Mia madre suggerisce una
invocazione a san Leopoldo, un frate croato di recente canonizzato e
specializzato nella ricerca di oggetti smarriti, del quale porta seco una immaginetta.
Io sono notoriamente un miscredente ma il più delle volte penso a
codesto Leopoldo e, senza nemmeno invocarlo, ritrovo.
Politica,storia,letteratura e varia umanità. Pezzi vecchi e nuovi d'ogni provenienza. Ogni lunedì una poesia. Borghesi e reazionari, pretonzoli e codini, reggicode e reggisacchi, ruffiani e pecoroni, tremate!
29.8.18
In caso di bisogno (S.L.L.)
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religioni,
Salvatore Lo Leggio
Come una dopo l'altra. Una poesia di Franco Fortini
Come una dopo l'altra una
dall'altra una
e un'altra
ininterrottamente come lente e veloci
o come stagioni o come le
ore o le api o le voci
o il pianto degli
innocenti o lo strido delle foglie
o il vocío delle onde
delle gocce delle scaglie
di pigna o l'ondulío
della ragione nella sua cuna
o della dolorosa fortuna
il lamento
ma sopra come la
dominante ostinata ragiona
e dice e ridice una la
verità.
1955
da Questo muro,
Mondadori, 1973
28.8.18
Calcio e mafie. Scommesse d’Asia (Alessandro Fragassi)
Nel continente
asiatico la portata delle scommesse raggiunge livelli incalcolabili,
per una montagna di denaro che si sposta anche solo con un clic del
mouse. È su questo terreno, dove l’anonimato è garantito e il
riciclaggio facile facile, che si muove la criminalità organizzata.
Ecco come
Per comprendere le varie
tipologie di scommesse è necessario innanzitutto spiegare cosa
significhi scommettere su un evento sportivo, ovvero (dandone una
veloce definizione) impegnare parte del proprio denaro sul pronostico
di un avvenimento sportivo futuro. Tecnicamente chiunque, purché
maggiorenne, può piazzare una scommessa, in un centro abilitato
oppure su internet, presso un bookmaker che assegna una quota in base
alla quale viene calcolata la vincita potenziale per lo
scommettitore.
Tralasciando tutti i
numeri sul giro di affari delle scommesse in Italia, in Europa e nel
resto del mondo, ci limiteremo a osservare che l’Asia è il
continente dove le scommesse raggiungono volumi non quantificabili.
Ciò è possibile poiché i bookmaker asiatici (i più grandi hanno
sede nelle Filippine) non pongono limiti agli scommettitori e
soprattutto, a differenza dei bookmaker europei, garantiscono
completo anonimato al giocatore. Vien da sé che la garanzia di
completo anonimato, con anche la non tracciabilità delle
transazioni, rende più appetibile il mondo asiatico per i
professionisti. E, ovviamente, anche per la criminalità organizzata.
In Italia come in Europa
la tipologia di scommessa principale è l’1X2, dove si pronostica
la vittoria della squadra di casa, del pareggio, o della vittoria
della squadra in trasferta. In Asia invece la tipologia principale di
scommessa è il cosiddetto handicap asiatico, che riduce le opzioni
da 3 (1X2) a 2, di fatto eliminando la possibilità del pareggio e
assegnando quindi a entrambi gli esiti una probabilità del 50%
anziché del 33% (come avviene nell’1X2). Da qui il termine Asian
Handicap, poiché viene assegnato un handicap iniziale (partendo da
0) alla squadra che il bookmaker ritiene più forte (quindi è come
se la squadra più debole partisse con un vantaggio) e si può quindi
scommettere sul fatto che tale squadra copra l’handicap oppure no.
Immaginiamo di avere le
quote dell’1X2 di una partita come Juventus-Frosinone dove la
vittoria casalinga della Juventus venga quotata a 1.30, il pareggio a
5.00 e la vittoria del Frosinone a 10.00. Con quote cosi sbilanciate
è difficile per il bookmaker “bilanciare” il rischio sui tre
esiti, così come può essere poco stimolante per lo scommettitore
aver una quota così bassa per la squadra favorita. Poniamo invece il
caso che alla Juventus fosse assegnato un handicap asiatico di -1.50
goal con una quota di 1.95 e al Frosinone un vantaggio di +1.50 goal
sempre con una quota di 1.95; in tal modo il bookmaker asiatico offre
allo scommettitore due sole possibilità: che la Juventus vinca con
almeno due gol di scarto oppure no. Chiaramente, con due esiti si ha
meno possibilità di errore (2 esiti anziché 3) ma indovinare
l’esito corretto è tecnicamente più difficile poiché le quote
sono bilanciate e rispecchiano le probabilità di un lancio
testa/croce.
Le peculiarità
dell’handicap asiatico sono quindi principalmente due. La prima:
che lo scommettitore dispone di due esiti dalle quote equamente
bilanciate e quindi ha un 50/50 di probabilità di successo o
insuccesso; la seconda: che essendo le quote bilanciate, il
pronostico è più difficile e quindi il bookmaker riesce a
bilanciare meglio il rischio su entrambi gli esiti.
L’handicap parte da 0 e
sale gradatamente di un quarto di punto (0, 0.25, 0.50, 0.75, …) e
ovviamente più il divario fra le squadre è ridotto, minore sarà
l’handicap. Qualora l’handicap assegnato sia 0, in caso di
pareggio le puntate vengono rimborsate integralmente. Viceversa,
maggiore sarà il divario maggiore sarà l’handicap: non è raro
osservare ad esempio nella Liga Spagnola Barcellona e Real Madrid con
un handicap di 2 o 3 goal, visto l’ampio divario fra loro e le
altre squadre spagnole.
Oltre all’handicap
asiatico, c’è la Somma Goal Asiatica con lo stesso principio:
mentre in Europa la linea di confine è per la stragrande maggioranza
2.50 (da 0 a 2 goal è Under, da 3 in su è Over), in Asia la linea
varia gradatamente di 0.25 punti (ad esempio 1.50, 1.75, 2.00, 2.25,
2.50, …), permettendo ai bookmaker di poter sempre offrire quote
bilanciate.
