31.7.10

"Mia tenera puttana". Una poesia erotica di Guillaume Apollinaire.

Maurice de Vlamink, Guillaume Apollinaure.
Museo delle Arti, Los Angeles

Le tue mani introdurranno il mio bel membro asinino
dentro il sacro bordello aperto tra le tue cosce.
E voglio confessarlo, alla faccia di Avinain:
per amore tuo farò di tutto, purché tu possa gioire.

La mia bocca ai tuoi seni, bianchi come bimbe svizzere,
farà l’abietto onore dei succhiotti senza veleno.
Dalla mia minchia maschia nel tuo sesso femminino
lo sperma colerà come oro nel crogiuolo.

O mia tenera puttana, le tue chiappe hanno sconfitto
il saporoso mistero dei frutti più polposi,
l’umile rotondità senza sesso della terra,

la luna che ogni mese si gloria del suo culo.
E, quando son velati, promana dai tuoi occhi
quell’oscuro chiarore che scende dalle stelle.

Da Le undicimila verghe. Traduzione S.L.L.

Due poesie di amore e guerra di Guillaume Apollinaire (1880 - 1918).


Il canto d'amore
Ecco di che è fatto il canto sinfonico dell'amore
C'è il canto dell'amore di un tempo
Il rumore dei baci travolgenti degli amanti illustri
I gridi d'amore delle mortali violate dagli dèi
Le virilità degli eroi favolosi erette come cannoni contraerei
L'urlo prezioso di Giasone
Il canto mortale del cigno
E l'inno vittorioso che i primi raggi del sole hanno fatto cantare a Memnone l'immobile
C’è il grido delle Sabine al momento del ratto
Ci sono anche i gridi d'amore dei felini nelle giungle
Il rumore sordo delle linfe che salgono nelle piante tropicali
Il tuono delle artiglierie che compiono il terribile amore dei popoli
Le onde del mare dove nasce la vita e la bellezza
-
Là c'è il canto di tutto l'amore del mondo
===
Cartolina postale
Ti scrivo da sotto la tenda,
Mentre muore questo giorno d’estate
In cui, fioritura abbagliante
Nel cielo che si inazzurra,
Lo scoppio di una granata
Si spegne prima di essere stato

-
Da Calligrammes

30.7.10

Giuha e il sermone del venerdì

Nella tradizione dei racconti popolari arabi ci sono due Giuha, che sono, come i padani Bertoldo e Bertoldino, uno furbissimo e l’altro stupidissimo ma spesso fortunato. E’ questo secondo che divenne il Giufà siciliano. Gli arabi di città sogliono dire che quello scemo viene dalla campagna, ma si sbagliano. La storiella che qui si narra ha, in ogni caso, come protagonista quello con il cervello fino. (S.L.L.)

Un venerdì Giuha andò in moschea, salì sul pulpito e alle persone colà riunite disse: “Nel nome di Allah, il misericordioso! sapete di che cosa vi parlerò adesso?”. Risposero che non lo sapevano e Giuha disse: “Ebbene, visto che non sapete nulla, è inutile che io predichi agli ignoranti” e se ne andò.

Il venerdì seguente risalì sul pulpito e chiese nuovamente: “Nel nome di Allah, il misericordioso! Sapete di che cosa vi parlerò adesso?”. La gente questa volta rispose: “Sì, lo sappiamo”. E Giuha replicò: “Se già lo sapete è inutile che mi affatichi a dirvelo”.

Il terzo venerdì la gente si mise d’accordo che alla solita domanda alcuni avrebbero risposto di sì e gli altri no. Giuha salì sul pulpito e domandò: “Nel nome di Allah, il misericordioso! Sapete di che cosa vi parlerò adesso?”. Come d’accordo una parte dell’uditorio rispose:“Lo sappiamo” e l’altra:“Non lo sappiamo”. “Bene – fece Giuha – quelli che lo sanno lo spieghino a quelli che non lo sanno”. E se ne andò.

Da Racconti popolari arabi a cura di Elisabetta Console, Carla Guttermann, Silvia Villata, Mondadori 1985.

L'uomo di sinistra e il Pci (di Leonardo Sciascia, da "La Sicilia come metafora")


L’uomo di sinistra odierno non vive più come l’uomo di sinistra romantico di un tempo. Un esempio di questo vecchio uomo di sinistra in via d’estinzione? Girolamo Li Causi, una delle figure storiche del Pci, oltretutto fondatore del partito in Sicilia; Li Causi è stato l’unico parlamentare credo che si sia rifiutato di diventare proprietario di una casa. Oggi, i nuovi uomini di sinistra conducono la stessa vita degli uomini di centro e di destra: stesse case, stessi svaghi, stessi ambienti. Ha avuto luogo quella che Pier Paolo Pasolini chiamava omologazione. Tutto questo non impedisce, ovviamente, che il partito comunista abbia rappresentato e continui a rappresentare la parte migliore del paese, vale a dire le persone che lavorano, le persone serie e oneste. […] 
Il mito dell’Urss e di Stalin serviva ad assicurare al Pci il suo monolitismo e la sua fermezza religiosa. La gente all’epoca non s’aspettava, da quel partito, che offrisse posti di lavoro o favori in seno all’amministrazione o facilitazioni nelle gare d’appalto. Se ne aspettava la rivoluzione, il cambiamento totale, l’accesso a un nuovo modo di vivere e di pensare.
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Postilla
Non è inutile ricordare come l’intervista a Marcelle Padovani su cui è costruito il libro La Sicilia come metafora risalga all’estate del 1979, quando Sciascia sull’affaire Moro aveva già rotto con il Pci.

Lo stato di Paglia.

L'articolo si trova sul numero di luglio di "micropolis". La facile profezia finale si è già verificata. I tg e le gazzette di ieri avvertivano: Paglia è tornato a Terni. (S.L.L.)

Tempi duri per il vescovo Paglia. Frustrato nelle ambizioni di carriera romana e nazionale, ridimensionato dalla forte autonomia delle Diocesi nel ruolo di presidente della Conferenza episcopale umbra, ora viene contestato nel cuore del suo potere: Terni, il Duomo, il Vescovato. Oggetto della contestazione sono gli spazi fisici riconducibili alla sua giurisdizione, quelli che qualcuno a Terni chiama “lo stato di Paglia”.

Ne è autore Pietro Paolo Marconi, di Cittadinanza Attiva, che, nel ruolo di “Procuratore dei cittadini”, raccoglie istanze e lamentazioni. Nei giorni scorsi ha spedito una lettera durissima, accorata nel tono e corredata di citazioni evangeliche, nella quale constata che “la città ferita” (immagine cara al Paglia) è presente anche “dentro le mura della sua Chiesa”.

Scrive: “Gli abitanti della zona Duomo e vie adiacenti più volte si sono rivolti al nostro Ufficio e per i ripetitori installati sul campanile che provocano inquinamento elettromagnetico e danni, soprattutto ai bambini, e per l’inquinamento da rumore assordante, da fumo e da schiamazzi che si protraggono fino a tarda notte proprio sotto le sue finestre. La gente viene svegliata di soprassalto ed in maniera particolare protestano i lavoratori che fanno i turni”.

La protesta coinvolge la persona del vescovo: “Lei, come fece Gesù, dovrebbe molto adirarsi con i profanatori del Tempio, tempio inteso come cuore dell’uomo e quindi casa di Dio, … perché hanno trasformato la casa del Padre in una spelonca di ladri”.

In particolare il procuratore denuncia la trasformazione dell’oratorio in un bar, ove, fino a tarda ora, si fuma e ci si abbevera ai videogiochi: “Monsignor Paglia, cosa sta cambiando? Come è possibile che non si accorga dei profanatori del Tempio?”. Marconi lascia indovinare qualche vantaggio economico per la Curia: è infatti improbabile che spazi di sua pertinenza, come il tetto del campanile o come il bar (cui si accede dopo aver varcato la soglia del portico della Cattedrale), siano utilizzati a fini di lucro senza una qualche vescovile cointeressenza.

Della lettera hanno riferito “La Nazione” e il giornale online “Terni magazine”, prodigo di critiche che, forse, in altri tempi avrebbe espresso con più cautela. Al Paglia (che ha rifiutato un’intervista) i compilatori del sito rimproverano di occuparsi più della promozione dei propri libri e della cura degli affari (talora in concorso con il Comune), che non del benessere fisico, morale e spirituale dei fedeli e degli stessi sacerdoti (Marconi accenna all’abbandono in cui versano alcuni preti anziani). Paglia ad oggi non ha reagito: dal vescovato comunicano che è in Africa, nel Congo ex belga, con una delegazione diocesana. Qualcuno spera che in un empito apostolico ci rimanga. S’illude. Paglia è come Veltroni: gira gira ce l’abbiamo sempre tra i piedi.

Il sapone.

