27.1.14

Io vivo come il cuculo. Una poesia di Anna Achmatova (1889 - 1966)

Io vivo come il cuculo nell'orologio,
non invidio gli uccelli dei boschi.
Mi danno la carica e canto.
Tu sai, una simile sorte
a un nemico soltanto
posso augurarla.

1912

La poesia del lunedì. Elio Pagliarani (Viserba di Rimini 1927 - Roma 2012)

c'è un ragno, ho schifo mi fa schifo alla gola
io non ci vado più.
Nell'ufficio B non c'era nessuno
mi guardava con gli occhi acquosi
se tu vedessi come gli fa la vena
ha una vena che si muove sul collo
Signorina signorina mi dice
mamma io non ci posso più stare
è venuto vicino che sentivo
sudare, ha una mano
coperta di peli di sopra
io non ci vado più.
Schifo, ho schifo come se avessi
preso la scossa
                         ma sono svelta a scappare
io non ci vado più

da La ragazza Carla

in La ragazza Carla e nuove poesie, Mandadori, 1978

Che cosa è stato “Ragionamenti” (di Franco Fortini)

Franco Fortini
Tra le riviste che preparano il Sessantotto viene talora citata “Ragionamenti”, ma di passaggio, come episodio di una inquietudine tra gli intellettuali di sinistra, più spesso socialisti che non comunisti, scontenti del quadro “frontista” o addirittura “stalinista”, animati da istanze che vanno da un riformismo tecnocratico a un marxismo rivoluzionario e critico. Credo sia utilissima la ricostruzione dall’interno di quell’esperienza da parte di Franco Fortini, in quegli anni partecipe di quasi tutti i tentativi di svecchiamento della sinistra politica e intellettuale, in Italia e non solo. (S.L.L.)

Nel 1951, a Milano, in casa di Roberto Guiducci, conobbi alcuni giovani studenti o da poco laureati. Avevano partecipato alla Resistenza o erano stati in quel clima; militavano fra i comunisti o i  socialisti o, anche senza alcuna tessera di partito, volevano lavorare ad un pensiero e ad una pratica rivoluzionaria.
Poligrafavano dall’anno 1949 un loro bollettino, destinato a qualche decina di conoscenti. Accoglieva scritti di filosofia e politica, interpretazioni di eventi e di libri. Si chiamava “Discussioni”. Pur nella immaturità degli scritti, c’era una serietà autentica. In quegli anni – i peggiori della guerra fredda – quel foglio era prova che dei giovani riscoprivano un pensiero marxista diverso da quello allora ufficiale.
Partecipai a quelle riunioni, dove avevo molto più da imparare che da insegnare. Seguii le vicende del gruppo, il suo mutare e dividersi. “Discussioni” durò fino al maggio del 1953. Intanto, in una ricca corrispondenza e in molti documenti, si erano esaminati e analizzati i possibili esiti della situazione, ci eravamo separati da alcuni amici o conoscenti di formazione anarchica (Insolera, Doglio) come da altri più immediatamente impegnati in attività politiche o sindacali (Parigi, Tagliazucchi, Tortoreto). Studi e conversazioni continuavano soprattutto fra Luciano Amodio, Roberto e Armanda Guiducci, Sergio Caprioglio, Renato Solmi e me. Quelle amicizie mi furono, in un periodo che era difficile e penoso, molto care.
Ci erano chiare le necessità ed inevitabilità di una crisi dello stalinismo; ma non volevamo far nulla che ci potesse porre sotto l’accusa di frazionismo o potesse favorire l’avversario di classe. Fu questa autodisciplina a fermarci, ogni volta che si fu sul punto di passare ad una vera e propria rivista. E intanto venne a morte l’illusione iniziale di ricuperare all’impegno ideologico e politico alcuni intellettuali che dal 1948 se ne erano allontanati o di farci aiutare e patrocinare da noti studiosi e scrittori ormai abbastanza comodamente divisi fra prospettive di successo universitario o letterario e milizia di partito o di fiancheggiamento. Intanto ciascuno di noi continuava i propri studi, collaborava a riviste e giornali, ma aveva coscienza che quel che aveva da dire non vi avrebbe potuto trovar luogo o sarebbe stato deformato dalle contiguità.
Ma quando nel marzo del 1955, in una riunione a casa mia, si decise di stampare una piccola rivista di 300-500 copie, il “disgelo” era già in parte avvenuto, tutte le forme di industria culturale già potenti da noi, inseriti o decisi ad approfittare della imminente belle époque la maggior parte degli intellettuali. Per eccessiva delicatezza, per perfezionismo o intima malsicurezza o paura di fronte al ricatto stalinista, sappiamo ora di aver ritardato una iniziativa che, presa qualche anno prima, ci avrebbe condotti in altre condizioni al 1956.
Il programma di “Ragionamenti” fu di critica e informazione critica sui maggiori temi del pensiero marxista contemporaneo, in una prospettiva antistalinista ma non riformista, e per una unione nel “blocco storico” delle sinistre. Ci si voleva rivolgere esclusivamente agli intellettuali e ai quadri dei movimenti di sinistra, senza nessun intento attivistico ma nemmeno specialistico-scientifico. La parola d’ordine era quella di pubblicare, sotto pretesto di recensioni o bibliografie, scritti che della comunicazione “privata” avessero la necessità e l’indipendenza assoluta, disinteressandoci quindi (e fin troppo) d’ogni loro portata “comunicativa”. In un certo senso, “Ragionamenti” avrebbe voluto essere soltanto una introduzione ad una possibile rivista. Sapevamo che, come il ghiaccio nell’acqua, essa avrebbe reso visibile solo una piccola parte dell’attività di ciascuno di noi.
“Ragionamenti” non ebbe editori né finanziamenti. Ci si quotò fra pochi amici, non più di sei o sette. Gli abbonamenti non superarono mai, credo, i centocinquanta; la maggior parte delle copie era inviata gratuitamente. Solo nel secondo anno si ebbero da Feltrinelli e Einaudi poche decine di migliaia di lire per pubblicità; e, credo, due numeri furono distribuiti da Feltrinelli. Non ci vennero né incoraggiamenti né aiuti; fuor che da Galvano della Volpe. Ostili i comunisti, quasi indifferenti i socialisti, salvo qualche segnalazione sull’“Avanti!”, anch’essa, spesso, contrastata. In pratica, ogni tentativo di allargare la cerchia dei collaboratori incontrò diffidenza, evasività e opposizione; per motivi diversi, persone che avrebbero dovuto, per una certa comunanza di intenti, collaborare con noi, vi si rifiutarono sempre.
I dodici numeri della rivista, con le sue trecento fitte pagine (dal settembre-ottobre 1955 all’ottobre 1957) furono perciò, per alcuni dei redattori almeno, una dura fatica. Si considerino quelle date: la rivista compare nel periodo della grande crisi del comunismo internazionale. E lo si sente. Nel maggio 1956, per conto della redazione, presi contatto a Parigi con un gruppo di intellettuali francesi, che si proponevano una attività analoga alla nostra. Si decise che essi avrebbero pubblicato a Parigi “Arguments”, con uno scambio di articoli fra la loro rivista e la nostra. Erano Colette Audry, Roland Barthes, Jean Duvignaud e Edgar Morin. Barthes e Morin parteciparono anche ad un convegno di preparazione della seconda annata di “Ragionamenti”, tenuto per due giorni a Milano nell’ottobre di quell’anno, con la partecipazione di una quarantina di persone. “Arguments”, seppur trasformato nella sua redazione, si pubblica tuttora con successo. Nel 1957 avemmo anche contatti con gruppi inglesi e polacchi, in particolare con quello della rivista “New Reasoner”, confluita poi nella “Left Review”, e con “Nowa Kultura” di Varsavia.
Ma due furono i momenti culminanti della vita di “Ragionamenti”. Il primo fu nel marzo del 1956, quando “Il contemporaneo”, in seguito al XX Congresso, aprì una inchiesta (ed una polemica durata alcuni mesi) sulla cultura di sinistra. Essa fu, in sostanza, una discussione con le tesi di “Ragionamenti”, le quali chiedevano a un tempo l’autonomia degli uomini di cultura dalle direzioni culturali dei partiti e la loro auto-organizzazione all’interno del “blocco storico” delle sinistre; nonché il controllo, ad opera dei produttori di “cultura”, degli strumenti di espressione “culturale” (tesi che, allora avversate dai dirigenti culturali comunisti, sono oggi accettate persino dall’organismo sorto lo scorso anno a Roma in seguito ad un convegno di riviste). Queste tesi sono contenute e svolte in un supplemento al n. 5/6 della rivista, col titolo Proposte per una organizzazione della cultura marxista italiana, e contengono affermazioni e proposte ancor oggi valide o almeno degne di discussione. L’altro momento fu quello immediatamente successivo alla insurrezione ungherese, quando, anche per evitare di essere inseriti fra le incomposte dichiarazioni di quei giorni, si riuscì, non senza fatica, a far sottoscrivere a ventitré fra comunisti, socialisti e marxisti senza partito un testo di Roberto Guiducci che, riletto oggi e fatta la dovuta parte alla passione di quei giorni, appare tuttora valido, almeno nell’istanza di datare da Budapest, dalla sua “rottura”, un rinnovamento della sinistra, che infatti almeno in parte è avvenuto.
Ma i contributi più rilevanti di “Ragionamenti” sono stati, anzitutto, quelli di alcune bibliografie su Politica e cultura 1945-1955, sulle Relazioni umane, su Marxismo e problemi di estetica e in scritti che hanno trattato argomenti, nomi e libri poi divenuti argomento corrente della vita culturale italiana. L’opera di Lukács, anzitutto, studiata come prima non era avvenuto in Italia (e di Lukács “Ragionamenti” ha pubblicato per la prima volta da noi l’importante Che cos’è il marxismo ortodosso dalla famosa opera “condannata” Storia e coscienza di classe); quella di Adorno, di Schaff, di Goldmann; il tema dei popoli africani e del Tiers Monde; delle ideologie dell’automazione; della critica stilistica e semantica e della sociologia del linguaggio, ecc. Per prima “Ragionamenti” ha fatto conoscere riviste come “Soviet Studies” o “Socialisme ou Barbarie”, ha identificato in Lukács e in Brecht i più importanti frutti di pensiero e di poesia del marxismo contemporaneo, ha contribuito a distruggere i miti del crociogramscismo nazionalpopolare e dello pseudo realsocialismo; ha pubblicato per prima in occidente quel Poema per adulti di A. Wazik che espresse in Polonia una situazione destinata a risolversi nell’ottobre polacco.
Col penultimo numero (il 9, febbraio-aprile 1957) venivano associati alla redazione Franco Momigliano ed Alessandro Pizzorno. Come indicano i nomi di questi studiosi, la pubblicazione si avviava a trattare temi di sociologia ed economia piuttosto che filosofici e storici. D’altronde i redattori erano quasi tutti persuasi che, mutata com’era la situazione, la rivista dovesse diventare capace di pubblicare più ampi studi e di acquistare maggiore autorità e diffusione.
Di qui i contatti, nel maggio-luglio, con intellettuali e politici comunisti che avevano lasciato o stavano per lasciare il PC, come A. Caracciolo e A. Giolitti. Quelli che allora poterono sembrare a noi stessi contrasti personali fra redattori, che in parte, certo lo furono e che non qui interessano, appaiono oggi invece rivelatori di una più obiettiva linea di distinzione ideologica e politica. Infatti
alcuni dei nostri redattori entrarono a far parte del gruppo che dette vita a “Passato e Presente”; e “Ragionamenti” finì nell’ottobre del 1957.
“Ragionamenti”, al di là della sua breve vita, resta l’unica pubblicazione che dall’interno dello schieramento di sinistra sia stata espressione di un gruppo di intellettuali dissidenti dalle direzioni dei partiti socialisti e comunisti ma tuttavia non assimilabili a frazioni di quelli o ad altre formazioni politiche. Se si confrontano le sue pagine con quelle che portano la medesima data, di pubblicazioni
socialiste e comuniste, si vedrà quale anticipo venisse ai redattori di quella piccola rivista da una ben precisa prospettiva ideologica e politica, che sul finire del ’57 sembrò a molti definitivamente superata in nome del “ritorno agli studi”, della “serietà” o magari del comfort; e che invece, purtroppo, è ancora reale ma lontana. Cioè la elaborazione di una piattaforma teorica per un pensiero rivoluzionario di formazione marxista, rinnovato ma non eclettico né riformista, sulla quale far convenire gruppi di intellettuali decisi alla intransigenza ideologica e all’impegno pratico per preparare le condizioni di una unione, nel nostro paese, di quelle parti d’una medesima esigenza storica che insieme ad elementi realmente eterogenei si ritrovano però in entrambi i due partiti italiani: il comunista e il socialista; e soprattutto di quei giovani o di quegli uomini che in nessuno dei due partiti si riconoscono interamente ma che al di là di quelli, e in una ben precisa direzione – non altrimenti definibile se non con l’aggettivo “rivoluzionaria” – si cercano.