Le scommesse asiatiche
mantengono la loro attrattiva anche, se non maggiormente, in modalità
live. Durante la partita le quote vengono aggiornate prevalentemente
in base al passare dei minuti quindi avremo un handicap asiatico,
cosi come l’Under Over, che diminuirà gradatamente con il passare
dei minuti mantenendo sempre delle quote bilanciate sui due esiti,
ovvero due quote che rispecchino una probabilità 50/50. Dopo ogni
goal la linea della Somma Goal viene aggiornata, mentre chi scommette
sull’handicap scommette sull’esito del match dal momento in cui
effettua la scommessa. Per esempio, se la Juventus conduce 1-0 e
scommettessimo in quel momento che la Juventus “copra” un
handicap di -1.50 goal, vinceremmo la nostra scommessa se la partita
finisse 3-0 o comunque con uno scarto di tre goal a favore della
Juventus (il goal iniziale quindi non viene considerato visto che la
nostra scommessa è stata effettuata successivamente). Offrendo
quindi 2 quote bilanciate per tutta la durata dell’incontro, sia
l’handicap asiatico che la somma goal asiatica sono due tipologie
di scommesse molto più appetibili dell’1X2 o dell’Under Over
tradizionale, ad esempio. Essendo l’offerta competitiva, lo sarà
anche l’interesse degli scommettitori per l’intera partita.
Per avere un’idea di
quanto sia difficile anche solo stimare il volume di scommesse di un
bookmaker asiatico, basti pensare che mediamente è possibile
scommettere sui maggiori campionati anche 50 mila euro con un solo
clic del mouse, con pochi secondi di attesa per l’accettazione
della scommessa. In tal modo in meno di dieci minuti il volume di
raccolta su un singolo evento può arrivare facilmente a decine di
milioni di euro. Ovviamente per i campionati secondari, così come
gli eventi sui quali la copertura mediatica o le informazioni sono
più limitati, i volumi per clic sono inferiori ma sempre di gran
lunga maggiori rispetto ai bookmaker europei.
Oltre a ciò, c’è da
sottolineare la non tracciabilità dei flussi, cosa che attrae
ovviamente l’interesse della criminalità organizzata e sulla quale
i bookmaker europei non possono “competere”. I bookmaker asiatici
sono strutture piramidali con agenti e super-agenti sparsi in tutto
il mondo: essi spesso raccolgono i soldi e pagano le vincite in
contanti, piuttosto che aprire o chiudere linee di credito per gli
scommettitori più facoltosi. Basta trovare un super-agente per
garantirsi i più alti limiti di scommessa ed il gioco è fatto. Si
può accendere il computer e scommettere milioni di euro in pochi
minuti.
Potendo scommettere cifre
difficilmente immaginabili e in pochi minuti seduti comodamente a
casa, il regolare svolgimento delle gare è naturalmente a rischio.
Prendendo ad esempio un match fra giovanissimi (U18, U19), in pochi
secondi è possibile scommettere molto più del monte ingaggi della
squadra intera. Stesso discorso dicasi per campionati dove i salari
sono lontanissimi dalle cifre che sentiamo girare in Serie A.
Scommettendo su tipologie come l’Handicap Asiatico o la Somma Goal
Asiatica è possibile manipolare un match anche concentrandosi su una
frazione di esso, come ad esempio gli ultimi 15 minuti. Osservando i
movimenti delle quote offerte dai siti asiatici è possibile trarre
indicazioni importanti sullo svolgimento regolare di una partita,
anche se tali numeri non costituiscono ad oggi una prova forense.
Tuttavia, rappresentano una base di partenza importante per
un’indagine, come hanno dimostrato anche i fatti di Cremona nel
2011 (ci si riferisce alla partita truccata e venduta
Cremonese-Paganese del novembre 2010).
“narcomafie”,
luglio-agosto 2016
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Le scimmie in viaggio. Una favola di Gianni Rodari (Secondo me un apologo sul nostro tempo)
Il testo che segue fu
scritto come favola per bambini, ed è un po' surreale come spesso
sono i raccontini e le poesie di Gianni Rodari. Ma nei testi dei
poeti a volte si ritrova molto più di quanto gli autori intendevano
introdurre e per questa loro pregnanza essi riescono a parlare alle
generazioni che vengono dopo. Ecco: questa favola a me pare un
apologo sul mondo di oggi, che certo Rodari non conosceva, ma che
forse per qualche aspetto antivedeva. (S.L.L.)
![]() |
| Gorilla allo zoo di San Diego |
Un giorno le scimmie
dello zoo decisero di fare un viaggio d’istruzione. Cammina,
cammina, si fermarono e una domandò:
- Cosa si vede?
- La gabbia del leone, la
vasca delle foche e la casa della giraffa.
- Come è grande il
mondo, e come è istruttivo viaggiare.
Ripresero il cammino e si
fermarono soltanto a mezzogiorno.
- Cosa si vede adesso?
- La casa della giraffa,
la vasca delle foche e la gabbia del leone.
- Come è strano il mondo
e come è istruttivo viaggiare.
Si rimisero in viaggio e
si fermarono solo al tramonto del sole.
- Che c’è da vedere?
- La gabbia del leone, la
casa della giraffa e la vasca delle foche.
Per forza: viaggiavano,
viaggiavano, ma non erano uscite dalla gabbia e non facevano che
girare in tondo come i cavalli di una giostra.
Favole al telefono, Einaudi 1962
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Quali interventi per i flussi migratori? (Livio Pepino)
L'articolo pubblicato su
“Narcomafie”, la rivista del gruppo “Abele” del luglio-agosto
2016, va forse aggiornato nei dati statistico-demografici, ma resta
sostanzialmente valido. L'invasione non c'era allora e non c'è
adesso: i dati italiani ed europei lo dimostrano. Il testo di Pepino
ha peraltro un pregio che non si ritrova spesso: chiarezza sulle
proposte.
