30.9.15

La prima lente e le pietre tombali. Curiosità sul vetro

La Lente di Nimrud, conservata al British Museum, è un pezzo di cristallo di rocca molato
scavato da Austen Henry Layard nel 1850 nel complesso del palazzo di Nimrud.
Gli archeologi calcolano che il vetro sia conosciuto dall'uomo da circa quattromila anni. Circa il 1700 avanti Cristo gli antichi egiziani sapevano molte cose a proposito di questo importante materiale, come fu dimostrato da scoperte fatte in Egitto.

Al British Museum di Londra c'è una lente ottica scoperta durante scavi fatti nell'antica Assiria (Iraq settentrionale), nei palazzi reali di Ninive e Nimrod. Essa data dal settimo secolo avanti Cristo, e fu fabbricata prima che il mondo occidentale avesse scoperto il segreto della lente.

Durante il secolo XV fiori a Venezia l’industria del vetro soffiato; e a Murano v’erano molti maestri di quell’arte. I loro segreti venivano gelosamente custoditi, e il Doge minacciava di morte gli artigiani del vetro che cercassero di emigrare. Parecchi artisti del vetro sfidarono il bando e furono poi trovati morti “in circostanze misteriose”.

Fu soltanto nel secolo XVI che la gente comune cominciò a servirsi di vetri per le finestre: allora erano diventati a buon mercato. Alcuni governi, e in particolare l’inglese e il francese, consideravano i vetri da finestra come un lusso; ed imposero su di essi delle tasse.

Lo specchio moderno è un’ invenzione piuttosto recente: ha circa duecento anni. Prima che la parte posteriore dello specchio s’incominciasse ad argentare, venivano usati specchi a piombo, a stagno o a mercurio. Nell’antica Roma le signore si servivano di specchi di bronzo e argento lucidato.

Circa cinquant’anni or sono l'industria francese del vetro incoraggiava il pubblico a comperare pietre tombali di vetro. Un’energica campagna pubblicitaria servi a far ottenere un certo numero di ordinazioni: ma la cosa andò a finire in niente per l’opposizione fatta dalla Chiesa; ed infine tali pietre tombali vennero vietate.

Qua e là, e in particolare in America, si è cercato di costruire case di vetro. Il vetro, in realtà, come materiale da costruzione, ha certi vantaggi: è impermeabile, e a prova di vento e di fuoco; è un ottimo isolante e non è conduttore dell’elettricità. I principali difetti? Il vetro è costoso e freddo... e per niente a prova di bomba!

Il vetro veramente antico si “ammala”. Se un bicchiere del vecchio tipo Rinascimento si ammala, muta colore e mostra piccole fenditure. Se lo si cambia di posizione o varia la temperatura, è assai facile che cada in minutissimi pezzi.


Prima della guerra, in Germania, vennero costruiti strumenti musicali di vetro. Venivano fatti con vetro elastico, ed erano considerati ottimi. In una fabbrica di vetro tedesca, gli operai avevano la loro orchestra, e i suonatori suonavano con strumenti trasparenti.

La foto che ha scosso le coscienze (Livio Pepino)

Giovedì 3 settembre. Molti quotidiani pubblicano la foto di Aylan, un bambino di tre anni, curdo siriano. La maglietta rossa, i pantaloncini blu, le scarpe ai piedi. Ordinatissimo. Sdraiato sulla spiaggia. Non sta dormendo. È morto. Annegato mentre, a bordo di un gommone, cercava di lasciare la Turchia, insieme alla famiglia, per raggiungere l’Europa. “Il manifesto” gli dedica metà della prima pagina: sulla fotografia campeggia la scritta “Niente asilo”. È una foto che – non certo per volontà del piccolo Aylan e della sua famiglia – entrerà nella storia. Come quella, per restare nel dopoguerra, della piccola vietnamita Kim Phuc, in fuga, nuda, dal napalm. La foto – inutile illudersi – non cambierà i comportamenti dei “grandi della terra”. Ma già ora ha contribuito a svegliare coscienze, a suscitare pratiche di accoglienza e solidarietà, a moltiplicare reazioni.
Da mesi il messaggio, ossessivamente ripetuto da media e da politici di ogni colore, in Italia e in Europa, è che bisogna finirla con il buonismo e prendere atto che per rifugiati e migranti in genere non c’è posto “a casa nostra”. Di qui il rincorrersi, in un crescendo senza fine, di proposte definite risolutive: rinchiuderli in campi aldilà del Mediterraneo, ricacciarli nei Paesi da dove vengono, bombardare i barconi che attraversano il mare, costruire muri e potenziare reticolati di filo spinato sulla terraferma. E, a fianco, un distillato di odio e xenofobia che sembra mettere nell’angolo e inferiorizzare chi invita alla ragione e all’accoglienza.
Così i giornali, i talk show televisivi e i social sono invasi da volgarità razziste e la scena è dominata da invettive provocatorie come quelle del segretario leghista che intima a vescovi, alte cariche dello Stato e buonisti in genere di «prendersi i clandestini a casa loro» quasi che la solidarietà potesse (e dovesse) sostituire la politica più di quanto già non accade. Contro questa deriva poco hanno potuto, fino ad oggi, i princìpi: l’uguaglianza, la solidarietà, la dignità delle persone. Nonostante il messaggio cristiano richiamato con forza dal Papa venuto da lontano. Nonostante la miglior cultura dell’occidente, transitata dall’illuminismo al socialismo. Nonostante la nostra Costituzione del 1948, il cui articolo 10 attribuisce “il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica” allo “straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche”. Nonostante la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il cui articolo 11 prevede che “ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”.
E poco hanno potuto le dure lezioni della storia che mostrano l’immancabile sbocco della xenofobia, soprattutto nei momenti di crisi economica e di disgregazione sociale, in persecuzioni e pulizie etniche praticate da “camicie” di diverso colore. Con aggressioni di gruppo, linciaggi, cacce all’uomo, pogrom nei confronti dei diversi. Con, alla base, la costruzione del «capro espiatorio» che fa apparire naturali e spontanei anche l’annientamento e la distruzione fisica. E ciò ancorché, a ben guardare, la pratica del rifiuto, lungi dal fondarsi su dati e fatti, poggi su luoghi comuni, chiacchiere, falsi (come l’incombente invasione di milioni di islamisti sanguinari e l’esistenza di spese spropositate per l’accoglienza) che acquistano dignità di argomenti solo grazie a ripetizioni ossessive e a mancate confutazioni.
Oggi la foto di un bambino indifeso, ucciso dall’intolleranza e dal rifiuto, ha scosso le coscienze di molti (insieme a molte immagini analoghe e, da ultimo, a quelle di uomini che, come settant’anni fa, marchiano altre donne e altri uomini con numeri impressi indelebilmente sulle braccia). Di qui il crescere di manifestazioni di solidarietà e di ribellione a una “legalità” che uccide, respinge, costruisce muri (come è accaduto da ultimo in Ungheria). E, ancora una volta, il protagonismo delle donne e degli uomini ha cambiato gli scenari e spiazzato la politica, spingendo Germania e Austria a dichiarare una disponibilità generalizzata all’accoglienza dei profughi siriani. È un fatto importante, positivo e, fino a ieri, imprevedibile.
Ma guai ai trionfalismi e alla retorica a buon mercato. All’indomani dell’apertura dei confini tedeschi e austriaci sono fioccate le dissociazioni. I più (anche in Italia) hanno scelto il silenzio. E molti si sono dissociati: l’Ungheria, i Paesi dell’Est, ma anche, di fatto, l’Inghilterra e la Spagna. E sono cominciati i distinguo: sulla nazionalità e la religione dei profughi da accogliere, sulla non assimilabilità ai profughi dei migranti tout court (come se fuggire dalla fame fosse diverso dal fuggire dalle guerre), sulla necessità, comunque, di rispettare il trattato di Dublino (che demanda l’accoglienza, in via esclusiva, ai Paesi di confine).
Nonostante tutto, peraltro, una falla si è aperta nel fronte del rifiuto e della xenofobia. Ed è una falla che può ingrandirsi. Ma solo se la mobilitazione, la solidarietà, la protesta di oggi si moltiplicheranno e si tradurranno in iniziativa politica capace di incalzare forze politiche e governi.