Da Almanacco socialista, Milano, Edizioni Avanti!, 1961, ora in “L’Ospite ingrato”, sito del Centro Studi Franco Fortini

"Donne". Massime scherzose di Ramón Gómez de la Serna

Quando una donna chiede macedonia per due, perfeziona il peccato originale.

Nelle borsette delle donne c'entra tutto, ma non vogliono mai portarci nulla.

Quando la donna si liscia molto le calze sembra che stia per prendere il volo.

La donna si pulisce con un fazzolettino piccolissimo i grandi dolori e i grandi raffreddori.

Si ha paura, di notte, a guardare le donne ferme agli angoli delle strade; temiamo d'incontrare non si sa quale donna che avremmo potuto amare, quella che probabilmente cerchiamo, quella che ha finto, forse, d'essere morta.

Era di quelle donne che non smettono mai di chiudere rubinetti.

L'incanto della donna distesa sulla sabbia è che sembra una statua mezzo dissotterrata.

Quando una donna si toglie una calza sembra che voglia guardarsi una ferita.

Quando si toglie i guanti, la donna sembra che stia per fare la confidenza più preziosa della sua vita, ma non la fa.

La donna crudele si riconosce dal modo di spegnere il mozzicone nel portacenere.

La donna senza calze fa più paura, perché le sue gambe folli sono senza camicia di forza.

Il brutto delle vedove è che si mettono a usare l'ombrello del defunto marito.

Laura continua a uscire da messa bella e giovane tutte le domeniche. Chi è scomparso è il Petrarca.

Le romantiche si toccano un ricciolo come se parlassero al telefono con se stesse.


La donna guarda l'elefante come se volesse stirarlo.

Donne, libri, astri e animali, Biblioteca del Vascello, Roma, 1993

26.1.14

Democrazia politica e classi dominanti (di Giorgio Napolitano)

Noi siamo sempre stati persuasi che da parte delle classi dominanti si può fare in qualsiasi momento la scelta dell’attacco aperto alle istituzioni democratiche, si può abbandonare il terreno della democrazia rap­presentativa, della democrazia parlamentare.
Inoltre siamo sempre stati consapevoli del fatto che si pos­sono avere anche sviluppi in senso autoritario della politica delle classi dominanti senza che ciò comporti la distruzione vera e propria delle istituzioni democratico-rappresentative. Ancor oggi noi mettiamo cri­ticamente in luce i limiti dei poteri del Parlamento e delle altre assemblee elettive, il fatto che sfuggono al loro controllo decisioni fondamentali per la vita del paese. La nostra è sempre stata ed è una visione tutt'altro che banalmente apologetica della democra­zia politica nei paesi capitalistici. essa è invece molto attenta a cogliere i limiti e le insidie di regimi sociali e politici come quello italiano.

da Intervista sul Pci, a cura di E. J. Hobsbwm, Laterza, 1976

I principi sociali del cristianesimo (Karl Marx)

I principi sociali del cristianesimo hanno avuto già 1800 anni di tempo per svilupparsi e non richiedono alcun ulte­riore sviluppo dai consiglieri concistoriali prussiani. I principi sociali del cristianesimo hanno giustificata l'anti­ca schiavitù, esaltata la servitù del Medioevo, ed accon­sentono pure, in caso di bisogno, a propugnare la oppres­sione del proletariato, se anche con una cera un po' pia­gnucolosa. I principi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per quest'ultima hanno solo il pio desiderio che la prima possa essere caritatevole. I principi sociali del cristianesimo pongono in cielo la compensazione di tutte le infamie, pre­dicata dai consiglieri concistoriali, e giustificano perciò la continuazione di queste infamie sulla terra.
I principi so­ciali del cristianesimo spiegano tutte le iniquità degli op­pressori verso gli oppressi come la giusta punizione del peccato originale e di altri peccati, o come prove che, il Signore, secondo la sua sapienza, impone ai redenti. I prin­cipi sociali del cristianesimo predicano la viltà, il disprez­zo di se stesso, l'abiezione, l'asservimento, la sottomis­sione, in breve tutte le qualità della canaglia; e il proletariato che non vuol essere trattato come una canaglia, considera il suo coraggio, la coscienza di se stesso e il sentimento della sua indipendenza come più necessari del pane. I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti e il proletariato è rivoluzionario. 

