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8.9.19

Gennaio 1967. Luigi Tenco e Mike Bongiorno al Festival di Sanremo (Enrico Deaglio)

Luigi Tenco con Dalida

Dalida entra nella stanza 219 nella dépendance dell’Hotel Savoy di Sanremo in piena notte. Trova il cadavere di Luigi Tenco con il cranio attraversato da un proiettile, da tempia a tempia. Qualche ora prima, al salone delle feste del casinò, Tenco ha cantato una versione lenta, quasi fuori tempo, di Ciao amore ciao, il brano che ha portato al 17° Festival della canzone italiana, proprio in coppia con Dalida. È apparso stravolto, come assente, e alterato da qualche sostanza. “Questa è l’ultima volta,” ha detto a Mike Bongiorno che lo ha presentato sul palco.
Nemmeno l’esibizione di Dalida, con un arrangiamento più ritmato, è riuscita a fare arrivare la canzone in finale. Ciao amore ciao si piazza solo dodicesima su 16 brani in gara, viene eliminata e la commissione speciale che avrebbe potuto ripescarla le preferisce La rivoluzione di Gianni Pettenati e Gene Pitney. Dopo il verdetto Tenco si sfoga con rabbia, si addormenta dietro le quinte su un tavolo da biliardo, parla in macchina con Dalida, diserta la cena organizzata dalla casa discografica al ristorante Il Nostromo e torna solo in albergo.
Nessuno dirà di aver sentito lo sparo, né Lucio Dalla, né Tony del Monaco, né altri vicini di stanza. Accanto al suo corpo viene ritrovato un biglietto scarabocchiato di suo pugno: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi".
Tenco avrebbe compiuto 29 anni il 21 marzo. Era l’autore di brani come Mi sono innamorato di te (perché non avevo niente da lare), Un giorno dopo l’altro e Lontano, lontano che hanno contribuito all immagine di uomo irrequieto, un po’ esistenzialista e misterioso.
Aveva scoperto da adulto che quello che credeva suo padre non era suo padre. Si era dedicato alla musica tra Milano e Genova nel mezzo di una vita sentimentale ricca e tormentata, con Dalida e altre. Era un uomo impegnato, iscritto al Partito socialista prima, simpatizzante comunista poi. Amava il gioco d’azzardo e le armi, possedeva un fucile e tre pistole. Una, la Walter Ppk che portava con sé per difesa personale, è stata ritrovata nella camera dell Hotel Savoy.
Ma le indagini sulla scena del delitto partono tardi e male. Il commissario capo di Sanremo, Arrigo Molinari (tessera P2 numero 767, si scoprirà), fa rimuovere frettolosamente il cadavere che viene trasportato all’obitorio del cimitero. Solo dopo il corpo verrà riposizionato nella stanza d'albergo per i rilievi, in una scena ormai contaminata senza rimedio. Il referto di polizia parla di evidente suicidio. L’autopsia, a quanto pare, non serve.
Sul Festival cala una cappa di incredulità e sgomento ma non dura molto. Scrive Natalia Aspesi, inviata de “Il Giorno”:

Nessuno o meglio quasi nessuno del baraccone, si è lasciato coinvolgere al di la della faccia di circostanza, nel tremito di un solo momento di autocritiche e verità. [...] In questi giorni nessuno gli aveva dimostrato particolare affetto: era un ragazzo scontroso, antipatico a molti, cosi tanti lo evitavano, i colleghi si sentivano a disagio con lui. Dopo tutti hanno pianto, si sono disperati, hanno gridato al suo valore, alla sua intelligenza, alla sua incomunicabilità, hanno parlato del loro affetto per lui. Ma l’autentico sgomento, che anche solo per poco ha soffocato tutti, era più che per la sua fine, per il riflesso del suo gesto: in questo gesto ognuno si è specchiato e ha avuto paura per sé. [...] Nel pomeriggio mentre le spoglie di Luigi Tenco viaggiano verso Recco, il parrucchiere Cele Vergottini lavora senza tregua: stira i capelli a Dionne Warwick, pettina la povera Caterina Caselli, dà un colpo di spazzola a un numero imprecisato di signore. Il capellone Antoine prosegue le prove e anche i Los Drasus con la loro divisa d’oro riprovano il pezzo. Senza rendersene conto la gente canticchia, lascia che il corpo si muova a tempo di shake. Le canzoni moderne sono davvero irresistibili.

Il carrozzone del Festival quindi non si ferma, la Rai sceglie l'understatement. 
Sanremo 1967. La proclamazione dei vincitori
Mike Bongiorno sale sul palco e guarda in camera; “Signore e signori buonasera, diamo inizio alla seconda serata con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa sera per presentare le canzoni è con me Renata Mauro. Allora, Renata, chi è il primo cantante di questa serata?”.
La terza serata culmina con la proclamazione dei vincitori. Sono Claudio Villa e Iva Zanicchi con Non pensare a me.

Patria 1967 – 1977, Feltrinelli 2017

7.9.19

1919-2019. D'Annunzio A Fiume. L’eroe disoccupato a caccia di emozioni (Emilio Gentile)

1919 - Il poeta tra i legionari "fiumani"

