18.8.19

Alinari ieri e domani. Un pezzo di patrimonio culturale in vendita: la memoria storica dell’arte italiana (Luigi Tomassini)


Da “l'Indice” di luglio 2019 riprendo e rilancio un articolo di Luigi Tomassini, che insegna storia della fotografia all’Università di Bologna ed è presidente onorario della Società italiana per lo studio della fotografia. Mi pare che con chiarezza e competenza metta in luce un problema di cui si parla troppo poco. Si riuscirà questa volta a non “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”? (S.L.L.)

Il laboratorio Alinari, a Firenze, nel primo Novecento


È ormai questione di settimane se non di giorni. Si sta avvicinando la data in cui Alinari Idea, la più antica ditta fotografica al mondo (Firenze, 1852), dovrà abbandonare il palazzo costruito dal fondatore, Leopoldo Alinari, 156 anni fa. Oltre a questa perdita, dolorosa non solo per il significato simbolico, ma anche perché il palazzo era a suo modo un monumento di “archeologia industriale”, c’è il problema rilevante del destino del patrimonio fotografico accumulato negli anni: un immenso archivio che comprende oltre cinque milioni di fotografie, senza considerare tutti i reperti storici e l’oggettistica, talvolta con pezzi unici nel genere. La proprietà ha già venduto il palazzo, a investitori privati, e ha dichiarato di essere disposta a vendere anche il complesso dei fondi fotografici posseduti (sotto vincolo della Soprintendenza archivistica dalla fine del 2018) preferibilmente a un ente pubblico. La Regione Toscana, interpellata in proposito, nella persona del Presidente Enrico Rossi ha dichiarato un suo interesse; ma essendo al momento la trattativa ancora agli inizi, e il palazzo dovendo essere liberato, i fondi fotografici saranno portati “temporaneamente” in un deposito nei pressi di Firenze.
Generalmente vista con favore, perché rassicurante rispetto ai rischi di dispersione o di inaccessibilità del patrimonio, questa soluzione è però contestata da alcuni, che vedrebbero come più appropriato un acquisto da parte dello Stato, per destinarlo alla Biblioteca Nazionale di Firenze, paragonandone il valore a quello di una grande raccolta di incunaboli o di cinquecentine, e osservando che le competenze istituzionali relative alla conservazione e tutela sarebbero propriamente dello Stato, mentre la Regione potrebbe più utilmente impiegare le sue risorse in altri settori più congrui con le sue responsabilità amministrative, come ad esempio la Sanità. La situazione è quindi ancora molto aperta, e l’emergere di posizioni di questo genere, in cui le questioni di carattere istituzionale e amministrativo sembrano divenire prevalenti, rende necessario tentare di riportare la questione soprattutto nell’orbita del dibattito culturale.
Cercheremo quindi di evidenziare alcuni punti, molto schematicamente. Il primo è il “valore” degli Archivi Alinari oggi. La prima cosa da considerare, rettificando in parte il tono prevalente nei titoli sulla stampa e sui media, è che la crisi attuale è forse la più grave nella storia degli Alinari, ma non ha finora portato al fallimento o alla chiusura della ditta stessa, né alla dispersione del patrimonio. Ha però portato a una ipotesi di vendita del patrimonio fotografico, e anche a una sua valutazione in termini monetari (10-12 milioni di euro), come base di partenza condivisibile per le parti interessate. A parte che già questa è una operazione abbastanza straordinaria per rilevanza, a livello mondiale, da renderla un caso eccezionale e meritevole di una attenta riflessione anche per le sue implicazioni culturali, c’è il fatto che la attuale proprietà intenderebbe però vendere non la ditta, e neppure il patrimonio fotografico nella sua assoluta integrità, ma il patrimonio fotografico “materiale” conservato finora presso la sede storica di Largo Alinari, riservandosi i diritti di commercializzazione e vendita delle circa 250.000 immagini fotografiche digitalizzate (sui circa 5 milioni totali) nel corso dei decenni precedenti.
Un altro punto importante è la stratificazione storica degli Archivi. A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che gli Archivi Alinari sono una realtà storicamente stratificata e composita. Gli Alinari, assieme all’altra ditta fiorentina, Brogi, e alla romana Anderson, con cui strinsero un “trust” nel 1904, fotografarono sistematicamente il patrimonio artistico, paesaggistico, monumentale del nostro paese. Lo fecero consapevolmente, rivendicando un loro ruolo “politico” nella diffusione dell’immagine della cultura e dell’arte italiana all’estero. Per circa un secolo, dagli anni cinquanta dell’Ottocento fino al secondo dopoguerra, tutti gli istituti scolastici e universitari, le fototeche, gli studiosi, le persone colte o i semplici studenti che volevano studiare la storia dell’arte, in tutto il mondo, fecero ricorso alle loro fotografie per conoscere (secondo lo “stile” Alinari) l’arte classica e rinascimentale italiana. Questo modello culturale-imprenditoriale sopravvisse alla prima crisi economica della ditta, durante la prima guerra mondiale, ad una più lieve, dopo la crisi del 1929, e a una terza, nel 1957. Nel primo caso Alinari passò a una cordata di aristocratici toscani, guidata dal barone Ricasoli; nel secondo caso si ebbe una iniezione di capitali da parte dell’Iri; nel terzo caso un nuovo passaggio di proprietà, al senatore Vittorio Cini, che portò all’acquisto di una serie di archivi di altri fotografi editori italiani, in particolare di Brogi e Anderson. Il modello cambierà invece nella successiva crisi a metà degli anni settanta. In quella occasione la proprietà passa alla famiglia Zevi, milanese.
Il mercato ormai cerca le riproduzioni a colori e l’archivio delle lastre in bianco e nero perde valore; ma Filippo Zevi, assieme all’assessore del Comune di Firenze Franco Camarlinghi, nel clima di rinnovamento politico culturale seguito alle elezioni amministrative del 1976, promuove la grande mostra del 1977 a Forte Belvedere che ha un eccezionale successo (600.000 visitatori paganti e oltre 100.000 copie dell’importante catalogo vendute). Questo evento segna un cambiamento nel gusto comune verso la fotografia d’epoca, a sancire una straordinaria diffusione, e un cambiamento netto di strategia della ditta, che valorizza il suo archivio in funzione storica, memoriale e documentativa. Dopo il primo momento di euforico e straordinario successo subentra una nuova crisi, che per la prima volta porta alla vendita di una parte dello storico palazzo, e poi alla acquisizione da parte della famiglia De Polo di Trieste (1982). Il commendator de Polo cambia nuovamente il modello culturale-imprenditoriale, inaugurando una nuova strategia, analoga a quella pressappoco contemporanea di Corbis e Getty negli Stati Uniti: acquista sistematicamente fondi fotografici in Italia, ma anche moltissimo in Europa e in altri paesi, e gradatamente provvede a digitalizzarli, rivendendo poi l’uso delle copie digitali per mostre e pubblicazioni. Crea anche un Museo Nazionale Alinari della Fotografia (2006), e organizza una serie molto ampia, regolare e importante di esposizioni, sia sui propri materiali (ormai più di 5 milioni), sia su quelli in concessione e gestione, che nel 2008 valuta attorno ai 40 milioni di fotografie complessive (per avere un termine di paragone, alla stessa data Corbis, azienda del proprietario di Microsoft, ne dichiarava 90 milioni).
Il patrimonio di cui si sta trattando ora la vendita è questo, fra pubblico e privato, fra istituti centrali e territoriali, fra originale e digitale ed è evidente che pone problemi complessi.
Sul piano tecnico innanzitutto. Il fondo di lastre negative in vetro ottocentesche è unico, è la memoria storica dell’arte italiana, ma è anche delicato, come del resto la straordinaria raccolta di dagherrotipi; altre parti, come la collezione di album, anch’essa unica al mondo per valore e varietà delle tipologie, impongono soluzioni tecniche particolari caso per caso.
Sul piano amministrativo le scelte che a breve si devono compiere sembrano brutalmente semplici (si tratta di decidere prezzo di vendita, chi acquista e cosa acquista fra patrimonio materiale e digitale). Questa apparente semplicità lascia però in ombra la retrostante complessità e favorisce quella serie di approssimazioni, anche se rispondenti a un rudimentale senso comune, che sono circolate sulla stampa. Una riflessione sul senso di questa crisi, che non è una crisi solo degli Alinari, ma di un modello più generale (la stessa Corbis è stata recentemente venduta alla Visual China Group) è quindi necessaria, non solo per fornire elementi di conoscenza e di giudizio a chi dovrà poi gestire il domani degli Archivi Alinari, ma anche più in generale.
La Società Italiana per lo Studio della Fotografia (Sisf), composta da studiosi, fotografi, docenti universitari, curatori, conservatori, giornalisti, e altre figure del mondo della fotografia, ha espresso alla Regione Toscana un forte apprezzamento per la prospettiva di una acquisizione pubblica del patrimonio in grado di tutelarlo senza disperderlo e di garantirne l’accesso, ma anche una certa preoccupazione per il domani degli archivi Alinari.
La preoccupazione non riguarda le capacità e le qualità dei prossimi gestori, ma il fatto che il modello migliore da realizzare (nel nuovo assetto, sperabilmente collegato, di conservazione e valorizzazione) non è facile da individuare, proprio per l’eccezionalità del patrimonio. La Sisf sta organizzando un momento di confronto e riflessione pubblica per l’autunno. I temi in discussione, ora evidenziati dalla vicenda Alinari, sono in realtà ben presenti nel mondo della fotografia: il rapporto pubblico – privato rispetto al valore, in trasformazione, del patrimonio; le relazioni, sul piano tecnico, ma anche economico e giuridico, fra gli archivi di originali e i repository digitali; il rapporto fra istituti centrali e realtà territoriali, e fra patrimonio storico e attività culturali correnti; la necessità di avvalersi di personale competente e specializzato in relazione alle specificità dei materiali; il ruolo di questo tipo di patrimonio in relazione alla ricerca e alla didattica, universitaria e non, nonché alle nuove pratiche “public”, a cominciare dalla “public history”; e infine una riflessione sul ruolo a livello internazionale della fotografia italiana.
Su tutto ciò, riteniamo sia importante cercare l’apporto di idee e di contributi di tutti, senza preclusioni né partiti presi, per l’obiettivo di disegnare un domani adeguato a quello che appare sempre più, proprio ora che è in crisi, un “pezzo” fondamentale del nostro patrimonio culturale, che ha a lungo rappresentato all’estero la memoria visuale del patrimonio storico-artistico, architettonico, paesaggistico e demo-antropologico nazionale.

