26.7.18

Dell'occuparsi di morale (Bertolt Brecht)


Me-ti. Il libro delle svolte di Brecht nella sua prima edizione in tedesco fu pubblicato postumo nel 1965, ma risaliva agli anni 30.
Brecht finge di tradurre dal cinese un antico filosofo taoista, Me-ti appunto, il maestro che insegna la Grande Dottrina (il marxismo) in brevi e brevissimi apologhi e che personifica il Brecht pensatore. Spesso questi dialoga con Kin-jeh, anch'egli proiezione dell'autore, ma come scrittore e individuo empirico. Nel libro compaiono riferimenti a filosofi e capi politici, da Hegel a Lenin, da Trotzky a Stalin, individuati da pseudonimi.
Il brano qui “postato” è ripreso da un “Quaderni piacentini” del 66, che pubblicò un'anticipazione del volume in preparazione da Einaudi, per la traduzione e curatela di Cesare Cases. Il libro uscì solo nel 1970. (S.L.L.)

Ci sono poche occupazioni, disse Me-ti, che danneggiano la morale di un uomo tanto quanto l'occuparsi di morale. 
Sento dire: “Bisogna amare la verità, bisogna mantenere le promesse fatte, bisogna lottare per il bene. Ma gli alberi non dicono: “Bisogna essere verdi, bisogna lasciar cadere verticalmente i frutti al suolo, bisogna frusciare con le foglie quando ci passa il vento”.

Quaderni piacentini, n.28, settembre 1966

Il mistrettese. Un “mimo siciliano” di Francesco Lanza


Il mistrettese, quando tornò per la vicenda, la casa ch’era vuota la trovò adornata d’ogni cosa, e se ne faceva le meraviglie.
— Moglie mia — domandava — o chi v’ha fatto questo letto di re, con la testiera che mi ci posso veder dentro ?
E lei:
— Compare don Bastiano me l’ha fatto, perché voi ci possiate riposare.
— E bravo compare don Bastiano! — diceva lui gongolante. — E questo tavolo e questo cassettone con tutto il ben di Dio che c’è dentro?
— O non ve lo dico? compare don Bastiano.
— E bravo compare don Bastiano, che davvero non me l’aspettavo! E queste seggiole, e questi santi, e queste bocce di vetro che se le tocco si rompono, e cotesti pendagli che avete agli orecchi, e sembrate la Madonna dell’Aiuto?
E lei:
— Compare don Bastiano, marito mio, che voi non potevate e ci ha pensato lui.
In quella s’udì un vagire dal letto, e la donna corsavi ne tornò subito con un fantolino attaccato alla poppa gonfia come una zucca.
— E cotesto, o che è? — domandò lui meravigliato.
— Non lo vedete che è? il vostro figliolino.
E lui, sgranando gli occhi:
— O chi ve l’ha fatto, che io non cero?
— Compare don Bastiano, marito mio, per non dare a voi il fastidio, eh’eravate al monte.
— Ba' ba’, ba’; — esclamò lui, abbuiandosi — adesso compare don Bastiano comincia a farmi perdere la paziènza. O tutto lui fa, e io che sono, un cetriolo.
Ma più lo guardava quel figliolino, e più gli pareva di suo gusto; e presolo in braccio lo vezzeggiava con festa, e guardandolo alla lunga, faceva ammirato.
— E bravo compare don Bastiano, che l'ha fatto tutto somigliante a me che sono su pa', per non far perdere la stirpe.
La moglie intanto non sapeva come levarselo d'attorno a causa del compare, e per un conto o per un altro sempre se ne sbrigava quant’era il bisogno; e lui come una pasqua.
Compiuta finalmente la vicenda, il mistrettese si calzò, si mise la bisaccia sulle spalle e se ne tornò al monte, pasciuto e riposato; ma giuntovi si ricordò di non aver baciato per l’ultima volta il figliolino ch’era tutto suo pa’, e di corsa rifece la strada.
Arrivò ch’era notte, e la porta era chiusa; e dentro la moglie si divertiva col compare.
— Tùp, tùp, — bussò lui — o moglie mia, apritemi che dimenticai di baciare per l'ultima volta il figliolino.
Quella di rimando che se ne andasse, che il figliolino dormiva e a svegliarlo non si sarebbe quetato più, e lui:
— O se si sveglia, voi gli date la poppa e ci s’addorme di sopra come un papa.
Ma quella di no, che ad aprire la porta c’era freddo e il figliolino avrebbe preso aria; e lui:
— E voi fatemelo almeno baciare dalla gattaiola, quanto ci arrivo col muso, e i’ me ne vo.
La moglie scese dal letto ch’era nuda e andata alla porta si mise con una natica alla gattaiola; e gli faceva:
— Spicciatevi a baciarlo, che piglia freddo.
— O la carnuccia tenera; — diceva lui estasiato, e non finiva più di sbaciucchiare.
In quella alla donna, per la positura, scappò un ventolino di dietro; e gli arrivò tutto sul muso, tra un bacio e l’altro; e lui, asciugandosi la bocca con la mano :
— Ooooh, il figliolino gli pute il fiato, e pensateci voi, moglie mia, che restate qua.
E se ne tornò al monte.

Mimi e altre cose, Sansoni, 1946

Nel pieno dello Stato. La mafia con la "emme" maiuscola (Leonardo Sciascia)


Il 6 marzo del 1980 nella Camera dei Deputati si ragiona di mafia e di antimafia. Si discute tra l'altro una mozione del gruppo radicale, che reca, dopo la prima firma di De Cataldo, quella di Leonardo Sciascia, che è al tempo e per una brevissima stagione deputato. Sul tema era già intervenuto il 26 febbraio e aveva insistito sulla lotta all'illecito arricchimento come chiave della lotta alla mafia. Ora riprende la parola per le dichiarazioni di voto, ma anche “per fatto personale”. Era uscito sul “corrierone” proprio il giorno prima un articolo di Sciascia in cui la parola “mafia” era scritta “Mafia”, con la maiuscola. Lo aveva citato nel suo intervento, fantasticando sulla maiuscola, un deputato democristiano calabrese, Ludovico Ligato, da molti reputato l'astro nascente della DC nell'Italia Meridionale. Sciascia, nell'incipit del suo intervento che è qui ripreso, parte proprio da lì per ribadire alcune verità, che allora come oggi si fingeva di ignorare, sulla natura della mafia.
Ligato avrebbe fatto di lì a poco un grande balzo in avanti nella carriera, nominato nel 1985, presidente delle Ferrovie dello Stato. Dimissionario perché coinvolto in uno scandalo di tangenti, le cosiddette “lenzuola d'oro”, tornò nella sua Reggio Calabria, in attesa di rimettersi in pista attraverso il decreto che assegnava alla città decine di migliaia di miliardi di lire per finanziare il recupero del lungomare. Fu ucciso il 29 agosto del 1989 e negli atti del processo che condannava il suo assassino e i mandanti della 'ndrangheta venne indicato come “colluso”, praticamente da sempre, con la 'ndrina dei De Stefano. (S.L.L.)

