5.12.13

Clown. Una strana coppia e un celebre trio (di Tristan Rémy)

Sul finire dell’estate 2006 “Tuttolibri” presentò la riedizione italiana de I clown di Tristan Rémy (1897 - 1977), storico e scrittore del circo, una summa dell'arte di ridere sotto il tendone pubblicata la prima volta nel 1945 e ben presto diventata un classico. Leggendo i brani offerti come anteprima mi sono imbattuto anche nel nome di Pierantoni, esponente di una importante famiglia circense, le cui propaggini arrivarono in Sicilia, fin nel mio paesello. Dai frammenti pubblicati sul quotidiano, tutti estratti da un capitolo dedicato alle clownesse, riprendo la storia di una coppia comico-acrobatica con radici in Italia e di un trio di grande successo. (S.L.L.)

Atoff e miss Loulou
Miss Loulou formava con suo marito, Atoff de Consoli, detto Atoff, una coppia di clown che resterà come esempio di riuscita perfetta, in un momento in cui i comici, nel circo, erano numerosi e al successo non si arrivava certo facilmente. Se fosse stata raggiunta prima, la loro riuscita avrebbe beneficiato di una curiosità che, ben presto, si sarebbe trasformata in consenso unanime. Ma quando Miss Loulou fu notata, Atoff aveva già terminato la sua carriera di intrattenitore.
Era figlio di uno scultore del legno di Torino. Non aveva ancora sei anni quando suo fratello, che ne aveva sedici, allievo alla scuola delle Belle Arti, lo convinse a cercar fortuna con lui. Per meglio riuscirci si aggregarono al circo Sketchel e Corini e... una fuga in più all'attivo degli artisti del circo. Nonostante l'apparente condizione precaria, trassero i guadagni migliori dalle esibizioni sulle piazze pubbliche e davanti a quegli spalti i cui direttori permettevano che si esibissero negli esercizi acrobatici, davanti ai potenziali clienti. In questa maniera si poté vedere tutto quello di cui erano capaci. Quando non avevano denaro, i Consoli si accontentavano di nutrirsi di molluschi e frutti di mare, ma il padre, avvertito e invitato dalla gendarmeria a mettere fine ai loro vagabondaggi, andò a cercarli e li riportò a casa. Il loro ritorno durò poco. Tre mesi dopo, i due ragazzi ripresero la via della fuga. Si erano preparati a questa seconda partenza. Sapevano presentare Les statues vivantes, fare esercizi da giocolieri con i cappelli e appendersi al trapezio. Come tutti gli artisti circensi, Atoff De Consoli è stato l'eroe di una vita leggendaria più o meno immaginata. Riportiamo che al circo Reinach, a Parma, fu vittima di una caduta dal trapezio abbastanza grave alla quale fa risalire la perdita di un occhio. In seguito entrò come funambolo in una troupe di acrobati. Come clown, Atoff De Consoli assoldò Pierantoni, all'epoca del suo declino, come partner, da Rancy e da Palisse. Nel 1907 recitò, con Gatti, al grande circo Alexandre. In un circo ambulante, in Italia, incontrò J.-M. Cairoli, all'epoca del debutto. Si associarono e la collaborazione permise ad Atoff di essere notato da Pippo Pucci, che, tra i clown di un certo nome, aveva di sicuro una certa importanza. Atoff, inoltre, incontrò un partner di un certo valore in Chocolat figlio, nel 1926, al Cirque d'Hiver. Conobbe gli ultimi istanti di una celebrità tardiva con sua moglie, Miss Loulou, che era stata contorsionista. Del suo antico mestiere di funambola lei conservava la prestanza e la signorilità. Tutto, in lei, ricordava la misura e l'armonia. Vicino a lei, Atoff De Consoli risaltava per la figura scheletrica, di una magrezza da disarticolato e, con maggiori accorgimenti, sarebbe stato un divertente clown da smorfie. Esagerava le smorfie di un viso che sembrava tagliato a colpi di roncola. Indossando una bombetta senza tesa, come quella di un ecclesiastico, o un cilindro piegato come un lampione, Atoff De Consoli si presentava fumando un enorme sigaro, con un anello d'oro ornato di un grosso brillante, portando un fiore gigantesco all'occhiello di una redingote dalle falde vorticose, maneggiando un bastone rotto accomodato con lo spago e costantemente occupato a rimettere a posto delle maniche che avrebbero potuto servirgli da corsetto. Così conciato, gagà a ghette e fiero della sua condizione, seguendo la moda lanciata da Little Walter, Atoff De Consoli serviva da cavaliere a Miss Loulou, ancora splendida, la gamba inarcata al di sotto della sua corta coulotte, il seno sostenuto dal suo costume azzurro e oro, tagliato alla Claudine e il piccolo cappello a punta portato sopra dei capelli biondi con i boccoli. Senza nessuno sforzo apparente Miss Loulou conduceva il suo partner sul cammino della fantasia.
Il trio Léonard
All'interno del trio Léonard, Marcel Léonard, comproprietario e direttore artistico del circo Pinder, incarnava un clown gioviale, nella tradizione del clown bonaccione. Eugéne Léonard, un augusto di tipo flemmatico, ricopriva il ruolo del primo comico e Yvette Spessardi quello del controbuffone dall'animo malizioso e vendicativo. Ma quest'ultima eccelleva soprattutto nel recitare i burleschi con compiuta maestria, sufficiente, a ogni modo, a non rivelare niente della sua persona. Gli occhi nascosti da enormi occhiali, il sorriso che spariva sotto la smorfia, il sopracciglio spesso, il naso posticcio, i capelli nascosti dal cappello a cilindro, e ulteriormente spersonalizzata da eleganti pantaloni, Yvette Spessardi invitava i suoi partner ad avventure comiche con tatto e distinzione, senza mai sfiorare il manierismo.
Le entrée dei Léonard, messe a punto nel corso delle rappresentazioni che si snodavano per tutta una tournée, improntate al repertorio abituale delle clownerie ma ringiovanite da trovate personali e costantemente arricchite, potevano sostenere il paragone con le entrée dei clown dei circhi parigini, per quanto più equilibrate quest'ultime potessero apparire. Malgrado la facilità di una donna nel recitare le parti da civettuola, nessun preziosismo nell'atteggiamento e nell'espressione autorizzava lo spettatore a supporre che si trovasse in presenza di una clownessa. Nonostante fosse un pagliaccio, Yvette Spessardi non riceveva affatto schiaffi: lei ne dava. Nelle repliche aveva sempre l'ultima parola. E non era certo così facile per lei, dentro commedie che miravano al ridicolo e, molto spesso, attentavano alla dignità. Inoltre ebbe il compito di evitare la farsa volgare, nella quale avrebbe perso sicuramente l'originalità del suo carattere leggero e disinvolto. Tra lei e Marcel, il clown Eugéne Léonard - enorme burlone dall'aspetto rubizzo - era la vittima consenziente delle burle più o meno innocenti. La natura bonaria veniva fuori in tutti gli eccessi dei suoi gesti maldestri.


