Giovanni Gentile |
Tra 1910 e il 1930 e oltre
la penisola fu scossa da un dibattito clamoroso. Tutta
l'intellettualità (salvo rare e lodevoli eccezioni) vi partecipò.
Si trattava di decidere se lo Spirito (cioè in qualche modo Dio o la
Storia) fosse trino oppure quadruplice: in parole più povere se la
realtà fosse arte, religione e filosofia oppure utile, buono, bello
e vero. Problema assai complesso, complicato poi dal fatto (o meglio
dalla pretesa) che se trino doveva essere ad un tempo uno, cioè
tutto Filosofia, pensiero sempre in atto, e se quadruplice non poteva
che manifestarsi come doppio, cioè pratico (nell'azione) e teorico
(nel pensiero). Ma se possibile le cose erano ancora più complicate,
l'intero universo filosofico — tranquillamente sistemato nelle
diverse scienze di tradizione positivistica —, messo in questione.
Il sostenitore
dell'unità-trinità, Giovanni Gentile (Castelvetrano 1875 – 1944),
uomo dal sentimenti forti, di grande ambizione, di salda cultura,
identificava il suo Spirito con la Filosofia (la sua, naturalmente):
non ci sono scienze particolari, non c'è pedagogia, non c'è
didattica, tutta la vita è prassi, farsi, educazione in atto,
pensiero che realizza continuamente se stesso.
Il paladino della
quadruplicità era, come tutti sanno, Benedetto Croce. Disceso
dall'alta valle del Sangro dov'era nato (Pescasseroli 1866 - Napoli
1952) aveva respirato al latte cultura e benessere in una famiglia
ampia e agiata che gli consenti di evitare inutili studi regolari e i
fastidi di una professione. Fu presto noto per dottrina filosofica e
storica erudizione, un signore napoletano di fama europea. Amava
Gentile, ne stimava il lavoro, lo aiutava anche finanziariamente a
pubblicare i suoi studi. “La Critica, la rivista personale del
Croce, 6 numeri all'anno, dal 1903 al 1943, filtrò il meglio della
cultura italiana ed europea e per circa 20 anni fu redatta grazie al
sodalizio fra i due amici. Croce sentì presto odore di misticismo
nella filosofia gentiliana, e lo infastidiva il tono di parrocchia
fra Gentile ed i discepoli (“Io scolari non ne ho — gli scriveva
— quelli che c'erano li ho fatti fuggire: che lezione! Gentile,
provinciale meschino arrampicatosi dalla Sicilia, nonostante il suo
ingegno non capì — al solito”).
Sul fondo furono a lungo
d'accordo. Sul finire del secolo avevano liquidato insieme (quasi
senza conoscersi) socialismo e materialismo storico: falsa ideologia
il primo, pseudo filosofia il secondo — la classe operaia e le sue
lotte erano un accadimento empirico che non li riguardava (Labriola
scrisse al Croce lettere di fuoco, invitandolo alla modestia
intellettuale), e proprio di lì era nata la loro amicizia. D'accordo
soprattutto nella battaglia contro le scienze empiriche, un po'
metafisiche, è vero, ma in via di profonda trasformazione e di
grande arricchimento. Non importa, i dioscuri sentenziarono che si
trattava di una negazione dei vero filosofico. Per fortuna, tale
battaglia lasciò indifferenti gli scienziati (per quanto ne so):
continuarono il loro lavoro, e fecero bene.
D'accordo anche sulle
prime linee di una riforma della scuola. Croce se ne occupò anche
durante suo Ministero, più che altro per fare piacere all'amico.
Gentile era già inserito nell'amministrazione dello Stato. Aveva
scoperto in sé, fin dalla sua prima maturità, uno spirito
innovatore talmente saldo da poter affrontare non solo la tradizione
culturale italiana tutta intera, ma anche le cose: in primis la
scuola (che versava in una condizione miserevole, come del resto la
popolazione, per metà analfabeta) onde formare insegnanti e una
classe dirigente adatta ai tempi nuovi. E la riforma si fece, col
fascismo (1923; Gentile invero si dimise da ministro subito, dopo il
delitto Matteotti); scuola elitaria, umanistica, filosofica, dalle
elementari all'Università; anche nelle elementari entrava la
filosofia ma nella forma e nel contenuti della religione cattolica;
per la prima volta — alla faccia della lunga tradizione laica
italiana (da Boccaccio a e Cattaneo non era poi da buttar via), di
quel Bruno che Gentile diceva di ammirare, e con un gran respiro di
sollievo dei nipotini di Gioberti, Bertrando Spaventa, ecc., cioè
preti, ex-preti, similpreti (che Gentile non abbia mai approvato il
Concordato, che abbia sostenuto sempre l'autorità e la libertà
dello Stato, è solo un segno delle sue contraddizioni, del suo non
capire nulla di quella politica per la quale — non certo solo per
ambizione e tornaconto personale — si sentiva versato). E scuola
rigorosa, sia quella pubblica sia la privata (che Gentile detestava!)