Poco fa, da un certo banco, sono state fatte delle illazioni su una “emme” maiuscola che sarebbe caduta in una mia nota sul “Corriere della Sera". Illazioni alquanto gratuite. La parola “mafia" si è trovata scritta con la “emme” maiuscola semplicemente perché quella nota era stata dettata per telefono. Il mio giudizio sulla mafia non era in nulla mutato: semmai c’era una dimostrazione di rispetto nordico da parte dello stenografo del giornale. Detto questo, giacché si parla di maiuscolo, debbo constatare che il dibattito si è svolto, come era prevedibile, tra filologia e sociologia, e allora tanto valeva di farne di buona. Infatti, la maggioranza degli interventi sembra convenire sulla tesi - vecchia tesi - secondo la quale la mafia insorge nel vuoto dello Stato; invece, insorge nel pieno dello Stato. Questa è la constatazione preliminare indispensabile da fare.
La buona sociologia, la buona filologia è fatta, a cominciare dal procuratore generale di Trapani nel 1837 - mi pare -, che in una relazione descriveva la mafia così come l’abbiamo conosciuta noi, ed era una mafia di procuratori del re, di segretari comunali e di preti.

Camera dei deputati, Seduta del 6 marzo 1980

Praga la maga. La fedeltà a se stesso di Angelo Maria Ripellino (Cesare Cases)

Praga 1989
Dai “Quaderni piacentini” riprendo la prima parte della recensione a un libro splendido, a un capolavoro da (ri)leggere, che è anche ritratto di un grande studioso, poeta e scrittore, ingiustamente caduto nell'oblio. (S.L.L.)

Angelo Maria Ripellino
Libro ultrapremiato, Praga magica di Angelo Maria Ripellino (Einaudi 1973, L. 6.000). Si avrebbe voglia di battere le mani anche noi. Perché da premiare non erano soltanto lo studioso e il sia pur troppo prezioso scrittore Ripellino, ma anche l’uomo, la sua tenacia, la sua coerenza, la fedeltà a se stesso. Quando tutti flirtavano con il marxismo, leggevano la Fenomenologia, invocavano la società e la storia, esortavano al realismo, nuotavano nell’impegno, egli non si spacciava se non per quel che era: un entusiasta della poesia e dell’arte, un onnivoro lettore di opere d’avanguardia, un collezionista di metafore vertiginose. La rivoluzione russa era per lui anzitutto una rivoluzione poetica, teatrale, scenografica, e Stalin colui che l’aveva schiacciata.
Questa posizione è in lui del tutto autentica, aliena dalle teorizzazioni. Se gli piace Sklovskij è perché apparteneva a un gruppo intellettuale prestigioso, non perché Ripellino sia strutturalista. Se gli piacciono le magie e i miti, è perché sono trasmutazioni, metafore, maschere, non perché abbia particolarmente in odio la ragione. Il suo stesso saltabeccare, la capacità di afferrare e unificare ciò che vi è di più disparato ed eteroclito, il bric-à-brac della storia e della cultura, non hanno niente di programmato e di ideologico, ma sono manifestazioni della sua natura, fenomeni di vulcanismo siciliano sia pure raffreddato dal gusto araldico della scuola romana, che trasforma in degustazioni letterarie anche la morte, la carne e il diavolo. Non mai abbastanza, peraltro, perché sotto le degustazioni non traspaia un soggetto senziente e sofferente, che l’istinto di rivolta lascia coinvolgere suo malgrado in zone politiche, in modo magari irriflesso, ma sempre preferibile allo snobismo apolitico di molti suoi fratelli in ispirito.
In Praga Ripellino ha trovato un oggetto altrettanto prezioso, sensibile e sofferente, sicché anche lui talvolta non sa più se parla della città o di se stesso. In effetti, è la città medesima ad acquisire le caratteristiche di un soggetto trascendentale che parla per mille pietre, immagini e libri. Questo soggetto trascendentale è una proiezione e un potenziamento collettivo del soggetto empirico che appare ad esempio nella concezione dello concezione dello scrittore sottesa alla critica di Citati, di cui conserva le due connotazioni principali: l’onnipotenza e l'irresponsabilità. E una sorta di Golem che agisce irresistibilmente e la cui fine può sopraggiungere solo dall’esterno. Per questa ragione tale soggetto può essere ubicato solo in zone topografiche o cronologiche che hanno cessato di essere, anzi che spesso —— come la Mitteleuropa oggi tanto di moda — diventano visibili e quindi cominciano ad esistere solo quando sono finite. Recentemente, in uno scritto autobiografico, Ladislao Mittner ricordava spiritosamente che solo l’avvento della nozione di Mitteleuropa ha posto fine all’imbarazzo in cui si trovava quando doveva rispondere di che nazionalità fosse, lui che partecipava di quattro: ora poteva rispondere di essere mitteleuropeo. Il soggetto trascendentale sarà quindi, oltre alla Mitteleuropa scomparsa tra la prima e la seconda guerra mondiale, l’intellighenzia ebraica massacrata da Hitler, o il teatro russo pre- e postrivoluzionario, distrutto da Stalin, ovvero Praga, soffocata dagli stivali russi del 1968 che riappaiono continuamente in questo libro. E la legge per cui il fondamento ontologico di tali soggetti mitici sta nella loro fine fa sì che Ripellino sia costretto a vedere nell’intervento russo una cesura molto più apocalittica di quanto non ci auguriamo che sia, anche perché in seguito ai suoi coraggiosi articoli di allora egli non può più tornare a Praga, e si sa che i Golem crollano quando i loro creatori non possono più insufflar loro la parola vivificatrice. Ciò è solo apparentemente in contrasto con l’acronia propria di questo come di ogni mito. Nel libro si salta magari nella stessa pagina dalla Praga di Rodolfo il a quella dell’inizio del secolo, dal Golem di Rabbi Lòw ai robot di Capek, dalle magie di John Dee e dello Scotto agli happenings di Hasek, dai quadri dell Arcimboldo ai collages di Hoffmeister, dal carnefice Mvdlàr al Bruciacadaveri di Ladislav Fuks, uno dei tanti libri che Ripellino ha avuto il merito di farci conoscere. Poiché egli domina con invidiabile e pressoché unica competenza sia il versante ceco che quello tedesco della letteratura praghese, quindi anche il divario linguistico non importa per lui un ostacolo all’unicità e alla contemporaneità assoluta del mito. Ma unità e contemporaneità emergono nel ricordo, nella nostalgia, poiché il mondo è divenuto indegno del mito. Questo sopravvive solo come spettro. Se Praga era un fantasma perfettamente incarnato nella città di questo nome, ora gli stivali russi hanno separato le due componenti che coesistono e convivono senza identificarsi: la città morta e le fantasime che la abitavano e che tornano come puri revenants ai luoghi che frequentavano di diritto.

