31.7.16

Hemingway. Il nostro scrittore all'Avana (Gabriel García Márquez)


Ernest Miller Hemingway arrivò per la prima volta all'Avana nell' aprile del 1928, a bordo del piroscafo francese «Onta» che io portò da Le Havre a Cayo Hueso con una traversata di due settimane. Lo accompagnava la sua seconda moglie, Pauline Pfeiffer, che Hemingway aveva sposato solo dieci mesi prima; e né lui né lei, probabilmente, avevano altro interesse per quella città dei Caraibi che non fosse quello per uno scalo tropicale di due giorni, dopo il vasto oceano e il duro inverno di Francia. Hemingway aveva trent'anni, era stato corrispondente di giornali in Europa e autista di ambulanze durante la prima guerra mondiale, e aveva pubblicato, con un certo successo, il suo primo romanzo. Ma era ancora lontano dall'essere uno scrittore celebre; continuava ad aver bisogno di un'occupazione secondaria per mangiare e non aveva fissa dimora in nessun posto. Pauline, invece, era quel che allora si diceva una donna del bel mondo. Suo zio era un magnate nordamericano dei cosmetici, che la vezzeggiava come fosse stato suo nonno, e lei dalla vita aveva avuto tutto, compresa la bellezza siderale e l'umore instabile da moglie di Francis Macomber. Quello, però, non era il suo miglior aprile. Era incinta, annoiata dal mare, e solo desiderio, per entrambi, era arrivare al più presto a Cayo Hueso, dove avevano deciso di stabilirsi affinché Hemingway potesse terminare il suo secondo romanzo: Addio alle armi.

Quella stanza d'albergo
Di quelle quarantott'ore di Hemingway all'Avana non è rimasta traccia nella sua opera. È ben vero che nei suoi articoli giornalistici era solito fare rivelazioni molto acute sui luoghi che visitava e sulla gente che conosceva; ma, in quell' occasione, s'era imposto una vacanza dal giornalismo per consacrarsi completamente alla narrativa. Comunque, sei anni dopo, scrisse il suo primo articolo di giornalista recidivo: e si trattava di un tema cubano. Da allora in poi, sul suo soggiorno a Cuba di articoli ne scrisse una mezza dozzina, ma in nessuno ha mai fatto rivelazioni utili alla ricostruzione della sua vita privata, giacché si riferivano tutti, in generale, alla sua passione dominante di quegli anni: la pesca d'alto mare. «Questo tipo di pesca», scriveva nel 1956, «era, in passato, quel che ci portava a Cuba». La frase suggerisce che, al momento in cui fu scritta — quando ormai Hemingway viveva all'Avana da vent'anni — le ragioni della sua permanenza dovevano essere più profonde, o almeno più varie, rispetto al puro e semplice piacere di pescare.
In prossimità del bar «El Floridita» c'è l'hotel «Due mondi», dove Hemingway, ogni volta che dormiva a terra, prendeva una stanza; quando tornò dalla guerra civile spagnola finì col farne il luogo in cui scriveva stabilmente. Anni dopo, nella storica intervista con Georges Plimpton, disse: «L'hotel "Due mondi" era un buon posto per scrivere». Se si pensa alla meticolosità con cui Hemingway si sceglieva i luoghi in cui scriveva, la sua preferenza per quell'albergo può avere una sola spiegazione: senza proporselo, forse senza saperlo, si stava arrendendo ad altri incanti di Cuba, diversi, e ben più difficilmente decifrabili, che non i grossi pesci di settembre; e più importanti, per la sua anima in pena, delle quattro mura della sua stanza.
Hemingway alla Floridita con un gruppo di amici
Ciò nonostante, qualsiasi donna avesse dovuto aspettare la fine della sua giornata di scrittore per tornare ad essere la moglie di Hemingway, non avrebbe potuto sopportare quella stanza senza vita. La bella Pauline Pfeiffer lo aveva abbandonato nei suoi momenti più difficili. Ma Martha Gellhorn, che egli sposò poco dopo, trovò una soluzione intelligente: cercare una casa in cui il marito potesse scrivere quanto voleva e, nello stesso tempo, farla felice. Fu così che, sfogliando gli annunci sui giornali, trovò il bel rifugio campestre di Finca Vigìa, a poche leghe dall'Avana, che da principio prese in affitto per cento dollari al mese e che Hemingway comprò in seguito per diciottomila dollari in contanti. A molti scrittori che possiedono case in diverse parti del mondo si suole chiedere quale sia quella che considerano la loro principale residenza; e quasi tutti rispondono che è la casa in cui tengono i libri. A Finca Vigìa, Hemingway ne aveva novemila; e vi teneva anche quattro cani e trentaquattro gatti.
Visse all'Avana, complessivamente, ventidue anni. Vi passò quasi la metà della sua vita di scrittore; fu là che compose le sue opere maggiori: parte di Avere e non avere, Per chi suona la campana, Di là dal fiume e tra gli alberi, Festa mobile e Isole nella corrente; e tentò anche, innumerevoli volte, il bizzarro romanzo proustiano sull'aria, la terra e l'acqua che ebbe sempre in mente di scrivere. Sono questi, tuttavia, gli anni meno conosciuti della sua vita, e non solo perché furono quelli di maggior riserbo, ma anche perché i suoi biografi sono stati concordi nel sorvolare di essi con sospetta frettolosità.
Come fosse quell 'Hemingway segreto, fu la demanda che si fece il giovane giornalista cubano Norberto Fuentes nel giugno del 1961, quando il suo redattore capo lo mandò a Finca Vigìa per scrivere un articolo sull'uomo che la settimana prima s'era fatto saltare le cervella con un colpo di fucile al palato. La sola cosa che, in quel momento, Norberto Fuentes sapesse di Hemingway era quel poco che gli aveva raccontato suo padre, un pomeriggio che avevano incontrato lo scrittore, per caso, nell'ascensore di un albergo. In qualche occasione — quando non aveva più di dieci anni — lo aveva visto passare sul sedile posteriore di una lunga Plymouth nera e gli aveva fatto la fantastica impressione che lo stessero portando al cimitero, seduto nel carro funebre più noto nelle osterie della città. Partendo da quelle fugaci apparizioni, Norberto Fuentes si impegnò a fondo nell'immane compito di appurare come fosse l'Hemingway di Cuba, che alcuni biografi postumi sembravano interessati non solo ad occultare, ma anche a travisare. Gli sono stati necessari venti anni di meticolose indagini, di difficili interviste, di ricostruzioni apparentemente impossibili, per far riemergere Hemingway dalla memoria di cubani anonimi che ne avevano condiviso le ansie d'ogni giorno: il suo medico personale, gli equipaggi delle barche da pesca, gli amici dei combattimenti di galli, i cuochi e gli inservienti di taverne, i bevitori di rum nelle notti di baldoria a San Francisco de Paula.
Fuentes è rimasto mesi interi a setacciare i resti della vita di Hemingway a Finca Vigìa, ed è riuscito a scoprire l'impronta del suo spirito nelle lettere mai spedite, nelle minute fitte di cancellature, negli appunti a metà stesura, nel magnifico diario di navigazione in cui rrifulge tutta la luminosità del suo stile. Ha stabilito, con intuizione personale, che Hemingway s'era radicato nell'anima di Cuba molto più profondamente di quanto non supponessero i cubani del suo tempo, e che pochissimi scrittori avevano lasciato tante impronte digitali a rivelare il loro passaggio nei luoghi più impensati dell'isola.

Un invitato per volta
Il risultato finale è questo reportage sanguigno e illuminante, di circa 700 pagine, che ho appena finito di leggere nell'originale, e che ci restituisce l'Hemingway vivo e un po' fanciullesco che abbiamo creduto in molti d'intravedere fra le righe dei suoi magistrali racconti. Il nostro Herningway: un uomo turbato dall'incertezza e dalla brevità della vita, che alla sua tavola non ebbe mai più di un invitato per volta, e che riuscì, come pochi nella storia umana, a decifrare i misteri pratici dell'occupazione più solitaria del mondo.
Traduzione di Letizia Bianchi La Rocca


“la Repubblica”, 30 ottobre 1982

Guernica 1937. Così il fascismo si faceva propaganda (Angelo d'Orsi)