Narcomafie, 17 settembre 2015

Umbria e “Mafia capitale”. Tutte le strade portano a Roma (Paolo Lupattelli)

L'articolo di Lupattelli, apparso su “micropolis” di giugno analizza la vicenda di ”Mafia Capitale” dal punto di vista dell'Umbria, secondo me in modo eccellente. L'articolo mi ha fatto venire in mente la piovra: non il film, ma proprio il mollusco. E' dalla testa che puzzano i pesci ed altri animali marini: se tutte le strade portano a Roma, tutte le strade partono da Roma. (S.L.L.)
L'ex senatore Pd Francesco Ferrante (eletto in Umbria)
mentre, ispirato, interviene al Green Jobs Act

Il sistema corruttivo 
L’11 dicembre del 1955 il settimanale “L’Espresso” pubblica un’inchiesta di Manlio Cancogni dal titolo Quattrocento miliardi sul dissesto del Comune di Roma. La copertina del settimanale lancia l’inchiesta con un titolo destinato a passare alla storia: Capitale corrotta, nazione infetta. Nel 1955 Roma ha più di 120 miliardi di lire di deficit, le aziende municipalizzate sono in passivo mentre quelle private come la Pia Acqua Marcia realizzano utili enormi. Le aree fabbricabili hanno avuto incrementi di 60-70 miliardi. Gli abusi, le manchevolezze dell’amministrazione Rebecchini avrebbero fatto arrivare un commissario prefettizio in qualsiasi altro comune, ma a Roma non arriva perché alla Dc e ai gruppi speculatori dell’epoca non convengono cambiamenti. L’inchiesta prende in esame le speculazioni edilizie realizzate dalla Società generale immobiliare il cui capitale azionario è per circa un terzo riferibile alla Fiat, un altro all’Italcementi e il resto al Vaticano. La società in pratica acquista tutti i terreni che può intorno a Roma e di volta in volta decide la direzione di espansione della città; un caso di scuola imitato dai palazzinari di tutta Italia. La speculazione edilizia raccontata da Cancogni coinvolge anche molti funzionari del Campidoglio e trova un tenace e lucido oppositore in Aldo Natoli, consigliere del Pci.
Perché questa rievocazione? Perché sono passati esattamente 60 anni e, di fatto, non è cambiato molto se non le dimensioni del fenomeno criminale. La capitale è sempre più corrotta e la nazione sempre più infetta. C’è un osceno intreccio tra politica degenerata, malaffare, ceti dirigenti e criminalità organizzata. Il fenomeno corruzione dilaga e ha raggiunto livelli devastanti per il Paese, e c’è ancora qualcuno che si meraviglia se per i cittadini i partiti sono tutti uguali e se va a votare uno su due. Per il socialista Rino Formica la politica era sangue e merda, cioè uno scontro duro. Oggi si potrebbe aggiornare in soldi e merda. Tanta merda che la capitale è diventata una cloaca massima (titolo mirabile del “manifesto”) dove la politica esiste solo per rivendicare potere, soldi e assessori; dove i neofascisti di giorno sprangano i rom e i migranti, poi di notte lucrano voti e euro nella loro gestione insieme a pezzi importanti del Pd romano. E fa ridere amaramente che importanti dirigenti del Pd invochino le dimissioni di Ignazio Marino che osa ostacolare i loschi traffici gestiti dal nero Carminati e dal rosso Buzzi. Anche Renzi e la ministra Boschi hanno scaricato Marino ma non il governatore della Campania De Luca; auspicano nuove elezioni a Roma e se la prendono anche con la Presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, colpevole di aver pubblicato una lista di impresentabili prima del voto: si confondono carnefici e vittime.
Mafia Capitale ci ha fatto capire alcuni meccanismi sulla diffusione della metastasi nel corpo del Paese. Nel 2013 Cristiana Alicata della direzione nazionale del Pd denuncia al suo partito “la solita incredibile fila di rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica”. Tacciata di razzismo, la Alicata viene costretta alle dimissioni proprio dai registi dell’inquinamento delle primarie. Dopo le elezioni la Cooperativa “29 Giugno” della galassia gestita da Salvatore Buzzi riceve una commessa da 86mila euro l’anno per la bonifica dell’impianto fognario. Del resto a spulciare i tanti appalti e ad ascoltare le intercettazioni è evidente che a Roma gli appalti non si vincono, si comprano. Anche quelli sui rom, sul verde e sui migranti. Non è solo corruzione, è mafia. Dice Buzzi a Emanuela Bigitti del Municipio di Ostia: “Sono tutti corrotti, non so se l’hai capito”.
“La mucca se nun magna nun po’ esse munta” è questo il motivo dell’affannosa e scorretta ricerca di appalti. Del resto Buzzi deve far fronte a continue richieste che non gli hanno impedito di accumulare 16 milioni di euro nei conti personali. Il cassiere tesoriere del Pd romano Carlo Cotticelli chiede a Buzzi un versamento per pagare gli stipendi dei funzionari del partito. Ricambia la cortesia il capogruppo Pd alla Regione Lazio Marco Vincenzi che sblocca i fondi destinati al Campidoglio. Buzzi finanzia legalmente la Fondazione di Renzi, la campagna elettorale di Rutelli, di Alemanno, di Veltroni e Zingaretti; partecipa alle cene da mille euro acquistando direttamente tavoli. Intercettato: “Me piace Matteo Renzi, semo diventati tutti renziani. Chi te dovemo assume? Che me dai in cambio?” Secondo i Ros dei Carabinieri non è millantato credito se a chiedere un assunzione per il figlio sono anche personaggi come il vicesindaco attuale Luigi Nieri, l’on. Fabio Melilli segretario del Pd del Lazio e l’ex sindaco Francesco Rutelli. Luca Odevaine, uomo di fiducia di Veltroni ma anche di Buzzi e Carminati, è al vertice della società Integra/Azione. Con lui anche il dirigente di Legambiente Francesco Ferrante, ex senatore Pd eletto in Umbria. Anche Odevaine dal 1995 al 2007 è nella direzione di Legambiente poi tra i garanti. Il commercialista di Integra/Azione è Stefano Bravo indagato per riciclaggio.
Roberto Della Seta ex senatore e ex presidente di Legambiente è nel comitato scientifico della rivista di Integra/Azione. Nel 2013 Della Seta e Ferrante costituiscono la Italia Green srl società di consulenza ambientale. Andrea Ferrante, fratello di Francesco è presidente di Aiab, Associazione italiana di agricoltura biologica. Quando nel 2012 il Campidoglio fa una gara per l’assegnazione dei locali dell’ex macello del Testaccio gestito da associazioni no profit vince una cordata dove c’è l’Aiab di Ferrante e la “29 giugno” di Buzzi. Della Seta e Ferrante fondano, insieme a Monica Frassoni e all’ex parlamentare finiano Fabio Granata, il movimento politico “Green Italia”. La sede è la stessa della società “Italia Green srl” in via Castel Bolognese a Roma. Tra i dirigenti nazionali anche Luca Odevaine. Ovviamente tutto all’insaputa del Pd, di Veltroni e di Verini. In una intercettazione Buzzi parla di Cerroni: “Il prefetto Pecoraro è corrotto. Ha preso un milione di euro da Cerroni che lo tiene per le palle e lui stava nella cordata con la Polverini per i napoletani”. Per l’ex prefetto Pecoraro si tratta solo di fango.
Questo giornale si occupa delle gesta di Cerroni e delle sue imprese, in particolare della Gesenu, da anni. Quando nella inchiesta sulla discarica di Malagrotta viene arrestato emergono i suoi legami con i partiti e le sue elargizioni che eufemisticamente chiama dazioni liberali. Nella rete di generosità del supremo cadono dirigenti e esponenti del Pd e di Legambiente e di Sviluppo sostenibile, la fondazione presieduta dall’ex ministro Edo Ronchi di cui fa parte anche Monica Cerroni, la figlia dell’Avvocato che siede anche nel consiglio di amministrazione di Gesenu. Le azioni dell’azienda perugina dei rifiuti sono per il 45 per cento del Comune di Perugia, l’altro 45 intestato a Cerroni e il 10 per cento a Rosario Carlo Noto La Diega, per 30 anni amministratore delegato e uomo di Cerroni in Gesenu. A inizio di questo mese i carabinieri del Noe di Roma arrestano 9 persone per una truffa poi finite ai domiciliari e in parte liberate. Tra questi due uomini di fiducia di Cerroni: Francesco Zadotti presidente della Ternana Calcio e responsabile della discarica di Casale Bussi; Noto La Diega presidente del Cda di Viterbo Ambiente. Arrestato anche Maurizio Tonnetti dirigente della Cooperativa Cosp Tecno Service di Terni. L’accusa è pesante: truffa, frode in pubblica fornitura, falso materiale e falso ideologico. Viterbo Ambiente è un’associazione temporanea di imprese nata dall’unione di Cosp Tecno Service di Terni e Gesenu spa.
Ovviamente prima di trarre conclusioni bisogna attendere i vari giudizi della magistratura. Ma è lo stesso inquietante questo intreccio dei soliti noti e dei soliti partiti, questi disastri societari e ambientali e questi coinvolgimenti preoccupanti e trasversali. Silenzio sulle vicende Gesenu e sull’imbarazzante socio Cerroni quando c’era Boccali; silenzio con Romizi, silenzio degli Ecodem umbri. Ma le infezioni del Paese non riguardano solo rifiuti, rom, disabili, migranti: tante metastasi sono causate dalle grandi opere come dimostra il caso del Mose di Venezia e dell’Expo di Milano. In Umbria qualche esempio viene dall’Anas. Nel dicembre 2013 il presidente Pietro Ciucci inaugura la Terni-Rieti. Dopo due anni nella galleria piove acqua inquinata dalla sovrastante discarica delle acciaierie. Nel marzo 2009 durante gli scavi il tecnico Alessandro Ridolfi viene colpito da acqua inquinata da cromo esavalente che gli provoca una polisensibilizzazione ad allergeni molteplici da cui deriva una dermatite eczematosa incurabile. All’inizio 2015 crolla il ponte di Scorciavacche in Sicilia. Ciucci si delibera una liquidazione milionaria e il 19 maggio lascia la presidenza a Gianni Armani.