“Tuttolibri – La Stampa”, 16 settembre 2006

Viaggio a Racalmuto (di Gesualdo Bufalino)

Racalmuto, Santuario della Madonna del Monte, Statua della Vergine
Può capitare che uno alla fine dell'estate si rechi una domenica senza preavviso a salutare Sciascia nella sua casa di campagna, fra le pergole d'uva gialla, e arrivi due ore troppo tardi, e non trovi nessuno, ma indovini soltanto, poliziescamente, nel terriccio ancora umido d'un'aiola l'affettuoso arrivederci della signora Maria ai suoi fiori, prima di partire per l'esilio cittadino. Sarà il caso allora, in alternativa, di proseguire qualche chilometro fino a Racalmuto, la "Regalpetra" delle "Parrocchie", a cercarvi una controprova fisica, l'occasione d'un tuffo non più esclusivamente mentale nella carnalità umana e storica del luogo: il modo migliore, forse, di ri-convertire in moneta di luce, odore, sapore, sangue il ricordo di tante pagine care.
E si cominci, dunque, col farsi amici certi piccoli vecchi, seduti sulla soglia d'un Circolo di Zolfatari e Salinari in pensione. Sudori antichi, raccontano quelle facce, e colpi di piccone per anni e anni sulle pareti d'una caverna, e prismi d'abbagliante salgemma strappati con le mani ai soffitti di sottoterra... I loro occhi ne bruciano ancora, mentre si levano verso la chiesa della Madonna del Monte, qui dirimpetto, dove una scalinata s'impenna, e a luglio vi si recita una festa religiosa d'impareggiabile brio.
Noi contentiamoci d'arrampicarci lassù (ma ci vorrebbero polmoni più giovani) ad ammirarvi un bell'altare di pietra scolpita, un tabernacolo aureo, una Vergine di scuola gaginesca, due meticolose ingenue pitture che svolgono il miracolo della statua, quando i buoi che la trasportavano rifiutarono di muoversi, e fu segno che qui essa dovesse avere culto e sede perpetua.

Restano a questo punto da visitare la Matrice, le chiese minori, il Castello, e bisognerà chiedere la strada ai passanti. Chiediamola almeno tre volte: a un giovane, a un vecchio, a un ragazzo. Dalla reticenza, sollecitudine, innocenza, malizia delle rispettive risposte impareremo qualcosa sulla Sicilia, sul ricambio delle generazioni, sul confronto invasore-invaso, perfino sul mistero mafioso... Prima d'andarcene, l'insegna d'un locale, dov'è dipinto un inopinato sombrero, per un istante ci sbalordirà: « Parapam-pamponero»... (Dimenticavo: tutto questo è a venti minuti da Agrigento, sulla via per Canicattì. Colazione al sacco).

L'Espresso, 14 novembre 1982

Ditelo voi. Una poesia di Raimondo Rotondi

Gemelli rotondi in acciaio e diaspro per camicia
Restai di stucco
vedendomi morire
e morii di spavento
vedendomi di stucco.
Perché?
Ditelo voi 
che sapete sempre tutto

Nella rubrica Le poesie dei lettori in "Doppiovù", settembre 1977

Lo sciacallo della gualdrappa e gli zii aiutanti (di Danilo Mainardi)

Uno sciacallo della gualdrappa (Canis mesomelas)
P.D. Moehlman per anni ha studiato il comportamento dell'africano sciacallo della gualdrappa. Un bell'animale dai colori vivaci la cui diffusione s'estende dalla Somalia, la Nubia e le altre regioni del Sudan fino alla Provincia del Capo. Un animale strettamente monogamo. Maschio e femmina infatti sono legati da profondi vincoli affettivi e cooperano, un anno dopo l'altro, a tirar su le nidiate. La femmina, che deve allattare, naturalmente passa più tempo al nido, che è poi una tana sotterranea. II maschio invece soprattutto caccia e, già dalla terza settimana di vita dei cuccioli, rigurgita per loro buona parte delle prede.
Ma spesso altri personaggi partecipano alle cure della prole: gli aiutanti. Sono questi altri sciacalli, adulti o quasi, che girano intorno alla coppia, che con essa hanno rapporti di amicizia, e che abitualmente portano, anche loro rigurgitandolo, cibo alla cucciolata. Ma non è tutto: gli aiutanti si danno anche da fare nella difesa del territorio di caccia scacciando altri sciacalli e nella difesa dei cuccioli dai predatori che, nel caso, sono rappresentati da iene macchiate.
Un grafico rappresenta la relazione esistente tra numero di aiutanti e numero di cuccioli allevati dalla coppia: è molto chiara: tanto più sono numerosi quelli, tanto più numerosi sono questi. Insomma, per venire nel concreto, una femmina partorisce di solito da sei a nove cuccioli, ma solo parte sopravvive. Se la coppia deve fare tutto da sola più che uno o due cuccioli non ce la fa a allevarli; se accanto ai genitori invece gravitano due o tre aiutanti, ecco che il numero dei cuccioli sale anche fino a cinque o sei.
Ma che significano, evolutivamente, questi aiutanti? Perché questo loro darsi da fare per una progenie che non è la loro? Potremmo dire che gli aiutanti sono degli zii scapoli, o delle zie nubili. Sono insomma parenti stretti dei piccolini da tirar su, e questo della parentela è fatto essenziale per la comprensione sociobiologica del fenomeno.

Si tratta, infatti, di un caso di "selezione tramite consanguinei". Aiutando un parente gli zii sciacalli non fanno altro che favorire il successo dì buona parte dei propri geni.

"L'Espresso", 14 novembre 1982

Partito e sindacato. Una lettera dallo SPI - CGIL (S.L.L.)


La compagna Cinzia Abramo ha fatto circolare la foto di una singolare letterina firmata, su carta del Sindacato Pensionati della Cgil, in cui il firmatario, un alto dirigente, dopo aver ricordato la candidatura - statutariamente ammessa - della segretaria generale del sindacato tra i "cuperliani" all'Assemblea nazionale del Pd, invita gli iscritti a votare Cuperlo alle primarie.
Cinzia fa giustamente notare che questo schierare il sindacato pluralista e di classe nelle questioni di bottega di un partito è esattamente il contrario di quanto faceva Di Vittorio, peraltro in tempi in cui vigeva ancora la concezione della "cinghia di trasmissione", in cui una certa "collateralità" tra partiti e sindacati si inseriva nelle logiche della guerra fredda e non esisteva incompatibilità tra cariche di partito e cariche sindacali (Di Vittorio era deputato del Pci).
Sono d'accordo con lei e con i commenti indignati o addolorati.
Resta che le argomentazioni della lettera sono assai fondate nella parte "distruttiva". E' assodato che in Renzi e nel renzismo circola una forte antipatia per il movimento sindacale e per l'idea stessa di sindacalismo confederale, come è evidente il tentativo suo e di alcuni suoi seguaci di imputare ai pensionati (non quelli d'oro, quelli normali) le responsabilità di una crisi in cui sono piuttosto le vittime sacrificali.
Senonché di questo ventennio che la letterina giudica infausto per il modello di società che si è affermato, non è stato solo Berlusconi l'artefice, ma anche molti degli sponsor di Cuperlo, sostenitori del cattivo governo oggi in carica che, pur senza le umoristiche bordate del Renzi, presenta una identica ostilità contro il sindacato e contro il pensionato.

