24.2.15

La mia credenza. Approvvigionamento di cibi “nostrali” (Loris Campetti)

Salamelle di tratturo (Parco nazionale degli Abruzzi)
Si fa presto a dire cuoco. Cuoco è lo chef del ristorante di lusso nelle Langhe ma anche il “trattore” dell’osteria di Trastevere. C’è il cuoco di bordo nella nave da crociera e l’avvelenatore alla mensa della grande azienda metalmeccanica. Poi c’è il cuoco o la cuoca di casa, non necessariamente casalingo/a, semplicemente chi prepara la cena per sé, per la famiglia e talvolta per gli amici. Il problema che si pone nella grande come nella piccola ristorazione di prestigio è lo stesso che si pone tra le mura domestiche: la qualità dei prodotti da trasformare in piatti succulenti.
L’approvvigionamento, insomma, è la prima tappa del lungo viaggio che termina a tavola, anzi, con le gambe sotto il tavolo, come si dice a Roma.
Una volta, quando i nostri vecchi non conoscevano il termine “biologico” parlavano di cibi genuini, intendendo con questo termine prodotti di base di origine certa da usare in cucina. Meglio, si diceva “nostrali”, o “nostrani”, cioè provenienti dalle “nostre terre”, conosciuti perché conosciuto il territorio, e il produttori (come la mucca del Parmigiano Reggiano a cui è impedito di mangiare l’erba del vicino: “Non sappiamo cosa mangia...”, recita la pubblicità).
In un’era di globalizzazione come quella in cui viviamo, cuciniamo e mangiamo, il rapporto con il territorio nell’approvvigionamento alimentare resta importante. Ciò non vuol dire che la cicoria o il cotechino, le salsicce o i buoi debbano essere esclusivamente dei paesi tuoi. A volte nel campo del vicino l’erba è più verde e più saporita di quella di casa tua, la carne di manzo è migliore in Maremma o nel Chiantigiano che non in Emilia o in Veneto, la pecora abruzzese lascia al palo quella trentina e via comprando e mangiando. E siccome a differenza dei tempi dei nostri vecchi ci si muove in continuazione, si passa il tempo a sconfinare nei prati altrui, nulla ci impedisce di prendere il meglio là dove il meglio viene prodotto. Ci soffermeremo su questo aspetto, lasciando ad altri il compito di raccontare come affronta il problema chi non ha “tempo da perdere” nella propria alimentazione ma vuole evitare di avvelenarsi o imbottirsi di prodotti ogm: ovvio, si reca nel supermercato più vicino e si ferma al banco dei “prodotti biologici”, veri o falsi che siano, così sentendosi a posto con la coscienza, meno con il portafogli, e risparmiando più tempo possibile, da bruciare poi in stress e lavoro.
Dunque, occupiamoci di chi non ritiene perso il tempo speso per migliorare la qualità della propria vita, una cui componente essenziale è il cibo. Dicevamo, passiamo il tempo a viaggiare. Spesso in automobile. Prima regola: mai andare in vacanza, a un convegno, a un’assemblea, a trovare un amico senza aver messo nel cofano della vettura un paio di damigianette da cinque litri, indispensabili per acquistare vino o olio di qualità. In sostanza, prima di affrontare un viaggio dovrete dedicare un po’ di tempo a studiare quali sono i prodotti migliori del territorio nel quale vi stato recando. Ci sono libri e guide di qualità, per tutti i gusti e per tutti i redditi che possono accompagnarvi, anzi guidarvi nel viaggio. Non si spende di più e non si “perde tempo” se a ogni libera uscita ci si occupa di rifornirsi di prodotti di qualità, se preferite chiamateli biologici: olio, vino, pasta, riso, marmellate, milele, verdura, frutta, carne, salsicce (pesce, se il rientro a casa sarà rapido e/o se siete forniti di frigo portatile), peperoncino, origano, zafferano, cipolle, bottarga, legumi... A chi scrive, ormai da anni non capita di tornare a casa da un viaggio di lavoro o di piacere a mani vuote.
In questo modo, andando alla fonte e cioè al produttore, diventano accessibili al cuoco casalingo senza impegnativi conti in banca prodotti di qualità che viaggiano sul mercato e nei supermercati a prezzi decisamente più elevati, dunque insostenibili. Certo, bisogna dedicare tempo e attenzione al rifornimento della credenza alimentare ma di questo abbiamo già parlato prima.
Direte: non tutti viaggiano in automobile, non tutti si possono permettere di dedicare molto tempo a occuparsi della credenza. Qualche viaggio ogni tanto si può anche fare ma la routine del lavoro e della vita metropolitana impone regole e vincoli. Ecco allora qualche suggerimento. Se in un viaggio avete trovato un ottimo produttore di vino o di lenticchie, informatevi sulla possibilità di effettuare ordinazioni da casa per ricevere quei prodotti a domicilio. Se poi non avete tempo o voglia di viaggiare in automobile o non avete la patente, navigate in casa. Navigate in internet. Scoprirete prodotti di qualità, biologici, nostrali o chiamateli come vi pare, accessibili con ordinazioni on line. Navigando può capitare di imbattervi in siti curiosi e appetitosi attraverso cui acquistare ogni ben di dio o magari prenotarvi un fine settimana in un agriturismo dove imparare nuove, antiche ricette.
Un esempio? Sotto la voce www.adottaunapecora.it troverete la possibilità di prenotare escursioni nella natura abruzzese o di comprare pecorino classico, tenero, spalmabile in barattolo, alle erbe aromatiche e anche salamelle di tratturo, miele, confetture e sciroppati, ricottine al fumo di ginepro. E, naturalmente, un “agnello peso medio di 10 kg intero alla romana: ÷/Kg 8,70 o ÷/Kg 10,30 porzionato sottovuoto”. Troppi 10 chili? Mettetevi d’accordo con un amico, ma un amico/a che sia poi capace di cucinarlo come si deve, l’agnello. Non vi piace l’agnello e preferite la carne di manzo argentina? Non c’è problema, un’altra carne è possibile: fatevi amico qualcuno che abbia addentellati con l’ambasciata di un paese latino-americano e avrete risolto il problema.

Anche in questo caso dovrete organizzare acquisti di gruppo, ma che problema c’è? Dovrete imparare a distinguere e cucinare le diverse parti della mucca, perché no? Non so voi, ma per quanto ci riguarda occuparci da cuochi non professionali di migliorare le nostre prestazioni in cucina utilizzando prodotti di qualità è un piacere, un gioco, prima che un impegno o una fatica. E un po’ di gioco, nella vita, non guasta.

da Scritto e mangiato, supplemento a "il manifesto", aprile 2004

La leggenda delle incubatrici. Disinformazione a fini di guerra (Alain Gresh)

Incubatrici
Guerra del Golfo (1990-1991). L'invasione statunitense fu anche una vasta opera di manipolazione. Nell'era della proclamata libera circolazione delle informazioni, le immagini e le parole furono controllate dagli stati-maggiori alleati e dagli specialisti di comunicazione. L'emirato del Kuwait si affidò ai servizi di una grande agenzia che «mise in scena» il documento «amatoriale» che rappresentava l'ingresso dei carri iracheni a Kuwait City, il 2 agosto 1990. Organizzò la testimonianza, trasmessa dappertutto, di un'infermiera la quale giurava che i soldati iracheni avevano tolto la corrente alle incubatrici facendo morire i neonati: fu decisivo per far aderire l'opinione pubblica americana alla mobilitazione contro l'Iraq. Qualche mese dopo, si venne a sapere che il «testimone» in questione era la figlia dell'ambasciatore del Kuwait a Washington...
Il Pentagono non fu da meno. Presentò delle foto truccate all'Arabia saudita per far credere che l'Iraq era sul punto di invaderla e ottenere così l'assenso di Riyad allo spiegamento delle truppe statunitensi nel regno. Diffuse l'idea che gli alleati dovevano affrontare il «quarto esercito del mondo». Arruolò i giornalisti al servizio della sua sola verità. Svelate poco a poco, queste menzogne crearono nelle opinioni pubbliche occidentali un solido scetticismo. I media promisero che non sarebbe più accaduto...


“Le Monde diplomatique – il manifesto”, febbraio 2001)

23.2.15

Il costo proibitivo del capitale (Laurent Cordonnier)

