17.12.18

La poesia del lunedì. Bertolt Brecht



Da leggere al mattino e alla sera

Lui, che io amo,
mi ha detto
che ha bisogno di me.

Per questo
ho cura di me stessa
guardo dove cammino e
sto attenta che ogni goccia di pioggia
non mi uccida.

Palermo, 60 anni fa: gli spaghetti con le vongole da Spanò, a Romagnolo (Simonetta Agnello Hornby).



Palermo del Novecento. Uno stabilimento balneare a Romagnolo
Spanò era famoso per la pasta con le vongole (piatto di cui ero ghiottissima), ne sentivo parlare da sempre e non mancavo mai di guardarlo con occhi golosi quando ci si passava davanti. Costruito su palafitte di legno a Romagnolo, alle porte di Palermo - in una zona rinomata agli inizi del secolo per gli stabilimenti balneari e poi, nel dopoguerra, per la mafia dei mercati generali -, il ristorante aveva mantenuto una certa dignità, nonostante i numerosi rattoppi in diversi toni di azzurro, tutti rigorosamente diversi dall’originale, e benché fosse incastrato tra due stabilimenti frequentati più da gatti randagi che da bagnanti. Il proprietario aveva abbellito la passerella con vasi di gerani; a ogni passo le travi scricchiolavano, ma io, totalmente presa dalla nuova avventura, pensavo solo alla pasta con le vongole.
Uno zio mi aveva raccontato dei ristoranti di Roma, la capitale. Erano ottimi, costosi, e vi si incontravano spesso i deputati - una casta a sé, poco amata nella mia famiglia. C’erano anche i ristoranti in cui si cucinavano pietanze di paesi stranieri: ricordo la storia raccapricciante del ristorante cinese dove si servivano nidi d’uccello in brodo e uova tenute a marcire per anni sotto terra. Secondo me, i ristoranti erano posti dove la gente mangiava quando era lontana da casa per lavoro o per diletto e non poteva andare a pranzo da parenti o amici. Non dubitavo, come del resto non ne dubitavano i miei genitori e tutti i nostri parenti, che nelle nostre case si mangiava meglio che in qualsiasi ristorante di Sicilia. Ma la pasta con le vongole di Spanò faceva eccezione. Quella era unica, la migliore. E io stavo andando proprio lì. Da Spanò. Con mio padre. Cos’altro avrei potuto desiderare?
Ricordo il capannone pieno di tavoli con la tovaglia candida e i posti conzati — quasi deserto. Papà mi aveva raccomandato di non chiedere niente, di non bere l’acqua - era inquinata - e di prendere per frutta soltanto banane, se ce n’erano, “gli spaghetti alle vongole meritano, il resto lascia a desiderare”. Aspettavamo di essere serviti; il capannone intanto si riempiva di gente - gli habitué entravano e sedevano rumorosamente, conversavano tra loro e con i camerieri che chiamavano per nome, discutevano della pesca della notte e sceglievano sapientemente il meglio; al momento di mangiare, silenzio assoluto fin quando il primo piatto era quasi vuoto e la fame era stata allontanata. Allora gli avventori si lanciavano con rinnovato entusiasmo nella conversazione - il piacere vero e proprio -, mangiando le ultime forchettate, intingendo il pane nel sugo, succhiando le teste delle triglie fritte, i gusci dei gamberoni e perfino le lische.
Numerosi i solitari. Pensai che quelli dovevano essere gli amici di papà, i rappresentanti di commercio. Erano di casa, da Spanò: sceglievano rapidamente dal menu che conoscevano a memoria, aspettavano impazienti, si buttavano sul cibo con voracità; poi anche loro rallentavano. Ma ecco che era già il momento di pagare, di nuovo in fretta, e di rimettersi in viaggio. Uno, seduto accanto a noi, all’apice del piacere, la forchetta ancora in mano con infilzato l’ultimo boccone di dentice, masticava piano e guardava languido Monte Pellegrino attraverso le vetrate, in attesa del conto. Arrossì, quando il cameriere dovette scuoterlo per farsi pagare, e io mi sentii complice.
Nessuna pietanza è all’altezza degli spaghetti alle vongole di Spanò, che ho rivisitato di recente grazie alle meditazioni di Brillat-Savarin. Ho ricordato l’unica donna che quel giorno sedeva al ristorante, una giovane con il suo innamorato: pasta con le cozze lui, con le vongole lei, e si imboccavano a vicenda. La ragazza succhiava il mollusco con voluttà, gli occhi negli occhi di lui. Noi avevamo finito di mangiare e papà chiacchierava con il cameriere. In bocca avevo ancora il gusto delle vongole e sulle dita l'odore di aglio e di olio – non c'erano lavadita da Spanò. Guardavo la giovane coppia e sentivo uno strano benessere. Mi ritornò, imperiosa, la fame. Di vongole e di spaghetti ma anche di altro.

Da Simonetta Agnello Hornby, Maria Rosario Lazzati, La cucina del buon gusto, Feltrinelli, 2013

Evoluzione di un mito. Didone da Virgilio a Ungaretti e Brodskij (Alessandro Schiesaro)


Posto con gratitudine questa bella pagina di storia letteraria, scritta come recensione di una intelligente antologia: DIDONE. LA TRAGEDIA DELL’ABBANDONO. VARIAZIONI SUL MITO Virgilio, Ovidio, Boccaccio, Marlowe, Metastasio, Ungaretti, Brodskij a cura di Antonio Ziosi, Marsilio, 2018. (S.L.L.)

Illustrazione di Cecilio Rizzardini per il libretto
del melodramma Didone abbandonata di Pietro
Metastasio  per  la  musica  di  Domenico  Sarro 