Lo conosciamo da 400 anni ma è solo da poco che siamo riusciti a scoprirne, grazie alla diffrazione dei raggi X, la struttura fisico-chimica.

L’invenzione del sapone è stata attribuita di volta in volta a sumeri, fenici, egizi, ebrei. E’ vero che ciascuno di questi popoli utilizzò liscivie alcaline ottenute da ceneri vegetali, ma solo per gli egizi ci sono prove certe che impiegarono “per lavare” il prodotto ottenuto, combinando a soluzioni alcaline degli oli animali o vegetali. E alla scoperta, è da credere, giunsero per caso. Siccome allora si usava, per le circostanze festive, spalmarsi i capelli di grasso, è probabile che il sapone sia stato ottenuto accidentalmente, dal mescolamento di alcali (soda e potassio) con esteri di acidi grassi e di glicerolo.

Favola è, naturalmente, la storia che un pescatore di Savona (da cui il nome…) abbia ottenuto per caso una saponetta riscaldando liscivia di soda in una pentola ancora sporca di olio di oliva. La prima notizia certa sul sapone è del I secolo dopo Cristo e la trova nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio, che ne attribuisce l’invenzione agli abitanti della Gallia: “I Galli hanno scoperto una sostanza che è chiamata sapo, con cui tingono in rosso i capelli. La migliore si ottiene mescolando grasso di capra e cenere di legno di faggio. Si usa sapo di due tipi, solido e liquido, e ne fanno uso nella Gallia sia gli uomini che le donne”. In realtà per codesti prodotti la saponificazione dei grassi doveva essere tutt’altro che completa, dato l’alto livello di carbonati presenti nelle ceneri: perciò quel sapo era una specie di pomata composta da grassi poco saponificati, grasso e cenere. Insomma il “sapone” era ben poco.

Dopo Plinio diverse fonti documentano che nei primi secoli dell’era volgare che l’uso del sapo si era ampliato e che veniva consigliato a scopi terapeutici (malattie della pelle). La patria del sapone è Wiesbaden: dalla città sul Reno si diffonde in Europa, prima come medicamento, poi – è Galeno a consigliarlo – “per nettare il corpo e gli abiti”. Un salto di qualità si ha quando entrano in scena gli arabi: stimati alchimisti, con loro si realizza, per la prima volta, una saponificazione pressoché perfetta. E’ nell’Alto Medioevo che dai paesi arabizzati e islamizzati che, attraverso la Spagna, il sapone arriva a Marsiglia, che fin d’allora diviene un grande centro di saponificazione (è tuttora in uso il “sapone di Marsiglia”). Venezia, poi, mescola per prima i saponi ai profumi: nasce il “sapone da toilette”.

Nell’Ottocento il chimico francese Eugene Chevreul studia per primo, alla luce della scienza moderna, le componenti del sapone. negli anni Quaranta del Novecento l’americano Mc Lain ed altri studiano il processo di saponificazione distinguendo ben sei fasi. Intorno al 1970 si tracciano i diagrammi delle diverse mescole “saponose”, in funzione delle diverse temperature cui si porta la miscela e del tempo a cui viene sottoposta a quelle temperature.

Anche il concetto di detergenza, apparentemente semplice, corrisponde all’interazione di condizioni chimiche complesse. Scopo dell’impiego del sapone è l’eliminazione dalle fibre della sporcizia attraverso l’uso di una soluzione di lavaggio che lo vede mescolato ad acqua. Perché il detergente agisca occorre che abbia con la fibra da lavare un’affinità superiore a quella della sporcizia e che riesca pertanto a rendere solubile lo sporco. La schiuma, nell’azione di lavaggio, ha un carattere secondario, come reattivo. Essa è la spia che nel liquido c’è una riserva di colloidi molecolari sufficiente per l’azione di lavaggio. quando si forma il sapone può adempiere la sua funzione di eliminazione dello sporco. E lo fa appunto perché il sapone è tuttora, dopo tanti secoli, uno tra gli strumenti più efficaci inventati dagli uomini per pulire.

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La fonte di questo post è un ritaglio da "L'Europeo". Il periodo dovrebbero essere i primi anni 80, il compilatore è probabilmente Giuliano Ferrieri, che al tempo curava la divulgazione scientifica per il settimanale.

29.7.10

Dai "Sonetti del Badalucco" di Gianni Celati. Sonetto 2

2. Nella piana di Aversa, a 15 km da Napoli, dopo una visita al sindaco minacciato nel suo ufficio da squadre di mafiosi in pieno giorno

Ecco la piana di Aversa, che ora consta
di scheletri in cemento e case orrende,
create per il lucro di una cosca
che fa, disfa, massacra, e tutto svende.

Peggior danno non c’è che si conosca:
inferno, galera, ricatto che tende
a chiudervi la bocca, nella losca
congrega di assassini che rivende

l’anima vostra, urlando: “Zitto e mosca!”.
Così arricchirete in orride faccende,
homo homini lupus, grinta fosca,
finché uno sparo in testa non vi stende.

Questo è l’ordine sociale, cosiddetto:
io sto coi cani randagi e i senza tetto.

"Vittorini se n'è ghiuto". L'orgogliosa povertà di uno scrittore (S.L.L.)


Su “la talpa libri” de “il manifesto” del 9 ottobre 1991, Valentino Parlato rievoca l’uscita dal Pci di Elio Vittorini, nel 1951, e l’articolo di “Rinascita” che la salutò: “Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciato! Questo era il titolo, sprezzante (non a caso si usava una parola meridionale), del corsivo di Roderigo di Castiglia, cioè di Palmiro Togliatti. Avevo vent’anni, ero giovane e mi piaceva l’arroganza di Togliatti, ma quella volta mi sembrò gratuita: anche per i più giovani, quelli che non avevano vissuto né l’antifascismo né la resistenza, Vittorini era un mito, era due cose: l’America e Uomini e no”. Aggiunge Parlato: “A dirla tutta si dovrebbe dire che Vittorini ha rotto con Togliatti, perché noi abbiamo rotto con lui”.
Credo che sia giusto, anche se la lettura dell’epistolario di quegli anni (Gli anni del Politecnico. Einaudi, 1977) documenta un distacco lungo e complicato, con qualche tentativo di recupero.
“Il Politecnico", dopo che la polemica con Palmiro Togliatti aveva attraversato tutto l’anno 1947, chiuse con il numero di dicembre di quell’anno. Dopo l’indisponibilità di Einaudi a editare il mensile per il 1948 alle condizioni poste da Vittorini, segno dell’accerchiamento del Pci, qualche altro editore s’era fatto avanti, con l’intento evidente di dare alla rivista un segno anticomunista, ma lo scrittore siciliano aveva rifiutato le offerte. La dura battaglia per l’autonomia della cultura dalla “rivoluzione” e del “Politecnico” dall’occhiuta supervisione togliattiana non aveva ancora incrinato la sua volontà di rimanere in quel mondo, come segno di contraddizione.
C’è una letterina a Valentino Bompiani, del 23 febbraio 1948, che mi pare sotto questo aspetto emblematica. L’editore gli aveva proposto un incontro con Arthur Koestler, l’autore de Il buio a mezzogiorno, uno dei libri più duri, veri e belli sullo stalinismo. Scrive Vittorini: “Caro Valentino, so che Koestler non ama incontrarsi con i comunisti. L’ha esplicitamente detto. L’incontro potrebbe dunque prendere una piega spiacevole. E io resterei troppo male per te che la prendesse. E’ meglio che io non venga”.
Nello stesso torno di tempo dal partito gli scrive Mario Socrate che gli chiede di estrarre dai suoi scritti materiali per una mostra sulla cultura di sinistra (è imminente il 18 aprile). Risponde: “Sono ancora troppo demoralizzato della riunione tenuta con Sereni e Berti (il pomeriggio) e (soprattutto) della serata in casa Treccani, con Sereni che parlava camminando avanti e indietro e con tutti voi che non dicevate una sola parola… Francamente non riesco a pensare a nulla da mandarti per la mostra che state allestendo. “Il Politecnico” stesso che senso avrebbe di esporlo, quando non esiste più?”.
Intanto Vittorini scrive (Il Garofano rosso), traduce, fa da consulente a Einaudi, ma non gli mancano le difficoltà economiche. Emblematica l’autoironica lettera a Franco Fortini dell’11 giugno 1948, in risposta ad un invito dell’amico ad Ivrea, ove lavorava per l’Olivetti: “Perché non vengo ad Ivrea? Perché ho, triplicata, la tua stessa ragione di non venire a Milano. Rispetto a quello che io ho da spendere per i miei molti familiari (cominciando dal padre) guadagno neanche un terzo di quello che guadagni tu. E dicendoti questo voglio giustificarmi di non essermi spinto fino ad Ivrea un giorno della settimana scorsa che sono stato per Einaudi (tra mattino e sera) a Torino. Mi sono mancati i soldi per diramarmi da Torino a Ivrea, quei pochissimi soldi. E mi è molto dispiaciuto perché ero partito da Milano con l’intenzione di arrivare fino a te e fermarmi la notte a chiacchierare con te e tua moglie”.
Le lettere documentano come le difficoltà economiche, quando più quando meno, tormenteranno Vittorini fino al 1951, quando entrerà in pianta stabile alla Einaudi a dirigere la collana “I gettoni”. E “il partito”, in qualche modo, lo tenta: gli fa arrivare proposte che favoriscano (e, in un certo senso, documentino) il suo “allineamento”, il suo assoggettamento alla superiore disciplina. Il 6 giugno del 1950 legge su “l’Unità” che una commissione composta da Massimo Bontempelli, Ambrogio Donini, Carlo Muscetta, Luigi Russo e Natalino Sapegno ha proposto il suo romanzo resistenziale, Uomini e no, per il Premio Internazionale per la Pace e ai cinque indirizza una lettera assai dura. “Debbo avvertirvi che mi trovo in una situazione per cui non potrei assolutamente accettare un premio così impegnativo. Io sono stato, per tutto il periodo della guarra di liberazione così vicino ai comunisti da essere considerato tale e da considerarmi io stesso tale. Una serie di polemiche intorno ai rapporti tra arte e politica, alcune delle quali svoltesi a stampa, altre solo a voce, mi ha successivamente portato a un silenzioso isolamento. In questo oggi vivo, libero di restarvi o di uscirne. Ma un premio in denaro, come quello cui voi mi designate, mi toglierebbe questa mia libertà morale di oggi e mi condannerebbe praticamente a restare isolato per sempre. Perché mai io vorrei lasciar dire alla gente (entro e fuori il partito) di essermi riavvicinato ai comunisti in virtù di denaro”.
Vittorini, dopo molte esitazioni, non spedì la lettera e consegnò ad Albe Steiner le cinque copie dattiloscritte già firmate, oggi tra le carte del grande disegnatore comunista, suo amico. Preferì esporre a voce il suo rifiuto. Per l’anno successivo non rinnovò la tessera.