da Il comunismo dell'Osser­vatore renano, 1847, ora in Iring Fetscher, Il marxismo. Storia documentaria, Volume primo, Feltrinelli, 1969

I pareri di lettura di Franco Fortini (Ennio Abate)

Con la doppia esperienza di occasionale e non professionale datore e ricevente di pareri su testi di poesia, leggo con curiosità un prezioso libretto dal titolo lunghissimo: "Meglio peccare fortiter". Poeti e versificatori, ritardatari e aggiornatissimi nei pareri di lettura di Franco Fortini. Edito in questo 2013 da Pacini (Ospedaletto di Pisa) - un'ottantina di pagine, in copertina una paginetta con una decina di nomi di poeti nella nitida grafia fortiniana e una sua foto da giovane (1948), chino e come in agguato, su un'Olivetti Lettera 32 (se non sbaglio) - è stato preparato da Marianna Marrucci e Valentina Tinacci. Le due studiose, già curatrici di Un giorno o l'altro, prima parte del suo «diario in pubblico», hanno attinto all'Archivio Franco Fortini dell'Università di Siena, che conserva ben 500 pareri di lettura da lui stesi per Mondadori, Il Saggiatore, Einaudi e Feltrinelli su testi - editi e inediti - di scrittori - noti o ignoti - attivi nel periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta; e hanno messo a disposizione dei lettori il materiale di una loro prima ricognizione, limitata alle opere di poesia.
Il libro ha una Nota di inquadramento di Luca Lenzini dello stesso Centro Studi Franco Fortini; e si articola in una Premessa delle curatrici, cinque capitoletti che rendono conto del materiale e dei criteri di selezione, un'appendice di schede fotocopiate dall'originale e, infine, una puntuale bibliografia di riferimento per lettori volenterosi.
Questi scritti di Fortini sono brevi, folgoranti a volte, sempre letterariamente accurati, mai riconducibili a un denominatore comune; e comunque contigui allo stile del Fortini saggista ed epigrammista. E sono la prova - ecco la "sorpresa" che dà un altro colpetto all'abusato stereotipo dello scrittore ideologico e sempre "col ditino alzato" - di una intensa capacità di ascolto e di «una particolare attenzione per la persona che sta dietro ai versi».
Prima domanda: cosa cercava Fortini nei testi letti da consulente editoriale? Marrucci e Tinacci indicano tre elementi: l'autenticità del contenuto o della materia "pre-poetica"; l'unità del tono o dell'organizzazione del testo; un severo controllo della materia linguistica e ritmica.
Fortini apprezza persino il diarismo, se si presenta come moto iniziale verso l'autentico e non si limita a parlare dei "casi propri" o a scorciatoia per aggirare la fatica della scrittura poetica. Ed è pronto, se c'è, a cogliere l'autenticità anche sotto la «rozzezza». Sembra perciò dire: senza vissuti autentici e profondi e una loro relazione col mondo, la poesia ce la sogniamo. Se il dato personale non viene "bruciato" per diventare altra cosa (secondo Fortini, per afferrare almeno un di più di «conoscenza dell'umano»), si spremono parole, ma il succo che viene fuori è quello del narcisismo e basta.
Cerca poi la qualità delle immagini e delle parole. Per Fortini, scrivono le curatrici, «la poesia ha a che fare con la precisione, l'esattezza, anche la durezza dell'espressione». È per questo che «fa continuamente cozzare, anche nel particolare campo dei giudizi editoriali, la precisione con l'imprecisione, la nitidezza con la nebbiosità».
Seconda domanda: cosa, invece, non sopportava? La «sciatteria linguistica e ritmica», la simulazione di «passioni e sentimenti inesistenti, o troppo superficiali e generici» dell'io, la trascuratezza nel rapporto con il lettore, specie se ammantata di pose oracolari; la «letterarietà» fumosa, scolastica, decorativa, consolatoria o dedita ai buoni sentimenti. Sull' altro versante, quello del noi, però, contrastava anche i tentativi di usare la poesia come «sponda retorica per un gruppo politico», fosse pure radicalmente «anti-establishment» o intenzionalmente "democratico". Poiché per lui, in poesia, le posizioni ideologicamente più avanzate non erano, di per sé, più produttive delle conservatrici o arretrate.
Il criterio unitario che guida questi pareri, anche alla luce della sua poetica generale, potrebbe essere così riassunto: se scrivere poesia è comunque "peccare", ci si assuma tutta la responsabilità e si abbia il massimo del coraggio. Perciò niente estetismi, versi carini o gradevoli o esangui, «effusività senza freni, "verbiage irrefrenabile", la pletora, la chiacchiera fuori controllo». In poesia «è meglio peccare fortiter». Questa la formula "protestante" che, desunta da un parere del 1959, è stata ripresa emblematicamente nel titolo del libretto. Il richiamo è all'onestà della scrittura. Non bisogna ingannarsi o ingannare. C'è una realtà - quella interiore di chi scrive, quella in cui tutti siamo inseriti - da rispettare.
Da qui l'attenzione di Fortini verso gli ambienti d'appartenenza dei poeti esaminati, il valore storico dei testi, i modelli poetici di riferimento del passato e del presente (il «vento delle tendenze»). Non sopportava - questo soprattutto tra anni Cinquanta e inizio dei Settanta - «lo scimmiottamento di modelli malamente orecchiati e l'aggiornamento imparaticcio». Mentre, tra anni Settanta e Ottanta, furono i versi ipercolti e persino sapienti, ma spesso puro involucro privo di «ragione poetica», il bersaglio più colpito.
Tra i vari giudizi - spassosi, lungimiranti, ironici e polemici, esenti sia da preoccupazioni ideologiche che dalle «pastoie dell'accademichese» - ne cito uno soltanto. Dei versi della Merini dice: «mi fan venire in mente quelle chiese moderne di Roma che si vedono nei film di Fellini, enfasi novecentesca, scarti ungarettiani, materiali scelti, comunque costosi, ma se poi vai a vedere, c'è una esecuzione frettolosa, da inaugurazione o da fiera campionaria».
A volte - è il caso dei primi pareri per la Mondadori - ci troviamo di fronte a vere e proprie recensioni. Altre volte ci sono analisi dettagliate di qualche passaggio della raccolta esaminata. Ambivalente sembra il suo atteggiamento verso la poesia scritta da donne: da una parte l'incoraggia; dall'altra non ne tace quelli che per lui sono limiti: la chiusura nel quotidiano, la "lagna esistenziale", la patina letteraria posticcia. Non ha, invece, incertezze nell'individuare sia la novità di poeti come Zanzotto e Pagliarani (nel 1962 accolti nella collana sperimentale “Il Tornasole” della Mondadori) sia nel valorizzare un poeta già consolidato come Carlo Betocchi; e paradossalmente proprio perché «petit maître» del passato.
Vorrei concludere con una minima riflessione sulle difficoltà di dare e ricevere un parere su una raccolta di poesia. Nel primo caso è evidente che si tratti di un difficile esercizio di potere, di autorità. Ma anche richiedere quel parere e, ricevutolo, dare la giusta risposta è difficile esercizio di potere. Ci sono rischi su entrambi i fronti: di respingere o accogliere, sì, in base ad una propria visione del mondo e della funzione della poesia nel mondo, ma anche a più impalpabili e sotterranei pregiudizi; di adagiarsi su un'approvazione autorevole o bloccarsi per un rifiuto.
è alla luce di questo problema spinoso che ogni incondizionata approvazione di questi pareri fortiniani mi pare precipitosa. Sia per la semplice ragione che solo adesso questi pareri cominciano ad essere esplorati; e ci troviamo di fronte ad un piccolo, sia pur significativo, assaggio in assenza di una visione d'insieme. Sia perché non si può dimenticare che, pur essendoci, è vero, buone ragioni per stare più dalla parte del giudicante che dei giudicati, qualcuno dovrà pur assumersi la difesa d'ufficio dei "diavoli", cioè degli autori liquidati o "rimandati a settembre". Del resto, noi abbiamo soltanto i pareri di Fortini e ignoriamo (per lo più) i testi da lui esaminati. A me parrebbe, tra l'altro, interessante conoscere anche le eventuali repliche dei giudicati o i pareri di altri giudici.
Una piccolissima obiezione finale alle curatrici: i medesimi giudizi sull'uno o l'altro autore ritornano con troppa frequenza nelle varie pagine. Il diverso contesto del discorso sembra a me giustificare solo in parte la loro ricorrenza e disperdere l'attenzione del lettore.


da “L’Ospite ingrato”, rivista on line del centro studi Franco Fortini, 5 dicembre 2013

25.1.14

L’automobile e il petrolio (Guglielmo Ragozzino)

1.
L’auto e il petrolio sono cresciuti insieme. Il XX secolo infatti è stato, dall’inizio alla fine, segnato dall’auto, o meglio dal trasporto di persone e merci su ruote gommate, azionate a loro volta da un motore che ricavava, come ricava ancora, energia motrice dal petrolio. La loro formidabile alleanza ha caratterizzato il secolo scorso almeno quanto le due guerre mondiali che comunque sono servite ai due signori e padroni dei trasporti per testare i carri armati e gli aerei bombardieri.
Poi, con l’avvento di personal computer e internet, il fuoco del progresso si è spostato sull’immateriale.
Sembrava un matrimonio indissolubile quello tra auto e petrolio, in cui, come talvolta avviene nei matrimoni riusciti, una parte, la più forte, in questo caso il petrolio, dettava legge. Aveva maggiori libertà di divagare, in altre famiglie di attività, se così si può dire: il petrolio è stato infatti fortemente presente vuoi nell’energia elettrica delle centrali termiche, vuoi nella chimica delle plastiche, in agricoltura, in mille soluzioni nella vita di ogni giorno. “Tutto dal petrolio”, era lo slogan dell’epoca d’oro.

