8.8.18

La piaga del lavoro precario non guarirà col decreto Dignità. Ecco perché (Roberta Carlini)


I rapporti a termine continuano a crescere.
E con la legge presentata dal ministro 5 Stelle
la situazione cambierà ben poco

Un fiume. Un flusso d’acqua impetuoso, che corre preme e si incanala in tanti rivoli. E quando ne trova uno bloccato, in un attimo va a riempirne un altro. L’immagine è bella e bucolica. Ma la sostanza non lo è, se con la metafora del fiume ci si riferisce al lavoro che le imprese cercano e vogliono dare: flessibile e temporaneo, breve e imprevedibile come il futuro. Alla piaga del lavoro precario, contro la quale la parte pentastellata del governo ha stampato nero su bianco sul frontespizio di un decreto la parola “dignità”, e ha dettato le nuove regole, più rigide, del contratto di lavoro dipendente a tempo determinato. Ma chiuso uno sbocco, la corrente prevalente del fiume rischia di andarsene in altri, altrettanto precari, com’è successo nel passato recente, e spesso: almeno sei volte in cinque anni, riepiloga Bruno Anastasia, dell’osservatorio di Veneto Lavoro e grande esperto di numeri dell’occupazione. È lui che ricorre all’immagine del fiume in piena per raccontare cosa sta succedendo al lavoro nell’Italia del dopo-crisi. Se guardiamo al fiume, e non ai suoi rivoli - che si chiamano a termine, a chiamata, interinali, voucher, intermittenti, e via via tutte le forme che il diritto del lavoro ha dato alla grande onda - possiamo allontanarci dai duelli di giornata sui numeri del decreto e della sua relazione, per rispondere a una domanda di fondo: il lavoro breve è la nuova normalità della produzione di merci e servizi? E nella corsa del fiume, vince la legge o l’economia?

Novantacinque su cento
Nello stesso giorno in cui il Consiglio dei ministri approvava il decreto dignità, l’Istat diffondeva la sua nota mensile sull’occupazione. I dati si riferivano a maggio e dunque consentono di fare un confronto sul flusso di lavoro dal maggio 2017 a quello di quest’anno. Su 457.000 occupati in più, solo 5.000 sono permanenti (aggettivo con il quale l’Istat ha sostituito la dizione “a tempo indeterminato”, dopo il Jobs Act), poi ci sono 19.000 autonomi e infine ben 434.000 a termine. In percentuale: 95 nuovi occupati su 100 hanno un lavoro temporaneo. Qui c’è «un cambiamento che potremmo definire epocale», scrive Francesco Seghezzi sul bollettino di Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi, chiamando in causa le mutazioni «dei sistemi produttivi, sempre più esposti a mercati volatili e a consumatori esigenti, il tutto rendendo necessari livelli di flessibilità diversi da quelli del passato». Insomma, «è difficile pensare che siamo di fronte solo a un cortocircuito normativo».
Più che cortocircuiti, le norme negli ultimi tempi hanno fatto una bella serie di capriole e stop and go. Le riepiloga Anastasia: la riforma Biagi nel 2003 limita le collaborazioni e apre sui voucher e il lavoro intermittente (a chiamata); quest’ultimo viene poi penalizzato dalla legge Fornero, che invece fa esplodere i voucher e stringe i bulloni del tempo determinato; arriva subito dopo Letta che li allenta un po’, fino al ciclone Poletti (e siamo al 2014) che semplifica e liberalizza il tempo determinato; si arriva così al Jobs Act (2015) che invece incentiva il tempo permanente e chiude di fatto le collaborazioni, e fa correre i voucher; infine Gentiloni che chiude il rubinetto dei voucher, mentre risalgono intermittente e lavori a termine. E adesso Di Maio, che restringe i contratti a termine: ma non è finita ancora, poiché il ritorno parlamentare dei voucher potrebbe far incanalare di nuovo tutto il precariato nei buoni-lavoro.
Un’altalena da far girare la testa, e che rende abbastanza vano l’esercizio sulle previsioni post-decreto dignità.
«Le imprese si muovono veloci sfruttando le opportunità presenti, la corrente si sposta all’istante, sapere quale sarà il letto nuovo del fiume è complicato», riassume Anastasia. Loro stessi, nell’ufficio studi di Veneto Lavoro, hanno fatto dei calcoli per la regione che guida le classifiche della produzione e dell’occupazione italiane: 80 mila i rapporti di lavoro a termine (in Veneto) potenzialmente interessati dalla riforma Di Maio, e dunque dalla riduzione della durata massima da 36 a 24 mesi, dall’obbligo di dichiarare la causale dopo i 12 mesi, dalla riduzione del numero delle proroghe e dall’aumento del costo contributivo a ogni rinnovo.
Di questi 80 mila, solo un quarto sono davvero investiti dalle nuove norme, che escludono stagionali, pubblica amministrazione, agricoltura e contratti sotto l’anno.
Ma anche delimitato così il campo, prevedere cosa succederà è difficile. «Dipende da cosa decide l’impresa», sembra una risposta ovvia ma non lo è. L’impresa può decidere di fare contratti diversi - apprendistato, lavoro autonomo, anche l’assunzione a tempo indeterminato; può sobbarcarsi il costo maggiore del tempo determinato (se ne è parlato tanto, ma a conti fatti su una retribuzione di 1800 euro sono 9 euro al mese); può fare nuovi contratti a tempo a nuovi lavoratori, dunque buttar fuori quelli di prima; o ancora riorganizzare la sua filiera esternalizzando qualche pezzo. «Con due milioni di disoccupati in giro, il problema del turn over per le qualifiche più semplici non esiste, mentre diventa più complicato per quelle professionalità sulle quali c’è più richiesta e meno offerta», spiega Anastasia, che reputa abbastanza ottimistica la famigerata stima dell’Inps (a rischio 8000 posti all’anno con le nuove regole), costata la dichiarazione di guerra permanente del governo al presidente Tito Boeri.
Se Anastasia è abbastanza scettico sull’efficacia automatica dei cambiamenti delle norme sul lavoro, è invece certo di un fatto: anche se il tempo indeterminato, sul totale dei lavoratori italiani, resta di gran lunga prevalente, ormai da anni le nuove correnti vanno tutte sul lavoro a termine, con la sola eccezione dell’anno della decontribuzione del Jobs Act «quando le imprese hanno fatto una indigestione di tempo indeterminato». Tra i motivi strutturali dello spostamento verso il lavoro a termine, non va sottovalutato un fatto: «la rilevante crescita della produzione stagionale e di breve durata». Gran parte della ripresa occupazionale degli ultimi anni è avvenuta nei servizi, in particolare nel turismo. «E poi il settore della cultura, lo spettacolo, l’economia dei festival: qui non è la singola posizione ma proprio il posto di lavoro che è a termine, per definizione».