28.7.10

Bellezza ad alta quota. Da "Almanacco della donna italiana 1939".

Le popolane, anch'esse, nel sano esercizio fisico trovano refrigerio alla monotonia del lavoro domestico, artigiano, operaio. Nel movimento, nel continuo rinnovarsi degli scambi nutritizi fra cellula e cellula, i processi della vita si sono rafforzati e le vere donne di oggi attraggono l'uomo a compagno, onestamente, per quella legge biologica per cui l'istinto sessuale viene guidato dalla suprema necessità di unire esseri sani, normalmente costituiti, per crearne degli altri, altrettanto forti, sani e belli. L'amore rimane ricerca di bellezza, ma a più alta quota".
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Dalla rubrica Estetica femminile senza cosmetici.

Franco Fortini ad Aldo Capitini (1950): rifiuto della guerra e lotta allo sfruttamento.


È la vigilia della guerra di Corea. Aldo Capitini aveva appena diffuso Italia non violenta. Franco Fortini gli scrive una lettera che segnala consensi e dissensi e prospetta l'ipotesi di una "obiezione di coscienza politica", in qualche modo distinta da quella etica, prospettata da Capitini. L'altro elemento di differenza sottolineato da Fortini è il rapporto con il comunismo sovietico e internazionale: mentre nel confronto che caratterizza la guerra fredda Capitini appare neutrale (in senso proprio: neuter, né l'uno né l'altro) seppure non equidistante, l'antistalinista Fortini sceglie la parte dei comunisti e dell'Urss, nonostante “i durissimi e mortali contrasti” in cui ci si può trovare. Il testo non porta una data precisa ma è riferibile ai primi mesi del 1950, visto che Italia non violenta uscì sul finire del 1949. La lettera è stata pubblicata sul "manifesto" del 2 febbraio 1991. (S.L.L.)

Leggo, caro Capitini, che la polizia si interessa del tuo libro Italia non violenta. Bene, si dimostra così la preoccupazione dei governi che si chiamano cristiani di fronte alla verità della non violenza e di fronte alla non menzogna. Non hai bisogno che io ti dica di continuare: tu continuerai e noi con te. C’è però una cosa molto importante che vorrei chiarire: e in fretta, perché le armi stanno sbarcando, gli schedari dei distretti si aggiornano, e tanto tuona insomma, che finirà per piovere.
Voglio dire che i partiti politici contrari al Patto Atlantico svolgono una azione grande per il mantenimento della pace e siamo molti, fuori e dentro quei partiti, ad agire conseguentemente per essa. Ma non sappiamo quale sarà l’esito di questa lotta. Indipendentemente dalla esistenza si uno stato di guerra, lo Stato può richiederci prestazioni di carattere militare, “richiamarci” insomma; se non altro per istruirci all’uso delle nuove armi.
Tu sai che non posso condividere l’atteggiamento degli obiettori di coscienza. Personalmente il mio rifiuto alla violenza e alla uccisione si pone entro un disegno rivolto contro lo sfruttamento, la violenza e l’uccisione in tutte le loro forme, e richiede quindi una distinzione politica. Non accettare la tragicità inerente all’azione o al consenso all’altrui azione vuol dire dare aiuto ai Grandi Assassini, al sistema dell’assassinio organizzato che è la nostra società. Non posso mettere sullo stesso piano la violenza reazionaria e la violenza rivoluzionaria.
Mi si pone una domanda: come mi debbo comportare quando questo governo, in nome della sua attuale politica, mi chiamasse a prestare il servizio militare? Escludiamo l’ipotesi che si preferisca, invece che chiamarli alle armi, inviare in campi di concentramento tutti quelli che potrebbero essere considerati i quadri dell’opposizione; benché sia probabile l’esistenza di un piano ad hoc, a Washington o a via XX Settembre.
Credo che mi presenterò, se chiamato, alla autorità militare, e terrò su per giù (dico, per quanto si può garantire del futuro; e forse balbettando e arrossendo, per quel tanto di solenne che una dichiarazione simile comporta) un discorso di questo genere: “Mi avete chiamato, sottotenente di complemento della classe 1917; ed eccomi. da questo momento non obbedirò a nessuno degli ordini che mi vorrete impartire, perché le mie convinzioni mi impediscono di collaborare con le forze armate di un governo che certo è legittimo ma che è al servizio del privilegio e della oppressione di classe; di una patria che amo sebbene, da quando sono nato, abbia saputo solo perseguitare mio padre, me e i miei amici per motivi di razza e di convinzioni politiche. Fate dunque quello che voi chiamate il vostro dovere, come, con le presenti parole, cerco di fare il mio”.
Questa formulazione è destinata a non conciliarmi nessuna simpatia. Infatti io non motivo il mio rifiuto con ragioni morali o religiose, ma con ragioni politiche. E’ a questo governo, a questa politica, alla patria del “Corriere”, che io rifiuto, con tutta tranquillità, obbedienza. Così se mi si chiedesse che cosa fare se i cattivi russi aggredissero il mio paese, non risponderei, come forse farebbero i comunisti, che questa ipotesi è assurda e impossibile. Risponderei che non è attuale e presente, mentre attuale e presente è la politica di questo governo, il suo appoggio e la sua difesa ad una civiltà “occidentale” che mi auguro (quale essi la intendono) scompaia al più presto.
E’ comunque inutile che cerchino di farmi cadere in contraddizione per dimostrarmi reo di fronte alle loro leggi. Sono le leggi ed è giusto che esse mi colpiscano. So bene che il mio comportamento aiuta obbiettivamente una delle parti in conflitto. Infatti, se posso desiderare la neutralità giuridica del mio governo, non posso essere neutrale io. La parte che è dei comunisti e dell’Unione Sovietica è per me, tutto considerato, una parte più ricca di speranza per i miei simili italiani, per i poveri, gli sfruttati e per gli oppressi; una parte entro la quale ci si può trovare in durissimi e mortali contrasti, e che certo non è data una volta per tutte, ma che ha contro di sé tutti coloro che detesto, e le istituzioni e i privilegi che fanno intollerabile il nostro mondo.
Se fossi nel partito comunista probabilmente avrei accettato una diversa disciplina di azione. E d’altra parte, comprendo bene, il modo di comportarmi che ti ho esposto è assai poco coraggioso; anzi diciamo, è piuttosto vile. Andare in galera è una soluzione abbastanza facile, molto confacente, in genere, agli intellettuali, che sono sempre un po’ preoccupati di salvarsi l’anima e di fare bei gesti.
Ma è così. Non mi sentirei davvero il coraggio di agire diversamente. Posso solo dire di “no”. Lo dico individualmente, ma in nome di un pensiero non individuale.
So che non sarà possibile togliere a queste parole un sospetto di esibizione; se non altro perché sono parole. Penso ai milioni di uomini che non si esprimono, che non scrivono sui giornali. Pure, accetto questa ombra, perché il silenzio sarebbe ancora più colpevole. Tu sai come non siamo pochi, bensì in molti a volere la trasformazione della realtà umana, non appena mistica, religiosa o mentale, ma anche, e prima, reale; senza con questo voler affermare il diritto dell’uomo a un’illimitata superbia: anzi.
A questo compito della nostra e delle prossime generazioni, se così mi è permesso di parlare, la mia presente volontà è appena un impercettibile contributo, a paragone a quella espressa dal silenzio dei nostri coetanei che, per quel compito, sono stati uccisi. Io so che tu m’intendi, anche se non condividi tutte le mie opinioni: e di tanto ti ringrazio.

