16.1.18

Il giudice Saguto chiama in causa i suoi colleghi (Salvo Vitale)

Silvana Saguto
Dopo alcuni mesi di silenzio il giudice che per quasi un decennio è stata la “signora” delle misure di prevenzione, facendo e disfacendo tutto quello che voleva, nella prospettiva del processo che la vede imputata per una serie di gravi reati, legati all’esercizio della sua funzione, ha deciso di passare al contrattacco e di chiamare in ballo tutti i suoi colleghi e personaggi vari, per testimoniare che il suo modo d’agire era quello di tutti gli uffici delle misure di prevenzione. L’udienza avrà luogo il 22 gennaio al tribunale di Caltanissetta e i testimoni chiamati a sua difesa sono 279. Non si sa se la corte li accetterà tutti. Tra di essi Cesare Vincenti, già presidente dell’Ufficio prima della Saguto, Guglielmo Nicastro Roberto Murgia, Ottavio Sferlazza, Ettorina Contino, Sergio Lari, Giovambattista Tona, Piero Grillo, il suo collaboratore Fabio Licata e una serie di altri magistrati appartenenti a varie procure, in gran parte siciliane. Molti di costoro avrebbero dato incarichi sia a Cappellano Seminara come amministratore, sia a suo marito Lorenzo Caramma come “perito”, non per un favore personale, ma perché ne riconoscevano la professionalità. Nulla di nuovo sotto il sole: abbiamo diverse volte citato l’esempio del giudice Tona di Caltanissetta, che affidò a Cappellano l’amministrazione giudiziaria del sequestro Padovani, che aveva gran parte delle sue attività a Catania. Fra l’altro quella di nominare amministratori che, per raggiungere il posto di lavoro devono sottoporsi a lunghe trasferte, presumiamo pagate a spese dell’azienda, è una brutta abitudine che non è venuta meno neanche nel dopo-Saguto: si pensi alla nomina fatta dal giudice Montalbano del catanese Giuseppe Privitera come amministratore dei beni dei Virga di Marineo: Privitera si fa vedere poco, ma in compenso ha affidato tutto a un suo coadiutore, anche lui catanese. Incuriosisce, tra i tanti nomi citati come testimoni il nome di Pasqua Seminara, la moglie del procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, della quale è noto il rapporto di parentela con Cappellano. Tra i tanti testimoni a difesa la Saguto cita Rosy Bindi e Claudio Fava, rispettivamente presidente e vicepresidente della Commissione Antimafia. E’ il caso di richiamare l’audizione 18 gennaio 2012 del prefetto Caruso, responsabile dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia che ha sede a Reggio Calabria, davanti alla Commissione Antimafia e la successiva audizione del 17, 18 e 19 febbraio 2014, quando tutta la Commissione fece quadrato intorno alla Saguto criticando le dichiarazioni di Caruso, il quale, per avere squarciato il velo su questo problema fu graziosamente messo in pensione. Allora persino l’ANM intervenne e tutti , dal giudice Morosini, a Bindi, a Fava si apprestarono a frettolose dichiarazioni del tipo che, tirando fuori certe cose, “si rischiava di destabilizzare il sistema, che si screditava l’operato della magistratura, che si rischiava di fare un favore alla mafia”. Scarpinato e Agueci invece dovrebbero testimoniare che l’attentato che si stava preparando per la Saguto non era farlocco, ma era vero. Invero, da quanto è sinora emerso, anche dall’audizione di imputati e testi, da Fabio Licata a Carmelo Provenzano, pare di capire che la linea di difesa, senza dubbio ispirata e pilotata dagli avvocati Ninni Reina Antonio Sottosanti e Giulia Bongiorno (quella che difendeva Andreotti e alla fine riuscì a farlo assolvere a metà), sia quella di valutare come “normalità” un sistema di gestione che invece era criminoso e criminogeno. Una sorta di “Così fan tutti” di mozartiana memoria, che per qualche verso ricorda anche il discorso di Craxi in Parlamento sulle tangenti. Le prendevano tutti. Era un modo d’agire comune: di cosa dovrebbero rispondere gli imputati? Di avere servito lo stato? E così si crea una specie di ibrida commistione tra il servire lo stato e il servire se stessi senza che si prenda in seria considerazione che ai tratta di due cose ben distinte e che, in questo specifico caso, il problema sta nella legge che consente tali aberrazioni spesso fuori da qualsiasi rispetto dei diritti costituzionali del cittadino.


Dal sito www.ilcompagno.it (curato da Salvo Vitale nello stile di Radio Out), 16 gennaio 2018

Bèlice o Belìce? (Fabio Grisafi)

Valle del Belìce 1968, Gibellina, La via Cavour distrutta
Bèlice o Belìce? Finalmente riparato l'errore degli inviati Rai del 1968.
In Italia lo avevano conosciuto tutti come Bèlice perché i giornalisti, nel 1968 (tra questi Piero Angela), arrivati sul posto, registrando i loro stand-up intorno alle macerie, non avevano avuto il tempo di parlare con la gente e lo chiamarono Bèlice. Poi gli abitanti del Belìce, per tanti anni, hanno cercato di opporsi, non riuscendoci, alla mutazione della lingua italiana dovuta anche questa volta al linguaggio giornalistico. Già nel 1970 Danilo Dolci, arrestato per aver diffuso via radio un SOS perché "In Sicilia si muore. Nel Belìce si muore. Il governo italiano non manda aiuti", cercava di dire la verità sul Belìce, dimenticato, o messo nel 'dimenticatoio', da tutti. Finalmente oggi qualcuno è riuscito, con coraggio, a dire Belìce in diretta, benché avesse ricevuto l'indicazione - da Roma - di dire Bèlice e non Belìce. Poi s'è beccato pure un mezzo cazziatone. Ho saputo che finanche in redazione al TG1 si è raccomandato a tutti di dire Bèlice e non Belìce.
Alla fine ci ha pensato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che dopo aver detto Bèlice, si è corretto dicendo Belìce, forse proprio per voler sottolineare, e finalmente correggere, questo errore vecchio di cinquanta anni. Poco male quindi. Finalmente i genitori belicini - che erano sempre rimproverati dai figli che, tornati da scuola, gli dicevano che era sbagliato dire Belìce e che in italiano si dice Bèlice - hanno avuto giustizia. Almeno il nome è stato, forse, ricostruito bene (speriamo!). Certo, qualche giornalista continua a commettere ancora l'errore di non parlare con la gente quando viene inviato in un posto a lui sconosciuto, e questo è grave. Ad esempio il 9 maggio di due o tre anni fa... quando Cìnisi divenne (solo per un giorno per fortuna) Cinìsi.
A proposito... che cos'è successo a Cinisi il 9 maggio di quaranta anni fa?


Dal diario fb di Salvo Vitale

Margherita Cagol, detta Mara, 1945 – 1975. Vita e morte di una brigatista rossa (Verena Mantovani)

Cari genitori non pensate per favore che io sia incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi da ragione come l’ha data alla Resistenza del ’45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi, non ce ne sono altri.” (Lettera ai genitori, 1972)
Cosa spinge una ragazza cattolica, che resterà sempre legatissima alla sua famiglia, a scegliere la clandestinità e la lotta armata? 
Margherita è l’ultima di tre figlie: il padre gestisce a Trento la “Casa del sapone”, la madre lavora in una farmacia.
 La famiglia è molto unita, in settimana si lavora e si va a scuola, la domenica a messa perché la religione è molto sentita da tutti. D’estate la figlia grande, Milena, va agli scout, mentre Lucia e Margherita in colonia. Margherita ha come guida spirituale un prete gesuita, nei pomeriggi tiene compagnia agli anziani negli ospizi di Trento. È sportiva: scia, gioca a tennis, le piace camminare in montagna. Alle superiori si iscrive a ragioneria e si diploma con la media del 7. Durante la scuola comincia a studiare chitarra classica e in breve diventa la terza chitarrista più brava d’Italia, suonando anche all’estero: potrebbe essere quella la strada da intraprendere. Invece no, si iscrive alla facoltà di sociologia a Trento.

