Politica,storia,letteratura e varia umanità. Pezzi vecchi e nuovi d'ogni provenienza. Ogni lunedì una poesia. Borghesi e reazionari, pretonzoli e codini, reggicode e reggisacchi, ruffiani e pecoroni, tremate!
27.1.14
Io vivo come il cuculo. Una poesia di Anna Achmatova (1889 - 1966)
La poesia del lunedì. Elio Pagliarani (Viserba di Rimini 1927 - Roma 2012)
c'è un ragno, ho schifo mi fa schifo alla gola
io non ci vado più.
Nell'ufficio
B non c'era nessuno
mi guardava con gli occhi acquosi
se tu vedessi
come gli fa la vena
ha una vena
che si muove sul collo
Signorina signorina mi dice
mamma io non ci posso più stare
è venuto vicino che sentivo
sudare, ha una mano
coperta di peli di sopra
io non ci vado più.
Schifo, ho schifo come se avessi
preso la scossa
ma sono svelta a
scappare
io non ci vado più
da La ragazza Carla
in La ragazza Carla e nuove poesie, Mandadori, 1978
Che cosa è stato “Ragionamenti” (di Franco Fortini)
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| Franco Fortini |
Tra le riviste che preparano il
Sessantotto viene talora citata “Ragionamenti”, ma di passaggio, come episodio
di una inquietudine tra gli intellettuali di sinistra, più spesso socialisti
che non comunisti, scontenti del quadro “frontista” o addirittura “stalinista”,
animati da istanze che vanno da un riformismo tecnocratico a un marxismo
rivoluzionario e critico. Credo sia utilissima la ricostruzione dall’interno di quell’esperienza da parte di Franco Fortini, in quegli anni partecipe di quasi
tutti i tentativi di svecchiamento della sinistra politica e intellettuale, in
Italia e non solo. (S.L.L.)
Nel 1951, a Milano, in casa di
Roberto Guiducci, conobbi alcuni giovani studenti o da poco laureati. Avevano
partecipato alla Resistenza o erano stati in quel clima; militavano fra i
comunisti o i socialisti o, anche senza
alcuna tessera di partito, volevano lavorare ad un pensiero e ad una pratica
rivoluzionaria.
Poligrafavano dall’anno 1949 un
loro bollettino, destinato a qualche decina di conoscenti. Accoglieva scritti
di filosofia e politica, interpretazioni di eventi e di libri. Si chiamava
“Discussioni”. Pur nella immaturità degli scritti, c’era una serietà autentica.
In quegli anni – i peggiori della guerra fredda – quel foglio era prova che dei
giovani riscoprivano un pensiero marxista diverso da quello allora ufficiale.
Partecipai a quelle riunioni,
dove avevo molto più da imparare che da insegnare. Seguii le vicende del
gruppo, il suo mutare e dividersi. “Discussioni” durò fino al maggio del 1953.
Intanto, in una ricca corrispondenza e in molti documenti, si erano esaminati e
analizzati i possibili esiti della situazione, ci eravamo separati da alcuni
amici o conoscenti di formazione anarchica (Insolera, Doglio) come da altri più
immediatamente impegnati in attività politiche o sindacali (Parigi,
Tagliazucchi, Tortoreto). Studi e conversazioni continuavano soprattutto fra
Luciano Amodio, Roberto e Armanda Guiducci, Sergio Caprioglio, Renato Solmi e
me. Quelle amicizie mi furono, in un periodo che era difficile e penoso, molto
care.
Ci erano chiare le necessità ed
inevitabilità di una crisi dello stalinismo; ma non volevamo far nulla che ci
potesse porre sotto l’accusa di frazionismo o potesse favorire l’avversario di
classe. Fu questa autodisciplina a fermarci, ogni volta che si fu sul punto di
passare ad una vera e propria rivista. E intanto venne a morte l’illusione
iniziale di ricuperare all’impegno ideologico e politico alcuni intellettuali
che dal 1948 se ne erano allontanati o di farci aiutare e patrocinare da noti
studiosi e scrittori ormai abbastanza comodamente divisi fra prospettive di
successo universitario o letterario e milizia di partito o di fiancheggiamento.
Intanto ciascuno di noi continuava i propri studi, collaborava a riviste e
giornali, ma aveva coscienza che quel che aveva da dire non vi avrebbe potuto
trovar luogo o sarebbe stato deformato dalle contiguità.
Ma quando nel marzo del 1955, in
una riunione a casa mia, si decise di stampare una piccola rivista di 300-500
copie, il “disgelo” era già in parte avvenuto, tutte le forme di industria
culturale già potenti da noi, inseriti o decisi ad approfittare della imminente
belle époque la maggior parte degli
intellettuali. Per eccessiva delicatezza, per perfezionismo o intima
malsicurezza o paura di fronte al ricatto stalinista, sappiamo ora di aver
ritardato una iniziativa che, presa qualche anno prima, ci avrebbe condotti in
altre condizioni al 1956.
Il programma di “Ragionamenti” fu
di critica e informazione critica sui maggiori temi del pensiero marxista
contemporaneo, in una prospettiva antistalinista ma non riformista, e per una
unione nel “blocco storico” delle sinistre. Ci si voleva rivolgere
esclusivamente agli intellettuali e ai quadri dei movimenti di sinistra, senza
nessun intento attivistico ma nemmeno specialistico-scientifico. La parola
d’ordine era quella di pubblicare, sotto pretesto di recensioni o bibliografie,
scritti che della comunicazione “privata” avessero la necessità e
l’indipendenza assoluta, disinteressandoci quindi (e fin troppo) d’ogni loro
portata “comunicativa”. In un certo senso, “Ragionamenti” avrebbe voluto essere
soltanto una introduzione ad una possibile rivista. Sapevamo che, come il
ghiaccio nell’acqua, essa avrebbe reso visibile solo una piccola parte
dell’attività di ciascuno di noi.
“Ragionamenti” non ebbe editori
né finanziamenti. Ci si quotò fra pochi amici, non più di sei o sette. Gli
abbonamenti non superarono mai, credo, i centocinquanta; la maggior parte delle
copie era inviata gratuitamente. Solo nel secondo anno si ebbero da Feltrinelli
e Einaudi poche decine di migliaia di lire per pubblicità; e, credo, due numeri
furono distribuiti da Feltrinelli. Non ci vennero né incoraggiamenti né aiuti;
fuor che da Galvano della Volpe. Ostili i comunisti, quasi indifferenti i
socialisti, salvo qualche segnalazione sull’“Avanti!”, anch’essa, spesso,
contrastata. In pratica, ogni tentativo di allargare la cerchia dei
collaboratori incontrò diffidenza, evasività e opposizione; per motivi diversi,
persone che avrebbero dovuto, per una certa comunanza di intenti, collaborare
con noi, vi si rifiutarono sempre.
I dodici numeri della rivista,
con le sue trecento fitte pagine (dal settembre-ottobre 1955 all’ottobre 1957)
furono perciò, per alcuni dei redattori almeno, una dura fatica. Si considerino
quelle date: la rivista compare nel periodo della grande crisi del comunismo
internazionale. E lo si sente. Nel maggio 1956, per conto della redazione,
presi contatto a Parigi con un gruppo di intellettuali francesi, che si
proponevano una attività analoga alla nostra. Si decise che essi avrebbero
pubblicato a Parigi “Arguments”, con uno scambio di articoli fra la loro
rivista e la nostra. Erano Colette Audry, Roland Barthes, Jean Duvignaud e
Edgar Morin. Barthes e Morin parteciparono anche ad un convegno di preparazione
della seconda annata di “Ragionamenti”, tenuto per due giorni a Milano
nell’ottobre di quell’anno, con la partecipazione di una quarantina di persone.
“Arguments”, seppur trasformato nella sua redazione, si pubblica tuttora con
successo. Nel 1957 avemmo anche contatti con gruppi inglesi e polacchi, in
particolare con quello della rivista “New Reasoner”, confluita poi nella “Left
Review”, e con “Nowa Kultura” di Varsavia.
Ma due furono i momenti
culminanti della vita di “Ragionamenti”. Il primo fu nel marzo del 1956, quando
“Il contemporaneo”, in seguito al XX Congresso, aprì una inchiesta (ed una
polemica durata alcuni mesi) sulla cultura di sinistra. Essa fu, in sostanza,
una discussione con le tesi di “Ragionamenti”, le quali chiedevano a un tempo
l’autonomia degli uomini di cultura dalle direzioni culturali dei partiti e la
loro auto-organizzazione all’interno del “blocco storico” delle sinistre;
nonché il controllo, ad opera dei produttori di “cultura”, degli strumenti di
espressione “culturale” (tesi che, allora avversate dai dirigenti culturali
comunisti, sono oggi accettate persino dall’organismo sorto lo scorso anno a
Roma in seguito ad un convegno di riviste). Queste tesi sono contenute e svolte
in un supplemento al n. 5/6 della rivista, col titolo Proposte per una organizzazione della cultura marxista italiana, e
contengono affermazioni e proposte ancor oggi valide o almeno degne di
discussione. L’altro momento fu quello immediatamente successivo alla
insurrezione ungherese, quando, anche per evitare di essere inseriti fra le incomposte
dichiarazioni di quei giorni, si riuscì, non senza fatica, a far sottoscrivere a
ventitré fra comunisti, socialisti e marxisti senza partito un testo di Roberto
Guiducci che, riletto oggi e fatta la dovuta parte alla passione di quei
giorni, appare tuttora valido, almeno nell’istanza di datare da Budapest, dalla
sua “rottura”, un rinnovamento della sinistra, che infatti almeno in parte è
avvenuto.
