20.7.18

Il vichingo venuto dal sud. In morte di Carlo Vanzina (Roberto Silvestri)


Dei due era il meno estroverso. Una specie di umorista inglese, fisicamente molto somigliante a Stan Laurel. La leggenda diceva che sul set Carlo Vanzina era concentrato solo sul ritmo delle battute, e disinteressato alla bellezza dell'immagine. Servo dell'attore comico come Steno e Mattoli lo erano stati di Totò. Peccato che i comici delle generazioni più vicine dopo un briciolo di celebrità decidevano di mettersi in proprio e di diventare registi, disperdendo quello che poteva essere un modello di commedia originale, solo nostra, sempre più perfezionata e soprattutto esportabile.
Abituati dal padre Stefano Vanzina a comprendere da un solo gesto una mutazione epocale nel costume, figuriamoci come i due ragazzi Carlo e Enrico Vanzina reagirono di fronte al terremoto biopolitico avvenuto quando erano ventenni tra il 1968 e il 1978 in Italia. Un “uno-due” traumatico che, dall'autunno operaio e dalla stagione stragista di stato, ancora impunita, e dai bonzi che si lasciavano bruciare contro l'aggressione americana in Vietnam, porterà al lento suicidio della sinistra, dopo l'assassinio Moro e scorta e l'avventura terroristica "dolce" dei Weather Underground...
Cautela si richiede quando la rivoluzione è antropologica, oltre che sociale. Pasolini aveva avvertito. Combattere gli anni di piombo era stato il compito della generazione di papà Steno, di Totò, Bava e Vivarelli e Fulci. Stiamo parlando, con l'eccezione del decennio 1968-1978, dell'Italia che dai bui anni 50 di Greggi e Scelba arriva fino ad oggi, del paese che mise al rogo Ultimo tango e stagliuzzò qualunque film fino alla disastrosa “legge Mammì” e alla "licenza di annegamento" che un ministro della repubblica si è placidamente concesso senza venire immediatamente messo alla porta.
Ma da Di Pietro a Di Maio il panorama si è complicato maledettamente. Fare commedia significa essere intransigentemente moralisti. Ma sulla base di quali principi etico-politici forti? Il prossimo film annunciato dai fratelli Vanzina per l'autunno 2018, spiegava nel maggio scorso Enrico Vanzina, è “un divertente riassunto dello sfascio totale, per mostrare come è comica e farsesca, per certi aspetti, la politica italiana. Noi abbiamo sempre raccontato la politica, e non è un caso se il film più preciso su Mani Pulite sia stato S.p.q.r. Duemila e mezzo anni fa, del 1994”. Le "buche" della sindaca Raggi già bastano e avanzano come titolo.
Purtroppo però, da oggi, Carlo Vanzina non c'è più. Dopo Vittorio Taviani. È l'anno delle coppie di cineasti che si spezzano.
Enrico però sa bene che lo show business deve andare avanti. E, come scrive Aldo Grasso in prima pagina del “Corriere della Sera” questa mattina, 8 luglio 2018, proprio il giorno della morte di Carlo, ma ancora senza saperlo, “ai fratelli Vanzina va riconosciuto il merito di aver fatto non film nostalgici sul passato, ma film distopici sul futuro”.
Questo essere sempre avanti sul tempo, più del provocatorio "romanaccio" e di quel certo sguardo obliquo su Milano e sul Milan, ha reso indecifrabile al critico colto, ma poco avvezzo alla fantascienza, la comprensione delle loro commedie. Pensiamo a Morandini e a tutto il gotha critico italiano, Ghezzi, Giusti, Della Casa, e pochi altri esclusi. Film che erano invece profezie grottesche di immensa importanza, raccontate con semplicità, come fossero facezie, affinché le comprendesse anche l'ultimo della classe III C.
Anche se Spqr rispetto all'energia da musical che il duo aveva trasmesso ai giovani anni 80, per esempio con il fondamentale "quartetto di Abatantuono" (il nostro libro di testo "Grease"), contagiandoli perché si attivassero, segnava una battuta d'arresto inquietante e misteriosa. Ai ragazzi storditi degli anni 90 arrivava la cupa presa d'atto, troppo adulta e consapevole, ci parve, che neppure Tangentopoli avrebbe mai modificato la decadenza del paese.
Neppure approfittando di qualche varco che il nuovo codice di procedura penale - credo grazie al ministro socialista Zagari - apriva per terrorizzare e far cantare, una volta tanto, invece dei soliti detenuti poveracci, alcuni papaveri politici, responsabili di appropriazione indebita di soldi pubblici. Da Craxi a Bossi è stato lo sport più amato dal Palazzo. Era quasi un invito alla diserzione. Alla fuga. All'esodo per le giovani generazioni della Pantera, dei centri sociali, della guerra alla globalizzazione. Forse ci aspettavano anni ancora più bui di quelli di Craxi e Berlusconi. Avremmo rimpianto la Milano da bere, come forse perfino la Dc. Sembrava questo il cupo messaggio del Vanzin Show.
Ma torniamo indietro.
Si diceva, alla fine degli anni 70, che i fratelli Vanzina rispetto ai comunisti di Cinecittà, Scola, Monicelli & Co., erano un po' più democristiani, facevano commedie divertenti e anche un po' graffianti, ma giocondamente giovaniliste e centriste, senza nemici precisi da colpire. Insomma film “da parrocchia”. O meglio si scriveva che proseguivano la tradizione antica del nostro cinema, post e prefascista, come se il sessantotto non avesse lasciato segni. Già. Allora un film, senza la presenza di un prete e di un cane da amare, almeno in qualche sequenza, mai avrebbe sperato di accedere ai contributi ministeriali elargiti dalle stanze benedette di via della Ferratella, belli e pronti solo per i prodotti nazionali catto-cristiani doc. Chi faceva horror, chi faceva porno, chi faceva Decameroni. Chi faceva ultraviolenza o satira politica veniva investito in quelle stanze dalla scomunica e dall'anatema. Roba da pazzi. Altro che rimpiangere Andreotti.
Però l'oratorio evocato dai fratelli Vanzina, con la presenza fissa del prete giovanilista scatenato e un po' osé, a cui Christian De Sica-Don Buro-Fra' Rodolfo da Ceprano renderà perenne omaggio in Vacanze in America (1984), era già piuttosto strano, da messa rock, un terreno di gioco più simile a una discoteca per undicenni scatenati che a un campetto di basket, spudoratamente misto, mai apartheid. Sconcertante. Donne nello spogliatoio, insomma. Mai visto, e questo molti anni prima di Espn, il canale sportivo via cavo made in Usa che invia invariabilmente le reporter nelle docce, dopo ogni Superbowl.
E allora si diceva che i film dei Vanzina erano un po' liberali, ma non nel senso dei Kennedy, ma di Malagodi. La metropoli, la fortuna, la lotta, la libera impresa, la concorrenza, il merito, il sesso stile Samila, il consumo, il “vogliamo tutto e subito” contro il pauperismo, il patriarcato, il feudalesimo, la corruzione, la partitocrazia, le borboniche leggi arcaiche, l'ascesi, l'astinenza e le vecchie idee.
Dentro il quartetto di Abatantuono, dal 1981 al 193 (I fichissimi, Eccezzziunale veramente, Viulentemente mai, Il ras del quariere) o Sapore di Mare e Vacanze di Natale, emergevano i piaceri cinefili di Carlo Vanzina, i costumi mutanti del paese e dei referendum vinti sul divorzio e sull'aborto, la controcultura di Re Nudo e di Fallo! e qualche speranza vera di cambiamento. In meglio.
Esplodevano però, ben al di là del centrismo conservatore dell'Europa dell'Ovest, le contraddizioni del socialismo autoritario e burocratico dell'Europa dell'est che stava diventando pure anti-operaio, dopo le rivolte di Berlino, Budapest e di Solidarnosc.
In quel momento i Vanzina sembrarono comprendere meglio di altri i movimenti subcutanei delle generazioni insorgenti. I sentimenti dominanti cambiavano. Non più altruismo, solidarietà, generosità, voglia di cambiamento, le pulsioni interiori delle grandi lotte studentesche e operaie nel mondo. Dopo la sconfitta, dopo i licenziamenti e i robot in fabbrica, ecco avanzare la nuova triade: "cinismo, opportunismo e paura", come scrive il filosofo Paolo Virno in I sentimenti dell'aldiquà. Senso di marcia invertito. È il detour del riflusso. Marx, Lenin e Mao venivano sostituiti da Craxi-Berlusconi-Salvini. Eppure i Vanzina, come Virno, non pensano di arrendersi. Vedevano in questi sentimenti non solo materiale ghiotto da elaborare in film, ma uno stimolo al cambiamento della vita. In linea con alcuni cineasti della new hollywood come Dante, Landis, Zemeckis e Spielberg, che cominciano a viaggiare a ritroso nel tempo, o molto in avanti, per scavalcare i tempi bui del presente. Riattivando come antiche, dimenticate e fertili.
Gli italiani dei Vanzina non sono simili a quei quarteback dei 49ers nudi di Espn. Certo Raoul Bova, l'alto Max Tortora e il poli-gender Christian De Sica fanno la loro figura. Ma il baricentro è più “andreottiano” che moroteo. Erano vivisezionati a lungo nei loro corpi slabbrati, denti imprecisi, grasso di troppo, gesticolar maschio, un po' come dei mostri, i nuovi comici (Boldi, Abatantuono, Pozzetto, Jerry Calà e i loro maestri come Lino Banfi e Santo Bombolo...), perché fanno ridere così il grande pubblico. Le donne, scelte da Carlo Vanzina soprattutto, mai. Modelle. Perfette. Magrissime. More o Bionde. La figlia di Paolo Ferrari, Isabella, o Carol Alt, leader di una genia di adorate bellezze straniere algide ma mai idealizzate o messe sul piedistallo. Ricordate Iside, sulla biga di Spqr? Già riassume tutto Gola profonda in una replica sola: "No, Non la faccio la pompa, sulla biga". Utopia di una Italia che basandosi su quelle diete temperanti avrebbe potuto crescere almeno moralmente. Imparando il rispetto degli altri. Migliorando il panorama. Evitando di esibire quel consumismo da minorati fisici che oggi ammiriamo nella parte tetra del nostro governo e soprattutto nelle gambe, allargate fino a quasi a sconfinare all'estero, del nostro ministro degli interni.
Da Antonio Pietrangeli e da Billy Wilder, i figli di Steno avevano rubato il primo segreto fondamentale della commedia moderna. I personaggi femminili non sono lo sfondo insignificante, ma la sostanza stessa della comicità seria, quella che non si compiace della propria volgarità, anzi la bacchetta. E fin dentro il dettaglio più microscopico. Pochi cineasti della loro generazione e di quella immediatamente precedente, se ne accorsero. Alberto Grifi e Nanni Moretti, per esempio, fini umoristi. Infatti il nostro cinema politico, quello più indignato, nel senso di "occhi rossi sul pianeta Italia", che ci ha restituito la scultura interiore di un popolo, è proprio concentrato qui, in questo triangolo delle Bermude dell'immaginario incandescente. Nelle increspature del racconto "incivile", oltranzista, di cattivo gusto, tra controcultura, satira hard e satira soft, piuttosto che nel cinema civile di Rosi, Petri e Damiani. Che poi Moretti riempisse di sacerdoti i film e Grifi no, non conta. Puntavano a mercati differenti. Ci sono utilitarie e fuori serie. Artisti che vanno a stagioni e artisti che pensano ai secoli venturi.
Carlo si occupava del raccordo tra grande cinema classico hollyoodiano (e Lubitsch e Wilder in particolare) e bellezze esotiche. Enrico di impreziosire il tutto di sport e politica (è un giornalista del “Messaggero”, da quasi trent'anni, oltre che romanziere di grande successo). Il binomio era perfetto. Speriamo che continui, tanto la sintonia era automatica. Anzi i loro 60 film e più sono diventati il terreno di saccheggio del cinema d'autore. Anche se pochi riusciranno a rubarne il segreto ritmico, fatto di contaminazioni magiche tra calcio, divismo, frammenti di new Hollywood, cronaca rosa e nera, twitter dei politici ante litteram, e jingle pubblicità. Hanno davvero gettato alle ortiche il vecchio immaginario del ventennio Dc. Matteo Garrone citerà perfino, con sorprendente afflato buonista Un matrimonio da favola in Dogman (nella sequenza del piccolo cane schiacciato dal cleptomane distratto Max Tortora). E Sorrentino quando pensa al film su Berlusconi fa più la parodia delle loro satire, che del "vero" ex Cavaliere decaduto. Soprattutto dopo la battuta gridata dopo la festa romana antica super squallor di Non si ruba in casa dei ladri: "Ah Maronaro, a te la Grande Bellezza ti fa una pippa!".

