7.10.18

Il socialismo per cui lavoro. Una lettera di Aldo Capitini a Raniero Panzieri

Aldo Capitini - Raniero Panzieri
Per il cinquantenario della morte di Aldo Capitini su “micropolis” di settembre ho curato la pubblicazione di due lettere inedite del filosofo e uomo politico perugino dirette a Raniero Panzieri, a quel tempo responsabile della Sezione Stampa e Propaganda del Psi, che al tempo comprendeva anche la Cultura. Le minute delle due lettere autografe sono conservate nel Fondo Capitini dell'Archivio di Stato e mi sono state procurate dalla dottoressa Anna Alberti, che torno a ringraziare e che ha per suo conto pubblicato altri inediti capitiniani sul numero speciale de "Il Ponte" appena uscito.
Nel giorno di una Marcia della Pace Perugia-Assisi che vuole ispirarsi a quella che Capitini organizzò nel 1961, “posto” qui la prima delle due lettere, risposta negativa a un invito di Panzieri a partecipare, a Bologna, a un convegno sulla libertà della cultura.
In verità Capitini non aveva ancora compreso che l'iniziativa sviluppata da Panzieri tra il 1954 e il 1955 mirava a un progressivo sganciamento del PSI dal “frontismo” quarantottesco e comportava, per il solo fatto di essere organizzata, una presa di distanze rispetto all'appiattimento (del resto mai totale) sulle posizioni moderatamente zdanoviste del Pci. Fatto sta che nel Pci non piacquero affatto le campagne sviluppate da Panzieri nel mondo della cultura tra l'autunno del 1954 e la primavera del 1955 e che si concretarono in tre convegni di un certo successo: il primo sul cinema italiano il 4 e il 5 settembre 1954 a Venezia durante la Mostra, il secondo – quello cui aveva invitato Capitini – sulla libertà della cultura a Bologna fra il 10 e il 13 settembre, il terzo a Matera nel febbraio del 1955 su Rocco Scotellaro e la questione meridionale. In nessuno dei tre convegni vi fu una forte partecipazione comunista e la stampa comunista diede ad essi poco risalto, mentre vi parteciparono e aderirono esponenti dell'area azionista e liberalsocialista che nelle elezioni del 1953 avevano combattuto con successo la nuova legge elettorale voluta da De Gasperi e Scelba e ribattezzata legge-truffa. 
Quella di Panzieri era una articolazione sui temi della cultura della linea dell'alternativa socialista, proclamata al Congresso di Milano del 1953 e su di essa provvisoriamente convergevano intellettuali di impianto culturale assai diverso, taluni come Roberto Guiducci e Alessandro Pizzorno tentati da un riformismo dall'alto di tipo tecnocratico, altri come Gianni Bosio e Franco Fortini  alla ricerca di un socialismo basista e libertario. Panzieri era di certo più vicino ai secondi, ma lasciava spazio a tutti, anche all'esterno del partito, e nel 1955, nelle elezioni regionali della Sicilia, che coordinò in quanto segretario regionale, aprì le liste socialiste al movimento Unità Popolare di Ferruccio Parri e Piero Calamandrei. Dopo il buon risultato favorì la precaria apertura a sinistra della Giunta regionale guidata da Giuseppe Alessi, dopo una trattativa condotta direttamente da Panzieri con l'esponente della sinistra democristiana.
Nella sua lettera Capitini non poteva tener conto di questo travagliato percorso che era appena agli inizi e rievocava soprattutto i rapporti difficili con il Partito Socialista, esprimendo un forte rammarico per le incomprensioni e per le emarginazioni subìte. In particolare rammentava l'appoggio esplicito che egli aveva dato in più occasioni al partito e ne denunciava la cecità nel non aver sostenuto e alimentato esperienze dal basso come i COS (Centri di Orientamento Sociale), che in Umbria e in Toscana avevano costituito l'impegno politico prevalente suo e dei suoi amici più cari. 
Nello stesso tempo la lettera a Panzieri lamenta l'economicismo prevalente tra i socialisti, la sistematica sottovalutazione della cultura e dell'educazione come strumenti di emancipazione e di liberazione. Prende infine con nettezza le distanze dall'URSS e dai paesi cosiddetti socialisti, chiedendo ai socialisti italiani una scelta immediata e senza incertezze a favore della libertà di espressione e di critica ovunque, e non solo in Italia; rifiuta tuttavia una qualsiasi assimilazione agli occidentalisti filocapitalisti, una iscrizione all'albo degli anticomunisti. 
La parte più interessante della lettera a me pare in ogni caso quella finale, in cui chiarisce i caratteri del suo liberalsocialismo, concepito non come mediazione ma come sinergia, come potenziamento ed arricchimento reciproco tra socialismo e liberalismo. 
Un documento importante. (S.L.L.)

Aldo Capitini sulla torre campanaria di Perugia

Perugia, 17 settembre 1954
Caro Panzieri,
Siccome la mia lettera a Lei, in risposta al cortese invito a Bologna, non è rimasta cosa privata, ma ha servito, come mi è stato riferito, per un annuncio di “non adesione di Capitini” (e questo non è niente di male), vorrei chiarir meglio quello che ho buttato giù alla svelta per non lasciare il Suo invito senza essermi fatto vivo. Mi dispiacerebbe molto che ci fosse un equivoco.

1) Lei probabilmente sa che dopo la liberazione, pur restando “indipendente di sinistra” per le ragioni che ho esposto anche in un libro di Einaudi e che si riassumono in un programma di specifico lavoro per un rinnovamento religioso, per la nonviolenza, per un rinnovamento radicale delle strutture movendo dal basso e non attraverso il potere, ho più volte contribuito all’opera politica del P.S.I. sia nella campagna elettorale (scrissi anche il programma amministrativo!), sia nella costituzione della sezione socialista perugina immediatamente dopo la liberazione, sia nella risposta data a molti amici della lotta clandestina che se volessero fare del lavoro politico, si iscrivessero al P.S.I.

2) Subito dopo la liberazione ho più volte insistito che il P.S.I. e i simpatizzanti facessero un lavoro culturale, mirando anche al Ministero dell’Istruzione pubblica, sebbene da amici del P.S.I. e del P.d’A. mi fosse risposto che quello non era un Ministero chiave!

3) I C.O.S. a cui ho atteso per due anni dopo la Liberazione sono stati strumento di socialismo, tanto è vero che alle prime elezioni amministrative di Perugia i socialisti riuscirono primi, poi venivano i comunisti, e ultimi i democristiani. È stato errore della sezione e del Partito stesso di non avermi aiutato nei C.O.S. (che erano periodiche riunioni bisettimanali aperte a tutti i problemi, dagli amministrativi ai politici e culturali), che moltiplicati per ognuna delle 22.000 parrocchie potevano essere l’unica rivoluzione possibile attualmente in Italia.

4) Ora avete convocato il convegno di Bologna. Bene. Però parlate di libertà. Ed io (che non ho aderito all’Associazione per la libertà della cultura che già esiste) ho dovuto riflettere sul da fare. Questa volta non si trattava di una campagna politica o sindacale, ma di “libertà”. E ho pensato a quei poveri diavoli che in tanti Stati che si dicono socialisti, e i cui metodi il P.S.I. esalta senza riserve, non hanno la libertà di informazione e di critica. Ho pensato prima a loro che alla libertà dei professori e degli scrittori. Anche questa è fondamentale, ma mi è parso che il caso dei proletari o del popolo fosse anche più bruciante. Non posso ammettere, e per ragioni religiose (sono un libero religioso della realtà di tutti, e per me contano i tutti), che i lavoratori, il popolo, tutte le persone, siano private della libertà di sapere come vanno le cose, di esaminare i fatti e le idee nel mondo, di eseguire una libera ricerca con gli strumenti che vogliano. Questo non c’è in certi Stati che pur vogliono liberare il popolo, c’è un gruppo o classe o casta che lo impedisce. Non accetto che si sospenda tale libertà di informazione e di critica nemmeno per un giorno; tanto peggio se ciò avviene per anni e decenni. Quella pedagogia propagandistica che non ammette libera informazione, non crea che soldati o sacrestani.

5) Per questo (e le mie idee non sono di ora, ma sono da moltissimo tempo così) io parlavo durante il lavoro clandestino di liberalsocialismo, che non era per me moderatismo e annacquamento reciproco dei due principi, ma sollecitazione e potenziamento reciproco per spingersi al massimo: massimo socialismo e massima libertà. Per questo non entrai nel Partito d’Azione, pur essendo stato uno dei promotori del Movimento che lo generò, perché mi parve che il Partito fosse di un tipo di riformismo radicale, e non di liberalsocialismo rivoluzionario nel senso migliore.

6) Naturalmente il mio discorso non autorizza nessuno a pensare che io sia convertito all’occidentalismo, contro cui lotto, o al “minor male” che sarebbe la civiltà capitalistica, che anche essa toglie la libertà o possibilità di informazione e di critica a tanti. Sono avversissimo ad essa, e spero sempre che si formi, particolarmente nei socialisti (gli amici a me più vicini tra quanti operano per il potere) una coscienza precisa del rifiuto della sospensione della libertà di tutti per qualsiasi ragione, mettendo pure da parte le vecchie massime del fine e dei mezzi. Il socialismo per cui lavoro è quello che porta avanti, egualmente, una riforma religiosa, la socializzazione economica e la libertà di informazione e di critica.