Madame Centaure. Una poesia di Daria Menicanti

Ritratto della poetessa, da giovane

Mansueta e pigra come lo è ogni femmina
se non ha liti in corso, Madame
Centaure per la piazza deserta
procede al trotto. Posa sul selciato
delicata gli zoccoli, lucendo
solleva impudica la coda di seta.
Sotto il sole d’agosto la città
per pochi superstiti improvvisa
tali eleganze, tali allucinazioni

Ferragosto, Lunarionuovo 1986, ora in Il concerto del grillo, Mimesis 2013)

17.8.19

Il dio selvaggio. Nel laboratorio paranoico della poesia: un ritratto di Alda Merini (Benedetta Centovalli)


“Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta”, ecco la poesia di Alda Merini (Milano 1931-2009), con la quale abbiamo cominciato a fare i conti. Difficile orientarsi nella sua opera che dagli anni novanta si è arricchita di decine di pubblicazioni, edizioni fuori commercio, varianti e inediti destinati ad amici o semplici conoscenti. Nel 2010 è uscito per Mondadori un volume di più di mille pagine dal titolo Il suono dell’ombra, a cura di Ambrogio Borsani, che raccoglie le sue opere in versi e prosa più significative dal 1953 al 2009, ma ancora oggi a dieci anni dalla morte il caso Merini resta aperto. Nonostante abbia avuto autorevoli estimatori fin dalle prime prove poetiche: Spagnoletti, Montale e Quasimodo che la pubblicarono, Romanò, Pasolini, Betocchi, Turoldo, Manganelli, Corti e Raboni che ne parlarono, la sua collocazione negli studi del secondo Novecento resta marginale, mentre continua l’apprezzamento dei lettori verso la sua poesia in un susseguirsi di recital, reading, pièce teatrali, pubblicazioni. Tra le più recenti segnalo la ristampa di una intensa e libera ricognizione del suo lavoro per disegni di Silvia Rocchi, Ci sono notti che non accadono mai: canto a fumetti per Alda Merini (pp. 124, € 18, BeccoGiallo, Padova 2019).
Cresciuta in un ambiente familiare modesto, gli anni della guerra passati alla scuola di avviamento al lavoro, senza studi regolari (fu respinta agli esami di ammissione al liceo), visitata giovanissima dalla poesia e dalla follia (primo ricovero a Villa Turro nel 1947), nessuna appartenenza a correnti poetiche, semmai tangente all’orfismo, fuori da ogni canone letterario, forgiata dalla relazione con Manganelli e dall’amicizia con Maria Corti, a lungo internata in manicomio, sottoposta a ripetuti elettroshock, due matrimoni (Ettore Carniti e Michele Pierri), quattro figlie, riemersa alla scrittura dopo la reclusione e guadagnata negli ultimi anni la popolarità: tutto questo ne ha fatto un’icona pop, un’Anne Sexton nazionale, un’araba fenice, con il rischio di soffocare e ridurre in mitografia la grandezza della sua poesia.
“In me l’anima c’era della meretrice / della santa della sanguinaria e dell’ipocrita”, eppure è impossibile sfuggire del tutto al fascino dell’invenzione del suo mito che salda i suoi versi nella biografia e il racconto biografico nel teatro. Lei, responsabile e consapevole creatrice di quel teatro, teatro come menzogna, come porto sicuro nella ripetizione, come luogo dove tutto dura e ritorna. Si divertiva davanti all’obiettivo fotografico, lo corteggiava, e, quando saliva sul palcoscenico, sapeva coinvolgere e commuovere il pubblico, teneva in pugno la platea declamando i suoi versi. La lunga consuetudine al dolore e all’internamento era stata la sua scuola. Al manicomio era sopravvissuta grazie alla poesia.
Dagli anni novanta ho pubblicato, e in alcuni casi curato, alcuni suoi libri di prose poetiche (La pazza della porta accanto, a cura di Guido Spaini e Chicca Gagliardo, Bompiani, 1995; la ristampa de L’altra verità, Rizzoli, 1997), di aforismi (Aforismi e magie, Rizzoli, 1999) e di poesie (La volpe e il sipario, Rizzoli, 2004). Complici Vanni Scheiwiller, Guido Spaini e Maria Corti nacquero una frequentazione e un’amicizia. Nel mio archivio sono conservate in alcune scatole numerose sue carte dalla calligrafia illeggibile e poesie scritte a macchina (Alda usava la macchina con il nastro consumato e batteva sul primo foglio che restava bianco mentre sugli altri la carta carbone imprimeva i caratteri dei suoi versi); poi decine di piccoli libretti stampati a mano con gusto d’artista da Alberto Casiraghi. Qua e là sugli scaffali della mia libreria ci sono fotografie, tra cui alcuni nudi di Giuliano Grittini, la foto che ci ritrae con Raffaele La Capria al Premio Procida-Elsa Morante dove l’accompagnai nel 1997, un ritratto di Enrico Baj.
Alda golosa di ravioli e di dolci, sempre con la sigaretta accesa in mano, con indosso qualcosa di vistoso, un fiore rosso, una grossa collana, degli orecchini sgargianti, un anello con pietra, una borsa colorata. Alda che compra quello che le piace in duplice copia, spesso per farne dono: due ombrelli a pois, due delfini di peluche, due spille di strass, due poster di Nanni Moretti o di Charlie Chaplin. Alda nella sua casa sui Navigli disordinata e invasa dagli oggetti, dalle fotografie, con il pavimento cosparso di monete, di sigarette, avanzi di cibo, e con i muri che fanno da rubrica telefonica scritta con il rossetto. Alda con il letto disfatto e il ventilatore sempre in funzione, con le lenzuola segnate dalla cenere delle sigarette, il cassettone aperto e il crocifisso. Alda al telefono che detta le sue poesie, che chiama in cerca di compagnia, che racconta di Vanni, di Maria Corti, dell’amore per Manganelli, per Titano, che suona al pianoforte l’Ave Maria di Schubert. Alda su e giù per Ripa Ticinese, da Charlie dove incontrava le persone con la benedizione del grosso alano, al Libraccio dove era di casa, nei negozietti che frequentava, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio dove si era sposata la prima volta. Ai ritratti degli ultimi anni si sono aggiunte le fotografie delle sue mani scattate da Grittini durante un ricovero all’ospedale San Paolo di Milano. Si vedono solo le mani, lo smalto rosso, la stampella, le lenzuola, le bende, l’anello, la sigaretta, una sciarpa di seta: “O mano bianca sede di mille studiati argomenti / dove l’amore germoglia in gergo di puro pensiero” (La magia delle mani, La Vita Felice, 2007).