Quaderni piacentini, n.52, giugno 1974

23.7.18

La poesia del lunedì. Gabriele D'Annunzio


CANTO DELL'OSPITE

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme...
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

22.7.18

La parmigiana della baronessa (Simonetta Agnello Hornby e Chiara Agnello)


Simonetta Agnello Hornby, nobildonna siciliana e avvocato di prestigio in Inghilterra, dove vive, è nota anche per i suoi fascinosi romanzi ambientati nella Sicilia della sua adolescenza e della sua giovinezza, spesso centrati su straordinarie figure femminili, a partire dal primo, La mennulara, che le procurò lettori in gran numero e consensi critici. Nel 2011 pubblicò per Sellerio un memoir che rievoca le infantili ed adolescenziali villeggiature a Mosè, nella tenuta dei baroni Agnello.
Servendosi di un quaderno della nonna, dei ricordi familiari e della collaborazione della sorella Chiara, la Agnello Hornby ha aggiunto alla narrazione 28 ricette di cucina, distribuite sulla linea dei quattro mesi di villeggiatura, da maggio a settembre. È cucina di campagna, basata soprattutto sui prodotti di stagione, semplice e raffinata insieme, nobiliare si direbbe; anche perché gli Agnello, nelle villeggiature del secondo dopoguerra, non hanno “monsù” e le signore dell'aristocratica famiglia, pur non mancando di aiuti ancillari, cucinano di persona.
Qui riprendo la ricetta della “parmigiana di melenzane”, che non ha le aggiunte e le complicazioni che spesso involgariscono la pietanza. È identica a quella che faceva mia nonna Carmelina e a quella che fa mia madre (che tuttavia non ha saputo resistere al richiamo della mortadella di cui aggiunge qualche dadino). Mia nonna era una popolana, famiglia di artigiani, ma aveva un cuore nobilissimo. (S.L.L.)



PARMIGIANA DI MELANZANE (A MODO NOSTRO)
Le varianti della parmigiana di melanzane sono tantissime, cambiano da provincia a provincia e spesso da città a città. Quella usata da noi è una delle ricette più semplici e diffuse.

Ingredienti (per 4 pp)
4 melanzane medie (in totale, circa 1 kg e 200 g)
300 g circa di salsa di pomodoro già cotta (una tazza da latte quasi piena)
100 g di pecorino stagionato (o parmigiano) grattugiato (4 cucchiai)
foglie di basilico
olio per friggere
sale

Lavare le melanzane, prepararle e tagliarle a fette. Porne uno strato in uno scolapasta e spolverizzarle di sale, poi farne un secondo strato e così via fino a esaurimento. Mettervi sopra un coperchio con un peso e lasciar scolare almeno due ore.
Quando le melanzane hanno perso molta della loro acqua, spremerle leggermente a gruppi di 3 o 4 fette per volta tra i palmi delle mani. Intanto, mettere l’olio (circa 1/2 cm di altezza) in una padella di almeno 30 cm di diametro e accendere il fuoco: quando è caldo, cominciare a friggere le melanzane già spremute. Dopo averle fritte da una parte, girarle e friggerle dall’altra. A fuoco vivo ci vogliono 5-6 minuti per padellata, comunque finché le fette non prendono un bel colore dorato. Scolarle bene e metterle su un piatto.
Quando sono tutte fritte, mettere una cucchiaiata di salsa di pomodoro sul fondo di una pirofila da forno (15 x 20 cm circa) e disporvi le fette leggermente sovrapposte (a scaletta). Mettere un’altra cucchiaiata di salsa (a velare tutte le fette), una cucchiaiata di formaggio, qualche foglia di basilico e così via fino alla fine. Devono essere almeno tre strati sovrapposti (quattro sarebbe meglio).
Infornare e cuocere a calore medio (180°) per circa 20 minuti.
La parmigiana è molto buona calda, ma forse fredda ancora di più.
Si conserva in frigorifero almeno tre giorni e può anche essere usata, tagliata a pezzetti, per condire la pasta o il riso.
Si surgela molto bene e la si può tenere nel freezer almeno tre mesi.

Un filo d'olio, Sellerio, 2011

Liutprando, eroe dei cinque mondi. Il re longobardo che volle eterna fama (Ezio Barbieri)


Amico dei Franchi, ostile ai Bizantini, duplice con il Papa, nemico dei saraceni, protettore dei sudditi più indifesi.

In un giorno non precisato del 722 o del 723 Liutprando, re dei Longobardi, percorre a cavallo i tratturi dell’Appennino accompagnando i resti mortali di sant’Agostino. Attorno a lui i boschi selvaggi ricordano quelli delle terre lontane da cui proviene la sua stirpe. Sopra di lui è il cielo, a cui il re volge lo sguardo, sicuro di essere guidato dalla volontà divina. Così è scritto nel Prologo alle Liutprandi leges, «il cuore del re è nelle mani di Dio». Seguendo l’ispirazione divina, Liutprando ha fatto trasportare le spoglie del santo dalla Sardegna per sottrarle all’oltraggio delle incursioni saracene. Lui stesso le ha attese sulle alture presso Genova per poi accompagnarle a Pavia. È certo di aver salvato un simbolo della cristianità. Nella capitale del regno è pronto un luogo sicuro, la cella di San Pietro in Ciel d’oro, attorno a cui in quegli anni si sta aggregando una comunità di monaci. Là è già sepolto il padre di Liutprando, re Ansprando, lì tra poco giungerà sant’Agostino, per essere il santo di una città e dei sovrani che la governano, lì progetta di essere sepolto Liutprando. C’è in lui l’idea di creare un sacrario dei re longobardi a Pavia, complemento religioso all’azione laica di rafforzare l'amministrazione nel palazzo regio, il Sacro Palazzo. E c’è in lui un disegno politico. Amico dei Franchi, ostile ai Bizantini, duplice col Papa, nemico dei saraceni, protettore dei sudditi più indifesi con le sue leggi, il re dei 5 mondi (712-744) viene celebrato in un convegno voluto dall’Università Cattolica di Milano a Pavia e a Gazzada Schianno (Varese) tra il 3 e l'8 maggio.