4.12.13

Poeti su poeti. Gianni D'Elia racconta Dario Bellezza

Dario Bellezza, nato a Roma nel 1944, vi morì il 31 marzo del 1996. Questo è il ricordo che ne fece subito dopo Gianni D’Elia sul “manifesto”
Tirar via i libri dagli scaffali, rileggere i versi di Dario Bellezza: «Ma mi accora la tua foto/ dove inerme guardi velato/ di tristezza l'arido mondo.// Dove la certezza dell'amore/ è solo la quiete inquieta/ della fine». Versi del suo libro d'esordio (1971), Invettive e licenze, ristampato nel '91 da Garzanti.
I poeti se ne vanno, lasciando il silenzio forte della poesia, tra malattie epocali offerte alla spudoratezza dei media, o suicidandosi in un cortile come Amelia Rosselli, vissuti poveri e morti poveri. Ed è la verità, senza retorica, se non della vita che si specchia nelle lettere della diversità. Lettere da Sodoma (1972), amori e avventure in un romanzo epistolare e omosessuale di grande impatto espressivo. Sintassi secca, rivisitazione del modello foscoliano in chiave incivile, dissidente, da contestazione passiva e assoluta. Poesia come Morte segreta (1976).
Sempre un rapporto tra vittima e carnefice, inseguito e inseguitore, corpo e spirito: un monologo rivolto all'altro, ininterrotto. A sforare i generi: dal verso alla frase di romanzo, dalle poesie alle prose impoetiche. La dura pronuncia di Bellezza, quel suo modo di fare lirica con l'antilirica della brama d'amore, rimarrà come la sua cifra più efficace, con una capacità di attraversamento e di indifferenza dei generi, fino al monologo teatrale di Testamento di sangue (1994) e al poema romanzesco gidiano di Nozze con il diavolo (1995). Il classicismo del verso di Bellezza, battuto su un endecasillabo funzionale al racconto elegiaco e alla sprezzatura amorosa, è un segno di tradizione ottocentesca (leopardiana), nel contrasto con la ferialità tematica del quotidiano. Desiderio e paura del desiderio, come per grumi tasseschi (e tutta la poesia di Bellezza, libro per libro, appare come un unico poema di guerra d'amore, dove le armi restano ma cambiano gli attanti: ragazzi di vita invece di donne, reietti invece di cavalieri), con un orecchio musicale ai toni aspri, narrati come per dispetto e provocazione, più che cantati in rima, affidando all'accento del verso il ruolo poe¬tico più che alla soddisfazione sonora della sequenza. Al verso singolo, più che alla strofa: «questo nulla che possa consolarmi». Forse, era un suo modo di rendere omaggio alla tradizione latina (lui, romano) dell'epigramma,  alla concentrazione oraziana della satura narrativa. Amore, morte, malanno, denuncia, nostalgia dell'innocenza «di sapersi normali», ricordando «come era bella». Dalla trasgressione al senso di colpa.
«Una voglia di vivere oltre le età/ che ci furono date in sorte», come in un testo del libro io (1983), dove il colloquio con l'arte e l'artista, la poesia e il poeta, è già da sempre In memoriam . Postumo, cioè, a se stesso, Bellezza ha forse incarnato l'ultima idea romantica della poesia in Italia, dando voce a chi, in quegli anni di declino della contestazione politica, non voleva e non poteva averla in proprio. Il suo scandalo, dopo Pasolini e Penna, è stato quello di credere che si possa vivere facendo il poeta, senza altri incarichi che quelli di un precario lavoro letterario, di traduttore o critico occasionale. Ci ha parlato così di una sua macerazione, di una disfatta dell'io per una rinascita Crudele, credendo di dover pagare anche per la propria voce sempre in primo piano, quando invece la sua fraterna lezione è stata proprio quella di una implosione dell'io, autopunizione ed esposizione scandalosa del soggetto lirico, fino alla resa dei conti tra vita e poesia. La «poesia ormai sconfitta» trova solo nell'impoetico della vita il suo riscatto ed ecco il paradosso: il classicismo del verso e la sua sconfessione tematica, il poeta d'amore e il diario della disperazione esistenziale, sulle orme del nichilismo inattuale della nostra tradizione materialistica, che da Leopardi giunge a Pasolini, per fraternità di dissenso e di stile.


“il manifesto”, 2 aprile 1996

"Noi siciliani siamo antipatici" (Leonardo Sciascia)

L’articolo sul “Corriere” da cui è tratto l’ampio brano qui ripreso rispondeva ad una singolare (e un po’ stupida) proposta circolata nel 1984 a proposito di lotta alla mafia. Con qualche eufemismo si lasciava intendere che i siciliani, anche quando fanno i magistrati, sono tutti un po’ mafiosi o, comunque, tanto influenzabili dall’ambiente da diventare con esso incompatibili. Leonardo Sciascia dedica al tema specifico solo la parte finale dell’articolo, preceduta dall'exemplum  che qui si legge, un capolavoro di ironia, di finezza analitica, di stile. (S.L.L.)
 