In Italia non esiste nulla di simile. Tra i professori ci sono Beniamino Andreatta e Romano Prodi.
Tra gli studenti Renato Curcio e Mauro Rostagno, che dividono una casa in riva al fiume Adige. Questo rifugio diviene ben presto un punto di riferimento per gli studenti. Margherita, da tutti definita seria, tranquilla e riservata, è una delle poche ragazze che frequenta la casa sul fiume, e si lega subito a Curcio. 
È il 1966 e gli studenti di Trento decidono di occupare l’università: è il primo caso in Italia.
 Anche Margherita partecipa a questa protesta ma non rimane a dormire in facoltà, perché i genitori non glielo consentono, deve rientrare a casa alle 19,00…

L’anno successivo comincia a collaborare al giornale «Lavoro Politico» che nel 1968 diventa un periodico di riferimento per la sinistra. 
Alla Facoltà di Sociologia arriva come rettore Francesco Alberoni. A lui Margherita propone la tesi: uno studio sulla Qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico. Si laurea il 29 luglio del 1969 con 110 e lode. Dopo la proclamazione del voto saluterà tutti con il pugno chiuso: nessuno – ricorderà Alberoni – prima di quel momento, aveva avuto questo ardire.

Il primo agosto Margherita e Renato si sposano, contro il parere del padre di lei, che non reputa Curcio capace di prendersi cura della figlia. Il matrimonio verrà celebrato in chiesa, nonostante quello che entrambi pensano del “matrimonio borghese”, ma Margherita vuole evitare la rottura con la sua famiglia. 
Dopo un breve viaggio di nozze i coniugi si trasferiscono a Milano, perché Mara ha vinto una borsa di studio di due anni per un corso di sociologia. Studia la vita di fabbrica, mentre l’impegno politico diventa sempre più pressante. Siamo in pieno “autunno caldo”: scaduto il contratto nazionale dei metalmeccanici, le iniziative di protesta sono continue. 
Margherita e Renato frequentano il CUB (Comitato Unitario di Base) della Pirelli e i Gruppi di Studio che si costituiscono nelle grandi fabbriche: SIT Siemens, Alfa Romeo, Marelli; conoscono Mario Moretti e Alberto Franceschini.
Il 12 dicembre del 1969 accade qualcosa che cambierà per sempre il destino di questa generazione e la storia del paese. In piazza Fontana scoppia una bomba che uccide diciassette persone e ne ferisce novanta e che disorienta completamente l’opinione pubblica con i depistaggi, la morte di Pino Pinelli, l’arresto di Pietro Valpreda. Ha inizio la strategia della tensione.
 Nel settembre dello stesso anno era nato il CPM (Collettivo Politico Metropolitano) costituito da militanti della sinistra extra-parlamentare. Dal convegno CPM di Pecorile (settembre 1970) nasce il primo nucleo che darà vita alle Brigate Rosse. L’incontro viene organizzato da Franceschini, il quale di Margherita dirà: “L’impressione che ne ebbi fu di grande fiducia. Mara, che pur non appariva e non ci teneva a farlo, non era considerata da nessuno una figura secondaria. Anzi, era poi fondamentale nelle scelte concrete. Così la vedevo io, così la vedevano tutti.”
In questi convegni si parlerà per la prima volta di lotta armata e di clandestinità. Curcio nel suo Progetto Memoria scriverà: “Che lei abbia voluto l’organizzazione armata quanto me, se non più di me, è un fatto.”
Margherita scrive lunghe lettere alle sorelle e alla madre, alla quale racconterà di aver imparato molto più in pochi mesi a Milano che in cinque anni di università. Scrive di come la sua coscienza stia cambiando, di come Milano le appaia
Come un mostro feroce che divora tutto ciò che di naturale, di umano e di essenziale c’è nella vita. Questa società (…) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, questo io credo sia il senso della nostra vita.
Il gruppo decide di “passare all’azione” ma ci vuole una sigla. In memoria delle brigate partigiane decideranno di usare la parola “brigata” e Margherita proporrà “rossa”. Come simbolo verrà scelta la stella a cinque punte iscritta in un cerchio, la stessa utilizzata dai Tupamaros uruguaiani. Margherita sceglie il suo nome di battaglia: Mara.
Cominciano le prime azioni. Franceschini e la Cagol bruciano l’auto del capo del personale della SIT-Siemens, colpevole di aver fatto fotografare i partecipanti ai picchetti e di averli poi licenziati
Curcio, il teorico del gruppo, scrive il volantino di rivendicazione. I coniugi sono già conosciuti dalla polizia che va a perquisire varie volte la loro casa.
Franceschini decide di passare alla clandestinità affittando un appartamento sotto falso nome a Milano, in zona Ticinese, dove ospiterà la Cagol e Curcio.
Nei vari covi delle BR verranno ritrovate le norme di comportamento stilate dai tre in quel periodo. Tra le altre:
– la casa verrà frequentata solo da chi vi abita e conosciuta solo da un altro compagno;
– dovrà essere proletaria, modesta, pulita, ordinata e completamente arredata del necessario;
– le bollette vanno pagate subito;
– ogni compagno deve essere decorosamente vestito e in ordine nella persona.
Occorre procurarsi armi, meglio se fornite da ex Partigiani delusi dal Pci. Dirà Curcio: “consegnarci la pistola con cui avevano combattuto contro i fascisti, trent’anni prima, era come passarci un testimone”.
Nel 1971 Mara rimane incinta, ma perderà il bambino al sesto mese, dopo una caduta dal motorino. Nel 1972 il passaggio definitivo alla clandestinità e alla lotta armata li farà rinunciare per sempre all’idea di un figlio. In seguito all’occupazione delle case popolari di Quarto Oggiaro, operazione della quale era l’anima, Mara viene arresta per la prima e unica volta: rimane a San Vittore per cinque giorni. Coi genitori minimizzerà.
Cominciano le rapine, definiti “espropri proletari”, i “sequestri lampo”: nel marzo 1972 Idalgo Macchiarini, dirigente della SIT-Siemens, verrà fotografato con la pistola alla tempia e un cartello al collo. Il cartello recitava “Brigate rosse. Mordi e fuggi. Niente resterà impunito! Colpiscine 1 per educarne 100! Tutto il potere al popolo armato!”.
Anche in clandestinità Mara non riuscirà a tagliare definitivamente i ponti con la famiglia; lacerata dai sensi di colpa, nelle lunghe lettere si inventerà una vita parallela.
 La soffiata di un informatore (Marco Pisetta) fa scoprire covi e arrestare una trentina di brigatisti; la Cagol e Curcio si rifugiano in un casale nel Piacentino e capiscono che troppe cose non hanno funzionato, e che occorre riorganizzarsi profondamente. 
A Milano non possono più tornare, pertanto si trasferiscono a Torino formando una cosiddetta “colonna”.
 I genitori di Mara li scongiurano di lasciar perdere tutto, ma verrà loro risposto che la scelta è fatta ed è irreversibile.