Ma i contributi più rilevanti di
“Ragionamenti” sono stati, anzitutto, quelli di alcune bibliografie su Politica e cultura 1945-1955, sulle Relazioni umane, su Marxismo e problemi di estetica e in scritti che hanno trattato
argomenti, nomi e libri poi divenuti argomento corrente della vita culturale
italiana. L’opera di Lukács, anzitutto, studiata come prima non era avvenuto in
Italia (e di Lukács “Ragionamenti” ha pubblicato per la prima volta da noi
l’importante Che cos’è il marxismo
ortodosso dalla famosa opera “condannata” Storia e coscienza di classe); quella di Adorno, di Schaff, di
Goldmann; il tema dei popoli africani e del Tiers
Monde; delle ideologie dell’automazione; della critica stilistica e
semantica e della sociologia del linguaggio, ecc. Per prima “Ragionamenti” ha
fatto conoscere riviste come “Soviet Studies” o “Socialisme ou Barbarie”, ha
identificato in Lukács e in Brecht i più importanti frutti di pensiero e di
poesia del marxismo contemporaneo, ha contribuito a distruggere i miti del
crociogramscismo nazionalpopolare e dello pseudo realsocialismo; ha pubblicato
per prima in occidente quel Poema per adulti
di A. Wazik che espresse in Polonia una situazione destinata a risolversi
nell’ottobre polacco.
Col penultimo numero (il 9,
febbraio-aprile 1957) venivano associati alla redazione Franco Momigliano ed
Alessandro Pizzorno. Come indicano i nomi di questi studiosi, la pubblicazione
si avviava a trattare temi di sociologia ed economia piuttosto che filosofici e
storici. D’altronde i redattori erano quasi tutti persuasi che, mutata com’era
la situazione, la rivista dovesse diventare capace di pubblicare più ampi studi
e di acquistare maggiore autorità e diffusione.
Di qui i contatti, nel
maggio-luglio, con intellettuali e politici comunisti che avevano lasciato o
stavano per lasciare il PC, come A. Caracciolo e A. Giolitti. Quelli che allora
poterono sembrare a noi stessi contrasti personali fra redattori, che in parte,
certo lo furono e che non qui interessano, appaiono oggi invece rivelatori di
una più obiettiva linea di distinzione ideologica e politica. Infatti
alcuni dei nostri redattori
entrarono a far parte del gruppo che dette vita a “Passato e Presente”; e
“Ragionamenti” finì nell’ottobre del 1957.
“Ragionamenti”, al di là della
sua breve vita, resta l’unica pubblicazione che dall’interno dello schieramento
di sinistra sia stata espressione di un gruppo di intellettuali dissidenti
dalle direzioni dei partiti socialisti e comunisti ma tuttavia non assimilabili
a frazioni di quelli o ad altre formazioni politiche. Se si confrontano le sue
pagine con quelle che portano la medesima data, di pubblicazioni
socialiste e comuniste, si vedrà
quale anticipo venisse ai redattori di quella piccola rivista da una ben
precisa prospettiva ideologica e politica, che sul finire del ’57 sembrò a
molti definitivamente superata in nome del “ritorno agli studi”, della “serietà”
o magari del comfort; e che invece, purtroppo, è ancora reale ma lontana. Cioè
la elaborazione di una piattaforma teorica per un pensiero rivoluzionario di
formazione marxista, rinnovato ma non eclettico né riformista, sulla quale far
convenire gruppi di intellettuali decisi alla intransigenza ideologica e
all’impegno pratico per preparare le condizioni di una unione, nel nostro
paese, di quelle parti d’una medesima esigenza storica che insieme ad elementi
realmente eterogenei si ritrovano però in entrambi i due partiti italiani: il
comunista e il socialista; e soprattutto di quei giovani o di quegli uomini che
in nessuno dei due partiti si riconoscono interamente ma che al di là di
quelli, e in una ben precisa direzione – non altrimenti definibile se non con
l’aggettivo “rivoluzionaria” – si cercano.
Da Almanacco socialista, Milano, Edizioni Avanti!, 1961, ora in
“L’Ospite ingrato”, sito del Centro Studi Franco Fortini
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"Donne". Massime scherzose di Ramón Gómez de la Serna
Quando una donna chiede macedonia
per due, perfeziona il peccato originale.
Nelle borsette delle donne
c'entra tutto, ma non vogliono mai portarci nulla.
Quando la donna si liscia molto
le calze sembra che stia per prendere il volo.
La donna si pulisce con un
fazzolettino piccolissimo i grandi dolori e i grandi raffreddori.
Si ha paura, di notte, a guardare
le donne ferme agli angoli delle strade; temiamo d'incontrare non si sa quale
donna che avremmo potuto amare, quella che probabilmente cerchiamo, quella che
ha finto, forse, d'essere morta.
Era di quelle donne che non
smettono mai di chiudere rubinetti.
L'incanto della donna distesa
sulla sabbia è che sembra una statua mezzo dissotterrata.
Quando una donna si toglie una
calza sembra che voglia guardarsi una ferita.
Quando si toglie i guanti, la
donna sembra che stia per fare la confidenza più preziosa della sua vita, ma
non la fa.
La donna crudele si riconosce dal
modo di spegnere il mozzicone nel portacenere.
La donna senza calze fa più
paura, perché le sue gambe folli sono senza camicia di forza.
Il brutto delle vedove è che si
mettono a usare l'ombrello del defunto marito.
Laura continua a uscire da messa
bella e giovane tutte le domeniche. Chi è scomparso è il Petrarca.
Le romantiche si toccano un
ricciolo come se parlassero al telefono con se stesse.
La donna guarda l'elefante come
se volesse stirarlo.
Donne, libri, astri e animali, Biblioteca del Vascello, Roma, 1993
26.1.14
Democrazia politica e classi dominanti (di Giorgio Napolitano)
Noi siamo sempre stati persuasi
che da parte delle classi dominanti si può fare in qualsiasi momento la scelta
dell’attacco aperto alle istituzioni democratiche, si può abbandonare il
terreno della democrazia rappresentativa, della democrazia parlamentare.
Inoltre siamo sempre stati consapevoli del fatto che si possono avere anche
sviluppi in senso autoritario della politica delle classi dominanti senza che
ciò comporti la distruzione vera e propria delle istituzioni
democratico-rappresentative. Ancor oggi noi mettiamo criticamente in luce i
limiti dei poteri del Parlamento e delle altre assemblee elettive, il fatto che
sfuggono al loro controllo decisioni fondamentali per la vita del paese. La
nostra è sempre stata ed è una visione tutt'altro che banalmente apologetica
della democrazia politica nei paesi capitalistici. essa è invece molto attenta
a cogliere i limiti e le insidie di regimi sociali e politici come quello
italiano.
da Intervista sul Pci, a cura di E. J. Hobsbwm, Laterza, 1976
I principi sociali del cristianesimo (Karl Marx)
I principi sociali del
cristianesimo hanno avuto già 1800 anni di tempo per svilupparsi e non
richiedono alcun ulteriore sviluppo dai consiglieri concistoriali prussiani. I
principi sociali del cristianesimo hanno giustificata l'antica schiavitù,
esaltata la servitù del Medioevo, ed acconsentono pure, in caso di
bisogno, a propugnare la oppressione del proletariato, se anche con una
cera un po' piagnucolosa. I principi sociali del cristianesimo predicano la
necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per
quest'ultima hanno solo il pio desiderio che la prima possa essere
caritatevole. I principi sociali del cristianesimo pongono in cielo la
compensazione di tutte le infamie, predicata dai consiglieri
concistoriali, e giustificano perciò la continuazione di queste
infamie sulla terra.
I principi sociali del cristianesimo spiegano tutte le iniquità degli oppressori verso gli oppressi come la giusta punizione del peccato originale e di altri peccati, o come prove che, il Signore, secondo la sua sapienza, impone ai redenti. I principi sociali del cristianesimo predicano la viltà, il disprezzo di se stesso, l'abiezione, l'asservimento, la sottomissione, in breve tutte le qualità della canaglia; e il proletariato che non vuol essere trattato come una canaglia, considera il suo coraggio, la coscienza di se stesso e il sentimento della sua indipendenza come più necessari del pane. I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti e il proletariato è rivoluzionario.
