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8.9.19

Gennaio 1967. Luigi Tenco e Mike Bongiorno al Festival di Sanremo (Enrico Deaglio)

Luigi Tenco con Dalida

Dalida entra nella stanza 219 nella dépendance dell’Hotel Savoy di Sanremo in piena notte. Trova il cadavere di Luigi Tenco con il cranio attraversato da un proiettile, da tempia a tempia. Qualche ora prima, al salone delle feste del casinò, Tenco ha cantato una versione lenta, quasi fuori tempo, di Ciao amore ciao, il brano che ha portato al 17° Festival della canzone italiana, proprio in coppia con Dalida. È apparso stravolto, come assente, e alterato da qualche sostanza. “Questa è l’ultima volta,” ha detto a Mike Bongiorno che lo ha presentato sul palco.
Nemmeno l’esibizione di Dalida, con un arrangiamento più ritmato, è riuscita a fare arrivare la canzone in finale. Ciao amore ciao si piazza solo dodicesima su 16 brani in gara, viene eliminata e la commissione speciale che avrebbe potuto ripescarla le preferisce La rivoluzione di Gianni Pettenati e Gene Pitney. Dopo il verdetto Tenco si sfoga con rabbia, si addormenta dietro le quinte su un tavolo da biliardo, parla in macchina con Dalida, diserta la cena organizzata dalla casa discografica al ristorante Il Nostromo e torna solo in albergo.
Nessuno dirà di aver sentito lo sparo, né Lucio Dalla, né Tony del Monaco, né altri vicini di stanza. Accanto al suo corpo viene ritrovato un biglietto scarabocchiato di suo pugno: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi".
Tenco avrebbe compiuto 29 anni il 21 marzo. Era l’autore di brani come Mi sono innamorato di te (perché non avevo niente da lare), Un giorno dopo l’altro e Lontano, lontano che hanno contribuito all immagine di uomo irrequieto, un po’ esistenzialista e misterioso.
Aveva scoperto da adulto che quello che credeva suo padre non era suo padre. Si era dedicato alla musica tra Milano e Genova nel mezzo di una vita sentimentale ricca e tormentata, con Dalida e altre. Era un uomo impegnato, iscritto al Partito socialista prima, simpatizzante comunista poi. Amava il gioco d’azzardo e le armi, possedeva un fucile e tre pistole. Una, la Walter Ppk che portava con sé per difesa personale, è stata ritrovata nella camera dell Hotel Savoy.
Ma le indagini sulla scena del delitto partono tardi e male. Il commissario capo di Sanremo, Arrigo Molinari (tessera P2 numero 767, si scoprirà), fa rimuovere frettolosamente il cadavere che viene trasportato all’obitorio del cimitero. Solo dopo il corpo verrà riposizionato nella stanza d'albergo per i rilievi, in una scena ormai contaminata senza rimedio. Il referto di polizia parla di evidente suicidio. L’autopsia, a quanto pare, non serve.
Sul Festival cala una cappa di incredulità e sgomento ma non dura molto. Scrive Natalia Aspesi, inviata de “Il Giorno”:

Nessuno o meglio quasi nessuno del baraccone, si è lasciato coinvolgere al di la della faccia di circostanza, nel tremito di un solo momento di autocritiche e verità. [...] In questi giorni nessuno gli aveva dimostrato particolare affetto: era un ragazzo scontroso, antipatico a molti, cosi tanti lo evitavano, i colleghi si sentivano a disagio con lui. Dopo tutti hanno pianto, si sono disperati, hanno gridato al suo valore, alla sua intelligenza, alla sua incomunicabilità, hanno parlato del loro affetto per lui. Ma l’autentico sgomento, che anche solo per poco ha soffocato tutti, era più che per la sua fine, per il riflesso del suo gesto: in questo gesto ognuno si è specchiato e ha avuto paura per sé. [...] Nel pomeriggio mentre le spoglie di Luigi Tenco viaggiano verso Recco, il parrucchiere Cele Vergottini lavora senza tregua: stira i capelli a Dionne Warwick, pettina la povera Caterina Caselli, dà un colpo di spazzola a un numero imprecisato di signore. Il capellone Antoine prosegue le prove e anche i Los Drasus con la loro divisa d’oro riprovano il pezzo. Senza rendersene conto la gente canticchia, lascia che il corpo si muova a tempo di shake. Le canzoni moderne sono davvero irresistibili.

Il carrozzone del Festival quindi non si ferma, la Rai sceglie l'understatement. 
Sanremo 1967. La proclamazione dei vincitori
Mike Bongiorno sale sul palco e guarda in camera; “Signore e signori buonasera, diamo inizio alla seconda serata con una nota di mestizia per il triste evento che ha colpito un valoroso rappresentante del mondo della canzone. Anche questa sera per presentare le canzoni è con me Renata Mauro. Allora, Renata, chi è il primo cantante di questa serata?”.
La terza serata culmina con la proclamazione dei vincitori. Sono Claudio Villa e Iva Zanicchi con Non pensare a me.

Patria 1967 – 1977, Feltrinelli 2017

7.9.19

1919-2019. D'Annunzio A Fiume. L’eroe disoccupato a caccia di emozioni (Emilio Gentile)

1919 - Il poeta tra i legionari "fiumani"

