18.2.18

“Com’è terribile l’esilio!” Una lettera di Heinrich Heine del 1851

In occasione di una pubblicazione tedesca dei carteggi di Heine, “Il Contemporaneo”, il settimanale vicino a Pci diretto da Carlo Salinari e Antonello Trombadori, molto ortodosso, tradusse e diffuse la lettera qui “postata”, indirizzata da Heine al poeta e giornalista renano Georg Weerth, che fu anche redattore della Neue Rheinische Zeitung. (S.L.L.)
Heinrich Heine

Parigi, 5 novembre
Carissimo Signor Weerth,
certamente anche a Lei sarà già capitato di osservare che pensiamo più spesso a coloro cui, per inerzia, siamo rimasti debitori di una risposta che non a quelli ai quali scriviamo sempre, senza indugio e alla bell’e meglio una lettera di cortesia, come per liberarci al più presto di un’incombenza. Così avviene con Lei, caro Weerth, che mette nella mia memoria radici ogni giorno più profonde, mentre io mi rimprovero continuamente di non averLe ancora espresso il mio ringraziamento per le molte parole cortesi che Lei mi ha rivolto, e particolarmente per la Sua ultima, divertente lettera. Ma ho sempre atteso un’ora di salute che non è mai venuta, e oggi finalmente mi sono deciso, non so neanch’io perché, visto che in questo momento sono più che mai sofferente e d’umore nero.
Da alcune settimane il mio stato si è fortemente aggravato, non posso più, con la solita leggerezza, sperare in un miglioramento e, preparandomi al peggio cerco di pagare almeno i miei debiti di lettere. Ma estinguo coscienziosamente anche gli altri debiti, e forse nessun poeta è morto in tanta rispettabilità filistea come farò io, quando, come dicono i devoti, il Signore mi chiamerà a sé, alla vita eterna.
Sono contento che la mia prefazione Le sia piaciuta; purtroppo non ho avuto né il tempo né la disposizione di spirito per esprimervi quello che appunto volevo spiegare, e cioè che io muoio da poeta che non ha bisogno né della religione, né della filosofia e non ha nulla a che vedere né con l’una né con l’altra. Il poeta intende benissimo l'idioma simbolico della religione e l’astratto gergo raziocinante della filosofia, ma né i signori della religione, né quelli della filosofia comprendono mai il poeta, il cui linguaggio suonerà loro sempre ostrogoto, come il latino al Massmann. A causa di questa ignoranza linguistica, gli uni e gli altri hanno creduto che io sia diventato un baciapile. Essi comprendono soltanto gli aborti a cui assomigliano, come dice Goethe il cui nome divino mi riempie d’invidia.
A proposito di Goethe: qualche tempo fa ho riletto i Colloqui di Eckermann con Goethe ricavandone un godimento veramente balsamico, tranquillizzante. Li legga questi due volumi, se ancora non li conosce e nel caso che Le riesca di trovare il terzo volume di questi Colloqui, che è stata pubblicato più tardi, cerchi di farmelo avere quando se ne presenterà l’occasione. Per distendermi in spirito mi dedico volentieri a letture siffatte; ora leggo soprattutto libri di viaggi e da due mesi non esco più dal Senegal e dalla Guinea. Proibilmente è colpa del senso di fastidio che i bianchi m’ispirano, se mi immergo in questo mondo nero che è davvero molto divertente. I re negri mi sollazzano di più dei Padri della patria di casa nostra, sebbene anch’essi non conoscano bene i diritti dell’uomo e considerino la schiavitù come qualcosa di naturale. Spero che il mio Romanzero e specialmente il mio Faust Le piaceranno. Dio sa che non attribuisco grande valore a questi libri e che essi non avrebbero visto così presto la luce, se Campe non mi avesse messo sotto torchio.
Sono talmente stordito dall'oppio che ho preso ripetutamente per placare i miei dolori, da non rendermi bene conto di che cosa sto dettando. A ciò si aggiunge che non più tardi di questa mattina è venuto a trovarmi un imbecille di un connazionale che mi ha intrattenuto in una lunga e noiosa conversazione; a causa di questo scambio di idee mi sono rimaste in testa le sue stupide idee, e forse mi occorreranno alcuni giorni perché io me ne liberi del tutto e possa di nuovo concepire un pensiero ragionevole. Quell’uomo vedeva tutto grigio — e questo è anche il suo proprio colore — e diceva che la Germania sta dinanzi a un abisso ... meno male allora che la Germania non è un focoso destriero, bensì un prudente quadrupede dalle orecchie lunghe, che dinanzi all’abisso non conosce vertigini e che può traquillamente camminare lungo l’orlo dello stesso.
Qui tutto è tranquillo, solo che recentemente il prefetto di polizia, novello Erode, progettò contro i nostri innocenti connazionali un'enorme strage, atterrendo gravemente i poveri piccoli. Si dovettero recare tutti alla polizia e comprovare l’esistenza che qui conducono, il che era molto difficile per taluni che non possiedono né un’esistenza, né mezzi di esistenza. Quell’Erode riteneva che fra di noi ci fosse un Redentore politico, e la delazione viene purtroppo da un uomo che non manca di istruzione, che è perfino un letterato. Sono cose dannatamente terribili e repugnanti. Rabbrividisco al pensare che persone come queste abbiano potuto venirmi vicino per anni. Com’è terribile l’esilio! Tra le sue avversità più tristi è il fatto che esso ci fa capitare in una cattiva compagnia che non possiamo evitare, se non ci vogliamo esporre a una coalizione di tutti i mascalzoni. Come sono toccanti i lamenti dolorosi e in pari tempo irati che Dante dedica a questo tema nella Divina Commedia! Addio, caro amico! e rimanga serenamente affezionato
al Suo. devotissimo
Heinrich Heine


“Il Contemporaneo”, 31 marzo 1956

"Percy Bysshe Shelley". Una poesia di Edgar Lee Masters

Mio padre aveva, un negozio di carrozze
è diventato ricco ferrando cavalli
mi mandò all’Università di Montreal.
Non ci ho imparato niente e sono tornato a casa,
a girare per i campi con Bert Kessler,
a caccia di quaglie e beccaccini.
Un giorno, al lago Thompson
il grilletto del mio fucile inciampò nel bordo della barca
e mi sparò un gran buco nel cuore.
Un padre amoroso ha eretto questo monumento di marmo,
una figura di donna in piedi scolpita da un artista italiano.
Si dice che le ceneri del mio omonimo
furono disperse vicino alla piramide di Caio Cestio
da qualche parte vicino a Roma.