I principi sociali del cristianesimo spiegano tutte le iniquità degli oppressori verso gli oppressi come la giusta punizione del peccato originale e di altri peccati, o come prove che, il Signore, secondo la sua sapienza, impone ai redenti. I principi sociali del cristianesimo predicano la viltà, il disprezzo di se stesso, l'abiezione, l'asservimento, la sottomissione, in breve tutte le qualità della canaglia; e il proletariato che non vuol essere trattato come una canaglia, considera il suo coraggio, la coscienza di se stesso e il sentimento della sua indipendenza come più necessari del pane. I principi sociali del cristianesimo sono ipocriti e il proletariato è rivoluzionario.
da Il comunismo dell'Osservatore
renano, 1847, ora in Iring Fetscher, Il marxismo. Storia documentaria, Volume primo, Feltrinelli, 1969
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I pareri di lettura di Franco Fortini (Ennio Abate)
Con la doppia esperienza di
occasionale e non professionale datore e ricevente di pareri su testi di
poesia, leggo con curiosità un prezioso libretto dal titolo lunghissimo: "Meglio peccare fortiter". Poeti e
versificatori, ritardatari e aggiornatissimi nei pareri di lettura di Franco
Fortini. Edito in questo 2013 da Pacini (Ospedaletto di Pisa) -
un'ottantina di pagine, in copertina una paginetta con una decina di nomi di
poeti nella nitida grafia fortiniana e una sua foto da giovane (1948), chino e
come in agguato, su un'Olivetti Lettera 32 (se non sbaglio) - è stato preparato
da Marianna Marrucci e Valentina Tinacci. Le due studiose, già curatrici di Un giorno o l'altro, prima parte del suo
«diario in pubblico», hanno attinto all'Archivio Franco Fortini dell'Università
di Siena, che conserva ben 500 pareri di lettura da lui stesi per Mondadori, Il
Saggiatore, Einaudi e Feltrinelli su testi - editi e inediti - di scrittori -
noti o ignoti - attivi nel periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta alla
fine degli anni Ottanta; e hanno messo a disposizione dei lettori il materiale
di una loro prima ricognizione, limitata alle opere di poesia.
Il libro ha una Nota di inquadramento di Luca Lenzini
dello stesso Centro Studi Franco Fortini; e si articola in una Premessa delle curatrici, cinque
capitoletti che rendono conto del materiale e dei criteri di selezione,
un'appendice di schede fotocopiate dall'originale e, infine, una puntuale
bibliografia di riferimento per lettori volenterosi.
Questi scritti di Fortini sono
brevi, folgoranti a volte, sempre letterariamente accurati, mai riconducibili a
un denominatore comune; e comunque contigui allo stile del Fortini saggista ed
epigrammista. E sono la prova - ecco la "sorpresa" che dà un altro
colpetto all'abusato stereotipo dello scrittore ideologico e sempre "col
ditino alzato" - di una intensa capacità di ascolto e di «una particolare
attenzione per la persona che sta dietro ai versi».
Prima domanda: cosa cercava
Fortini nei testi letti da consulente editoriale? Marrucci e Tinacci indicano
tre elementi: l'autenticità del contenuto o della materia
"pre-poetica"; l'unità del tono o dell'organizzazione del testo; un
severo controllo della materia linguistica e ritmica.
Fortini apprezza persino il
diarismo, se si presenta come moto iniziale verso l'autentico e non si limita a
parlare dei "casi propri" o a scorciatoia per aggirare la fatica
della scrittura poetica. Ed è pronto, se c'è, a cogliere l'autenticità anche sotto
la «rozzezza». Sembra perciò dire: senza vissuti autentici e profondi e una
loro relazione col mondo, la poesia ce la sogniamo. Se il dato personale non
viene "bruciato" per diventare altra cosa (secondo Fortini, per
afferrare almeno un di più di «conoscenza dell'umano»), si spremono parole, ma
il succo che viene fuori è quello del narcisismo e basta.
Cerca poi la qualità delle
immagini e delle parole. Per Fortini, scrivono le curatrici, «la poesia ha a
che fare con la precisione, l'esattezza, anche la durezza dell'espressione». È
per questo che «fa continuamente cozzare, anche nel particolare campo dei
giudizi editoriali, la precisione con l'imprecisione, la nitidezza con la
nebbiosità».
Seconda domanda: cosa, invece,
non sopportava? La «sciatteria linguistica e ritmica», la simulazione di
«passioni e sentimenti inesistenti, o troppo superficiali e generici» dell'io,
la trascuratezza nel rapporto con il lettore, specie se ammantata di pose
oracolari; la «letterarietà» fumosa, scolastica, decorativa, consolatoria o
dedita ai buoni sentimenti. Sull' altro versante, quello del noi, però,
contrastava anche i tentativi di usare la poesia come «sponda retorica per un
gruppo politico», fosse pure radicalmente «anti-establishment» o
intenzionalmente "democratico". Poiché per lui, in poesia, le
posizioni ideologicamente più avanzate non erano, di per sé, più produttive
delle conservatrici o arretrate.
Il criterio unitario che guida
questi pareri, anche alla luce della sua poetica generale, potrebbe essere così
riassunto: se scrivere poesia è comunque "peccare", ci si assuma
tutta la responsabilità e si abbia il massimo del coraggio. Perciò niente
estetismi, versi carini o gradevoli o esangui, «effusività senza freni,
"verbiage irrefrenabile", la pletora, la chiacchiera fuori
controllo». In poesia «è meglio peccare fortiter». Questa la formula
"protestante" che, desunta da un parere del 1959, è stata ripresa
emblematicamente nel titolo del libretto. Il richiamo è all'onestà della
scrittura. Non bisogna ingannarsi o ingannare. C'è una realtà - quella
interiore di chi scrive, quella in cui tutti siamo inseriti - da rispettare.
Da qui l'attenzione di Fortini
verso gli ambienti d'appartenenza dei poeti esaminati, il valore storico dei
testi, i modelli poetici di riferimento del passato e del presente (il «vento
delle tendenze»). Non sopportava - questo soprattutto tra anni Cinquanta e
inizio dei Settanta - «lo scimmiottamento di modelli malamente orecchiati e
l'aggiornamento imparaticcio». Mentre, tra anni Settanta e Ottanta, furono i
versi ipercolti e persino sapienti, ma spesso puro involucro privo di «ragione
poetica», il bersaglio più colpito.
Tra i vari giudizi - spassosi,
lungimiranti, ironici e polemici, esenti sia da preoccupazioni ideologiche che
dalle «pastoie dell'accademichese» - ne cito uno soltanto. Dei versi della
Merini dice: «mi fan venire in mente quelle chiese moderne di Roma che si
vedono nei film di Fellini, enfasi novecentesca, scarti ungarettiani, materiali
scelti, comunque costosi, ma se poi vai a vedere, c'è una esecuzione
frettolosa, da inaugurazione o da fiera campionaria».
A volte - è il caso dei primi
pareri per la Mondadori - ci troviamo di fronte a vere e proprie recensioni.
Altre volte ci sono analisi dettagliate di qualche passaggio della raccolta
esaminata. Ambivalente sembra il suo atteggiamento verso la poesia scritta da
donne: da una parte l'incoraggia; dall'altra non ne tace quelli che per lui
sono limiti: la chiusura nel quotidiano, la "lagna esistenziale", la
patina letteraria posticcia. Non ha, invece, incertezze nell'individuare sia la
novità di poeti come Zanzotto e Pagliarani (nel 1962 accolti nella collana
sperimentale “Il Tornasole” della Mondadori) sia nel valorizzare un poeta già
consolidato come Carlo Betocchi; e paradossalmente proprio perché «petit
maître» del passato.
Vorrei concludere con una minima
riflessione sulle difficoltà di dare e ricevere un parere su una raccolta di
poesia. Nel primo caso è evidente che si tratti di un difficile esercizio di
potere, di autorità. Ma anche richiedere quel parere e, ricevutolo, dare la
giusta risposta è difficile esercizio di potere. Ci sono rischi su entrambi i
fronti: di respingere o accogliere, sì, in base ad una propria visione del
mondo e della funzione della poesia nel mondo, ma anche a più impalpabili e
sotterranei pregiudizi; di adagiarsi su un'approvazione autorevole o bloccarsi
per un rifiuto.
è alla luce di questo problema
spinoso che ogni incondizionata approvazione di questi pareri fortiniani mi
pare precipitosa. Sia per la semplice ragione che solo adesso questi pareri
cominciano ad essere esplorati; e ci troviamo di fronte ad un piccolo, sia pur
significativo, assaggio in assenza di una visione d'insieme. Sia perché non si
può dimenticare che, pur essendoci, è vero, buone ragioni per stare più dalla
parte del giudicante che dei giudicati, qualcuno dovrà pur assumersi la difesa
d'ufficio dei "diavoli", cioè degli autori liquidati o
"rimandati a settembre". Del resto, noi abbiamo soltanto i pareri di
Fortini e ignoriamo (per lo più) i testi da lui esaminati. A me parrebbe, tra
l'altro, interessante conoscere anche le eventuali repliche dei giudicati o i
pareri di altri giudici.
Una piccolissima obiezione finale
alle curatrici: i medesimi giudizi sull'uno o l'altro autore ritornano con
troppa frequenza nelle varie pagine. Il diverso contesto del discorso sembra a
me giustificare solo in parte la loro ricorrenza e disperdere l'attenzione del
lettore.
da “L’Ospite ingrato”, rivista on
line del centro studi Franco Fortini, 5 dicembre 2013
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25.1.14
L’automobile e il petrolio (Guglielmo Ragozzino)
1.