Non fu un anno rivoluzionario, il 1919, anche se per dodici mesi, si parlò molto di rivoluzione nel continente che era stato l’epicentro della Grande Guerra. La guerra stessa fu esaltata (o deprecata) come rivoluzione, perché aveva sconquassato un assetto politico internazionale, provocando la nascita di nuovi Stati repubblicani sulle macerie di secolari imperi autocratici. Movimenti e partiti fautori di rivoluzioni comuniste, nazionaliste, internazionaliste, indipendentiste pullularono ovunque in Europa nel 1919. Nonostante ciò, non fu un anno rivoluzionario, se per rivoluzione s’intende la conquista del potere da parte di una nuova classe politica, l’abbattimento di un regime esistente, l’istituzione di un regime nuovo o di un nuovo Stato. Rivoluzionario era stato il 1917, con le due rivoluzioni in Russia, nel febbraio e nell’ottobre, che avevano abbattuto il regime esistente e creato un regime nuovo. Ci furono tentativi rivoluzionari anche nel 1919, due in Germania, uno in Ungheria, tutti ispirati alla rivoluzione bolscevica, ma furono stroncati dopo poche settimane dalla repressione armata di forze antibolsceviche. Da allora, non ci fu altra rivoluzione comunista in Europa.
Se non fu rivoluzionario, il 1919 fu tuttavia un anno altamente convulsionario. In tutti i paesi che avevano partecipato alla Grande Guerra ci furono violente agitazioni di piazza, scioperi generali, tumulti, che talvolta sfociarono in scontri armati. Ma in nessun paese le convulsioni violente provocarono l'imposizione rivoluzionaria di un nuovo regime.
Fra i vincitori, l’Italia fu il paese maggiormente afflitto da convulsioni violente, passate alla storia come “diciannovismo”. Al massimalismo del partito socialista neutralista e internazionalista, che condannava la guerra, denigrava la vittoria e si agitava per realizzare una rivoluzione bolscevica, si contrappose il massimalismo dei nazionalisti interventisti, combattenti e reduci, che esaltavano la guerra e la vittoria come rivoluzionario atto di nascita di una «più grande Italia».
Il partito socialista sfogò l’impeto rivoluzionario negli scioperi generali annunciati come preparazione del proletariato alla conquista violenta del potere: ma nel novembre del 1919, si accontentò di conquistare per via elettorale 156 seggi alla Camera, diventando così il primo partito nel parlamento. Il rivoluzionarismo nazionalista, con l’avanguardia costituita dal neonato movimento dei Fasci di combattimento, si sfogò nella violenza di piazza contro i “bolscevichi”, contro il governo di Vittorio Emanuele Orlando e contro il governo di Francesco Saverio Nitti, succeduto a Orlando nel giugno. Ma il fondatore del movimento fascista, Benito Mussolini, pur esaltando la guerra come primo atto della «rivoluzione italiana», osteggiò qualsiasi iniziativa rivoluzionaria degli stessi fascisti, sostenendo che avrebbe avvantaggiato i socialisti.
L’unico atto rivoluzionario compiuto in Italia nel 1919 fu l’impresa di Fiume, iniziata il 12 settembre, con l’occupazione della città da parte del tenente colonnello Gabriele d’Annunzio, a capo di circa 2.000 “legionari”, in massima parte ufficiali e soldati regolari, che seguirono il poeta, compiendo un atto di sedizione.
L’occupazione di Fiume non aveva all’inizio scopi rivoluzionari. Fu un atto di rivolta contro il governo Nitti e contro i governi alleati, che a Parigi avevano negato l’annessione di Fiume all’Italia, perché non era inclusa fra i territori assegnati all’Italia dal Patto di Londra, anche se il 30 ottobre 1918 la maggioranza italiana della popolazione fiumana aveva chiesto l’annessione all’Italia.
Il poeta vate, combattente volontario a oltre cinquanta anni, divenuto leggendario per le gesta compiute durante la guerra, pluridecorato e medaglia d’oro al valor militare, nel 1919 fu il principale artefice e propagandista del mito della «più grande Italia» e della «vittoria mutilata». D’Annunzio trasformò Fiume nel simbolo stesso della vittoria italiana: senza Fiume all’Italia, la vittoria era mutilata.
C’era, tuttavia, un aspetto paradossale nell’identificazione dannunziana di Fiume con la vittoria italiana. Infatti, fino alla primavera del 1915 il poeta aveva ignorato Fiume. Non l’aveva mai citata nelle sue concioni interventiste. E continuò a ignorarla durante la guerra. Ancora il 14 gennaio 1919, nella Lettera ai dalmati, menzionò, fra le rivendicazioni della vittoria, le città «italiane» della Dalmazia senza aggiungere Fiume. Attese il 25 aprile, per esaltare per la prima volta, a Venezia, la «ardentissima Fiume», e rivendicare poi, il 6 maggio, dal Campidoglio, «Fiume nostra e Dalmazia nostra», inveendo contro gli alleati diventati nemici dell’Italia vittoriosa. E fu soltanto nel giugno che alcuni nazionalisti fiumani e italiani, Giovanni Host-Venturi, Giovanni Giuriati, Oscar Sinigaglia, sostenuti da alti ufficiali, decisi a compiere una spedizione armata di volontari a Fiume, per imporre la sua annessione all’Italia, proposero al poeta di capeggiare la spedizione.
I promotori della spedizione avevano come scopo provocare la caduta di Nitti, considerato prono agli alleati, per sostituirlo con un governo autoritario, pronto a decretare l’annessione di Fiume. Il 9 giugno, D'Annunzio celebrò la Pentecoste d’Italia per identificare misticamente Fiume con la «più grande Italia», proclamando che «la religione della Patria non ebbe mai comandamento così alto … Fiume appare oggi come la sola città vivente, la sola città ardente, la sola città d'anima».
D’Annunzio era allora un eroe disoccupato, con la propria Musa inaridita. Angosciato dall’invadente vecchiaia, afflitto da un penoso senso di vacuità esistenziale, vagheggiava addirittura il silenzio del chiostro. Ma intanto continuava a inneggiare, con scritti e discorsi, alla «più grande Italia», atteggiandosi a vate di un italico populismo eroico, volto alla esaltazione del lavoro redento dalla servitù del profitto e alla liberazione dell’Italia dall’egemonia dell'Occidente: «Liberiamoci dall’Occidente che non ci ama e non ci vuole», proclamò il 9 luglio: «Separiamoci dall’Occidente degenere [...] divenuto una immensa banca giudea in servizio della spietata plutocrazia transatlantica».
L’avventura fiumana diede al poeta una fiammata di energia, consentendogli di vivere una nuova stagione epica, in uno stato di mistica esaltazione nazionalista e rivoluzionaria. Insediatosi nella città come governante, il Comandante fu affiancato da una schiera di esaltati giovani legionari, che condivisero col poeta uno spregiudicato stile di vita e un confusionario idealismo rivoluzionario. Con essi, D’Annunzio diede vita a un singolare movimento politico-estetico, il “fiumanesimo”, trasfigurando Fiume nel centro sacro della religione della patria, innalzandola a capitale ideale di un “ordine nuovo”, propulsore di una crociata internazionale per la liberazione dei popoli assoggettati o minacciati dalle plutocrazie occidentali.
Ma l’entusiasmo della popolazione fiumana per l’impresa del poeta e le sue esaltanti orazioni dal balcone, si esaurì in pochi mesi. La spedizione aveva fallito i suoi scopi originari. Il governo Nitti non era caduto. Gli alleati continuavano a osteggiare l’annessione di Fiume. I rivoluzionari socialisti, per quanto inetti a compiere la rivoluzione, erano comunque usciti trionfanti dalle urne elettorali, mentre i rivoluzionari nazionalisti, fascisti per primi, erano stati clamorosamente battuti. Alla fine del 1919, la maggioranza della classe dirigente e della popolazione fiumana era stanca delle concioni del poeta e delle carnascialesche esibizioni dell'anarchismo legionario. Ed era pronta ad accettare un modus vivendi, concordato con il governo dai promotori originari della spedizione, che prevedeva lo sgombero della città dai legionari dannunziani, e la ricerca di un accordo internazionale per l'annessione all'Italia.
Quando, la mattina del 19 dicembre, il Comandante si rese conto che il plebiscito sul modus vivendi era contro di lui, lo annullò. Giovanni Giuriati, uno dei promotori della spedizione, che aveva collaborato col poeta nel governo della città come capo di gabinetto, ed era uno degli artefici del modus vivendi, si dimise dichiarando: «Io sono venuto a Fiume per difendere le secolari libertà di questa terra, non per violentarle e reprimerle».
Da quel momento, e per un anno ancora, sotto il comando dittatoriale del poeta, affiancato ora dal sindacalista nazionalrivoluzionario Alceste De Ambris, ma fra una popolazione sempre più ostile, Fiume divenne luogo di straordinarie o strampalate velleità palingenetiche. Così, in antagonismo con il trionfante velleitarismo rivoluzionario dei bolscevichi italiani, il “fiumanesimo” contribuì a rendere il 1920 italiano un altro anno convulsionario. Senza rivoluzione.

"Il Sole 24 ore - domenica", 18 agosto 2019

4.9.19

Storie USA. Bush senior, Michael Dukakis e le porte girevoli di Lee Atwater, detto Boogie Men.


Riprendo le notizie che seguono dalla recensione di Christian Rocca a un romanzo di Antonio Monda (“Tuttolibri”, 9 marzo 2019).
Lee Atwater, detto Boogie Man, cioè l’orco, fu per alcuni anni il più abile e temuto degli strateghi politici d’America. Fu lui a confezionare nel 1988 la vittoria di George Bush senior sul governatore del Massachusetts Michael Dukakis. Costui cominciò a perdere consensi e fiducia quando Atwater produsse uno spot intitolato «porte girevoli» con cui legava il nome del governatore al volto di un efferato criminale afroamericano, l’ergastolano Willie Horton che, durante un permesso premio ottenuto grazie a una norma del governatore Dukakis, aveva stuprato una ragazza.
Era un attacco violento, personale, ingiusto e dai toni razzisti, il vero marchio di fabbrica di Boogie Man, che con «porte girevoli» si era ripromesso di manipolare le coscienze degli americani fino a convincere gli elettori che Willie Horton fosse addirittura il candidato vicepresidente di Dukakis.
Bush fu eletto trionfalmente, ma ad Atwater venne poco dopo diagnosticato un tumore al cervello.
Aveva 39 anni, morirà a 40, nel 1991.

3.9.19

Brecht. La valigia sempre in mano (Luigi Forte)


Cinquant'anni fa moriva Bertolt Brecht. Per la precisione, il 14 agosto 1956, poco prima di mezzanotte. Nei giorni precedenti aveva dovuto interrompere per un malore le prove del Galilei nel suo prestigioso teatro di Berlino Est, il Berliner Ensemble. Era ormai uno scrittore di fama internazionale, guardato con sospetto a Ovest e osannato a Est. In tempi di guerra fredda gli uni gli rimproveravano il suo caparbio marxismo, mentre gli altri, nel regime di Walter Ulbricht, esaltavano il genio dell'arte socialista.
In realtà il bavarese Brecht, nato ad Augsburg nel 1898, non aveva mai smesso di sentirsi un emigrante, insofferente a qualsiasi forma di rigida ortodossia. In una poesia del 1949 confessò: «Di ritorno da quindici anni d'esilio / son venuto ad abitare in una bella casa,/ (...) Sull'armadio / coi manoscritti c'è ancora sempre/la mia valigia».
Come molti altri, il povero B.B. percorse il difficile cammino dell’esilio portandosi dietro tutte le grandi contraddizioni della storia tedesca del primo Novecento. Negli Anni Venti era stato l'enfant prodige del teatro tedesco, il nuovo drammaturgo di cui tutti parlavano, Non si può pensare alla cultura della Repubblica di Weimar senza L'opera da tre soldi né al declino di quella drammatica esperienza politica senza i song e le ballate brechtiane musicate da Kurt Weill. Tutto ciò appartiene ormai al museo della modernità che riflette fra le luci della ribalta la totale impotenza di una prestigiosa classe intellettuale.
Brecht non ebbe difficoltà a capire che aria tirava: il giorno dopo l'incendio del Reichstag, il 28 febbraio 1933, partì per Praga con la moglie Helene Weigel e il figlio Stefan. Abbandonava la Germania che avrebbe rivisto solo nel 1948, distrutta e sfigurata, per diventare un esiliato: senza patria, senza lingua né identità. Non è un caso che proprio intorno alla straziata icona della Madre Germania ruoti un'ampia riflessione che fa di Brecht, forse proprio grazie alla sua lungimiranza politica, ben oltre i confine nazionali, un «poeta tedesco» a tutto tondo, in una tradizione illuministica che va da Lessing a Marx.
Da Svendborg, Lidingo, Helsinki, «più spesso cambiando Paese che scarpe», egli non smette di scagliarsi contro Hitler e il nazismo con satire, epigrafi, invettive. Di fronte alla lotta si rafforza la sua vocazione pedagogica e il lirico Brecht mobilita il linguaggio, lo condensa in formule che viaggiano attraverso l'etere trasmesse da radio clandestine. E lo piega verso la satira più feroce con testi teatrali come La resistibile ascesa di Arturo Ui e Terrore e miseria del Terzo Reich. Ma, come mostrano anche gli anni del suo esilio americano, i suoi lavori per lo più rimangono nel cassetto. «Insegnare senza allievi/ - recita un suo verso - scrivere senza fama/ è difficile». E non bastano i riconoscimenti che gli giungono da più parti, al suo rientro in Europa, a superare l'esperienza di privazione che fu l'esilio, quella cesura irreversibile, che gli fece dire in una delle liriche più note, A coloro che verranno, che in tempi tanto bui «discorrere d'alberi è quasi un delitto».
Nel dopoguerra il filosofo Adorno gli rimproverò di non aver salvato l'autonomia dell'arte inquinandola con la politica. Certo, schierandosi egli non poté evitare che la parola degenerasse enfaticamente nei toni dell'apologia. Anzi, il poeta vestì i panni del mentore, del vate, perfino del tribuno. Un'esperienza che fa di Brecht uno scrittore molto legato alla sua epoca. I suoi problemi, in gran parte, non sono più i nostri e i pochi decenni che ci separano dalla sua morte sembrano secoli. La fine delle ideologie ha sfocato perfino le sue ambiguità politiche. Non poche negli ultimi anni trascorsi nella ex Rdt, quando cercò invano di conciliare la libertà delle masse socialiste con lo stalinismo del partito. La distanza ha reso caduca una parte delle sue opera, sollecitando, anche a teatro, il recupero delle sue prime pièces, anarcoidi e antiborghesi, come Baal o Nella giungla delle città, in cui egli gioca con la letteratura quasi con vocazione postmoderna.
Del resto già Max Frisch insinuò, a suo tempo, che il Maestro aveva raggiunto l'innocuità di un classico. E Durrenmatt, a metà degli Anni Settanta, rincarò la dose, affermando che Brecht era affascinato dal dogmatismo, tendeva a installarsi in un sistema, senza avvertire i cambiamenti che si andavano preparando, anche per chi continuava a credere nel futuro di una società senza classi.
Col tempo le critiche hanno investito un po' tutto il pianeta Brecht: a cominciare dal suo cinico maschilismo che seppe sfruttare collaboratrici e amanti di grande livello intellettuale come, ad esempio, Elisabeth Hauptmann, Grete Steffin, Ruth Berlau. È pur vero, inoltre, che il suo modo di riflettere sulla condizione umana, specie sulla scena, risulta un po' troppo semplicistico e schematico. Brecht non conosce chiaroscuri, zone d'ombra ed è mosso da eccessivo zelo pedagogico. Ma oggi al suo teatro epico si preferisce, come dimostra l'interesse di Moni Ovadia per Le storie del signor Keuner, il Brecht aneddotico, gnomico, «cinese». Oggi ritorna alla ribalta anche la sua poesia, un immenso, affascinante diario lirico che il Maestro ha proiettato fra le contraddizioni del mondo. L'ha scritta pensando a modelli facilmente fruibili, utilizzando spesso forme del passato, ma con una sensibilità orientata verso la futura società dei mass media. Basti pensare alle Poesie di Svendborg scritte in parte per la radio o al nesso fra testo e immagine nell'Abici della guerra.
Ce qualcosa dunque nel Brecht lirico che resiste al tempo o si modella sul nostro problematico presente. Come l'idea di un nuovo soggetto antropologico, fluido e leggero, ma persistente nel flusso caotico delle metropoli e nei terremoti della storia. È ciò che racconta il Libro di lettura per gli abitanti delle città. Brecht cerca nuovi spazi per un individuo che si confronta con la modernità e con il progresso senza sacrificare l'idea della mutabilità del mondo. Una lezione di dialettica che conserva intatto il suo valore e ben si concilia - nella splendida poesia Il cambio della ruota - con il dubbio e un'urgenza che ha il volto della vecchia utopia. Senza arroganza, ma con il tocco lieve e ironico del saggio che suggeriva: «Non ho bisogno di una lapide senza tomba / ma, se voi ne avete bisogno, / vorrei ci fosse scritto:/ ha fatto proposte. Noi /le abbiamo approvate. / Una simile iscrizione / onorerebbe tutti quanti».

