudeau abbia deciso di mantenere almeno una delle promesse fatte in campagna elettorale (a differenza, ad esempio, del francese Macron che prometteva la depenalizzazione e che alla fine s’è inventato una multa da 300 euro non trattabili che a discrezione del giudice e dello sbirro potrà sostituire o “affiancare” la condanna penale fino ad un anno di prigione che rimane in vigore. O dei meschini 5 Stelle nostrani, gli ex paladini della legalizzazione che, pur di stare al governo, hanno dato a Salvini anche la direzione del Dipartimento Antidroga nell’improponibile persona del nazi-catto-leghista Ministro Fontana).
Il modello canadese di legalizzazione è improntato su quello degli stati Usa (ed in particolare del Colorado) e prevede un sistema di licenze per i produttori e per negozi specializzati che possono vendere soltanto cannabis o attrezzi per il consumo o la coltivazione. A differenza che negli Usa, in Canada “il consumo è permesso in qualsiasi posto in cui si possono fumare sigarette, eccetto per i veicoli a motore” (come ha detto la polizia di Toronto in uno di una serie di tweet che comprende anche quelli di non chiamare più la polizia per “un adulto che fuma un joint”, per “le piante coltivate dal tuo vicino” o ” per “odore d’erba proveniente dalle case intorno”).
In realtà, però, in Canada esiste una vera e propria selva di divieti di fumo di tabacco e il fumo è vietato non solo all’interno ma pure nelle immediate vicinanze (9 metri) dagli ingressi di bar e ristoranti, negozi, edifici pubblici, uffici e persino in alcuni parchi. Inoltre, possono richiedere il divieto di fumo sulle proprie proprietà istituzioni, proprietari di immobili, scuole, gestori di edifici pubblici e privati. Anche alcune Province hanno adottato diversi provvedimenti restrittivi soprattutto per limitare in consumo in pubblico e all’aperto. Le città di Edmonton e Calgary, nella provincia di Alberta, sono state le prime a designare aree specifiche per fumare cannabis nei parchi durante concerti, eventi o festival, ma questi regolamenti sembra che non potrebbero essere messo in atto perché il governo provinciale ha promulgato il divieto di fumo in pubblico in tutta l’Alberta.
Di fatto, come succede negli stati Usa che hanno legalizzato, il consumo di cannabis viene rilegato all’interno degli spazi privati ed è vietato anche all’interno degli stessi negozi che la vendono. Anche in Canada la legalizzazione avanza con una serie di restrizioni molto proibizioniste, come avviene dappertutto dove c’è stata qualche forma di legalizzazione, con le uniche eccezioni del Nepal e dell’Olanda dove nei Reggae Bar e nei coffee-shop ci si può andare non solo per comprare l’erba, ma anche per fumare, bere, sentire musica e stare in compagnia (e dove, però, non c’è stata alcuna forma di legalizzazione).
Come detto prima, in ogni caso è prematuro iniziare a dichiarare la fine della War On Drugs. Le cose potrebbero cambiare rapidamente, soprattutto negli Stati Uniti. La posizione dell’Amministrazione Trump – al cui interno ci sono esponenti ultraproibizionisti come il ministro della Giustizia Jeff Sessions e il potente vicepresidente Mike Pence – s’è rafforzata con la nomina alla corte suprema del reazionario giudice Brett Kavanagh (che offrirà una sicura sponda legale alle azioni che la Casa Bianca vorrà, ad esempio, intraprendere contro gli Stati che hanno legalizzato la cannabis) e si rafforzerà ulteriormente con il più che probabile trionfo dei trumpisti alle vicine elezioni “di midterm”. Se è vero che, come dicono molti analisti, dopo la vittoria alle elezioni di Midterm l’Amministrazione Trump passerà alla fase due, in cui alla guerra contro il nemico esterno (gli immigrati) si passerà alla guerra contro il nemico interno (gli americani dissidenti), uno dei terreni in cui si giocherà la battaglia sarà proprio il ritorno di fiamma del proibizionismo oltre che la limitazione o l’annullamento del diritto di aborto.
Intanto, proprio mercoledì 17 ottobre, nello stesso giorno in cui partiva la legalizzazione della marijuana in Canada, le Filippine a New York hanno ottenuto un nuovo mandato triennale nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, con un voto dell’Assemblea generale Onu che ha visto 165 delegati su 193 esprimersi a favore della nomina, nonostante la sanguinosa guerra del presidente Rodrigo Duterte “contro il narcotraffico” che ha provocato finora già oltre ventimila vittime assassinate dalla polizia e dagli squadroni e rivendicate da Duterte che, solo pochi giorni prima dell’assemblea Onu, ha dichiarato in un discorso in una base militare che quanti muovono critiche dall’estero alla guerra al narcotraffico intrapresa dal suo governo dovrebbero essere utilizzati come “bersagli umani” per i soldati.

Umanità Nova”, 20 ottobre 2018

Facciamo un gioco: ce lo chiede l’azienda (Irene Vajani)


Sommersa da feroci commenti sui social network per il goffo video girato nella filiale di Intesa SanPaolo di Castiglione delle Stiviere, la povera direttrice potrà forse trarre conforto dal sapere che migliaia di altri lavoratori di tutti i livelli – impiegati, dirigenti, agenti di vendita, informatori del farmaco, store manager, eccetera eccetera – sono coinvolti ogni giorno in attività simili.
Da anni ormai, non c’è evento aziendale che non contempli il famigerato team building, un’attività che originariamente doveva creare squadra, appunto, spirito di gruppo, ma ora spazia dall’engagement alla competitività, dalla “formazione esperienziale” al “problem solving” alla creatività.
Tutte le formule sono buone. Da un rapido giro tra le agenzie specializzate nell’organizzazione di eventi, sgorgano tipologie tra le più varie. Se le sessioni di fotografia e video, così come la caccia al tesoro e il karaoke, sono ormai un classico quasi banale, non mancano le esperienze di re-orienteering (sperduti nel bosco, trovare la strada per tornare alla base), il flash mob con canzone famosa riscritta su contenuti aziendali (definizione tecnica: “Lip Dub”); infilarsi in un dragone cinese col quale percorrere un tragitto pericoloso; tirare di scherma senza aver mai preso in mano una spada; costruire imbarcazioni con pezzi di cartone e plastica e remare fino a una boa, rischiando il naufragio dopo pochi metri; pedalare su cyclette per generare energia sufficiente a illuminare una scritta o gonfiare con la pompa un pallone enorme con il logo dell’azienda, oppure formare lo stesso logo indossando tutti magliette dello stesso colore e mettendosi in posizione, mentre un operatore fotografa la performance stando in cima a una gru.
E ancora. Preparare un finto telegiornale con conduttore e inviati che fanno finti servizi in diretta dalla sala accanto; guidare su circuiti automobilistici o correre in un percorso da rally tra dune e buche piene di fango; correre dietro a un pollo vestiti con abiti medioevali; trovarsi catapultati nel Rinascimento, e mettersi alla ricerca di un “manoscritto perduto”; fare indagini per trovare l’autore di un crimine o per ritrovare un collega rapito; partecipare a quizzoni ricalcati sui format televisivi, per non parlare della felpata “Operazione Gatto” organizzata per una forza vendita del settore petfood.