5 ricette al formaggio. Menu monografico ma non monotono per pranzi invernali (Antonio Piccinardi)

Riprendo da un vecchio numero de “la Gola” le ricette e l'articolo esplicativo. Quando sperimentai il singolare menu introdussi una variante, dovuta alla difficile digestione (almeno da parte mia) dei peperoni crudi. Li ho utilizzati arrostiti e spellati. L'abbinamento con il parmigiano è ugualmente felice. (S.L.L.)
Raspadura lodigiana
Propongo un menu al formaggio, dall’antipasto al dolce, recuperando ricette, tradizioni e formaggi in Lombardia, Valle d’Aosta, Emilia e Sardegna. Un menu «monografico» è, nella maggior parte dei casi, monotono; per evitare ciò ho cercato preparazioni regionali di diverse provenienze: in tal modo variano, oltre ai formaggi, l’intuizione, il modo di preparazione delle ricette e naturalmente le suggestioni dei cibi.
Le prime due proposte sono lombarde e legate alla stagione invernale, identificano la Padania invernale ove si intravedono vaghe immagini morbide e confuse; al di là delle rogge, soffusi i filari degli alberi spogli, i rovi sgocciolanti, i gelsi, ultime testimonianze della antica presenza dei bachi da seta in questa pianura, ovattata di nebbia o lucida di pioggia, punteggiata di grandi cascine con le stalle calde e umide, in ogni modo sempre deserta e silenziosa, grande e misteriosa come un sogno infantile. In questa terra ha avuto vita nel XII secolo il formaggio grana che serve per la «raspadura» e i maccheroncini al mascarpone. Il nome «grana» deriva dall’aspetto della forma aperta la quale dava, come dà ancora oggi, un impatto granuloso da rammentare il granito italiano.
La «raspadura» può essere un antipasto poiché è soave, leggera, dolce e si addice quindi all’apertura di un pranzo invernale. I maccheroncini al mascarpone propongono in bocca dapprima l’impatto nervoso della pasta che diviene immediatamente carezzevole poiché ad essa si mescola il mascarpone legato col parmigiano al tuorlo d’uovo. Il mascarpone è originario del lodigiano e della zona di Abbiategrasso; il termine deriva dal lombardo «mascherpa», ovvero ricotta, una denominazione che si riferisce alla tecnica di produzione.
La fonduta dà un’immediata sensazione avvolgente, di morbida intensità ove il cucchiaio tende un raccolto movimento senza spezzare l’arco della morbidezza. Dalla fontina si avvertono sensazioni di pienezza, suadenza, rotondità, voluttà continua, in fusione esaltante con gli annui ricchi e molteplici.
La fontina prodotta da tempi remoti nelle malghe alpine è stagionata in grotte naturali o in magazzini che ne riproducono le caratteristiche ambientali; il formaggio si identifica con i pascoli alpini, con l'economia autarchica delle valli
Parmigiano e peperoni è un semplice connubio tra un formaggio ricco e possente e una verdura dolce, aromatica e carnosa, che ha sensazioni in netta contrapposizione a quelle del formaggio e che danno ad esso vivacità e caratteristiche in parte rinnovate.
Il dolce, pure al formaggio, ha origini pastorali ed è originario della Sardegna; esso rappresenta una meravigliosa fusione ed una intuizione particolare: quella di unire al formaggio, sia pur fresco, il miele di corbezzolo. Si ottiene in tal modo un dolce dal gusto casalingo e pastorale di grande personalità. La sebada è infatti leggermente croccante, soffice e un poco spugnosa; mangiandola si avverte una voluttà quasi conturbante data dal miele e dalla sensazione «sauvage» del pecorino fresco.
Fontina valdostana
IL MENU
Raspadura,
Maccheroncini al mascarpone,
Fonduta,
Parmigiano e peperoni,
Sebada.

Raspadura
La raspadura si ottiene da forme di grana padano o lodigiano di 4 o 5 mesi di stagionatura.
Tagliare le forme a metà (diametro) e poi con un apposito strumento, una lama armonica di acciaio, «raspare» delle lamelle sottili di formaggio che in parte si arricciano.
Il formaggio così preparato è soffice, morbido, fresco e fragrante.

Maccheroncini al mascarpone
Ingredienti: dosi per 4 persone 240 gr di maccheroncini rigati - 3 tuorli d’uovo -100 gr di mascarpone - 6 cucchiaiate di parmigiano grattugiato - noce moscata - sale e pepe.
Mettere in una zuppiera ben calda i tuorli d’uovo, tenuti precedente-mente al caldo, quindi il parmigiano e amalgamare bene. Appoggiare la zuppiera su una pentola d’acqua bollente in modo che il vapore la riscaldi.
Versare il mascarpone, mescolare, aggiungere abbondante pepe, pochissima noce moscata e mescolare nuovamente.
Cuocere i maccheroncini in acqua salata e scolarli al dente.
Unire la pasta ben calda al mascarpone, amalgamare e servire in piatti caldi.

Fonduta
Ingredienti: dosi per 4 persone 300 gr di fontina valdostana - 150 gr di latte - 20 gr di burro - 4 tuorli d’uovo - 1 tartufo d’Alba (gr 20) facoltativo - alcune fettine di pane tostato.
Il recipiente di cottura deve avere il fondo smussato ed essere preferibilmente di acciaio inossidabile. Tagliare la fontina a dadini, metterla in una zuppiera, ricoprirla di latte e lasciarla poi a macerare per due ore.
Far sciogliere il burro e la fontina nel recipiente mescolando continuamente con la frusta, mantenendo il calore basso, meglio se a bagnomaria, procedendo così fino a quando il formaggio farà le fila. Alzare la fiamma del gas e mescolare rapidamente, aggiungere i quattro tuorli uno alla volta. Mescolare in modo che tutto si fonda senza essere filamentoso.
Versare la fonduta nelle fondine individuali ben calde, ricoprirla con sottilissime fette di tartufo, tagliato con la mandolina, e contornarla con fettine di pane tostato tagliate a triangolo.

Parmigiano e peperoni
Ingredienti: dosi per 4 persone 150 gr di parmigiano -1 peperone rosso dolce - 2 cucchiai di olio d’oliva - sale.
Lavare e asciugare il peperone. Tagliarlo a listerelle della lunghezza di 3 cm e dell’altezza di 1 cm. Condire con l’olio e il sale e quindi unire il parmigiano spaccato a scaglie e tocchetti.
Mescolare e servire.

Sebada
Ingredienti: dosi per 4 persone 300 gr di farina bianca - 20 gr di strutto - 3 uova - 200 gr di pecorino sardo di circa 2 giorni - 40 gr di zucchero - 100 gr di miele amaro (liquido) di corbezzolo - 1/2 1 di olio di oliva.
Impastare con la farina, le uova e lo strutto; preparare una sfoglia normale e tagliarla a metà; ricoprire una di queste mezze sfoglie con le scagliette sottili di formaggio pecorino fresco, coprire con l’altra mezza sfoglia e ricavare dalla pasta tanti dischi da 8 cm di diametro con la rotellina.
Chiudere bene i dischi di pasta agli orli e friggerli in olio d’oliva bollente. Quando saranno pronti toglierli dalla padella, posarli su carta di tipo assorbente e poi metterne due per ogni piatto cosparsi di zucchero e miele amaro.

“la Gola”, Anno VI n.2, Febbraio 1987

17.2.18

Inverno a Roma. Una poesia di Alfonso Gatto

I bambini che pensano negli occhi
hanno l'inverno, il lungo inverno. Soli
s'appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d'amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.


