20.7.19

“La straordinaria scioltezza e la costante tensione”. Giovanni Giudici legge “l'Infinito” leopardiano




Non si griderà, spero, al sacrilegio se, qui provocato sul tema Leopardi, mi vedo costretto ad ammettere che la sua poesia resta per me un territorio ancora da conquistare; ne ho Infatti finora subita, più che goduta, la grandezza, nel senso che nell'apprezzarne gli intimi tesori troppo mi condizionano ancora le mitologie della scuola e delle troppe esaltazioni per sentito dire. Conquistare un poeta significa, per me, ripercorrere idealmente insieme a lui il sentiero «astuto e triste» (cito da un verso di Fortini che egli avrà seguito per giungere a quei miracolo che e ogni vera lingua poetica; naturalezza per via d'artificio.
La dicitura del Leopardi poeta (per tacere del filosofo morale) mi si presenta tuttora come un compito assai arduo, tale da intimidirmi (e questo affermo proprio adesso, in un momento che mi trova abbastanza fervidamente impegnato nella rilettura di Dante), sicché vorrei limitarmi a riferire sui due momenti a proposito dei quali mi capita, spiegando, di ricorrere ad esempi desunti dal grandissimo Giacomo: anzi, a voler essere precisi, da un'unica sua poesia, che è L'Infinito.
Ciò accade 1) quando tento di spiegare che cosa debba o possa intendersi per «lingua poetica»; 2) quando tento di spiegare come una poesia deve essere letta.
Nel primo caso tiro in ballo il verso iniziale, ovviamente nell'orecchio di tutti; quel non dimenticabile Sempre caro mi fu quest'ermo colle che è, come ognun vede, costituito da undici sillabe, segnate da quattro accenti forti, sulla terza, sesta, ottava e decima sillaba (e torse da un quinto accento un po' meno torte sulla prima). Si direbbe comunemente che trattasi di un endecasillabo, ma lo non lo chiamerò cosi perché ho diversi dubbi sulla validità della pigra nomenclatura tradizionale. Propongo a questo punto di variare l'ordine delle parole del verso, senza che ne sia peraltro alterato il senso logico e con modesti cambiamenti nello schema ritmico, così da ottenere una serie di varianti che qui scriveremo:
  1. Caro mi fu quest'ermo colle sempre
  2. Mi fu quest'ermo colle sempre caro
  3. Quest'ermo colle sempre mi fu caro
  4. Quest'ermo colle caro mi lu sempre
  5. Caro mi fu sempre quest'ermo colle
  6. Mi fu sempre quest'ermo colle caro
  7. Mi fu quest'ermo colle sempre caro
  8. Caro sempre mi fu quest'ermo colle
  9. Caro quest'ermo colle mi fu sempre
  10. Mi fu caro quest'ermo colle sempre
Eccetera. Ma, come al può constatare, nessuna di queste varianti (benché ciascuna di esse dica la stessa cosa) è lontanamente paragonabile alla suprema e tranquilla e limpida perfezione del verso leopardiano; e ciò si verifica appunto perché una poesia non vale tanto per quel che dice quanto invece (e, aggiungerei, unicamente) per quel che è una successione di suoni, quasi note musicali, in ordinato e rigido rapporto tra loro, per cui ogni modifica nell'ambito di questa particolare fase (il “suono”) della lingua poetica mette in crisi anche il senso di tutto il resto (anche del semplice che-cosa-vuol-dire). Naturalmente a questo nostro giudizio contribuisce anche la nostra memoria di quello che resta il verso scritto dal Poeta; ma oserei dire che anche questa «memoria» finisce per diventare, a livello di lingua poetica, un fattore dinamico di senso. Il secondo caso si riferisce al modo di recitare (o leggere comunque ad alta voce) la poesia in generale. Oggi, forse anche n seguito alle buone letture che alcuni poeti hanno dato del loro versi, la situazione è leggermente migliorata; ma uno degli errori più banali di molti attori (o anche non attori) che recitano versi altrui, era ed è quello di leggere (se così si può dire) secondo la sintassi e non secondo la prosodia, il verso.
L'infinito è un ottimo esempio per dimostrare l'erroneità di una tale impostazione, poiché in questa poesia di soli quindici versi, ben nove sono in enjambement, ossia esauriscono la loro misura prosodica (cioè finiscono) prima che sia compiuto il loro significato logico, per esemplo, a quel verso 4, Ma sedendo e mirando interminati, iI cattivo lettore non resiste alla tentazione di abolire la necessaria e naturale pausa di fine-verso e corre subito ad appiccicare agli interminati la parola spazi che appartiene con ogni evidenza al verso che viene dopo. Perché? Hanno forse paura che gli ascoltatori più semplici si scandalizzino o non capiscano? O sono invece proprio loro, i cattivi lettori, a non capire che una delle fonti di senso della lingua poetica sta proprio in questa divaricazione (di cui l'enjambement non è che un modo) fra ordine sintattico e ordine prosodico e che, nella fattispecie, il lettore che alla parola interminati faccia seguire un ragionevole tempo d'attesa prima di passare con la parola spazi al verso successivo rende alla poesia il giusto servizio, come un bravo esecutore potrebbe renderlo a un petto di musica.
Un cattivo o mediocre lettore non offende soltanto la poesia, ma anche (quando sia vivo e presente) il poeta; e non dimenticheremo a tal proposito l'aneddoto, forse inventato ma certamente significativo, di Dante che, udendo un fabbro ferraio fiorentino declamare sguaiatamente una sua (di Dante) poesia, entrò nella bottega dello sbigottito artigiano e, senza dire ai né bai, cominciò a buttare di qua e di là e anche sulla strada gli attrezzi del suo lavoro. A chi gli buttava all'aria i versi, egli buttava all'aria i ferri del mestiere.
Per ritornare a L'Infinito aggiungerei che è forse proprio la frequenza del suoi enjambements (oltre a diversi altri elementi) che contribuisce a conferire a questa perfetta poesia la sua straordinaria scioltezza e insieme la sua costante tensione; per cui più che esser detta dalla voce del recitante la poesia finisce essa stessa per dire la voce, da oggetto, diventando soggetto, da patiens imponendosi come agens. La sua prosodia, in apparenza semplicissima, è come il pezzo d'opera nell'eseguire il quale anche il più bravo cantante rischia la stecca; quegli enjambements sembrano inventati apposta per costringere la voce del lettore a rifarsi il fiato (e la sua mente a riflettere, a interrogarsi.