La profezia del vescovo. Da "Comunismo. Un racconto autobiografico" (S.L.L.)

Ho scritto, una ventina di anni fa, un racconto autobiografico dal titolo “Comunismo”. Racconta il primo contatto di un giovane con una grande idea, che in breve tempo diviene una grande passione. Ho usato la terza persona e qualche trucco letterario, ma i fatti sono più o meno come li ricordo. Ne riporto qui un pezzetto. Aggiungo che ho già 63 anni. (S.L.L.)
Mitra vescovile bianca.
Ad ottobre, in coincidenza con la visita pastorale, il Vescovo fu invitato al circolo di cultura per tenervi una conferenza sulla sacralità del matrimonio e per l’occasione Ottone si mise in ghingheri. Indossò una giacchetta di vellutino leggero, blu, pantaloni grigio fumo, scarpe nere, un gilet chiaro, una camicia candidissima e un cravattino di seta viola, raccorciò la chioma, erase i ciuffini annodati che scendevano giù dalle guance. Al circolo lo scambiarono per Domenico Savio.
La sala pullulava di avvocati e di dottori. Le signore, decrepite ad ogni età, erano abbigliate a festa: tailleur di lino, cotone o flanellina leggera (le mezze stagioni c’erano ancora), maniche a tre quarti o sette ottavi, tinta unita, neri, beige, avana, grigini, tutto mortaccino, con un paio di eccezioni floreali. Le camicette ricamate, di satin o taffetà, presentavano tuttavia scollature ardite per l’ambiente, onde consentire di sfoggiare i collier, e la veterinaria, quella stessa che andava a zonzo con una permanente oltremodo baggiana, s’era presentata con cappellino nero a veletta: la suocera, mistica, le aveva raccomandato misura e lei, ubbidiente, si era agghindata come Marlene Dietrich.
All’arrivo dell’Eccellenza i maestri elementari, esercitati nelle feste degli alberi, cercavano di impedire la ressa, ma, nonostante l’efficiente servizio d’ordine, qualcuna riuscì a superare lo sbarramento per baciare in ginocchio l’anello.
Monsignore portava uno di quei sorrisi immobili, stampati, come il Jolly di Batman, ed emanava una esse sinuosa, sibilante, insinuante. Nel sermone, dottamente infarcito di citazioni bibliche e patristiche, non mancavano suggestive allusioni a pargoletti, fanciulli e verginelle, ma la vera ossessione era il divorzio che incombeva minace su ogni domestica felicità.
“L’indissolubilità - disse - non è solo legge di religione, ma norma di diritto naturale”.
Quando, a richiesta, gli concessero la parola, Ottone fece il politico. Si limitò a riferire, senza colorirle, le parole, lette sull’Espresso, di un vescovo che al Concilio si era spinto a considerare la condizione del coniuge abbandonato senza colpa e obbligato senza vocazione a castità perpetua.
Il presidente, dalla presidenza, ebbe un tremito e dalla sala si levò un brusio, sommesso, commisto a taciti segnali di fastidio: un più ritmato batter di ventagli, un più nervoso arricciare i baffi, qualche unghia tra i denti, qualche dito nel naso.
Ma monsignore replicò paterno: “Cosa può dire la Chiesa? c’è la legge divina. Lei, mio caro giovane, crede nella libertà?”; e si fermò per attendere l’assenso.
Ottenutolo aggiunse: “E se qualcuno le chiedesse, puntando la pistola, di scrivere sul muro “abbasso la libertà”, cosa farebbe?”.
L’esempio non era particolarmente calzante e, date le sue frequentazioni, quel vescovo avrebbe potuto parlare con più competenza di lupara, ma Ottone stette al gioco: “Chi punta la pistola in questo caso? La Chiesa o l’Onnipotente?”.
Scandalo, grida di protesta, abbasso la bestemmia, nessuna solidarietà dai tre o quattro che simpatizzavano per la sinistra, una zia inviperita se la prendeva con i suoi genitori: “Quando ad uno gli dite sempre che è intelligente, alla fine ci crede”.
Il vescovo non volle infierire sulla pecorella indocile; con tanta amorevolezza gli rammentò la dottrina e gli raccomandò prudenza e temperanza.
Del caso si vociferò in paese per due o tre giorni, poi una donna esasperata, con l’ausilio dei figli adolescenti, tagliò a pezzi ed infornò il marito manesco ed ubriacone; una settimana dopo assassinarono per strada un mafioso e nella sua tomba di famiglia fu ritrovato il cadavere di un possidente sottratto tre anni prima ed invano cercato da cani e poliziotti. I due omicidi ed il ritrovamento non solo resero meno gravosa la visita al camposanto del due novembre, ma offrirono materia di conversazione fino al santo Natale e dell’incidente tra Ottone e il Vescovo, al circolo di cultura, si perse facilmente la memoria.
Qualcuno tuttavia riferì al ragazzo la profezia fatta dal prelato a fine conferenza, quando una piccola folla di autorità e fedelissimi s’era radunata per le congratulazioni ed i commenti intorno alla cattedra della presidenza: “Quel ragazzo o morirà giovane di morte violenta o a tarda età, sposo cristiano felice e fedele”. Lui si toccò le palle.

Dai "Sonetti del Badalucco" di Gianni Celati. Sonetto 1

1. Il viaggiatore torna in patria. Scritto in un caffé di Roma, tre mesi dopo il ritorno in Italia
-
Torna da vecchio in patria il viaggiatore
e guarda il suo paese ritrovato,
ora inospite, triviale, deturpato,
in mano a furbi senza alcun pudore:

fogna di massa, paese d’orrore
e di vergogne da togliere il fiato,
con quei somari del televisore
che fan del più fetente il più quotato.

Con chi scambiare idee in tal squallore,
dove impera il maramaldo unto e beato?
Cosa fare in balia d’un truffatore
che aizza tutto il popolo intronato?

Che dire? È in fogne, fango e brulicame
che fa carriera il Badalucco infame.

Sei grande, Mina! (di Rina Gagliardi)

Da ragazzo preferivo la Vanoni a Mina e, a causa di Ornella, talora litigavo aspramente con mio fratello Vittorio, che, invece, era “minista” fin dalla più tenera età. Sulla Vanoni non ho, tutto sommato, cambiato idea; su Mina sì. Non era affatto un’“urlatrice”, ma una voce capace di tutto. Per questo in attesa di ribattere, visto che non si scannerizza bene, un grande pezzo della nostra sempre viva Rina Gagliardi sulle eroine della lirica, propongo qui (da “il Riformista” del 18 marzo 2010) un articolo su alcune eccezionali voci femminili: Mina appunto, ma anche la Callas e la Olivero (S.L.L.).

Una stella come l'eterna Callas

Si può essere grandi interpreti musicale anche sulla base di una “voce piccola” (come per esempio è oggi il mezzosoprano Cecilia Bartoli). Poi, però, ci sono le voci grandi, anzi le voci eccezionali, caratterizzate da estensione, potenza, ricchezza di armonici, quasi sempre anche da un timbro del tutto, appunto, fuori dal comune. Quante ne nascono in un secolo? Poche, ovviamente. E lasciano dietro di sé tracce mitiche – come è accaduto a Enrico Caruso, con la sua «cavata da violoncello» o al basso russo Fjodor Scjaliapin o al più recente, ma assai meno fondato, Luciano Pavarotti. Ma sono forse soprattutto le voci femminili a toccare i vertici dell’eccezionalità canora.

Tra le cantanti così dette pop, non solo italiane, Mina Anna Mazzini, in arte semplicemente Mina, è una di queste voci elette. Tanto che ha trascorso gli ultimi trentadue anni di carriera essendo, appunto, soltanto una Voce – lontana dai palcoscenici, dalle Tv, dai concerti e affidata interamente alla produzione discografica. Con un successo e un prestigio che continuano a non venir meno, come attesta il profluvio di celebrazioni che si terranno in occasione del suo settantesimo compleanno, il prossimo 25 marzo.