Non fu un anno rivoluzionario, il 1919, anche se per dodici mesi, si parlò molto di rivoluzione nel continente che era stato l’epicentro della Grande Guerra. La guerra stessa fu esaltata (o deprecata) come rivoluzione, perché aveva sconquassato un assetto politico internazionale, provocando la nascita di nuovi Stati repubblicani sulle macerie di secolari imperi autocratici. Movimenti e partiti fautori di rivoluzioni comuniste, nazionaliste, internazionaliste, indipendentiste pullularono ovunque in Europa nel 1919. Nonostante ciò, non fu un anno rivoluzionario, se per rivoluzione s’intende la conquista del potere da parte di una nuova classe politica, l’abbattimento di un regime esistente, l’istituzione di un regime nuovo o di un nuovo Stato. Rivoluzionario era stato il 1917, con le due rivoluzioni in Russia, nel febbraio e nell’ottobre, che avevano abbattuto il regime esistente e creato un regime nuovo. Ci furono tentativi rivoluzionari anche nel 1919, due in Germania, uno in Ungheria, tutti ispirati alla rivoluzione bolscevica, ma furono stroncati dopo poche settimane dalla repressione armata di forze antibolsceviche. Da allora, non ci fu altra rivoluzione comunista in Europa.
Se non fu rivoluzionario, il 1919 fu tuttavia un anno altamente convulsionario. In tutti i paesi che avevano partecipato alla Grande Guerra ci furono violente agitazioni di piazza, scioperi generali, tumulti, che talvolta sfociarono in scontri armati. Ma in nessun paese le convulsioni violente provocarono l'imposizione rivoluzionaria di un nuovo regime.
Fra i vincitori, l’Italia fu il paese maggiormente afflitto da convulsioni violente, passate alla storia come “diciannovismo”. Al massimalismo del partito socialista neutralista e internazionalista, che condannava la guerra, denigrava la vittoria e si agitava per realizzare una rivoluzione bolscevica, si contrappose il massimalismo dei nazionalisti interventisti, combattenti e reduci, che esaltavano la guerra e la vittoria come rivoluzionario atto di nascita di una «più grande Italia».
Il partito socialista sfogò l’impeto rivoluzionario negli scioperi generali annunciati come preparazione del proletariato alla conquista violenta del potere: ma nel novembre del 1919, si accontentò di conquistare per via elettorale 156 seggi alla Camera, diventando così il primo partito nel parlamento. Il rivoluzionarismo nazionalista, con l’avanguardia costituita dal neonato movimento dei Fasci di combattimento, si sfogò nella violenza di piazza contro i “bolscevichi”, contro il governo di Vittorio Emanuele Orlando e contro il governo di Francesco Saverio Nitti, succeduto a Orlando nel giugno. Ma il fondatore del movimento fascista, Benito Mussolini, pur esaltando la guerra come primo atto della «rivoluzione italiana», osteggiò qualsiasi iniziativa rivoluzionaria degli stessi fascisti, sostenendo che avrebbe avvantaggiato i socialisti.
L’unico atto rivoluzionario compiuto in Italia nel 1919 fu l’impresa di Fiume, iniziata il 12 settembre, con l’occupazione della città da parte del tenente colonnello Gabriele d’Annunzio, a capo di circa 2.000 “legionari”, in massima parte ufficiali e soldati regolari, che seguirono il poeta, compiendo un atto di sedizione.
L’occupazione di Fiume non aveva all’inizio scopi rivoluzionari. Fu un atto di rivolta contro il governo Nitti e contro i governi alleati, che a Parigi avevano negato l’annessione di Fiume all’Italia, perché non era inclusa fra i territori assegnati all’Italia dal Patto di Londra, anche se il 30 ottobre 1918 la maggioranza italiana della popolazione fiumana aveva chiesto l’annessione all’Italia.
Il poeta vate, combattente volontario a oltre cinquanta anni, divenuto leggendario per le gesta compiute durante la guerra, pluridecorato e medaglia d’oro al valor militare, nel 1919 fu il principale artefice e propagandista del mito della «più grande Italia» e della «vittoria mutilata». D’Annunzio trasformò Fiume nel simbolo stesso della vittoria italiana: senza Fiume all’Italia, la vittoria era mutilata.
C’era, tuttavia, un aspetto paradossale nell’identificazione dannunziana di Fiume con la vittoria italiana. Infatti, fino alla primavera del 1915 il poeta aveva ignorato Fiume. Non l’aveva mai citata nelle sue concioni interventiste. E continuò a ignorarla durante la guerra. Ancora il 14 gennaio 1919, nella Lettera ai dalmati, menzionò, fra le rivendicazioni della vittoria, le città «italiane» della Dalmazia senza aggiungere Fiume. Attese il 25 aprile, per esaltare per la prima volta, a Venezia, la «ardentissima Fiume», e rivendicare poi, il 6 maggio, dal Campidoglio, «Fiume nostra e Dalmazia nostra», inveendo contro gli alleati diventati nemici dell’Italia vittoriosa. E fu soltanto nel giugno che alcuni nazionalisti fiumani e italiani, Giovanni Host-Venturi, Giovanni Giuriati, Oscar Sinigaglia, sostenuti da alti ufficiali, decisi a compiere una spedizione armata di volontari a Fiume, per imporre la sua annessione all’Italia, proposero al poeta di capeggiare la spedizione.
I promotori della spedizione avevano come scopo provocare la caduta di Nitti, considerato prono agli alleati, per sostituirlo con un governo autoritario, pronto a decretare l’annessione di Fiume. Il 9 giugno, D'Annunzio celebrò la Pentecoste d’Italia per identificare misticamente Fiume con la «più grande Italia», proclamando che «la religione della Patria non ebbe mai comandamento così alto … Fiume appare oggi come la sola città vivente, la sola città ardente, la sola città d'anima».
D’Annunzio era allora un eroe disoccupato, con la propria Musa inaridita. Angosciato dall’invadente vecchiaia, afflitto da un penoso senso di vacuità esistenziale, vagheggiava addirittura il silenzio del chiostro. Ma intanto continuava a inneggiare, con scritti e discorsi, alla «più grande Italia», atteggiandosi a vate di un italico populismo eroico, volto alla esaltazione del lavoro redento dalla servitù del profitto e alla liberazione dell’Italia dall’egemonia dell'Occidente: «Liberiamoci dall’Occidente che non ci ama e non ci vuole», proclamò il 9 luglio: «Separiamoci dall’Occidente degenere [...] divenuto una immensa banca giudea in servizio della spietata plutocrazia transatlantica».
L’avventura fiumana diede al poeta una fiammata di energia, consentendogli di vivere una nuova stagione epica, in uno stato di mistica esaltazione nazionalista e rivoluzionaria. Insediatosi nella città come governante, il Comandante fu affiancato da una schiera di esaltati giovani legionari, che condivisero col poeta uno spregiudicato stile di vita e un confusionario idealismo rivoluzionario. Con essi, D’Annunzio diede vita a un singolare movimento politico-estetico, il “fiumanesimo”, trasfigurando Fiume nel centro sacro della religione della patria, innalzandola a capitale ideale di un “ordine nuovo”, propulsore di una crociata internazionale per la liberazione dei popoli assoggettati o minacciati dalle plutocrazie occidentali.
Ma l’entusiasmo della popolazione fiumana per l’impresa del poeta e le sue esaltanti orazioni dal balcone, si esaurì in pochi mesi. La spedizione aveva fallito i suoi scopi originari. Il governo Nitti non era caduto. Gli alleati continuavano a osteggiare l’annessione di Fiume. I rivoluzionari socialisti, per quanto inetti a compiere la rivoluzione, erano comunque usciti trionfanti dalle urne elettorali, mentre i rivoluzionari nazionalisti, fascisti per primi, erano stati clamorosamente battuti. Alla fine del 1919, la maggioranza della classe dirigente e della popolazione fiumana era stanca delle concioni del poeta e delle carnascialesche esibizioni dell'anarchismo legionario. Ed era pronta ad accettare un modus vivendi, concordato con il governo dai promotori originari della spedizione, che prevedeva lo sgombero della città dai legionari dannunziani, e la ricerca di un accordo internazionale per l'annessione all'Italia.
Quando, la mattina del 19 dicembre, il Comandante si rese conto che il plebiscito sul modus vivendi era contro di lui, lo annullò. Giovanni Giuriati, uno dei promotori della spedizione, che aveva collaborato col poeta nel governo della città come capo di gabinetto, ed era uno degli artefici del modus vivendi, si dimise dichiarando: «Io sono venuto a Fiume per difendere le secolari libertà di questa terra, non per violentarle e reprimerle».
Da quel momento, e per un anno ancora, sotto il comando dittatoriale del poeta, affiancato ora dal sindacalista nazionalrivoluzionario Alceste De Ambris, ma fra una popolazione sempre più ostile, Fiume divenne luogo di straordinarie o strampalate velleità palingenetiche. Così, in antagonismo con il trionfante velleitarismo rivoluzionario dei bolscevichi italiani, il “fiumanesimo” contribuì a rendere il 1920 italiano un altro anno convulsionario. Senza rivoluzione.

"Il Sole 24 ore - domenica", 18 agosto 2019

6.9.19

Cristina regina di Svezia. L'ambiguità è sovrana (Giuseppe Cassieri)




Cristina di Svezia (1626-1689), figlia del superlodato Gustavo Adolfo e di una bellissima Maria Eleonora del Brandeburgo, regina a sei anni, autostima alle stelle, rapporti con Dio a suo modo, è personaggio fin troppo carico di aromi per non attrarre storici e biografi. Lo comprovano i molti studi di ieri e di oggi che si addensano su questa figura vulcanica e tendenzialmente leggendaria. Chi voglia addentrarsi nella vita e nell'opera di Cristina, facendo vibrare di continuo il pensiero critico, può contare sul saggio di Veronica Buckley, neozelandese di formazione oxfordiana, residente a Parigi (Cristina regina di Svezia, Mondadori, 2006).
Il corredo geopolitico e dinastico, pur vasto e capillare nell'economia del libro, scorre veloce grazie al calibrato intarsio di avvenimenti esterni e delle intime follie della protagonista, grazie all'uso pungente dell'epistolario, nonché alla vena narrativa messa in campo dall'autrice. La quale nulla trascura del periodo indagato (ricordandoci in particolare le sfide scientifiche all'ortodossia religiosa, la marcia dell'impero ottomano...), compreso il disastro climatico provocato nel Nord Europa dalla «piccola era glaciale»: un fenomeno che si ripresentava a distanza di secoli, capace di gelare fiumi e mari' accentuare malattie e miserie sullo sfondo della Guerra dei Trent'anni.
A confortare in parte familiari, cortigiani e sudditi, provvede l'annuncio di una nascita fervidamente attesa: quella del principe ereditario, un maschio del ceppo Vasa, che avrebbe onorato il regno di Gustavo Adolfo.
Ahimè, si trattava di un qui pro quo. Un'illusione notturna spentasi nell'arco di dodici ore.
Le esperti levatrici, alle prese con «un esserino urlante e di sesso ambiguo», si interrogavano sconcertate su chi stesse venendo al mondo: un principe imperfetto o una principessa mascolina?
Sul far dell'alba, scrutando e rivalutando con intuibile tensione la natura dell'erede, avevano sciolto la riserva: il neonato era purtroppo una neonata, sospetta portatrice di anomalie.
Dunque un ibrido genetico che avrebbe condizionato la personalità di Cristina, determinando assai spesso atteggiamenti plateali e assolutisti nel corso dell'intera esistenza. Esempio: sia in veste luterana sia in veste cattolica si scagliava ripetutamente contro il matrimonio e la figliolanza; giudicava la donna il dispetto peggiore della Creazione; si vantava di allestire intrighi, sotterfugi e sortilegi; di tenere sulla brace aspiranti di cartello (in cima alla lista il cugino Carlo Gustavo, sottoposto a un perenne sì, forse, mai...) e di praticare l'arte della dissimulazione. E lei stessa a confidarci che «già nella prima gioventù ero in grado di trarre in inganno le persone più astute».
Facile immaginare gli scandali e i pettegolezzi che deliziavano e insieme preoccupavano le corti europee. Cristina stracciava regole e gelose tradizioni, indossava abiti maschili, adottava volentieri un linguaggio da taverna, consumava amori saffici accogliendo «democraticamente» dame, fantesche, boccioli di campagna, novizie e suore illanguidite nella pace del convento. In pari tempo non disdegnava il sesso opposto, muovendosi a capriccio tra ambasciatori, cancellieri, prelati e maggiordomi. Più nota, per intensità e durata, è la relazione col cardinale Decio Azzolino, anche se i dragatori di alcove oscillano nel trasmetterci dati oggettivi. C'è chi interpreta la relazione come un'obbligata, casta amicizia, e chi punta sulla compiuta bisessualità della partner.
Di certo la regina, anziché turbarsi per gli insulti sparsi nel reame e oltrefrontiera (spudorata cacciatrice, buffona, selvaggia, etèra assimilabile a famose colleghe della classicità...), si guarda allo specchio, si compiace e sbeffeggia tartufoni e poveri di spirito. Scardinare l'ordine costituito eccita la sua fantasia.
Fermentano intanto ben altri disegni a cui dedicarsi: abdicare, abbandonare l'algida Svezia, trasferirsi nell'adorata Roma, godersi il magnifico palazzo Rierio, collezionare quadri di autori italiani e, crescendo e sognando, diventare regina di Napoli con l'aiuto del Mazzarino, sovrana di Polonia con la complicità di Azzolino. E ancora; fondare teatri e accademie di grido, radunare intorno a sé scienziati, poeti, pittori e scultori, musicisti e alchimisti, meritandosi il titolo di Minerva del Nord.
E qui viene spontaneo chiedersi: tanta esposizione nella sfera pubblica di mezza Europa era accompagnata da un congruo tasso di fascino, di leggiadria? Aveva mutuato qualcosa dalla seducente genitrice?
Testimoni attendibili e documenti iconografici lo negano, sia pure con indulgenza. Bassa di statura, naso arcuato, bocca senza denti posteriori, mento aguzzo, spalle asimmetriche. Una perla tuttavia riusciamo a coglierla: i grandi occhi azzurri. Regalo generoso di Venere a chi le aveva preferito la dea della sapienza.
Circondata da ruffiani e adulatori, consapevole di possedere armi decisive nell'orizzonte politico europeo (mentre ignorava la crisi economica che soffocava il suo Paese), vanno attribuiti a Cristina almeno due gravi sensi di colpa: l'atroce condanna a morte del marchese Monaldeschi - ennesimo presunto amante - accusato di aver compromesso il sogno napoletano; e il freddo polare sofferto da Cartesio a Stoccolma dopo il transitorio invaghimento della regina per il filosofo. Le lezioni impostate dalla padrona di casa si svolgevano alle cinque del mattino, tre volte la settimana. Cartesio, indotto a discutere tesi e antitesi a capo scoperto in una rigida stanza, si ammalò. Dapprima febbre e costipazione fronteggiate con infuso bollente di tabacco, poi la polmonite. E, nei giorni successivi, dalla polmonite alla tomba.
In tarda età, l'eroina del Nord, pur non rigettando esibizionismi e culto egolatrico, si era concessa un dubbio, un modesto esame di coscienza. Ovvero, «non sapeva se avesse mai cercato di correggere i propri difetti».
Si sarebbe impegnata a recuperare? Ci sarebbe riuscita?
Seguendo il tracciato biografico il lettore è portato a escludere correzioni di rotta, e avanza la sua impressione complessiva: Cristina di Svezia, non più che una dilettante illuminata, radicalmente priva di umiltà.