“Tuttolibri La Stampa”, 12 agosto 2006

1.9.19

La nera signora Deledda (Giulio Cattaneo)



Fra i libri di famiglia negli anni Venti e Trenta era difficile che mancasse almeno un romanzo di Grazia Deledda, Canne al vento o L’incendio nell’oliveto. La Deledda era poco più di un nome, non si sapeva niente o quasi della sua vita, al confronto, non diciamo dell'avventuroso D’Annunzio, ma anche di altri scrittori italiani come Fogazzaro o la Serao. Del resto la biografia della Deledda è molto scarna: il dato più rilevante è la pubblicazione di una cinquantina di libri da Nell’azzurro del 1890 alla postuma Cosima.
Nata a Nuoro nel 1871 da famiglia benestante, studiò irregolarmente, poco e male frequentando i classici italiani e formandosi sulle opere di scrittori contemporanei alla moda. A sedici anni cominciò a pubblicare su giornali sardi e poi su riviste «continentali» attirandosi ingiurie e sarcasmi da parte dei suoi conterranei. Dopo il matrimonio, nel 1900 si stabilì a Roma dove morì il 16 agosto del '36. Dieci anni prima aveva vinto il premio Nobel per il quale era in lizza anche la Serao.
Nell’89 era uscito Mastro don Gesualdo del Verga e nel '94 I Viceré di De Roberto: per una esordiente che aveva cominciato a scrivere dall'adolescenza il più naturale riferimento letterario era rappresentato dal verismo o meglio dal romanzo di ambiente regionale, anche se ormai gli stessi narratori veristi cedevano al «misticismo nevrastenico del secolo agonizzante», riflettendolo in opere vagamente spiritualiste, dalla Serao al De Roberto.
Quanto a D'Annunzio, aveva abbandonato da tempo l’Abruzzo primordiale e selvaggio di Terra vergine e delle Novelle di San Pantaleone per tornarvi più tardi, ma dandogli un colore antico e leggendario, con La figlia di Jorio e La fiaccola sotto il moggio che, secondo Cecchi, possono aver
contribuito “all' “impostazione” della Deledda. Ma, sempre secondo Cecchi [… ] «riferimenti culturali e confronti stilistici rischierebbero di riuscire esteriori e forzati». «La sua prediletta frequentazione della Bibbia, di Omero, dei romanzieri russi, del Manzoni e del Verga, stanno nella sua esperienza più come un fatto vissuto che come un fatto letterario».

Come veli di lutto
La Deledda nominava D’Annunzio nei suoi romanzi, accennando al suo «mondo incantato e malefico, una plaga dolce e ardente piena di fiori velenosi e di frutti proibiti». Fanno pensare a D’Annunzio le tre sorelle di Canne al vento (1913), assai più rusticali delle Vergini delle rocce con la scena di donna Noemi che cuce sotto il volo delle rondini. L'evoluzione dell’opera della Deledda è tutta interna e da un romanzo come Elias Portolu (1903), che più si colloca sulla scia della narrativa verista, ma ancora al di sotto della letteratura, si arriva ad una lenta ma sempre più scaltrita conquista della letteratura, evidente nella resa di scorci di paese, di interni, di paesaggi, ancora generici in Elias Portolu, ma più tardi di uno scabro e a volte acceso rilievo pittorico, anche se frammisti ad analogie convenzionali.
Quello che può richiamare il D ' Annunzio della Figlia di Jorio, sia pure a distanza, è un complesso di mitologia sarda, di saga, di «mondo magico» dove il cristianesimo è radicato su un fondo pagano, pervaso di superstizioni e stregonerie, fra scongiuri e atti rituali da poemi omerici come il versare dal bicchiere «le ultime gocce», «poiché la terra vuole la sua parte in tutte le cose che l'uomo consuma». «Egli scuoteva il campanello davanti ad ogni porta per avvertire la gente che cassava il Signore, i cani abbaiavano e il rumore dei telai cessava».
Le storie sono sempre basate sulla tentazione, sul peccato, gli scrupoli e i rimorsi. Il giovane inamorato della fidanzata e poi moglie del fratello che finisce per farsi prete ma senza vera purificazione, il prete travolto dalla passione, la zia attratta dal nipote, la donna ricca dal bandito. Contrasti violenti e malintesi in vicende infantili risolte spesso in modo meccanico con un espediente, un ripiego convenzionale.
Caratteristico della Deledda è il colore cupo, nero dei suoi romanzi, lo sguardo funebre che avvolge figure e luoghi. «Sembrava un bimbo, un bimbo morto», «il corsetto ben ripiegato con le maniche distese e i bottoni d’argento abbandonati uno su l’altro, e la tunica anch'essa ben distesa, coi gheroni riuniti, il nastro rosso in fondo, le danno l'idea di una Marianna morta, distesa entro la bara pronta alla sepoltura», «il paese e le valli e i monti, fatti di marmo dalla neve gelata, più bianchi ancora sotto la luce di un cielo pallido, le parvero un grande cimitero», «i rialzi di terreno coperti di puleggio davan l'idea di cadaveri violacei in decomposizione stesi lungo la strada», le rondini passavano come «croci nere», i capelli neri delle donne erano sciolti «come veli di lutto».
Non mancano i paesaggi sereni, i colori, come dice Cecchi, «di campagne bagnate e soleggiate», ma l'illusione è breve e «al cadere della notte anche su di lei il dolore come l'inverno sulla terra rigettava il suo cappuccio nero». Le passioni, descritte nei primi romanzi con una certa enfasi, finiscono per essere rese con più concisa esattezza. Sorprende sempre la ricchezza delle immagini dove a volte si traduce l'intensità di una emozione più che in analisi prolisse: «la serva di zio Remundu, immobile, gialla e ieratica sullo sfondo nero della porta», le donne «alte, sottili, fasciate di orbace coi grembiuli ricamati di geroglifici gialli e verdi e i cappucci di scarlatto, e pareva venissero da lontano, dall'antico Egitto». [...]
Mancava alla Deledda il senso del comico e questo risulta anche più dalle novelle di Chiaroscuro (1912) dove è qualche spunto buffo, ma senza capacità di divertire. I racconti sono in gran parte scadenti con l'eccezione della Festa del Cristo e pochissimi altri. Da una scrittura dozzinale, anche in Elias Portolu, la Deledda arrivò ad uno stile, nei momenti migliori, sfumato e «cangiante», sia pure fra imperfezioni e impurità. La sua opera non è comunque un frutto in ritardo sull'albero spoglio del verismo, ma appartiene decisamente al Novecento nella tendenza all'introspezione e ad una prosa liricheggiante e di impressioni immediate. Anche se uscì dalla allucinata e mortuaria Sardegna, l’autrice tornò alla narrativa di ambiente regionale come in Annalena Bilsini (1927) che si svolge in un luogo della Valpadana raccontando storie di tentazione e di peccato non più irrimediabili e mescolate a vicende fortunate. Con Annalena Bilsini si entra nell’era fascista e lo si mette in evidenza con due richiami favorevoli a Mussolini.