Guernica bombardata
Guernica, settant'anni fa, in quella primavera del 1937: lunedì 26 aprile, a metà del pomeriggio, aerei della Germania hitleriana, grande alleata del generalissimo Franco, e dell'aviazione legionaria di Mussolini radevano al suolo la cittadina basca di Guernica; obiettivo poco significativo sul piano militare, ma l'azione di tipo terroristico intendeva ammonire sia gli odiati «rossi», i repubblicani, sia i baschi, con le loro tendenze separatiste. Infatti, l'azione ebbe luogo in un giorno di mercato, e fu un esempio tra i primissimi di quel che da allora si chiamò «bombardamento a tappeto», una tattica militare poi divenuta usuale.
Il bombardamento, in un crescendo di azioni, si concluse solo con il sopraggiungere della notte. La cittadina, dove accanto ai settemila abitanti, viveva qualche migliaio di profughi, fu demolita, con scientifica sistematicità. L'azione terroristica si estese alle campagne circostanti, colpendo con molto zelo tutte o quasi le fattorie isolate. Un giornalista scrisse che nella notte esse ardevano come candele.
Si trattò dunque di un'azione dal significato politico-propagandistico più che militare. E in quel 1937, davvero il fascismo, su scala internazionale, sembrò essere al culmine della sua potenza, una specie di piovra che allungava i tentacoli sull'Europa, ma già guardando oltre. La «vittoria» di Guernica fu sfruttata abbondantemente a fini di «comunicazione»; d'altronde la Guerra di Spagna fu una guerra ideologica, nella quale la propaganda svolse un ruolo decisivo, da una parte e dall'altra. Il regime mussoliniano, proclamato da poco l'Impero con l'annessione dell'Etiopia, si era avviato compiutamente sulla strada dell'imperialismo (che gli sarebbe stata fatale) e sulla scorta dell'esperienza africana, su quella del razzismo di Stato: l'anno seguente con le «leggi per la tutela della razza» l'Italia creò una mostruosità giuridica e morale che non aveva l'eguale sulla scena europea. L'alleanza con la Germania hitleriana era nei fatti, prima ancora che nei patti.
In quello stesso anno, la scomparsa, direttamente o indirettamente addebitabile al fascismo, delle due grandi figure dell'opposizione, note sulla scena mondiale, ossia, in Italia, Antonio Gramsci, che moriva all'alba del 27 aprile, dopo una lunga agonia nelle prigioni del duce, e, in Francia, Carlo Rosselli, ucciso insieme con suo fratello Nello, dai «cagoulards», ossia i sicari francesi del fascismo. Sembrò che le speranze di una ripresa dell'antifascismo fossero prossime a spegnersi: non è un caso che un compagno di Gramsci, Angelo Tasca, pubblicasse, l'anno dopo, un libro, in francese (Naissance du fascisme), che voleva essere un grido d'allarme proprio contro quella piovra che minacciava il mondo. E che nella sua patria autentica, l'Italia, aveva ormai perfezionato il suo controllo non solo politico, ma culturale e antropologico sugli italiani. Uno dei protagonisti di questa fase fu Cesare Maria De Vecchi, che ancora nell'anno '37 dava alle stampe un farraginoso volume ridondante di retorica: Bonifica fascista della cultura è il suo inquietante titolo. In quel medesimo anno, si chiudeva la pubblicazione, avvenuta a tempo di record (il primo volume era apparso nel '29), dell'Enciclopedia Italiana, diretta da Giovanni Gentile. Non è casuale che in quel 1937 nascesse il Ministero della Cultura Popolare - subito ribattezzato dagli italiani, tra il serio e il faceto, Min.Cul.Pop. - che fu da allora in avanti strumento fondamentale del regime ai fini del controllo degli intellettuali. Ma, se riuscì a irreggimentare gli uomini, alla lunga, il controllo delle idee si rivelò impraticabile nella sua ambizione totalitaria: e oggi nel Pantheon degli italiani, mettiamo Gramsci e Rosselli, non De Vecchi o Bottai. E in quello degli europei non troveranno posto né Hitler, né Franco, né Mussolini.


La Stampa, 27 aprile 2007

Così cucinavano (e mangiavano). Cervelli d'abbacchio Marilù (1958)

Ho trovato questa ricetta in Oggi e Domani 1958, l'agenda per le donne dell'Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA). Ho potuto solo immaginarla, non solo perché infrange alcuni salutari divieti che mi sono imposto, ma anche perché non è facile da reperire l'ingrediente fondamentale nel quantitativo richiesto. Un cervello d'abbacchio si può trovare senza difficoltà, ma 4 tutti insieme solo a Pasqua; e a me non da gusto preparare cose speciali per me solo. Mi sa, però, che dovrebbe essere una pietanza gustosa senza aggressività. (S.L.L.)

(per 4) - quattro cervelli d'abbacchio - gr.50 burro - un cucchiaio scarso di farina 00 - un bicchiere abbondante di latte - 1 uovo - il succo di mezzo limone - sale quanto basta.

Lessate i cervelli, lasciateli raffreddare, quindi tagliateli in due per la lunghezza. fate intanto liquefare un quarto del burro, stemperatevi la farina, e con il latte preparate una besciamella piuttosto liquida. Cotta lasciatela un po' intiepidire. 
Intanto ponete il rimanente burro in una teglia Pyrex e, quando è dorato, versatevi i pezzi di cervello dolcemente, facendo attenzione che non si rompano. Cuoceteli fintanto che abbiano preso una bella doratura e versatevi sopra la salsa precedentemente preparata, nella quale avrete già sbattuto il tuorlo dell'uovo.
Mettete ora in forno dolce per una quindicina di minuti - non deve gratinare né colorirsi la pasta - e servite spruzzato di limone.

30.7.16

“una mirada”. Una poesia di Alejandra Pizarnik (1939-1972)

Alejandra Pizarnik
una mirada desde la alcantarilla
puede ser una visión del mondo

la rebelión consiste en mirar una rosa
hasta pulverizarse los ojos


Uno sguardo
uno sguardo dal fondo di una fogna
può essere una visione del mondo

la ribellione consiste nel guardare una rosa
fino a ridurre in polvere gli occhi.
Traduzione Salvatore Lo Leggio



da Poeti ispano-americani del '900, a cura di Francesco Tentori Montalto, Bompiani, 1971

29.7.16

Psicologia del terrorista. La solita banalità del male (Nico Pitrelli)

Mohammad Sidique Khan, il leader dei quattro kamikaze che il 7 luglio 2005 si fecero esplodere a Londra in quello che è ricordato come “l’11 settembre del Regno Unito”, decise di rimandare di un giorno l’attentato per accompagnare in ospedale la moglie incinta. È un particolare che stride con la rappresentazione ancora troppo diffusa dei terroristi come psicopatici o sadici assassini e che fa sorgere una domanda ovvia: cos’è che spinge uomini (e donne) apparentemente ordinari a commettere atti così atroci? Il magazine “Scientific American Mind” dedica un numero speciale in uscita a maggio per rispondere a questo interrogativo facendo riferimento alle ricerche più recenti.
In un report dal titolo The Psychology of Terrorism, la rivista statunitense illustra i risultati delle indagini più accreditate a disposizione per comprendere i meccanismi che portano al fanatismo e come mai negli ultimi cinque anni i gruppi jihadisti in Siria e Iraq sono riusciti a reclutare circa 30 mila foreign fighters.
Un primo fatto assodato è che non ci troviamo di fronte a dei mostri. Come sostengono nel loro contributo gli psicologi sociali S. Alexander Haslam e Stephen Reicher, da un punto di vista psicologico la maggior parte degli aderenti a gruppi radicali non sono molto diversi dai volontari americani che parteciparono circa quarant’anni fa allo studio, diventato poi famoso, noto come l’esperimento della prigione di Standford.
Si trattò di una controversa ricerca svolta nel 1971 nei sotterranei dell’università californiana per cercare di comprendere cosa succede a della “brava gente” messa in un posto “cattivo”. L’indagine, condotta dallo studioso Philip Zimbardo, prevedeva l’assegnazione dei ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. I risultati furono da subito drammatici. Dopo pochi giorni iniziarono violenze, soprusi, umiliazioni. Studenti “perbene”, psicologicamente sani, si trasformarono rapidamente in crudeli aguzzini. Seppur molto criticata sul piano metodologico e soprattutto su quello etico, la ricerca segnò un passaggio importante nello studio di come certe situazioni sociali e specifiche dinamiche di gruppo incidano sulla genesi di comportamenti violenti.
Rispetto a questi lavori, le prospettive di ricerca attuali hanno focalizzato lo sguardo sui processi di radicalizzazione nei contesti di vita reali e non in situazioni simulate.
L’antropologo Scott Atran ha dedicato buona parte della sua vita professionale a intervistare in profondità terroristi, jihadisti ed estremisti di mezzo mondo per giungere alla conclusione che le radici della violenza in queste persone non vadano trovate in qualche intrinseco difetto della personalità, ma nel senso di appartenenza a una comunità che si ritiene umiliata e marginalizzata. Come descritto nel volume Talking to the Enemy, scritto da Atran nel 2010, i terroristi di solito non sono né folli, né poveri, né tanto meno ignoranti. La chiave di interpretazione più corretta, sostiene lo studioso, è piuttosto considerarli una “banda di fratelli” idealisti, uniti da forti legami di amicizia e da una causa ritenuta nobile e giusta, disposti al sacrificio estremo per contribuire all’affermazione di un futuro finalmente radioso, almeno dal loro punto di vista.
A dimostrazione di quanto l’azione terroristica sia guidata da dinamiche di gruppo fortemente influenzate dall’identità sociale e iscritte in un disegno palingenetico, l’anno scorso Shahira Fahmy, studiosa di giornalismo araba-americana dell’Università dell’Arizona, ha svolto un’analisi sistematica della propaganda dell’Isis dimostrando che, al contrario di quello che appare nelle televisioni o nei giornali occidentali, la violenza è quasi del tutto assente nella produzione mediatica dei leader del terrore. La loro comunicazione è popolata invece da visioni di un «idealistico Califfato» dove finalmente tutti i musulmani potranno vivere armoniosamente. Come descritto nella ricerca di Fahmy, le più significative immagini comparse nelle pubblicazioni dello Stato Islamico tra il 2014 e il 2015 evocavano il senso di appagamento derivante dalla vita nel Califfato. Una, per esempio, tratta da “Dabiq”, un magazine tradotto in varie lingue, incorporava il testo Al-walaa wa-l-baraa (lealtà e diniego), un riferimento al concetto islamico di amicizia messo a confronto con il razzismo in America. Vieni a vivere con noi, era il senso del messaggio, è troverai l’utopia in terra.
Più che consolazione e supporto, sono quindi le narrazioni a giocare un ruolo cruciale nelle attuali strategie dei capi delle organizzazioni terroristiche. Il riconoscimento della loro autorità passa per la formulazione di promesse di una società migliore necessarie a costruire un’identità condivisa e a fornire cornici d’interpretazione della realtà per i reclutati, che per altri versi non rispondono a disegni orchestrati e rigidamente pianificati dall’alto.
Nel suo libro del 2004 Understanding Terror Networks, lo psichiatra forense Marc Sageman sottolineava che «i mujahedin fossero killer entusiasti e non robot che agivano in risposta a pressioni sociali». Più che come reazione a rigide catene di comando, è più frequente che i terroristi agiscano trovando modalità uniche, individuali e innovative per perseguire le proprie finalità, secondo quella che alcuni studiosi hanno definito «un’anarchia organizzata».
La lezione più ampia delle ultime acquisizioni della psicologia del terrorismo è che il processo di radicalizzazione non avviene in un vacuum, ma è determinato da contrasti tra differenti gruppi sociali che le voci più radicali cercano in tutti i modi di sfruttare per renderli inconciliabili. In questo senso gli estremisti islamici e gli islamofobici sono due facce della stessa medaglia, indispensabili gli uni agli altri dato che, come dimostrato dai già citati Reicher, Haslam e altri colleghi, si tende con più probabilità a sostenere e seguire un leader bellicoso, rispetto a uno moderato, se il gruppo sociale in competizione con il nostro sembra manifestare comportamenti aggressivi. È il cosiddetto ciclo della co-radicalizzazione, che dimostra quanto il terrorismo abbia a che fare soprattutto con la polarizzazione delle posizioni e con la conseguente riduzione della “zona grigia” di una coesistenza costruttiva. Le possibili soluzioni per sfuggirvi, sintetizzano gli autori, dovranno riguardare per questo motivo «tanto “noi” quanto “loro”» e considerare la capacità di elaborare contro-narrazioni efficaci.