Lo scrittore di Polizzi Generosa, Giuseppe Antonio Borgese
a Chicago con la moglie Elisabeth Mann (figlia di Thomas)
"Noi siciliani," diceva Lucio Piccolo quando si crucciava di qualche critico dell'Italia del Nord che non capiva la sua poesia o non la degnava di attenzione, "siamo antipatici". Non ne cercava le ragioni: e credo ritenesse non ce ne fossero se non a rovescio, contro ogni ragione. E del resto l'antipatia di ragioni non ne ha mai. Era, la sua, una constatazione ormai, per assuefazione, appena dolente: rassegnata, accettata. E in un certo senso goduta, poiché è degli uomini diciamo speculativi, la capacità di estrarre da una condizione infelice una certa felicità, una sottile allegria.
Insistentemente questa sua affermazione mi si ripete in questi giorni nella memoria (con la sua voce, con la sua espressione quando la pronunciava, col suo avido aspirare dalla sigaretta prima e dopo averla pronunciata): e non tanto per la polemica contro i giudici siciliani, che c'è chi vorrebbe sottrarre all'endemia mafiosa trasferendoli in altre regioni d'Italia, quanto per una letterina, che un amico mi ha mandato in fotocopia, che Pietro Paolo Trompeo mandava ad Arrigo Cajumi il 23 ottobre del 1952.
Premetto che ho sempre cercato ed amato le cose scritte da Trompeo, e specialmente le sue pagine stendhaliane, d'impareggiabile passione e finezza. Ho avuto anche il piacere di conoscerlo: uomo di una mitezza, di una tolleranza, di una gentilezza come pochi già se ne incontravano e pochissimi oggi se ne incontrano. Imbattermi dunque in questa sua letterina a Cajumi, in un giudizio duro ed ottuso non solo su un uomo, uno scrittore, che - sgradevole che fosse il suo comportamento - meritava e merita rispetto e attenzione, ma effettualmente sulla Sicilia intera, sui siciliani tutti, è per me motivo di delusione e di amarezza. Continuerò a leggere e ad amare Trompeo (e anzi sto rileggendo le sue Rilegature gianseniste); ma ora con questa piccola spina del suo intollerante e poco intelligente giudizio su Giuseppe Antonio Borgese e sui siciliani. Ed eccolo: "L'altra sera ebbi la malinconica idea di accettare un invito di Mondadori per un ricevimento all'Excelsior in onore di Borgese. Faceva da padrona di casa, molto graziosamente, Alba de Cespedes; e c'erano molti cari amici: ma lui, Peppantonio, che volgare padreterno! L'America e la vecchiaia l'hanno ancora di più sicilianizzato."
Bisogna spiegare, poiché pochi italiani sanno di Borgese, della sua vita, della sua opera, che lo scrittore siciliano - prestigioso critico letterario e forse, dalle colonne di questo giornale, il più autorevole; autore di inquiete e inquietanti opere narrative; drammaturgo, poeta - era emigrato negli Stati Uniti al principio degli anni trenta. All'Università di Milano, dove insegnava, le violenze dei fascisti e le delazioni dei colleghi gli rendevano la vita impossibile: e si annunciava l'obbligo, per tutti i professori universitari, di giurare fedeltà al fascismo. Obbligo cui si sottrassero, perdendo l'insegnamento, non più di una dozzina di professori, in tutta Italia. Borgese fra questi. Non faceva politica, ma politica era la sua visione delle cose italiane passate e presenti: e di una intelligenza e giustezza da rendersi naturalmente avversa al fascismo. All'occasione, dunque, che gli si offrì di andare ad insegnare in una università americana, lasciò l'Italia con l'intenzione di non tornarvi se non a fascismo finito.
Nel 1938 Longanesi in un suo diario annotava: "Fra vent'anni nessuno immaginerà i tempi nei quali viviamo. Gli storici futuri leggeranno giornali, libri, consulteranno documenti d'ogni sorta ma nessuno saprà capire quel che ci è accaduto". Ma proprio intorno a quell'anno, Borgese pubblicava, scritto in inglese, il libro che ancora oggi, più dei tanti altri che poi sono stati scritti, ci racconta e spiega quel che agli italiani è accaduto tra il 1919 e il 1943, quel che agli italiani - con altri nomi o senza nomi, sotto altri aspetti - ancora accade: Golia, la marcia del fascismo (in traduzione italiana apparso nel 1946). Né va dimenticato che gli ultimi anni della sua vita (morì a Fiesole nel dicembre del 1952), Borgese li dedicò all'idea della pace mondiale: fatto che dovrebbe oggi richiamare grande e cordiale attenzione alla sua figura.
E c'è da immaginarla, quella serata in onore di Borgese. Se persino il mite Trompeo se ne era irritato, figuriamoci gli altri. Che "malinconica idea", l'esserci andati. E che "malinconica idea", quella di Mondadori, di festeggiare il ritorno di Borgese (e qui bisogna dire, ad onore di Mondadori, che forse lui e Attilio Momigliano furono i soli a non far dimenticare agli italiani l'esule e antifascista Borgese: la "Biblioteca romantica" continuò a portare la dicitura "diretta da G. A. Borgese" e la storia della letteratura italiana del Momigliano, largamente adottata nelle scuole, invogliava a cercare quei libri di Borgese che stavano diventando introvabili). Con un uomo che fortemente sentiva di sé, ma più con ingenuità che con arroganza, e che dopo quasi vent'anni tornava avendo avuto su tutto ragione e senza aver nulla da rimproverarsi, l'incontro non poteva essere facile, tutti, o quasi, avevano avuto torto; tutti, o quasi, avevano qualcosa da rimproverarsi. Il meno che tutti, o quasi, avevano fatto durante il ventennio fascista, era il giuramento universitario o l'articolo sulla prosa del duce o l'approvazione per l'abolizione del "lei" e della stretta di mano. Il meno. Qualunque cosa Borgese in quella serata dicesse non poteva che toccare ricordi che si volevano rimuovere e code di paglia. Un "volgare padreterno", dunque; un siciliano che l'America e la vecchiaia avevano reso ancor più siciliano: poiché all'essere siciliano, come al peggio e in quanto peggio, non c'è fine. Anche per il mite, tollerante, gentile Trompeo.
Mi sono dilungato su questo esempio dell'antipatia che i siciliani godono in quanto siciliani. Potrei addurne tanti altri, restando nel campo della letteratura e non ultimo, per rilevanza e nel tempo, quello di Quasimodo. Sempre Quasimodo avvertì intorno a sé un'avversione, una persecuzione quasi ("Uomo del Nord che mi vuoi minimo o morto per la tua pace"); e la si considerava una specie di mania. Ma quando, nel 1959, gli fu conferito il premio Nobel, si ebbe la prova che non c'era nulla di maniacale nell'ostilità di cui si sentiva circondato: credo che nessun paese, mai, abbia reagito come l'Italia letteraria ha reagito all'assegnazione del Nobel a Quasimodo. Come ad una offesa. Juan Ramon Jiménez era fuoruscito, in esilio, quando ebbe il Nobel: ma se ne rallegrò anche la Spagna franchista. Né si può dire che Quasimodo fosse al di sotto della media dei Nobel: basta scorrerne l'elenco dal 1901 ad oggi.
Ora se questo accade, come accade, a livello di "civiltà perfezionata", non c'è da meravigliarsi che tale antipatia, digradando e degradandosi in certe piaghe di stupidità collettiva, arrivi ad invocare l'Etna a che dia lava a seppellire intera la Sicilia con tutti i siciliani.


Corriere della Sera, 2 settembre 1984, poi in A futura memoria, Bompiani, 1988

Poeti su poeti. Maurizio Cucchi racconta Andrea Zanzotto

Nato a Pieve di Soligo (Treviso) il 10 ottobre 1921, Andrea Zanzotto è morto a Conegliano, il 18 ottobre 2011. Quello che segue è il commosso necrologio di Maurizio Cucchi. (S.L.L.)


Ha lasciato che il mondo lo festeggiasse per i suoi novant'anni, e poi, così rapidamente, si è congedato per sempre. Andrea Zanzotto ha scavato in profondità per tutta la vita, è stato una figura di intellettuale apertissima e capace di spaziare liberamente nelle più diverse forme del pensiero e dell'arte. Ma certo, è stato soprattutto un grande poeta, e lo è stato, in effetti, fin da subito, fino dagli esordi dei primi Anni Cinquanta. Possiamo tranquillamente affermare che la sua opera, nel panorama della nostra poesia del secondo Novecento, ha un valore di centralità assoluta. Fino dai suoi esordi, promossi tra l'altro da figure ormai storiche di primissimo piano, tra le quali Giuseppe Ungaretti, l'intensità verticale della sua lirica - sempre caratterizzata, peraltro, da forti strappi interni, da vistose increspature - era stata ampiamente riconosciuta.
Dopo Dietro il paesaggio (del '51), con un libro come Vocativo ('57), Zanzotto aveva già scritto uno dei capitoli più sicuri della nostra poesia del secolo scorso, dimostrando, tra l'altro, una virtù che è dei grandi ma solo dei grandi: quella, cioè, di antivedere, di cogliere in sensibile anticipo i mutamenti storici. Poiché Zanzotto, considerato spesso scrittore arduo e poeta del significante, è soprattutto un grande poeta della complessità, un poeta di pensiero e di contenuti forti, un poeta nettamente immerso nella condizione del proprio tempo, nei suoi disagi e nelle sue contraddizioni. Cosa che ha spesso evidenziato nelle dichiarazioni pubbliche, nelle prese di posizione anche negli ultimi anni. Ed è stato un anticipatore - da straordinario inventore di linguaggio quale era - di alcune delle principali tendenze della nostra poesia recente. Come l'uso del dialetto, tanto che con Filò, nel '76 (un poemetto scritto su commissione di Federico Fellini per il Casanova), aveva riscoperto in poesia, tra i primissimi, le virtù di una lingua essenzialmente orale, legata al territorio - nel suo caso il Veneto, essendo nato e vissuto a Pieve di Soligo (Treviso). E questo suo forte legame con il territorio, e con quanto nel corso della storia il territorio ha saputo assorbire e progressivamente, in parte, cedere, è visibilissimo nella sua opera.
Ma Zanzotto è stato anche il primo a promuovere, in senso antiframmentistico, la necessità di un progetto ampio in poesia, e dunque di un'articolazione poematica, realizzata nella sua trilogia, da lui definita con sublime understatement «pseudo-trilogia», composta dal Galateo in bosco, Fosfeni e Idioma (tra il '78 e l'86). Nel primo di questi tre libri, forse uno dei punti più alti della sua ricerca (termine da lui prevalentemente usato per indicare il proprio lavoro poetico) si e' cimentato magistralmente con la forma chiusa, scrivendo l'ipersonetto, una serie concatenata di sonetti, che suonava come un definitivo, personale addio a una struttura classica, forse la più nobile e amata, poi ripresa in seguito da numerosi altri poeti delle generazioni più giovani. «Tradizionista a sera / all'alba novatore», aveva già in precedenza detto ironicamente di se stesso, nelle IX Ecloghe. E infatti, uno degli elementi chiave della sua grandezza è stato nella capacità di confrontarsi sempre con l'amata tradizione della nostra lirica, ma nella piena apertura al rischio indispensabile del nuovo e dunque alla sperimentazione, come è evidente in uno dei suoi libri più apprezzati, La Beltà, del '68. Dentro il suo animo era incancellabile il rimpianto per un perduto tempo della poesia elegiaca, per una quieta «normalità» semplice del suo amato paesaggio. Ma nella piena, per quanto dolorosa, consapevolezza che nulla sarebbe potuto ormai tornare com'era stato per secoli. Così come nulla avrebbe potuto riportare il senso della poesia alla sua classica dimensione, a quella degli amatissimi Virgilio e Petrarca.
Per chi lo ha conosciuto e lo ha ascoltato nel corso dei decenni, ha sempre meravigliato la vitalità formidabile e brillante della sua intelligenza, la scioltezza vivacissima di affabulatore creativo e critico nei confronti dei vari orrori della contemporaneità. Ho avuto la fortuna di incontrarlo quarant'anni fa, e l'onore di laurearmi sulla sua poesia. Mi si perdoni questa nota personale, ma anche la sua geniale semplicità umana è stata in grado di alimentare chi ha potuto frequentarlo. A novant'anni, il pensiero poetico di Zanzotto si era conservato ben attivo. Ho qui tra le mani un suo volumetto di nove poesie, Il vero tema (Biblioteca Nazionale Marciana/Cento amici del libro), dal quale voglio citare, per concludere, questi versi: «Non c'è bruscolo di tempo / né di spazio / che non meriti per sè infiniti poemi / che già in sé non li sia».