Da Desinenze (1974-1976)

Monongah, 1907: l'inferno in West Virginia (Alessandro Portelli)

Mi raccontava anni fa Francesco Mongiardo (gli americani lo pronunciavano “Frank Majority”), scalpellino, figlio di minatore immigrato dalla Campania in West Virginia: “Mio padre sbarcò a New York nel 1902. Dopo passato il controllo immigrazione, l’hanno mandati alla stazione centrale e lì nessuno sapeva l’inglese, e gli hanno messo delle targhette al collo con la destinazione – come bestiame, insomma. E li hanno marcati per il West Virginia. L’hanno messi sul treno, e spediti in West Virginia.”
Li chiamavano blue trains: treni con i finestrini verniciati di blu, così che gli immigrati spediti a destinazione ignota non vedevano neanche dove stavano andando. Continua Frank Majority: “Arrivarono che era notte. A Beckley, credo, nel centro dei giacimenti di carbone. E lì accanto, lungo i binari, c’erano fornaci aperte che bruciavano il carbone per fare il coke. I fuochi accendevano il cielo e mio padre non aveva mai visto niente del genere. Vedevano quei fuochi e quando scesero dal treno videro un nero, grande e grosso, con una sbarra d’acciaio in mano, tutto sudato, che lavora il coke, e pensarono: Siamo arrivati all’inferno, e questo è il diavolo. Erano ragazzi, non avevano mai visto una cosa simile, in un paese sconosciuto…”.
L’inferno in West Virginia c’era per davvero: nel 1903, il console d’Italia protestò presso il governo americano (erano altri tempi!) per le condizioni di semi-schiavitù in cui erano tenuti gli immigrati italiani in West Virginia. Non solo loro: “Medievale West Virginia!,” inveiva Mary “Mother” Jones, leggendaria sindacalista dei minatori americani: “quando arrivo in paradiso, voglio parlare a Dio del West Virginia.”
In West Virginia, nel 1921, c’era la guerra civile: i minatori in rivolta armata si scontravano con gli eserciti privati dei padroni (i “contractors” di allora), e la nascente aviazione militare americana sperimentava su di loro la guerra aerea e i bombardamenti (per fortuna, in modo fallimentare). Nel 1912, a Paint Creek e Cabin Creek, i minatori si erano ribellati contro il potere feudale delle compagnie minerarie, la complicità delle istituzioni, la violenza della repressione, e per la prima volta avevano conquistato i diritti sindacali. E il 6 dicembre 1907, a Monongah, West Virginia, il più tragico disastro minerario della storia degli Stati Uniti aveva ucciso 361 uomini, di cui 171 italiani, provenienti soprattutto dal Molise, dall’Abruzzo, e poi da tutte le regioni dell’Italia meridionale.
Il Ministero degli Esteri ricorda il centenario di questa “tragedia dimenticata” (non da tutti, non da tutti!) con una ricca e documentata pubblicazione. Mi fa un po’ dissonanza la carta patinata, il “comitato per le celebrazioni” (celebrazioni?) zeppo di autorità. Ma mi commuove la poesia in epigrafe, del poeta immigrato Efrem Bartoletti, figlio di mezzadri umbri, per la fosca ingenuità del tono (“Quale bocca infernal fumida e nera \ e ripiena di Morte e di sciagura…”) ma anche perché è datata Hibbing, Minnesota, 1912 – lo stesso anno dello sciopero di Pant Creek e Cabin Creek, e la stessa città mineraria dove, trent’anni dopo, sarebbe nato Robert Zimmerman, detto Bob Dylan.
Soprattutto, sono di grande utilità l’appendice documentaria e molti dei saggi che costituiscono la parte più importante del libro. Così, Norberto Lombardi colloca Monongah in un contesto terrificante di massacri sul lavoro, con migliaia di vittime, compresi tantissimi italiani: “La tragedia di Monongah è… solo l’apice di un percorso cadenzato di lutti e di dolore… che denota una strutturale esposizione ai rischi e la mancanza di efficaci regole d protezione e di controlli.” Potrebbe averlo scritto adesso: Monongah non è lontano da Newurgh, dove morirono 38 mintaori nel 1886, o da Fairmont, dove nel 1968 ne morirono 78 minatori. Il disastro più recente, in Wet Virginia, è del 2006: dodici morti. Ma ho fra le mani il ritaglio di un giornale di quelle parti che dice, i disastri con molte vittime fanno notizia, ma in miniera si muore uno alla volta, tutti i giorni (ci vuole la strage della Thyssenkrupp a Torino perché media e politici si accorgano dei nostri morti quotidiani).
Ancora: Andreina De Clementi collega la vicenda degli italiani di Monongah alle ragioni storiche dell’emigrazione dalle campagne italiane; Rudolph Vecoli riassume la storia delle lotte e descrive le condizioni feudali a cui si ribellavano i minatori (“In queste company towns i baroni del carbone controllavano tutto, le capanne, le botteghe, i servizi sanitari, le scuole e le chiese, e talvolta anche lo stesso pensiero dei lavoratori. La paga degli operai non era in dollari correnti ma in script della compagnia”, redimibili solo allo spaccio aziendale dove ogni aumento di salario era compensato da un equivalente aumento dei prezzi. Stefano Luconi allarga lo sguardo a tutte le lotte degli operai italiani negli Stati Uniti, dai sigarai siciliani in Florida alle operaie tessili di Lawrence in Massachusetts (dove inventarono la frase “vogliamo il pane, e vogliamo anche le rose”): una storia davvero cancellata da a un’immagine oleografica, conservatrice e sbagliata degli italo-americani promossa da associazioni “etniche” e governanti interessati (d’altronde già molti anni fa Bruno Cartosio aveva parlato di queste vicende come componente di quel movimento operaio internazionale che troppo spesso viene spezzettato nelle narrazioni storiche paese per paese). E poi, l’appendice documentaria, con quei laceranti elenchi di nomi, le lettere, la scrittura faticosa delle lettere dei migranti riprodotte anastaticamente e quella burocratica delle istituzioni, il tira e molla sugli indennizzi fra Washington, Stati Uniti e comuni come Duronia del Sannio o Torella del Sannio, le fotografie, le lapidi, i monumenti commemorativi…
Una classica canzone di Alfredo Bandelli sugli emigranti li chiamava “i deportati della borghesia.” Deportati, importati, contrabbandati, rispediti indietro, ammazzati, archiviati se va bene con duecento dollari alle vedove o ai figli. Il paragone fra gli italiani emigrati e i rumeni o senegalesi immigrati è troppo inevitabile per avere bisogno di sottolinearlo. A me invece viene in mente un’altra cosa. Nello stesso anno in cui l’aviazione bombardava i minatori in West Virginia, gli aerei inglesi bombardavano a tappeto la città di Baghdad. Io credo che anche i morti di Monongah nel 1907 e quelli nell’Irak di oggi sono collegati, parte dello stesso processo: una rivoluzione industriale, una modernità, un dominio di classe che fin dall’inizio hanno mangiato energia, e per continuare a mangiarne massacrano le persone, dell’alto con le bombe nelle guerre per il petrolio in Medio Oriente o nel profondo delle miniere per il carbone. Ne sono morti ancora un centinaio, pochi giorni fa, in Cina.

il manifesto, 13.12.2007

Canzone. Una poesia di Gino Scartaghiande

Gino Scartaghiande
E non era cominciata l’ora
dappoco oscurata da una meraviglia
eterna; come i crinali lungo i monti
che vanno da una luna all’altra
vedendo la sua sera.
Pare che s’apre lunghesso il
vento. Calmo, come alcuno rumore
mai, che cala
conforme l’una sua
erta pendice: non hai tu mai
veduto come tra la dura siepe
s’effondi pure l’eco
di tua meraviglia, sapere
solo dove corpo tace
infatti chiude altra cosa
oltre presenza.
E s’alzano di punto
in bianco, uno scaturire
bianco ed un respirare solo.
S’aprono frapposti quasi
biancospini, che splendono
d’intorno cuori,
ora che già sembrano tali.