Una ripresa a tempo?
I dati sull’occupazione sono lì a testimoniarlo: la ripresa nell’industria è a basso contenuto di lavoro - e ancor meno di lavoro permanente - mentre i numeri più alti sono nei servizi, caratterizzati spesso non solo da stagionalità, come il turismo e il commercio, ma anche da bassa produttività e scarsa innovazione. Quella che abbiamo avuto non è una “ripresa senza occupazione” (la jobless recovery della teoria economica), ma una ripresa con lavoro povero o precario, afferma Dario Guarascio, economista dell’Inapp, che insieme ad altri ricercatori ha fatto uno studio sul nesso tra occupazione e investimenti, intitolato “Lavori più deboli, innovazione più debole”.
Il risultato è presto detto: «un ricorso intenso al lavoro temporaneo si associa a una bassa propensione all’introduzione di innovazione di prodotto». Insomma, un lavoro precario per una economia fragile, condannata ancora a una produttività molto bassa: che non si contrasta, dice Guarascio, a colpi di normativa sul lavoro (quest’ultima però «può dare un segnale simbolico di discontinuità, rispetto al precariato»), ma richiede politiche strutturali, capaci di agire sugli investimenti e sulla domanda nell’economia. Se dall’avamposto veneto del nuovo triangolo industriale enfatizzano il ruolo dinamico che comunque questa ripresa infarcita di lavoro a termine ha nella collocazione internazionale dell’Italia, queste ricerche vedono il lavoro temporaneo non come elemento di forza ma come sintomo di fragilità.
Concorda la segretaria generale della Fiom Francesca Re David, che - come storicamente il suo sindacato e la Cgil hanno sempre fatto - chiede politiche strutturali: «Con la crisi abbiamo perso il 25% della capacità industriale installata, restiamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma dobbiamo investire. Gli interventi fatti hanno inciso solo sulla forma, hanno redistribuito le stesse ore di lavoro tra più persone, qui serve più lavoro». Già, ma come? Politica industriale e intervento pubblico diretto, sia come volano a investimenti privati che per potenziamento del welfare che è esso stesso parte di un’economia “forte”: sono questi i cavalli di battaglia storici sebbene un po’ ammaccati del sindacato di Camusso. Che rispetto al decreto dignità ha preso una posizione intermedia, non festeggiare né sabotare.
Dalla guida dei metalmeccanici Re David la vede così: «Le imprese prendono lavoro quando ne hanno bisogno, se c’è da produrre non è che mandano a casa gente per il decreto dignità». Ma certo non sarà questo decreto a invertire la corrente, per tornare alla metafora del fiume. «È un simbolo, niente di meno e niente di più. Le regole dei contratti non possono creare lavoro, ma possono rafforzare o indebolire i lavoratori, accompagnarli o lasciarli soli; e negli ultimi anni li hanno indeboliti». Quanto al bisogno di flessibilità delle nuove produzioni, dei settori “che tirano”, e delle catene produttive mondializzate, Re David replica: «La flessibilità non è tutta uguale, e non necessariamente è precarietà. Esiste una flessibilità governata, contrattata. Il problema è che da anni ormai si intende la flessibilità solo come comando senza discussione. Nell’industria, si realizza più con gli appalti e i subappalti che con il tipo di contratto di lavoro. Ma la sostanza è la stessa».

L'ESPRESSO, 24 luglio 2018

Sessantotto. “Una stagione in cui poveri e esclusi si sentirono meno emarginati”. Intervista a Guido Viale (Claudio Gallo)


“Dignità umana la lezione attuale del ’68. 
Per noi la politica era vivere in modo diverso. 
Oggi l’impegno è l’anti-razzismo”

È stato uno dei leader del ’68 e tra i fondatori di Lotta Continua. Guido Viale, 75 anni, sociologo, scrive saggi, si occupa di economia, modelli di sviluppo e ambiente. Gli chiediamo, cinquant’anni dopo, di spiegarci quella stagione che sembra ormai assorbita nella società dello spettacolo: è possibile darne una definizione minima che ricollochi il periodo nella storia?
«La domanda non corrisponde né alla mia esperienza personale né a quella di gruppo. Il ’68, con la sua dilatazione all’autunno caldo del ’69, è stato un movimento molto chiuso su se stesso, concentrato sulle cose che faceva e non sulla loro rappresentazione pubblica. L’idea che la società dello spettacolo si sia sviluppata da quella stagione è una sciocchezza che ha molti autorevoli sostenitori, come il filosofo Mario Perniola, morto da poco, che ha messo in un rapporto di continuità il ’68, cioè l’idea della fantasia al potere, con la cultura spettacolare del berlusconismo».

Il ’68, in particolare a Torino, è nato prima del ‘68. Come si è passati dalla protesta generalizzata all’azione politica?
«In realtà la protesta era già nata come protesta politica e l’azione politica è stata in gran parte una protesta, nel senso che poi difficilmente è riuscita a raggiungere risultati consolidati, se non la creazione di un clima di libertà prima nelle università e nelle scuole, poi nelle fabbriche e per un certo periodo anche nella vita associata delle città. Un posto dove studenti, operai e cittadini, soprattutto proletari e poveri, si sentivano meno esclusi e trascurati, più protagonisti».

Quindi fin dall’inizio c’era una coscienza politica precisa?
«No, se per coscienza politica s’intende un’ideologia oppure un’appartenenza politica, escludendo i pochissimi gruppetti già politicizzati. Piuttosto, la cascata di ideologie marxiste-leniniste è arrivata dopo, come conseguenza del ’68 che aveva aperto certi spazi con la sua contestazione (come si chiamava allora) della gerarchia e dell’autoritarismo».

Lotta Continua pensava veramente che una rivoluzione comunista sarebbe stata possibile?
«Credo che noi, come Lotta Continua, la parola rivoluzione non l’abbiamo mai usata, e se l’abbiamo fatto è stato molto tardi. Vivevamo il comunismo, a cui dicevamo di appartenere, secondo il detto di Marx per cui il comunismo è il movimento reale che cambia le cose. Abbiamo sempre vissuto, soprattutto nella prima fase di formazione dell’organizzazione, la nostra lotta e la nostra partecipazione alla vita politica come un processo che aveva il suo fine in se stesso, cioè nello spazio di libertà, di autonomia, anche di cultura, di maturazione, che la partecipazione alla lotta ci dava. Indubbiamente c’erano degli obiettivi politici di volta in volta: scioperi, lotte; ma fin dall’inizio abbiamo cercato di porre l’accento sul fatto che lottare era anzitutto una maniera di vivere in modo diverso».

Molto poco leninisti...
«A partire dal 1972 o ’73 ci siamo anche dichiarati leninisti, ma era uno scimmiottamento di altre organizzazioni che avevano fatto del leninismo la loro bandiera. Sostanzialmente l’abbiamo praticato molto poco e comunque è stato uno degli elementi di degenerazione della nostra organizzazione».

Alcuni sostengono che il ’68 abbia spostato la cultura sindacale da un approccio quantitativo a uno qualitativo, preparando la strada al declino della stagione dei grandi contratti di lavoro e del sindacalismo stesso; altri ancora pensano che l’indebolimento sessantottino dei valori tradizionali abbia di fatto predisposto il terreno all’avvento della globalizzazione neoliberale. Che cosa ne pensa?
«La distinzione tra lotta sindacale e lotta politica era il residuo di una vecchia tradizione del movimento operaio che non aveva spazio nel modo in cui la lotta veniva vissuta dagli operai e dagli studenti di quegli anni. Allora si percepiva la lotta come immediatamente politica anche quando aveva caratteri sindacali. Per quanto riguarda i valori borghesi tradizionali, come la famiglia, la moralità e l’appartenenza nazionale, sono stati indubbiamente dei bersagli cruciali del ’68, secondo me sacrosanti. Oggi il neoliberalismo si sta riappropriando proprio di quei valori nel tentativo di difendersi contro una contestazione che in qualche modo sta crescendo anche se non ha un volto direttamente politico. Si vorrebbero recuperare quei valori borghesi, tanto è vero che i partiti che oggi li invocano come i partiti della destra nazionalista e razzista non hanno niente da eccepire contro il neoliberalismo. Forse molto contro la globalizzazione, ma non contro le privatizzazioni o contro la finanziarizzazione che anzi sostengono».

L’antifascismo, di cui si torna oggi a parlare, è stata una componente essenziale del ’68. Non pensa che sia stato anche il salvagente identitario di una sinistra che non perseguiva più obiettivi di sinistra?
«Di fronte a una crescita del Msi, dei movimenti di destra e dell’azione squadristica, e anzitutto di fronte alla strategia della tensione, abbiamo di fatto praticato un antifascismo che ha talvolta messo in secondo piano l’obiettivo per cui ci eravamo mossi: la trasformazione della società. Oggi il problema centrale che ci troviamo di fronte non è tanto il fascismo in sé quanto il razzismo, anche se i due vanno insieme. La crescita dei movimenti di destra, anche quelli che si ispirano direttamente al fascismo, come CasaPound o Forza Nuova, in realtà hanno alla base del loro reclutamento (riuscendo a coinvolgere anche Salvini) non tanto il richiamo al fascismo, che resta un tratto permanente e ineliminabile nella società italiana, ma il razzismo e l’odio per gli immigrati. Mobilitarsi contro il razzismo, con azioni positive e non solo con richiami ideologici, è negli intenti di tutti coloro che oggi sono impegnati in azioni di accoglienza e sostegno alle comunità immigrate. L’antirazzismo è diventato una componente prioritaria dell’azione politica».