Le BR alzano il tiro al “cuore dello Stato”.
 Il bersaglio è il giudice Mario Sossi, e il “piano” richiederà un anno e mezzo. Sossi viene sequestrato nell’aprile 1974 da una ventina di brigatisti a Genova, compresi Cagol e Franceschini. La prigionia di Sossi durerà 35 giorni e i giornali quasi non parleranno d’altro fino alla sua liberazione.
 L’8 settembre del 1974 Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo, denunciati da un infiltrato – Silvano Girotto, detto Frate Mitra.
 Vengono presi altri brigatisti, la Cagol rimane sola a portare avanti la colonna torinese. Si preoccupa di quello che i suoi genitori possono pensare adesso che Renato è in carcere. Scrive loro la lettera citata in apertura. Ma il gruppo è in difficoltà, perché molti sono in carcere. Mara pensa in grande e propone di liberare i prigionieri, a cominciare dal carcere di Casale Monferrato, dove Curcio è rinchiuso, che non sembra essere così inespugnabile. Moretti è perplesso e come lui altri. Ma dopo tre mesi di discussioni Margherita li convince. Farà arrivare a Curcio un biglietto: “il pacco con le maglie di ricambio arriverà domani”.
Il 18 febbraio 1975 Margherita, con una parrucca bionda e altri cinque uomini arriva al carcere di Casale. È giorno di visite, suona il campanello con un pacco in mano. Appena le viene aperto punta un mitra verso il piantone.
Entra nel carcere. “Renato dove sei?”
Curcio è al piano superiore, scende, verrà liberato senza sparare un colpo. Il «Corriere della Sera» commenterà: “Un’umiliazione dello Stato” e il generale Dalla Chiesa inveirà contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere “di cartapesta”. Mara rimane a capo della colonna di Torino, Moretti a Genova e Curcio a Milano. Dopo una perquisizione verrà trovata in un covo di Torino la chitarra della Cagol dalla quale fino a quel momento non si era mai separata: ci ha rimesso il suo adorato strumento ma lei l’ha scampata. Le Brigate Rosse ora sono a corto di denaro e decidono di finanziarsi con un rapimento. Mara propone il nome di Vittorio Vallarino Gancia, industriale dello spumante: chiederanno più di un miliardo di lire. Nei sequestri le BR si sono date delle regole: no donne e bambini e l’ostaggio non si tocca, in caso di problemi lo si libera.
Il sequestro è deciso per il 4 giugno 1975, Gancia verrà portato in una cascina vicino a Canelli. Tre anni prima la Cagol aveva comprato per sei milioni e mezzo la cascina Spiotta che pensava strategicamente perfetta come covo, a un’ora di macchina da Milano, Torino e Genova. Aveva dato il nome falso di Marta Caruso e raccontato che si trovava in convalescenza. Lavorava nei campi e si faceva aiutare ad arare dai vicini: durante gli interrogatori descriveranno Margherita come bella, gentile e disponibile. “Con noi è sempre stata molto affabile e infatti da noi era molto stimata”. Ma la mattina del rapimento qualcosa va storto. La macchina che rapirà Gancia e lo condurrà alla cascina Spiotta (dove ad aspettarlo ci sono Mara e un altro brigatista mai identificato) al ritorno ha un incidente. Alla guida un giovane militante alle prime armi che, fermato dai carabinieri si rifiuta di fornire i documenti e si dichiara “prigioniero politico”. Mara sta riposando, ha fatto il turno di guardia di notte, il suo compagno, che avrebbe dovuto darle il cambio, si è appisolato e non vede avvicinarsi i carabinieri.
In tre bussano alla porta, l’uomo apre e inizia uno scontro a fuoco. La Cagol e il compagno tentano di scappare in auto ma c’è un quarto carabiniere, il quale non appena vede la macchina dei fuggiaschi spara. Mara scende, ha una ferita al braccio e una alla schiena, non è armata e grida “Basta, basta. Non sparate. Siamo feriti.” Il compagno scappa per i campi. Mara invece morirà con un colpo sparatole sotto l’ascella che le trapasserà il torace. Un colpo sparato per uccidere, affermerà qualcuno. Il carabiniere dirà che l’uomo si è fatto scudo con la compagna, ma il brigatista in un lungo resoconto scritto a Curcio, ritrovato poi in un covo, in merito alla dinamica dei fatti riferirà un’altra versione: mentre scappa si accorge che Mara non è con lui, si volta e la vede seduta nel prato con le braccia alzate a discutere con il carabiniere. Si allontana non potendo più fare nulla. Poi sente uno, forse due colpi secchi. Gancia intanto verrà liberato e vent’anni dopo in un’intervista rilasciata all’ «Espresso» dal titolo Grazie a Mara che mi salvò la vita racconterà che il Generale Dalla Chiesa gli fece leggere il rapporto particolareggiato che il compagno di Mara aveva scritto a Curcio. Le aveva gridato “Ammazziamo quel bastardo e andiamo via” ma lei gli aveva risposto “Lascialo che non c’entra niente”. “Capisce? In piena battaglia Margherita Cagol descritta da tutti come una sanguinaria, era stata lucidissima: mi ha salvato la vita e un minuto dopo è morta. Questa cosa mi sta sul cuore.”
Il riconoscimento del cadavere di Mara lo faranno le sorelle, ritrovando anche la cicatrice sopra il labbro che si era fatta da bambina. Due giorni dopo, il funerale a Trento. L’opinione pubblica la dipingerà come la donna che per amore è stata disposta a tutto, perfino a sparare, negandole quell’autonomia di pensiero e di iniziativa che ha invece caratterizzato tutte le sue scelte. Un mazzo di rose rosse verrà ritrovato davanti alla cascina Spiotta l’indomani della sparatoria e così il 5 giugno di ogni anno, per molti anni.


Da Enciclopedia delle Donne - Voce pubblicata da Sabrina Castoldi e Laura Saccà. Progetto Intrecci 2016, Rozzano

Pizzo e infiltrazioni mafiose: resistere a viso aperto. Un libro di Salvatore Costantino (V. Vasile)

A Perugia in questo 2018, dopo l'inchiesta cosiddetta “Quarto Passo” sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Umbria e mentre è in corso un processo in cui si parla di pizzo, di usura, di aziende controllate, di violenze e di minacce, un articolo di Paolo Lupattelli nella pagina fb di “micropolis” mette in luce il nuovo avanzare della “palude mafiosa” nella nostra regione, evidenziato dalla “operazione Stige”, un'inchiesta di ampio respiro condotta dal magistrato Gratteri.
Proprio adesso mi accade di recuperare il ritaglio di un articolo su “l'Unità” di Vincenzo Vasile su un libro del sociologo Salvatore Costantino, l'uno e l'altro miei stimati compagni e amici degli anni universitari. L'articolo e il libro sono del 1993, un quarto di secolo fa, ma la proposta di Costantino, che scaturisce dall'indagine sul campo a suo tempo condotta, mentre fa riflettere su persistenti complicità, su colpevoli ritardi e sottovalutazioni, mi pare tuttora attuale e generalizzabile. (S.L.L.)
Il sociologo Salvatore Costantino in una immagine recente
ROMA
C’è chi sostiene che la mafia è un’«industria della protezione». Ma questa tesi, sostenuta tra gli altri anche da Diego Gambetta nel suo recente saggio einaudiano. viene ora contestata dalla ricerca sul campo condotta da Salvatore Costantino: A viso aperto, la resistenza antimafiosa di Capo d'Orlando, per un piccolo editore di Palermo, La Zisa (pagg.184, lire 18.000). Il meccanismo perverso dell'estorsione (in cambio della quale la mafia non offre affatto «servizi» a chi si assoggetta a pagare, ma macina la libertà dell'imprenditore assieme alla libertà personale), vi viene analizzato a partire da due casi emblematici: quello dell’imprenditore Libero Grassi, assassinato dopo il suo rifiuto del «pizzo» a Palermo, capitale di Cosa nostra, e quello della ribellione dei commercianti di Capo d’Orlando, in un'altra Sicilia, che invece è priva di cultura e tradizione mafiose.
Spiega l’autore: «È proprio qui la specificità del caso orlandino: di avere una reazione adeguata proprio nella fase in cui inizia a manifestarsi la mafia. (...) Non pochi sono i punti di riflessione sull'intera vicenda nazionale: la società civile italiana deve comprendere che si è ancora in tempo per impedire la definitiva conquista da parte della mafia di zone e regioni dell'intero paese sino ad oggi marginalmente interessate dal fenomeno mafioso». Si può leggere un'interessante cronaca di prima mano (per alcune pagine scritta con la collaborazione di uno dei protagonisti, Tano Grasso) sui primi, difficilissimi passi dell'associazione creata dal nulla dagli imprenditori di Capo d'Orlando. E, in appendice, viene riprodotta la motivazione della storica sentenza contro il racket, frutto della coraggiosa battaglia giudiziaria dell'Associazione.
Scrive, nella prefazione, Franco Ferrarotti: «È necessario chiamare a raccolta tutti i siciliani onesti per apprestare gli strumenti di un’autodifesa civile. È inutile attendersi molto dallo Stato. Le istituzioni sono distanti. Rischiano la delegittimazione, non a causa di attacchi perversi dall'esterno, ma per la loro cronica, dimostrata incapacità di proteggere efficacemente il cittadino comune nei suoi interessi c nelle sue proprietà ed attività legittime». Il sociologo cita il suo Rapporto sulla mafia, una ricerca comissionatagli negli anni Settanta dalla Commissione parlamentare d'indagine. Ne veniva fuori un'immagine della mafia come «macchina che produce violenza», con un nesso originale con il potere politico, che rappresenta il tratto distintivo della mafia rispetto ad altre forme di criminalità organizzata.
Costantino cita le parole, tremendamente amare, di Libero Grassi: «Ho denunciato le persone che mi chiedevano il pizzo, li ho fatti arrestare, ma alla fine sono rimasto solo. Non mi pento di ciò che ho fatto, ma certo continuo a chiedermi se ne sia valsa la pena (...) Mentre mezza Europa cercava di capire perché un imprenditore avesse deciso di denunciare i suoi estorsori, in Sicilia facevano a gara per chi doveva coprirsi prima gli occhi con la cera. Sono stato criticato e isolato persino dalla associazione degli industriali di cui faccio parte. Ci sono stati vari momenti di speranza. I pool antimafia, i maxiprocessi, variabili che con il trascorrere del tempo sono state inghiottite dal sistema. E si è venuta a creare una situazione paradossale: il cittadino comune ormai non fa più parte della struttura. Sei inserito nel circuito affaristico, oppure sei tagliato fuori».
Che cosa ha a che fare la morsa che ha stritolato Grassi, e quella dalla quale i commercianti di Capo d'Orlando si sono liberati, con il meccanismo descritto da Max Weber in Economia e società (1922)? «Ecco l’osservazione di un fabbricante napoletano, fattami circa vent'anni fa, in risposta ai dubbi sull'efficacia della camorra in riferimento all'impresa: "Signore, la camorra mi prende x lire al mese, ma garantisce la sicurezza, lo Stato me ne prende dieci volte tante, e garantisce niente"». Con la mafia a Capo d’Orlando, si racconta efficacemente nel libro di Costantino, sono arrivate le bombe, altro che sicurezza. Ed a Grassi quale «protezione» è stata offerta dai suoi assassini?