Se fosse vero che tu non hai
corpo che un manto di sole
che scintilla e non saresti
per così poco indetta delle notti
allo schianto che fragoroso
si frappone invece di uno corpo
la spada sulla nuda pietra
altra sarebbe infine lo splendore
e il tuo non esserti più giù rimessa.

Per noi soltanto avendoti
altra della pace serena
è un viso tra le foglie.
Come durano più a lungo
questo qualcosa tra cielo e terra
rotto in un lungo gesto della spada
né Egli non meno che nudo attende
la vinta stagione delle erbe.


da Oggetto e circostanza, Il labirinto, 2016

Canto rassegnato. Una poesia di Antonia Pozzi

ad A.M.C.
Vieni, mio dolce amico: sulla bianca
e soda strada noi seguiteremo
finché tutta la valle s’inazzurri.
Vieni: è tanto soave camminare
a te d’accanto, anche se tu non m’ami.
C’è tanto verde, intorno, tanto odore
di timo c’è, e sono così ariose,
nell’indorato cielo, le montagne:
è quasi come se anche tu mi amassi.
Arriveremo giù, fino a quel ponte
sorretto dallo scroscio del torrente:
là tu continuerai pel tuo cammino.
Io resterò sul greto, fra i cespugli,
dove l’acqua non giunge, fra le pietre
chiare, rotonde, immote, come dorsi
di una gregge accosciata. Col mio pianto
vitreo, pari a lente che non pecca,
io specchierò e raddoppierò le stelle.
Pasturo, 18 luglio 1929


da Tutte le opere, a cura di Alessandra Cenni, Garzanti 2009

Luciano Bianciardi, il lavoro culturale e il calcio (Beniamino Placido)

Luciano Bianciardi (a sinistra) con un amico
Sono andato a cercare un libro vecchio di qualche decennio. Per leggerlo oggi. Proprio oggi, domenica, che torna il campionato di calcio. Dopo lo sciopero (inaspettato, immeritato) di domenica scorsa. Si intitola Il lavoro culturale. Lo scrisse Luciano Bianciardi. Un bellissimo libro. Fece sensazione. Provocò una piacevole sorpresa quando apparve, nell' anno 1957. Lo stesso anno in cui appariva Il barone rampante di Italo Calvino.
Il lavoro culturale? Ecco, si penserà. Prepariamoci ad ascoltare un discorsetto (non è stato già fatto, da qualche parte?) su quanto sarebbe bello e salutare - vuoi per il corpo, vuoi per lo spirito - non pensare al calcio la domenica, ma dedicarsi piuttosto alle buone letture, alle passeggiate fuori porta (la primavera è arrivata), alle visite dei Musei. È vero, forse. E forse no.
In questo libro piccolo piccolo, un centinaio di pagine, un giovane insegnante maremmano descrive che cos'era, che cosa è stata la provincia italiana nel dopoguerra. E più precisamente, Grosseto. Con i vecchi studiosi locali, pieni di polvere, che stavano lì a rivangarla, un giorno dopo l'altro, sulle glorie degli Etruschi. Buoni gli Etruschi. Bravi gli Etruschi. Misteriosi gli Etruschi. Ancora non si è capito di dove venissero. Ancora non si è riusciti a decifrare la loro lingua (sai che ti dico? erano più forti dei Romani, i nostri Etruschi). Da una parte. Dall'altra quei giovanotti di provincia sempre sfaccendati "già pingui a venticinque anni, a forza di non far niente e di sonnecchiare sulle poltrone di vimini, esposte sul marciapiede davanti al caffè". Nel mezzo, loro: i giovanotti vivaci ed irrequieti come Bianciardi Luciano che interessato al "sociale" aveva già scritto un'inchiesta sui Minatori della Maremma, insieme a Carlo Cassola. Che si inventavano cineclub e inauguravano circoli del jazz. Che leggevano di tutto. Più spesso, cose americane. Pensavano molto all' America, simbolo di vitalità e di dispiegata energia (altro che gli Etruschi, già tutti morti, e da tempo). La loro America, che aveva come capitale non già Washington, e nemmeno New York, bensì Kansas City. E come Kansas City, espandendosi e rinnovandosi, doveva diventare la loro Grosseto sonnolenta. Forse non ci abbiamo mai pensato, ma in quegli stessi anni Alberto Sordi si presentava al cinema come "l'amerecano der Kansas City". Forse abbiamo mancato di notarlo, ma in quegli stessi, stessissimi anni, in uno dei suo ultimi romanzi, L'inganno, Thomas Mann menzionava anche lui, irridendola, questa ingenua mitologia: "Oh, Santa Kansas City, ah ah ah!". Ne approfittino i professori. Diano una tesi di laurea sul posto della (santa) città di Kansas City nell'immaginario europeo del dopoguerra.
È vero. Ci deve essere stata una grande tensione politico-culturale a Grosseto, e in chissà in quante altre cittadine della provincia italiana, allora. Ma era, doveva essere necessariamente in contraddizione con la pratica del calcio, con la passione per il gioco del pallone? Pare di no, ed è questa la sorpresa. Di questo piccolo, prezioso libro di Luciano Bianciardi, tirato giù impolverato dagli scaffali, mi pareva di ricordare a memoria una pagina. Mi pareva, perché si sa che la nostra memoria gioca a rimpiattino. Si diverte a spostare quando una virgola, quando un punto; a scambiare un personaggio con l'altro. Questa volta no. Quella pagina me la ricordavo perfettamente. Virgole e punti compresi. È la pagina in cui Luciano Bianciardi, fervido giovane intellettuale del dopoguerra, racconta la cosa di cui era più orgoglioso. Di essere (di essere stato) un bravissimo giocatore di calcio. Forse il miglior centromediano della Maremma. Sempre "padrone della mia metà campo". Capace di "certi traversoni alle ali, profondi, che tagliavano fuori mediani e terzini, per non parlare poi dei palloni alti, sui quali ero sempre il primo ad arrivare".
Passò qualche anno - gli anni passano, si sa - e si venne a sapere, forse lo rivelò lui stesso, che non era vero. Non era così bravo Luciano Bianciardi col pallone fra i piedi. Bravo era suo fratello. Lui però poteva pur sempre sognarle (ed attribuirsele) le imprese del gioco del pallone. Non è un sogno futile, o culturalmente scadente. Si tratta di padroneggiare il proprio corpo. Con il proprio corpo di addomesticare quella palla, così capricciosa e sfuggente. Di dominare lo spazio in cui la si gioca. E di farlo rispettando precise, cavalleresche, inflessibili regole. Una donna, Rossana Rossanda, che di calcio non si intende, ha scritto in una delle sue recentissime (e interessantissime) Note a margine, pubblicate da Bollati Boringhieri: "Non me ne importa niente se vince o no Baggio: è che il calcio mi pare una forma assai civilizzata del competere, certo più di quella che vige nella vita pubblica italiana". Diamo il bentornato al calcio, nelle nostre giornate domenicali.