Tuttolibri La Stampa, 12 agosto 2006

4.9.19

Storie USA. Bush senior, Michael Dukakis e le porte girevoli di Lee Atwater, detto Boogie Men.


Riprendo le notizie che seguono dalla recensione di Christian Rocca a un romanzo di Antonio Monda (“Tuttolibri”, 9 marzo 2019).
Lee Atwater, detto Boogie Man, cioè l’orco, fu per alcuni anni il più abile e temuto degli strateghi politici d’America. Fu lui a confezionare nel 1988 la vittoria di George Bush senior sul governatore del Massachusetts Michael Dukakis. Costui cominciò a perdere consensi e fiducia quando Atwater produsse uno spot intitolato «porte girevoli» con cui legava il nome del governatore al volto di un efferato criminale afroamericano, l’ergastolano Willie Horton che, durante un permesso premio ottenuto grazie a una norma del governatore Dukakis, aveva stuprato una ragazza.
Era un attacco violento, personale, ingiusto e dai toni razzisti, il vero marchio di fabbrica di Boogie Man, che con «porte girevoli» si era ripromesso di manipolare le coscienze degli americani fino a convincere gli elettori che Willie Horton fosse addirittura il candidato vicepresidente di Dukakis.
Bush fu eletto trionfalmente, ma ad Atwater venne poco dopo diagnosticato un tumore al cervello.
Aveva 39 anni, morirà a 40, nel 1991.

2.9.19

In cambio della vita (Michele Smargiassi)

La cattedrale di Beauvais in una stampa del XVI secolo
La guglia della torre raggiungeva l'altezza di 153 metri

Una leggenda racconta che, quando la guglia della cattedrale gotica di Beauvais crollò, il 30 aprile 1573 (ironia del caso, era il giorno dell'Ascensione), nessuno osasse rimuoverne le rovine. L'incarico fu dato a un galeotto condannato a morte, in cambio della vita. Che fece bene il suo sporco lavoro, e sopravvisse anche a un crollo, aggrappandosi a una fune: la corda a cui doveva essere appeso, dunque, lo salvò. Quella di Beauvais era nata per diventare la più imponente, alta, audace cattedrale gotica del mondo: fu perduta dalla sua ambizione, e non fu mai terminata.

Da Quando le Cattedrali crollano in “Rep: wickend”, 20 aprile 2019

30.8.19

Il diario da non nascondere. Due giovani comuniste italiane nella Cina degli anni Cinquanta (Rossana Rossanda)

Edoarda Masi

Settembre 1957. Due giovani donne italiane, comuniste, Edoarda Masi e Renata Pisu arrivano a Pechino con una borsa di studio. L’università Beida è un antico parco, nel quale si affollano in modeste abitazioni, due o tre per stanza, studenti di tutto il mondo in cerca della Cina, fra delusioni già patite, speranza, inquietudine. E sperimentano una realtà doppia: docenti interessanti e regole sciocche, libertà di relazioni fra stranieri ma non con i cinesi, il «noi» e il «loro» — i funzionari che nell’amministrare il campus lo sorvegliano. E la divisione fra campus e città — Pechino, dove si va quando si vuole ma come vanno i turisti. Si studia in Cina fuori dalla Cina.
Le orecchie già ritte per questo scontro, per così dire, morbido, assisteranno pochi mesi dopo allo scontro duro, la «seconda campagna di rettifica» contro gli «elementi di destra». Assistono, vedono, non possono partecipare, non vengono informati. I dazibao coprono i muri di accuse: le «masse» sono un groviglio inesaurito di rancore, dove quasi nessuno ha nulla, e chi ha un libro o una stanza di più, o la parola, appare privilegiato.
Fra partito e masse, i maestri che i ragazzi amano di più sono nella tenaglia. Moltissimi dovranno lasciare Beida per andare in fabbrica o in campagna, dopo pesanti sedute di autocritica. Severe fin dall’inizio verso i funzionari — la Vecchia, il Fesso, la Cretina — le due ragazze vedono in silenzio e orrore quella che Mao chiamerà qualche anno dopo «la nuova razza di signori che pesa sulla schiena del popolo» demolire crudelmente «senza violenza» una leva intellettuale stremata e fragile — molti si uccidono.
Una delle due, Edoarda, rompe. Toma in Italia. Ha tenuto un diario e lo riscrive in terza persona. Raniero Panzieri lo propone a Einaudi. I ganbu, i «funzionari Pci», lo bocciano. E lei stessa sembra pensare che, nella «guerra fredda», non si debba parlare della Cina. Nell’ultima passeggiata in barca, l’amico più caro e sofferente le aveva detto: “Non parlate male di noi”? Il diario è un «libro da nascondere».
Tornerà in Cina nel 1974-76, scriverà, pubblicherà. Oggi vedo quei suoi lavori interiormente legati al diario: parlano di una diversità, d’uno scontro alto, forse liberatorio, sono libri severi, appartati dalla gazzarra, preziosi.
Poi c’è Tianammen. Nel 1991 Edoarda Masi toma ancora una volta, tutto è finito, vuole solo visitare gli alti luoghi medievali, turista fra insopportabili turisti. Ma lei sa. Sente, può sedere su un muretto accanto a una vecchia venditrice di frittelle, ascolta, gli occhi aperti su quel che la Cina è diventata. Non era andata per questo, ma le balza addosso la «sua» Cina, amata e abominata, e soltanto ora degradata. Come se uno sberleffo le fosse disegnato sui lineamenti. E quelli di allora, che le erano stati insopportabili, le appaiono rigidi ma puliti, sofferenti ma dignitosi, crudeli ma non sfigurati.
Tornata in Italia, ci scaglia il diario del ’57-’58, con dieci pagine piene di dolore e collera. Lo chiama Ritorno a Pechino (Feltrinelli, 1993). Non è il diario d’un ritorno, ma di quel primo viaggio. Ma è un ritorno interiore, a quello che era stato «il libro da nascondere». Così aveva chiamato del resto, traendolo da Lu Hsun, una rilessione chiave su di sé, uscita nel 1985.
Ci sono due modi di leggere Ritorno a Pechino. Uno per conoscere la Cina, della quale Edoarda è, per quel che ne so e posso capire, lo sguardo più calibrato, appassionato e sapiente. Edoarda non mente mai. Edoarda dubita quindi rende giustizia. Edoarda è l’opposto dell’attuale cultura politica. Chi legge stando dalla sua parte, attraverserà Ritorno a Pechino con sentimenti contrastati, angoscia, domande, illuminazioni.
Ma c’è un secondo modo di avvicinare quel diario: come una storia di giovani comunisti che nel 1957 fanno un apprendistato di sé. Esso ha del resto le scansioni dell’iniziazione, l’entrata nel mondo altro, che si restringe a una città che si restringe in un campus, anzi una stanza. Ma di là scopre non solo per gradi, ma per prove — gli altri separati, come la zona più antica e frequentata del parco, dove i docenti vivono in due stanze fra gli alberi, pile di libri e una lampada accesa.
Parlare è difficile. Quel che è detto va interpretato. Le due si inoltrano con la diffidenza di giovani gatte, libera zampa su un terreno sfuggente, ritratto di comuniste inconsueto nell’iconografia del post ’89 che ci voleva devoti e imbambolati. Tutti i giovani del diario sono, come loro, irrequieti, increduli, ironici.
La differenza sta nella valutazione, dal cinismo alla sospensione di Edoarda, nel diario Lia, la più attenta. Quella che se ne andrà per prima, è la prima che crede un giorno, davanti a una diga di terra, di intravedere un colossale tentativo di riscatto di poveri per mano di uomini che non sanno o non vogliono o non possono renderli liberi. Costoro non appaiono, non sono interrogabili, terminali afasici d’una macchina orwelliana. Lia se ne ritrae come s’era ritratta dall’ascoltare Zhou Enlai quando arriva preceduto da divieti. Come lui, le ragioni sono lontane, neppure cercate — sono «non ragioni», se è vero che uno degli amici cinesi non spezzati le dice: non è che per noi la libertà conti meno, gli uomini sono eguali. E tuttavia, che significa libertà per chi muore per la miseria imposta dalle «democrazie» ricche? Nel Libro da nascondere Edoarda ci aveva detto dell’essere nata occidentale e non povera come una colpa, la prima delle separazioni, l’impossibilità di essere in pace con sé. All’odio per chi predica rassegnazione («i preti») si somma in lei un’impazienza per i «marxisti»: la lotta di classe avviene già fra privilegiati per rapporto a quelle povertà. Sfruttamento è una cosa, povertà è un’altra. Siamo sfruttati e affamatori.
In poche righe scoscese, riprende il tema negato nel 1958 — la Cina è una alterità, l’alterità è la spossessione e lo sguardo implacabile che leva su di noi. Quella rivoluzione non operaia andava capita. Perdonata? Non perdonata. La contraddizione è insolubile.
Il percorso di Edoarda Masi è in senso proprio tragico. Nelle parole composte e nel periodo scarno, questo libro violento è una testimonianza dei comunisti in questo secolo, quelli a monte del marxismo per insofferenza delle sue hegeliane scomposizioni e ricomposizioni.