Il giovane Agostino legge le sventure di Didone e si commuove. A torto, come ricorda nelle Confessioni. Versa lacrime per l'amaro fato della regina cartaginese, abbandonata e spinta al suicidio; manda a memoria gli errori di Enea, mentre, prima della conversione, ignora i propri. Al lettore di Agostino non serve neppure ricordare l’autore di questa storia, la più nota di tutta la letteratura latina, e l’unica, diranno i detrattori romantici dell’Eneide di Virgilio, degna di confronto con i capolavori dei greci. Della tragedia greca la storia di Didone è erede sofisticata, penetrante. È tragica, prima di tutto, la contrapposizione senza speranza tra l’amore della donna per lo straniero improvvisamente arrivato dal mare e il destino che viene imposto ad Enea, quello di proseguire per l’Italia e gettare le fondamenta di un nuovo impero. Ma impostata sui ritmi e i toni della tragedia è l’intera struttura drammatica dell’episodio: dopo un prologo nel primo libro del poema, Virgilio imposta il quarto in veri e propri ’atti’ che segnano il percorso inesorabile verso la fuga di Enea e la morte di Didone. E ancora, tragici sono i principali modelli che si leggono in filigrana: la passione violenta della Medea di Euripide, il suicidio dell’Aiace sofocleo.
Pochi anni dopo la morte di Virgilio, Ovidio celebra la qualità eccelsa di questa narrazione complessa, stratificata, perturbante. Lui stesso ne offre una lettura sottile, che recupera linee di tensione dissimulate, semina dubbi, suggerisce varianti. Dopo, il dialogo di poeti, pittori e compositori con testo principe della poesia romana prosegue ininterrotto per se coli; l’antologia curata da Antonio Ziosi, corredata da un ampio saggio introduttivo ricco di spunti originali, consente di ripercorrerne alcune delle tappe letterarie più stimolanti, dai recentissimi Brodskij e Ungaretti proprio a Ovidio, primo lettore e primo critico dell’Eneide, il cui racconto delle vicende di Didone Brodskij proclama “più convincente” del modello virgiliano.
Come sempre accade per testi letterari che mobilitano a livelli altissimi sapienza compositiva e genialità espressiva, ogni generazione, ogni autore, reagisce in modo originale, costruisce una “sua” Didone. Erede di un lungo dibattito stimolato dai padri della Chiesa, per esempio, Boccaccio delinea una Didone castissima, che preferisce la morte al disonore delle seconde nozze. Prevale però, di norma, un’altra Didone, disperatamente innamorata, vittima umana di uno schema divino, quello della fondazione di Roma, che calpesta senza remore i desideri e le aspirazioni dell’individuo: lo stesso amore di Didone è frutto dell’interessato intervento di Venere, preoccupata di assicurare al figlio una sosta tranquilla sulle rive africane. Sconfitta e sacrificata prima ancora che si alzi il sipario, Didone è incarnazione di una perdita e di un lutto. Muore con lei la dimensione umana del sentimento contrapposta all’imperscrutabile onnipotenza degli dei; muore la sua Cartagine, che i discendenti di Enea metteranno davvero a ferro e fuoco, amplificando le fiamme della pira sacrificale su cui si immola Didone e che Enea scorge da lontano mentre fugge.
Per i contemporanei, Didone è soprattutto simbolo di esilio, perdita, distruzione. I Cori di Didone di Ungaretti decostruiscono in testi brevi e spezzati, la solida architettura epica del libro virgiliano. Ispirati alla poesia per musica di Monteverdi, anche questi Cori saranno musicati da Luigi Nono nel 1958, un lontano omaggio al Didone ed Enea seicentesco di Henry Purcell. Ma questa Didone è emblema di un declino esistenziale, ridotta a «cosa in rovina e abbandonata», come la sua città, che «anche le sue macerie perse» quando i Romani versarono sale sulle mure abbattute di Cartagine per assicurarsi che mai sarebbe risorta. Una Didone non lontana, per molti versi, dal Palinuro che Cyril Connolly, pochi decenni prima, aveva identificato come emblema di una melancolia esistenziale, di un allontanamento dagli spiriti vitali (non è un caso che Palinuro abbia esercitato un fascino notevole anche su Ungaretti). E neppure dalla Didone di Brodskij, vittima di altri esili e di altre crudeltà del potere.

“Il Sole 24 Ore – Domenica”, 2 settembre 2018

Classici del 700. Il dramma di Clarissa, che divertimento! Il romanzo-fiume di Richardson (Luigi Sampietro)

Joseph Highmorw, La famiglia Harlowe (1747). Un quadro ispirato alla "Clarissa"