Gli obiettivi indicati
potrebbero, a mio avviso, diventare parole d'ordine per il movimento
antirazzista. Non ci si può muovere solo in risposta agli atti di
guerra di un ministro che alimenta e usa la xenofobia per affermare e
consolidare la presa del potere. Bisogna organizzare mobilitazioni e
avanzare rivendicazioni a Bruxelles, Strasburgo e in tutte le
capitali europee. (S.L.L.)
Come ogni estate si
infittisce il flusso dei migranti nel Mediterraneo verso l’Europa.
Prima lungo le rotte balcaniche, oggi – di nuovo – lungo la rotta
libica. E, oggi come ieri, i morti durante le traversate si contano a
migliaia.
A fronte di ciò la
vulgata è che bisogna finirla con il buonismo e prendere atto
che per rifugiati e migranti non c’è posto né in Italia né in
Europa, se non in quote minime. E, “a difesa dell’Europa”,
rispuntano muri e reticolati (talora reali, talaltra metaforici ma
non meno gravi). Eppure la pratica del rifiuto, lungi dal fondarsi su
dati e fatti, poggia su luoghi comuni, falsi, chiacchiere che
acquistano dignità di argomenti solo grazie alle ripetizioni
ossessive di imprenditori dell’odio e della paura, non
sufficientemente confutate dai “benpensanti”. I dati sono noti:
lo scorso anno in Italia, per la prima volta da quasi un secolo, il
numero dei residenti è diminuito di oltre 60.000 unità. In altri
termini: gli arrivi dei migranti che si stabi-lizzano nel nostro
Paese e i nuovi nati non compensano i decessi e le emigrazioni degli
italiani (pari ormai, ogni anno, a circa 100.000). Ciò significa
che, senza migranti, la nostra popolazione crollerebbe negli anni e
subirebbe un invecchiamento senza precedenti con conseguenze
devastanti in termini economici, sociali, di sviluppo. Dov’è,
dunque, l’invasione di nuovi barbari proclamata da politici e
giornalisti senza scrupoli?
Sul versante di
provenienza dei migranti la situazione è altrettanto nota: guerre e
disuguaglianze crescenti stanno provocando nel mondo – soprattutto
in Africa e in Medio Oriente – un vero e proprio esodo: 60 milioni
di persone in fuga alla ricerca di rifugio, secondo l’Onu, nel solo
2014, l’esodo più rilevante dalla fine della seconda guerra
mondiale.
Orbene, di quei 60
milioni la stragrande maggioranza si sposta nei paesi vicini a quello
di chi fugge o ai confini del Mediterraneo (in particolare, tra
questi ultimi, la Turchia e il Libano), mentre nell’intera Europa,
in tutto il 2015, sono arrivati complessivamente non più di un
milione di profughi (di cui circa 150.000 in Italia). Una goccia in
una popolazione dell’Unione europea di 500 milioni (e dell’Italia
di oltre 60 milioni di abitanti).
Ragione e buon senso
(prima ancora che senso di fratellanza o motivi umanitari) dicono,
dunque, una cosa univoca: che un governo razionale dei flussi
migratori nel nostro continente è esatta-mente l’opposto di quello
che si prospetta, fondato sulla (promessa) predisposizione di aiuti
economici ai paesi di provenienza (per eliminare le ragioni della
fuga dei migranti) e sulla realizzazione di giganteschi campi di
accoglienza ai confini dell’Europa (oggi in Turchia, domani in
Libia).
Scontata l’importanza e
la necessità, nel lungo periodo, di politiche internazionali giuste,
rispettose e lungimiranti, è evidente che, nei tempi brevi e medi,
il refrain degli aiuti nei paesi di origine è solo un vecchio
ritornello di stampo colonialista che, anche quando (in verità assai
di rado) proposto in buona fede, non tiene conto del fatto che nei
pa-esi di origine dei migranti in cerca di rifugio umanitario (Siria,
Iraq, Palestina, Eritrea, Somalia, Su-dan, Afganistan…) e nella
stessa Libia sono in atto guerre civili risalenti, per lo più
alimentate da politiche e armamenti occidentali, e che non si vede
come eventuali aiuti economici ai governi potrebbero andare a
beneficio di popolazioni sconvolte dai conflitti. Parallelamente la
realizzazione di campi di accoglienza (o, più esattamente, di campi
di concentramento) ai confini dell’Europa non risolverebbe in alcun
modo il problema, ma semplicemente lo occulterebbe per qualche tempo
(regalando, nel contempo, somme enormi a governi che violano ogni
giorno i più elementari diritti umani).
Per governare
efficacemente e in modo equo i flussi migratori qui e ora è
necessario intervenire su altri piani. Due in particolare: creare
corridoi umanitari per consentire a donne, uomini e
bambini in fuga di raggiungere i paesi europei a cui aspirano
(eliminando l’anacronistica e ingiustificata previsione del
trattato di Dublino che li costringe alla permanenza nel paese di
primo approdo) e prevedere, negli Stati di arrivo, permessi di
soggiorno provvisorio per motivi umanitari idonei che consentano un
lavoro regolare e la possibilità di spostamento all’interno dei
paesi di Schengen. A chi definisce questa scelta economicamente
insostenibile è agevole rispondere con i fatti: il numero di chi
cerca rifugio in Europa è, come si è visto, modesto; gli arrivi
clandestini sarebbero disincentivati in misura massiccia se non in
toto; il carattere regolare e programmato dei flussi consentirebbe
politiche di accoglienza organizzate e strutturate; i costi, per i
paesi di destinazione, sarebbero di gran lunga inferiori a quelli
oggi sostenuti per il pattugliamento del mare e per il finanziamento
dei campi di accoglienza ai confini del continente.