La voce – e il personaggio – di Mina esplosero alla fine degli anni ’50, rivoluzionando a forza di rock l’Italia ancora prigioniera di una tradizione melodica ormai alquanto impigrita. Ma in tempi molto rapidi assurse al ruolo di cantante “assoluta” – “absoluta”, sciolta, da schemi rigidi e limiti di repertorio. Quella voce divenne capace di interpretare tutto, dal jazz alle grandi melodie classiche di ogni Paese – e cantò in effetti nelle lingue più svariate, fino al giapponese. Universale e assoluta com’era stata Maria Callas, il soprano più leggendario del XXesimo secolo – il parallelo è di critici serissimi, come Rodolfo Celletti.

Che cosa accomuna, dunque, Mina e la Callas? Non è solo la straordinaria ricchezza della voce, capace di espandersi, in entrambe, su tre ottave e di raggiungere grandi livelli di virtuosismo. É la tensione interpretativa, quella che Verdi chiamava la «parola scenica», a rendere unico il loro modo di eseguire un brano musicale dotato di un testo – si tratti di un’aria o di un recitativo. o di una più semplice canzone. É l’intensità espressiva del loro canto, capace di illuminare da dentro - con la padronanza tecnica, la variazione anche impercettibile, il fraseggio originale - il senso profondo di quello che stanno cantando. Insomma, sono due speciali, specialissime cantanti-attrici, non, però, nel senso che si dà comunemente a questa espressione (la capacità di muoversi sulla scena e di usare tutto il corpo, qualità per altro che l’una e l’altra possedevano in alto grado), ma in quello vocale e comunicativo: la verità dei sentimenti o delle situazioni che di volta in volta rappresentano - il pathos, il dolore, l’allegria, il conflitto lacerante, la disperazione, la malinconia e mille altre – è sempre interna alla musica, alla parola musicale.

Quando la Callas, nella famosa scena della pazzia della Lucia di Lammermoor, si inoltra nei difficili trilli della cadenza, fino ad allora eseguiti, anche impeccabilmente, come un supremo esercizio di abilità, riesce di colpo a restituire il colore tragico e l’aura irreale, delirante, che quei gorgheggi devono esprimere – come si confà a una giovane donna che ha smarrito la ragione e ha appena commesso un delitto. Quando Mina interpreta una canzone che ha fatto storia, Se telefonando (l’unico pezzo leggero scritto da Ennio Morricone), la affronta proprio come un piccolo melodramma concentrato (la fine di un amore «cresciuto troppo in fretta») – dal pianissimo dolce, quasi vellutato, dell’attacco sale via via al forte del finale, assecondando in toto, con il pieno dispiegamento della voce, il carattere inesorabilmente ascendente del brano. Due esempi, tra i tanti che si potrebbero fare, per capire che cosa rende uniche, ciascuna a suo modo, ciascuna nel suo ambito, due cantatrici per tanti versi imparagonabili.

Ma c’è un altro parallelo a cui ci chiama il calendario. Gli astri hanno fatto nascere, il 25 marzo del lontano 1910, un’altra gloria dell’Italia canora: Magda Olivero, uno dei massimi soprani lirici del ‘900. La quale si accinge quindi a compiere i suoi primi 100 anni, e in condizioni di relativa freschezza vocale: l’anno scorso, quando di anni ne aveva appena 99, la Olivero ha stupefatto il pubblico intonando un’aria (Paolo datemi pace) tratta dalla Francesca da Rimini di Zandonai.

Quando aveva soltanto 83 anni, e si era ritirata da tempo dalle scene, incise una selezione dell’Adriana Lecouvreur, una delle opere che erano state sue per molti anni. Insomma, una longevità vocale a dir poco stupefacente. Quanto alla vocalità, pur essendo in possesso di una tecnica molto solida nonché di un perfetto controllo del fiato, la Olivero privilegiò il repertorio novecentesco – Puccini, Cilea, appunto, Mascagni, Catalani, insomma gli autori della così detta giovane scuola. In scena, da lei emanava una forza drammatica eccezionale, una sorta di impeto febbrile che emozionava anche le pietre – tanto che fu, a torto, accusata di verismo, lei che, tra le poche incisioni discografiche realizzate in gioventù, dopo il debutto del ’33, ci ha lasciato la più perfetta e virtuosistica interpretazione di Sempre libera, l’aria-simbolo della Traviata.

Ha senso un parallelo artistico tra Mina e Magda Olivero? Forse no, forse sono davvero due voci molto diverse – un altro critico eccellente ha scritto che, se Mina si fosse dedicata all’opera, sarebbe stata un soprano rossiniano, un «soprano drammatico di agilità» come fu in effetti la Callas e com’era stata, nell’Ottocento, la grandissima Maria Malibran (un’altra nata di marzo, guarda un po’, e per la precisione il 24 marzo 1808). In ogni caso, nemmeno un paio di anni fa, Mina l’ha affrontato il Puccini tanto caro alla Olivero – con una cifra stilistica, però, leggera, soft, sognante, lontanissima (non solo per ragioni vocali ma psicologiche) da ogni eccesso passionale. Il vero tratto comune, a ben pensarci, è la durata della carriera e la prolungata freschezza vocale: Mina Mazzini può ben pensare di avere di fronte a sé nientemeno che un altro trentennio di musica e canzoni. Per la gioia di un altro paio di generazioni di fans e melomani.

Ciò che resta. Una poesia di Riccardo Raimondo.

C’è qualcosa che lega

il verso e l’istantanea, la trama dei ricordi

e la teoria dei passi nella danza del granchio,

le impronte dei salti del coniglio e l’accapo del poeta…

è la luce che s’appiccica sul fogliopellicola

nell’istante quando tutto non è ancora:

tracce di vita, ciò che resta.

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Da http://www.undupalermo.com/

27.7.10

Era d'estate. Genova 1960: la cacciata. Genova 2001: il ritorno.

Nelle scorse settimane, su questo blog, ho raccolto diversi contributi e raccontato direttamente alcuni momenti della calda estate del 1960, quella del governo Tambroni e dei morti di Reggio Emilia. Manca – credo – una rievocazione e una specifica riflessione sui fatti di Genova e sulla loro “durata”. Provvedo qui.

Nel 1960 Genova era una delle città più rosse d’Italia, ma era anche la città del cardinale Siri, dichiaratamente conservatore, il quale al tempo si opponeva nettamente a ogni “apertura a sinistra” e auspicava una stretta autoritaria. Un giovane brillante sacerdote della sua Curia, da lui incoraggiato, Gianni Baget-Bozzo, aveva reso esplicite le sue simpatie per una “Seconda repubblica” presidenzialista e appoggiava palesemente il governo Tambroni, sostenuto dai missini.

Il Msi (Movimento sociale italiano) neofascista, guidato da Arturo Michelini interpretava quel governo come un punto di approdo di una lunga strategia di inserimento. Era forte soprattutto nell’esercito, nella magistratura, nell’alta burocrazia, per effetto di un paradosso. Nei punti chiave degli apparati, in ossequio alla regola dell’anzianità, nel Ventennio c’erano funzionari cresciuti nell’Italia monarchico-liberale, che con qualche libertà interpretavano l’adesione al Regime; ora invece accadeva che i “fascisti onesti” (quelli su cui non pesavano specifici crimini), amnistiati e reintegrati nell’ufficio dal Guardasigilli Togliatti, fossero giunti al vertice della carriera e trovassero una sponda in un partito che stava nell’anticamera del governo e portava iscritto nel nome il riferimento alla repubblica collaborazionista (Rsi).

Secondo Filippo Anfuso, esponente importante della repubblica di Salò e poi parlamentare missino ( vedi http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2009/12/una-storica-sentenza-del-tribunale-di.html), al tempo di Tambroni tra i neofascisti si progettava un cambiamento di nome, che segnalasse in un congresso un distacco formale dal passato, favorisse l’unificazione con i monarchici, consentisse la piena legittimazione e il pieno inserimento al governo del nuovo partito di estrema destra. Volevano che quel congresso si svolgesse a Genova e pensavano di avere le loro ragioni.

Genova era città che più di altre aveva subito la repressione nazifascista, e vi si era massicciamente ribellata cacciando i tedeschi due giorni prima del 25 aprile: era Medaglia d’oro della Resistenza. Ottenere di svolgere a Genova il loro congresso era per i missini il prezzo del sostegno al governo e la sanzione della loro completa rilegittimazione. Tambroni autorizzò il congresso, così sfidando i socialisti, i comunisti e le stesse sinistre della Dc. Aveva ottenuto un avallo insperato. Scelba, potente ex ministro degli Interni ed ex presidente del Consiglio, non amava né Tambroni né il suo grande protettore, il presidente della Repubblica Gronchi; ma proprio lui a Genova, ai primi di giugno, aveva dichiarato che un partito rappresentato in Parlamento come il Msi doveva poter tenere il proprio congresso ovunque: non si potevano accettare veti dalla piazza.