L’auto e il petrolio sono
cresciuti insieme. Il XX secolo infatti è stato, dall’inizio alla fine, segnato
dall’auto, o meglio dal trasporto di persone e merci su ruote gommate, azionate
a loro volta da un motore che ricavava, come ricava ancora, energia motrice dal
petrolio. La loro formidabile alleanza ha caratterizzato il secolo scorso
almeno quanto le due guerre mondiali che comunque sono servite ai due signori e
padroni dei trasporti per testare i carri armati e gli aerei bombardieri.
Poi, con l’avvento di personal
computer e internet, il fuoco del progresso si è spostato sull’immateriale.
Sembrava un matrimonio
indissolubile quello tra auto e petrolio, in cui, come talvolta avviene nei
matrimoni riusciti, una parte, la più forte, in questo caso il petrolio,
dettava legge. Aveva maggiori libertà di divagare, in altre famiglie di
attività, se così si può dire: il petrolio è stato infatti fortemente presente
vuoi nell’energia elettrica delle centrali termiche, vuoi nella chimica delle
plastiche, in agricoltura, in mille soluzioni nella vita di ogni giorno. “Tutto
dal petrolio”, era lo slogan dell’epoca d’oro.
2.
L’auto, al contrario, era una
controparte che non aveva in pratica varianti di scelta apprezzabili. La
possibilità di percorsi molteplici e tempi liberi, nella velocità, che ne
faceva uno strumento di lavoro e di servizio pubblico, di svago e di viaggio e
insomma di libertà e sicurezza senza precedenti, era strettamente legata, senza
alternative, al petrolio (e lo stesso valeva per motocicli, camion, navi e
aerei). Ogni possibile variante per muovere l’auto era stata eliminata sul
nascere, con
estrema durezza. “Né un uomo, né
un soldo”, se si può riprendere quel famoso slogan, doveva essere usato per
scoprire o inventare qualche alternativa al binomio motore termico-petrolio. Le
batterie erano troppo pesanti, troppo ingombranti, il gas troppo aleatorio…
niente andava bene, niente era studiato abbastanza a fondo, finanziato,
sperimentato a lungo. O forse era il petrolio a vegliare sulla continuità del
patto, a proteggersi dagli eventuali tradimenti della controparte, con atti di
sabotaggio e di disinformazione. Ma la storia è abbastanza complicata senza
cercare sempre complotti e senza perdere tempo nelle stanze segrete
3.
E per un secolo è andata avanti
così. Oggi i mezzi automobili su gomma esistenti sono forse un miliardo e
crescono a tassi cinesi. Così gira il mondo su se stesso, freneticamente.
Ma il patto si è sciolto.
4.
Non c’è stata una dichiarazione
ufficiale, un divorzio davanti al giudice, ma tutti sanno che il patto non c’è
più. Per anni, forse per decenni, si proseguirà apparentemente nel modo
abituale, ma l’auto d’ora in avanti cercherà sempre altre soluzioni che la
liberino dall’abbraccio troppo stretto e le consentano di sopravvivere quando
il petrolio sarà fuori gioco. Non sarà per quest’anno, ma tra agro-carburanti,
gas, idrogeno, batterie elettriche è certo che nel mondo dell’auto le
prospettive stanno cambiando e non ci si fermerà prima di avere raggiunto
l’obiettivo di lasciarsi il petrolio dietro le spalle.
5.
Quel petrolio che è diventato
raro e carissimo. Quel petrolio che è all’origine di gran parte
dell’inquinamento. Da contraente forte, libero di scegliere, il petrolio si è
ridotto nella situazione opposta. L’auto e più in generale i trasporti sono
ormai il solo campo nel quale, oggi, a tecniche invariate, il petrolio non è
sostituibile. Elettricità, chimica, agricoltura: in ogni altro campo sono
presenti, attualmente o in prospettiva ravvicinata, alternative praticabili. E
pertanto i petrolieri: multinazionali, paesi produttori, raffinatori, commercianti,
speculatori si preparano a un tempo in cui lavoreranno soltanto per i trasporti
e intanto elaborano entrate in settori laterali, promettenti e al riparo dalle
accuse che vedono addensarsi all’orizzonte: di essere cioè inquinatori assoluti
e nemici dell’umanità. Più in grande, ma è la stessa via percorsa dai
produttori di tabacco, costretti a cambiare nome e a entrare in settori
laterali come l’alimentazione e altri ancora.
6.
Comincia dunque, o è cominciata
da un po’, la guerra di liberazione dell’auto. E’ come se tutte le automobili,
tutte insieme, si fossero rese conto che la questione ambientale e quella della
crescente scarsità (e del relativo costo) dei carburanti sono esiziali per loro.
Per sopravvivere, esse devono affrontare, subito, il petrolio, divenuto un
problema, o un grumo di problemi, da quella risorsa indispensabile che era.
Si libera la possibilità di
vedere la rottura tra petrolieri e automobilisti. La soluzione cui molti
pensano è una di quelle che aveva accompagnato la storia dell’auto fin
dall’inizio: l’auto mossa da un motore elettrico. Va notato che da quasi cento
anni ogni auto ha a bordo una batteria che mette in moto un motore elettrico
che agisce sul motore principale, per esempio a scoppio, che a sua volta svolge
il lavoro di muovere le ruote. Si poteva fare di più? Non era possibile un’auto
soltanto elettrica?
7.
Tempo e spazio ostacolavano e ostacolano
l’auto elettrica: il tempo è quello di ricarica e lo spazio è quello occupato
dalle batterie che forniscono energia al motore elettrico che a sua volta muove
le ruote. Ma tempo e spazio sono inoltre la durata di una carica e la distanza
tra i punti di una possibile
rete di rifornimento; e sono
ancora il peso esorbitante delle batterie e lo spazio negato dalla loro
presenza al concorrente trasporto di persone e di cose sul veicolo elettrico.
Insomma: il progettare un veicolo tutto elettrico impone di fare i conti con
scelte diverse e spesso in contrasto insanabile tra loro: molte batterie per
allungare i percorsi (o ritardare la ricarica) oppure un mezzo più agile e
capace di carico, ma con un’autonomia molto più limitata? Così i veicoli a
trazione elettrica cui siamo abituati agiscono in un territorio estremamente
limitato, per esempio all’interno di una stazione ferroviaria o nei lunghi capannoni
di uno stabilimento; e si tratta di veicoli che agiscono sempre nei pressi di
una presa elettrica alla quale possono rifornirsi.
Ne è risultata la limitazione più
forte alla variante auto elettrica: l’impossibilità di scopo multiplo, la
rigidità assoluta nelle prestazioni, ciò che contravveniva alla convenienza
principale delle auto che hanno accompagnato la nostra vita, la storia del
secolo.
8.
Un tentativo di riassumere l’auto
elettrica ha sempre accompagnato il percorso della coppia fissa. L’auto doveva
sia rassicurare l’alleato sia tenerlo sul chi vive in modo che garantisse, nei
limiti del possibile, quantità adeguate per il rifornimento e quindi raffinerie,
reti di vendita, prezzi contenuti e inoltre qualità del prodotto almeno pari
alle richieste dei poteri pubblici. Vi era dunque un continuo confronto e una
divisione dei ruoli e dell’impegno in tema di lobby auto-petrolifera.
L’elettricità come mezzo
propulsivo era però continuamente riproposta, forse per tenere a freno prezzi e
altri eccessi. Qualcuno afferma che lo scopo principale di tale sperimentazione
era soltanto nel consentire al partito dell’auto tradizionale di poter dire: è impossibile;
“il calabrone non volerà mai”; e mettersi il cuore in pace.
9.
Il tentativo principale ebbe
luogo una decina di anni fa, nel cuore degli anni ’90. Le case americane fecero
tentativi, senza troppa convinzione, ma guardando finalmente a quello che
stavano architettando nelle case rivali, per evitare che si stabilissero differenze
eccessive. C’è anche chi accusa la General Motors (Gm) di avere scientemente “ucciso”
l’auto elettrica. A parlare di complotto nel caso di un’auto più che
sperimentale della General Motors, la Ev1 c’è una serie di pubblicazioni.
Scritti simili sono assai frequenti dai tempi del primo libro di Ralph Nader, dedicato
all’auto Unsafe at any speed, del
1965, “Insicura a ogni velocità”. Nel caso in esame c’è soprattutto un
documentario di Chris Paine Who killed
the electric car. Al di là dell’appassionante ricostruzione vi è la convinzione
diffusa che la Gm abbia preferito puntare il suo futuro sulla Hummer capofila dei
Suv, piuttosto che sulla EV1.
10.
Dagli anni ’90 uscì però una
doppia linea di sperimentazione: l’auto ibrida da un lato e l’auto a idrogeno
dall’altro. A sua volta l’idrogeno avrebbe dovuto sostituire il petrolio in un
motore a scoppio, oppure, rimandando i tempi, funzionare con celle a
combustibile. Da quegli esperimenti emerse in pratica un solo modello
importante e diffuso, la Toyota Prius. Vera e propria capostipite delle auto
ibride nelle quali il ruolo della batteria non è soltanto di consentire la
partenza, ma le è affidato un compito più complesso e intelligente. Si potrebbe
dire che la novità sia quella che il motore a scoppio (o il diesel), pur
svolgendo la maggior parte del lavoro in termini di potenza, lascia il lavoro
intelligente al piccolo motore elettrico che opera nella parte più
intellettuale del complesso.