Il problema – va detto
con chiarezza – non sta nei migranti ma nella mancanza di politiche
adeguate nei loro confronti. Mancanza che crea un circolo vizioso di
incomprensione e di rifiuto assai rischioso per l’intero sistema di
convivenza tra popoli e individui.
"Narcomafie", luglio - agosto 2016
27.8.18
La poesia del lunedì. Nazim Hikmet (Salonicco 1902 - Mosca 1963)
Nelle mie braccia tutta nuda
la città la sera e tu
il tuo chiarore l’odore dei tuoi
capelli
si riflettono sul mio viso.
Di chi è questo cuore che batte
più forte delle voci e dell’ansito?
è tuo è della città è della notte
o forse è il mio cuore che batte
forte?
Dove finisce la notte
dove comincia la città?
dove finisce la città dove cominci tu?
dove comincio e finisco io stesso?
da Poesie d'amore, Mondadori 2002 - Traduzione di Joyce Lussu
Lei. Una haikizzazione da Cesare Pavese (S.L.L.)
| Stromboli |
Acqua nel bosco.
Emergono caute
la schiuma remota, le alghe sepolte,
le gambe e le spalle,
a riva.
Intorno,
nel buio incerte,
passano il bosco calante
le scure ragazze.
Raccolto lenzuolo il mare disteso.
Qualcuna dal mare:
i piedi, il corpo tremante
traspaiono a volte,
di notte,
quando muta la luna.
Non torna mai più,
bianca e abbagliante,
lei.
Il testo originario
DONNE APPASSIONATE
Le ragazze al crepuscolo scendono in
acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono
caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La
schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo
l'acqua remota.
Le ragazze han paura delle alghe
sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e
le spalle:
quant'è nudo, del corpo. Rimontano
rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi
intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel
buio,
sono enormi e si vedono muovere
incerte,
come attratte dai copi che passano. Il
bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole
calante,
più che i greto, ma piace alle scure
ragazze
star sedute all'aperto, nel lenzuolo
raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il
lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare
disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe
qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal
mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i
piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo
tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a
volte.
Quell'ignota straniera, che nuotava di
notte
sola e nuda, nel buio quando muta la
luna,
è scomparsa una notte e non torna mai
più.
Era grande e doveva esser bianca
abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare,
giungessero a lei.
(da Lavorare stanca, 1936)
25.8.18
Alcove regali. Le prime duemila notti di nozze di Maria Antonietta e Luigi XVI (Stefan Zweig)
In
questo letto dapprima non succede nulla. Ed è veramente grottesco
l'involontario doppio senso con cui il giovane marito l’indomani
annota nel suo diario la sola parola: «Rien».
Né le cerimonie di corte, né la benedizione vescovile del talamo
hanno potuto vincere una penosa malaugurata deficienza fisiologica
del delfino. Matrimonium non consummatum est,
non oggi, non domani e non negli anni subito seguenti. Maria
Antonietta ha trovato un nonchalant mari,
un marito trascurato. Dapprima si pensa che sia soltanto timidità,
inesperienza o nature tardive
(noi diremmo oggi: infantilismo) a inceppare lo sposo sedicenne di
fronte all'adorabile fanciulla. Non conviene insistere e turbare il
giovane già psichicamente incerto, pensa la madre esperta. Essa
esorta Antonietta a non crucciarsi troppo di quella prima delusione
coniugale: «point d’humeur là-dessus»
le scrive nel maggio 1771, e raccomanda alla figlia «caresses,
cajolis», ma senza eccessi di
tenerezze, giacché «trop d'empressement gâterait le
tout».
Quando
però tale situazione dura da un anno, da due, l’imperatrice
comincia a inquietarsi di questa «conduite si étrange»
del giovane marito. Del suo buon volere non si può dubitare, giacché
il delfino di mese in mese si mostra sempre più devoto alla sua
graziosa consorte: egli rinnova senza desistere le sue visite
notturne, i suoi vani tentativi, ma dall’estrema tenerezza lo
trattiene non si sa quale «maudit charme».
Maria Antonietta pensa si tratti soltanto di «maladresse
et jeunesse», e nella sua
inesperienza la poverina smentisce persino le «male dicerie che
circolano in paese sulla sua impotenza» (18 dicembre 1771). Ma ora
interviene la madre che fa venire il proprio medico di corte van
Swieten e con lui discute la «froideur extraordinaire du
Dauphin». Van Swieten si
stringe nelle spalle. Se una ragazzina tanto bella e affascinante non
riesce a infiammare suo marito, ogni farmaco sarà vano. Maria Teresa
continua a mandare lettere a Parigi; alla fine è il nonno, Luigi XV,
buon conoscitore e buon esperto in materia, a tenere una paternale al
nipote. Il medico di corte Lassone viene messo a parte del segreto, e
una visita stabilisce che la disgrazia del principe non ha radici
psichiche, bensì deriva da un difetto organico (una fimosi) di
nessuna gravità.
Si
susseguono i consulti per decidere se convenga l’intervento del
chirurgo col bisturi... «pour lui rendre la voix»,
come si sussurra cinicamente nelle anticamere. Anche Maria
Antonietta, nel frattempo edotta a cura delle amiche più esperte, fa
quel che può per persuadere il marito («Je travaille à
le déterminer à la petite opération, dont on a déjà parlé et
que je crois nécessaire» 1775,
alla madre). Ma Luigi XVI - il delfino nel frattempo è bensì
divenuto un sovrano, ma dopo cinque anni non ancora un marito - non
sa indursi a un'azione energica. Esita e indugia, tenta e ritenta, e
questa situazione ripugnante e ridicola si trascina con vergogna di
Maria Antonietta, con scherno della corte intera, con rabbia di Maria
Teresa, con avvilimento del re medesimo, per ulteriori due anni, cioè
complessivamente per sette terribili annate, fino al viaggio
dell’imperatore Giuseppe, che riesce a spingere il pauroso cognato
all’operazione. Soltanto allora questo melanconico Cesare
dell’amore varcherà felicemente il Rubicone. Ma il paese
dell’anima in cui entra da tardo conquistatore è già devastato da
sette anni di ridicola lotta, da duemila notti in cui Maria
Antonietta come donna e come sposa ha subito l’umiliazione estrema
del suo sesso.