La tensione in città fu aumentata da un’ulteriore provocazione: i missini fecero sapere che il congresso convocato per il 2 luglio sarebbe stato presieduto da Carlo Emanuele Basile, uno dei peggiori torturatori del regime fascista, ancora ricordato in città. Dal governo fu poi mandato a Genova un nuovo questore, Lutri, che durante il fascismo aveva guidato la squadra politica a Torino e nel dopoguerra s’era distinto nella repressione di scioperi e dimostrazioni.

La prima reazione di massa si ebbe il 25 giugno con un corteo organizzato all’Università. Il concentramento era in una piazza vicina al porto. Con gli studenti manifestavano molti professori e si aggregarono giovani operai, impiegati, ragazzi delle scuole superiori. Le sirene della polizia, usate per intimidirli, allarmarono portuali ed operai delle fabbriche: accorsero subito, con ganci e sbarre di ferro, per difendere i giovani. La polizia non riuscì a disperdere il corteo.

Nei giorni successivi cresceva nelle piazze e nei ritrovi popolari la tensione antifascista. I partiti di sinistra, la Cgil e il Consiglio della Resistenza ligure intanto organizzavano manifestazioni in serie: il 2 luglio avrebbero avuto il momento culminante. I volantini suggerivano che, mentre i fascisti avrebbero svolto i loro riti nel salone Margherita circondato dai carri armati, la massa del popolo avrebbe ascoltato in pieno sole le parole di Ferruccio Parri. Ma l’obiettivo dell’isolamento del Msi sembrava non bastare ai giovani e agli operai. Il 28 Sandro Pertini, interpretando la spinta di base e abbandonando le altrui prudenze, proclamava che il congresso non si doveva fare.

Il 30 giugno per lo sciopero generale della Cgil (la Cisl, mentre rifiutava lo sciopero politico, lasciava agli iscritti libertà di scelta) il corteo era enorme. Ma il governo aveva mandato quindicimila tra poliziotti e carabinieri armati di tutto punto e tra essi il battaglione motorizzato Celere di Padova, che intervenne con ripetuti caroselli.

Le cronache della battaglia hanno toni epici. La città è tutta coi dimostranti: soccorre i feriti e attacca dai vicoli ove le jeep non riescono ad entrare. Dalle finestre arrivano vasi, acqua calda, olio. Adesso è la polizia a doversi difendere: le camionette sono rovesciate dai camalli e la Celere arretra. A tarda sera giunge la notizia che il convegno fascista è stato annullato, ma i presìdi non smobilitano e, anzi, il 1 luglio la protesta riparte, sulla linea del discorso di Pertini:“La Resistenza va difesa, costi quel che costi”.

I capi del Msi rientrano a Roma e lunedì 3 a Montecitorio Giorgio Almirante dichiara:“Dobbiamo salvare la faccia davanti ai nostri iscritti”. I missini tuttavia non tolgono immediatamente l’appoggio al governo, trattano con Tambroni. Il 4, al Senato, il ministro dell’Interno Spataro fa un discorso assai minaccioso contro “la piazza eversiva”. L’indomani, mentre il Senato approva il bilancio del Ministero degli Interni, “Il secolo d’Italia” scrive: “Alla piazza scatenata e feroce non basta contrapporre discorsi”. I “fatti” richiesti arrivano: il giorno stesso un morto a Licata, il 6 la carica dei carabinieri a cavallo a Roma , il 7 i sei morti di Reggio Emilia. Quando la notizia arriva alla Camera, i socialisti chiedono che il governo se ne vada. Tambroni replica freddo: “Il governo farà interamente il suo dovere e difenderà lo Stato, le sue libere istituzioni e la sicurezza dei cittadini”. L’8 il presidente del Senato Merzagora, un indipendente di centro-destra, propone una tregua: niente manifestazioni, polizia ed esercito consegnati nelle caserme. La sinistra, la Cgil, le organizzazioni della Resistenza approvano; Dc, Cisl, neofascisti e monarchici no. Lo stesso giorno la polizia torna ad uccidere a Palermo e a Catania. Tambroni ostenta sicurezza: “L’ordine e la legalità sono stati ristabiliti in tutto il paese … il partito comunista è stato duramente battuto e, se riprovasse, avrebbe la peggio”. Sembra il trionfo suo e del Msi, ma non è così. Il socialdemocratico Saragat attacca il governo e il liberale di destra Malagodi si dissocia. Nella Dc isolata e ricattata dai neofascisti inizia un duro confronto che si conclude con le dimissioni di Tambroni e la sua fine politica.

E’ alla fine anche la strategia missina dell’inserimento. I neofascisti, che si erano immaginati vicinissimi al potere, tornano nelle fogne: da ora in poi saranno esclusi dal gioco politico aperto, tutt’al più potranno fornire qualche appoggio sottobanco. Nasce (adesso e non prima) l’“arco costituzionale”: la discriminante antifascista nella Dc comincia a contare quasi quanto la discriminante anticomunista.

La vicenda di Genova, nell’immaginario dell’estrema destra italiana, diventò da quel momento emblematica di una sconfitta vergognosa, di un’onta paragonabile solo al 25 aprile. Al risentimento ed al rancido rancore lungamente e obbligatamente coltivato dai neofascisti sembrò però offrirsi, molti anni dopo, un risarcimento.

Nel maggio del 2001, da tempo sdoganati da Berlusconi, con un nome che non rievocava più i fasti di Salò (An), legittimati da D’Alema e Violante, i neofascisti rientrano trionfalmente al governo. Gianfranco Fini, figliocccio politico di Almirante, è vicepresidente del Consiglio e dice ancora bene di Mussolini. Per il mese di luglio a Genova è previsto il G8 e con esso le iniziative di contestazione del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista. Fini sente che è l’ora della rivincita e a Berlusconi dice: “Genova è per noi”. Chiede (e ottiene) una sorta di incarico per seguire il doppio raduno e non gli pare vero di militarizzare la città della Lanterna, di delimitarla in zone più o meno protette. C’è, documentato, un clima di provocazioni, anche poliziesche, che sembra agevolare una risposta “storica” alla “piazza rossa” nell’odiata città medaglia d’oro della Resistenza. Dalla Festa d’aprile sono passati 56 anni, dal governo Tambroni 41, la città è molto cambiata sotto il profilo sociale e la sua forza operaia è in gran parte disgregata; ma in una comunità chiusa, come è stata quella del Msi-An, i simboli hanno una grande potenza e durata. L’impressione è che anche stavolta, come nel luglio 60, il morto tra i dimostranti (non necessariamente Carlo Giuliani, uno qualunque) se non cercato, sia auspicato. Fini, a Genova per seguire l’ordine pubblico, forse dorme quando si svolge il gratuito pestaggio di decine e decine di giovani inermi da parte di poliziotti nuovamente trasformati in strumenti di repressione. L’indomani sarà lì a negare e a difendere, mentre qualcun altro copre e depista perché gli autori rimangano impuniti. Uno dei luoghi in cui si è svolto il misfatto è una scuola intitolata a Sandro Pertini. Forse non è un caso.

Oggi Fini si presenta nel ruolo di una destra moderna, democratica e legalitaria, e sfida Berlusconi. Ha preso posizioni nette sull’Olocausto, sul fascismo, sul razzismo, sull’integrazione degli immigrati, e tanti nel centrosinistra lo accreditano come possibile interlocutore. Io prima di aprire il dialogo gli chiederei conto e ragione. Di Genova 2001, se non di Genova 1960.

Un'insopportabile forma di tortura (Andrea Camilleri)

Su "l'Unità" del 25 luglio 2010 Saverio Lodato riassume i termini dell'emergenza carceraria e chiede un commento ad Andrea Camilleri. Secondo me è articolo da leggere e conservare; ma, si sa, io conservo di tutto. (S.L.L.)

Le carceri, i suicidi, l’indifferenza di tanti e Alfano che non vede.

di Saverio Lodato

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Camilleri, dall'inizio dell'anno nelle carceri, e nel più spaventoso disinteresse, quasi 40 detenuti si sono tolti la vita. Per l'«Associazione Ristretti Orizzonti», dal ‘60 ad oggi, l'incremento dei suicidi è del 300%. Statistica da brivido che il ministero della Giustizia non commenta. Il cappio al collo è consuetudine. Da Roma a Siracusa, da Milano a Ragusa, da Torino a Lametia Terme, da Padova a Piacenza a Reggio Emilia, da Varese a Como, da Brescia a Venezia a Ancona a Frosinone, si moltiplicano i casi di autolesionismo estremo. I suicidi non hanno nulla in comune. Uno era ergastolano. Uno sarebbe uscito per buona condotta. Uno si è impiccato poco prima di tornare in libertà. Uno perché lo stavano estradando. Uno era Rom. Uno napoletano. Uno albanese. Tutti sanno che in questo momento nelle carceri sono rinchiuse 68.000 persone ma che la capienza prevista è di un massimo di 43.000. Ad appesantire il bilancio nero, una cinquantina di casi in cui gli agenti hanno evitato il tragico epilogo. Cosa non si è detto e scritto sulle carceri italiane. Che erano poche, e ne andavano costruite altre. Che erano troppe, e bisognava depenalizzare. Spalancare le porte o buttare la chiave? E ora? Riprenderanno le visite dei parlamentari di ogni colore. Non crede?