"l'Unità” 19 luglio 1986

Ma perché parlate di Indiana Jones? Il popolo, il pubblico e gli equivoci della cultura di massa (Edoardo Sanguineti)


Qualche giorno fa, dalla “Stampa” torinese, ho appreso che a New York si sta proiettando un iperfantacolosso, che ha per titolo Aliens, e che rappresenta, così pluralizzato, la continuazione seriale del celebrato film Ridley Scott. Questo, invece, lo ha girato James Cameron, reduce glorioso da Terminator e notorio complice di Rambo 2. Il titolista riassumeva il tutto così: Donna Rambo contro Aliens. E l’articolista spiegava che una “donna molto macho” che lotta contro una specie di Alien-regina, micidiale pluriproduttrice di larve extraterrestri, difendendo la propria bambina in modi tipicamente ramboideschi.
Chi sia fresco, come fresco lo sono, della lettura degli Eroi del nostro tempo, che è una silloge di studi sopra i miti di massa, per lo più cartacei e celluloidali, del nostro ieri più recente e del nostro oggi più palpitante, organizzata presso Laterza da Ferdinando Adornato, ha già pronto il manuale per la futura decifrazione del nuovo prodotto, non appena sbarchi sopra le nostre spiagge, e potrà darsi tutta la sua buona esegesi. In particolare, Omar Calabrese, con il suo saggio sul mostro instabile e Walter Veltroni, con le sue pagine sul fattore R, cadono opportunissimi. La pellicola sarà una splendida occasione di verifica, e anche, per massmediologi in erba, un didatticissimo esercizio pilotato, con quelle egregie complicazioni combinatorie che ivi si promettono contenute.
Intendiamoci bene, sto pensando a gente qualunque, che si serva di questo 'Robinson' (è il titolo della collana laterziana in cui si pubblica) come di uno svelto 'Bignami'. Perché, come scrive proprio Calabrese, a proposito della nuova teratologia di massa, “se Spielberg non conosce le equazioni di Feigelbaum, né il teorema di Lorenz ha poca importanza”, laddove per capire la “forma interna” che governa i nuovi 'mostrini', senza cadere in grossolani equivoci, non sarà male avere un’idea chiara e distinta della teoria delle catastrofi (René Thom), della teoria dei frattali (Benoit Mandelbrot), della teoria dei sistemi dissipativi (Ilya Prigogine), nonché del vario paesaggio mentale suggerito dalle teorie del caos (Joseph Ford per tutti). In parole povere, occorre dominare. con l'intiera Enciclopedia Einaudi, il suo intiero apparato bibliografico. E poi ancora. Per fortuna, questa prospettiva può rovesciarsi, giacché in Agnes Heller, qui filosofante sopra il tenente Colombo, si riconosce il breviario semplificato di Heidegger, della dialettica negativa di Adorno e l'Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. Perché si, è vero, “nessuna di queste dottrine è evidente nelle storie di Colombo”, e di questo non so quanto sia lecito rammaricarsi, ma “lo spirito di tutte queste”, che soffia proprio dove vuole, “è presente in modo palpabile”.
In breve, con 200 pagine dottamente interpretative, e un metaeroico supplemento fumettosamente terminale di Panebarco, di ulteriori settanta pagine, se altro non si ottenesse da codesto volume, si otterrebbe, misurata sul vivo e sul vero, una palpabile testimonianza della incredibile svolta compiuta, nel tratto che va da Adorno a Adornato, del tipo egemone di intellettuale dell’Occidente, nei confronti della famigerata industria culturale. Ma poiché questa è una vicenda complessa, e implica tutta una riflessione intorno all’etica professionale dell’uomo di cultura e all’eroe intellettuale del nostro tempo, la rinviamo a una più riposata occasione.
Qui mi accontento di notare l’opposizione che emerge, presso Goffredo Fofi riflettente sopra James Bond, tra il best seller ‘controllato', ‘programmabile' e ‘prevedibile', e il best seller ‘spontaneo', che sarebbe quello “decretato dal pubblico e solo dal pubblico, per quanto aiutato possa essere”, allorché “è davvero il pubblico che crea l’opera e il personaggio, è il pubblico il vero autore”, in quanto non soltanto seleziona e innalza e idoleggia il proprio eroe, ma ne decide per intiero la significazione mitica. Che è tutto vero, e anche più lo sarebbe, se la parola pubblico, con la sua buona faccia democratica, non occultasse qui, come suole fare, sotto “le centinaia di migliaia” di fruitori, l’indice di gradimento dei consumatori eterodiretti, e insomma, più schiettamente, l’inchiesta di mercato e, come si diceva un tempo, l’apparato induttivo e repressivo dei bisogni dell’immaginario.
Giacché il vero eroe dal mille volti, riposatamente quantificati in bilancio, annegato ogni vano tormento qualitativo in un oceano di 'effetti speciali', è proprio l’industriale della cultura, il quale sa benissimo che i suoi avi facevano un mucchio di soldi, proclamando a grandissima voce di mettersi al servizio del popolo, ma sa soprattutto che ormai, essendoci in giro molto più «pubblico» che «popolo», tanto che di «popolo» c’è un’infinita penuria, si tratta di riuscire a moltiplicarseli, i soldi, dichiarandosi a completa disposizione del capricci dittatoriali e delle smodatissime brame del signor «pubblico». Non so che cosa passerebbe in testa a Kracauer se, clonato postumo, leggesse queste robinsonate di massa. So però che, a un giovane semlologo di belle speranze, non farebbe niente male infilarsi in tasca, e soprattutto in testa, prima di ogni altro manuale, e persino prima di questo, quell’aureo libretto in cui si narrava come, una volta, partendo da Caligari, una bobina dopo l’altra, si sia pervenuti a Hitler. Posso benissimo sbagliarmi, perché errare è umano, ma il nome di quello sventurato Siegfried, in queste pagine 200 più 70, non compare nemmeno per inciso. Ma è una mania personale, e sia come non detto.
Per questa volta, piuttosto, ho il dovere di rilevare che, nella transizione da Adorno a Adomato, i saggisti in causa, da Roberto Roversi a Letizia Paolozzi, da Alberto Abruzzese a Gianfranco Pasquino, sono molto più variegati e cauti e problematici e perplessi di quanto non risulti, è ovvio, da questo mio recensivo colpo d’occhio panoramico. Anzi, se devo dirla tutta, sono cautissimi e perplessissimi. E sono peggio che prudentissimi, e si rigirano il loro oggetto le mille volte, tra le loro mani psichiche, prima di buttare via qualunque minima cosa. E poi, per essere equi assaggiatori dell'insieme, facciamo almeno un esempio evidente. E consideriamo Salvatore Veca, il quale non esita a insinuare il generalizzabile sospetto, lasciamo perdere l’eroe, ma di non trovarsi nemmeno dinnanzi a un personaggio, che sarebbe quasi una persona e talvolta persino più che una persona, bensì dinanzi a un mero «stereotipo». Non di fronte a “un punto di vista (umano) sul mondo”, ma di fronte a uno schema. Non alle prese con 'questioni di vita', ma con 'questioni di televisione'. Insomma, con il ‘consumo della distrazione'. Per me, in confidenza, è un sospetto fondatissimo. Voglio dire una cosa molto semplice, finalmente, e cioè che, se c'è sicuramente una buona ragione per tutto quanto, compreso il successo di E.T. e di Rocky, di Tex Willer e di Callaghan, niente garantisce che quella buona ragione sia davvero una ragione buona, cioè una ragione ragionevole. Piuttosto, è curioso, ma “l’eroe intellettuale di altri tempi sudava maledettamente per difendere i profondi significati, latenti e misconosciuti, di testi e immagini che il ‘popolo' sovente non amava, e in cui il 'pubblico' stentava moltissimo, e stenta molto spesso oggi ancora, a investire i propri sudati risparmi, e persino i modesti spiccioli che si ritrova in tasca, tintinnanti e ritintinnanti, in barba ai migliori Oscar e alle migliori Bur, tanto per dire.
Allora, per finire, rimanendo a Veca, mi accontento di un minimo sintomo stilistico. Nella prefazione al volume, Adornato cita largamente un articolo di Riotta, il quale aveva osservato, sul “manifesto”, che un tempo i giornalisti nominavano ostensivamente Leopardi, Manzoni, laddove oggi si inciampa, nel più normali elzeviri, in Cipputi e in Rambo: “Per spiegare il movimento degli studenti nel 1985 il nome Timberland compare quanto quello di Marcuse nel 1968”. Non indugio qui sulle conseguenze, per cui nel ’68 lo studente poteva essere indotto ad acquistare, e forse persino a sfogliare Marcuse, mentre nell’85 viene sospinto, con persuasione pochissimo occulta, a calzarsi le Timberland. E mi astengo da ogni valutazione al riguardo, poiché sono anche disposto a credere che le Timberland portate bene siano meno nocive, socialmente parlando, di un Marcuse letto male. Ma voglio almeno rilevare che Veca, per poter arrivare a menzionare “un filosofo ebreo del secolo scorso, dimenticato dopo essere stato a lungo un best seller internazionale in testa alle classifiche”, in forza di un suo ‘tema' giovanile datato 1844, si esprime con rinvii forzosi, imbarazzatamente arguti, al 'prof. William Sheakspeare', al 'prof. Wolfgang Ghoethe', e passa con un sospiro attraverso il 'professor Kant dell’Università di Koenigsberg'. Prima di concludere, molto civettuosamente, con il 'professor Berlusconi'. Nessuno più di me, lo giuro, apprezza un’amabile ironia. Voglio soltanto sottolineare che, teste Riotta, questo stile concede di datare inoppugnabilmente la pagina. È una pagina scritta per un consumatore di Adornato, non di Adorno, per un adoratore di Timberland, non di Marcuse, e insomma siamo nell’anno del signore 1988, e non certamente in quel remotissimo, mortissimo e sepoltissimo 1968.