A marzo due operai di Foligno raccontano che la galleria La Franca nei pressi di Colfiorito presenta uno spessore di cemento armato pericolosamente inferiore al dovuto. Per Armani “non è possibile che degli operai possano mettere in discussione quanto attestato da valenti progettisti e ingegneri”. Invece hanno ragione i due operai, il cemento è poco e la Quadrilatero Marche-Umbria spa corre ai ripari. Quadrilatero è un consorzio temporaneo di imprese che raggruppa Strabag Italia, la Ccm storica cooperativa di Ravenna, la Grandi Lavori Fincosit già implicata pesantemente nello scandalo Mose di Venezia e il Consorzio Centro Italia una società del gruppo di Diego Anemone, uno dei protagonisti in negativo dell’inchiesta Grandi eventi. Dal 1° gennaio 2014 il ternano Carlo Ranucci è il nuovo Direttore centrale delle risorse umane dell’Anas. Nel febbraio 2015 trasforma molti contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. Molti gli umbri premiati, tra questi anche il fratello Antonio soggetto a continue gratificazioni contrattuali. La Cisl, sindacato di maggioranza in Anas, non dice niente quindi va tutto bene o quasi. Poi gli italiani si lamentano dello stato di salute delle strade. Per dimostrare l’affermazione Capitale corrotta, Nazione infetta non ci vuole tanta fatica, la realtà fornisce prove sovrabbondanti.

micropolis, giugno 2015

Grotte 2001. Pietro Ingrao e la Sicilia. Un'intervista di Agostino Spataro

Il mio caro amico e compagno Agostino Spataro, ha pubblicato sul sito che cura - “Montefamoso” - un articolo che ricorda alcune presenze di Pietro Ingrao in Sicilia. Si conclude con un rammarico e un appunto franco : “Infine, una riflessione da compagno a compagno, e con tutto il rispetto dovuto alla sua esemplare figura, per dire che, probabilmente, con qualche suo dubbio in meno e qualche scelta decisa in più, si sarebbe potuto evitare al Pci e alla sinistra un epilogo così amaro. Ma non tutto è perduto. La sinistra, quella autentica, risorgerà, anche nel nome del compagno Pietro Ingrao”. Condivido la riflessione e la “profezia”.
Nell'articolo Spataro fa riferimento a una sua intervista (per l'edizione siciliana di “Repubblica”), realizzata quando all'inizio degli anni duemila il Consiglio Comunale di Grotte (Ag) volle tributare a Ingrao la cittadinanza onoraria. L'articolo aveva come titolo I cocci della sinistra siciliana. Ne ho recuperato e ne “posto” qui la prima parte. (S.L.L.)
Andrea Camilleri e Pietro Ingrao
GROTTE, 28 settembre 2001
Oggi alle 18 una seduta solenne del Consiglio comunale conferisce la cittadinanza onoraria a Pietro Ingrao, già presidente della Camera dei deputati. Lo abbiamo intervistato. Che cosa prova ritornando in Sicilia, a Grotte il paese dei suoi antenati, per parlare della Bandiera degli elettori italiani, il libro di suo nonno Francesco Ingrao, ristampato da Sellerio, a 125 anni dalla prima edizione? «Provo gioia e timidezza. È gioia grande ragionare su questo nonno, per me favoloso, nella sua città natale. Da fanciullo per me Grotte era il luogo amico da cui giungevano a Natale i dolci rituali e la famosa cassata. Più tardi scoprii le carte, i libri, le note a margine, in cui erano consegnate le passioni ardenti di questo nonno garibaldino e cospiratore, e le traversie che avevano mosso la sua vita. E Grotte si presentò a me come il luogo in cui erano maturate quelle convinzioni generose, quel vincolo con i grandi ideali e rivolte che scuotevano il secolo e l' Europa. Mi sembra un caso di fantasia politica straordinaria quella decisione del Consiglio comunale di Grotte nel 1863 di cambiare nome alla città, per chiamarla "Garibaldi". Che forza di immaginazione c'era in quella proposta, che poi un codino prefetto sabaudo si precipitò a cassare. Perché però provo anche un senso di timidezza? Beh, la Sicilia è terra di leggenda, crocevia delle civiltà mediterranee, straordinario luogo di incontri e scontri fra popoli, culture, religioni. Fa sempre soggezione. Sono venuto in Sicilia molte volte: a parlare in piazza, anche a Grotte, a incontrare dirigenti e popolo, a partecipare a battaglie elettorali, o a convegni di ricerca. Ma sempre con il dubbio di saperne ancora poco, pochissimo dell' urto di classi e di idee che si è sviluppato a livelli così ardenti sotto questi splendidi cieli siciliani. Adesso sono vecchio. E perciò la timidezza, il timore di non sapere è più grande».
Il libro rievoca un periodo di grandi rivolgimenti sociali, di travolgenti ideali, di tentativi insurrezionali, che caratterizzano la prima fase postunitaria in Sicilia. Non trova quantomeno originale questa saldatura realizzatasi fra l'agitazione dei mazziniani in gran parte intellettuali borghesi e massoni, e i primi movimenti anarcosocialisti nati dalla miniera e dal feudo? «Scorrendo le pagine del pamphlet di mio nonno si incontra subito l'Europa, con le sue rivoluzioni, le sue speranze e le sue profezie. Prendiamo un amico stretto di mio nonno, Saverio Friscia: c'è in lui l'ascendenza mazziniana, il seme massonico e poi l'incontro in qualche modo sorprendente con l'anarchismo di Bakunin. La Sicilia di fine Ottocento è terra dove agisce la straordinaria avventura dei Fasci, segnati contemporaneamente (e tumultuosamente) dalla sete di emancipazione di operai delle città, dalle speranze di masse contadine bisognose di terra, dalle lotte disperate dei reietti delle zolfare. Molte di queste vicende la mia generazione le ritrovò nelle pagine di grandissimi scrittori siciliani: da Verga a Pirandello, a De Roberto - testi su cui la mia generazione, nei fatali anni Trenta, alle soglie della seconda guerra mondiale, cominciò a indagare fonti o ragioni della terribile crisi italiana. Per molti di noi, quei testi siciliani furono libri di formazione».
Il sud resta segnato da pesanti divari. A suo giudizio, si può ancora parlare di una «questione meridionale»? «In un certo senso sì. Ma la parola "questione meridionale" è un nome e un simbolo di una precisa lettura della storia d'Italia e della specificità meridionale. E gli autori di quella grande e drammatica riflessione e indagine sul Mezzogiorno stanno ben fissi nella nostra mente: da Franchetti e Sonnino, a Giustino Fortunato, a Dorso, sino a Gramsci. Da allora è trascorso un secolo, in cui la rivoluzione industriale ha compiuto invenzioni e svolte incredibili: anche in Sicilia. Usare quelle parole antiche (dobbiamo chiamarle così) può dare l' impressione di un Sud fermo al passato. E non è vero. Sicuramente però c'è da riaprire tutta l'indagine sul Mezzogiorno: e discutere su cosa sono oggi in Sicilia e nel Sud d'Italia il capitalismo globale o la nuovissima era dei computer. E non si tratta solo della mutazione economica in senso stretto. Ognuno di noi ricorda che cosa è stato il rapporto - e l' incontro - con l'Islam per il Mezzogiorno d'Italia, e per la Sicilia in particolare. Perciò si parla oggi dell'Afghanistan, ma anche molto di noi: della civiltà e dell'avvenire del Mediterraneo. In questo contesto tragico sarebbe sciocco non vedere i problemi nuovi (e quelli di prima erano già grandi) che si presenteranno per la Sicilia e per il Mezzogiorno».
A seguito della creazione dell'Unione europea, la questione meridionale si è allargata a quasi l' intera fascia del sud europeo. Che cosa può sperare la Sicilia, soprattutto in vista della creazione, nel 2010, della zona di libero scambio euromediterranea ? «Credo che le nuove istituzioni europee siano essenziali: non solo per quanto concerne l'euro, ma a riguardo delle nuove strutture politiche e sociali che dovranno dare volto alla confederazione europea. Questo è ormai l'ineludibile orizzonte. E invece non già in un angolino, ma nel gruppo dirigente di questo governo c'è una persona come Bossi, che prima ancora di essere un esempio di razzismo è una figura patetica di "localismo". Questa Confederazione europea, che sta faticosamente nascendo, ha, deve avere un interesse enorme a ciò che avviene nel Mediterraneo, nella vicinissima Africa, e nel cruciale Medio Oriente. Torna dunque il ruolo della Sicilia, questa terra centrale rispetto ai mondi, alle civiltà alle lingue diverse che s' incontrano nel Mediterraneo. Al di là delle mie convinzioni pacifiste, è sciocco non capire che insieme con la vicenda dell'Islam, sta già bruciando l'Africa, questo continente lacerato e in grave sofferenza che è dirimpettaio della Sicilia, a un passo dall'Isola. E l'Africa è solo un esempio delle questioni scottanti aperte in ciò che un tempo chiamavamo Terzo mondo. Non credo che tali questioni possano essere risolte con le armi, e con una supremazia arrogante dell' Occidente. La Sicilia non ha avvenire se non si dispone all'altezza di questi nuovi temi globali e di dimensioni ultracontinentali. La "questione meridionale" oggi si pone a questi livelli».
Dopo un decennio di azioni incisive per fronteggiare la grave emergenza della mafia e il clientelismo esasperato, l'Isola sembra volere uscire da questa emergenza con una sorta di cammino a ritroso, votando in massa per il centrodestra. I siciliani sono tendenzialmente conservatori? «No, non esiste una "natura" o vocazione conservatrice dell' Isola. È vero invece che la destra in Sicilia è stata sempre, e gravemente, in campo: nelle istituzioni pubbliche e legittime e nel terribile mondo occulto delle "mafie". Ma non credo per nulla che ciò dipenda da una specie di genoma politico dei siciliani. È che la Sicilia è un punto chiave anche e proprio per la sua collocazione cruciale fra civiltà. E, diciamolo con la necessaria crudezza, spesso, dolorosamente, la lotta sociale in Sicilia si è incrociata con la lotta armata. Per tutti questi motivi la vittoria piena della destra nelle elezioni regionali brucia. E fa tema urgente: nel senso di questione ineludibile. Ho l' impressione che le forze di sinistra italiane non abbiano ancora misurato bene la gravità allarmante della sconfitta subita in Sicilia. Non voglio fare come un vecchio fastidioso che biascica: "ai tempi miei", ma, in altri anni, quando ci furono vittorie pesanti della destra in Sicilia, la sinistra si mobilitò, e prima di tutto cercò ostinatamente di capire le cause della sconfitta per porvi rimedio. Forse mi sbaglio. Ma questa riflessione spietata sui difetti e sugli errori della sinistra siciliana sinora non c' è stata, o in ogni caso non ha avuto la risonanza necessaria nella nazione. Forse è mancato persino l'allarme».