alla quale fu dato ampio spazio: lo Stato etico, tutore della
libertà, si incaricava della libertà di insegnamento. Strumento del
rigore, gli esami: esami sempre, ovunque, 3^ elementare, 5^
elementare, ammissione al ginnasio, 3° ginnasio, 5° ginnasio, 3°
liceo — e quanto all'Università fu del tutto centralizzata e
furono poste solide basi per trasformarla in quell'esamificio
che oggi gloriosamente è (41 esami in 3 anni presso gli per Istituti
per l'Educazione fisica: un record mondiale!). Dal 1923 tutti gli
italiani passano decenni della loro vita o a sostenere esami o a far
fare esami.
Questo, e non solo
questo, leggiamo nel libro, ben documentato e ben più serio di
questa presentazione, di Sergio Romano, Giovanni Gentile. La
filosofia al potere (Bompiani). Romano è uno storico e un
diplomatico (oggi è ambasciatore presso la NATO a Bruxelles). Come
storico gli interessano ovviamente gli uomini e le idee, ma come
diplomatico ha un fiuto speciale per l'ambiente, lo spirito dei
tempi, diciamo l'aria che tira intorno al personaggi.
Egli ci ha dato — credo
senza volerlo, vista la sua simpatia per il personaggio — un
affresco di tanta miseria nella nostra alta cultura, della sua
ignoranza della realtà. Fasci siciliani, occupazione di terre da
parte di contadini affamati, operai morti ammazzati in piazza, guerra
mondiale, occupazione delle fabbriche, violenze dei fascisti,
questione meridionale, industrializzazione, colonialismo, seconda
guerra mondiale — di tutto questo niente, i nostri due personaggi e
tanti loro amici e colleghi non se ne accorgono neppure, non sprecano
un rigo (Salvemini, Gobetti, tanto per citare, come se non
esistessero). In compenso si scambiano centinaia di lettere per
spostare Gentile da un liceo all'altro, da un'università all'altra.
Riformano la scuola, sì,
ma sulla carta: l'analfabetismo viene appena intaccato, la classe
dirigente alla quale pensava Gentile doveva essere quella di Humboldt
ai tempi di Hegel: 30 funzionari per l'amministrazione centrale. E
l'educazione e l'istruzione delle nuove classi sociali, dei quadri
intermedi? Dov'erano i piani e gli stanziamenti per le biblioteche,
le scuole tecniche, commerciali, politecniche, per gli stessi licei
scientifici? Sì, a Milano e Torino, grazie all'iniziativa privata.
Il paese reale non esiste; il Fascismo per l'uno è la realizzazione
del liberismo, per l'altro è una parentesi nella storia della
libertà: parole, parole.
Il quadro è penoso e fa
riflettere. Qualcosa resta. Restano il grande disegno culturale di
Croce sia pure pagato al prezzo di tanto misoneismo e la sua
leggendaria aristocratica benevolenza; resta l'Enciclopedia
italiana di Gentile: egli ne difese libertà e autorità contro
tutto e tutti, contro le migliaia di pennivendoli che volevano
collaborare (le sue scelte furono quasi tutte oculate), contro il
regime che la voleva fascista, contro la chiesa che (via padre Tacchi
Venturi, che controllava dal piano di sopra) la voleva cattolica (fu
il suo capolavoro di studioso e di organizzatore di cultura. È che i
nostri intellettuali avanzati arriccino il naso: Ernst Bloch, la cui
prodigiosa cultura era fuori discussione, mi disse, intorno al 1965,
che persino la voce «tappeti» era ottima, e lui sui tappeti
riteneva di sapere tutto!), e resta la figura dell'uomo Gentile:
autoritario e accentratore ma generoso (soprattutto coi giovani),
espansivo e irascibile, indipendente nonostante tutto, circondato da
una famiglia di amici coinvolti in un affetto un po' tribale, ma un
affetto che non venne meno quando amici antifascisti ed ebrei
dovettero prendere altre strade.
Li aiutava dicendo, pare,
di non capire, pur avendo fatto di tutto per essere oggettivamente
responsabile degli avvenimenti. E allora resta quel suo voler stare
sulla breccia fino alla fine, anche quando ormai sapeva che la
violenza si sarebbe abbattuta su di lui e che la sua morte non
avrebbe riscattato la sua opera. Morte violenta, come è noto,
rivendicata dal comunisti, non certo per mano di “assassini”
(sic! pag. 301). Quanto allo sfruttamento di quella morte da parte di
Togliatti (“disegno gattopardesco”; “azione brutale” anche
contro Croce) “per recuperare materiali importanti per la variante
italiana del marxismo-leninismo” (tesi di Sergio Bertelli), mi
sembra fantascienza giornalistica non degna di uno storico.
“l'Unità”, 3 gennaio
1985
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