I media e i governanti, per giustificare riforme di ogni genere, si vantano di aver finalmente eliminato certi «tabù» e aver dato prova di coraggio. In definitiva si tratta sempre di riduzione dei salari e delle prestazioni sociali. Eppure il vero tabù che penalizza tutti coloro che vogliono investire e creare posti di lavoro è un altro: il costo proibitivo del capitale. L'articolo che qui riprendo da “Le Monde diplomatique” è di un paio d'anni or sono, ma non ha perso la sua validità. L'autore è un economista che è professore all’università di Lille-I. Ha partecipato, con Thomas Dallery, Vincent Duwicquet, Jordan Melmiès e Franck Van de Velde, allo studio del Clersé su cui si basa il pezzo. (S.L.L.)
Banchiere a Zurigo
Può essere interessante ripercorrere il cammino barcollante, tortuoso e vacillante che ha attraversato l’Europa e che alla fine ha ridotto la causa di tutti i nostri mali a questioni di competitività e, poco a poco, a problemi di costo del lavoro. La crisi dei subprime, la crisi di liquidità bancaria, le colossali svalutazioni degli attivi, il crollo del credito, l’immobilismo della domanda, la trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici, le politiche di austerità sono state tutte dimenticate. Come aveva ben spiegato già nel 2012 Ulrich Wilhem, all’epoca portavoce del governo tedesco, «la soluzione per correggere gli squilibri [commerciali] nella zona euro e stabilizzare le finanze pubbliche consiste nell’aumento della competitività dell’Europa nel suo insieme (1)».
Quando si fornisce una spiegazione, bisogna essere pronti a difenderla contro qualsiasi nemico, compreso il rigore aritmetico. Avendo ormai capito che i nostri squilibri interni non possono risolversi in una gara infinita e fratricida tra i ventisette paesi europei per guadagnare competitività gli uni contro gli altri – quel che si chiama, a rigore, un gioco a somma zero… – il progetto che ci viene proposto ora mira ad aumentare la nostra competitività nei confronti del resto del mondo. Al culmine dei suoi sforzi, «l’Europa nel suo insieme» riuscirà a risanare le bilance commerciali dei suoi paesi membri, contro quelle dei partner esterni. Aspettiamo impazienti che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ci impongano di rafforzare la competitività del «mondo nel suo insieme», perché ritrovi una buona salute commerciale contro i marziani.
Di fronte a una tale impasse, avremmo immaginato che i responsabili europei, i direttori delle maggiori istituzioni economiche, gli esperti più titolati, i commentatori seri si sarebbero liberati dall’ossessione per il costo del lavoro e ne avrebbero cercata un’altra, che un semplice spirito di simmetria avrebbe dovuto suggerir loro già da molto tempo. Senza abbandonare il tema dei costi, che popola l’immaginario degli economisti, avrebbero così indagato, per curiosità, sul costo del capitale, e sul suo aumento. E questo non per dare nuovo vigore alla dottrina della competitività (2), ma perché una volta saziato il loro appetito per soluzioni facili, un leggero gusto per la diversità avrebbe potuto spingerli a esaminare dei problemi senza soluzione (fin qui). Questo punto di vista viene illustrato in uno studio condotto dagli economisti del Centre lillois d’études et de recherches sociologiques et économiques (Clersé), su richiesta della Confédération générale du travail (Cgt) e dell’Institut de recherches économiques et sociales (Ires).Gli autori dello studio illustrano come l’aumento del costo del capitale – o piuttosto del suo sovraccosto – , sulla scia della finanziarizzazione dell’economia, spieghi le performance deludenti che le vecchie economie sviluppate hanno offerto negli ultimi trent’anni: il ritmo fiacco dell’accumulazione di capitale, l’aumento delle diseguaglianze, il boom dei redditi finanziari, la persistenza di un massiccio fenomeno di sottoccupazione… Lo studio evidenzia anche l’impennata del sovraccosto del capitale, proponendo un indicatore meno rassicurante del famoso «costo medio ponderato dei capitali (3)», reso popolare dalla dottrina finanziaria standard.
Per capire di cosa si tratta, occorre distinguere tra due nozioni di costo del capitale: il costo economico e quello finanziario. Il costo economico è lo sforzo produttivo necessario per fabbricare gli strumenti, e più in generale, l’insieme dei mezzi di produzione: macchinari, immobili, stabilimenti, mezzi di trasporto, infrastrutture, brevetti, software… Questo sforzo produttivo rappresenta in qualche modo il «vero» costo del capitale, quello che occorre necessariamente spendere in termini di lavoro per fabbricare questo capitale, inteso qui nel senso di «capitale produttivo». La misura di tale sforzo (su un anno per esempio) rappresenta quelle che vengono più generalmente chiamate spese di investimento, e che i contabili nazionali chiamano la formazione lorda di capitale fisso. Queste spese rappresentano all’incirca il 20% della produzione annuale delle imprese francesi.
Questo costo di produzione del capitale produttivo, commisurato al suo prezzo d’acquisto, non è tuttavia l’unico a pesare sulle imprese, che quando vogliono acquistare e mettere in funzione questi mezzi di produzione, devono anche remunerare le persone o le istituzioni che gli hanno procurato il denaro necessario (denaro chiamato anche «capitale», ma questa volta nel senso finanziario del termine). Pertanto al «vero» costo del capitale vanno aggiunti gli interessi versati ai creditori e i dividendi pagati agli azionisti (come remunerazione per gli apporti di liquidità forniti a ogni aumento di capitale, o quando rinunciano a una parte dei «loro» profitti offrendoli come riserva per l’impresa).
Ora, una gran parte di questo costo finanziario (gli interessi e i dividendi) non corrisponde ad alcun servizio economico reso, che si tratti di servizi offerti alle imprese stesse o alla società nel suo insieme. Conviene quindi sapere cosa rappresenta questa parte del costo finanziario completamente improduttiva, derivante da un fenomeno di rendita e di cui si potrebbe evidentemente fare a meno, organizzandosi altrimenti per finanziare l’azienda, per esempio immaginando un sistema basato unicamente sul credito bancario, fatturato al minor costo possibile.
Per conoscere l’ammontare di questa rendita indebita, basta ritagliare dai redditi finanziari la porzione che potrebbe essere giustificata… da buone ragioni economiche. Una parte di questi interessi e dividendi copre in effetti il rischio incorso da creditori e azionisti, di non rivedere più i loro soldi, per via della possibilità di fallimento inerente a qualsiasi progetto aziendale. È quel che potremmo chiamare il rischio d’impresa. Un’altra parte di questi redditi può essere giustificata dal costo di amministrazione dell’attività finanziaria, che consiste nel trasformare e dirottare le liquidità accantonate verso le imprese.
Quando dall’insieme dei redditi finanziari si ritagliano queste due componenti, che possono essere giustificate (rischio d’impresa e costo di amministrazione), si ottiene una misura della rendita indebita. Potemmo definirla come un «sovraccosto del capitale», dal momento che si tratta di un costo sopportato dalle parti interessate interne all’impresa, che alza inutilmente il «vero» costo del capitale.
Lo studio del Clersé mostra come questo sovraccosto sia notevole. A titolo di esempio, nel 2011 rappresentava in Francia, per l’insieme delle società non finanziarie, 94,7 miliardi di euro. Se lo rapportiamo al costo «vero», ossia all’investimento in capitale produttivo per lo stesso anno, che era di 202,3 miliardi di euro, otteniamo un sovraccosto del 50%... Se paragonassimo questo sovraccosto alla sola parte di investimento che corrisponde all’ammortamento di capitale – che rappresenterebbe meglio, agli occhi di numerosi economisti, il costo «vero» del capitale –, otterremmo una valutazione ancora più sorprendente: dell’ordine del 70%!
Questo significa che quando i lavoratori francesi riescono a produrre le loro macchine, le loro fabbriche, i loro immobili, le loro infrastrutture, ecc. a un prezzo totale di 100 euro all’anno (compreso il margine di profitto), le aziende che utilizzano questo capitale produttivo in realtà pagano tra i 150 e i 170 euro all’anno, per il solo fatto di dover pagare una rendita, non giustificata economicamente, a chi ha loro prestato del denaro.
Un tale sovraccosto del capitale non è né necessario né ineluttabile. Nel periodo 1961-1981, che ha preceduto il «big bang» finanziario mondiale, il sovraccosto del materiale era in media del 13,8%, diventando addirittura negativo alla fine del «trentennio glorioso» (1973-1974), per via del ritorno dell’inflazione.
Sono state le politiche restrittive innescate dalla rivoluzione monetarista che, in un primo tempo, hanno fatto impennare la rendita finanziaria spingendo i tassi di interesse reale a livelli altissimi. Quando poi, negli anni ’90, i tassi hanno cominciato a scendere, il versamento accelerato dei dividendi ha preso il loro posto. Il potere azionariale, rimesso in sella dall’aumento vertiginoso degli investitori istituzionali (fondi risparmio, fondi pensione, compagnie di assicurazioni…), si è poggiato sulla disciplina dei mercati, l’attivismo azionariale e la nuova governance aziendale, per non lasciarsi scappare la rendita.
Riassumendo, possiamo affermare che l’esplosione del sovraccosto del capitale negli ultimi trent’anni è la diretta conseguenza dell’innalzamento della norma finanziaria imposta alle aziende con l’aiuto dei loro dirigenti, i cui interessi sono stati allineati a quelli degli azionisti. Per passare dalle esigenze di rendimento su fondi propri dell’ordine del 15% all’anno al sovraccosto di capitale, basta rettificare in qualche modo la misura. Tali esigenze corrispondono in pratica a un sovraccosto imposto a qualsiasi progetto di investimento e vanno dal 50 al 70%.
Gli effetti di questo innalzamento della norma finanziaria, sebbene immaginabili, sono incalcolabili. Infatti in questo campo, ciò che è più importante non è forse ciò che appare più visibile. Questi trasferimenti di ricchezza verso i creditori e gli azionisti rappresentano una manna, che non ha smesso di aumentare (dal 3% del valore della produzione nel 1980 al 9% di oggi) e che non va né nelle tasche degli imprenditori (a meno che non siano anche proprietari delle aziende) né nelle tasche dei lavoratori.
Questo ulteriore sfruttamento dei lavoratori sarebbe già di per sé deplorevole. Ma c’è di più: come calcolare infatti l’enorme spreco in termini di ricchezze mai prodotte, posti di lavoro mai creati, progetti collettivi, sociali, ambientali mai intrapresi per il semplice fatto che la soglia redditizia annuale da raggiungere per poterli attuare è del 15%? Quando il fardello che pesa sulle aziende, siano esse pubbliche o private, si vede maggiorare il suo costo reale del 50 o addirittura del 70%, come stupirsi del debole dinamismo delle nostre economie sottomesse al giogo della finanza? Solo un mulo potrebbe sopportare un carico equivalente al 70% del proprio peso.
Il problema non sta tanto nel fatto che questo sovraccarico finanziario drena i fondi necessari per gli investimenti. È piuttosto vero l’inverso. Il denaro distribuito ai creditori e agli azionisti è l’esatta controparte dei profitti di cui le imprese non hanno più bisogno, dal momento che esse limitano, di loro propria iniziativa, i progetti di investimento alla porzione suscettibile di essere più redditizia. La domanda giusta da porsi allora è la seguente: in un mondo in cui vengono intraprese azioni, individuali o collettive, solo a condizione che offrano tra il 15 e il 30% in termini di redditività, quanto è grande il cimitero delle idee (buone o cattive che siano, occorre deplorarlo) che non hanno mai visto la luce perché avrebbero portato solo dallo 0 al 15%?
Nel momento in cui bisognerebbe aprire la strada alla transizione ecologica e sociale delle nostre economie, si potrebbe pensare che un progetto politico autenticamente socialdemocratico dovrebbe per lo meno darsi il seguente obiettivo: liberare dal giogo della proprietà e della rendita il potenziale d’azione degli imprenditori, dei lavoratori e di tutti coloro che ricercano il progresso economico e sociale. Liquidare la rendita, invece di liquidare posti di lavoro e intere aziende.
Una tale ambizione è certamente fuori dalla portata di un uomo solo. Ma è sicuramente alla portata di un’ambizione collettiva. «Questo non vuol dire», ci ha già avvertito John Maynard Keynes, «che l’utilizzo dei beni capitali non costerebbe quasi niente, ma semplicemente che il reddito che si ricaverebbe dovrebbe coprire quasi esclusivamente la svalutazione dovuta all’usura e all’obsolescenza, con un margine per compensare i rischi e l’esercizio della capacità e del giudizio».
A coloro che vedrebbero in tutto questo i presagi della fine del mondo, Keynes offriva una consolazione: «Questo stato di cose sarebbe perfettamente compatibile con un certo grado di individualismo. Ma implicherebbe comunque l’eutanasia del rentier e, di conseguenza, la progressiva scomparsa del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale (4)». Brrrrr!