Se si presentassero le condizioni per un nuovo ’68, che cosa toglierebbe e cosa aggiungerebbe rispetto ad allora?
«La cosa che più potrebbe essere recuperata del ‘68 è la rivendicazione della dignità degli esseri umani, questo era il contenuto di fondo dell’antiautoritarismo di allora sia nelle scuole sia nelle fabbriche».

“La Stampa”, 22/03/2018

Diritti civili e dilemmi morali. Se il pasticciere nega la torta nuziale a una coppia gay (Ermanno Bencivenga)



Nel 2012 due uomini, David Mullins e Charlie Craig, in procinto di sposarsi in Massachusetts (il Colorado, dove vivevano, non ammetteva all’epoca i matrimoni omosessuali), si presentarono in una pasticceria di Lakewood, vicino Denver, per ordinare una torta nuziale. Il responsabile del negozio, Jack Phillips, si rifiutò dichiarando che una simile opera creativa, da lui realizzata, avrebbe violato le sue convinzioni religiose.
I due gli fecero causa presso la Commissione dei diritti civili dello Stato, che diede loro ragione, e la Corte d’appello del Colorado confermò il verdetto; ma il 4 giugno scorso la Corte suprema federale lo ha ribaltato, con una maggioranza di sette a due. Particolare di rilievo: a scrivere la sentenza è stato il giudice Anthony Kennedy, nominato alla Corte da Reagan nel 1987 e divenuto il suo membro più indipendente dalle affiliazioni politiche. Nel 2015 proprio Kennedy aveva fornito il quinto voto necessario per sanzionare la legalità dei matrimoni omosessuali in tutta la nazione, e aveva scritto la sentenza.
La parola «tolleranza» è spesso usata, con enfasi e senza molto riflettere, per designare una generica virtù positiva; ma, come ho mostrato nel mio libro Prendiamola con filosofia. può accadere che la tolleranza entri in contraddizione con sé stessa e causi l’insorgere di un dilemma morale (o legale). Il caso che ho descritto ne è un brillante esempio. Una coppia gay ha il diritto che vengano tollerate le sue preferenze sessuali. D’altra parte, una persona che svolge un lavoro creativo e in tale lavoro si esprime, ha il diritto che vengano tollerate le sue preferenze su che cosa è disposto o non è disposto a esprimere. E un diritto esclude l’altro; una forma di tolleranza si oppone all’altra.
Nel mio libro auspicavo che, di fronte a casi tanto controversi, la comunità istituisca un dialogo interno per stabilire priorità fra i diritti che si escludono, o eventualmente aree speciali in cui l’uno o l’altro diritto venga sospeso. Nel caso in questione, per esempio, si potrebbe proporre che una persona creativa che realizza un’opera per un committente stia esprimendo non le proprie opinioni ma quelle del committente. Non c’è speranza, però, che in un ambiente così radicalmente partigiano come quello degli attuali Stati Uniti (o, mi sembra, dell’attuale dappertutto) si riesca a condurre con civiltà e spirito costruttivo un dialogo del genere. Quindi il meglio che ci si possa aspettare è trovare una scappatoia, come quella che ha permesso a Kennedy di raccogliere una maggioranza più corposa del solito cinque a quattro che riflette lo scontro tra conservatori e progressisti (con il suo voto in bilico).
La Commissione dei diritti civili del Colorado, ahimè, si era comportata male. Dibattendo il caso, suoi membri avevano definito la fede di Phillips spregevole e lui stesso un bugiardo, e avevano paragonato il suo atteggiamento a quello di chi difende la schiavitù o l’Olocausto (senza che nessun altro membro obiettasse). Kennedy ha avuto facile gioco a dimostrare, su queste basi, che si era manifestata un’imperdonabile ostilità verso la religione, ben più grave del rifiuto di un servizio da parte di Phillips.
Immagino che Kennedy, paladino dei diritti degli omosessuali, abbia tirato un sospiro di sollievo nel non dover affrontare il problema in tutta la sua gravità e poterlo, di fatto, rimandare a data da destinarsi. Una data che, peraltro, non lo riguarderà più, visto che mercoledì 27 giugno ha annunciato il suo ritiro in pensione, lasciando questa e altre patate bollenti nelle mani dei suoi colleghi presenti e futuri. Ma per la filosofia le patate bollenti sono i casi più significativi e il dibattito su di essi è quello più importante; quindi per la filosofia questa è un’occasione mancata.

"Il Sole 24 ore Domenica", 1° luglio 2018


Anni 80, Roma senza vespasiani. Giorgio Manganelli per una saggia politica degli escrementi. Un'intervista di Antonio Debenedetti

Roma 1960, Via Leutari con un vecchio vespasiano. Dalla raccolta "Roma sparita"

Inutile arrossire;
è indispensabile
un generoso piano per le latrine”

La capitale delude gli scrittori, che colgono segni di imbarbarimento della vita cittadina? «La macchina Roma mi sembra riottosa, sciatta e genericamente non collaborativa» dichiara subito Giorgio Manganelli. «Tutto ciò è nel carattere di questa onerosa capitale» prosegue, intervenendo nel dibattito sui grandi e piccoli problemi della città. «Non l’amo più» aveva confidato d’altronde Alberto Moravia, poche settimane fa, in un’intervista rilasciata su queste pagine: «Dall’antichità a oggi il piano stradale della città è salito di almeno quattro metri: sono quattro metri di immondizie» ha sottolineato, dal canto suo, Luigi Malerba.
Giorgio Manganelli
«Macchina riottosa» ma perché? Con Manganelli abbiamo parlato, fra le altre cose, di telefoni pubblici: sono quasi sempre introvabili o guasti o inservibili. Quando ci siano e funzionino, insperata fortuna, hanno a fianco il distributore dei gettoni scarico. Non migliora purtroppo la situazione allorché, spinti da urgenti necessità fisiologiche, si cerchi un gabinetto pubblico. A Roma ne esistono pochissimi, quei rari sono spesso sudici o addirittura infruibili.
Le eccezioni sono tali da confermare la regola d’un diffuso disagio, d’un esteso deserto, dove i servizi igienici sono più rari delle oasi. Far pipi è un problema al centro, un’avventura in periferia, dove chi può soprassiede, stringe i denti.

Non le sembra strano, Manganelli, che nella nostra città sia cosi difficile assolvere a dei bisogni naturali, che possono lecitamente farsi sentire in qualunque momento della giornata e in qualsiasi luogo?
«Mi ha sempre stupito, le dirò, l’indifferenza di qualsivoglia amministrazione romana nel considerare gli escrementi dei cittadini. Escrementi che, personalmente, rispetto e ritengo parte non secondaria della nostra laboriosa sopravvivenza. Avrà notato, specie d'estate, un intenso odore selvatico di urina fluttuare tra i Fori e il Colosseo, non impropria ma forse enfatica allusione alle antiche belve. Di fatto il frequentatore di Roma, che non si tenga cautamente all’ombra della propria casa, è sfidato da inevitabili crisi: hanno attinenza appunto a feci e orine.»

Ma come dar sfogo alle più urgenti necessità? Roma non difetta forse di gabinetti e di luoghi di «comodo»?
«Accade a me come a tutti, credo, di avere in mente una mappa di luoghi idonei. Dai quali dobbiamo purtroppo escludere i rari cessi pubblici, dispettosi e torvi lazzaretti cui non oserei abbandonare la mia orfana orina. Dunque si va a caccia di vespasiani, si istituiscono trattative con librerie di cui si finisce per diventare maniacali clienti. Si tengono presenti i rari bar, che ci conoscono come indenni da droga. Ora questa macchinosa decifrazione dei luoghi utopici del “comodo” dà inevitabilmente un carattere predatorio al rapporto con Roma, che nuoce forse alla delibazione dei fasti estetici della città. Resta il problema dei numerosi stranieri costretti a pianificare in modo coatto tempi e percorsi.»