Non sto a dir altro in proposito, perché la lettera è già lunga e non vorrei aver l’aria di suggerire, so-spingere o raccontare il proprio lavoro. L’ho fatto per un chiarimento.

Con cordiali saluti,
Aldo Capitini


"micropolis", settembre 2018

Scoperte. I neuroni che controllano l’ansia (Francesca Camilli)


Le basi neurologiche del coraggio potrebbero dipendere dall'attività di un gruppo di cellule che si trovano nell'ippocampo.

Ad affermarlo è una ricerca descritta su "Nature Communications", e condotta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Uppsala, in Svezia, e della Federal University of Rio Grande do Norte, in Brasile. I neuroscienziati hanno infatti scoperto il coinvolgimento di alcuni neuroni, noti come cellule OLM (oriens-lacunosum moleculare), situate nell’ippocampo ventrale. Questi neuroni entrano in gioco quando un animale si sente al sicuro in un ambiente pericoloso, come avviene ad esempio quando si nasconde da un predatore, ma si rende conto della sua presenza nelle vicinanze attraverso l’odore.

I ricercatori hanno osservato che, nei topi, l’attivazione delle cellule OLM determina una particolare oscillazione delle onde cerebrali. In una seconda fase sono riusciti a ricreare la stessa oscillazione in laboratorio, attraverso la stimolazione delle cellule neuronali tramite optogenetica. Poiché l’oscillazione è associata a un aumento del rischio, i neuroscienziati hanno dimostrato che l’atteggiamento più o meno prudente può essere controllato attraverso la manipolazione di questo gruppo di neuroni.

Un metodo che permette di regolare la propensione al rischio è molto importante soprattutto per le persone che soffrono di disturbi ansiosi, che in genere tendono a essere cauti. L’ansia “normale”, adattativa, è essenziale per la sopravvivenza perché ci protegge dai pericoli, ma quando il livello supera una certa soglia, essa diventa disfunzionale e può interferire anche severamente con la vita quotidiana di chi ne soffre. Oggi per trattare i disturbi ansiosi si usano spesso antidepressivi generici, che non agiscono su una regione specifica del cervello e possono avere effetti collaterali. Individuare quali cellule sono coinvolte nel meccanismo, e intervenire direttamente su di esse, potrebbe quindi rivelarsi una strategia molto importante nel trattamento dell’ansia patologica e dei disturbi a essa associati, come la depressione.

Un altro risultato interessante della ricerca riguarda il possibile trattamento del disturbo attraverso agenti farmacologici. In passato, lo stesso gruppo di ricercatori aveva scoperto come le cellule OLM agissero da “gatekeeper”, cioè come controllori dei ricordi che si formano nell’ippocampo. Gli scienziati avevano inoltre osservato che queste stesse cellule erano sensibili alla nicotina. Dal collegamento di queste scoperte, si può quindi ipotizzare il motivo per cui alcune persone fumano in modo incontrollato quando si sentono particolarmente ansiose – spiega Richardson Leao, autore dello studio e ricercatore presso il Brain Institute della Federal University of Rio Grande do Norte.

Il ruolo dell’ippocampo nei processi che riguardano la memoria e le abilità cognitive è noto da tempo. Nel 2014, ad esempio, il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato agli scopritori “delle cellule che costituiscono un sistema avanzato di posizionamento nel cervello”, e che si trovano proprio nell’ippocampo. Queste cellule, dette place cell o cellule di posizione, fanno parte di un meccanismo paragonato al GPS, che serve a memorizzare la conformazione dello spazio. Quello che sta emergendo negli ultimi anni, invece, è l’importanza di questa regione anche nella regolazione delle emozioni. “È affascinante come diverse regioni della stessa struttura cerebrale controllino comportamenti distinti e come interagiscano tra loro. Identificare specifici circuiti alla base di processi cognitivi o emotivi è fondamentale per la comprensione generale delle funzioni cerebrali”, spiega Sanja Mikulovic, ricercatrice dell’Università di Uppsala e prima autrice dello studio.

“Scienza oggi on line”, 14 settembre 2018

6.10.18

Sull'Italia corre voce... La Discoteca di Stato da De Angelis a Rossetti (Daniela Pasti)


La voce della memoria è un bel titolo kunderiano per raccontare la storia di un luogo dove realmente sono conservate tutte le voci del nostro passato. Questo luogo magico dove ancora parlano il maresciallo Cadorna e il generale Badoglio è la Discoteca di Stato di cui ora Roberto Rossetti, che ne è stato direttore dal 1980 al 1989, rievoca le complesse vicende. Il volume, stampato dai fratelli Palombi editori, sarà presentato il 18 maggio al Salone di Torino cui il ministero dei Beni culturali partecipa con uno stand interamente dedicato ai suoni e alla musica.

"Approvo e mi compiaccio", disse il Duce
La prima idea di collezionare le voci dei grandi uomini, salvandole per la storia, venne nel 1924 a Rodolfo De Angelis, lo chansonnier futurista amico di Marinetti e di Prampolini con i quali aveva fondato il Teatro della sorpresa. Si trattava di una compagnia che ovunque si esibisse suscitava accoglienze irose e gli assordanti clamori della platea per le sue provocazioni. Nell' impresa della discoteca, però, De Angelis lasciò da parte il suo lato scanzonato e rissoso, e puntò apertamente sul tono celebrativo. Cadorna recita il bollettino di guerra del 7 novembre del 1917, sulla sconfitta di Caporetto, dando alla sua voce, dopo sette anni dall'avvenimento, una vibrazione patetica: “Con indicibile dolore, per la suprema salvezza dell'esercito e della nazione, abbiamo dovuto abbandonare un lembo del sacro suolo della Patria bagnato dal sangue glorificato dal più puro eroismo dei soldati d' Italia”. Paolo Thaon de Revel legge con virile slancio e nobiltà d'accenti, secondo il racconto dello stesso De Angelis, Il bollettino della vittoria navale. Armando Diaz proclama il Bollettino della vittoria e Badoglio ne è leggermente seccato: “Peccato! esclama il suo segretario quando gli riferiscono del messaggio di Diaz. Sarebbe stato bello se l'avesse letto l'autore, alludendo allo stesso Badoglio che aveva collaborato alla stesura del bollettino”. Mussolini invece rifiutò sempre, per un suo scaramantico motivo, di registrare la propria voce. “C'è tempo” faceva rispondere a tutte le richieste.
De Angelis raccontò i suoi incontri con il Duce: “In abito presidenziale, cioè pantaloni grigi a righe e ghette bianche, Mussolini sedeva dietro un tavolo del tutto sgombro di carte, un solo documento davanti a sé, che stava esaminando. Marinetti mi aveva avvertito che in quel salone non c'era dove sedersi e che la distanza da percorrere per arrivare al tavolo presidenziale era considerevole. Il dittatore tenne la testa bassa finché non fummo a metà strada, poi la levò di scatto e tese la mano, prima a Marinetti poi a me dicendomi: 'Venga avanti con coraggio' (in quei giorni un giornale parigino aveva parlato dell' orco Mussolini). Da Marinetti volle delucidazioni: 'Spiegami bene di che si tratta'. Poi, rivolgendosi verso la mia parte domandò: 'Queste voci si potranno riudire nei secoli? Si potranno conservare come si conservano i documenti, i libri le carte?' 'Eccellenza sì.' 'Approvo e mi compiaccio'.
In seguito a una analoga richiesta dell' etnologo Gavino Gabriel, che per conto suo stava organizzando un archivio fonografico, Mussolini si sottopose a un provino, registrando al fonografo per due volte la frase L'ottobre romano è un mese diletto agli dei e la cosa finì lì. La Discoteca di Stato nacque infine nel 1928 inglobando le registrazioni fatte da De Angelis, e Mussolini vi vide subito uno strumento per lusingare il mondo della cultura o per punirlo. Infatti si riservò ogni anno la designazione dei personaggi degni di entrare in questo Pantheon dei suoni. È così che, mentre si registravano i burocrati del regime, venivano escluse le voci di personaggi come Benedetto Croce e Gabriele D' Annunzio e le esecuzioni di Toscanini. Il Duce finì per dare una tale importanza a questo archivio sonoro da volerlo trasferire al Nord nel periodo della Repubblica Sociale, un trasferimento che costò la perdita di materiale prezioso. Fino al 1942, dice Rossetti, la Discoteca agì seguendo indicazioni che venivano dall'alto. Con la caduta del fascismo le cose cambiarono, ma solo fino ad un certo punto. Negli anni Cinquanta un direttore che avesse registrato Togliatti o Nenni avrebbe rischiato il licenziamento. Le loro voci sono state poi recuperate fortunosamente dagli spezzoni di discorsi ripresi dalla Rai. In realtà, come traspare da tutta la storia della Discoteca, il potere politico ha sempre visto in questo istituto uno strumento utile ai propri fini propagandistici, mentre i direttori più intraprendenti hanno cercato, spesso inutilmente, di guadagnare al loro ente una maggiore autonomia. La selezione è avvenuta non solo nella raccolta delle voci storiche, una raccolta che poi per quattordici anni si è interrotta del tutto, ma anche in campo musicale che pure costituisce il settore più ricco e completo dell'istituto.