(1) Financial Times, Londra, 22 marzo 2010.
(2) Esiste comunque un legame, come dimostrato dalla Fondazione Copernic e Attac nel loro rapporto «Farla finita con la competitività» (ottobre 2012). Quando le imprese francesi, che perdono competitività, sono costrette a ridurre i loro margini, ma continuano a versare copiosi dividendi ai loro azionisti, si capisce bene come tutto ciò sia in parte a discapito delle attività di ricerca e sviluppo.
(3) Cfr. «Redditività e rischio nel nuovo regime di crescita», rapporto del gruppo presieduto da Domenique Plihon per il Commisariat Général du Plan, La Documentation française, Parigi 2002. O l’articolo di Wikipedia: «costo medio ponderato del capitale».
(4) J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Utet, 2006.


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Da Le Monde diplomatique il manifesto LUGLIO 2013  (Traduzione di F. R.)

La poesia del lunedì. Folgòre da San Gimignano (1270-1330 ca.)

E di febbraio vi dono bella caccia
di cerbi, cavrïuoli e di cinghiari,
corte gonnelle con grossi calzari,
e compagnia che vi diletti e piaccia;

can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
o chi di questo vi dà briga e 'mpaccia;

e la sera tornar co' vostri fanti
carcati della molta salvaggina,
avendo gioia ed allegrezza e canti;

far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti (1);
e poi posar infin' alla mattina.

(1) raggianti per la contentezza


22.2.15

Formaggio (Italo Calvino)

Camembert di Normandia
«Dietro ogni formaggio, c'è un pascolo d'un diverso verde sotto un diverso cielo: prati incrostati di sale che le maree di Normandia depositano ogni sera; prati profumati d'aromi al sole ventoso di Provenza; ci sono diversi armenti con le loro stabulazioni e transumanze; ci sono segreti di lavorazione tramandati nei secoli».

Racconti per “I cinque sensi”, in Romanzi e Racconti vol.III, Meridiani Mondadori, 2004

19.2.15

Lorenzo l'anarchico (S.L.L.)

E’ noto che in Italia la tradizione anarchica, oltre che in certe isole operaie, specialmente di minatori e cavatori, è stata tenuta viva soprattutto da artigiani, che nel loro lavoro solitario testimoniavano con la fatica e la perizia, con la libertà di pensiero, la dignità e l’intransigenza, il barlume di un’altra vita possibile.
Si trattava per lo più di orologiai e tipografi, di litografi, orafi e liutai, ma nei paesi più piccoli poteva accadere che questo compito di testimonianza venisse affidato a categorie artigiane meno specializzate come fabbri, falegnami, calzolai.
In quel paese, negli anni del fascismo, l’anarchico era un calzolaio. Ho il sospetto che si chiamasse Paolo, ma tutti – amici e nemici – lo chiamavano “l’anarchico”, senza nome.
Il figlio invece aveva come nome Lorenzo e del padre morto – credo nel 45 – aveva ereditato casa e bottega, ma non si poteva definire un vero calzolaio, uno scarparu; al massimo era da considerarsi un ciabattino, un tappinaru. Dichiarava di aver ereditato anche l’ideale politico e sociale, per cui i più in paese lo chiamavano “Lorenzo l’anarchico”, con il nome dunque, forse per distinguerlo dal padre.
Lorenzo non faceva una gran vita: guadagnava poco e punta era nella Sicilia interna la disponibilità delle ragazze alle liberi unioni che lui - da libertario - contrapponeva ai lacci coniugali. Per lui, tuttavia, a lungo rimase un esempio di vita il padre, il qualee per lo stato civile era riuscito a mantenersi celibe nonostante una lunghissima convivenza e nonostante un figlio, lui, che pure aveva cresciuto con tenerezza, fatto studiare fino alla settima e addestrato, in vero senza grandi risultati, all’arte della lesina e del trincetto. Ma il padre, l’anarchico, aveva avuto la fortuna di trovare una donna coraggiosa e anarchica quanto e più di lui, mentre il giovane Lorenzo intorno a sé non ne scorgeva.
Per tutto ciò, non appena si presentò l’occasione, si lasciò corrompere. Il padre aveva sempre rispettato socialisti e comunisti come compagni che sbagliano, e ne era stato sempre rispettato; e anche nei confronti di Lorenzo, benché non avesse la stoffa del padre, essi nutrivano benevolenza e simpatia. Quando, nel 53, i socialcomunisti conquistarono il Comune e il ringhioso Peppinello, che qualcuno aveva soprannominato Ringhio, fu scelto come sindaco, costui andò a cercarlo nella sua bottega e gli offrì un'assunzione in Comune con la qualifica di guardia municipale. Era l’impiego più incongruo che si potesse proporre a un anarchico e un po’ Peppinello lo faceva apposta, ma Vincenzo accettò senza discussioni. E subito dopo si sposò. In Chiesa.
Era un tipo velenoso e quel tossico che un tempo utilizzava per imprecare contro preti, tiranni e potenti d’ogni tipo ora, da vigile, lo spruzzava addosso ai poveretti che gli capitavano tra le grinfie, piccoli bottegai più che altro. Aveva comunque rivelato solerzia e competenza, tant’è che Ringhio, benché come titolo riconosciuto avesse la sola licenza elementare, lo mandò a fare il segretario dell'Istituto Magistrale che il Comune aveva aperto in paese per evitare un pernicioso pendolarismo alle ragazze che volevano studiare: si poteva così diventare maestre sotto l'occhio vigile dei genitori e dei vigili compaesani.
Nel 1959, grazie alla perorazione di un onorevole democristiano, il Ministero approvò la statalizzazione della scuola. I socialcomunisti venivano estromessi dalla gestione, ma venne confermata la laica intitolazione a Garibaldi da loro scelta, anche perché le Elementari si chiamavano “San Giuseppe” e le Medie “Don Sturzo”. A Lorenzo – perché fosse mantenuto nel ruolo di segretario – fu chiesta la licenza media, che egli si affrettò a conseguire in un paese non troppo vicino, per evitare che dei conoscenti lo vedessero a far gli esami.
Adesso si sentiva un’autorità e questa autorità esercitava volentieri, alla faccia dell’anarchia: leccava il giusto il Preside, ma spargeva veleno su studentine e studentini, bidelli, genitori e insegnanti, specie quelle avventizie e alle prime armi che nel Magistrale appena istituito andavano a farsi le ossa.
Fu quello il tempo che il suo soprannome cambiò: da “Lorenzo l’Anarchico” divenne “Culostretto”, termine che indica il sedere che tende a chiudersi in sé, grettamente, senza tendere generosamente a espandersi da ambo i lati. In altri ambienti prevaleva un diverso soprannome, che ricordava il mestiere originario di cui un po' si vergognava: lo chiamavano "Lorenzo lu scarparu". Lui intanto, progressivamente, si trasformava in uomo d’ordine, cominciando a disprezzare i comunisti. Oltre al veleno secerneva boria: diventava tronfio.
Compì la parabola quando la figlia sposò il nipote di un deputato e assessore regionale democristiano: si sentì finalmente realizzato.
Diventò democristiano anche lui fino ad invischiarsi nei giri correntizi, e così continuò anche dopo Tangentopoli, negli strani partiti che perpetuavano la tradizione dello scudo crociato, specialmente in Sicilia. Non amava i soprannomi con cui era chiamato; ne era arrivato un terzo che lo faceva addirittura imbestialire, “Lorenzo l’anarchico”: qualche cultore di archeologia politica aveva dissepolto e rilanciato, a sfottò, il suo peccato originale.

Vecchio, si trovò benissimo nell’Udc di Cuffaro, e morì, dopo una breve malattia, munito di tutti i conforti religiosi, quando costui, da presidente della Sicilia, ancora trionfava mangiando cannoli.     