Può fare qualche esempio, che illustri meglio il grave problema?
«Rammenterò quanto accaduto a un mio amico medico che, in settimane agostane, badava al suo dovere di pediatra. Mentre entrava in macchina, reduce da una visita in periferia, venne colto da atroci dolori addominali. Era nel cuore di una città dai portoni chiusi e dalle serrande abbassate. Allora sudore e tremito si impossessarono dello sventurato: fini per cadere cosi in una forma di delirio e meditò soluzioni temerarie. La più saggia delle quali era defecare nel bagagliaio della propria automobile, chiudendovisi dentro. Non rammento la conclusione.»

Lamenta, insomma, che nessuno provveda a dotare la città dei necessari servizi igienici?
«Quella che potremmo chiamare una saggia politica degli escrementi è totalmente assente da qualsivoglia programma, che prometta a Roma gioie sportive, diletti culturali e altre felicità dell’anima. È bene diffidare dell’anima, che tende facilmente ad arrossire quando si parla delle nostre umili, anonime feci. Ma credo che un nobile, intenso, generoso piano delle latrine sia indispensabile per restituire a questa capitale, già definita onerosa, una grazia che ci pare in pericolo grave e imminente.»

Corriere della sera, 31 marzo 1985

Quadro della varietà del mondo. Gli strani animali delle Montagne Rocciose (Pierre Laszlo)


Il celebre trittico di Hjeronimus Bosch, che si trova al museo del Prado, porta un titolo, Il Giardino delle Delizie, relativamente recente. Questo enigmatico dipinto apparteneva alla collezione dei re di Spagna, con un altro titolo, Quadro della varietà del mondo, che potrebbe servire da sottotitolo al libro di Stephen Jay Gould (Wonderful Life. The Burgess Shale and the Nature of History, New York, Norton, 1989). L’interesse e la forza di questo testo risiedono nella meraviglia suscitata dalla profusione delle forme viventi. Nelle Montagne Rocciose canadesi esiste, non lontano da Banff e dal lago Luisa, un filone geologico (Burgess Shale) di enorme ricchezza, in cui abbondano fossili che risalgono a 530 milioni di anni fa. Walcott, il paleontologo che l’ha scoperto nel 1909, ne diede una descrizione deformante, classificandone gli animali marini (assai bizzarri) in categorie classiche, definendoli quindi come antenati delle specie da noi conosciute. Un recente riesame da parte di tre ricercatori britannici (Dereck Briggs, Conway Morris e il loro professore, Harry Whittington, docente a Cambridge) dimostra invece — come nel quadro di Bosch — una proliferazione di specie animali assolutamente singolari, che non hanno corrispettivo nella classificazione classica. Occorre creare allora delle nuove categorie, perché esse occupano, nella sistematica ereditata da Linneo, una serie di caselle la cui esistenza era del tutto insospettata.
Gould racconta questa grande scoperta con attenzione entusiastica. Il suo libro descrive molto chiaramente gli organismi ritrovati in questi scavi e grazie a un’illustrazione curata, onnipresente, il lettore riesce a vedere o a immaginare questi esseri curiosi, spesso piccolissimi. Come ci sentiamo amputati dalla scomparsa di alcune specie naturali, tanto rapida che i biologi non hanno neppure il tempo di studiarle (il massacro della foresta amazzonica ne rappresenta una delle cause principali), ci sgomenta constatare che l’evoluzione darwiniana ha estratto a sorte, nel vasto campionario di una zoologia favolosa, un numero ristretto di gruppi, mentre gli altri sono completamente scomparsi dal nostro pianeta.
Ogni disciplina ha le proprie rimozioni e attribuisce un nome dotto alla propria ignoranza: così troviamo le malattie psicosomatiche in medicina; la nube d’Oort, o il paradosso di Olbers in astronomia;l’auto-assemblaggio in biofisica; la reattività in chimica; ecc. Nelle scienze storiche questa carenza di informazione viene chiamata “contingenza”. Ed è la contingenza, cioè un insieme di fattori che ci sfuggono, la responsabile della scomparsa degli organismi fossilizzati nello scisto di Burgess: Opabinia, Hallucigenia dal bel nome, Anomalocaris, Marreda, e tanti altri. Si possono ipotizzare svariate ragioni per la loro scomparsa: ad esempio, l’inferiorità di una bocca dalla dentatura circolare rispetto a due mascelle articolate. Ma dare spessore sperimentale a queste ipotesi, per quanto siano affascinanti, è impossibile.
Se ogni scienza ha il proprio punto cieco, per un gruppo, ad esempio per una nazione, costituisce una debolezza assolutamente umana la tendenza a descrivere il proprio passato come quello di un gruppo destinato ad emergere e poi a dominare i gruppi rivali. Questo tipo di teleologia serve a spiegare l’errore di Walcott, che Gould si sforza di far risalire alla psicobiografia di questo scienziato influente e potente: per correggerlo, abbiamo dovuto aspettare il decennio 1970-80.

da “Liber – Rivista europea di libri” - Anno 2 n.3 Ottobre 1990 - trad. dal francese di Daniela Formento)

Ogni domenica a pranzo. A Motta Camastra, vicino Catania, le Mamme del Borgo. Un esperimento di social eating (Roberto Chifari)



Non sono mai stato a Motta Camastra e non ho modo di andarci in quest'estate. Forse in autunno sperando che ci sia – come a volte capita – un magnifico novembre. Non so se l'iniziativa di social eating, che è già al suo terzo anno e che cerco di valorizzare anche “postandone” la notizia, prosegua oltre la bella stagione. Lo spero. (S.L.L.)


Dodici signore cucinano 
i piatti della tradizione 
per un menù itinerante
Chi viene la prima volta in Sicilia resta incantato dalle emozioni che solo una terra unica come l'isola del Mediterraneo è in grado di regalare. Arte, cultura e tradizioni si mescolano insieme per lasciare al visitatore più attento sensazioni difficili da raccontare ma che restano nel cuore.
La Sicilia, quella più autentica, passa attraverso la cucina, il buon bere e il cibo non inteso come nutrimento ma come tradizione culturale. Preparare un piatto con amore significa prima di tutto prendersi cura degli altri; ma anche far conoscere le materie prime più genuine del territorio, la storia che c'è dietro ogni piatto e la ricerca minuziosa delle tradizioni tramandate di generazione in generazione fino ai giorni nostri. Ecco perché il progetto «Mamme del Borgo» è unico nel suo genere e merita di essere raccontato. Una cucina casalinga diffusa, dove si alternano le signore dei piccoli borghi italiani. Una cucina semplice, fatta dalle mamme che si uniscono per offrire ricette tradizionali, sapori genuini capaci ad ogni boccone di rimandare indietro con la mente. Un'unica cena da gustare in maniera itinerante, un menù diviso tra le mamme del paese euna visita conlo sguardo all'insù mentre si degusta una portata dietro l'altra.
Condivisione, tradizione ed esperienza sono le tre regole del primo social eating, ideato quattro anni fa in Puglia a Tricase Porto, in provincia di Lecce, e due anni fa aMotta Camastra, paese siciliano all'ingresso delle Gole dell'Alcantara, a metà strada tra Messina e Catania.
Un gruppo di signore, appunto semplici mamme, appassionate di cucina hanno creato un itinerario di cucina diffusa in tutto il paese mettendo a disposizione le loro abitazioni a chiunque voglia gustare il cibo locale in buona compagnia. Le mamme, tutte le domeniche di luglio e agosto, aprono le porte delle proprie cucine per preparare deliziosi piatti a chiunque si presenti in piazza o all'uscio della propria casa.
Così, in un mix tra street food e ristorante in casa, gli ospiti possono assaporare un pranzo con i piatti della tradizione siciliana. Un modo per valorizzare il proprio territorio in maniera innovativa. A farlo sono dodici signore che, con la loro decennale esperienza in cucina, avvicinano turisti e visitatori alla conoscenza di uno dei tanti borghi siciliani.
E così, chi arriva a Motta Camastra può provare l'antipasto con tuma fritta, ricotta infornata, carciofi arrostiti con aglio, olio e mollica. I maccaruni preparati con il ferretto e conditi con melanzane e la salsa fatta in casa dalla signora Mimma. I maltagliati serviti insieme a fumanti fagioli. Le polpette avvolte nelle foglie di limone, la carne con le patate al forno, il pane di casa e i dolci della tradizione mutticese farciti con ricotta, crema bianca o cioccolato.
Niente tavolate o posti a sedere. La parola d'ordine è condivisione, così si consumano i pasti in paese: sulle scalinate, nei gradini o sulle panchine all'ombra degli alberi.
L'idea di aprire le porte del paese è venuta alla signora Mariangela Currò, che a Motta Camastra gestisce un bar, ed è leggendo dell'iniziativa pugliese che ha deciso di replicarla in Sicilia con alcune piccole varianti: dalla possibilità di prendere prenotazioni con ampio anticipo anche per eventi fuori programma, alle modalità del pranzo talvolta consumato direttamente nelle case delle cuoche.
Ad unire la cucina ci pensano anche i ciceroni del paese che accompagnano i turisti alla scoperta del borgo mottese.
Se oggi il progetto è stato pienamente riconosciuto, lo si deve anche alle strutture ricettive di Taormina e Giardini Naxos che hanno previsto per i propri clienti collegamenti diretti per raggiungere il centro abitato. Grazie al progetto «Mamme del Borgo», il paese apre le porte alla gente mantenendo la tradizione siciliana della cucina.

