31.1.13

Nel mondo di Paolo Poli (di Andrea Porcheddu)

La recensione che segue, di un libro-intervista a Paolo Poli e a Lele Luzzati, suo scenografo, opera di Marina Romiti, è ripresa da “Pubblico”, un’esperienza giornalistica promettente soffocata sul nascere. E' - oltre che seducente incoraggiamento alla lettura del volume - omaggio riverente a un attore-intellettuale che lo merita. (S.L.L.) 

Qualcuno l'avrà visto, in tv, ospite di Fabio Fazio: sempre elegante, sorridente, Paolo Poli è un'icona del teatro italiano. “Primattrice ”(ha sempre parlato di sé al femminile), Poli è artefice di un teatro libero, e libertino.
Chissà che direbbe quel prete-crociato, che s'è scagliato ottuso contro le donne, di uno spettacolo di Poli: perché in ogni suo lavoro il femminile è protagonista indiscusso.
Sciantose o educande, monache (di Monza) o brillanti giornaliste, virago o donzellette: dalla fine degli anni Cinquanta, Poli le ha interpretate tutte. Sempre sul filo dello scandalo, dell’indecenza, del sottile (ma neanche troppo) doppio senso, Paolo Poli ha sempre giocato con il travestimento. E di tutto questo mondo, Poli racconta in un bel volume, da poco in libreria. Stiamo parlando di Paolo Poli e Lele Luzzati: Il novecento è il nostro secolo, scritto con mano felice da Marina Romiti e edito da “Maschietto Editore ” di Firenze.
Per chi non lo sapesse, Poli ha lavorato a lungo proprio con Lele Luzzati, giocoso pittore e scenografo, in un sodalizio artistico tra i più felici d'Italia. Il libro, però, non è tanto una “storia del teatro”, fatta di ricordi e aneddoti (o di pettegolezzi e frecciatine all’indirizzo di tutti). È, piuttosto, una soggettiva storia dell’arte italiana raccontata da uno dei più colti intellettuali del secolo passato. Poli è allievo di Roberto Longhi, insigne critico e studioso d’arte: così, da una pagina all'altra, si passa dal Seicento lombardo a De Chirico, da Masaccio a Cellini, da Picasso a Mattia Preti.
Natalia Aspesi, nell’introduzione, afferma che il libro «riesce a rivelare tanto di più di quello che sul palcoscenico e in molte altre interviste ci è stato raccontato: una cultura artistica profondissima, un sapere straordinario, una vita fatta di orgoglio, e sincerità, di passione e rettitudine, di solitudine e ombra, ma anche di profonda, taciuta malinconia. Una vita ricchissima, che è il racconto più nostalgico e raffinato del Novecento».
Il flusso della conversazione scorre, sul filo del ricordo, chiamando in causa Mussolini o Maupassant, la legge Merlin e sant’Agostino, Jarry e Schoenberg, Brigitte Bardot e Carmelo Bene. È una festa del gusto, dell’intelligenza, dell ’arguzia: proprio come gli spettacoli di Poli. Grandi affreschi capaci di tessere assieme l’alto e il basso, il comico e il poetico, il classico e il popolarissimo: ma – ricorda Aspesi - «il suo talento è sempre stato quello di diventare nei suoi spettacoli una signora (santa Rita, Caterina de’Medici, Carolina Invernizio, la Vispa Teresa, la Nemica) senza mai sembrare un travestito: ma regalandoci la sublimazione della donna, se necessario molto bella, e talvolta, solo quando indispensabile al personaggio, un po’ grottesca » .
E alla felicità di questi spettacoli “all’antica”, fatti coi bei costumi, le quinte dipinte, con i “boys” che cantano e ballano, ha contribuito certo l’estro appartato di Lele Luzzati: un legame professionale raccontato con dovizia di particolari, ma che l’attore suggella così: «Io gli davo le indicazioni, lui faceva come gli pareva».
I due hanno attraversato mondi diversi, restando fedeli a se stessi: Gozzano, Savinio, Apuleio, Swift, Dumas, Satie, Palazzeschi, Diderot, Wilder, Ortese e altri. Fino a Pascoli, il retrivo Pascoli, con Aquiloni, che Paolo Poli sta portando in tournée quest’anno. Ed è brava Marina Romiti a tenere le redini di questa articolata intervista: Poli svicola, si sottrae alle domande, procede per associazioni azzardate, spiazzanti, divertenti.
Consentitemi un ricordo: anni fa, al Teatro Due di Parma, dovevo condurre un incontro con il pubblico in occasione dello spettacolo di Poli. Lui mi convocò, un’oretta prima dell’orario stabilito, per chiacchierare, per conoscerci, mostrandosi – giustamente – diffidente nei confronti di uno sconosciuto giornalista. Di tanto in tanto faceva domande apparentemente svagate, ma insidiose: «Come si chiama quel pittore che faceva tutte quelle bottigline?» e io, timido: «Morandi».
E lui: «ah già…» come se l'avesse ricordato grazie a me, e dopo poco: «o come si chiamava quell’altro, che faceva le mucche maremmane?» e io, diligente: «Fattori». Risposi bene su Rosai, ero impreparato su De Pisis, ma ho retto su Rosso Fiorentino e Savinio. Solo a quel punto, passato l’esame (anche se non a pieni voti), Poli mi ha “accettato ” come intervistatore.
E con molto piacere, allora, ho ritrovato quella malizia anche nelle belle pagine di questo libro: che rende merito non solo agli artisti, ma anche, e soprattutto, a due intellettuali che hanno contribuito a rendere più bella, e più divertente, questa italietta.

“Pubblico”, 30 dicembre 2012
 

Vita, morte e depistaggi di Mauro Rostagno. Maddalena ricorda...

Maddalena Rostagno
Il suono di una sola mano, con sottotitolo Storia di mio padre Mauro Rostagno, è il titolo di un libro che Maddalena Rostagno e Andrea Gentile hanno pubblicato nel 2011 per Il Saggiatore. La figlia di Mauro Rostagno aveva quindici anni quando suo padre fu assassinato dalla mafia. Un colpo duro per la ragazza che lo aveva seguito dalle stanze di Macondo a Milano a Puna in India, fino a Trapani, dove Rostagno aveva creato un centro per tossicodipendenti e lanciava le sue sfide alla radio.
Passeranno molti anni da quel 26 settembre 1988, perché Maddalena trovi la forza per aprire i cassetti e riconciliarsi con la memoria. Ne passeranno ancora di più perché il procuratore Ingroia, superando gli innumerevoli depistaggi, trovi le prove per rinviare a giudizio i probabili assassini e i loro mandanti (2008) e altri ancora perché finalmente si apra il processo (2011) non ancora concluso, ma già pieno di inquietanti rivelazioni.
“Alias”, il supplemento del “manifesto”, ha ripreso nell'ottobre 2012 un capitolo struggente dal libro di Maddalena, il decimo. Ne “posto” qui una parte. (S.L.L.)

Su Rostagno in questo stesso blog
Mauro Rostagno
Ricordo che per diverso tempo, molto tempo, sono stata arrabbiata con lui. Che non mi aveva detto niente del pericolo che stava correndo. Che aveva rinunciato a me, a noi, per il suo lavoro. Che aveva deciso di andare avanti da solo. Ricordo che quell’idea, l’idea di quello che successe, non mi era mai venuta in mente nemmeno per un millesimo di secondo. Che non avevo nessun sentore di pericolo, che fu davvero come l’elaborazione dell’inelaborabile.

Ricordo che per diverso tempo, molto tempo, non ho mai parlato con nessuno di lui, di quello che gli era successo; di noi, di quello che ci era successo.

Ricordo che il 27 settembre 1988 sono andata in camera sua, a rovistare, in cerca di qualcosa, una lettera, un messaggio, qualcosa che mi desse una spiegazione. Ho trovato una lettera di Renato Curcio. Da quel momento abbiamo iniziato a scriverci.

Ricordo che il 27 settembre 1988, in una cava poco distante da Saman, è stata trovata una macchina bruciata, appartenente al parco macchine della mafia e rubata a Palermo il 30 marzo 1988 «ed oggetto di tempestiva denuncia».

Ricordo che il 27 settembre 1988 una delle prime persone ad arrivare a Saman è stato Paolo Borsellino.