Dal sito “Il Ciotta Silvestri”, domenica 8 luglio 2018

Lo spettro dell'ironia e i suoi esiti sovversivi (Marco Mazzeo)


Da una recensione saggio di Tommaso Russo Cardona titolato Le peripezie dell’ironia (Meltemi, 2009) riprendo qui alcuni passaggi significativi. (S.L.L.)
Il "Socrate" del Louvre
[…] L’ironista è colui che si assume un rischio, che sceglie di camminare sul filo del rasoio (Socrate è il padre dell’ironia antica, ma anche un noto bevitore di cicuta). Quando si ironizza, i pericoli comunicativi e pragmatici che si corrono sono incalcolabili: venire fraintesi e presi sul serio, non esser capiti e considerati aggressivi, finire con essere svalutati perché eterni giocherelloni. In qualunque momento, dio può punirti. Proprio perciò, è una mossa che può risultare sovversiva: l’ironia consente di riprendere in considerazione quel che non avevamo visto semplicemente perché da sempre sotto i nostri occhi. Anche solo ripetendo la tesi dell’avversario è possibile metterla in dubbio («votare Pd? Eh sì, è proprio una bella idea!»), col rischio di esser fraintesi e rinforzarla nostro malgrado.
L’ironia, ricorda il libro, è letteralmente anarchica: rimette in discussione lo stato delle cose non per amore del caos (la confusione tra i due termini è meglio lasciarla al tgl) ma perché in grado di proporre la ricerca radicale di un nuovo equilibrio, in grado di mettere in discussione l’organizzazione dello sfondo più che delle figure in primo piano. [...]

il manifesto, 27 ottobre 2009

“Posticipare se stessi”. Palle, palloni e strafalcioni degli anni 80 e 90 (da un'antologia curata da Marco Travaglio)

Nel 1993, quando non era ancora “sceso in campo” il Cavaliere e al “Giornale” c'era ancora Montanelli, Marco Travaglio, che nel quotidiano si occupava di sport ed era già allora eccellente archivista (senza le più recenti megalomanie e saccenterie da pedante), raccolse in un libro (Stupidario del calcio e di altri sport, Mondadori, 1993) un divertente bestiario linguistico del mondo sportivo: frasi tratte da articoli, telecronache, dichiarazioni, interviste. 
Non sempre credo che gli strafalcioni da lui raccolti siano frutto di ignoranza, a volte sono solo dei “lapsus”;ma se ne trovanoin ogni caso di divertenti, talora di surreali e surrealistici. Riprendo la scelta che - come anteprima – apparve su “Avvenimenti” del 2 giugno 1993. (S.L.L.)