Corriere del Mezzogiorno – Corriere della sera, 24 giugno 2018

La politica linguistica va sottratta all’improvvisazione. Un libro di Lucilla Pizzoli (Lorenzo Tomasin)

Lucilla Pizzoli

Può un Paese che di fatto scoraggia l’uso della propria lingua ai livelli più alti dell’attività intellettuale proporne persuasivamente la diffusione come mezzo d’integrazione a coloro che con fatica s’avvicinano ai gradini più bassi della sua scala sociale? È solo una delle molte e stimolanti domande che balenano alla mente del lettore di un bel libro di Lucilla Pizzoli (La politica linguistica in Italia, dall'unificazione nazionale al dibattito sull’internazionalizzazione, Carocci) dedicato alla politica linguistica in Italia. Sono domande che l’autrice non pone direttamente, affrontando il tema nel modo più neutro e distaccato, e mirando a un ambizioso obiettivo scientifico. È difficile dire se grazie a queste pagine la «politica linguistica» sarà riconosciuta in Italia come autonoma branca di ricerca e magari anche d’insegnamento. Di discipline nuove e più o meno fantasiose, in effetti, se ne son viste nascere fin troppe. Ma è certo che l’idea di mettere in valore la scientifica professionalità di chi si occupa delle decisioni politiche (e quindi legislative) che coinvolgono la lingua è meno peregrina di tante altre. Perché è un’idea che chiama a raccolta le solide competenze del linguista e quelle altrettanto complesse del giurista. E perché risponde a un’esigenza oggi sempre più urgente: quella di sottrarre all’improvvisazione e alla marea montante del rifiuto della competenza un campo delicatissimo, in cui far danni è facile e alla portata di molti, ma ripararli è molto complicato e possibile solo con strumenti culturali avanzati.
Il volume traccia, in densi capitoli fitti di riferimenti legislativi, un percorso ragionato attraverso leggi decreti regolamenti dichiarazioni d’indirizzo politico che in Italia (e nell’Unione europea, con ovvie ricadute sull’Italia) sono intervenuti su questioni linguistiche, modificando, condizionando o influenzando gli usi pubblici (e sociali in genere) della lingua. Un indubbio pregio scientifico di questo libro sta nel presentare una gran quantità di questioni con scrupolosa precisione documentaria. Il pregio può naturalmente diventare un difetto per chi volesse avere un’idea più chiara del peso specifico di singole questioni che nell’economia di questa trattazione rischiano di apparire equivalenti, ma certo non lo sono in termini di ricaduta sull’opinione pubblica, di conseguenze sociali, di capacità di suscitare reazioni, e in alcuni casi anche appassionate domande come quella da cui siamo partiti. Si va dall’insegnamento scolastico alla toponomastica, dalla terminologia commerciale alle insegne, dagli usi delle aule di giustizia agl’interventi sul sessismo linguistico e sulla chiarezza degli atti burocratici: numerosissimi, e talora inattesi, sono gli ambiti della storia italiana recente toccati da questioni di politica linguistica. Cioè da leggi e provvedimenti (o più spesso da singoli articoli o cenni ancor più rapidi, che passano tutti sotto la lente della linguista).
Dalla lettura del volume emerge chiaramente che nonostante l’ampiezza e la complessità delle sfide linguistiche poste da storia e geografia del Paese, lo Stato italiano non ha quasi mai avuto un atteggiamento interventista in fatto di politiche linguistiche. Fanno eccezione poche fasi (ad esempio il Fascismo, il cui impegno nel far male compromise l’iniziativa di chi in seguito avrebbe voluto far bene, ma dovette temere di apparire autoritario), e pochi ambiti, come quello delle minoranze linguistiche o quello dei rapporti tra italiano e dialetti (soprattutto nelle politiche scolastiche postunitarie). Restano a lungo scoperti, per contro, la definizione del ruolo attivo dell’italiano in Italia, in Europa e nel mondo. Restano marginali nella mente del legislatore - uno dei pochi in Europa a non aver previsto uno spazio specifico per la lingua nella Costituzione -, gli interventi concreti miranti a rafforzare l’italiano come lingua di cultura, e a promuovere un’autentica diffusione di un colto plurilinguismo in una popolazione un tempo almeno bilingue (grazie ai dialetti), poi sempre più pigramente monolingue o “zerolingue”, fino alle schizofreniche impennate recenti. Quelle che da un lato hanno risvegliato l’attenzione per lingue minoritarie e dialetti in forma rivendicativa e quasi antagonistica, e da un altro hanno sacrificato l’italiano - antica e gloriosa lingua scientifica - all’altare di un’internazionalizzazione che sa di resa al globalismo. Le direttive ministeriali sui progetti di ricerca obbligatoriamente in inglese, la retorica di un’esterofilia più dichiarata che concretamente tradotta in innalzamento della cultura media. E in parallelo, le norme raffazzonate e zoppicanti sull’integrazione linguistica dei nuovi italiani, a cui non si sa chi e non si sa come qualcuno dovrebbe pur insegnare una lingua cui tanti italiani vecchi, ormai, non tengono più.

"Il Sole 24 Ore Domenica", 11 luglio 2018

Ranuccio Bianchi Bandinelli: l'uomo che non riuscì a uccidere i due dittatori (Simonetta Fiori)