Modelle per un giorno
Nei settori del fashion – moda, accessori, cosmetica – o dei prodotti per la casa, dove il personale è al novantanove per cento femminile, le dipendenti sono spesso invitate a diventare “modelle per un giorno”, attraverso sfilate o servizi fotografici che le trasformano in ragazze-copertina, testimonial dirette dei prodotti che vendono.
Non si contano, poi, le popolazioni aziendali che si sono cimentate con strumenti musicali, tamburi, formazione di cori. Un mondo variegato, insomma, dove il costo di una progetto di team building può variare mediamente dai 5 mila ai 20-25 mila euro, a seconda della complessità e dei materiali richiesti.

Il testimonial
A volte, le aziende non hanno tempo, o spazio o soldi sufficienti per infilare nell’evento pure il team building. In quei casi, possono ricorrere al “testimonial esperienziale”: anziché mettere in gioco direttamente le persone, si fa intervenire qualcuno che funziona come esemplare vivente dei valori o dei messaggi di comunicazione che l’azienda intende trasmettere.
Anche qui, il campo è vastissimo. Praticamente tutti coloro che hanno superato oceani, montagne, deserti, o che hanno battuto record nelle più varie discipline, hanno un’attività parallela di partecipazione alle convention, con cachet che di solito non superano i 5 mila euro.
I più noti del panorama recente: Alex Bellini, specializzato in attraversamenti di oceani in barca a remi e di deserti a piedi; Max Calderan, anche lui deserti; Simone Moro, conquistatore di vette himalayane; Umberto Pelizzari, campione mondiale di immersione in apnea, tanto per fare alcuni esempi.
Il testimonial esperienziale è quello che racconta le sfide che ha affrontato, i limiti a cui si è spinto, e ciò che ha imparato: che ci vuole coraggio ma anche paura, che ognuno di noi ha risorse inesplorate, e quindi ce la potete fare anche voi (non a scalare una montagna, ma a far crescere il fatturato aziendale della percentuale indicata poco prima dal direttore vendite).
La categoria di esperti attualmente più gettonata è quella degli chef. Cuochi-filosofi, che uniscono alle performance di show-cooking una parlantina sciolta, il cosiddetto storytelling, adattabile ai temi della convention. L’obiettivo è dimostrare come l’execution (della ricetta) vada di pari passo con la creatività: si seguono delle regole, ma al tempo stesso si inventano nuove procedure.
Se poi il tuo lavoro è preparare un contratto di assicurazione, vendere dentifrici o illustrare il funzionamento di un farmaco, inventa pure la ricetta, ma solo la sera, quando torni a casa e il massimo che riesci a fare è sbucciare una banana e stappare una birra, prima di metterti sul divano a vedere in tv lo stesso chef del team building, che guadagna milioni di euro cucinando le uova.

Più convention per tutti
Il team building è solo uno degli ingredienti del più vasto universo delle convention aziendali, che spesso comprendono l’ingaggio di personaggi dello spettacolo, del giornalismo (soprattutto televisivo) e del cabaret per la conduzione degli interventi o per chiudere col sorriso impegnative sessioni di strategia aziendale.
Quasi tutti sono disponibili a condurre convention, con richieste economiche che la crisi ha un po’ compresso, rispetto a qualche anno fa. Per cachet inferiori ai 10 mila euro oggi si possono avere sul palco per esempio Serena Dandini, Nicola Porro, Sebastiano Barisoni, Fabio Caressa o Dario Vergassola. Ci vogliono invece oltre 20 mila euro per ingaggiare Enrico Mentana, Bruno Vespa, Ilaria D’Amico, Enrico Bertolino, Antonella Clerici, Giovanni Floris o Neri Marcoré.
Dopo il tramonto del programma Zelig, che forniva personaggi a getto continuo – il paesaggio dei comici si è ristretto e spiccano alcuni nomi molto costosi. Personaggi come Luciana Littizzetto o Maurizio Crozza hanno cachet che superano i 50 mila euro.
Ma il compenso top degli ultimi anni è stato quello di Checco Zalone, baciato dal successo cinematografico e ingaggiato tempo fa da una compagnia telefonica per ben 200 mila euro per un’oretta di spettacolo dopo cena. Grasse risate, soprattutto per lui.

Pagina 99, 20 ottobre 2017

5.11.18

Italia 1969: il ragazzo rapito a Viareggio. Il “caso Lavorini”

Ermanno Lavorini allo zoo

Tra i fattacci di cronaca nera del 1969 spicca sicuramente il rapimento di Ermanno Lavorini, che all'epoca non aveva compiuto 13 anni. Il ragazzo sparì il 31 gennaio a Viareggio. Fu ritrovato non lontano da lì, a Marina di Vecchiano, da un cane, sepolto nella sabbia, il 9 marzo successivo. L'importanza, anche storica, della vicenda è legata al fatto che per la prima volta si parlò pubblicamente di pedofilia. La stampa, anche quella illuminata (Mino Monicelli su “L'Espresso”, per esempio), accreditò l'ipotesi e collegò il delitto al giro degli incontri tra omosessuali che si svolgevano nella zona del ritrovamento. Le campagne di stampa fecero due vittime che nel viareggino godevano di un certo prestigio: un accusato morì suicida in carcere, dopo aver subito un tentativo di linciaggio, un altro morì di crepacuore. Le successivi indagini e i processi portarono a conclusioni del tutto diverse, con qualche risvolto inquietante.
Qui sotto troverete da “l'Unità” del 1 febbraio la prima cronaca del rapimento, pubblicata senza firma e una rievocazione complessiva molto più recente, del 2007, tratta dal periodico “Polizia e Democrazia”, fondato da Franco Fedeli e legato al sindacalismo progressista nella PS. (S.L.L.)