“l'Unità”, 27 maggio 1993

Sindona e Gualino. In due vite la biografia dell’Italia che fa affari (Giorgio Boatti)

Riccardo Gualino nel ritratto che ne fece Felice Casorati
Ascese repentine e rovinosi capitomboli, ma, anche, un alto tasso di incidenti professionali: nel ruolo che banchieri e big della finanza svolgono nella storia della nostra classe dirigente bisognare mettere in conto anche questo risvolto della medaglia, rammentato da certe drammatiche uscite di scena. Quelle, ad esempio, di Roberto Calvi (Banco Ambrosiano), di GianMario Roveraro (Opus Dei, l’uomo che porta Parmalat alla quotazione in Borsa) e di Michele Sindona.
Sul ruolo giocato da quest’ultimo in trent’anni di vicende italiane è uscito da Einaudi un documentato e puntiglioso affresco, Sindona. Biografia degli anni Settanta, dovuto a Marco Magnani, economista della Banca d’Italia. Il sottotitolo del saggio evidenzia l’aspetto fondamentale e prezioso di una ricostruzione che andando oltre la pur rilevante parabola sindoniana, la colloca dentro la complessa partita, non solo finanziaria ma politica, di un decennio tra i più difficili della storia repubblicana.
Certo, le tappe e le modalità dell’ascesa sindoniana nel saggio di Magnani ci sono tutte: a cominciare da quando, nell’immediato dopoguerra, il giovane commercialista di Patti (provincia di Messina) sbarca a Milano, e, a colpi di preziose consulenze fiscali, si conquista la fiducia dell’ala più tradizionalista dell’imprenditoria milanese, poco incline a frequentare l’ufficio tasse. Il successivo salto da Milano a Roma è poi benedetto da una parte della Curia pontificia che, decidendo di rendere liquido e portare fuori dagli orticelli italiani parte dell’immenso patrimonio amministrato dallo Ior, fa di Sindona il braccio finanziario del Vaticano, consentendogli di diventare l’azionista di controllo della Generale Immobiliare, protagonista assoluta della speculazione edilizia nella Roma del dopoguerra.
Sindona va in America
Acquisita grazie a un massiccio prestito dell’Hambros Bank di Londra, la Immobiliare è un caso da manuale, emblematico di come Sindona dispieghi la sua arte speculativa. Come? Semplice: appropriandosi - scrivono nei primi anni Settanta Scalfari e Turani - «delle spoglie dei vecchi potentati nel momento in cui il sistema economico tradizionale si sta sfasciando». Una volta che ha acquisito le sue prede Sindona ne ignora ogni implicazione produttiva. La sfida industriale non lo tocca. Le prede gli servono come trampolino per ulteriori scalate. In compenso, nelle interviste che rilascia, Sindona - loquacissimo, le mani che non cessano di modellare origami, soprattutto cigni e barchette, da fogli che ha sul tavolo - magnifica gli strumenti finanziari nuovi che sta utilizzando, quali l’opa (offerta pubblica azioni), che non avendo ancora in Italia adeguata regolamentazione gli consente di muoversi in una spregiudicata terra di nessuno.
Pochi anni dopo - quando, frenato in Italia da Cuccia, Cefis e dal governatore della Banca d’Italia Carli, rilancia la sfida e fa il grande salto che lo porta a rilevare a New York la Franklin National Bank, ventesima banca Usa - emerge come dietro lo scontro in corso tra finanza laica e cattolica, tra paladini e avversari di Sindona, ci sia un fitto intreccio filo-sindoniano che salda ambienti vaticani e centri massonici, spezzoni dello Stato deviato e vertici della politica.
Così, al culmine di una tempesta finanziaria internazionale, nei primi anni Settanta, Giulio Andreotti arriverà a definire Sindona un “salvatore della lira”. Non è affatto così e quando le razzie speculative non basteranno a reggere il castello di carte del banchiere e tutto crollerà, a cominciare dalla Franklin Bank, la sua determinazione criminale, alleandosi a settori mafiosi, giungerà a far assassinare Giorgio Ambrosoli, l’integerrimo liquidatore della Banca Privata Finanziaria, reo di aver respinto le pressioni politiche romane dirette a coprire con fondi pubblici le voragini scavate nei bilanci. Condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio, Sindona si suicida due giorni dopo la sentenza definitiva. Dietro di sè, a parte gli origami e lo “scandalo Sindona”, investigato per anni da una commissione parlamentare, solo cocci e voragini sparsi in tutto il sistema finanziario italiano.
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Ma non tutte le discese ardite e le risalite dei banchieri finiscono così, anche se le morti (metaforiche) e le risurrezioni (negli indici borsistici) spesso fanno parte del copione. Ad esempio tre colossali tracolli e altrettante strabilianti rinascite scandiscono la traiettoria di un tycoon dell’Italia della prima metà del Novecento come Riccardo Gualino (Biella, 1879, Firenze, 1964), del quale ormai quasi nessuno si ricorda. Per rammentarne il viso (scavato e deciso) si vedano i ritratti che gli fece l’amico Felice Casorati quando assieme a un altro sodale, lo storico d’arte Lionello Venturi, faceva parte del suo “cerchio magico” torinese. Anni in cui Gualino - azionista alla pari con il senatore Agnelli della Fiat occupata dagli operai lettori dell’Ordine Nuovo di Gramsci - stava per acquisire il Credito Italiano e intanto, discretamente, finanziava l’avventura editoriale del giovanissimo Gobetti. Nel frattempo, convinto che il cioccolato dovesse diventare un consumo accessibile a tutti gli italiani, creava l’Unica, il principale polo dolciario del Paese (Talmone, etc).
Nel primo decennio del secolo Gualino aveva già fatto tempo a diventare un importante commerciante di legname tra l’Impero asburgico e l’Italia, per poi in società con la Hambros Bank di Londra (e rieccoli!) dedicarsi a edificare una sorta di Manhattan nel cuore di San Pietroburgo. La guerra, e la rivoluzione bolscevica, gli spazzano via tutto. Ma, arrivata la pace, lo si trova ben dritto su una montagna di soldi ramazzati con la sua Snia (Società Navigazione Italo-Americana) che ha monopolizzato i trasporti di rifornimenti militari dagli Usa all’Europa. Parte di quanto ha guadagnato lo investe in arte: Modigliani e capolavori (soprattutto fondi oro senesi) di varie epoche, poi donati e che ora si possono vedere alla Galleria Sabauda di Torino. Pochi anni dopo, fabbricando il rayon in decine di stabilimenti Snia Viscosa, Gualino fa dell’Italia la seconda produttrice mondiale di seta artificiale. Se Sindona è stato per Andreotti un “salvatore della lira”, Gualino, arrivata la crisi del 1929, diventa per Mussolini il “Cagliostro della finanza”: da additare quale capro espiatorio alle masse. Mandato nel 1931 al confino, a Lipari, scrive due romanzi - assai interessanti - in un anno. Tornato libero fonda, con discrezione, un colosso dei fertilizzanti, la Rumianca. Intanto riprende a costruire case bellissime per Cesarina, sua moglie: un castello neogotico a Cereseto, una villa sopra la baia di Sestri Levante, un palazzo (con teatro privato incorporato) a Torino. Poi - terza o quarta rinascita di Gualino - fonda a Roma la Lux, casa cinematografica che produce film di Soldati, Lattuada, Castellani, De Sanctis (Riso amaro), Comencini, Germi, Monicelli, Visconti (Senso). Insomma, dietro di sé Gualino, il “Cagliostro della finanza”, non lascia solo origami. Muore nel suo letto, a Firenze, nella villa al Giullarino, nome perfetto per lievi e fecondi commiati.

