16.7.18

Il “Finale per un racconto fantastico” di I. A. Ireland. Una invenzione di Borges e Bioy Casares



― ¡Qué extraño! ― dijo la muchacha, avanzando cautelosamente ―. ¡Qué puerta más pesada! ― La tocó, al hablar, y se cerró de pronto, con un golpe.
― ¡Dios mío! ― dijo el hombre ―. Me parece que no tiene picaporte del lado de adentro. ¡Cómo, nos ha encerrado a los dos!
― A los dos no. A uno sólo ― dijo la muchacha. Pasó a través de la puerta y desapareció.

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“Che strano! - disse la ragazza andando avanti con cautela – che porta pesante!”.
Mentre parlava la toccò, e si chiuse di botto, con un tonfo.
“Mio Dio! - disse l'uomo – Mi pare che non abbia serratura dalla parte di dentro. Ci ha chiuso dentro tutti e due!”.
“ Non tutti e due. Uno solo” - disse la ragazza. Passò attraverso la porta e sparì

Nota
La celebre Antología de la literatura fantástica curata da Jorge Luis Borges, Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares fu pubblicata a Buenos Aires dalla Editorial Sudamericana nel 1976. La traduzione fu affidata dagli Editori Riuniti, che nel 1983 ne curarono l'edizione italiana, a vari autori, ma ho preferito usare per il brano una versione mia. Codesto Final para un cuento fantástico vi viene presentato come fragmento de la novela El joven Nathaniel Hathorne, opera di un erudito inglese nato a Hanley nel 1972, I. A. Ireland, autore di A Brief Story of Nightmares (1899) e di una
Spanish Literature (1911). Lo si proclama discendente del famoso impostore William Henry Ireland, che a sua volta si era inventato un antenato Willia Nenry Irelande a cui Shakespeare avrebbe lasciato i propri manoscritti. In verità anche I.A.Ireland non è mai esistito, è una falsificazione, uno pseudonimo con cui Borges e Bioy Casares firmano un raccontino delizioso ed enigmatico composto da loro stessi. (S.L.L.)


Giornata delle magliette rosse. Le riflessioni di Luigi Ciotti, presidente di “Libera”



Una grande adesione, una grande partecipazione. Un’Italia vigile, appassionata, che esce allo scoperto e riempie le piazze materiali e virtuali per dire basta alla perdita di umanità, all’innalzamento di muri, alla rimozione della memoria e alla diffusione di menzogne. Per opporsi non alle paure – che sono un sentimento umano – ma alla loro strumentalizzazione e degenerazione in cinismo e rancore.
È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con Libera e con tutte le realtà – a cui sono profondamente grato – che hanno aderito al nostro appello. Riflessioni per sostare, per guardarci dentro e guardare avanti, per procedere con passo più deciso.

Non possiamo non occuparci dei poveri
La prima riguarda un’obiezione che ho sentito fare: Libera si occupa di mafie, che c’entra con i migranti?
Chi la pensa così non tiene conto di un fatto a mio avviso fondamentale. La lotta alle mafie è, nella sua stessa sostanza, lotta per la libertà e la dignità delle persone. Lotta contro le ingiustizie e le violenze. Lo abbiamo detto tante volte: se le mafie fossero una realtà solo criminale, sarebbero sparite da tempo dalla faccia di questa terra. Ma mafia vuol dire anche corruzione, collusione, appoggio politico e favore economico. E vuol dire tessuto sociale sfibrato, anemico, privo dei globuli rossi dell’etica.
Oggi non si può parlare di mafie, e progettare efficaci azioni di contrasto, senza partire dalla profonda vicinanza, a volte intreccio, delle logiche mafiose con quelle di un sistema politico-economico che Papa Francesco ha definito “ingiusto alla radice”, un sistema che provoca guerre, ingiustizie, sfruttamento di beni e persone in tante parti del mondo, e di cui le migrazioni sono un’evidente conseguenza. Ecco perché Libera – senza perdere la sua specificità, anzi arricchendola – non può fare a meno di occuparsi di migranti, come non può fare a meno di occuparsi di povertà (lo ha fatto con il progetto “Miseria ladra”, continua a farlo con la rete “Numeri pari”) e così di lavoro, di scuola, di sanità, cioè di quello Stato sociale ridotto a brandelli da un sistema che ormai non si fa più scrupolo di affermare che la dignità della persona è una variabile economica, non un diritto umano, sociale, civile.