“la Repubblica”, 24 marzo 1996  

E il disco creò la cultura di massa (Donald Sassoon)

Il 28 maggio 2017 presso il Palazzo comunale di Pistoia Donald Sassoon, uno dei maggiori storici contemporanei, ha tenuto una lezione sul tema Quando il sapere è diventato un prodotto di massa. “Pagina 99” ne ha pubblicato come anticipazione uno stralcio dedicato alle innovazioni culturali indotte dal grammofono. Altri capitoli della lezione sono stati il cinema e la radio. (S.L.L.)

Nel 1900 furono venduti negli Stati Uniti tre milioni di dischi e cilindri; nel 1910 trenta milioni; nel 1921 diventarono 140 milioni. Negli Stati Uniti furono venduti 345 mila fonografi nel 1909, e 2,23 milioni nel 1919. Nel 1915 le vendite di dischi in Russia erano di venti milioni, ma la Germania aveva già raggiunto una produzione di diciotto milioni nel 1907. Così, fin dall’inizio, la registrazione di musica acquisì tutte le caratteristiche di una grande impresa capitalista. Rispetto alle case editrici, le prime case discografiche erano grandi. Un editore poteva realizzare un profitto vendendo solo un migliaio di copie di un libro, e poteva sostenersi pubblicando un centinaio di libri l’anno. Questo non era possibile con la nuova industria discografica. Il costo di produzione era troppo alto e i mercati nazionali erano troppo ristretti. Pensare globalmente era quasi obbligatorio.
La Victor Talking Machine Company (poi Rca) fu costituita nel 1901 negli Usa. La British Gramophone Company (poi del Voce del Padrone e poi Emi) aveva lo scopo di sfruttare il mercato europeo, mentre la Victor Company era focalizzata sugli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e le Filippine. In Italia c’era la Società Italiana Fonotipia, in Francia la Pathé, in Germania l’impresa dominante era la Deutsche Grammophon. In effetti, dal 1903 l’industria discografica era nelle mani di un oligopolio che escludeva possibili concorrenti.

Nasce la musica globalizzata
La velocità dei primi dischi fu fissata a settanta giri al minuto – per passare ai 78 giri nel 1926. Una maggiore velocità avrebbe prodotto un suono migliore, ma il tempo di riproduzione sarebbe stato troppo breve; una velocità più lenta avrebbe prodotto suoni troppo poveri.
La standardizzazione di giradischi e dischi diventò di importanza fondamentale; ma avrebbero avuto tutti voglia di comperare la stessa musica? La diffusione internazionale del romanzo avrebbe suggerito che diverse culture possono godere delle stesse storie, e l’apprezzamento in tutto il mondo della lirica, soprattutto quella italiana, avrebbe potuto essere un altro segnale che, almeno all’interno di gruppi sociali simili, ci sarebbe stata una convergenza di gusto.
L’industria musicale, tuttavia, aveva inizialmente ipotizzato che i gusti musicali erano fortemente legati a culture locali. La sua strategia iniziale fu quella di cercare di soddisfare gusti locali.
Così nel 1902 la British Gramophone inviò uno dei suoi dirigenti, che era anche un grande tecnico, Fred Gaisberg, in India per aprire nuovi mercati, stabilire le agenzie e acquisire un catalogo di registrazioni native (lo aveva già fatto in tutta Europa). A Calcutta, dove rimase per sei settimane, registrò diverse centinaia di titoli con cantanti locali. Dopo l’India, Gaisberg andò in Siam, Cina e Giappone, dove registrò seicento pezzi. Si sistemava in una stanza d’albergo con le sue apparecchiature e registrava cantanti selezionati da un agente locale. Gaisberg non sapeva quasi nulla della musica che registrava. Di alcuni cantanti cinesi scrisse che le «loro voci hanno il suono di un gattino che stride».
Nel 1910 la Gramophone Company aveva fatto oltre 14 mila registrazioni in Asia e in Nord Africa. Tuttavia i clienti erano di solito le classi abbienti e cosmopolite e, dunque, la società vendette anche molta musica occidentale in questi mercati, promuovendola come parte essenziale di uno stile di vita moderno. Una pubblicità per la Gramophone Company a Madras del 1913 recitava: «L’opera a casa: forse non avrete mai la possibilità di ascoltare i grandi cantanti della nostra epoca... ma con i nostri dischi potrete avere a casa vostra la più bella musica del mondo».

Dalla lirica alle canzoni, la musica si fa pop
All’inizio erano le arie d’opera che hanno dominato il mercato della musica registrata. Era stata scoperta una nuova fonte di prestigio e di reddito. I dischi e cilindri potevano registrare solo pochi minuti di musica. Dunque si potevano registrare solo canzoni e melodie brevi. Solo dopo la seconda guerra mondiale si sarebbe potuto effettuare una registrazione di un intero concerto su un disco solo. L’aspetto tecnologico favorì anche il mercato della musica popolare, i cui interpreti diventarono presto le figure centrali nel mondo della musica.
All’inizio i cantanti d’opera guardavano la nuova invenzione con sospetto. Essi pensavano che una volta registrate le loro voci, i loro servizi non sarebbero stati più necessari. Ma ben presto si resero conto del contrario, che la registrazione avrebbe fatto aumentare sia i loro guadagni e, nello stesso tempo, attirato nuovo pubblico che sarebbero venuti ad ascoltarli dal vivo (tanto più che le prime registrazioni erano molto carenti).
C’erano ragioni tecniche per cui la registrazione della voce umana fu preferita alla registrazione della musica strumentale: il timbro della voce umana può essere riprodotto con maggiore facilità e realismo. Tra le prime registrazioni vocali vi erano canzoni napoletane come quelle di Eduardo Di Capua, compositore di I’ te vurria vasà, Maria Marì e sopratutto di ’O Sole Mio, composta da Di Capua mentre si trovava in viaggio a Odessa. La canzone, com’è noto, diventò famosissima. Ed ecco allora che si viene a creare un’immagine dell’epoca, con una signora che lava i panni cantando allegramente ’O Sole Mio, come faranno molto più tardi sia Pavarotti che Elvis Prestley. Di Capua non fu fortunato, gli piaceva troppo il gioco d’azzardo e morì poverissimo, a Napoli, 100 anni fa.

Caruso, la prima star internazionale
La parte del leone, tuttavia, la fecero non le canzoni bensì le arie di opere famose: La donna è mobile, dal Rigoletto di Verdi, fu registrata nel 1903; e poi Otello (Era la notte), Parigi O Cara (Traviata), e In Quelle Trine morbide (dalla Manon Lescaut di Puccini, registrata nel 1901).
Il principale beneficiario della voga per arie registrate e canzoni italiane fu Enrico Caruso, generalmente considerato il primo cantante a farsi conoscere a livello internazionale attraverso i suoi dischi. Nel 1902 Caruso era già la stella principale della Scala e ben noto nel circuito mondiale della lirica, ma fu la registrazione di dieci arie esclusivamente per la Gramophone che lo trasformò in una vera e propria star internazionale. Fred Gaisberg lo aveva attirato in una stanza trasformata in uno studio al Grand Hotel di Milano, a pochi minuti dalla Scala. Caruso aveva chiesto 100 sterline, più una percentuale sulle vendite. La Gramophone Company riteneva questo un compenso esorbitante e aveva mandato un telegramma a Gaisberg dicendo di non accettare. Gaisberg fece finta di non aver mai ricevuto il telegramma. Tra le arie registrate vi erano Questa o quella dal Rigoletto di Verdi e Una furtiva lagrima dall’Elisir d’amore di Donizetti – le altre sono rimaste meno note, come l’aria Ah vieni qui... no non chiuder gli occhi dall’opera Germania di Alberto Franchetti, la cui prima aveva avuto luogo qualche settimana prima alla Scala.
Questo fu l’inizio della fama mondiale di Caruso tra un nuovo pubblico che non era mai entrato in un teatro. La Gramophone Company recuperò le famose 100 sterline e guadagnò milioni. Caruso incassò tra i 2 e i 5 milioni di dollari negli anni seguenti con ben 260 dischi che furono prodotti tra il 1902 e il 1920 (morì nel 1921 a soli 48 anni).