Si può cambiare la direzione della Storia? Ranuccio Bianchi Bandinelli continuò a chiederselo mentre faceva strada al Führer durante la storica visita in Italia nel maggio del 1938. Certo il giovane cicerone non riuscì in questa colossale impresa, nonostante le fantasie tirannicide della vigilia. Ma gli riuscì un altro capolavoro che può essere annoverato nella storia meno nota della rivincita dell'intelligenza contro la mediocrità del potere, del gusto contro la rozzezza, della vivacità della cultura contro la vacuità imbolsita dei due grandi dittatori. E solo uno sguardo cinematografico poteva valorizzare questa vendetta postuma dello studioso senza aver bisogno di inventare niente: bastano gli straordinari materiali dell'Istituto Luce, rivisitati con ritmo e ironia dal regista Enrico Caria, con il montaggio di Fabrizio Campioni, in un film che sarà presentato a settembre alla mostra di Venezia. Con un piccolo-grande ribaltamento di ruoli che è la trovata del nuovo lavoro.
Perché i protagonisti non sono più i due tiranni, i padroni della Terra che in quella primavera del totalitarismo europeo devono ancora decidere come spartirsi il dominio, ma l'elegante guida che nei quattro giorni di maggio compare al loro fianco durante la visita ai musei di Roma e Firenze. Figura slanciata, incedere disinvolto, il fez moderatamente napputo, quasi a mitigare il lato grottesco della tragica operetta. È lui la vera star del racconto, il professor Bianchi Bandinelli, 38 anni, futuro maestro di generazioni di archeologi. È Ranuccio L'uomo che non cambiò la Storia - come recita il titolo del film prodotto da Luce-Cinecittà - ma che ne capovolse certo la prospettiva, impugnando le armi a lui più famigliari della prosa tagliente e del disincanto ironico.
Tutto ebbe inizio da un telegramma che nella primavera del 1938 rompe l'agiata tranquillità della casa fiorentina dei Bianchi Bandinelli Paparoni, famiglia di patrizi senesi che risale all'epoca di Carlo Magno con una sfilza di pontefici e relazioni illustri. Sarà anche per la sua longeva storia famigliare, il giovane e stimato Ranuccio, già ordinario all'Università di Pisa, non si scuote più di tanto dinanzi alla convocazione del ministero della Pubblica Istruzione. Motivo del colloquio riservato? Lo scoprirà qualche giorno più tardi a Roma: il suo uso di mondo e la conoscenza del tedesco - gli spiega un alto papavero - lo rendono perfetto per fare da guida al Führer durante la visita in Italia. Un bel guaio. Lui è "un antifascista generico" - come scrive nei suoi taccuini - non ha legami con la clandestinità comunista, è un liberale con simpatie crescenti per il movimento fondato dai fratelli Rosselli. Ora è davanti a un bivio: se accetta si compromette con un regime che disprezza, ma se rifiuta compromette i suoi studi e la sua famiglia. Che fare?
L'esito del dilemma etico è quasi scontato, sotto un regime che non ammette dinieghi. Ecco Ranuccio affrettarsi all'Unione Militare per acquistare "la più scalcinata delle divise da fascista", camicia nera come vuole il programma ma senza decorazioni, no quelle proprio non le vuole, sconvolgendo "l'esperienza psicologica del ministro Cortini" assediato dalle richieste di croci e di aquile e di decorazioni purchessia. E mentre attende alla preparazione sartoriale dell'augusta visita - ma succede anche nei dormiveglia notturni - i suoi pensieri corrono e s'intorcinano, fino a impennarsi nell'unica fantasticheria che possa dare un senso a quella pagliacciata. E se uccidessi i due tiranni? Se mi facessi saltare in aria mentre salgo con loro sul predellino dell'automobile? O se approfittassi del passaggio nel corridoio che unisce gli Uffizi a Palazzo Pitti?
Nessuno più di lui poteva conoscere i dettagli del programma. E più l'attentato prende meticolosa forma nella sua testa, più il professore cerca argomenti contrari alla clamorosa occasione offerta dalla Storia. Fino ad ammettere la propria inconcludenza di "tenebroso e impotente macchinatore", solo e paralizzato di fronte all'inazione.
Così almeno ci racconta il nostro eroe mancato nello straordinario resoconto di quella missione (uscito tempo fa da e/o Hitler e Mussolini. 1938 Il viaggio del Führer in Italia ) e non sappiamo se sia un supremo tentativo di giustificazione anche con la propria coscienza prima di balzare al fianco dei due tiranni, la mattina di venerdì 6 maggio 1938. Ma qui comincia un'altra vicenda, quella più autentica, che il film di Caria restituisce anche nella sua vena umoristica attraverso la tessitura di documenti storici e spezzoni cinematografici, con i disegni di Spartaco Ripa e la supervisione musicale di Pivio: la rivincita dell'inetto cospiratore che non potendo cambiare il corso della Storia può però mostrarne tutta la sua grottesca insensatezza. A cominciare dai due protagonisti del Novecento impietosamente tratteggiati tra il Museo delle Terme e la Galleria Borghese, tra un plastico della romanità e il nudo di Paolina Bonaparte. Due modesti burattini malriusciti, Mussolini "con le mosse oblique del capo che vorrebbero mitigare la sua massiccità ma sono soltanto goffe e sinistre", Hitler forse meno repulsivo, "composto, ordinato, quasi servile, qualcosa come un controllore di un tram".
E le immagini dell'Istituto Luce non fanno che amplificare le divertite cronache di Ranuccio, l'unico che sembra davvero a suo agio tra sarcofagi paleocristiani e sculture barocche. I gesti flessuosi, la postura disinvolta di chi ha secoli di storia alle spalle, attenuano la plumbea rigidità dell'ex maestro di Predappio e dell'ex imbianchino bavarese come imbambolati dinanzi ai tesori d'arte. Con una sostanziale differenza, che non sfugge all'accorta guida. "Mentre Mussolini non nascondeva il suo disinteresse o passando per le sale senza guardare o accostandosi a un'opera a leggere il cartellino per poi restare un po' di fronte ad essa a pancia protesa a guardarla come se fosse un muro bianco, Hitler amava realmente le false qualità artistiche che scopriva e se ne commuoveva. Come si commuove agli acuto del tenore il barbiere appassionato di musica". Insomma due patetici dilettanti, il primo più sfacciato nell'ostentare la propria ignoranza, salvo pietire "con sguardo penoso" l'aiuto del suo Cicerone quando teme di non essere all'altezza dell'ospite; l'altro animato da pretese artistiche aggravate da una insopprimibile vocazione alla simulazione e all'inganno. Ipnotizzato soprattutto dai nudi di Afrodite e di Paolina, il Füher arriva a confessare al professore che, sistemate le cose in Germania, sarebbe tornato in Italia per visitare in incognito i monumenti. "Sì, proprio lui che ha messo al bando i Manet, i Cezanne, i van Gogh...". Per fortuna Hitler non ha ancora il dono di leggere nei pensieri.
Non cambiò la storia, Ranuccio Bianchi Bandinelli, ma poté cambiar presto la sua vita. Ritiratosi di nuovo nell'ombra, alla fine di quello stesso anno avrebbe rinunciato alla prestigiosa direzione del Scuola archeologica italiana di Atene lasciata libera da Alessandro della Seta cacciato perché ebreo. Dopo la guerra entrerà nel Pci proponendo ai suoi mezzadri una gestione collettiva della terra. I suoi libri rivoluzioneranno la storia dell'arte e l'archeologia. Come sarebbero andate le cose se davvero avesse ucciso i due tiranni? Non se l'è mai domandato, sapendo che la storia non si fa con i se.

“la Repubblica”, 9 agosto 2016

Catania. A tavola col cavallo


A Catania c'è un locale in cui si cucina carne di cavallo. È la Trattoria Achille, vero must della cucina etnea di strada. Oltre ad avere la possibilità di assaggiare il cavallo in tutti i modi, dalla classica fettina arrosto alla salsiccia, è possibile anche gustare l'ottimo buffet di antipasti: un tripudio di parmigiana di melanzane, frittatona di ricotta e spinaci e wurstel con cipolla. Ma il momento clou è assaggiare le prelibatezze a base di carne di cavallo. Eccezionali le polpette: morbide, succose, cotte al punto giusto. Veramente ottima anche la salsiccia di cavallo, condita con cipolla e spezie: la carne si scioglie in bocca e non risulta né pesante, né salata. Il menù offre la possibilità di mangiare altri tipi di carne, come gli involtini di suino, pistacchio e philadelphia, oppure i triangoli di manzo conditi con formaggio filante e rucola. Non mancano nemmeno le stigghiole, fatte con cipolla e intestino, ma questa è roba solo per stomaci forti.