VIAREGGIO, 31 gennaio
Rapimento a Viareggio. Vittima ne è un ragazzo, Ermanno Lavorini di 13 anni, figlio di un ricco commerciante di tessuti. Il prezzo del riscatto preteso dai rapitori si aggirerebbe intorno ai 15 milioni. L’atto brigantesco sarebbe stato compiuto fra le 16 e le 18 di oggi, ora, quest’ultima, in cui gli autori del rapimento si sono fatti vivi con la sorella del ragazzo, per dirle di non preoccuparsi, di approntare la somma del riscatto e di non avvertire la polizia.
Pubblica sicurezza e carabinieri mantengono sul drammatico episodio uno stretto riserbo. Il commissario di PS a mezzanotte continuava a insistere sulla versione che Ermanno Lavorini non si trovava e rifiutava di confermare la esistenza di uria denuncia di rapimento. Purtuttavia alla medesima ora nel commissariato e nella tenenza dei carabinieri erano presenti solo i piantoni e qualche uomo del pronto intervento, mentre tutti gli altri, a cominciare dai funzionari e dagli ufficiali, erano impegnati nelle ricerche del ragazzo.
Ermanno Lavorini — secondo la denuncia presentata dal padre, Armando, alla polizia — è uscito di casa nel primo pomeriggio: indossava un paio di pantaloni marrone, un maglione bianco e un impermeabile dello stesso colore. Se ne è andato in bicicletta, per una passeggiata. Uscendo aveva promesso al padre che sarebbe tornato dopo un’ora; verso le 17 Ermanno non era però ancora rientrato, ed il padre s’è messo alla sua ricerca.
Alle ore 18 l'agghiacciante notizia: alla sorella del ragazzo, Marinella di 21 anni, che era nel negozio del padre in piazza Cavour a Viareggio, è giunta una telefonata. Una voce d’uomo, piuttosto fioca la ha detto: «Stasera il ragazzo rimane a cena da noi. Dica a suo padre di preparare 15 milioni. E non avvertire la Polizia».
Intuibile la reazione della giovane, che ha messo in al lamie la famiglia. E il padre non ha esitato a denunciare il rapimento al commissariato di P.S., che ha avviato immediate indagini che, come dicevamo. a tarda notte non avevano portato ad alcun risultato.

Caso Lavorini. Gli investigatori nel luogo del ritrovamento
Cronaca di un delitto. 
I ragazzi terribili di Viareggio (Ettore Gerardi)

Nella città versiliana viene ucciso un tredicenne, 
Ermanno Lavorini.
Un gruppo di ragazzi è incriminato per quel delitto
che costò la vita anche a due innocenti
coinvolti ingiustamente nelle indagini