Questo rovescio di Lendl è potentissimo: sembra una bomba al Nepal.
Giampiero Galeazzi

Ed è subito gol, come direbbe Ungaretti.
Marcello Giannini

Certo, non ho un fisico da bronzo di Rialto.
Salvatore Schillaci

Maradona imita Juary in una danza di tipo triviale.
Italo Kuhne

Quest'arbitro è un po' fiscalista.
Enrico Ameri

Questo sarà un monologo, perché il nostro ospite risponderà solo a monosillabi.
Maria Teresa Ruta

Trapattoni non si discute: è il migliore allenatore d'Europa e, forse forse, anche d'Italia.
Mauro Bellugi

Spesso non viene criminalizzato chi è assente, ma chi non è presente.
Gigi Maifredi

Nelle reti Fininvest si parla meno di Milan per non dare alito a sospetti.
Daniele Massaro

Guardiamoci le spalle e rimbocchiamoci le mani.
Walter Zenga

Noi non compriamo uno qualunque per fare del qualunquismo.
Giovanni Trapattoni

Questo è un altro paio di scarpe.
Lothar Matthaus

Sono le 14, 32 minuti e 60 secondi.
Paolo Carbone

Negli ultimi quattro anni c'è stata un'escamotage di odio.
Corrado Feriaino

Non mi piace parlare di me modo proprio... A me piace guardare la gente de visu.
Aldo Biscardi

La vita è una roulotte russa.
Giampiero Galeazzi

È vero, abbiamo perso, ma non posso proprio amputare niente ai miei ragazzi.
Renzo Fossati

Vicini è caduto dal balcone di casa: cose che succedono.
Gianfranco De Laurentis

A livello europeo e mondiale trovare un terzino sinistro con ambedue i piedi è difficilissimo.
Riccardo Ferri

C'è il segnalinee impalato con la bandierina.
Bruno Pizzul

L'Inter ha giocato un po' di conserva.
Marco Lucchini

Il sacrificio di Maradona assomiglia a quello di Cristo, non più alla Madonna ma a Cristo: un sacrificio cristologico.
Vittorio Sgarbi

Credo che ci vorranno parecchi attributi, e noi ne abbiamo già consumati parecchi l'anno scorso: adesso vado a controllare se me n'è rimasto qualcuno.
Gianluca Vialli

Falli al limite della decenza.
Ezio Luzi

Andrea Moreno sta andando molto bene: è già nel sedere di Berger.
Andrea De Adamich

Casagrande subisce il fallo in penetrazione.
Tonino Ratta

Il giocatore ha insaccato con un drop sinistro tipo anni quaranta, tanto per raggiungere un livello esemplificativo comprensibile.
Sandro Ciotti

Dobbiamo rispondere alla non-violenza con la violenza.
Vittorio Cecchi Gori

È opportuno allargare un giocatore che abbia le caratteristiche di giocare largo.
Giovanni Trapattoni


Abbiamo giocato abbastanza bene, abbastanza forte, insomma abbastanza.
Zdenek Zeman

Bisogna essere un vulcano di energie e di considerazioni che bisogna portarsi dietro perché bisogna portarsi avanti.
Giovanni Trapattoni



Sono soddisfatto perché questi ragazzi posticipano loro stessi all'interesse della squadra.
Arrigo Sacchi


AVVENIMENTI 2 GIUGNO 1993

Vela. Una poesia di Adriano Grande (1897 - 1972)

Adriano Grande

Io non ricordo cosa
più lieve di una vela
che sfiora in primavera
all'alba il ciel di rosa.

Guardandola passare
ad un chiaro viaggio
sùbito il cuore anela.
Come pe 'l vento l'erba
tremola un poco il mare.

Cielo color di gota
bambina, onda gremita
di fiori: ah, perché giovane
non è più la mia vita?

Al lento risciaquìo
dell'acqua sulla rena
trovo una voce antica
per questa nuova pena.

Nel primo tempo mio
tutto in pensieri avvolto
a questa voce amica
non seppi dare ascolto.

Ora vorrei salpare,
o giovinetto maggio,
con te, verso le rive
che corri ad esaltare.

Giorni di leggerezza
distesa, fioriture
stupite a me s'accostano
nel lieto navigare...

Inutile miraggio!
Presso la spiaggia immobile,
come una barca frusta,
timor della tempesta
mi tiene all'ancoraggio.

Le armi del comunismo emiliano (Edmondo Berselli)

Guido Fanti (Bologna, 27 maggio 1925 – Bologna, 11 febbraio 2012) 

Raccontava così Guido Fanti, che fu un sindaco illuminato di Bologna prima che i compagni lo sbolognassero, che un’estate venne in visita a Bologna il compagno Molotov, a vedere in azione la poderosa macchina pragmatica del socialismo emiliano. Per la verità Fanti, dopo avere letto questa mia storia, sostiene polemicamente che io sarei un tipo impreciso, inquantoché venne il compagno Boris Ponomariov («un omino magro, taciturno, con la testa pelata e la vivacità espressiva di un busto di marmo», secondo la come sempre accurata descrizione dell’ambasciatore Sergio Romano, gran conoscitore di tutte le Russie e di tutta la storia mondiale compreso il patto Hitler-Stalin). Ma siccome il suddetto Ponomariov non lo conosce più nessuno, mentre il citato Molotov ha dato il nome alle celebri bottiglie, io persevero diabolicamente nell’errore.
Dunque l’austero Molotov, che per la gioia dell’ambasciatore Romano sarebbe per l’appunto quello del patto con Ribbentrop, una sfinge, baffi e occhialetti micidiali, lo sguardo glaciale di chi sa come comportarsi durante una purga di Stalin, partecipò impettito nella sua giacchetta sovietica a un fine settimana autenticamente emiliano di pranzi e cene: i comunisti bolognesi volevano fargli capire che la storia del materialismo l’avevano presa sul serio. L’uomo è anche ciò che mangia, come aveva detto un filosofo tedesco precursore di Carlo Marx. Ma che cosa vuoi che ne sappiano i tedeschi, benché filosofi e materialisti, che son gente che mangia cervi con la marmellata di mirtilli, vien ben qué che gli facciamo sentire lo zampone con lo zabaione, o con i fagioloni bianchi, a preferenza vostra. Quindi, sfilate di partigiani, e tortellini. Dimostrazione del lavoro dei servizi sociali, e tagliatelle. Incontro con la rappresentanza dei compagni gasisti, e lasagne.
Alla fine della visita, dopo l’ennesimo assalto gastronomico al suo equilibrio biofisico, il moscovita prese da parte il compagno Fanti, e con un’aria complice, stirando le labbra sovietiche, gli chiese: «E le armi?». Sbigottimento di Fanti. Quali armi? «Dove le tenete le armi?», insisteva Molotov, con l’occhio illanguidito dal pignoletto, dall’albana, dal lambrusco di Sorbara e da diverse bottiglie di nocino proveniente da Pavullo nel Frignano. Con la sua dialettica petroniana, e con la sua logica felsinea, Fanti provò a spiegargli che il comunismo alla bolognese era qualcosa di pratico, roba tutta impegnata nel lavoro e nella costruzione della pace, ma la sfinge non demordeva: «Fatemele vedere».
Fin qui arriva la storia ufficiale, sulla quale nei giorni successivi i comunisti bolognesi si sono divertiti molto. Voleva vedere le armi, pensa te. Le armi! Poi però c’è la storia leggendaria. Una versione non autorizzata che complica un po’ le cose. Secondo questo racconto anonimo, il lucido Fanti, imbarazzato di fronte al dirigente sovietico che non voleva saperne della pace e del lavoro, fu costretto a confidarsi lì per lì con i compagni, in un consulto un po’ affannoso. Vuole vedere le armi. Non disse «questo coglione», ma lo fece capire con un cenno di sbieco del labbro superiore. Insiste. Non cede. Che si può fare? Se pretende di vedere le armi, tagliò corto uno di quelli spicci, facciamogliele vedere. Basta organizzarsi.
Si organizzarono alla svelta, saltarono su una capitalistica Fiat Millecento, e portarono il compagno Molotov in un caseificio in campagna, appena fuori da Borgo Panigale. Il casaro Jaures Boldrini era un compagno di quelli fidati. Si erano fatte quasi le due dopo mezzanotte, la campagna intorno era umida, faceva quasi freddo. Il casaro, tirato giù dal letto in fretta e furia, rabbrividiva. «Le armi? Quali armi?». Molotov apprezzò con un ghigno sovietico: la riservatezza innanzitutto. Bravo compagno. Un dovere assoluto, un imperativo morale per qualsiasi militante del movimento operaio internazionale.
Il sindaco democratico e pacifista Fanti, che sudava gelido, ebbe a malapena la prontezza di strizzare l’occhio. Le armi. Il compagno casaro si era svegliato del tutto. «Sono là dentro», disse ergendosi nella sua coscienza socialista e indicando un magazzino, praticamente sull’attenti. «Seicentosessanta pezzi, perfettamente stagionati, lei mi capisce».
Fanti e gli altri riuscirono a portare via Molotov senza fargli vedere le forme di grana padano che da ventiquattro mesi giacevano sugli scaffali, diffondendo anche all’esterno un odore, un aroma, un afrore, che ancora qualche decennio dopo il vecchio Fanti ricordava con il sottile piacere che talvolta si accompagna nella memoria all’ineffabile sensazione dei pericoli scampati.