Realtà fiabesca
La Deledda si era formata fra adolescenza e giovinezza sui romanzi di appendice, alternando «rosei bozzetti» a truculenze da melodramma, aveva sfiorato le esperienze più disparate, la rappresentazione di impianto realistico, ma senza vero interesse sociale, i tremori dell'irrequieto spiritualismo fino alla narrazione fitta di simboli, con involuzioni e recuperi. I suoi romanzi degli anni Venti sono chiaramente contemporanei di quelli di Tozzi anche se privi di elementi comuni: segno che la scrittrice aveva camminato col nuovo secolo. Uno dei suoi cartteri più appariscenti è la disposizione a raccontare favole vestendo la realtà di apparenze fiabesche: «e sulle querce nere le foglie gialle scintillavano come monete d'oro».

“la Repubblica”, 14 agosto 1986

27.8.19

“Il mio funerale sarà al Foro Italico: venite numerosi”. Intervista a Nicola Pietrangeli (Margherita de Bac)

Nicola Pietrangeli


«Ogni sera gli rivolgo un saluto. Era un gatto fantastico, generoso compagno di vita per vent’anni. Non mi ha mai mollato finché ho dovuto sopprimerlo. Uno strazio terribile. Farlo cremare per tenerlo accanto a me è costato 700 euro. Avrei speso la metà se avessi aspettato che arrivassero altri gatti da unire a lui nel forno. Ma io volevo che le ceneri fossero sue e basta». Nicola Pietrangeli solleva delicatamente il coperchio della coppa più bella. Quella d’argento vinta a Montecarlo, regalata a lui per sempre dal principe Ranieri. Ne estrae i resti di Pupino, racchiusi in un sacchettino rosso. Abita all’ultimo piano di una palazzina in un comprensorio nel quartiere Balduina, arredato del suo passato tutto sport e viaggi. Al posto di Pupino c’è Pupina 2 che avanza sinuosa tra tappeti e bassi tavoloni ingombri di coppe e targhe.

Se la sua vita fosse un film come lo intitolerebbe?
«Nicola contro Pietrangeli e costerebbe un botto produrlo, c’è troppo da raccontare. Dentro di me c’era abbastanza atleta e abbastanza buon mascalzone. Un continuo contrasto. Dicono che se mi fossi allenato poco di più avrei vinto molto. Ma non mi sarei divertito».

Che bambino è stato Nicola?
«Sereno. Parlavo russo, la lingua di mamma, e francese. Mai sofferto la fame, mai mancato nulla anche a livello affettivo pur non andando d’accordo con papà Guido, colpevole di avermi messo la racchetta in mano. Quando siamo venuti a Roma da Tunisi non spiccicavo una parola di italiano. Andammo ad abitare in via delle Carrozze e subito diventai popolare per il pallone. Gli amici mi chiamavano Er Francia. Cenavo alle 8 e poi scendevo per la partita serale a piazza di Spagna. Giocavo a tennis sui campi del circolo Venturini e al Tennis Club Parioli, ma questa è storia nota, riportata in tutte le biografie».

E il Pietrangeli playboy? Leggenda?
«Ho avuto quattro storie che contano. Susanna, che poi ho sposato, non era bella. Di più. Sua madre non voleva che mi frequentasse perché sperava per la figlia in un uomo ricco. Io non lo ero, non lo sono mai stato. All’epoca giravo in tram e bus. Gli uomini morivano per lei, uno le regalò un brillante grosso come una casa che lei gli restituì. Voleva me. Mi sposai a 27 anni per amore e sottile ripicca nei confronti della madre arrampicatrice. Abbiamo avuto tre figli Marco, Giorgio e Filippo. Fedele io? No, ma per nulla al mondo avrei messo a rischio la famiglia».

E dopo Susanna?
«La storia del playboy è un po’ romanzata. Sì, è vero, amavo accompagnarmi a belle donne, però non lo facevo per interesse anche se ho avuto diverse occasioni per attaccare il sombrero con compagne ricchissime. A me i soldi non interessavano. Dopo Susanna, è arrivata Lorenza, indossatrice milanese. Non volevo sposarmi e mi lasciò. Sempre lasciato, io. Poi ecco Licia Colò. Cinque anni di splendida convivenza. Aveva 30 anni meno di me. Quando mi ha lasciato mi ha giurato che non lo faceva per un altro. Forse si è spaventata della mia età ed è comprensibile. Dicono che quando vuoi le belle devi mettere in conto che gli altri ne siano a caccia. Ho sofferto molto».

E ora Paola. Com’è l’amore dopo gli 80?
«C’è grande affetto. Devi essere paziente tu e lei. Oltre all’amore è necessaria tanta comprensione reciproca altrimenti non vai da nessuna parte. Non viviamo insieme, ma condividiamo parecchie cose, anche Pupina Due».

È vicino agli 86, ci pensa alla morte?
«Sì, ogni tanto. Spero di morire la notte e all’improvviso, mi spaventa la malattia. La mia è un’età per morire. Il mio funerale si terrà al campo centrale del Foro Italico, a me intitolato. Ho già chiesto il permesso al presidente del Coni, il mio amico Giovanni Malagò. C’è un ampio parcheggio e nessuno potrà accampare la scusa di non aver trovato posto per la macchina. In caso di pioggia si rimanda al giorno dopo e speriamo che all’Olimpico non giochi la Lazio altrimenti ci sarebbe confusione e magari qualcuno preferirebbe andare là. Io e il mio amico Remo Zenobi partecipiamo ai funerali solo se lo sentiamo, non per fare passerella come la metà della gente. Veniamo via 5 minuti prima per evitare le facce da circostanza. Al mio però venite tutti, vi voglio numerosi e restate fino alla fine».

Mai in politica, perché?
«Mai fregato niente, eppure giocavo a tennis con La Malfa e frequentavo Renato Altissimo. Ho fatto politica solo quando si trattò di spingere come capitano della squadra per andare a giocare la finale di Coppa Davis a Santiago del Cile nel 1976 dove c’era appena stata la repressione di Pinochet. Pensavo che l’Italia non avrebbe dovuto mancare. Vinsi io. Ci siamo imbarcati di nascosto, come delinquenti. Quando siamo tornati con la Coppa, a festeggiarci c’erano solo i poliziotti».

È lei il più grande tennista italiano della storia?
«Di gran lunga. Panatta, con più talento, è durato molto meno ai vertici. Ora il più forte è Fabio Fognini. Una volta mi incontra e mi fa, sfottendomi, ehi Nicola, ai tempi tuoi correvi quanto me? Io non correvo, gli rispondo. Facevo correre gli altri».

Corriere della sera, 27 luglio 2019

26.8.19

Il fascismo secondo Ennio Flajano



«Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta.

Il fascista è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui.
Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre».

Don’t Forget in Scritti postumi, Bompiani, 1998

24.8.19

Inutile denuncia a Monte Mario. La misteriosa scomparsa di Marisa Del Frate (“l'Unità” - Cronaca di Roma, 8 luglio 1959)



Marisa Del Frate, l'avvenente interprete di canzoni, sarebbe scomparsa dalla sua abitazione. Questi almeno sono i termini di una denuncia presentata ieri al commissariato Monte Mario dal signor Carlo Martino Guidarini, amico e procuratore della signorina.
La notizia, pur suscitando immediatamente il fondato sospetto di una trovata pubblicitaria, è circolata all'inizio con qualche sfumatura drammatica. In breve tempo però è stato possibile ristabilire la verità.
Marina Del Frate ha deciso semplicemente di interrompere ogni rapporto con il Guidarini, ha fatto le valigie e se ne è andata. Decisione del tutto normale e legittima per una persona maggiorenne e responsabile. La singolare idea della scomparsa appartiene esclusivamente al procuratore abbandonato.
La cantante abitava in un appartamento di via Quintiliano con lo stesso Guidarini che preferisce farsi chiamare con bell'accento francese Charles Martini. L'altra sera la giovane donna ha messo alcuni indumenti in due valigie, è salita su un taxi e si è allontanata dall'alloggio senza rendere nota a nessuno la sua destinazione.
Peraltro ha lasciato due lettere, una diretta al procuratore e l'altra alla madre, nelle quali dichiara esplicitamente la sua decisione di separarsi dall'uomo.
Ieri mattina Carlo Martino Guidarini ha dapprima telefonato al commissariato di zona e quindi si è recato di persona nell'ufficio di polizia per presentare 1'inutile denuncia.
Abbiamo voluto ascoltare la opinione della madre della cantante, che abita in via Tronto 19 per chiarire ulteriormente la vicenda. La signora ci ha detto: “Parlare di scomparsa è soltanto ridicolo. Ho ricevuto la lettera di Marisa ed è chiarissimo che mia figlia non ha voluto nient'altro che allontanarsi da Guidarini. Non so dove sia andata, ma comunque non credo di avere motivo di preoccuparmi. Io ero contraria quindi alla denuncia che è assurda, ma non ho potuto evitarla. Mi sembra che Guidarini abbia un po' la mania della pubblicità... del resto fa parte della sua attività”. Una dichiarazione più sensata e definitiva non si poteva sperare.

