27.5.18

Stati differenti d'America (Claudio Gorlier)



«L'America non è un Paese perfetto. Spesso è un Paese imbarazzante. Ma è un grande Paese, ed è molto diversa dagli altri». Così scrive nella sua conclusione di Happy Days. Questa è l'America David Brooks, grande giornalista e autorevole editorialista americano. Naturalmente, Brooks parla del suo Paese, gli Stati Uniti, per i quali si continua a usare, in nome di una inveterata semplificazione, o appropriazione, il termine America. Brooks esamina gli Stati Uniti dall'interno, e penso che in un momento di crisi a livello mondiale dell'immagine degli Stati Uniti, o addirittura di messa sotto accusa del cosiddetto impero americano, valga la pena di ascoltarlo.
Molto opportunamente, Brooks cita uno degli studiosi radicali più significativi negli Stati Uniti, Sacvan (pensate, un rimando esplicito a Sacco e Vanzetti) Bercovitch: «Solo "America", fra tutte le designazioni nazionali, assume la forza dell'escatologia e dello sciovinismo assieme». In altre parole, fin dagli inizi della storia americana si fondono il verbo idealistico - sia politico sia religioso - di una salvifica verità e la tentazione non soltanto di farlo gelosamente proprio, ma di propagarlo nel mondo. Il più rappresentativo poeta americano, Walt Whitman, dopo la fine della guerra civile sebbene turbato da una congiuntura persino cupa del suo Paese, scommetteva fiduciosamente sul futuro, dichiarando che la democrazia americana sarebbe divenuta «l'impero degli imperi, creando una nuova storia». L'ottimismo autenticamente democratico e popolare di Whitman, nella prospettiva di Brooks, conserva nonostante tutto una sua validità, senza per questo cancellarne le contraddizioni.
Brooks compie un viaggio attraverso gli Stati Uniti e, ora che essi paiono soffrire di un momento di «declinismo», ci addita le varie facce di «un Paese segmentato». Non si può lecitamente delineare un'immagine univoca del Paese, e il merito di Brooks sta nel raffigurare la molteplicità della società urbana nei suoi particolari più ordinari, o nello spingersi a Ovest nelle piccole comunità rurali. Proprio la rappresentazione della quotidianità sostanzia il libro, fino ad episodi in apparenza banali ma esemplari, come la mania di chi si imbarca su un aereo tenendo stretto fino all'ultimo il cellulare, talismano rassicurante.
Per Brooks, la scommessa americana sull'avvenire si riconduce ancora al messaggio di Withman, anche se, confessa, «abbiamo difficoltà ad adattarci alle circostanze della realtà». Ma esiste un percorso tragico nella storia degli Stati Uniti, fin dalla guerra civile e dall'assassinio del presidente Lincoln. Non è un sinistro privilegio americano, sia ben chiaro, ma scandisce momenti cruciali della sua storia. Sotto questo profilo, un contributo prezioso ci viene da Omicidi americani, una raccolta di servizi giornalistici, dovuti tutti a premi Pulitzer, curata da Simone Barillari e con una efficace prefazione di Giancarlo De Cataldo. Si inizia già nel 1924, quando alcuni rapitori uccidono un giovane mentre il facoltoso padre tenta di pagare il riscatto. Naturalmente, i due capitoli più stringenti riguardano l'uccisione del presidente Kennedy e la strage nella scuola di Columbine, «strage dell'innocenza americana», perché proprio i valori additati da Brooks vengono barbaramente strangolati. Michael Moore ne ricaverà un film culto.
L'assassinio di Kennedy rimane avvolto dal mistero, mentre la strage della Columbine tradisce una scelta insieme gratuita e sinistramente sacrificale, perverso stravolgimento di quella dimensione religiosa che Brooks sottolinea quale costante peculiarmente americana.
Come guarda l'Europa ai miti americani? Caterina Ricciardi e Sabrina Vellucci propongono una serie di penetranti contributi in Miti americani oggi, ove si indaga sull'immaginario dell'intero continente americano. Qual è il rapporto tra storia e mito, la loro ibridizzazione, «dalla sfera domestica allo spazio pubblico». Andiamo dal leggendario bandito Billy the Kid al sogno mitico dell'emigrazione, oggi più che mai al centro della società «etnica» degli Stati Uniti, fino alla necessità di pervenire a un'identità non condizionata dai miti o dalle imposizioni della cultura dominante. Suggerirei di affiancare questo ricco volume a Identità americane: corpo e nazione, un'altra raccolta di saggi a cura di Camilla Cattarulla. L'originale prospettiva di questo volume si incentra su un'indagine figurativa che, partendo dall'esame di dipinti, fotografie d'arte, album di famiglia, mette a fuoco «il corpo fisico quale metafora di una nazione». Questo immaginario visivo rimanda alla cultura, alla società, alla molteplicità etnica, dagli indiani agli afroamericani.
Diamo spazio ai viaggiatori, ai moderni esploratori europei degli Stati Uniti. Penso a due libri per molti versi paradigmatici: Viaggio al termine degli Stati Uniti, di Flavio Baroncelh, e Diario americano di Giulio Sapelli. Entrambi i volumi, piacevolmente leggibili, rivelano da un lato la preziosa disposizione a leggere, direi a conquistare, la realtà americana, dall'altro, nel caso di Baroncelli, a distanziarla. Sapelli apprezza giustamente la visibilità del sistema americano, fino magari alla corruzione o al cattivo governo, in contrasto con la «patologia invisibile del sistema» peculiare dell'Europa. Il sottotitolo del libro di Baroncelli si indirizza al perché «gli americani votano Bush e se ne vantano». Domanda ambiziosa e provocatoria cui ho trovato, francamente, una risposta, più umorale che politica, ma ho apprezzato la rappresentazione diretta, immediata, deliberatamente partigiana, di quel Paese segmentato, limpidamente raccontato da Brooks. Non esiste una sola chiave per capire gli Stati Uniti - scusate l'America.

“Tuttolibri – La Stampa”, 26 agosto 2006

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