Nel 1903 incisero un papa: Leone XIII
A patirne è stata soprattutto la musica leggera: canzonette che hanno segnato un'epoca sono state considerate indegne di passare ai posteri e gli stessi Beatles sono stati recuperati sul mercato dell'antiquariato. Con questi limiti, che il libro onestamente rileva, e ai quali i direttori più recenti hanno cercato di rimediare, facendo soprattutto ricorso agli archivi della Rai e ai fondi privati, la Discoteca di Stato è per sempre depositaria di un affascinante e prezioso patrimonio culturale ed è un importante strumento per le ricerche storiche. Gli storici, si sa, sono riluttanti a utilizzare fonti orali, ma le interviste ai protagonisti registrate dalla Discoteca, soprattutto nell'ultimo decennio, hanno avuto un ambito riconoscimento di attendibilità proprio da un austero consesso di accademici in un convegno di quattro anni fa. Fra gli intervistati, a parziale riparazione di tante censure, c'è anche un personaggio politicamente scomodo come Giancarlo Pajetta. La Discoteca, come tutti gli archivi che si rispettino, conserva inoltre documenti ancora misteriosi sotto forma di cilindri di cera che racchiudono probabilmente i suoni più antichi: più della voce di Leone XIII incisa nel 1903, più di quella di Giuseppe Giacosa del 1900. Ma che cosa contengano non si può sapere perché con l'ascolto la matrice andrebbe persa per sempre.

“la Repubblica”, 5 maggio 1990

Sfortunato quel paese (Umberto Eco)


Brecht ci ricordava (nel suo Galileo) che sfortunato è quel paese che ha bisogno di eroi. Perché è sfortunato? Lo è perché difetta di persone normali che fanno quanto si erano impegnate a fare, in modo onesto, senza rubare o rifuggire dalle proprie responsabilità, e lo fanno (si dice banalmente oggi) "con professionalità. Mancando di cittadini normali, un paese cerca disperatamente personaggi eroici e distribuisce medaglie a destra e a manca.
Un paese sfortunato è dunque quello in cui, nessuno sapendo più quale sia il suo dovere, cerca disperatamente un capopopolo, a cui conferire carisma, e che gli ordini ciò che deve fare. Il che, se ben ricordo, era un'idea espressa da Hitler nel Mein Kampf.

da Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida, La nave di Teseo, 2016

Malintesi (Vitaliano Brancati)

Il Giardino Bellini in una cartolina degli anni Trenta
E non sono tutte le nostre gioie basate su dei malintesi e su degli errori? La bellezza di questo paesaggio, che degrada verso il lido, è fondata sopra un errore ottico, che mi fa vedere le cose lontane più piccole, mentre, in verità, esse non lo sono. La donna, questo divino argomento, è un malinteso. Noi non abbiamo mai potuto giudicarla serenamente. Nessuno, neppure il misogino più accanito, l'ha contemplata con serenità scientifica. Lo sguardo, il tatto, l'olfatto , l'udito, che sono i mezzi dell'esperienza o i tentacoli del pensiero, sono stati sempre alterati dalla sensualità, nell'attimo in cui ella passava dinanzi all'uomo...
da Trampolini si imbatte in una donna alle soglie del giardino Bellini 
in Tutti i racconti, Mondadori, 2012 

Quando strapagare i giocatori diventa un boomerang (Luciano Canova)



La disuguaglianza del reddito è uno dei temi più rilevanti dell’agenda politica globale: la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza di persone è una molla per lo sviluppo o va a scapito dello stesso? La sperequazione sociale crescente è un volano per l’economia o impatta negativamente sulla performance delle persone e delle società?
La domanda è potente e la risposta non è affatto semplice.
Nel bellissimo libro La misura dell’anima (Feltrinelli, 2009) i due studiosi Richard Wilkinson e Kate Pickett raccolgono una mole impressionante di evidenze a supporto della tesi sugli effetti negativi di una distribuzione del reddito iniqua. In generale, comunque, il problema è di grande interesse per la ricerca che, sempre più, si serve di dati nuovi per indagare la questione.
L’economia è la scienza che studia gli incentivi, in tutte le forme in cui questi possono manifestarsi. Ci sono persone che fanno una determinata scelta perché spinte dal denaro. Altre, ancora, sono invece mosse da una motivazione intrinseca, per esempio una passione. Il principe Amleto agisce mosso dalla sete di vendetta, mentre Romeo ha in testa solo la felicità dell’amata Giulietta. Studiare quanto l’incentivo monetario si traduca in una molla che, effettivamente, sia in grado di influenzare il comportamento di un attore economico o di una società è fondamentale, dunque, ma non per forza deve avvenire facendo uso esclusivo di dati monetari, che spesso non consentono di isolare perfettamente il rapporto causale tra due variabili.
Negli ultimi anni, così, la ricerca di scienze sociali sempre più ha fatto ricorso a un ambito di analisi molto interessante e che produce una quantità di dati crescente: le informazioni che vengono dallo sport e, con particolare riferimento al tema “disuguaglianza”, che si riferiscono al calcio. Il terreno di gioco, infatti, è un ambiente controllato, scevro dalle influenze del cosiddetto white noise (il rumore bianco generato dai fattori di disturbo): le variabili che agiscono all’interno di una partita sono più o meno sempre le stesse e i giocatori che si scontrano sul terreno fanno parte di squadre con lo stesso numero di persone. Le regole del gioco e i campionati sono molto stabili nel tempo, il che consente a un ricercatore di utilizzare i dati relativi al calcio come un setting ideale per poter spiegare, partendo dai risultati di una partita, relazioni tra variabili che poi vengano generalizzate ed estese anche ad altri contesti.
Chi di noi non ha mai pensato, una volta nella vita, a quanto siano strapagati i cosiddetti top player? A metà tra un sentimento di invidia e di presunta tensione verso la giustizia sociale, guardiamo al mondo favoloso della Serie A, o degli altri campionati europei, sentendo cifre vertiginose davvero. Paul Pogba acquistato per 110 milioni di euro dal Manchester United (con l’sms solidale sono stati raccolti circa 15 milioni di euro per il terremoto che ha colpito Amatrice); Lionel Messi che percepisce (tra ingaggio e sponsor) 65 milioni di euro netti all’anno. Sono numeri da capogiro, ma la domanda giusta da farsi è: come è possibile che un’industria sia in grado di generare e sostenere questi stipendi? È economicamente sensato che un calciatore venga pagato così tanto? E qual è l’effetto di un simile stipendio sulla prestazione del giocatore, in primis, e della squadra in cui gioca, in ultima analisi? Tutte queste domande diventano oggetto di studi economici di grande rilevanza, poiché partendo dai dati calcistici tali ricerche consentono di fare delle inferenze utili anche a capire le dinamiche complesse di un ambito così determinante come l’economia del lavoro.
Il vantaggio di poter usare dati e statistiche relative al calcio è particolarmente evidente se si vuole studiare un tema quale la produttività e la sua relazione con la distribuzione del reddito in un dato contesto. In che modo reagisce un giocatore quando confronta il proprio ingaggio con quello dei compagni di squadra? Una distribuzione iniqua degli stipendi impatta negativamente sulla performance?
Il tema è stato oggetto, e ancora lo è, di numerosi indagini empiriche, che hanno fornito risposte molto interessanti. Uno studio del 2014, firmato da Egon Franck e Stephan Nuesch, contiene un’analisi condotta sui dati della Bundesliga (stagioni dal 1995-1996 al 2006-2007). 5.316 salari individuali servono ai ricercatori per calcolare, innanzitutto, alcuni indicatori di disuguaglianza. Il più celebre in letteratura è il coefficiente di Gini: un parametro con valori compresi tra 0 e 1 che indica quanto equa è la distribuzione dei redditi in una popolazione. Più è basso e vicino allo 0, più le risorse sono distribuite equamente; viceversa, invece, per quanto riguarda valori elevati. Il valore massimo 1 è associato all’ipotetica situazione in cui una sola persona detiene il totale delle risorse prodotte in un’economia. I ricercatori correlano questi indicatori di disuguaglianza con la percentuale di vittorie ottenute da una squadra e la posizione in classifica. Il risultato è interessante, perché la disuguaglianza dei redditi sembra migliorare la prestazione delle squadre sia quando è molto bassa, sia quando è molto alta, con un effetto negativo solo per valori intermedi dell’indicatore considerato. È probabile, infatti, che valori elevati dell’indice di Gini identifichino quelle squadre che sono in grado di ingaggiare il top player e, in generale, i migliori talenti, il che ovviamente si traduce in un monte salari più elevato per le star in squadra. Valori molto bassi, invece, impattano positivamente sulle prestazioni attraverso un altro canale: un’ipotesi è che squadre con stipendi più equi giochino in modo coeso e collaborativo, con poche individualità e un maggiore spirito collettivo.
Un articolo del 2006 aveva affrontato lo stesso problema, ma concentrandosi sull’effetto della distribuzione del reddito in termini di prestazioni individuali e non di squadra: come reagisce, quindi, il singolo, a ingaggi molto diseguali nella sua squadra? Anche qui i ricercatori usano i dati della Bundesliga, negli anni dal 1995 al 2003, e identificano un chiaro effetto negativo. Considerando come misure di performance il numero di goal, di tiri, di passaggi e di tackle, emerge che la disuguaglianza si traduce, infatti, in un peggioramento della prestazione. Il singolo cerca forse la giocata personale o, comunque, non coopera con i compagni di squadra. Questi risultati sono in linea con una delle evidenze sperimentali più forti dell’economia comportamentale: il confronto relativo del reddito all’interno di un team di lavoro riduce il benessere soggettivo di chi è pagato meno, spesso determinando comportamenti sul lavoro che riducono l’attaccamento all’azienda e, conseguentemente, la produttività.
C’è infine un altro studio, del 2014, pubblicato sulla prestigiosa rivista “PLoS ONE”, a opera di Alessandro Bucciol, Nicolai J. Foss e Marco Piovesan, che concentra la propria attenzione sulla Serie A (per le due stagioni 2009-2010 e 2010-2011). L’articolo è interessante perché offre un’ulteriore approfondimento sul tema: l’effetto della disuguaglianza, infatti, cambia a seconda di come si definisce una squadra. Se, infatti, si considera l’intera rosa a disposizione di un mister, allora pare emergere un effetto neutro o addirittura positivo della distribuzione degli ingaggi. Se, però, si restringe il campo ai soli giocatori di una squadra che scendono in campo regolarmente, allora il confronto di redditi si traduce in un effetto negativo. È come se la prossimità nella disparità, o il contatto diretto, fossero la vera leva, un disincentivo da questo punto di vista, che spingono il giocatore a un comportamento egoistico e meno cooperativo.
Sono evidenze assai utili, ancora una volta, non solo per una disamina del mondo calcistico, ma anche e soprattutto per le possibili implicazioni di politica economica che si può cercare di trarre da dati inusuali. È una metodologia che, se permettete l’espressione, entra in tackle all’interno del mondo accademico offrendo evidenza nuova e di grande impatto.