da Maria Antonietta, Oscar Mondadori 1984 (I ed. Amsterdam 1948)
Victor Hugo. Il movimento spinto fino all'esagerazione (Francesco De Sanctis)
Victor Hugo comparve come
una rivoluzione, annunziò un nuovo movimento letterario con la nuova
parola romanticismo, e rese questo francese, spingendolo a
conseguenze radicali ed estreme. Il classicismo era la forma in
riposo, la purità delle linee, la correzione del disegno; Victor
Hugo spinse l’opposizione fino a contraddire il “simplex et unum”
di Orazio, senza le idee medie che pure si richiedono pel trionfo di
nuovi principi. La base della sua poesia non solo non è il riposo;
ma è il movimento spinto fino alla sua esagerazione intellettuale,
morale e materiale. L’esagerazione intellettuale è il delirio,
l’esagerazione morale è lo strazio, la materiale è il mostruoso
ed il grottesco: ciò che con una sola parola i suoi avversari
dicevano “brutto.” Ed è questa la nota fondamentale delle sue
concezioni, dalla Lucrezia e dal Triboulet fino ai
Miserabili.
Sapete che grande lotta
egli suscitò: i classici gli opposero Ponsard, uomo di poco ingegno,
che fu tosto schiacciato. Dopo, in Francia, non rimase di quella
scuola nessun vestigio, tranne una grande individualità, Victor Hugo
medesimo, con quella potenza di fantasia, con la forza del sentire
spesso sincero, con l’audacia della forma, la sua vigorosa
immaginazione servendosi dell’antitesi. Il dualismo, la lotta, il
conflitto sostituito alla semplicità ed unità classica, nella forma
è conflitto fra idee e rapporti, è antitesi.
da Storia della
letteratura italiana nel secolo XIX,
a cura di Alberto Asor Rosa e Carlo Muscetta, vol. 2° La scuola
cattolico-liberale, Feltrinelli, 1958
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Ottocento
Metastasio. Quella poesia che non è ancora musica e non è più poesia (Francesco De Sanctis)
![]() |
| Martin Van Eyes, Ritratto di Pietro Metastasio |
È noto l’entusiasmo di
Rousseau e l’ammirazione di Voltaire per questo poeta. In Italia i
critici, dopo un breve armeggiare, gli s’inchinarono, tratti
dall’onda popolare. Certi luoghi, che fanno sorridere il critico,
movono oggi ancora il popolo, gli tirano applausi. Nessun poeta è
stato così popolare, come il Metastasio, nessuno è penetrato così
intimamente nello spirito delle moltitudini. Ci è dunque ne’ suoi
drammi un valore assoluto, superiore alle occasioni, resistente alla
stessa critica dissolvente del secolo decimonono.
Gli è che quella sua
oscura coscienza, quel distacco tra quello che vuol fare e quello che
fa, quella poesia che non è ancora musica e non è più poesia, è
non capriccio, pregiudizio o pedanteria individuale, ma la forma
stessa del suo genio e del suo tempo. Perciò non è costruzione
artificiosa, come la tragedia del Gravina o il poema del Trissino, ma
è composizione piena di vita, che nella sua spontaneità produce
risultati superiori alle intenzioni del compositore. [...]
Se vogliamo gustarlo,
facciamo come il popolo. Non domandiamo cosa ha voluto fare, ma cosa
ha fatto, e abbandoniamoci alla schiettezza delle nostre impressioni.
Anche il critico, se vuol ben giudicare, dee abbandonarsi alla sua
spontaneità, come l’artista.
da Storia della letteratura italiana, vol.II, Einaudi, 1958
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22.8.18
“Muglieri vecchia”. In siciliano dal triestino: “Vécia mòglie” di Virginio Giotti nel mio dialetto campobellese (S.L.L.)
Menza viglianti è curcata a lu scuru,
e senti lu maritu rispirari:
viecchiu midé, cuietu iddru dormi.
Arraggiuna: ch'è bellu aviri a xhiancu
lu xhiatu d'iddru, séntirlu a lu scuru
e nunn'essiri suli 'nni la vita.
Pensa: lu scuru fa scantari, forsi
murìri è tràsiri intra a un scuru
ranni.
Chistu iddra pensa; e ddru rispiru
carmu
ancora ascuta e nun si scanta cchiù
né di lu scuru, né di la vita e mancu
di lu mòriri ca pi tutti arriva.
La xe in leto, nel scuro, svea un poco;
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui
‘desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente ‘
’sto respiro de lui, sintir nel scuro
che’el xe là, no èsser soli ne la
vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parché morir xe andar ‘n un grando
scuro.
‘Sto qua la pensa; e la scolta quel
quieto
respiro ancora, e no’ la ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
no del morir, quel che a tuti ghe
‘riva.
Traduzione in italiano
È nel letto, nel buio, un poco
sveglia; / e sente il respiro del marito / che quieto dorme, vecchio
anche lui adesso. / E pensa: è bello sentirsi accanto / codesto
respiro di lui, sentir nel buio / che lui è là, non esser soli
nella vita. / Pensa: il buio fa paura; forse / perché morire è
andare in un grande buio. / Questo lei pensa; e ascolta quel quieto /
respiro ancora, e non prova paura / né del buio, né della vita,
neanche / del morire, quello che arriva a tutti.
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Pioggia d'agosto. Una poesia di Guido Gozzano
Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l'acquata a rade goccie, poscia
più precipite giù crepita scroscia
a fili interminabili d'argento...
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d'angoscia...
Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l'acqua tessuta dall'immensità
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquiete
sorgano dalla mia perplessità.