Il filo rosso del suo laboratorio paranoico attraversa la sua opera fin dall’inizio, la nutre di un eccezionale sistema metaforico che lavora su opposti inconciliabili (luce e tenebra, eros e misticismo, cristianesimo e paganesimo), ingredienti da sempre indispensabili nella costruzione delle sue poesie. Poesia naturale ed epifanica, dove le letture sedimentano e riemergono in stato di grazia per allucinazioni, per illuminazioni, per strappi. Poesia bruciata su un’adolescenza protratta dei sentimenti, di quel sentire che segna gli anni giovanili e li condanna alla cognizione del dolore, del limite del desiderio, del perimetro carcerario della realtà in cui i sogni si ribaltano e si disfano: “L’adolescenza, periodo mitico e burrascoso, è sempre alla ricerca disperata di un vertice (di un verso) che la possa oltraggiare e al tempo stesso difendere” (Nota dell’autrice a La presenza di Orfeo). Poesia “eroica”, in lotta con il destino e che sublima la tragedia in canto, il mito in profezia.
Ma al fondo, quella di Merini, è nuda poesia d’amore, ogni suo verso si accende nel tentativo di affermare sull’angoscia, sulla sofferenza, sulla follia, la forza dirompente del dirsi e dell’amare. Inferno e felicità coesistono in una miscela esplosiva. Tutto si trasforma e assume i caratteri del mito, si trasfigura, esce dall’ordinario e cresce a dismisura, lambisce il sublime e ritorna al passo svelto e comune della vita. Come un ictus, il verso ferisce, si increspa e poi si distende.
Cancellata dalla memoria letteraria per i ripetuti ricoveri in manicomio (1965-1978), Alda Merini non ha mai tradito la poesia nonostante gli affronti del destino. La sua produzione è scandita in due tempi: prima e dopo l’internamento. Alla prima fase, dopo l’esordio a sedici anni, appartengono La presenza di Orfeo (Schwarz, 1953), Nozze romane (Schwarz, 1955), Paura di Dio (All’insegna del pesce d’oro, 1955) e Tu sei Pietro (All’insegna del pesce d’oro, 1962). Poi vent’anni di silenzio editoriale fino al 1982 quando su sollecitazione e cura di Maria Corti compaiono sulla rivista “Il cavallo di Troia”, diretta da Paolo Mauri, alcune parti della Terra Santa che solo nel 1984 troveranno un editore disposto alla pubblicazione. La Terra Santa (Scheiwiller, 1984) è il punto di non ritorno, l’acme dell’opera di Merini che si struttura intorno al tema della terra promessa-manicomio: “Manicomio è parola assai più grande / delle oscure voragini del sogno”, “Affori, paese lontano / immerso nell’immondezza, / qui si conoscono travi / e chiavistelli e domande / e tante tante paure”, “Ho conosciuto Gerico, / ho avuto anch’io la mia Palestina, / le mura del manicomio / erano le mura di Gerico / e una pozza di acqua infettata / ci ha battezzati tutti”, “Il mio primo trafugamento di madre / avvenne in una notte d’estate / quando un pazzo mi prese / e mi adagiò sopra l’erba / e mi fece concepire un figlio”.
La propensione verso il prosimetro, segno antico della vocazione al comunicare, dà vita a testi in prosa, o a testi misti, a cominciare dal capostipite-gemello della Terra Santa: L’altra verità. Diario di una diversa (Scheiwiller, 1986), “una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni” dell’esperienza del manicomio (Giorgio Manganelli): “Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, che potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori, oh, fu quello il tempo in cui tutte le nostre inquietudini segrete disparvero, perché finalmente eravamo vicini a Dio, e la nostra sofferenza era arrivata fino al fiore, e era diventata fiore essa stessa”.
La spinta all’oralità e un’ispirazione che si fa esercizio quotidiano affidato alla disponibilità di amici-scrivani mutano la consistenza della sua poesia in favore di un dettato sbilanciato verso la prosa, tramato di una maggiore immediatezza e leggibilità. Allo stesso tempo quello che appare come un alleggerimento, una sorta di felice cantabilità, in un’inattesa torsione si fa variazione, approfondimento dell’intonazione, pulizia della voce. Poesia e prosa, nel convivere, accentuano i contrasti del suo versificare, una poesia scissa tra la tensione al canto e la tentazione del racconto, tra un verso perfetto e l’imperfezione tutta moderna e necessaria della prosa. Lo strazio sta nell’inconciliabilità dei due modi. La poesia che, minacciata da se stessa, si uccide con il proprio veleno.
Alcuni testi poetici degli anni ottanta saranno raccolti in una nuova edizione arricchita Terra Santa 1980-1987 (Destinati a morire, Le satire della Ripa, Le rime petrose, Fogli bianchi, Scheiwiller, 1996) e in Vuoto d’amore (Einaudi, 1991), a cura di Maria Corti, mentre l’antologia Fiore di poesia 1951-1997 (Einaudi, 1998), sempre a sua cura, fa il punto sul lavoro di Merini in una introduzione che resta a oggi un testo critico di riferimento.
Gli ultimi dieci anni, all’insegna di una maggiore comunicabilità, sono costellati di sempre nuove pubblicazioni, tra cui segnalerei quelle che, uscite per Einaudi, garantiscono un maggiore controllo nella selezione dei testi, dopo Ballate non pagate (1995): Superba è la notte (2000) e Clinica dell’abbandono (2004), mentre per l’editore Frassinelli escono a cura di Arnoldo Mosca Mondadori alcune raccolte di poesie religiose (poi in Mistica d’amore, Frassinelli, 2008), di cui una scelta si può leggere in Il carnevale della croce (Einaudi, 2009).
Cosa resta oggi della poesia di Alda Merini, al netto dei detrattori e delle pesanti scorie di una difficile biografia di donna? La materia incandescente e urticante, assoluta, intatta e senza tempo, fatta di vertici e cadute, dei suoi versi, in mai esausta attitudine al canto, all’amore per la vita, al riscatto di un’anima indocile legata naturalmente alla poesia come al proprio respiro: “O poesia, non venirmi addosso, / sei come una montagna pesante, / mi schiacci come un moscerino”.