"Pagina99", 8 ottobre 2016

“La libertà è tutto”. Intervista a Carlo Smuraglia, presidente dell'ANPI (Jacopo Manna)

Carlo Smuraglia con il presidente Mattarella

Se non ne conoscessimo il carattere profondamente laico, verrebbe da pensare che Carlo Smuraglia abbia fatto il proverbiale patto col diavolo: elegante nei modi e preciso nelle osservazioni, non dimostra davvero i suoi novantacinque anni. Tranne forse nel tono con cui risponde alle domande: quello di uno che le cose può osservarle da una prospettiva lunghissima e ricca di esperienze importanti.
Brillante studente di giurisprudenza a Pisa, piantò tutto dopo l’otto settembre per arruolarsi nel Corpo italiano di liberazione: ripresi gli studi alla fine della guerra, intraprese una carriera che lo portò dalla professione legale alla docenza universitaria e poi agli incarichi di consigliere regionale (col Pci) e di parlamentare (col Pds-Ds).
Come presidente dell’Anpi gli è toccato in questi ultimi anni il difficile incarico di gestirne il passaggio da associazione di ex-combattenti a struttura aperta agli antifascisti di ogni età. Concluso il suo compito si è dimesso lo scorso novembre, “perché pensavo che non fosse giusto che l’Anpi, che ora è piena di giovani, avesse un presidente così anziano”: ma, data l’importanza della sua figura, gli è stato attribuito il titolo di presidente emerito. Lo abbiamo brevemente intervistato in occasione del convegno del 13 settembre, di cui parliamo in questa stessa pagina.

Nel periodo in cui ha diretto l’Anpi che differenza sentiva rispetto al lavoro dei suoi predecessori? Le sue responsabilità le sono sembrate diverse?
La differenza è che noi abbiamo avuto nel 2006 l’intuizione, secondo me felice, di aprire l’Anpi, in cui prima poteva entrare solo chi aveva fatto la Resistenza, anche a chi chiedesse di iscriversi dichiarando di essere antifascista e di riconoscersi nelle finalità statutarie dell’associazione. È una cosa che abbiamo fatto non solo perché pensavamo che un bel giorno inesorabilmente i partigiani sarebbero finiti (e quindi non c’era ricambio), ma anche perché si pensava che ci volesse una ventata d’aria nuova. Così è stato: abbiamo avuto molti nuovi iscritti, anche giovani. La ventata nuova ha portato di conseguenza un certo cambiamento all’interno dell’Anpi, nel senso che prima eravamo tutti persone che avevano fatto la Resistenza: ci riconoscevamo a uno sguardo, certe regole erano implicite. Dopo si sono iscritti in molti che venivano da partiti, da altre associazioni eccetera, quindi questa differenza si è particolarmente accentuata. Io dicevo sempre: “Invidio molto il presidente storico Boldrini, che ha presieduto l’Anpi per tanti anni, perché doveva avere meno grane di quante ne ho avute io”; nel senso che adesso c’erano più problemi all’interno. Problemi risolvibili, però è stata necessaria molta attenzione.

Un problema che ha dovuto affrontare di frequente, per esempio, quale è stato?
Il problema del rapporto fra i giovani e la parte più anziana dell’associazione; soprattutto di con-vincerli, i giovani, a conoscere bene, non avendola fatta, che cosa era stata la Resistenza, al di là dei discorsi ufficiali: conoscere il pluralismo della Resistenza è importante e formativo.

Che cos’è che porta tante persone di età giovane ad iscriversi ad una associazione come questa, secondo lei?
Secondo me il fatto che, essendo venute via molte ideologie ed essendoci una caduta di fiducia nei partiti e anche in alcune associazioni, l’Anpi appare ancora salda, ancorata ai princìpi del suo statuto e della Costituzione. Sono due cose che portano riferimento; e questo a molti piace. Certo alcuni più pessimisti dicono “questa è l’ultima spiaggia”, io non sono d’accordo, dico “sì, però è una spiaggia di cui avere cura!” Nel senso che io credo che di valori e di princìpi ci sia molto bisogno nella società di oggi.

Proviamo a dare un’occhiata al campo opposto. Le associazioni o i gruppi che attualmente si richiamano al fascismo, per lei sono in continuità con il fascismo storico o sono un fenomeno a parte? Sono diversi dai fascisti che ha conosciuto lei?
Mah, io i fascisti li ho conosciuti in modo un po’ particolare, nel senso che fino ai vent’anni io ho vissuto nel fascismo. A vent’anni ho dovuto scegliere e ho scelto la Resistenza, e da quel momento li ho visti come nemici. Quanto a questi… Alcuni, parliamo delle associazioni più tradizionali, sono semplicemente nostalgici; altri invece sono in cerca di qualche idea forte: l’idea dell’uomo forte, l’idea di qualcuno che comanda tutto e tutti, a loro piace ancora: e questi sono solo tradizionalisti. Però il fascismo è un concetto molto cambiato in questi ultimi periodi, soprattutto nell’epoca più recente. Oggi i fascisti non sono solo e tanto quelli delle formazioni tradizionali, cioè Forza nuova, Casa Pound eccetera: sono quelli che credono di non essere fascisti, ma nell’anima lo sono. Perché il fascismo che cos’è? È negazione della libertà, contrasto della democrazia, è negazione della solidarietà e dell’uguaglianza, cioè il contrario delle nostre scelte.

Ultima domanda: a suo tempo, quando ha dovuto decidere con chi schierarsi, perché ha scelto per questa parte anziché per quell’altra? Tanto più che, come ha ricordato poco fa, lei nel fascismo c’era cresciuto e grossi riferimenti alternativi non poteva averne?
Non potevo averne, non avevo quindi un’ideologia alle spalle; è stato per un’esigenza che secondo me un giovane dovrebbe avere naturalmente, cioè quella dell’amore per la libertà. Mi trovavo tra due cose che io non potevo ancora definire (non sapevo cosa sarebbe stata la Resistenza e non sapevo cosa avrebbero fatto i fascisti, la Repubblica sociale è venuta dopo), però il punto fondamentale è che da una parte c’era la libertà e con lei la battaglia per conquistarla, mentre dall’altra parte…. Io ripeto sempre che la mia scelta è stata velocissima, molto rapida, non ho esitato molto. Studiavo alla Scuola normale Superiore di Pisa, ci stavo bene, mi dispiaceva lasciarla, però… Questa esigenza istintiva di libertà io credo che dovrebbe essere comune a tutti. A una giovinetta che l’altro ieri, in un posto in Toscana in cui avevo fatto un discorso sulla Costituzione, alla fine si è avvicinata e mi ha chiesto “ma secondo lei cosa è la libertà?” io ho risposto che la libertà è il fondamento di tutto, senza la libertà non c’è uguaglianza, non c’è dignità, non c’è il valore della personalità. La libertà è tutto.

