7.2.19

Direttrice d'orchestra. Valentina Peleggi al debutto sul podio a Londra per la Bohème (Flavia Landolfi)

Una bella intervista e una bella storia, da valorizzare non solo per i suoi risvolti femministi, ma anche per una riflessione sulle sorti italiane della lirica, una delle più importanti tradizioni culturali del nostro Paese, un “bene comune” assai trascurato. (S.L.L.)


Prendi una pluripremiata che ha marciato a passo di carica nella crema delle accademie musicali italiane macinando diplomi, specializzazioni, attestazioni e riconoscimenti. Prendi nonna Clori, anni Venti, Roma, voce splendida, selezionata da Puccini in persona per Musetta nella Bohème al Teatro Costanzi. Prendi la scelta, il bivio, lo spartiacque: o la famiglia o la carriera, il dubbio, il dramma e infine la rinuncia a un ruolo che Clori non interpreterà mai per sposare un ufficiale.
Ecco servita la grande occasione per Valentina Peleggi, 35 anni, direttrice d’orchestra al suo gran debutto il 20 febbraio a Londra dove salirà sul podio con la English National Opera proprio con Bohème. Direttrice d’orchestra, si diceva. Una professione che in Italia per le donne è praticamente un miraggio dominata com’è da protagonisti tutti al maschile se si si esclude qualche ospitata dall’estero.
Ribaltando il destino di nonna Clori, Valentina ha fatto le valigie ed è andata via dall’Italia. Oggi la sua vita si divide su tre continenti: lavora di base a Londra dove ha vinto un concorso per il ruolo biennale di direttrice associata alla Eno. È direttrice musicale del teatro dell’Opera di San Paolo (Theatro São Pedro) in Brasile, dove è direttore principale anche del Coro sinfonico di Stato. E impugna la bacchetta negli Stati Uniti dove collabora con la Baltimore Simphony Orchestra.

Maestra Peleggi, come è arrivata a questo risultato a soli 35 anni?
Nel 2018 ho vinto questa posizione di direttrice associata in collaborazione con la Mackerras Conducting Fellowship. È un ruolo molto impegnativo che mi porterà a debuttare il 20 febbraio con Bohème. Contemporaneamente sto seguendo un’altra produzione di Philip Glass, fra due mesi toccherà al Didone ed Enea di Purcell e poi in autunno Offenbach.

Che rapporto ha con Bohème?
Ho una storia molto personale con quest’opera. Nella mia famiglia nessuno è musicista a eccezione della mia bisnonna materna, Clori Pierangelini, che veniva da una famiglia medio borghese. In quelle famiglie le donne venivano iniziate agli studi musicali, un po’ di pianoforte e un po’ di canto, più per intrattenere gli ospiti nei dopo cena che non per avviarle a una carriera artistica. Piccolo particolare, la mia bisnonna aveva una voce veramente fuori dal comune e voleva fare la cantante. Così di nascosto si presentò alle audizioni per Bohème al Teatro Costanzi di Roma, dove in commissione c’era Puccini che la scelse per la parte di Musetta. Erano gli anni ‘20, la mia bisnonna aveva 17 anni ed era promessa in sposa a un ufficiale di marina.

Immagino come andò a finire….
E sì, ovviamente fu messa davanti a una scelta, o il matrimonio o la carriera. Clori decise di sposarsi e da quel momento non ha mai più cantato. Quando ero piccola andavo a casa sua e lei suonava il pianoforte, suonava Bohème ma senza mai cantare.

Questa Bohème che dirigerà si annuncia già intensa, con un’impronta molto forte
Si, sono davvero emozionata. Ma per me, per la mia storia familiare, ha proprio il sapore di un riscatto, quello di nonna Clori, con i suoi vestiti pieni di merletti, le sue unghie che ticchettavano sui tasti del pianoforte e la sua dolorosissima rinuncia al canto.

Siamo partite dalla storia di sua nonna e ora veniamo a lei. Donne che vivono in contesti completamente diversi. Ma diciamocelo, una donna sul podio è una rarità anche oggi, soprattutto in Italia.
Il direttore di orchestra ha un ruolo di leadership e quindi come tutti i ruoli di leadership è per la maggior parte appannaggio maschile. E’ una questione di costume, di abitudine, fa comodo pensare che il ruolo maschile sia il ruolo predominante. Ma non solo: nell’immaginario collettivo il direttore d’orchestra è anche anziano, ha i capelli bianchi ed è maschio.