L'Indice, 31 luglio 2019

“O poesia, non venirmi addosso” (Alda Merini)

Alda Merini

O poesia, non venirmi addosso
sei come una montagna pesante,
mi schiacci come un moscerino;
poesia, non schiacciarmi,
l’insetto è alacre e insonne,
scalpita dentro la rete,
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

Poesie per Charles, 1982

16.8.19

Virus e storia. Dalla lebbra alla sifilide: quando epidemie e contagi segnano i grandi mutamenti (Sandro Modeo)

Lebbroso

È una rimozione naturale, perché l'impulso adattativo ce la impone: ma là in fondo - dietro il velo rassicurante delle nostre abitudini - la vita biologica viene incessantemente scolpita e plasmata dalla morte. E questo sia a livello individuale, con l'apoptosi (in greco «caduta delle foglie») che programma la morte cellulare selettiva del nostro organismo (già nell'embrione le piccole mani vengono discriminate dalla membrana palmare proprio grazie a tale processo); sia a livello di specie, con virus e batteri che perforano a ondate le nostre corazze immunitarie e rimodellano il nostro assetto genetico. Ora un libro ormai classico di Andrew Nikiforuk (Il quarto cavaliere Trad. Elena Sciarra Mondadori la prima versione è del 1991) ci esorta a rimuovere la rimozione e a osservare il paesaggio senza filtri, evidenziando nell'azione del Quarto cavaliere (quello, richiamato nel titolo, cui l'Apocalisse delega le folate epidemiche) uno dei co-fattori decisivi nel farsi e disfarsi della storia dell'Homo sapiens. Farsi e disfarsi perché l'onninvadenza dei microrganismi (molto più antichi dell'uomo, come mostra una semplice spora di 25 milioni di anni fa nell'intestino di un'ape conservata nell'ambra) non è solo distruttiva: senza il loro invisibile brulichio attivo non ci sarebbe la fotosintesi, gli stomaci dei ruminanti non convertirebbero l'erba in zuccheri e il formaggio non potrebbe stagionare. Il punto è che le loro linee evolutive non sempre sono compatibili con quella umana, soprattutto a causa della nostra evoluzione culturale. La collisione inizia più o meno tra 10 e 7 mila anni fa, con la duplice rivoluzione dell'agricoltura e della domesticazione animale: le zolle rimosse per seminare grano e orzo e la convivenza dell'uomo con pecore e maiali portano a un métissage di Dna inedito e al dilagare di virus, batteri e funghi in villaggi densamente popolati e quindi a elevato rischio di contagio. Da lì in poi - come si vede nella progressione serrata, quasi allucinata di Nikiforuk - ogni epidemia ha marchiato a fondo caratteri etnici, economia e costumi delle società umane, con i germi che hanno trovato di volta in volta congeniali situazioni geografiche e ambientali per deflagrare e mostrificare i nostri corpi e i nostri volti, magari dopo aver convissuto con noi in altri contesti per periodi più o meno lunghi. La malaria nella sua forma grave, il Plasmodium falciparum - comparsa in Africa nell'acqua tra i solchi di terreno per le patate dolci, dopo vaste deforestazioni - viene portata dalla zanzara anofele nella rete idrica romana, contribuendo alla decadenza dell' impero. La lebbra - micobatterio ospitato in origine dal bufalo indiano o dall'armadillo - produce, con l'isolamento degli infetti, la nascita di lebbrosari e lazzaretti, cioè di archeo-ospedali. La peste - veicolata dalle pulci mongole ed esplosa in Europa come «Morte Nera» nel 1348 - è decisiva nel crollo del feudalesimo (con la servitù della gleba falcidiata - 30 milioni di contadini morti in due anni - e con i superstiti riconvertiti in ascendente borghesia commerciale) e nella scomparsa del latino, senza più monaci a insegnarlo. Il vaiolo - planato in Europa dal Medio Oriente intorno al X secolo d.C. - ha scatenato quell'«Apocalisse biologica» alla base della colonizzazione del Nuovo Mondo (100 milioni di amerindi morti in meno di 100 anni). La sifilide - importata dai marinai di Cristoforo Colombo - ha sollecitato l'invenzione sia delle parrucche (per ovviare alla calvizie provocata più dal mercurio che dal morbo) sia delle «protezioni» nei rapporti sessuali (in lino ruvido o interiora di pecora). E la tubercolosi - il cui batterio risalirebbe addirittura a tre milioni di anni fa - è di fatto la prima epidemia «industriale», con i duri orari di lavoro ad accentuare predisposizioni ambientali (malnutrizione e luoghi insalubri) costitutivi della fragilità immunitaria alla base di ogni epidemia. Notevole la zoomata sulla visione sociale e culturale volta a volta indotta da ogni epidemia sui contemporanei. I lebbrosi (con i guanti, la veste marchiata a «L» e il campanello o l' intonazione del De Profundis per annunciarsi) sono emblemi di uno «stigma» virato in capro espiatorio (Filippo V il Lungo ne porta al rogo migliaia, Edoardo I d'Inghilterra li fa seppellire vivi) che ritroveremo nella colpevolezza sessuale di sifilitici e malati di Aids. Se la Morte Nera mina l'autorevolezza del credo cattolico, favorendo l'affermarsi delle eresie e poi delle Chiese riformate, il vaiolo - a rovescio - scuote la fede dei «nativi» americani nei loro totem e li spinge tra le braccia dei missionari spagnoli. E alcuni tratti della Tbc - sguardo spento e consunzione - strutturano il mito romantico del «genio malato», da John Keats a Frédéric Chopin. Senza dimenticare le implicazioni classiste e razziste di tante epidemie, dato che per esempio i patrizi veneziani fuggono la peste nelle loro dimore di campagna, mentre la tratta dei neri è stata a lungo legittimata dall' «indisponibilità» per il lavoro schiavistico degli indiani via via falcidiati. Scontando qualche topica (il grande storico e pensatore francese Hippolyte Taine presentato come «turista americano»), qualche passaggio datato (sull'Ebola e sui virus attuali) e un ossessivo pregiudizio antimedico (è vero che vaccini e farmaci - salvo il caso del vaiolo - sono stati fallimentari, ma ogni misura igienico-sanitaria lo sarebbe stata altrettanto senza la descrizione dei microrganismi e delle loro modalità di trasmissione), il lavoro di Nikiforuk ci conduce con rigore davanti a due aspetti decisivi. Da un lato insiste sulla necessità di estendere la qualità della vita a livello globale: un morbillo o una diarrea sono oggi innocui per i bambini occidentali, ma possono essere ancora mortali in uno slum messicano. Dall'altro, ci ricorda spietatamente l'irriducibile e velocissimo trasformismo dei microbi, dimostrato da tanti ceppi farmaco-resistenti, specie agli antibiotici. In assoluto, nessuna profilassi è una garanzia: il nostro corpo e il nostro genoma non sono monadi isolate, ma forme del vivente sempre in coabitazione e in competizione con altre.