22.8.19

La tv degli innocenti (Hans Magnus Enzensberger 1990)


Si collochi un bambino di sei mesi davanti un televisore in funzione. Il poppante è già per motivi fisiologici legati al cervello incapace di sciogliere le immagini e di decodificarle, così che la questione se esse «significhino» qualcosa non può proprio essere posta. Tuttavia, del tutto indipendentemente da ciò che appare sullo schermo, le macchie colorate, guizzanti, luminose evocano infallibilmente e durevolmente un intimo interesse da parte del bambino, si potrebbe dire un interesse voluttuoso. L’apparato percettivo del bambino è meravigliosamente impegnato. L’effetto è ipnotico. Impossibile dire cosa stia accadendo in lui; tuttavia i suoi occhi, in cui si specchia l’immagine del televisore, assumono un’espressione talmente rapita, talmente assente, che saremmo tentati di dirlo felice.

Per non morire di televisione Lupetti edizioni, 1990

La scuola, cioè la democrazia. Un articolo di Pietro Ingrao (“il manifesto”, 20 ottobre 1994)

Un articolo di Pietro Ingrao, quasi 25 anni dopo. Molte argomentazioni sono inevitabilmente datate e superate, ma il ragionamento spiega molto di quanto, purtroppo, è avvenuto dopo e il metodo mi pare attualissimo, in un momento in cui la democrazia o cambia o muore. (S.L.L.)


Che succede? C’è una tempesta che s’addensa sulla scuola pubblica. Non credo si tratti solo di un ritorno clericale. È di più. È un altro passo avanti nel processo di mercificazione, ed è legato alla nuova centralità che sta assumendo la questione dei saperi. Perciò oggi è a rischio e in discussione non solo la laicità della scuola, ma di più: il suo carattere di spazio pubblico garantito e potenzialmente libero, di diritto fondamentale di cittadinanza. E la controversia sulla scuola pubblica è emblematica di una questione più grande: se possano esistere spazi di autonomia, non misurabili con i criteri dello scambio mercantile e del denaro, prima di tutto in quel campo fondamentale dell’esperienza vitale che è la formazione, l’inoltrarsi nella lettura del mondo, e nell’esperienza del «fare».
Questa è la posta in gioco; e quindi è una questione di libertà.
Ma se tale è la sfida, essa non può essere combattuta in termini di conservazione: essa evoca subito la questione dei contenuti nuovi della formazione oggi. Temo che la battaglia per la scuola pubblica sarà perduta, se non costruiremo questa forte connessione con la riforma dei contenuti educativi. Lottiamo per una scuola pubblica riformata. Questo è un punto decisivo del discorso.

L’età dell’ingresso
Stiamo - spero - arrivando finalmente all’estensione della scuola dell’obbligo a 16 anni (e tendenzialmente fino a 18 anni). Attenti: non si tratta solo di uno spostamento quantitativo; cioè un qualsiasi di più del tempo che si sta sui banchi. Il passaggio da 14 ai 16 anni in qualche modo rappresenta un allaccio con un altro tempo dell’esperienza vitale: quel tempo di transito tanto controverso, delicato, persino ambiguo, spesso difficile e tempestoso che vede l’ingresso nell’età adolescenziale. Un passaggio - non possiamo dimenticarlo - su cui, nei secoli e nelle diverse civiltà, è sorta una letteratura enorme, e che nel nostro tempo forse è stato accelerato, ma anche reso più convulso e dilemmatico dall’incalzare dell’innovazione nel processo produttivo, nell’elaborazione dei saperi e del costume.
Sono anni in cui si verifica (nelle ragazze e nei ragazzi) un salto nella sfera sessuale e affettiva, e anche nel definirsi come soggetto civile, nella conquista di una autonomia culturale, e nel rapporto tra formazione generale e prima ricerca di una professionalità. Anni in cui si drammatizza e si complica il rapporto con l’autorità patema e materna e con il vincolo familiare, e si dilatano i rapporti sociali, la trama di relazioni con il mondo. Anni in cui diviene più stringente la questione del nesso delicatissimo tra l’acquisizione di competenze specifiche e la conquista di un sapere generale, e di una scala possibile di valori.
Del resto, se risalgo ai miei tempi, ricordo come - nel corso degli studi - erano complicate le classi del quarto e quinto ginnasio, proprio come classi difficili e incerte, una sorta di zona oscura prima della corposità del liceo, per chi ci arrivava. Oggi in Italia la giovane e il giovane a diciotto anni votano: cioè sono chiamati a decidere sullo Stato, sul governo, sulla economia del Paese, quindi sulla «generalità». E questo in un tempo - il nostro - in cui già a quattordici, quindici, sedici anni è rotto ormai l’isolamento spaziale della fanciullezza e si entra in rapporto (almeno da parte di molti, ragazze e ragazzi) direttamente con il caos degli assembramenti urbani attuali, e si comincia a girare il mondo, a conoscere direttamente, altre civiltà.

La formazione dei saperi
Dobbiamo averne nitida coscienza: l’estensione dell’obbligo a 16 anni, oltre ad essere una conquista, significherà una sfida e una prova, rappresenterà (nel bene o nel male) un salto di qualità nella funzione pubblica della scuola. Acutizzerà il conflitto fra le due tendenze che chiaramente oggi si scontrano: quella che chiamiamo una «lettura mercantile» della formazione, e la visione della scuola come sfera pubblica garantita, diritto fondamentale di cittadinanza, luogo necessario di costruzione di una democrazia moderna. E il conflitto fra le due letture si farà più aspro.
Quindi non si tratta solo di questioni di soldi (un po’ più di soldi alle scuole confessionali...), ma dei luoghi di costruzione di identità, e di elaborazione di saperi e di culture, che sono — oggi più di ieri - essenziali nel conflitto in atto (tra parentesi: si fa oggi un enorme spreco della parola «Italia», ma che significa questa parola, in fondo, si comincia a decidere là, nelle aule).
Dio mio: sempre la battaglia sulla scuola ha avuto un significato «generale», ed è stata centrale nel disporsi del conflitto sulle idee e i poteri. Ma oggi questa verità sperimentata diventa ancora più valida: perché la formazione e il controllo dei saperi decisa nella sfida produttiva, per il livello nuovo che in essa attinge il controllo e lo sviluppo delle conoscenze, per non dire la formazione di quell’«intelletto generale» di cui parlava il vecchio Marx.
E qui torno su un punto - forse un po’ ossessivamente - di cui ho già parlato altrove: il rapporto tra la scuola e la vicenda del Novecento. Voglio precisare che io non alludo a una dilatazione temporale dell’arco degli studi della storia della letteratura, della storia politica, ecc..
È molto di più. È la convinzione che - nel secolo - sono entrate in campo nuove culture e nuove soggettività: quindi i campi del confronto, del conflitto e della ricerca sono cambiati. Ci troviamo di fronte, con il Novecento, a letture nuove - per esempio - delle sfere della sessualità, dell’affettività, e quindi dei paradigmi con cui leggiamo l’esperienza vitale.

Il «post-fordismo»
È troppo, pensare che nelle scuole di oggi si parli di femminismo? E insisto a sottolineare: noi stiamo assistendo ora ad una mutazione aspra non solo dell’organizzazione del lavoro, del rapporto tra operai e tecnici e sistema delle macchine, ma del rapporto tra lavoro e vita, anzi tra lavori (al plurale) e vita, nel tempo della flessibilità e della nuova precarizzazione dell’atto lavorativo. È una mutazione sconvolgente, che domina il dibattito e anche lo scontro sociale. È problema cruciale, per i giovani.
Bene; ma quante sono le scuole italiane (compreso il liceo e prima dell’università) in cui si pronuncia la parola «fordismo»? Eppure noi - e i giovani - già ora ci troviamo a misurarci con il nuovo volto lavorativo che sta mettendo in campo il «post-fordismo». E cerchiamo in queste innovazioni la chiave per capire le mutazioni che stanno cambiando fisionomia, durata, remunerazione dell’atto lavorativo nel post-fordismo, e nell’epoca della «globalizzazione» del capitalismo. Tutto questo rappresenta un’esperienza bruciante per gli adolescenti che si affacciano alla vita. Questo tema entrerà o resterà fuori dalla porta delle aule? E che senso ha tornare a parlare di «scuole professionali», se non si muove da questi nodi e dai problemi formativi che essi evocano? E che cosa vuol dire «professionalità» oggi se non discutiamo, anche guardando alla scuola, le mutazioni che stanno investendo l’organizzazione dei lavori, e spingono sempre più a parlare di una formazione polivalente?