"La tua perplessità mediti l'ale
verso meta più vasta e più remota!
È tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell'Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota...
Guarda gli amici. Ognuno già ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cose
darai per meta all'anima che duole?
La Patria? Dio? L'Umanità? Parole
che i retori t'han fatto nauseose!...
Lotte brutali d'appetiti avversi
dove l'anima putre e non s'appaga...
Chiedi al responso dell'antica maga
la sola verità buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l'indaga!"
Ah! La Natura non è sorda e muta;
se interrogo il lichéne ed il macigno
essa parla del suo fine benigno...
Nata di sé medesima, assoluta,
unica verità non convenuta,
dinanzi a lei s'arresta il mio
sogghigno.
Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l'achenio del cardo che s'invola,
la selce, l'orbettino, il macaone,
sono tutti per me come personae,
hanno tutti per me qualche parola...
Il cuore che ascoltò, più non
s'acqueta
in visïoni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta...
O mia Musa dolcissima che taci
allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!
Dai Colloqui,
in Le Poesie, Garzanti
1971
In memoria di Vincino. Sette vignette politicamente scorrette (1986)
Di persona Vincino Gallo l'ho
conosciuto appena. A Gela.
Quando vi arrivai, nel
1971, era ancora lì, con altri attivisti di Lotta Continua o Potere
Operaio, convinti che quello fosse il posto giusto per innescare la
miccia della rivoluzione.
Io non facevo quasi per
niente militanza, tutto preso dai miei impegni di giovanissimo padre
e inesperto insegnante di Liceo. Fino alle elezioni politiche che si
svolsero nella primavera del 1972, rimasi “cane sciolto”, come a
dire un “gruppettaro senza gruppetto” e dei gruppi abbastanza
deluso. Solo allora, sollecitato da Totò Crocetta, che avevo
conosciuto nel 65, in Fgci, ripresi la tessera del Partito Comunista
che dal 69 non avevo più rinnovato.
Fino ad allora la mia
attività politica a Gela si limitò alla partecipazione a qualche
assemblea in preparazione di manifestazioni operaie o studentesche.
Oltre a Gallo, fu in quelle occasioni che conobbi Luigi Rosati e
Guelfo Guelfi, ma l'unico dei tre ad essermi simpatico era Vincino,
di cui vagamente intuivo il genio creativo e che peraltro andò via
quasi subito. Gli altri due mi stavano sullo stomaco, cosa che
ascrivo a mio merito.
Dopo di allora ho
seguito, seppure senza assiduità, l'attività di vignettista
satirico di Vincino, su “Lotta Continua”, su “L'Espresso”,
sul “Male” vecchio e nuovo, e in tanti altri posti. Non sempre mi
piaceva la sua aggressività, talora i suoi attacchi mi parevano
forzati o volgari o ingiusti; ma era quella la sua cifra, il suo
stile, che, secondo il mio mathema di
insegnante di latino, sembrava riprendere toni e moduli della più
antica satura latina, quelli
del lutulentus Lucilio.
Nelle aggressioni visivo-verbali di Vincino affiorava del fango e, se giudicate classicamente, potevano apparire di cattivo gusto, ma era così che lui dava
espressione al suo estro fantastico, tendenzialmente barocco e, mentre
colpiva duro, induceva alla riflessione.
I
sette disegni “politicamente scorretti” che seguono sono ripresi da
“Tango”, che – diretto da Sergio Staino – uscì tra il 1986 e
il 1988 come supplemento settimanale a “l'Unità”. Non sono di
sicuro tra le creazioni di Vincino più geniali o più efficaci, ma
sono di certo esemplificative del suo modo di concepire la satira,
che non tollerava limitazioni o divieti di nessun tipo. Si tratta di
disegni datati, comprensibili per chi al tempo seguiva
l'attualità, ma forse esigono, per alcuni tra gli osservatori più
giovani, qualche ricerca di informazioni in rete. L'ultimo, in ordine
cronologico ma anche nell'ordine che io ho scelto, è un po' diverso
dagli altri, più astratto e nichilista se si vuole. A me pare che
parli del nostro tempo sbandato.
Mi
dispiace molto che Vincino se ne sia andato: era una intelligenza
“fastidiosa”, che a volte trovavo qualunquistica e cattiva, ma mi
mancherà. E non solo a me. (S.L.L.)
"Tango", 5 maggio 1986
"Tango", 27 ottobre 1986
"Tango", 23 giugno 1986
"Tango", 26 maggio 1986
"Tango", 14 luglio 1986
"Tango", 7 aprile 1986
"Tango", 27 ottobre 1986
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21.8.18
Milano. Addio Chinatown: l'ascesa della classe media cinese (Antonio Talia)
Reportage di un
anno e mezzo fa, ma tuttora utile a capire i processi in atto sotto i
nostri occhi, ormai non solo nelle grandi città ma anche in nelle piccole e medie. (S.L.L.)
Milano
Nelle pause tra i
compiti, gli adolescenti che dalle tre alle sei di ogni pomeriggio
affollano il Bubble Tea Bar di via Messina si lanciano in brevi
partite di giochi da tavolo, oppure flirtano scattandosi selfie
formato polaroid da appendere alle bacheche del locale con timidi
messaggi di corteggiamento: cresciuti tra le vie del quartiere e la
scuola italiana, le ambizioni dei genitori e l’ascesa di Pechino,
sono tutti cinesi, sono tutti nati negli anni Zero, e sono in bilico
tra identità multiformi.
«Prima di aprire il
Bubble Tea Bar ho cambiato molti lavori, ho fatto il garzone nel
negozio di casalinghi dei miei genitori, ho aperto un internet point,
poi ho studiato da pasticcere. Cerco di tornare in Cina ogni anno e
visitare sempre città diverse, così ho notato la moda del bubble
tea e ho imparato a prepararlo», racconta Jack Zhao,
proprietario del bar insieme alla moglie Susanna Yu. La Cina e Taiwan
si contendono la paternità dell’invenzione del bubble
tea, boba naicha, ma chiunque abbia ideato questa
bibita a base di tè frullato con latte, frutta e palline di tapioca,
ha lanciato un prodotto capace di trasformarsi in un frammento
dell’identità di milioni di ragazzi asiatici, che lo consumano da
Shanghai a San Francisco, non importa che parlino inglese, italiano o
perfetto mandarino.