Corriere della Sera, 23/07/2008

I nuvoloni di Franco Fortini, un antagonista di se stesso (Mario Luzi)


Questo è l’intervento che Mario Luzi inviò alle giornate di studio di Siena su dieci inverni senza Fortini 1994-2004, pubblicato su “l'Unità”. (S.L.L.)
Franco Fortini

Cari amici e compagni di vita e di studio, se ripenso a Franco Lattes che poi la sacrosanta cautela attingendo, credo, alla nomenclatura domestica mutò in Franco Fortini, lo rivedo nel punto in cui primamente lo conobbi, cioè sulla soglia della cattedrale di Volterra nella quale io entravo mentre lui ne usciva. Ci furono saluti disinvolti, ma seri, non proprio goliardici. Già in quegli anni giovanili aveva assunto o meglio aveva manifestato una connaturale intrinseca aria di antagonista.
Mario Luzi
Non ci frequentavamo né regolarmente, né spesso. Affacciandoci più o meno negli stessi anni al paese letterario, era andato a collocarsi in un gruppo di giovani il cui orator era Giacomo Noventa: una piccola pattuglia prossima, ma attestatasi come rampogna vivente, al simultaneo «tertuliare» degli scrittori già noti o in erba intorno a Bonsanti, a Leria, Montale, Gadda, eccetera. Era evidente in loro un disagio morale e civile, mi rimaneva confusa invece la loro implicita velleità.
Credo che non ci fosse miglior lettore delle cose che scrivevamo per le distinte riviste - La riforma letteraria lui, e Letteratura io, poniamo - di quanto lo fossimo reciprocamente noi due.
Devo a lui le più acute analisi, specialmente formali. La sua conoscenza della retorica era agguerrita, la sua sensibilità viva e dunque era un piacere ascoltarlo o leggerlo. Sapeva davvero apprezzare i pregi fattuali di un testo e spesso cogliendo i movimenti interni. Questo fece più volte con me, mai però lo trovai disposto a mandarmela buona tutta quanta. Una parte difettiva incombeva sul suo consenso: ed era sua e mia, certo, ma difficile a definirsi e a circoscriversi.
Tralascio qui le differenze «politiche». Non era così sciocco, come non lo era Pasolini con il quale collaborò in un certo periodo, da credere che l’introversione ermetica, se vogliamo così chiamarla, fosse indolore e indifferente ai traumi della storia. Tuttavia su questo lato della vicenda pesava un turbamento di umore, una difficile stonatura. Fortini era tutt’altro che chiuso o negato alla interiorizzazione perfino capillare del mondo, lasciava del resto affiorare con un tocco di struggimento il suo incontro con la realtà non realistica ma primaria e in fieri come accadeva ai poeti da lui prediletti, però con una sorta di dispetto da antagonista anche di se stesso. C’era in Franco qualcosa contro di lui.
Proprio in questa nube di malo umore ci siamo scambiati qualche battuta non velenosa ma asprigna. La amicizia e la attenzione non sono mai venuti meno, avevamo alla lunga bisogno di quella differenza. Ne ha poi dato ragione egli stesso nella ultima raccolta di versi. C’è voluta tutta una vita di vittorie effimere e di recriminazioni e abbandoni nel campo del magistero e del confronto ideologico per arrivare a Composita Solvantur dove appunto sembra siano medicate le sue lacerazioni. Talora a ritroso mi chiedo in questi anni catastrofici: «Infine, qual era la materia del contendere?». Credo, Franco, che possiamo sorriderne.

l'Unità, 14 ottobre 2004

15.8.19

Tra Calvino e Vittorini. Bocciature e scelte a casa Einaudi. Il caso Fofi (Oreste Pivetta)



Si potrebbe cominciare mettendo in fila, come nella locandina di una rappresentazione teatrale, gli interpreti che sono poi anche i personaggi: Bobbio, Delio Cantimori, Calvino, Cases, Massimo Mila, Renato Solmi, Vittorini, Fruttero, Panzieri, Ponchiroli, Strada, Baranelli, Serini, Fonzi, Bollati, molti altri, alcuni più o meno sullo sfondo (come Roberto Cerati, che ci ha lasciato solo qualche giorno fa, organizzatore commerciale e inventore di tanti successi editoriali) e naturalmente lui, non si sa bene se in qualità di regista in scena, di padre padrone, di deus ex machina, il «divo Giulio», come gli piaceva farsi indicare, cioè Giulio Einaudi, figlio di Luigi, fondatore nel 1933 (precoce, indubbiamente, come può capitare a chi ha la fortuna di respirare cultura dalla nascita: aveva 21 anni, essendo nato nel 1912) della casa editrice cui prestò il cognome e cui assegnò il simbolo che diventò presto un marchio di qualità: lo struzzo che piega il chiodo, «spiritus durissima coquit».
I verbali del mercoledì, il volume che raccoglie, a cura di Tommaso Munari, i resoconti delle riunioni redazionali della casa editrice in un decennio, tra il 1953 e il 1963, resoconti a volte molto schematici, elenchi senza pretese di elaborazione, rappresentazione, interpretazione, a volte cronache che riproducono personalità, stati d'animo, idiosincrasie, persino il mal di denti di uno dei redattori (il francesista Serini: «Non parlo oggi per incapacità di parlare... Ho avuto un'estrazione») riesce ad essere in tante pagine brillante, curiosissimo, mai burocratico, vivo, cioè prova di una cultura viva e autentica. Vedi ad esempio la «sceneggiatura» del «caso Fofi», cioè la lunga discussione che si sviluppò attorno alla pubblicazione o meno dell'inchiesta di Goffredo Fofi sull'immigrazione meridionale a Torino.
Il libro era stato commissionato da Raniero Panzieri. Nell'autunno del 1963 erano pronti quattrocento pagine e un titolo, I meridionali a Torino. Fofi aveva ventisei anni, s'era lasciato alle spalle l'esperienza di Cortile Cascino, maestro di strada tra i bambini che popolavano uno dei quartieri più poveri di Palermo (dalla Sicilia venne cacciato con un foglio di via e l'Unità commentò l'episodio con un editoriale di prima pagina). La discussione aveva occupato più di un mercoledì e nella discussione si cimentarono un po' tutti.
Bobbio sobriamente si atteggiava ad arbitro, Massimo Mila era il critico benevolo, che elencava i difetti ma reclamava un atto di coraggio indicando i pregi, Calvino era ostile e puntiglioso (definisce il saggio declamatorio, superficiale, ovvio e peggio ancora, inutilmente polemico nei confronti del Pci e delle organizzazioni sindacali, ma le storie raccolte da Fofi gli regalarono qualche spunto per i suoi racconti futuri), Panzieri respingeva le accuse («Questi dei giovani sono dei tentativi che vanno seguiti con amore, incoraggiati. Del resto questa era la tradizione della casa editrice.»), Renato Solmi pensava di svelare «il punto della questione»: «Questo libro sarebbe uscito senza obiezioni se non costituisse un duro colpo portato alla Fiat. Il motivo determinante della sua non pubblicazione è che non si vuole pubblicarlo per ragioni politiche ed economiche precise, di cui qui sono tutti a conoscenza. Il Consiglio ha finto di non vedere il punto della questione.».
Giulio Bollati in realtà il «punto» l'aveva anticipato ricostruendo la storia del volume: «Letto il libro in bozze, Solmi informò Einaudi che esso conteneva passaggi che potevano offendere persone vicine alla Casa editrice.». Il problema lo aveva segnalato lo stesso Einaudi a Fofi in una lettera di attentissima ed elaborata prosa: il libro lo pubblico, ma deve essere ripulito, smorzato, corretto, emendato per quelle parti che chiamano in causa «istituzioni enti società e persone con cui mi trovo quotidianamente a contatto, alle quali sono legato talvolta da rapporti di collaborazione e di lavoro.». Bobbio, in apertura, era stato più esplicito: «C'è qualcosa di molto irritante nel libro,ed è l'angolo interpretativo.Trecose fanno andare in bestia Fofi: la Stampa, la Fiat, i Piemontesi. C'è del dileggio, del disprezzo.».
Mila aveva riposto: «Debbo dire, come vecchio torinese, che non ho trovato motivo di scandalizzarmi nella diagnosi del mondo torinese fatta da Fofi. che Torino sia una città in situazione di monopolio mi pare dimostrato proprio dalla perplessità di questa casa editrice se pubblicarlo o no.». Conferma polemica di Solmi: «Questo libro sarebbe uscito senza obiezioni se non costituisse un duro colpo alla Fiat». Replica di Einaudi: «Io non avrei alcuna difficoltà a pubblicare un libro di critica alla Fiat o a qualsiasi altra industria o istituzione se si trattasse d'un libro serio, motivato, documentato.».
S'andò ad una votazione (perché si votava quando non si vedeva unanimità) e vinse il no. Meridionali a Torino venne pubblicato l'anno dopo da Feltrinelli (e lo ha ristampato recentemente Aragno). Cambiò il titolo, che divenne: Immigrazione meridionale a Torino. Renato Solmi e Raniero Panzieri furono licenziati.
L'ex dirigente del Psi e fondatore della rivista Quaderni Rossi morirà appena dieci mesi dopo, a quarantatre anni. Munari definisce il caso Fofi un pretesto per la resa dei conti tra il partito della militanza e quello, capeggiato da Bollati, che coltivava l'idea di una casa editrice forte sul mercato, ben strutturata in collane, ben attenta alla resa delle sue scelte. Al prevalere di una «logica aziendale», delle «istanze dell'industria culturale», alluderà molti decenni dopo, in una intervista, Renato Solmi, che fu tra l'altro l'autore delle prime traduzioni italiane di Adorno e Benjamin.
I Verbali del mercoledì (il secondo volume, il primo si fermava ai primi anni cinquanta) si chiude in quel 1963, anno tormentato, al tramonto del «miracolo economico», all'inizio della «congiuntura», anno che finirà con la nascita del primo governo di centro-sinistra, alleati Dc e Psi,Moro presidente del consiglio e Nenni, vice-presidente, nella «stanza dei bottoni».
I verbali del mercoledì sono ovviamente uno strumento formidabile per rifare dall'interno e dal punto di vista del catalogo, cioè dell'autentico progetto culturale, la storia della Einaudi, già rifatta peraltro in modo mirabile da Luisa Mangoni nel suo Pensare i libri, edito da Bollati Boringhieri. Ma rileggere quelle discussioni è soprattutto un modo per sedersi al tavolo della cultura italiana, non l'unico, perché la cultura e l'editoria vivevano anche altrove, a Milano, a Firenze o a Napoli, Feltrinelli, Garzanti oppure Vallecchi, Editori Riuniti, Laterza. Sede rsi al tavolo significa misurare la vivacità dei progetti, il peso delle identità, il valore degli ideali, nelle parole di intellettuali che tenevano ben coscienza di una loro responsabilità di fronte al pubblico, di fronte al paese, in momenti di autentico dinamismo culturale e politico, quando divisioni tradizionali si ricomponevano ed altre se ne manifestavano. Ricchezze, tensioni, emozioni di un'altra Italia, che nutriva molte speranze, che si costruiva con i lavoro di tutti.
Il libro poi è bello per i dialoghi, in buona parte trascritti, cioè verbalizzati, con gusto da Daniele Ponchiroli, per certe note che dicono della vita della casa editrice («Fare contratto - Cond. usuali - tend. basse» si deve immaginare solito contratto, alle condizioni meno dispendiose: la vittima era Ludovico Terzi, per il suo romanzo La timidezza), per le intuizioni, per i giudizi severi, talvolta feroci, talvolta sbrigativi, mai disattenti. Anche per gli errori. Se questo è un uomo resterà nella storia, malgrado il rifiuto einaudiano a Primo Levi (ma si torna al 1947). Se questo è un uomo fu pubblicato da un piccolo editore, De Silva, e Calvino subito lo definì sull'Unità «un magnifico libro».