Ricordo che il 29 settembre 1988 il procuratore della Repubblica Antonino Coci ha rilasciato un’intervista al Giornale di Sicilia. Il giornalista gli ha chiesto: «Ma Rostagno è stato ucciso dalla mafia?». Lui ha risposto: «E come si fa a dirlo? Bisognerebbe prima essere sicuri dell’esistenza di gruppi organizzati». «Trafficanti di droga?» «Che io sappia, Trapani non è un centro del traffico di eroina […]. Posso dire che dal luglio del 1987 al giugno scorso, in Procura non è arrivato alcun rapporto di polizia giudiziaria per associazione mafiosa. E allora come si fa a dire che esiste la mafia a Trapani?»

Ricordo che qualche riga dopo, nella stessa intervista, il procuratore della Repubblica Antonino Coci ha aggiunto: «Perché la gente dovrebbe ribellarsi alla mafia? La mafia qui ha portato soldi, benessere, lavoro e tranquillità».

Ricordo che io e Chicca siamo rimaste in Sicilia ancora un anno. Poi ci siamo trasferite a Milano. Siamo scappate anche dalla Trapani che scriveva sui muri mauro è vivo. È sempre stato Mauro a decidere dove andare a vivere. È stato duro, molto duro. Ricordo che le indagini sono state affidate al pubblico ministero Francesco Messina.

Ricordo che il 1º maggio 1989 è stato ucciso un certo Vincenzo Mastrantonio, l’autista più fidato di
Vincenzo Virga. Negli ambienti di Cosa Nostra dicono che sono «parrino e figlioccio».

Ricordo che proprio il 26 settembre 1988 sulla strada per Saman c’era un blackout e che proprio questo Vincenzo Mastrantonio di mestiere faceva il tecnico Enel.

Ricordo che per anni non mi sono occupata di queste questioni. Che non ho letto carte, ho chiuso
gli occhi, ho cercato di dimenticare.

Ricordo che l’unica cosa che volevo non potevo riaverla.

Ricordo che il 13 ottobre 1988 Renato Curcio mi ha raccontato in una lettera del loro primo incontro. «Qualcuno mi invitò in una strana mansarda dove doveva svolgersi una strana discussione. Sulle scimmie antropoidi». «Chissà che non impari qualcosa anche sulla mia intelligenza» pensai. E così, senza troppo indugiare, mi infilai. Quel giorno indossavo un gilè alla Toulouse-Lautrec. Un look un po’ buffo ai suoi occhi di allora, tant’è che egli, appena mi vide, sbottò in una formidabile risata. Come se fossimo stati da sempre amici. E, forse, anche se non ci eravamo mai visti prima, era proprio così».

Ricordo che il 15 maggio 1989, al mio primo compleanno senza Mauro, Chicca mi ha regalato un libro con i testi delle canzoni dei Beatles, indicandomi quello di When I am sixty-four. Gliela cantava sempre Mauro, quando si erano appena conosciuti. Parla d’amore. «When I get older losing my hair / Many years from now /Will you still be sending me the Valentine / Birthday greetings, bottle of wine.»

Ricordo che Chicca quel libretto l’ha firmato con il disegno di tre margherite. Da quel momento firmerà sempre così. Siamo noi tre.

Ricordo che quando abbiamo iniziato a lavorare su questo libro, ho pensato che per descrivere Mauro ci sarebbe voluto un disco in allegato. Una compilation, dieci canzoni per ogni momento della sua vita, per ogni mio ricordo. Avrei scelto:
1) Sultans of swing dei Dire Straits, perché è lui che balla, scanzonato, appassionato.
2) Cuanta pasión di Paolo Conte, perché «una ilusión temeraria, un indiscreto final».
3) The sound of silence di Simon & Garfunkel, perché è la canzone che scelsi come colonna sonora per accompagnarlo al cimitero.
4) Voglio vederti danzare di Franco Battiato, perché la ascoltava quasi ogni giorno.
5) Me and Bobby McGee di Janis Joplin, perché è Janis Joplin.
6) Bartali di Paolo Conte, perché è lui, godereccio e dissacrante.
7) Emozioni di Lucio Battisti, perché lui tanti anni prima aveva detto ai compagni che Battisti si poteva ascoltare, anche se non era un compagno.
8) Rimmel di Francesco De Gregori, perché forse nel suo salotto De Gregori stava suonando proprio quella, mentre io facevo la pipì sul suo tappeto.
9) Andrea di Fabrizio De André, perché è una canzone d’amore e una canzone contro la guerra.
10) La libertà di Giorgio Gaber, perché parla di libertà, perché libertà è partecipazione.

Ricordo che subito la polizia e il dirigente della Squadra mobile Calogero Germanà hanno parlato di
delitto mafioso. Che subito i carabinieri, il brigadiere Beniamino Cannas e il maggiore Nazareno Montanti hanno detto che no, non era un delitto mafioso.

Ricordo che Calogero Germanà è l’unico che si è visto puntare contro un’arma da Matteo Messina Denaro e può ancora raccontarlo.

Ricordo che il 27 settembre 1988 Chicca sentì un carabiniere dire ai giornalisti che nella sua borsa che era nell’auto avevano trovato dollari e siringhe; che Chicca andò subito dal pm Francesco Messina per chiedergli di smentire, e lui smentì.

Ricordo di aver letto molti anni dopo che la prima delle voci che girò subito dopo la morte del magistrato Antonino Scopelliti, ucciso dalla ’ndrangheta in Calabria il 9 agosto 1991, fu: «U mazzaru pe’ fìmmani».

Ricordo che il 13 ottobre 1988 Renato Curcio mi ha riportato in una lettera ciò che gli aveva scritto Mauro poco tempo prima: «Vent’anni fa non ci siamo incontrati per caso a Milano, in una mansarda. Non c’è il ‘per caso’. Anche la testuggine oceanica che viene in superficie solo una volta ogni duecento anni e passa la testa dentro il buco rotondo in una tavolaccia che galleggia… non è per caso».

Ricordo che una sera, negli ultimi mesi del 1989, ero nella mia stanza di Milano con Alessandra, una delle bimbe di corso Vercelli. Che ho iniziato a parlarle della mia storia, che le ho descritto le mie sensazioni. Ricordo che a un certo punto mi ha abbracciata forte e mi ha detto ciò che fino a quel momento non mi aveva detto nessuno: «Non devi sentirti in colpa, puoi permetterti di essere arrabbiata con lui, anche con lui».

Ricordo che Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Pippo Fava, Beppe Alfano. E mio padre Mauro Rostagno. (...)

Ricordo Veronica, una ragazza che soffriva di una forma di autismo, che Mauro amava. Se la portava sotto braccio a fare lunghe passeggiate; con lui iniziò a esprimersi canticchiando e perse venti chili di sovrappeso, dovuti all’assunzione di psicofarmaci. Lui le insegnò Il chitarrista di Ivan Graziani.

Ricordo che nel novembre 1988 Isabella La Torre, la vedova di Giangiacomo Ciaccio Montalto, ha lasciato il processo per gli assassini di suo marito, dopo aver scritto una lettera che era un vero e proprio atto d’accusa verso la giustizia.

Ricordo che l’ho saputo molti anni dopo. L’ho saputo molti anni dopo che nella lettera di Isabella La Torre c’era scritto che l’uccisione di suo marito e di Mauro Rostagno aveva «consentito la conservazione ad alto livello di quel circuito d’interessi mafiosi e paramafiosi sui quali poggiano equilibri economici e sociali che si tramandano di padre in figlio».

Ricordo che ha continuato scrivendo che «non sarà un processo ai killer a scuotere o minacciare un assetto strutturale che, se ricorre al delitto eccellente ogni sei anni, è segno che è fortemente integrato nel contesto trapanese».

Ricordo che nella cava in cui quel 27 settembre 1988 trovarono quella macchina bruciata, trovarono
anche uno scontrino di una macelleria, la macelleria – si scoprirà tanti anni dopo – della famiglia Virga.

Ricordo che per anni non me ne sono mai interessata. Non ho letto le carte giudiziarie, non ho letto
articoli, non ho ascoltato pareri, non ho visto, letto, ascoltato, non ho.

Ricordo che il 26 settembre 1989 si è parlato di una svolta per le indagini.

Ricordo che il 26 settembre 1990 si è parlato di una svolta per le indagini.