Pagina 99, 9 aprile 2016

Da quella stella... Una poesia di Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti
Da quella stella all'altra
Si carcera la notte
In turbinante vuota dismisura,

Da quella solitudine di stella
A quella solitudine di stella.

da Il Taccuino del Vecchio (1952-1960) in Opere scelte, Edizioni Il Sole 24 ore 2007

28.7.16

Sebastiano Timpanaro educatore politico (Tullio De Mauro)

Quello che segue è un ampio stralcio dell'intervento di Tullio De Mauro tenuto alla Normale di Pisa nell'anniversario della morte di Sebastiano Timpanaro, pubblicato dal quotidiano “la Repubblica”. (S.L.L.)
SebastianoTimpanaro

Sebastiano Timpanaro era nato nel 1923 a Parma, dove il padre, suo omonimo, siciliano d'origine, era aiuto di fisica sperimentale. Il ricordo del padre non è un puro dato biografico. Dobbiamo ricordarne la figura per i suoi contributi di promozione e difesa della cultura scientifica e della razionalità critica nel nostro paese e per la sicura influenza intellettuale ed etico-politica che esercitò sul figlio, che alla figura paterna e al suo socialismo tornò nel 1952, curandone una raccolta di scritti di storia e critica della scienza. Il padre, con la madre, Maria Timpanaro Cardini, autrice di studi ed esemplari edizioni della sofistica, si trasferì poi in Toscana come professore di liceo a Firenze e come direttore della Domus Galileiana a Pisa. E qui, tra Firenze e Pisa, il giovane Sebastiano Timpanaro conobbe Giorgio Pasquali e ne divenne allievo.
Per ogni filologo l'incontro con la riflessione critica sulla lingua è, occorre credere, ineluttabile. Un critico letterario, uno storico di tipo italiano può forse credere di farne a meno. Un filologo no. Ovvio che ineluttabile fosse quell'incontro anche per il giovane Timpanaro.
Pasquali dette al giovane un'altra impronta indelebile: il rispetto sì degli apparati disciplinari, ma insieme la consapevolezza che nelle "scienze dello spirito" (e forse non solo) comandano i problemi e per intenderli e risolverli occorre sapersi munire di armi disciplinari anche eterogenee, a costo di perdere concorsi universitari perché non si è icsologi puri, avendo studiato anche y, z e magari a e b. A costo di perderli o di tenersene lontani, come Timpanaro ha fatto per tutta la vita. C'era un altro passo che sulla via dell'appropriazione della linguistica restava e resta sempre da fare. È il passo, non facile, della storicizzazione critica degli strumenti di analisi e dei quadri teorici della linguistica. In modo un po' paradossale si può dire che questo passo consiste nel trattare la linguistica proprio come un filologo pasqualiano sa trattare un testo: come un insieme che ci si offre sì con una sua coerenza, talora chiusa, magari mutriosa e superciliosa, e tuttavia formatosi tra i rimbalzi e le occasioni (magari mancate) della vicenda storica, a volte biografica. Questo passo ulteriore, di conquista della consapevolezza storica e critica della linguistica, è stato compiuto da Timpanaro, e magistralmente, e in epoche in cui né la linguistica era di moda o ben affermata in Italia né, in tutto il mondo, gli studi di storia e teoria della linguistica avevano sviluppo e credito perfino tra gli stessi linguisti.
Dagli anni Cinquanta Timpanaro entra in questi campi da dominatore, li svecchia. I suoi lavori di taglio più accentuatamente storico, su Friedrich e Wilhelm Schlegel e gli inizi della indoeuropeistica in Germania, su Franz Bopp e il mondo culturale tedesco della Romantik, e sulla ricezione di ciò nel mondo culturale italiano, su Carlo Cattaneo, Bernardino Biondelli, Graziadio Ascoli e i suoi epigoni, su figure minori come Lignana o Flechia, segnano altrettante svolte nello stato degli studi di storia degli studi linguistici. La trama di questi lavori di storia della linguistica mostra chiari legami con i lavori della storia della cultura e della società italiana dall'Otto al Novecento: del resto personalità come Cattaneo, più evidentemente, ma perfino lo stesso Ascoli difficilmente si lasciano chiudere entro l'orizzonte della sola linguistica.
Così Timpanaro pare sospinto dai suoi stessi oggetti a procedere oltre, a collegare il suo lavoro di ripensamento storico della linguistica ottocentesca ad altro: a studiare la vita culturale e sociale italiana dell' Ottocento, da un lato, dall'altro a procedere nell'analisi delle radici e dei limiti dell'organizzazione teorica della linguistica ottocentesca, ciò che lo porta ad allargare lo sguardo alla linguistica del Novecento, dagli apporti di Meringer e Freud e della psicanalisi e da Saussure fino allo strutturalismo dei linguisti e degli antropologi, a Chomsky.
Ma si resta ancora lontani dal capire il senso d'insieme di questi lavori. Essi possono perfino suscitare l'impressione di una certa dispersività, tanto più se ad essi si affiancano i lavori più strettamente filologicotestuali, da un lato, e poi, ancora, il noto recupero pieno del Leopardi filologo, linguista e, soprattutto, filosofo materialista, i contributi importanti di storia della cultura letteraria e della lotta politica in Italia, di storia della Resistenza in Toscana, su De Amicis narratore e socialista, su idealismo e materialismo, in biologia, storia, letteratura, sul marxismo teorico e politico, su analogie e diversità tra diritto e altre istituzioni sovrastrutturali e non, a cominciare dalla lingua.
Timpanaro stesso sapeva bene che qualcuno intorno a lui lamentava questo suo apparente disperdersi. A proposito del suo aver lasciato da parte il progetto giovanile di un'edizione critica di Ennio e di non avere mai intrapreso quell'edizione critica di Virgilio che Eduard Fraenkel sognava per lui, Timpanaro nel 1981 scriveva con grande modestia: «Anche parecchi anni fa mi sarebbero (...) mancate la pazienza e l'assidua dedizione a un unico argomento».
Eppure la dedizione a un "unico argomento" c'era. È giunto assai vicino a coglierlo chi, come Emanuele Narducci in un ritratto fatto per “Belfagor” ha additato la costante passione politica democratica e socialista che trascorre nella vita e traspare quasi in ogni scritto di Timpanaro, quelli metricologici compresi. La milizia politica appassionata e rigorosa, e quindi per lunghi tratti e negli ultimi anni quasi inevitabilmente isolata, "inorganica", essa stessa ha però una chiave eticointellettuale che la anima e giustifica. Credo che si debba riandare a quello che Timpanaro ha scritto del padre e alla figura del padre, suo omonimo: un uomo che avvertì il peso sociale e culturale, la vergogna etica della chiusura italiana verso le scienze e la razionalità scientifica e spese la sua vita di saggista e storico per combattere tale chiusura. Questo a me pare che abbia lasciato non una traccia, ma una piena continuità in Timpanaro junior. Ogni suo scritto è una difesa dei diritti della razionalità, inclusi in ciò il riconoscimento della fragilità e dei limiti della razionalità stessa, con un destinatario preciso: la nostra cultura e le nostre inculture nazionali che bloccano il cammino civile della nostra società italiana e di altre.
Di lui può e deve dirsi quel che è stato detto di un altro sommo "dispersivo", il suo amato Cattaneo. Come le opere di Cattaneo, anche gli scritti di Timpanaro ritrovano una profonda unità se sappiamo vederne nell'autore un "educatore politico". Educatore politico e perciò filologo insigne, educatore politico e perciò profondo conoscitore dell'essere e dei malesseri della nostra tradizione culturale e filosofica, educatore politico e perciò volta a volta pronto a scendere in campo contro le persistenze vacuamente spiritualistiche o sprofondarsi nelle ricerche di storia della linguistica o di linguistica teorica.