Mezz’ora. Una poesia di Konstantinos Kavafis

Mio non sei stato, né mai sarai,
credo. Fu l’altro ieri:
uno sfiorarsi al bar, dirsi qualcosa,
niente di più; e già la pena provo
del rimpianto, confesso. Ma c’è talvolta
in noi dell’Arte, di mente tale eccesso
che un’ombra fuggitiva di piacere
trasformiamo in sostanza, ne facciamo
realtà palpabile. Così fu al bar,
l’altro ieri: complice in me una
ubriacatura misericordiosa,
in rapimento erotico ho vissuto
per mezz’ora, assoluto…

(devi averlo capito: sei rimasto
apposta un po’ di più). Ma quanto,
oh quanto necessario fu il guardarti
nelle labbra, e il corpo tuo accanto
avere al mio… Concesso
non m’avrebbero un tale incanto
vertigine d’alcool, sogno,
pur tanto forti, mai…

[1917]

da Un'ombra fuggitiva di piacere, Adelphi, 2004 -  traduzione di Guido Ceronetti

Finanziera (S.L.L.)

Una delle mie nonne faceva un “riso alla finanziera”, in sostanza un riso bollito (da lei non usavano i risotti, che al nonno ricordavano i pastoni per gli animali da cortile) con le rigaglie e i bargigli del gallo preparati in una particolare salsa. Appresi da grande che si tratta di una pietanza piemontese, utilizzata come secondo piatto, un tempo molto in voga in Piemonte e che in essa agli ingredienti offerti (suo malgrado) dal pollame si alleavano le animelle bovine. L'assaggiai una volta, in un celebre ristorante, quello stesso in cui raccontano che la preparavano a Cavour, con i funghi, ed era buonissima; ma anche quella di mia nonna, sebbene assai diversa e molto più poverella, mi ha lasciato un ricordo gradevole.
La tradizione vuole che il piatto, nato alcuni secoli prima ad opera un un leggendario Mastro Martino, cuoco, si sia affermato nei primi dell'Ottocento per accontentare le esigenze degli uomini d'affari che avevano fretta e volevano consumare un pasto rapido ma gustoso. Il nome verrebbe dalla giacchetta che a quel tempo portavano nobili, dignitari e uomini d'affari, chiamata appunto finanziera. A più d'uno la spiegazione non pare convincente giacché gli ingredienti fanno pensare a un piatto povero, di recupero. A me sembra più plausibile un'ipotesi che ho trovato nelle Misticanze di Gian Luigi Beccaria (Garzanti 2009): che la finanziera fosse una sorta di tributo che i contadini che andavano in città a vendere il loro pollame pagavano in natura ai finanzieri. Ad essi regalavano fegato, cuore, ventriglio, granelli, creste, bargigli, gli ingredienti del piatto.  

Arista (Gian Luigi Beccaria)

Arista al forno con osso
Aneddotica è la spiegazione del nome dell'«arista», termine toscano per indicare il carré di maiale: l'Artusi racconta che nel 1430 in occasione del Concilio fiorentino che doveva appianare delle divergenze tra la Chiesa romana e la Chiesa greca, fu servita questa pietanza e i prelati greci cominciarono a dire «arista, arista», cioè 'buona, buona'. In realtà le cose non devono essere andate così, se già in Franco Sacchetti (e siamo a fine Trecento) si parla in una novella di «un'arista al forno». 

da Misticanze, Garzanti, 2009 

17.2.15

Inquisizione: i processi alla scienza. Bruno, Galilei, Campanella (Romano Canosa)