“l'Unità”, 6 gennaio 2014

Amore, adesso andiamo ... Sonetto XXXIII dai "Cien sonetos de amor"

Madreselva

Amore, adesso andiamo nella casa
dove il rampicante viene su per le scale:
nella tua camera da letto nuda è arrivata l'estate
ancora prima del tuo arrivo, con piedi di madreselva.

Hanno percorso il mondo i nostri baci erranti :
Armenia, densa goccia di miele dissotterrato,
Ceylon, colomba verde, lo Yangtsé che separa
con antica pazienza i giorni dalle notti.

E ora, beneamata, per mare crepitante
torniamo come due uccelli ciechi al muro,
al nido della lontana primavera,

giacché l'amore non può volare senza fermarsi:
al muro, alle pietre del mare corrono le nostre vite,
al nostro territorio sono tornati i baci.

---

SONETO XXXIII

Amor, ahora nos vamos a la casa
donde la enredadera sube por las escalas:
antes que llegues tú llegó a tu dormitorio
el verano desnudo con pies de madreselva.

Nuestros besos errantes recorrieron el mundo:
Armenia, espesa gota de miel desenterrada,
Ceylán, paloma verde, y el Yang Tsé separando
con antigua paciencia los días de las noches.

Y ahora, bienamada, por el mar crepitante
volvemos como dos aves ciegas al muro,
al nido de la lejana primavera,

porque el amor no puede volar sin detenerse:
al muro o a las piedras del mar van nuestras vidas,
a nuestro territorio regresaron los besos.

Da Cien sonetos de amor – Traduzione Salvatore Lo Leggio

La Guerra civile Usa fuori dal mito. «Non fu una crociata per la libertà» (Antonio Carioti)


La resa del generale Lee al generale Grant in un film USA degli anni 20 del Novecento