La comunicazione
Giustamente nelle scuole si impara a leggere e a scrivere: a usare lo strumento, le tecniche, le signifi-canze della scrittura. Bene. Ma oggi il fanciullo, già in età tenerissima, entra in rapporto con il duro e fascinoso mondo esterno attraverso l’esperienza del video, che è un altro linguaggio, e non perché è un mix di parola e visualità, ma perché usa altri codici, altre scansioni temporali della parola-immagine, altri ritmi dialogici (e in modo abbastanza stringente e obbligato). E’ troppo chiedere che, già nella scuola dell’obbligo, si studi storia della comunicazione, e si discuta sull’innovazione sconvolgente che - in questi anni - è stata introdotta nella vita di miliardi di esseri umani? E quindi già nella scuola dell’obbligo si impari e ci si educhi a decodificare, ad analizzare la storia dei linguaggi e il loro intreccio?
Se guardo, se scruto il mio nipotino di sette anni, vedo come impara a leggere, a usare la penna e la matita, ad allineare e confrontare i numeri. Ma non dobbiamo pensare (e provvedere) da ora a portare dentro le aule scolastiche (non so dire a quale grado, ma presto) il computer? Per insegnare ad adoperarlo, poiché sta diventando lo strumento dello scrivere e dello stampare. E quando, in che classe, da che età si comincerà -nella scuola dell’obbligo - a insegnare almeno i rudimenti, il senso, la logica dell’informatica?
Oppure, semmai essa verrà confinata il qualche settore delle scuole professionali, appunto interpretandola come tecnica separata, e non come rete cognitiva, sapere costituente della relazione sociale nel nostro tempo.

La sovranazionalità
Nel conflitto sulla sorte e sui caratteri della scuola pubblica e della scuola privata è aperta una discussione essenziale sull’articolo 33 («Senza oneri per lo Stato») che sta in Costituzione, e si può cambiare solo secondo le regole della Costituzione. Ma - forzo provocatoriamente le cose - la Costituzione non viene studiata oggi nella scuola (in quella sede, cioè, che abbiamo definito un’area essenziale della cosa pubblica, e -se vogliamo dirla così - un momento essenziale dell’agorà). Capiamoci bene: parlo dello studio e non solo dello specifico testo costituzionale, ma della storia ed esperienza storica delle istituzioni, della fissazione dei poteri e delle regole, e della storia delle grandi istituzioni pubbliche moderne, e quindi dell’apogeo e della crisi, in questo secolo, della statualità; per non dire del silenzio assoluto sulle grandi forme nuove della sovranazionalità, che sono il grande, grandissimo evento di questa fine del Novecento.
Ecco, allora, la riforma. Ecco la grande occasione dell’allargamento dell’obbligo, per tematizzare e immettere questa rivoluzione di contenuti.
Ecco perché tutela della scuola dell’obbligo e riforma dei contenuti sono indissolubilmente legati. Difenderemo la scuola pubblica se la presenteremo come la sede insostituibile di questa forte innovazione nei temi e nei contenuti, oltre che nelle forme didattiche. E quanto più spalancheremo le porte a questo presente nei luoghi della formazione, tanto più diverrà limpido il perché e la necessità di questa sfera pubblica garantita, di questo momento indispensabile - e critico, e libero - di ricerca e comprensione.
Non è forse, questo, anche il tema che dobbiamo porre al mondo cristiano, all’esperienza religiosa, invece di cedere alla pressione della confessionalità e della mercificazione?
Il mondo cristiano ha di fronte, drammaticamente, la questione della modernità, con le sue conquiste e con i suoi dilemmi aspri. Valgono di più un po’ di soldi e spazi alle scuole confessionali, o invece la discussione critica, la ricerca libera, il confronto nella scuola pubblica su ciò che significano i processi di mercificazione anche rispetto ai valori e alle idee di una esperienza religiosa? È una domanda (anche ad alcuni compagni del Pds).

21.8.19

Aldo Moro nel giudizio di Giancarlo Pajetta

Giancarlo Pajetta e Aldo Moro. Tra di loro Giorgio Napolitano, sottomesso.


«Penso che fosse un uomo grande intelligenza politica. Mi urtava, però, che la sua inerzia, persino la sua pigrizia politica fossero considerate il massimo della saggezza. Che il suo lasciar fare le cose alla Divina Provvidenza fosse poi interpretato nel modo più vario, attribuendo a lui disegni che forse erano suoi, o forse non erano altro che immaginazioni dei suoi interpreti. Per usare una frase che disse, e che mi colpì molto, “con il garbo è possibile fare qualsiasi cosa”. Ecco, era una persona garbata».

Da Scelba, Andreotti e altri “cari nemici”- Intervista a Ludovica Ripa di Meana, L'Europeo, 22 febbraio 1982

20.8.19

E Man Ray sognò una mano (Mario Novi)

Man Ray - Le cadeau


VENEZIA

L'Enigma d'Isidore Ducasse una macchina per cucire avvolta in un telo opaco e legata con uno spago è un oggetto che fa quasi da emblema, nelle sale affascinanti e un po' misteriose di Palazzo Fortuny, alla mostra che Venezia dedica a Man Ray (1890-1976): fotografo, pittore e inventore di oggetti. La mostra, intitolata Cent'anni di libertà: 1890-1990, riprende e rinnova la fisionomia di quella che fu tenuta a Parigi l'anno scorso col titolo: 360 gradi di libertà. E questa macchina da cucire, che sulla scia del grande Lautreamont obbedisce alla verità degli incontri fortuiti trasmette qualcosa di metafisico: a meno che non serva, tale impressione, a sostituire una quasi introvabile chiave di lettura non tanto della rassegna quanto dell'intera opera di Man Ray, dadaista ante litteram. Soprattutto al riguardo della dimensione degli oggetti che da La scopa francese al Cuscinetto a sfere, dal Pane dipinto al famoso Metronomo (dove l'occhio della lancetta si apre e si chiude a seconda da dove si guarda), da Trompe l'oeuf a Boule sans neige appare sempre un po' più piccola o comunque diversa e incongruente rispetto allo spazio circostante. Il fatto è che Man Ray, come nota Christian Schlatter in una delle prefazioni al catalogo, non ascoltava che il suo metronomo interno, una necessità che può prendere un pennello come fare una fotografia, a condizione che questa sia fatta senza apparecchio. Il tic-tac del metronomo significa in tal caso una continua oscillazione tra immagine e forma, tra visione interiore e trasformazione oggettiva di essa.
Basti pensare alla nascita della Rayografia, una delle più note scoperte di Man Ray, attraverso una confessione dello stesso autore: “Fu durante lo sviluppo che trovai un procedimento per fare delle foto senza apparecchio... mentre rimpiangevo di avere sprecato della carta, posai macchinalmente un piccolo imbuto di vetro, il bicchiere graduato ed il termometro nella bacinella, sulla carta bagnata. Quando accesi la luce, sotto i miei occhi si stava formando un' immagine”.
Oppure a quello strano autoritratto in fotografia in cui il volto di Man Ray appare rasato da una sola parte e in cui la forma, a parte l'aneddoto ispiratore di chi lo preferiva con la barba e chi senza, risulta meticolosamente recuperata e costruita. Ma non erano i dadaisti a far finta di non dare alcuna importanza all'immagine? Senza contare che qualcosa di sconcertante e di inafferrabile balena in tutta la vicenda biografica e produttiva di Man Ray. È fotografo perfetto e innovatore e la fama raggiunta in tal campo appanna spesso la sua valentia di pittore. I suoi dipinti, di cultura cubista, sono ineccepibili, vibranti, anticipatori. “Io fotografo, scrisse, ciò che non posso dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare”. I suoi collages, i suoi titoli sono eversivi, catturanti: e d'altronde il titolo, come affermò l'amico Marcel Duchamp, è nell'arte un elemento essenziale.
Gli oggetti sono ad un tempo deludenti e allarmanti. Ecco un commento di Man Ray a Puericulture del 1920: “Avevo sognato una volta che scendevo in strada, che le mani uscivano dal selciato e che io dovevo insinuarmi fra le mani. Allora ho messo questa manina (una mano di gesso che aveva trovato in una coloreria) in un vaso, come un fiore, e l'ho dipinta in verde rame”. E non dimentichiamo il ferro da stiro del 1921, intitolato Le cadeau, dove la inutilizzabilità causata dai chiodi che ne rivestono la piastra lo trasforma in oggetto-poesia.
Il metronomo interno di Man Ray oscilla dunque anche fra pensiero e opera ed è difficile essere d'accordo con Jean Petithory quando scrive che non esiste mostra nella quale egli non trovi la sua collocazione naturale essendo stato spesso un pioniere in innumerevoli campi, che si trattasse di fotografia, di dadaismo, di surrealismo, di arte astratta, di pop-art, del lettrismo stesso..., perché l'opera di questo inesplorabile artista statunitense sembra misteriosamente sfuggire a qualsiasi eventualità di mostra.
C'è tuttavia un filo sotterraneo che consente al complesso lavoro di Man Ray come risulta dalla grande retrospettiva americana del 1988 (Washington, Los Angeles, Filadelfia sua città natale e Houston), da quella di Parigi e da questa che Venezia gli dedica nel centenario della nascita (e anzi lo sostiene e lo ravviva) l' avventura dell' esposizione: una sorta di impeto mitologico, una continua e cupida ansia di recuperare un mito, il mito e di riafferrarne l' indispensabile e perduta sostanza. Ed è probabilmente in tal senso che, come si accennava all' inizio, quell'Enigma d'Isidore Ducasse echeggia una musica metafisica. Man Ray scava nei sotterranei del nostro tempo ed è forse il profeta di un tempo non ancora concluso.