Essere una spina nel fianco del sistema
Seconda riflessione: il rapporto con la politica. Si è detto e scritto sull’adesione all’iniziativa di persone o realtà che fanno capo a un partito o ne sono diretta espressione. Con inevitabile seguito di commenti, illazioni, polemiche. Ora va precisato che l’appello era rivolto soprattutto al mondo del sociale e ai cittadini, ma se alcune espressioni della politica hanno ritenuto di sottoscriverlo, ben venga: della loro sincerità risponderanno i fatti, la coerenza tra l’adesione a un testo che parla chiaro e le azioni che ne derivano. Così come va precisato – non è la prima volta, ma è bene ribadirlo – che Libera è apartitica: nessuno può affibbiarle etichette o metterci sopra le proprie insegne. Apartitica ma non apolitica, se politica significa sentirsi responsabili del bene comune, fare la propria parte per difenderlo e per promuoverlo, come ci chiede la Costituzione. È questo che da sempre cerchiamo di fare, nella convinzione che l’impegno sociale non sia mai neutrale, né limitato alla sola solidarietà. Accogliere è importante, anzi fondamentale, ma lo è altrettanto il denunciare le cause dell’esclusione e operare per eliminarle. Se manca questo aspetto l’impegno sociale rischia di diventare “delega alla solidarietà”, perdendo la sua visione, la sua carica propulsiva e innovativa. Non più spina nel fianco del sistema, ma foglia di fico delle sue inadempienze. È questo lo spirito e l’etica del nostro rapporto con la politica – un rapporto schietto, trasparente, esente da servilismi e secondi fini: piena collaborazione con chi opera per il bene comune; opposizione e denuncia di chi se ne appropria o lo trasforma in privilegio.

Non migrazioni ma deportazioni indotte

Terza riflessione, le semplificazioni e le falsificazioni. C’è chi ha detto: «Libera e don Ciotti sono quelli dell’“accogliamoli tutti”». Come c’è chi ci ha accusato di non occuparci dei problemi di casa nostra, del dramma di milioni d’italiani relativamente o assolutamente poveri, costretti a tirare la cinghia, a mangiare nelle mense e a dormire per strada o nei dormitori. Libera non ha mai detto “accogliamoli tutti” ed è disonesto chi ci attribuisce queste semplificazioni. Da sempre sosteniamo che l’immigrazione è un problema enorme e complesso, che richiede interventi simultanei e su piani diversi. In estrema sintesi, ne enumero almeno quattro. Primo, riscrivere la convenzione di Dublino, perché un’Europa non corresponsabile e non collaborativa è solo un aggregato tecnico di nazioni (vedi le puntuali osservazioni in allegato di Lorenzo Trucco, presidente dell’Asgi, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). Secondo, modifiche strutturali, non solo superficiali e cosmetiche, di un sistema economico che innesca conflitti e produce povertà dunque migrazioni – chiamiamole deportazioni indotte, visto che nessuno abbandona casa e affetti se non a causa della fame, della guerra, della desertificazione e distruzione dell’ambiente. Terzo, creare le condizioni perché chi vive in Africa e in altre regioni del mondo che l’Occidente ha sfruttato e colonizzato, possa farlo in dignità, ovvero in piena autonomia. Quarto, impostare politiche d’interazione che sappiano coniugare accoglienza e sicurezza, diritti e legalità, tenendo conto del disagio di milioni di italiani. L’accoglienza funziona e diventa un fattore di crescita umana, culturale, economica, laddove si sono create le condizioni per accogliere, ossia laddove una politica rivolta non al potere contingente ma al bene comune presente e futuro, si è opposta allo sfascio dello Stato sociale, alla riduzione o cancellazione dei servizi, al dilagare della disoccupazione e alla crescita della dispersione scolastica. Ecco allora che dire “Libera si dimentica dei poveri e dei bambini di casa nostra”, è falso. La rete “Numeri pari” è stata concepita, come detto, proprio per rispondere ai bisogni delle persone, ma più in generale lo stesso impegno contro le mafie e la corruzione è un impegno contro la povertà, visto che le mafie – come dicono accreditati studi economici – sono una delle principali cause di povertà, e tra le loro vittime bisogna annoverare non solo i morti ammazzati ma anche le centinaia di migliaia di “morti vivi”, di persone a cui mafiosi e i corrotti tolgono lavoro, speranza, dignità.