Giordano Bruno
Romano Canosa è figura significativa della storia italiana del Novecento. 
Abruzzese, entrò in magistratura nel 1961, a 26 anni. Fu uno dei cosiddetti “pretori d'assalto”, quel gruppo di giovani magistrati che già negli anni Sessanta cominciavano a pretendere una corrispondenza tra le leggi e la loro applicazione da una parte e i principi costituzionali dall'altra, portando più di una volta nei banche degli accusati rappresentanti di poteri forti, economico, burocratico e persino politico. Fu a lungo magistrato del lavoro e si deve a lui la sentenza sul reintegro dei trentamila licenziati dell'Alfa Romeo. Fu tra i fondatori e dirigenti di Magistratura Democratica, ma si allontanò dalla corrente per quelle che gli sembravano gravi incoerenze. Fu infine collaboratore assiduo del quotidiano comunista “il manifesto”. 
Parallela all'attività del magistrato civicamente impegnato fu quella di studioso. Prima storico del diritto e della giustizia (autore di una storia della magistratura in età repubblicana e della prima organica storia dell'Inquisizione cattolica in Italia) poi ampliò il campo degli interessi fino a diventare storico tout court. Scrisse tra l'altro una biografia del “fascistissimo” Farinacci. Morì nel 2010. 
L'articolo che qui riprendo senza note riguarda il “processo scientifico”, in particolare i processi di condanna da parte dell'Inquisizione di Giordano Bruno, Galileo Galilei, Tommaso Campanella. Lo pubblico in occasione dell'anniversario dell'assassinio sul rogo di Giordano Bruno, ricordando oltre alla sua grande figura, anche quella degli altri due martiri della ragione. (S.L.L.) 
Galileo Galilei
Il processo politico costituisce una specie del genere «processo penale». E innegabile che i criteri per determinare quale comportamento umano costituisca «delitto», e quale no, sono sempre fìssati dal potere politico. Altrettanto innegabile è che questo potere si ispira all'obiettivo primario della sua conservazione, quando decide quali comportamenti debbano essere «puniti».
In questo senso non è azzardato definire ogni delitto in ultima analisi come un «delitto politico». Ma - normalmente - la espressione delitto politico viene utilizzata in maniera più ristretta: designa infatti un settore più limitato di condotte criminali e cioè quelle che ledono «direttamente» il sistema politico esistente (nei suoi schemi di conservazione-riproduzione, nei suoi individui rappresentativi, nella sua base di classe ecc.), mentre delitti «comuni» sono considerati quelli che questo sistema ledono soltanto «indirettamente» (in quanto violano le regole che il sistema, che pure le ha poste, e ne impone il rispetto, non considera di rilievo primario per la sua sopravvivenza).
Il processo politico regola la punizione dei comportamenti del primo tipo; il processo «comune» quella dei secondi. Va subito notato che i comportamenti che possono mettere a repentaglio eli interessi di fondo di un sistema politico non sono quasi mai determinabili a priori. Un sistema di potere a base religiosa può, ad esempio, ritenersi minacciato nei suoi interessi vitali quando le credenze sulle quali si basa sono messe in discussione.
La affermazione e diffusione di principi teorici diversi da quelli dominanti in materia cosmologica o cosmogenica (più importanti, per le grandi religioni istituzionali, di quelli etici) diventano allora delitto politico. E il processo eventualmente utilizzato dagli apparati di dominio per risolvere la contraddizione diventa un processo politico a pieno titolo.
Il Seicento è l'epoca classica del «processo politico-scientifico». Questo processo, caratterizzato all'inizio dalla presenza di elementi ulteriori rispetto alle opinioni scientifiche degli imputati, raggiunge lo stato di processo scientifico «puro» con Galileo.
Il primo grande processo di questo tipo è quello contro Giordano Bruno. Il Bruno, condannato dalla Inquisizione per una serie di comportamenti ritenuti non ortodossi (negare la transustanziazione, mettere in dubbio la verginità di Maria, aver soggiornato in paesi eretici, avere scritto contro il Papa, sostenere l'esistenza di mondi innumerevoli e eterni, sostenere la metempsicosi, ritenere la magia buona e lecita, identificare lo Spirito Santo con l'anima del mondo, affermare che Mosè ebbe a simulare i suoi miracoli e a inventare la legge, affermare che la Scrittura è un sogno, sostenere che persino i demoni alla fine si salveranno, credere nella esistenza dei preadamiti, ecc.) venne, dopo sette anni ininterrotti di carcerazione, dichiarato “eretico impenitente pertinace e ostinato” e consegnato al governatore di Roma (8 febbraio 1600). Una settimana dopo fu bruciato in Campo di Fiori.
Ritorneremo alla fine sul suo comportamento processuale. Abbiamo elencato sommariamente le imputazioni per le quali Bruno venne inquisito e condannato. Se alcune di esse attengono a questioni puramente religiose e altre a comportamenti materiali (una delle imputazioni originarie, risalente al periodo veneziano, era che egli era caduto spesso nel «peccato della carne») ne esiste un nucleo residuo innegabilmente costituito da teorie scientifico-filosofiche. Le dottrine dell'universo infinito e eterno, della magia naturale, del moto della terra ecc., anche se formulate con toni «fantastici» e assai poco «quantitativi», esprimono una visione «naturale» del mondo incompatibile con la religione cattolica, quale era allora formulata.
Tommaso Campanella
Un altro processo nel quale imputazioni «scientifiche» e filosofiche compaiono accanto a imputazioni religiose o, addirittura, puramente politiche è quello che coinvolse Tommaso Campanella. Non è qui il caso di soffermarsi sulla vita del monaco calabrese e sulle sue traversie. Ci limiteremo soltanto alla indicazione delle accuse rivoltegli. Gli si imputava, tra l'altro, di sostenere che non c'è Dio, ma soltanto la natura che noi chiamiamo Dio, che tutti i sacramenti della Chiesa sono diritti dei principi o esigenze degli Stati e che non c'è altro, che i sacramenti non sono stati istituiti da Dio, ma dalle opinioni degli uomini, che il sacramento della Eucaristia è una bagatella e non il corpo ed il sangue di Cristo, che non esistono Demoni e neppure l'inferno e il paradiso, che la vergine Maria non era vergine, che l'atto venereo è lecito, che l'eclissi alla morte del Cristo non era stata miracolosa e universale, ma naturale e particolare, che l'autorità del Papa era usurpata e tirannica: di avere lo stesso Campanella, con altri coimputati, tentato una rivoluzione nelle province della Calabria e del regno di Napoli, di avere inviato una ambasceria ai turchi che aveva loro promesso aiuto in questa impresa, ecc.; di avere credutoche l'anima razionale è mortale ecc..
Anche sul comportamento processuale di Campanella ritorneremo alla fine.
Un processo «scientifico» puro viene celebrato invece contro Galileo. Nel 1616 Galileo, che si trova a Roma, viene convocato dal cardinale Bellarmino e invitato a non esprimersi troppo apertamente a favore del sistema copernicano.
Il contenuto del «colloquio» è così descritto dallo stesso Bellarmino in una dichiarazione rilasciata a Galileo il 26 maggio dello stesso anno: «Noi Roberto Cardinale Bellarmino, havendo inteso che il Signor Galileo Galilei sia calunniato o imputato di bavere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitenzie salutari; et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto Signor Galileo non ha abiurato in mano nostra, né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha ricevuto penitenze salutari né d'altra sorte, ma solo gli è stata denuntiata la dichiarazione fatta da N.ro Sig.re et pubblicata dalla Sacra Congregatione dell'Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole et che il sole stia al centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture et però non si possa né difendere né tenere. Et in fede di ciò habbiamo scrina e sottoscritta la presente di nostra propria mano questo di 26 di maggio 1616».
Sembrava che tutto fosse finito e invece era solo l'inizio. Nel 1633, dopo che erano passati molti anni, con la pubblicazione da parte di Galileo dei Dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo, il tolemaico e il copernicano, il caso venne riaperto. L'elemento utilizzato dagli inquisitori per riavviare l'inchiesta fu un verbale del colloquio del 1616 tra Galileo e Bellarmino, tratto dagli archivi, nel quale si affermava che a Galileo era stata fatta una ingiunzione ufficiale e che egli si era impegnato a non trattare, insegnare o difendere in nessun modo la dottrina copernicana. Il verbale era in contrasto con la lettera del Bellarmino che prevedeva soltanto, come si è visto, il divieto di seguire o difendere le dottrine copernicane e non anche quello di utilizzarle «ex suppositione», vale a dire come ipotesi.
Il Bellarmino era nel frattempo morto e era quindi impossibile accertare quale era stato esattamente l'«invito» da lui trasmesso a Galileo. Il 16 giugno 1633 la congregazione del Sant'Ufficio decise che Galileo fosse interrogato «super intentione, etiam comminata ei tortura». Qualora avesse insistito nelle sue idee, previa abiura «de vehementi» in piena congregazione, avrebbe dovuto essere condannato al carcere a arbitrio della Sacra Congregazione. Gli avrebbe dovuto essere anche ingiunto di non occuparsi più né con scritti, né con parole della mobilità della terra e della stabilità del sole, sotto pena di essere dichiarato «relapsus».
Il 21 successivo egli fu di nuovo interrogato nell'aula delle Congregazioni del Sant'Ufficio. Rispose all'inizio di non aver cosa alcuna da dire, aggiunse poi: «Già da molto tempo cioè avanti la determinazione della Sacra Congregazione dell'Indice e prima che mi fusse fatto quel precetto, io stavo indifferente et havevo le due opinioni cioè di Tolomeo e di Copernico per disputabili perché o l'una o l'altra poteva essere vera in natura, ma dopo la determinatione sopraddetta, assicurato dalla prudenza de Superiori, cessò in me ogni ambiguità e tenni, sì come tengo ancora, per verissima et indubitata l'opinione di Tolomeo cioè la stabilità della Terra e la mobilità del sole».
Interrogato sul contenuto dei Dialoghi rispose: «Circa l'havere scritto il Dialogo già pubblicato non mi son mosso perché io tenga vera l'opinione copernicana, ma solamente stimando di fare benefitio commune ho esplicato le raggioni naturali ed astronomiche che per l'una e per l'altra parte si possono produrre, ingegnandomi di far manifesto, come né queste, né quelle, né per questa opinione, né per quella riavessero forza di concludere demostrativamente, e che perciò per procedere con sicurezza si dovesse ricorrere alla determinatione di più sublimi dottrine, sì come in molti luoghi di esso Dialogo manifestamente si vede. Concludo dunque dentro di me medesimo né tenere, né havere mai tenuto dopo la determinazione delli Superiori la dannata opinione». Le sue parole finali furono: «Io non tengo né ho tenuto questa opinione del Copernico, dopo che mi fu intimato con precetto che io dovessi lasciarla, del resto son qua nelle loro mani, faccino quello gli piace!».
Il giorno dopo, 22 giugno, fu pronunciata contro di lui la sentenza nella quale lo si dichiarava «vehementemente sospetto di eresia, cioè di haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile una opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura».
Seguivano l'abiura, la proibizione del libro e la condanna al carcere formale ad arbitrio della Congregazione. Il processo era finito; e la condanna era andata all'essenziale (l'aver sostenuto le dottrine copernicane), superando senza apparenti difficoltà la circostanza che oggetto formale del processo era soltanto l'aver violato quanto ingiuntogli dal Bellarmino nel 1616.
Un altro processo nel quale teorie filosofico-scientifiche e opinioni in tema di religione sono commiste è quello degli «ateisti» napoletani della fine del Seicento. Nel marzo del 1688 si era presentato al vescovo di Teano, ministro delegato della Inquisizione a Napoli, tale Manuzzi per denunziare la esistenza a Napoli di un gruppo di persone (i principali accusati erano Basilio Ciancili e Giacinto de Cristoforo) che avevano creduto nella filosofia degli atomi e avevano perso la vera fede (le teorie lucreziane, ravvivate dagli studi di Gassendi e Cartesio, avevano un certo seguito all'epoca a Napoli).
Alcuni dei denunciati vennero incarcerati dai cursori del Sant'Ufficio. Le accuse comprendevano: l'aver sostenuto che Cristo non era figlio di Dio, ma soltanto un uomo di grande giudizio, che prima di Adamo erano esistiti altri uomini nel mondo e che quelli erano composti di atomi, come gli altri animali, che il papa non aveva alcuna potestà né temporale, né spirituale, che non vi erano paradiso, inferno e purgatorio, che non si devono adorare né venerare i santi e le loro immagini, che le cose del mondo si reggono sulla base della natura e non di Dio, che l'anima razionale era mortale, che non erano peccato né la fornicazione, né l'incesto ecc..
Il processo si concludeva, dopo alcuni anni, senza troppi danni per gli accusati, anche se alcuni di essi avevano nel frattempo subito lunghe carcerazioni. Uno degli ultimi processi di questo tipo, svoltosi a Napoli, fu quello contro Giovanni de Magistris, scrivano presso il Banco dell'Annunziata, e Carlo Rosito, farmacista. Accusati di aver sostenuto che l'uomo è formato di atomi, che il mondo non è stato creato a tempo da Dio, ma prodotto a caso dagli atomi, che il cielo è uno solo e che l'Empireo non esiste, che l'anima è mortale, che non esistono Dio e la Trinità, che il Papa aveva usurpato la sua autorità e, infine, che la liquefazione del sangue di S. Gennaro era falsa, furono condannati a dieci anni di carcere e all'abiura, quali eretici confessi e pentiti.
All'interno del processo «scientìfico» troviamo tutte le categorie del processo politico. Ha scritto Vergès: «La distinzione fondamentale che determina lo stile del processo penale è l'atteggiamento dell'accusato di fronte all'ordine pubblico. Se lo accetta, il processo è possibile e costituisce un dialogo tra l'accusato che spiega il proprio comportamento e il giudice i cui valori vengono rispettati. Se invece lo rifiuta, l'apparato giudiziario si disintegra: siamo allora al processo di rottura [...] Processo di rottura, processo di connivenza non rappresentano che schemi: la rottura non è mai totale, raramente perfetta la connivenza, la rassegnazione mai esente da rivolta».
Se esaminiamo le carte dei processi che abbiamo visto in precedenza, notiamo che i comportamenti degli imputati percorrono tutta la scala dei possibili passaggi, dal processo di connivenza a quello di rottura, spesso alternando atteggiamenti dell'uno tipo a quelli dell'altro, fino al tentativo di sottrarsi allo schema stesso del processo attraverso la simulazione della follia (Campanella). Non solo: spesso quello che era stato un processo di connivenza per tutta la fase istruttoria (a volte durata molti anni) diventa atteggiamento di rottura e rivendicazione orgogliosa del proprio pensiero al momento della conclusione del processo.
Si pensi a Bruno. Era stato «connivente» per i lunghissimi anni passati in carcerazione preventiva, confermando le parti meno pericolose del suo pensiero e negando le altre. Alla fine, tuttavia, aveva deciso che la arrendevolezza fino a allora mostrata andava abbandonata. Tra il settembre ed il dicembre 1599 egli aveva maturato questa decisione. Ai tentativi fatti dalla Sacra Congregazione di ottenere l'abiura egli rispondeva che non aveva mai sostenuto proposizioni ereticali, che le accuse in tal senso erano il frutto di un fraintendimento del suo pensiero e che non era affatto disposto a inchinarsi alle opinioni dei teologi, ma soltanto ai canoni e alle sacre scritture.
Condannato, ascoltò la sentenza in ginocchio, ma alla fine della lettura, si levò in piedi e disse: «Forse con maggiore timore pronunciate contro di me la sentenza di quanto ne provi io nel riceverla».
Se da Bruno passiamo a Galileo, notiamo un atteggiamento di «connivenza» tenuto sino alla fine, anche se la frase pronunciata nella seduta del 21 giugno 1633 «Del resto son qua nelle loro mani; faccino quello che gli piace» mostra che anche per lui il calice stava traboccando e che egli non era in grado di concedere alla accusa più di quanto aveva concesso fino ad allora (probabilmente questa ne prese atto e decise di arrivare a una rapida emanazione della sentenza).
Quanto a Campanella, la via da lui prescelta fu la simulazione della follia, via difesa con coerenza e coraggio anche sotto la tortura (Campanella fu sottoposto alla tortura della corda e a quella della «veglia»).
Resta da dire qualcosa sugli obiettivi di questi processi. Il fine perseguito attraverso l'apertura del processo politico non è quasi mai la ricerca della «verità», ma l'affermazione di una autorità nuova (si pensi a Saint-Just e alla sua frase: «Chi dà una qualche importanza al giusto castigo di un re non fonderà mai una repubblica») e la riaffermazione della vecchia, che sia riuscita a respingere con successo gli attacchi di chi aspirava a spodestarla.
Questa situazione si riproduce anche nel processo «filosofico-scientifico». Come ha notato De Santillana, alla fine anche Galileo aveva compreso che ai suoi inquisitori non importava affatto la verità, ma solo la riaffermazione dell'autorità. A questo fine non è necessario che i fatti imputati siano rigorosamente accertati nella loro consistenza materiale.
Il processo politico è di per se stesso la espressione di un disegno che è stato elaborato prima e fuori di esso e sul quale poca o nessuna influenza possono esercitare i concreti accadimenti che si svolgono durante il suo svolgimento.
Al termine del «gioco» processuale, l'autorità deve uscirne comunque rafforzata. Normalmente attraverso la condanna dell'imputato, qualche volta attraverso l'assoluzione, in ogni caso con sovrana indifferenza per la consistenza materiale dei fatti «dedotti in giudizio».