2.
L’auto, al contrario, era una controparte che non aveva in pratica varianti di scelta apprezzabili. La possibilità di percorsi molteplici e tempi liberi, nella velocità, che ne faceva uno strumento di lavoro e di servizio pubblico, di svago e di viaggio e insomma di libertà e sicurezza senza precedenti, era strettamente legata, senza alternative, al petrolio (e lo stesso valeva per motocicli, camion, navi e aerei). Ogni possibile variante per muovere l’auto era stata eliminata sul nascere, con
estrema durezza. “Né un uomo, né un soldo”, se si può riprendere quel famoso slogan, doveva essere usato per scoprire o inventare qualche alternativa al binomio motore termico-petrolio. Le batterie erano troppo pesanti, troppo ingombranti, il gas troppo aleatorio… niente andava bene, niente era studiato abbastanza a fondo, finanziato, sperimentato a lungo. O forse era il petrolio a vegliare sulla continuità del patto, a proteggersi dagli eventuali tradimenti della controparte, con atti di sabotaggio e di disinformazione. Ma la storia è abbastanza complicata senza cercare sempre complotti e senza perdere tempo nelle stanze segrete

3.
E per un secolo è andata avanti così. Oggi i mezzi automobili su gomma esistenti sono forse un miliardo e crescono a tassi cinesi. Così gira il mondo su se stesso, freneticamente.
Ma il patto si è sciolto.

4.
Non c’è stata una dichiarazione ufficiale, un divorzio davanti al giudice, ma tutti sanno che il patto non c’è più. Per anni, forse per decenni, si proseguirà apparentemente nel modo abituale, ma l’auto d’ora in avanti cercherà sempre altre soluzioni che la liberino dall’abbraccio troppo stretto e le consentano di sopravvivere quando il petrolio sarà fuori gioco. Non sarà per quest’anno, ma tra agro-carburanti, gas, idrogeno, batterie elettriche è certo che nel mondo dell’auto le prospettive stanno cambiando e non ci si fermerà prima di avere raggiunto l’obiettivo di lasciarsi il petrolio dietro le spalle.

5.
Quel petrolio che è diventato raro e carissimo. Quel petrolio che è all’origine di gran parte dell’inquinamento. Da contraente forte, libero di scegliere, il petrolio si è ridotto nella situazione opposta. L’auto e più in generale i trasporti sono ormai il solo campo nel quale, oggi, a tecniche invariate, il petrolio non è sostituibile. Elettricità, chimica, agricoltura: in ogni altro campo sono presenti, attualmente o in prospettiva ravvicinata, alternative praticabili. E pertanto i petrolieri: multinazionali, paesi produttori, raffinatori, commercianti, speculatori si preparano a un tempo in cui lavoreranno soltanto per i trasporti e intanto elaborano entrate in settori laterali, promettenti e al riparo dalle accuse che vedono addensarsi all’orizzonte: di essere cioè inquinatori assoluti e nemici dell’umanità. Più in grande, ma è la stessa via percorsa dai produttori di tabacco, costretti a cambiare nome e a entrare in settori laterali come l’alimentazione e altri ancora.

6.
Comincia dunque, o è cominciata da un po’, la guerra di liberazione dell’auto. E’ come se tutte le automobili, tutte insieme, si fossero rese conto che la questione ambientale e quella della crescente scarsità (e del relativo costo) dei carburanti sono esiziali per loro. Per sopravvivere, esse devono affrontare, subito, il petrolio, divenuto un problema, o un grumo di problemi, da quella risorsa indispensabile che era.
Si libera la possibilità di vedere la rottura tra petrolieri e automobilisti. La soluzione cui molti pensano è una di quelle che aveva accompagnato la storia dell’auto fin dall’inizio: l’auto mossa da un motore elettrico. Va notato che da quasi cento anni ogni auto ha a bordo una batteria che mette in moto un motore elettrico che agisce sul motore principale, per esempio a scoppio, che a sua volta svolge il lavoro di muovere le ruote. Si poteva fare di più? Non era possibile un’auto soltanto elettrica?

7.
Tempo e spazio ostacolavano e ostacolano l’auto elettrica: il tempo è quello di ricarica e lo spazio è quello occupato dalle batterie che forniscono energia al motore elettrico che a sua volta muove le ruote. Ma tempo e spazio sono inoltre la durata di una carica e la distanza tra i punti di una possibile
rete di rifornimento; e sono ancora il peso esorbitante delle batterie e lo spazio negato dalla loro presenza al concorrente trasporto di persone e di cose sul veicolo elettrico. Insomma: il progettare un veicolo tutto elettrico impone di fare i conti con scelte diverse e spesso in contrasto insanabile tra loro: molte batterie per allungare i percorsi (o ritardare la ricarica) oppure un mezzo più agile e capace di carico, ma con un’autonomia molto più limitata? Così i veicoli a trazione elettrica cui siamo abituati agiscono in un territorio estremamente limitato, per esempio all’interno di una stazione ferroviaria o nei lunghi capannoni di uno stabilimento; e si tratta di veicoli che agiscono sempre nei pressi di una presa elettrica alla quale possono rifornirsi.
Ne è risultata la limitazione più forte alla variante auto elettrica: l’impossibilità di scopo multiplo, la rigidità assoluta nelle prestazioni, ciò che contravveniva alla convenienza principale delle auto che hanno accompagnato la nostra vita, la storia del secolo.

8.
Un tentativo di riassumere l’auto elettrica ha sempre accompagnato il percorso della coppia fissa. L’auto doveva sia rassicurare l’alleato sia tenerlo sul chi vive in modo che garantisse, nei limiti del possibile, quantità adeguate per il rifornimento e quindi raffinerie, reti di vendita, prezzi contenuti e inoltre qualità del prodotto almeno pari alle richieste dei poteri pubblici. Vi era dunque un continuo confronto e una divisione dei ruoli e dell’impegno in tema di lobby auto-petrolifera.
L’elettricità come mezzo propulsivo era però continuamente riproposta, forse per tenere a freno prezzi e altri eccessi. Qualcuno afferma che lo scopo principale di tale sperimentazione era soltanto nel consentire al partito dell’auto tradizionale di poter dire: è impossibile; “il calabrone non volerà mai”; e mettersi il cuore in pace.

9.
Il tentativo principale ebbe luogo una decina di anni fa, nel cuore degli anni ’90. Le case americane fecero tentativi, senza troppa convinzione, ma guardando finalmente a quello che stavano architettando nelle case rivali, per evitare che si stabilissero differenze eccessive. C’è anche chi accusa la General Motors (Gm) di avere scientemente “ucciso” l’auto elettrica. A parlare di complotto nel caso di un’auto più che sperimentale della General Motors, la Ev1 c’è una serie di pubblicazioni. Scritti simili sono assai frequenti dai tempi del primo libro di Ralph Nader, dedicato all’auto Unsafe at any speed, del 1965, “Insicura a ogni velocità”. Nel caso in esame c’è soprattutto un documentario di Chris Paine Who killed the electric car. Al di là dell’appassionante ricostruzione vi è la convinzione diffusa che la Gm abbia preferito puntare il suo futuro sulla Hummer capofila dei Suv, piuttosto che sulla EV1.

10.
Dagli anni ’90 uscì però una doppia linea di sperimentazione: l’auto ibrida da un lato e l’auto a idrogeno dall’altro. A sua volta l’idrogeno avrebbe dovuto sostituire il petrolio in un motore a scoppio, oppure, rimandando i tempi, funzionare con celle a combustibile. Da quegli esperimenti emerse in pratica un solo modello importante e diffuso, la Toyota Prius. Vera e propria capostipite delle auto ibride nelle quali il ruolo della batteria non è soltanto di consentire la partenza, ma le è affidato un compito più complesso e intelligente. Si potrebbe dire che la novità sia quella che il motore a scoppio (o il diesel), pur svolgendo la maggior parte del lavoro in termini di potenza, lascia il lavoro intelligente al piccolo motore elettrico che opera nella parte più intellettuale del complesso.