“la Repubblica”, 23 novembre 2001  

La Toscana per Timpanaro, il rivoluzionario erudito (Beatrice Manetti)

Un grande solitario lo era stato sempre, però negli ultimi anni, anche prima della malattia che il 26 settembre dello scorso anno lo avrebbe portato alla morte, Sebastiano Timpanaro si era praticamente autorecluso. Tra via dei Ginori, dove abitava, e via degli Alfani, dove frequentava l'Istituto di filologia classica, il suo cappotto grigio non si vedeva quasi più. Erano diventate rare anche le sue torrenziali telefonate agli amici. «Cosa esco a fare? - diceva a Marcello Rossi, il direttore del «Ponte», con cui aveva lavorato per più di vent'anni alla Nuova Italia - Incontro solo una gran massa di imbecilli, che per di più mi salutano».
Alla fine di una vita di studi e di battaglie, rimanevano l'ironia e lo sdegno. Rimaneva Leopardi. Non il Leopardi dell'equivoco romantico, ma quello che lui stesso aveva contribuito a rivelare nei suoi saggi sull'Ottocento italiano e nel quale in fondo si identificava: il pensatore ateo, materialista, pessimista, convinto che la felicità sia il fine di tutte le creature e l'infelicità il loro destino. Contrariamente alla sua irruenza di timido e alla sua impazienza di rivoluzionario, l'eredità di Timpanaro è un farmaco ad azione lenta e a largo raggio, come tutte quelle che toccano l'essenziale della condizione umana. Se ne accorgono, a un anno dalla morte, le due città della sua vita, Pisa e Firenze, che gli dedicano una mostra a Palazzo Lanfranchi e un convegno di due giorni organizzato dalle rispettive università, dalla Scuola Normale Superiore e dal Gabinetto Vieusseux (domani a Pisa, nella sala azzurra della Normale, intervengono tra gli altri Vincenzo De Benedetto e Tullio De Mauro; sabato mattina, nell'aula magna dell'università di Firenze, tocca ad Antonio Rotondò e Michael Reeve, mentre il pomeriggio a Palazzo Strozzi è la volta di Alessandro Pagnini e Romano Luperini).
In questi giorni, inoltre, è in libreria un numero speciale del «Ponte», intitolato «Per Sebastiano Timpanaro» e corredato di una preziosissima bibliografia (entrambi a cura di Michele Feo). L'indice della rivista e il programma del convegno parlano da soli della vastità e della complessità del «continente Timpanaro»: filologia classica, studi latini, letteratura italiana, linguistica, filosofia, psicanalisi. «Ognuno ha il suo Timpanaro - è il commento di Marcello Rossi - I filologi esaltano il filologo, i letterati il letterato, i filosofi il filosofo. Ma nessuna delle discipline che Sebastiano ha frequentato basta ad esaurirlo. Personalmente ricordo un grande redattore, che ogni pomeriggio teneva lezioni memorabili nel suo ufficio della Nuova Italia. Quanto a lui, sosteneva di essere solo un dilettante, che si era occupato di troppe cose e le aveva fatte tutte male».
«Nella sua modestia Timpanaro tendeva a minimizzare i suoi lavori - interviene Luca Baranelli, che con Timpanaro ha condiviso amicizie e passione politica - ma appena si cercano verifiche o riscontri specifici, si ha la conferma che era uno studioso eccezionale, un grandissimo filologo e un latinista sommo. Io ho conosciuto e apprezzato di più l'uomo politicamente impegnato, appassionato alle sorti del mondo, ma non mi sognerei di ridurlo a questo». E tuttavia Timpanaro è stato anche questo. Un militante di base, come amava definirsi.
«Si dichiarava marxista - prosegue Baranelli - sia pure sui generis, come del resto ogni marxista che abbia pensato e detto qualcosa di originale e di nuovo. A un certo punto, mi pare nel suo libro sul materialismo, si è definito "marxistaleopardista". Non si faceva nessuna illusione sulle "magnifiche sorti" dell'umanità». Però non rinunciava a combattere.
Il suo grande nemico aveva un nome che oggi la sinistra si vergogna a pronunciare: capitalismo. Per questo forse la vicenda politica di Timpanaro è un susseguirsi di esodi, prima dal Psi al Psiup, poi, a metà degli anni Settanta, l'esperienza brevissima col Pdup, quella traumatica col gruppo del Manifesto, più di recente le simpatie per Rifondazione, e infine, ancora una volta, la solitudine. «Lo hanno definito un pensatore inattuale - è ancora Rossi che parla - Era un socialista nel vero senso, uno che voleva cambiare il mondo. Certo, in questo secolo si trovava male, ma i rivoluzionari non stanno bene da nessuna parte».


“la Repubblica”, 22 novembre 2001  

“Mesc-ciùa” o “Mes-ciùa” o “Mesciùa”


È un piatto della tradizione spezzina, una zuppa di legumi, che viene fatta risalire al XVIII secolo. Per essere preparata richiedeva soltanto la pazienza necessaria alla raccolta dei suoi ingredienti, consigliata ed imposta anche dalla miseria del tempo. Così la racconta Enrica Moscatelli nel sito dei “taccuini storici” di “gastrosofia”:
La Spezia, allora era poco più di un borgo abitato da contadini, pescatori, naviaganti, artigiani e commercianti, che ancora alla metà del XIX sec. arrivava a contare non più di 10.000 abitanti. Come è facile immaginare l’isolamento, determinato dall’orografia del territorio e dalle difficili vie di comunicazione, era rotto solamente dagli scambi marittimi che, non solo avvenivano lungo le coste del mare Tirreno, ma in tutto il Mediterraneo. La mancanza di moli d’attracco ed i bassi fondali non consentivano l’avvicinamento di velieri, brigantini o golette; l’approdo alla spiaggia della marina poteva avvenire solo con i “Leudi“ a vela latina, classiche barche da trasporto liguri con equipaggio di 6 persone che, secondo gli usi cui erano destinate, avevano una lunghezza variabile da m. 9 a m. 15 e potevano trasportare merci tra 25 e 30 tonnellate.
In considerazione delle tipologie di colture in essere nel territorio è facile comprendere che legumi e granaglie rappresentassero buona parte delle merci che giungevano a La Spezia via mare.
I camalli, cioè gli uomini di fatica che provvedevano al carico ed allo scarico dei battelli, avevano constatato che, a causa di qualche sacco rotto o forato, sul fondo della stiva restavano residui a volte consistenti di ceci, fagioli secchi, grano, ecc. che recuperati potevano diventare un'occasione per arrotondare il magro salario. Le quantità recuperate di ogni singolo legume o cereale non era però sufficienti a realizzare delle zuppe monoingrediente per famiglie spesso numerose. Nasceva così un cibo di recupero, che assumeva il nome di mescolanza, in dialetto mesc-ciùa”.
Di questa zuppa ho trovato più di una ricetta. Alcuni si limitano a mescolare fagioli cannellini, ceci e grano, altri inseriscono altre varietà di fagioli e di cereali (il farro e il grano saraceno soprattutto). I segreti della preparazione sono – in verità – segreti di Pulcinella. Occorre innanzitutto una lunga e differenziata permanenza di cereali e granaglie in acqua: indicativamente basta una notte per i fagioli cannellini, è meglio una intera giornata per le granaglie e 48 ore per i ceci. Gli ingredienti vanno cotti separatamente, ma contemporaneamente: un'ora all'incirca i legumi, un po' meno i cereali. Io l'ho provata con il farro (grosso modo 150 grammi di ceci e altrettanti di cannellini e un etto di farro): ottima.
Si sala durante gli ultimi minuti di cottura. A fuoco spento si aggiunge l'olio, il migliore possibile. Ci vuole anche il pepe che abbellisce, profuma e dà gusto, ma io purtroppo devo farne a meno. Si può aggiungere basilico o prezzemolo tritato. Conviene non mangiarla caldissima, lasciarla intiepidire un po' per favorire l'amalgama. A qualcuno piace anche fredda (a me, per esempio).