Il disco per tutti e il secolo americano
Il repertorio operistico fu ben presto superato (in termini di vendite) dalle canzoni “popolari”. Queste erano canzoni essenzialmente urbane, di città, spesso eseguite nei caffè-concert, in sale di musica e nei cabaret. L’industria discografica li trasformò in un vero e proprio oggetto di consumo di massa. Gli inglesi e i francesi gradualmente persero terreno. Grazie alle dimensioni del suo mercato, il suo benessere, e l’apporto culturale degli immigrati, gli Stati Uniti presto superarono tutti. E non solo nella cultura popolare. Nel 1900 gli Stati Uniti avevano la più grande rete ferroviaria al mondo e il Paese era diventato il primo produttore di acciaio. Nel 1910 la sua popolazione era la più numerosa nel mondo industriale: 92 milioni di persone grazie a un alto tasso di natalità e una massiccia immigrazione.
Il risultato di questa espansione economica divenne evidente: mentre nel 1860 gli Stati Uniti erano soprattutto esportatori di prodotti agricoli, nel 1900 erano in grado di esportare in Europa una vasta gamma di beni di consumo di marca, tra i quali innovazioni quali le macchine da cucire Singer, gli apparecchi fotografici Kodak, i rasoi Gillette, le penne Waterman e le lampadine Edison.
Più che mai l’America proiettava un’immagine di modernità, ma questo, ancora nel 1900, non aveva ancora trovato le sue forme culturali. Prima del 1920 gli americani contavano ancora poco nel settore culturale globale: senza grandi cantanti o compositori di canzoni, senza opera lirica, pochi compositori di musica seria, quasi nessun drammaturgo popolare e solo qualche scrittore di fama internazionale.
Tutto questo cambiò nel ventesimo secolo. Con il cinema di Hollywood, le canzoni pop e la televisione gli americani conquistarono il villaggio globale della cultura di massa.

Ascesa e declino delle culture
Una volta vi era una comune cultura aristocratica internazionale: tutti gli appartenenti a questa alta cultura erano a conoscenza di una gamma molto limitata di prodotti culturali. Poi, nel XIX secolo, ci fu la grande avanzata della cultura borghese. Nel ventesimo secolo, il secolo americano, il cinema, la musica registrata, la stampa popolare e la radio tascabile a buon mercato e soprattutto la televisione crearono una cultura di massa le cui radici sono appunto negli decenni 1880-1920.
Le novità si susseguirono a ritmo incalzante e, senza il loro racconto fatto dagli storici, forse le nuove generazioni perderebbero il senso di come era fatta la cultura del passato.
Non vi è motivo di lamentarsi per tale situazione, come non vi era motivo di lamentarsi per il cosiddetto imperialismo culturale di un passato recentissimo. La fine di alcune esperienze culturali può essere motivo di rimpianto. Ma è già accaduto prima, e il mondo è andato avanti. Così come continuerà ad andare avanti, nel bene e nel male.

Lascio i verdetti e i giudizi ai moralisti ai quali spetta il compito di decidere se la cultura di oggi è peggio di quella che l’ha preceduta. L’attività degli storici è più complessa: si tratta di fare una mappa del passato, dando prospettiva al presente. Decidere quale cultura sia bella o brutta è una questione che riguarda tutti gli esseri umani, una categoria che comprende gli storici e che non esclude nessuno. Tutto quello che so è che un mondo senza cultura, sia essa alta o popolare, senza Anna Karenina ma anche, se posso osare dirlo, senza Cinquanta sfumature di grigio, sarebbe un mondo ancora più selvaggio di quello che ci sta di fronte a noi ora.

Pagina 99, 26 maggio 2017

16.2.18

La poesia (dagli "Eroici furori" di Giordano Bruno)

Questo post è un pensiero per gli amici e compagni che, quest'anno come ogni anno, celebreranno a Perugia Giordano Bruno come martire del libero pensiero. Vi si parla della libertà dei poeti dalle regole arbitrarie imposte dai pedanti. (S.L.L.)

Tansillo
Conchiudi bene, che la poesia non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano da le poesie: e però tanti son geni e specie de vere regole, quanti son geni e specie de veri poeti.

Cicada
Or come dunque saranno conosciuti gli veramente poeti?

Tansillo
Dal cantar de versi; con questo che cantando o vegnano a delettare, o vegnano a giovare, o a giovare e delettare insieme.

Cicada
A chi dunque servono le regole d’Aristo-tele?

Tansillo
A chi non potesse, come Omero, Exiodo, Orfeo ed altri, poetare senza le regole d’Aristotele; e che per non aver propria musa, vuolesse far l’amore con quella d’Omero.

Cicada
Dunque han torto certi pedantacci de tempi nostri, che excludeno dal numero de poeti alcuni, o perché non apportino favole e metafore conformi, o perché non hanno principii de libri e canti conformi a quei d’Omero e Vergilio, o perché non osservano la consuetudine di far l’invocazione, o perché intesseno una istoria o favola con l’altra, o perché finiscono gli canti epilogando di quel ch’è detto, e proponendo per quel ch’è da dire; e per mille altre maniere d’examine, per censure e regole in virtù di quel testo. Onde par che vogliano conchiudere ch’essi loro a un proposito
(se gli venesse de fantasia) sarrebono gli veri poeti, ed arrivarebbono là, dove questi si forzano: e poi in fatto non son altro che vermi, che non san far cosa di buono, ma son nati solamente per rodere, insporcare e stercorar gli altrui studi e fatiche; e non possendosi render celebri per propria virtude ed ingegno, cercano di mettersi avanti o a dritto o a torto, per altrui vizio ed errore.