Dal sito di “Tuttolibri La Stampa”

19.7.18

In montagna un giorno d’estate. Una poesia di Li Po


Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma,
Seduto colla camicia aperta in un verde bosco.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra sporgente;
Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.

Da Liriche cinesi (1753 a. C. – 1278 d. C.) a cura di Giorgia Valensin. (Einaudi 1981)   

Nota
Li Po (701-662), considerato spesso come il più grande dei poeti cinesi, è certo il più conosciuto in Europa e il più tradotto. Visse in uno dei periodi più neri della storia cinese, durante una guerra nella quale morirono trenta milioni di uomini; ma nei suoi versi riuscì a starne lontano, “colla testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre”, per dirla con lui.

La vecchiaia di Emilio Sereni, Mimmo, raccontata dalla figlia Clara

Emilio Sereni

Con la nuova compagna Mimmo ebbe altri anni, altre felicità, altre parole. Ebbe altre figlie, e definitivamente non ebree.
Pubblicò testi che hanno segnato la cultura. Ebbe incarichi politici prestigiosi e riconoscimenti accademici. Ebbe una casa che avrebbe voluto come quella di via Cavour e fu tutt’altro. Ebbe un’altra vita.
Attorno a lui il mondo intero, inesorabilmente, cambiava: per inciampi, per evoluzione, per catastrofi. Non ammise mai di aver smesso di credere: non nel ’56, quando l’Ungheria fu invasa e l’obbedienza significò allontanamenti e censure; non nel ’67, quando la guerra in Medio Oriente gli deflagrò dentro, e scelse le ragioni del Partito negandosi a quelle degli affetti; non nel '68, quando anche in casa le passioni del comunismo si delinearono diverse, e intanto i carri armati occupavano Praga.
Non lo ammise mai, forse perché nessuno affrontò il disagio di chiederglielo: stupiti del suo progressivo ammutolire tutti, perfino i compagni che gli erano stati più vicini, senza domande si ritrassero, per rispetto e per opportunità.
Vide crescere le generazioni nuove: così diverse, così inconsapevoli. […]
Quando gli strappi alla sua rete, sommandosi, gli resero irriconoscibile il mondo, si separò da tutti i suoi libri, se li allontanò: e fu come farsi cieco.
Decine di casse caricate sui camion, su ciascuna la targhetta esplicativa incollata con scrupolo puntiglioso. Via anche i fascicoli ricavati dalle riviste, via le bibliografie monumentali, via la corrispondenza ufficiale e quella personale, le agende, i manoscritti dei suoi libri.
Attorno a lui metri e metri e metri di librerie svuotate, deserte; sui muri, i segni di quello che non c’era più. Polvere, sporcizia, e i residui di una vita; la musica, il ritratto di Xenia, i giornalini dei Regni.
Privo del muro di carta che per tanti anni lo aveva rinchiuso e difeso fu ad un tratto vecchio, assai più degli anni che aveva.
Silenzio.
Ordine e disciplina comandamenti vuoti, via via più staccati da un progetto. Un dolore che dilagava, una solitudine feroce.
Fino all’ultimo.

Nota
Questa pagina è tratta dal libro di Clara Sereni, Il gioco dei regni (Giunti 1993). Clara è la figlia dello storico e dirigente comunista Emilio Sereni, qui Mimmo (1907-1977), e di Xenia Silberberg (1906-1952), l’autrice, con il nome di Marina Sereni, di un memoir che ebbe grande successo, I giorni della nostra vita, pubblicato postumo del 1955. Nel 1972 Emilio Sereni donò la sua ricchissima biblioteca-archivio all’Istituto Alcide Cervi, allora a Roma; dal 2003 si trova nella sede dell’istituto a Gattatico, in provincia di Reggio Emilia.

17.7.18

Giugno 1928. Il Tribunale Speciale processa i comunisti. Le dichiarazioni finali di Umberto Terracini


Poco più di novant'anni fa, tra il maggio e il giugno dei 1928, presso il Tribunale Speciale istituito dal regime fascista per giudicare gli oppositori, si svolse il processo ai dirigenti del Partito Comunista d'Italia. Gli imputati, compresi 5 latitanti, erano 22. Tra di essi Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Palmiro Togliatti, ma gli ultimi due erano latitanti. Riporto qui le dichiarazioni finali di Terracini.

Infine il 4 giugno, prima che il Tribunale si ritiri in Camera di Consiglio, hanno la parola gli accusati. Per tutti, si leva Terracini.

TERRACINI: «Quale fosse stata la nostra posizione nell'organizzazione del partito ciascuno di noi ha detto nella propria deposizione. Né le nostre parole sono state minimamente modificate dalle varie testimonianze di polizia comodamente trincerate dietro il principio di irresponsabilità, altrimenti detto "segreto d'ufficio", e secondo le quali tutti noi, senza eccezioni, saremmo stati capi di partito. E d'altronde, se anche ciò fosse vero?».

PRESIDENTE: «Bene, bene, ne prendo atto».

TERRACINI: «Ottimamente, signor Presidente, ma prenda atto anche di quanto dirò ora. Mi ricordo che posso fregiarmi del titolo di avvocato e voglio fare sfoggio di giurisprudenza. Oh, non della vecchia giurisprudenza delle vecchie sentenze emanate sotto i vecchi regimi, ma della giurisprudenza nuovissima quale balza dai giudicati di tribunali già ispirati ai nuovi principi di etica e di politica. Ecco: vi è una sentenza emanata, or non è molto, da un tribunale posto assai più in alto di questo...».
PRESIDENTE : « Come ? Come ? ».

TERRACINI: «... da un tribunale che, a differenza di questo, è un tribunale costituzionale...».

PRESIDENTE : «Badate a ciò che dite».