11.
“Allora si può”, devono essersi detti nelle case automobilistiche, alla Toyota e alle case rivali. Si può sperimentare e provare, senza rischiare troppo, in soldi e in persone, anzi costruendo carriere importanti nell’industria automobilistica, un mondo che spesso non vede di buon occhio gli innovatori spinti, soprattutto quelli senza successo. E la corsa alla rinuncia del petrolio è stata vista come un possibile futuro per l’auto, oltre le difficoltà e le proibizioni ambientali, le ristrettezze dei governi, le preoccupazioni economiche degli automobilisti sempre più spaventati per i corsi dei benzina e gasolio. Una prospettiva diversa, sia pure lontana, avrebbe tenuto gli automobilisti legati e avrebbe anzi consentito di riformare con nuove idee e nuovi miti il grandioso partito internazionale dell’auto. Con un rovesciamento completo di un secolo di collegamenti, abbasso il petrolio, allora, che potrebbe far precipitare, noi dell’auto, in un abisso senza fondo. E tutti, o quasi tutti, si sono messi a ricercare soluzioni per il tempo medio e strategie che rendano il passaggio non troppo traumatico.

12.
C’è dunque una prima scelta sulla quale impegnarsi: auto elettrica tipo fuel cell o tipo plug-in, cioè con celle combustibili o con ricarica per mezzo di una presa di corrente? Non si deve pensare che le soluzioni esistano già, ma che il percorso sarà l’uno, o l’altro. In questo momento è il plug-in, cioè la tanto bistrattata batteria che offre i migliori orizzonti. In primo luogo c’è l’enorme successo delle batterie montate su computer e telefoni mobili. L’evoluzione e la miniaturizzazione sono state formidabili. E l’industria dell’auto, ingorda, ne vuole approfittare. Le nuove batterie agli ioni di litio offrono spazi per ulteriori sviluppi, che ora sono prevedibili, ma che erano impensabili solo pochi anni fa. Si pongono già problemi tecnici che indirizzano le diverse realizzazioni. Tanto per recuperare il terreno perduto, la Gm, divenuta ragionevole, riflette sul fatto che il 70% dei percorsi giornalieri in auto, tra andata e ritorno, è inferiore alle 40 miglia. Ecco il limite dell’auto elettrica, che deve essere sostenuta da un piccolo motore termico di sostegno. Dall’altra parte dello schieramento c’è la fabbrica futuribile Tesla che sta progettando, sotto la guida del progettista Elon Musk e insieme alla Lotus, un’auto sportiva con un’autonomia di 250 miglia e una velocità di 130 (1 miglio vale 1.600 metri). Ma si vuole arrivare all’auto elettrica capace di sfidare Ferrari e Porsche quanto a velocità e scomodità.

13.
Su un altro piano ancora c’è lo straordinario Shai Agassi. Egli non bada tanto al prototipo (roba da ingegneri) ma mette d’accordo molti aspetti: quattrini per il modello, conoscenze scientifiche e industriali, appoggio di un governo, quello di Israele, possibilità di una rete a maglie strette per altrettante prese elettriche. E lungo le sue strade si potrà cambiare la batteria esausta con un’altra alle stazioni di posta. Quanto tempo è passato. Un tempo lo si faceva con i cavalli.


da Autocritica, supplemento a “il manifesto”, marzo 2008

24.1.14

Talpe a Caracas. Un libro di Geraldina Colotti (Valerio Cuccaroni)

Femministe a Caracas
Con la morte di Chávez, il 5 marzo scorso, il reportage di Geraldina Colotti Talpe a Caracas, pubblicato ad agosto 2012 da Jaca Book e dedicato proprio al Venezuela chavista, avrebbe dovuto perdere di attualità. La lettura dei tredici capitoli che compongono il libro è, invece, la prova provata del contrario, perché, innanzitutto, il protagonista dell’opera non è Chávez, che, anzi, di persona, dopo le primissime pagine a lui consacrate, appare poco e di sfuggita, sebbene il suo apporto alla storia recente del Venezuela sia ricostruito minuziosamente e il suo spirito aleggi come quello di un nume tutelare, ovunque.
Il vero protagonista di Talpe a Caracas è il popolo venezuelano, o meglio gli attivisti coinvolti in quel proceso bolivariano, con cui, per impulso dello stesso Chávez ma sull’onda lunga della guerriglia degli anni Sessanta e Settanta e del Caracazo (la ribellione popolare del 1989 che mise in crisi il sistema democratico puntofijista, al potere da trent’anni), si è inteso riprendere e portare a termine quanto iniziato ai primi dell’Ottocento dal libertador Símon Bolívar, contribuendo in maniera decisiva all’indipendenza di Bolivia, Colombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela. Il vero protagonista di Talpe a Caracas, insomma, è il movimento dal basso che prima ha ispirato, poi sostenuto e ora alimenta la svolta socialista del Venezuela.

Eroine ed eroi del Venezuela bolivariano
Le prime eroine, che incontriamo in questo reportage autenticamente epico sono le femministe del collettivo Ana Soto, che nel 2011 hanno organizzato la Conferencia Mundial de Mujeres de Base Revolucionaria, offrendo la prima occasione a Colotti per visitare il paese, con un viaggio finanziato da «molte strutture, associazioni, centri sociali, raccogliendo soldi per i biglietti e organizzando iniziative: dal circolo ARCI di Imperia al Guernica, al 32 di Roma, alla Casa Internazionale delle Donne» (p. 57). Poi ci sono i combattenti, come Bernardo Borges, guerrigliero negli anni ’60-’70, quindi console del Venezuela a Napoli; i militanti del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), come Josephina, che, reggendo con una mano il passeggino e con l’altra la bandiera rossa del partito, dichiara che Chávez «ha ridato dignità e coscienza» (p. 16) ai poveri e ai senza-potere, ovvero all’80% dei popolo bolivariano. Appaiono, inoltre, molti attivisti dell’Associazione nazionale delle reti e delle organizzazioni sociali (Anros), che agiscono nella società per la formazione politica e culturale dei movimenti di base venezuelani, nella convinzione che alla “competenza” della politica professionale si contrapponga «l’esperienza empirica che deriva dal conflitto sociale e che dà forza alle proprie opinioni», nota Colotti, con accenti postnovecenteschi, i quali, «riflettono il diverso rapporto con le rappresentanze politiche, la sfiducia nello schema e nelle sfere separate», in direzione di quella «democrazia partecipativa e protagonica» che dovrebbe superare i limiti di quella rappresentativa e su cui si basa la Costituzione bolivariana» (pp. 136-137).

La Storia della rivoluzione bolivariana e le storie dei senza-volto
Il libro, in effetti, è pieno della grande Storia della rivoluzione bolivariana di Chávez, ma anche di piccole storie dei «senza voce», o meglio dei «senza-volto», come el pescador, un «piccoletto», fondatore della cooperativa di pescatori e pescivendoli “Maremar per…”, che, durante la visita di Chávez a Roma del 2005, gli si era accostato mostrandogli il passamontagna dei disobbedienti zapatisti (p. 13). Nel Venezuela bolivariano questo popolo ha trovato, non solo una voce, ma anche uno spazio, come, per esempio, nella «Casa Bicentenaria»: uno stanzone grigio, allietato dai murales e dai poster che raffigurano grandi padri e grandi madri del socialismo; «una casa occupata, uno spazio pubblico per tutta la comunità del Petare (barrio di Caracas, ndr)», spiega all’autrice Jasmi Jiménez, coordinatrice della Casa.
«A partire dal 1999 – ci ricorda Colotti – il governo bolivariano ha promesso di risarcire il “debito sociale” accumulato dallo stato nei confronti degli esclusi dalla ricchezza. In tredici anni, non solo si è sconfitto l’analfabetismo, ma si sono aperte le porte all’istruzione superiore gratuita e a quella universitaria. I programmi sociali – le misiones – sono state le leve per far crescere la “coscienza delle masse”, come avremmo detto una volta. Una strategia di self-empowernment rivolta agli ultimi della catena, oggi soggetti a pieno titolo di questa società in cammino» (p. 137).