L'Unità d'Italia e l'inizio della Guerra di secessione americana portano la stessa data: 1861. Ma non è solo il 150° anniversario ad accomunare i due eventi. Secondo Raimondo Luraghi, autore di una fondamentale Storia della guerra civile americana (Bur), l'analogia è ben più profonda: «Il conflitto tra Nord e Sud fu una vera rivoluzione nazionale e Abraham Lincoln si può considerare il Cavour o il Bismarck degli Stati Uniti. È lui a lanciare e imporre l'idea della grande Repubblica americana, mentre fino allora l'Unione era vissuta come un insieme di Stati gelosi della loro sovranità». Luraghi, che dopodomani compie novant'anni, è in piena attività. Ha pubblicato nel 2007 da Donzelli un bel saggio sulla cultura del Sud degli Usa, La spada e le magnolie , e sta lavorando per la Bur a un libro di sintesi interpretativa, nel quale intende tirare le fila di oltre mezzo secolo di studi sulla Guerra civile. «Alle origini del conflitto - spiega - c'è l'impetuoso sviluppo industriale del Nord, dal quale emergono nuove classi, imprenditori e operai, che professano un'ideologia nazionalista e vogliono scalzare l'egemonia esercitata fino allora dall'aristocrazia agraria del Sud». Ma quanto incise la questione della schiavitù dei neri, essenziale per l'economia degli Stati meridionali, fondata sulle grandi piantagioni? «Ebbe un peso notevole, anche se il vecchio racconto moralistico della lotta tra i liberatori del Nord e gli schiavisti del Sud non ha fondamento. Purtroppo ora quel mito è tornato di moda sull'onda della battaglia contro il razzismo. Ma così gli studi vanno indietro di decenni. Quando la politica s'infiltra nella storiografia, è come un'iniezione di cianuro: finisce per ucciderla».
Raimondo Luraghi (1921 - 2012)
In realtà, nota Luraghi, per conservare la schiavitù ai sudisti conveniva rimanere nell'Unione: «L'abolizionismo era debole e il Sud aveva un solido potere di veto. Lo stesso Lincoln negava di voler sopprimere la schiavitù là dove già esisteva. Semmai voleva arrivare a superarla gradualmente, indennizzando i proprietari di schiavi». Del resto il problema non appariva urgente neanche sotto il profilo umanitario: «Per quanto la schiavitù fosse un'istituzione sciagurata e indegna, criticata anche da molti sudisti, in genere i neri erano trattati in modo paternalistico e si ribellavano di rado. Alcuni ricevevano incarichi di fiducia: il presidente della Confederazione, Jefferson Davis, aveva messo i suoi affari nelle mani di un segretario che era uno schiavo, mentre il più grande generale del Sud, Robert Lee, aveva due attendenti neri». Si arrivò alla guerra per altre ragioni: «I grandi piantatori sudisti erano una vera classe dirigente, non un semplice ceto dominante. Tutelavano anche gli interessi dei bianchi poveri del Sud e avevano stretto un'alleanza con gli agricoltori del Midwest nel Partito democratico. I primi presidenti degli Usa venivano di solito dagli Stati meridionali o erano condizionati dal blocco a guida sudista». Fu lo sviluppo industriale a cambiare le carte in tavola: «Il Nord cresceva in popolazione e ricchezza, grazie anche alla valvola di sfogo del selvaggio West, dove potevano recarsi i lavoratori che restavano disoccupati. Ma ciò significava che i nuovi Stati non avrebbero ammesso la schiavitù e quelli che la praticavano si sarebbero presto trovati in minoranza nell'Unione. Allora i sudisti chiesero di permetterla nel West, ma era una pretesa assurda, perché quei territori erano inadatti alle piantagioni e i bianchi che vi si recavano non volevano certo la concorrenza della manodopera schiava».
Lincoln
Così si ruppe il blocco agrario. E nel 1860 fu eletto presidente Lincoln, deciso a escludere l'introduzione della schiavitù nei nuovi Stati: «Il Sud - racconta Luraghi - cadde in preda a un'enorme frustrazione, che è pessima consigliera. I latifondisti si sentivano sfuggire il potere dalle mani. Uomini raffinati e colti, abituati a una vita agiata dai ritmi rilassati, fedeli a valori cavallereschi, guardavano con sospetto la borghesia industriale, dedita alla ricerca del profitto, e le masse lavoratrici, da loro ritenute rozze e ignoranti, del Nord. Non sopportavano inoltre di essere dipinti come barbari per via della schiavitù. Così uscirono dagli Stati Uniti e fondarono la Confederazione, pur sapendo che ciò avrebbe portato alla guerra: vedevano i nordisti come bottegai inetti al combattimento». Inizialmente parve che avessero ragione: «La sproporzione demografica era schiacciante: 5 milioni e mezzo di bianchi sudisti contro 22 milioni di nordisti. Sul piano economico il vantaggio dell'Unione era ancora più netto. Ma la Confederazione fece prodigi, improvvisò un'industria bellica dal nulla e dimostrò sul campo il valore dei suoi militari. La guerra divenne uno scontro gigantesco, sanguinosissimo. Lincoln capì che per indurre il Nord a sopportare uno sforzo così intenso ci voleva uno di quelli che Adolfo Omodeo chiamava miti apocalittici, capaci di cambiare il mondo. Quindi proclamò l'emancipazione dei neri, a partire dal 1° gennaio 1863, in modo da trasformare la guerra in una crociata antischiavista. E arrivò a forgiare "con il ferro e con il sangue", come diceva Bismarck a proposito della Germania, la nuova identità nazionale, in una sorta di seconda rivoluzione americana dopo quella contro gli inglesi».
Invece non nacque mai, secondo Luraghi, un vero nazionalismo sudista: «La Confederazione rimase un insieme di Stati, i cui governatori strepitavano di continuo contro Jefferson Davis. Il generale Lee considerava la sua patria la Virginia, non il Sud, tanto è vero che in una fase decisiva della guerra rifiutò di spostare truppe a Ovest per contrastare l'avanzata nemica lungo il Mississippi. L'esercito del Sud mancò di una visione strategica e sparpagliò le forze proprio perché gli Stati tenevano alla loro autonomia». Per giunta Lee fu un genio in battaglia, ma non capì la nuova guerra industriale: «La potenza di fuoco era aumentata in modo esponenziale, non era più tempo di manovre e assalti alla baionetta. Su oltre 600 mila caduti (metà del Nord e metà del Sud) pochissimi furono uccisi da armi bianche. Furono inoltre decisive invenzioni come la ferrovia, il telegrafo, ma anche la carne in scatola e il latte condensato, che aumentarono autonomia e mobilità delle truppe. E poi tende, stivali e mantelli impermeabili, che consentirono di proseguire le operazioni sotto le intemperie. Tutti fattori favorevoli al Nord». 
Così la rivoluzione di Lincoln trionfò, ma lui non poté gestire la vittoria, poiché fu assassinato nell'aprile 1865, alla fine della guerra: «Fu una iattura, perché aveva pronto un piano di riconciliazione saggio e generoso. Morto Lincoln, non se ne fece nulla, anzi il Sud fu considerato terra di conquista e sottoposto a condizioni durissime, che cessarono solo nel 1877. Poi il conto fu pagato dai neri. In un primo tempo tornò al potere la vecchia aristocrazia sudista, che riesumò un paternalismo abbastanza benevolo verso la gente di colore. Ma poi i notabili furono rovesciati da un movimento di base, espressione dei ceti popolari che avvertivano molto di più l' urto razziale. Furono così i bianchi poveri a imporre nel Sud un regime di rigida segregazione dei neri, che sarebbe durato molto a lungo».


Corriere della sera 14/08/2011

14.8.19

Quando io morirò... Sonetto LXXXIX dai “Cien sonetos de amor” (Pablo Neruda)



Quando io morirò voglio le tue mani sui miei occhi
voglio che luce e grano delle tue mani amate
passino su di me una volta di più loro frescura:
sentire la dolcezza che mi cambiò il destino.

Voglio che tu viva mentre addormentato io ti aspetto,
voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
che tu odori l'aroma del mare che uniti amammo
e che continui a calpestare la sabbia che noi calpestammo.

Voglio che ciò che amo rimanga vivo
e te amai, te cantai sopra ogni cosa
per questo tu continua a fiorire, fiorita,

per raggiungere tutto ciò che il mio amore ti ordina,
perché la mia ombra passeggi sulla tua capigliatura
perché così conoscano la ragione del mio canto.
---
Cuando yo muera quiero tus manos en mis ojos:
quiero la luz y el trigo de tus manos amadas
pasar una vez más sobre mí su frescura:
sentir la suavidad que cambió mi destino.

Quiero que vivas mientras yo, dormido, te espero,
quiero que tus oídos sigan oyendo el viento,
que huelas el aroma del mar que amamos juntos
y que sigas pisando la arena que pisamos.

Quiero que lo que amo siga vivo
y a ti te amé y canté sobre todas las cosas,
por eso sigue tú floreciendo, florida,

para que alcances todo lo que mi amor te ordena,
para que se pasee mi sombra por tu pelo,
para que así conozcan la razón de mi canto.

Traduzione S.L.L.

Gli anni... Una poesia di Maria Luisa Spaziani



Gli anni si accavallano a riccioli di spuma
e a intermittenti ondate nere.
Mi divide dal mare una spiaggia che cresce
nel cuore della notte e mi ributta
relitti di naufragi.

Bel museo in disordine. Gli oggetti
non sono compatibili. Fra i libri
della mia adolescenza vigoreggiano
i balocchi dei figli, ed a brandelli
sfilacciati il mio abito da sposa.

Non si riposa il mare. E mi pretende
vigile a contemplare quanto resta
sul campo di battaglia. In prospettiva
si inazzurra il passato. E benedico
i miei e altrui peccati.