“la Repubblica”, 3 agosto 1990

19.8.19

Il metodo Roosevelt. Le giornate di Eleanor, la first lady (Matteo Persivale)



Parlare, ogni giorno, a tutta l’America. Direttamente. Senza filtri. Dalla Casa Bianca. Magari scrivendo alla mattina presto, o nel cuore della notte, dalla residenza privata presidenziale. Trasmettere tutto in diretta. E influenzare la giornata politica, innescare dibattiti, smorzare o acuire tensioni.
Il metodo Trump – usare Twitter come strumento di espressione senza censure, né tantomeno autocensure – è stato alla base del suo successo da candidato, alle primarie repubblicane e poi alle presidenziali contro Hillary Clinton e resta il suo metodo preferito di gestire il potere esecutivo.
Ma c’è un precedente storico importante, quando Twitter ancora non esisteva: il metodo Trump, in realtà, andrebbe chiamato metodo Roosevelt. Roosevelt come Eleanor, la First Lady moglie di Franklin. La signora Roosevelt – che a causa della polio che aveva colpito il marito viaggiava in continuazione per essere «gli occhi e le orecchie» di Franklin bloccato a Washington sulla sedia a rotelle – dal 1936 in poi tenne una rubrica quotidiana, sei giorni alla settimana, su 90 giornali letti da quasi 5 milioni di americani (americani che allora erano 128 milioni, 200 milioni meno di oggi).
Si chiamava «My Day», la «Mia giornata», e in uno stile asciutto, secco, paratattico che sugli odierni social media funzionerebbe a meraviglia, la First Lady raccontava per l’appunto la sua giornata, le sue impressioni. Sempre in linea con la politica del marito, ovviamente – «My Day» non fu mai uno strumento di indipendenza politica per Eleanor, che pure era nettamente alla sinistra di Franklin sopratutto su temi come il razzismo – perché la First Lady non cercò mai incarichi elettivi, neanche da vedova. Ma il successore di Roosevelt, Truman, sfruttò nel 1946 la sua grande popolarità, grinta e le competenze acquisite in oltre 12 anni alla Casa Bianca, dandole un incarico alle Nazioni Unite che conservò fino al 1952 quando si ritirò dalla politica.
Eleanor Roosevelt usò «My Day» per bacchettare gli avversari del marito, certo in maniera radicalmente opposta a quella greve che rappresenta parte integrante del brand trumpiano, ma senza timidezza: a un parlamentare repubblicano che odiava Franklin, Hamilton Fish – che neanche a farlo apposta rappresentava il collegio dello Stato di New York dove avevano la residenza i Roosevelt – Eleanor riserva alcune delle sue incursioni più gelide. Nel 1941 l’isolazionista Fish aveva mandato ai suoi elettori una lettera che attaccava Roosevelt accusandolo di usare metodi totalitari per portare l’America in guerra. Fdr tace, e affida la risposta a Eleanor: che scrive la sua rubrica rivolgendosi direttamente a Fish, elencando i Paesi europei che hanno subito l’invasione hitleriana. E conclude: «Prego per la pace ogni giorno, ma non credo che noi, come nazione, abbiamo smesso di distinguere tra il bene e il male».
Dal ’36 al ’40, con la Grande Depressione come tema centrale del dibattito politico e dell’azione di governo, Eleanor viaggia in continuazione, partecipa a riunioni, visita fabbriche e chiese e mense, davvero «occhi e orecchie» del marito, e «My Day» è quasi sempre un diario di viaggio – come nella rubrica, divertentissima, del 1937, nella quale rivendica la sua indipendenza e la sua scelta di girare a volte senza scorta. E il consigliere principale del marito, Louis McHenry Howe, grande architetto della carriera politica di Fdr, le consiglia almeno di girare armata. Così Eleanor racconta ai lettori di aver imparato a sparare, e di girare con un revolver nella borsetta.
Non è tutta politica. Proprio come fa Trump, Eleanor scriveva spesso di cultura pop: citava Shirley Temple, allora la star più famosa di Hollywood, e in una rubrica dedicata a una visita alla Casa Bianca della piccola, descrive un fan deliziato nel quale non è difficile riconoscere il marito, così serioso e distinto in pubblico, ma privatamente grande ammiratore dell’attrice e nonno affettuosissimo con i nipotini.
La First Lady, su certi temi, non era in sintonia con Franklin: lui, per quanto fosse personalmente contrario alla segregazione razziale, sapeva che il Sud razzista costituiva una parte fondamentale della sua coalizione, e non fece mai nulla per alienarsi le simpatie di quegli elettori nonostante nei loro Stati fosse in vigore sostanzialmente l’apartheid americana. Questo, per Eleanor, era inaccettabile e non potendo contraddire il marito in pubblico utilizzò comunque la rubrica, assai di frequente, e attirandosi critiche, per ribadire la sua posizione antirazzista. Nel 1939 il grande contralto Marian Anderson, afroamericana, viene invitata a cantare a Washington in una sala da concerto controllata da una potente non profit alla quale apparteneva anche la First Lady. La non profit nega l’uso della sala. Eleanor nella sua rubrica spiega, gelida, di essersi dimessa dall’associazione. Il 65% del Paese, dice un sondaggio, è con lei.
Franklin, nel ‘37, cerca di attuare quello che resta uno dei piani più audaci nella storia della presidenza americana: la Corte suprema boccia molte delle sue decisioni? Non può licenziarne i giudici, nominati a vita, allora cerca di espanderne il numero mettendo in minoranza i suoi nemici. Piano azzardatissimo che fallisce: anche nel suo staff erano quasi tutti contrari. Tranne Eleanor: che in una rubrica pubblica la presunta missiva di un lettore favorevole. Gli storici sospettano che l’autore fosse Franklin.
Certo Eleanor stupisce per la generosità di spirito, ma resta una donna del suo tempo (era nata nel 1884) e della sua formazione (patrizia): sorprende leggere la rubrica nella quale la donna che sarebbe stata uno straordinario presidente, senatore, segretario di Stato, scrive che le donne non sono brave in matematica e non sono brave scienziate, seguendo gli stereotipi del tempo, lei che gli stereotipi generalmente si divertiva a demolirli. Con un tweet ante litteram, scritto a letto su un quaderno e poi mandato ai giornali via telegrafo o dettato dalla sua segretaria.

Corriere della Sera, 5 maggio 2019

Il rinnegato. Intervista a Giampiero Mughini (Antonio Gnoli)



Sostiene di avere una memoria da elefante. Gli chiedo per farne cosa. Per ricordarmi di tutte le offese subite, risponde. Sono tante? Domando. Mi guarda da un punto in penombra della stanza dove siamo e dice che un altro al posto suo avrebbe perso il conto. Giampiero Mughini ha 78 anni e un carattere di non facile decifrazione. O meglio: tutto in lui indurrebbe a pensare al temperamento orgoglioso che facilmente scivola nell’ira. Mi rendo conto che il personaggio possa apparire antipatico a coloro che praticano l’arte dell’understatement e che la sua popolarità tragga forza e riconoscibilità dall’essere proprio così: teatrale, vistoso ( perfino nel vestire), gestuale e a tratti ruvido. Ma sono convinto altresì che una voce dentro di lui, non quella metallica e assertiva, ci implori di credere a un altro Mughini: meno aspro, più dolce, più dubbioso e tollerante. Non so se sia davvero così acceso il contrasto, ma quello che noto in lui è una lealtà di fondo mista a un’ossessione che lo porta a fare costantemente i conti con il proprio passato. Nel quale scava e si tormenta come in quest’ultimo libro Memorie di un rinnegato, appena pubblicato da Bompiani.

Com’è il rapporto con la tua memoria?
«Eccellente, non dimentico soprattutto gli insulti».

Rinnegato ti chiamò Marco Bellocchio, in che occasione?
«Eravamo in uno studio televisivo. Io facevo le domande, lui doveva rispondere. Gli chiesi, visto il suo coinvolgimento nel Sessantotto, se c’era niente di quel periodo che avrebbe messo in discussione. Poteva darmi una risposta meditata. Glissare. Scelse l’insulto: meglio aver partecipato a quei cortei piuttosto che essere diventato un rinnegato. Era evidente l’allusione a me».

Perché era evidente?
«Perché l’anno prima, cioè nel 1987, era uscito Compagni addio, un mio bilancio sulle penose e tragiche vicende che riguardarono quegli anni. Sui cattivi maestri, molti dei quali non fecero mai autocritica. Personalmente mi dimisi presto dal Sessantotto ».

Come fosse una professione?
«Non si distingueva poi tanto tra la vita privata e l’impegno. Vivevo a Catania quando, più che ventenne, fondai insieme ad altri Giovane Critica, una rivista che all’inizio si occupava di cinema e che in seguito allargò lo sguardo al mondo della politica e ai fermenti che avrebbero condotto al Sessantotto».

In che anno nacque la rivista?
«Alla fine del 1963. Ricordo un abbonamento sostenitore che ci arrivò da Luciano Della Mea, fratello di Ivan. Fui sorpreso perché Luciano, nonostante fosse un intellettuale importante, viveva in grandi ristrettezze economiche. Ringraziandolo del gesto, gli rispedii i soldi. Diventammo amici. Per me fu un fratello maggiore. Anche se il rapporto tra noi si ruppe. Non ci sentivamo più da tanto, quando nel 2000 ricevetti una sua lettera che mi ferì profondamente».

Cosa c’era scritto?
«Commentava l’Italia di fine millennio, sciatta, miserabile e deludente. E concludeva con due righe sprezzanti: mentre questo paese va in pezzi tu te ne stai acquattato e sazio in un angolo. Acquattato? Sazio? Sentii quell’offesa bruciarmi. Gli rispedii la lettera senza alcun commento. E poi, un anno e mezzo dopo, Luciano è morto. Di tutte le fratture quella fu la più dolorosa».

Forse avresti dovuto accettare la provocazione, capire cosa l’avesse motivata.
«Mi chiedo tuttora il perché della mia reazione. Da tempo avevo seppellito il mio passato, denunciando tutte le cazzate che avevamo fatto a sinistra. Mi ritrovai solo e frustrato. Una condizione in qualche modo simile a quella che avevo vissuto nell’infanzia».