il manifesto, 21 maggio 1993

27.8.19

“Il mio funerale sarà al Foro Italico: venite numerosi”. Intervista a Nicola Pietrangeli (Margherita de Bac)

Nicola Pietrangeli


«Ogni sera gli rivolgo un saluto. Era un gatto fantastico, generoso compagno di vita per vent’anni. Non mi ha mai mollato finché ho dovuto sopprimerlo. Uno strazio terribile. Farlo cremare per tenerlo accanto a me è costato 700 euro. Avrei speso la metà se avessi aspettato che arrivassero altri gatti da unire a lui nel forno. Ma io volevo che le ceneri fossero sue e basta». Nicola Pietrangeli solleva delicatamente il coperchio della coppa più bella. Quella d’argento vinta a Montecarlo, regalata a lui per sempre dal principe Ranieri. Ne estrae i resti di Pupino, racchiusi in un sacchettino rosso. Abita all’ultimo piano di una palazzina in un comprensorio nel quartiere Balduina, arredato del suo passato tutto sport e viaggi. Al posto di Pupino c’è Pupina 2 che avanza sinuosa tra tappeti e bassi tavoloni ingombri di coppe e targhe.

Se la sua vita fosse un film come lo intitolerebbe?
«Nicola contro Pietrangeli e costerebbe un botto produrlo, c’è troppo da raccontare. Dentro di me c’era abbastanza atleta e abbastanza buon mascalzone. Un continuo contrasto. Dicono che se mi fossi allenato poco di più avrei vinto molto. Ma non mi sarei divertito».

Che bambino è stato Nicola?
«Sereno. Parlavo russo, la lingua di mamma, e francese. Mai sofferto la fame, mai mancato nulla anche a livello affettivo pur non andando d’accordo con papà Guido, colpevole di avermi messo la racchetta in mano. Quando siamo venuti a Roma da Tunisi non spiccicavo una parola di italiano. Andammo ad abitare in via delle Carrozze e subito diventai popolare per il pallone. Gli amici mi chiamavano Er Francia. Cenavo alle 8 e poi scendevo per la partita serale a piazza di Spagna. Giocavo a tennis sui campi del circolo Venturini e al Tennis Club Parioli, ma questa è storia nota, riportata in tutte le biografie».

E il Pietrangeli playboy? Leggenda?
«Ho avuto quattro storie che contano. Susanna, che poi ho sposato, non era bella. Di più. Sua madre non voleva che mi frequentasse perché sperava per la figlia in un uomo ricco. Io non lo ero, non lo sono mai stato. All’epoca giravo in tram e bus. Gli uomini morivano per lei, uno le regalò un brillante grosso come una casa che lei gli restituì. Voleva me. Mi sposai a 27 anni per amore e sottile ripicca nei confronti della madre arrampicatrice. Abbiamo avuto tre figli Marco, Giorgio e Filippo. Fedele io? No, ma per nulla al mondo avrei messo a rischio la famiglia».

E dopo Susanna?
«La storia del playboy è un po’ romanzata. Sì, è vero, amavo accompagnarmi a belle donne, però non lo facevo per interesse anche se ho avuto diverse occasioni per attaccare il sombrero con compagne ricchissime. A me i soldi non interessavano. Dopo Susanna, è arrivata Lorenza, indossatrice milanese. Non volevo sposarmi e mi lasciò. Sempre lasciato, io. Poi ecco Licia Colò. Cinque anni di splendida convivenza. Aveva 30 anni meno di me. Quando mi ha lasciato mi ha giurato che non lo faceva per un altro. Forse si è spaventata della mia età ed è comprensibile. Dicono che quando vuoi le belle devi mettere in conto che gli altri ne siano a caccia. Ho sofferto molto».

E ora Paola. Com’è l’amore dopo gli 80?
«C’è grande affetto. Devi essere paziente tu e lei. Oltre all’amore è necessaria tanta comprensione reciproca altrimenti non vai da nessuna parte. Non viviamo insieme, ma condividiamo parecchie cose, anche Pupina Due».

È vicino agli 86, ci pensa alla morte?
«Sì, ogni tanto. Spero di morire la notte e all’improvviso, mi spaventa la malattia. La mia è un’età per morire. Il mio funerale si terrà al campo centrale del Foro Italico, a me intitolato. Ho già chiesto il permesso al presidente del Coni, il mio amico Giovanni Malagò. C’è un ampio parcheggio e nessuno potrà accampare la scusa di non aver trovato posto per la macchina. In caso di pioggia si rimanda al giorno dopo e speriamo che all’Olimpico non giochi la Lazio altrimenti ci sarebbe confusione e magari qualcuno preferirebbe andare là. Io e il mio amico Remo Zenobi partecipiamo ai funerali solo se lo sentiamo, non per fare passerella come la metà della gente. Veniamo via 5 minuti prima per evitare le facce da circostanza. Al mio però venite tutti, vi voglio numerosi e restate fino alla fine».

Mai in politica, perché?
«Mai fregato niente, eppure giocavo a tennis con La Malfa e frequentavo Renato Altissimo. Ho fatto politica solo quando si trattò di spingere come capitano della squadra per andare a giocare la finale di Coppa Davis a Santiago del Cile nel 1976 dove c’era appena stata la repressione di Pinochet. Pensavo che l’Italia non avrebbe dovuto mancare. Vinsi io. Ci siamo imbarcati di nascosto, come delinquenti. Quando siamo tornati con la Coppa, a festeggiarci c’erano solo i poliziotti».

È lei il più grande tennista italiano della storia?
«Di gran lunga. Panatta, con più talento, è durato molto meno ai vertici. Ora il più forte è Fabio Fognini. Una volta mi incontra e mi fa, sfottendomi, ehi Nicola, ai tempi tuoi correvi quanto me? Io non correvo, gli rispondo. Facevo correre gli altri».

Corriere della sera, 27 luglio 2019

24.8.19

Inutile denuncia a Monte Mario. La misteriosa scomparsa di Marisa Del Frate (“l'Unità” - Cronaca di Roma, 8 luglio 1959)



Marisa Del Frate, l'avvenente interprete di canzoni, sarebbe scomparsa dalla sua abitazione. Questi almeno sono i termini di una denuncia presentata ieri al commissariato Monte Mario dal signor Carlo Martino Guidarini, amico e procuratore della signorina.
La notizia, pur suscitando immediatamente il fondato sospetto di una trovata pubblicitaria, è circolata all'inizio con qualche sfumatura drammatica. In breve tempo però è stato possibile ristabilire la verità.
Marina Del Frate ha deciso semplicemente di interrompere ogni rapporto con il Guidarini, ha fatto le valigie e se ne è andata. Decisione del tutto normale e legittima per una persona maggiorenne e responsabile. La singolare idea della scomparsa appartiene esclusivamente al procuratore abbandonato.
La cantante abitava in un appartamento di via Quintiliano con lo stesso Guidarini che preferisce farsi chiamare con bell'accento francese Charles Martini. L'altra sera la giovane donna ha messo alcuni indumenti in due valigie, è salita su un taxi e si è allontanata dall'alloggio senza rendere nota a nessuno la sua destinazione.
Peraltro ha lasciato due lettere, una diretta al procuratore e l'altra alla madre, nelle quali dichiara esplicitamente la sua decisione di separarsi dall'uomo.
Ieri mattina Carlo Martino Guidarini ha dapprima telefonato al commissariato di zona e quindi si è recato di persona nell'ufficio di polizia per presentare 1'inutile denuncia.
Abbiamo voluto ascoltare la opinione della madre della cantante, che abita in via Tronto 19 per chiarire ulteriormente la vicenda. La signora ci ha detto: “Parlare di scomparsa è soltanto ridicolo. Ho ricevuto la lettera di Marisa ed è chiarissimo che mia figlia non ha voluto nient'altro che allontanarsi da Guidarini. Non so dove sia andata, ma comunque non credo di avere motivo di preoccuparmi. Io ero contraria quindi alla denuncia che è assurda, ma non ho potuto evitarla. Mi sembra che Guidarini abbia un po' la mania della pubblicità... del resto fa parte della sua attività”. Una dichiarazione più sensata e definitiva non si poteva sperare.