“se Scienza Esperienza”, Anno I, n.5, Luglio-agosto 1983

L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra. Una poesia di Alfonso Gatto

Soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra,
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.

Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…

Forse è più dolce piangermi che avermi.



da Poesie d’amore (1960-1972), in Tutte le poesie”, Mondadori  2005

La Dafne di Fausto Curi e il soggetto della poesia (Cecilia Bello Minciacchi)

«E un greve torpore le pervade le membra: / di corteccia sottile si cinge il suo morbido seno: / si risolvono in foglie i suoi capelli, e in rami le sue braccia: / e il suo piede, che era tanto veloce, si ferma in inerti radici»: così Edoardo Sanguineti traduceva e tradiva, come usava dire, l’ovidiana metamorfosi di Dafne nel suo ultimo, postremo libro di poesia, Varie ed eventuali. Versi amati, nell’originale latino e nell’italiano del «tradimento», da Fausto Curi che di Sanguineti è stato studioso di lunghissima fedeltà.
A Curi si deve ora un denso libro di critica letteraria, Il corpo di Dafne. Variazioni e metamorfosi del soggetto nella poesia moderna (Mimesis), che porta in esergo quei versi nel latino primigenio. Il libro muove da una proposito ambizioso quanto suggestivo: analizzare le mutazioni delle forme poetiche nella modernità occidentale a partire dalle mutazioni del soggetto. In primo luogo, dunque, studia il fondarsi e il mutare del soggetto nel testo. Soggetto come entità, corpo sostanziale e sfuggente. Ingannevole, pronto al mascheramento, all’abbandono di una forma in vantaggio di un’altra, sorprendente e non conosciuta. Per realizzare il proprio intento, il libro di Curi prima s’interroga sull’esistenza del soggetto, poi percorre la letteratura in senso diacronico, anzi traccia preliminarmente una Preistoria sul soggetto nella poesia greca e latina, per procedere infine a incursioni puntuali in autori e testi dell’ampia civiltà critica che gli appartiene: Baudelaire, Lautréamont, Mallarmé, Rimbaud, Pascoli, Nietzsche, Freud, Marinetti, Pascoli, Tzara, Breton, Eliot, Pound, Benn, Montale, Sanguineti e gli altri Novissimi.
Chi ha familiarità con il metodo e i temi d’indagine di Curi, ha la certezza e il piacere di ritrovare, nel Corpo di Dafne, l’incedere della sua riflessione intellettuale, i punti di riferimento suoi e del Novecento più inquieto e innovativo. I capisaldi della modernità, per dirla in una formula. Quelli che Curi ha interrogato con maggior dedizione e tenacia in oltre cinquant’anni di lavoro critico, dalla lucidità d’approccio di Ordine e disordine (1965), alla solidità e alla ricchezza di implicazioni di Struttura del risveglio. Sade, Sanguineti, la modernità letteraria (1991), fino alle numerose sfaccettature del mito, al rapporto tra La scrittura e la morte di dio (1996), alla dialettica tra Canone e anticanone (1997), agli studi di estetica e di poetica degli anni più recenti.
Ciò che è nuovo – e come tale contribuisce a fondare l’importanza del Corpo di Dafne – è il presupposto teorico, l’angolo di visuale che inquadra (e verifica) la relazione tra soggetto e forme poetiche. Ed è una novità che ci tocca da vicino, che riapre problematicamente il Novecento (quel secolo troppo lungo, interminabile, agli occhi di Sanguineti) con le avvisaglie ottocentesche che l’hanno preceduto, i ritardi, e le sue focali scoperte, prima fra tutte la psicoanalisi che sul soggetto e sulle sue componenti ha avuto e ha tuttora molto da dire.
Nella riflessione teorica che funge da premessa, Preludio, Curi riconosce l’assunto di Benveniste – «è nel linguaggio e mediante il linguaggio che l’uomo si costituisce come soggetto» –, cioè riconosce il fondamento linguistico come unico valido e accettabile fondamento del soggetto, e tuttavia non manca di chiedersi se sia sempre l’Ego a dire «Ego», o se non possa «accadere che l’Es, che non ha facoltà di parola, riesca a costringere l’Io a parlare per suo conto». Questo è, a ben guardare, ciò che più attrae l’attenzione di Curi, insieme al rapporto – intanto lacaniano – tra inconscio e linguaggio, e ai segni preponderanti dell’Es, al fatto che «l’uomo è vissuto dall’Es», per stare a una formula di Groddeck.
Su questo si accampa – ed è incontenibile tentazione d’analisi – il rapporto tra l’autore di un testo e chi in quel testo dice «io», e le sue varie e conseguenti maschere, volontarie o meno che siano. La prima sezione del volume, la Preistoria, discute e mette in luce – via Curtius, Snell, Vernant, Veyne, Canfora, Gentili, Foucault, Traina – l’espressione del soggetto nella poesia classica, ovvero la differenza tra alcune manifestazioni pur forti della soggettività nella poesia antica e l’affioramento dell’energia psichica nella soggettività moderna, assai distante nei modi e nei nuclei d’individualità. L’Interludio non è tanto una sezione di raccordo e introduzione al corpo maggiore del volume dedicato alla Storia, quanto piuttosto una breve ricognizione sui segni d’insorgenza della modernità. Intanto il «male» che ha consentito alla letteratura «straordinarie possibilità conoscitive» sì da coincidere spesso col nuovo e da configurarsi «come profondità e eccezionalità della vita psichica e sociale, come verità eccedente, abnorme, scandalosa». E poi il «brutto»: la dissacrazione del corpo femminile, il rovesciamento di un modello estetico millenario, l’uso del corpo nudo – si pensi a Pubertà di Munch – per svelare una condizione di apprensione e di disagio, o l’esibizione dell’osceno – le pose deturpanti e quasi scorticate, le «invereconde e grossolane nudità di Schiele» –, vale a dire di ciò che la borghesia vorrebbe occultato e che invece diventa, suo malgrado, «lo scandaloso incanto del visibile».
Se i capitoli sul Montaggio e sulla Funzione della critica, oggi sono il perno ideologico del libro, il suo centro militante con l’appello a una critica «soggettiva e di parte» che scenda benjaminianamente armata nella «battaglia letteraria», la sezione storica è ciò che rende non eludibile, urgente quell’appello. È d’esempio la capacità di sorvegliare severamente la propria adesione all’oggetto di studio – ché di autentico affetto a volte si dovrà parlare – e insieme è dichiarazione estetica, e politica, la schiettezza lampante dell’insistenza su alcuni nuclei di ricerca. L’indagine sul soggetto significa, per Curi, studio della parola inconscia e insieme meditazione su quello «strumento potente» che è la parola, teste Freud. Les Fleurs du mal sono «l’estrema manifestazione di un soggetto poetico preso profondamente di sé ma tutt’altro che indifferente al mondo, incantato e atterrito dalla propria vita psichica»; in Rimbaud «l’Io è in grado di provocare l’insorgenza dell’“altro” e di ‘coltivarlo’, cioè di svilupparlo»; Pascoli, che da Curi ha ricevuto pagine sensualissime, traveste doppiamente, «poeticamente e senza residui la propria tormentosa vita psichica». Il soggetto dionisiaco di Nietzsche è «una compresenza di impulsi»; Marinetti sostituisce il soggetto con la materia; e se col montaggio Ejzenštein aveva rotto «l’unità della forma» Breton rompe «l’unità del senso». In modi diversi i Novissimi riducono l’io: Giuliani «metrica adiuvante», Sanguineti e Balestrini con parole d’altri: l’uno montando vita psichica e «museo linguistico», l’altro con illimitato e ri-significante azzeramento; Pagliarani facendo convivere diegesi e mimesi; Porta con una coinvolgente «espansione dell’Es».
L’intento ermeneutico non è disgiunto, in Curi, da quello didattico. Un libro come il Corpo di Dafne può dare senso nuovo e spessore al rapporto – ancora possibile – tra maestro e scolari (come Curi con affetto chiama gli allievi). È un libro pieno di Cose, questo suo ultimo, materialista nell’attenzione alla fisicità (sensualità, anche) del testo, e alle sue ossessioni. Mentre guarda alle metamorfosi del soggetto è ricco di altre notizie, generoso di citazioni che non cessano di essere illuminanti, di suggerimenti critici altri, manifesti e indiretti.