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Nel 722 o 723 Liutprando ha poco più di trent’anni, il suo coraggio è noto. Da giovane ha affrontato da solo in duello due guerrieri longobardi a lui ostili. Ha fama di sovrano e legislatore saggio, di valoroso capo militare, anche se più numerose sono le guerre che dovrà ancora combattere. Ha in mente di rafforzare il suo potere nel mondo longobardo e di estendere il suo dominio ad altri territori. Cova l’ambizione di diventare rex totius Italiae. Da tempo ha abbandonato la politica di pacificazione ispirata al trattato del 680, siglato con Bisanzio dai suoi predecessori: i bizantini sono suoi nemici e contro di loro combatte più volte a Ravenna devastando anche il porto di Classe (717). Facile è attaccarli quando l’impero d’Oriente è preso di mira dagli Arabi. I Bizantini sono combattuti anche quando si fanno sostenitori dell’iconoclastia, perché Liutprando, cattolico, difende la tradizione del culto delle immagini sacre seguita dalla Chiesa di Roma. Nemici sono anche i duchi longobardi troppo autonomi e così scenario delle guerre del sovrano è anche l’Italia meridionale. Liutprando arriva a controllare tutti i ducati longobardi e a esercitare la sua influenza sull’Esarcato e Roma.
Protagonisti nel teatro politico sono anche i Franchi, nel 722-723 i rapporti con Liutprando sono tesi, ma in poco tempo tutto muta grazie ad alleanze sancite da matrimoni. Al sovrano longobardo si aprono nuove prospettive, può contare sul sostegno non tanto dei sovrani franchi legittimi (i cosiddetti «re fannulloni») ma dei maggiordomi di palazzo, padroni della politica franca. Nel 730 è alleato di Carlo Martello, nonostante questi sia giunto al potere in modo fortunoso e poco chiaro: per Liutprando conta il fatto che da anni Carlo stia respingendo nel Sud gli attacchi dei Saraceni e nel Nord quelli di Frisoni e Sassoni. L’essere re e figlio di re non gli impedisce di scegliere alleanze con gli «illegittimi», a Liutprando appartengono ambizione, spregiudicatezza e una buona dose di Realpolitik maturate negli anni difficili della prima giovinezza: madre e fratelli imprigionati e mutilati, il padre esule, lui stesso esule. La sua alleanza con i Franchi si consolida: nel 737 adotta Pipino, figlio di Carlo Martello, la cerimonia è solenne, il giovane viene rasato secondo l’uso longobardo a sancirne lo status di figlio legittimo di Liutprando. Pipino può così aspirare al trono franco, su cui si insedierà nel 751 con un colpo di Stato.
Il solido legame con i Franchi induce Liutprando nel 738 a difendere vittoriosamente Arles in Provenza contro i Saraceni, mentre Carlo Martello combatte contro i Sassoni. La conseguenza è che nel 739 l’appello di papa Gregorio II ai Franchi di rispondere all’attacco dei Longobardi, che hanno saccheggiato il territorio di Roma, rimane inascoltato. Diversamente accadrà nel 774 tra il longobardo Desiderio e il franco Carlo Magno, che ascolterà le richieste del pontefice Adriano I e sconfiggerà i Longobardi.

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Se nel 739 la Chiesa non viene ascoltata, Liutprando in altre occasioni le concede molto: nel 728 a Papa Gregorio II dona Sutri, presa ai Bizantini e non restituita loro nonostante gli accordi, nel 743 procede a un'altra restituzione di fortezze strategiche. Così la Chiesa pone le basi del suo potere temporale e Liutprando non perde occasione di dare un clamoroso schiaffo politico all’imperatore d’Oriente, perché il pontefice è suddito di Bisanzio. Anche all'interno del regno Liutprando tutela la religione cattolica, rendendo inviolabili le chiese, assumendo la protezione diretta delle monache, proibendo residue pratiche pagane e inserendo prescrizioni di diritto canonico nella legislazione longobarda. Azioni del re di un popolo ormai del tutto cattolico.
Nel 744 Liutprando, poco più che cinquantenne, ha la consapevolezza di aver reso la società longobarda più stabile e meno violenta grazie alle leggi da lui promulgate, ad arricchimento e integrazione dell’Editto di Rotari. Orfani, minori, donne sono i soggetti privilegiati della sua opera di legislatore. La sua è un’età anziana per i tempi e probabilmente Liutprando non si attende altro dalla vita e dal suo ruolo di sovrano ma forse spera in una fama duratura. Nel medesimo anno muore e viene sepolto in quell’angolo di Pavia fuori le mura, da lui fortemente voluto, San Pietro in Ciel d’Oro, la cui malia affascina ancora oggi. Le gesta coraggiose di uomo, il prestigio di re, le campagne militari hanno reso Liutprando grande presso il suo popolo e magari agli occhi dei nemici. Il ricordo dell’attività di legislatore andrà oltre l’orizzonte temporale dei Longobardi, portando con sé, allo sguardo di altre epoche, anche la dimensione umana, regale e guerriera di Liutprando.

“La lettura - Corriere della sera”, 29 aprile 2018

Ci sono angoli... Una poesia di Attilio Mangano (Palermo 1945 – Milano 2016)

Palermo, Piazza Rivoluzione
Ci sono angoli e strade che ritornano
nella memoria della vita, i luoghi
che valgono in segreto a recitare
il miracolo di una lieta festa:
qui ti ho baciata e fu la tua resa,
lì mi sono ubriacato con gli amici,
una chitarra che suonò per noi.

Forse è così per tutti, un improvviso
squarcio della mente, il senso pieno
di una intera vita si condensa,
il fantasma ritorna e lancia un grido
e tutto ricomincia e poi si ferma.

Fermo a un semaforo, la breve pausa
prima di attraversare, quella donna
che sta di fronte a me io la conosco,
il saluto lontano di un amico
che sai morto e ti aspetta con quell’auto,
la libreria del corso, i fiori e un bacio:

il pudore inibisce, come spiego
a chi ho accanto che non ne sa nulla
che un fantasma ci tiene compagnia?
“Sempre caro mi fu quest’ermo colle...”

Le piccole visioni, quasi un flash,
con le chiavi di un codice segreto,
poi la vita continua, altre parole,
nuovi incontri ed il tempo ricomincia
il suo ballo alla giostra della vita.

Alfonso M. di Nola e le invenzioni del diavolo (Igor Sibaldi)