«Straziami, ma di baci saziami». È il verso di una canzonetta di cent’anni fa, ma avrebbe potuto essere il grido di battaglia, per non dire il motto, di certe eroine come la sventurata Monaca dei Promessi sposi che risponde al richiamo dello sciagurato Egidio, con tutto quel che segue.
Ma per arrivare a tanto, a un simile connubio di impulsi contrari – strazi e tenerezze, voluttà e violenza: e non tanto nella realtà quanto nei libri –, la strada era stata abbastanza lunga. I poeti e soprattutto i narratori del secolo dei Lumi e della Ragione si erano intrattenuti, tanto in Francia quanto in Inghilterra, sulla casistica delle emozioni, e ne avevano cavato virtuose lacrime e svenimenti, morti di crepacuore e viaggi senza meta a caccia di sensazioni. Oltreché, beninteso, un cospicuo novero di relazioni pericolose nei cosiddetti romanzi libertini.
Il bene e il male avevano però sempre avuto ruoli fissi e contrapposti in questa letteratura. I baci e gli strazi non erano ancora gli ingredienti di quel mix erotico ad alto contenuto alcolico che noi conosciamo; ma semplici manifestazioni di tenerezza e di sofferenza insieme, a cui si abbandonavano le vittime di soprusi, che si confortavano a vicenda abbracciandosi.
La necessità di dirimere il dritto dal rovescio – non solo nel fondo della propria coscienza, ma anche nel giudizio della società, bisognosa di ordine per funzionare e produrre – faceva sì che i lettori dell’epoca, e le lettrici, si appassionassero a vicende romanzesche il cui tema era la virtù insidiata delle fanciulle nubili. Gioiello prezioso in un mondo che desumeva i propri valori dalle leggi non scritte del dare e dell’avere, e che verso la fine del secolo avrebbe preso il nome di libero mercato.
La santimonia di chi presentava i propri romanzi con intento edificante – come vedremo tra un momento, parlando della Clarissa di Samuel Richardson – e, perché no?, le buone intenzioni delle persone dabbene che li leggevano, erano l’innesco perfetto per esitare al pubblico storie che avevano talora, volendo andare per il sottile, anche qualche risvolto pruriginoso. Fatta salva la virtù, che non era un termine astratto e aveva un preciso correlativo oggettivo, il resto era tutto un ricamo sull’argomento.
La lezione – o, meglio, la moda – arrivava in Inghilterra dalla Francia, dove aveva preso piede nel secolo precedente aprendo la strada alla libera espressione, orale e scritta. Nel salon, che in realtà era la stanza in cui giaceva malata Mme de Rambouillet (1618-60), “i preziosi”, e soprattutto le “preziose” che saranno successivamente prese in giro da Molière, avevano ingentilito il linguaggio esercitandosi a «tout dire», anche le cose più difficili, «sans brutalité et sans obscurité». E in un romanzo famoso di M.me de Scudéry, era stata addirittura tracciata una Mappa del Cuore (Carte de Tendre) con le varie tappe del percorso amoroso. Un decisivo passo avanti verso un tipo di romanzo in cui la passione avrebbe fatto aggio sulla galanteria, il carattere e l’intimo sentire sul comportamento e sulle manières, e che avrebbe dato luogo al romanzo sentimentale.
Di tutto questo, sebbene rinchiuso in un manicomio, avrebbe riso il Marchese de Sade, che non si peritò, con grave scandalo, di capovolgere il tutto, facendo trionfare il vizio sulla virtù. Fu una scandalosa novità, che però richiamò l’attenzione sul fatto che il piacere, normalmente associato alla nozione di bene, veniva esplicitamente connesso con la pratica della violenza. Cioè, del male.
E poiché è accertato che de Sade, quando scrisse le tre versioni di Justine, ou les Malheurs de la vertu; e l’Histoire de Juliette, ou les Prospérités du vice, avesse in mente Pamela; or, Virtue Rewarded (1740), nonché Clarissa, or, the History of a Young Lady (1747-48) di Samuel Richardson, è da lui che bisogna partire.
Nato nel 1689, Richardson era uno stampatore. Questa professione rese possibile, dopo che ebbe pubblicato con grande successo il suo primo libro, la realizzazione in proprio di un romanzo fiume in sette volumi come il succitato Clarissa (1747 e 1748), che è probabilmente il più lungo che sia mai stato scritto in lingua inglese, ed è ora ripubblicato da Aragno in una traduzione riveduta e corretta di Masolino d’Amico (Samuel Richardson, Clarissa, Introduzione di Masolino D’Amico)
Al pari di Pamela (1740), il cui archetipo era la storia di Cenerentola, Clarissa è un romanzo epistolare messo insieme da un narratore, ovvero l’autore stesso, che limita il proprio intervento alle poche pagine della prefazione e della conclusione. Un modo di presentare gli eventi attraverso la viva voce dei protagonisti quanto mai efficace per un pubblico abituato ad andare a teatro e composto da gente avvezza a comunicare, non esistendo altro mezzo, con lettere e bigliettini d’ogni sorta. Richardson, da parte sua, aveva fama di grafomane e quando un libraio di Londra ebbe l’idea di commissionargli un prontuario – una sorta di segretario galante, e non solo, buono per tutti gli usi – ne venne fuori un libro che fu pubblicato come Letters Written to and for Particular Friends, on the Most Important Occasions (1741). E fu, quello, l’inizio della sua carriera di scrittore.
In Clarissa le lettere sono in tutto 537 e i personaggi una quarantina, ma la maggioranza è a firma di quattro protagonisti, che sono: Clarissa Harlowe e la sua amica Anna Harlowe, da una parte; e dall’altra Robert Lovelace, seduttore seriale, insieme all’amico, confidente e manutengolo, John Belford.
La trama, e di conseguenza la configurazione dei personaggi, non è però semplice come si potrebbe pensare, date le premesse. E molto in breve, a chi affrontasse per la prima volta i quattro volumi (2800 pagine) editi da Aragno, segnalo i fatti che bisogna tener presente. È la storia di una devota ma vivace ragazza di 19 anni che la famiglia vorrebbe dare in sposa a un riccone di nome Solmes, allo scopo di arrivare un giorno – magari, chissà – a un titolo nobiliare. Ma la ragazza, che si chiama appunto Clarissa Harlowe, lo detesta ed è sensibile al corteggiamento di un bellone che risponde al nome di Lovelace, che la famiglia invece avversa. I due hanno la malaugurata idea di fuggire insieme. Lovelace, offeso per il comportamento della famiglia di lei nei suoi confronti, invece di sposarla, pensa di sedurla e poi non sposarla. Clarissa, avendo capito l’antifona, resiste in ogni modo ai tentativi dell’amante, che a un certo punto la intontisce e la stupra. Vinta dalla vergogna, Clarissa muore. Belford che nel corso dell’intera vicenda aveva assecondato i maneggi di Lovelace, si pente e redime; mentre lo sciagurato seduttore conclude la storia soccombendo in un duello contro il colonnello Morden, cugino di Clarissa.
Il romanzo ebbe un immenso successo in Inghilterra e in tutta l’Europa. Liberamente tradotto in francese dall’abate Prévost – l’autore di Manon Lescaut –, lanciò una moda che doveva dominare la letteratura romantica per più di un secolo, giù giù fino a Carolina Invernizio e ai versi della canzone tango di cui sopra. È vero che lo stile di Richardson che tanto rapì i contemporanei, può sembrare, come è stato scritto, «prolisso a quei moderni che non ne sentono la giustezza e la grazia proprie di un secolo che non aveva fretta»; e tuttavia si tratta di un capolavoro.
Richardson è, insieme a Daniel Defoe, il fondatore del romanzo moderno inglese. Ma mentre Defoe costruisce, con Robinson Crusoe e Moll Flanders, due figure memorabili per la loro vitalità e capacità di affrontare il mondo esterno; l’opera di Richardson è soprattutto rivolta alla creazione della struttura interiore dei personaggi. Veri e propri esseri viventi, che interagiscono sul piano morale ed emotivo con i propri simili e prima ancora con i propri principi.
Lo stesso rapporto conflittuale tra Lovelace e Clarissa – il seduttore e la sedotta – che, raccontato in maniera sommaria potrebbe sembrare schematico e semplice come quello, grottescamente capovolto, dei romanzi di de Sade; è invece articolato e complesso al punto di fare di questa storia, e soprattutto del profilo della sua protagonista, un punto d’arrivo insuperato dal punto di vista psicologico, e non solo. E poiché a complicare le cose c’è il fatto che si può davvero pensare che i due protagonisti siano – o siano stati – innamorati l’uno dell’altra, Clarissa è un grande esempio di tragedia borghese. E bene hanno fatto Nino Aragno e Masolino d’Amico a rimetterla in circolazione.

"Il Sole 24 ore - Domenica", 2 settembre 2018

Il pendaglio. Una poesia di Stratone di Sardi (II secolo dopo Cristo)

Le rovine della palestra dell'antica città jonica di Sardi (Asia Minore, oggi Turchia)

Il pendaglio dei ragazzi, Diodoro, ha tre forme
e tre stagioni: ti insegno i nomi.
Se nessuno ancora l'ha toccato, chiacchierino;
pisello quando comincia un po' a gonfiarsi;
lucertola, quando ormai guizza nella mano.
Quando è maturo - il nome lo sai già.

da Antologia Palatina, XII, 3 - in Il miele di Afrodite, Mondadori 1991 - Trad. Marina Cavalli

16.12.18

Pancrazio De Pasquale e Pio La Torre processati per “populismo”. Bufalini sulla storia del Pci in Sicilia (Marcello Sorgi)

Pio La Torre alla Camera del lavoro di Palermo durante una riunione della Federbraccianti
C’è un capitolo dimenticato, eppure emblematico, nella storia del Pci, un episodio di lotta interna nella Sicilia degli anni Cinquanta. È il primo scontro di un certa importanza fra vecchio e nuovo gruppo dirigente, in cui si mescolano il partito semiclandestino uscito dalla guerra e quello del “nuovo corso” di Togliatti; Secchia con Stalin; l'illusione di una “rivoluzione dei contadini” al posto di quella “canonica” degli operai. Pio La Torre, il dirigente comunista assassinato dalla mafia, lo ha rievocato nel suo libro "Comunisti e movimento contadino in Sicilia". Paolo Bufalini, uno dei grandi nomi del Pci, fu uno dei protagonisti: era stato mandato a Palermo da Togliatti come segretario della federazione e vicesegretario regionale, per rimettere pace nel partito siciliano e riportarlo all’unità. Bufalini oggi ha 74 anni: è nel Pci dal 1937; s’è formato politicamente durante la Resistenza come partigiano
Paolo Bufalini con Lucio Magri ed Enrico Berlinguer
nel Montenegro. A Roma, nel dopoguerra diventa giovanissimo uno dei diretti collaboratori di Togliatti. Trent’anni dopo sarà l’uomo più vicino a Berlinguer nella stagione del “compromesso storico”. La sua carriera politica è stata intensa: dalla direzione alla segreteria, alla commissione centrale di controllo che ha presieduto tino a due anni fa. Ma non lo ha mai distolto dagli studi classici. Bufalini ha scritto molti libri, di politica. E per diletto, anche una raccolta di traduzioni oraziane, "
A Leuconoe".