“micropolis”, settembre 2018

Nella Parigi dove Manzoni incontrò Dio (Francesco Merlo)

Parigi. La Chiesa di San Rocco oggi

[…] Manzoni incontrò Dio sugli stessi boulevard dove gli artisti incontravano il piacere sensuale e dove oggi non si incontra né il cielo né la terra. Chi oggi si ostina a passeggiarvi trova solo quello spaesamento urbano che a Parigi descrisse per primo Baudelaire. La casa del Manzoni stava nel tratto più elegante del boulevard des Italiens, nel piccolo universo degli incontri, dei fiocchi svolazzanti, delle esibizioni dell' equilibrista madame Saqui su una corda tesa tra due balconi.
Oggi quella Parigi è altrove, si sposta qua e là: Parigi ambulante tra «gli ambulanti che soffriggono musica» direbbe Paolo Conte. Dunque è persino difficile immaginare la casa che si affacciava sul mercatino della frutta, dal quale si alzava una nuvola di mosche e moscerini, e sul Bains Chinois, strana costruzione a pagoda ritratta nelle stampe d'epoca, sede di un bagno e di un caffè di grandissima reputazione, quasi quanto il caffè Godet, dove anche Manzoni sedeva alla ricerca di una identità non solo letteraria. Quei "salotti" sul boulevard inauguravano il modello ideale dei caffè che sono ancora le vere piazze di Parigi, mondi aperti ma gerarchizzati, raffinati e simbolici, come vorrebbe ancora essere, dall' altra parte della Senna, il famoso Flore, nel quale, diceva Italo Calvino, «servono il più costoso uovo fritto di Parigi».
Da tempo il boulevard non è più quel campo di battaglia degli scrittori e delle cortigiane dove una sera del 1842 Stendhal, rimpinzato di carne e di vino, cadde a terra morto stecchito, lo Stendhal "milanese" e italianista che dei Promessi Sposi aveva detto: «Un libro veramente troppo lodato. Senza dubbio Tommaso Grossi è migliore scrittore, o almeno ha più ingegno». Manzonianamente, col senno di poi: «Tommaso Grossi, chi era costui?». Manzoni vi abitò con la moglie Enrichetta e con la madre proprio nell'anno della conversione. In quella casa nacque sua figlia, per mano di una levatrice, perché il parto era faccenda di donne. Persino Kant aveva notato che il «vero parto» avveniva solo con l'intervento del padre: la denunzia anagrafica. Manzoni scelse il nome Giulia, quello di "maman". Per un altro conformismo, divenuto anch'esso tipicamente italiano, Manzoni volle il battesimo cattolico, imponendolo sia a se stesso, che (ancora) non credeva, sia alla moglie calvinista. E fu lui a scegliere la chiesa di san Nicola a Meulan, dov'era stato celebrato il funerale del compagno della madre, Carlo Imbonati: strana cerimonia cattolica con il padre (ancora) "libertino", la nonna che ripensava al suo Carlo, la mamma che avrebbe voluto un altro rito, e il padrino Charles Fauriel a recitare un Credo al quale non avrebbe mai creduto. La chiesa è ancora lì, isolata nella campagna, persino più bizzarra di allora, in una Parigi a 50 chilometri da Parigi. Chi oggi si mette a passeggiare seguendo l' itinerario manzoniano non ha guide, e deve andare per accenni... I luoghi manzoniani sono infatti più ideali che reali e non soltanto perché, nella immensa bibliografia, nessuno ha tracciato, quando ancora si poteva, la mappa completa della Parigi manzoniana che, a sua volta, è un altro mito fondativo di un'Italia che poi si fece mentre Parigi si disfece.
La verità è che il Manzoni parigino è solo una vaghezza culturale, un linea dritta di astrazione che va dalla Madeleine alla Bastiglia, lungo la rue Saint Honoré, oggi linea dello shopping. Sappiamo che ventenne, balbuziente e non ancora consapevolmente malato di nervi, Manzoni passava molto tempo in una libreria italiana e la madre lo prendeva in giro perché la proprietaria, la signora Fayalle - diceva - «non è certo un'amante adatta a mio figlio». La libreria si trovava al 244 di rue Saint Honoré, un numero civico che non esiste più. E non c'è più neppure l'appartamento che madre e figlio vi presero in affitto, sentendosi insieme «quasi in paradiso». Nella rue Saint Honoré è rimasta solo san Rocco, la chiesa di quel miracolo che è il solo avvenimento sul quale si è molto lavorato e speculato. Il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per il matrimonio di Napoleone e Maria Luisa, spaventato dai fuochi d' artificio, pigiato nella calca dove aveva perso la moglie, Manzoni sarebbe stato colto dalla sua prima crisi convulsiva e, nel tentativo di correre a casa, si sarebbe rifugiato in san Rocco mentre i monaci cantavano «O mio Dio, se tu esisti, rivelati a me...».
Oggi in questa chiesa, che pure ha inaugurato, come nostra identità, la nevropatia miracolistica, non c' è che una lapide distratta. Sui gradini riposano i turisti e, alla fine, esplorando la storia di san Rocco, risulta più evocativa la celebrazione del matrimonio del marchese de Sade. La verita è che lo stesso Manzoni inaugurò il "grattage" della Parigi libertina dalla propria vita. E il grattage del passato è un altro fondamento del carattere degli italiani che poi scoprirono l'antifascismo nel fascismo, il comunismo nel corporativismo, il liberalismo nell'estremismo del sessantotto... Così alla fine viene ricordato come luogo tipicamente manzoniano solo l'ultima casa, in rue de Seine, dove la famiglia, ormai numerosa, abitò per alcuni mesi nel 1818, tredici anni dopo il primo viaggio a Parigi, quello da "libertino".
Manzoni, già devotissimo, rimase a letto malato per quaranta giorni disturbati dai rumori del mercato, che, bellissimo, è ancora lì. Il quartiere è oggi quello del post esistenzialismo ma con una presenza ancora forte e discreta di boutique di liturgia, madonne e santi in vetrina, sartorie di abiti talari, librerie religiose tra le due grandi chiese, Saint Sulpice, e soprattutto Saint Severin dove Enrichetta pronunziò l'abiura, che è un altro paradigma italiano. Oggi Saint Severin, una delle più antiche e belle chiese di Francia, è circondata da ristoranti greci, pessimi già all'aspetto. Di fronte, chiusa da una porta di legno, c'è ancora la stradina più stretta del mondo, l'impasse Eliane-Divron, il cul-de-sac che spinse Voltaire a imporre il nome impasse a tutti i cul-de-sac di Parigi: «Chiamo impasse quel che voi chiamate cul-de-sac. Trovo che una strada non somiglia né a un culo né a un sacco. Vi prego dunque di servirvi della parola impasse che è nobile, sonora, intelligente, necessaria». Manzoni si divideva tra Saint Severin e Saint Sulpice, la cui facciata è ancora oggi sapientemente "grattata": durante la rivoluzione fecero sparire la croce, il triangolo, la barba di Dio... Dentro, anche Manzoni rimase stupito dallo strano gnomo, ora reso famoso dal Codice da Vinci. Oggi c' è un cartello severo che mette in guardia dalle «suggestioni pagane di un pessimo romanzo di successo». Ma di sicuro il bizzarro gnomo astrologico che sta tra due altari non è un simbolo cattolico. Anche questo dunque è grattage. Lo stesso che spinse Manzoni a consegnare al canonico Tosi le preziose Oeuvres di Voltaire, cento volumi con dedica originale dell'autore. Alla morte del Tosi furono trovati solo i cartoni. Oggi, dimesso e modesto, al 66 di rue de Seine c' è l'hotel Welcome, due stelle: 96 euro per una doppia, dove forse ha dormito Manzoni. Settanta la singola. Almeno cinquecento euro costa invece la camera all' Hotel Vendôme, dentro il quale è inglobato il primo appartamento parigino di Manzoni. Il permesso di soggiorno è datato 12 luglio 1805, ma è probabile che Alessandro sia arrivato in una sera di giugno e che dunque abbia fatto in tempo ad abitare nella casa che la madre aveva condiviso con Carlo Imbonati al numero 3 della piazza ottagonale che è più o meno come allora, se si esclude la torre che, proprio in quei giorni, gli operai cominciavano a costruire. Dormì dunque in una stanza col soffitto ricco di fregi a corona, le tende di percalle, sentendo gli operai che lavoravano al gabbione e il gracchiare di un pappagallo al quale un vicino di casa, un mutilato di guerra senza un braccio, cercava inutilmente di insegnare la Marsigliese. Oggi in quella città-cantiere che Napoleone voleva rendere «la più bella e la più libera del mondo» non è rimasta alcuna traccia biografica dei libertinaggio di un ragazzo che pure a Milano aveva avuto l'educazione sentimentale tipica di un allievo del collegio religioso, «il sozzo ovile», mettendo incinta bimba la cameriera della cugina, e beccandosi pure la comunissima «grave ciprigna» che allora si curava con impacchi di seme di lino, dieta di pane, beveraggi di camomilla, lunghi giorni di letto. A Parigi invece la sua vita sarebbe stata libertina ma casta, a meno di non immaginarlo sotto i portici del Palais Royal, dove oggi si aprono ristoranti e negozi di antiquari tra cui un famoso rivenditore di pipe, mentre allora c'era il bordello regolamentato, cellula di quel French System sotto controllo dell' ufficiale medico e sotto stretta sorveglianza delle tenutarie, che per circa due secoli si sarebbe imposto come modello sessuale in tutta Europa. La diligenza che veniva da Milano passando per Digione lasciò Alessandro in place de la Concorde che era un luogo sinistro, un grande slargo di terriccio e di erbacce degradante verso la Senna. Per molti anni vi era rimasta, sia pure inoperosa, la ghigliottina che aveva giustiziato anche il re. I soldati avevano coperto di pietre e calce le pozze di sangue, ma c' era ancora, fortissimo, il cattivo odore. Anche oggi la Concorde non riesce a diventare né bella né piazza, forse perché è aperta da tre lati. Il traffico, intenso e disordinato, la rende uno dei luoghi urbani più pericolosi del mondo. E, nonostante lo spazio, vi domina di nuovo il cattivo odore, quello dei gas di scappamento.
Rimane dunque inesplorato il libertinaggio del Manzoni che sarebbe stato solo "culturale". E infatti i luoghi della città dove gli parve che più ardesse il libero pensiero furono... le colline. I famosi Idéologues vi si erano rifugiati, marcando così anche geograficamente il proprio disilluso distacco dal regime e dalla napoleonica capitale del mondo. Come il Candide di Voltaire avevano concluso che «bisogna coltivare il proprio giardino». Napoleone li chiamava con sarcasmo les boudeurs d'Auteuil, gli imbronciati di Auteuil. Oggi quelle colline sono diventate residenza privilegiata delle ricche famiglie inglesi e americane: molti figli, molti cani, molte jeep, molto canottaggio. Auteuil, nome che Manzoni avrebbe voluto dare alla villa di Brusuglio, è addirittura un quartiere dentro Parigi, ha conservato la struttura urbana del villaggio, ed è bello e vivace sul modello di Saint Germain. Ma non c' è più la casa dove la vedova Helvetius teneva il famoso salotto. Né sappiamo in quali caffè Manzoni si sedeva; almeno una volta sostò con la madre nel caffè Ranelagh, che oggi è una simpatica brasserie, specializzata in birre ad alta gradazione. Nel menu ce n' è una di nome "Morte Subito". Si può berla alla sua memoria anche se non risulta che Manzoni sia mai stato un tipo da birra. È invece un casermone sia pure secentesco, integrato dentro l'ospedale, la famosa Maisonnette, la residenza di campagna di Meulan-sur-Seine, dove le vite impastoiate di Sophie de Condorcet e del suo compagno Charles Fauriel facevano sentire al giovane Alessandro il pregio di un legame fuori da quella "promessa degli sposi" verso cui avrebbe confessato di sentirsi «da sempre naturalmente portato». Fauriel era stato l'amante di Madame de Stael, e Sophie, tra gli altri, era stata l'amante di un ex prete, il padre di Charles Baudelaire. Il paesaggio che vi si gode è ancora quello di allora, sebbene meno incantato per le fabbriche e i palazzoni lungo la valle che degrada verso la Senna, dove l'isola è sempre bellissima. In quel che fu il parco alberato, la cappella sconsacrata è un deposito di attrezzi da giardino. E nella cameretta dove dormiva Alessandro, «questa piccola cameretta dove per sempre si perderà la mia immaginazione», oggi (forse) dorme una vecchia signora, Madame Sarte, con una bella faccia che pare corrosa da un temporale. Non sa nulla di letteratura, e parla solo dei suoi due figli, sepolti al cimitero di Meulan, volati via come due foglie di ottobre, come due pagine di quel catechismo che, pur tra tanta devozione, e grazie anche alla Parigi libertina, ha insegnato a generazioni di italiani che non bisogna esser codardi e opportunisti come don Abbondio; che siamo tutti Renzo Tramaglino, tutti impulsivi e masochisti; che c'è sempre una donna Prassede, pronta a torturarci per il nostro bene.