Tansillo
Or per non tornar là donde l’affezione n’ha fatto al quanto a lungo digredire, dico che sono e possono essere tante sorte de poeti, quante possono essere e sono maniere de sentimenti ed invenzioni umane, alli quali son possibili d’adattarsi ghirlande non solo da tutti geni e specie de piante, ma ed oltre d’altri geni e specie di materie. Però corone a’ poeti non si fanno solamente de mirti e lauri, ma anco de pampino per versi fescennini, d’edera per baccanali, d’oliva per sacrifici e leggi, di pioppa, olmo e spighe per l’agricoltura, de cipresso per funerali, e d’altre innumerabili per altre tante occasioni; e, se vi piacesse, anco di quella materia che mostrò un galant’uomo, quando disse:
O fra Porro, poeta da scazzate,
Ch’ a Milano t’affibbi la ghirlanda
Di boldoni, busecche e cervellate.


da De gli eroici furori, in Dialoghi Italiani, Sansoni, 1958

La ’ndrangheta tradita dalle madri (Danilo Chirico)

Il prete cattolico Pino Demasi, referente di Libera per la piana di Gioia Tauro
Cellula alla base dell’organizzazione, scrigno per custodire le regole, luogo sicuro per progettare e proteggere gli affari, asse attraverso cui trasmettere lo scettro del comando. C’è la famiglia all’origine delle fortune della ’ndrangheta.
«I vincoli familiari», sostiene lo storico Enzo Ciconte, «sono stati la più potente forma di protezione delle cosche calabresi: difficilmente sei disponibile a parlare contro un fratello o un genitore». Non è un caso, allora, se a fronte dei 1.235 pentiti italiani (dati 2015 del Servizio centrale di sicurezza) solo 156 appartengano ai clan calabresi: la metà di Cosa nostra e appena un quarto della camorra.
Sono state queste solide radici familiari, insomma, insieme alla capacità di stare nel potere e nel capitalismo, all’esercizio della violenza e alla scelta di non partecipare alle stragi degli Anni Novanta, a permettere alla ’ndrangheta di costruire la sua dimensione glocal – testa in Calabria, mani nei cinque continenti – e a determinarne l’inarrestabile ascesa.
Eppure oggi, proprio mentre la ’ndrangheta raggiunge il primato mondiale nel traffico della cocaina, il cuore del sistema mostra le prime inattese crepe.
Un’iperbole di ottimismo? Possibile. Ma forse vale la pena riordinare i pezzi di questa macchina perfetta, che inaspettatamente rischia di incepparsi.

I figli della ’ndrangheta
La prima, e forse più importante, spia rossa per i boss è comparsa tra i dati del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria dove è in corso una piccola rivoluzione: dal 2012 a oggi, infatti, il presidente del Tribunale Roberto Di Bella ha emesso 40 decreti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale. Significa cioè che 40 ragazzi e ragazze sono stati “tolti” ai genitori 'ndranghetisti e stanno vivendo una nuova vita. Un colpo concreto, e anche di immagine, per i clan.
«Abbiamo dato a questi giovani la possibilità di conoscere un’alternativa e di decidere del loro futuro», racconta il magistrato. Raggiunta la maggiore età, sono loro a scegliere se continuare a vivere liberi o tornare nel clan. Un processo sociale difficile, sul cui esito nessuno può offrire garanzie, ma «finora», rassicura Di Bella, «abbiamo ottenuto risultati importanti anche con situazioni che sembravano impossibili e, da quanto ci risulta, nessuno ha più commesso reati di mafia. Inoltre anche chi è rientrato a casa continua a chiederci sostegno». Una goccia nel mare, forse. O piuttosto un insidioso granello di sabbia dentro un delicato ingranaggio.

Le ragioni delle donne
I primi decreti del Tribunale sono stati emessi quando è diventata più stretta la collaborazione con la procura antimafia «che ci segnala in tempo reale le situazioni familiari di disagio e le contraddizioni su cui provare a intervenire. Ma nel 90/95% dei casi», spiega Di Bella, «è nelle madri che troviamo sponde affidabili: hanno capito che i nostri provvedimenti non hanno una logica punitiva e sono invece a tutela dei ragazzi. Sono loro a chiederci di intervenire e allontanare i figli dai contesti criminali». Naturalmente non si comportano tutte nello stesso modo. «In alcuni casi sono sponde silenziose, di chi non si oppone. Altre volte», aggiunge il magistrato, «vanno via con i figli e cercano anche loro l’occasione per rifarsi una vita».
Sono sempre di più, e sempre più determinate le donne. Per ragioni tutto sommato semplici. «Fanno una considerazione molto semplice: la repressione, gli arresti e la legge sui beni confiscati hanno cambiato la prospettiva», spiega don Pino Demasi, parroco di Polistena (Rc) e referente territoriale di Libera, «e adesso si chiedono quale futuro possono garantire ai propri figli: un tempo lasciavano la ricchezza, adesso quasi nulla. Così hanno capito che il clan non conviene più». Lo conferma il pm della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino: «Inizialmente la ’ndrangheta ha rappresentato anche un fattore di emancipazione sociale. Le donne sopportavano i sacrifici perché alla scalata criminale del marito corrispondeva la loro crescita economica e sociale. Erano le garanti della stabilità della famiglia perché avevano un obiettivo comune». Non è più così: «Adesso molte famiglie hanno subito conseguenze pesanti dal punto di vista economico e affettivo con lutti o lunghe carcerazioni. Insomma – osserva Musolino – si guadagna poco e si rischia molto».
Ci sono poi scelte personali molto forti, a volte estreme. Come quella della testimone di giustizia di Rosarno Giuseppina Pesce, capace di far condannare i suoi parenti. O di Maria Concetta Cacciola, anche lei rosarnese, indotta a suicidarsi per avere voluto proteggere i figli dalla sua famiglia. Più delicata e controversa la storia di Maria Rita Lo Giudice, la 24enne nipote di un boss pentito che s’è tolta la vita a Reggio Calabria lo scorso aprile. Un fatto senza una spiegazione chiara – e che quindi merita massima cautela e prudenza nei giudizi – che il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ha commentato così: «Abbiamo perso una ragazza che stava provando a percorrere un cammino diverso perché non abbiamo avuto la sensibilità di comprendere che ci sono mutamenti a cui tutti devono concorrere». Nessuno conosce le ragioni intime della sua scelta, ma è certamente un fatto che ha creato molti interrogativi in città.

Consenso e insofferenza
Lentamente, e in maniera disordinata, le cose stanno cambiando. Non siamo più agli anni Ottanta, quando nel primo maxiprocesso 31 dei 33 sindaci convocati dai magistrati addirittura negarono l’esistenza stessa della ’ndrangheta. Ma non è iniziata nessuna tangibile ribellione civile. Anzi. «Conosciamo però storie particolari, di parentele, frequentazioni, fidanzamenti mafiosi», racconta Stefano Musolino, «che non sono più accettati socialmente come in passato. Non è ancora un fenomeno diffusissimo, ma cominciamo a registrare dei timidi segnali. Soprattutto a Reggio Calabria, molto meno nei paesi della provincia».
Scricchiolii, dentro enormi contraddizioni. Basti pensare alle parole – diventate un caso sul web e riprese dai tg nazionali – pronunciate lo scorso 10 aprile dal colonnello Giancarlo Scafuri, comandante provinciale dell’Arma di Reggio Calabria. Durante il suo intervento alla commemorazione del brigadiere Rosario Iozia ucciso 30 anni fa in Calabria, il carabiniere faceva notare che in certi contesti si fa ancora fatica persino a nominare la parola ’ndrangheta. La strada insomma è ancora molto lunga. C’è paura, c’è disagio, c’è povertà. E in troppi continuano a considerare conveniente chiedere un favore o fare affari con le cosche. Ma i processi sociali non sono mai lineari e, volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, alcune scelte della ’ndrangheta – che non hanno ancora conseguenze apprezzabili – alla lunga potrebbero costare caro. Tra i cittadini hanno destato molto malumore (seppure ancora silenzioso) gli attacchi ripetuti ai servizi – uno scuolabus incendiato a Martone, un attentato contro un (futuro) centro culturale a Caulonia, le fiamme contro l’impianto dei rifiuti a Gioiosa Ionica, i lavori “truccati” nelle scuole di Locri. Lo scorso autunno ha provocato sconcerto, e alcune manifestazioni, l’indegna e abietta violenza sessuale di gruppo contro una bambina di Melito Porto Salvo.
«Certe spavalderie», ragiona Musolino, «non passano più inosservate: lasciano tracce tra le persone e cominciano ad avere conseguenze penali serie». Il riferimento è all’operazione “Eracle” sui condizionamenti (con spaccio, risse, il servizio di security) della movida reggina che pochi giorni fa ha portato a una ventina di arresti. «Diventando più temuta, anche l’attività repressiva può rappresentare un fattore di cambiamento sociale e può servire a far diminuire il mito e il consenso della ’ndrangheta».
Sarebbe tutto più semplice «se ci fosse una risposta dello Stato integrata, capace di unire repressione e politiche sociali e culturali», sottolinea il pm napoletano Francesco Cascini, che ha appena concluso la sua esperienza al vertice del Dipartimento della giustizia minorile. O se, per esempio, il Tribunale per i minorenni di Reggio potesse davvero operare in stretta sinergia con i servizi del territorio. Una cosa banale, eppure impossibile. Infatti «in tutta la provincia su 83 Comuni», denuncia Cascini, «ben 81 non hanno il servizio sociale e anche le politiche socio-sanitarie sono sostanzialmente assenti».