22.8.19

Il giovane Matteo Salvini e la felicità (la Repubblica, 3 luglio 2000)



La felicità è sapere di aver contro un intera città, un'intera nazione ma crederci lo stesso fino all'ultimo minuto di recupero. E alla fine brindare con birra e bianco frizzante della Franciacorta e approfittarne per abbracciare ancora una volta Miss Camicia Verde. Gli unici che ieri sera hanno festeggiato per come è finita la finalissima degli Europei non andateli a cercare dalle parti del Consolato francese.
Ma negli studi di Radio Padania Libera, in uno scantinato della sede di via Bellerio dove Matteo Salvini e Matteo Mauri, hanno tifato, urlato, sudato contro l'Italia. Gli unici a gridare gooooool che più forte non si può quando David Trezeguet la mette dentro e il sogno finisce.

21.8.19

L’Abele muto della Genesi e quello loquace del Corano. I testi sacri raccontano il delitto (Piero Stefani)



L’uccisione di Abele da parte di Caino, raccontata all’inizio della Genesi, è leggibile in vari modi: vista sul piano etico è segno perenne che ogni omicidio rappresenta, nella sua radice, l’uccisione di un fratello; letta in chiave di antropologia culturale indica l’antica, inestinta contesa tra i diversi, conflittuali modi di spartirsi beni e risorse (Caino è un agricoltore, Abele un pastore); colta in chiave simbolica attesta la fragilità della condizione umana (Abele da hevel, soffio, vacuità).
Alcuni passi del Nuovo Testamento ci aprono una prospettiva ulteriore. Si legge nella Prima lettera di Giovanni (3,12) «Poiché questo è il messaggio che avete udito fin dal principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino che era dal Maligno e così uccise suo fratello». Dal canto suo il Vangelo di Giovanni afferma che il diavolo «è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44). A volte le citazioni parlano proprio quando vengono estrapolate dal loro contesto e fatte interagire tra loro. Menzogna e omicidio sono intrecciati in maniera molto stretta. La menzogna, quando si presenta come antitesi profonda alla verità, non è riconducibile al fingere, al recitare, al dire bugie: è un inganno che tocca le viscere della condizione umana. Contrapporre la menzogna all’amore vicendevole svela il legame che unisce la negazione del vero all’omicidio. La verità è una relazione, è la fedeltà buona che si costituisce allorché ci si apre l’uno all’altro. L’omicidio è un abisso di menzogna perché nega le verità più intimamente inscritte nella condizione umana: l’uguaglianza e la reciprocità. L’assassinio è l’antitesi primordiale della «regola d’oro», che fa della pari dignità tra sé e l’altro il fondamento primo di ogni comportamento veritiero.
Nel capitolo quarto della Genesi la parola «fratello» torna sette volte; essa ricorre per affermare che Caino è fratello di Abele. Mentre non si dichiara mai che la vittima è fratello del suo assassino, si asserisce sempre che è l’uccisore a essere fratello di colui di cui ha estinto la vita. In questo modo da un lato si dichiara che la fratellanza è luogo di responsabilità («domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» Genesi 9,5), mentre dall’altro si afferma implicitamente che la vittima è tale anche perché chi lo sta uccidendo non lo riconosce come fratello.
Secondo la Genesi, Abele non parla mai; egli è l’archetipo di ogni vittima a cui è negata persino la parola. All’ucciso è lasciata come voce quella del sangue che grida dal suolo. La scena è dominata dal cruento silenzio di una vita estinta. La presa di coscienza da parte di Caino di quanto da lui compiuto è suscitata dalla voce del Signore che gli giunge da fuori: «Che hai fatto?» ( Genesi 4,10-13).
La storia dell’omicidio primordiale è presente anche nel Corano. Nel testo sacro dell’islam però Abele (ma entrambi i protagonisti restano anonimi) parla e lo fa più del fratello. Lo scopo delle sue parole è di proclamare che non risponderà alla violenza con la violenza. Nel Corano la vittima pronuncia parole che divengono impegno e promessa: «Se stenderai la mano contro di me per uccidermi io non stenderò la mano contro di te per ucciderti» (Corano 5,28). Tuttavia alle spalle di questo atteggiamento inerme c’è la visione di un Dio capace di punire, ed è tema tutt’altro che secondario prendere atto che la rinuncia alla violenza da parte della creatura umana riposa sulla convinzione che l’unico autorizzato a esercitarla sia Dio: «Io voglio che tu ti accolli il mio peccato, e che tu sia tra quelli del fuoco, ecco la ricompensa dei colpevoli» (Corano 5,29).
Le parole del fratello furono vane, l’altro non le accolse e la sua anima lo spinse a uccidere e «fu tra i perdenti». Tuttavia a renderlo consapevole della propria colpa non fu la parola divina che evidenzia quanto da lui fatto, fu il muto linguaggio etologico di un corvo divenuto prototipo dell’atto umano di seppellire i morti: «Dio inviò un corvo che grattò la terra per mostrargli come nascondere la salma di suo fratello. Egli disse: “Povero me, sono stato incapace di essere come questo corvo e di nascondere la salma di mio fratello”, e divenne preda del rimorso» (Corano 5,31).

“La Lettura – Corriere della Sera”, 30 dicembre 2018

20.8.19

Dai Paesi dell’Anarchia. Impressioni sui moti del 1894 nel carrarese (Ceccardo Ceccardi Roccatagliata)


Ceccardo Ceccardi Roccatagliata nacque a Genova nel 1871 e vi morì poco più di 100 anni fa, il 3 agosto del 1919. Visse tra il capoluogo ligure, la Lunigiana e Carrara. È conosciuto soprattutto come poeta di stile carducciano e classicheggiante, ma percorso da tensioni decadenti e simboliste. Come collaboratore de “Lo svegliarino”, il giornale della sinistra democratica di Carrara e delle Alpi Apuane, scrisse della ribellione anarchica che vi si svolse nel 1894, e ad essa dedicò un opuscolo stampato a sue spese presso la Tipografia Operaia, in cui denunciò le dure condizioni di vita dei cavatori e la feroce repressione governativa, un pamphlet che subì più di un sequestro e diede al coraggioso autore qualche notorietà tra la Liguria e le province di Massa Carrara e Lucca. Lo “posto” qui, riprendendolo da “Liber liber” per il suo interesse non solo letterario. (S.L.L.)