Aldo Capitini e la rivoluzione (S.L.L. - Il Ponte, giugno 2016)

Quello che segue è il testo del mio intervento all'incontro di studio “Siate musica, non statue” (Perugia, Archivio di Stato, 21 aprile 2016) in occasione della pubblicazione del volume di Aldo Capitini Un'alta passione, un'alta visione. Scritti politici 1935-1968, a cura di Lanfranco Binni e Marcello Rossi, Il Ponte Editore, 2016. È stato pubblicato su “Il Ponte”. (S.L.L.)
Aldo Capitini
Aldo Capitini amava molto la sua città sulla quale scrisse pagine appassionate. Vivo a Perugia da 35 anni e non mi pare che la città abbia adeguatamente ricambiato quest'amore - almeno la città ufficiale, la città che appare. L'impressione è che nella vita di tutti i giorni essa abbia dimenticato questa figura atipica di religioso senza chiesa e di politico senza partito e che, quando - nei dì di festa - ne recupera occasionalmente la memoria, da una parte lo beatifichi, dall'altra ne fraintenda e sterilizzi il pensiero.
C'è qualche eccezione, in verità. E non mi riferisco solo ai gruppi e ai singoli, non di rado in polemica tra loro, che direttamente si richiamano all'insegnamento del maestro; ma anche al Fondo Walter Binni o al mensile “micropolis”, che – pur senza rivendicare alcuna ortodossia (il che peraltro sarebbe l'esatto contrario della “religione aperta” proclamata da Capitini) – in più occasioni hanno sottolineato il valore internazionale di un'esperienza di ricerca e di lotta maturata nella nostra provincia un po' isolata. Gli scritti politici, recentemente raccolti, di Walter Binni, allievo e sodale di Capitini in tante battaglie, come le testimonianze di Maurizio Mori, che, giovanissimo, ne fu collaboratore al “Corriere di Perugia” e nell'esperienza dei COS per poi orientarsi verso la Quarta internazionale e il marxismo critico, hanno già da qualche anno contribuito a demolire le deformazioni agiografiche di segno moderato, un tempo assai in voga, e a far emergere il carattere rivoluzionario della nonviolenza capitiniana.
Questa immagine forte e combattiva del pacifista Capitini è confermata e consolidata dalla pubblicazione di Un'alta passione, un'alta visione. Scritti politici 1935-1968, la raccolta curata da Lanfranco Binni e Marcello Rossi per le edizioni de “Il Ponte”, un libro “necessario”, giacché restituisce la parola a Capitini e favorisce un approccio alla sua concezione politica non mediato, ma orientato da lui stesso. Attraverso due terzi del secolo, il testo che non casualmente apre la raccolta, è infatti una rigorosa autobiografia intellettuale stilata nel 1968, ma per la morte improvvisa e imprevedibile del suo autore in quello stesso anno, oggi appare una sorta di testamento spirituale e una chiave utilissima per la lettura delle opere.
Si intravede in tutti gli scritti raccolti, dai pensieri sparsi contenuti nel Taccuino del 1935-36 allo scritto incompiuto sull'Onnicrazia del 1968, un nucleo di pensiero e di azione denso e compatto, in cui la dimensione religiosa e spirituale, quella politica, quella etica, quella educativa si connettono strettamente, non già in un “sistema” definito una volta per tutte, ma in una ricerca a spirale nella quale ogni tema viene ripreso a un livello più alto e più profondo con il metodo dialogico, ascoltando l'altro e con lui relazionandosi, attraverso quel TU che il pensatore perugino pone a fondamento di ogni socialità. Capitini non amava i dogmi e gli irrigidimenti dottrinari; e, di conseguenza, non amava le Chiese dogmatiche; lo ribadì con nettezza e dolcezza proprio in quella che è forse la sua ultima “lettera di religione”: “l'idea di un'ecclesia che abbia la stessa ideologia ci sembra una vecchia idea, irrispettosa della diversità che può sorgerci vicina ed essere migliore di noi”.
La pubblicazione di questa raccolta è un'occasione anche per la sua città: come dimostra questo convegno ha già messo in movimento energie e intelligenze e ancora di più ne metterà; ma è anche un'opportunità offerta alla sinistra in gran parte sbandata e senza punti di riferimento dopo la sconfitta del comunismo novecentesco e la caduta di tante illusioni riformistiche. La Perugia democratica e civile che Capitini amava, la Perugia del 20 giugno, ha il dovere di farsi centro in questo impegno per restituire alla cultura politica italiana e internazionale un pensiero forte, un'esperienza esemplare. Registro come il direttore del Polo Museale dell'Umbria si proponga una valorizzazione dei luoghi capitiniani, a cominciare da quella torre campanaria di Palazzo dei Priori che ne fu l'abitazione e che negli anni del fascismo divenne sede di cospirazione democratica. Sento ragionare di una riedizione degli scritti più importanti a cura della Fondazione e delle associazioni, vedo come il lavoro svolto negli anni all'Archivio di Stato sulle carte di Aldo Capitini, peraltro già amorosamente ordinate da Maria Luisa Schippa, renda concreta la possibilità di un portale dedicato al grande perugino, individuo segnali di interesse nelle Università cittadine e nelle scuole secondarie della regione. È un momento importante. È giunto il tempo di riaprire i libri, le carte, i verbali e le lettere di Capitini per metterle a disposizione delle nuove generazioni. Penso a un gruppo di studiosi, in prevalenza giovani, in collaborazione tra loro, che nelle istituzioni e fuori di esse lavorino ad elaborare un “lessico capitiniano”, a decostruire e ricostruire il suo pensiero intorno ad alcune parole chiave, 15-20 al massimo: per esempio religione, potere e potenza, violenza/nonviolenza, compresenza, aperto/chiuso, socialismo, libertà, chiesa, centro, rivoluzione. Vorrei che la riflessione investa anche termini più specifici, di valenza più limitata, ma in vari modi caratteristici del pensiero capitiniano nei suoi diversi momenti, un centinaio al massimo e tra questi moltitudine, sciopero, straniero, frontiera, gruppo, cooperativa, contestazione.
Quanto a me vorrei solo comunicare qualche suggestione nata dalla lettura degli Scritti politici.
La prima riguarda il termine “Rivoluzione”. Sull'argomento il testo chiave di Capitini mi sembra essere Rivoluzione aperta, un saggio pubblicato per la prima volta nel 1956 presso l'editore Parenti e dichiaratamente ispirato all'esperienza che Danilo Dolci stava sviluppando in Sicilia, costruendo dei centri di iniziativa sociale. Testo di battaglia dunque, di risposta alla offensiva mafiosa e conservatrice contro il lavoro di un uomo che da solo, senza nessun incarico e nessuna uniforme, a Trappeto e a Partinico aveva messo in movimento contadini e pescatori per grandi obiettivi di giustizia sociale; ma anche testo teorico, teoria inseparabile dalla prassi, dall'esperienza. Sulla rivoluzione così Capitini si esprime: “Noi non dobbiamo avere paura di questa parola, anzi ci diciamo senz'altro rivoluzionari, proprio perché non possiamo accettare che la società e la realtà restino come sono, con il male, che è anche sociale, ed è l'oppressione, lo sfruttamento, la frode, la violenza, la cattiva amministrazione, le leggi ingiuste. Rivoluzione vuol dire cambiamento di tutte queste cose, liberazione, rinascita come persone liberate e unite”. E poi: “la storia deve mutare (il corsivo è di Capitini) […] la nostra rivoluzione, oggi qui e subito, ha qualche cosa di diverso, perché è fatta con l'animo di tutti, con l'animo nostro unito a tutti anche se non ci sono accanto, è rivoluzione con tutti e per tutti”.
Userò come pietra di paragone per la proposta di Aldo Capitini un testo importante scritto qualche anno dopo, il libro di Hannah Arendt Sulla Rivoluzione (la prima edizione americana è del 1963, quella definitiva del 1965; la prima traduzione italiana del 1980, per le Edizioni di Comunità). È un'opera della filosofa americana di origine ebreo-tedesca molto meno citata del celebre opuscolo sulla banalità del male o delle Origini del totalitarismo, il cui intento dichiarato è una ricognizione teorica, storica, fenomenologica sulla rivoluzione come tentativo di rifondare la politica e la vita. Hobsbawm la giudicava assai “poetica”, il che a me sembra una lode, non una stroncatura come è sembrato ad altri. Il libro mostra sempre rispetto, talora simpatia per le esperienze rivoluzionarie sia democratiche che socialiste, ma il bilancio che traccia sulla tradizione rivoluzionaria risulta complessivamente negativo. Anche Capitini in più di un'occasione prende le distanze dai maestri di rivoluzione degli ultimi due secoli, Robespierre, Marx, Lenin, Mao, e per ragioni non dissimili: la violenza che tutto guasta, il prevalere del determinismo economico che riconduce la rivoluzione dal regno della libertà a quello della necessità. Non escludo che la Arendt, il cui interesse per i temi della non-violenza e della disobbedienza civile (a cui dedicherà un libro) risale agli anni 50 del Novecento, conosca sia pure indirettamente l'elaborazione di Capitini. C'è peraltro in Capitini e in Arendt una sostanziale consonanza nella interpretazione del concetto di rivoluzione: l'uno e l'altra valorizzano l'idea di “nuovo inizio”, di fondazione di un nuovo ordinamento sociale e civile rispetto a quella, più vulgata, di sovvertimento violento dell'ordine costituito. La differenza maggiore riguarda semmai i compiti della Rivoluzione, che per la Arendt avrebbero dovuto e dovrebbero esaurirsi nella fondazione di nuove istituzioni politiche capaci di restituire alle comunità umane le pubbliche libertà dell'antica polis greca; mentre per Capitini vanno assai oltre e comportano una liberazione “totale e corale”, civile, economica, etica e religiosa, che non si esaurisce, ma resta aperta, e in cui è fondamentale l'esperienza diretta della liberazione, fondata sulla non-menzogna, la non-collaborazione con il potere oppressivo, la non-violenza.