TERRACINI: «Signor Presidente, ella non può che essere d'accordo con me, poiché parlo del Senato costituito in Alta Corte di Giustizia, cioè della magistratura somma fra tutte la cui esistenza e funzionamento sono previsti e stabiliti dalla stessa Costituzione dello Stato. Orbene, in co-desta sentenza, che il Governo volle fosse larghissimamente diffusa a conoscenza e ad ammonimento di tutti i cittadini, è detto che nessun capo o dirigente di partito o di altra organizzazione può essere tenuto penalmente responsabile di atti commessi da soci o da seguaci dei partiti o delle organizzazioni in questione, quando non ne possa venire provata concretamente la reità. Il tribunale ha certamente compreso: mi riferisco alla sentenza della Commissione istruttoria presso l'Alta Corte di Giustizia nel procedimento contro il generale Luigi De Bono, accusato di complicità nell'omicidio dell'onorevole Matteotti ed assolto per insufficienza di prove. Ora io chiedo: è valida per noi questa giurisprudenza? Il Pubblico Accusatore nella requisitoria ha implicitamente sostenuto di no. E, in quanto a me, io non ho alcun dubbio su quello che sarà il responso del tribunale. Eppure anche dinanzi a queste previsioni, previsioni di accettazione integrale delle richieste del Pubblico Accusatore, previsioni di massimo di pena, io non posso celare un certo qual intimo compiacimento. Né vi è da stupirsene. Infatti, se prendiamo codeste conclusioni, che furono sino adesso formulate soltanto in linguaggio giuridico, e le traduciamo in linguaggio politico, qual è il significato che ne balza?».

PRESIDENTE : «Lasciate stare la politica ed attenetevi alla materia della causa».

TERRACINI: «Signor Presidente, io chiedo di poter almeno sul finire di questo processo che trova la sua origine e la sua ragione d'essere e-sclusivamente in cause e necessità di ordine politico, io chiedo di potere, sia pure un solo momento, fare quello che per sei giorni ci è stato proibito: parlare politicamente. Io dicevo: quale è il significato politico delle conclusioni del Pubblico Accusatore? Nient'altro che questo: che il fatto puro e semplice della esistenza del Partito Comunista è sufficiente, di per se stesso, a porre in pericolo grave e imminente il regime. Oh, eccolo dunque lo Stato forte, lo Stato difeso, lo Stato totalitario, lo Stato armatissimo! Esso si sente minacciato nella sua solidità; di più, nella sua sicurezza, solo perché di fronte a lui si leva questo piccolo partito, disprezzato, colpito e perseguitato, che ha visto i migliori fra i suoi militanti uccisi o imprigionati, obbligato a sprofondarsi nel segreto per salvare i
suoi legami con la massa lavoratrice per la quale e con la quale vive e lotta. Vi è da meravigliarsi se io dichiaro di fare mie, integralmente, queste conclusioni del Pubblico Accusatore?».

PRESIDENTE : «Adesso basta su questo argomento. Avete altro da dire?».

TERRACINI: «Avrei finito se non mi sentissi impegnato a seguire il Pubblico Accusatore sul terreno delle previsioni. Non di quelle sentimentali, però, sulle quali egli si è soffermato, nelle quali mi è troppo facile avere contro di lui la vittoria. Non la gioia e il plauso, accoglieranno la nostra condanna ma la tristezza e il dolore, io ne sono certo. Ma è u-na previsione politica, ancora una volta signor Presidente, quella che io faccio: noi saremo condannati perché riconosciuti colpevoli di eccitamento all'odio fra le classi sociali e di atti incitanti alla guerra civile. Ebbene, non vi sarà alcuno, domani, che leggendo l'elenco pauroso delle nostre condanne non si convinca che questo processo e il verdetto che sta per concluderlo siano essi stessi un episodio di guerra civile, un possente eccitamento all'odio fra le classi sociali. (Il presidente lo interrompe. Vorrebbe togliergli la parola). Ma ciò non può dirsi newero? Allora io voglio concludere con un pensiero più gaio. Signor Presidente, signori giudici, questo dibattimento è stato davvero la più caratteristica e degna commemorazione dell'ottantesimo anniversario dello Statuto, che voi ieri fra salve di cannoni e squilli di fanfare avete solennizzato per le vie di questa capitale».

(Interruzione definitiva del presidente).

Vitello tonnato a fuoco spento (Enza Candela Battelli)


Ingredienti 
400 g di fettine sottilissime di vitello, una scatola piccola di tonno, 5 filetti di acciuga, un cucchiaio di capperi, una tazza di maionese, 2 limoni, sale

Preparazione
Disponete la carne ben allargata su un piatto, salatela leggermente e unite il succo dei limoni. Dopo un’oretta passate al setaccio o frullate nel frullatore: tonno, capperi e acciughe, allungando il composto con un po’ dei sughino formatosi nel piatto della carne. Mescolate il composto di tonno alla maionese, aggiungendo altro sugo della carne, se è necessario diluire ancora la salsina. Senza togliere la carne dal piatto, sgocciolatela e copritela con la salsa tonnata.

16.7.18

Aldo Capitini, intellettuale tra nonviolenza e solidarietà. Le schedature di due polizie (Aldo Zanardo)


L'articolo che segue, utile e informato, fu pubblicato nelle pagine dei libri dell'Unità trent'anni or sono, in occasione del ventennale capitiniano, mentre il Pci, aprendosi un po' ecletticamente a varie e non omogenee correnti di pensiero, stava celebrando, con la guida di Occhetto, un congresso che lo avrebbe fatto diventare “nuovo” poco prima di sciogliersi. Non stupisce pertanto la sottintesa autocritica di Zanrdo per conto dei comunisti, colpevoli di aver sottovalutato ed emarginato un'importante esperienza di pensiero e azione come quella di Capitini. Infastidisce, peraltro, il residuo settario che si può leggere in qualche omissione, in una in particolare, relativa all'intellettuale italiano più vicino a Capitini, non citato nell'articolo e invece citatissimo nei rapporti dei questurini. (S.L.L.)
Aldo Capitini (a destra) con carlo Ludovico Ragghianti e Walter Binni

1. Il Centro studi Aldo Capitini e l'Istituto per la stona dell'Umbria contemporanea hanno voluto opportunamente ricordare Capitini, a vent'anni dalla morte. pubblicando i documenti del fascicolo che su di lui la Questura di Perugia tenne tra il 1930 e il 1968, unitamente ad alcuni dei documenti del suo fascicolo personale conservato presso la Scuola Normale di Pisa («Uno schedato politico, Aldo Capitini» , Editoriale Umbra). A ricavare illuminazione sono non tanto le idee di Capitini, quanto alcune vicende della sua vita, e la «filosofia schedatoria» non solo della Pubblica sicurezza fascista, ma anche di quella repubblicana.