Carrara - "Cararia". Monumemento alle lotte sindacali dei lavoratori del  marmo


Victor Hugo, nel poema I castighi, dove egli lumeggia così foscamente Napoleone il piccolo, parla con tristezza dei lamenti sordi che avevano i fiotti dell’Atlantico quando trasportavano sul dorso verso la nuova Caledonia, i pontoni sdruciti pieni zeppi di coloro che avevano tentato di difendere la repubblica dagli artigli del triste Cesare la notte del due dicembre. Piangeva il vecchio Oceano solitario con l’anima del poeta Guernesey.
E a me pareva così doloroso, quando qualche settimana fa, alla vecchia stazione di Massa fischiavano i treni in partenza tra i primi sbuffi di vapore e il lento cigolio delle assi, i treni che portavano lontano dai borghi natii, lontano dalle madri, dalle spose, dai figli, dalle sorelle, ai reclusori del Piemonte, ai reclusori del Mezzogiorno, coloro cui la legge militare e un tribunale di giberne avevan detto insorti anarchici, e ferrei avevan colpito senza pietà, senza riguardi, senza coscienza: senza saper neppure bene come colpissero, chi colpissero, perché colpissero.
Erano scene strazianti. Per lo più quei tristi condannati, quasi tutti giovanetti, erano fatti partire coi treni del mattino. L’alba si levava lentamente sulle Apuane, i monti delle cave dove forse i loro padri, i loro fratelli erano morti schiacciati da un masso rotolante per un ravaneto, o sotto lo scoppio orrendo di una mina, per guadagnarsi un tozzo di pane. La luce scendeva lentamente e gettava dei lividori sulle facce pallide, smarrite dei condannati, sul filo delle baionette. Qualche madre, qualche sposa li attendevano talvolta. E si slanciavano piangendo tendendo loro le braccia disperatamente, prese da un invincibile desiderio di ribaciare coloro che avevano allattato, o baciato dolcemente un giorno di nozze, figli, mariti, coloro che, come vecchi assassini, andavano a marcire le carni in una segreta.
E perché sperare di rivederli?
Ragazzi di diciotto o venti anni assuefatti all’aria ossigenata dei loro monti, al sole delle loro cave, devono scontare dieci, dodici, diciassette anni di galera, due, tre, quattro anni di segregazione cellulare continua. E potranno resistere! Perché sperare di rivederli?
Si slanciavano, si ripiegavano respingendo bruscamente, qualche volta anche cadendo a terra, dalle mani brutali della forza, lo stridulo riso e il ghigno dei gallonati presi di meraviglia che quelle madri, quelle spose di supposti anarchici, avessero, intendete bene, un cuore che palpitasse, che piangesse, e potesse anche gridare: misericordia!
Partivano i figli, i mariti pei lontani reclusori, ed esse ritornavano alle loro case, cui gli usci, nei tristi giorni delle perquisizioni e degli arresti erano stati sfondati dalla furia dei carabinieri e degli alpini, col calcio del fucile, o a colpi di baionetta, alle loro case dove altre donne ed altri figli piangevano con lo spettro del futuro negli occhi, lo spavento della futura fame nell’anima.
Verrà l’estate, ritorneranno l’autunno e l’inverno, ma essi, mai mai, per molti anni ed anni, forse mai più. E beate quelle madri cui è rimasto un figlio; quelle figlie cui è rimasto uno sposo a consolarle! Non son rare le madri che hanno tutti i figli e i mariti in prigione, non son rare le giovinette spose da due o tre mesi che hanno il giovinetto consorte condannato a vent’anni di galera.
Che vita! Quante esistenze infrante, quanta vitalità perduta!
Nel paese di Ortonovo - una bianca borgata su un colle di olivi fittissimi, tre ore dalle cave di marmo dove giornalmente molti uomini con molto sperpero di forze si recano a lavorare - si possono senza fallo contare, tra un migliaio di abitanti ed una quarantina di condannati, nove o dieci spose - giovinette di sedici o diciassette anni - vedove per dieci, dodici, diciassette anni dei loro giovanissimi sposi.
Leggete i resoconti dei processi che si stampano a Carrara da un editore assai conservatore e che fa l’apologia di quei tristi tribunali - leggete dico - quei resoconti di cui - nonostante ciò pubblicheremo qualche numero interamente per eternare maggiormente la sapienza militare - e vedrete: sono cose che fanno orrore. Dario Papa ha ragione: neppur l’Austria osò tanto.
E ciò tanto ributta, se si pensa che i burattinai di questa dolente epopea sono coloro che consacrano marmi al Pellico e ai Confalonieri e affermano: Mazzini è con noi!
Si condanna perché uno fu arrestato, perché un brigadiere dei Reali, un poliziotto afferma che sa - egli - e da sue private informazioni esser l’accusato un anarchico; si leggono deposizioni di testimoni non firmate, come le denuncie che si gettavano nella bocca del Leone a Venezia ai tempi dell’Inquisizione di Stato; si vieta agli imputati di scrivere a casa per trovare testimoni e provare l’alibi, e se la famiglia se ne occupa appena due ne son concessi, mentre prima in prigione a forza di pugni - lo dicono le madri, le spose che sono state a trovare i condannati prima del loro invio ai reclusori - si è fatto loro confessare come ai tempi dell’inquisizione domenicana il misfatto che non avevano commesso ed accusare compagni e fratelli. Oh, non per nulla s’inquarta un motto in uno stemma!
Se entrasse in una sala di quel tribunale militare uno che fosse assente dall’Europa da trenta o quarant’anni, ignorerebbe completamente dalle resultanze del processo di che vengono accusati, perché si con- dannano sempre, così mostruosamente. Se egli potesse entrare soltanto quando vien letta la sentenza potrebbe chiedersi: quante case hanno bruciato quei malfattori? Quanti soldati uccisi? Deve essere durata molto la lotta!
M’è caro di non essere stato ad ascoltare i testimoni! Dev’essere stato un vero orrore... Ebbene, sarebbe forse meglio, avrebbe ancora la coscienza in pace, non avrebbe ancor conosciuto quante infamie commette la società in cui vivrebbe, in cui viviamo.
E potrebbe ancora pensare: essi avevano molti fucili, delle mitragliatrici, della polvere... della dinamite... Orrore!
Essi invece non hanno ucciso nessuno, eccetto un carabiniere che li ha assaliti, non hanno bruciato neppure una capanna, devastato neppure un campo, rubato neppure un chicco di grano... Essi non avevano che qualche centinaia di fucili in due o tre mila, poca polvere, neppure una bomba di dinamite.
È vero volevano fare una rivoluzione, erano stanchi di essere sfruttati, di morire per pochi centesimi al giorno - ignoti - sotto i massi e le mine delle cave, ma i più non sapevano neppure cosa fosse una rivoluzione, quanto coraggio e abnegazione ci vogliono a farla; e la prima sera della rivolta in quattrocento o cinquecento, si sono sbandati come tante pecorelle dinanzi a due carabinieri, uno già morto, uno quasi moribondo.
Vergogna! Oh, non così, non così, ritorneranno la pace e l’amore in quelle regioni!
Il popolo non dimentica; questo è certo; come è legge fatale che dalla rivoluzione succeda la reazione, e da questa, più grande e potente una seconda rivoluzione.
Vico pel primo intuì questa terribile armonia nelle sorti dell’umanità. State pur certi quel che succedette nessuno cui importi anche una quisquiglia dimenticherà.
Si starà zitti per adesso, ma col tempo...
Oh! quelle donne, quei fanciulli di condannati, quelle vedove, quelli orfani si diranno in cuore eternamente: Oh! deve essere assai ingiusta la società per cui lavoriamo, se colpisce tanti uomini che non hanno mai rubato come un Tanlongo, né mai assassinato come... ricordate il dramma della Regia? se colpisce tanti uomini perché hanno pensato a un sogno d’amore e di pace, a un giorno in cui non ci sarebbero più sfruttati e sfruttatori, e ognuno potrà dire con sicurezza: stasera cenerò, avrò un poco di fuoco, due lenzuoli... deve aver molta paura di quel giorno la società presente... e in fondo poi, perché? non è giusto? deve essere ben giusto e grande se i ricchi ricorrono all’ingiustizia... e all’inganno per colpire chi appena lo pensa, timidamente lo sogna!
E forse più di tutto a quelle donne e quei fanciulli rimarrà in cuore l’inganno con cui furono imprigionati tanti fratelli, tanti padri. Io me lo rammento bene.
Non tutti i condannati vennero arrestati dai soldati. Molti negli ultimi di gennaio erano i fuggitivi sulle montagne, tra le pinete e gli olmi onde son fitte l’ultime propaggini montane dell’Alpe Apuana; costoro vivevano fuggitivi dalle loro borgate, dalle famiglie, ai venti ai freddi, alle piogge invernali. Ebbene, lo credereste? Il comando militare fece predicare dai prevosti, dai parroci delle borgate in parola, fece predicare dai preti, alle famiglie, alle spose, alle fidanzate degli accusati che se essi si fossero arresi nelle mani degli ufficiali, presto tutto sarebbe finito; tolto lo stato d’assedio pochi mesi di carcere agli insorti, e poi... soprattutto la grazia sovrana.
I preti non si accontentarono di ciò, andarono di casa in casa, e dissero alle madri, alle spose: fate che i vostri figli si arrendano nelle mani della forza, tutto andrà bene. E molti accusati spontaneamente discesero dalle loro montagne impervie e sono andati da un brigadiere dei carabinieri, da un sottufficiale degli alpini ed hanno detto: io sono il tal dei tali, io sono innocente e poi spero in quello che avete fatto dire alla mia famiglia... io sono innocente, lo ripeto, ma mi arrendo... E il tribunale rispose un giorno: voi vi siete arreso, bene, invece di quindici... dodici anni di galera! Pochi, ahimè, sono stati gl’increduli, pochi sono rimasti e pochi rimangono nelle loro montagne, poveri fuggitivi, con la taglia feudale sul capo, la fame nel petto, il desiderio di rivedere la famiglia nell’animo... e alle famiglie di costoro, irritati che il dolo non valesse, ufficiali e sbirri hanno invaso le case nelle notti di febbraio non curando grida di pargoli spaventati ed hanno arrestato vecchi padri di famiglia cui l’amore del sangue, che anche la legge rispetta, vietava di dire ove fossero i figli fuggenti: ufficiali si sono introdotti nelle stanze di donne che appena da cinque o sei giorni si erano sgravate di un bambino e con voce assordante han minacciato le puerpere se non avessero rivelato dove era, che mai pensasse di fare, qual audacia ancora avesse il fuggitivo consorte. E basta, è vero? Basta perché dir qualcosa di più sarebbe troppo.
Io sono stato sui monti delle cave sotto il folgorio del sole, che acceca riverberando sul bianco dei marmi. Tra il turbinio della polvere mossa dal vento, tra gli schianti delle mine, tanti uomini salgono dalle verdi campagne lunigiane a guadagnare di che sostentare la famiglia, la famiglia che vive quietamente in un bianco casolare laggiù perduto tra macchie di pioppi e filari di viti.
Io sono stato lassù a Fantiscritti e a Ravaccione, le supreme cave e dinanzi all’immensità della natura che si estrinseca in una strana forma di paesaggio roccioso, dalle tinte ciclopiche dinanzi alla mostruosità convulsa dei monti e all’orridezza dei ravaneti, all’audacia dei picchi svettanti nell’azzurro, o perdendosi in una bianca nube velata che acceca col suo riverbero, ho detto: gli uomini qui lavorano, ben si guadagnano il pane. Tanto il piede affonda nel ravaneto, tanto sulla testa è sospeso il masso che continuamente rotola, tanto la vita è fragile se attaccata ad una fune appesa ad un semplice piuolo che colui che qui lavora dev’essere un titano, od almeno lasciatemelo dire, o borghesia, un eroe, sì, un vecchio eroe!
Egli non aspetta né monumenti, né ricordo glorioso in pagine di storia; egli lavora per la famiglia che cresce modestamente nella natia campagna e se un giorno, come spesso succede, la canapa della lizza si romperà, e il masso che scende dalle cave ai piazzali della marmifera, devii, se la polvere bianca di un giorno di vento lo acciechi e un blocco di marmo slanciato da una mina lo percuota, egli non avrà, se ferito, che primo letto una scala, quattro pezzi di pino incrociati, e se morto, appena un sacco d’onde si asportò già polveri piriche, e mine, fragile cassa alle sfracellate membra. Nei cimiteri di Torano e di Miseglia, son comuni queste sepolture d’ignoti e la famiglia ancora li attende al piano verde col sogno nell’anima di rivederli alla sera come sul dilucolo dell’ultima mattina, quando dopo aver salutato la madre, o baciato la sposa, essi inconsci del loro fato s’avviarono colà donde mai più ritorneranno.
Chi non ha veduto una cava, chi non ha osato salirci non può davvero farsene un’idea. E pensare che nelle vallate di Canal Piccinino e di Canal Bianco, esse si contano a centinaia, una dietro l’altra, una sovra l’altra. Sul diffuso grigio delle montagne arrugginite esse paiono enormi ferite candide. Cigli di rupi irte, scannellature di righe s’aggrottano sopra ed hanno un color di sangue sbiadito colà dove la ruggine manca nel bianco. E cosí via via, su su finché non si giunga al vertice supremo inaccessibile, irta punta che la nebbia circonda quasi fosse il Nume del luogo. Sul piano della cava s’ammucchiano i massi. Là lavorano gli squadratori, gli scalpellini, ma su per la parete bianca, sulle creste delle rocce, legati ad una fune, il piede su una tavola tremante, i cavatori scavano le mine. Talora su un gruppo altissimo, è necessario fare in breve una profonda mina; allora si uniscono molti pali di ferro, si costruisce una specie d’impalcatura a vari piani con rozzi pini od elci, là sopra sale qualche dozzina d’uomini ed allora comincia, lento e monotono il lavoro; ogni colpo della ferrea stanga nel calcare è accompagnato da un triste e cadenzato: Oh! Oh! Io ho ascoltato lungamente quel richiamo onde tutti i lavoranti, in un sol momento, abbiano intente le forze ad un medesimo atto. È un accordo lamentoso, che gli echi rimandano, e affievolendolo rendono qualche volta più dolente e fantastico, onde l’anima commossa pensa: dunque anche qui vivono gli uomini? Dunque anche qui soffrono? In terra non è luogo dunque ove non sia dolore?
Sotto il piazzale poi delle cave scende rovinosamente il cumulo dei detriti di marmo che l’escavazione continuamente aumenta. Scende colmando insenature, sfaldandosi per i versanti dei balzi, ammucchiandosi in fondo alla vallata o contro un ciglio enorme di rocce a mezzo monte. È il ravaneto. In esso sono tracciate le vie delle lizze. Per queste vie dal piano delle cave si fanno scendere i massi già squadrati ai carri enormi tirati da bovi che li attendono a certi luoghi meno ardui, o alle stazioni della ferrovia marmifera. Enormi piuoli sono piantati per queste vie che hanno sempre il cinquanta o il sessanta per cento di discesa, e servono a fissarvi le canape della lizza - specie di slitta di legno, su cui i marmi van posti - onde scenda lentamente, senza mine. Diversi uomini, detti lizzatori, posti sul davanti, dispongono sotto il blocco in discesa, dei travicelli di legno detti parati, che ne attutiscono lo sfregamento contro la scabra via e ne agevolano il viaggio.