Un posto speciale ha nel libro della Arendt quello che ripetutamente definisce il “tesoro perduto” della Rivoluzione, la conquista forse più effimera nella sua efficacia attuale, ma nondimeno più preziosa e solida nel suo significato libertario: la pratica e l’istituzione di quelle forme di potere dal basso che, con nomi diversi (Comuni, Soviet, Rate), ma con funzioni sostanzialmente identiche, sono emerse in tutti i processi rivoluzionari ad esprimere l’accesso al “cielo della politica” di strati popolari, a sostanziare un processo di diffusione delle libertà pubbliche, che va molto al di là della cerchia dei “già liberi”. Anche in questo Capitini sembra anticipare l'elaborazione della grande intellettuale emigrata nel Nuovo Mondo: chiave della sua rivoluzione sono quelli che chiama COS, i Centri di Orientamento Sociale, luogo del dialogo, della socialità, del potere di tutti. Non si tratta tanto di una escogitazione intellettuale, di una intuizione teorica, quanto di una pratica coltivata con pazienza rivoluzionaria in Umbria e in Toscana negli anni del dopoguerra, che Capitini mette in prima linea nel suo progetto di rivoluzione. Quando nel 1963 pubblicherà il suo sintetico “manifesto” Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta tra i primi obiettivi indicherà “la rapida costituzione di centri di orientamento sociale aperti, in periodiche riunioni, a tutti e alla discussione di tutti i problemi della vita pubblica”.
In questi centri presenti anche e soprattutto nelle periferie Capitini vede il realizzarsi ed il progressivo articolarsi nel reciproco legame federativo di un potere dal basso, che è in primo luogo controllo dei poteri costituiti, ma è anche progettazione di progresso, in grado di condizionare e di orientare anche la politica ufficiale, i governi e i parlamenti elettivi. Nell'ultima pagina del saggio sull'“onnicrazia” (il potere di tutti), pubblicato postumo, addirittura scrive di “due fasi del potere: la prima fase è senza governo, ma è già un potere largo e complesso, da articolare instancabilmente, è rivoluzione permanente”.
Su una elaborazione così ricca e complessa pesa un pregiudizio analogo a quello visto all'opera nei confronti della Arendt: Capitini è poeta, profeta, ma nulla sa della politica reale, della politica politicante, che è di necessità “sangue e merda”.
Non mi pare che sia così. A me sembra che nella vicenda di Aldo Capitini sia possibile rintracciare molta più politica di quanta non ve ne sia nei suoi critici “politicisti”. In verità non mancò in lui né attenzione né comprensione per quanto si muoveva tra i partiti, in parlamento, nelle assemblee elettive, nei movimenti politici di massa. Allo strumento partito preferì sempre l'azione diretta di minoranze attive, di piccoli gruppi, di singoli, ma non scoraggiò la partecipazione ad esperienze di politica partitica di amici, compagni, allievi.
Capitini dopo la liberazione dal fascismo combatté il potere democristiano che si andava affermando: vedeva operanti al suo interno elementi di conservazione e restaurazione e ne temeva la contiguità con la “religione di Pio XII” e con la sua chiesa, nella quale scorgeva pratiche fortemente illiberali e contro cui combatteva battaglie importanti in nome della laicità delle pubbliche istituzioni e della scuola. Ebbe ammirazione e rispetto per il mondo comunista, per le energie di liberazione che il Pci animava nelle moltitudini, tra le classi operaie e tra i contadini, ma nutrì una fondata diffidenza verso l'autoritarismo, il dogmatismo, il conformismo che caratterizzarono spesso l'azione del partito comunista durante il periodo staliniano e anche oltre. Vide, peraltro, subito i moderatismi e le subalternità presenti nell'azionismo dei La Malfa e dello stesso Calogero e optò per un liberalsocialismo pienamente socialista. Le sue simpatie prevalenti dunque, specie dopo la fine del Partito d'Azione, andarono verso il movimento socialista e i suoi partiti.
All'inizio del 1948, benché alcuni dei suoi amici più cari (Binni e Codignola, per esempio) avessero fatto scelte diverse, più caratterizzate dall'autonomismo socialista, Capitini si dichiarò favorevole alla costituzione del Fronte democratico popolare, che s'apprestava a raccogliere in unica lista per le elezioni politiche il Pci di Togliatti, il Psi di Nenni e Morandi e alcune personalità indipendenti. Negli Scritti politici sono due testi a rappresentare questa fase: il primo reclama l'inserimento nel programma del Fronte di libere assemblee popolari sul modello dei COS, il secondo, pubblicato su “Italia socialista”, dopo la partecipazione di Capitini all'assemblea di lancio del Fronte, svoltasi al Planetario il 28 gennaio, ne vorrebbe una strutturazione dal basso, come comunità aperta che supera i vincoli partitici “con le conseguenze assolutistiche, funzionaristiche”.
Questo tentativo di dotare l'alleanza di sinistra di strumenti autonomi, non partitici, segnala una contiguità forse inaspettata, ma – a mio avviso – molto significativa. Qualche giorno prima del Convegno del Planetario, il 21 gennaio, al XXVI Congresso Nazionale del Psi aveva svolto il suo intervento Raniero Panzieri, un giovane studioso di filosofia, che Nenni salutava nei suoi diari come uno degli elementi più giovani messi in valore dal dibattito (vedi Raniero Panzieri, L'alternativa socialista, Scritti scelti 1944-1956, Einaudi, 1982): secondo lui gli organismi di base del fronte erano “le cellule embrionali di una società nuova” e in quanto tali cooperavano al superamento della democrazia formale.
Capitini e Panzieri sicuramente ebbero tra loro dei rapporti, specie nel periodo tra il 1953 e il 1957, quando il secondo svolse ruoli di primo piano nel Psi nazionale, ma non risultano manifestazioni di reciproca simpatia. I loro nomi, in ogni caso, possono essere accostati in più di una circostanza anche dopo quel fatidico Quarantotto, nonostante le evidenti differenze tra “il potere di tutti” e il classismo del dirigente socialista, considerato il capostipite dell'operaismo. Non mi pare mera coincidenza un Capitini che nel 1963 incoraggia la ricerca sugli immigrati meridionali a Torino di Goffredo Fofi, uno dei suoi allievi, già sodale in Sicilia di Danilo Dolci, purché sia un aiuto al fare, non un alibi al non fare, e un Panzieri che viene licenziato dalla Einaudi, ove curava alcune collane, proprio perché vuole a ogni costo pubblicare quell'inchiesta scomoda.
In un testo firmato insieme a Lucio Libertini nel 1958, le Sette tesi sul controllo operaio, Panzieri rivendicò sulla programmazione economica un controllo operaio dal basso che si fa potere, orientando le decisioni di governo e parlamento; parlò – riprendendo una formula usata da Lenin nelle Tesi di aprile (1917) – di “dualismo di potere”. Solo che in Lenin il dualismo tra i “governi provvisori” insediatisi in Russia dopo la “Rivoluzione di febbraio” e i soviet appariva frutto di un equilibrio provvisorio, da superare in tempi brevi, mentre la compresenza tra Parlamento e governo da una parte e controllo operaio dall'altra è per Panzieri destinata a durare nel tempo.
Lo stesso concetto, in forma perfino più radicale, si ritrova in tanti scritti nel Capitini di quegli stessi anni. Ecco per esempio cosa si può leggere a proposito della programmazione nel già citato manifesto Per una corrente rivoluzionaria non violenta: “A coloro che obiettassero che la pianificazione economica sociale di uno stato moderno non può che essere centralistica e autoritaria, rispondiamo che la pianificazione può e deve essere accompagnata dall'esistenza di organi popolari che ne rendano possibile la preparazione, il controllo della esecuzione, la revisione. Questi organi sono l'unica garanzia che l'autoritarismo della pianificazione non si trasferisca nell'autoritarismo di tutto l'apparato statale, come ha dimostrato l'esperienza sovietica. Questi organi, infatti, continuando l'azione già svolta nella situazione di economia privatistica dai consigli dei lavoratori, dovranno svilupparsi fino a diventare i protagonisti del mondo produttivo socialista nei due settori pubblico e cooperativo di autogestione”.
Infine quando, a Torino nei primi anni 60, Raniero Panzieri, è promotore dei “Quaderni rossi”, ma ormai deliberatamente fuori dalla vita dei partiti, alle sollecitazioni perché “rientri in politica” reagirà con parole che ricordano quelle di Capitini sulle minoranze attive, sui piccoli gruppi capaci di lavorare molto più in profondità dei partiti verso il cambiamento. È la conferma di una contiguità che non va sopravvalutata, ma neanche sottovalutata; i critici ortodossi, in ogni caso, usano per l'uno e per l'altro gli stessi accenti, le stesse accuse: “intellettualismo”, “astrattismo”, “minoritarismo”, eccetera.
Sono questi due esempi nel Novecento italiano di maestri controversi, di eretici che apparivano ai margini del corso principale della storia. Ce ne sono altri. Penso a Leonardo Sciascia, Franco Fortini, Walter Binni, Mario Mineo, Edoarda Masi, Sebastiano Timpanaro. Altri farebbero altri nomi, di sicuro altrettanto importanti o forse di più, di intellettuali e politici molto diversi da questi e tra loro. Non sono molti, comunque, e sono proprio quelli che possono aiutarci a riprendere i percorsi dell'uguaglianza, della libertà di tutti e per tutti che appaiono interrotti. A Perugia abbiamo una grande opportunità, cominciare da Capitini. Non sprechiamola.