“la Repubblica” 29 settembre 2001  

Pietro Pinna e Perugia. Il pacifista disconosciuto (Jacopo Manna)

Pietro Pinna, classe 1927, è una personalità fondamentale nella storia del pacifismo italiano ma è anche un temperamento schivo: chi voglia sapere qualcosa su di lui deve andare a cercare volumi da tempo fuori catalogo o passare in rassegna le annate della rivista “Azione Nonviolenta”; il quadro che ne emerge però vale la pazienza richiesta dall’indagine.
Nato in Liguria da gente modesta, dopo la poca scuola che l’Italia di allora metteva a disposizione della sua classe sociale, riuscì a conquistare il diploma da ragioniere e un posto in banca (ossia realizzare quella che per tanti nostri connazionali era la massima aspirazione possibile). Avrebbe potuto trascorrere una tranquilla esistenza da travet, e invece già nel 1948 trovò il modo di mettersi nei guai: renitente alla leva, per ragioni di coscienza. Nel nostro paese (e non solo) l’obiettore di coscienza era un soggetto completamente sconosciuto, non previsto da norme e leggi: per le forze armate Pinna diventa un caso imbarazzante di cui si libereranno due anni dopo dichiarandolo inabile alla leva per “nevrosi cardiaca”, una delle diagnosi più bislacche mai stilate da un ufficiale medico. È da questo momento che Perugia entra a far parte della sua esistenza: il giovane anticonformista entra in contatto con Aldo Capitini, isolato teorico del pacifismo e profeta della nonviolenza, il quale lo chiama a collaborare con lui.
Operoso e defilato, Pinna è stato determinante per realizzare vari progetti di Capitini fra cui la prima Marcia per la Pace, ha diretto insieme a lui “Azione Nonviolenta” e, alla morte del filosofo, ha guidato per ben trent’anni il Movimento Nonviolento; come se non bastasse, nel 1973 si è fatto pure vari mesi di prigione per avere diffuso, il giorno della Festa delle Forze Armate, un manifesto antimilitarista. Dopo aver trascorso a Perugia la parte più operosa della sua esistenza, da alcuni anni a questa parte vive a Firenze in condizioni precarie.
Una personalità così di spicco non ha mai chiesto onori, ma i rappresentanti perugini del Partito radicale hanno giustamente ritenuto che il suo nome andasse almeno iscritto nell’Albo d’Oro dei benemeriti della nostra città e, dopo un primo positivo sondaggio fra le istituzioni comunali, hanno affidato l’incarico di presentarne la candidatura al consigliere di maggioranza Franco Ivan Nucciarelli che si è gentilmente offerto di fare da tramite.
E qui accade l’imprevisto: la richiesta viene respinta, nonostante all’inizio nessuno avesse fatto difficoltà, con la motivazione che Pinna non è nato né attualmente residente a Perugia.
C’è di che farsi cadere le braccia: la questione della residenza o nascita non è affatto determinante (su questo requisito il regolamento comunale è molto ambiguo), tanto è vero che la benemerenza in passato è stata concessa ad altre personalità non nate o non residenti nel capoluogo: e allora perché fare difficoltà? Viene la tentazione di sfoderare una certa e ben nota retorica, sostenendo che Capitini ed il suo insegnamento fanno ancora paura ai poteri costituiti e che si vuole condannare la dottrina nonviolenta ed il pacifismo alla damnatio memoriae, ma sarebbe un discorso poco convincente; da tempo sappiamo che i poteri, ufficiali e non, possono impunemente ignorare qualunque forma di protesta faccia appello esclusivamente ad istanze morali e non è certo delle idee sovversive, finché restano idee, che hanno paura. Nel 2003 la più grande ondata di sdegno antimilitarista mai apparsa al mondo non riuscì ad impedire la guerra contro l’Iraq; oggi neppure il ricordo dell’esito sciagurato di quell’impresa può far demordere le maggiori potenze dal ricorso alle armi; e non c’è un solo politico, per quanto guerrafondaio negli atti, che non dichiari di stare lavorando per la pace. Che fastidio può mai dare l’iscrizione di un pacifista autentico, coerente e schivo in una rassegna di cittadini meritevoli?
Se tutto ciò è vero, allora forse la spiegazione di questo inaccettabile rifiuto è più modesta e, verrebbe da dire, anche più triste. I nostri amministratori sono in crisi di motivazione: sanno di essere stati nominati da una minoranza di cittadini e, se sono intelligenti, si rendono conto di contare poco o niente perché le decisioni davvero importanti ormai si prendono altrove. In una simile fase storica le energie languono e anche il minimo inciampo diventa un invito a chiudere la questione e passare ad altro. In effetti, perché stare a complicarsi la vita? E poi, chi era ‘sto Pinna?


“micropolis”, giugno 2015

Rossana Rossanda su Pietro Ingrao. Intervista di Giovanna Casadio

Seduti da sinistra: Pietro Ingrao, Fausto Bertinotti, Rossana Rossanda.
In piedi da sinistra: Lucio Magri, Valentino Parlato, Aldo Tortorella 
"Quando ha compiuto i cento anni la scorsa primavera, Pietro Ingrao è stato celebrato come un grande italiano punto e basta. Ma Pietro ci teneva a essere definito un comunista, e io è così che lo voglio ricordare..."
Rossana Rossanda, raggiunta nella sua casa di Parigi dalla notizia della morte di Ingrao, ripensa alla sinistra alle sue spalle, a quel lungo tratto di storia fatto di conflitti e condivisioni. La cofondatrice del manifesto fa di Ingrao un ritratto commosso e inedito.

Rossanda, quale sentimento prova? E un'epoca che si chiude...
"Assolutamente sì, è un'epoca che con lui finisce ".

Cosa di Ingrao in questo momento vuole ricordare?
"Il suo modo di porsi delle domande, gli interrogativi. Talvolta anche esagerati. Talvolta lo hanno bloccato nelle scelte".

Ingrao disse poi di essersi pentito di avere votato per l'espulsione dal Pci di voi del gruppo del "manifesto". Ammise che gli era mancata "l'immaginazione e il coraggio" per seguirvi?
"Affermò che si trovò solo nelle battaglia e che noi l'avevamo abbandonato. Non andò così".

Lei gli rimproverò di non essere stato abbastanza determinato?
"Si. Penso che sarebbe stata un'altra strada per il movimento comunista italiano se lui avesse attaccato il partito di Occhetto di cui non condivise la svolta. Non che il coraggio gli mancasse ma a prevalere fu la volontà di proteggere il partito, che per lui non era solo il gruppo dirigente ma qualche milione di persone che si sentivano rappresentate. Davvero tutta la storia di Rifondazione comunista sarebbe stata diversa e forse a sinistra dell'allora Pci ci sarebbe stata un voce più forte di quella di Garavini e di Bertinotti. Ma Pietro non lo volle fare".

Cosa era il comunismo per Ingrao?
"Cosa fosse nei suoi pensieri non lo so. Dello sviluppo dell'Urss, della Cina e di Cuba non abbiamo mai parlato, né lui ha scritto nulla. Però va fatta un'osservazione: la storia del comunismo reale di questi paesi non l'ha fatta lui come non l'ha fatta nessuno di noi. Se la storia è andata come è andata, chiunque di noi oggi può dire "forse ho sbagliato anche a tentare". A Pietro non è venuto mai questo dubbio, di avere cioè sbagliato anche a tentare".

Della parola comunismo voleva preservare il valore evocativo?
"Non credo, piuttosto ritengo che lui pensasse che fosse il solo modo di uscire da una crisi molto grave della società contemporanea".

Una cosa che vale anche per lei?
"Per me sì. Ciascuno alla domanda risponde diversamente. Oggi la gran parte dei movimenti di base vengono da tradizioni diverse".

Quale episodio le piace ricordare di Ingrao?
"Ingrao era il punto di riferimento di una grossa sinistra interna nel Pci negli anni Sessanta. Era un fronte molto più vasto di quanto non fossimo noi "eretici" del manifesto, ogni volta che prendeva la parola era sommerso dagli applausi. Fu così anche nel congresso in cui tutta la direzione del Pci lo isolò. Fu messo rispettosamente ma completamente da parte. Mi piacerebbe sapere se Berlinguer, quando capitò a lui in seguito di trovarsi solo, non si sia chiesto se aveva fatto un errore grave ad allontanare Ingrao. Perché Ingrao non era un estremista, ma un uomo politico molto moderno, un riformista determinato, uno che avrebbe fatto ordine nel partito non camminando sui cadaveri".