Pagina 99, 15 gennaio 2015

Anna Fougez (Giancarlo De Cataldo)

La sciantosa per antonomasia degli anni Venti era nata da queste parti (Taranto, n.d.r). La diva di Vipera e di Addio mia bella signora faceva di nome Maria Annina Laganà Pappacena: meravigliosa bellezza mediterranea sorretta da un'anagrafe inadatta e francesizzata ad arte in una leggendaria Anna Fougez.


in Il combattente. Come si diventa Pertini, Rizzoli, 2014

15.1.18

La poesia del lunedì. Helga M.Novak (Berlin 1935 - Rüdersdorf bei Berlin 2013)

per una volta non essere
di shock e traumi sono fatta
ahi quanto si deve capire e sopportare
e come vado scavando nelle altre persone
per vedere se abbiano vita più facile della mia
alzatami dalle ortiche cado
nel formicaio più vicino
vorrei essere risparmiata
dalle mie esperienze dalla mia vita
dai miei antenati dalle mie sconfitte ed estasi
per una volta non essere invadente diffidente
ritrosa maligna avida bonaria asociale
per una volta non essere

da Finché arrivano lettere d'amore. Poesie 1956-2004, Effigie 2017 - Traduzione Paola Quadrelli


14.1.18

I coltelli e la Regola di san Benedetto (Bee Wilson)

Nell'Europa medievale e rinascimentale si portava con sé il coltello ovunque si andasse e, all’occorrenza, lo si tirava fuori ai pasti. Quasi tutti gli uomini ne possedevano uno infilato in una guaina che penzolava dalla cintura, e serviva sia per tagliare gli alimenti sia per difendersi dai nemici. Era tanto un accessorio - come un moderno orologio da polso - quanto un utensile ed era un bene universale, spesso il più prezioso di tutti. Come le bacchette magiche in Harry Potter, i coltelli erano fatti su misura per il proprietario. I manici erano di ottone, avorio, cristallo di rocca, vetro e conchiglia; di ambra, agata, madreperla o tartaruga. Potevano essere intagliati o incisi con immagini di neonati, apostoli, fiori, contadini, piume e colombe. Non ci si sognava di mangiare con il coltello di un’altra persona più di quanto oggi si accetti di lavarsi i denti con lo spazzolino di un estraneo. Portarne uno con sé era un’abitudine così radicata che come nel caso dell’orologio - si iniziava a considerarlo parte di se stessi e a dimenticare di averlo. Un testo del sesto secolo (la Regola di san Benedetto) ricorda ai monaci di staccare il coltello dalla cintura prima di coricarsi, per evitare di ferirsi durante la notte.

Bee Wilson, In punta di forchetta , Rizzoli, 2013

Pasolini reazionario: “Ora che tutto è laido”. La recensione a UN PO’ DI FEBBRE di Sandro Penna

Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini
Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori — che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire — ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, che tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai «cari terribili colori» nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili meravigliose macchie di gaggie e more. I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi. La gente indossava vestiti rozzi e poveri (non importava che i calzoni fossero rattoppati, bastava che fossero puliti e stirati); i ragazzi erano tenuti in disparte dagli adulti, che provavano davanti a loro quasi un senso di vergogna per la loro svergognata virilità nascente, benché così piena di pudore e di dignità, con quei casti calzoni dalle saccocce profonde; e i ragazzi, obbedendo alla tacita regola che li voleva ignorati, tacevano in disparte, ma nel loro silenzio c’era una intensità e una umile volontà di vita (altro non volevano che prendere il posto dei loro padri, con pazienza), un tale splendore di occhi, una tale purezza in tutto il loro essere, una tale grazia nella loro sensualità, che finivano col costituire un mondo dentro il mondo, per chi sapesse vederlo. È vero che le donne erano ingiustamente tenute in disparte dalla vita, e non solo da giovinette. Ma erano tenute in disparte, ingiustamente, anche loro, come i ragazzi e i poveri. Era la loro grazia e la loro umile volontà di attenersi a un ideale antico e giusto, che le faceva rientrare nel mondo, da protagoniste. Perché cosa aspettavano, quei ragazzi un po’ rozzi, ma retti e gentili, se non il momento di amare una donna? La loro attesa era lunga quanto l’adolescenza — malgrado qualche eccezione ch’era una meravigliosa colpa — ma essi sapevano aspettare con virile pazienza: e quando il loro momento veniva, essi erano maturi, e divenivano giovani amanti o sposi con tutta la luminosa forza di una lunga castità, riempita dalle fedeli amicizie coi loro compagni.
Per quelle città dalla forma intatta e dai confini precisi con la campagna, vagavano in gruppi, a piedi, oppure in tram: non li aspettava niente, ed essi erano disponibili, e resi da questo puri. La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la Repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza. Anche i ladri e i delinquenti avevano una qualità meravigliosa: non erano mai volgari. Erano come presi da una loro ispirazione a violare le leggi, e accettavano il loro destino di banditi, sapendo, con leggerezza o con antico sentimento di colpa, di essere in torto contro una società di cui essi conoscevano direttamente solo il bene, l’onestà dei padri e delle madri: il potere, col suo male, che li avrebbe giustificati, era così codificato e remoto che non aveva reale peso nella loro vita.
Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa — e i ragazzi brutti, pallidi, nevrotici, hanno rotto l’isolamento cui li condannava la gelosia dei padri, irrompendo stupidi, presuntuosi e ghignanti nel mondo di cui si sono impadroniti, e costringendo gli adulti al silenzio o all’adulazione — è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l’Italia fascista o distrutta dalla guerra. I delinquenti al potere — sia a Roma che nei municipi della grande provincia campestre — non facevano parte della vita: il passato che determinava la vita (e che non era certo il loro idiota passato archeologico) in essi non determinava che la loro fatale figura di criminali destinati a detenere il potere nei paesi antichi e poveri.
Nel libro Un po’ di febbre di Sandro Penna (Garzanti, 1973), si rievoca questa Italia. Il trauma è grande. Non si può non essere sconvolti. Leggendo queste pagine prende un’emozione che fa tremare. E fa venire anche una certa voglia di andarsene da questo mondo, con quei ricordi. Infatti non è un cambiamento di epoca, che noi viviamo, ma una tragedia. Ciò che ci sconvolge non è la difficoltà di adattarsi a un nuovo tempo, ma un immedicabile dolore simile a quello che dovevano provare le madri vedendo partire i loro figli emigranti e sapendo che non li avrebbero visti mai più. La realtà lancia su noi uno sguardo di vittoria, intollerabile: il verdetto è che ciò che si è amato ci è tolto per sempre. Nel libro di Penna quel mondo appare ancora in tutta la sua stabilità ed eternità, quando era «il» mondo, e nulla avrebbe mai fatto sospettare che sarebbe cambiato. Penna lo viveva avidamente e totalmente. Aveva capito che era stupendo. Niente lo distrae da quella meravigliosa avventura che si ripete ogni giorno: svegliarsi, andare fuori, prendere a caso un tram, camminare a piedi là dove vive il popolo, fitto e chiassoso nelle piazze, disperso e intento ai suoi quotidiani lavori nelle lontane periferie lungo i campi; o col sole che tutto protegge con la sua luce silenziosa, o sotto una sublime impalpabile pioggia primaverile; o all’alitare del primo, esaltante buio di una lenta sera; e infine incontrare — ché questa apparizione non manca mai — un ragazzo amato subito per la innocente disposizione del suo cuore, per l’abitudine a una obbedienza e a un rispetto non servili, per una sua libertà dovuta alla sua grazia: per la sua rettitudine.
Sembra che mai Penna potesse esser tradito nelle sue speranze di tali incontri, che davano all’esistenza quotidiana, già per sé esaltante la miracolosa gioia della rivelazione, ossia della ripetizione.
Nelle pagine di questi suoi brevi racconti — scritti con una abilità narrativa che non ha niente da invidiare al Bassani dell’Odore del fieno o al Parise di Sillabario — e lo dico perché Penna narratore è una novità e una sorpresa — è contenuta tutta la realtà di quella forma di vita, in cui la gioia, promessa e ottenuta, era diventata una forma ossessiva. Tanto che è difficile parlare di Un po’ di febbre come di un libro: esso è un brano di tempo ritrovato. È qualcosa di materiale. Un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini con asfalto e erba, intonaci di case povere, interni coi modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza e innocente complicità. E com’è sublime il completo, totale disinteresse di Penna per ciò che accadeva al di fuori di questa esistenza tra il popolo. Niente è stato più antifascista di questa esaltazione di Penna nell’Italia sotto il fascismo, vista come un luogo di inenarrabile bellezza e bontà. Penna ha ignorato la stupidità e la ferocia del fascismo: non l’ha considerata esistente. Peggiore insulto non poteva — innocentemente — inventare contro di esso. Ché Penna è crudele: non ha pietà per ciò che minimamente non è investito dalla grazia della realtà, figurarsi per ciò che n’è fuori o contro. La sua condanna — non pronunciata — è assoluta, implacabile, senza appello.
Nella sua ristrettezza di motivi e di problemi, nel minimo spazio che si consente, questo libro in realtà è colmo di un sentimento immenso, straripante della vita. La gioia vi è così grande da essere dolorosa. Un dolore sconfinato vi è a malapena contenuto come presentimento di perdere quella gioia. Questa illimitatezza sentimentale, fa intravedere in questo poeta, che (forse con Bertolucci) è realmente il più grande poeta italiano vivente — anche quel poeta che egli non è stato: un poeta al di fuori dei limiti che egli si è imposti con commovente e purissimo rigore. Un poeta che può perdere il suo humour delizioso e disperato, lacerare i limiti della forma, espandersi nel cosmo, delirare (vedi pagg. 88, 89, 90). Il lettore mi scusi, se impostato così il discorso, non entro più criticamente nel merito del libro, analizzandolo letterariamente. Esso è fuori dalla letteratura, essendo qualcos’altro, ripeto, che un libro (o un libro unico). Non che io polemizzi contro la letteratura. Anzi la considero una grande invenzione e una grande occupazione dell’uomo. E Penna, a sua volta, è un grande letterato. Ma preferisco lasciare il mio referto sospeso sull’emozione che questo libro mi ha dato col semplice mezzo di una poeticità quasi ovvia (aggettivi proposti ai sostantivi, qualche inversione, esclusione di parole prosaiche, riadottate solo in qualche caso, per improvviso bisogno di realismo o espressionismo): esso lascia il lettore tutto piagato d’un bruciore di lacrime, benché non sia sentimentale mai, in nessun momento.