E oggi, senatore Bufalini, cosa ricorda di quella sua esperienza siciliana di quasi quarant’anni fa?
«A lei, dunque, interessa soprattutto quella vicenda di cui parla Pio La Torre nel suo bel libro, ricco e vivace, nel quale in appendice è pubblicato il verbale di una riunione del comitato regionale del Pci del novembre 1950. Parliamone pure, anche se, muovendo di lì, i problemi della Sicilia e dell’azione del Pei in Sicilia verranno visti di scorcio. È una storia in cui fui coinvolto, non dico mio malgrado, ma a sorpresa. Nel 1950, all’epoca dei fatti, io non ero mai stato in Sicilia: ero segretario regionale dell’Abruzzo ed ero impegnato nell’organizzazione di ampie lotte operaie e contadine per il lavoro e la terra, e soprattutto nella lotta del Fucino che portò all’espropriazione dei Torlonia. Una sera d’autunno, a Pescara, mi fu consegnato un telegramma di Pietro Secchia, che era allora il vicesegretario del partito responsabile per l’organizzazione: “Vieni subito. Secchia”. Pensai a una riunione di ordinaria amministrazione, di quelle che si facevano periodicamente a Roma con i dirigenti della periferia».

Invece, cosa accadde a Botteghe Oscure?
«Appena arrivato, Secchia mi disse: “Preparati che domani vieni con me a Palermo. C’è una situazione critica nel partito, Togliatti è preoccupato e la segreteria ha deciso che tu ti trasferisca lì come vicesegretario regionale e segretario della federazione di Palermo. Farò io la proposta al comitato regionale. Partiremo domattina, in aereo”. Così, l’indomani mi ritrovai a Palermo.
Pancrazio De Pasquale
Ma cos’era successo di tanto grave da richiedere una missione d’emergenza del vicesegretario del partito?
«Le dico subito che, al di là del tono dei verbali, Secchia, e io con lui, su direttiva della segreteria del partito, andammo a Palermo per stemperare l’asprezza delle critiche, recuperare i giovani quadri e avviare un’opera di ricostruzione dell’unità del partito su un piano di chiarezza politica. Intendiamoci, lo scontro c’era. Si era venuta via via delineando, più o meno consapevole o spontanea, un’opposizione alla direzione regionale che faceva capo a “Mommo” Li Causi, una delle personalità più forti ed eminenti, nazionale e siciliana, del partito, ad alcuni dei vecchi compagni del gruppo storico della clandestinità e ad alcuni dei giovani quadri. Al movimento, diciamo così, e alla tendenza di opposizione, che aveva come punto di riferimento la federazione di Palermo diretta da Pancrazio De Pasquale, partecipavano molti dei giovani che erano venuti al partito e si erano formati nella Resistenza e nel dopoguerra, sull’onda delle lotte contadine. De Pasquale, appunto, era il giovane più promettente di questa generazione, che allineava già nomi come Pio La Torre e molti altri che avrebbero avuto un futuro di primissimo piano nel Pci».

Qual era la ragione del contendere? Stando all’atto d’accusa, oggi si direbbe che i giovani peccavano di “movimentismo”. Vagheggiavano una sorta di “rivoluzione dei contadini” senza prestare la “dovuta” attenzione raccomandata alla classe operaia. Non impegnandosi a fondo nella “costruzione del partito”, peccavano di “spontaneismo”.
«C’era qualcosa di vero in tutto questo. Ma in realtà questi giovani si erano gettati con grande impegno nell’organizzazione delle lotte contadine (e anche in quelle operaie, per esempio al Cantiere navale di Palermo); perciò non si può parlare di “movimentismo”: ché, al contrario, tutto l’impegno era posto nel costruire, organizzare e dirigere i movimenti che scaturivano dai contrasti di classe e politici. Ma essi, per così dire, saltavano l’autonomia siciliana, non comprendevano fino in fondo la specificità della questione siciliana; si collegavano direttamente alla piattaforma della “Rinascita del Mezzogiorno”, e quindi a Napoli, a Giorgio Amendola. Guardavano con sufficienza la direzione regionale, pur rispettando, ma forse sottovalutando, l’alta personalità di Li Causi: una segreteria regionale che ai loro occhi appariva tutta impegnata nella questione istituzionale e politica dell’autonomia e nell’attività di vertice».

Insomma consideravano Li Causi e gli altri dirigenti contestati un po’ troppo “parlamentaristi”?
«Sì, ma per farle capire devo prima spiegarle com’era organizzato il Pei nel dopoguerra. Togliatti aveva ricostruito il partito riunendo attorno a sé una nuova generazione di dirigenti (io allora avevo trent’anni); ma dava molta importanza alle personalità del movimento comunista, socialista e democratico di ogni regione e città: come appunto Li Causi in Sicilia, Fausto Gullo in Calabria, Giorgio Amendola in Campania, Arturo Colombi in Emilia, Velio Spano in Sardegna e così via. Accanto a questi compagni, che ricoprivano tutti o quasi la carica di segretario regionale, il partito dal Centro spesso inviava un “istruttore”, che aveva il compito di occuparsi dell’organizzazione in senso stretto e di mantenere i contatti con la direzione nazionale (la commissione d’organizzazione diretta da Pietro Secchia). Ma una simile forma di organizzazione - che in alcuni casi, in quel periodo, era risultata utile - non sempre aveva portato a metodi del tutto corretti dal punto di vista democratico .

In sostanza, il consolato non funzionava?
«Diciamo che non funzionava tutte le volte che il dirigente inviato da Roma interpretava il suo mandato nel senso di sentirsi l’uomo di fiducia del partito, più di ogni altro abilitato a interpretare la linea, il modo in cui il partito veniva organizzato e con cui venivano formati e scelti i suoi quadri, e a riferirne a Roma, formulando critiche e proposte spesso all’insaputa del segretario regionale. In questi casi nascevano degli attriti, in particolare nel Mezzogiorno, dove non c’era una tradizione di lotte e di movimenti di massa, e il partito, al momento della sua rifondazione, era affidato a compagni rientrati dalla clandestinità e ai giovani intellettuali. Fra me e Li Causi però - ci tengo a precisarlo - non andò così: per tutto il periodo in cui rimasi in Sicilia instaurai con lui un rapporto di piena correttezza democratica e lealtà».