Ricordo che il 26 settembre 1991 si è parlato di una svolta per le indagini.

Ricordo che ogni anno.

Ricordo che tempo dopo i parenti di Veronica ci hanno raccontato che il 26 settembre 1988 la televisione ha dato la notizia, e Veronica appena ha sentito «Mauro Rostagno» ha cantato «Sanatuccio è stata una svista, abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista».

Ricordo che sono cresciuta, e che dopo il liceo artistico sono andata a studiare all’Accademia di Brera, e che anche lì non ho mai parlato della mia storia.

Ricordo che ho molte foto dell’occupazione alla cattedrale di Palermo per i senzatetto del 16 dicembre 1975, organizzata da Mauro. Durò da mezzogiorno alle otto di sera, quando la cattedrale venne sgombrata dalla polizia. Io avevo tre anni e mezzo, Lisa Noja ne aveva due. Nei passeggini esponevamo i cartelli dateci un tetto e vogliamo la casa.

Ricordo che nel 1976 Mauro scriveva: «Come si possa essere comunisti con la propria donna, non lo so. Sono maschio, per questo non lo so… essere maschio vuol dire la destra rispetto alla donna… Ho capito una cosa con Maddalena: che tutto il modo di trattare i bambini è «di destra» perché considera la loro vita in funzione di un’altra vita (adulta). La pedagogia, anche se di sinistra, vuole «preparare i bambini a essere adulti». Non considera la loro età come ‘autentica’. Non parte dalle loro contraddizioni».

Ricordo che nel 1992 le indagini sono passate al sostituto procuratore Massimo Palmieri.

Ricordo che una volta Chicca mi ha raccontato di quel corteo subito dopo la morte di Aldo Moro. Con Mauro che camminava da solo e piangeva, piangeva forte, che l’unica cosa che è riuscito a dire è stato: «Oggi abbiamo perso tutto, oggi abbiamo perso tutti». (...)

Ricordo che il 26 settembre 1992 si è parlato di una svolta per le indagini.

Ricordo che ogni anno.(...)

La politica controfattuale di Alessandro Campi (S.L.L: - "micropolis", gennaio 2013)


L'articolo è stato pubblicato nella rubrica "La battaglia delle idee" con il titolo Illusioni senza fondamento. (S.L.L.)
Alessandro Campi
Alessandro Campi conobbe nel 2010 un momento di notorietà che andava oltre la sua attività di politologo e storico: da intellettuale sosteneva, guidando la fondazione Fare Futuro, la sfida che Fini aveva lanciato a Berlusconi per la leadership della destra. Lo fece fino alla scissione di Bastia  e all’operazione che doveva condurre, sul finire di quell’anno, alla caduta del governo in Parlamento. L’invereconda campagna acquisti del Cavaliere stroncò le velleità del presidente della Camera e ne ridimensionò drasticamente il peso; e Campi per convinzione o senso dell’opportunità lo abbandonò al suo destino. Pur senza smettere del tutto velleità frondiste rientrò nell’orbita della destra ufficiale.
Non ha tuttavia abbandonato l’ambizione a fare il “maestro pensatore” e a Perugia ha potuto agevolmente continuare a farlo dal suo istituto universitario e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, ove è tra i consiglieri più ascoltati del presidente, il cementiere Colaiacovo. Campi utilizza anche le colonne del quotidiano di Colaiacovo, “Il Giornale dell’Umbria”, per i lunghi e ragionati editoriali in cui promuove un’altra destra.
Alla vigilia delle elezioni Campi si cimenta in una curiosa forma di endorsement retroattivo. Non nei confronti del Cav, per il quale non mancano parole di simpatie (“si diverte come un pazzo all’idea di vendicarsi di chi l’aveva dato per spacciato”), ma nei confronti di Renzi. L’articolo del 19 gennaio si intitola infatti Se Renzi avesse vinto le primarie… e viene presentato come una “esercitazione”, giacché – spiega Campi – “la storia e la politica non si fanno con i se”.
In verità la “storia controfattuale” e la “politica controfattuale” sono utilizzati in due modi, come modalità argomentativa a fini propagandistici (negli anni 50 giravano libretti che immaginavano un’Italia impoverita e schiavizzata dai “sovieti”, se i comunisti avessero vinto le elezioni) e come modalità conoscitiva, certo imperfetta ma utile.
Campi segue un po’ la prima, un po’ la seconda via. Da un lato spiega che con Renzi non sarebbero accadute cose che vuole stigmatizzare: l’intesa – data per certa – tra “progressisti e moderati”, in quella che lui considera una riedizione del deleterio compromesso storico, lo strabordare pieno di numeri da avanspettacolo di Berlusconi, il boom dei grillini, la discesa in campo di Ingroia, Monti che parla di “società civile”, ma è in mano a “due vecchi marpioni”. A disegnare il noiosissimo scenario di prima e dopo le elezioni – secondo Campi - è Bersani coi suoi seguaci, antidiluviani anche quando siano giovani d’età. Con Renzi invece sarebbe accaduto il miracolo che avrebbe cambiato la sinistra e la destra e avrebbe liberato tutti da Ingroia, Grillo, Vendola e dai “due marpioni”.
Nella “esercitazione” di Campi non manca qualcosa di accettabile: per esempio il giudizio sulla campagna elettorale (“film già visto e neppure divertente”) o l’individuazione del governo che nascerà – a prescindere dagli stessi risultati elettorali. Ma – esercitazione per esercitazione – dubitiamo che un governo a guida Renzi potesse essere diverso nella sostanza da un governo Bersani. In verità nel ragionare di Campi vive e si esprime una ideologia di destra - oserei dire di destra spinta - che ha contaminato l’intero quadro politico e che io chiamerei “nuovismo leaderistico”. L’idea che possa cambiare orientamenti, culture politiche, schieramenti in un grande corpo sociale e politico un leader come Renzi che viene dal nulla, senza elaborazioni, senza gruppi dirigenti anche ristretti ma diffusi, è illusione senza fondamento. Berlusconi quando scese in campo aveva dietro di sé, oltre che le televisioni commerciali e la loro intelligenza collettiva, il craxismo  e il progetto piduista: tutto ciò non gli è bastato a impiantare un nuovo regime, ma gli ha fornito e tuttora gli fornisce una forza notevole. Perfino il grillismo, che esplode adesso, ha avuto bisogno di una lunga sedimentazione.
Quel che vale per Renzi vale a maggior ragione per Ingroia, uomo di sinistra e magistrato agguerrito. Forse – se eletto – potrà condurre qualche utile battaglia di verità, ma pensare che una sinistra classista e ragionatamente anticapitalistica possa nascere dall’accrocco tra un leader inventato e i parassitari apparati dei partitini è anche quella un’illusione senza fondamento.

Aganice - o Aglaonice - di Tessaglia

Il pianeta Venere con i suoi crateri
Figlia di Egetore di Tessaglia, secondo Plutarco (o di Egemone, secondo Apollonio Rodio) - è vissuta in Grecia tra il III e il II secolo avanti Cristo.
E’ ricordata come prima astronoma della storia da Plutarco che così scrive nei Precetti coniugali: «Conosceva la causa delle eclissi totali della Luna e prevedeva in anticipo il momento in cui succede all’astro di entrare nell’ombra della Terra e abusava delle altre donne convincendole che sapesse tirar giù la Luna».
Perciò la si considerava una strega, e l’espressione proverbiale “tirar giù la Luna” prese il significato di “fare il ciarlatano”.
Uno dei crateri di Venere ha preso il suo nome.

Fonte principale
La voce Aganice (compilata da Sylvie Coyaud)

La polizia (Leonardo Sciascia)

Il cittadino che nulla ha mai fatto contro le leggi né da altri ha subito dei torti per cui invocarle; il cittadino che vive come se la polizia soltanto esistesse per degli atti amministrativi come il rilascio del passaporto o del portodarme (per la caccia), se i casi della vita improvvisamente lo portano ad avervi a che fare, ad averne bisogno per quel che istituzionalmente è, un senso di sgomento lo prende, di impazienza, di furore in cui la convinzione si radica che la sicurezza pubblica, per quel tanto che se ne gode, più poggia sulla poca e sporadica tendenza a delinquere degli uomini che sull'impegno, l'efficienza e l'acume di essa polizia. Convinzione che ha una sua parte di oggettività: più o meno secondo i tempi, più o meno secondo i paesi.