“Il Ponte”, Anno LXXII n. 6 – Giugno 2016

27.7.16

Targa a ricordo dei Caduti della Grande Guerra. Una poesia di Siegfried Sassoon (1886-1967)

Umiliato e vessato dal padrone finché non andai al fronte,
(grazie alla legge sull’arruolamento di Lord Derby). Morii nell’inferno ‒
(Però lo chiamavano Passchendaele). Avevo ferite leggere,
e stavo trascinandomi dietro le linee, quando una granata
esplose proprio sopra la improvvisata passerella: così caddi
nel fango senza fondo, e resi l’anima a Dio.

All’ora della predica, mentre il padrone siede alla sua panca,
gli cade lo sguardo pensoso sul mio nome a lettere d’oro;
perché, anche se verso il fondo della lista, ci sono anch’io;
«Alla memoria gloriosa e imperitura...» è quanto mi spetta.
Due terribili anni in Francia ho combattuto, per il padrone:
ne ho passate tante che lui neanche immagina.
Una sola volta a casa in licenza: e poi il gran salto…
Quale gloria più alta può mai desiderare un uomo?
traduzione di Giorgio Miglior

Memorial Tablet (Great War)
Squire nagged and bullied till I went to fight,
(Under Lord Derby’s Scheme). I died in hell ‒
(They called it Passchendaele). My wound was slight,
And I was hobbling back; and then a shell
Burst slick upon the duck-boards: so I fell
Into the bottomless mud, and lost the light.

At sermon-time, while Squire is in his pew,
He gives my gilded name a thoughtful stare;
For, though low down upon the list, I’m there;
«In proud and glorious memory» that’s my due.
Two bleeding years I fought in France, for Squire:
I suffered anguish that he’s never guessed.
Once I came home on leave: and then went west...
What greater glory could a man desire?


Da “Le reti di Dedalus” - rivista on line del Sindacato Nazionale Scrittori

Sebastiano Timpanaro. Un nemico del '900 (Maurizio Bettini)

Su Sebastiano Timpanaro c'è già, in questo blog, un mio scritto per “micropolis” in occasione della sua morte. Posto e posterò nelle settimane avvenire testi suoi o scritti sulla sua figura che ne illuminino la ricca e complessa fisionomia.
Questo necrologio di Maurizio Bettini, da “Repubblica”, molto bello, ricorda soprattutto lo studioso; ma il titolo aiuta a definirne anche la visione politica, l'inattualità che la caratterizza rispetto al secolo in cui visse. Il cosiddetto “secolo breve” non si è concluso – come si suol dire – con l'Ottantanove controrivoluzionario, ma con il successivo trionfo del verbo e delle pratiche neoliberiste che hanno moltiplicato le disuguaglianze sociali e con esse le sofferenze patite dall'umanità ad opera degli uomini. Dopo è venuto il tempo della disperazione sociale e della nuova barbarie, dei conflitti di religione, della guerra di tutti contro tutti, del terrore.
La sconfitta senza appello del comunismo stalinista e della socialdemocrazia inevitabilmente riporta gli appassionati dell'uguaglianza ai maestri dell'Ottocento, ai primordi del socialismo e del comunismo. Ma non dovremo abbandonare, nella nostra ricerca di maestri, gli inattuali e gli sconfitti del Novecento. 
Ce ne sono di buoni. Per fermarsi agli italiani si può cominciare da Matteotti (quasi sconosciuto nel suo pensiero) e da Gramsci (apprezzato più all'estero che in patria), spesso ricordati soltanto come martiri e non di rado travisati. E poi ci sono anche Aldo Capitini e Sebastiano Timpanaro, Mario Mineo e Leonardo Sciascia, Franco Fortini e Raniero Panzieri. (S.L.L.)

Imparai a conoscere il suo nome da un ringraziamento. «Nell'ultimo stadio del lavoro», scriveva l'autore, «abbiamo avuto l'assistenza di Sebastiano Timpanaro. Chi lo conosce sa che cosa ciò voglia dire». Il libro lo aveva scritto Eduard Fraenkel, uno dei più grandi fra i filologi classici tedeschi. «Chi lo conosce», diceva dunque Fraenkel, e la frase suonava quasi come un invito.
Ma come si poteva fare a conoscere Timpanaro, lo studioso spentosi alcuni giorni fa? Per intanto bastava ascoltare. Si raccontava che portasse lo stesso nome di suo padre, Sebastiano Timpanaro senior, storico della scienza e appassionato raccoglitore di disegni; che sua madre fosse Maria Timpanaro Cardini, nota specialista di filosofia antica; che avesse studiato filologia classica con Giorgio Pasquali, il maestro dei migliori; che fosse dotato di un'intelligenza lucidissima, ma anche affetto da una fragilità nervosa che gli aveva impedito l'accesso all'insegnamento; che la sua straordinaria cultura gli permettesse di passare dalla filologia classica (quella più "dura") alla linguistica, dalla letteratura italiana dell'Ottocento alla storia degli studi classici, al materialismo, la sua filosofia. Ma il punto di maggior stupore, nel racconto, giungeva quando qualcuno ti indicava finalmente il luogo dove si poteva andare a conoscere Sebastiano Timpanaro. La Nuova Italia di Firenze, la casa editrice in cui il grande studioso faceva il correttore di bozze.
Che io ricordi non conosceva, o quasi, l' uso del «lei», anche con i più giovani. Non era solo un modo per rimarcare la sua non appartenenza all'accademia, il fatto è che per Timpanaro l'uguaglianza era una cosa seria. Chiunque studiasse era già un suo "collega". Aveva un'estrema fiducia nella ragione, anche linguistica, per cui parlava come scriveva: parole semplici, sintassi regolata, orrore per tutto ciò che definiva «civetteria» (categoria che sostanzialmente ricopriva l'intero armamentario dell'intellettuale medio, dalle citazioni allusive all'uso di termini alla moda). Il giorno in cui qualcuno pubblicherà il suo epistolario, che risulterà peraltro vastissimo, leggendo le sue lettere sembrerà di riascoltare la sua voce.
Ma in qualsiasi modo si esprimesse, Timpanaro aveva prima di tutto una grande capacità di mettere ordine. Del resto i suoi primi lavori di filologo (pubblicati a partire dalla metà degli anni ' 40) erano stati rivolti a un testo per l'appunto da riordinare, i frammenti del poeta latino Quinto Ennio. E alla filologia classica Timpanaro ha dedicato nel tempo studi di eccezionale acutezza, poi raccolti in due grossi volumi il cui titolo proprio per la sua naturale semplicità dice già tutto, o quasi, della personalità dell'autore: Contributi di Filologia e di Storia della Lingua Latina. E se i filologi classici non possono a tutt'oggi fare a meno neppure del suo La genesi del metodo del Lachmann, vera e propria archeologia della scienza criticotestuale (ma questa definizione non gli sarebbe piaciuta, perché «civettuola»), certo gli italianisti non potranno dimenticare La filologia di Giacomo Leopardi o Classicismo e illuminismo nell' Ottocento italiano. Sono studi che hanno modificato profondamente la percezione del nostro Ottocento, e di Leopardi in particolare.
Timpanaro è uno dei pochi studiosi che si continua ad avere in comune nonostante il proliferare delle cosiddette specializzazioni. Intere generazioni di cultori delle scienze umane hanno imparato da lui, qualunque fosse la loro disciplina. Comunque essere giovani, con Timpanaro, non era sempre facile. O più esattamente, con lui non era facile essere contemporanei. La discussione era continua. Della cultura del Novecento, infatti, o perlomeno di quella che si era venuta affermando fra gli anni Sessanta e Settanta, non gli piaceva quasi nulla. Alla psicoanalisi riservava poca stima, tant'è vero che dedicò un intero libro a dimostrare che il lapsus freudiano non esisteva: un buon filologo poteva spiegare altrimenti tutti i casi analizzati da Freud, l'inconscio non c'entrava. Ancor meno stima ebbe dello strutturalismo in generale e di Claude Lévi-Strauss in particolare, così come nessun interesse riservava alla semiotica o, nell'ambito del mondo classico, allo «strutturalismo mitologico» di Jean Pierre Vernant. In linguistica, poi, era piuttosto ostile a Saussure, alla scuola di Praga, a Roman Jakobson, insomma a tutti quegli studiosi "nuovi" che in Italia continuavano a suscitare interesse anche negli anni Settanta. Certe sue drastiche affermazioni in proposito avevano provocato la reazione di due suoi amici, Giulio Lepschy e Tullio De Mauro, reazione a cui dobbiamo un altro noto saggio di Timpanaro, Lo strutturalismo e i suoi successori.
Timpanaro non era di quelli che criticavano senza aver letto il saggio lo dimostra ancora in modo impressionante ma non era neppure di quelli che cambiano idea facilmente. E quando, in anni molto più recenti, pubblicò da Garzanti una sua magistrale edizione con commento del De divinatione di Cicerone, restammo colpiti non solo dal giudizio sostanzialmente negativo che egli manteneva su Vernant e la sua «scuola», come la definiva; ma anche dal fatto che le interpretazioni dei termini divinatori latini da lui riproposte erano ancora quelle dei grandi linguisti tedeschi dell'Ottocento.
È morto in un momento in cui i giornali erano in sciopero, per cui possiamo ricordarlo solo in ritardo. E questo, per chi credesse nei simboli dunque non certo per lui potrebbe avere un significato per l'appunto simbolico. Timpanaro era infatti un uomo estraneo ai ritmi e alle occasioni della cultura organizzata, i ritmi se li dava da solo, con la sua fedeltà a ciò che riteneva giusto. Non aveva alcun timore di contrastare il cosiddetto spirito del tempo, anzi, il contrasto lo cercava. Credo fosse per questo che aveva riproposto all' attenzione (o alla disattenzione) generale il De divinatione di Cicerone, un' opera "illuminista" che già duemila anni fa si prendeva gioco di profezie, miracoli ed eventi soprannaturali. Esattamente quelli a cui la nostra età contemporanea dedica invece interi scaffali di libreria, sotto la dicitura «Età nuova», e film televisivi che celebrano i miracoli di Padre Pio.
Rimpiangeremo Timpanaro non solo per tutto quello che ci ha insegnato, ma anche per il suo coraggio di essere inattuale.