2. Capitini, che era nato a Perugia nel 1899, frequenta tra il 1924 e il 1929, laureando e poi perfezionando, la Scuola Normale di Pisa. Nel 1930. Gentile, che era allora direttore di questa e che almeno in quegli anni, dal punto di vista politico-culturale, agiva con notevole larghezza di vedute, lo fa nominare segretario della Scuola, per quanto Capitini appaia già proprio nel 1930 nello «Schedario sovversivi», quasi sicuramente per la sua opposizione al Concordato del 1929. Ma nel 1933, con indignazione di Gentile, rifiuta di iscriversi al partito fascista; e cosi deve tornare a Perugia a vivere di lezioni private e di stenti. Da allora, viene «vigilato»: spostamenti, incontri, attività, pubblicazioni, corrispondenza. Nel 1933-34 si intensificano i suoi rapporti con vari intellettuali antifascisti toscani e anche di Roma (Calogero) e di Bologna (Ragghiarti, che allora vi abitava), in Toscana, fra gli altri; l'italianista Attilio Momigliano, con il quale si era laureato; Luigi Russo, che nel 1936 lo presenterà a Croce quasi come un suo scolaro; Tristano Codignola; Raffaello Ramai; Enzo Enriquez Agnoletti; Cesare Luporini. Nell'aprile 1933 il Prefetto di Pisa lo segnalava a quello di Perugia come «ghandista»; è però probabilmente in questi primi nuovi anni perugini che legge davvero Ghandi e, preparato da autori «suoi» come Francesco e il Mazzini umanitario, ne comprende la grandezza. In quegli anni il mondo degli uomini pareva un mondo nel quale, essenzialmente, si doveva perseguire fini di parzialità e di forza con mezzi di forza, Capitini sceglie la liberazione universalistica, di ciascuno, la convivenza pacifica, solidale, unificata, di tutti, da perseguirsi con mezzi nonviolenti. Si fa anche, a tanto giunge la sua coerenza nonviolenta, vegetariano. Guarda a un superamento del fascismo tramite la non collaborazione nonviolenta. Nel 1937, come scrive al Questore di Perugia quello di Napoli (che faceva controllare e copiare la corrispondenza di Croce), è il «soprascritto oppositore senatore Benedetto Croce» che aiuta Capitini a pubblicare presso Laterza il primo libro, Elementi di un'esperienza religiosa, libro importante, e nel profondo ben poco crociano, con il tema esistenzialistico della nostra finitezza, beninteso di una finitezza che ha da essere «apertura» al «tu», agli altri.
Nella prima metà del 1942, la schedatura è fittissima e ampia. Giunge a maturazione quel progetto di nuova società che va sotto il nome di liberalsocialismo, e sì allarga e compagina la convergenza, specialmente ma non solo di intellettuali, intorno a questo progetto. Di ciò, Capitini è un protagonista, Dal febbraio al maggio 1942 è in carcere alle Murate di Firenze, appunto perché implicato nel «movimento liberalsocialista». Condivide la cella con Guido Calogero. Dal maggio al luglio 1943 è di nuovo in carcere a Perugia per «attività antinazionale», nel quadro degli arresti di molti antifascisti cui il regime procedette nel primo 1943. Alla polizia, nella confusione del secondo 1943, sfugge che nel settembre Capitini è a Firenze al Congresso del Partito d'azione: come si sa, d'altra parte, egli non accetta di aderire al Partito; guarda sempre a una umanità corale, integrata, di ciascuno e di tutti. e si sente a suo agio nel dinamismo fluido e aperto di un movimento, e non in un partito, con le regole che questo non può anche non implicare. Fra il 1944 e il 1948 si dedica molto, anche se con successi modesti, ai Centri di orientamento sociale: appunto a esperienze di movimento, sforzandosi di sollecitare la gente debole a sapere dire i suoi problemi e a Intendere i problemi del Paese, Nel 1946 viene reintegrato come segretario della Scuola di Pisa. Alla richiesta avanzata a nome della scuola da Luigi Russo, allora direttore, che fosse nominato vicedirettore, il ministero della Pubblica istruzione si oppose seccamente. A Pisa riesce ad avere anche l'incarico di Filosofia morale all'Università. Ma alla cattedra, di Pedagogìa, arriverà tardi, nel 1956: era persona di opposizione La sede universitaria sarà Cagliari, la distanza da Perugia gli imporrà un prezzo notevole in termini di salute, già da tempo malferma. Ma sempre, instancabilmente, tiene conferenze e promuove iniziative; e sempre contro la guerra, contro i blocchi, contro il cattolicesimo istituzionalizzato e monarchico. Nel settembre 1961 organizza la prima «Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli». Nel fascicolo poliziesco c'è l'articolo che Lucio Lombardo Radice scrisse sull'Unità del 19 settembre 1961, Un uomo che può aprire la marcia. Solo nel 1965 sarà chiamato all'Università di Perugia: in tempo per svolgervi appena tre corsi prima di morire. Il 29 ottobre 1968 il Questore di Perugia, con «Riservata - Raccomandata - Doppia busta», informa la Direzione generale della Pubblica sicurezza che «il nominato in oggetto è deceduto in Perugia in data 19.10.1968». E cosi si poteva chiudere il fascicolo Aldo Capitini.

3. Una sola considerazione fra le molte che dovrebbero essere (atte sulla «filosofia» della Pubblica sicurezza. La schedatura fascista di Capitini si comprende. Essa in ogni modo si conclude nel luglio 1944, Ma nell'agosto 1948 il Questore di Pisa, chiedendo informazioni a quello di Perugia sul segretano della Normale, la riavvia. Perché? Non è solo questione di vischiosità burocratica, di attività continuistica. Inerziale. Di fatto, non viene più schedato il Capitini antifascista. La questione, a me pare, sta in ciò: nella cultura politica dei nostri Questori repubblicani c'era, palesemente per condizionamento dei gruppi politici e sociali più chiusi, una certa ipotesi di Italia. Un'ipotesi, a quanto emerge dai documenti raccolti in questo libro, basata su una sorta di triangolo di «valori»: mettere fuori causa la partecipazione politica della gente e la sinistra, estirpare ogni tendenza all'«antiguerra», al pacifismo, alla nonviolenza; costruire uno Stato cattolico e non laico. A contrastare questi «valori» Capitini non aveva la forza e la capacità del nostro partito. Egli, contro questi, lotta solo, non sufficientemente appoggiato neppure da noi, con radicale intransigenza, per valori utopicamente antitetici. Ecco la sua anomalia. Ma lasciamo la parola ai documenti, che sono più eloquenti di ogni commento. Nell'agosto 1948 il Questore di Perugia risponde a quello di Pisa ritenendosi autorizzato a dire, nientemeno, che Capitini è «simpatizzante delle sinistre» e critico della «religione cattolica». Un maresciallo di Perugia, nel marzo 1949, comunica al suo Questore che Capitini «è elemento sinistroide contrario alla guerra... spietato critico della religione cattolica... capo» dell'«Associazione di resistenti alla guerra aut Movimento degli obiettori di coscienza», e che «non gode di buona estimazione nel pubblico per le sue idee da squinternato». Nel novembre 1949. il Questore di Pisa scrive che Capitini «capeggia in questa città, da oltre un anno, il Centro di orientamento sociale che, con carattere anticlericale, tende alla riforma religiosa. Non svolge però nessuna apprezzabile attività, né fa seria propaganda». E continua. «Sono qui appena due o tre gli intellettuali che dimostrano di interessarsi alle teorie di Capitini, il quale, poi, dagli altri pochi intellettuali che lo conoscono, viene schernito e additato come colui che vuole riformare la religione servendosi di vecchie zitelle e di preti spretati». Nel luglio 1950, si noti l'anno, il Questore di Cremona, in riferimento a una lontana richiesta del Questore dì Perugia dell'Italia di Salò (aprile 1944), chiede di sapere se Capitini è ancora un ricercato. Nel dicembre 1958, il Questore di Perugia pensa di dovere riferire al ministero dell'Interno che Capitini «fece parte della Associazione italiana di resistenza alla guerra e della Federazione italiana antimilitarista, e nel 1949 tentò di costituire in questa regione il Movimento obiettori di coscienza, raccogliendo l'adesione di una quindicina di persone che successivamente si allontanarono... Egli, nel suo continuo desiderio di emergere e allo scopo di elevarsi dalla mediocrità e costituirsi un seguito, nel 1952 si fece promotore in Perugia del Centro di coordinamento internazionale per la nonviolenza, del Centro di orientamento religioso... e della Società vegetariana italiana... Queste iniziative, come le altre da lui tentate, non suscitarono il benché minimo interesse in questa popolazione e lo stesso Capitini non consta che abbia un seguito apprezzabile, essendo noto per la sua megalomania». Nel dicembre 1958 Capitini tiene a Modena, nella «casa della Gioventù comunista» una conferenza su Discuto la religione di Pio XII, un libro che aveva pubblicato presso Parenti nel 1957; il locale Questore si sente in diritto di chiedere al ministero dell'Interno, su Capitini, «dettagliate informazioni, specie in linea politica». Nel maggio 1966, si noti ancora la data, il Questore di Bologna chiede a quello di Perugia informazioni su Capitini in quanto, insieme ad altri, si è incontrato in un albergo in questa città «con il prof. Favilli Giovanni fu Giuseppe, direttore dell'Istituto di patologia generale dell'Università di Bologna, noto esponente dell'Anpi e consigliere del Comune di Bologna per la lista del Pci».
Diverse domande si pongono. È ammissibile che la politica della Repubblica schedasse Capitini? E che, come si sa e come l'ultimo passo citato mostra, schedasse i comunisti? Capitini era per la gente e per la sinistra; era contrario alla violenza; era contrario a una religione di Stato. E ammissibile che nelle nostre Questure non si volesse così fermamente e ottusamente che lo Stato diventasse laico, che il movimento nonviolento crescesse, che la gente e la sinistra contassero di più? È ammissibile che funzionari della Repubblica abbiano costume, come risulta chiaramente da alcuni dei passi che ho citato, di trattare un cittadino, un uomo, con tanta stupidità crudele, con compiaciuto e brutale disprezzo? Un uomo che dette tanto a ciò che il Paese stava diventando in meglio e a ciò che dovrebbe diventare. Un uomo che non sapemmo capire abbastanza. Ma che, soprattutto i più giovani di noi ma anche i non più giovani, abbiamo imparato a capire; abbiamo imparato a capire l'altezza del suo messaggio di nonviolenza e di attenzione alla gente, a tutti, a una società in cui ciascuno sia libero, sovrano, solidale.