Sovvertire la dittatura dell’effimero
La quarta e ultima riflessione riprende la domanda iniziale: come dare continuità all’iniziativa, come farne tesoro? Il tempo che viviamo è segnato da una dittatura dell’effimero, da un eterno presente in cui tutto accade senza lasciare traccia. Conta l’emozione, il clamore, la polemica del momento, ma poi tutto finisce lì, soppiantato da altre emozioni, clamori, polemiche. Calato il polverone dell’emergenza, il paesaggio che si offre ai nostri occhi è sempre lo stesso, solo più desolante e trascurato. È bene esserne consapevoli se vogliamo custodire lo spirito con cui abbiamo indossato quelle magliette: andare oltre la contingenza e l’emergenza. Dirò di più: andare oltre la commozione e l’indignazione. Oggi non bastano più. Come non bastano più le parole: in un’epoca in cui se ne abusa irresponsabilmente, anche quelle autentiche rischiano di essere sommerse dal chiacchiericcio. Libera sin dall’inizio cerca di opporsi a questa deriva ormai impressionante. Libera nasce per impedire che la rabbia e il dolore per le stragi del 1992 non svanissero col passare del tempo, nasce per trasformare quelle emozioni in sentimenti e quei sentimenti in consapevolezza, responsabilità, memoria viva. Ha sempre agito sapendo che non è la contingenza il banco di prova, ma la coerenza e la determinazione con cui si compie un cammino. Nella coscienza dei limiti, beninteso: nessuno è insostituibile, ma nessuno può fare al posto nostro quello che è nostro compito fare.

Rispondere all’appello della storia
La coscienza della responsabilità, personale e collettiva, è l’etica che abbiamo abbracciato, che abbiamo scritto prima che negli statuti nelle nostre coscienze. E questo ha sempre significato stare nel tempo, nella storia che ci è data, senza eludere i suoi appelli e le sue provocazioni, rispondendo sempre, nei nostri limiti, “ci sono, ci siamo”: «Delle parole dette mi chiederà conto la storia – diceva Tonino Bello, instancabile costruttore di pace – ma del silenzio con cui ho mancato di difendere i deboli dovrò rendere conto a Dio». Il tempo che oggi ci viene dato è un tempo difficile, ambiguo, pieno d’insidie e di pericoli, un tempo schiacciato in un presente senza prospettive, sempre più simile a un vicolo cieco. Lo dico pensando soprattutto ai giovani – alle migliaia che si riconoscono in Libera, che ci accordano una fiducia spero ben riposta e che rappresenta per noi la più alta responsabilità – perché sono loro le prime vittime di questo presente prigioniero di se stesso, ostaggio di poteri ingiusti o criminali. Un tempo nel quale si gioca – ormai credo sia chiaro a molti – una partita di civiltà. Si, civiltà. Perché quando viene meno il dovere di soccorso, un dovere che nasce dall’empatia fra gli esseri umani, dal riconoscerci gli uni e gli altri soggetti a un destino comune, viene meno il fondamento stesso della civiltà.