“La Stampa”, 19 ottobre 2011 


3.12.13

"Voce in capitolo" (Leonardo Sciascia)

Perugia, Cattedrale di San Lorenzo. Il Coro ligneo della cappella di S. Onorio
Espressione che viene dal fatto che quel passo della Sacra scrittura detto "capitolo" soltanto i canonici avevano il privilegio, in cattedrale, di cantarlo: privilegio da cui altri ne discendevano, ovviamente.

Da Corriere della Sera, 23 febbraio 1986 in A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, 1989

Da Verdi ad Arduini. Genova per noi

«Vivendo tra queste "dolcezze" non mi ero mai accorto che qui si sapesse condire tanto squisitamente ogni sorta di frutta. Me lo dissero alcuni di Parigi a cui avevo mandato di queste opere di Romanengo».
Così, in data 6 gennaio 1881, scrive Giuseppe Verdi da palazzo Doria, dove ha preso dimora invernale già da una quindicina d'anni, all'amico Opprandino Arrivabene, che di lontano segue il lavoro per la revisione del Simon Boccanegra (vento di Genova, dunque, anche sullo spartito).
«Pietro Romanengo fu Stefano» — fabbrica di confetture, praline, marzapani, canditi e di squisitezze eteree come le gocce di rosolio, gli sciroppi di rosa e di mirtillo, i petali di viola zuccherati — già da un secolo avanti la lettera di Verdi ha negozio, sempre il medesimo, lungo uno dei carrugi più percorsi della vecchia Genova, detto Soziglia, girato l'angolo del frequentatissimo Campetto. 
Anche l'arredo della confetteria ha un'età rispettabile: «E stato messo in luogo nel primo decennio dell'Ottocento, sotto Napoleone», ci assicura il Romanengo d'oggi, che è progenie diretta dello Stefano delle origini. E il commesso in carica, Arduini Sergio, genovese quanto i Romanengo, è lì, a sua volta, da 31 anni, avendo preso il posto del nonno andato a riposo dopo 55 anni di servizio e a suo turno figlio d'uno che era stato messo in bottega 70 anni addietro — totale, un secolo e mezzo abbondante di fedeltà.

Una "storia vera". Bob, il cane dei pompieri (di Lev Tolstoj)

Negli ultimi anni della sua vita, Tolstoj si rallegrava di aver scritto, più d'ogni altra sua opera, i Quattro libri di lettura, destinati «a tutti fanciulli, da quelli della famiglia imperiale a quelli dei contadini, perché ne traggano le loro prime impressioni poetiche». E’ una raccolta di brevi testi che lo scrittore ritiene accessibili e interessanti per i ragazzi nei loro primi anni di scuola, ma in essi – di quando in quando - si ritrova la mano del grande scrittore.
Si tratta in prevalenza di brevi racconti: favole da Esopo, Fedro, La Fontaine o da fonti arabe,  racconti riguardanti argomenti storici o personaggi leggendari del mondo russo. Vi sono poi soggetti di conversazione che illustrano nel modo più semplice le prime nozioni del mondo naturale e le cosiddette “storie vere”, desunte dalla cronaca. Così quella che ho qui postato. (S.L.L.)


Succede molto spesso in città che quando una casa brucia, i bambini restino tra le fiamme. Ed è molto difficile salvarli perché essi, atterriti dalla paura, si nascondono in qualche angolo della casa ed il fumo impedisce di vederli. A Londra, capitale dell'Inghilterra, si ammaestrano i cani a salvare i bambini durante gli incendi.
Questi cani sono i compagni più fedeli dei pompieri e vivono sempre con loro. Quando brucia una casa, essi portano in salvo i bambini. C'è un cane, a Londra, di nome Bob, che ha salvato già dodici bambini.
Un giorno scoppiò un forte incendio in una casa. Quando i pompieri accorsero, una donna si lanciò verso di loro. Singhiozzando spiegò che nella casa c'era la sua bambina di due anni. I pompieri mandarono Bob a cercarla. Bob si arrampicò su per la scala e scomparve nel fumo. Cinque minuti dopo ricomparve trascinandosi dietro la bambina. La madre si precipitò verso la sua creatura e quando la vide, pianse di gioia. I pompieri accarezzarono il cane e lo guardarono attentamente per vedere se fosse ferito. Ma Bob si dibatteva per sfuggire loro ed entrò di nuovo nella casa in fiamme.
I pompieri allora pensarono che vi fosse rimasto qualche altro bambino, ma quando Bob ritornò, tutti scoppiarono a ridere poiché portava una grossa bambola.

2.12.13

Il sogno di Machiavelli …e il dubbio di Guicciardini (Luciano Canfora)