11.
“Allora si può”, devono essersi
detti nelle case automobilistiche, alla Toyota e alle case rivali. Si può
sperimentare e provare, senza rischiare troppo, in soldi e in persone, anzi
costruendo carriere importanti nell’industria automobilistica, un mondo che
spesso non vede di buon occhio gli innovatori spinti, soprattutto quelli senza
successo. E la corsa alla rinuncia del petrolio è stata vista come un possibile
futuro per l’auto, oltre le difficoltà e le proibizioni ambientali, le
ristrettezze dei governi, le preoccupazioni economiche degli automobilisti
sempre più spaventati per i corsi dei benzina e gasolio. Una prospettiva
diversa, sia pure lontana, avrebbe tenuto gli automobilisti legati e avrebbe anzi
consentito di riformare con nuove idee e nuovi miti il grandioso partito
internazionale dell’auto. Con un rovesciamento completo di un secolo di
collegamenti, abbasso il petrolio, allora, che potrebbe far precipitare, noi
dell’auto, in un abisso senza fondo. E tutti, o quasi tutti, si sono messi a
ricercare soluzioni per il tempo medio e strategie che rendano il passaggio non
troppo traumatico.
12.
C’è dunque una prima scelta sulla
quale impegnarsi: auto elettrica tipo fuel cell o tipo plug-in, cioè con celle
combustibili o con ricarica per mezzo di una presa di corrente? Non si deve
pensare che le soluzioni esistano già, ma che il percorso sarà l’uno, o l’altro.
In questo momento è il plug-in, cioè la tanto bistrattata batteria che offre i
migliori orizzonti. In primo luogo c’è l’enorme successo delle batterie montate
su computer e telefoni mobili. L’evoluzione e la miniaturizzazione sono state
formidabili. E l’industria dell’auto, ingorda, ne vuole approfittare. Le nuove
batterie agli ioni di litio offrono spazi per ulteriori sviluppi, che ora sono
prevedibili, ma che erano impensabili solo pochi anni fa. Si pongono già problemi
tecnici che indirizzano le diverse realizzazioni. Tanto per recuperare il
terreno perduto, la Gm, divenuta ragionevole, riflette sul fatto che il 70% dei
percorsi giornalieri in auto, tra andata e ritorno, è inferiore alle 40 miglia.
Ecco il limite dell’auto elettrica, che deve essere sostenuta da un piccolo
motore termico di sostegno. Dall’altra parte dello schieramento c’è la fabbrica
futuribile Tesla che sta progettando, sotto la guida del progettista Elon Musk
e insieme alla Lotus, un’auto sportiva con un’autonomia di 250 miglia e una
velocità di 130 (1 miglio vale 1.600 metri). Ma si vuole arrivare all’auto
elettrica capace di sfidare Ferrari e Porsche quanto a velocità e scomodità.
13.
Su un altro piano ancora c’è lo
straordinario Shai Agassi. Egli non bada tanto al prototipo (roba da ingegneri)
ma mette d’accordo molti aspetti: quattrini per il modello, conoscenze scientifiche
e industriali, appoggio di un governo, quello di Israele, possibilità di una
rete a maglie strette per altrettante prese elettriche. E lungo le sue strade si
potrà cambiare la batteria esausta con un’altra alle stazioni di posta. Quanto
tempo è passato. Un tempo lo si faceva con i cavalli.
da Autocritica, supplemento a “il manifesto”, marzo 2008
24.1.14
Talpe a Caracas. Un libro di Geraldina Colotti (Valerio Cuccaroni)
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| Femministe a Caracas |
Con la morte di Chávez, il 5
marzo scorso, il reportage di Geraldina Colotti Talpe a Caracas, pubblicato ad agosto 2012 da Jaca Book e dedicato
proprio al Venezuela chavista, avrebbe dovuto perdere di attualità. La lettura
dei tredici capitoli che compongono il libro è, invece, la prova provata del
contrario, perché, innanzitutto, il protagonista dell’opera non è Chávez, che,
anzi, di persona, dopo le primissime pagine a lui consacrate, appare poco e di
sfuggita, sebbene il suo apporto alla storia recente del Venezuela sia
ricostruito minuziosamente e il suo spirito aleggi come quello di un nume
tutelare, ovunque.
Il vero protagonista di Talpe a Caracas è il popolo venezuelano,
o meglio gli attivisti coinvolti in quel proceso bolivariano, con cui, per
impulso dello stesso Chávez ma sull’onda lunga della guerriglia degli anni
Sessanta e Settanta e del Caracazo (la ribellione popolare del 1989 che mise in
crisi il sistema democratico puntofijista, al potere da trent’anni), si è
inteso riprendere e portare a termine quanto iniziato ai primi dell’Ottocento
dal libertador Símon Bolívar, contribuendo in maniera decisiva all’indipendenza
di Bolivia, Colombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela. Il vero protagonista
di Talpe a Caracas, insomma, è il movimento dal basso che prima ha ispirato,
poi sostenuto e ora alimenta la svolta socialista del Venezuela.
Eroine ed eroi del Venezuela
bolivariano
Le prime eroine, che incontriamo
in questo reportage autenticamente epico sono le femministe del collettivo Ana
Soto, che nel 2011 hanno organizzato la Conferencia Mundial de Mujeres de Base
Revolucionaria, offrendo la prima occasione a Colotti per visitare il paese,
con un viaggio finanziato da «molte strutture, associazioni, centri sociali,
raccogliendo soldi per i biglietti e organizzando iniziative: dal circolo ARCI
di Imperia al Guernica, al 32 di Roma, alla Casa Internazionale delle Donne»
(p. 57). Poi ci sono i combattenti, come Bernardo Borges, guerrigliero negli
anni ’60-’70, quindi console del Venezuela a Napoli; i militanti del Partito
Socialista Unito del Venezuela (PSUV), come Josephina, che, reggendo con una
mano il passeggino e con l’altra la bandiera rossa del partito, dichiara che
Chávez «ha ridato dignità e coscienza» (p. 16) ai poveri e ai senza-potere,
ovvero all’80% dei popolo bolivariano. Appaiono, inoltre, molti attivisti
dell’Associazione nazionale delle reti e delle organizzazioni sociali (Anros),
che agiscono nella società per la formazione politica e culturale dei movimenti
di base venezuelani, nella convinzione che alla “competenza” della politica
professionale si contrapponga «l’esperienza empirica che deriva dal conflitto
sociale e che dà forza alle proprie opinioni», nota Colotti, con accenti
postnovecenteschi, i quali, «riflettono il diverso rapporto con le
rappresentanze politiche, la sfiducia nello schema e nelle sfere separate», in
direzione di quella «democrazia partecipativa e protagonica» che dovrebbe
superare i limiti di quella rappresentativa e su cui si basa la Costituzione
bolivariana» (pp. 136-137).
La Storia della rivoluzione
bolivariana e le storie dei senza-volto
Il libro, in effetti, è pieno
della grande Storia della rivoluzione bolivariana di Chávez, ma anche di piccole
storie dei «senza voce», o meglio dei «senza-volto», come el pescador, un «piccoletto», fondatore della cooperativa di
pescatori e pescivendoli “Maremar per…”, che, durante la visita di Chávez a
Roma del 2005, gli si era accostato mostrandogli il passamontagna dei
disobbedienti zapatisti (p. 13). Nel Venezuela bolivariano questo popolo ha
trovato, non solo una voce, ma anche uno spazio, come, per esempio, nella «Casa
Bicentenaria»: uno stanzone grigio, allietato dai murales e dai poster che
raffigurano grandi padri e grandi madri del socialismo; «una casa occupata, uno
spazio pubblico per tutta la comunità del Petare (barrio di Caracas, ndr)»,
spiega all’autrice Jasmi Jiménez, coordinatrice della Casa.
«A partire dal 1999 – ci ricorda
Colotti – il governo bolivariano ha promesso di risarcire il “debito sociale”
accumulato dallo stato nei confronti degli esclusi dalla ricchezza. In tredici
anni, non solo si è sconfitto l’analfabetismo, ma si sono aperte le porte
all’istruzione superiore gratuita e a quella universitaria. I programmi sociali
– le misiones – sono state le leve
per far crescere la “coscienza delle masse”, come avremmo detto una volta. Una
strategia di self-empowernment
rivolta agli ultimi della catena, oggi soggetti a pieno titolo di questa
società in cammino» (p. 137).