Jack, che vive a Milano
da 20 anni e oggi ne ha 31, ha sfruttato l’opportunità: «Abbiamo
aperto da un anno e per il momento le cose vanno bene», dice, «ma
quando ci sarà troppa concorrenza cambieremo ancora». «Di sicuro
le mie condizioni sono molto migliorate rispetto a quelle dei miei
genitori» – aggiunge Jack, cittadino italiano da qualche mese –
«e questo si vede anche da come spendo il mio tempo libero. Mi piace
uscire con gli amici e giocare a basket, con Susanna viaggiamo un
po’, mentre per la generazione di mio padre era impensabile anche
solo avere un passatempo». Nonostante i suoi periodici viaggi in
Cina, quando si è trattato di investire su una nuova attività Jack
Zhao non ha avuto dubbi, e lo ha fatto in Italia: troppo saturo il
mercato cinese, meglio puntare su una piazza che conosce già, anche
se si trova a diecimila chilometri dalla città in cui è nato.
«Vorrei che mio figlio tornasse in Cina, magari non per lavorare ma
per conoscere le sue origini. Quando compirà 18 anni sceglierà lui
se rimanere cittadino cinese o diventare italiano».
Dieci anni dopo
Via Messina è una
traversa di via Paolo Sarpi e si trova a pochi passi da via Bramante,
nel cuore di quella che anche Google Maps indica come la Chinatown di
Milano, ma nel percorrerle entrambe la distanza che le separa diventa
soprattutto temporale: di là, in via Bramante, una lunga fila di
“affittasi” in caratteri cinesi piazzati sulle saracinesche
abbassate segnala il declino del modello dei primi anni Duemila,
rappresentato da import-export e negozietti di abbigliamento a basso
costo; di qua, in via Messina, tra agenzie di comunicazione
italo-cinesi, pasticcerie, fotografi specializzati in matrimoni,
bubble tea bar e agenzie immobiliari e di viaggio per concedersi fine
settimana in Provenza e vacanze sulle spiagge di Santorini, si
assiste allo sviluppo di attività e idee nuove dirette a generazioni
che hanno incrementato enormemente il loro potere d’acquisto,
maturando consumi e codici a cavallo tra Asia, Europa e gusti
globalizzati.
Sono passati 10 anni
dalla cosiddetta “rivolta di Paolo Sarpi”, quando nell’aprile
del 2007 oltre trecento cinesi affrontarono a muso duro la polizia
municipale milanese per protestare contro multe e contravvenzioni, e
se in mezzo c’è stata una pedonalizzazione che ha reso più
difficile il continuo carico e scarico di merci, il fattore decisivo
che ha cambiato il paesaggio urbano è di carattere puramente
economico: l’ascesa di una vera classe media, che non ha più
neanche timori a definirsi tale.
Chi è uscito dal
quartiere e dai solchi tracciati da nonni, genitori e società
italiana intorno, oggi sono i trenta-quarantenni capaci di inventarsi
iniziative inedite come bar alla moda, una app per ordinare sushi e
noodles on demand – con tempi di consegna fulminei come sashimi.com
– saloni di bellezza à la page e persino una compagnia energetica.
Gli uffici di China Power si trovano al settimo piano di un palazzo
in zona Stazione Centrale, stretti tra il Pirellone e la Regione
Lombardia: la società si è inserita nella liberalizzazione delle
concessioni elettriche e oggi fornisce energia a centinaia di imprese
cinesi presenti sul territorio italiano. Luca Sheng Sheng Song e
Marco Jin, i due fondatori, descrivono la società come un’utility
che in qualche modo fornisce anche un servizio di consulenza: sei un
imprenditore cinese e non capisci nulla della tua bolletta? China
Power ti fornisce una consulenza in mandarino per scegliere il
profilo più adatto.
Management alla
Bocconi
«Il mio percorso è
abbastanza atipico rispetto a quello di altri cinesi», dice Luca
Sheng Song, «perché sono arrivato in Italia a quattro anni, ho
vissuto in diverse città toscane prima di arrivare a Milano, ho
frequentato tutte le scuole italiane e mi sono laureato alla Bocconi
in Management. Ho lavorato come consulente strategico presso la Value
Partners e poi mi sono trovato con Marco per creare qualcosa che
nasceva sia dalle competenze manageriali in grandi aziende che dal
network che avevamo maturato nella nostra comunità. Alla fine ci
siamo trovati a creare qualcosa che non esisteva, una società di
energia “etnica”, la prima in Europa».
Marco Jin, invece, ha
avuto una storia più tradizionale: «Anche io ho studiato in Italia
ma prima mi sono dedicato ad attività come il confezionamento di
maglioni o la stireria, poi ho avuto un negozio di scarpe e ho fatto
un paio di anni di import-export classico. Poi ho lavorato nel
settore delle sigarette elettroniche e alla fine con Sheng ci siamo
trovati a pensare a qualcosa che mancava alla comunità. Ci riteniamo
una società che favorisce l’integrazione: l’imprenditore che
capisce meglio la sua bolletta è più portato a rimanere in Italia,
e magari a reinvestire», spiega Luca Sheng Song, raccontando di
operatori che passano anche ore a spiegare tariffe e conguagli.