Filologia e libertà è il titolo di una raccolta di saggi di Luciano Canfora su quella che definisce “la più eversiva delle discipline”, edita da Mondadori nel 2008 e riedita nel 2011 con una nuova prefazione. Il saggio breve che funge da epilogo e che qui riprendo si intitola Il sogno di Machiavelli e contiene un confronto canonico, quello tra Machiavelli e Guicciardini. Canfora, anche se il finale onirico proietta una luce di ambiguità sul suo ragionare, condivide le cautele e le diffidenze di Guicciardini sull’uso degli antichi come paradigma interpretativo della storia e della politica presente. L’Intervista sul Potere dello stesso Canfora uscita qualche mese fa per Laterza sembra contraddire il suo scritto di qualche anno prima ed ha alla base quello che Lanfranco Binni, sul Ponte, ha efficacemente chiamato “strabismo analogico”, la sua capacità, ad esempio, di connettere arditamente la democrazia diretta ateniese e il potere sovietico. Forse, a leggere bene i due testi, si può anche concludere che la contraddizione è solo apparente, io ho solo voluto comunicare un’impressione e proporla come problema. (S.L.L.)
Un celebre ritratto di Niccolò Machiavelli
Difficile trovare nella letteratura un testo autobiografico più drammatico della lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori, quella con cui gli annuncia di aver terminato la stesura del Principe (10 dicembre 1513). È l'autobiografia di uno sconfitto, non di un vinto: che ha scelto di proseguire la sua battaglia con altri mezzi: cioè mettendo in circolazione la summa della sua riflessione sul potere. Ecco la sua giornata: «Mangiato che ho, ritorno nell'osteria, quivi è l'oste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, due fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dì, giuocando a cricca, a tricche-trach, e per dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano».
La scena di abbrutimento non potrebbe essere più efficace. E quel che più conta è la lucida amarezza con cui Machiavelli vede se stesso in tale condizione e legge l'abbrutimento come sfida alla fortuna («questa malignità di questa mia sorta»): «sendo contento mi calpesti, per vedere se la se ne vergognassi». Parole tante volte citate, nelle quali è racchiuso il convincimento incrollabile dell'autore secondo cui non è possibile accettare che la «fortuna» sia padrona di tutto l'agire umano. Lo dice solennemente nel notissimo capitolo XXV del Principe: «Perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi».
Ma, «venuta la sera», la scena cambia. Machiavelli si spoglia «della veste cotidiana, piena di fango e di loto», indossa panni «reali e curiali» ed entra, leggendo e meditando gli antichi autori, «nelle antique corti delli antiqui uomini». E qui per un'intera, straordinaria, pagina mantiene viva la finzione quasi onirica della visita sua quotidiana ai grandi del passato. Essi lo «ricevono amorevolmente», «io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono». Questo dialogo è per lui totalizzante: in quelle ore di lettura di quegli antichi - scrive - «dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro».
Il Principe è nato così: dall'«avere inteso» ciò che è racchiuso in quei libri, e dall'aver dialogato con essi. Il fattore decisivo è stata la lettura delle opere storico-politiche antiche e la scrittura che ne è risultata è il frutto di quel dialogo, efficacemente messo in scena nella lettera.
Naturalmente noi ci rendiamo conto che il dialogo con loro ha prodotto un pensiero nuovo, ma che comunque scaturisce dalla materia e dalla riflessione sugli antichi. Non si tratta di subalterno culto del passato o di soggiogamento classicistico, si tratta della convinzione radicata che in quell'età remota ci fosse un accumulo di esperienze e di pensieri che aspetta ancora di essere sfruttato fino in fondo.
L'uso dell'antico modello diventa talvolta immedesimazione piena («tutto mi trasferisco in loro» aveva scritto al Vettori). Nel libro primo dei Discorsi (cap. 2) si assiste a un fenomeno che banalmente si può dire «plagio», ma ovviamente non lo è. Nel descrivere «di quante spezie sono le repubbliche» il suo dire trapassa, senza che il lettore sia avvertito, nelle parole di Polibio (libro VI, a lui noto da una traduzione latina). Quelle pagine lo hanno impressionato perché descrivono lo
sfociare di un modello politico in un altro: che è il suo tema (e il suo cruccio). Ma è la sostanza che ne cava che è nuova: «Nessuna repubblica può essere di tanta vita che possa passare molte volte per queste mutazioni e rimanere in piede». Va ben oltre la morfologia atemporale di Polibio. Anche Denis Lambin, il più versatile umanista francese del tardo Cinquecento, adottò questa tecnica, quando immise nella sua prefazione a Cornelio Nepote prosa di Diodoro e di Cicerone come prosa sua: ma era un omaggio, non più di questo.
In questa pur così feconda procedura che potremmo definire di «assimilazione-superamento» manca la necessaria presa di distanze dagli antichi. In Guicciardini quella presa di distanze c'è. Ed è questo che lo rende più moderno, più vicino a noi. Essa è espressa, in modo esemplare, in un pensiero (Ricordi, 143) che va a colpire direttamente la fonte stessa del «dialogo con gli antichi»: le loro opere di storia. Esse - scrive Guicciardini - «hanno lasciato di scrivere molte cose che a tempo loro erano note, presupponendole come note». Perciò - osserva - «nelle istorie dei Romani, dei Greci e di tutti gli altri si desidera la notizia». E ne fornisce una lista sommaria: «l'autorità e diversità de' magistrati», «i modi della milizia», «la grandezza della città». Guicciardini ha intuito che è la carenza di questi elementi che ci fa perdere la nozione della differenza tra noi e gli antichi. Carenza che spinge alla identificazione, e che induce a pensare attraverso di loro: sì che soltanto attraverso tale lente deformante si giunge a pensieri nuovi. Al contrario, la conoscenza di quei dati materiali (la «grandezza delle città» che significa in particolare conoscenza dell'antica demografia) può far capire - ad esempio - che tra il «governo popolare» degli antichi greci e il nostro c'è incommensurabilità; e che dunque ogni discorso sulla politica dei moderni fatto manovrando i modelli antichi è falso. Nell'opera di liberazione dal «vincolo degli archetipi» la riflessione guicciardiniana occupa un posto importante. Segna davvero un nuovo avvio. 
Il limite entro cui si contenne Machiavelli fu - in ultima analisi - un freno. Esso è simboleggiato dal celebre «sogno» che Paolo Giovio e altri sostengono abbia fatto Machiavelli pochi giorni prima di morire (giugno 1527). Vide da un lato una folla di cenciosi e dall'altra un gruppo di persone di nobile portamento (Platone, Plutarco, Tacito) le quali «discutevano di repubbliche». I primi - gli fu spiegato - erano quelli che i Vangeli prevedono destinati al regno dei cieli, i secondi all'inferno perché la loro dottrina «inimica est Dei». E a quel punto lui disse: preferisco stare con questi.

Filologia e libertà, Oscar Mondadori, 2011

Trentacinque anni fa Leonardo Sciascia (S.L.L.)

Trentacinque anni fa, dopo il rapimento di Moro, con straordinario coraggio intellettuale e rischiando il linciaggio mediatico Sciascia, dichiarò "né con lo stato né con le brigate rosse". Non intendeva - e chiaramente lo spiegava - lo stato come disegnato dalla Costituzione, con le sue istituzioni, le sue regole, i suoi equilibri, ma lo stato realmente esistente, con i patti internazionali segreti, i servizi deviati, i processi insabbiati, le verità nascoste, i ministri collusi con la mafia, le ladrerie, le violenze, eccetera... 
Lo accusarono di viltà, di diserzione, di opportunismo. Solo il suo amico Mario Mineo osò esplicitamente solidarizzare e da politico, nel suo piccolissimo, proclamò: "contro lo stato e contro le brigate rosse". 
Pertini, Berlinguer, La Malfa, Ingrao e molti altri (io tra questi) non la pensavano così, ritenevano che nello stato, nelle sue istituzioni elettive e non, vi fossero forze autenticamente repubblicane decise a correggerne le deviazioni e raddrizzarne le storture. 
Chi avesse più ragioni è difficile dirlo: la solidarietà nazionale che Moro e Berlinguer avevano voluto venne travolta proprio dall'uccisione del leader democristiano, ma a capo di quello stato venne eletto uno come Sandro Pertini, il che vuol dire che non era del tutto quella schifezza che a Sciascia appariva. 
Io non so se sia ancora così, se, dopo vent'anni di berlusconismo, nelle istituzioni vi sia ancora una riserva importante di energie democratiche che ne giustifichi la difesa. Temo di no, il processo di corruzione in Italia ha toccato gangli vitali e c'è una crisi planetaria di legittimazione democratica. 
Comunque sia, alla scelta che oggi si impone tra Grillo, "un comico che fa paura", dice qualcuno, e la fa perché molti elementi pratici e ideologici lo rendono capace delle peggiori avventure, e un Napolitano, attorno a cui oggi si coagulano quasi tutti i poteri forti, palesi ed occulti, mi sottraggo e mi proclamo ad alta voce contro Napolitano e contro Grillo. 
Per mia fortuna non sono Sciascia e nessuno mi indicherà al pubblico ludibrio, ma non avere oggi uno Sciascia (o un Mineo) è una disgrazia per tutti gli italiani.