La questione di genere
Colotti sottolinea spesso che la maggioranza delle persone che si sono impegnate e continuano a impegnarsi in questa svolta socialista del Venezuela è costituita da donne, anzi, a dar retta a Jiménez, il Venezuela bolivariano è «donna: una donna che lotta, che ama il suo compagno e si occupa dei panni, ma si occupa anche del paese» (p. 17). Non a caso, la questione di genere è uno degli assi portanti su cui ruota Talpe a Caracas: emblematico, da questo punto di vista, è l’incontro con Viki Ferrara-Bardile, vicepresidentessa della Comisión de Estilo de la Asamblea Nacional Constituyente, che ricorda come il lavoro della sua commissione consista nel declinare gli articoli della magna charta anche al femminile, fatica non da poco e che ha richiesto fervida inventiva, «perché spesso – sottolinea Viki – l’accezione di genere costituisce una diminuzione, come nel caso di poetessa, avvocatessa… La parola uomo, sia quello delle caverne che quello di oggi, quando viene usata come sinonimo di genere umano, ci rende invisibili. Il linguaggio, come sappiamo, è uno strumento di potere. Non a caso, se è corrente dire la segretaria, non lo è altrettanto dire segretaria esecutiva» (p. 58).
Inizialmente Viki, come molti altri venezuelani, non erano entusiasti di Chávez, perché era un militare, poi, però, la realtà si è rivelata «per quella che è: le donne sono le principali beneficiarie delle politiche messe in campo da questo governo. In primo luogo nel lavoro» (p. 59).

Gli apostoli della rivoluzione e il cristianesimo sociale
Molto resta da fare, tuttavia, visto che in Venezuela la società è ancora fortemente maschilista e manca una legge sull’aborto. La figura della donna, in questo stato profondamente cattolico, è ricalcata su quella, remissiva, di Maria. Il cambiamento, anche in questo caso, dovrà venire dal basso, per opera delle donne stesse che dovranno liberarsi della doppia morale di cui sono schiave (si condanna l’aborto a parola ma poi lo si pratica di nascosto) e dall’interno della religione cristiana, con il recupero della carica rivoluzionaria di Cristo. Perché il socialismo a cui si richiama il Venezuela è quello di Marx e Rosa Luxemburg, che richiama il messaggio del Cristo «originario», appunto, il «primo martire antimperialista» (p. 13). Un cristianesimo sociale che dice: «Non si viene alla luce quando si nasce, ma quando quella luce la si diffonde agli altri» (ibidem).
Così, capita a Colotti di fermarsi davanti alla comune autogestita Panal 2021 di Caracas per ammirare un «gigantesco murale che rappresenta a suo modo l’Ultima Cena: intorno a Gesù ci sono gli “apostoli della rivoluzione”. Un pantheon che va da Marx a Marulanda (il defunto dirigente guerrigliero delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), passando per Bolívar, fino ad arrivare a Chávez» (p. 52). In effetti, la vera inconciliabilità non è tra cristianesimo e rivoluzione, ma, come emerge in un colloquio con suor Chiara nel monastero di clausura Nostra Signora di Coromoto, tra «Chiesa dei poveri» e «Chiesa istituzionale», perché, fa notare l’autrice alla suora, «il messaggio originario di Cristo, proprio nel concreto del bisogno sociale, sceglie da che parte stare, raggiungendo quello del comunismo», sebbene, secondo la religiosa, sia Comunismo che Chiesa «hanno bisogno di essere purificati, mettendosi continuamente alla prova della realtà» (pp. 95-96).
Pur di mantenere buoni rapporti con la Chiesa cattolica locale, Chávez, come ricorda Colotti, ha immolato «sull’altare del dialogo l’autodeterminazione femminile», escludendo dalla Costituzione aborto ed eutanasia: ciononostante la Chiesa ha respinto il progetto costituzionale, approvato nel 1999, attirandosi le ire del Presidente. Eppure, ci sono vescovi, come monsignor Nelson Torrealba, consigliere ecclesiastico per il Venezuela presso la Santa Sede nel 2007 e ora tornato nell’arcidiocesi di Barquisimeto, che «rimangono a fianco dei poveri, nonostante le minacce della Curia» (p. 97); e ci sono sacerdoti, come padre Vidal Enrique Atencio dell’arcidiocesi di Maracaibo, che sostengono apertamente il governo di Chávez, finendo per essere trasferiti in zone residenziali, abitate dalla classe media, ostile a Chávez.
Infine, c’è un’altra Chiesa, quella evangelica, che è molto meno titubante nel sostenere il proceso bolivariano e forse anche per questo è sempre più diffusa in Venezuela.

Formare per trasformare, ovvero: rovesciare il problema della sicurezza
Un altro elemento critico, nel paese di Chávez, è rappresentato dalla violenza e dalla corruzione: «Come mai – si chiede Colotti –, nonostante una evidente politica di giustizia sociale che ha drasticamente ridotto il livello di povertà estrema, il tasso di omicidi rimane ancora così elevato? Perché, in un governo che mette in avanti i valori del socialismo, il tasso di corruzione rimane così alto?» (p. 81). I segnali di controtendenza, certo, non mancano e l’autrice ce li ricorda: con l’incremento delle grandi misiones sociali, rivolte agli strati più umili della società, tra il 2006 e il 2011 sono diminuiti anche i reati contro la proprietà, essendo aumentati i posti di lavoro e migliorata la qualità della vita. Tuttavia, sottolinea Colotti, «benché i salari siano stati aumentati per decreto e i prezzi degli alimenti principali siano stati abbassati per decisione governativa, l’inflazione (che pure ha subito una evidente riduzione) rimane comunque alta. E, in un paese abituato a trarre la propria ricchezza dalla rendita, l’invito al consumismo è altissimo (soprattutto per gli adolescenti), mentre l’idea che si debba contribuire alla qualità dei servizi con un ritorno retributivo resta molto distante prima di tutto dai settori sociali che potrebbero farlo» (ibidem). Inoltre, come ha spiegato bene un reportage di Maurice Lemoine su «Le Monde Diplomatique» (Caracas brucia?, settembre 2010), interessi oscuri alimentano il flusso di droga e violenza per disinnescare un cambiamento che nuoce agli interessi dei poteri forti.
Qualcosa si è mosso, tuttavia. Visto che la corruzione è alta soprattutto fra i poliziotti, tra il 2006 e il 2008 il governo ha cercato di operare un rovesciamento del problema, disegnando un nuovo modello di sicurezza: in seguito a un processo di consultazione popolare, da cui è emerso il quadro di una polizia violenta, corrotta, razzista, classista e inefficiente, con la conseguente necessità di lavorare sul rispetto dei diritti e sulla formazione della polizia era ricorrente, si è fatta largo, sulla scorta della pedagogia degli oppressi del brasiliano Paulo Freire, la strategia del «formare per trasformare» (p. 74), si è creata la Universidad Nacional Experimental de la Seguridad (UNES), un’università sperimentale per la polizia, e si sono riconvertite società illegali parallele, cresciute nelle carceri abbandonate a se stesse, come, per esempio, la rete di famigliari e detenuti, cresciuta spontaneamente nel carcere Retén de Catia trent’anni fa e trasformata nel 2008 nella fondazione Tren del Sur, che i detenuti hanno legalmente registrato con l’aiuto dei loro avvocati (p. 87).
Parlando di carceri, la storia personale di Colotti si intreccia con l’esperienza vissuta in Venezuela, perché, come noto, l’autrice ha passato oltre vent’anni dietro le sbarre, a causa della sua militanza nelle Brigate Rosse e la prima visita compiuta in un carcere venezuelano, quello di La Planta, ha coinciso anche con il primo ingresso, in assoluto, da visitatrice  in un penitenziario, dopo la lunga detenzione: «Mi sembra così strano potervi accedere con questa facilità, andando a trovare il detenuto “Tal dei Tali”», annota l’ex brigatista (p. 83). E la realtà che si trova davanti è quella di una « città dei bassifondi, cresciuta nell’abbandono per anni», che è in contraddizione evidente con quanto affermato da Chávez: «Storicamente il sistema penale e penitenziario nacque con una vocazione meramente punitiva. Questa è una visione capitalista. Ora si tratta di sostituire questo sistema punitivo con uno umanista» (p. 85). Il cammino da compiere, anche in questo caso, è ancora lungo.