E in precedenza, invece, com’era andata? Chi era stato inviato in Sicilia prima di lei?
«Erano già stati mandati tre istruttori, Marino Mazzetti, Paolo Robotti e Armando Fedeli. Mazzetti era un buon dirigente, animatore e formatore di nuovi quadri, organizzatore: i giovani, molti dei quali poi sarebbero stati al centro delle polemiche, si formarono sotto di lui. Robotti era un uomo di un’altra generazione, aveva un atteggiamento fideistico, quasi una religione del comunismo. Rigorosissimo, vittima delle torture staliniane sopportate con forza e dignità esemplari, a Mosca, in carcere nell’epoca del terrore, si era rifiutato di dichiararsi colpevole di cose che non aveva commesso. Ma non per questo Robotti aveva maturato un atteggiamento critico verso lo stalinismo. Anzi, era tale la sua fede, che era convinto di essere stato vittima di un errore della polizia politica».
Girolamo Li Causi con Paolo Robotti
Come fu accolto Robotti in Sicilia?
«Col rispetto e l’affetto che meritava la sua figura, di quadro di origine operaia formatosi alla scuola di Gramsci, ma in pratica senza che riuscisse ad avere alcuna presa politica. Li Causi lo definiva “un dominicano”. Poi si accese una polemica nel corso di una lezione della scuola di partito. Robotti aveva convocato gli intellettuali per raccomandargli di studiare e far conoscere la Storia del pc(b), del partito bolscevico, il testo con quel famoso quarto capitolo sul materialismo dialettico scritto da Stalin. Si decise di cominciare a leggerlo nel corso della riunione. A un certo punto si alzò un anziano professore di liceo e disse: “Scusa compagno, ma questa non è storia: è solo propaganda!”. Robotti la prese come una bestemmia. Il professore fu allontanato dal partito. Toccò a me richiamarlo, qualche anno dopo».

E Fedeli, il suo predecessore, com’era? Certo, non ebbe una bella eredità.
Armando Fedeli
«Se Robotti era un fideista, Fedeli, che pure era un compagno operaio, forte combattente, aveva una mentalità scolastica, ma soprattutto aveva il chiodo fisso della vigilanza rivoluzionaria, della difesa del partito dagli attacchi esterni, ma anche da deviazioni interne, da elementi che pensava dovessero essere nel partito non saldi e sicuri. Aveva avuto compiti di vigilanza nel periodo fascista, e poi di scuola di partito, e applicava scolasticamente le direttive dei libri. Ma con questo, chiamiamolo così, “bagaglio culturale”, il suo confronto coi giovani irrequieti compagni siciliani non poteva avere buon esito. Detto fatto, dopo una serie di richiami ai compagni più impegnati nel movimento contadino, Fedeli istruì un’inchiesta con metodi molto personali e inviò al centro del partito un rapporto in cui chiedeva provvedimenti disciplinari per una quindicina di compagni, a cominciare da De Pasquale».

Espulsione, radiazione o che altro: e sulla base di quali accuse?
«Forse non l’espulsione, probabilmente radiazione o altri provvedimenti. Quanto alle accuse, sulla carta, si parlava di “populismo” e “attività antipartito”. Questi giovani, sosteneva Fedeli (tra loro vi era anche Pio La Torre, in carcere dalla primavera del 1950 per l’occupazione delle terre a Bisacquino) si dedicano troppo ai contadini, alle leghe bracciantili, alla lotta per la terra e trascurano gli altri doveri dei comunisti, la preparazione ideologica e la costruzione del partito. L’accusa più grave riguardava la maldicenza: Fedeli aveva accertato che alcuni compagni, in “riunioni fuori dagli organi di partito” avevano criticato l’azione dei dirigenti locali e in particolare di Li Causi».

Vede, senatore, come traspare la tesi della “rivoluzione dei contadini”?
«Mi consenta, io non credo che il problema fosse la rivoluzione, come lei mi pare la intenda, e se farla e con chi. Magari, data la terminologia in uso a quei tempi, qualche interpretazione confusa era possibile. Ma per noi dirigenti vicini a Togliatti era chiaro che la linea del Pei era centrata sulle lotte democratiche di massa, per le riforme di struttura e per il rinnovamento democratico del Paese, per la costruzione su basi nuove della democrazia repubblicana, contro il tentativo di restaurazione del vecchio ordine prebellico. Questa era la nostra “rivoluzione”! Per Togliatti questo processo aveva in Sicilia una frontiera importantissima».

Ma non così o non sempre per i giovani comunisti siciliani d’allora, par di capire: in cosa, senatore, si avvertiva questa diversa sensibilità?
«Tradurre la linea dell’unità nazionale, in Sicilia, voleva dire da un lato lottare contro il separatismo, dall’altro assicurare all’isola una sua particolare collocazione nello Stato nazionale, che garantisse una sua libertà, una sua forma di autogoverno su base parlamentare integrata nel sistema costituzionale italiano, la riforma agraria, la riparazione dei torti storici subiti: cioè, l’autonomia. Di fronte all’inquietante fenomeno del separatismo, Togliatti indicò la linea: “La Sicilia ha fame di terra e sete di libertà”, rivendicando per la Sicilia uno Statuto di autonomia speciale. Tale linea permetteva di differenziare e dividere il movimento separatista, la sua parte agraria conservatrice e reazionaria, dalla parte indipendentista democratica. Togliatti insisteva su questo perché sapeva che le spinte esterne, centrifughe e separatiste, nel dopoguerra erano molto forti e corrispondenti anche a un sentimento diffuso delle popolazioni isolane. Ricordava il Gramsci sardista delle origini, che nelle prime lotte per la liberazione della sua terra si era spinto a ipotizzare un’unità italiana con Sardegna e Sicilia federate».