Quanto pericolo! La canape spesse volte si spezza e il masso enorme - se gli uomini non son pronti a fuggire - rotola loro addosso e si vendica, uccidendoli: uccidendo essi piccoletti, che con piccoletti mezzi tentarono di portarlo via dal suo santo luogo natale.

Tutti i giornali d’Italia - rara avis un’eccezione - hanno detto che quei cavatori sono uomini rozzi, ubriaconi.
E la calunnia fu ribadita anche da una parte di coloro che dovevano assumerne la difesa. Di ciò fu un eroe, si sa bene, anche qualche pseudo socialista, il quale credendo che fosse anche poco, intinse un suo certo pennelletto in vasi di negro fumo, e di rosso scarlatto ne pennelleggiò, con l’entusiasmo di un salvatore della patria, tutta quanta la Lunigiana.
Ahimè non tutti i pittori impressionisti trionfano: gli sgorbi rimangono e per la consumazione dei secoli.

È vero quegli uomini, quei cavatori che oggi s’arrampicano per le rocce, dove appena salgono le capre e domani ne precipitano sfracellati, al sabato sera, alla domenica hanno l’uso del bere.
Qualche volta s’ubriacano anche. Ma è la loro vita faticosa che lo richiede. Hanno bisogno di rinvigorirsi, hanno bisogno di obliare fosse pure per due o tre ore, la giovinezza sciupata al sole, la carne arsa, gli occhi sanguinanti pei bianchi riverberi; hanno bisogno di dimenticare che domani forse come il fratello, come lo zio un masso li sfracellerà e che avranno venduto la loro vita o almeno saranno ridotti impotenti per pochi centesimi; due, due e cinquanta, tre lire quotidiane che bastavano appena a sostener la famiglia.

È inutile: finché il diritto alla vita sarà calpestato si penserà a un miglioramento, si spererà d’ottenere qualche cosa che sia più conveniente ai nostri bisogni: finché ci saranno dei reietti e dei paria si guarderà sperando nell’avvenire e forse un giorno maledicendo si insorgerà.
Ecco perché l’Utopia, sia Marx o Bakunin l’apostolo, si diffonde maggiormente nelle classi che soffrono, nelle officine, tra le motrici urlanti, nelle miniere dove il “grisou” scoppia, nelle cave donde si asportano i marmi che faranno belle le case della città.
E forse, nessuna signora quando si tuffa, palpitando, in una vasca di masso lunense, ha mai pensato che forse quel masso un giorno rotolando dal picco dove la forza plutonica dell’Eocene lo aveva sollevato, si bagnò del sangue dell’audace che lo staccò, terribile battesimo, come forse non penserà mai che le perle onde si adornerà qualche momento dopo uscendo, son costate la vita ad un povero negro affamato nelle profondità misteriose dell’azzurro Oceano.
Mario Lazzoni scrisse: “I grassi borghesi non vi ricordano, o forti pugnaci di Spartaco, non vi ricordano o precursori ignoti, non vi ricordano voi vittime di Caltavuturo e Conselice... È da Platone a Campanella, da Buonarroti a Saint-Simon che una rivoluzione lenta si prepara maturata dagli ingegni di tutti i popoli, resa indispensabile sempre più dall’evoluzione dell’umano pensiero. [...] Hai gli uomini ignoranti perché miseri, hai i pregiudizi di casta perché c’è chi li benedice in nome di Dio, hai dei vili perché putrida, perché corrotta, perché mefitica è la società borghese”.

Già dissi di essere stato a Fantiscritti, uno dei supremi picchi delle cave. Sotto larga la vallata e profonda, fra pareti scabre di rocce ferruginose, aggrovigliantesi le une sulle altre, con un disperato desiderio di toccare il cielo. Qua e là filoni di ravaneti bianchissimi, qua e là immani rovine di cave, dove gli uomini che battono le mine paiono file di soldatini di carta tanto la distanza è enorme. Sotto l’orrido: ma sovra, il cielo azzurro infinito e lontano, il mare scintillante come i sogni umanitari di Shelley che vi morì.

La solitudine della natura ispira: si diventa più buoni; certe cose che vi son parse utopia - dice Gian Giacomo Rousseau - crederete realizzabili, o uomini se vi allontanerete dalla città...
Ed io ho pensato ed ho compreso. Tutto passa.
Chi rammenta un Aronte che di qui speculò le stelle e predisse guerre civili?
Chi rammenta più un Cybo che regnò un dì al pian verde, o il Piccinino che ne incendiò i borghi? Tutto passa, tutto diventa.

Qui duemila anni fa salirono fra i vigili astati i primi cristiani, i discepoli di Paolo e di Pietro, condannati dai Cesari a scavar marmi per tutta la vita, rei d’un sogno.
Roma era potente, le aquile aleggiavano sul Reno e sulle sponde britanne, i marmi scavati andavano ad adornare i triclini dei pretori e gli ortoli dell’etere. Ed essi, i poveri sognatori, che morirono ignoti condannati a Fantiscritti, appena appena lasciando sulle rocce un timido segno delle loro aspirazioni e del loro martirio, oh! certo non credettero al Trionfo: che il sogno luminoso di Cristo sarebbe diffuso (ed ahimé sfruttato!) un giorno su tutta la faccia della terra.