“l'Unità”, 2 agosto 1986

19.7.19

Un giorno... Una poesia di Bertolt Brecht



Un giorno, quando ne avremo il tempo
penseremo i pensieri di tutti i pensatori di tutti i tempi
guarderemo tutti i quadri di tutti i maestri
rideremo con tutti i burloni
faremo la corte a tutte le donne
istruiremo tutti gli uomini.

Da Poesie. Testo a fronte, ET Poesia, 2014

"Il ragazzo di Nerina". Casa Leopardi: un genio scandaloso in una famiglia bigotta (Ugo Dotti)


A guardar le cose da un punto di vista un po' particolare non si ha difficoltà ad ammettere che la vita di Giacomo Leopardi fu tutto uno scandalo. Per le idee anzitutto: rigorosamente e disperatamente coerenti, atee e materialistiche in un'età pervasa dal riformismo liberale e cattolico, culminanti nella spietata dichiarazione della vanità del tutto. Per l'aspetto fisico del poeta: debolezza d'occhi, debolezza della spina dorsale giunta alla doppia gobba, umor nero e nera malinconia, progressivo disfacimento del corpo fino alla morte (per tisi, per colera, per scompenso cardiaco?). Va da sé che la naturale superficialità degli uomini, e dei benpensanti in particolare, ancor vivo Giacomo, non perse tempo a mettere in relazione le due cose, causa ed effetto: dagli amici fiorentini (a voce più bassa ma maligna, si pensi al celebre epigramma del Tommaseo) al tedesco Henschel che non esitò, seriamente e sgarbatamente, a parlar chiaro: se la filosofia del poeta era tanto tetra, si pensasse alle deformità dell'uomo. Donde la dura reazione del Leopardi, nel 1832: «Prima di morire, io protesto contro queste invenzioni vili e volgari. Prego perciò i miei lettori a provarsi a demolire le mie riflessioni e i miei ragionamenti anziché accusare le mie malattie...».
Ma lo scandalo vero e proprio — il «caso» letterario e di costume esploso ai margini del nostro maggior poeta moderno — scoppiò nel 1845, quando Ranieri pubblicò postumi i primi due volumi delle Opere del Leopardi con la celebre Notizia su di lui. E da allora fu guerra: da una parte i difensori di Giacomo, dall'altra, numerosissimi, i paladini della famiglia, di palazzo Leopardi e di Recana-ti, della gens Leoparda così brutalmente balzata alla ribalta delle scene letterarie e nel chiacchericcio dei salotti in virtù di un membro forse geniale ma troppo scandalosamente ribelle.
Con toni diversi anche se non meno accesi la guerra — almeno sul piano speculativo e mercantile delle «carte» leopardiane promesse e sottratte, vendute e rivendute — dura ancor oggi. Fino all'età del conte Ettore, quando nel brulichio delle camicie nere e tra i labari e le insegne littorie i «resti» del poeta vennero traslati, essa è stupendamente narrata da Mario Picchi in Storie di casa Leopardi, edito da Camunia (364 pp., lire 30.000).
È questo un libro per tanti versi nuovo, nel senso che, dominando una bibliografia vastissima, orchestra con precisione lo scontro tra leopardisti sentimentali e leopardisti positivisti, tra agiografi e critici, con incursioni interessantissime nel mondo medico-psichiatrico del secondo Ottocento e del primo Novecento, senza dimenticare alcune curiosità che hanno una loro voce schietta e plebea. Per esempio quando ricorda un tal Gerardo Laurini che nel gennaio del 1883 era andato a parlare con il fratello di Nerina e gli aveva chiesto se si ricordava di Giacomo: «Lo gobbo? — uscì a dire quello. — Artro che! ... Era lo ragazzo de mi' sorella! Dice che la mise su li jurnali».
Giacomo Leopardi come un ribelle, come un eretico, come un convertito, come un lunatico, come un genio: e Giacomo, anche, come «il ragazzo di Nerina».
Non si direbbe però tutto se non si sottolineasse che il libro di Picchi, pur tanto ironico nel seguire le miserevoli vicende di una storia che è pur sempre la storia di un costume (e persino di una «civiltà»), ha sicuramente un aspetto molto serio e, si vorrebbe aggiungere, una sua voce pensosa e ammonitrice. Quando uno dei più intrepidi difensori di palazzo Recanati, Giuseppe Piergili, per riabilitare Monaldo e il suo «affetto di padre» mette avanti la curiosa teoria che se a Giacomo fosse mancato l'esempio del genitore e il suo amore per i libri, il suo genio avrebbe potuto benissimo rimanere «sterile e infecondo», al di là del sorriso (o dell'indignazione) per tanta stoltezza, noi capiamo che s'è in realtà toccato il punto vero da cui è scaturito il mare immenso degli attacchi e dei contrattacchi. Di qui Monaldo, la tradizione di famiglia, il bon ton, l'amore per !e buone lettere, il conformismo storico e ideologico; di là Giacomo, il ribellismo, l'autentica ispirazione, lo sguardo gettato sul futuro, la voce della libertà e della con-danna. Di qui Tolomeo; di là Copernico. Di qui il passato; di là l'avvenire. Di qui il rispetto della tradizione; di là lo scandalo della provocazione.
Che tale conflitto, reso più aspro dal dissesto economico del patrimonio familiare, sia scoppiato sotto lo stesso tetto, tra padre e figlio, può certamente essere qualcosa che sfiora il dramma e muove la pietà.
Esso è tuttavia ben altro di un normale contrasto tra generazioni; e tra Monaldo e Giacomo, del resto, correvano poco più di vent'anni.
E forse anche per questo Monaldo non si rassegnò, e alle Operette morali del figlio, quasi a sfida, rispose con i Dialoghetti, quei Dialoghetti che Giacomo, ben vivo il padre, non esitò ad infamare. Se quindi Monaldo, se pur tutta in negativo, ha una sua statura cresciuta all'ombra generosa e magnanima del figlio Giacomo, i successivi «eredi» della famiglia, dal conte Giacomo junior al conte Ettore, non sono che maschere ed ombre, attorno alle quali, tuttavia, tra risentimenti e rivendicazioni, miserie e puntigli, si svolsero per quasi un secolo queste “storie di casa Leopardi”.

"l'Unità", 8 luglio 1986

Un esorcismo (S.L.L.)