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Mi pare che alla notizia del suicidio di un detenuto, uno dei tanti, alcuni giornali abbiano riportato il nobile commento di un deputato della Lega: "uno di meno". Poteva un leghista smentirsi? Naturalmente ci sono state le solite sdegnate reazioni, si è ripetuto insomma quello stanco rituale tutto italiano di accuse e controaccuse destinato a finire come una bolla di sapone. Perché il problema delle carceri in Italia non è stato seriamente affrontato da nessun governo. E certo non può essere risolto in modo definitivo con sfoltimenti momentanei dovuti ad amnistie, indulti, depenalizzazioni che, tra l'altro, hanno troppe controindicazioni. Il fatto certo è che mentre le carceri scoppiano, manca la volontà politica di porvi rimedio. Si ricorda, caro Lodato, che il ministro Alfano, tra un lodo e l'altro, aveva sbandierato tempo addietro un suo piano-carceri? Mi sa dire dov'è andato a finire? E qui c'è da chiedersi il perché di questa non volontà. L'opinione pubblica, ammesso che esista, si dimostra poco interessata al problema. Agli italiani, so di dire una spiacevole verità, importa sempre meno delle difficoltà altrui, la loro sensibilità negli ultimi decenni si è molto appannata. Fatte le dovute eccezioni, naturalmente. Non si sono ribellati alla disumana legge sui respingimenti indiscriminati, alla legge che fa dell'emigrato clandestino un reo, figurati quanto gliene importa se in cella si sta un po' strettini. Da parte loro, i politici si sentono al sicuro: a forza di leggine, norme, regolamenti, non si darà che rarissimamente il caso che uno di loro vada a finire dietro le sbarre. Sono sempre così decisi a far quadrato davanti alle richieste della magistratura, così granitici nella difesa della casta da far invidia al sindacato del tempo di Di Vittorio. Ora mi chiedo: quando una cella che potrebbe contenere al massimo quattro detenuti ne contiene otto, viverci dentro minuto dietro minuto per mesi e mesi e anni e anni, non diventa impresa disumana? Siamo così attenti che gli animali degli zoo abbiano buone condizioni di vita nelle loro gabbie e ce ne freghiamo di quello che avviene nelle carceri? Credo che l'esistenza quotidiana dei detenuti in un carcere sovraffollato somigli molto a un'insopportabile forma di tortura. La quale tortura, se non sbaglio, non è un reato contemplato dal nostro codice. Ed ecco spiegato perché il governo Berlusconi, visto e considerato come vengono trattati i detenuti in Italia, ha dichiarato di non avere nessuna intenzione d'introdurlo. Accà nisciuno è fesso!

"Meglio giacobino". Pertini, Lombardi e il rapimento di Aldo Moro.

“Nessuna trattativa nessuna abdicazione dello stato alla propria dignità”. Così Sandro Pertini si era fatto paladino della “fermezza”, contro la linea “umanitaria” del suo partito, mentre Aldo Moro era segregato nella “prigione del popolo”, e da lì, come poteva, chiedeva che si scendesse a patti per salvargli la vita. Riccardo Lombardi, al tempo sostenitore della segreteria Craxi, reagì dando a Pertini del giacobino. Questi replicò: “Meglio giacobino che girondino, perché i girondini tradirono la rivoluzione vendendola al Bonaparte, mentre i giacobini la difesero, sia pure col Terrore”.

Napoleone critico letterario. L'Iliade come enciclopedia (S.L.L.)


Ernesto Ferrero è stato ed è, in molti ruoli, figura importante nell’editoria italiana. Ma è anche scrittore versatile, curioso e ingegnoso, a partire dalla sua opera prima, un dizionario che è un piccolo capolavoro: I gerghi della mala dal '400 a oggi (1972). Traduttore, saggista, critico letterario, romanziere, ha forse ottenuto il successo maggiore con le sue opere biografiche. Ha raccontato la vita di Gilles de Rais, il famoso Barbablù (1975) e si è dedicato a Napoleone, con un romanzo che fa raccontare i trecento giorni trascorsi dall’“imperatore” all’Elba dal suo bibliotecario ("N", 1975) e un saggio su Napoleone organizzatore e manager nell’isola (Lezioni napoleoniche, 2002).
La spinta a proporre questa breve riflessione me l’ha data il casuale ritrovamento tra le mie carte di un ritaglio di Ferrero dal Corsera del 12 giugno 2000. Si tratta di uno stralcio dalla relazione tenuta in quei giorni ad Alessandria, in occasione di un convegno napoleonico ispirato dal bicentenario di Marengo. L’articolo è intitolato Lo scrittore mancato che divenne imperatore e ruota intorno al rapporto di Napoleone con i libri. Eccone un passaggio: “C'è un' immagine dell'aprile 1814 da cui mi piace partire: quella dell'Imperatore vinto che nella notte dell'abdicazione, a Fontainbleau, dopo aver patteggiato con gli Alleati il minuscolo regno dell'Elba, va in biblioteca, e sceglie personalmente 186 volumi che lo accompagneranno nella nuova destinazione. Ci sono Plutarco e i Commentaires di Cesare, Seneca, Senofonte, Tacito, Virgilio, Pausania; e naturalmente i francesi: Boileau, i 15 tomi delle opere di Diderot, Madame de la Fayette, Montaigne, Montesquieu (5 tomi), Rousseau, le lettere di Madame de Sévigné, Saint Evremont libertino erudito e moralista, i 70 volumi delle opere complete di Voltaire. Manca stranamente l' amato Corneille…”.
Per Ferrero non è casuale la cura nella scelta dei libri; a suo dire esiste una “centralità della biblioteca nel modus operandi dell'Imperatore”: “Prima di ogni campagna Napoleone consulta una bibliografia specializzata su quello che sarà il teatro dello scontro, elabora in quel formidabile computer che è la sua testa notizie storiche, geografiche, naturalistiche, climatiche. Quando è in Egitto, consulta Erodoto e Plinio. Nulla è lasciato al caso: ogni pratica bellica viene accuratamente istruita. La guerra è anzitutto una scienza esatta”.
Ma la biblioteca, nella vita di Napoleone, era importante anche in tempo di pace: un barone, tal Barbier, selezionava le novità più interessanti e gliele inviava con brevi schede critiche. Dice Ferrero che era “lettore forte, onnivoro” e “non disdegnava i romanzi, compresi quelli per signore, come accadde nella immobilità forzata di Mosca”.
Lo studioso dà anche notizia di quello che potremmo definire il “Napoleone critico letterario”, riferendo alcuni suoi giudizi, acutissimi, su opere antiche e moderne. Quello che più mi ha colpito è l’elogio dell'Iliade che tesse a Sant'Elena: “L'espressione più efficace e rappresentativa di un'epoca. Omero è veramente, oltre che poeta altissimo, oratore, storico, legislatore, geografo, teologo: in una parola il meraviglioso enciclopedista di un secolo”. 
Il giudizio è, nella sua brevità, di un’acutezza sorprendente e sembra anticipare non solo le imminenti riflessioni teoriche di Hegel sull’epos, ma anche, ed ancor più, gli sviluppi novecenteschi, diversi e per molti aspetti complementari, di Lukàcs e Bachtin. Nelle parole dell’esule e nell’uso del termine “enciclopedista” intravediamo la nozione dell’epica come “totalità”, cioè come espressione di un sapere organico, completo, perfetto, circolare, ove tuttavia la teologia, le scienze naturali e le tecnologie, la geografia e l’etica non sono esposte in forma trattatistica, ma pienamente inserite nel racconto. Napoleone aveva compreso prima di molti altri perché l’Iliade fosse, nella classicità ellenica, il “libro” per eccellenza, lo strumento fondamentale della paideia, della formazione delle nuove generazioni.

La proposta indecente di Ivan il Terribile a Elisabetta d'Inghilterra

Lo zar Ivan il Terribile (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/07/scettro-di-sangue-la-vita-di-ivan-il.html) era anglofilo e aprì i commerci con l’Inghilterra per la Russia e l’intero Oriente. Ci provò anche con la regina Elisabetta, avanzandole una proposta di matrimonio e di accordo politico. Le prime trattative fallirono, ma pare che, fino all’impazzimento, non avesse rinunciato al progetto. Quello che qui propongo è uno stralcio da una lettera inviata alla “Regina Vergine” (o bastarda, come altri la chiamavano), dopo il primo diniego. (S.L.L.)
Noi credevamo che tu fossi sovrana nel tuo Stato e governassi da te, e che tu stessa avessi cura del tuo prestigio di sovrano e degli interessi della tua terra... Ma, a quanto sembra, hai altre persone che governano in vece tua, e neanche si possono chiamare persone, bensì villani trafficanti, che non si curano delle nostre regali persone e del prestigio e degli interessi del paese, ma cercano unicamente il proprio tornaconto di mercanti. Tu così rimani nella tua condizione di zitella, come una qualunque ragazza sempliciotta.