19.8.19

Storia naturale della mucca (Giorgio Nebbia)


All'inizio di luglio è morto Giorgio Nebbia, che scienziato e docente universitario, fu uno dei fondatori in Italia dell'ambientalismo. Uomo di straordinario rigore e coerenza, politicamente schierato a sinistra, fu parlamentare per la Sinistra Indipendente, eletto nelle liste del PCI dal 1983 al 1992. Dopo ha continuato il suo lavoro di ricerca e partecipato a molte battaglie ecologiste da “cane sciolto”. Non condivideva i compromessi di un ambientalismo che si definiva “nuovo” con le pratiche di uno sviluppismo senza limiti. Il testo che segue, informato e godibile, rappresenta un esempio del suo modo serio, documentato e ragionato, di fornire informazioni, presentare problemi, prospettare soluzioni. (S.L.L.)


Può sembrare frivolo parlare delle mucche in una rivista che si occupa di geografia; dal momento, però, che questa rubrica è intitolata Il pianeta degli uomini, penso che sarò perdonato se mi occupo anche di altri inquilini dello stesso pianeta che sono strettamente legati alla vita umana.
Sulla Terra, in compagnia dei circa 7200 milioni di persone, che pesano complessivamente circa 400 milioni di tonnellate, abitano circa 1500 milioni di bovini, del peso complessivo di circa 600 milioni di tonnellate. L’uso del verbo “pesare” non è inappropriato perché gli umani e i bovini, come gli altri animali pesano letteralmente, con i loro corpi, sulla superficie terrestre, siano strade, città umane e allevamenti, campagne, pascoli, e pesano con la loro richiesta di alimenti e con i loro rifiuti organici (e, nel caso degli umani, anche merceologici). Non a caso alcuni studiosi propongono di studiare gli effetti ambientali attraverso la misura dell’“impronta” lasciata sul pianeta dai suoi abitanti.
Le mucche costituiscono circa un quarto dei bovini. A guardare una mucca da lontano, con il suo lento ruminare, non si pensa che quel tranquillo animale sia una macchina, non molto diversa da quelle di una fabbrica. Come una fabbrica introduce materie prime e combustibili e produce delle cose utili; così l’erba o il mangime sono le materie prime per il “funzionamento” della mucca che, con la combustione degli alimenti nel suo corpo, vive e “produce” il latte che arriverà poco dopo sulla nostra tavola e circa un vitello all’anno. Come una fabbrica “butta fuori” nell’ambiente una parte delle materie in entrata sotto forma di gas e rifiuti e scorie, così anche la mucca, nel suo processo vitale quotidiano butta nell’ambiente gas, urina ed escrementi.
L’esame della storia naturale della mucca fornisce alcune utili informazioni; non è facile redigere una contabilità del suo funzionamento ma si possono fare dei conti approssimativi. Immaginiamo una mucca ”media” che pesa 500 chili; nel corso di un anno questa mucca mangia circa 3.000 chili di erba e mangimi, e beve circa 10.000 chili di acqua. Dopo essere stata fecondata la mucca ha partorito un vitello per la cui alimentazione trasforma (come succede per tutti i mammiferi) una parte del suo cibo nel latte.
Gli allevatori regolano la vita delle “loro” mucche --- la successione delle gravidanze --- in modo che il latte di ciascuna mucca sia abbondante e in eccesso rispetto alle necessità del vitello e che una parte del latte sia disponibile per noi umani: una quantità che, per una mucca media nei paesi ad agricoltura e zootecnica progredite, ammonta in media a circa 6.000 litri all’anno, 600 milioni di tonnellate all’anno nel mondo.
Il latte è un liquido contenente circa il 3 percento di grasso, circa il 4 percento di proteine, circa il 6 percento di zuccheri e l’1 percento di sali dei preziosi (dal punto di vista biologico) elementi calcio e fosforo. Le proteine del latte hanno un buon contenuto di amminoacidi essenziali, quelli che l’organismo umano non è capace di sintetizzare e che devono essere apportarti con la dieta. Il latte prodotto in un anno contiene circa 100 chili di sostanze nutritive, formate da quelle che erano originariamente presenti nel cibo della mucca.
Prima di arrivare nella tazza della nostra colazione o nei dolci, il latte deve fare un lungo cammino; trattandosi di una soluzione instabile deve essere rapidamente analizzato, trasferito, sottoposto ad un processo di conservazione, per lo più un riscaldamento a bassa o alta temperatura; alla fine, dopo altri viaggi, viene inscatolato e distribuito nelle confezioni che si trovano nel negozio. Di tutto il latte prodotto in un paese, in Italia circa 10 milioni di tonnellate all’anno, a cui si aggiungono altri tre milioni di tonnellate di latte importato, soltanto circa un terzo viene avviato al consumo diretto. Il resto viene inviato nei caseifici dove viene trasformato nei numerosissimi formaggi commerciali, dopo separazione di parte del grasso che viene commerciato come burro. La soluzione restante viene fatta coagulare: la parte dei grassi e delle proteine insolubili in acqua (globuline) si separa dalla soluzione acquosa in cui restano disciolti una parte delle proteine (le albumine), e gli zuccheri. Questo liquido, il siero, viene per lo più usato per l’alimentazione dei suini, avendo cura che non finisca nell’ambiente dove diventerebbe fastidiosa fonte di inquinamento delle acque.
Finora abbiamo considerato le cose utili, i “prodotti” della fabbrica-mucca, ma una parte del cibo ingerito dalla nostra mucca, nel corso del processo vitale viene trasformata in rifiuti gassosi: si tratta di circa 3.000 chili all’anno di anidride carbonica, immessi nell’aria con la respirazione, e anche di una certa quantità di gas puzzolenti che fuoriescono da una parte del corpo della mucca che non nomino; quest’ultima miscela di gas libera nell’aria circa 100 chili all’anno di metano. Il metano è un gas che contribuisce a modificare negativamente il clima, anzi un chilo di metano danneggia il clima come circa 23 chili dell’altro “gas serra”, l’anidride carbonica. Un bel po’ delle modificazioni climatiche sono quindi dovute anche alla zootecnia: il prezzo ambientale che si deve pagare per avere carne, latte e formaggi. Niente è gratis in natura.
Ma c’è di peggio: una mucca, come, in proporzione, qualsiasi altro animale (umani compresi), elimina una parte dell’acqua e dei rifiuti sotto forma di escrementi. La nostra mucca ne elimina circa 6.000 chili all’anno; si tratta di una miscela puzzolente di sostanze liquide e solide fangose, contenenti azoto, fosforo, molecole organiche. Quando gli allevamenti del bestiame avevano a disposizione grandi pascoli, gli escrementi finivano nel terreno e, decomponendosi, addirittura fornivano sostanze nutritive per il pascolo o i successivi raccolti; insomma erano rifiuti rimessi in ciclo secondo le buone regole ecologiche. Con gli allevamenti intensivi lo smaltimento dei liquami degli allevamenti è diventato un problema.
È però possibile evitare che i liquami zootecnici vadano ad inquinare l’ambiente; trattandoli con microrganismi si recupera metano in forma utilizzabile come fonte di energia: con gli escrementi della nostra mucca “media” è possibile ottenere ogni anno circa 150 metri cubi di metano, equivalenti più o meno a circa 150 litri di gasolio. È vero che il processo di fermentazione produce anch’esso altri rifiuti gassosi e anche fanghi, ma nella vita non si può avere tutto.
Dopo alcuni anni, alla fine della sua vita “utile” (“utile”, naturalmente dal punto di vista dell’economia umana), la mucca raggiunge i suoi colleghi maschi nei macelli; la sua storia naturale continua in un altro ciclo produttivo, un triste e doloroso cammino a cui non si pensa così poco quando mangiamo la carne.
Circa la metà di ogni bovino macellato è costituito dai cosiddetti “quattro quarti”, che verranno poi trasportati con mezzi frigoriferi fino ad altri macelli e, alla fine, nelle macellerie dove acquisteremo la carne, un alimento pregiato contenente dal 10 al 20 percento di proteine con buona composizione di amminoacidi essenziali, dal 10 al 30 percento di grassi e da circa 1 percento di sali inorganici; hanno impiego alimentare anche le frattaglie, circa il 10 percento dell’animale macellato. La pelle, circa 10 percento, dopo la concia diventerà scarpe o borsette, e altri sottoprodotti della macellazione saranno utilizzati come concimi, nutrimento per i vegetali che diventeranno nutrimento per altri animali.
Si può ben dire che la vita della nostra povera mucca continua, nel corpo umano e in altre forme di vita. Lei non lo sa, là tranquilla nella stalla o nel pascolo, e non sa neanche che i generosi movimenti vegetariani e vegani si battono per sottrarla al suo destino di “bestia” economica. Resta il fatto che le proteine animali, del latte e della carne, hanno un elevato contenuto di amminoacidi essenziali e che molti milioni di terrestri non sarebbero in grado di sopravvivere soltanto con le proteine, povere di tali amminoacidi essenziali, dei vegetali di cui dispongono. Alla mucca almeno un grazie per come aiuta a “Nutrire il pianeta”, secondo l’invito dell’EXPO di Milano.

Da “Ambiente Società Territorio”, 60, luglio-agosto 2015 – nel sito “Il mondo delle cose” 23/11/2015

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