Luciano De Crescenzo

Di questi tempi la morte mi lancia segnali.
Prima il mio primo alunno, un carissimo compaesano, Gaetano, medico anestesista, di una gentilezza e bontà fuori dall'ordinario, a cui avevo dato ripetizioni di latino nel 65, quando faceva il IV ginnasio ed io il II liceo.
Poi il mio compagno di banco di terza media, Lillo, che fece a lungo il tecnico all'ANIC di Gela e che è morto qualche giorno fa a Palermo, di cancro guarda caso.
Poi personalità note al pubblico con cui ho avuto un contatto personale, anche brevissimo ma per me significativo.
Giorgio Nebbia, uno dei padri dell'ambientalismo, che conobbi ad una manifestazione di partito quando era senatore per la Sinistra Indipendente negli anni Ottanta.
Andrea Camilleri che avevo conosciuto per la commemorazione di un sindacalista e uomo politico di cui entrambi eravamo amici. Era insieme a un mio antico compagno di FGCI, anche lui Gaetano, di cui proprio ieri, dopo diversi anni, ho appreso la morte.
Oggi Luciano De Crescenzo, l'ingegnere appassionato di filosofia che a suo modo la divulgava, ma anche un umorista di scuola napoletana di buon livello. Totò Micciché, che era suo ed è mio amico, a quel tempo Provveditore agli Studi di Perugia, in occasione di una sua conferenza nella nostra città, organizzò una cena in suo onore, cui invitò anche me. Eravamo una ventina e non ero tra quelli che gli erano più vicini, per cui non posso riferire granché della sua conversazione, che però dai volti delle persone che lo circondavano si arguiva interessante e gradevolissima. 
Si allontanò dalla tavola per il tempo di una telefonata. Poi ad alta voce riferì, non so quanto esattamente: "Alla Mondadori hanno offerto, ad alto prezzo, le memorie di Monica Lewinsky e mi hanno chiesto un parere. Ho suggerito di andar cauti. Non sempre chi è bravo all'orale, lo è altrettanto allo scritto". La battuta può piacere o no, e comprendo chi non la trova di buon gusto; ai commensali - forse perché erano in gran numero persone di scuola - non dispiacque e anche De Crescenzo dovette innamorarsene, visto che il giorno dopo trovò il modo di ripeterla in un'intervista al tg regionale. È pratica che ha trovato la sua apoteosi letteraria nel Decameron del Boccaccio il raccontare allegre storielle di sesso "in periculo mortis" o quando in qualche modo la morte ci gira intorno. Credo che sia anche un modo di esorcizzarla. Anche per questo, nel ricordare De Crescenzo che - anche lui! - ci ha lasciato, ho voluto raccontare questo aneddoto piccantino. (Stato di fb - 18 luglio 2019)

Camilleri. Un incontro (S.L.L.)



Non pochi compagni e amici delle mie parti, specialmente di Porto Empedocle ed Agrigento, hanno avuto rapporti di conoscenza e cordialità con Andrea Camilleri, che tornava di rado nelle terre in cui era nato. Lo scrittore, anche dopo il successo sempre più grande degli ultimi decenni, era persona di grande affabilità, curioso del mondo e disponibile alla conoscenza e alla conversazione, soprattutto con i compagni.
La fortuna di un incontro diretto io l'ho avuta altrove, occasionalmente, quando con Maurizio Mori lo trovammo a Palazzo Madama, nella biblioteca, per un convegno che commemorava Sergio Garavini a qualche mese dalla morte. Me lo presentò un vecchio compagno di FGCI che stava con lui, licatese di nascita ma trasferitosi ad Agrigento, l'estroso Tano Cavaleri. Fu una chiacchierata molto cordiale e molto breve quella che facemmo in attesa dell'inizio. Per un po' parlammo di Perugia e, quando gli dissi il mio paese d'origine e il mio nome, seppi ch'era stato compagno di studi di mio zio Pino, al Liceo Empedocle di Agrigento. Tutto qui.
Oggi, mentre al telefono condividevo questo ricordo con un vecchio compagno, ho appreso che anche Tano, già da qualche lustro, è morto. Ne ho provato grande dispiacere e ho ricordato le parole di Claudio Villa: "Morte, fai schifo". (Stato di fb – 17 luglio 2019)

18.7.19

A mia madre. Una poesia di Bertolt Brecht


Quando più non ci fu, la posero nella terra.
Su di lei fiori sbocciano, scherzano le farfalle.
Era leggera lei, premeva la terra appena.
Quanto dolore ci volle per farla così leggera!

da Poesie. Testo a fronte, ET Poesia, 2014

17.7.19

Equilibrio sospeso. Intervista a Jury Chechi (Roberto Mussapi)



In Platone, in Senofonte e in Aristotele è costante la distinzione tra la musica e la ginnastica e le attività produttive svolte a scopo di guadagno. Musica e ginnastica appartengono alla sfera della poesia e del teatro, traverso cui l’uomo si accosta alle alte sfere, mentre le attività produttive e mercantili non sono degne degli uomini liberi. Non a caso nascono in Grecia le Olimpiadi, evento rituale imparentato con le rappresentazioni tragiche, e durante il cui svolgimento si interrompe ogni guerra. Il mito dell’atleta si sposa in Grecia con quello del poeta tragico, l’Odissea vede gare atletiche con protagonista lo stesso Ulisse. La ginnastica che noi conosciamo, quella dei mitici Comaneci, Menichelli, Chechi, è una specialità moderna, che attinge all’archetipo greco. Gli anelli, specialità maschile, è la più spettacolare, nel senso profondo dell’aggettivo. Un uomo sospeso, in poco più di un minuto l’atleta deve raggiungere la posizione, trovare un perfetto assetto statico con fulminei passaggi dinamici. Sospensione assoluta a cui segue la fase finale del salto, l’uscita, che deve essere perfetta come un tuffo. Jury Chechi, cinque ori mondiali e uno olimpico più un’infinità di altre medaglie, è uno degli eroi di questa disciplina.

Che cosa significa praticare gli anelli rispetto alle altre specialità di ginnastica? Mi pare che in tutte le altre, che lei pure ha praticato, ci sia una notevole percentuale di movimento. Negli anelli ho la sensazione che il movimento sia solo una spinta energetica per conseguire una perfetta immobilità. È così?
«In parte è così. Ogni attività della ginnastica ha caratteristiche diverse. Forse negli anelli la loro sintesi è probabilmente più difficile. La prima fase, di slancio, precede quella statica, definitiva, è velocissima, fondamentale. L’insieme delle due consente di cercare la perfezione ».

In che senso la perfezione?
«Io sento perfettamente che esiste una perfezione, una posizione assoluta di equilibrio».

Scusi, la devo interrompere. Quale perfezione?
«C’è una perfezione assoluta, nella realtà. Io, il ginnasta, cerco quella che riguarda la mia sfera. Esiste una posizione agli anelli assoluta. Come ogni perfezione non è raggiungibile da un uomo, ma ci si deve avvicinare al massimo. Mi sono spesso avvicinato al 10, ho avuto 9,87, ma il dieci è la perfezione assoluta, che non è degli uomini. Perché, poi, ricordiamo che sono uomini anche i membri della giuria, coloro che ti danno i voti, e quindi anche il loro sguardo, la loro valutazione, non possono essere perfetti in assoluto. E meno male che a noi umani la perfezione assoluta è preclusa! Ma noi dobbiamo cercare di avvicinarvici, quanto più possiamo. Vale in tutti i campi. Sì, la perfezione esiste, ha dei modelli, astratti, ma reali. Mentre inizio l’esercizio, quando sono nelle condizioni di forma e allenamento ideali, nella mente io raggiungo la perfezione, disegno e immagino esattamente quale sarà la posizione, il rapporto tra la fase dinamica della spinta e quella statica dell’equilibrio. Il corpo non può raggiungere la perfezione, la mente la vede nettamente. Se sei allenato mentalmente. Perché il primo allenamento è spirituale, mentale, e va di pari passo con quello fisico».