Ma in Sicilia cera un’anima separatista nel Pci?
«No, no: al contrario. Nei primi anni era diffuso un atteggiamento di incomprensione settaria verso l’indipendentismo preso in blocco, senza distinzioni. Erano anche gli anni in cui i giovani comunisti lottarono strenuamente nell’isola per assicurare un movimento di partecipazione alla guerra di liberazione nazionale. C’era, però, un’anima del separatismo, quella che faceva capo all’avvocato Nino Varvaro, democratico, di sinistra, di ideali socialisti, che finì col trovare in noi, con Li Causi, una convergenza sempre più profonda. Fino a che verso la fine degli anni Cinquanta, Varvaro, già anziano, si iscrisse al nostro partito. Sottovalutare il separatismo, l’importanza delle scelte sul futuro siciliano, dunque, sarebbe stato un errore: e infatti Togliatti e Li Causi, in tutti i loro discorsi, parlavano del rischio di trasformare la Sicilia in una “grande portaerei al centro del Mediterraneo”».
Paolo Bufalini, Pompeo Colajanni e Girolamo Li Causi in una manifestazione del PCI
Sia più esplicito, senatore: sta dicendo che ancora nel 1950, in piena “guerra fredda’’, quando lei arrivò a Palermo, l’idea di fare della Sicilia l’ultima stella della bandiera americana non era tramontata?
«Non del tutto. L’interesse strategico inglese e americano e le conseguenti pressioni sul movimento separatista erano stati fortissimi nell’immediato dopoguerra, a cavallo della nascita e del primo periodo di attività della regione autonoma siciliana. Poi, la rottura del patto di unità nazionale e il mancato consolidamento delle istituzioni repubblicane facevano temere colpi di mano istituzionali. Un ritorno della monarchia in Italia, dopo il referendum vinto dalla Repubblica, appariva improbabile. Ma di un recupero monarchico, magari affidato a un piccolo regno fantoccio siciliano, con dietro le grandi potenze occidentali, si sentì parlare. E con l’avvento della guerra fredda, non c’era proprio da star tranquilli in Sicilia».

Nel senso che la pressione americana si faceva sentire anche per voi comunisti? Lei ebbe modo di constatarla personalmente?
«Personalmente no, o almeno non direttamente: credo che quel che accadeva, accadeva a Roma. Però ho un ricordo nettissimo della durezza di due interventi del ministro dell’interno Scelba nel 1951, in occasione di due decisioni dell’Assemblea regionale: dopo il voto unanime dei deputati siciliani contro la bomba atomica e dopo la mozione per l’abolizione dei prefetti in Sicilia. Scelba, per dimostrare che anche se l’autonomia esisteva il vero garante delle decisioni restava lo Stato centrale, dichiarò subito che la seconda decisione non sarebbe stata attuata. A questo noi reagimmo con una grande mobilitazione di massa, che ci permise di rilanciare il tema dell’autonomia e della rinascita della Sicilia».

Ma questa battaglia per l’unità nazionale e per l’unità dell’Italia con la Sicilia, Togliatti e il Pei la fecero veramente per conto proprio? O non cera, di fronte alla pressione americana, una spinta uguale e contraria dell’Urss?
«Certo che c’era: e come vede, io non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo perché penso che il nostro impegno fu giusto e autenticamente nazionale. D’altra parte, l’Urss fu la prima delle nazioni vincitrici a riconoscere il governo di Salerno, insediatosi nell’Italia appena liberata. E non fu questa decisione corrispondente a un primario vitale interesse dell’Italia? E ancora, se mi consente: cos’altro avrebbe dovuto fare il Pci? Rassegnarsi a vedere la Sicilia, a poco a poco, sfilata via dall’Italia?».

Senatore, resta da raccontare l’epilogo di quel “processo” che ci ha dato lo spunto per questa ricostruzione.
«Finì bene, o comunque meglio di com’era partito. All’inizio, in alcune federazioni, vi era una grande confusione. “Tu hai parlato male di Li Causi”, accusava uno. E un altro: “Eri tu che lo criticavi alle spalle”. A un certo punto io mi rivolsi a Secchia da una parte e gli dissi: “Scusami, ma non capisco più niente. Siamo a Pirandello: così è se vi pare!”. Secchia mi guardò un attimo, e: “Ma come?” reagì, “si vede chiaro che Fedeli, per far parlare i giovani, gli mandava i suoi a fingersi dissidenti”. Così, proprio Secchia, l’uomo ricordato come il più severo custode della disciplina del Pci (ma io lo ricordo anche equilibrato e comprensivo e di temperamento cordiale) pronunciò una “sentenza” clemente. Qualcuno dei compagni siciliani disse che il partito era stato troppo “generoso”. Secchia concluse che quei giovani forse avevano sbagliato per difetto di preparazione, ma andavano recuperati. De Pasquale era già stato inviato a scuola di partito. Io lo sostituii come segretario di Palermo. Rimase per qualche tempo a Roma, fu trasferito a Genova, poi tornò in Sicilia e non mi pare che la sua prestigiosa carriera abbia risentito di quell’episodio. Quanto agli altri, sì e no furono ammoniti, fecero autocritica e presto me li ritrovai accanto come collaboratori».

Insomma, fu una forma di stalinismo alla siciliana?
«Non credo si possa parlare di stalinismo. La riunificazione fu conseguita sulla base di una chiara linea politica: il rilancio dell’impostazione togliattiana dell’autonomia, lo stretto collegamento fra lotte operaie, contadine e popolari con l’autonomia quale piattaforma di unità di tutte le forze sane della Sicilia per la sua libertà e la sua rinascita. Del resto, per questo rilancio autonomistico a cui seguirono avanzate elettorali del Pci, del Blocco del popolo e della lista per l’autonomia e la rinascita della Sicilia, vi erano premesse profonde e solide. Pensi alle lotte per la terra, a tanto sangue dei nostri dirigenti versato. Si cominciò a Villalba quando la mafia fece sparare su Li Causi, che rimase ferito, mentre Emanuele Macaluso gli era al fianco. Poi l’assassinio del compagno Accursio Miraglia, a Sciacca, nel 1947. Poi tutti gli altri martiri di questa lotta, a decine, a centinaia. E si pensi alle battaglie per l’acqua e l’irrigazione, contro la mafia dei pozzi, e quelle per l’emancipazione e il lavoro degli zolfatari contro concessionari sfruttatori e mafiosi».

Alcune mosse dei dirigenti siciliani sono state talvolta al centro di critiche. Di Li Causi qualcuno considerò esagerato il suo appello al bandito Giuliano: lei che ne pensa?
«Li Causi, a Portella della Ginestra, il primo maggio 1950, ricordando la strage del 1947, lanciò l’appello che lei ricorda: “Parla, Giuliano, sennò t’ammazzano”. Aveva ragione, come s’è visto subito dopo. Poi si rivolse al luogotenente di Giuliano, Pisciotta. “Parla, sennò t’ammazzano”. Ed ebbe ancora, tragicamente, ragione. Era caratteristica propria di Li Causi far seguire sempre a invettive e condanne l’appello alla rottura di legami criminosi, al riscatto. Era il modo di farsi Stato in una regione in cui lo Stato vero spesso ha abdicato davanti alla mafia».

E Pompeo Colajanni, il comandante partigiano “Barbato”: troppa teatralità, troppa retorica all’antica, dicevano di lui. Era vero?
«Di Pompeo raccontavano che un giorno, scendendo dal treno, e abbracciando, come soleva fare, tutta una fila di persone, non si accorse che in mezzo c’era anche il capostazione! Ma Barbato era come Garibaldi: e in quante occasioni con la sua presenza di spirito si salvò! Una volta, davanti alla miniera di Lercara Friddi, da un lato c’erano i minatori e le loro donne pronti allo sciopero. Dall’altro i poliziotti a centinaia, schierati per caricare. E nell’alba piovosa, sotto gli ombrelli, come provocatori, avanzavano un gruppetto nero di crumiri e mafiosi, che andavano e venivano dalla strada della miniera. Pompeo arriva, comincia a parlare, e riesce non so come a passare in rivista la truppa! Lo sciopero fu vinto. E da quel giorno, su Barbato, a Lercara si formò una leggenda».