La questione di genere
Colotti sottolinea spesso che la
maggioranza delle persone che si sono impegnate e continuano a impegnarsi in
questa svolta socialista del Venezuela è costituita da donne, anzi, a dar retta
a Jiménez, il Venezuela bolivariano è «donna: una donna che lotta, che ama il
suo compagno e si occupa dei panni, ma si occupa anche del paese» (p. 17). Non
a caso, la questione di genere è uno degli assi portanti su cui ruota Talpe a
Caracas: emblematico, da questo punto di vista, è l’incontro con Viki
Ferrara-Bardile, vicepresidentessa della Comisión de Estilo de la Asamblea
Nacional Constituyente, che ricorda come il lavoro della sua commissione
consista nel declinare gli articoli della magna charta anche al femminile,
fatica non da poco e che ha richiesto fervida inventiva, «perché spesso –
sottolinea Viki – l’accezione di genere costituisce una diminuzione, come nel
caso di poetessa, avvocatessa… La parola uomo, sia quello delle caverne che
quello di oggi, quando viene usata come sinonimo di genere umano, ci rende invisibili.
Il linguaggio, come sappiamo, è uno strumento di potere. Non a caso, se è
corrente dire la segretaria, non lo è altrettanto dire segretaria esecutiva»
(p. 58).
Inizialmente Viki, come molti
altri venezuelani, non erano entusiasti di Chávez, perché era un militare,
poi, però, la realtà si è rivelata «per quella che è: le donne sono le
principali beneficiarie delle politiche messe in campo da questo governo. In
primo luogo nel lavoro» (p. 59).
Gli apostoli della rivoluzione e
il cristianesimo sociale
Molto resta da fare, tuttavia,
visto che in Venezuela la società è ancora fortemente maschilista e manca una
legge sull’aborto. La figura della donna, in questo stato profondamente
cattolico, è ricalcata su quella, remissiva, di Maria. Il cambiamento, anche in
questo caso, dovrà venire dal basso, per opera delle donne stesse che dovranno
liberarsi della doppia morale di cui sono schiave (si condanna l’aborto a
parola ma poi lo si pratica di nascosto) e dall’interno della religione
cristiana, con il recupero della carica rivoluzionaria di Cristo. Perché il
socialismo a cui si richiama il Venezuela è quello di Marx e Rosa Luxemburg,
che richiama il messaggio del Cristo «originario», appunto, il «primo martire
antimperialista» (p. 13). Un cristianesimo sociale che dice: «Non si viene alla
luce quando si nasce, ma quando quella luce la si diffonde agli altri»
(ibidem).
Così, capita a Colotti di
fermarsi davanti alla comune autogestita Panal 2021 di Caracas per ammirare un
«gigantesco murale che rappresenta a suo modo l’Ultima Cena: intorno a Gesù ci
sono gli “apostoli della rivoluzione”. Un pantheon che va da Marx a Marulanda
(il defunto dirigente guerrigliero delle Forze Armate Rivoluzionarie
Colombiane), passando per Bolívar, fino ad arrivare a Chávez» (p. 52). In
effetti, la vera inconciliabilità non è tra cristianesimo e rivoluzione, ma,
come emerge in un colloquio con suor Chiara nel monastero di clausura Nostra
Signora di Coromoto, tra «Chiesa dei poveri» e «Chiesa istituzionale», perché,
fa notare l’autrice alla suora, «il messaggio originario di Cristo, proprio nel
concreto del bisogno sociale, sceglie da che parte stare, raggiungendo quello
del comunismo», sebbene, secondo la religiosa, sia Comunismo che Chiesa «hanno
bisogno di essere purificati, mettendosi continuamente alla prova della realtà»
(pp. 95-96).
Pur di mantenere buoni rapporti
con la Chiesa cattolica locale, Chávez, come ricorda Colotti, ha immolato
«sull’altare del dialogo l’autodeterminazione femminile», escludendo dalla
Costituzione aborto ed eutanasia: ciononostante la Chiesa ha respinto il
progetto costituzionale, approvato nel 1999, attirandosi le ire del Presidente.
Eppure, ci sono vescovi, come monsignor Nelson Torrealba, consigliere
ecclesiastico per il Venezuela presso la Santa Sede nel 2007 e ora tornato
nell’arcidiocesi di Barquisimeto, che «rimangono a fianco dei poveri,
nonostante le minacce della Curia» (p. 97); e ci sono sacerdoti, come padre
Vidal Enrique Atencio dell’arcidiocesi di Maracaibo, che sostengono apertamente
il governo di Chávez, finendo per essere trasferiti in zone residenziali,
abitate dalla classe media, ostile a Chávez.
Infine, c’è un’altra Chiesa,
quella evangelica, che è molto meno titubante nel sostenere il proceso
bolivariano e forse anche per questo è sempre più diffusa in Venezuela.
Formare per trasformare, ovvero:
rovesciare il problema della sicurezza
Un altro elemento critico, nel
paese di Chávez, è rappresentato dalla violenza e dalla corruzione: «Come mai –
si chiede Colotti –, nonostante una evidente politica di giustizia sociale che
ha drasticamente ridotto il livello di povertà estrema, il tasso di omicidi
rimane ancora così elevato? Perché, in un governo che mette in avanti i
valori del socialismo, il tasso di corruzione rimane così alto?» (p. 81). I
segnali di controtendenza, certo, non mancano e l’autrice ce li ricorda: con
l’incremento delle grandi misiones
sociali, rivolte agli strati più umili della società, tra il 2006 e il 2011
sono diminuiti anche i reati contro la proprietà, essendo aumentati i posti di
lavoro e migliorata la qualità della vita. Tuttavia, sottolinea Colotti,
«benché i salari siano stati aumentati per decreto e i prezzi degli alimenti
principali siano stati abbassati per decisione governativa, l’inflazione (che
pure ha subito una evidente riduzione) rimane comunque alta. E, in un paese
abituato a trarre la propria ricchezza dalla rendita, l’invito al consumismo è
altissimo (soprattutto per gli adolescenti), mentre l’idea che si debba
contribuire alla qualità dei servizi con un ritorno retributivo resta molto
distante prima di tutto dai settori sociali che potrebbero farlo» (ibidem).
Inoltre, come ha spiegato bene un reportage di Maurice Lemoine su «Le Monde
Diplomatique» (Caracas brucia?,
settembre 2010), interessi oscuri alimentano il flusso di droga e violenza per
disinnescare un cambiamento che nuoce agli interessi dei poteri forti.
Qualcosa si è mosso, tuttavia.
Visto che la corruzione è alta soprattutto fra i poliziotti, tra il 2006 e il
2008 il governo ha cercato di operare un rovesciamento del problema, disegnando
un nuovo modello di sicurezza: in seguito a un processo di consultazione
popolare, da cui è emerso il quadro di una polizia violenta, corrotta,
razzista, classista e inefficiente, con la conseguente necessità di lavorare
sul rispetto dei diritti e sulla formazione della polizia era ricorrente, si è
fatta largo, sulla scorta della pedagogia degli oppressi del brasiliano Paulo
Freire, la strategia del «formare per trasformare» (p. 74), si è creata la
Universidad Nacional Experimental de la Seguridad (UNES), un’università
sperimentale per la polizia, e si sono riconvertite società illegali parallele,
cresciute nelle carceri abbandonate a se stesse, come, per esempio, la rete di
famigliari e detenuti, cresciuta spontaneamente nel carcere Retén de Catia
trent’anni fa e trasformata nel 2008 nella fondazione Tren del Sur, che i
detenuti hanno legalmente registrato con l’aiuto dei loro avvocati (p. 87).
Parlando di carceri, la storia
personale di Colotti si intreccia con l’esperienza vissuta in Venezuela,
perché, come noto, l’autrice ha passato oltre vent’anni dietro le sbarre, a
causa della sua militanza nelle Brigate Rosse e la prima visita compiuta in un
carcere venezuelano, quello di La Planta, ha coinciso anche con il primo
ingresso, in assoluto, da visitatrice in
un penitenziario, dopo la lunga detenzione: «Mi sembra così strano potervi
accedere con questa facilità, andando a trovare il detenuto “Tal dei Tali”»,
annota l’ex brigatista (p. 83). E la realtà che si trova davanti è quella di
una « città dei bassifondi, cresciuta nell’abbandono per anni», che è in
contraddizione evidente con quanto affermato da Chávez: «Storicamente il
sistema penale e penitenziario nacque con una vocazione meramente punitiva.
Questa è una visione capitalista. Ora si tratta di sostituire questo sistema
punitivo con uno umanista» (p. 85). Il cammino da compiere, anche in questo
caso, è ancora lungo.
Conclusioni
Da Talpe a Caracas, nonostante
l’autrice cerchi, da buona cronista, di far parlare i fatti e i protagonisti,
senza trionfalismi, spira un soffio di speranza nel proceso bolivariano,
alimentato dalla constatazione che nel paese vi è una « straordinaria
partecipazione popolare alla vita politica», che «si percepisce nelle strade e
ha il suo perno nella cultura, nel grande sforzo di alfabetizzazione generale
condotto dal governo. Agili e colorati, i libretti della Biblioteca Basica
Tematica, ognuno affidato alla penna di un esperto, affrontano il tema del
lavoro, della terra, del conflitto di genere, dello stato…» (p. 114). E
l’essenza del Venezuela bolivariano, secondo Colotti, sta proprio qui,
«nell’aver rimesso in moto una straordinaria partecipazione popolare» (p. 10).