Corpo e mente non sono separati?
«Sono realtà diverse, ma devono procedere e agire in accordo. La perfezione che la mia mente vede con assolutezza deve essere seguita dal corpo. Di qui l’importanza del lavoro, della disciplina: mi riferisco a una disciplina che è contemporaneamente mentale e fisica. Il corpo non può rispondere totalmente alla visione della figura perfetta che la mente dell’atleta deve raggiungere. Ma deve sapervi corrispondere».

Scusi, lei parla della perfezione del ginnasta sugli anelli come quello che si potrebbe definire un assoluto platonico, una figura astratta, quindi crede che esistano perfezioni assolute, astrali. E nello stesso tempo afferma che è anche positivo che l’uomo, pur aspirando a quella perfezione, non la possa conseguire. Lei è un campione e a me basta quanto ha dato all’Italia, a me italiano, e in generale all’uomo. Agli anelli. Ma ora mi colpisce anche qualcosa di preesistente ai suoi ori: il suo è un discorso che ha qualcosa di religioso.
«Non sono credente, per un mio percorso che parte da istanze di fede. Ma la maggior parte dei valori su cui si fondano la mia vita, la mia attività, la mia visione, sono valori di fede. Molto vicini ai valori cristiani, anche se non credo in Dio. E in questo c’entra anche il lavoro, il senso di sacrificio, il desiderio di superarsi, di dare sempre il massimo. È fondamentale il sacrificio, il lavoro. La via verso la perfezione è sacrificio, dedizione assoluta».

Per essere Chechi o Stefania Belmondo ci vuole qualcosa di più dell’abnegazione. Come per un poeta.
«Certo, il dono. Quello è tutto, se non c’è non c’è. Ma agisce al trenta per cento. Quanti ne ho visti, dotati, non giungere a nulla. Il dono va onorato con il sacrificio, e con l’applicazione della mente».

Lei sta parlando di qualcosa che credo di conoscere… Scusi, ma l’atleta che raggiunge la perfezione agli anelli, e lei è uno dei pochi che vi sono riusciti, non incontra, nella sospensione assoluta, una sorta di estasi? Insomma quando consegue la perfetta immobilità, è fuori di sé o sta lavorando mentalmente per mantenere il controllo?
«Fino a quando mi aggrappo c’è la tensione assoluta, lo sforzo fisico e una bruciante volontà. Nel momento in cui mi fermo – parlo delle situazioni vincenti, in quelle diverse percepisco subito, in pieno, l’imperfezione, l’errore – mi sento fuori. Non vorrei esagerare, parlando di stato di trance…».

Io, vedendo lei, Dibiasi, in certi momenti epici, ho pensato a uno stato di trance, letteralmente…
«Preferisco limitarmi a dire che è qualcosa di meno alto, ma imparentato. Certo di quel minuto, intendo il minuto dei cinque mondiali, ancor più l’oro olimpico, non ricordo, più nulla. Mai più. Qualche bagliore. Ricordo perfettamente il prima…».

Il prima di aggrapparsi, la spinta e il il balzo…
«Esattamente. E il dopo. Dopo mi pare di scendere. Ma in quel minuto di cui non ricordo nulla ho la certezza di essere giunto alla meta, vicino alla perfezione».

In cui si annulla.
«Lei mi fa domande diverse dal solito. Questa conversazione è differente. Dalle solite. Mi accorgo che è proprio così. Lei mi ha capito. Che mentre sento che sto vincendo, mi annullo. Un attimo dopo, appena tocco terra, soddisfazione, fierezza, gioia. Ma soprattutto, soprattutto un senso di liberazione».

Liberazione?
«Sì, liberazione».

Nessuno la obbligava…
«Qualcosa mi obbligava. E nel momento in cui lo conseguo la meta, mi libero di un vincolo».

Mantiene il patto. E poi, di nuovo a terra, primo nel mondo, eroe delle Olimpiadi, non prova la sensazione della gloria?
«Sì, e credo che se qualche campione nega di provare questa sensazione non sia sincero fino in fondo. O non sia normale… Sì, la gloria, la fierezza di essere quello che sono per quanto ho fatto, con passione e sofferenza ».

E talento, scusi, dono divino. O di natura, per ricorrere a una terminologia più consona al suo sentire.
«Quello c’è, ripeto, e conta il trenta per cento. Ma proprio perché c’è deve essere onorato, mai sprecato, onorato con fatica e impegno. E dedizione assoluta».

Ha provato l’ebbrezza della gloria? Intendo la pura, assoluta felicità del campione olimpico della Grecia antica, che sente l’eco che il suo nome avrà nel mondo? Il brivido di avere compiuto un’impresa nobile, non violenta, pacificante, e anche gloriosa?
«Sì, non lo nego assolutamente. Liberazione, felicità, e un senso di onore quando qualcuno mi riconosce, ancora. Pensi, c’è addirittura chi mi incontra, e mi ringrazia».

Mi inserisco nella lista degli eletti…
«Lo ammetto senza esitazioni, mi fa piacere. E non nego anche la soddisfazione per i guadagni pratici, economici, che le medaglie d’oro comportano. Fa parte della ricompensa della vita. Guai ad anteporre queste cose al puro esercizio di un compito. Devono stare al loro posto, ma ci sono. D’altronde, per un atleta, la prima, la vera spinta è superare se stesso. Dobbiamo vincere per migliorare noi stessi e dare felicità agli altri. In questo nulla è paragonabile a un oro olimpico. Il mio vale di più dei cinque Mondiali, e alla pari il bronzo olimpico, quando, dopo l’infortunio, dissero che avevo finito e dovevo ritirarmi. Quello è il mio secondo oro alle Olimpiadi. Che culturalmente, spiritualmente, sono un’altra cosa. Come se durassero tutto il tempo della civiltà, oltre il tempo».

Avvenire, 25 luglio 2015

16.7.19

Nella prima luce. Una poesia di Irene Marchi

Irene Marchi


vorrei imparare a vivere
come se in ogni istante
ci avvolgesse
                        – silenziosa –
la prima luce della mattina

dentro quella luce
il buio che ogni notte ci morde
sembra stupido,
ogni cosa è accarezzata
                           – in silenzio –
soltanto per quello che è

Dal sito “La poesia non si mangia” - ©Irene Marchi 2019

Er primo pasto. Una poesia di Aldo Fabrizi



Quanno mi madre me staccò dar petto
e me se presentò cor semmolino,
buttai per aria tazza e cucchiarino
creando er primo caso de “riggetto”.

Ormai non me sentivo più pupetto,
pe' via ch’avevo messo già un dentino,
provò a ridamme er latte… genuino,
ma protestai co' un minimozzichetto.

Lei fece un urlo senza intenne er dramma,
ma come la potevo contesta'
si ancora nun dicevo manco mamma?

Mi padre disse: “Soffre de nervetti”.
E quieto quieto cominciò a magna'
‘n’insalatiera piena de spaghetti.

dal sito "Sonetti romaneschi"

Il buono il vecchio e il cattivo. Intervista ad Andrea Camilleri (Mario Cicala)


Una bella intervista al nostro amato Camilleri, in alcuni passaggi gustosissima, del mese scorso. Aspettiamo la prossima. (S.L.L.)