E adesso, dopo quasi quarant’anni cosa le è rimasto di quella parentesi siciliana?
Paolo Bufalini
«Soprattutto, il ricordo di grandi amici scomparsi e no: i più importanti li ho già menzionati, ma fra i giovani d’allora con cui facemmo insieme un bel pezzo di strada, voglio citare, con Pio La Torre, Lillo Roxas e Feliciano Rossitto e le compagne Anna Grasso e Jolanda Varvaro. Poi ci sono quelli che erano dei giovanissimi, e sono venuti a Roma a coronare la loro carriera: Emanuele Macaluso e molti altri. Concludendo, in Sicilia, abitando a Palermo, rimasi sei anni, fino all’autunno del 1956. Mi crede se le dico che quando fui richiamato a Roma, per entrare in segreteria, non volevo più ripartire?».

“Storia illustrata”, Agosto 1989

15.12.18

I viaggi di Casanova. Un poemetto di Giorgio Ficara


I
Non c’è felicità
nel moto, pensò
Casanova, né dolore.
Andava intanto
la carrozza, da Archangel
a Kewrol.

II
Ma Bettina
gli ha dato la chiave
e Casanova con grazia
cammina
sotto la luna.

III
A Omsk fece un sogno:
d’essersi svegliato
col suo tricorno sul capo
e poi riaddormentato. Quando si svegliò
trovò che la cosa continuava
dentro di sé: continuamente
si svegliava e poi
si addormentava.

IV
L’imperatrice
sorrise: - Cavaliere,
il vostro nome vi precede. -
Si inchinò Casanova.
E ora dove sarà mai,
- pensava - maestà?

V
Una notte, nella capanna
di Marja, la cosacca,
si pentì dei suoi viaggi.
Aveva bevuto cichìr
e mangiato kasa fumante
e come un eroe
Marja lo aveva
amato.

VI
Marja come al tombolo
dall’arpa trae
note.
A una a una le tende
nell’azzurro,
all’incantato
Casanova cantando
la stessa canzone.

VII
Al tramonto
arrivò sul mare di Kem.
Saltavano su
i pesci e gli dicevano:
- Casanova, non
ti fermare! -

VIII
Un giorno
si trovò nel tribunale
di Dio (il bosco
di betulle di Orel).
Fino a terra s’inchinò,
ma solo il vento e
il picchio gli rispondeva.
S’inchinò ancora:
sarà - pensava - che non conosce
il cerimoniale.

IX
Cavaliere, siete
molto bello...
- la contessa susurrò -
e molto mi piacete. Sorrise
Casanova e con pazienza
si tolse
il mantello.

X
Cavaliere, fatevi
vedere, - sospirò
la contessa - fatemi
vedere un po’
quella cosa.
Sia pure - disse
Casanova, a cui
la richiesta
non era nuova.

XI
Sulla riva
della Nevà, Lisaveta
vendeva lucci e
tèmoli.
A Casanova quella merce
piaceva
e se ne accorse Lisaveta.

XII
Ma stasera non esce
di casa e neppure
Malwyda
la gatta soriana.
Sdraiati sul divano
si guardano
per ore senza un gesto
d’amore.

XIII
Il duello
Morirà il postòli,
- pensava - o io...
E anche il postòli
pensava: - io morirò,
o lui.
Quando partirono
i colpi a ognuno
l’altro apparì:
- così, diceva,
neanche questa è
la morte.

XIV
Chissà che non
si spenga
l’apparenza, domani,
e ce ne andiamo
per mano
sulla riva di un fiume
senza riva e senza
fiume.

Supplemento letterario n.3 allegato ad “Alfabeta” n.62/63, luglio/agosto 1984

Liberiamo il tempo libero. Ricordati di santificare il weekend (Mattia Carzaniga)


La prima immagine che mi viene in mente è in Hook – Capitan Uncino di Steven Spielberg. Dopo l’ennesima telefonata di lavoro, Robin Williams/Peter Pan lancia dalla finestra il telefono, uno di quei primi cellulari con l’antennona e la mascherina. L’idea era: mi devo rimpossessare della mia famiglia, della mia vita, di me. Chissà se quella scena avveniva di sabato sera. Certo era la vigilia di Natale o roba così, insomma: vacanza. Di momenti come quello ne avremmo visti a centinaia nelle annate cinematografiche successive, tutti rimasti assolutamente vani.
Hook è uscito nel remoto 1991 e da allora, invece di gettare i telefoni dalla finestra, siamo andati in direzione contraria: ogni frazione di tempo, pure quello teoricamente libero, andava riempita con il lavoro. «Siamo passati da “working for the weekend” a “working on the weekend”», ha scritto di recente Forbes. Se l’allarme arriva persino dalla bibbia del business, forse abbiamo davvero un problema.
La scorsa primavera è uscito The Weekend Effect: The Life-Changing Benefits of Taking Two Days Off. Tradotto: riprendiamoci i soliti due giorni di stacco settimanale. Solo due, mica si pretende chissà che. L’autrice – Katrina Onstad, ex firma del “Globe and Mail”, canadese: un dettaglio geografico solo apparentemente irrilevante – va alla reconquista del fine settimana con l’evidenza di chi sta compiendo un gesto rivoluzionario. Forse il suo lo è davvero.

Una lotta lunga duecento anni
L’abbrivio è storico. Il saggio comincia dalle lotte sindacali al tempo della rivoluzione industriale inglese, quando l’istanza principale non era la paga troppo bassa o lo sfruttamento minorile, bensì il conteggio delle ore lavorative. «Il tempo era la nuova moneta: non passava, veniva speso», scriverà parecchi decenni più tardi lo storico E.P. Thompson. Nasce così il primo giorno festivo, che nel Regno Unito di due secoli fa è il lunedì: bisognava riprendersi dalle sbronze della domenica sera. Un salto in avanti ed eccoci negli Stati Uniti: Henry Ford, la grande fabbrica, il capitale. Il miraggio adesso sono due giorni interi di pausa, che, secondo il magnate dell’automobile, diventano un guadagno pure per i capi: è tempo fatto per spendere la paga settimanale. È l’inizio dell’era dei consumi e anche dei cinque giorni lavorativi, entrati ufficialmente in vigore in Inghilterra, Usa e Canada negli anni Cinquanta del secolo scorso.
All’inizio del millennio, la globalizzazione impone di riconsiderare i giorni liberi anche da parte di chi tradizionalmente ne prevedeva di altri. Leggi: arabi ed ebrei. Uniformare il tempo del lavoro supera i singoli culti disseminati in tutto il mondo. Marxismo, capitalismo e religioni, uniti nella comune lotta per un giorno da santificare (che fosse destinato alla preghiera o alla spesa non fa differenza), non sapevano che sarebbero andati incontro a uno scenario diverso da quello sperato. In pochissimi decenni, il tempo del lavoro si è allargato a dismisura, le nuove tecnologie hanno riempito gli interstizi una volta riservati all’ozio, le professioni sono arrivate dentro gli smartphone, raggiungendo il destinatario ovunque fosse. Non possiamo mica permetterci di non rispondere, vero?