Da La scomparsa di Majorana, Einaudi, 1975

30.1.13

La zarina e il principe consorte (S.L.L. - micropolis gennaio 2013)

I giornali di sabato 19 dicembre danno notizia del coinvolgimento dell’ex “governatrice” Lorenzetti in una indagine fiorentina, in quanto presidente di Italferr, la società del gruppo Fs che si occupa di lavori sulla rete ferroviaria, al cui vertice si è insediata nell’agosto del 2010, sotto il governo Berlusconi, pochi mesi dopo la fine del suo mandato in Umbria. La Lorenzetti sarebbe fondatrice di una associazione criminale nata nel marzo del 2012 con lo scopo di trarre vantaggi dalla costruzione del tunnel ferroviario di Firenze. I reati ipotizzati sono abuso di ufficio, corruzione e complicità in un illegale smaltimento di rifiuti inquinati. A dare risalto al fatto non sono stati solo i quotidiani a diffusione regionale umbra o toscana; ampio spazio anche sul “Fatto quotidiano”, sotto il titolo La Zarina Rossa tra coop e cemento.
Di questa e altre indagini si sapeva già qualcosa, ora i giornali si effondono in particolari, parlano di pedinamenti e intercettazioni, citano atti giudiziari. Non ci sarebbero “dazioni” di denaro: la Lorenzetti avrebbe favorito il consorzio dei costruttori (Nodavia, capeggiato da una grossa cooperativa, la Coopsette) a scapito dei costi dell’appalto e dell’ambiente, in cambio di incarichi di progettazione affidati allo studio del marito architetto (Cooperstudio). Il particolare non meraviglia troppo i cittadini umbri. Era vox populi, durante la ricostruzione post-terremoto, la congettura che i progetti riconducibili al principe-consorte, tal Domenico, godessero di una corsia privilegiata, ma la cosa non acquistò rilevanza politica o giudiziaria.
Da garantisti non crediamo alle dicerie e presumiamo veridiche le proclamazioni di innocenza della politicante di Foligno: magari le commesse alla Cooperstudio non vi sono o sono indipendenti dal ruolo della “zarina”, che comunque non ha dato nulla in cambio. Il problema, però, non è di legalità formale, ma di politica, e presenta due facce: la centralità dell’industria edilizia e dei cosiddetti grandi lavori (a scapito della manutenzione di reti disastrate) nel modello di sviluppo e il fallimento delle normative che nella “seconda repubblica” promettevano di sconfiggere la corruzione, attraverso semiprivatizzazioni e “spezzatini”, che al contrario hanno favorito torbidi intrecci pubblico-privato e conflitti di interesse. In verità quello che chiamiamo “berlusconismo” non è prerogativa del cavaliere: egli ha certamente incoraggiato il malcostume che fa ritenere leciti tutti i comportamenti politici non sanzionati dalla legislazione penale, ma l’infezione è più vasta. Il punto è: chi decide e come? Forse la famigerata P3 non è «anomalia», ma un modo frequente di funzionare del governo in Italia e altrove. Forse sempre più spesso a decidere sono gruppi di pressione, associazioni di imprese, cordate e lobby. Perfino le mafie, con la loro immensa cassaforte.

Non firmato nella rubrica "Il fatto"

Jack London ed Elio Vittorini (di Maurizio Flores d'Arcais)

Jack London
Il “manifesto” del 10 luglio 1988 rievocava, con articoli di Gianni Riotta e Severino Cesari, la figura di Maurizio Flores d’Arcais, morto giovane e suicida 10 anni prima (12 luglio 1978), un “giovane maestro”, redattore delle pagine culturali del “quotidiano comunista”. Alle testimonianze dei suoi antichi compagni di lavoro il giornale fa seguire tre scritti di Flores, su London, su Orwell, su Trotzkij, molto belli.
Qui riprendo il primo, su Jack London, scrittore atipico, popolare, socialista e individualista. Il brano contiene una lunga citazione da un Vittorini dimenticato, che, in polemica con Togliatti, si produce in una lettura del pensiero di Marx originale e, a mio avviso, assolutamente attendibile. Non ricordavo il brano, ma - nel mio piccolo - ho sempre pensato, detto e scritto che il nostro caro e barbuto maestro dell’Ottocento non aveva affatto in mente nel suo progetto comunista solo la liberazione delle masse, ma soprattutto la liberazione degli individui dal peso dell’economico, dall’alienazione capitalistica, dal feticismo delle merci, per permettere ad ognuno – superate le classi sociali e la divisione sociale del lavoro - di realizzare la propria felicità (o almeno di provarci). Karl Marx non era solo un collettivista, ma spingeva l’individualismo più avanti, oltre le remore della civiltà borghese, perché nessuna libertà autentica è concessa ai singoli senza l’uguaglianza di tutti. (S.L.L.) 
Elio Vittorini
Con la sua vita breve ma intensa, con una attività letteraria ma ricca di originalità, London non è stato soltanto il rappresentante di un’epoca, quella in cui gli Stati Uniti sono emersi come punta d’iceberg dell’imperialismo contemporaneo. Le sue storie di animali e di uomini hanno messo in luce il drammatico rapporto tra individuo e storia, e l’aspirazione dell’umanità a una vita più felice  e più libera. E proprio il non riuscire a conquistare la sua dose di felicità ha condotto London alla morte.
Ma il suo mito della primordialità, l'utopia di un mondo diverso, più naturale e più umano, non rappresentano semplicemente una fuga dalla realtà. L'evasione è per London una ricerca, il tentativo di prefigurare un diverso destino dell'uomo, di proporre un modello da confrontare alla realtà per essere in grado di affermare che la possibilità di costruire qualcosa di nuovo esiste, che il mondo in cui siamo condannati a vivere non è immutabile ed eterno. Così come il suo individualismo non ha nulla dell'individualismo meschino che regola i rapporti fra gli uomini nella società del capitale. Contro un malinteso concetto di collettività ed eguaglianza che ancora fa presa nella sinistra, sarà opportuno ricordare le belle e attualissime parole di Vittorini: «Spesso si confondono le constatazioni di Marx con i fini del marxismo, e il suo disgusto della storia com'è con un presunto suo gusto di storia come dovrebbe essere. Marx constata che le attività dell'uomo si svolgono sotto il dominio dell'attività economica. E non si intende ch'egli mira appunto a liberarle da un tale dominio. Marx constata che sono le manifestazioni collettive, non le individuali, ad aver peso nella storia. E non si intende ch'egli mira, appunto, a una storia in cui abbiano infine un peso, come cultura, come qualità, le manifestazioni individuali. Si fa confusione tra il grandioso 'idealismo morale' di Marx e l'arma possente del suo realismo. E non si intende che, pur insegnandoci come non si possa avere nessuna liberazione dell'individuo senza uno sforzo collettivo, Marx propugna una rivoluzione che non è a fine collettivista ma a fine individualista ed anzi fa prima, la vera, a fine propriamente individualista.
«Impegnato nella lotta per la conquista della società senza classi il marxismo non si è ancora sviluppato molto in direzione del suo significato intrinseco. Né ancora ha scoperto un mezzo o un modo di impedire le scivolate in un autonomismo o un altro della cultura, in un autonomismo o un altro della politica, e di tener vivo nell'uomo quello spirito di ascesa che già fu, chiamandosi protestante, lo spirito di ascesa della borghesia. Una società, sia pure senza classi, in cui l'uomo mancasse di questo spirito (e della problematicità derivante da un simile spirito), sarebbe una società in cui nessun nuovo Marx, e nessun nuovo filosofo, nessun nuovo poeta, nessun nuovo uomo politico avrebbero motivo di vivere. Sarebbe il contrario di quella società sognata da Marx in cui l'individuo dovrebbe, infine, avere un motivo qualitativo di vivere» (Elio Vittorini, Politica e cultura, Lettera a Togliatti, «Il Politecnico» n. 35, gennaio-marzo 1947.)
Sono parole in cui certamente London si sarebbe potuto riconoscere, perché in fin dei conti, cos'altro era il suo superuomo se non quell'individuo alla ricerca di un motivo qualitativo per vivere di cui parla l'autore di Conversazione in Sicilia?
Malgrado l'ostracismo cui l'ha condannata la letteratura ufficiale, l'opera di London non è passata senza lasciar traccia. Basti ricordare, solo per fare un esempio, Ernest Hemingway, che ne ereditò il gusto dell'avventura, l'amore per la caccia, il mito della forza, la passione del giornalismo (e infine la tragica scelta della morte volontaria). E' giunto il momento di riconoscere la presenza significativa, di London nella storia della cultura. Un riconoscimento che, senza imbalsamazioni di sorta, si deve tradurre in primo luogo nell'allargamento delle edizioni critiche, sulla scia di quel poco che già è stato fatto. 