“la Repubblica”, 5 dicembre 2000

26.7.16

Lucciola. Una poesia di Yu Che-Nan (Cina 558-638 d.C.)

Un tenue lume scintillando nuota.
Lì volteggia la lucciola
Con ali lievi fragili;
Nelle tenebre luccica
Perché ha paura di restare ignota.

Da Liriche cinesi, a cura di Giorgia Valensin, Einaudi (I ed. 1943)

La cultura dell'evanescenza (Carlo A. Madrignani)

Le recenti generazioni hanno imparato dagli errori dei padri solo in senso negativo: l'impulso alla rimozione è tutt'uno con la cultura dell'evanescenza, fondata su una sorta di incredulità nei confronti di chi confida nella stabilità dei valori e nel loro transitare nei tempi lunghi.  

da Sebastiano Timpanaro "classico", in "Il Ponte", ottobre-novembre 2001)

Sul Sessantotto, in diretta. Una lettera di Sebastiano Timpanaro (marzo 68)

La domenica successiva al mercoledì 13 marzo 1968, giorno di una grande manifestazione a Pisa contro l'arresto di due militanti di Potere operaio, Sebastiano Timpanaro scrive a Claudio Bolelli, suo compagno nel Psiup (il Partito socialista di unità proletaria nato da una scissione “a sinistra” del Psi) le sue osservazioni su quella lotta. Tra le righe si legge un giudizio sull'intero movimento sessantottino. È testo da leggere e su cui riflettere. (S.L.L.)

P.S. Solo nel giugno “L'Espresso” avrebbe pubblicato Il Pci ai giovani, la celebre poesia in cui, a commento degli scontri di Valle Giulia (1 marzo 1968), Pier Paolo Pasolini fa una dichiarazione d'odio agli studenti contestatori “figli di papà” e di amore per i poliziotti “figli di poveri”.

Firenze, domenica [17 marzo 1968]
Caro Claudio,
ti ringrazio tanto della lettera. Anch'io — sulla base di quello che avevo saputo ieri mattina in Federazione, dal Miniati che aveva avuto notizie da Pisa - ero rimasto assai perplesso; e la tua lettera (cioè la lettera di un compagno che è sempre stato in prima linea in manifestazioni di ogni genere, e che vale quindi come testimonianza del tutto insospettabile) me lo conferma. Mi sembra, effettivamente, che ci sia il pericolo di un certo avventurismo, cioè di lanciarsi in azioni clamorose che, per avere un senso, dovrebbero essere già episodi di rivoluzione in atto, senza che ancora il movimento abbia quell'ampiezza, quella forza organizzativa e quei legami con la classe operaia che sono una condizione necessaria perché la rivoluzione si possa fare. Di positivo, naturalmente, c'è questa grande combattività degli studenti rivoluzionari; ma il rischio è che questa preziosa riserva si esaurisca prima che sia tradotta in un forte movimento rivoluzionario organizzato.
Naturalmente la prima responsabilità di tutto ciò è nei partiti tradizionali di sinistra, che si sono fossilizzati a tal punto da causare una frattura netta con la nuova generazione studentesca. E purtroppo una responsabilità grossa ce l'ha, ormai, anche il PSIUP, che qui in Toscana è su buone posizioni ma in sede nazionale è davvero di uno squallore notevole. Sarebbe certo una bella cosa che potesse sorgere un nuovo partito rivoluzionario. Ma la sua nascita mi sembra ancora molto lontana (tranne il caso, s'intende, che grossissimi fatti internazionali rimettano tutto in movimento anche qui in Italia). Fra i gruppetti che dovrebbero, fondendosi, costituire i quadri del nuovo partito rivoluzionario, non c'è accordo su quasi nulla: né sulla struttura e la concezione del partito, né sul soggetto della rivoluzione e sulla funzione della classe operaia nei paesi capitalistici avanzati, né sull'interpretazione dell'esperienza cinese. E non c'è, per ora, una spinta di base - di base operaia e contadina e non soltanto studentesca - talmente forte da bruciare questi contrasti tra i gruppetti e da creare l'unità partendo dal basso.
Su un altro argomento vorrei qualche volta parlare con te e anche con Luciano. A giudicare dalle manifestazioni a cui sono stato presente qui a Firenze, mi sembra che una parte eccessiva dell'attività ... orale dei dimostranti sia spesa in insulti di carattere personale ai poliziotti (insulti, per lo più, di quel tipo sessuale che è conforme alla più pura tradizione italiana, secondo cui la massima vergogna per un uomo consiste nell'essere figlio di puttana o cornuto o impotente o pederasta). Io credo che lo scontro con la polizia, che è necessario e inevitabile e che naturalmente non può e non deve essere fatto "con le buone maniere", non dovrebbe scompagnarsi da un'azione politica verso la polizia: la quale azione politica, naturalmente, non può dare nessun frutto a breve scadenza, ma pure dev'essere impostata. Chi sono gli agenti di polizia? Sono, per lo più, figli di contadini siciliani, che sono stati spinti ad arruolarsi dalla miseria (e anche da una certa tendenza alla fannullonaggine, che però non è un carattere "innato" razzisticamente al popolo siciliano, ma è una conseguenza di ogni società agraria stagnante e miserabile) e, una volta fatta questa scelta, sono diventati degli strumenti della reazione. Da quale strato sociale provengono i quadri dirigenti dell'apparato repressivo statale (commissari di P. S., questori, magistratura)? Dalla borghesia meridionale che opprime e sfrutta i contadini. C'è dunque, anche se latente, una tensione di classe tra gli agenti e i loro capi: quella stessa che c'è tra i soldati e gli ufficiali, grosso modo. In che modo i commissari, i comandanti della Celere, i questori ecc. ecc. riescono a rafforzare nei semplici agenti lo spirito reazionario e a farne dei docili strumenti della repressione? In vari modi, ma soprattutto - cosi, almeno, credo - sfruttando accortamente il dislivello del tenore di vita tra nord e sud, tra contadini e sottoproletari meridionali da un lato e operai e studenti centro-settentrionali dall'altro: facendo apparire gli studenti come dei "figli di papà" che si divertono a far casino e gli operai come dei privilegiati. Ora, l'andare a gridare "figli di puttana" agli agenti è una cosa che fa molto comodo ai dirigenti della polizia e al governo e al capitalismo. Non vorrei essere frainteso: non sono tanto cretino da credere che basterebbe rivolgersi ai poliziotti con tono da "vecchio socialista" e gridar loro come faceva Pertini nei suoi comizi «Anche voi siete figli del popolo, unitevi a noi» per trasformare i poliziotti in compagni o in alleati. Ci vuol altro! Per la stragrande maggioranza, è chiaro, si tratta di gente "irrecuperabile". Dico, però, che un lavoro come quello che fece Gramsci con la Brigata Sassari (composta da contadini e pastori sardi, che picchiavano selvaggiamente gli operai di Torino vedendo in essi dei "signori", e che dopo alcuni mesi di lavoro politico da parte del gruppo dell'Ordine Nuovo dovettero essere trasferiti in fretta e furia via da Torino) andrebbe tentato o almeno prospettato. E che intanto sarebbe meglio gridare merda al governo, ai padroni, ai capi della polizia e dell'esercito che agli agenti.
Tanti saluti affettuosi a te e alla Giuliana anche da parte di mia madre
Sebastiano


da "Il Ponte", anno LVII nn.10-11 ottobre-novembre 2001

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