La conoscenza è sempre un atto di amore
Questo tempo ci dice che dobbiamo ripartire da due cose, umilmente ma tenacemente: le relazioni e la conoscenza. Sono le strade per crescere in umanità e in cultura, due strade che abbiamo smesso di percorrere. Partire dalle relazioni perché la premessa di una società giusta e pacifica è il mettersi nei panni degli altri, l’andare oltre le relazioni opportunistiche e d’interesse, il riconoscere l’altro e il “diverso” come un completamento, un arricchimento della nostra identità. Dalla cultura, perché un tempo complesso, soggetto a continue e rapide mutazioni, richiede parole e pensieri che lo sappiano interpretare, che sappiano orientarci nel suo groviglio, che sappiano ascoltare le nostre speranze e non solo le nostre paure. Se manca la cultura prevalgono le approssimazioni, le semplificazioni, gli slogan, e da lì le manipolazioni, le “bufale”, la propaganda. L’odio è conseguenza dell’ignoranza, perché si odia solo ciò che non si conosce, la conoscenza è sempre un atto di amore. È questo il compito che ci consegna l’iniziativa del 7 luglio. E solo se sapremo prendercene cura quotidianamente, renderlo spirito che anima i nostri atti e le nostre scelte – come già stanno facendo tante realtà in ogni parte d’Italia, a cui deve andare il nostro appoggio, il nostro incoraggiamento, la nostra gratitudine – potremmo ricordare quella data come un punto di svolta, l’inizio di una stagione di speranza, di giustizia, di ritrovata umanità.

15.7.18

Intanto lasciami vagare… Una poesia di Friedrich Hölderlin (Lauffen 1770 – Tubinga 1843)



Intanto lasciami vagare
E cogliere le bacche selvagge
Per estinguere l’amore di te,
Sui tuoi sentieri, o terra.
Qui dove
I dolci tigli odorano accosto
Ai faggi, di mezzodì, quando nel fulvo grano
La crescita croscia, nel diritto stelo,
E il capo la spiga piega da un lato
All’autunno simile, ma or sotto l’alta
Volta dei querci, dove io medito
E interrogo in alto il rintocco della campana
A me ben cognito
Di lungi risuona come oro tinnula nell’ora
Che l’uccello si sveglia. Così va bene.

Poesie, Einaudi 1967 - Traduzione di Giorgio Vigolo

Abbondanza. Una poesia di Marina Colasanti



Ti ringrazio, Signore,
per le tre orchidee rosse
nel giardino
e le mani del mio amore
nelle mie cosce.

dalla rivista on line "Fili d'aquilone" n.15 2009 - Traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira


Beppe Viola, l'umorismo nel pallone (Michele Serra)