29.1.13

La poesia del lunedì. Giorgio Straccivarius

l'eretico

non ci fu verso
di ricondurlo al dogma:
pur nell'immobilità marmorea
della morte
serbava ancora intatto
quel suo solito ghigno dispettoso!

da Poesie rosse (1964-1994) Edizioni Fra.Ra, Perugia

Postilla
la poesia di lunedì 28 gennaio 2013 è stata postata martedì 29 per i capricci dell'attrezzo

27.1.13

Il processo per l'assassinio di Mauro Rostagno (Chiara Pazzaglia)

Su "alias", il magazine del "manifesto", nello scorso ottobre 2012, Chiara Pazzaglia tornava sulla figura di Mauro Rostagno e sul processo contro i suoi assassini. Le acquisizioni del dibattimento lasciano già intravedere scenari inquietanti dietro l'esecuzione, che probabilmente vanno oltre Cosa Nostra di Trapani. (S.L.L.)

Su Rostagno vedi anche
http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2013/01/lindagine-di-ingroia-e-il-ricordo-di.html
Mauro Rostagno
«C'è uno che fa il giornalista che se lo senti parlare 't'arrizzano i carni'. Questo parla di appalti, dice che tutti gli appalti in provincia di Trapani sono truccati» . ‘Ti fa accapponare la pelle’, così dice Francesco Messina Denaro, il boss del mandamento di Trapani, ad Angelo Siino, uno dei  contabili della mafia, quello che gli appalti li organizzava, quello che faceva da ponte tra imprenditori, famiglie mafiose e politici, quello che pagava il 2% alle famiglie e il 5% ai politici, che sorride anche lui a pensare che i politici gli costavano di più dei mafiosi, mentre rende la sua deposizione davanti al tribunale.
Siino è un collaboratore di giustizia, sta riferendo di una riunione in una casa al bivio di Trapani verso l'autostrada. Era accompagnato da Balduccio di Maggio, il boss della famiglia di San Giuseppe Jato e da Biagio Montalbano, il boss di Camporeale, gli stessi che lo lasciarono - in mezzo al guado – come dice lui, a discutere da solo con Denaro sul problema Rostagno. Denaro gli chiese di risolvere la questione Rostagno, era inteso che dovesse parlare con l'editore della televisione Rtc dove Rostagno lavorava, per chiedergli di intervenire.
Così fece e sembra che per un paio di settimane il problema si risolse, del resto Siino a quel tempo, era amico di Puccio Bulgarella, l'editore e datore di lavoro di Rostagno. Avevano anche fatto diversi affari insieme, il contatto era sicuro, avevano già trattato con Messina Denaro per risolvere un precedente problema in un cantiere edile a Gibellina; era chiaro che avrebbero risolto la questione. Sembra però che poche settimane dopo, Rostagno si scatenò in nuove dichiarazioni alla tv, così ci riferisce Siino, peggio di prima. Parlava ancora di appalti e gli appalti sono soldi.
La storia di Rostagno rivive a Trapani, grazie al lavoro della procura. Qui, dove Rostagno è stato ucciso nel 1988 e dove, dopo anni di depistaggi e montature, sembrava che l'indagine fosse destinata a concludersi nella totale impunità dei colpevoli. Le indagini erano riprese nel 1996 e finalmente, grazie ad una perizia balistica, si è potuta indicare la firma mafiosa dell'omicidio e chiedere il rinvio a giudizio di Vincenzo Virga, boss mafioso del trapanese e Vito Mazzara, uno dei presunti esecutori. Per una curiosa dimenticanza non era ancora mai stata effettuata una perizia. Ora in base alla comparazione con le perizie balistiche di altri delitti a carattere mafioso, avvenuti sia prima che dopo il delitto Rostagno, si è potuto iscrivere anche quest'omicidio in una serialità di atti criminosi a matrice mafiosa.
Oggi sappiamo che poco tempo prima di morire Rostagno era stato sentito dai carabinieri di Trapani, lo avevano interrogato su un suo servizio televisivo in cui denunciava la presenza di Licio Gelli a Trapani. Il verbale era andato perso, o dimenticato per 22 anni, oggi è agli atti nel processo. Così come tra gli atti del processo sono stati acquisiti due faldoni di appunti di Mauro Rostagno, il menabò di quella che sarebbe dovuta essere la sua prossima trasmissione televisiva su Rtc, dal titolo Avana. E se andate a cercarla su google vedrete Rostagno con un cappello Panama in testa, vestito di bianco che fuma un sigaro Avana. Forse una satira semiseria dei boss siciliani, un vestito che gli è costato la vita.
Ilmovimento del '68 a Trento, la fondazione di Lotta Continua e poi la meditazione in India sono soltanto alcune delle tappe della vita di Rostagno. All'inizio degli anni '80 Mauro Rostagno si sposta in provincia di Trapani, dove fonda 'Saman' una comunità per la riabilitazione dei tossicodipendenti.
Qui Rostagno unisce il lavoro nella comunità all'attività giornalistica presso Rtc, la televisione locale attraverso la quale denuncia gli intrecci tra potere mafioso e potere politico del territorio, in un momento in cui le parole 'trattativa Stato-mafia' dovevano ancora venire, forse perché c'era in quel periodo un totale accordo, non c'era distanza tra Stato e Mafia, come dice Leoluca Orlando, vecchio e nuovo sindaco di Palermo.
Cinque colpi di fucile colpiscono Rostagno alla guida della sua macchina, una Duna bianca. Aveva appena registrato una puntata e tornava in comunità lungo una strada di campagna. L'illuminazione era stata tagliata, solo i fari delle macchine ad illuminare lo sterrato. Un agguato e un luogo di morte a dir poco comune in quella storia non così lontana, nei territori della mafia: era il 26 settembre 1988.
«La celebrazione di questo processo, inusuale, comunque dimostra che seppure in maniera tardiva, e nonostante i depistaggi, la giustizia alla fine arriva» afferma il procuratore aggiunto Antonio Ingroia. «Mauro Rostagno era uno degli uomini liberi e coraggiosi del mondo dell'informazione che è stato ucciso dal potere politico-mafioso» ha affermato sempre Ingroia, sperando che il processo possa portare «a scoprire tutta la verità, mostrando chiaramente non solo gli esecutori ma anche i moventi e i mandanti di questo omicidio, che oggi hanno ancora il volto coperto».

L'indagine di Ingroia e il ricordo di Rostagno (Chiara Pazzaglia)