da "Tempo", 10 giugno 1973, in Scritti corsari, Garzanti, 1975

La luce si nasconde... Una poesia di Renato Nisticò

La luce si nasconde dietro il suo apparire:
rivelazione di una troppo vivida estate
che ha partorito in te
un certo tipo di sguardo, bieco e ridente:

I maestri non lo sanno che cos’è la luce:
se possono, ti ripetono formule
risapute…

Tu dici È la ragione dei ciechi
è il nero degli occhi che accresce
lo splendore dei possibili volti

Io dico È il popolo d’immediati rancori
che si rivolta nell’opacità della lente
oscura

Non è chiara la luce


da Attenti caduta metafore, Donzelli 2017

Paris at night. Una poesia di Jacques Prévert

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L'ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia


da Parole, 1946

In memoria di E.V. (1908-1966). Una poesia di Franco Fortini

In forma di preziosa pietra opale
ti hanno visto converso stupiti gli amici
o tu che i sogni nostri percuoterai
orrore lasciando e scompiglio.

Piccolo oggetto chiaro era la faccia
nella cassa fra i libri.
Domandi chi era?
Risponderò: da vivo lo avevo conosciuto
poi chiuso chiuso così l'ho veduto.

in Tutte le poesie, Mondadori, 2014

Storia di parole. Divano (Alessandro Varoli)

Divano in stile Luigi XV
Occidente, Nord e Sud
a pezzi, troni in briciole,
regni in bilico. Fuggi nel puro
Oriente, assaggia
l’aria dei Patriarchi!
Fra canti, amore e vini
ritornerai ragazzo
nella fonte di Chiser.
Laggiù, nella purezza,
nel giusto, io voglio immergermi
negli abissi all’origine
della specie degli uomini...

Era il 1819 e Goethe era ormai anziano; anziano in un modo straordinario però. Inseguiva l’oriente da tempo, nella letteratura religiosa come nella poesia persiana, ma gli riuscì di evitare l’orientalismo. Cosa non facile per quei tempi. «Orientaleggiare lo trovo assai pericoloso» scrisse in una letera. Con grandissima eleganza non si lasciò sedurre dal facile fascino di esotismi erotici o di colori e profumi stravaganti. Il suo oriente divenne una raccolta di poesie che testimoniaiva eccezionale volontà e capacità di rinnovamento. In quei versi attinse alle più varie esperienze di vita e di cultura. C’era un’idea grandiosa in tutto questo, l’idea di «riunificare», come ha fatto Dio all’inizio dei tempi, «tutte le cose separate da sempre». Costringere, disse lui, a rispondersi la vita e la lingua, a rimare gli opposti, a trasparire il buio nella luce e la luce nel buio, a echeggiare l’uno dentro l’altro fenomeni estranei e nemici, a ricomporsi il mondo frantumato. Chiamò tutte questo Westöstlicher Divan, Divano occidentale orientale, utilizzando un termine che gli era ormai caro, perché indicava la raccolta poetica completa, il canzoniere, dei poeti arabi e persiani. Quell’idea di riunificazione, inseguita dal poeta tedesco, riecheggiava in effetti anche nel titolo, nella parola stessa. Perché il divano, a suo modo, è proprio ciò che raduna: poesie, uomini e persino decisioni politiche. A patto di intendersi, naturalmente.
I linguisti ne hanno discusso parecchio, ma con ogni probabilità la parola risuonò originariamente in persiano, divàn, col significato di lista, inventario o ruolo.Con l’avvento dell’islam, la parola passò subito in arabo: diwan (ﺩﻳﻮﺍﻥ), modificando solo leggermente la pronuncia dato che l’arabo non possiede la v e spesso tende a sostituirla con la u. Probabilmente fu già sotto il califfo ‘Umar nel 641, che la parola trovò il suo primo significato politico, definendosi come diwan al-jund. Si trattava di un elenco comprendente i nomadi arabi che avevano partecipato alle prime conquiste (jund indicava l’esercito). Il califfo aveva incaricato tre esperti per stabilire la loro esatta genealogia, in che misura fossero legati alla famiglia del Profeta, e dunque a quanto ammontasse ciò che spettava loro per i servizi resi in guerra.
Ma la principale preoccupazione di ogni stato che si rispetti è soprattutto riscuotere le tasse; quindi non stupisce che di lì a poco il più importante elenco, il più importante diwan, diventasse quello. A quel punto la parola indicava già l’organizzazione burocratica, il gruppo di persone incaricato di gestire, in questo caso, la riscossione. Ci volle poco perché, dalla metà dell’VIII secolo, la dinastia degli Abbasidi perfezionasse ulteriormente questa istituzione. Di diwan i nuovi califfi ne svilupparono parecchi; o meglio, con lo stesso termine si indicarono diverse funzioni dell’apparato governativo. In primo luogo la cancelleria vera e propria, una specie di segreteria di stato, poi le esattorie; infine l’organo che si occupava dell’arruolamento e del pagamento dell’esercito. In questo senso amministrativo la parola si legò da subito con una delle più alte cariche dello stato, il wazìr (da una radice che vuol dire «prendere su di sé», «farsi carico»), titolo originariamente attribuito ai segretari e agli scrivani della cerchia più intima del califfo. Poi, dal IX secolo un wazìr divenne il capo effettivo dell’amministrazione califfale e da quel momento la sua importanza aumentò a dismisura. Il wazìr insomma divenne sempre più chiaramente il capo di uno o più diwan.
Fu in questo periodo e attraverso questo significato di ufficio amministrativo ed esattoria, che la parola comincio a viaggiare al di là dei confini del mondo islamico. Quando nell’XI secolo i normanni conquistarono la Sicilia musulmana conservarono e adattarono gran parte delle abitudini e delle istituzioni già consolidate sull’isola. Ruggero II costruì un regno centralizzato, il cui cuore era Palermo e più precisamente il Palazzo dei normanni: in esso avevano sede la cancelleria, i comandi militari e un vero ministero, che ne 1133 fu affidato all’ammiraglio (dall’arabo al-amìr, «emiro», cioè «governatore») Giorgio di Antiochia. Tale struttura amministrativa era divisa in più uffici fiscali e politici. Il più importante, la dohana, prendeva ovviamente il nome dall’arabo diwan, era gestito da un consiglio di funzionari normanni e arabi e custodiva i registri dove erano riportati, in greco e in arabo, i confini dei feudi, i nomi dei contadini e i redditi delle tasse. La nostra dogana, è abbastanza evidente, viene da lì.
Raccogliere dati, stilare elenchi. La parola diwan fini presto, per analogia, per indicare altri tipi di raccolte. Soprattutto un tipo: le raccolte poetiche.
I filologi arabi di epoca abbaside cominciarono a raccogliere la poesia preislamica sopravvissuta attraverso tradizioni orali E chiamarono queste raccolte diwan. Non poteva essere diversamente: in fondo la poesia era e avrebbe continuato a essere l’arte più amata del mondo islamico. Ancora di più, la poesia è sempre stata considerata il diwan al-arab, il registro delle tradizioni degli arabi, una risorsa in tempi di dolore e di felicità, un’espressione degli ideali culturali e delle più elevate aspirazioni del popolo arabo. Una cosa pubblica insomma; anche una cosa politica in un certo senso: perché la poesia legittima il potere, stigmatizza i tiranni, offre senso e identità e contribuisce a condividere valori sociali.
Uno dei modi preferiti per ordinare i poemi raccolti era l’ordine alfabetico basato sulle rime finali. Un altro modo di identificazione, invece, considerava l’inizio del poema. Un esempio tra i più famosi è la muàllaqa, una delle poesie preislamiche, di Imru' I-Qays, una delle poesie che tutti i bambini arabi hanno incontrato a scuola e che comincia col famoso incipit: «Fermatevi entrambi, e piangiamo» (qifà nabki). Quei primi secoli della storia di islam hanno prodotto alcuni diwan, di poeti a dir poco classici e celebrati.
Il poeta maledetto Abù Nuwàs (m. 815), amante del vino e (stando almeno ai racconti delle Mille e una notte che lo vedono protagonista) compagno di avventure notturne del califfo Hàrùn al-Rashid. Oppure il poeta per eccellenza, il più celebrato, al-Mutanabbi (m. 965).
Lo stesso avvenne, ovviamente nel mondo islamico persiano, a cominciare dal grande Shamsoddin Mohammad, detto Hàfez (m. 1390), il cui divàn (da scriversi secondo la pronuncia persiana questa volta) secoli dopo avrebbe ispirato così profondamente Goethe:

Vieni, Coppiere! E quel vino che l’estasi porta,
aumenta nobiltà e perfezione ci dona
donami, che follia molta m’ha preso d’amore
e d’ambo le cose nulla ho avuto di buono.
Vieni, Coppiere! E quel vino che alla coppa di Giam
dona l’ardir di parlare di visioni nel Nulla
donami, sì che io divengo in grazia alla Coppa
Come Giamscid accorto di tutti i segreti del mondo.
Vieni, Coppiere! E quella alchimia conquistatrice,
che sa combinare gli anni di Noè coi tesori di Core,
donami, a che ti s'apra ancora sul volto
la porta del successo e della lunga vita.

A metà del XV secolo, l’oriente mediterraneo divenne in buona parte turco: gli eserciti della dinastia ottomana dilagarono dai Balcani sino all’Africa settentrionale. Governo e apparati amministrativi, pur con molte novità, si forgiarono sulle tradizioni politiche islamiche precedenti, e così pure il divano, ovviamente.
I pochi fortunati ammessi all’interno del Topkapi l’avrebbero fisicamente visto, il divan (che in turco suonava esattamente come in persiano). Il Topkapi, la residenza del sultano collocata sulla punta estrema dell’antica Costantinopoli, assomigliava più a un accampamento che a un palazzo.
I padiglioni tutti diversi, i suoi maestosi giardini, le sue stanze sontuose: era come se quegli antichi nomadi delle steppe avessero voluto fissare nella pietra e nella terra la loro idea di bellezza e di felicità. Ma il Topkapi era anche una cittadella che doveva riprodurre nella sua topografia il senso stesso del potere: ogni porta dava accesso a un cortile più privato, più vicino, fisicamente e idealmente, al sultano.
La sala del divan si trovava nel secondo cortile del palazzo, sul lato sinistro rispetto all’entrata. Fu costruito a metà del XVI secolo, all’epoca di Solimano il Magnifico, e costituiva la sede del governo. Dal punto di vista teorico, per la parola non era cambiato molto: col termine divan gli ottomani designavano il consiglio formato dai principali responsabili dello stato. Normalmente il sultano non vi partecipava, ma il controllo del divan da parte sua rimaneva costante: l’edificio stesso era provvisto di una finestrella, chiusa con una grata, al di là della quale il signore poteva vedere e sentire di nascosto.
Il divan ottomano si riuniva quattro mattine a settimana, da sabato al martedì, e sostanzialmente funzionava come una corte di giustizia suprema, preso la quale i sudditi o le comunità potevano presentare petizioni o impugnare sentenze. Ma questa istituzione era anche un consiglio di governo in cui si discutevano gli affari importanti. A presiederlo era il gran vizir, assieme ad altri vizir, ai controllori delle finanze, ai cosiddetti giudici dell’armata e altri dignitari. Anche questo termine, vizir, modificava ben poco della sua pronuncia e del suo significato rispetto all’arabo wazìr. semplicemente vi era una moltiplicazione di ruoli. I vizir rimanevano gli amministratori, e alla loro testa era posto un gran vizir (vezir-i a‘zam) che rappresentava la seconda figura dello stato dopo il sovrano e che gestiva l’amministrazione, sovraintendendo all’applicazione della politica stabilita dal sultano. Un potere enorme, insomma, ma che aveva i suoi correttivi. Se la potenza e le ambizioni dei gran vizir diventavano eccessive, il sultano estirpava la minaccia facendoli giustiziare. Capitò ad esempio a Ibrahim Pascia, l’amico di gioventù e l’amato di Solimano il Magnifico. Da gran vizir governò per quasi dieci anni con sicurezza e grandi capacità... cose di cui amava vantarsi non poco con gli emissari stranieri, a quanto pare: era il 5 marzo 1536, quando di prima mattina, nella sua stanza, fu afferrato e strangolato. E dire che dormiva a palazzo, proprio accanto alla stanza del sultano.
Questo potere e questi intrighi colpivano non poco gli europei di passaggio a Costantinopoli. Fu con loro che queste parole giunsero nuovamente nei territori cristiani, legandosi questa volta alle tante turcherie che agitavano l’immaginario europeo. Raccontarono del Bascià (sic) che ogni giorno dava una «audienza che si chiamava divan»; parlarono del «serraglio che era il divano del sultano». Inoltre spiegarono che questo luogo era chiamato divano, perché in un certo senso era il divano per eccellenza, dato che tutti lì si sedevano. E qui occorre una spiegazione. Perché le due cose, il consiglio e la seduta, andavano assieme già da un pezzo tra i turchi. Nell’impero ottomano, infatti, la parola divan aveva trovato anche una sua dimensione più domestica e modesta. Le case turche, quelle ricche almeno, erano per la maggior parte dotate di una sala di ricevimento. Lungo le pareti di quella sala correva un panchetto coperto da tappeti e cuscini; un panchetto che in turco si chiamava sofa e da cui sarebbe giunto ovviamente il nostro sofà. Il sofà rappresentava la parte sopraelevata della stanza e le panche a esso accostate erano appunto il divan, ci si sedeva a gambe incrociate dopo essersi tolti le scarpe.
Il resto della storia è noto. Ci volle poco perché questi usi esotici entrassero in Europa. Ottomana, sofà e divano divennero per un po’ quasi sinonimi. Più precisamente la prima grande diffusione avvenne nella Francia di Luigi XV, in pieno XVIII secolo, quando il termine divan prese a indicare una lunga panchetta con fiancate o braccioli. Era epoca di neoclassicismo e quella seduta aveva il pregio di richiamare molto l’oriente e parecchio anche il triclinio romano.
Un quadro famoso di Wilhelm Tischbein ritrae Goethe assorto nella campagna romana (1787). Una posa e un abbigliamento che a guardarli oggi appaiono forse un po’ troppo stravaganti, ma che ai tempi evocavano il Grand Tour, la riscoperta della classicità e le profonde riflessioni sul destino delle opere umane. Goethe se ne sta assiso su alcune rovine, seduto come fosse su un divano; una posa che cent’anni prima sarebbe stata difficilmente pensabile. Lui era troppo giovane, ai tempi di quel ritratto, per trarne ulteriori conseguenze, ma un po’ stupisce per quante vie il destino possa legarci alla storia di una parola.