“l'Unità”, 21 dicembre 1988

La poesia del lunedì. Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981)


Le monache e le vedove, mortifere
maleodoranti prefiche,
non osavi neanche guardarle. Lui stesso che ha mille occhi,
li distoglie da loro, n’eri certa.
L’onniveggente, lui… perché tu, giudiziosa,
dio non lo nominavi neppure con la minuscola.

Da Xenia II in Satura, in Tutte le poesie, Oscar Classici, Mondadori 1994

Il “Finale per un racconto fantastico” di I. A. Ireland. Una invenzione di Borges e Bioy Casares



― ¡Qué extraño! ― dijo la muchacha, avanzando cautelosamente ―. ¡Qué puerta más pesada! ― La tocó, al hablar, y se cerró de pronto, con un golpe.
― ¡Dios mío! ― dijo el hombre ―. Me parece que no tiene picaporte del lado de adentro. ¡Cómo, nos ha encerrado a los dos!
― A los dos no. A uno sólo ― dijo la muchacha. Pasó a través de la puerta y desapareció.

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“Che strano! - disse la ragazza andando avanti con cautela – che porta pesante!”.
Mentre parlava la toccò, e si chiuse di botto, con un tonfo.
“Mio Dio! - disse l'uomo – Mi pare che non abbia serratura dalla parte di dentro. Ci ha chiuso dentro tutti e due!”.
“Non tutti e due. Uno solo” - disse la ragazza. Passò attraverso la porta e sparì.

Nota
La celebre Antología de la literatura fantástica curata da Jorge Luis Borges, Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares fu pubblicata a Buenos Aires dalla Editorial Sudamericana nel 1976. La traduzione fu affidata dagli Editori Riuniti, che nel 1983 ne curarono l'edizione italiana, a vari autori, ma ho preferito usare per il brano una versione mia. 
Nell'antologia il Final para un cuento fantástico vi viene presentato come fragmento de la novela El joven Nathaniel Hathorne, opera di un certo I. A. Ireland, erudito inglese nato a Hanley nel 1972, autore di A Brief Story of Nightmares (1899) e di una Spanish Literature (1911). Lo si proclama discendente del famoso impostore William Henry Ireland, che a sua volta si era inventato un antenato William Henry Irelande a cui Shakespeare avrebbe lasciato i propri manoscritti. 
I.A.Ireland ovviamente non è mai esistito, è una falsificazione, uno pseudonimo con cui Borges e Bioy Casares firmano un raccontino delizioso ed enigmatico composto da loro stessi. (S.L.L.)


Giornata delle magliette rosse. Le riflessioni di Luigi Ciotti, presidente di “Libera”



Una grande adesione, una grande partecipazione. Un’Italia vigile, appassionata, che esce allo scoperto e riempie le piazze materiali e virtuali per dire basta alla perdita di umanità, all’innalzamento di muri, alla rimozione della memoria e alla diffusione di menzogne. Per opporsi non alle paure – che sono un sentimento umano – ma alla loro strumentalizzazione e degenerazione in cinismo e rancore.
È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con Libera e con tutte le realtà – a cui sono profondamente grato – che hanno aderito al nostro appello. Riflessioni per sostare, per guardarci dentro e guardare avanti, per procedere con passo più deciso.

Non possiamo non occuparci dei poveri
La prima riguarda un’obiezione che ho sentito fare: Libera si occupa di mafie, che c’entra con i migranti?
Chi la pensa così non tiene conto di un fatto a mio avviso fondamentale. La lotta alle mafie è, nella sua stessa sostanza, lotta per la libertà e la dignità delle persone. Lotta contro le ingiustizie e le violenze. Lo abbiamo detto tante volte: se le mafie fossero una realtà solo criminale, sarebbero sparite da tempo dalla faccia di questa terra. Ma mafia vuol dire anche corruzione, collusione, appoggio politico e favore economico. E vuol dire tessuto sociale sfibrato, anemico, privo dei globuli rossi dell’etica.
Oggi non si può parlare di mafie, e progettare efficaci azioni di contrasto, senza partire dalla profonda vicinanza, a volte intreccio, delle logiche mafiose con quelle di un sistema politico-economico che Papa Francesco ha definito “ingiusto alla radice”, un sistema che provoca guerre, ingiustizie, sfruttamento di beni e persone in tante parti del mondo, e di cui le migrazioni sono un’evidente conseguenza. Ecco perché Libera – senza perdere la sua specificità, anzi arricchendola – non può fare a meno di occuparsi di migranti, come non può fare a meno di occuparsi di povertà (lo ha fatto con il progetto “Miseria ladra”, continua a farlo con la rete “Numeri pari”) e così di lavoro, di scuola, di sanità, cioè di quello Stato sociale ridotto a brandelli da un sistema che ormai non si fa più scrupolo di affermare che la dignità della persona è una variabile economica, non un diritto umano, sociale, civile.

Essere una spina nel fianco del sistema
Seconda riflessione: il rapporto con la politica. Si è detto e scritto sull’adesione all’iniziativa di persone o realtà che fanno capo a un partito o ne sono diretta espressione. Con inevitabile seguito di commenti, illazioni, polemiche. Ora va precisato che l’appello era rivolto soprattutto al mondo del sociale e ai cittadini, ma se alcune espressioni della politica hanno ritenuto di sottoscriverlo, ben venga: della loro sincerità risponderanno i fatti, la coerenza tra l’adesione a un testo che parla chiaro e le azioni che ne derivano. Così come va precisato – non è la prima volta, ma è bene ribadirlo – che Libera è apartitica: nessuno può affibbiarle etichette o metterci sopra le proprie insegne. Apartitica ma non apolitica, se politica significa sentirsi responsabili del bene comune, fare la propria parte per difenderlo e per promuoverlo, come ci chiede la Costituzione. È questo che da sempre cerchiamo di fare, nella convinzione che l’impegno sociale non sia mai neutrale, né limitato alla sola solidarietà. Accogliere è importante, anzi fondamentale, ma lo è altrettanto il denunciare le cause dell’esclusione e operare per eliminarle. Se manca questo aspetto l’impegno sociale rischia di diventare “delega alla solidarietà”, perdendo la sua visione, la sua carica propulsiva e innovativa. Non più spina nel fianco del sistema, ma foglia di fico delle sue inadempienze. È questo lo spirito e l’etica del nostro rapporto con la politica – un rapporto schietto, trasparente, esente da servilismi e secondi fini: piena collaborazione con chi opera per il bene comune; opposizione e denuncia di chi se ne appropria o lo trasforma in privilegio.