Corriere de Mezzogiorno - Corriere della sera, 24 giugno 2018

7.8.18

Scelte di vita. L'epopea di Rosario Amodeo, siciliano, comunista e imprenditore (Valentino Parlato)

Rosario Amodeo
Rosario Amodeo, classe 1936, siciliano di Sambuca (una volta la Stalingrado di Sicilia) plurilaureato e ufficiale di riserva, formatosi alla Nunziatella, ha pubblicato vari libri. Con questo Navigazione in mare calmo. A tratti leggermente mosso (Guerini e Associati, pp. 251, euro 19.50) sintetizza una storia di quarant’anni dell’industria informatica, e di Amodeo che da rappresentante di commercio diventa imprenditore e leader della principale società italiana di software, la Engineering. E tutto questo (è nato a Sambuca) anche da comunista.
La storia comincia tra il 1954 e il 1956, quando parte il miracolo economico e «le aziende erano affamate di quadri; i giovani, che si erano laureati bene, avevano l’imbarazzo della scelta» e le imprese rimborsavano la spese di viaggio. Quale differenza da oggi! Così la prima scelta del giovane Amodeo è (ovviamente) per la Olivetti. Scrive Amodeo: «per il mito di Adriano e, perché no, del maggiore stipendio iniziale». E, a questo punto, non posso non dire che la scomparsa della Olivetti è la prova più evidente e forte dell’inettitudine del nostro ceto imprenditoriale. E sempre a proposito della Olivetti sono da leggere i riferimenti a Nerio Nesi, altro personaggio della nostra passata buona stagione.
Alla Olivetti per i venditori c’era un corso di formazione, superato il quale, il nostro Amodeo inizia la sua carriera a Verona. E qui, sempre a mio parere, emerge un altro punto importante nell’industria (e direi anche nella politica): bisogna imparare a vendere. Vendere non è solo offrire la merce (o chiedere di votare per un certo partito). Vendere chiede cultura, intelligenza, sensibilità. Doti che il nostro Amodeo aveva, così da diventare imprenditore al colmo della sua carriera di venditore. Da Verona, dopo un corso di capogruppo, il nostro Amodeo viene assegnato alla importante filiale di Napoli. Quindi alla divisione elettronica, altra avanguardia della Olivetti che però andrà male e che porterà alla Oge, una società per il 75 per cento della General Electric e per il 25 per cento della Olivetti. Era la fine della Olivetti.
Ma il percorso di Amodeo continua in progressiva ascesa: Univac e altre imprese ancora, tra cui, sembra singolare, una società italo bulgara, la Sibicar, che operava in carrelli elevatori. Poi c’è lo straordinario affare per l'informatizzazione delle Camere di Commercio con la società Cerved, che è la premessa al passaggio di Amodeo al ruolo di imprenditore. Leggere questo libro è, per certi versi, come leggere un romanzo di avventura con protagonista, in continua emersione, il nostro Amodeo.
Ma Amodeo era anche comunista. Questa scelta gli crea qualche preoccupazione, ma non molla fino a quando rimane convinto della sua scelta e belle sono le pagine dove si racconta come diffusore dell’«Unità» o di iscritto alla Sezione Italia del Pci, allora in via Catanzaro, alla quale negli anni ’50 sono stato iscritto anche io. Amendola e Pajetta sono i personaggi che ha frequentato e c’è anche un curioso e interessante riferimento al comportamento di Togliatti, quando Stalin lo aveva chiamato a lasciare l’Italia per un ruolo dirigente nel Cominform.
Molti anni il venditore e imprenditore Amodeo ha trascorso nel Pci, dal quale poi si è staccato. Ma, leggendo questo libro, mi viene da dire (anche se il paragone è un po’ assurdo) che il Pci ha avuto lo stesso destino della Olivetti. Due imprese primarie, poi dissoltesi per l’ignavia di noi italiani.

Oscar Luigi Scalfaro, Totò e il caso del “prendisole”


Oscar Luigi Scalfaro fu protagonista il 20 luglio del 1950 di un episodio che fece molto scalpore sulle cronache dell'epoca, il famoso "caso del prendisole". Il fatto ebbe luogo nel ristorante romano "da Chiarina", in via della Vite, quando insieme a due colleghi di partito, ebbe un alterco con una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, da lui pubblicamente ripresa in quanto il suo abbigliamento, a suo parere, era sconveniente poiché ne mostrava le spalle nude.
Secondo ricostruzioni d'epoca, la signora si sarebbe tolta un bolerino a causa del caldo e Scalfaro avrebbe attraversato la sala per gridarle: “E' uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!”. Secondo alcuni, il futuro presidente della Repubblica avrebbe dato anche uno schiaffo alla signora, ma Scalfaro ha sempre definito la cosa una "leggenda". Di certo uscì dal locale e rientrò con due poliziotti. In Questura la giovane donna, militante del Movimento Sociale Italiano, lo querelò per ingiurie.
Ne nacquero interrogazioni alla Camera e al Senato, presentate soprattutto da parlamentari di sinistra. Dalla rubrica che sul “manifesto” Alberto Piccinini qualche anno fa curava riprendo stralci di una sorta di autodifesa che Scalfaro produsse, intervenendo alla Camera dei Deputati.
"Ciascuno di noi, quando ha accettato l'elezione a deputato, non ha cessato di essere, non dico cristiano, ma uomo e, eventualmente anche padre di famiglia, in questo senso il deputato (...) non può non sentire il desiderio che la patria comune sia il più possibile pulita.
E se vi sono indumenti (...) che si chiamano «prendisole» - e non li ho battezzati io così - si usino per prendere il sole e non per andarsi ad accomodare in un locale chiuso, dove il pubblico ha il diritto di mangiare e non di... pascolare.
Vi sono dei diritti nei cittadini di una patria che sono i diritti alla pulizia, e quando ci si appella a questi, onorevoli colleghi, non ci si appella a dei principi di cristianesimo, ma a dei principi umani. L'uomo che affianca una donna, chiunque essa sia, alla quale voglia comunque bene (e non chiedo se a titolo lecito o no) deve sentire quello che sente la mia bimba di sei anni quando torno a casa e, non avendo ella il dono di avere con sé la sua mamma, si aggancia più facilmente ai pantaloni del suo papà e dice: «Questo è il mio papà».
L'aggettivo possessivo, onorevoli colleghi, dice molto. Chi vi ha rinunziato e non ha più il coraggio o la possibilità di dirlo nei confronti di una donna che, per le eccessivi manifestazione pubbliche, non è più privata (Applausi al centro e a destra - Proteste alla estrema sinistra), non ha calpestato i principi cristiani, ma i primi valori umani."
on. Oscar Luigi Scalfaro
Intervento alla Camera dei Deputati, 14 novembre 1950

Nessun pentimento e nessuna scusa dunque da parte del deputato, al punto che il padre della signora, un colonnello in pensione dell'Aeronautica, un pluridecorato, lo sfidò a duello. Scalfaro respinse la sfida adducendo come motivazione le sue convinzioni cristiane. Gli rimproverò pubblicamente questa scelta il Principe Antonio De Curtis, in arte Totò che gli indirizzò una puntuta lettera aperta.
"Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti.  La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.
Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto.
Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa."
principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis
"Avanti!", 23 novembre 1950

Scalfaro riuscì ad evitare anche una sentenza sulla querela della signora, che chiedeva risarcimenti, grazie all'amnistia del 1953.

6.8.18

La poesia del lunedì. Rainer Maria Rilke (Praga 1875 – Montreux 1926)



Annunciazione (Le parole dell’Angelo)

Tu non sei piú vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai cosí intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

dal Libro delle immagini, traduzione di Giaime Pintor in Poesie, a cura di Franco Fortini, Einaudi 1955

5.8.18

Gli eccessi di Elagabalo, l'imperatore ragazzo (Emanuele Papi)

Riprendo un ampio stralcio da una interessante e divertente rievocazione anniversaria uscita il mese scorso nel domenicale del “Sole” in occasione dei duemila anni dall'ascesa al potere, giovanissimo, dell'imperatore romano Elagabalo. (S.L.L.)
Il viso di Elagabalo nel busto dei Musei Capitolini (220 ca.)