ROMA.
Andrea Camilleri è nato nello stesso anno di Malcolm X, Bob Kennedy, Paul Newman, Pol Pot. Il prossimo 6 settembre compie 94 anni. Nel frattempo ha scritto un nuovo Montalbano, appena uscito da Sellerio, più un monologo di due ore e mezza, poi ridotte a una e mezza, sul mito di Caino, che interpreterà da solo sul palco delle Terme di Caracalla il 15 luglio. Se un infortunio domestico non l'avesse intralciato, a quest'ora non sarebbe qui davanti a me per l'intervista, ma probabilmente dal re di Svezia Carlo XVI Gustavo, che lo invita da tempo perché è fissato con Montalbano. Lui e la regina consorte Silvia hanno già visitato tutti i luoghi siciliani del Commissario. E il popolo svedese, a ruota. «Sono stati istituiti speciali voli charter Stoccolma-Comiso» mi comunica Camilleri. E aggiunge, fumando: «Se ce la faccio, prima o poi in Scandinavia ci vado».
Quest'ultimo Montalbano si intitola Il cuoco dell'Alcyon e l'Alcyon è una goletta dove un losco imprenditore orchestra strani traffici e festini con escort prima di finire accoppato.

Anche stavolta si è ispirato a qualche fatto di cronaca?
«Stavolta no. Il libro rielabora il soggetto di un film che si sarebbe dovuto fare con gli americani ma andò in fumo. Rimettendo mano alla storia, l'ho spinta un po' sopra le righe, ci ho infilato una vena parodistica».

Ormai Montalbano ha la pellaccia abbastanza dura da poter sopravvivere anche alla sua parodia.
«In questa indagine per la prima volta si traveste. Si tinge baffi e capelli e perfino Augello non lo riconosce, tanto che gli spara addosso. Però l'Alcyon, io l'ho visto davvero. Anni fa, passeggiavo con mia moglie lungo il molo del mio paese quando apparve una grande goletta, identica a quella di Agnelli. Un amico negoziante mi rivelò che il tre alberi si fermava a Porto Empedocle sempre per poche ore. Giusto il tempo di caricare a bordo viveri, whisky e ragazze. Doveva essere una di quelle bische galleggianti dove i miliardari se ne stanno a giocare in acque internazionali belli tranquilli. Nel romanzo immagino però che la barca venga utilizzata per oscuri summit».

Lei ha debuttato nel romanzo a 53 anni, era il 1978, con Il corso delle cose. Anche lì la trama ruotava intorno a un omicidio. Quasi tutta la sua traiettoria letteraria si snoda sotto il segno del delitto. Come ce e se lo spiega?
«A modo mio, mi sono sempre occupato del Male. Come lei sa, non sono scrittore di fantasia, parto sempre dalla realtà. E, quando ho cominciato con i romanzi, la realtà erano i morti di mafia, non si contavano più, non si parlava d'altro. A me questa cosa non andava giù».

In che senso?
«Nel senso che nei miei libri avrei voluto parlare anche d'altro. Così, in Il corso delle cose trovai una soluzione che in seguito non avrei più abbandonato. Accanto a quel macigno che è la mafia ho sempre cercato di mettere elementi di controcanto. Nel primo romanzo valorizzavo per esempio il senso dell'amicizia che c'è in Sicilia».

Mafioso o no, mi racconti un fattaccio siciliano che segnò l'immaginario del giovane Camilleri.
«Uuuh... Ce n'è un'infinità».

Ne scelga uno.
«A metà degli anni Cinquanta c'erano ad Avola due fratelli contadini che si odiavano a morte da sempre, per il possesso della terra. "La terra significa guerra" dice il proverbio. Beh, un giorno uno dei due sparisce. Nella stalla del fratello trovano tracce di sangue. I carabinieri raccolgono altre prove. Fino a decidere che l'omicidio è stato compiuto a pietrate e il corpo fatto sparire. La gente è inorridita. Sulla spinta dell'emozione, la Corte d'Assise condanna il contadino all'ergastolo».
Anche in assenza di cadavere.
«Proprio così. Il morto non si trova. Però qualche tempo dopo, in un paesino a una cinquantina di chilometri, un commissario di Pubblica Sicurezza riceve una mezza soffiata e si mette a battere un'altra pista. Indaga e scopre che nessuno è stato assassinato. Il contadino scomparso si è nascosto: aveva architettato una messinscena perfetta per mandare l'odiato fratello a marcire tutta la vita in galera».

A confronto. Caino e Abele erano due paciocconi. Ma ci arriveremo. Prima volevo chiederle se sul Camilleri giallista abbiano inciso, oltre alle letture, anche esperienze personali. Ed eventualmente quali.
«Non le ho mai raccontato di quando mi trovai in mezzo a quella strage di mafia?».

A me no.
«Ebbene, quando tornavo a Porto Empedocle andavo a farmi un whisky in un certo bar. Il proprietario era un tipo simpatico. Esordiva sempre dicendo: "Dottor Camilleri, il primo giro è offerto". Una sera di settembre aveva appena smesso di piovere e la gente era scesa tutta in strada. C'era un'atmosfera di festa. Andai al solito bar, ma lo trovai chiuso. Dopo un lungo giro, mi infilai nell'ultimo caffè del paese. Tra la folla, di spalle, c'era un uomo appoggiato al bancone. Quando ordinai il mio whisky il tizio si voltò e mi disse: "Lei stasera mi tradisce". Era il padrone del bar dove andavo di solito. Gli risposi: "Casomai è lei che tradisce sé stesso". Lui rise e mi disse: "Posso avere l'onore di averla al mio tavolo fuori? Vorrei presentarle mio padre e un amico". Mi precedette. Mentre mi apprestavo a seguirlo col whisky in mano tutte le bottiglie dietro al bancone esplosero. Il rumore era quello inconfondibile delle mitragliette. Un rumore osceno. Assomiglia a quello di certi cagnetti arrabbiati quando si mettono ad abbaiare».

Porto Empedocle come Chicago.
«Un massacro. Più che di paura, la mia reazione fu di rabbia. Chiesi al barista una pistola, volevo sparare. Lui mi disse: "Stasse calatu", stia giù. Mi abbassai, ma non più di tanto, perché c'era sangue dappertutto e non volevo sporcarmi il vestito. Alla fine, sei morti. E il bersaglio sa chi era?».

No, ma un sospetto ce l'ho.
«Il barista che mi aveva invitato al suo tavolo. Lui, suo padre e il guardaspalle erano mafiosi di pura razza. Ma io che tornavo in paese per tre giorni l'anno che potevo saperne? Era il momento nel quale i giovani, i cosiddetti stiddari, cercavano di sostituirsi alla vecchia mafia».

Di assassini ne avrà conosciuti.
«Questa domanda mi mette a disagio. Assassini... che dirle? Sono cresciuto assieme a un grosso mafioso che sarebbe stato condannato all'ergastolo. Ma come faccio a definirlo "assassino"? Me lo ricordo bambino... Giovanni era figlio di contadini, io di un proprietario terriero, andavamo a scuola, giocavamo assieme... Un giorno mio padre mi disse: "È sulla mala strada, cerca di non frequentarlo". Eppure con me continuava a essere affettuoso, quando arrivavo a Porto Empedocle da Roma mi faceva sempre trovare la ricotta fresca... Assassino? Sa, i rapporti mutano... Giovanni tentò di sfuggire alla morte scappandosene in Canada. Gli chiesi: perché te ne vai? E lui - sempre elegante, un bel ragazzo - rispose: "Nenè, parto perché questo Paese è diventato ingovernabile". S'era messo a parlare come un prefetto!».