Scettro di sangue. La vita di Ivan il Terribile raccontata da Pietro Citati ("la Repubblica" 6 luglio 2000)

Quando leggiamo la vita di Ivan il Terribile, non abbiamo l' impressione di conoscere la storia di un sovrano come gli altri, che abitava nella realtà e parlava e comandava ad uomini come noi. Tutto, qui, ha il segno dell' irrealtà: quasi che i suoi pensieri, i suoi peccati, i suoi pentimenti, la sua morte fossero stati sognati da un personaggio shakespeariano, come Macbeth o Riccardo III.

Quali oceani, quali profumi avrebbero potuto estinguere il sangue che bagnava le sue mani? Per tutta la vita, Ivan il Terribile fece il male: con una fantasia, un eccesso, una grandiosità, un furore, un terrore e una devozione, che sembrano possibili soltanto in un incubo. Rimase orfano di padre nel 1533, a tre anni: orfano di madre a otto anni; nell' infanzia, conobbe umiliazioni, che pesarono sul suo animo per tutta la vita, e che continuò a rinfacciare ai nemici e agli amici, come se tutta la Russia ne fosse colpevole.

La storia, o la leggenda, ci lasciano il ricordo del suo sadismo infantile. Tormentava gli animali: strappava le penne agli uccelli catturati, cavava loro gli occhi, li sventrava con un coltello, seguendo con un minuzioso piacere tutti i momenti della loro agonia; in piedi sui bastioni della fortezza, prendeva in mano i suoi cagnolini, li faceva roteare sopra la testa, e li gettava nella corte perché si spezzassero le zampe. Amava cacciare: l' orso, il lupo, la volpe bianca. Batteva le foreste con i figli dei boiari, braccando gli animali feroci: oppure, col girifalco in pugno, inseguiva i cigni selvatici.

Cominciò a regnare giovanissimo; e comprese che regnare non è che una lunga tortura imposta al mondo. Non esiste segno più diretto del potere. Mentre egli torturava in terra, Dio lo seguiva con lo sguardo, e guidava il suo braccio dal cielo. Faceva sbranare dai cani gli avversari politici: divorare i monaci ribelli da orsi selvaggi, tenuti in gabbia: stuprava ragazze e donne sposate, e un giorno si vantò di aver fatto scempio di mille vergini: massacrava chi si rifiutava di danzare con lui ad un ballo mascherato: fece arrostire col fuoco i corpi degli abitanti di Novgorod, li fece legare con corde strette alle mani e ai piedi, stringere i figli alle madri e gettarli nel fiume, mentre i suoi uomini in barca trapassavano con le scuri e le lance coloro che risalivano a galla; tagliava a strisce la pelle degli interrogati, li gettava nell' acqua bollente e nell' acqua gelida, impiccava, sgozzava, faceva pezzi, impalava...

Possedeva un sinistro segno del potere: un lungo bastone di legno, che terminava con una punta di acciaio; e con quel bastone in mano, di cui accarezzava amorosamente l' impugnatura, scendeva nei sotterranei, assisteva alle torture, alle urla, ai rantoli, colpiva con la punta chiodata, lasciando che il sangue dei torturati gli imbrattasse la faccia. Quando riformò il suo impero, costituì una guardia del corpo di seimila uomini. Imponeva loro fedeltà, come se la giurassero a Dio, con le stesse parole dei Vangeli: "Chi ama padre e madre più di me, non è degno di me; e chi ama figliolo e figliola più di me, non è degno di me". Le sue guardie scorrazzavano a cavallo indossando una veste nera, armati di coltellacci, mazze e scuri. Sulle selle portavano un segno barbarico: una testa di cane e una scopa, perché i nemici dello zar dovevano sapere che sarebbero stati dilaniati da fauci canine, e il tradimento spazzato via dall' impero.

Malgrado i suoi crimini, o forse a causa di essi, era devoto. Visitava tutti i conventi, che trovava nei suoi itinerari: si inoltrava fino a quelli sul Mar Bianco; e implorava la benedizione di ogni sacerdote avvolto da fama di pietà e di santità. Quando stabilì la reggia in campagna, trasformò il palazzo in monastero, e le guardie, specie le più criminali, in monaci. Alle tre del mattino, si avviava alla Chiesa. Durante l' ufficio, che durava 3 o 4 ore, Ivan cantava, pregava e si prosternava davanti alle icone, battendo il capo sulle lastre del pavimento, così che sulla fronte gli si formò una lieve callosità. Indossava una lunga tonaca nera, stretta in vita da una corda, e un manto di bigello: mentre una croce di legno gli scendeva sul petto. Vegliava severamente sulla moralità pubblica. Condannò alle pene dell' inferno, come se avesse lo stesso potere di Dio, i suonatori di ribeca, di tromba e di tamburello: chi ballava, saltava o batteva le mani durante le riunioni pubbliche: tutti quanti amavano la compagnia di orsi ammaestrati, cani sapienti e uccelli, o giocavano a scacchi e a trictrac; oppure osavano tagliarsi baffi e barba e indossare abiti strani.

La fine fu tremenda, come nemmeno la sua spaventosa immaginazione avrebbe osato sognare. Un giorno del novembre 1581 percosse la moglie incinta del figlio Ivan: le rimproverò di essere vestita in modo indecente; la picchiò così forte da farla abortire. Il figlio protestò con violenza. Allora il padre acciecato dal furore - come poteva ribellarsi contro Dio in terra? -, impugnò il suo lungo bastone ferrato, e lo percosse selvaggiamente sulle spalle e sulla testa, sfondandogli una tempia. Il figlio cadde al suolo. Ivan si gettò sul corpo disteso, coprì di baci il viso, tentò invano di fermare il sangue. Urlava: "Oh me sciagurato, ho ucciso mio figlio, ho ucciso mio figlio!". Quando il figlio riprese conoscenza, baciò la mano del padre mormorando: "Muoio da figlio devoto e da suddito sottomesso...". Quattro giorni dopo morì. Lo zar perse il senno. Non riusciva a dormire. Tre vecchi ciechi gli raccontavano, ogni sera, favole e leggende, per far scendere il sonno sulla sua mente offuscata. Ma egli si alzava, si aggirava nel palazzo parlando da solo, a voce alta; e ogni notte, nella penombra, l' immagine del figlio lo visitava: talvolta sorridente e riccamente vestito, talvolta con la tempia trafitta. Scriveva ai "famosissimi e santissimi monasteri", e supplicava i monaci di "pregare, tutti assieme o separatamente nelle celle, affinché il Signore e la Santissima Vergine gli perdonassero la sua scelleratezza". Cominciò a scrivere gli elenchi di tutti coloro che aveva messo a morte - 3148 in un elenco, 3750 in un altro -, annotando i supplizi: ripercorse così passo passo la sua vita criminale; e faceva recitare preghiere di suffragio per i defunti, sperando di placare la coscienza risvegliata.

Il corpo di Ivan si gonfiò, la pelle si lacerava a brandelli, i testicoli doloravano: emanava un fetore ripugnante. Quando gli annunciarono che una cometa con la coda a croce era apparsa nel cielo di Mosca, indossò una pelliccia e si fece accompagnare nella notte. Contemplò a lungo il cielo, fissò la cometa e mormorò: "Ecco il presagio della mia morte!"

Forse c' era ancora un rimedio alla malattia e alla morte: se non Dio, la scienza degli astri; e fece chiamare a Mosca astrologhi, indovini e sciamani. Ne giunsero una sessantina, che furono rinchiusi in un palazzo. Stabilirono che la morte dello zar sarebbe avvenuta il 18 marzo 1584: Ivan disse che, se la predizione non si fosse avverata, li avrebbe fatti bruciare vivi.

Negli ultimi giorni di esistenza, si faceva trasportare nella sala del Tesoro, dove contemplava gli smeraldi, i diamanti, gli zaffiri, i rubini, i giacinti, che faceva scivolare tra le dita. "Sono tutti doni di Dio, segreti nella loro natura - diceva -; ma Dio li rivela perché l' uomo li usi e li contempli come amici della grazia...". Giocava volentieri a scacchi: provocava il caso che, per tutta la vita, aveva vinto e che l' aveva vinto. Giocò a scacchi anche il 18 marzo, il giorno della morte prevista: credeva di aver ingannato il destino; quando, di colpo, cadde morto con la testa sulla scacchiera, facendo rotolare a terra il re e la regina. Quella lunga storia di delitti e di follie era finita come la storia di qualsiasi uomo. Non restava che un corpo gonfio e putrefatto: un corpo che, qualche giorno dopo, venne consacrato monaco e sepolto col nome di fratello Giona.

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