Il numero del 13 settembre 2008 di “alias”, il magazine de “il manifesto”, dedica una sezione al ricordo del 68. Una doppia pagina, con varie firme e approcci, rievoca Mauro Rostagno, la sua vita, la sua lotta, la sua morte. Non casualmente. Era recentissima la notizia che il magistrato Antonio Ingroia era riuscito a sottrarre il processo all’archiviazione. Una perizia balistica (che al tempo giusto nessuno aveva ritenuto utile) aveva ricondotto a Cosa Nostra l’arma del delitto, la stessa di altri omicidi di mafia e, grazie ad essa, si erano ritrovati indizi e prove sufficienti a individuare killer e mandanti. L’articolo, dell’ottima Chiara Pazzaglia, esprime la sorpresa e la gioia per la notizia e coglie l’occasione per rievocare i momenti più significativi della vita di Rostagno, bella e ricca. Sempre da “alias”. In un post qui appresso si potrà trovare un più recente articolo della giornalista (ottobre 2012) che dà conto del processo.
http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2013/01/il-processo-per-lassassinio-di-mauro.html
Giova dire che la coppia di articoli giova a smentire efficacemente il tentativo strumentale di fare del magistrato Ingroia, oggi impegnato in politica, un pm ideologizzato e forcaiolo, costruttore di teoremi. Tra i tanti concreti meriti del magistrato antimafia, l’elettorato di sinistra non dovrebbe dimenticare la capacità da lui mostrata di smontare i depistaggi che intorno a Rostagno si imbastirono all’interno degli apparati dello Stato. Depistaggi analoghi riguardarono l’assassinio di un altro “sessantottino” comunista, che di Rostagno fu amico: Peppino Impastato. (S.L.L.)  
Mauro Rostagno negli anni 70
Crack! Si è rotto qualcosa. Mauro Rostagno. Un libro di ricordi degli ultimi 10 anni, di sogni dei 10 anni a venire, oppure l'inverso. A piacere. (Musolini editore, Torino, 1979).
Il libro con il titolo arancione urlato a caratteri cubitali, l'ho trovato in vendita sulla bancarella del mercato delle pulci, a Messina. Solo pochi centesimi, una storia di 30 anni fa, una lettera dal passato: «Questo è il primo libro che scrivo colle mie manine. Ho picchiato sui tasti fino a rompere la macchina, l'ho rotta e adesso sono soddisfatto».
Proprio in questi giorni la lunga lotta attraverso e contro le istituzioni di Mauro Rostagno, giunge a una meta importante. Tra i leader del '68 in Italia, fondatore storico di Lotta Continua, sociologo, scrit¬tore, giornalista, Mauro Rostagno celebra i 40 anni del '68 con una vittoria, il processo per i mandanti e gli esecutori del suo omicidio.
Mauro Rostagno è stato ucciso a Lenzi, nella provincia di Trapani, il 26 settembre 1988. A 20 anni dalla sua morte, ci sarà il processo e alcuni esponenti di Cosa Nostra saranno chiamati in giudizio per il suo omicidio.
L'inchiesta, dopo anni di indagini, rischiava di concludersi con un'archiviazione, ma l'impegno di Antonio Ingroia, sostituto procuratore di Palermo, ha portato a una svolta conclusiva. Il magistrato lavorava da 10 anni al delitto Rostagno e allo scadere dell'ultima proroga concessa ha acquisito le perizie che sembrano poter dimostrare una firma mafiosa sul delitto: individuati i possibili mandanti, esecutori e moventi del delitto, tra pochi mesi gli assassini di Mauro Rostagno saranno chiamati a difendersi di fronte alla corte d'Assise di Trapani. L'accusa punta il dito contro Vincenzo Virga e il suo gruppo di killer, l'agguato sarebbe stato ordinato da Salvatore Rima.
Questo potrebbe essere un modo inedito per ricordare i 40 anni del '68, di cui Rostagno fu uno dei protagonisti, soprattutto se l'anniversario coincide con il ventennale di un brutale omicidio. Mauro Rostagno, vocazione rivoluzionaria libertaria, costringe la memoria a un esercizio di continuità tra passato e presente. A volte ripensare il '68 può assomigliare alla vivisezione di un cadavere, la vicenda di Mauro Rostagno, invece, si compie ai presente, a sorpresa, come un'onda che squarcia l'attualità.
Crack! si è rotto qualcosa.
Il nome di Rostagno non figura nelle enciclopedie biografiche: «A dieci anni dal sessantotto se ti tocca di far qualcosa, e sei un ex-leader del medesimo, e per giunta sociologo, ex-docente universitario, ex-segretario di un partitino extraparlamentare, ex Macondo, disoccupato senza una lira e in mezzo ad una strada, a dieci anni dal '68 puoi fare solo un libro 'serio'. Questo non è un libro 'serio'».
Nel '68 Rostagno sarà anche stato l'uomo dell'anno, ma in questi mesi di ri-edizione, di ri-discussione, ri-pensamenti e nuovi pentimenti, il nome di Mauro Rostagno non è saltato fuori.
Perché i filmati che ha realizzato per la tv trapanese, e per i quali a dire di molti ha trovato la morte, sono invisibili, e i suoi libri è più facile trovarli su una bancarella dell'usato che in una biblioteca? «Leader del '68» può sembrare così fatta una formula che sottrae l'uomo e la sua storia alla memoria rinchiudendolo nelle figure del mito.
A 18 anni Mauro Rostagno, figlio di operai della Fiat di Torino, aveva cominciato a fare politica e lavorava nel sindacato Fiom. La maturazione del suo pensiero politico si compie a Trento, nella neonata facoltà di Sociologia. Il movimento studentesco antiautoritario, di cui fanno parte anche Mar¬co Boato, Renato Curdo, Mara Ca-gol, Marianella Pirzio Biroli è il contesto al cui interno emergono le idee di lotta che saranno il filo conduttore del percorso politico e umano di Mauro Rostagno.
«Non vogliamo un posto nella società, vogliamo costruire una società in cui valga la pena trovare un posto» era uno degli slogan dell'università di Trento. I primi passi del Movimento Studentesco Antiautoritario cominciano nel confronto aperto con la stessa istituzione accademica: gli studenti mettono in discussione il ruolo delle università nella società italiana e in particolare a Trento la definizione stessa della figura del Sociologo. Il Movimento rifiuta la visione accademica del sociologo come burocrate d'azienda, dedito alle statistiche, al lavoro dietro la scrivania propongono invece la figura di u operatore sociale, di cui rivendicano il ruolo di intervento nelle realtà e nelle società di cui si occupa. Gli studenti di Sociologia escono fuori dai confini dell'Università, cercano il confronto con i cittadini di Trento, si occupano dei problemi delle classi lavoratrici, con le quali si misurano, in particolare con gli operai. La dimensione del movimento è trans-nazionale, si collega ai movimenti nati in altre università italiane, ai colleghi del maggio francese e al movimento in Germania. In questi anni Rostagno vive la politica con un coinvolgimento totale: lavora all'interno del movimento a tempo pieno. Il movimento è un collettivo aperto, reagisce agli avvenimenti, e Rostagno vi si dedica aderendo al suo ruolo di leader con ironia. Nel 1970 Rostagno si laurea in Sociologia con una tesi di gruppo su «Rapporto tra partiti, sindacati e movimenti di massa in Germania».