Duemila anni fa un ragazzo arabo di quattordici anni divenne imperatore di Roma. Aveva un nome non memorabile: Marco Aurelio Antonino, ed è passato alla storia con il suo soprannome: Elagabalo (El-Gabal significa Dio della Montagna, una divinità semitica del Sole alla quale era particolarmente devoto). La colpa era stata della mamma e della nonna: due volitive e nobili siriane, imparentate con la dinastia dei Severi, che manu militari erano riuscite a tramutare il fanciullo in imperatore e a comandare per interposta persona (avevano messo in giro la voce che era figlio illegittimo di Caracalla per dargli almeno un’aura di legittimità dinastica). Un ritratto ai Musei Capitolini di Roma mostra la sua faccia: un adolescente con gli occhioni e l’espressione un po’ afflitta, i capelli mossi, le basette e la peluria che spunta, gote piene e labbra abbondanti (era negli anni dell’"innocentissima aetas" secondo Plinio il Vecchio o dell’"imbecilla aetas" secondo Sant’Agostino).
Fu il venticinquesimo cesare (per 1395 giorni, tra il 16 maggio del 218 e l’11 marzo del 222 d.C.) e fu un campione del gender. Non gli piacevano gli abiti che portavano i greci e i romani e non gli piacevano neanche gli abiti da uomo. Quando non si travestiva da Venere, si drappeggiava di seta scarlatta trapuntata d’oro, carico di collane e bracciali, ispirandosi alla moda dei preti fenici e agli sfarzosi persiani (per questo era sbeffeggiato come l’“Assiro” o il “Sardanapalo”). Si sposò con cinque aristocratiche romane per eugenetica (desiderava «bambini simili a dei» ma non si riprodusse) e impalmò due maschi orientali per passione: uno schiavo di cui si considerava «moglie e regina», e poi un atleta superdotato. Come una Messalina rediviva si prostituiva al bordello, truccato, depilato e con la parrucca. Si era fatto circoncidere per motivi religiosi ma avrebbe preferito castrarsi ed era disposto a dare la metà dell’impero a chi trovasse il modo di trapiantargli i genitali femminili.
Fu attento alla rappresentanza di genere: la madre e la nonna partecipavano alle adunanze del senato negli scranni dei consoli (un tabù punito con la morte che solo Agrippina madre di Nerone aveva violato, nascondendosi dietro una tenda) e istituì anche un senato di donne al posto di un’antica congrega di virtuose matrone. Era un protettore di prostitute: riscattava la schiave per liberarle, costruiva per loro case pubbliche, le riempiva di denaro e di provviste di grano. I militari e i senatori di Roma erano abituati da secoli agli eccessi assortiti dei nobili e agli imperatori più impudenti (quasi mai potere e ricchezza erano esibiti con l’ascesi). Nelle ricezioni, Elagabalo era anche più stravagante di Nerone: piogge di petali, piscine profumate, cuscini d’oro, pentole d’argento, vini con aromi esotici e pietanze che neanche Trimalcione aveva immaginato: talloni di cammelli, lingue di usignoli, cervelli di fenicotteri e barbe di triglia (la carne suina non era permessa dalla sua religione).
Ai custodi della res publica quell’imperatore andava poco a genio. I soldati erano scandalizzati che «un principe accogliesse la libidine in tutti i suoi buchi». Ai senatori non piaceva di essere considerati «servi in toga» ed essere esclusi dalle cariche più importanti, che assegnava - secondo loro - ai dissoluti compagni. Ma soprattutto non sopportavano il culto di un solo dio e gli esotici rituali che – per forza o per amore - cercava di trapiantare a Roma. In una terrazza del Palatino davanti al Colosseo fece costruire l’Elagabalium, un tempio dove contenere la religione e i simboli ancestrali di Roma insieme a quella di Giudei e Cristiani ma decise che non c’era altro dio all’infuori di Elagabalo. Il nome fu latinizzato in Sol Invictus, adorato sotto forma di un bolide astrale appositamente traslocato dalla sua città natale: Emesa in Siria, moderna Homs. Nessuno capiva quella nuova spiritualità, il monoteismo e le stranezze delle liturgie, ed era bizzarro vedere l’imperatore e sommo sacerdote che danzava a suon di musica intorno all’altare con «gemiti e contorsioni», sacrificando tori e pecore e ogni tanto qualche bambino.
Quando è troppo è troppo e le guardie militari cominciarono a dare segni di insofferenza. La nonna non si dette per vinta, aveva anche un’altra figliola e un altro nipote teen-ager da manovrare: il dimesso e rispettoso Severo detto Alessandro (Magno); previde il peggio e fece affiliare Severo Alessandro a Elagabalo (16 anni il padre e poco meno il figlio-cugino ma tra i due non correva buon sangue). L’adozione non bastò a calmare gli animi ed Elagabalo fece una brutta fine. I pretoriani si ammutinarono, decisero di dargli la caccia e di farla finita. L’imperatore si nascose in un orinatoio, fu scovato, decapitato e trascinato in giro per il Circo Massimo; la fogna dove il cadavere era stato buttato era stroppo stretta e fu scaraventato nel Tevere. La mamma ebbe lo stesso destino e i suoi amici, per contrappasso, furono infilzati con il gladio dagli orifizi. La sua memoria fu maledetta per sempre e l’asteroide venerato come Sol Invictus Elagabalus fu rispedito in Siria.
[...]

“Il Sole 24 ore Domenica”, 11 luglio 2018

Catania. Il mistero delle terme achilliane (Francesca Capizzi)


L'imponente cattedrale di Sant'Agata a Catania nasconde un tesoro di inestimabile valore, le Terme Achilliane.
Per la ricchezza d'acqua di cui godeva la città in epoca romana furono costruiti diversi edifici termali tra i quali ancora visibili i resti di queste terme. Si estendono sotto il livello calpestabile del Duomo e della piazza fino a via Garibaldi e vi si accede tramite una porta posta sul lato destro della facciata della Cattedrale. Nei giorni dei festeggiamenti agatini, questo splendido esempio dell'arte barocca si apre agli occhi di tanti turisti e devoti della patrona di Catania, Sant'Agata, ma non tutti sanno cosa si nasconde sotto l'imponente edificio.
Quanto oggi è visitabile, è appena una piccola porzione della sua estensione. Diversi scavi occasionali hanno fatto ipotizzare il rinvenimento di tracce dell'impianto in altre parti oltre a quanto noto, facendo pensare che costituiva l'area oggi occupata dagli edifici compresi tra le piazze Duomo, Università e San Placido.
Dell'impianto originale delle Terme Achilliane si conserva una camera centrale il cui soffitto a crociere è sorretto da quattro pilastri a pianta quadrangolare. Durante il secolo scorso le terme attraversarono un periodo di decadenza. Nel 1974 furono chiuse al pubblico perché considerate insicure. Vennero riaperte dopo un restauro nel 1997 e nuovamente richiuse per problemi di allagamento. Dopo i lavori di pavimentazione di piazza Duomo, intervenuti tra il 2004 e il 2006, nel corso dei quali si è ritenuto di coprire l'impianto con una poderosa piastra d'acciaio per rinforzare l'impiantito della piazza stessa, l'edificio termale è stato nuovamente riaperto al pubblico e utilizzato come sede di eventi.
Il complesso termale di età romana, nascosto sotto la centralissima Piazza Duomo è un vero capolavoro nel cuore nevralgico della città. Anche le origini sono avvolte nel mistero. Non si sa di preciso quando venne costruito questo edificio, anche se alcuni studi hanno accertato che le terme esistessero già nel IV secolo, quando la città etnea era posta sotto il pieno controllo della Roma Imperiale. Per accedervi basta trovare la breve strettoia sul lato destro della facciata della Cattedrale di Catania. Alcuni storici, comunque, sono soliti attribuire la denominazione delle terme al nome del costruttore, o alla presenza di una statua di Achille che non è però mai stata ritrovata.
Come tanti altri siti storici della città anche le Terme Achilliane hanno dovuto fare i conti con gli eventi naturali verificatisi nella seconda metà del 1600 che misero in ginocchio tutta la Sicilia orientale. L'eruzione lavica del 1669 e il terremoto del 1693 ricoprirono totalmente l'area delle terme, che fu successivamente bonificata nel Settecento per volontà di Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari. L'area termale ha al centro una grande vasca in marmo.
Sulle mura delle terme sono ancor oggi visibili numerosi affreschi di epoca classica raffiguranti scene di vita agreste e motivi di vite, e proprio quest'ultimo particolare pare che impressionò il pittore francese Jean Houel che nel Settecento visitò il sito credendo di trovarsi all'interno del Tempio di Bacco.

Corriere de Mezzogiorno - Corriere della sera, 24 giugno 2018

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