In questo catalogo ragionato dei diavoli, delle divinità infere e delle principali vicende demoniache accumulatesi dalla preistoria ai giorni nostri Alfonso M. di Nola assume un atteggiamento molto simile a quello che agli inizi del secolo assunse James G. Frazer nei confronti della magia. Nel suo celeberrimo volume Il ramo d'oro (1890-1922, trad it Torino 1973) Frazer si ritenne in dovere di presentare al lettore le concezioni magiche e magico-religiose come un lungo tessuto di errori. Così pure di Nola, fin dalle prime pagine del suo Il Diavolo (pubblicato nella collana «Magia e religioni», che di Nola dirige per la Newton Compton) tiene a ribadire che le rappresentazioni mitologiche del Diavolo d'ogni tempo e paese «pur nella loro evidente differenziazione, si radicano in unico 'naturale' corso degli errori del umano pensiero»
La differenza tra Frazer e di Nola e che il primo giudicava i fenomeni magico-religiosi da un punto di vista, potremmo dire, anglocentrico (scorgendo cioè nella contemporanea cultura inglese un non plus ultra di verità rispetto al quale tutto il resto era soltanto un «non ancora» più o meno infantile, più o meno stolto), di Nola invece critica le credenze demoniache dal punto di vista del laico impegnato e le considera non tanto arretrate quanto fondamentalmente immorali.
Dei sistemi demoniaci elaborati entro le varie culture egli denuncia «la fondamentale qualità alienante e destorificante», il diavolo, egli dice, è stato per lo più (e sempre più decisa mente via via che ci si avvicina ai giorni nostri) un modo per risolvere in fretta e disonestamente il problema del male, un deviarsi dell'attenzione dalle cause vere dei guai umani (tutte concrete, storiche e secondo di Nola principalmente economiche) per proiettarle nel metafisico, in un Eterno molto frainteso. Il diavolo è stato anche amarissimamente (e sempre più amaramente via via che ci si avvicina ai giorni nostri) un argomento contro ignoranze e ideologie, che venivano additate all'odio popolare con l'accusa di essere alleate dell'inferno - ebrei, zingari, comunisti, omosessuali.
Nel diavolo e affini ha certamente trovato espressione quantomai pittoresca, vivace creativa tutta una serie di elementi istintuali cupi, rimossi, e in tal senso il diavolo ha avuto più volte una funzione utile alla psiche, in quanto appunto convogliamento, «canalizzazione» di angosce, ma la sua storia, insiste di Nola, è comunque troppo compromessa, la sua immagine troppo facilmente strumentalizzata e strumentalizzabile, perché non sì imponga al laico «il dovere etico di una demistificazione e di una denunzia della trama sottile di disgregazione della civile coscienza e della consapevolezza della storia e del reale, che si cela abilmente sotto il mito» Parole con le quali e impossibile non consentire, sia come laici sia come onesti cristiani - giacché cose analoghe diceva Gesù ai discepoli, benché i cristiani successivi non gii abbiano mai dato molto retta, quando spiegava che ciò che è impuro viene soltanto dal «cuore dell'uomo» e non da altre entità (Mc 7,15), che Satana «è finito» (Mc 3,26), che il principe dei demoni «è precipitato giù dal cielo come una folgore» (Lc 10,18).
L'urgenza di questo «dovere etico» riempie tutto il libro di di Nola, diviene molto intensa nei capitoli dedicali alla teologia demoniaca cristiana, alla stregoneria, al diavolo nel cattolicesimo romano attuale, altrove - nel trattare culture antiche e non-cristiane - si fa sentire sotto forma di un tono costante di rimprovero, come di uno che parlando faccia continuamente segno di no col capo o si stringa nelle spalle a significare «bah». In una prospettiva propriamente storico-religiosa questo approccio al problema diavolo potrà magari risultare discutibile, giacché la storia delle religioni è un po' come la stona dell'arte, la quale sa bene che un tempio o un palazzo sono fatti di pietra e mattoni, ma non dice «è chiaro che sono soltanto mattoni e pietre», bensì si preoccupa delle forme che se ne ottengono, e della logica particolare e delle avventure di quelle forme, allo stesso modo lo storico delle religioni tende generalmente a far passare in secondo piano la «reale consistenza», diciamo cosi, delle immagini mitiche, per avventurarsi invece nella loro particolare dimensione e studiarne, appunto la particolarità - quel quid unico e irriducibile che esse contengono appunto in quanto immagini mitiche (si veda a questo riguardo la bellissima prefazione di Mircea Eliade al suo Trattato di storia delle religioni, Torino 1976) Tuttavia la chiave interpretativa «demitizzante» adottata da di Nola è estremamente salutare oggi, quando il fantasma diavolo sta registrando nella nostra cultura quotidiana un forte rialzo di quotazioni - sintomo di una grave condizione di disagio morale e religioso. Tale disagio viene, credo, dal rapido, irrimediabile sfaldarsi della fede confessionale, le cui risposte agli interrogativi dell'animo umano non sono più avvertite come sufficienti (ormai si crede nella Chiesa soltanto per ansia di conformismo, per pregiudizio o per disperazione) e insieme dal confuso senso di sgomento suscitato dal fatto che non vi siano attualmente in circolazione altre fedi alle quali ancorarsi.
Il diavolo è al contempo l'ultimo appiglio della fede in declino (il suo argomento di maggior richiamo) e il primo problema che si porrà alle eventuali nuove fedi nascenti: come affronteranno il problema del male? in quali forme cristallizzeranno tutta quell'«istintualità rimossa», quell'ombra che da sempre ci portiamo dietro? che farà insomma il diavolo orfano della Chiesa che l'ha sempre allevato? Da questo sgomento i mass-media - cinema, editoria, rotocalchi - lucrano molto, e continuano ad alimentarlo vanamente. Il libro di di Nola fa proprio il contrario passando in rassegna e sfatando una dopo l'altra le svariate fortune mitiche di Satana, esorta il lettore a non stare al gioco a non lasciarsi incantare dall'ombra bensì a rivolgersi con sfrontato concretismo a ciò che la proietta, all'uomo, a noi stessi, nella convinzione che sempre e soltanto all'uomo e non ai fantasmi occorra far riferimento in ogni momento di crisi o sgomento culturale per superarlo dignitosamente. E soltanto su un tale criterio può fondarsi, oggi, la possibilità di fedi nuove.

“l'Unità”, 27 gennaio 1988

Italia drogata. Il mercato dei farmaci clandestini (Gianni Santucci)


Teneva i cerotti di Fentanyl sotto la lingua. È andato in overdose. L’ha salvato un’ambulanza. La segnalazione arriva dalla Toscana, risale a qualche mese fa ed è circolata solo tra pochi specialisti di tossicodipendenze. Prima overdose in Italia per abuso di farmaci antidolorifici a base oppioide. Un segnale. Come quelli che arrivano dalla rete, in particolare dai profili social (riservati) di adolescenti che acquistano online sciroppi alla codeina, tramadolo, OxyContin. I medici parlano di «uso non terapeutico di sostanze psicoattive». Ed è la prospettiva chiave per interpretare il futuro del consumo di stupefacenti. A partire da un riferimento internazionale: oggi gli Stati Uniti stanno affrontando la più devastante epidemia di eroina nella storia del mondo occidentale. Quali sono i rischi che in Italia si arrivi a un’evoluzione analoga, con un ritorno di massa dell’eroina? In Nord America, una politica commerciale molto aggressiva delle case farmaceutiche ha saturato il mercato di antidolorifici oppioidi; s’è creata così in pochi anni una base di dipendenza diffusa da farmaci con la stessa molecola della morfina; a quel punto, i narcos messicani hanno fiutato l’«opportunità di mercato» e inondato le strade di eroina.
In Italia l’ultimo ventennio è stato dominato dalla cocaina. L’eroina però non è mai scomparsa, soprattutto in Emilia, Toscana, Campania. I fattori di rischio dunque sono due, soprattutto per i consumatori più giovani. Primo: le nuove generazioni non hanno memoria storica, sono senza anticorpi, perché non ricordano la strage di ragazzi coi corpi distrutti dalle spade che si bucavano e morivano nei parchi delle città. Sono una generazione «vergine» di potenziali nuovi «clienti». È quel che si vede al «boschetto» di Rogoredo, la più grossa piazza di spaccio del Nord Italia, alle porte di Milano: in fila per comprare eroina, i minorenni si mescolano ai vecchi tossici che hanno più di 40 anni.
E poi c’è il rischio della «deriva americana», il secondo fattore che può rilanciare la diffusione dell’eroina: rispetto agli Stati Uniti, la circolazione dei farmaci in Europa è più controllata, ma il mercato clandestino è in fortissima espansione. Un anno fa i carabinieri di San Donato hanno arrestato due iracheni che vendevano OxyContin fuori dalle scuole di Segrate e Peschiera (hinterland milanese). Poco dopo, anche i poliziotti di Milano hanno fermato due spacciatori egiziani di farmaci oppioidi. Ai ragazzini, drogarsi con le medicine sembra più «pulito». «L’abuso di questi farmaci – spiegano gli esperti – finora è stato sottovalutato. Rischiamo di svegliarci di colpo e scoprire una crisi già avanzata».