Beppe Viola intervista Enzo Bearzot

Poco più di tre anni fa, in una domenica di ottobre del 1982, se ne andò per sempre Beppe Viola, giornalista sportivo della Rai. Aveva 43 anni, pochissimi per morire, soprattutto quando la gente ti vuole bene e non accetta di perderti. Era grande e grosso, e produttivo come un lombardo grande e grosso: quattro figlie, centinaia di servizi televisivi, altrettanti articoli sparsi qua e là sulle testate più disparate, come briciole di humour e disincanto. Mangiava molto e beveva anche di più. Amava forte la vita, che l'ha imbrogliato andandosene senza preavviso e senza dolcezza.
Beppe Viola era spiritoso. E un giornalista sportivo spiritoso, in Italia (ma forse ovunque) è insieme una rarità e una fortuna. Una rarità perché il mestiere, oggi, è soprattutto un gigantesco collettore di cattiva retorica, servilismo mercantile verso gli sponsor, enfasi patriottarda o — ancor più meschinamente — campanilistica. Una fortuna perché l'umorismo è sempre un invito al senso della misura, alla mitezza d'animo e, in ultima analisi, all'umanità.
Che cosa avrebbe detto e scritto Beppe Viola, che pure alla partita si divertiva come uno qualunque, dopo Bruxelles? Forse che nemmeno lui riusciva più a trovare nel pallone un motivo — anche piccolo — per sorridere. O forse che proprio l'ignobile massacro di Heysel lo avrebbe aiutato, in futuro, a parlare di sport in termini ancora più garbati e smaliziati, proprio per non incrementare l'incivile e ottuso barnum parolaio e bellicoso delle cronache pedatorie. Della sua opinione, comunque, si sente la mancanza (ed è, questa, una virtù di ben poche firme scomparse). E il dispiacere di non averlo più tra noi aumenta dopo la lettura della raccolta di scritti (Beppe Viola, inediti e dimenticati) che “Magazine”. l'agenzia giornalistica da lui stesso fondata, ha voluto pubblicare perché di lui ci si dimentichi meno in fretta. Tratti dal “Giorno”, da “Linus”, da “Vogue” ma anche dai suoi cassetti, sono articoli, appunti, provocazioni, lettere private, divertimenti, che ci restituiscono Viola in tutta la sua giocosa serietà, nel suo divertito amore per il prossimo. Capacità di dire cose importanti o tristi ridendoci sopra, certo per pudore dei sentimenti e non per cinismo. Ironia vera, quella che aggira il bersaglio grosso sorprendendolo alle spalle e scoprendolo, magari, piccolo e ridicolo. Spaccati di vita milanese raccontata con affettuosa complicità. Slogan, battute, giochi di parole di quelli che nascevano nell'ambiente di 'picchiatelli' (Jannacci, Cochi e Renato, quelli del cabaret Derby) che Viola amava frequentare, non bastandogli — e per fortuna — il mondo dello sport. E poi — sotto la crosta del disincanto — sprazzi di amore vero per lo sport come vicenda di uomini, con tutti i loro piccoli eroismi e le loro grandi debolezze: perché Beppe Viola, non dimentichiamolo mai, era un giornalista sportivo vero, uno che allo sport credeva sul serio.
E proprio perché ci credeva, non ne faceva mai materia di grezza retorica, e anzi aborriva i toni forti e le tirate esagerate. I suoi servizi alla Domenica sportiva gli attirarono anche parecchi malumori popolari: si sa che i tifosi possono anche picchiare la mamma e bestemmiare in chiesa, ma guai a scherzare sui beneamati calciatori. Lettere di insulti e telefonate anche peggio si sprecavano, ma Viola ci rideva su, e continuava a distinguersi da tutti i suoi colleghi — anche durante il più sacro dei riti, la telecronaca diretta — per il sorridente distacco con il quale inseguiva i rimbalzi del pallone in Eurovisione. Si divertiva, povero Viola, e il mestiere gli piaceva davvero. Il libro che i suoi colleghi di “Magazine” hanno voluto regalargli si aggiunge ai tre precedenti volumi (Cochi e Renato, L'incomputer, Vite vere, compresa la mia, pubblicati in vita). Avessimo dovuto mettergli un'epigrafe che potesse far capire anche a chi non ha conosciuto Beppe Viola che cosa ha significato il suo lavoro, avremmo scelto questa: - A Beppe Viola, che se ne andò per non vedere mai più Il processo del lunedì». A lui sarebbe piaciuta.