Dopo Trento, Rostagno è tra i fondatori di Lotta Contìnua, il movimento nasce secondo i suoi ideatori, come un'organizzazione capace di portare avanti le proposte del movimento studentesco. Mauro Rostagno è tra i fondatori, insieme ad Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pietrostefani e Paolo Brogi e, come segretario di Lc, si reca a Palermo. In poco tempo è tra gli organizzatori degli scioperi per il diritto alla casa, sta in piazza insieme ai senzatetto. Rostagno incarna la figura del sociologo per la quale si era battuto a Trento e i suoi metodi di lavoro trovano eco in un intellettuale che a sua volta lavorava a Palermo, Danilo Dolci. Come per Dolci, per Rostagno, la Sicilia e i suoi problemi sono un laboratorio, un campo nel quale l'intellettuale, sociologo, scrittore, giornalista, deve immergersi e lavorare: istituire il dialogo con vari gruppi sociali, lavorando con loro affinché emergano i nodi sociali e politici; le persone potranno in questo modo sviluppare una consapevolezza, un proprio pensiero e maturare la capacità di prendere la parola e parlare. Le realtà possono cambiare.
L'esperienza di Lotta Contìnua segna anche un momento di rottura nel percorso politico di Rostagno. Il lavoro sul territorio lo appassiona ma vive con difficoltà l'istituzionalizzazione del movimento, non accetta il ruolo di militante per mestiere. Si ritrova sempre fuori dai limiti consentiti, non si sente a suo agio nella parte. Matura la convinzione che il processo di istituzionalizzazione del movimento sia fallimentare, una modalità di azione troppo simile al sistema che si vuole cambiare, che nel farsi schema perde di vista la realtà delle cose.
Rostagno denuncia l'impossibilità di autocritica e di cambiamento all'interno di Lotta Contìnua, la rigidità e i limiti dell'istituzione e si sente sempre più oppresso dallo schema di lotta in cui si trova a far parte. L'esperienza si chiude nel '76: la carriera di militante Rostagno la rifiuta, insieme alla carriera accademica (una collaborazione di 4 anni da precario a 200.000 lire al mese).
Come alternativa al progetto di istituzionalizzare il movimento, Rostagno elabora un'invenzione.
Macondo è a Milano, è uno spazio da occupare e da inventare, l'intento è lavorare collettivamente per le proprie idee, elaborarle e praticarle. A Macondo, i 10 anni del '68 diventano «la grande svendita per fallimento del '68 (...) con materiale e reperti dell'epoca, sia oggetti morti, sia soggetti viventi, sia morti viventi non si sa più se soggetti o oggetti». Dopo varie incursioni della polizia, il locale chiude.
La fine di Macondo è un momento di disillusione e disincanto rispetto alla possibilità di far aderire la politica alla vita e di portare avanti collettivamente le idee. Rostagno parte per l'India, e questa volta è solo. Sarà un periodo di tempo in cui Rostagno mette a fuoco il proprio pensiero. Meditazioni, esercizi spirituali, sono vissuti come una pratica intellettuale, non come una ricetta new age o una religione. Rostagno rifiuta un'altra carriera, quella di pubblicitario, per diffondere la filosofia del suo guru nel mondo e rientra in Italia.
Siamo agli inizi degli anni Ottanta, nel frattempo molte cose sono cambiate e molti si sono dimenticati di lui. Quella che opera, è ancora una volta una scelta d'azione.
Crack! Si è rotto qualcosa.
Sceglie nuovamente la Sicilia, sceglie una delle province più remote della Sicilia, un territorio dove la mafia regna nel silenzio di tutto e tutti. A Lenzi, in provincia di Trapani, Rostagno fonda Saman, all'inizio una comunità di incontro, che in poco tempo diventa una comunità per il recupero di tossicodipendenti. Rostagno vi porta tutte le esperienze che ha maturato: intuisce l'enorme controllo sociale esercitato attraverso l'eroina e fonda una comunità laica dove le persone imparano a liberarsi della droga e ad avere nuovamente rispetto di sé attraverso lo stare insieme, la pratica del dialogo e le meditazioni che Rostagno ha appreso in India. L'attività di Rostagno si dispiega a tutto campo sul territorio.
La formula è sempre la stessa: stare in mezzo alle realtà, cercare di comprendere, discutere, studiare. Insieme ad alcuni ragazzi ospiti della Comunità, comincia a collaborare con una rete televisiva locale, Rete Tele Cine, Rtc. Rostagno e i suoi usano la telecamera per guardare il mondo che li circonda, per studiarlo, decifrarlo e raccontarlo.
Enrico Deaglio su “Diario” racconta: «Ogni giorno Rostagno fa il 'giro della mondezza' con i cumuli di rifiuti che non vengono raccolti. Dà notizia delle attività dei Comuni, delle denunce dei cittadini, delle inchieste giudiziarie. Fa interviste per strada, mandandole in onda integralmente, chiedendo alle persone di raccontare le proprie opinioni su temi vari, l'infedeltà coniugale per esempio. Segue le inchieste della magistratura e ne da notizia, intervista i magistrati impegnati. Se c'è un processo di cui non si vuole parlare, cerca di documentare tutto quello che succede».
L'occhio di Rostagno è vigile, costante e alla tv denuncia i traffici di mafia che riguardano la droga, spiegando i meccanismi e facendo il nome dei politici locali coinvolti. La sua è una presenza attiva sul territorio. Le persone iniziano ad apprezzarlo e parlano con lui. Intere scolaresche vanno alla sede di Rtc e i bambini vogliono conoscere «Mauro», la polizia chiede le sue documentazioni filmate per andare avanti nelle indagini in corso. Finalmente c'è qualcuno che parla e che facendo parlare invita le persone a pensare, a riflettere, a intervenire: una sfida per il potere mafioso, un servizio per lo Stato.
Eppure, Mauro Rostagno è solo. Le sue inchieste non trovano posto nelle tv nazionali, e nessuno, tanto meno lo Stato, si cura del lavoro che sta svolgendo. Un mese prima del suo omicidio gli giunge una lettera: si tratta della domanda di comparizione per il processo Calabresi. Rostagno parla alla televisione di Rtc e dice che quando tornerà racconterà tutto il contenuto del suo interrogatorio col giudice.
Peccato, non c'è stato il tempo. La sera del 26 Settembre, Mauro Rostagno viene ucciso in un agguato sulla strada che faceva tutti i giorni dalla televisione alla comunità Saman, per tornare a casa dal lavoro. C'è chi ha avuto il tempo di sottrarre i filmati che Rostagno aveva realizzato. Compreso uno degli ultimi: Rostagno era andato a parlare con Giovanni Falcone e aveva ricontattato alcuni esponenti del Pci nazionale. Secondo alcuni testimoni, che avrebbero visto il filmato prima che fosse rubato, Rostagno aveva documentato un aereo dell'aviazione militare italiana mentre, fermo in una pista in disuso dell'aeroporto militare di Kinisia a Marsala, venivano scaricati medicinali e caricate armi. L'aereo era diretto in Somalia.
C'è stato tutto il tempo per depistare le indagini e per scegliere il silenzio. Un silenzio grande, complice della dimenticanza. Cancellare il suo lavoro per cancellare la sua identità: una memoria che ci è stata sottratta, una parte del '68 che rimane ben nascosta.
Il sostituto procuratore Ingroia ha però ripreso i fili del discorso, ed è una grande occasione. Ha ripercorso tutte le attività e gli incontri di Mauro Rostagno negli ultimi tempi prima che fosse ucciso. La «prova decisiva» sta in una perizia balistica affidata alla polizia scientifica: alcuni proiettili esplosi nei delitti di mafia della provincia di Trapani presentano le stesse tracce riscontrate sulle pallottole che hanno ucciso Mauro Rostagno.
Crack! Si è rotto qualcosa.Qualcosa come un silenzio, un vuoto di memoria.