Poesia n. 296, Settembre 2014

Lievito di birra, scoperta la sequenza del Dna. È un fungo vecchissimo e viene dalla Cina (Elena Dusi)



Più antico di Bacco, ha nel suo repertorio un ampio ventaglio di opzioni, inebrianti e non. Nacque in Cina, almeno 292 mila anni fa. Poi è stato addomesticato più volte, in giro per il mondo. C’è chi lo ha scelto perché ama il vino, chi la birra o il sake. Lui, apprezzato ovunque, sembra passarsela meglio accanto agli umani che non in natura, regalandoci alcol e altre piacevolezze (pizza e cioccolata inclusa) in cambio di calore e dolcezza (gli zuccheri sono il suo cibo preferito).
Con i suoi pochi micrometri di dimensioni, il Saccharomyces cervisiae, meglio noto come lievito di birra, è presenza discreta e invisibile. Gianni Liti, scientificamente parlando, a questo microrganismo ha dedicato la vita. Pizzaiolo per hobby insieme alle figlie, come molti scienziati che per lavoro si occupano di fermentazione non è insensibile al gusto delle bevande alcoliche. E con un bel brindisi, all’università di Nizza-Costa Azzurra in cui questo microbiologo e genetista lavora, Liti e il suo gruppo hanno festeggiato la pubblicazione su Nature dei risultati del loro progetto: il sequenziamento dei “mille e due genomi” del lievito di birra (il titolo “mille e un genoma” non era più disponibile: lo aveva adottato un gruppo di ricerca precedente) da parte di un consorzio internazionale a guida francese. «Abbiamo ricostruito l’albero genealogico di questi microrganismi – spiega – dimostrando che la specie Saccharomyces cervisiae è nata forse in Cina e da lì si è espansa, entrando in contatto con varie popolazioni umane che l’hanno addomesticata in più occasioni. Stabilire date precise non è facile: del lievito di birra non esistono certo resti fossili». Vino e sake prima, rispettivamente in Europa e Asia. Birra poi, in Asia, Europa e Africa. Più di recente il lievito di birra è entrato nella produzione industriale di pane, cioccolata, formaggio, sidro e – a livello sperimentale – biocarburanti. La simbiosi con l’uomo ha permesso a questi microrganismi di esplodere in numero e diffondersi in tutto il mondo. Anche alcuni piccoli primati in Malesia amano il liquido alcolico che si forma quando il nettare di una particolare palma fermenta nell’incavo delle foglie per azione di Saccharomyces cervisiae. Ma sono soprattutto le specie addomesticate a ritrovarsi con una varietà diversificata e arricchita di cromosomi, segno di salute in una specie. Il segreto di questo microrganismo è la velocità: sa metabolizzare gli zuccheri producendo etanolo rapidamente, battendo sul tempo le altre specie di microrganismi, spesso soppiantandole. «Sulla vita di questo lievito in natura non sappiamo molto – conferma Liti – troviamo campioni sulle cortecce degli alberi, sulla buccia dell’uva o nell’intestino delle vespe. Ma raccoglierli, isolarli e farli crescere in coltura è un lavoro complesso. Per questo il nostro progetto sui mille e due genomi ha usato soprattutto ceppi già presenti in laboratorio». E se il passato è molto ricco, il futuro non promette meno, per il lievito di birra. Il cervisiae in fondo è uno degli organismi più usati nei laboratori, per studiare i meccanismi di base delle cellule. Molti Nobel (il più recente due anni fa) sono stati assegnati a scienziati che hanno lavorato su questo semplice modello.
Modificando il suo Dna con le nuove tecniche di genome editing (soprattutto Crispr), è stato possibile indurlo a produrre medicinali o biocarburanti. Il progetto internazionale “Synthetic Yeast 2.0” punta addirittura a crearne una versione artificiale, con il genoma completamente sintetizzato in laboratorio. Dalla lettura del Dna del lievito di birra, passeremmo allora alla sua scrittura, aggiungendo, modificando o riarrangiando i cromosomi. Per arrivare, chissà, a nuove bevande favorite da Bacco.

“la Repubblica”, 6 aprile 2018

13.8.19

I pieni poteri e l'Italia del Sì (S.L.L.)

Roma, Palazzo Braschi in occasione del plebiscito del 1934

Non credo che consapevolmente Matteo Salvini imiti, a quasi cento anni di distanza, le formulazioni e le parole d'ordine di Benito Mussolini. Ma esiste una sorta di coazione a ripetere che induce i duci e i capitani ad usare le stesse formule e a seguire percorsi istituzionali analoghi. Il passato pesa, anche se non tutti se ne accorgono.
Così non tutti sanno che la formula dei “pieni poteri” fu quella che il fascismo, non ancora regime, utilizzò dopo la marcia su Roma, nel suo esordio al governo, quando i parlamentari dichiaratamente fascisti erano ancora una minoranza.
Dal punto di vista istituzionale la prima legge che diede al Fascismo modo di cambiare le istituzioni del Regno fu appunto quella “dei pieni poteri”, la Legge 3 dic. 1922, n. 1601, concernente la delegazione di pieni poteri al Governo del re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione. (G. U. 15 dic., numero 293).
Il suo articolato, sbrigativo, così recitava:
1. Per riordinare il sistema tributario allo scopo di semplificarlo, di adeguarlo alle necessità del bilancio e di meglio distribuire il carico delle imposte; per ridurre le funzioni dello stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agili le funzioni e diminuire le spese, il governo del re ha, fino al 31 dicembre 1923, facoltà di emanare disposizioni aventi vigore di legge.
2. Entro il mese di marzo 1924 il governo del re darà conto al parlamento dell’uso delle facoltà conferite dalla presente legge.
3. La presente legge andrà in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. Nello stesso giorno cesseranno di aver vigore la legge 13 agosto 1921, n. 1080, la proroga della legge stessa accordata dall’art. 2 della legge 22 agosto 1922, n. 1169, e ogni altra disposizione contraria alla presente legge.
Potrebbe perfino essere un modello.
C'è un'altra preoccupante analogia. Alle elezioni-plebiscito che l'uomo forte della Lega Nord vorrebbe imporre subito, prima che il vento cambi e la gente abbia il tempo di riflettere, vuuole presentarsi alla guida dell'Italia del Sì, una formula che i propagandisti del fascismo inventarono per le elezioni plebiscitarie del 1929 e del 1934, quelle in cui gli eletti erano nominati dal partito fascista e ai cittadini rimaneva solo una facoltà di ratifica. 
Fu in uno di quei plebisciti che accadde la storia che segue e che amabilmente Leonardo Sciascia raccontò in una “voce” del suo Occhio di capra (Einaudi 1984), un libro che raccoglie i modi di dire della sua Racalmuto, voce che mi piace qui riprendere per intero.


Ci sputassi vossia
Ci sputi lei. Espressione ormai proverbiale, per dire di un’azione che si è costretti a fare anche se teoricamente, formalmente, si ha la libertà di non farla. Fu pronunziata da un certo Salvatore Provenzano, ex guardia regia (corpo di polizia, quello delle regie guardie, istituito da Nitti e sciolto da Mussolini), davanti al seggio in cui si votava il consenso o il dissenso al regime fascista. I componenti del seggio consegnavano al votante la scheda su cui, teoricamente, il votante era libero di scrivere “si” oppure “no”: ma di fatto le schede venivano consegnate con il “si” già scritto, per cui al votante altro non restava che leccare la parte gommata della scheda, chiuderla e imbucarla nell’urna. Accorgendosi dunque Provenzano che già era stato scritto un “si” dove lui aveva intenzione di scrivere un “no”, si rifiutò di toccare la scheda: che la leccasse, chiudesse e imbucasse il presidente del seggio.
Naturalmente fu arrestato: ché sarebbe già stato offensivo dire al presidente di leccare la parte gommata della scheda, chiuderla e metterla nell’urna: ma dirgli “ci sputi” era dimostrazione di assoluto disprezzo per il regime fascista. (Provenzano è morto una decina d’anni addietro. Era un uomo alto, asciutto, la faccia cotta dal sole. Vestiva sempre con giacca di velluto a coste, pantaloni da cavallante, gambali di cuoi. Viveva del reddito di una sua piccola campagna. Caduto il fascismo, non rivendicò mai il merito di essere stato antifascista).

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