Viareggio. È venerdì 31 gennaio 1969. Un ragazzino di tredici anni, Ermanno Lavorini, esce di casa e inforca la sua bicicletta. Alle 16 di quello stesso pomeriggio Ermanno non è ancora rientrato; aveva assicurato la mamma che sarebbe tornato presto per fare i compiti. Alle 17.40 il telefono nel negozio della famiglia Lavorini (abbigliamento e confezioni) squilla; risponde la sorella di Ermanno. Un urlo: al telefono s’è fatto vivo il rapitore del fratellino. Vuole quindici milioni di riscatto.
Per tre lunghissimi mesi non si sa più nulla nè dei rapitori, nè tanto meno di Ermanno. Da Roma, il Viminale ha inviato alti funzionari di Polizia per far luce su quello che è diventato un caso nazionale. Ma anche questi si trovano impigliati in una ragnatela di voci, di mitomani, di maniaci, di profittatori.
Lo scoglio su cui si infrangono le indagini è la famosa telefonata del 31 gennaio, giorno della scomparsa di Ermanno, con la quale i presunti rapitori chiedevano il riscatto. Quella telefonata teneva inchiodati gli investigatori sulla ipotesi di “rapimento a scopo di riscatto”. Un delitto da adulti, da esperti professionisti. Ipotesi che era un passaggio obbligato ma che non approdava ad alcun risultato.
Poi la scoperta del corpo di Ermanno, sepolto sulla spiaggia di Marina di Vecchiano, che porta solo ad una ovvia certezza: il ragazzo rapito era stato ucciso probabilmente subito dopo il rapimento.
A quel punto le indagini, senza più timore di nuocere alla piccola vittima, prendono una diversa strada. E si riesce finalmente a trovare il bandolo della matassa, giungendo fino all’autore materiale dell’omicidio, Marco Baldisseri, ad Andrea Benedetti, testimone chiave, e ad un gruppo di “ragazzi terribili”.
Già, i ragazzi terribili; un gruppo (un “branco” si direbbe oggi) dai dodici ai sedici anni, dediti al vizio, al gioco e al furto. Astuti, intelligenti, bugiardi fino all’inverosimile, spregiudicati, legati da una sorta di codice d’onore al quale si attengono con fermezza.
Rubano di tutto: borsette, biciclette, scooter; si passano le ragazzette disponibili che incontrano. Sono quasi sempre in strada, pronti ad afferrare l’occasione propizia per arraffare qualcosa, dividersela. Giocano a flipper, ma anche a poker. Qualcuno di loro frequenta la scuola (con scarso profitto), altri si adattano a fare qualche lavoretto.
In questo squallido scenario di ragazzi di vita si è consumato il delitto di Ermanno Lavorini, conservato in segreto per tre mesi, nonostante l’accanimento nelle indagini di Polizia e Carabinieri.
Di certo, come accennato, c’è un solo fatto: l’autore (reo confesso) Marco Baldisseri e il testimone Benedetti. E il resto? Chi ha fatto la telefonata per chiedere il riscatto? A chi è venuta l’idea? Chi ha seppellito il corpo di Ermanno?
Ad un certo punto si scatenò una campagna di stampa, tendente a far apparire il delitto Lavorini come “maturato nel torbido mondo degli omosessuali” (come taluni giornali amavano scrivere). La Polizia iniziò un’azione di controllo sugli omosessuali della zona convocando in caserma quelli noti: era prassi schedare e tenere pronti gli elenchi degli “invertiti”. “Ce ne sono di giovanissimi, di anziani. Circa una cinquantina”, recita un libretto diffuso in quei mesi.
Ma torniamo ai protagonisti della vicenda. E’ chiaro che dopo l’uccisione del piccolo Ermanno è sopravvenuto un disegno astuto, perfettamente organizzato e realizzato. Opera anche questa dei ragazzi, oppure - dopo il delitto - si è inserita l’esperienza di un adulto? Baldisseri, intanto, dopo essersi accusato del delitto, rigetta il secondo atto della tragedia (il seppellimento del corpo) su tale Adolfo Meciani e poi, successivamente, su Dino Vanni. Anche Benedetti chiama in causa Meciani.
Chi è Adolfo Meciani, l’uomo accusato dai due ragazzi terribili di aver fatto la telefonata alla famiglia Lavorini e di aver seppellito il corpo della vittima? E perché si sarebbe lasciato invischiare in questa vicenda, a quale scopo, con quale obiettivo? L’uomo è un quarantenne, alto, elegante. Appartiene a quella schiera di viareggini che, d’inverno, si godono i “frutti” dell’estate versiliana; è proprietario di uno stabilimento balneare e di un negozio. Ha sposato una venticinquenne, ha avuto una bambina. Ha fama di impenitente don giovanni. Ma si dice che recentemente i suoi gusti sono... cambiati e, per questo, si sarebbe deciso ad aiutare Baldisseri che lo avrebbe ricattato per i loro passati rapporti.
Il Meciani viene arrestato ma nel mese di maggio si uccide nel carcere. Nemmeno il processo riuscirà a stabilire se il gesto di Meciani è il gesto di un colpevole colto da rimorso o quello di un innocente che non ha più la forza di combattere.
A Viareggio l’opinione pubblica è convinta della sua innocenza anche se, nei giorni precedenti, tutti lo consideravano colpevole e lo avrebbero volentieri linciato per aver gettato una cattiva fama sulla città versiliana, tanto da far soffrire il bilancio turistico della zona. E non c’entrava neanche un altro personaggio coinvolto nelle indagini, Giuseppe Zacconi (figlio del grande attore Ermete) anche lui morto di crepacuore per essere stato citato innocente in questa vicenda.
Il processo inizia nel 1975; Baldisseri e Della Latta vengono condannati, rispettivamente, a 19 e 15 anni; Vangioni è assolto per insufficienza di prove. In appello Della Latta prende 11 anni, Baldisseri e Vangioni 9. La sentenza è confermata in Cassazione nel 1977.
Pier Paolo Pasolini scrisse un “diario del caso Lavorini” nel quale se la prende con tutti i personaggi che hanno avuto voce in capitolo nel “montare” la caccia alle streghe: ironizza sui giornalisti famelici, sui Carabinieri burocrati, sui viareggini bacchettoni, ma accusa anche i giovani della sinistra contestatrice per la loro assenza. Infatti scrive: “Per es., gli studenti di nessun movimento sono intervenuti in questo caso: l’hanno allontanato da loro, considerato impopolare e indegno?”
E a proposito del comportamento professionale dei giornalisti (e degli inquirenti) Pasolini non si limita all’ironia, ma passa all’attacco: “Ma in cosa differisce l’atteggiamento di Marco Baldisseri dai compagni verso gli omosessuali dall’atteggiameno dei giornalisti di tutti i giornali italiani e di tutti gli inquirenti? Non differisce sostanzialmente in nulla. Nel lanciare le loro accuse Marco Baldisseri e gli altri si sentono sostenuti dall’opinione pubblica, sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica”. Opinione pubblica - in tal senso - rappresentata ugualmente dai cronisti. Poi se la prende ancor più con la corruzzione indotta dalla “cattiva maestra” televisione, colpevole di rappresentare un modello di vita falso e anestetizzato del sesso. “Niente di più volgare - scrive - che offre lo specchio di una società dove essere diversi è peccato, è orrore”.

“Polizia e denocrazia”, Novembre-Dicembre/2007

La poesia del lunedì. Paul Éluard (1895-1952)



Noi due
Noi due tenendoci per mano
Ci crediamo dovunque a casa nostra
Sotto l’albero dolce sotto il cielo nero
Sotto ogni tetto nell’intimità
Nella strada vuota in pieno sole
Negli occhi vaghi della folla
Accanto a saggi e a folli
Tra i fanciulli e gli adulti
L’amore non è fatto di misteri
Noi siamo l’evidenza stessa
Credono d’essere a casa nostra
Tutti gli innamorati.

Da Ultime poesie d'amore, Passigli 1996, Traduzione di Vincenzo Accame

Capri. Qui riposa l'etologo che parlò alle zecche (Giorgio Vallortigara)