Spiegati meglio.
«Sono figlio di due separati. Oggi è normale ma nella Catania della fine degli anni Quaranta ero visto alla stregua di un paria».

Che età avevi quando i tuoi genitori si separarono?
«Cinque anni, il tempo che era durato il loro matrimonio. Si conobbero in treno, mio padre vedovo, già con due figli e mia madre giovanissima. C’erano tra loro vent’anni di differenza».

Fu questa la ragione della separazione?
«No, penso che alla fine mia madre non sopportasse più la sua durezza. Decise lei di rompere e puoi immaginare cosa significava quella scelta per una donna ancora giovane, in un posto come Catania. Le voci, le allusioni, i sorrisetti. Ho odiato quella città».

Come vivevate?
«Male. Papà non passava soldi. C’erano le 60 mila lire di pensione del nonno, che era stato professore di stenografia. Giravo con un solo paio di scarpe. Buone per la festa, per i giorni feriali, per giocare in strada. Non ci potevamo permettere né il telefono né il frigorifero né il televisore, che andavamo a vedere da certi cugini ricchi. In casa non c’era un libro. Provavo vergogna per la mia vita».

Frequentavi tuo padre?
«Andavo a pranzo da lui tre o quattro volte al mese. Poi un giorno mi disse: tu sai che la mamma ha un uomo? Allora ero timidissimo. Ma trovai il coraggio per dirgli che era nel suo pieno diritto. Mi guardò stupito e non disse più nulla».

Cosa faceva tuo padre?
«Le sue origini erano toscane. Fervente fascista, lavorò per un’azienda legata alla Fiat, che a un certo punto lo spedì a Catania. Decise di cambiare lavoro e aprì un piccolo studio da commercialista. A un certo punto cominciò a passarmi una paghetta di 6 mila lire al mese che negli anni del boom divennero 30 mila. Spendevo quasi tutti i soldi in libri. Cominciai a leggere seriamente dopo i 19 anni. Feci l’università prima a Catania e poi a Roma, dove mi laureai tardi. Ci fu anche una fuga a Parigi, dove vissi per due anni. Fu quello il periodo al quale faccio risalire il mio atto di nascita. Poi nel 1970 decisi di abbandonare definitivamente Catania per andare a vivere a Roma».

Che città incontrasti?
«Bellissima con le sue trattorie abbordabili, i suoi vicoli, e l’eterno barocco. Ma dovevo mantenermi. Non avevo soldi. Portavo con me una macchina da scrivere che mi era stata regalata da mio fratello. Era chiaro il mestiere che volevo fare. Cominciai a scrivere per la rivista “Astrolabio”. Ogni articolo mi veniva pagato 25 mila lire. In redazione c’era anche Tiziano Terzani. A un certo punto ci liquidarono perché considerati troppo di sinistra. Tiziano partì per l’Oriente. Io mi imbarcai nell’impresa del “manifesto”. Ma anche lì non è durata a lungo».

Perché?
«Per un dissidio con Lucio Magri. Voleva un giornale che si autocelebrasse. Io volevo un giornale vero. Spiegai le mie dimissioni con una lettera a Luigi Pintor».

Di nuovo in mezzo alla strada.
«Di nuovo la miseria. Per quanto la città in quegli anni potesse essere a buon mercato, non ce l’avrei fatta a sopravvivere. Mio padre morì nel 1973. Nonostante tutto fu un duro colpo. Avevo cominciato ad apprezzarlo. Lui, fascista, non disse mai nulla delle mie scelte politiche di sinistra. Anzi, quando la rivista “Giovane Critica” cominciò ad avere problemi finanziari, fu il ragionier Mughini a prendere in mano l’amministrazione e a far quadrare i conti. Quando morì, il giornale “La Sicilia” pubblicò due pagine di necrologi su di lui. Scoprii, con mia sorpresa, che fu anche un uomo amato e apprezzato».

Te lo sei portato dentro.
«Per me c’è un prima e un dopo la sua morte».

Un dopo cosa vuol dire?
«Provai a fare i conti con l’intolleranza che in quegli anni si viveva nel nostro paese. Rigettai tutta la muffa ideologica del marxismo-leninismo, le aberrazioni del maoismo e mi avvicinai a quegli intellettuali che avevano capito la lezione del 1956. Non ho mai avuto tessere, ma ho quasi sempre lavorato per giornali e riviste di sinistra: “Mondoperaio” che fu il mensile politico secondo me più bello a cavallo degli anni Settanta e Ottanta; “Paese Sera” prima con Arrigo Benedetti poi con Aniello Coppola. Godendo di grande libertà. Ma l’esperienza più bella e formativa l’ho avuta con Claudio Rinaldi, che ha diretto tutti e tre i grandi magazine. È stato il migliore direttore della mia generazione. Quante belle cose ancora avrebbe potuto fare se la morte non se lo fosse portato via».

La tua storia, diciamo tra politica, saggistica e giornalismo in che modo si concilia con la televisione?
«Mi pagano e io do valore al denaro. Consentendomi di dire tutto quello che voglio».

Davvero ti senti libero?
«Ho scelto di fare una televisione popolare. A me non interessava il programmino notturno in cui ti avvolgi in profonde elucubrazioni mentali. Per me fare la televisione in fasce normali di ascolto è stato come entrare in un luogo che non è casa mia, che non somiglia a casa mia e che si rivolge a un pubblico che non è quello che di solito frequento privatamente e al quale mi rivolgo con un linguaggio abbordabile, senza smentire di una virgola quello che sono stilisticamente».

Ti soddisfa davvero questa autoassoluzione?
«Perché non dovrebbe? E poi non mi sto giudicando, né assolvendo. Lascio agli altri il compito di farlo».

Le tue frequentazioni televisive non ti hanno reso un po’ pittoresco?
«Cosa vuol dire pittoresco?»

Sei vivace, riconoscibile, plateale. Televisivamente puoi aspirare alla maschera "Mughini".
«La televisione non è tutta uguale. Ci sono un linguaggio e dei tempi che devi rispettare. Per me è stata anche una scuola formidabile».

In che senso?
«Nello scrivere, per esempio, ho tenuto conto di quello che avevo sperimentato in televisione. Poi tu dici: pittoresco. Penso che alla fine ognuno risponda di se stesso. E sono pronto ad affrontare qualsiasi "processo di Norimberga"».

Non ho dubbi. Anche se penso che nella tua vita, nel modo con cui hai chiuso certi rapporti, fino ai tuoi approdi televisivi, ci sia una forte componente teatrale.
«Non ci ho mai pensato. Forse è un retaggio della mia sicilianità».

Pesano le tue origini?
«Moltissimo. Nel senso che le detesto. E credo di avertelo spiegato».

So che sei anche un collezionista.
«Lo sono diventato. Ho collezionato tra l’altro un intero catalogo in edizione futurista composto da 53 libri. Di lì altre avventure nel Déco e nel Liberty».

Ti piace il Novecento?
«Un grande secolo, nel bene e nel male».

Cosa ti attrae del collezionismo?
«L’aspetto conoscitivo e soprattutto quello erotico. Erotismo di testa, beninteso».

Applicabile anche alle donne?
«Nella mia vita le donne hanno contato più per la loro assenza che per la presenza. Tranne Michela, che è la compagna con cui vivo ormai da anni, l’unica reale, le altre sono state immaginazione, scacco, sopravvalutazione. Frutto appunto di un erotismo di testa».

Ti senti un privilegiato?
«Non ho mai goduto di privilegi: né di casta né frutto di compromessi. Nella mia vita ho cercato solo di arrancare. Beccandomi anche un paio di depressioni».

Quando?
«La prima a cavallo tra il 2014 e il 2015. Improvvisamente ebbi la sensazione di stringere sabbia tra le mani. Fui sorpreso. Spaventato. Da quella tristezza così invasiva. Farmi una doccia era un problema. Mangiare un boccone di riso era come avere un montone nel piatto. Leggere libri era impossibile. Scrivere non ne parliamo. Fu un momento buio della mia vita. Poi la seconda depressione è arrivata nel 2017. L’ho curata con i farmaci. E ne sono uscito abbastanza presto».

Temi che possa arrivarne una terza?
«Gli esperti dicono che è possibile. Sono come una sentinella che aspetta l’arrivo del vuoto. Vedi, c’è una parte di me divorata da un pessimismo assoluto. Non mi aspetto niente da nessuno. Forse anche questo è un tratto della mia sicilianità».

Torni mai in Sicilia?
«Da quando è morta mia madre, nel 2000, non sono mai tornato. Non c’è nulla più che mi lega a quella terra. Se non il ricordo di quella donna che ancora mi fa soffrire».

Perché?
«Anche mia madre cadde in depressione. Alla fine non parlava più, non comunicava più. Al telefono le chiedevo come stava, la imploravo di dirmi qualunque cosa. Ma lei taceva. La misi in una casa di riposo dove avrebbero potuto accudirla. Morì dopo due mesi. Per lungo tempo ho vissuto con un senso di colpa atroce. Ma che potevo fare?».

Che cos’è la morte degli altri?
«È la metafora della tua morte. Ricordo che andavo a trovare Antonello Trombadori a casa. Era già molto malato. Gli parlavo della politica, del Pci, delle manifestazioni. Dei compagni che aveva conosciuto, amato, detestato. E lui mi disse: Giampiero non ti seguo, scusa. Ecco, la morte è anche questo, perdere l’attenzione per tutto quello che hai creduto dovesse essere o rimanere importante».

Robinson – la Repubblica, 5 maggio 2019

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