Non migrazioni ma deportazioni indotte

Terza riflessione, le semplificazioni e le falsificazioni. C’è chi ha detto: «Libera e don Ciotti sono quelli dell’“accogliamoli tutti”». Come c’è chi ci ha accusato di non occuparci dei problemi di casa nostra, del dramma di milioni d’italiani relativamente o assolutamente poveri, costretti a tirare la cinghia, a mangiare nelle mense e a dormire per strada o nei dormitori. Libera non ha mai detto “accogliamoli tutti” ed è disonesto chi ci attribuisce queste semplificazioni. Da sempre sosteniamo che l’immigrazione è un problema enorme e complesso, che richiede interventi simultanei e su piani diversi. In estrema sintesi, ne enumero almeno quattro. Primo, riscrivere la convenzione di Dublino, perché un’Europa non corresponsabile e non collaborativa è solo un aggregato tecnico di nazioni (vedi le puntuali osservazioni in allegato di Lorenzo Trucco, presidente dell’Asgi, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). Secondo, modifiche strutturali, non solo superficiali e cosmetiche, di un sistema economico che innesca conflitti e produce povertà dunque migrazioni – chiamiamole deportazioni indotte, visto che nessuno abbandona casa e affetti se non a causa della fame, della guerra, della desertificazione e distruzione dell’ambiente. Terzo, creare le condizioni perché chi vive in Africa e in altre regioni del mondo che l’Occidente ha sfruttato e colonizzato, possa farlo in dignità, ovvero in piena autonomia. Quarto, impostare politiche d’interazione che sappiano coniugare accoglienza e sicurezza, diritti e legalità, tenendo conto del disagio di milioni di italiani. L’accoglienza funziona e diventa un fattore di crescita umana, culturale, economica, laddove si sono create le condizioni per accogliere, ossia laddove una politica rivolta non al potere contingente ma al bene comune presente e futuro, si è opposta allo sfascio dello Stato sociale, alla riduzione o cancellazione dei servizi, al dilagare della disoccupazione e alla crescita della dispersione scolastica. Ecco allora che dire “Libera si dimentica dei poveri e dei bambini di casa nostra”, è falso. La rete “Numeri pari” è stata concepita, come detto, proprio per rispondere ai bisogni delle persone, ma più in generale lo stesso impegno contro le mafie e la corruzione è un impegno contro la povertà, visto che le mafie – come dicono accreditati studi economici – sono una delle principali cause di povertà, e tra le loro vittime bisogna annoverare non solo i morti ammazzati ma anche le centinaia di migliaia di “morti vivi”, di persone a cui mafiosi e i corrotti tolgono lavoro, speranza, dignità.

Sovvertire la dittatura dell’effimero
La quarta e ultima riflessione riprende la domanda iniziale: come dare continuità all’iniziativa, come farne tesoro? Il tempo che viviamo è segnato da una dittatura dell’effimero, da un eterno presente in cui tutto accade senza lasciare traccia. Conta l’emozione, il clamore, la polemica del momento, ma poi tutto finisce lì, soppiantato da altre emozioni, clamori, polemiche. Calato il polverone dell’emergenza, il paesaggio che si offre ai nostri occhi è sempre lo stesso, solo più desolante e trascurato. È bene esserne consapevoli se vogliamo custodire lo spirito con cui abbiamo indossato quelle magliette: andare oltre la contingenza e l’emergenza. Dirò di più: andare oltre la commozione e l’indignazione. Oggi non bastano più. Come non bastano più le parole: in un’epoca in cui se ne abusa irresponsabilmente, anche quelle autentiche rischiano di essere sommerse dal chiacchiericcio. Libera sin dall’inizio cerca di opporsi a questa deriva ormai impressionante. Libera nasce per impedire che la rabbia e il dolore per le stragi del 1992 non svanissero col passare del tempo, nasce per trasformare quelle emozioni in sentimenti e quei sentimenti in consapevolezza, responsabilità, memoria viva. Ha sempre agito sapendo che non è la contingenza il banco di prova, ma la coerenza e la determinazione con cui si compie un cammino. Nella coscienza dei limiti, beninteso: nessuno è insostituibile, ma nessuno può fare al posto nostro quello che è nostro compito fare.

Rispondere all’appello della storia
La coscienza della responsabilità, personale e collettiva, è l’etica che abbiamo abbracciato, che abbiamo scritto prima che negli statuti nelle nostre coscienze. E questo ha sempre significato stare nel tempo, nella storia che ci è data, senza eludere i suoi appelli e le sue provocazioni, rispondendo sempre, nei nostri limiti, “ci sono, ci siamo”: «Delle parole dette mi chiederà conto la storia – diceva Tonino Bello, instancabile costruttore di pace – ma del silenzio con cui ho mancato di difendere i deboli dovrò rendere conto a Dio». Il tempo che oggi ci viene dato è un tempo difficile, ambiguo, pieno d’insidie e di pericoli, un tempo schiacciato in un presente senza prospettive, sempre più simile a un vicolo cieco. Lo dico pensando soprattutto ai giovani – alle migliaia che si riconoscono in Libera, che ci accordano una fiducia spero ben riposta e che rappresenta per noi la più alta responsabilità – perché sono loro le prime vittime di questo presente prigioniero di se stesso, ostaggio di poteri ingiusti o criminali. Un tempo nel quale si gioca – ormai credo sia chiaro a molti – una partita di civiltà. Si, civiltà. Perché quando viene meno il dovere di soccorso, un dovere che nasce dall’empatia fra gli esseri umani, dal riconoscerci gli uni e gli altri soggetti a un destino comune, viene meno il fondamento stesso della civiltà.

La conoscenza è sempre un atto di amore
Questo tempo ci dice che dobbiamo ripartire da due cose, umilmente ma tenacemente: le relazioni e la conoscenza. Sono le strade per crescere in umanità e in cultura, due strade che abbiamo smesso di percorrere. Partire dalle relazioni perché la premessa di una società giusta e pacifica è il mettersi nei panni degli altri, l’andare oltre le relazioni opportunistiche e d’interesse, il riconoscere l’altro e il “diverso” come un completamento, un arricchimento della nostra identità. Dalla cultura, perché un tempo complesso, soggetto a continue e rapide mutazioni, richiede parole e pensieri che lo sappiano interpretare, che sappiano orientarci nel suo groviglio, che sappiano ascoltare le nostre speranze e non solo le nostre paure. Se manca la cultura prevalgono le approssimazioni, le semplificazioni, gli slogan, e da lì le manipolazioni, le “bufale”, la propaganda. L’odio è conseguenza dell’ignoranza, perché si odia solo ciò che non si conosce, la conoscenza è sempre un atto di amore. È questo il compito che ci consegna l’iniziativa del 7 luglio. E solo se sapremo prendercene cura quotidianamente, renderlo spirito che anima i nostri atti e le nostre scelte – come già stanno facendo tante realtà in ogni parte d’Italia, a cui deve andare il nostro appoggio, il nostro incoraggiamento, la nostra gratitudine – potremmo ricordare quella data come un punto di svolta, l’inizio di una stagione di speranza, di giustizia, di ritrovata umanità.

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