Perché Camilleri torna a teatro?
«Perché sono un contastorie. In fondo non sono mai stato altro».

L'anno scorso il monologo sul greco Tiresia, adesso sul biblico Caino, il prototipo di tutti gli omicidi, un po' il patrono di voi giallisti. Lei lo riabilita.
«Nella tradizione ebraica, e in parte anche in quella musulmana, esistono una miriade di controstorie che ci raccontano un Caino molto diverso da quello della Bibbia. Su queste abbiamo lavorato».

Che dicono?
«Per esempio che né lui né Abele sarebbero figli di Adamo ed'Eva».

E di chi allora?
«Abele dell'unione tra la donna e un arcangelo, Caino di quella tra lei e un demonio. Se ne ricava che l'infedeltà coniugale nacque contestualmente alla prima e unica coppia del mondo».

Vatti a fidare.
«Non solo. In alcune di quelle antiche narrazioni lo scontro tra i due fratelli ne rovescia in qualche modo le posizioni rispetto al testo biblico. Quando vengono alle mani, Abele, che è il più grosso, sta per sopraffare Caino che per la prima volta nella storia dell'umanità legge negli occhi del fratello l'intenzione di uccidere».

Poi però avviene un ribaltamento.
«Sì, ma uccidendo Abele, è come se Caino dicesse: se l'avessi lasciato fare sarebbe stato lui e non io il primo assassino dell'umanità».

Facendolo fuori lo salva dall'empietà dell'omicidio.
«E lascia aperto un dubbio: forse non ero io quello condannato al Male in quanto figlio del demonio e lui quello destinato al Bene perché generato da un angelo. Viene fuori così la visione di un Male che non è legato alle nostre origini come una maledizione, ma è una nostra scelta».

Pure Caino è stato un grande incompreso. Il processo va rifatto.
«C'è tutta una parte del mito che è affascinante, ma totalmente ignorata. È quella del Caino fondatore di città, inventore dei pesi e delle misure, della lavorazione del ferro... Ma soprattutto quella di Caino inventore della musica. Il Caino che dice: "Ecco io so, ne sono sicuro, che davanti a Dio l'avere inventato la musica è valso più di ogni sincero pentimento"».

Però una volta lei ha detto: «Sono convinto che gli assassini e in genere i delinquenti siano sostanzialmente degli imbecilli». Ribadisce?
«Assolutamente. Chi crede al delitto perfetto che cos'è se non un imbecille? Una minima cretinata lo tradirà. E del resto a che cosa porta il delitto? A nulla. Hai solo momentaneamente eliminato un ostacolo. A meno di non adottare il principio staliniano secondo il quale ogni uomo è un problema ed eliminato lui, eliminato il problema. Era un'idea a suo modo visionaria (risata). Solo che comporta morti a milioni».

Da regista, lei ha lasciato il teatro negli anni 70. Che effetto le fa tornarci adesso da attore?
«Sono in tensione, ma relativa. È tale e tanto l'afflusso dell'adrenalina che non soffro più né il caldo né il freddo».

Ho letto che Strehler non apprezzava granché le sue regie.
«Non le apprezzava per niente. Che vuole, non ci prendevamo...».

Con chi altri non s'è mai preso?
«Con Cesare Garboli. Dei miei versi scrisse: "Le poesie di Camilleri non resistono a una seconda lettura". Alé!».

Torniamo a Montalbano. Quest'anno il commissario compie un quarto di secolo. Ma è vero che l'autentico modello del personaggio fu un suo parente?
«Allude a Carmelo Camilleri, il cugino di mio padre?».

Lui. Chi era?
«Un commissario della questura di Milano. Capo della squadra politica. Fascista brutale. Ma la sua vita cambiò il 12 aprile del '28, quando durante una visita di Re Vittorio Emanuele III scoppiò una bomba che fece venti morti. Negli ambienti anarchici e comunisti vennero arrestate sei persone e condannate a morte. Però, indagando, mio "zio" scoprì che all'origine dell'attentato c'erano faide tra fascisti. E da ligio funzionario mandò il rapporto ai suoi superiori che lo trasmisero a Mussolini. Il quale, dopo averlo letto, scrisse a margine: "Liquidate Camilleri", siglando il documento con la famosa Emme puntata. Carmelo Camilleri fu costretto a dimettersi dalla polizia, ma riuscì a far arrivare in Francia la sua relazione con gli atti probatori, che vennero pubblicati dal giornale comunista “L'Humanité”. Grazie al movimento d'opinione che ne scaturì la pena di morte fu commutata in ergastolo».

Il whistleblower del Ventennio.
«Sì, ma le autorità fasciste scoprirono subito che la fuga di documenti era partita da lui. Fu arrestato e spedito al confino. Lì conobbe dissidenti comunisti come Umberto Terracini. Scontata la pena tornò a casa, però nessuno voleva dargli lavoro e si ridusse a vendere sputacchiere. Dopo la Liberazione fu riabilitato. Sì, almeno inconsciamente, è stato lui il modello di Montalbano».

A 93 anni di che cosa ha paura?
«Mi prenderà per vanitoso, e non è escluso che io lo sia, ma mi crede se le dico che in vita mia non ho mai avuto paura di niente?».

E certo.
«Mi correggo. Di un solo tipo umano ho sempre avuto paura: 'o fesso. Come diceva Eduardo. Mi terrorizza l'ignorante supponente che ha solo certezze. Io scrivo libri perché sono un cultore del dubbio».

Però qualche anno fa confessò che essere diventato un romanziere di successo le aveva tolto la felicità originaria della scrittura. "Era un piacere, adesso è un lavoro" disse. E oggi che le sue storie è costretto a dettarle perché la vista le è volata via, come si sente?
«All'epoca attraversavo una fase di logoramento. Mi crede se le dico che invece oggi mi sento di nuovo felice?».

E certo.

“Il Venerdì di Repubblica”, 7 giugno 2019

15.7.19

La banda dei tre (S.L.L.)



Scrive su fb il mio antico compagno e amico Aldo Zanca: “È facile prevedere come si svilupperà il caso Russiagate di Salvini. L'inchiesta giudiziaria avrà difficoltà a concretizzare delle prove e allora, come sempre in casi del genere, si comincerà a dire che, se non c'è niente di penalmente rilevante. non c'è niente di altro. Non c'è nessuna responsabilità di un ministro fellone, falso sovranista, che in cambio di soldi non esita a vendersi e a vendere la patria a una potenza straniera che sta tentando in tutti i modi di spaccare l'UE”.
Secondo me tocca alla sinistra, culturale, politica, impegnarsi in una battaglia di chiarimento con la pubblica opinione, forzando le chiusure mediatiche e individuando le connessioni con l'altro Russiagate, quello di Trump. I due nemici, USA e Russia, in questa fase della politica mondiale che li vede in guerra su tanti terreni, sembrano avere in comune l'obiettivo di spaccare l'UE. Non a caso Salvini mostra (o mostrava) simpatia per entrambi.

Cinquant'anni fa l'uomo sulla luna. Un mio ricordo e una rievocazione di Guido Romeo.