La Repubblica, 16 ottobre 2005

Nel triangolo del riso. Vantaggi e rischi della coltivazione in asciutta (Nicola Scevola)

Risaie nel vercellese

Lo chiamano mare a quadretti. È quello specchio d’acqua delimitato da argini bassi che, fra primavera e autunno, ricopre da secoli il cuore delle risaie d’Italia fra Novara, Vercelli e Pavia. Sono decine di migliaia di ettari in cui il riso è coltivato in sommersione fin dai tempi di Ludovico il Moro, il primo a pensare di sfruttare l’abbondanza delle sorgenti locali per favorire questa coltura su vasta scala. È un paesaggio antico, fatto di distese piatte d’acqua attraversate da un’intricata rete di canali, che negli ultimi anni è cambiato in modo drammatico: la diffusione della coltivazione in asciutta, in cui i campi si allagano quando le piante di riso sono già spuntate, sta facendo sparire questo spettacolo, creando uno squilibrio idrico che mette a rischio i raccolti.
«La situazione non è sostenibile», dice Marco Romani, ricercatore dell’Ente Nazionale Risi. «La semina in asciutta non sfrutta l’abbondanza d’acqua disponibile in primavera, concentrando la richiesta a giugno, quando la rete idrica è già gravata dalla bagnatura del mais».
Questa nuova coltivazione è talmente pratica, però, da essere in costante espansione. A partire dal 2004, i grafici dell’Ente Risi sulla diffusione della semina interrata mostrano una linea retta che cresce a 45 gradi. Tanto che oggi quasi la metà del riso italiano è coltivato così. Il sistema viene dagli Stati Uniti, ed è stato messo a punto negli anni Ottanta per risparmiare manodopera e mezzi nella gestione d’irrigazione, semina e trattamenti. A fine raccolto, la quantità d’acqua utilizzata resta più o meno la stessa, così come la resa della pianta. Ma muoversi nei campi asciutti è più facile che nella fanghiglia del mare a quadretti. Non servono trattori con le ruote dentate in ferro, soggetti a usura e scomodi da trasportare. Non potendo circolare su superfici dure, infatti, per spostarsi da un campo all’altro devono essere caricati su carrelli trainati da altri trattori a gomma.
«Moltissimi si stanno convertendo. Permette di usare lo stesso trattore per tutto. Questo si traduce in un risparmio di circa un operaio ogni 100-150 ettari», aggiunge Romani.
Ma la diffusione massiccia di questo metodo crea problemi di scarsità a un sistema che sull’abbondanza d’acqua ha fondato la sua storia. La rete idrica, creata dal tempo delle marcite e sviluppata nei secoli con la costruzione dei canali Cavour e Regina Elena, fino ad oggi ha funzionato bene perché tarata per un utilizzo dilatato nel tempo, che sfrutta le colature derivate dalla sommersione delle risaie più a monte per alimentare fontanili più a valle, permettendo in pratica di riutilizzare la stessa goccia per bagnare tre chicchi in posti diversi. La sovrapposizione della richiesta d’acqua fra il riso seminato in asciutta, che deve essere bagnato a metà giugno, con quella di mais, ha fatto saltare gli equilibri. Al punto che, negli ultimi due anni, il riso si è salvato dalla siccità solo grazie a eventi meteo eccezionali.
«Non abbiamo mai avuto tante e tali criticità”, sottolinea Alberto Lasagna, dirigente del Consorzio d’irrigazione Est Sesia che gestisce le acque nella zona. «Nelle ultime due stagioni siamo riusciti a governare la scarsità solo grazie a temporali improvvisi che hanno permesso interventi di soccorso. Ma non possiamo sperare che ogni anno si ripetano questi fenomeni fortuiti. E con la siccità autunnale che stiamo vivendo quest’anno il pericolo per il raccolto dell’anno prossimo diventa ancora più alto».
Oltre a creare un rischio per l’agricoltura, questo cambiamento mette a repentaglio il delicato ecosistema che si era riconquistato a fatica negli ultimi decenni. Grazie allo sviluppo di trattamenti meno tossici e invasivi, le risaie sono tornate a ospitare specie come l’ibis sacro, l’airone e il cavaliere d’Italia, una garanzia di biodiversità che permette agli agricoltori di non alternare le colture, com’è imposto ad altre semine. Uno dei meriti forse meno intuitivi della presenza di questi specchi d’acqua è anche quello di tenere sotto controllo la presenza di zanzare, favorendo lo sviluppo di specie antagoniste come libellule, coleotteri e girini.
«Fino a qualche anno fa, quando la zanzara arrivava con i primi caldi estivi, trovava un bel comitato d’accoglienza pronto a darle la caccia», dice Giuseppe Bogliani, esperto di ecoetologia dell’università di Pavia. Oggi, invece, l’arrivo ritardato dell’acqua diminuisce la presenza di insetti che si nutrono di zanzare. «Un tempo bastava fare attenzione solo all’alba e al tramonto, oggi ce ne sono di più e pungono tutto il giorno», sottolinea Bogliani.
Nelle risaie del nordovest è anche cambiato il tipo di zanzara prevalente. La diffusione della tecnologia laser per livellare perfettamente i campi ha ridotto la presenza di avvallamenti naturali. Così, mentre l’assenza di fossi e pozzanghere strangola ulteriormente gli insetti che si nutrono di zanzare, il fango che rimane crea l’habitat ideale per ospitare le uova di una specie particolarmente aggressiva dell’odioso insetto: la aedes caspius, che contrariamente alla cugine anopheles (un tempo la più diffusa), è attiva tutto il giorno, ha un raggio di azione ampio e, potenzialmente, è portatrice di parassiti pericolosi per l’uomo come la malaria.
Dato il valore attuale del riso, che quest’anno si è attestato sui 23 euro al quintale contro i record di 75-80 euro dei primi anni Duemila, non è difficile comprendere la logica che ha convinto i singoli agricoltori a optare per la semina in asciutta. Da quando questa scelta è diventata fenomeno sistemico, però, i pericoli rischiano di superare i vantaggi. Trasformando un’alternativa sensata in un boomerang economico. «Se ben pianificata, la semina in asciutta può convivere con quella tradizionale aiutando a gestire al meglio il raccolto», conclude Romani. L’avvicendamento delle tecniche, che prevedono trattamenti diversi, può ad esempio rallentare lo sviluppo di parassiti resistenti. «Ma ci vuole più consapevolezza e rispetto del sistema idrico e del suo funzionamento».