Jakob von Uexküll (1864 - 1944)
Proseguendo dalla Piazzetta lungo via Roma, tenendo poi la destra alla rotonda, verso la strada provinciale che conduce a Marina Grande, in dieci minuti scarsi si arriva ai due cimiteri, contigui ma distinti, Cattolico e Acattolico. Il secondo sta più in basso, l'ingresso è segnato da un bell'arco, tutto è quieto e ombreggiato. Le due tombe sono vicine, ma la lapide di Jakob è in frantumi; sono in corso lavori di restauro. La lapide di Gudrun, invece, è integra, con i versi da L'esperienza della morte di Rilke, che nel periodo trascorso dal poeta a Capri era stato ospite di Alice Faendrich, la zia di Gudrun, a Villa Discopoli: «Nulla sappiamo di questo svanire che non accade a noi...».
Per gli etologi, ma anche per i lettori curiosi di belle storie di scienza, Jakob von Uexküll è lo studioso che ha descritto il comportamento della zecca e il suo Umwelt, il mondo percettivo nel quale l'organismo agisce e opera come un soggetto. L'aracnide, racconta von Uexküll, può restare in attesa sopra un arbusto per tempi anche lunghissimi, ignaro del passaggio del tempo e di tutto quello che gli sta attorno, solo una singola e specialissima fonte di stimolazione lo può scuotere, l'odore di acido butirrico emesso dalla pelle di un mammifero. Quando lo percepisce, la zecca si lascia cadere sul potenziale ospite, il cui calore la induce poi ad infiggervi il suo rostro per suggerne il sangue, fino a quando, satolla, si lascerà cadere sul terreno per deporre le uova (nel caso improbabile che vi fosse caro il benessere delle zecche, considerate con attenzione la pratica di raccogliere sassi nel bosco, per poi farli cadere a terra odorosi del vostro acido butirrico e un po' tiepidi del vostro calore).
L'Umwelt secondo von Uexküll è costituito da stimoli significativi per la sopravvivenza, marche percettive che sono le sole cose d'interesse per l'organismo (J. von Uexküll, Ambienti animali e ambienti umani, Quodlibet, Macerata, 2013). Rifletto sull'Umwelt della zecca mentre osservo la mia compagna scuotere i suoi capelli, seguo il movimento della mano che toglie un po' di terriccio dalla lapide per poterne leggerne l'iscrizione, e il suono della voce che m'interroga, in tonalità si-bemolle. Quanta ricchezza, nel mio Umwelt, e cosa ti perdi povero animaletto, confinato alla sola esperienza del sentore di acido butirrico!
Il barone estone Jakob von Uexküll (1864-1944) era un uomo abbiente, così da poter condurre fino ai cinquant'anni una vita da studioso senza doversi preoccupare di ottenere una cattedra universitaria. Quando, poi, con la Rivoluzione d'Ottobre si trova a perdere l'intera sua sostanza, il destino gli ha già fatto incontrare a Napoli, durante un soggiorno alla Stazione Zoologica Anton Dohrn, una giovane aristocratica tedesca, Gudrun von Schwerin, che diventerà sua moglie e la sua compagna di vita intellettuale. Gudrun continuerà a risiedere a Villa Discopoli a Capri per molti anni dopo la scomparsa di Jakob, e sarà un personaggio di riferimento per la ricca comunità di viaggiatori dello spirito - poeti, artisti, scrittori e studiosi - che hanno scelto l'isola azzurra come patria elettiva.
È su insistenza del medico di famiglia che i due hanno lasciato la gelida Amburgo, dove von Uexküll aveva alla fine trovato una cattedra, e gli allarmi notturni che, racconta Gudrun, non giovavano alla salute del marito cardiopatico, per trasferirsi a Capri, nel 1940. In realtà c'è probabilmente più di questo. La ragione del cambiamento di residenza è anche connessa ai motivi per cui il teorico dell'Umwelt ancora oggi non è riconosciuto dai più come il vero padre fondatore dell'etologia, e probabilmente va ascritta all'atteggiamento di Konrad Lorenz, che dopo un periodo in cui elogiò assai il lavoro di von Uexküll, accreditandolo come fondativo delle sue stesse ricerche, assieme a quello di scienziati come lo zoologo Oskar Heinroth e lo studioso del comportamento Douglas Spalding, iniziò ad attaccarlo in maniera feroce, accusandolo di vitalismo (l'idea che gli organismi siano irriducibili ai componenti elementari che obbediscono alle leggi chimiche e fisiche, e che serva un principio teleologico per spiegarne le proprietà). Von Uexküll ne fu molto amareggiato, anche perché un atteggiamento di sottovalutazione delle sue ricerche fu assunto da altri studiosi dell'epoca legati a Lorenz, come il fisiologo Eric von Holst, probabilmente preoccupati di essere tacciati dello stesso peccato. La politica, forse, ebbe anch'essa un ruolo, considerate le simpatie di Lorenz per il nazismo. Von Uexküll, invece, non aveva fatto mistero della sua repulsione per il regime hitleriano, specialmente dopo l'invasione della Polonia.
Lorenz aveva ragione però a supporre che von Uexküll fosse convinto dell'esistenza di un'armonia prestabilita tra gli animali e i loro ambienti. L'iscrizione sulla sua lapide è di incerta origine, a quanto mi dice Carlo Brentari, tra i maggiori esperti del pensiero di von Uexküll: «Potrebbe essere di Uexküll per via di quell'accenno alla natura che segue il suo piano; ma potrebbe essere stato anche uno dei figli a scriverla, [visto] che conoscevano bene la sua visione della natura». Carlo l'ha gentilmente tradotta per me dalla fotografia che ne abbiamo fatto:
Beato colui che ha visto maturare il frutto della vita
egli cammina in pace in quella sera
che un benevolo destino gli ha concesso.
Sotto il quieto intrico dei rami,
nello scambio di voci tra gli uccelli,
egli ha trovato l'unità di quel divario,
di quel continuo dare e prendere che la natura,
seguendo un suo piano,
avendo seminato nella sua esistenza con mano decisa.
La zecca di von Uexküll e l'idea del piano della natura conducono a due tematiche che sono al cuore della scienza moderna. La prima, ovviamente, è che non ha alcun senso considerare con condiscendenza, come ho fatto io nelle righe sopra, l'apparente pochezza del mondo esperienziale della zecca (riecheggiando l'idea di Heidegger che l'animale sarebbe «povero di mondo»): il nostro mondo fenomenico è parimenti circoscritto, in modi che non ci è dato di conoscere direttamente, ma che certo sono palesi ad altre creature (cosa potrebbe pensare un'ape della nostra penosa impossibilità ad accedere all'abbagliante fulgore dei colori ultravioletti dei petali di fiori?). La seconda, più interessante, ha a che fare per l'appunto con l'armonia tra organismi e ambienti. Oggi, con Darwin, noi non crediamo che di armonia prestabilita si tratti, bensì del risultato dei processi dell'adattamento biologico. Di qui, però, il passo è breve a ritenere che i nostri sistemi percettivi ci dicano in modo veritiero, seppure non in forma completa, come il mondo sia. A voler essere darwiniani fino in fondo, però, non c'è ragione per crederlo. Per sopravvivere e riprodursi non c'è bisogno di sapere come il mondo sia davvero, basta che le regole che guidano i comportamenti funzioni bene.
La vasta raccolta di stimoli scatenanti e superstimoli accumulata negli anni dagli etologi costituisce la prova incontrovertibile che gli animali non percepiscono le cose quali esse sono. Le mamme dei piccoli gabbiani non sono matite dalla punta fatta a strisce bianche e rosse, tuttavia, come ha mostrato l'etologo Niko Timbergen, sono le matite dalla punta fatta a strisce bianche e rosse che scatenano al meglio la beccata dei piccoli di gabbiano. C'è chi ha condotto l'interpretazione di queste osservazioni alle sue estreme conseguenze.
Lo scienziato cognitivo Donald Hoffman, ad esempio, sostiene che le nostre percezioni sono come interfacce specie-specifiche a uso dell'utente che dirigono il comportamento per la sopravvivenza e la riproduzione, non per la ricerca della verità (www.quantamagazine.org/the-evolutionary-argument-against-reality-20161421/). Impiegando algoritmi genetici, Hoffman ha mostrato che creature dedite alla ricerca della mera fitness biologica se la cavano molto meglio di quelle impegnate nella ricerca della verità.
Certo, pare improbabile che rappresentazioni più accurate della realtà non debbano essere adattive. L'analogia di Hoffman coglie però nel segno se si pensa a quello che un'interfaccia nasconde all'utente: non abbiamo bisogno di sapere come i nostri neuroni riconoscano un serpente per reagire velocemente alla vista del serpente. Come quando operiamo sul desktop del nostro computer, ci basta dirigere il mouse sull'icona, i cui segni distintivi, il colore e la forma, gli equivalenti delle marche percettive di von Uexküll, non sono le proprietà del file. Il nostro Umwelt, insomma, sarebbe come l'interfaccia grafica dell'utente dei computer.
Mentre stiamo passeggiando nel giardino di Villa San Michele, ad Anacapri, dove, racconta Gudrun, Alex Munthel invitò Jakob a risiedere nella foresteria durante i mesi estivi per fuggire alla calca dei turisti, ci sorprende il pensiero che le fragranze che odoriamo, forse memorie alchemiche di Garofilum silvestre caprese, o il blu acceso del dorso della lucertola azzurra, Podarcis sicula coerulea (E. Cerio, La lucertola blu, Capri, Edizioni La Conchiglia, 2009), che abita il faraglione di Fuori, lo Scopolo, potrebbero essere una sola trionfante, ma non vana, allucinazione.