“alias talpa – il manifesto”, 12 febbraio 2012

16.2.15

A colloquio con Maometto (Giancarlo Marmori)

Maometto nell'Inferno dantesco. Miniatura medievale
Molti anni fa, prima della rivoluzione khomeinista e prima che il fondamentalismo islamico venisse individuato come un pericolo per la pace e la tranquillità mondiale, ci si occupava poco della religione musulmana e del suo padre fondatore Maometto. Pertanto si segnalò come un'eccezione, negli anni Settanta del Novecento, il settimanale “l'Espresso” che dedicò uno speciale al Profeta dell'Islam nella sua parte a colori (allora il periodico constava di una parte più propriamente politica in bianco e nero, con il formato lenzuolo dei quotidiani dell'epoca, e di un rotocalco di varietà, “l'Espresso colore”, che di regola conteneva una sezione monografica). Il testo che qui riprendo ha carattere divulgativo e taglio giornalistico, ma è opera di un intellettuale di valore, buon conoscitore delle culture del Vicino Oriente. (S.L.L)
Maometto a colloquio con l'arcangelo Gabriele. Antica miniatura araba
Una notte d'estate del 610, in una grotta del monte Hirà, vicino alla Mecca, fu rivelato a Maometto d'essere il profeta di Allah. Un lume ad olio gettava luce su quell'arabo di trenta o quarant'anni, balzato in piedi nell'udire una voce ultraterrena. Egli era di statura media. Aveva barba rigogliosa ed occhi grandi neri. La grossa testa, con guance scavate, posava su spalle robuste. Vicino a lui, come ad un eremita cristiano del deserto, posavano forse una brocca d'acqua e qualche dattero. Attorno, nel buio, sorgeva la cresta scoscesa del colle. Si era sul fare dell'alba, quando le stelle declinano. Una voce gli aveva sussurrato: «Sei l'inviato di Dio!». L'uomo cadde in ginocchio, scosso da tremiti. Pensò per un attimo di buttarsi nel vuoto, tanto aveva paura, ma riuscì a trascinarsi all'aperto ed a scendere a valle. Andò con quel suo passo strano, gettando i piedi in avanti, come scalciasse. A parte lo spavento, lo angustiava il dubbio che quella voce non fosse divina, bensì satanica oppure frutto della sua immaginazione. Arrivato in casa, si confidò a Khadigia, la prima moglie diletta, poi ad un cugino della sposa, il saggio Waraqa Ibn Nawfal. Il vegliardo non nutrì dubbi sul significato e la natura del bisbiglio. Quelle parole provenivano da un labbro celeste. Le aveva pronunciate l'arcangelo Gabriele, staffetta di Allah.

GABRIELE PORTA UN MESSAGGIO CONFUSO
Non è dato stabilire con certezza se il messo di Dio apparve per la prima volta a Maometto sul monte o altrove, nei paraggi. Comunque in quei giorni, egli vide Gabriele librato in aria, alla distanza di appena due archi, quindi ai piedi di un loto, nel settimo cielo, infine nel corso di un viaggio notturno, dalla Mecca al tempio di Gerusalemme. Benché Allah gli si manifestasse agli inizi con balbettii e frasi pressappoco indecifrabili per cui l'apostolo registrava il verbo a gran pena, e quasi non ne penetrava il senso, in quelle notti febbrili nacque l'Islam, ultima religione profetica trasmessa agli arabi da un arabo, correttivo e palingenesi d'ogni profezia anteriore. Nacque il credo islamico, raccolto nel Corano (testo da recitarsi salmodiando), trascritto in origine in caratteri cufici su brindelli di cuoio, foglie di palma, ossa di cammello, cocci di vaso ed altro di effimero. Consiste in 114 capitoli detti "sure", ciascuna intitolata secondo alcune particolarità del contenuto (la sura della vacca e del tuono, di Noè e di Maria, dell'ora avvolgente e dell'inganno reciproco).

L'ANGELO FA ORARIO UNICO
Credere in Allah, Dio unico, e nel suo profeta Maometto, è il primo articolo di fede musulmana. E' certo una divinità analoga allo Javeh ebraico, anche perché singolarmente collerica. Ma, a differenza del Dio cristiano, che a volte si lagna della cattiva condotta degli uomini, Allah, appare refrattario ai sentimenti. Si limita a prescrivere, a promettere premi e castighi. Comunque, sulla scorta della Genesi, egli ha creato gli uomini a sua immagine: opera imperfetta se, a proposito, il Corano sembra un mesto repertorio di criminali e di malati di nervi. Gli uomini vi figurano instabili ed avidi, deboli e frettolosi, gelosi ed ingrati al sommo grado. Tale turba di peccatori, Allah ha alloggiato sulla terra, circondata da una montagna a foggia di anello, 1' inaccessibile Kaf. Lui abita in cielo, diviso in sette sfere e, da lassù, sentenzia.
Creature intermedie, angeli e demoni vanno e vengono tra cielo e terra. I primi, come risulta dall'escatologia cristiana, son fatti di luce e non dispongono d'organi sessuali. I quattro arcangeli ebraici, filtrati dal Corano, diventano Gibrail (Gabriele), Mikail (Michele), Isfrail (Asrafil) e Asrail (Asraele). A differenza di quel che hanno trasmesso le Scritture, Allah ha posto due angeli custodi a fianco delle sue creature, ognuno assicurando un turno di vigilanza di dodici ore. Succede allora che nell'attimo del cambio di guardia al tramonto, il credente rischia di cadere in tentazione perché, in quel momento, i demoni si affollano nei pressi. Sono gli angeli precipitati la cui legione è comandata da Iblis (corruzione del greco "Diabolos"), spiritelli o "ginn" fatti di vapore e fiamma pura. Oltre a questi due tipi di geni» benigni e maligni, il musulmano è invitato a credere ai santi profeti, ovvero a Maometto e ai suoi predecessori. I sei principali precursori sono Adamo, Noè (Nuh), Abramo (Ibrahim), Mosè (Musa) , Gesù ed in ultimo il "sigillo" di tutti loro, Maometto appunto. Naturalmente, manipolando quel poco che gli era arrivato alle orecchie della tradizione giudeo-cristiana, o aveva letto sui testi a Medina, il profeta incorre in errori. Cioè, a volte confonde luoghi, tempi e personaggi. Noè lo fa disputare, ad esempio, con certi idolatri" del sesto secolo e promuove l'Amano della Bibbia, ministro di Asuero, in plenipotenziario di faraone. Maria, sorella di Noè, è nel contempo la vergine madre di Cristo.
Come non bastasse, egli introduce nel Corano brandelli di leggende arabo-pagane e cristiano-orientali, le prime ispirate ai carovanieri dallo spettacolo di ruderi sparsi nel deserto. Storie di popoli e metropoli polverizzati da varie divinità si intrecciano perciò nei versetti. Fianco a fianco, vi si stagliano le rovine di Thamud e di Sodoma e Gomorra, ed i resti di campagne devastate dalle acque, dopo il diluvio dei tempi di Noè. Sempre in materia di dogma, l'ultimo comandamento di Allah impone di credere nella vita futura ed eterna e, in ordine cronologico, nel giudizio universale il cui avvento si configura in prodigi e cataclismi.
E' dunque dopo il giudizio che i buoni saliranno in paradiso ed i cattivi scenderanno all'inferno. Nulla di nuovo rispetto alle Scritture, tranne la morfologia e lo statuto degli aldilà. L'inferno maomettano (giahannan o gèhenna) è sovrastato da un albero terrificante, il "zaqum", la cui particolarità consiste nell'avere teste di demoni al posto di fiori. Vi sono disposti poi una .caldaia di pece bollente ed un pozzo senza fondo. Angeli torturatori si adoperano di continuo a suppliziare i dannati in ceppi. Li aspergono di bronzo fuso, li straziano con getti di fuoco o li costringono a bere acqua fetida. Questo l'inferno, non più orrendo di quello dantesco. Da qui, geograficamente, si va al piano superiore, limbo su cui l'apostolo sorvola, anticamera del paradiso promesso ai timorati di Allah.
E' a questo punto che la visione maomettana procede a sostanziali interpolazieni della Bibbia, Vangelo e testi apocrifi pur ispirandovisi abbondantemente. Questo Eden, tra i più voluttuosi dell'escatologia universale, è sì un riflesso diretto dei mosaici, miniature e descrizioni dei giardini paradisiaci dell'era della patristica, specie di certe paginette di santo Efremio, ma risulta affatto privo di santa, fanciullesca ingenuità. In altri termini, commosso da quei paesaggi bucolici, abitati da angeli ricciuti e beati in estasi, Maometto formula l'ipotesi che nel paradiso di Javeh i buoni si divertono alquanto, invece di passare tutto il giorno ad adorare il Signore ed a cantare in sua lode. Ai beati islamici egli riserva ben altra sorte. Quelli non fanno che languire tra le braccia delle "urì", ragazze immacolate i cui tratti fisici caratteriali, ed il loro enigmatico possesso, contribuiscono non poco alla virtù dei maschi in terra, onde meritarle in cielo.
Il vocabolo urì indica che quelle spose hanno il nero e il chiaro degli occhi molto pronunciati, occhioni cerchiati di bistro, grandi e luminosi, come di gazzella. Che siano stupende, oltre che umili, non vi è dubbio. Maometto le paragona a rubini e coralli e, adeguandosi al gusto arabo per le opulente rotondità, a «uova di struzzo protette da polvere». Queste cortigiane celesti accolgono i beati nelle loro tende ed a loro si concedono riverse su giacigli di broccato, cuscini verdi e tappeti mirabili. Gli amori hanno luogo in gruppo, intanto che efebi simili a perle offrono melagrane, carni deliziose e bevande. Attorno è il paradiso. Fiumi d'acqua limpida, latte, vino e miele, piante ed ombra a profusione.
La parte dogmatica, nel caso cattivante, termina con questa fantasmagoria. Resta da osservare che la religione musulmana è concepita non solo come un giudaismo spogliato dal cerimoniale mosaico e un cristianesimo liberato dal concetto di trinità ma, innanzitutto, dalla nozione e possibilità di espiazione. Novità di estrema importanza, perché connessa al dogma della predestinazione. Ne deriva l'inutilità di dimenarsi, volere il bene e pentirsi del male, elucubrare, struggersi e fare alcunché. Nulla esiste ed è esistito senza che Allah lo abbia deciso. Le azioni degli uomini, tutte, sono incise in partenza in certa «tavola ben custodita», prima ancora che Dio creasse il mondo. Di qui certa sclerosi razionale islamica, la sovrana saggezza, certi collassi fatalistici.
Quanto alle leggi canoniche, è evidente che Maometto rompe con la morale ed usanze a lui contemporanee. A quei tempi, in Arabia, al vertice della scala di valori erano situati l'alterigia, l'ardimento e prodigalità inconsulta, attitudine d'uomini (gli unici esseri umani dotati di intelligenza) che non si curavano delle conseguenze, del domani proprio ed altrui, dei beni ed affetti, specie delle necessità familiari e tribali. A nessuno, prima del profeta, sarebbe venuto in mente di bollare il disprezzo per i miserabili. Etica barbarica cavalleresca cui Maometto oppone la provvida autorità divina, di colui che tutela le sue creature, anche gli umili, esige la carità, la ponderatezza e l'ordine operante. Non vale la pena soffermarsi sui precetti rituali, di cui esiste dovizia di particolari in qualsiasi romanzo d'appendice turchesco. E' noto che il musulmano deve purificarsi (abluzione con acqua e sabbia), pregare sei volte al giorno, digiunare durante il mese del ramadam e compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca.
Della regola canonica è piuttosto interessante indicare quelle norme e istruzioni intimamente legate al temperamento ed alle tumultuose vicende dell'apostolo, talché alcune "sure" rivelano gli intrighi e rovelli d'un uomo vivo, più che la presenza spettrale d'un messaggero divino. Soffi e correnti contrari scompigliano a volte i versetti, li mutano in giambo, epopea, addirittura in epigramma. Da un lato il Verbo, dall'altro il fiato umano, l'affanno e 1' astuzia. E' quando Allah, ridotto a confidente e fiduciario di Maometto, anche a redattore di bollettini di guerra, sorvola il Corano come una tormentata e ragionata autobiografia del suo profeta. Si tratta di voci distinte, oppure fuse o in contrappunto, reperibili nei due stili del libro. La prima è celeste, espressa con precipitazione ellittica, frasi aspre, d'un tratto sonore, comunque martellate da rime. La seconda, meno concitata, ma sempre incisiva si snoda più esplicita, porta il marchio della ragion politica, sociale e psicologica dell'autore. Sono le pagine del codice, delle esortazioni, delle proteste e pure delle scuse.
Non va dimenticato che Maometto fu capitano intrepido oltre che un mistico, predone e statista. Quando subisce una sconfitta, assaltando popoli e tribù, Allah subentra l'indomani per giustificare la pochezza strategica del profeta. Asserisce di aver voluto lui stesso la rotta, per contare i fuggiaschi, i disertori ed i denigratori della nuova religione. Comunque, non stigmatizza il massacro di Medina, dove 800 giudei sono fatti decapitare da Maometto e centinaia di donne e fanciulli vengono tradotti schiavi.