Ma di Ingrao a lei cosa piaceva?
"Il bisogno di capire al di là delle formule".

Cosa vuol dire oggi essere di sinistra?
"Ma cos'è la sinistra? La bussola dell'uguaglianza non c'è quasi nessuno che ce l'abbia. Non c'è più una differenza tra una posizione di centrodestra e una di centrosinistra, Renzi ne è un esempio folgorante ".


“la Repubblica” 28 settembre 2015

L'altra faccia di Philip Marlowe. I taccuini di Chandler (Romano Giachetti)

"Per me, Marlowe è la mente americana: una dose abbondante di grezzo realismo, un tocco di buona volgarità, un amore sviscerato per la battuta, la presenza altrettanto forte di puro sentimentalismo, un oceano di slang, e una sensibilità tanto vasta quanto inattesa".
E' così che Raymond Chandler vedeva il suo eroe, e l'annotazione si ritrova in un piccolo volume appena uscito in America, The Notebooks of Raymond Chandler (Ecco Pres, pagg. 113, dollari 9,95). Per i suoi "fans" è una scoperta. Per il suo biografo maggiore, Frank MacShane, "il vivace disordine di questi inediti" crea un singolare equilibrio tra la "sentimentalità" dello scrittore e gli atteggiamenti duri di Philip Marlowe.
Chandler tenne questi "taccuini" come pro-memoria per il proprio lavoro: affidava loro idee, frasi, annotazioni autobiografiche, aneddoti, osservazioni particolari, abbozzi di articoli, titoli possibili. Ne riempì un numero imprecisato ma notevole, e la selezione che MacShane pubblica qui è tratta dai due soli che si sono salvati dopo che, alla morte della moglie, Cissy, Chandler fece distruggere tutti gli altri. È un peccato, perché queste note personali coprivano l' arco di tempo che va dai sui inizi come collaboratore della rivista “Black Mask” alla stesura di The Long Goodbye. Erano l'altra faccia di Marlowe.
L'"uomo senza nazionalità", come Chandler - nato a Chicago, educato in Inghilterra, affermatosi in America e rifugiatosi di nuovo a Londra - amava definirsi, scrive a se stesso (con l' intenzione di scrivere un saggio mai scritto): "La chiave della civiltà americana è una specie di volgarità dal cuore d' oro. Gli americani non hanno l' ironia degli inglesi, né la loro elegante freddezza, né i loro modi. Ma ti sono amici. Mentre un inglese ti dà il suo biglietto da visita, un americano ti dà la camicia". Lo stesso anno (1938), conserva un brano apparso sul primo numero di “Time”, in cui si legge: "... il pensiero greco e romano è l' essenza della nostra cultura... Se le grandi università non offrono corsi sulla storia della nostra razza, laureeranno uomini e donne che in comune avranno solo i loro abiti". La difesa dei classici lo impegnava quasi quanto la detective story, ma era tutt'altro che dotta speculazione: se ne armava per poi esplorare uno dei due capisaldi della sua narrativa, il linguaggio (l' altro era il personaggio).
In alcune Note (molto brevi, per favore) sullo stile inglese e americano si rilevano queste osservazioni: "I meriti dello stile americano sono meno numerosi dei suoi difetti, ma sono più potenti... Il suo impatto è sensazionale più che intellettuale... E' un linguaggio di massa che viene impiegato da certi scrittori per esprimere cose delicate ma alla portata di gente istruita superficialmente". D' altra parte, annota, "il suo slang, inventato da scrittori ma affidato a piccoli criminali e giocatori di baseball, suona spesso falso... In mano a un genio come Hemingway funziona, ma solo perché rileva particolari che parlando nessuno noterebbe". E finalmente: "E' ovvio che la scuola americana è un disastro... Gli americani, che posseggono la civiltà più complessa che il mondo abbia mai visto, continuano a considerarsi un popolo semplice... Dato che il potere politico domina ancora la cultura, gli americani domineranno gli inglesi ancora per un bel pezzo".
La sua ammirazione per Hemingway, tuttavia, non gli impedisce di esibirsi (come tanti altri) in una gustosa parodia dello stile dell'autore de Il sole sorge ancora. La intitola Birra nel cappello del sergente maggiore (o Il sole starnutisce ancora), e la dedica "senza nessuna ragione al più grande narratore americano vivente, Ernest Hemingway". Il raccontino contiene tra l' altro una dozzina di volte la stessa battuta di dialogo: "Al diavolo. Non avrebbe dovuto farlo".
Nei taccuini finirono anche due raccontini scritti "per scioccare i vicini di casa". Uno, intitolato Più veloce, più lento, né l' uno né l' altro, è una perla anglofoba di deliziosa fattura, un dialogo serrato tra un uomo e una donna, in cui il soggetto - giudicato dalla terminologia - è l'esecuzione di un brano musicale (la donna chiede con estrema cortesia che il ritmo sia ora più veloce, ora più lento, fino al perfetto "presto ma non agitato", mentre l'uomo vorrebbe "impiegare l' intero pomeriggio piovoso"; e la donna replica: "Sì, ma ci sono anche le repliche"); ma, naturalmente, i due stanno facendo l' amore. Alla fine Chandler scrive: "Nota dell'autore: che Dio aiuti gli uomini nei pomeriggi piovosi".
Tra i "chandlerismi" si notano: "La lasciai con la virtù intatta, ma dopo una gran lotta. Aveva quasi vinto lei", "La sola differenza tra te e una scimmia è che tu porti un cappello più largo", "Tutto il vecchio fascino di un poliziotto che bastona un ubriaco", "Se non te ne vai, un altro che si levi dai piedi lo trovo", "Nulla mi rispose, nemmeno controfigura di un'eco", "I ragazzi che parlano e sputano senza disturbare le sigarette che vivono sulla loro faccia", "Buona notte, addio, e non vorrei essere te". Mentre poi, sul versante più serio, si trovano "grandi pensieri" ("La verità dell'arte impedisce alla scienza di diventare inumana, e la verità della scienza aiuta l' arte a non essere ridicola"), una trama mai elaborata (un uomo che vorrebbe essere invisibile per non essere costretto a imbarazzare e umiliare se stesso, la propria moglie e l' amante di lei quando li sorprende a letto insieme), e alcune parole di Somerset Maugham di cui Chandler faceva tesoro ("I critici mi accusano di scrivere scendendo al livello del pubblico; non è questo che ho fatto; avevo solo euforia, un dialogo divertente e un occhio per la situazione comica e gaia; c'era ben altro in me, ma per il momento lo tenevo da parte e scrivevo... per piacere"), di maggior spicco sono le Note sulla mystery story, un vero "vademecum" dello scrittore di "gialli". Si tratta di dodici regole: "Il racconto deve avere una motivazione credibile. Assassinio e scoperta dell'assassino devono essere tecnicamente plausibili. Deve essere onesto verso il lettore. Personaggi, ambienti e atmosfera devono essere realistici, parlare di gente vera in un mondo reale. La trama, a parte il mystery, deve essere buona. Deve esserci una qualche suspense, anche se di tipo soltanto intellettuale. Deve avere colore, mordente, e una dose ragionevole di audacia. Deve essere abbastanza semplice da poter essere spiegato facilmente se se ne presenta la necessità. Deve dar da pensare a un lettore abbastanza intelligente. La soluzione deve sembrare inevitabile. Non deve fare tutto allo stesso tempo. In un modo o nell' altro, il criminale deve andare punito". Più incisive ancora sono le regole supplementari: "La perfetta detective story non si può scrivere. Un mystery va nascosto dietro un altro mystery. Non è vero che 'il cadavere non interessa a nessuno'. L'amore indebolisce sempre una mystery story. L' eroe è il detective, che non può essere il colpevole. Lo stesso vale se il criminale narra in prima persona. L'assassino non può essere un pazzo".
Di squisita fattura è poi English Summer, un "romanzo gotico" inedito (splendidamente illustrato da Edward Gorey), circa 25 pagine di un delitto che resta impunito (un uomo, innamorato della moglie dell'amico che lo ospita, l'aiuta a occultare l'omicidio del marito, che le attribuisce, e che invece è stato commesso da un'altra donna, con cui il protagonista e marito, per motivi diversi, sono andati a letto lo stesso giorno; gabbata resta Scotland Yard). Chandler intendeva ampliarlo, farne un romanzo tout court; ma non ce la fece mai a "passare il Rubicone della letteratura". In questa direzione si riversò tutto sui saggi, di cui questo volume ne contiene uno su Hollywood che sembra scritto oggi. Per l' uomo secondo il quale "nessuno scrittore che non può imparare da solo è inutile che vada a scuola", i taccuini furono la sua lavagna e il suo abbecedario.