«Domenica - Il Sole 24 Ore», 26 agosto 2018

Limite. L'ultima poesia di Sylvia Plath

Sylvia Plath (1932 - 1963)

La donna ora è perfetta.
Il suo corpo

morto indossa il sorriso della compiutezza,
...l'illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s'irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d'osso,
non ha motivo di essere triste.

È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.

Dal sito di Paolo Gironi

Calcio e poesia. Io preferisco Rivera (Luciano Bianciardi)


Corso e Mazzola non mi sono antipatici. Ma mancano di ritmo. 
Lei deve sapere che il ritmo è dovunque la regola d’oro per fare le cose bene. Ritmo nella musica, naturalmente, nella poesia, nel racconto, nel romanzo, ma anche nell’apostolato e finalmente nel gioco del calcio. 
Ebbene, Mazzola si ritmava, nel gioco, sugli ottonari, mentre Corso induce ai dodecasillabi. Io preferisco Rivera che ha l’endecasillabo facile e l’endecasillabo è il principe dei versi.

“Guerin meschino”, 4 gennaio 1971 – ora in Il fuorigioco mi sta antipatico, Stampa Alternativa, 2006

4.11.18

Da Alberto Rabagliati a Gorni Kramer. Swing all'italiana, il ritmo sospeso (Marco Ranaldi)

Pippo Barzizza, Alberto Rabagliati, Tito Petralia

Italia, anni Trenta: fra Chitarra alpina e Giovinezza, fra le onde radio della giovanissima Eiar s’iniziano a sentire suoni diversi, più sincopati; l’America di Glenn Miller e di Duke Ellington sbarca molto prima che le truppe Usa arrivino ad Anzio: questo però è uno sbarco pacifico, quello dello swing. Il movimento ondulante che è parente stretto del rock’n’roll, arriva, come narrano le vicende avventurose dei musicisti italiani di quel periodo, tramite i padelloni, ossia i V disc. Grazie ai supporti in vinile (anzi acetato) del popolo musicale degli Usa e a un forte mercato che non tiene conto solo dell’opera lirica italiana; i fortunati che riuscivano ad ascoltare questi dischi, potevano innamorarsi di un tipo di musica molto diversa da quella che si sentiva in Italia e che il regime imponeva d’ascoltare. La storia è lunga a questo punto, poiché il regime non capiva molto di musica, tant’è che lo stesso Mussolini (che possiamo vedere in alcune foto imbracciare un violino) era più che altro un dilettante delle sette note e non aveva competenze specifiche, così come la maggior parte dei suoi gerarchi e del gruppo degli intellettuali di cui s’attorniava nella corte romana. Basti solo pensare che i compositori fascisti (che aderirono al partito e che furono attivisti) si ancorarono a Pietro Mascagni; già, l'autore di Cavalleria rusticana che ha sempre malamente condiviso i palcoscenici italiani con la bravura e la signorilità di Giacomo Puccini, compositore di gran lunga superiore, aveva la competenza di chi usciva dai conservatori dell’epoca e quindi proponeva una cultura classica della musica, figuriamoci quindi cosa potesse mai capire di jazz o di swing. Per uno melodico come lui potevano andare bene le canzoni del collega Ruccione.
Mario Ruccione è stato proprio il simbolo del pressappochismo fascista verso la musica; infatti fu lui l’autore di Faccetta nera (in realtà plagio della sigla che Gustavo Cacini, un attore romano sullo stile di Fregoli e Petrolini, aveva composto per i suoi show), ma anche della fiera del kitsch melodico, come Bianco Padre, Chitarratella, Vecchia Roma, Popolanella, Buongiorno tristezza. Silenziosamente però, s’insinua il lavoro di Pippo Barzizza, genovese classe 1902, anch’egli con solidi studi classici alle spalle. La sua prima creatura fu l’orchestra Blue Star che riuscì a ritagliarsi uno spazio molto importante nei locali da ballo di Genova. Infatti all’epoca, qualsiasi musica che non fosse classica, doveva servire per far ballare. Le città dove si ballava con grande ardore erano, oltre Genova, Torino, Milano, Napoli e Roma, ma un po’ dappertutto non si disdegnava di passare il tempo mangiando e ballando, dando vita così a quei circoli che saranno fondamentali per diffondere la rete «popolare» di Mussolini.
La grande passione per il ballo degli italiani era pari alla passione per la canzone che traeva spesso origini dalle romanze di Francesco Paolo Tosti. In questo ambito il lavoro di Barzizza fu molto importante, poiché quando nel 1936 entrò a lavorare come impiegato negli studi dell'Eiar, si trovò di fronte alla cultura del motivo popolare, quindi dovette partire dalla base ritmiche per far entrare nelle orecchie degli italiani la musica Usa; rimpolpò la sezione degli ottoni e usò gli archi con figurazioni sincopate o semplicemente con note lunghe a mo’ di pedale armonico, mentre la batteria e le percussioni avevano il ruolo più importante nel definire l’andamento sincopato, spesso sostenute dal pianoforte. Di fronte a questo nuovo modo di suonare, non pochi musicisti ebbero difficoltà, soprattutto quelli che provenivano dal mondo della canzone classica; per non parlare dei cantanti, alcuni dei quali si guardarono bene dall’aderire al nuovo linguaggio. Ovviamente lo swing imperversò nelle sale da ballo e spesso sostituì i valzer, le mazurche, i tanghi e anche i fox-trot. Con Barzizza si schierarono idealmente e professionalmente Alberto Rabagliati, Ernesto Bonino, Oscar Carboni, Silvana Fioresi, e con la creazione in radio dell’orchestra Cetra la musica cambia direzione.
Poi negli anni Trenta accadono eventi molto importanti. Nel 1935 Carlo Prato scova, in un locale di Torino, un trio di tre giovani olandesi oriunde italiane: Alexandria, Judith e Chatarina Leschan; Prato le prepara vocalmente mentre Barzizza ne intuisce le qualità e decide di affidargli alcune di quelle canzoni che poi diverranno i successi delle «italiani
Gorni Kramer
Lescano. E partono quindi nell’etere C’è un’orchestra sincopata, Ciribiribin, La gelosia non è più di moda, Le tristezze di san Luigi e l’arcinota Tulipan. Ma è grazie a un giovane jazzista, innamorato di Louis Armstrong e di Duke Ellington, che le Lescano «sfondano» assieme a Silvana Fioresi con Pippo non lo sa che tanto fece arrabbiare il vice duce Starace; ma Gorni Kramer, che ne fu l’autore, non fece una piega e con la sua fisarmonica iniziò a swingare senza sosta. A dare manforte a questa sorta di Carboneria della musica, ci pensò Louis Armstrong che arrivò proprio a Torino nell’anno delle Lescano: il ghiaccio era rotto. Dal canto suo il regime si guardò bene dal disturbare il successo dello swing, perché Romano Mussolini fu colpito dalla passione per il jazz e, da modesto pianista, «impose» al padre quel linguaggio che - come Topolino - finì per piacere anche al duce.
Concludiamo sottolineando che Pippo Barzizza rimane ancora oggi il maestro indiscusso di un’epoca e di un sound che nulla aveva da invidiare ai cugini statunitensi: d’altronde quello che riuscì a creare fu proprio una sonorità ricercata, dove si amalgamavano le espressioni degli strumenti con le voci fino ad arrivare a quella che sarà l’orchestra detta ritmico-sinfonica, proprio dall’intuizione di Barzizza.
L’era dello swing non è mai finita ma si può collocare sicuramente con la fine del secondo conflitto mondiale e con l’avvento della canzone melodica e la nascita di Sanremo (alla quale collaborò attivamente lo stesso Angelini). Il lavoro di Barzizza, anche se con strade e intenti diversi fu portato avanti da tanti jazzisti, primo fra tutti Kramer e poi Lelio Luttazzi fino all’ultima generazione che è quella di Gianni Ferrio e di Franco Cerri, ideali innovatori di un linguaggio che non smetterà mai di far battere il piede.