“La Lettura – Corriere della sera”, 8 aprile 2018

USA. «Quell’antidolorifico uccide più delle armi» (Viviana Mazza)


Le case diroccate, i giardini incolti, gli sguardi vuoti dei rari passanti. Con l’agente in borghese Mike Connelly perlustriamo i quartieri affacciati sul lago Erie. Qui i tossici di Cleveland vengono a morire dopo aver perso il lavoro, la casa, i figli. Giocano alla roulette russa con la morte. «Una coppia aveva comprato il kit Narcan, a base di naloxone, il farmaco che usiamo per bloccare gli effetti degli oppioidi. Speravano di salvarsi a vicenda in caso di overdose. Non è andata così». Più di cento americani muoiono ogni giorno di overdose da oppioidi, inclusi medicinali prescritti dal medico, eroina o Fentanyl ottenuto illegalmente. Nel 2016 i decessi causati da oppioidi sono stati 42 mila (64 mila in tutto quelli per overdose): un’epidemia simile per numero di vittime all’Aids, un’emergenza riconosciuta dal presidente Trump (senza però aumentare i fondi federali per affrontarla). Anche il paesaggio ne è segnato: dai monti Appalachi al confine col Messico le strade sono costellate di pubblicità di programmi di riabilitazione. La crisi ha colpito i bianchi (lo sono l’82% delle vittime) come nessuna prima, all’inizio soprattutto nelle zone rurali (il farmaco OxyContin è chiamato hillbilly heroin, l’eroina degli zappaterra). Ma l’attenzione è cresciuta quando ha raggiunto i quartieri borghesi, figli di politici e star come Prince e Tom Petty.
Oggi Cleveland conta un migliaio di overdose l’anno, oltre 200 letali: più vittime degli omicidi e degli incidenti stradali messi insieme. Gli Stati dell’Ohio e del New Hampshire, con 39 morti ogni 100 mila abitanti, sono al secondo posto dietro i minatori del West Virginia, dove in un paesino di 392 abitanti, Kermit, una farmacia ha distribuito 9 milioni di pillole in due anni. Lo scandalo è che il 75% degli eroinomani, dice uno studio, inizia con prescrizioni mediche per antidolorifici. «Avevo 27 anni, sono finito in una rissa – racconta Jeff Knight, ex dipendente da oppioidi che oggi possiede case di recupero a Cleveland – e il dottore mi ha dato del Percocet. Dopo una pillola e qualche birra mi sentivo alla grande, così ho cominciato a usarle a scopo ricreativo, e vai con altre prescrizioni. Ho scoperto di essere dipendente quando, senza le pillole, mi sono sentito male: vomito, diarrea, brividi… Sono passato all’Oxy, più forte: lo frantumavo e lo sniffavo». Comprava prescrizioni «in strada», rivendeva per pagarsi il vizio, ma doveva aumentare la dose per l’agognato e sfuggente senso di sollievo. «Pensavo che non mi sarei mai fatto di eroina, non mi sentivo un tossico. Poi ho provato una volta ed è diventato accettabile: costa meno, è più accessibile. Ho perso tutto, sono finito in carcere».
Jeff è pulito dal 2013. Ma ora c’è un killer più letale in città: il Fentanyl. «Era Natale, ospitavo un ragazzo trentenne, di famiglia borghese. Ma voleva farsi un’ultima volta e s’è procurato del Fentanyl. Il giorno dopo sua madre è venuta per pranzo e l’ha trovato morto. Urlava quando i poliziotti l’hanno trascinata via dal cadavere». Il Fentanyl è un farmaco legale, ma viene anche prodotto illegalmente in polvere e usato per «tagliare» l’eroina; non sempre chi se la inietta lo sa, spiega l’agente Connelly. Pensano sia China White, la solita eroina bianca della East Coast, ma il Fentanyl può essere centinaia di volte più forte; e il Carfentanil, inventato come tranquillante per elefanti, anche cinquemila volte: insieme sono responsabili di 20 mila morti d’overdose l’anno. «Il Fentanyl è per tossici hardcore, per chi è già strafatto d’eroina e ha un’altissima tolleranza. Altrimenti muori, questione di un milligrammo», spiega Douglas Coleman, che dirige in Arizona la Drug Enforcement Administration (Dea), l’agenzia federale che combatte il traffico di droga. È così rischioso che i soccorritori indossano maschere per evitare di inalarne minuscole quantità.
Tutto è iniziato negli anni Novanta, quando le case farmaceutiche incoraggiarono il riconoscimento del dolore come quinto parametro vitale insieme a polso, respirazione, pressione arteriosa, temperatura. «Ci fu un cambiamento di mentalità, con l’aspettativa che non si dovesse provare dolore», spiega Cara Christ, direttrice dei servizi sanitari in Arizona. «Nel frattempo ricerche finanziate dall’industria assicuravano ai dottori che gli oppioidi non creavano dipendenza». Le farmacie online li vendevano senza neppure vedere i pazienti. Ora i produttori sono bersaglio di decine di denunce di città, contee e Stati. Ma la loro lobby a Washington resta potentissima: spende otto volte più di quella, famigerata, delle armi. E in America impera ormai la cultura della pillola: ce n’è una per ogni «problema», dall’iperattività alla depressione.
Quando i controlli sui farmaci sono diventati più rigidi, inoltre, il mercato nero ha colmato il vuoto. «Paghi 35 dollari via web. Sei giorni dopo, ti arriva per posta un pacco di Fentanyl dalla Cina», spiega l’agente Coleman. Impossibile perquisirli tutti, e i cani non sentono l’odore. Poi i cartelli messicani hanno preso in mano gran parte del business. «Avevano già aumentato l’esportazione di eroina: ai tossici costa meno delle pillole. Poi hanno ordinato in Cina i componenti chimici precursori, in modo da produrre Fentanyl in polvere, tagliare l’eroina e soddisfare gli americani che vogliono un prodotto più forte».
L’ultima novità è il Fentanyl direttamente in pillole: blu, simili all’OxyContin, pensate per chi «non si sente un tossico». La Dea ne ha intercettate 30 mila nell’ultimo anno al confine con l’Arizona. «Ognuna contiene diverse dosi letali. Spedite in Ohio possono uccidere 150 persone in un weekend». Valichi legali come Nogales, da dove passa il 70% della frutta e verdura consumata d’inverno in America, sono la principale via d’accesso. «Un autista può nascondere mille pillole in una lattina di Coca, o 5 chili tra la lattuga sul retro del camion». Come trovare un ago in un pagliaio.