Un uccello in terra di Siena

Passero solitario
Negli anni Ottanta per un anno o due, prima che tentasse una sua vita autonoma, esauritasi ben presto, uscì con “il manifesto” la rivista “Arancia blu”, diretta da Enzo Tiezzi, scienziato ed ecologista. Tra altre rubriche e servizi ogni numero analizzava un pezzo d’Italia attraverso le cosiddette Immersioni in provincia, realizzate attraverso articoli e contributi multidisciplinari corredati da servizi fotografici.
Nell’immersione dedicata a Siena e al senese (Terre di Siena) un pezzo di Stefano Giolitti (Il passero solitario abita ancora qui?) dedicato alla flora e alla fauna della città toscana si apre con un riferimento diretto al “solingo augellin” cantato dal poeta: “Il passero del Leopardi, la Monticola solitarius grande come un merlo, dal piumaggio azzurro, raro uccello originario dell’Atlante berbero, la cui presenza era stata osservata a Siena anni fa, sembra oggi negarsi al nostro sguardo. Eppure c’è qualcuno che dice di aver visto un uccello molto simile comportarsi nel modo caratteristico della monticola”. 
La pagina è ornata da una magnifica foto della “rara avis” che qui riprendo, prodotta da Panda Photo.  

La poesia del lunedì. Derek Walcott (Isola di Santa Lucia, Caraibi, 1930)

Amore dopo amore
Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Traduzione di Gilberto Forti

da Voi che dormite sicuri nelle vostre tiepide case. Poeti contro il razzismo
Supplemento al settimanale “Avvenimenti”, gennaio 1993

I Partigiani della Pace

Marzo 1949: nel Parlamento e nel Paese i comunisti conducono la lotta contro l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, quale momento fondamentale della strategia dell'imperialismo americano di aggressione contro l'Urss e i Paesi socialisti. Iniziano gli anni scuri della guerra fredda e del ricatto atomico. Giungono ad una prima scadenza gli impegni assunti due anni prima a Washington da De Gasperi: l'Italia si appresta a diventare una base americana. Sorge e si afferma, in questo periodo, il movimento dei partigiani della pace, che si giova dell'apporto pieno della forza e della capacità organizzativa del Pci. Al movimento della pace aderiscono migliaia di cittadini delle più diverse professioni e categorie sociali; la campagna per la raccolta delle firme contro la minaccia atomica segna uno dei momenti più significativi nella lotta per la pace condotta, dal '49 ad oggi, dai lavoratori e dai democratici italiani.


Da PCI ’70. I comunisti in cinquant’anni di storia, a cura della sezione Stampa e Propaganda del PCI

Della virilità. Ovvero le cipolle del tulipano

Dal volumetto di Augusta Casali Ferraro, I segreti delle erbe (Longanesi 1978), riprendo uno stimolante ed utile capitoletto, sui rimedi alimentari e fitoterapici alle crisi della virilità. Fortunata o ottimista che fosse, la Casali pensava che molto raramente nell’uomo si affievolisse la carica erotica e la potenza sessuale; e invece certe crisi accadono assai più spesso di quanto i maschi del genere umano siano disposti ad ammettere. (S.L.L.)
Bulbi (detti anche cipolle) di tulipano
Debolezza sessuale
di Augusta Casali Ferraro
Capita qualche volta - molto raramente - che nell'uomo si affievolisca o si riduca del tutto la virilità. Ciò può essere causato in genere da un eccesso di lavoro o dalle preoccupazioni che pesano sulle spalle dell'uomo moderno o da altri fattori di carattere psicologico. Questa condizione di impotenza sessuale, totale o soltanto ridotta, può determinare nell'individuo avvilimento, ansia, instabilità psichica.
Affinché questo stato di cose non perduri, è necessario che l'uomo non si preoccupi eccessivamente, in quanto esistono in natura molti e semplici mezzi per ovviare a questo inconveniente. Bisogna rilassarsi e cercare di rinforzare l'organismo, facendo frequente uso nello stesso tempo di verdure e di cibi che abbiano un'azione stimolante, tonificante e leggermente afrodisiaca: uova, carne, pesce, cipolle, china (vino chinato), angelica radice, assenzio, cardiosanto ecc.
Fra le piante che hanno virtù curative per la debolezza sessuale e che possono essere consumate durante i pasti citiamo: la rucola (Eruca sativa), le cui foglie danno un sapore gradevole a tutte le insalate; il crescione, che è un'insalata deliziosa; il sedano; alcuni funghi, ad esempio i tartufi; le cipolle dei tulipani; la menta piperita. Anche la salvia, il rosmarino, il prezzemolo e, soprattutto, la santoreggia, oltre a migliorare il sapore delle pietanze, hanno un effetto curativo.

Non bisogna dimenticare poi il valore afrodisiaco delle spezie come lo zafferano, il pepe, la cannella, la noce moscata, la vaniglia, lo zenzero e i chiodi di garofano.

1.12.13

Tra Grillo e Napolitano (S.L.L.)

Telefona mia madre: “Guarda la 7! C’è Dario Fo, è importante”. Quando accendo Fo non c’è più: la rete sta seguendo in diretta da Genova un Vaffanday di Grillo e delle 5 stelle. Mentana dice che l’intervento del premio Nobel è stato lungo e, a tratti, commovente. 
Ora intervistano un paio di parlamentari 5 Stelle, prima un deputato ragionante (mi pare che si chiami Bonafede) e poi una deputata assai aggressiva. Il tema centrale è la richiesta di impeachment per Napolitano: la donna denuncia sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia e sulla intercettazione distrutta la disonestà del presidente; l’uomo elenca fatti e pronunciamenti che documentano il suo sistematico esorbitare dai poteri previsti dalla Costituzione, imponendo nei fatti un regime presidenzialista, dichiara di voler difendere non tanto il Parlamento così com’è stato ridotto, ma l’istituzione parlamentare.   
Mentana intanto legge dichiarazioni di esponenti Pd: di Leva, per esempio, il responsabile giustizia che parla come fosse il responsabile psichiatria, definendo le posizioni di Grillo folli e deliranti, e denuncia che i 5 Stelle vogliono la rovina dell’Italia per prendere il potere; di Zanda, che accusa Grillo di alzare i toni per superare i dissensi interni e vorrebbe un 5 stelle più dialogante.
La cosa più preoccupante è il proclama di una persona solitamente di buon senso, Zingaretti: dalla parte di Napolitano senza discussioni e fino in fondo.
Sarà questo il leit-motiv dei prossimi giorni che verranno: l'accusa a Grillo di lesa maestà e la richiesta di schierarsi senza se e senza ma. Lo chiederanno ai candidati pd alle primarie  e perfino a Berlusconi riproponendo la grande intesa per le riforme. Chi rifiuterà di scegliere, tra Grillo e Napolitano,la corda a cui impiccare democrazia e Costituzione, sarà segnato a dito come vile.

