9.4.11

Bertolucci racconta Tibullo.

Da un ritaglio de “La Repubblica” senza data, ma certamente dell’estate 1980, recupero questo giudizio critico del poeta Attilio Bertolucci. L’articolo s’intitolava Miele e fiele per Tibullo e mi fornirà materia per un altro post, su Roma e Cesaretto. (S.L.L.)
Il vaso Portland al British Museum di Londra
Abbandoniamoci al canzoniere minore, e pure avvolgente, primaverile di Tibullo. La piena, gloriosa estate dell’elegia si avrà con Properzio, maestra di risse erotiche.
Tibullo unifica nel suo amore sornione, temperato e imparziale è Delia e Némesi (strano nome, per una donna) e il giovane Marato e, dilettissima, la campagna. La quale, se anche ridotta e di magri raccolti, potrà sempre offrire a lui “coricato” di “stringere la propria donna al petto…” per poi “immergersi nel sonno al ticchettìo della pioggia”. E’ chiaro che questo traffico di amori non può svolgersi che negli immediati dintorni collinari della città, dove Delia tiene un marito e un amante (o più d’uno) altro da Tibullo, maestro di sottili inganni per una donna che finirà per servirsene al fine di ingannare lui.
L’incanto di queste elegie, oltre che nel murmure dei versi, sta in certi precisi, piccoli tocchi di realtà. Come quando Delia bbraccia il poeta “ma sospira altri amori lontani – finge che d’improvviso le venga un cerchio alla testa”. sentite come suona attutito, cecoviano, rispetto a Catullo che la sua belva la vede fiaccare le reni per trivi e angiporti ai magnanimo nipoti di Remo. Della Corte ci informa che “tanto Delia quanto Némesi sono donne secundae classis”; è un altro tratto che distingue le donne di Tibullo. Alle gran dame, qual era la Clodia di Catullo, le accomuna, in ogni modo, un’immoralità tipicamente metropolitana, diciamo, senza ingiuria, romana. Così Tibullo, verseggiatore squisito, si dimostra insieme, che non guasta, pittore-narratore d’interni con figure della Roma di sempre, dispensatrice di voluttà e di dolore, equamente.

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