“la Repubblica”, 31 luglio 1991

Quella battaglia del 53. I comunisti e la "legge truffa" (Pietro Ingrao)

Credo che fu Giancarlo Pajetta ad affibbiarle quel nome: "legge truffa". Altri sostiene che fu Piero Calamandrei. Parlo della proposta di legge elettorale maggioritaria, che Mario Scelba, ministro degli Interni del terzo gabinetto De Gasperi, presentò alla Camera dei deputati a fine ottobre del 1952.
In ogni modo noi dell'Unità ci impadronimmo di quel nome, e lo agitammo testardamente nella lunga e durissima campagna elettorale, che si sviluppò - come si diceva allora - "nel Parlamento e nel Paese", sino al 7 giugno del 1953, giorno del voto. E quel nome le rimase appiccicato. Finì per diventare di uso corrente anche su giornali dello schieramento governativo.
Era una legge che anticipava tante cose delle omelie attuali a favore del premio di maggioranza e contro il criterio proporzionale, a parte il fatto che nel ricorso al criterio maggioritario essa era particolarmente indecente: alla coalizione vincitrice (allora si usava in proposito un termine curiosamente familistico: agli "apparentati"...) regalava un premio di maggioranza esorbitante: se essa coalizione raggiungeva il 50,01% dei voti si vedeva assegnati il 65% dei seggi.
Ed era un premio al tempo stesso generoso e torbido: perché poteva portare la D.C. a superare da sola la maggioranza assoluta dei seggi, e perché poneva una mina sotto uno dei paletti posti a garanzia della Costituzione: la possibilità del ricorso al referendum popolare, in caso di un processo di revisione. E la rigidezza del sistema costituzionale era stata una delle garanzie che consapevolmente i cattolici e la sinistra si erano date reciprocamente in quella fine del '47, quando già la spaccatura del mondo uscito dalla vittoria sul nazismo era in atto.
La cosa curiosa è che quel modulo maggioritario - esaltato e giustificato fra l'altro come strumento per semplificare e accelerare il lavoro legislativo e di governo - lasciava in piedi un edificio parlamentare assurdamente barocco: due Camere con poteri assolutamente uguali e un numero di parlamentari che ascendeva al migliaio: una selva, che portava a un lungo, estenuante vai e vieni delle proposte di legge dall'uno all'altro ramo del Parlamento, e quindi a tempi assurdi per l'approvazione di una legge, oltre che a procedure e a patteggiamenti sfibranti. Dunque, e senza dubbio, un sistema di regole pletorico, il quale sgorgava per un lato dall'umiliazione che il Parlamento aveva subito sotto la dittatura fascista, e per un altro verso dal desiderio dei due schieramenti parlamentari protagonisti - il blocco democristiano e lo schieramento socialcomunista - di assicurarsi posizioni possibili di resistenza in caso di sconfitta.
Non basta: dalla Democrazia cristiana si metteva mano a una modifica così pesante del sistema istituzionale, prima ancora che esso venisse completato in punti fondamentali. Le Regioni - così osannate oggi - dovettero addirittura attendere gli anni Settanta per nascere, perché democristiani e liberali per vent'anni si rifiutarono di dare altre sedi di rappresentanza all'opposizione di sinistra, e non si presero briga nemmeno di inventarsi un alibi.


Perchè un maggioritario così sfacciato
Ci si è chiesti: perché la D.C., trionfatrice assoluta nel Quarantotto, approdava a una proposta di un maggioritario così gonfio e sfacciato, quando l'opposizione di sinistra era ancora sotto il vulnus della sconfitta del 18 di aprile?
A questa domanda ancora oggi non sono state date risposte valide. Una di esse, messa in campo dalla pubblicistica cattolica, ha un sottile tanfo di ipocrisia: la D.C. avrebbe voluto garantire margini di sicurezza ai suoi possibili alleati (liberali e socialdemocratici essenzialmente), palesemente in sofferenza e divisi fra di loro.
È una spiegazione troppo gentile e generosa. E soprattutto essa non coglie la situazione nuova ed ardente che si era determinata nel Paese dopo i grandi eventi del '48.
Nello scontro di quell'anno cruciale la D.C. aveva condotto una asciutta ed aspra battaglia di chiaro segno fondamentalista, di collocazione - per così dire - vitale: Dio e il pane, la croce e lo sfilatino americano, da difendere contro la minaccia che premeva da Mosca, da un altro "universo". Ed essa si era presentata in quello scontro come lido estremo d'Occidente e punto cruciale di frontiera con il mondo dei "senza Dio".
Certo: dentro questo paragone tra mondi c'erano poi manipolazioni grottesche, anche bugie elementari. E tuttavia quella assolutizzazione del confronto su beni primordiali, guidata da De Gasperi e da un papa, aveva alla sua base attualizzazioni stringenti e concrete come il piano Marshall e un primo abbozzo d'Europa, avviato arditamente con il fratello tedesco Adenauer e con il francese Schumann.
Erano una scelta di campo e un inizio, che si lasciava alle spalle ormai il tempo "resistenziale" e scavalcava, prima ancora che le forme istituzionali, il progetto sociale avanzato in Costituzione.
Questa fu la grande opzione di De Gasperi, quel leader quasi "austriaco" che noi mettevamo in burla per il suo italiano sgrammaticato. Ed egli vinse anche e molto per queste essenziali scelte di campo in un mondo che si spaccava a metà (solo dopo, parecchio dopo emerse l'area che si definiva dei "non allineati").
E tuttavia in questa netta e si può dire "blindata" delineazione di orizzonti politico-militari era tutta aperta e bruciante la questione del volto sociale dell'Italia, rispetto a cui il rigore di Luigi Einaudi si era solo limitato a rimettere in ordine i conti, mentre erano tutte aperte, o già terreno di lotta scottanti questioni sociali.
Paradossalmente le prime ad entrare in movimento furono le regioni del Mezzogiorno, dove la destra aveva la sua roccaforte, ma la domanda di terra dei contadini era antica e furente. E anche nella fascia centrale e ai bordi della Padania dilagò la lotta, con scontri ed eccidi. A Modena furono sei i dimostranti uccisi in piazza dalla polizia. Per capire bene quella congiuntura, bisogna ricordare che in quell'Italia ancora stordita dalla terribile guerra c'era un accumulo di pesanti vertenze di classe che s'intrecciavano con le innovazioni febbrili e accelerate che approdavano da una arena già mondiale. E insieme pesava straordinariamente l'essere l'Italia fascia di frontiera fra i due mondi e sede della cattolicità.
Dunque la fonte di quello scontro non era solo la maggioranza parlamentare quadripartita che non reggeva nei suoi bordi irrequieti (liberali e socialdemocratici). Di sicuro in quella stretta (ma anche prima e dopo) pesò molto il "partito romano" (per usare un termine efficace e una linea di analisi messi in campo da Andrea Riccardi), una sorta di lobby interna al mondo ecclesiastico, assai influente, d'orientamento politico clerico-moderato che premeva ai fianchi De Gasperi, anche dalle pagine autorevoli della “Civiltà cattolica” e con i messaggi calcolati e stringenti che venivano da monsignor Tardini. Il Vaticano era in campo, e domandava il dovuto: non solo in nome e a tutela del principio religioso, ma per i sostegni e le forze reali variamente collocate, in quell'Italia così ferita e oscillante del secondo dopoguerra.
E del resto solo adesso, al termine del secolo, cominciamo a conoscere qualcuna delle strutture anche armate, con cui la superpotenza americana - proprio in quei primi anni Cinquanta - definiva i suoi organismi di controllo sull'Italia.
Questi elementi del quadro vanno ricordati per due ragioni: 1°) perché essi - davvero stranamente - da alcuni autori vengono addotti per giustificare (o addirittura legittimare) l'azione di De Gasperi, stretto ai fianchi da queste forze; 2°) per misurare la portata che aveva quella vicenda della legge maggioritaria, e tutto l'aspro spessore politico che assunse lo scontro di classe in Italia appena conclusa la guerra.
Furono in discussione i modi con cui si definivano e ordinavano le soggettività sociali in campo, il loro grado di autonomia e di relazione con il Paese e con il potere pubblico.