La Lettura - Corriere della sera, 8 aprile 2018

Per noi sopravvissuti. Una poesia di Edith Bruck ((Tiszabercel, Ungheria, 1932)


Per noi sopravvissuti
è un miracolo ogni giorno
se amiamo, noi amiamo duro
come se la persona amata
potesse scomparire da un momento all’altro
e noi pure. E ogni sofferenza
fa parte di una unica
che pulsa col nostro sangue.
Noi non siamo gente normale
noi siamo sopravvissuti
per gli altri
al posto di altri.
La vita che viviamo per ricordare
e ricordiamo per vivere
non è solo nostra.
Lasciateci…
noi non siamo soli.

Da Versi vissuti, eum edizioni, 2018

21.7.18

Benvenuta, donna mia … Una poesia di Nâzım Hikmet (Salonicco 1902 – Mosca 1963)


Benvenuta, donna mia, benvenuta!

certo sei stanca
come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d’argento

certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti

certo avrai fame
e io non posso apparecchiare una tavola con lino candido

la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato

hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre

hai pianto
e perle son rotolate sulle mie palme

ricca come il mio cuore
cara come la libertà
è adesso questa prigione.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

da Poesie d'amore, Oscar mondadori 2014 - Traduzione di Joyce Lussu

Agosto 1957. Le dimissioni di Italo Calvino dal Pci e la replica della Federazione di Torino

Nei primi giorni di agosto del 1957 lo scrittore Italo Calvino inviò alla segreteria della Cellula «G.Pintor» e della sezione «A. Gramsci», Torino, alla segreteria della Federazione torinese; alla segreteria nazionale del Partito e alla direzione dell’Unità una lettera in cui comunicava le proprie dimissioni. “L'Unità” la pubblicò seguita da una replica firmata dal direttivo della Federazione di Torino. (S.L.L.)

La lettera di dimissioni
Cari compagni,
devo comunicarvi la mia decisione ponderata e dolorosa di dimettermi dal partito.
Ho rinnovato la tessera del ‘57 manifestando un dissenso: questo dissenso non si è affatto attenuato col passare dei mesi, tanto che mi sono astenuto da ogni attività di Partito e dalla collaborazione alla sua stampa, perché ogni mio atto politico non avrebbe potuto non portare traccia del mio dissenso, e cioè costituire una nuova infrazione disciplinare dopo quelle già rimproveratemi.
Insieme a molti compagni, avevo auspicato che il Partito comunista italiano si mettesse alla testa del rinnovamento internazionale del comunismo, condannando metodi di esercizio del potere rivelatisi fallimentari e antipopolari, dando slancio all’iniziativa dal basso in tutti i campi, gettando le basi per una nuova unità di tutti i lavoratori, e in questo fervore creativo ritrovasse il vigore rivoluzionario e il mordente sulle masse. Sono stato tra chi sosteneva che solo uno slancio morale impetuoso e univoco potesse fare del 1956 veramente l’anno del rinnovamento e rafforzamento del Partito, in un momento in cui dalle più diverse parti del mondo comunista ci venivano appelli al coraggio e alla chiarezza. Invece, la via seguita dal PCI nella preparazione e in seguito all’VIII Congresso, attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo, ponendo l’accento sulla lotta contro i cosiddetti «revisionisti» anziché su quella contro i dogmatici, m’è apparsa (soprattutto da parte dei nostri dirigenti più giovani e nei quali ponevamo più speranze) come la rinuncia ad una grande occasione storica.
In seguito ho sperato che il tradizionale centrismo della nostra Segreteria garantisse il diritto di cittadinanza nel Partito alle posizioni dei rinnovatori come lo garantiva di fatto ai più radicali dogmatici. La linea seguita in questi mesi fino all’ultima riunione del Comitato Centrale è particolarmente grave perché il momento poteva essere particolarmente propizio a un passo in avanti e nulla si è mosso e la drastica e sprezzante stroncatura del lavoro di ricerca di Giovanni Giolitti (cui mi lega una profonda stima e una fraterna solidarietà) mi ha tolto ogni residua speranza di poter svolgere una funzione utile pur ai margini del Partito.
Ho fiducia nel movimento storico che porterà il socialismo, da una forma di organizzazione accentrata e autoritaria, a forme di democrazia diretta e di partecipazione funzionale della classe lavoratrice e degli intellettuali alla direzione politica ed economica della società. È su questa via che il movimento comunista mondiale è spinto a risolvere i suoi problemi, con o senza soluzione di continuità a seconda della capacità di rinnovamento dei Partiti comunisti dei vari paesi. È in questo senso che intendo continuare a volgere i miei orientamenti politici.
La passione del nostro dibattito interno e le prospettive dell’avvenire non mi hanno fatto dimenticare la gravità dell’attuale situazione politica italiana. La mia decisione di abbandonare la qualifica di membro del Partito è maturata soltanto quando ho compreso che il mio dissenso col Partito era diventato un ostacolo ad ogni mia partecipazione politica. Come scrittore indipendente potrò in determinate circostanze prendere posizione al vostro fianco senza riserve interiori, come potrò lealmente (e sempre conscio dei limiti di un punto di vista individuale) rivolgervi delle critiche ed entrare in discussione. So benissimo che l’«indipendenza» è termine che può essere illusorio ed equivoco, e che le lotte politiche immediate sono decise dalla forza organizzata delle masse e non dalle sole idee degli intellettuali; non intendo affatto abbandonare la mia posizione di intellettuale militante, né rinnegare nulla del mio passato. Ma credo che nel momento presente quel particolare tipo di partecipazione alla vita democratica che può dare uno scrittore e un uomo d’opinione non direttamente impegnato nell’attività politica, sia più efficace fuori dal Partito che dentro.
Sono consapevole di quanto il Partito ha contato nella mia vita; vi sono entrato a vent’anni, nel cuore della lotta armata di liberazione; ho vissuto come comunista gran parte della mia formazione culturale e letteraria; sono diventato scrittore sulle colonne della stampa di Partito; ho avuto modo di conoscere la vita di Partito a tutti i livelli, dalla base al vertice, sia pure con una partecipazione discontinua e talora con riserve e polemiche, ma sempre traendone preziose esperienze morali e umane; ho vissuto sempre (e non solo dal XX Congresso) la pena di chi soffre gli errori del proprio tempo, ma avendo costantemente fiducia nella storia; non ho mai creduto (neanche nel primo zelo del neofita) che la letteratura fosse quella triste cosa che molti nel Partito predicavano, e proprio la povertà della letteratura ufficiale del comunismo mi è stata di sprone a cercare di dare al mio lavoro di scrittore il segno della felicità creativa: credo di essere sempre riuscito ad essere, dentro il Partito, un uomo libero.
Che questo mio atteggiamento non subirà mutamenti fuori dal Partito, può essere garantito dai compagni che meglio mi conoscono, e sanno quanto io tenga a esser fedele a me stesso, e privo di animosità e di rancori.
Vorrei che, considerata la ponderatezza di queste mie dimissioni, mi si evitassero i colloqui previsti dallo statuto, che non farebbero che incrinare la serenità di questo commiato.
Vi chiedo di pubblicare questa lettera sull’Unità perché il mio atteggiamento sia chiaro ai compagni, agli amici, agli avversari.
Vorrei rivolgere un saluto ai compagni che nei loro settori di lavoro lottano per affermare giusti principi, e anche a quelli più lontani dalle mie posizioni che rispetto come combattenti anziani e valorosi e al cui rispetto, nonostante le opinioni diverse, tengo immensamente; e a tutti i compagni lavoratori, alla parte migliore del popolo italiano, dei quali continuerò a considerarmi il compagno.
Italo Calvino