Cinquant'anni fa - non eravamo ancora fidanzati, ma eravamo lì lì per diventarlo - con Carmela discutevamo dell'allunaggio del 20 luglio. C'era anche Peppino Impastato, che a quel tempo preferiva ascoltare, piuttosto che parlare, ma non mancava di dire la sua. 
Maoisti benché eterodossi (ponevamo Stalin alle origini del moderno revisionismo) consideravamo l'imperialismo USA, secondo le parole di Guevara, "il nemico del genere umano" ed io ero scontento dell'impresa. Pensavo che ogni successo del nostro nemico, in qualsiasi campo, dovesse considerarsi deleterio per il movimento rivoluzionario. Carmela no, diceva che si trattava comunque di una conquista dell'umanità, che poteva dare a tutti nel tempo importanti conoscenze e significativi progressi. Peppino taceva e alla fine disse la sua: non negava i vantaggi propagandistici e temeva molto per quelli militari che potevano venire al gendarme del mondo, ma stava più con Carmela. Ottimista sulle possibilità di cambiare il mondo in tempi brevi, era convinto che nel giro di qualche decennio tutti i progressi scientifici e tecnologici avrebbero avuto effetti benefici sulla vita di tutti gli esseri umani, in ogni parte del mondo.
Anche nel ricordo di questa datatissima conversazione riprendo qui un articolo rievocativo di dieci anni fa, che cita alcuni effetti sulla vita quotidiana di quel viaggio esplorativo, positivi benché mediati dal "mercato". (S.L.L.)

Così la luna ha cambiato il mondo (Guido Romeo)
«Qui Tranquillity base, l’Aquila è atterrata». Per moltissimi sulla Terra, la notte del 20 luglio 1969, quello fu il segnale che potevano smettere di trattenere il fiato. I due astronauti statunitensi, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, avevano completato con successo il primo allunaggio della storia nel modulo Eagle dell’Apollo 11. L’impresa dei due americani, affiancati dal pilota Michael Collins che rimase in orbita nel modulo di comando Columbia, ha avuto come carburante la Guerra Fredda e la frustrazione americana di fronte ai successi sovietici dello Sputnik prima e di Jurij Gagarin, ma anche al fallimento della baia dei Porci.
Propellenti che hanno giustificato una spesa di 24 miliardi di dollari e l’impegno di 60mila tra scienziati e ingegneri della Nasa, oltre alla scommessa logistica di coordinare il lavoro di 400mila persone alle dipendenze delle circa 20mila aziende che hanno partecipato al progetto. L’effetto più duraturo della missione Apollo 11 è però quello di spartiacque storico non solo nell’esplorazione spaziale, ma anche nel pensiero contemporaneo, perché ha cambiato per sempre la percezione della presenza umana nell’Universo.
Gagarin aveva già orbitato intorno alla Terra per poco più di un’ora e mezza, ma non l’aveva mai veramente lasciata, perché mai effettivamente libero dalla sua forza di gravità. Armstrong e Aldrin si erano spinti là dove fino a pochi anni prima sembrava impensabile arrivare. In un mondo alieno, da dove il pianeta a cui appartenevano appariva come una piccola biglia blu, un punto di colore sospeso in mezzo all’immensa tela buia dell’infinito. Unico e fragile. Un puntino talmente piccolo che - ricordano gli astronauti - bastava un pollice sull’oblò del modulo per nasconderlo. Il suo significato era però talmente importante che proprio tra il ’69 e il ’72 fiorì un nuovo ambientalismo e una nuova coscienza del pianeta che ha generato ipotesi come quelle di Gaia di James Lovelock.
Ma altrettanto rivoluzionaria sarà la ricaduta tecnologica di quell’impresa, con lo sviluppo di ritrovati che hanno cambiato la vita quotidiana dell’umanità. Il metano liquido che sta diventando una delle energia alternative più pregiate deve la sua fortuna alla missione Apollo 11. Fu per questa navicella, che la Beech Aircraft Corporation sviluppò i primi serbatoi in grado di stoccare metano liquido a oltre 200 gradi sotto zero. In seguito, la stessa azienda ha messo a punto un sistema in grado di convertire i motori a scoppio tradizionali di auto e camion per l’alimentazione a metano.
Tanto per fare un altro esempio, il trapano senza fili, che molti consumatori usano per il bricolage, non è altro che lo sviluppo dello strumento realizzato dalla Black&Decker per dare ad Armstrong e Aldrin la possibilità di staccare campioni di roccia dal suolo lunare. Gli stessi pacemaker hanno preso l’impulso dai dispositivi congegnati dalla Nasa per monitorare i parametri vitali degli astronauti. Anche camminare sulla Luna richiedeva una tecnologia particolare per gli stivali dell’equipaggio: tecnologia sviluppata dalla DuPont e poi sfruttata da un ingegnere del programma Apollo, Al Gross, per produrre in collaborazione con Avia (calzature sportive), una nuova generazione di suole elastiche oggi usate da migliaia di sportivi.
Successi figli di una missione che è stata in ogni suo aspetto una scommessa ai limiti del possibile. La stessa decisione di Kennedy di puntare alla Luna fu una missione ardita e a tratti controversa anche nella comunità scientifica, dove molti paventavano un’infezione da organismi o sostanze tossiche.
Per il pubblico di allora, il catalizzatore di attenzione più potente fu la manovra di allunaggio vissuta in diretta e che poteva in ogni momento trasformarsi in tragedia. Che l’uomo potesse "camminare" nello spazio era già un fatto acquisito, ma poggiarsi su un altro corpo celeste era una manovra mai tentata prima e per la quale Armstrong e Aldrin non avevano in realtà mai potuto eseguire una simulazione completa perché sulla Terra. Con l’ausilio di computer con una potenza di calcolo inferiore a quella dei telefonini che oggi portiamo in tasca, gli americani dovevano staccarsi dal modulo Columbia in un momento preciso per poter raggiungere la zona prevista sulla superficie e, soprattutto completare la manovra finché erano in vista della Terra, perché con la rotazione del satellite, le comunicazioni radio sarebbero divenute impossibili.
Tutto dopo essere stati catapultati fuori dall’orbita terrestre a 40mila chilometri l’ora sulla punta del Saturn 5 ed essere rimasti svegli per oltre 30 ore. Non solo, nel viaggio dalla Terra alla Luna, l’Apollo 11 era doveva ruotare su se stessa come una vite per disperdere il calore dei raggi solari che provocavano differenze di temperatura di 200 gradi tra le zone in ombra e quelle esposte al Sole e gli astronauti dovevano evitare di muoversi troppo rapidamente per non causare deviazione di rotta.
Collins nelle sue memorie non nasconde le incertezze sulla missione. Il capo della missione Apollo 8 che, con una tecnologia molto simile aveva orbitato intorno alla Luna nel 1968, aveva calcolato che la navicella, poiché composta da 5,6 milioni di parti mobili, anche se con un’efficienza impensabile del 99,9%, avrebbe sempre corso il rischio di scontrarsi con almeno 5.600 difetti. E naturalmente molte cose quella sera andarono storte.
Una volta staccatasi dall’Apollo, gli allarmi dell’Aquila cominciarono a suonare costringendo gli astronauti a bordo e i tecnici in America a scegliere se abbandonare la missione o proseguire. Fortunatamente proseguirono ed entrarono nella storia con una passeggiata di sessanta metri sul suolo lunare e le parole di Armstrong: «Un piccolo passo per l’uomo, un balzo enorme per l’umanità». Una frase storica che doveva essere seguita da un altro colpo di genio. Tornati nel modulo e preparandosi a decollare, i due, svegli da 36 ore, si accorsero che nella fase di discesa, qualcosa aveva sradicato dal pannello comandi uno degli interruttori senza il quale era impossibile azionare il booster necessario per spingerli fino alla navetta madre per il rientro. A salvare la missione fu il cappuccio di una penna che, per caso, si incastrava alla perfezione nel quadro e permise di azionare i motori. (Il Sole 24 ore, 15 luglio 2009)

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