Conclusioni
Da Talpe a Caracas, nonostante l’autrice cerchi, da buona cronista, di far parlare i fatti e i protagonisti, senza trionfalismi, spira un soffio di speranza nel proceso bolivariano, alimentato dalla constatazione che nel paese vi è una « straordinaria partecipazione popolare alla vita politica», che «si percepisce nelle strade e ha il suo perno nella cultura, nel grande sforzo di alfabetizzazione generale condotto dal governo. Agili e colorati, i libretti della Biblioteca Basica Tematica, ognuno affidato alla penna di un esperto, affrontano il tema del lavoro, della terra, del conflitto di genere, dello stato…» (p. 114). E l’essenza del Venezuela bolivariano, secondo Colotti, sta proprio qui, «nell’aver rimesso in moto una straordinaria partecipazione popolare» (p. 10).
Dopo i viaggi del febbraio-marzo 2011 e del gennaio-febbraio 2012, in cui l’autrice ha raccolto i materiali confluiti in Talpe a Caracas, opera che, peraltro, vale la pena segnalare, ha riscosso successo anche in Venezuela, grazie alla traduzione in spagnolo della casa editrice Vadell Hermanos, Colotti è tornata nel paese latinoamericano tra ottobre e dicembre 2012, per seguire la malattia di Chávez e le elezioni, poi i funerali del presidente, a marzo di quest’anno: da questi e ulteriori viaggi, oltre che dalle cronache scritte per «Il manifesto», nascerà un nuovo libro, dal titolo provvisorio Dopo Chávez, tra la gente, con cui potremo riprendere a scavare nella rivoluzione bolivariana.


da Carmilla on line, 4 0ttobre 2013

Patel: "Quando il numero degli obesi..." (Geraldina Colotti)

"Quando sulla terra il numero degli obesi supera come ora quello degli affamati, che pure sono un miliardo di persone, il centro del problema non è produrre di più, ma ridiscutere il sistema che ha portato a questa situazione", ha detto a Milano l’economista indiano Raj Patel intervenendo all’incontro Da Cancún all’Expo: il valore delle cose tra clima, cibo e territori, organizzato dall’associazione Ya Basta! Patel, studioso delle politiche alimentari mondiali e relatore sul diritto al cibo per le Nazioni unite, nei suoi libri mette a nudo dogmi del dio mercato svelandone iniquità e ferocia. Il valore delle cose (Feltrinelli), si snoda fra economia e storia, psicologia sociale e antropologia e mostra la potenza del dono, degli affetti e della gratuità come antidoto al tutto-merce che non dà nulla per nulla. Negli Stati uniti – ricorda Patel – “la forbice tra ricchi e poveri è sempre più larga: tra il 1979 e il 2005, il reddito netto dell’1 per cento più ricco della popolazione è cresciuto di quasi il 200 per cento, mentre quello del 20 per cento più povero è salito di appena il 6 per cento. La ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi”. Quella di governare il mondo in base alla ricetta neoliberista – dice – è un’illusione del capitalismo.

Patel che prima di diventare un attivista ha lavorato per il Fondo monetario internazionale, analizza con cognizione di causa le politiche della Banca mondiale e dell’Fmi: hanno favorito – dice – la grande proprietà, portando i piccoli contadini ad affollare le megalopoli, o al suicidio. Quando si acquista una banana, alla fine della catena di importazione, trasporto, ricavo della compagnia che controlla la piantagione, al contadino che l’ha prodotta spetta una miseria: meno del 3%. Invece, negli Usa “i consumatori finanziano la vendita di hamburger a basso costo con le imposte versate all’erario. La carne degli hamburger McDonald’s proviene da animali ingrassati a mais, la coltura con i sussidi più massicci”. Quella proposta da Patel, è l’idea di una proprietà “più malleabile” e condivisa, da contrapporre alle illusioni del mercato neoliberista per trascenderne i limiti che impone e “stabilire i confini della gestione collettiva delle risorse”.

"scritto e mangiato", supplemento al "manifesto", dicembre 2010

Mangiare il Têt. Arancini vietnamiti di Capodanno (Nelly Krowolski)

Scritto e mangiato era – nel primo decennio del duemila - uno dei supplementi più appetitosi del “manifesto”: dedicato all’alimentazione e alla gastronomia, confezionato insieme a “Slow food”, aveva un bel taglio interdisciplinare: nella cultura del cibo vi convergevano politica, economia, antropologia, letteratura e altro ancora. Qualche anno fa mi sorprese leggere delle consuetudini alimentari del Capodanno vietnamita, in cui il piatto fondamentale, molto rammenta i siciliani arancini di capodanno, se non altro negli ingredienti: riso, carne di maiale, legumi (piselli in Sicilia, fagioli mungo nel Vietnam). Ho ritrovato l’inserto e recuperato l’articolo. Lo “posto” senza le ricette che sarebbe difficile realizzare. C’è dentro una favola bella. (S.L.L.) 
I Banh Chung vietnamiti di Capodanno:
fagottini di riso farciti di carne e fagioli mungo
Nel Vietnam, così come in Cina, le feste sono soprattutto festini, tanto che la festa viene letteralmente “mangiata”. “Celebrare il Nuovo Anno” in vietnamita suona come: “mangiare il Têt”. Un altro detto sull’argomento precisa, d’altronde, quali siano gli elementi indispensabili alla celebrazione del Nuovo Anno: “Maiale grasso, scalogno in conserva, massime scritte su carta rossa, una lunga canna di bambù, una girandola di petardi e fagottini di riso dolce glutinoso”.
Non si pianta più la canna di bambù davanti a casa, i petardi che scacciano gli spiriti maligni sono oggi proibiti, ma le massime scritte con bella grafia su carta rossa – il colore della felicità – decorano ancora la casa. I cibi della festa, però – maiale, verdure in conserva, banh chung al nord, fagottini di riso dolce glutinoso farciti e cotti in acqua (chung) o gli equivalenti banh têt al sud e al centro – restano sempre quelli.
Se a causa della sua latitanza nella dieta quotidiana la carne resta l’ingrediente indispensabile di ogni pranzo di festa, i fagottini di riso dolce glutinoso farciti con fagioli e carne di maiale sono l’emblema del nuovo anno. La loro importanza è tale che persino nei periodi di penuria nessuno sforzo è trascurato per mettere insieme tutti gli ingredienti necessari alla loro realizzazione, sia da parte dello Stato, che si sforza di assicurare un sufficiente approvvigionamento, che delle famiglie, che mobilitano tutte le loro energie e risorse.

Banh chung
La preparazione dei banh chung, “fagottini” di riso dolce glutinoso (banh è il termine generico che viene di solito tradotto con “torta” e designa torte, pani e gallette e fagottini sia salati che dolci, a base di riso o di altri cereali) e la loro cottura prolungata in una grande pentola alla vigilia dell’Anno Nuovo era, e a volte è ancora, occasione della più bella veglia dell’anno, durante la quale si raccontavano leggende e storie buffe. Alimento completo, pronto in quantità sufficiente in anticipo, i fagottini costituiranno, accompagnati da verdure in conserva (soprattutto scalogno, come nella massima sopra citata), un piatto unico o, quanto meno, la portata principale. Il carico di lavoro delle donne di casa viene in questo modo alleviato durante il periodo di festa, che certo non si protrae più, come un tempo, per tutto il primo mese del calendario lunare, ma che in ogni caso dura ancora una buona settimana.
I banh permettono, dunque, alle donne e alle ragazze della famiglia di divertirsi e uscire per incontrare parenti e amici. Infatti, durante i primi tre giorni dell’anno ognuno è tenuto a fare gli auguri andando a visitare tutti coloro con i quali è legato da vincoli di amicizia, di riconoscenza o di parentela. Gli alunni, dunque, fanno visita al professore responsabile della loro classe, i vecchi alunni al professore che più ha segnato la loro formazione, i malati o gli ex malati al loro medico, e così via. Come il regalo che spesso le accompagna, queste visite innescano controvisite, rinsaldando i rapporti di parentela, di vicinato e anche professionali.
Una leggenda, la sola del genere che riguardi dei cibi, spiega la ragione per la quale due preparazioni molto simili – una di riso dolce glutinoso farcito e di forma quadrata, l’altra di riso dolce glutinoso ridotto in pasta nel mortaio e di forma piatta e rotonda (banh giay) – siano indispensabili a questa festa del rinnovamento, che riunisce la famiglia composta da tutti i parenti, i vivi come i morti, invitati per l’occasione a partecipare al festino. Questi cibi, infatti, sono tutt’altro che anodini; infatti, se un piatto di lenticchie consentì a Giacobbe di acquistare da Esaù il diritto di primogenitura, si narra che un principe vietnamita, più di duemila anni orsono, grazie ai banh riuscisse ad aggiudicarsi un intero regno.