E quindi se sei giovane e donna la strada è tutta in salita. È così?
Sì. E’ proprio una questione culturale. Il dio maschio è un entità di potenza, saggezza, esperienza. Ma può non essere necessariamente cosi. Una donna che sale sul podio non può e non deve scimmiottare il suo collega uomo. Altrimenti tutto diventa ridicolo. Deve trovare lei un proprio modo di avere una leadership forte ma che non sia presa in prestito dall’altro sesso. Questa è la sfida che io e le mie colleghe ci troviamo di fronte: reinterpretare il ruolo di leadership al femminile.

Lei parla di leadership e banalmente il pensiero va alla bacchetta. Lei la usa quando dirige?
Sfatiamo questo mito, la bacchetta non è un simbolo di comando. In realtà dipende dalla composizione dell’orchestra, se hai cento strumentisti da dirigere la bacchetta serve perché è un riferimento visivo che aiuta. Nel caso della Bohème alla Eno, per esempio, avrò sessanta musicisti in buca e userò la bacchetta per farmi individuare dai cantanti sul palco che sono lontani da me decine e decine di metri.

A quanti anni ha deciso di fare sul serio con la musica? Quando ha capito che quella era la strada che voleva percorrere?
Questa è una domanda veramente importante, soprattutto per una donna. Per me è stato a 26 anni, dopo la laurea, quando ho deciso di andare all’estero, e cioè se venire a Londra alla Royal Academy oppure no. In quel momento mi sono posta per la prima volta la domanda delle domande: voglio investire tutto su questo? Anche perché non possiamo nasconderci che la vita della direttrice d’orchestra è impegnativa, multicentrica, sempre con la valigia in mano.

La scelta di andare all’estero è stata dettata da un percorso di formazione?
Sì. Avevo già un lavoro in Italia, ero direttrice del Coro Universitario di Firenze, che amavo molto. Nel frattempo frequentavo il Conservatorio, ho studiato a Fiesole, al Conservatorio di Santa Cecilia, alla Chigiana di Siena. Quindi tutto quello che potevo fare al top della formazione in Italia l’avevo fatto. Ma a me non bastava, non vedevo possibilità in Italia per continuare a migliorare. E invece avevo sete di continuare a imparare, volevo allargare i miei orizzonti. E così ho puntato su Londra perché pensavo che la Royal Academy potesse offrirmi quello che cercavo. Mai scelta è stata più difficile e, con il senno di poi, giusta per me.

Lei è stata la prima italiana a riuscire a entrare in un programma della Royal Academy. Cosa ha imparato da quell’esperienza?
A Londra ha trovato un contesto diverso da quello italiano per una donna che voleva salire sul podio. All’estero la situazione è meno ingessata, si scommette moltissimo sulla meritocrazia, quindi maschio o femmina che tu sia se sei bravo vai avanti, altrimenti ti fermi. In Italia qualche segnale inizia a intravedersi ma i tempi sono lunghi. E per chi come me voleva venire fuori subito non era cosa. Anche perché dirigere un’orchestra ha molto a che vedere con il corpo, il fatto che tu sia donna è qualcosa che non puoi certo nascondere.

Facciamo un gioco. Prendiamo i gesti dei direttori e facciamo un confronto.
Se un direttore fa un gesto delicato, quello è un direttore sensibile. Se una direttrice fa lo stesso identico gesto, si dirà che ha poco carattere, che è troppo sensibile. Se un direttore fa un gesto volitivo si dice che è grintoso, se lo fa una direttrice invece si dirà che è aggressiva, scomposta. Siamo messi cosi, inutile raccontarla in un altro modo.

Come sarà la sua Bohème?
Penso che sarà intensa. Spero davvero di restituire la freschezza dei ragazzi che sono i protagonisti della storia pucciniana. La immagino leggera, a volte, perché senza leggerezza non c’è l’affondo del dramma. Ma per una definizione sincera aspettiamo: glielo dirò quando poggerò la bacchetta sul leggìo alla fine dell’ultimo atto.

Finiamo con la classica domanda. Cosa consiglierebbe alle giovani aspiranti direttrici?
Non accontentatevi mai. Crescete, sempre. Non rimanete in un posto per comodità, per assuefazione: se si deve partire si parte, poi magari si torna. E mi raccomando: non mollate mai.

Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2019

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