UN PROFETA MOLTO ARMATO
Maometto è ombroso e spietato. A differenza di Gesù, non porge l'altra guancia, dopo uno schiaffo. In uno degli scontri tra le sue bande e i qursciti, trovandosi accerchiato, scocca frecce e mulina la lancia. Una pietra gli spacca un dente ed un'altra gli ammacca l'elmo, prima che un colpo d'asta lo lasci tramortito. A quest'uomo immerso nella guerra, negli amori e nei dilemmi governativi Allah porta sempre soccorso.
Per rendersi conto della grandezza di quest'uomo, prendiamo il precetto coranico dell'elemosina, obbligata e volontaria, senza di che un musulmano è empio e destinato all'inferno. Questo genere di predicazione la formula un miliardario che vede affluire nei suoi forzieri dinari, gemme ed altro d'inestimabile. Oltre ai proventi delle tasse ed ai doni personali, egli preleva un quinto del bottino preso al nemico sul campo di battaglia ed il totale se questo viene ottenuto in seguito a negoziati. Tuttavia, contro il suo interesse e la cupidigia, definisce impuri i beni della terra ed ordina di purificarli, distribuendoli ai bisognosi. Maometto risulta rivoluzionario là dove si scaglia contro i potenti e ricorda loro che sono nulla e meno di nulla: «Possa l'uomo perire! Quanto egli è ingrato! Di che cosa lo creò Dio? D'una goccia di sperma!».

UN' ECCEZIONE PER ZAINAB
E' il momento di considerare che parte della sua legislazione circa il destino delle donne deriva dai casi amatorii del profeta, oltre che da un'insolita generosità virile nei confronti delle arabe del sesto secolo, ritenute indegne di intrattenere rapporti con Dio, anzi neppure da lui create. Maometto fu molestato dai sensi, condottiero senz'altro rapinoso quando si trattava di cogliere una femmina tolta ai vinti o qualsiasi altra gli desse il capogiro. Ebbe circa dieci mogli e svariate concubine, ognuna alloggiata in padiglioni, intorno alla sua dimora medinense. Fra le concubine, Jowayria, catturata assieme a 2.000 cammelli, 5.000 capi di bestiame ed altre 200 schiave, Rayahana, vedova d'un nemico massacrato a Medina, Cafiya, strappata al consorte sul punto di farlo uccidere, dopo l'assedio di Khaybar, Zainab, di cui si appropria dopo lo stesso fatto d'arme e che serbò e godette, benché la bella gli avesse arrostito un agnello avvelenato, infine Maria, la copta, da cui ebbe l'unico figlio maschio.
Tribolato da tanto appetito sessuale e posto sovente davanti a intoppi sentimentali, l'apostolo comincia a mischiare il divino con l'umano, 1'universale col particolare. Impone ad esempio al suo popolo il divieto di sposare una consanguinea, ma procura di fare un'eccezione. Permette cioè le nozze con la moglie ripudiata dal figlio adottivo. Regola stravagante se non avesse risolto lì per lì, dopo una opportuna trance mistica, un problema di Maometto che appunto aveva sposato Zainab (da non confondersi con la concubina), moglie ripudiata dal figlio adottivo Said. L'aveva intravista una sera, attraverso la fessura della tenda, assente Said. Colpito da tanta bellezza, ché la nuora era discinta e lo fissava, subì poco dopo la visione di Allah che gli ingiungeva di farla sua. Deriva dalla radice autobiografica anche la relativa clemenza coranica riguardo alle adultere, prima lapidate. Vengono certo fustigale (cento frustate) e recluse in casa sino alla morte, ma solo se la colpa è provata da ben quattro testimoni oculari. Con ciò, il profeta volle evitare il supplizio alla moglie amatissima Aisha, sposata quando aveva sei anni. Sembra lo abbia tradito con un suo ufficiale, durante una sosta della marcia su Medina. Nascostasi tra i palmizi e atteso che la carovana partisse senza di lei, Aisha commise forse adulterio in perfetta solitudine, sicché al marito ed alle male lingue non restarono che il sospetto e la maldicenza.
Maometto è comunque femminista, se lo si inquadra in quel mondo e in quel secolo. Si erige contro quanti padri rimangono fulminati dal dolore alla nascita d'una femmina e, peggio, la seppelliscono viva. Agevola poi le vedove, cui è dato risposarsi, quindi le ripudiate che possono rimaritarsi, trascorsi tre mestrui, periodo durante il quale il ripudiatore può riprendersele e, eventualmente, ripudiarle per l'ultima volta. Servito come un re, a tratti dispostico, Maometto raccomanda tuttavia di trattare gli schiavi con bontà, disponendo che parte degli oboli obbligatori vengano impiegati al loro riscatto. In definitiva, egli conserva degli usi arabi arcaici la poligamia e la schiavitù. Però limita la prima (quattro mogli e concubine a volontà) ed allevia la seconda. Sebbene frammentaria e rozza, anche la legge penale è più moderata rispetto alla precedente. Autorizza il taglione, ma stabilisce soluzioni di compromesso per le pene riservate agli omicidi.

L'ULTIMO VIAGGIO COL COMPAGNO PIÙ' ALTO
Illuminato e terrestre, questo rude condottiero ebbe una morte che lo ritrae perfettamente. Si ammala dopo aver lanciato a settentrione una nuova spedizione militare, per una razzia in Transgiordania, oltre che per vendicare il figlio adottivo Said, caduto in quella regione. Il profeta comincia a deperire. Gli duole la testa, la febbre gli dà i brividi. Avvertendo la fine, chiede alle sue spose l'autorizzazione di dormire nel padiglione di Aisha, dove lo trascinano alcuni fedeli, lui con le gambe tremanti e la fronte fasciata da una benda. Prima crede di patire un attacco di Satana, poi le conseguenze di quell'agnello avvelenato, propinatogli dalla perfida ma incantevole Zainab.
Sino all'ultimo si rifiuta di credere che Allah lo abbia sottoposto a una umana malattia. Ma le emicranie e la febbre lo prostrano. Spira con la testa poggiata sul vasto grembo di Aisha. Morendo, con l'occhio nero appuntato al soffitto, borbotta: «II compagno più alto!».
Si dice abbia rivisto allora l'arcangelo Gabriele, per l'ultima volta. Seguono le strida ed i singhiozzi di tutto il suo harem, irrotto nella tenda.


L'Espresso Colore, 25 febbraio 1973

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