Da Storia di parole arabe, Ponte alle Grazie-Salani, Milano, 2016

13.1.18

Genova 1979. L'“Otello” di Carmelo Bene spiegato da Edoardo Sanguineti

Nell'Otello secondo Carmelo Bene non si muore, non muore nessuno. La “sospensione del tragico”, che è un po’, dichiaratamente, la chiare interpretativa dello spettacolo, è motivata con il fatto che «tutto è già avvenuto». Non si rappresenta, si evoca. Ed è anche un modo di recuperare e rifondare la borghese impossibilità del tragico, di tornare a denunciarla in modi nuovi. E di ripuntare, così, sopra la nostalgia del tragico, ancora. Che qui è doppiala sopra la nostalgia dell'onore, nel senso forte, e non certo in quello coniugalmente meschino della parola. Sopra la nostalgia dello stile.
A discorrerne con Bene in persona, che ha portato l'Otello qui allo Stabile di Genova, per le ultime, se non proprio le ultimissime (lo aspetta un recupero a Jesi, se ricordo giusto) repliche, la rete delle sovradeterminazioni, cioè degli intrichi tentatici e simbolici che si coagulano in ogni gesto e parola e suono, si dispiega inesauribile e avvolgente. In antitesi a un teatro rappresentativo, che mira a chiudere, a concludere comunque poco importa, se in registro comico o tragico, in lieto fine o in catarsi, la sospensione di Bene è, in primo luogo, una sublime arte di deliberata inconcludenza. La nostalgia, come memoria, si colloca al polo opposto del desiderio. Si risolve in pulsione di morte. Ma, negazione di eros, Otello, precisamente come rivisitazione funerea, è insieme negazione di Thanatos. L'impossibilità della catarsi risolutiva è frustrazione perpetua dinanzi al sogno di morire.
Tutto questo può risultare assai più limpido a chi abbia in mente le conclusioni di Alessandro Serpieri, che l’anno scorso ha pubblicato, proprio all’insegna dell’eros negato, |per le edizioni milanesi del Formichiere, la redazione definitiva della sua minuziosissima analisi del testo di Shakespeare, come «psicoanalisi di una proiezione distruttiva». A guardare Bene, servendosi di Serpieri, non già come guida, il che risulterebbe assolutamente deviante, ma come reagente, si afferrano subito alcuni nodi decisivi. Si comprende, anzitutto, che la sospensione, la volontà di «sospensione» si avventa, in Bene, sopra un dramma, anzi il dramma anticatartico per eccellenza. Ma si comprende anche come, dalla tragedia dell'invidia, nell'accezione radicalmente kleiniana della parola, che scavalca la superficiale apparenza di una semplice tragedia della gelosia, e porta Jago al centro, si trapassi d'un colpo, qui all'autoanalisi fantasmaticamente monologante, per questo Otello, non tanto centrale, quanto unico, anche con implicazione stirneriana. Del quale Cassio e Jago, ectoplasmi esteriorizzati del soggetto, sono, alla lettera, luogotenenti, cioè proprio tenenti luogo, stadi dell'Interiorità che si manifestano scenicamente, in una scena psichica, momenti che l'Io espone, esibizionisticamente, e piuttosto pone, fuori dell'Io, e piuttosto all’interno diviso dell’Io, in ogni raso perpetuamente riassorbendoli in sé. Come sempre, in Bene, la partitura testuale è un monologo distribuito, come su diversi livelli, su voci diverse. su onirici accenti distinti.
Per stringere lutto in una formula, di contro a un Jago alla Serpieri, che inocula proiettivamente in Otello le proprie pulsioni profonde, abbiamo qui un Otello che porta in sé un Jago, e che se lo oggettiva in immagine e in figura per conoscerlo, per conoscersi, per sperimentarlo come una fase, come un aspetto del proprio vissuto. E Otello rimane sì, naturalmente, il diverso. Ma qui il conscio che cede all’inconscio, il simbolico che si apre all’immaginario, la censura che crolla sotto la pressione della libido, ma al di là del principio del piacere, e dunque funebremente (oltre che al di là del bene e del male), non sono più gli effetti di un’invidia vitale, storicamente determinata, e antropologicamente ideologizzata, ma rappresentano, in universale, la condizione umana. E delegato a tanto è il poeta come diverso, o come Carmelo Bene in persona, che costruisce il suo Otello come un dopo-Otello, appunto, come una retrospettiva fenomenologia, memoriale e analitica, dcll'artista come unico.
Certo, il luogo critico è Desdemiona, come in paradigma, ma degradata nel suo manifestarsi entro l’orizzonte della realtà, nella sua praticabilità esistenziale. «Con la presenza della donna sono entrati in campo la famiglia, i bambini, le corna », dichiarava Bene in una intervista, in gennaio. Il suo esistere, infatti, è già, immediatamente, tradimento del fantasma che di lei si coltiva nel profondo. Se l’archetipo è, leopardianamente, la donna che non esiste, l’eterna idea del poeta, la donna non può entrare in scena che come femmina, negazione dell’archetipo. Cosi, intanto, la autoanalisi è regressiva. Il soglio dell'idea è il rifiuto della maturità. Anche per Bene, alla fine, il vero educatore è Schopenhauer. Perché la rappresentazione teatrale, negandosi come rappresentazione, rivela come rappresentazione il mondo. La missione teatrale di Carmelo è la pedagogia del dolore innocente, proteso verso un pessimismo con dignità.
Nel grande candore che investe la scenografia e i costumi emergenti da nere tenebre, e che sbianca infine lo stesso protagonista, in un giuoco di epidermidi marchiate e annerite dai gesti e dai contatti, innocenza e morte si fondono simbolicamente. Il bianco è ignoranza e lutto. Il lenzuolo di eros negato è lo «tesso lenzuolo di Thanatos. Più ancora irrecuperabile che inattingibile. E si comprende che questa seconda fase della ricerca scenica di Bene si blocchi, proprio. sopra una «sospensione». La poesia come diversità è la poesìa, per natura, dell'inconcludenza. Dall’approdo di questo Otello negato. volgendo addietro lo sguardo sopra l’itinerario globale di Bene, si ottiene il ritratto dell'artista come giovane unico.
Sopra il grande letto erotico e funerario, dove i fantasmi del soggetto si rendono infine visibili e ossessivi. e dove il mitico fazzoletto shakespeariano s'innalza a spello onnicomprensivo, velo fantasmatico del corpo chiuso tra amore e morte, e chiuso a amore e a morte, quasi afferrandosi all'estrema zattera dell'estetica, tutti i valori, dignità, decoro, stile, onore, tentano un’ultima sortita contro la dialettica, che minaccia di sciogliere insieme quella diversità e quella nostalgia. Quando l’estetica non vuole morire, non può morire, non sa morire, ricorre a quella terapia che Bene riassume nella speranza che la malattia si curi attraverso la malattia. E respingendo la qualifica di decadente, egli non scatena, propriamente, il meccanismo freudiano della denegazione. Quella che è in giuoco, all'opposto, e la sua possibilità di trasparenza critica, analitica appunto, in quei modi di narcisismo psicotico che sono, in un simile ordine, gli unici sperimentabili, per l'unico. Nella notte di questo Otello, la civetta che si leva in volo canta, con voce di cigno, candidamente perverso, un canto che sogna di ritornare eternamente.


“l'Unità”, 17 aprile 1979

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