L’ora della sfida
Tuttavia anche se la ’ndrangheta è forte e lo Stato non sempre all’altezza, se la risposta dei cittadini è debole e le compromissioni ancora pesanti, può essere questo il momento di alzare il livello della sfida, di provare a costruire un’antimafia delle opportunità per le ragazze e i ragazzi dei clan o che rischiano di finire tra le grinfie dei clan. Di produrre cioè nuovi granelli di sabbia da immettere nell’ingranaggio mafioso.
«La ’ndrangheta non vive nell’Iperuranio», sostiene lo storico Ciconte, «e come la società subisce processi di trasformazione. Non è più quello di un tempo il senso della famiglia e le cosche non hanno più la compattezza del passato: anche nella ’ndrangheta ci sono poche famiglie molto ricche e tanti che sopravvivono o addirittura poveri. Il sistema che conoscevamo comincia perciò a segnare il passo». Per questa ragione, la principale scommessa dell’antimafia di oggi è «salvare i figli», sottolinea don Demasi: «Bisogna trovare il modo di avvicinarli sin da piccoli, entrare nelle famiglie, cominciare a seminare. E farli partecipare a un gioco in cui le regole le dettiamo noi e non più loro». Si tratta di una strategia «che forse non funzionerà per i figli dei boss», sostiene, «ma che è fondamentale per i figli dei cosiddetti manovali».
Insomma sarà anche vero che la strada resta in salita e non è saggio farsi facili illusioni, sarà anche vero che la 'ndrangheta globale «si muove ormai a livelli altissimi nell’economia, nella finanza, in borsa con la la droga», sottolinea il pm Musolino, «ma la sua forza sta ancora nella capacità di tornare alle origini. E se, poco per volta, dovesse perdere davvero la solidità della famiglia, se dovesse perdere l’aggancio con il territorio e le radici... magari...». Magari l’iperbole di ottimismo potrebbe diventare pratica della realtà. E, chissà, la macchina perfetta incepparsi davvero.
Twitter: @danilo_chirico


Pagina 99, 26 maggio 2017

15.2.18

'I promessi sposi', l'antiromanzo con il freno a mano (Beniamino Placido)

Ci riusciremo, questa volta? Riusciremo a far accettare ai francesi il nostro romanzo nazionale, I promessi sposi? Le premesse ci sono, in quest'ultimo tentativo dell'editore Gallimard. C' è la nuova traduzione di Yves Branca. C'è l'introduzione autorevole di Giovanni Macchia. Ce la faremo? Può darsi di sì. Quanto meno ce lo auguriamo: per amor di Patria. E di quel pezzo di patria letteraria che è rappresentato dal romanzo manzoniano. Che in patria amiamo - o quanto meno rispettiamo - sinceramente.
Non v'è chi non abbia una sua familiarità, sia pure approssimativa, con le figure di Don Rodrigo, di Don Abbondio, di Lucia Mondella e Renzo Tramaglino: i due fidanzati difficoltati. All'estero molto meno. Inspiegabilmente meno. Mentre Dante è studiato, mentre Ariosto è amato. Perché mai? Qualche ragione c'è. I promessi sposi si presenta come un romanzo, si definisce come un romanzo, ma un romanzo non è. È qualcosa di diverso. È qualcosa di più; qualcosa di meglio, forse. Ma non un romanzo. Un romanzo - e specie un romanzo ottocentesco - è pur sempre un teatro delle passioni. Che possono essere blandite o contrastate. Anche punite, alla fine. Come accade a Emma Bovary, come accade ad Anna Karenina. Ma che lì stanno, al centro della scena.
I promessi sposi è piuttosto un trattato sulla disciplina delle passioni. Nonché delle azioni che esse ispirano. È la somma di tre o quattro romanzi passionali, potenzialmente appassionanti tenuti a freno (e con che mano ferma) dall'Autore. Tu lettore - dice egli fin dall'inizio - vorresti adesso una bella storia di vendetta. Romantica e romanzesca come quella del Michele Kohlhaas di Kleist. Non l'avrai. Renzo non si farà giustizia da sé, a spese di Don Rodrigo. Ci penserà la Provvidenza a mettere le cose a posto. Lei può. Lei sola è autorizzata. Tu lettrice, ti aspetti una dispiegata storia d'amore, fra Renzo e Lucia. Siamo o non siamo in un romanzo? Ma toglietelo subito dalla testa. Nemmeno un bacio quei due si daranno. Non in mia presenza. Tu lettore senti di aver diritto a un bel western, quando arrivano i Lanzichenecchi, e i nostri buoni villici dovrebbero correre ad abbracciare lo schioppo, per resistere. No. La cosa si risolverà in altro, "provvidenziale" modo. Tu lettrice vorresti trovarti immersa in una bella storia gotica quando appare quella gotica figura - tenebrosa e sciagurata - che è la Monaca di Monza. Ti aspetti castelli e segrete, fanciulle inseguite nei sotterranei, cadaveri seppelliti furtivamente nelle cantine. Nemmeno questo avrai. Tre parole soltanto: "La sventurata rispose". Di tutto questo l'Autore ci avverte onestamente fin dall'inizio. Quell'inizio lento, cauto, labirintico ("Quel ramo del lago di Como...") che dice: qui non si affretta il passo. Qui si riflette. Qui ci si pensa sopra, alle cose ("Pensarci sù" era un suo motto). Il lettore francese - ci auguriamo - non si lascerà scoraggiare. Capirà subito che non si trova di fronte né a Stendhal né a Balzac. Ma comincerà a chiedersi, incuriosito, che cos'è mai questo severo e sorridente, originalissimo antiromanzo. Al quale non si smette più di pensare, una volta che lo si sia letto.

la Repubblica, 17 gennaio 1996

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