"Pagina 99", 10 novembre 2017

5.10.18

La campana di Riace (Ida Dominijanni)

Mimmo Lucano

In un paese come l’Italia in cui un partito al governo può restituire cinquanta milioni di maltolto alle casse pubbliche in ottanta comode rate, in una regione come la Calabria che non smette di essere massacrata da pratiche amministrative criminali di ogni genere, accade che il sindaco di un piccolo paese diventato in mezzo mondo simbolo dell’accoglienza ai migranti venga arrestato per aver aiutato una nigeriana senza permesso di soggiorno a sposarsi con un residente in modo da non essere rispedita a casa, e per aver agevolato due cooperative nell’assegnazione della raccolta dei rifiuti in modo da impiegare i migranti in questo lavoro utile a tutta la comunità. Dopodiché accade anche, prevedibilmente, che il ministro degli interni, che al momento del proprio insediamento a quel sindaco aveva esplicitamente dichiarato guerra, gongoli con un tweet contro “i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati”; e un po’ – solo un po’ – meno prevedibilmente che il suo sottosegretario rivendichi sul “blog delle stelle” di avere azzerato il 5 agosto scorso i finanziamenti a favore di quel sindaco, iscrivendolo d’ufficio al “business dell’immigrazione” e al “sistema criminale” che secondo lui ne beneficia: a definitiva smentita di quanti vogliono ancora sperare in una tensione fra le politiche sovraniste e razziste della Lega e quelle sovraniste e populiste dei 5 Stelle. Accade infine – ma a questo siamo abituati – che si formi d’incanto, sui social e in tv, un partito di fan dello stato di diritto e delle procure, che dello stato di diritto e delle procure se ne infischiano quando a violare la legge in modo ben più eclatante è lo stesso ministro degli interni di cui sopra, vedasi il caso della nave Diciotti e non solo.
Mimmo Lucano non è solo. Per tutta l’estate, a finanziamenti tagliati e con l’inchiesta della procura di Locri già in corso da mesi, a Riace si sono avvicendati, con l’intera galassia italiana dell’accoglienza, sindaci (Ada Colau e Luigi De Magistris in primis), intellettuali e artisti (Saviano e molti altri), il presidente (Pd) della giunta regionale, e una interminabile processione di singoli e gruppi venuti da tutta la regione, da tutt’Italia e da mezza Europa per esprimere solidarietà a Lucano e resistenza a un governo nel frattempo solertemente impegnato a chiudere i porti. Abbiamo fatto dibattiti e feste in piazza, raccolto fondi, discusso della situazione. Sapevamo perfettamente che se l’inchiesta era in cerca di illegalità le avrebbe trovate: Lucano non ha mai negato, e rivendica nelle intercettazioni incriminate, di aver inventato degli espedienti per aggirare le maglie strette di una legislazione (Bossi-Fini e non solo) fatta apposta non per agevolare ma per impedire l’accoglienza. E rivendica di averlo fatto perché – come dargli torto? – la giustizia non sempre coincide con la legalità, e in questi casi bisogna stare dalla parte della giustizia. Si chiama disobbedienza civile, ed è veramente sorprendente sentir dire, in queste ore, che essa si attaglierebbe ai privati cittadini ma giammai a un pubblico ufficiale quale è un sindaco.
Quanto al piano della legalità, e fatta salva la presunzione di innocenza dalla quale evidentemente ministri e sottosegretari prescindono allegramente, l’inchiesta farà il suo corso, e peraltro si annuncia controversa: per una procura che rivendica le sue accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e agita le prove in suo possesso, c’è un Gip che invece riscontra superficialità e malcostume nella gestione dei fondi Sprar ma non convalida le ipotesi di reato della procura. Staremo a vedere. Ma non con le mani in mano: la posta in gioco è più alta di quella giudiziaria. Perché se è vero che l’inchiesta contro Mimmo Lucano è partita sotto il governo Gentiloni, è altrettanto vero che adesso rischia di chiudere il cerchio della strategia sovranista e razzista del governo gialloverde, in entrambe le sue componenti. Cominciata – di nuovo sotto il governo Gentiloni, ma ad opera dei 5Stelle allora all’opposizione – con la criminalizzazione delle Ong nel Mediterraneo e proseguita con l’accanimento giurato, dal ministro degli interni in persona, contro l’esperimento Riace.
Questa strategia domanda e comanda disobbedienza civile. Non riguarda “gli altri”, i migranti e le migranti. Riguarda noi. Non solo i nostri valori, ma le nostre vite. Quando si apre una falla, l’acqua dilaga ovunque. Sta già dilagando: sulle case occupate dai senza tetto, sui centri sociali, sui centri delle donne, sul libero associazionismo che tiene ancora in vita un paese cadaverico. È il lato oscuro, disciplinante, razzista e autoritario, del “governo del popolo” e dei suoi proclami sull’abolizione della povertà. La campana suona a Riace, ma suona per tutti.

"Internazionale", 2 ottobre 2019

“Il decreto Salvini è incostituzionale”. Intervista a Lorenza Carlassare (Andrea Fabozzi)


Matteo Salvini
La costituzionalista Lorenza Carlassare è professoressa emerita di diritto costituzionale all’università degli studi di Padova.

Professoressa Lorenza Carlassare, come giudica il decreto «sicurezza»?
La prima considerazione critica riguarda la mancanza di omogeneità nel testo. La Corte costituzionale ha sempre detto che ci vuole omogeneità nei contenuti di un decreto legge, mentre questo di Salvini mette assieme cose diverse. Nella seconda parte, quella più propriamente sulla sicurezza, accanto a misure da rifiutare, come l’allargamento nell’impiego della pistola elettrica, ci sono anche cose che possono essere interessanti, per esempio tra le misure antimafia. Aggiungo che, come ha già osservato il professor Flick, l’accostamento tra migranti, terroristi e mafiosi è parecchio malizioso. Il decreto non è solo eterogeneo, vuole anche suggerire che i migranti sono pericolosi e questo è inaccettabile. Ecco, la prima cosa da dire è che avrebbero dovuto essere almeno due decreti, come del resto era previsto in origine.

Secondo lei il decreto è incostituzionale?
Lorenza Carlassare
Sul punto delle revoca della cittadinanza penso proprio di sì. Intendiamoci, nel momento in cui uno straniero acquista la cittadinanza è cittadino italiano come gli altri. Invece questo decreto è come se gli attribuisse un vizio di origine. Prevede che alcune categorie e solo loro possono perdere la cittadinanza, così pone in essere una discriminazione effettiva e ingiustificata sulla base della provenienza. Questo è sicuramente incostituzionale per violazione del principio di uguaglianza.

Le sembra violato anche l’articolo 22 per il quale «Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome»?
Se ne può discutere. La condanna per terrorismo non può essere considerata come un motivo politico. Ma è certamente politica la selezione di una categoria di cittadini che può perdere la cittadinanza, in conseguenza di queste condanne.

Il decreto prevede anche l’espulsione immediata per il richiedente asilo prima della condanna definitiva, questo viola la presunzione di innocenza?
A mio modo di vedere è soprattutto una violazione del diritto alla difesa, articolo 24 della Costituzione. Essere espulsi condiziona moltissimo, anzi praticamente impedisce la possibilità di difendersi in tribunale. A pensarci bene anche questa disposizione può rappresentare una forma di discriminazione, quindi un’altra violazione del principio di uguaglianza, perché la presunzione di innocenza viene fatta valere meno per una certa categoria di persone, i richiedenti asilo.