Umbria. Rometti e l'autostrada

Al microfono l'assessore regionale umbro Silvano Rometti con il collega di giunta Stefano Vinti
In una intervista al “Corriere dell’Umbria” l’assessore regionale Rometti, in replica agli ambientalisti sul piede di guerra contro la trasformazione in autostrada della E45, ha tagliato corto: “Da un punto di vista ambientale non ci sono problemi in quanto l’opera già esiste”. 
L’affermazione è improvvida e imprudente: appare evidente anche al profano che per l’autostrada servirà il raddoppio del piano stradale per la terza corsia, le opere di recinzione, gli svincoli e le aree di servizio, con un enorme consumo di suolo e grandi quantità di cemento, con l’apertura di tante nuove cave e il livellamento di colli. L’unico dubbio riguarda Rometti: c’è o ci fa?

dalla rubrica Il piccasorci in "micropolis", 27 novembre 2013

Allegria di classe (S.L.L.)

I giovani non se lo ricordano e credo che non riescano neppure a immaginarlo, ma quando il Pci aveva una grande affermazione elettorale (e la cosa dal 1953 in poi accadde diverse volte), nelle officine, nei cantieri edili, nella fabbriche grandi, piccole e piccolissime, tra le commesse dei grandi magazzini, nella piazza del mio paese ove i braccianti andavano ad affittare a giornata la propria forza lavoro, una grande allegria si respirava, quasi si toccava con mano.
Tra gli operai e i proletari non tutti votavano comunista o socialista, tante e tanti – per molte ragioni – facevano altre scelte, ma perfino loro erano coinvolti in una palpabile ondata di gioia collettiva, che non si esprimeva solo in gruppo nelle chiacchierate di commento o nelle strette di mano, ma traspariva dai visi, dai sorrisi nell’atto stesso del lavorare, quello del manovale che collocava i laterizi o della barista che riempiva le tazzine di caffè caldo. Credo che si sentissero più forti nelle difficoltà e contro le ingiustizie, meno soli di fronte ai signori, ai padroni.
Non era solo illusione: al tempo di quei successi elettorali tra conflitti politici e lotte  sociali miglioravano significativamente le condizioni di lavoro, aumentavano i redditi e le tutele, si affermavano diritti. Quella gioia trovava un fondamento logico, materiale. E perfino io, figlio di commerciante, piccolo borghese leggermente intellettuale convertito al comunismo, mi specchiavo nei sorrisi di quei compagni, mi sentivo integrato nella classe operaia.  

Memoria e oblio. Una poesia di Luigi Fiorentino

Alla legge del tempo non si sfugge,
per quanto sulla Luna già si avventino
mostri d’acciaio, e calcoli d’orgoglio
propulsino altri mostri nell’abisso
dei cieli, oltre l’orbita di Venere.

Quando è discesa l’ombra sulle spalle
sono doni patetici del vivere,
fino al grande silenzio, la memoria
che dolce rende il flusso dei ricordi,
come acque dal buio uscite al giorno
o una morbida musica del tempo,
e l’oblio che lascia meriggiare
le offese, nel suo tacito fluire.

Perugia: sesso e tasse.

Ne succedono di cotte e di crude. A Umbertide un settantenne arrotondava accompagnando al lavoro con la sua utilitaria, lungo la strada di Pian d’Assino, due ragazze romene che esercitavano l’arte. I carabinieri lo hanno colto in flagrante, arrestato e denunciato per favoreggiamento della prostituzione. Pare che la tariffa fosse di trenta euro A/R e che l’arzillo pensionato spendesse parte dei ricavi con le sue stesse viaggiatrici. A nessuno è venuto in mente di incolparlo per esercizio abusivo e perseguirlo come evasore fiscale, data l’esiguità dei guadagni in nero e le miserabili circostanze dell’arresto.
Ha invece ispirato lunghe articolesse su carta e nel web un blitz della finanza perugina. Escort di lusso incassa oltre 500mila euro e acquista una casa: ora dovrà pagare le tasse -  così titolava il “corrierino”. A quanto si legge i finanzieri, insospettiti dal tenore di vita di una avvenente trentenne, spagnola d’origine colombiana, ne hanno messo sotto osservazione proprietà e conti in banca: versava euro a centinaia, talora a migliaia, con cadenza pressoché giornaliera e aveva acquistato un appartamento e un garage, pagati quasi interamente in contanti. Per concedere il piccolo mutuo integrativo, la banca aveva preteso – pro forma – una dichiarazione sull’attività professionale, in cui la signora si definiva “accompagnatrice”. Non l’avesse mai fatto: “come sottolineato dalle fiamme gialle, fare l’accompagnatrice o la escort, quando naturalmente non vi sia la violenza che porta alla prostituzione, obbliga comunque al rispetto degli adempimenti contabili e fiscali previsti per esercizio del lavoro autonomo”. Adesso - dicono trionfanti finanzieri e cronisti – dovrà aprire una partita IVA e pagare le tasse.
E’ possibile, anche se improbabile, che la bella spagnola paghi cara la sua ingenuità, ma, a leggere bene tra le righe, la cosa non avrà sviluppi. Non si capisce, infatti, di che cosa esattamente si parli quando si dice “escort”. In ogni caso quello che si può portare in luce e tassare è solo l’accompagnamento; le attività a latere, le prestazioni meglio remunerate, restano in una zona d’ombra, nel campo dell’indicibile e – soprattutto – dell’intassabile. 
La denuncia insomma non apre nuovi orizzonti del costume e del diritto né accoglie, dopo tanta ipocrisia, l’antica richiesta di pagare le tasse, avanzata dalle “lucciole” progressiste di Pordenone fin dagli anni 70. Ed anche i “clienti”, che, leggendo il titolo, s’erano illusi di poter scaricare le somme spese, resteranno delusi. Il “blitz sotto le lenzuola” è solo una iniziativa “di parata”, di quelle che si assumono con gran clamore per dare un contentino alla pubblica opinione; in questo caso al popolo dei “tartassati”, nell’imminenza dell’ennesima, pesante stangata.


micropolis, 27 novembre 2013 - dalla rubrica "il fatto"

Dagli Uzeda a Napolitano. Re, viceré e luogotenenti (S.L.L.)

Ho visto stasera, su Rai Premium, i Viceré televisivi con Lando Buzzanca, una replica. Non ho con me il volume e non posso controllare, ma sospetto che la banalizzazione caratteristica di questi adattamenti sia stata per il romanzo di Federico De Roberto maggiore del solito. 
E tuttavia, anche in un contesto melò come quello del film televisivo, colpiscono frasi come quella messa in bocca al vecchio, terribile Uzeda: “L’Italia è fatta, adesso pensiamo ai fatti nostri”. E anche il comizio elettorale del suo figliolo Consalvo, erede della stirpe dei viceré, per quanto spettacolarizzato, ci parla del nostro eterno presente di italiani: una serie di “ma anche” che rammentano Veltroni (per esempio “vogliamo le riforme, ma anche la tradizione”) e soprattutto la chiusa da larghe intese trasformistiche: “Viva il Re, viva la Rivoluzione, viva Sua Santità”.
Guardando m’è venuta in mente la strana diceria che, a Napoli e non solo a Napoli, circolava sull’attuale Presidente della Repubblica. Basandosi su una certa somiglianza fisica, davano per certo che Giorgio Napolitano fosse figlio naturale di quell’Umberto di Savoia che fu luogotenente del Regno d’Italia e re per un mese.
La storia è certamente inventata: tanti particolari non tornano; e tuttavia anche nell’invenzione c’è spesso una qualche verità interna. Una discendenza dai Savoia dell’attuale capo dello stato - politica e culturale, se non genetica – non è affatto da escludere e la stretta parentela con gli Uzeda di Francalancia è molto probabile. 

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