Prigionieri di uno smartphone
«La tecnologia ci incatena al lavoro», sostiene Onstad. «Passiamo i fine settimana rispondendo a chiamate, controllando l’email e affermando la nostra fedeltà e il nostro valore attraverso la dedizione al lavoro. In quest’epoca di fragilità economica, tutti vogliamo mostrarci sempre disponibili. Siamo stati noi ad uccidere il weekend [anche quando non lavoriamo]. Lo abbiamo riempito di attività che ci lasciano sfiniti e insoddisfatti, la domenica sera ci prende la depressione. Grazie ai negozi aperti pure la domenica, lo shopping è diventato un’attività ricreativa, ma non di quelle che ci fanno stare meglio. Il “loop della solitudine” è la teoria secondo cui il materialismo porta la gente a sentirsi sola, e il sentirsi soli porta a spendere. Sappiamo che la felicità sta nel contatto umano. Ma, se il weekend non esiste più, allora non esiste più neanche il tempo per partecipare alla vita delle nostre comunità». Pensate a chi vi sta attorno. In quanti vi dicono continuamente: «Non ho mai tempo per fare niente»?

Scordatevi gli orari
Prima del saggio di Onstad, è uscito un altro testo sul tema: Rest: Why You Get More Done When You Work Less. Ovvero: stacca. E vedrai che, se lavorerai meno, produrrai di più. Per avallare la sua tesi, l’autore Alex Soojung-Kim Pang scomoda il filosofo Adam Smith: «L’uomo che lavora costantemente ma con moderazione non solo preserva la sua salute più a lungo, ma, in un anno, produce una quantità di lavoro maggiore». Oggi l’equazione è saltata. Ho un’amica che lavora nella moda. Fa la buyer, ruolo che mi è ancora ignoto. Fino a un paio di anni fa era dipendente di un marchio italiano. Secondo una clausola contrattuale, il sabato gli straordinari non le erano mai riconosciuti; la domenica solo sopra le quattro ore, col risultato che lavorava pure di domenica anche se solo per quattro ore, appunto. Dovendosi lei occupare di campagne vendita, altro territorio a me ignoto, finiva per regalare all’azienda interi weekend di seguito. Ha cambiato società. Ora è sempre un marchio italiano, ma assorbito da un grosso gruppo francese. La situazione degli straordinari è migliorata, seppur di poco. In compenso, fin dal primo colloquio, le è stato intimato: «Scordati di far cadere la penna alle 18 in punto».
Io ho fatto una scelta opposta. Pur da freelance, mi sono imposto di non lavorare nel weekend e di far cadere la penna alle 18 in punto. Ho orari più da ufficio di chi va in ufficio. E, soprattutto, contravvengo al principio su cui si basa il decalogo del libero professionista: «Io non ho orari». Col cavolo.

Più lavori, meno produci
Da anni fioccano le ricerche sul rapporto tra ore di lavoro e produttività. John Pencavel, docente di Economia a Stanford, ha diffuso tre anni fa i risultati della sua indagine. «In ogni periodo di recessione si pensa che, per ridurre il tasso di disoccupazione, basti diminuire il numero di ore lavorative tra la popolazione impiegata. Tuttavia, se consideriamo lavoro solo la somma delle ore totalizzate da ogni lavoratore, si può ottenere la stessa cifra anche se ciascuno lavora per meno ore e più persone possono così essere impiegate. Molti governi hanno applicato questo sistema per incoraggiare un cambiamento». Gli fa eco, oggi, Katrina Onstad: «È un modello umano e intelligente: i Paesi che promuovono un orario di lavoro più flessibile sono più produttivi. Dopo quaranta ore di lavoro settimanali, la qualità della produzione cala. Salvaguardare i weekend è segno di buon governo e anche di una più fruttuosa idea di business». La Storia può essere maestra: gli economisti insegnano che nel Medioevo, quando non si lottava per i diritti ma per la sopravvivenza, si lavorava meno e si produceva di più.

Lotta per il tempo libero, parte seconda
Oltre a Onstad, qualcun altro ci sta provando, a riesumare i fine settimana. Con mano più pesante. La Chiesa vuole riprendersi la domenica, oggi santa giusto per i centri commerciali. Negli Stati Uniti è nato il movimento “Back to Sunday Church”, che – dicono loro – ha già riportato in parrocchia quattro milioni di americani in otto anni. Qualcosa si muove anche dal basso, vale a dire sulle bacheche di Facebook. Gianni Morandi non fa in tempo a postare una foto con le buste del supermercato la domenica che viene giù un pieno: sarebbe questa la solidarietà verso i poveri lavoratori sfruttati? (Segue dibattito). Il mondo continua però su un’altra strada: non va a messa, va all’Ikea. Senza smettere di controllare la mail dell’ufficio.
Lo scorso aprile è stata presentata un’altra ricerca, promossa dalla compagnia di noleggio Enterprise. Rivela che, su dieci americani, sette lavorano nel fine settimana, con una media di nove ore al giorno. Le persone interpellate rispondono, nel 63% dei casi, che il loro capo si aspetta che lavorino anche il sabato e la domenica. Il 61% rivela che è automatico pensare al lavoro anche nei giorni teoricamente di pausa. Più l’età del lavoratore è giovane, più la situazione peggiora: il 74% della fascia 25-44 anni con la testa non stacca mai; tra i 45-60enni succede solo al 49% degli intervistati. Jonathan Alpert, psicologo e autore del saggio Be Fearless: Change Your Life in 28 Days, entra in campo con i suoi trucchetti per vivere meglio. Ovvero: non pensare: «I weekend sono troppo corti», ma, proprio perché hai meno tempo libero, trova il modo di sfruttarlo al meglio; non passare le giornate a dormire, cerca di metterle a frutto; trova un equilibrio tra l’ansia di pianificare con anticipo ogni tuo giorno libero e la bellezza di lasciarti andare agli imprevisti. Nella ricerca non v’è traccia dell’ultimo consiglio, quello – lo chiamerei io – di Peter Pan. E cioè: lancia il telefono dalla finestra. Per questo no, non siamo ancora pronti. Soprattutto nel weekend: non potremo mai rinunciare a postare le foto #nofilter delle nostre gite fuori porta. Scattate nei rarissimi sabati e domeniche in cui non lavoriamo, si capisce.

Pagina 99, 22 settembre 2017

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