La posta in gioco
Non si trattava di decidere se e come avere un po' più o un po' meno di parlamentari, né solo la funzionalità o meno di alcune tecniche di selezione politica. Fu in dubbio la forma della politica. E noi avvertimmo pesantemente che combattevamo non per qualche deputato in più o in meno, ma sul volto e i poteri dei partiti e del Parlamento, questi modi dell'agire politico che il movimento operaio aveva in parte ereditato, ma anche reinventato e trasformato nel corso di un secolo.
Lo facemmo trascinati da due impulsi: la memoria tragica di ciò che aveva significato per l'Italia e per l'Europa prima la crisi, e poi il soffocamento di quelle forme politiche, e la coscienza sofferta, dolorosamente maturata del valore che la democrazia politica aveva nel processo di emancipazione. Che poi questo facesse a pugni con lo stalinismo è vero. Eppure qui emergeva ormai una differenza con l'U.R.S.S., cresciuta e depositata nei gravi anni della lotta clandestina. E fu frettoloso e sommario pensare che noi sinistra italiana, avendo riconquistato da pochissimo - dopo una dittatura ventennale e un conflitto catastrofico - la forma parlamentare, la lasciassimo franare senza una dura lotta. Ed era stupido pensare che noi ragionassimo in modo fanciullesco sull'insurrezione (neppure Secchia lo faceva).
Se vale una testimonianza, e se vado ai miei pensieri di quegli anni, direi che nella mia limitata esperienza io se mai pensavo a una possibile insorgenza come risposta a un "progrom", all'attacco armato che veniva dall'avversario.
E - certo - quando ci furono De Lorenzo e il tintinnar di sciabole di cui parlò Pietro Nenni, quell'assillo ritornava nella nostra mente. Non so dire quante volte, in quegli anni, fui avvertito da Botteghe Oscure che per prudenza era meglio dormire fuori casa.
In ogni modo già nell'estate del 1952 s'incominciò a fiutare la bufera che s'annunciava: l'8 luglio De Gasperi in una intervista al Messaggero invocava uno "Stato forte", con un linguaggio persino inusuale sulla sua bocca. Ho il ricordo preciso di un dialogo con Togliatti, in cui gli chiedevo consiglio circa il modo di commentare quell'intervista così pesante sull'Unità. Come spesso accadeva, disse: "fate voi" (poi all'indomani mattina, se mai, venivano i bigliettini di critica). Ma storse la bocca, non nascose il suo pessimismo. Poche settimane dopo Scelba presentava al Senato il disegno di legge. Cominciava lo scontro.
La mossa degasperiana in qualche modo ci metteva con le spalle al muro. Ci costringeva ad una lotta disperata.
Dispiace vedere uno storico acuto come Pietro Scoppola rilanciare la lettura di un Partito comunista italiano che ha nel suo programma - come dire? - sostanziale, l'insurrezione e la lotta armata, e assumere a convalida di questa lettura le amare rivolte del luglio '48, sgorgate dall'attentato a Togliatti. Di sicuro non fu così.
In quei giorni, in quelle ore - davvero brucianti - partecipai a tutte le riunioni del gruppo dirigente comunista. Non ricordo che da nessuno sia stata messa in campo la strada dell'insurrezione: neppure da Secchia. Colombi (mi pare) fu mandato di corsa a Genova - dove i moti di protesta furono durissimi - a spiegare che non eravamo all'ora X.
Lo sciopero generale della C.G.I.L., guidata dal comunista Di Vittorio, fu lanciato con molta prudenza e inchiodato sulle 48 ore; e di ciò fu data, consapevolmente, larga informazione al governo, in momenti in cui davvero ardevano fra le masse sdegno e collera. Ed è un po' grossolano confondere i moti di piazza (quanti ce ne sono stati - e dolorosissimi - in Italia!) con la rivoluzione comunista.
Anche noi giovani d'allora, venuti al P.C.I. nella cospirazione clandestina di seconda o terza generazione, lo sapevamo. Non a caso Togliatti nel dopoguerra aveva speso tanti dei suoi scritti e comizi a respingere la "prospettiva greca", quando ancora c'erano le armi nascoste nelle case dei partigiani.

Manganellato in via del Tritone
Del resto, in quel finire del 1952, quando stava per concludersi la fase di lotta a Montecitorio, e Secchia in una discussione avanzò l'ipotesi dell'Aventino, anche quella strada fu seccamente scartata da Togliatti: non solo per i cattivi ricordi che essa evocava, ma perché noi avevamo in mente un Parlamento attivo sino all'ultimo minuto possibile, sponda sino all'ultimo alla mobilitazione delle masse; appunto: specchio e animatore della lotta nel Paese. Ambedue le cose. E la "legge truffa" era grave per noi anche e molto perché spezzava quella comunicazione.
È vero che ci fu una resistenza e una riserva anche nell'Italia repubblicana a mettere a tutte lettere, per iscritto, questa peculiarità democratico-parlamentare della via italiana. Lo sperimentai io stesso, quando venni lavorando con Togliatti alla Dichiarazione programmatica dell'8° Congresso, e già c'era stata la demolizione del mito di Stalin. Ma il Parlamento stava nel nostro cammino proprio perché cercavamo, tentavamo di costruire luoghi e forme di potere pubblico, aperti alla volontà delle masse e capaci di incidere sull'agire dello Stato.
Questo spiega la determinazione, ma anche la saggezza con cui fu condotta la lotta.
Fu adoperata con ostinazione, ma anche con misura, l'arma dell'ostruzionismo. Quando alla Camera furono chiaramente consumati gli spazi e anche le sottigliezze consentiti da quella forma di lotta, si presentò la domanda pesante sul che fare. E necessariamente ci si chiese se bisognasse abbandonare quelle aule e quel palazzo: e ritirarsi sull'Aventino, come era stato negli anni Venti di fronte alla legge Acerbo, con cui Mussolini metteva la museruola alle Camere.
Fu Secchia che pose la domanda se non bisognasse fare come trent'anni prima.
La risposta fu no; e non soltanto perché quel nome - Aventino - ricordava una sconfitta storica e Gramsci dall'Aventino era tornato solitario a battersi in Parlamento, ma perché quella nostra lotta del'52-'53 chiaramente puntava a una combinazione di forme di lotta, dai banchi dell'aula parlamentare testardamente guardava ai movimenti nel Paese. Non solo ai comizi, alle lotte di strada. Avevamo in mente la rete delle assemblee. Non era un'invenzione del momento. Era la necessità testarda con cui operavamo nella rete dei consigli comunali, come nelle stanze delle case del Popolo, e nelle fabbriche in cui ancora riuscivamo ad arrivare - insomma i luoghi e le pratiche, con cui sperimentavamo la costruzione di un partito di massa. Tutto stava nel filo che poteva (oppure no) stabilirsi fra l'aula parlamentare e il territorio.
C'era in questa pratica della politica una sottovalutazione, per non dire un oblìo della centralità dei luoghi di lavoro? Può darsi. Anzi: ci fu anche questo. Ma di sicuro - almeno a mio avviso - c'era una sperimentazione della politica diffusa che testardamente mirava ad allargare la rete degli attori in campo. E nonostante la forte centralizzazione gerarchica che segnava il P.C.I. si dilatò fortemente la massa degli attori che nel territorio, pressoché ogni giorno, praticavano un agire politico: ancora dopo la giornata di lavoro, nelle sezioni, nelle Camere del lavoro e nelle Case del popolo, o semplicemente in piazza, fra la gente, nella semplice relazione individuale. E fu uno dei mutamenti che trascinò anche l'avversario al confronto pubblico, alla dilatazione dell'esperienza e della lotta politica. In ogni modo il lungo, ma calcolato, misurato ostruzionismo che tenne aperta la lotta in Parlamento (tra Senato e Camera) per circa un lungo semestre appare assurdo e insensato, se non si afferrano il suo combinarsi e il prolungarsi nel territorio. Al voto sulla "legge truffa" il 7 giugno del '53 partecipò quasi il 94% degli elettori. È ridicolo spiegare esiti simili solo con la pressione esercitata dagli apparati.
Ci fu anche una certa teatralità nelle vicende di quei giorni. Ma forse era obbligata.
Ho nitido nella mente - come fosse ora - un episodio che mi coinvolse. Eravamo in dicembre, al termine di una giornata convulsa alla Camera, quando ormai il dibattito stava avviandosi verso la fine. C'era l'aria aspra e febbrile delle giornate conclusive: l'aula di Montecitorio era gremita come un uovo perché c'erano votazioni.
Mi chiamarono dal giornale (dirigevo allora l'Unità): il centro della città era presidiato dalla polizia e al Tritone c'erano stati scontri gravi con i manifestanti. La polizia aveva picchiato selvaggiamente. Informai di corsa Togliatti. Mi disse: va' a vedere.
Uscii. Piazza Colonna era deserta, calata in un buio fitto, dove si scorgevano appena le sagome delle camionette della polizia. Mi fermarono. Tirai fuori il tesserino di deputato e proseguii.
Risalendo il Tritone cominciarono i caroselli delle macchine dei poliziotti. Sembravano girare a vuoto, perché sulla salita verso piazza Barberini c'era un deserto. Salvo che ogni tanto dai vicoli irrompevano gruppi. Lanciavano grida e si ritiravano. Come seppi dopo, non erano molti. Già c'erano stati nei giorni passati scontri durissimi, cortei rabbiosi. Affiorava una certa stanchezza.
Consapevoli delle deboli forze, i compagni avevano adottato la tattica di irrompere dai vicoli e poi ritirarsi.
La polizia era esasperata, e quando acciuffava un manipolo picchiava selvaggiamente, con insulti e una violenza che oggi apparirebbe impossibile, ma che allora noi conoscevamo bene.
Al crocevia del Tritone, proprio sotto le stanze del Messaggero, una squadra di polizia era riuscita a stringere un piccolo nucleo di manifestanti e menava duro. Mi intromisi protestando. A domanda, tirai fuori come risposta il tesserino di deputato. Il poliziotto furente che mi stava di fronte rispose con una secca randellata sulla mia testa.
Non era nulla di grave. Ma il manganello toccò un punto del cuoio capelluto molto irrorato, quindi il sangue veniva giù copiosamente. Tra le urla e i fischi, mentre una compagna gentile con un fazzoletto cercava di fermare il sangue sulla mia zucca, e stretto da un piccolo gruppo di manifestanti, mi mossi per tornare a Montecitorio.
In aula stava parlando un compagno: aspettai in Transatlantico che finisse, rinviando a più tardi il medico della Camera accorso premurosamente. Poi entrai in aula con quel fazzoletto insanguinato sulla fronte a raccontare ciò che accadeva in quella cupa notte romana.
Questi erano i riti, i modi anche elementari con cui tentavamo di mandare messaggi al Paese. E per lunghi mesi ci furono masse in piazza, e nelle sale comunali, nelle Case del Popolo, nei teatri, e anche - per quanto fu possibile - nelle fabbriche in cui eravamo più forti.
Quella parola "legge truffa" camminò, sfondò anche la blindatura dei giornali borghesi. Divenne la questione, e la collera che la segnava s'accompagnava alla convinzione che nelle urne sarebbe venuta fatalmente per le sinistre la sconfitta: tanto più bisognava gridare quello che accadeva. Tanto più si rinnovò una saldatura tra comunisti e socialisti: per semplici e ineludibili ragioni di difesa, come quasi sempre nei momenti più aspri delle tragedie del secolo. Quanto agli alleati diciamo così borghesi (da Corbino a Piero Calamandrei...) sbiadiva contro di loro la accusa eterna di "utili idioti", perché il dramma parlamentare accendeva, muoveva gli animi nel Paese.
Questo era il punto su cui l'avversario democristiano perdeva, anche in caso di vittoria.
Tornava la stranezza dei socialcomunisti "totalitari" che erano protagonisti su questioni ardenti di libertà. E d'altronde che potevamo fare se non quello che facevamo?
Nella storia da cui sono venuto mi si sono presentate spesso azioni "ineluttabili": e riguardo ad esse che potevamo, se non segnare una traccia, scrutare ogni vicolo possibile, anche solo per fissare nella memoria comune una lettura di ciò che accadeva? Insomma: conoscere, "apprendere" meglio il mondo che avevamo la singolare presunzione di trasformare, con un'azione che cercava insieme e sempre di diventare memoria trasmissibile. Ed eravamo sempre e terribilmente pedagogici.