Dopo i viaggi del febbraio-marzo
2011 e del gennaio-febbraio 2012, in cui l’autrice ha raccolto i materiali
confluiti in Talpe a Caracas, opera che, peraltro, vale la pena segnalare, ha
riscosso successo anche in Venezuela, grazie alla traduzione in spagnolo della
casa editrice Vadell Hermanos, Colotti è tornata nel paese latinoamericano tra
ottobre e dicembre 2012, per seguire la malattia di Chávez e le elezioni, poi i
funerali del presidente, a marzo di quest’anno: da questi e ulteriori viaggi,
oltre che dalle cronache scritte per «Il manifesto», nascerà un nuovo libro,
dal titolo provvisorio Dopo Chávez, tra la gente, con cui potremo riprendere a
scavare nella rivoluzione bolivariana.
da Carmilla on line, 4 0ttobre
2013
Patel: "Quando il numero degli obesi..." (Geraldina Colotti)
"Quando sulla terra il numero degli
obesi supera come ora quello degli affamati, che pure sono un miliardo di
persone, il centro del problema non è produrre di più, ma ridiscutere il
sistema che ha portato a questa situazione", ha detto a Milano l’economista indiano
Raj Patel intervenendo all’incontro Da
Cancún all’Expo: il valore delle cose tra clima, cibo e territori,
organizzato dall’associazione Ya Basta! Patel, studioso delle politiche
alimentari mondiali e relatore sul diritto al cibo per le Nazioni unite, nei
suoi libri mette a nudo dogmi del dio mercato svelandone iniquità e ferocia. Il valore delle cose (Feltrinelli), si snoda fra economia e storia, psicologia
sociale e antropologia e mostra la potenza del dono, degli affetti e della gratuità
come antidoto al tutto-merce che non dà nulla per nulla. Negli Stati uniti –
ricorda Patel – “la forbice tra ricchi e poveri è sempre più larga: tra il 1979
e il 2005, il reddito netto dell’1 per cento più ricco della popolazione è cresciuto
di quasi il 200 per cento, mentre quello del 20 per cento più povero è salito
di appena il 6 per cento. La ricchezza si concentra sempre più nelle mani di
pochi”. Quella di governare il mondo in base alla ricetta neoliberista – dice –
è un’illusione del capitalismo.
Patel che prima di diventare un
attivista ha lavorato per il Fondo monetario internazionale, analizza con
cognizione di causa le politiche della Banca mondiale e dell’Fmi: hanno
favorito – dice – la grande proprietà, portando i piccoli contadini ad
affollare le megalopoli, o al suicidio. Quando si acquista una banana, alla
fine della catena di importazione, trasporto, ricavo della compagnia che
controlla la piantagione, al contadino che l’ha prodotta spetta una miseria:
meno del 3%. Invece, negli Usa “i consumatori finanziano la vendita di
hamburger a basso costo con le imposte versate all’erario. La carne degli
hamburger McDonald’s proviene da animali ingrassati a mais, la coltura con i sussidi
più massicci”. Quella proposta da Patel, è l’idea di una proprietà “più
malleabile” e condivisa, da contrapporre alle illusioni del mercato neoliberista
per trascenderne i limiti che impone e “stabilire i confini della gestione
collettiva delle risorse”.
"scritto e mangiato", supplemento al "manifesto", dicembre 2010
Mangiare il Têt. Arancini vietnamiti di Capodanno (Nelly Krowolski)
Scritto e mangiato era – nel primo decennio del duemila - uno dei supplementi più appetitosi del
“manifesto”: dedicato all’alimentazione e alla gastronomia, confezionato
insieme a “Slow food”, aveva un bel taglio interdisciplinare: nella cultura del
cibo vi convergevano politica, economia, antropologia, letteratura e altro
ancora. Qualche anno fa mi sorprese leggere delle consuetudini alimentari del
Capodanno vietnamita, in cui il piatto fondamentale, molto rammenta i siciliani
arancini di capodanno, se non altro negli ingredienti: riso, carne di maiale,
legumi (piselli in Sicilia, fagioli mungo
nel Vietnam). Ho ritrovato l’inserto e recuperato l’articolo. Lo “posto” senza
le ricette che sarebbe difficile realizzare. C’è dentro una favola bella.
(S.L.L.)
| I Banh Chung vietnamiti di Capodanno: fagottini di riso farciti di carne e fagioli mungo |
Nel Vietnam, così come in Cina,
le feste sono soprattutto festini, tanto che la festa viene letteralmente “mangiata”.
“Celebrare il Nuovo Anno” in vietnamita suona come: “mangiare il Têt”. Un altro
detto sull’argomento precisa, d’altronde, quali siano gli elementi
indispensabili alla celebrazione del Nuovo Anno: “Maiale grasso, scalogno in conserva,
massime scritte su carta rossa, una lunga canna di bambù, una girandola di petardi
e fagottini di riso dolce glutinoso”.
Non si pianta più la canna di bambù
davanti a casa, i petardi che scacciano gli spiriti maligni sono oggi proibiti,
ma le massime scritte con bella grafia su carta rossa – il colore della felicità
– decorano ancora la casa. I cibi della festa, però – maiale, verdure in
conserva, banh chung al nord,
fagottini di riso dolce glutinoso farciti e cotti in acqua (chung) o gli equivalenti banh têt al sud e al centro – restano
sempre quelli.
Se a causa della sua latitanza nella
dieta quotidiana la carne resta l’ingrediente indispensabile di ogni pranzo di
festa, i fagottini di riso dolce glutinoso farciti con fagioli e carne di maiale
sono l’emblema del nuovo anno. La loro importanza è tale che persino nei
periodi di penuria nessuno sforzo è trascurato per mettere insieme tutti gli
ingredienti necessari alla loro realizzazione, sia da parte dello Stato, che si
sforza di assicurare un sufficiente approvvigionamento, che delle famiglie, che
mobilitano tutte le loro energie e risorse.
Banh chung
La preparazione dei banh chung, “fagottini” di riso dolce glutinoso
(banh è il termine generico che viene
di solito tradotto con “torta” e designa torte, pani e gallette e fagottini sia
salati che dolci, a base di riso o di altri cereali) e la loro cottura
prolungata in una grande pentola alla vigilia dell’Anno Nuovo era, e a volte è
ancora, occasione della più bella veglia dell’anno, durante la quale si
raccontavano leggende e storie buffe. Alimento completo, pronto in quantità sufficiente
in anticipo, i fagottini costituiranno, accompagnati da verdure in conserva (soprattutto
scalogno, come nella massima sopra citata), un
piatto unico o, quanto meno, la portata principale. Il carico di lavoro delle
donne di casa viene in questo modo alleviato durante il periodo di festa, che
certo non si protrae più, come un tempo, per tutto il primo mese del calendario
lunare, ma che in ogni caso dura ancora una buona settimana.
I banh permettono, dunque, alle donne e alle ragazze della famiglia
di divertirsi e uscire per incontrare parenti e amici. Infatti, durante i primi
tre giorni dell’anno ognuno è tenuto a fare gli auguri andando a visitare tutti
coloro con i quali è legato da vincoli di amicizia, di riconoscenza o di
parentela. Gli alunni, dunque, fanno visita al professore responsabile della loro
classe, i vecchi alunni al professore che più ha segnato la loro formazione, i
malati o gli ex malati al loro medico, e così via. Come il regalo che spesso le
accompagna, queste visite innescano controvisite, rinsaldando i rapporti di
parentela, di vicinato e anche professionali.
Una leggenda, la sola del genere
che riguardi dei cibi, spiega la ragione per la quale due preparazioni molto
simili – una di riso dolce glutinoso farcito e di forma quadrata, l’altra di
riso dolce glutinoso ridotto in pasta nel mortaio e di forma piatta e rotonda (banh giay) – siano indispensabili a
questa festa del rinnovamento, che riunisce la famiglia composta da tutti i
parenti, i vivi come i morti, invitati per l’occasione a partecipare al
festino. Questi cibi, infatti, sono tutt’altro che anodini; infatti, se un
piatto di lenticchie consentì a Giacobbe di acquistare da Esaù il diritto di primogenitura,
si narra che un principe vietnamita, più di duemila anni orsono, grazie ai banh riuscisse ad aggiudicarsi un intero
regno.
La leggenda
Il sesto re della dinastia Hung regnava
da molto tempo. Essendo la sua salute in declino ogni giorno di più, decise di scegliere
tra i suoi figli quello che sarebbe diventato suo erede. Li riunì dunque un
giorno, consigliato in tal senso da un Mandarino, ed annunciò loro: «Sono ormai
vecchio, e desidero lasciare il mio trono a uno di voi. Il mio erede sarà colui
che saprà offrire ai nostri antenati il cibo più delizioso».
Mentre tutti i principi inviavano
emissari nel paese intero, nelle regioni del nord come lungo le coste, per
trovare i cibi più preziosi, Lieu, il diciottesimo principe, orfano di madre
dalla più tenera età, non aveva nessuno che lo aiutasse ed era troppo povero per
permettersi di partire alla ricerca. Il giovane si tormentava per non essere in
grado di soddisfare la richiesta del padre. Ma una notte gli apparve in sogno
una dea che gli insegnò a preparare due fagottini di riso glutinoso. Il primo,
il banh chung, con la sua forma quadrata
sarebbe stato simbolo della terra; il secondo, dalla forma tondeggiante, il banh giay, avrebbe simboleggiato il
cielo.