Il comunicato della Federazione
Il Comitato direttivo della federazione torinese del P.C.I. ha preso conoscenza della lettera di dimissioni dal Partito di Italo Calvino. Mentre spetta alla cellula «G. Pintor» la decisione sul merito, il Comitato direttivo ritiene necessario esprimere il proprio giudizio sugli argomenti con i quali Italo Calvino appoggia la sua decisione. Tali argomenti si sviluppano attorno alla affermazione secondo cui il nostro Partito non avrebbe nella realtà adempiuto ai compiti di rinnovamento che si era esso stesso preposto.
Nessuno contesta a Calvino il diritto di avere una sua opinione sul modo con cui il rinnovamento si va compiendo nel Partito, ma ciò che è da respingere è che egli pretenda di fare del proprio giudizio l’unica misura obiettiva di valutazione e che da ciò tragga la grave conclusione di lasciare il Partito.
Vi è qui un evidente allontanamento dal metodo di valutazione marxista, per il quale dovrebbe essere chiaro che le posizioni e le esperienze dei singoli confluiscono nel dibattito a formare insieme quella superiore realtà politica e storica che è rappresentata dalle posizioni collettive del Partito, ma non possono pretendere di sostituirsi ad esse, senza negare la funzione del Partito medesimo nella società moderna e di fronte agli odierni compiti del proletariato.
Era conoscendo questa funzione insostituibile che Italo Calvino aveva ad esso aderito, e questa posizione che egli confusamente ammette quando riconosce che «l’indipendenza è termine che può essere illusorio ed equivoco, e che le lotte politiche immediate (e non soltanto queste, diciamo noi) sono decise dalla forza organizzata delle masse e non dalle sole idee degli intellettuali».
Sicché le sue dimissioni rappresentano un arretramento rispetto a quelle posizioni che Calvino stesso aveva raggiunto e risultano in significativa contraddizione con talune affermazioni stesse contenute nella sua lettera. Di fatto, nel gesto di Calvino e nella sua lettera si esprime l’abbandono di una conquista fondamentale del pensiero marxista e del movimento operaio in generale: la necessità del Partito politico della classe operaia come forma suprema di organizzazione e unità delle masse sfruttate nella loro lotta per l’emancipazione e per costruire una società socialista. A tale conquista storica della Classe operaia Calvino sostituisce oggi formule confuse ed ambigue sul terreno ideologico e politico, là dove parla di una sua azione come «scrittore indipendente» (indipendente da chi? e da cosa?) e di «un tipo particolare di partecipazione alla vita democratica che può dare uno scrittore»: formule che propongono una inaccettabile rinuncia – e proprio nel momento attuale – alla piena partecipazione dell’intellettuale al momento più alto della lotta rivoluzionaria, un cedimento rispetto alle sue responsabilità verso la classe operaia, un abbandono delle posizioni marxiste.
È da respingersi con fermezza l’opinione che il P.C.I. sia andato attenuando i propositi rinnovatori in un sostanziale conservatorismo.
Il nostro Partito è stato tra le forza più avanzate del movimento operaio internazionale nel raccogliere gli insegnamenti del XX Congresso e ciò non per caso ma in quanto per la sua precedente politica, per il modo con cui esso aveva già individuato le caratteristiche sostanziali della via italiana al socialismo, era tra i più preparati ad accoglierli, sicché l’VIII Congresso ha veramente rappresentato l’opera conseguente per portare avanti l’elaborazione della nostra via al socialismo, nella lotta contro ogni riserva ed ogni impaccio massimalista, settario e dogmatico. Nessuno può scordare che molto resta ancora da compiere sulla via indicata dall’VIII Congresso, affinché tutto il Partito ne assimili e ne arricchisca ulteriormente gli insegnamenti; ma si tratta di un’opera che esige il contributo fattivo e combattivo di tutti. Così è da respingere l’affermazione che il Partito abbia posto l’accento sulla lotta contro i «revisionisti», anziché su quella contro i dogmatici, poiché il Partito lotta con eguale fermezza contro le posizioni degli uni e degli altri, a seconda di come si manifestano, e l’VIII Congresso è stato in realtà una grande battaglia contro il dogmatismo e il massimalismo, condotta senza nulla concedere a chi chiedeva un allontanamento dai principi conquistati dall’avanguardia operaia attraverso decenni di elaborazione teorica e di azione politica.
Italo Calvino può anche non essere d’accordo con questi giudizi, ma non deve avere l’assurda pretesa che la sua opinione debba necessariamente prevalere, perché la sua presenza nel Partito continui ad essere possibile, poiché, in questo caso è proprio nella sua posizione che si manifesta quella intolleranza per l’opinione altrui che è incompatibile con il rinnovamento e il rafforzamento del Partito che impedisce lo svilupparsi della democrazia del Partito nel modo più ampio possibile.
I lunghi anni di fraterno lavoro e di lotte condotte in comune con Italo Calvino esigevano queste franche parole e anche la loro serenità, tanto più in quanto Calvino si propone di essere ancora al fianco dei comunisti in molte battaglie.
Condannando il suo gesto di dimissioni e criticando i suoi errori, noi non solo rimaniamo fedeli ai principi e alla linea del nostro Partito, ma intendiamo dare ancora un aiuto a Italo Calvino perché egli riesca a ritrovare la giusta posizione di lotta, propria di un intellettuale militante quale Calvino dichiara ancora di voler essere.
Il Comitato direttivo della Federazione torinese del P.C.I.


«L’Unità», 7 agosto 1957

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