La leggenda
Il sesto re della dinastia Hung regnava da molto tempo. Essendo la sua salute in declino ogni giorno di più, decise di scegliere tra i suoi figli quello che sarebbe diventato suo erede. Li riunì dunque un giorno, consigliato in tal senso da un Mandarino, ed annunciò loro: «Sono ormai vecchio, e desidero lasciare il mio trono a uno di voi. Il mio erede sarà colui che saprà offrire ai nostri antenati il cibo più delizioso».
Mentre tutti i principi inviavano emissari nel paese intero, nelle regioni del nord come lungo le coste, per trovare i cibi più preziosi, Lieu, il diciottesimo principe, orfano di madre dalla più tenera età, non aveva nessuno che lo aiutasse ed era troppo povero per permettersi di partire alla ricerca. Il giovane si tormentava per non essere in grado di soddisfare la richiesta del padre. Ma una notte gli apparve in sogno una dea che gli insegnò a preparare due fagottini di riso glutinoso. Il primo, il banh chung, con la sua forma quadrata sarebbe stato simbolo della terra; il secondo, dalla forma tondeggiante, il banh giay, avrebbe simboleggiato il cielo.
Il giorno della consegna dei doni, il re, dopo avere assaggiato i cibi più rari – ragù di pavone, paté di fenice, zampa d’orso, fegato di rinoceronte… – offerti dagli altri principi - dichiarò vincitore il diciottesimo principe. Sia per le loro qualità gustative, sia per la loro carica simbolica, i fagottini di riso vincevano su tutto.
Queste preparazioni, nella loro semplicità, erano il dono più prezioso che ci potesse essere. Da allora, nel periodo del Nuovo Anno, i vietnamiti hanno l’usanza di preparare questi fagottini, divenuti offerta indispensabile per la cerimonia in onore degli Antenati.

“scritto e mangiato”, supplemento alimentazione del “manifesto”, in collaborazione con Slow food, Dicembre 2010

Torrone e panettone (Luisella Verderi)

Torrone di Cremona
Il torrone è il dolce natalizio italiano: da nord a sud ne troviamo innumerevoli varietà e tipologie. Furono probabilmente i Romani a tramandarci la ricetta di questa specialità. Benché controversa, l’etimologia del nome torrone richiama infatti il latino torrere (“tostare”) e i suoi ingredienti di base, mandorle tostate e miele, sono disponibili in tutto il bacino del Mediterraneo.
Per questo anche gli arabi diffusero la loro cubbaita o giuggiolena, fatta di miele e sesamo, in Sicilia e in Spagna. Gli spagnoli lo portarono poi in molte regioni, tra cui la Campania, il Piemonte e la Lombardia.
Certo è che a Cremona il 25 ottobre 1441, al banchetto delle nozze di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, fu presentato un dolce fatto di mandorle, miele e bianco d’uovo, molto compatto, modellato in modo da riprodurre la forma del campanile del duomo, il noto Torrazzo, all’epoca chiamato Torrione. Probabilmente si fece ricorso a questa specialità perché era la più adatta a tenere in piedi la “scultura” (pare alta due metri): la meraviglia da esso generata da allora in poi fece favoleggiare sul mitico torrone di Cremona.

Altro dolce nazionale, anch’esso dalla tradizione antichissima, derivato dai pani addolciti con la frutta o il mosto, è il panettone. La tipologia principale consiste in preparazioni di pasta lievitata (o non lievitata) con l’associazione di frutta fresca, appassita o secca. La ritroviamo con nomi diversi in varie regioni, dal mecoulin valdostano alla focaccia di Lerici e al pandolce genovese, dalla gubana friulana alla bisciola valtellinese, dal pani ’e saba sardo alla pizza di fichi marchigiana, dal panettone basso piemontese al panettone milanese, diventato, grazie all’industria, il simbolo del Natale in tutt’Italia. Fin dai tempi dell’impero romano le famiglie si radunavano, in Lombardia, intorno al ceppo acceso e il capofamiglia, seguendo un rito celtico, spargeva sul fuoco vino e ginepro, quindi spezzava il pan grande. Il rito fu tramandato per secoli in occasione del Natale. Dopo il 1000 il pan grande divenne di solo frumento, un vero pane di lusso. Solo successivamente furono introdotti tutti, o quasi, gli ingredienti odierni.

23.1.14

“Un gran pioniere”. Isa Barzizza ricorda suo padre Pippo (M. Ra.)

Isa Barzizza
Riprendo da “alias” gran parte di una bella intervista di Marco Ranaldi alla celebre soubrette Isa Barzizza, che fu partner di Totò in molti film di successo. Ella qui rievoca gli anni d’oro della radio, attraverso il ricordo del padre Pippo Barzizza, che ne diresse una delle orchestre più prestigiose, la più aperta alle sonorità d'oltreoceano. (S.L.L.)
Pippo Barzizza e i suoi cantanti: Bonino, Montanari, Foresi e le Lescano
Suo padre ha portato per primo lo swing in Italia e ha contribuito a fame un suo linguaggio coniugando la tradizione melodica con quella jazz; è stato, secondo lei, un precursore? E quanto questo ruolo è ancora oggi riconosciuto?
Mio padre è certamente riconosciuto come precursore del jazz dagli studiosi del genere. All'inizio degli anni Venti cominciavano a circolare in Italia i primi dischi che venivano dagli Stati Uniti e alcuni giovani musicisti furono rapiti da questa nuova musica. A Torino, Milano, Roma e Genova, dove mio padre era nato nel 1902, si andavano formando i primi gruppi. Armando Di Piramo, un eccellente musicista genovese, organizzatore di orchestre e soprattutto scopritore di talenti, mise subito gli occhi su questo giovanotto, diplomato in violino e armonia, che come tutti i giovani che si rispettano, amava l'avanguardia. Nel 1925, a soli 23 anni, formò quindi una piccola jazz band di sette elementi il cui nome ricordava la lontana America: Blue Star.

È vera la leggenda che suo padre e altri musicisti misero dei titoli italiani per far passare le canzoni americane?
Non è una leggenda, è verissimo. Papà ha suonato in radio per anni - anche se allo scoppio della guerra le norme sul jazz divennero più severe - pezzi americani come Al the Woodchopper's Ball che venne tradotto Al ballo del taglialegna, Farewell Blues che divenne Addio, Out of the Window (Alla finestra), il celebre In the Mood (Con stile). Venivano fatti passare con pseudonimi o con i nomi di veri autori che avevano un cognome italiano: la Rocca per esempio o Venuti, che non hanno mai composto quelle canzoni!

Oltre al Trio Lescano con suo padre lavorarono cantanti come Emesto Bonino, Dea Garbaccio, Luciana Dolliver, Silvana Fioresi, Oscar Carboni, artisti quasi completamente dimenticati. Che ricordo ha lei di loro e soprattutto che rapporto aveva il maestro con i suoi cantanti?
Papà era una persona simpatica e molto buona, ma sul lavoro intransigente e severa. Nonostante ciò era molto benvoluto da tutti i suoi orchestrali e cantanti: Ernesto Bonino, Silvana Fioresi, Natalino Otto, le Lescano, tutti frequentavano la nostra casa e avevano un ottimo rapporto con il loro maestro. Erano persone talentuose ma la guida di papà li ha portati al successo. Erano, come mio padre, dei veri divi della radio, conosciuti in tutta Italia (una cosa curiosa: non potevano farsi fotografare fuori dall'Eiar, solo all'interno!) ma allora, anche sui dischi, c'era scritto: Orchestra Cetra diretta dal M° Pippo Barzizza e, sotto, canta il Trio Lescano o Ernesto Bonino. Era così allora: il direttore d'orchestra era il più importante. Io da bambina ogni tanto andavo a qualche trasmissione: dovevo stare immobile - era tutto rigorosamente dal vivo -, zitta, morire piuttosto che tossire... ma con un grande orgoglio di vedere mio papà, così competente, così rispettato con quella bacchetta in mano dirigere la sua grande orchestra, che a pensarci ancora mi commuovo!

Com'era il rapporto con Cinico Angelini?
Fu sempre molto cordiale, a dispetto di una presunta rivalità che i giornalisti di allora crearono, sullo stesso tema della rivalità fra Coppi e Bartali. Questa è una cosa che può far capire la grande popolarità che avevano sia papà che Angelini.

Ricorda se suo padre ha fatto anche programmi televisivi e soprattutto come visse gli anni della maturità? 
No. Papà ebbe un bruttissimo infarto nel 1960 e allora i medici prescrivevano un riposo quasi totale. Si ritirò a Sanremo, nella sua bella casa e con la sua amatissima moglie. Fece ancora il commento musicale per qualche film, ma - si sa - se non stai sulla breccia... Comunque continuò fino all'ultimo giorno a stare al suo adorato pianoforte, insegnando musica a tanti giovani, con lo studio pieno degli apparecchi più all'avanguardia nell'ambito della registrazione, strumenti elettronici e via dicendo. Era un uomo felice, non ha mai rimpianto neanche per un momento il grande successo che ebbe: non era avido di soldi e ha potuto fare per rutta la vita ciò che più amava: la musica. Anche nei suoi ultimi giorni (se ne è andato a 92 anni), a letto, ormai semicosciente, muoveva le braccia dirigendo un’orchestra immaginaria, ma che lui certamente sentiva.

“alias - il manifesto”, 12 febbraio 2011

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