“alias – il manifesto”, 12 febbraio 2011

I conti con Togliatti (Alberto Asor Rosa, 1989)

Questo articolo è del 1989, scritto proprio alla vigilia della Bolognina, cioè della svolta che Occhetto impresse al Pci portandolo a trasformarsi in un partito democratico di sinistra. Quella svolta cancellava il progetto di “nuovo Pci” che – all'inizio dell'anno – in un congresso pieno di speranze era stato proposto ai militanti e ai sostenitori del partito. Ragionare di Togliatti e del togliattismo (come di Berlinguer) oggi può sembrare del tutto anacronistico, quasi ridicolo: in un tempo in cui sembra dissolta non solo l'identità comunista, ma anche quella di classe e l'ipotesi di un'organizzazione politica autonoma dei lavoratori è considerata una bizzarria. Intanto alla crisi sempre più evidente della democrazia rappresentativa non sembrano venire risposte che vadano nel senso di una maggiore diffusione del potere, di una maggiore libertà per tutte e tutti.
Ne sono convinto: questa regressione passerà e tornerà in politica la forza del lavoro, l'unica che mi pare in grado di battere l'autoritarismo distruttivo del capitale. Allora bisognerà riappropriarsi di Gramsci, di Togliatti e di Berlinguer, cioè del grande retaggio democratico del comunismo italiano. E senza le censure dell'odierno opportunismo, capace di esaltare la visione lungimirante dell'uno, l'abilità politica dell'altro, il rigore etico dell'altro ancora, riducendo a mero accidente il loro comunismo. In verità questa tradizione politica oramai esaurita ha avuto la capacità di fare dei più deboli, dei meno culturalmente attrezzati, perfino dei più esposti a tentazioni vandeane, una massa stabilmente organizzata di cittadini consapevoli, capace di cambiare gradualmente le cose verso il meglio. Necessariamente nuove saranno molte delle idee-guida, adeguate alle trasformazioni tecniche e produttive, quando un'altra generazione di lavoratori e di intellettuali riprenderà il filo di una liberazione interrotta. Intanto anche un articolo come questo di Asor Rosa può servire a fissare qualche distinzione, a impedire che tutto si frantumi e si perda nel frullato. (S.L.L.)