Usano tutti WeChat
Tutti i servizi, inclusa
la documentazione e perfino i pagamenti, passano attraverso WeChat,
un’app cinese simile a un WhatsApp superpotenziato che è diventata
l’assistente personale di centinaia e centinaia di milioni di
persone, in Cina e all’estero. Secondo Marco Jin, il percorso della
classe media cinese in Italia è quasi classico; la prima generazione
vive solo per lavorare, la seconda inizia a concedersi maggiori
piaceri e consumi, ma tra le due si sta anche inserendo un fenomeno
nuovo: «C’è un enorme afflusso di studenti cinesi che sono già
economicamente solidi, vengono a studiare in Italia e hanno notevoli
capacità di spesa. Sono ventenni, ma entrano anche loro nella
comunità e siamo tutti figli della Cina del benessere. Secondo me il
potere d’acquisto si è almeno quadruplicato negli ultimi dieci,
quindici anni».
Dopo un apprendistato
nella bottega di pellame del padre e vari altri mestieri, Luca Hu ha
scelto di ridefinire l’attività che aveva intrapreso: insieme al
fratello gemello ha aperto in corso Garibaldi Chinese Box, ieri un
classico baretto milanese, oggi un cocktail bar su due piani con
pareti scure e lampadine art nouveau: «Ho riflettuto per anni sulla
mia identità, poi mi sono detto: sono pragmatico, concreto, allora
sono di destra. Poi è arrivato un mio dipendente, un barman
italiano, e mi ha detto: “Tu sei il datore di lavoro più di
sinistra che abbia mai avuto”. Sarà che non mi sono dimenticato
come si confeziona una borsa», scherza.
Far meglio del
padre
Secondo Luca l’ascesa
dei cinesi di seconda o terza generazione non è solo una questione
economica, ma di prestigio: «Noi non lavoriamo solo per i soldi, ma
per l’immagine. Vogliamo far capire che siamo parte integrante di
questo tessuto urbano che abitiamo da trent’anni. È inutile
nascondersi dietro le quinte come hanno fatto i nostri genitori,
perché poi non riesci ad approcciarti alla società. Un proverbio
cinese dice “la casa è sempre più bassa della montagna”;
significa che io sono tenuto a fare meglio di mio padre».
Francesco Zhou Fei invece
vanta una storia a zig-zag, che può sembrare inusuale ma si
inserisce pienamente nel flusso continuo di scambi interni alla
comunità cinese tra Asia ed Europa: arrivato in Italia da bambino,
si è laureato alla Bocconi e dopo un’esperienza lavorativa a
Milano è sbarcato a Pechino con una specializzazione nella gestione
del rischio crediti. «Lì sono diventato davvero biculturale, non
solo sul piano della lingua o della vita di ogni giorno, ma
soprattutto su quello del business. Adesso, dopo nove anni in Cina
sono tornato a Milano: in un’epoca di acquisizioni cinesi in Italia
voglio mettere a frutto questa mia doppia identità».
Zhou Lei è laureata in
economia alla Cattolica e non esita un istante a definirsi classe
media: «Tra me e i miei genitori non c’è una generazione di
mezzo, ce ne sono almeno tre. Loro hanno vissuto la Cina della
Rivoluzione Culturale e poi sono arrivati a Milano, è come passare
direttamente dall’Italia fascista all’Italia del Duemila senza
vivere quello che c’è stato nel mezzo. Io oggi ho una mia
attività, ma faccio anche palestra, vado in piscina, pratico yoga e
guido un’utilitaria». Dopo qualche anno come contabile, Lei ha
aperto insieme alla cognata Chicchi un nail saloon dedicato a
clientela ad alto reddito nella centralissima via Ariosto: «La cura
delle mani è una pratica asiatica. Volevamo fare qualcosa di nuovo,
diffondere una nostra tradizione ma attualizzandola, continuando a
vivere e investire in Italia. Investire in Cina è ormai impossibile,
ci vogliono cifre enormi, mentre il cambio yuan-euro ci ha
avvantaggiato».
Come Lei sta adattando
l’estetica cinese ai canoni occidentali, il marito Agie ha
proiettato l’antica arte culinaria dei jiaozi, i ravioli, su uno
scenario italiano. Dall’amicizia con Walter, macellaio milanese da
due generazioni e pioniere dell’allevamento biodinamico, è nato un
piccolo spazio di enorme successo: da due anni Ravioleria Sarpi ha
cancellato l’immagine di unto così anni ’80 legata alla
gastronomia da strada cinese, con cuochi e cuoche che cucinano il
prodotto in vetrina direttamente davanti agli occhi dei clienti:
«Sono arrivato in Italia da bambino e ho fatto varie cose,
nell’informatica e nell’abbigliamento, lavorando da Canton. Ma
l’idea di portare i veri jiaozi l’avevo in testa da sempre»,
racconta Agie. «È un alimento popolare, in Cina lo cucinano le
nonne o lo gusti nei locali fatto al momento. Bisognava solo
riportarlo agli ingredienti più genuini e farlo conoscere agli
italiani, che sono così esigenti. Adesso abbiamo in testa altri
investimenti».
Sogni globalizzati
Secondo la definizione
classica del geografo americano Carl Sauer quello che chiamiamo
“paesaggio culturale” è modellato da un gruppo culturale a
partire dal paesaggio naturale: «La natura è il mezzo, la cultura è
l’agente, il paesaggio culturale è il risultato finale». Seguendo
questa definizione, pochi paesaggi culturali si sono mostrati
plastici e innovativi come alcune Chinatown: da quel 12 aprile 2007
della “rivolta di Paolo Sarpi”, mentre una politica polverosa si
accaniva intorno a definizioni obsolete come “seconda generazione”
e dibattiti sulla cittadinanza, in quelle vie stava succedendo
qualcosa il cui precipitato si è diffuso molto al di là del
quartiere.
Identità ibride definite
da tempi individuali iperaccelerati, capacità di adattamento: gli
adolescenti del Bubble Tea Bar continuano a studiare in italiano e
flirtare su WeChat in cinese, ammirano la moda coreana e inseguono
sogni globali: non lo sanno ancora, ma tutti insieme sono già
avanguardia e alcuni di loro diventeranno élite.
Pagina 99, 21 gennaio
2017
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