“alias”, 13 settembre 2008

Mussolini, il Tribunale Speciale e le donne "incorreggibili"

Mussolini nell'Agro Pontino circondato da "massaie rurali"
In un intervento alla Camera lungo, "grave" e "solenne", quello del 26 maggio 1927, che i giornali fascisti battezzarono "discorso dell'Ascensione", Benito Mussolini annunciava la stretta repressiva del Regime. All'interno di uno dei passaggi più duri e minacciosi trovava il modo di lanciare un chiaro messaggio antifemminista :
"Tutti i giornali d'opposizione sono stati soppressi; tutti i partiti antifascisti sono stati sciolti, si è creata la Polizia speciale per Regioni, che rende già segnalati servizi; si sono creati gli uffici politici di investigazione; si è creato il Tribunale Speciale che funziona egregiamente e non ha dato luogo a inconvenienti e meno ne darà, specialmente se si adotterà la misura escludere dalle sue mura l'elemento femminile, il quale spesso porta nelle cose serie il segno incorreggibile della sua frivolezza".

Lutero e Savonarola. Due terribili frati (Valerio Castronovo)


Martin Lutero
Qualcuno, fra i protestanti, ha parlato di Savonarola come di un precursore di Lutero. E c' è chi l' ha dipinto come un avversario della tirannide e un vindice della repubblica. Altri, ancora, ne hanno fatto un antesignano della democrazia in chiave laico-patriottica (così Pasquale Villari) o della conciliazione fra religione e scienza in una prospettiva neoguelfa e cattolico-modernista (basti pensare a Tommaseo, Joseph Schnitzer e Roberto Ridolfi). Insomma, attorno alla persona di fra' Girolamo, idealmente trasfigurata da un'iniqua scomunica papale, e del suo supplizio nel maggio 1498, sono fioriti i miti più diversi.
Così come non sono mancati gli anatemi, non soltanto da parte di coloro che a suo tempo avevano bollato Savonarola alla stregua di un indemoniato e di un eretico, ma anche di quanti hanno visto in lui un visionario esaltato e un demagogo, vittima alla fine dell' intolleranza e delle fobie che egli stesso aveva scatenato e che gli si erano ritorte contro.
D' altra parte, ancor oggi è difficile trovare giudizi concordi su una figura così complessa, esaltata dagli uni, bistrattata dagli altri.
Quello che si può dire con certezza, è che Savonarola non fu un santo, come l'hanno effigiato i "piagnoni" suoi seguaci, e neppure un grande riformatore religioso.
Ben più creativa e poderosa fu la personalità di Martin Lutero, al di là di certe analogie che pur è possibile riscontrare fra il frate domenicano italiano e il monaco agostiniano tedesco: lo stesso temperamento impetuoso e aggressivo, la medesima capacità di suggestione esercitata attraverso i gesti e la parola, una sensibilità spirituale che per entrambi traboccava in una passione mistica e in un'esperienza ascetica carica di pathos medievale.
Ma, detto questo (e ci sarebbe già da discutere fino a che punto si possano spingere simili paragoni), resta il fatto che Lutero fu il protagonista di un'autentica rivoluzione che segnò l'avvento dell'età moderna nel suo momento religioso (la libertà del cristiano salvato dalla propria fede e dalla grazia di Dio) e nel suo momento politico (la testimonianza di sé e della propria coscienza, quale germe e giustificazione dei diritti fondamentali dell'individuo). Sicché ancor oggi - come osserva Hellmut Diwall in una appassionata biografia (Lutero, il frate che divise e incendiò l' Europa, Rizzoli, pagg. 437, lire 30.000), che pur fa giustizia di alcune interpretazioni sovraccariche di significati simbolici - l'eredità spirituale di Lutero rimane viva e stimolante, malgrado i cinque secoli che ci separano da lui: non solo per l'impegno di cui diede prova nel ricercare la verità, ad onta del mondo e dei santi, o per il suo rifiuto di ogni tabù, a dispetto dei dogmi, ma anche per le angosce, i drammi e le contraddizioni con cui egli visse questa sua incrollabile esigenza di percorrere sino in fondo le strade più difficili della fede e della libertà. Anche Savonarola recepì i fermenti e le aspirazioni di palingenesi del suo tempo, denunciò le degenerazioni del papato e il decadimento della morale pubblica, invocò un rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche e della società. Ma le sue soluzioni non si collocavano nella prospettiva di una nuova era; e la sua sfida al potere non ebbe mai lo spessore teorico e la vigorosa coerenza che caratterizzarono il pensiero e l'opera di Lutero.
Gerolamo Savonarola
Queste differenze emergono ancor più nettamente dal saggio (il primo di una trilogia) che Franco Cordero ha dedicato al domenicano ferrarese (Savonarola. Voce calamitosa 1452-1494, Laterza, pagg. 368, lire 35.000). Ripercorrendo passo a passo le vicende di fra' Girolamo, l' autore ne svela gli aspetti più intimi: i penchants masochistico-femminili e le libidini necrofiliache dei suoi deliqui mistici, gli artifici scenico-verbali impiegati per ravvivare i suoi sermoni (le prime prove dal pulpito erano state un disastro, per la voce troppo fioca e il gesto sgraziato), gli espedienti escogitati per richiamare gente e far spettacolo (che cosa c'era di meglio delle profezie, le più ardite e incandescenti, per suscitare sensazioni forti e per imporsi all'uditorio?). Di fatto, proprio questo genere di "comparse", di prediche roventi accreditate come "divine illuminationi" (in cui la condanna della "deboscia e fasto" del clero, la deplorazione dei "peccati della Italia" e la fustigazione dei costumi fiorentini, si accompagnavano alla predizione di un "gran flagello salutifero" per la Chiesa di Roma e l'intera penisola), decretò il successo strepitoso che in breve tempo Savonarola seppe conquistarsi. L'eco delle sue chiose all' Apocalisse, più che alcune sue operette spirituali di tono edificante, finì coll'imporlo anche negli ambienti più colti e sofisticati: tant'è che da quaresimalista in Duomo divenne nel 1491 anche priore del convento di San Marco. D'altra parte, il parossismo agonistico e il profetismo messianico di Savonarola traevano forza e legittimazione dalle infamie e dalle scelleratezze che brulicavano un po' dovunque, sullo sfondo di una società tanto ricca e infiacchita quanto cinica e feroce.
La Chiesa, innanzitutto - andava ripetendo Savonarola -, "haveva a esser flagellata, rinnovata, et presto", ridotta com'era a sentina di ogni malaffare e depravazione. E Firenze, "ombelico d' Italia", avrebbe potuto, una volta emendata dai suoi vizi, guidare l'opera di rinnovamento del mondo cristiano, diventare una "nuova Gerusalemme". D'altra parte, a compiere la vendetta divina nei confronti delle supreme gerarchie della cristianità, cadute scandalosamente nell'incredulità e nel lassimo, e a redimere l'Italia dalle ingiustizie e dalla corruzione che l'opprimevano, sarebbe sceso d’oltralpe un "novello Ciro". Ma quando Savonarola predisse, nella quaresima del 1494, l'uragano che si sarebbe abbattuto sull' Italia, già si sapeva dei preparativi di Carlo VIII e delle trame politiche che avrebbero spalancato alla sua spedizione le porte della penisola. Quindi è lecito pensare che dagli oracoli che andava pronunciando, Savoranola s'aspettasse non già qualche pio ravvedimento, quanto piuttosto un rafforzamento del suo carisma personale. In effetti, l'unico risultato cui approdò la preveggenza pur tardiva del domenicano fu il ruolo di interlocutore privilegiato col re di Francia che la Signoria gli affidò quando, nel novembre 1494, si trovò costretta a mandare a Pisa una propria ambasceria per stornare da Firenze la minaccia dell'esercito francese. Ma le intercessioni del frate non cambiarono di una virgola le condizioni che erano già state imposte a Piero de' Medici. E soprattutto l'atteggiamento di Carlo VIII, interessato a spillar quattrini, smentì in pieno le profezie savonaroliane sulla missione dell'uomo "mandato da Dio" che, nelle spoglie di "ministro dell' Onnipotenete", avrebbe dovuto rigenerare l'Italia e riscattare la religione dalle condizioni di avvilimento in cui versava.
E’ tuttavia innegabile che Savonarola fosse mosso da un ardente zelo religioso e da sentimenti autentici quando deprecava la simonia e la licenziosità dei massimi dignitari della Chiesa (alla cattedra di san Pietro sedeva ancora Alessandro VI Borgia) e quando addebitava al malcostume clericale la causa principale della vergogna e del vituperio a cui era esposta l'Italia. Le sue severe reprimende anticuriali, così come le sue furenti invettive contro le empietà e le nefandezze pubbliche e private che la Chiesa finiva per coprire con la sua latitanza, erano del tutto fondate. Dove Savonarola risultava meno convincente, era nell'indicazione dei rimedi a questo stato di cose. I suoi orientamenti dottrinari erano di per sé estranei a una vera e propria metamorfosi della Chiesa: quasi bastassero il turbamento degli animi, che egli riusciva a destare con la sua concitata eloquenza, o le aspettative apodittiche di rivolgimento che sollevava fra i più umili e malcontenti con le sue profezie di sciagure cosmiche, per dar vita a un radicale movimento di riforma. Il tratto distintivo della predicazione di Savonarola stava, senza dubbio, nella forza delle sue denunce, tanto implacabili quanto ossessive; ma questa stessa enfasi polemica, esibita con l'orgogliosa certezza di una credenziale divina, costituiva anche il suo punto debole, giacché poggiava sulla convinzione che essa potesse da sola svolgere una funzione taumaturgica.
Dalle pagine di Cordero non spira aria di simpatia nei confronti del personaggio. Anzi, la sua biografia dà spesso l'impressione di un'impietosa requisitoria, in cui una sterminata documentazione, più che un' interpretazione partecipe, fa da suggello al giudizio d'insieme. Ma proprio questa eccezionale padronanza delle fonti ha consentito all'autore di scrutare a fondo nelle pieghe più riposte (non è vero, per esempio, che Savonarola sfuggisse l'amicizia dei potenti come "un veleno pestifero" o che fosse completamente avulso da obliqui interessi settari e da faziosità di parte) e di compiere una vera e propria radiografia anche di quanto era stato appiccicato addosso a Savonarola, sgomberando così il campo dalle leggende messe in circolazione da tanta agiografia. Ciò nonostante, rimane in piedi il fascino controverso del personaggio, quella sua singolare capacità di destare, oggi come in passato, reazioni duplici e ambivalenti: da un lato, l' apprezzamento di una testimonianza di fede religiosa e di rigore etico sorretta da una forte ispirazione di perfezione cristiana; dall' altro, l' avversione nei confronti di un utopismo millenarista pervaso da un cupo sentimento apocalittico.

“la Repubblica” 25 marzo 1986

statistiche