Il prolungamento fino a 180 giorni della detenzione amministrativa è costituzionale?
In questo caso prima ancora che dal punto di vista giuridico c’è molto da eccepire dal punto di vista umano. Il mio problema non sono tanto i giorni in più o in meno di questa detenzione, ma le condizioni disumane in cui queste persone sono tenute. È gravissimo come stanno, non quanto ci stanno. La Costituzione impone il rispetto della persone, la dignità umana è il suo cuore. Anche una persona sottoposta alla limitazione della libertà deve avere garantito un trattamento rispettoso e umano, a maggior ragione chi non sta scontando alcuna pena. La Costituzione non distingue neppure tra cittadini e stranieri, la dignità è un diritto universale.

Le giro una obiezione renziana: perché voi professori del no alla riforma costituzionale, malgrado le scorribande di Salvini, avete smesso di denunciare la “deriva autoritaria”?
Per adesso la Costituzione non è stata toccata, anzi le proposte di cui ha parlato il ministro Fraccaro mi sembrano condivisibili anche perché puntuali. Una legge incostituzionale può sempre essere bloccata dalla Corte costituzionale, mentre se si cambia la Costituzione non c’è rimedio. All’obiezione rispondo per quello che riguarda me: se dovesse esserci un attacco alla Carta del genere di quello portato dal Pd nella scorsa legislatura, Renzi stia tranquillo che insorgerò. Vale anche per modifiche alla legge elettorale che cambiano nella sostanza la rappresentanza e la forma di governo, come quelle che hanno proposto e realizzato i renziani. Che anche per questo portano una responsabilità per la situazione attuale.

“il manifesto” il 26 settembre 2018

“Patria” di Enrico Deaglio. Un almanacco degli anni 70 (Mario Campus)

Leggo solo ora, in ritardo, la recensione del libro di Deaglio, che non ho letto. Campus lascia intravedere il racconto fattuale di un passaggio storico che a me, come a tanti, appare assai importante. Ho l'impressione che l'approccio di Deaglio ben si raccordi alla più convincente e sintetica interpretazione che mi è accaduto di leggere sul periodo, gli Anni Settanta di Giovanni Moro (Einaudi 2007). Penso che mi procurerò questo Patria. (S.L.L.)


È divenuto senso comune considerare gli anni Settanta l’anticamera dell’oggi. Un decennio che si caratterizza per la sua “lunghezza” coincidendo il suo inizio con la contestazione studentesca del ’68 e la sua coda con i primi anni Ottanta e, quindi, con l’avvio del cosiddetto reflusso: il distacco dalle passioni che avevano caratterizzato il periodo precedente.
Di questo tratto di storia si sono date molte definizioni e si è provato a impacchettarlo in formule che non riescono a restituirne la complessità dal punto di vista internazionale e forse ancor meno per quel che riguarda la vicenda italiana. L’elenco delle straordinarie conquiste sociali che arrivarono a maturazione in quegli anni e la loro diffusione non sarebbe completo senza aggiungere quanto essi furono tormentati. Lo furono in un Occidente che sperimentava le conseguenze di una ricchezza inedita, e l’estensione di nuove forme di scontro sociale e militanza civile; e lo furono in teatri che facevano intravvedere i segni del cambiamento globale che si sarebbe verificato nei successivi decenni. L’esperienza italiana compendiata in Patria 1967 – 1977 di Enrico Deaglio è per molti versi antonomastica del dinamismo di tali trasformazioni, e dell’urto che esse provocarono su assetti che parevano incrollabili.
Un titolo orgoglioso e per certi aspetti provocatorio, se è vero che in molti continuano a riconoscersi nell’affermazione di Ceronetti «l’Italia è più un archetipo che nazione». Eppure da queste pagine che definiscono la portata del conflitto generazionale, dell’evoluzione della cultura popolare e della sua saldatura con contesti che parevano distanti, del modo di percepire e vivere la politica, emerge qualcosa di più che un archetipo. Non si tratta di un saggio interpretativo o di un’analisi costruita su una delle tante tesi-contenitore che la storiografia ha prodotto (spesso in maniera poco originale) per riassumere il decennio. È piuttosto una ricostruzione di fatti pazientemente allineati che ambiscono alla formazione di un “quasi almanacco” in presa diretta e restituiscono il ritmo dei cambiamenti, la partecipazione degli attori, il contributo degli intellettuali, la resistenza degli elementi più retrivi, l’affermazione della coscienza operaia, la gioia della sperimentazione e il buio della violenza.
Ciò che punteggia la narrazione di Deaglio, dunque, non è la pretesa della neutralità – che del resto sarebbe velleitaria specie se proclamata da chi in quel periodo era non solo adulto ma attivo – o il compiaciuto reducismo della “meglio gioventù”, quanto la fiducia che un’ampia selezione di fatti possa comporre un quadro verosimile di come l’Italia visse in quell’epoca. Ciò che colpisce di un esperimento come questo è la cognizione che l’autore ha nel combinare elementi alti e bassi (ammesso che una distinzione del genere abbia senso in un caso come questo) e l’immunità da prosaici rimpianti: una cognizione che dà forza all’eccezionalità di quegli avvenimenti riuscendo a contestualizzarli come qualcosa di non slegato da ciò che li precedette e ciò che venne dopo. Se c’è un tratto che emerge netto nella moltitudine di fatti anche minori di una quotidianità crivellata dalla conta dei morti, è l’energia che trasuda dalla partecipazione al cambiamento dei protagonisti. Come se la catena di avvenimenti descritti suggerisse che la composizione dell’indole politica del Paese fosse assai più vivace rispetto alle formule e ai paesaggi tartarei che lo definirono in seguito. E se è inevitabile pensare a quanto, rispetto ad allora, la società italiana appaia oggi ripiegata in uno stato comatoso, analogamente è possibile individuare in quell’intervallo di date una linea d’ombra della Repubblica: un confine che sarebbe stato varcato l’anno successivo al momento in cui si arresta il libro, il 1978 della strage di via Fani e dell’uccisione di Moro. Ma quel passaggio che è stato interiorizzato come un transito verso l’età adulta o, peggio, come un passo prima (e per alcuni dopo) delle Malebolge, appare consequenziale agli avvenimenti riportati in queste pagine.
Bisogna poi dire che i dieci anni qui descritti riportano a un clima nel quale si rafforzarono al centro della vita nazionale tendenze e figure che determinarono la consunta modernità di cartapesta del decennio successivo. Quasi come se il drammatico cambiamento dovesse necessariamente essere immolato, dissipato, nel linguaggio sfumatamente patologico e congenitamente distorto della politica nazionale. Un elemento che affiora più di altri dal libro è il superamento degli stereotipi più convenzionali con cui il decennio è stato descritto dai suoi contemporanei e dagli scimmiottamenti degli epigoni. Si tratta della definizione di “crisi italiana”, la cui lugubre cifra ha regnato per descrivere un Paese tragico che ignora di esserlo. Quella crisi fu, è vero, profonda e segnata dalla matta bestialità delle comparse italiane, ma fu il tempo nel quale si svilupparono diritti che fanno parte del nostro patrimonio. Fu quello il tempo nel quale, anche a causa dello stato endemico di conflitto fra vari pezzi dello Stato, si mobilitarono le coscienze di una parte della società che fino ad allora aveva vissuto nel fatalismo sentimentale e cinico che è poi tornato al centro della scena pubblica. Così come quel decennio provò un innesto (fallito) in una modernità di cui si percepivano i potenziali salvifici ancoraggi. Una scena che da allora si è vertiginosamente trasformata nello sconcio carnevale di lazzi e smorfie che trionfa oggi. Quell’Italia più ingenua aveva – e questo la lettura di Patria lo suggerisce – una forma di pudore a mostrarsi amabile e festevole a tutti i costi, a seppellire sotto un’ignoranza bieca e diffusa l’assenza di orizzonti.

“Il Sole 24 ore – Domenica”, 25 febbraio 2018

Il dandy e l'amore (Giuseppe Scaraffia)


Avversario dichiarato della banalità e della ripetizione, il dandy preferisce alla rassegnata stanchezza del talamo le incertezze e l'instabilità degli amori fugaci. In tal modo contrappone, alla falsa eternità del rapporto coniugale, il tempo reale dell'amore, in cui un secondo s'allarga e s'approfondisce, fino a comprendere in sé l'infinito, proprio a patto di non volersi infinito, imperituro. La dimensione temporale dominante viene squarciata dalla sua resistenza, rivelando l'abisso che separa il tempo ufficiale da quello individuale, la qualità dalla quantità.

da Dizionario del dandy, Laterza 1981

4.10.18

Che cos'è la dialettica. Una poesia di Katja Perat (Ljubljana, 1988)


Ogni volta quando qualcuno mi dice
    fica,
mi vien voglia di sedermi sul divano in un angolo e sotto la coperta leggere
    la Fenomenologia dello spirito.
Ogni volta quando qualcuno dice
    Fenomenologia dello spirito,
mi vien voglia di prenderlo per mano e di andare a
    sbaciucchiarmi con lui sulla scala di sicurezza.

Dalla rivista on line “Fili d'aquilone”, Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič

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