Lo scontro in Parlamento
Assistetti all'ultimo scontro in Parlamento da una tribuna del Senato, nel marzo del'53. Non fu una seduta: fu solo scontro fisico. Mentre il presidente Ruini proclamava i risultati del voto volò una tavoletta che lo colpì alla fronte.
Celeste Negarville
Contemporaneamente vidi il senatore Negarville - un compagno incline irresistibilmente alla sottigliezza ironica e ai ragionamenti più disincantati anche sulle cose sacre del comunismo - arrampicarsi sui bordi della tribuna presidenziale con una furia gattesca, mentre Ruini si precipitava verso l'uscita, e l'emiciclo bolliva. Tutto era assurdo e naturale. E del resto nessuno gridò allo scandalo. Il tema era entrato nella mente del Paese.
Al 7 giugno, dopo una frenetica campagna elettorale, votò circa il 94% degli elettori. Si potrebbe dire: tutti gli iscritti alle liste. Era quasi incredibile.
Ho nella mente la passione della notte tra il lunedì e il martedì, mentre si incrociavano - con alti e bassi di delusioni e speranze - i dati che giungevano dal Viminale e quelli che venivano dai compagni delle federazioni e da Botteghe Oscure, dove lavorava, silenziosissimo e preciso, Celso Ghini, un compagno che aveva vissuta la dura scuola dell'emigrazione politica e poi (le singolari metamorfosi!) era diventato quasi imbattibile nel vaglio e nello studio dei dati elettorali.
Circa alle sei del mattino del martedì 9 giugno, dopo una notte vissuta tutta al giornale, mi recai a Botteghe Oscure, per annunciare a Togliatti che il Partito comunista aveva varcato la soglia dei sei milioni di voti. Togliatti, dalla cui bocca non avevo mai sentito una parola scurrile, scattò in un gesto rivolto all'avversario, incrociando il braccio sinistro sul braccio destro. Quel voto voleva dire un radicamento, difficile ormai da cancellare.
Alle 10 di quel martedì mattina ero in tipografia a preparare l'edizione straordinaria del giornale (a me, più di tutto, mi piaceva quel lavoro dove - fra tagli e spostamenti di righe - in dialogo con il tipografo impaginatore, si vedeva nascere il volto vero del giornale). Sentii a un tratto levarsi un urlo lungo nella sala. Non so chi aveva dato la notizia delle dichiarazioni di Scelba: per 57.000 voti la "legge truffa" non era passata.
Ci parve di sortire finalmente dal buio tunnel del 18 aprile 1948. Ed era singolare: mentre altrove nell'Occidente europeo era già iniziato il declino delle formazioni comuniste, ferite dal gelo della guerra fredda, in Italia cominciava un'avanzata che, tappa a tappa, nella seconda metà del secolo, avrebbe portato il Partito comunista italiano al tetto del 33-34%, quasi spalla a spalla con la Democrazia cristiana.

Il fiuto politico di Pietro Nenni
Eppure quella battaglia contro la "legge truffa", a guardarla ormai da lontano, di fatto apriva la strada del governo del Paese non a noi, ma ad una forza che sembrava in qualche modo in difficoltà, e superata dal fratello comunista: il Partito socialista. Qui stava propriamente l'immediato sugo politico.
Naturalmente il corso delle cose non si vide subito. Anzi, tramontata malinconicamente la stella di De Gasperi, emerse a un certo punto un fazioso governo Scelba-Saragat, dove quella congiunzione di nomi sembrava una riottosa chiusura: stavano insieme l'uomo degli eccidi e della messa al bando dei socialcomunisti, e l'altra figura che nello scatenarsi della guerra fredda aveva spezzato la solidarietà fra le forze di sinistra sotto attacco e aveva aiutato De Gasperi nella operazione di rottura.
Ma fu un fuoco effimero. Consumata la stella di De Gasperi, nonostante le apparenze, con quel voto cruciale del 7 giugno, seppure sotterraneamente, era cominciata in effetti la marcia di avvicinamento al centrosinistra. Nenni con il suo fiuto di consumato politico l'aveva compreso, quando ancora il Partito socialista era sotto la direzione "morandiana", così vicina, così amica dei comunisti.
E del resto non si trattava solo di una combinazione di vertice, anche se in certi momenti prese quella forma. In Italia era posta con urgenza la questione della modernizzazione capitalistica, che riclassificava tanti temi sul tappeto.
Nella stessa D.C. avanzavano gli uomini nuovi, prudenti e rispettosi (fino a un certo punto) verso lo statista trentino, ma con altre domande nella testa e con un intreccio di sfaccettature e di storie culturali: da Fanfani a La Pira (stretti amici, ma così diversi nelle loro escatologie), all'enigma cauto di Moro, sino a quell'ala di mondo democristiano - da Saraceno a Vanoni, al partigiano Mattei, alle nuove A.C.L.I. - che nei loro linguaggi si cimentavano con l'arduo tema dei modi e della qualità dello sviluppo nel Novecento: tutti devoti ma lontani dal degasperismo, e in vario modo convinti che c'era - inedita - una questione sociale con cui fare i conti: pesanti conti in un Paese come l'Italia. E ciò non si poteva affrontare né con i moduli del centrismo e nemmeno scontrandosi con l'anima socialista, per ciò che essa - nel bene e nel male - rappresentava di presenza e di domanda degli esclusi. S'era toccato con mano quanto costava l'urto tra cattolici e socialisti nella storia d'Italia, prima di tutto nel tragico dopoguerra del'19-'20-'21.
Quale capitalismo e come muoversi non era chiaro né nelle parole di Moro, né in quelle di Pietro Nenni. Ma tale era la questione. Come poi verrà affrontata sarà un altro discorso. Nenni era l'alleato possibile. Di più la D.C. non voleva, e forse non poteva.
Del resto nel P.C.I. c'era una figura che dentro di sé aveva una quasi uguale convinzione, anche se poi pronunciava con altri accenti e con altri corollari la parola: modernizzazione capitalistica. Non a caso, scomparso Togliatti, nel dibattito aspro che si aprì nel P.C.I. dopo quella morte, a un certo punto Giorgio Amendola propose chiaramente la trasfigurazione del P.C.I. in un nuovo Partito socialista, comprensivo delle due ali. E così sovente sulle labbra di Amendola, seppure non sempre pronunciata, tornava la parola "modernizzazione", anche con rimbrotti a pezzi del movimento operaio che non comprendevano i sacrifici necessari. Ma così si appannava l'idea di una crisi di sistema (in corso o possibile) e quindi l'ipotesi e la ricerca di una transizione, certo in termini diversi dall'economicismo semplificante del passato. Cambiava la lettura del movimento operaio, del suo senso. Giusto o no che fosse, entrava in difficoltà il suo volto di soggetto storico.
In ogni modo la sconfitta della "legge truffa" e la caduta di De Gasperi acceleravano questo discorso, e davano nuove carte a Pietro Nenni. Quali soluzioni egli avrebbe perseguito e con quale fortuna si sarebbe visto dopo.
Ma per il primo governo di centrosinistra ci sarebbero voluti ancora dieci lunghi anni, l'avvento in Vaticano di papa Roncalli, la sconfitta di Tambroni e degli avventuristi nella D.C., e la scesa in campo, da Genova a Torino, delle "magliette a strisce", cioè delle nuovissime reclute entrate nelle cattedrali della fabbrica fordista a misurarsi giovanissime con l'aspro tema del potere nell'atto lavorativo, al livello e nelle forme a cui lo venivano modulando i saperi - alti e cogenti - del secondo Novecento. E dunque il nuovo livello a cui giungeva - anche nella lenta Italia - il conflitto sociale.
Mentre da noi era in corso lo scontro sulla "legge-truffa", a Mosca il 5 marzo moriva Giuseppe Stalin. Ricordo il titolo enorme che feci sull'Unità per annunciare quella morte, e il lutto di tanti comunisti e socialisti in Italia. Non immaginavamo le nuove fratture e speranze, a cui quella morte ci avrebbe trascinato.
Cominciava la seconda metà del Novecento, con accelerazioni incredibili. Anche l'Italia dovette mettersi a correre.

“la rivista del manifesto” numero 6 maggio 2000 

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