Il giorno della consegna dei doni,
il re, dopo avere assaggiato i cibi più rari – ragù di pavone, paté di fenice,
zampa d’orso, fegato di rinoceronte… – offerti dagli altri principi - dichiarò
vincitore il diciottesimo principe. Sia per le loro qualità gustative, sia per
la loro carica simbolica, i fagottini di riso vincevano su tutto.
Queste preparazioni, nella loro semplicità,
erano il dono più prezioso che ci potesse essere. Da allora, nel periodo del Nuovo
Anno, i vietnamiti hanno l’usanza di preparare questi fagottini, divenuti
offerta indispensabile per la cerimonia in onore degli Antenati.
“scritto e mangiato”, supplemento
alimentazione del “manifesto”, in collaborazione con Slow food, Dicembre 2010
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Torrone e panettone (Luisella Verderi)
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| Torrone di Cremona |
Il torrone è il dolce natalizio italiano: da nord a sud ne troviamo
innumerevoli varietà e tipologie. Furono probabilmente i Romani a tramandarci
la ricetta di questa specialità. Benché controversa, l’etimologia del nome torrone richiama infatti il latino torrere (“tostare”) e i suoi ingredienti
di base, mandorle tostate e miele, sono disponibili in tutto il bacino del
Mediterraneo.
Per questo anche gli arabi
diffusero la loro cubbaita o giuggiolena, fatta di miele e sesamo, in
Sicilia e in Spagna. Gli spagnoli lo portarono poi in molte regioni, tra cui la
Campania, il Piemonte e la Lombardia.
Certo è che a Cremona il 25
ottobre 1441, al banchetto delle nozze di Francesco Sforza e Bianca Maria
Visconti, fu presentato un dolce fatto di mandorle, miele e bianco d’uovo,
molto compatto, modellato in modo da riprodurre la forma del campanile del
duomo, il noto Torrazzo, all’epoca chiamato Torrione. Probabilmente si fece
ricorso a questa specialità perché era la più adatta a tenere in piedi la
“scultura” (pare alta due metri): la meraviglia da esso generata da allora in
poi fece favoleggiare sul mitico torrone di Cremona.
Altro dolce nazionale, anch’esso
dalla tradizione antichissima, derivato dai pani addolciti con la frutta o il
mosto, è il panettone. La tipologia
principale consiste in preparazioni di pasta lievitata (o non lievitata) con
l’associazione di frutta fresca, appassita o secca. La ritroviamo con nomi
diversi in varie regioni, dal mecoulin valdostano
alla focaccia di Lerici e al pandolce genovese, dalla gubana friulana alla bisciola valtellinese, dal pani ’e saba sardo alla pizza di fichi marchigiana, dal panettone basso piemontese al panettone milanese, diventato, grazie
all’industria, il simbolo del Natale in tutt’Italia. Fin dai tempi dell’impero
romano le famiglie si radunavano, in Lombardia, intorno al ceppo acceso e il
capofamiglia, seguendo un rito celtico, spargeva sul fuoco vino e ginepro,
quindi spezzava il pan grande. Il rito fu tramandato per secoli in occasione
del Natale. Dopo il 1000 il pan grande divenne di solo frumento, un vero pane
di lusso. Solo successivamente furono introdotti tutti, o quasi, gli
ingredienti odierni.
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23.1.14
“Un gran pioniere”. Isa Barzizza ricorda suo padre Pippo (M. Ra.)
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| Isa Barzizza |
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| Pippo Barzizza e i suoi cantanti: Bonino, Montanari, Foresi e le Lescano |
Suo padre ha portato per primo lo swing in Italia e ha contribuito a
fame un suo linguaggio coniugando la tradizione melodica con quella jazz; è
stato, secondo lei, un precursore? E quanto questo ruolo è ancora oggi
riconosciuto?
Mio padre è certamente
riconosciuto come precursore del jazz dagli studiosi del genere. All'inizio
degli anni Venti cominciavano a circolare in Italia i primi dischi che venivano
dagli Stati Uniti e alcuni giovani musicisti furono rapiti da questa nuova
musica. A Torino, Milano, Roma e Genova, dove mio padre era nato nel 1902, si
andavano formando i primi gruppi. Armando Di Piramo, un eccellente musicista
genovese, organizzatore di orchestre e soprattutto scopritore di talenti, mise
subito gli occhi su questo giovanotto, diplomato in violino e armonia, che come
tutti i giovani che si rispettano, amava l'avanguardia. Nel 1925, a soli 23
anni, formò quindi una piccola jazz band di sette elementi il cui nome
ricordava la lontana America: Blue Star.
È vera la leggenda che suo padre e altri musicisti misero dei titoli
italiani per far passare le canzoni americane?
Non è una leggenda, è verissimo.
Papà ha suonato in radio per anni - anche se allo scoppio della guerra le norme
sul jazz divennero più severe - pezzi americani come Al the Woodchopper's Ball
che venne tradotto Al ballo del
taglialegna, Farewell Blues che
divenne Addio, Out of the Window (Alla
finestra), il celebre In the Mood
(Con stile). Venivano fatti passare con pseudonimi o con i nomi di veri autori
che avevano un cognome italiano: la Rocca per esempio o Venuti, che non hanno
mai composto quelle canzoni!
Oltre al Trio Lescano con suo padre lavorarono cantanti come Emesto
Bonino, Dea Garbaccio, Luciana Dolliver, Silvana Fioresi, Oscar Carboni,
artisti quasi completamente dimenticati. Che ricordo ha lei di loro e
soprattutto che rapporto aveva il maestro con i suoi cantanti?
Papà era una persona simpatica e
molto buona, ma sul lavoro intransigente e severa. Nonostante ciò era molto
benvoluto da tutti i suoi orchestrali e cantanti: Ernesto Bonino, Silvana
Fioresi, Natalino Otto, le Lescano, tutti frequentavano la nostra casa e
avevano un ottimo rapporto con il loro maestro. Erano persone talentuose ma la
guida di papà li ha portati al successo. Erano, come mio padre, dei veri divi
della radio, conosciuti in tutta Italia (una cosa curiosa: non potevano farsi
fotografare fuori dall'Eiar, solo all'interno!) ma allora, anche sui dischi,
c'era scritto: Orchestra Cetra diretta dal M° Pippo Barzizza e, sotto, canta il
Trio Lescano o Ernesto Bonino. Era così allora: il direttore d'orchestra era il
più importante. Io da bambina ogni tanto andavo a qualche trasmissione: dovevo
stare immobile - era tutto rigorosamente dal vivo -, zitta, morire piuttosto
che tossire... ma con un grande orgoglio di vedere mio papà, così competente,
così rispettato con quella bacchetta in mano dirigere la sua grande orchestra,
che a pensarci ancora mi commuovo!
Com'era il rapporto con Cinico Angelini?
Fu sempre molto cordiale, a
dispetto di una presunta rivalità che i giornalisti di allora crearono, sullo
stesso tema della rivalità fra Coppi e Bartali. Questa è una cosa che può far
capire la grande popolarità che avevano sia papà che Angelini.
Ricorda se suo padre ha fatto
anche programmi televisivi e soprattutto come visse gli anni della maturità?
No. Papà ebbe un bruttissimo infarto nel 1960 e allora i medici prescrivevano un riposo quasi totale. Si ritirò a Sanremo, nella sua bella casa e con la sua amatissima moglie. Fece ancora il commento musicale per qualche film, ma - si sa - se non stai sulla breccia... Comunque continuò fino all'ultimo giorno a stare al suo adorato pianoforte, insegnando musica a tanti giovani, con lo studio pieno degli apparecchi più all'avanguardia nell'ambito della registrazione, strumenti elettronici e via dicendo. Era un uomo felice, non ha mai rimpianto neanche per un momento il grande successo che ebbe: non era avido di soldi e ha potuto fare per rutta la vita ciò che più amava: la musica. Anche nei suoi ultimi giorni (se ne è andato a 92 anni), a letto, ormai semicosciente, muoveva le braccia dirigendo un’orchestra immaginaria, ma che lui certamente sentiva.
No. Papà ebbe un bruttissimo infarto nel 1960 e allora i medici prescrivevano un riposo quasi totale. Si ritirò a Sanremo, nella sua bella casa e con la sua amatissima moglie. Fece ancora il commento musicale per qualche film, ma - si sa - se non stai sulla breccia... Comunque continuò fino all'ultimo giorno a stare al suo adorato pianoforte, insegnando musica a tanti giovani, con lo studio pieno degli apparecchi più all'avanguardia nell'ambito della registrazione, strumenti elettronici e via dicendo. Era un uomo felice, non ha mai rimpianto neanche per un momento il grande successo che ebbe: non era avido di soldi e ha potuto fare per rutta la vita ciò che più amava: la musica. Anche nei suoi ultimi giorni (se ne è andato a 92 anni), a letto, ormai semicosciente, muoveva le braccia dirigendo un’orchestra immaginaria, ma che lui certamente sentiva.
“alias - il manifesto”, 12 febbraio 2011
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