Io sono un comunista che non è mai stato togliattiano: o che, meglio, non ha fatto in tempo a diventarlo. Sono stato iscritto la prima volta al Pci fra il 1952 e il 1957: ammiravo molto Togliatti; ma non posso dire di aver subito in profondità il suo innegabile fascino intellettuale. Non ho fatto neanche in tempo a diventare un comunista stalinista: nel 1957 sono uscito dal Pci perché non riuscivo ad accettare che l' invasione sovietica dell' Ungheria rientrasse nel grande disegno della liberazione mondiale dei popoli oppressi. Togliatti mi appare oggi un personaggio lontano, quasi completamente estraneo alla mia cultura e formazione politica. Questo non significa che non ne veda il ruolo svolto nella storia italiana ed europea dell' ultimo quarantennio: e su quest'ultimo punto vorrei avanzare qualche considerazione. Qualunque sia oggi il giudizio sul nostro passato, non v' è dubbio, mi pare, che Palmiro Togliatti resti l'unico uomo politico comunista dell'Occidente capitalistico che sia riuscito a coniugare la prospettiva terzinternazionalista, e dunque l'adesione al quadro staliniano, con l'accettazione piena, e a mio giudizio incondizionata, della pratica della democrazia rappresentativa. Nel fatto che abbia tenuto insieme le due cose, consiste altrettanto indubbiamente la sua doppiezza. Ma la doppiezza fa parte ab imis delle qualità del grande politico: ed essa, nel caso nostro, ha funzionato da autentica virtù salvifica, se è vero, com'è vero, che ne è derivato che il movimento comunista sia stato in Italia un movimento di massa e non settario, prospettico ma concreto, con forti tensioni rivoluzionarie ma profondamente riformatore.
Tutti sanno ed è inutile tornarvi su questa sede quali strumenti, mezzi ed anche veri e propri espedienti egli abbia usato per raggiungere questo scopo: la strategia delle alleanze, le aperture verso i cattolici, la politica verso gli intellettuali, l'opzione culturale storicistico-marxista (con forti simpatie crociane), la pubblicazione delle opere di Antonio Gramsci in funzione antizdanoviana; accoppiando tutto questo con un senso preciso del carattere mondiale della rivoluzione socialista sotto il segno della solidarietà all'Unione Sovietica e dell'unità indefettibile e intoccabile, ideologicamente fondata, del Partito. Su ognuno di questi punti la discussione ovviamente è aperta (per taluni di noi, come ho detto, è aperta ormai da trent'anni) e il rifiuto può essere legittimamente assai netto. Ma sul lungo periodo io credo Togliatti verrà ricordato, più che per la sua adesione strategica allo stalinismo, per il capolavoro tattico, che gli ha consentito di edificare una struttura e una tradizione di partito comunista italiano dai caratteri tanto peculiari rispetto agli altri partiti fratelli europei da costituire un unicum piuttosto che un' anomalia. Alla fin fine, si tratta nelle grandi linee dello stesso partito comunista con cui ancora oggi gli altri partiti italiani ed europei fanno i conti: e la durezza dell'attacco portato al rapporto dei comunisti di oggi con la tradizione togliattiana dimostra quanto ancora questo nodo conti nella definizione di una nuova identità comunista.
Insomma: è vero, verissimo che spiegare non vuol dire giustificare: ma bisogna stare attenti che non giustificare non porti come conseguenza non spiegare (ed è quanto sta accadendo). Fare la storia in campo politico è difficilissimo (com'è noto): l'unica strada che comunque non si può imboccare è quella che piega il passato al nostro presente. Non dimentichiamoci che non c'è nulla di più staliniano di un uso strumentale dei personaggi e delle vicende della storia: e questo stalinismo del pensiero è riaffiorato qua e là nelle uscite polemiche di molti commentatori anche di liberalissime persuasioni. Insomma, si può fare della storia staliniana anche nei confronti degli stalinisti. Ora, poniamo che i comunisti italiani, facendo oggi i conti con il loro Togliatti, si trovino a sviluppare fino in fondo quella pratica della lotta democratica, che in lui si trovava avvolta, o meglio implicata, nella corteccia della strategia staliniana: le strade che si aprono sono due. O il disvelamento e il compimento della componente democratica della lezione togliattiana portano in prospettiva alla dissoluzione della stessa identità comunista; oppure l'avventurarsi fino in fondo sul terreno della democrazia, e una pratica radicale di essa, conducono alla scoperta di nuove frontiere del conflitto, ad una rinnovata, moderna critica della democrazia capitalistica, a concepire, elaborare e praticare nuove forme dell'opposizione e del governo, ad un allargamento dell'orizzonte stesso della democrazia, ad una profonda riforma della politica stessa e del sistema dei partiti, ad una nuova cultura politica antagonistica (libertà, diritti, espansione delle soggettività, qualità della vita, ecc.). Sono due prospettive egualmente rispettabili, ma si deve sapere che sono molto diverse. A me non par dubbio che il nuovo corso di Achille Occhetto abbia inteso spingere il Pci ad imboccare la seconda strada: quando l'ultimo Congresso indica come un obiettivo da raggiungere una nuova autonomia culturale comunista, non indica, mi pare, un obiettivo di dissoluzione ma di ri-costruzione, in un quadro non più soltanto italiano, ma europeo. Un modo concreto, e non verboso, di andare al di là dell'insegnamento togliattiano sarebbe, ad esempio, quello di rimettere le mani nella macchina Partito, restata, questa sì, sostanzialmente togliattiana (e per tanti versi, dunque, inadeguata, come spesso si vede, alla linea del nuovo corso).
Qui vorrei chiudere. Il giudizio su Togliatti non può essere dato oggi correttamente che in un quadro di relazioni e confronti europei. La dissoluzione della vecchia doppiezza comunista non si realizza in un contesto di certezze sostitutive, già bell'e pronte, che sia sufficiente abbracciare per potersi dire nuovi e di nuovo pronti per la lotta: la crisi del socialismo realizzato corre parallela alla crisi della sinistra progressista europea. In una situazione storica di lunga durata come questa, il tentativo togliattiano di sviluppare una certa forma e visione della democrazia non rappresenta l'ultima, singolare e, in questa chiave, incomprensibile appendice del socialismo dell'Est ma una delle tante, specifiche forme di concepire una strada di progresso e di liberazione nelle condizioni date di una certa porzione dell'Occidente capitalistico.
Se questo fosse vero, il rapporto critico (anzi criticissimo, come dicevo all'inizio, anche di superamento, certo, all'occorrenza) con la tradizione e l'eredità togliattiana non dovrebbe essere assunto prevalentemente nel senso di cogliere e rigettare il tratto genetico che la caratterizza, ossia lo stalinismo, operazione che ognuno oggi è capace di compiere, quanto di riprendere e sviluppare il suo tratto peculiare e inconfondibile, ossia il tentativo (datato nei contenuti e nelle forme, ma tutt'altro che disprezzabile concettualmente) di collegare un'opposizione di massa e di classe ad un processo di trasformazione e d'inveramento della democrazia. Questo potrebbe essere il contributo specifico dei comunisti italiani (post-togliattiani, senza bisogno d'essere anti-togliattiani) alla costruzione di una nuova sinistra europea.

“la Repubblica”, 2 settembre 1989

statistiche