“l'Unità”, 29 ottobre 1985

Unità nella diversità. Da Roma a Costantinopoli: pensare l'impero per capire il mondo (Jane Burbank, Frederick Cooper)


Perché interessarsi al concetto di impero? Non viviamo in un mondo di Stati-nazione – quelli, per esempio, che siedono presso l’Organizzazione delle nazioni unite (Onu), con le loro bandiere, i loro francobolli e le loro istituzioni? Sennonché, paragonata alla longevità dell’Impero ottomano (seicento anni), e senza nemmeno evocare la successione di dinastie cinesi nel corso di diversi millenni, l’«era degli stati-nazione» potrebbe rappresentare un’anomalia passeggera nella storia dell’umanità. Tanto più che numerosi conflitti recenti - in Rwanda, in Iraq, in Afghanistan, in ex-Jugoslavia, in Sri Lanka, nel Caucaso, in Israele, ecc - si spiegano con le difficoltà nel trovare nuove forme di organizzazione per sostituire gli imperi, nel 1918, nel 1945 o dopo il 1989. Nulla suggerisce di scadere nella nostalgia imperiale: i mondi perduti del Raj britannico o dell’Indocina francese non illuminano le nostre odierne riflessioni politiche. Nemmeno il ricorso sistematico a termini come «impero» o «colonialismo»scorciatoie spesso insufficienti, destinate a screditare questo o quell’intervento statunitense, francese o di altra provenienza - contribuisce all’analisi della geopolitica contemporanea. Tuttavia, lo studio degli imperi, antichi o recenti, permette di mettere in luce le radici del mondo contemporaneo e di approfondire la nostra comprensione delle forme di organizzazione del potere politico di ieri, di oggi e (perché no?) di domani. Il concetto di Stato-nazione si fonda sulla finzione dell’omogeneità: un popolo, un territorio, un governo. Quanto agli imperi, essi nascono dall’estensione del potere attraverso lo spazio e si basano sulla diversità: governano in modi diversi popoli diversi, e subiscono una doppia tensione. Da una parte, l’espansionismo è alimentato dalla volontà dei dirigenti politici di estendere il loro controllo territoriale in un contesto in cui i popoli vivono variegate realtà socioculturali. Dall’altra, il fatto che l’impero assorba popoli differenti porta alcuni dei suoi componenti a desiderare di staccarsene. Tale situazione spiega perché gli imperi durano, si spaccano, si riconfigurano e crollano.

I “re della savana”
Il repertorio di forme che permettono di governare a distanza gruppi umani differenti è particolarmente ricco. Alcuni imperi hanno sviluppato strategie prese in prestito dai loro predecessori o dai loro rivali. Gli ottomani sono riusciti a mescolare le tradizioni turche, bizantine, arabe, mongole e persiane. Per amministrare il loro impero multi-confessionale, si appoggiavano sulle élite di ciascuna comunità religiosa, senza cercare di assimilarle o distruggerle. Nel corso dei secoli, l’Impero britannico si è dotato di strumenti di governo tanto diversi quanto i territori sui quali esso regnava: dominions, colonie, ecc. Un corpo specifico governava l’India, un protettorato mascherato presidiava i destini dell’Egitto, e l’«imperialismo del libero scambio» si estendeva a numerose zone d’influenza. Un impero che godeva di una cassetta degli attrezzi così ben fornita poteva tempestivamente cambiare tattica senza tuttavia essere costretto ad assimilare o amministrare tutti i suoi territori con gli stessi metodi. Si osservano numerosi schemi di base, ricorrenti anche se eterogenei, nelle forme di governo di popolazioni differenti. In alcuni imperi, la «politica della differenza» consisteva nel riconoscere una molteplicità di popoli, i loro costumi e le loro tradizioni. Altri tracciavano una frontiera netta tra gli autoctoni e gli elementi provenienti dall’esterno, considerati «barbari». I dirigenti degli imperi mongoli, nel XIII e nel XIV secolo, interpretavano le differenze come normali e benefiche. Essi assicuravano l’irradiarsi del buddismo, del confucianesimo, del taoismo e dell’islam, così come quello delle arti e delle scienze prodotte dalle civiltà araba, persiana e cinese. Roma, invece, aspirava a un’omogeneità fondata sulla sua cultura, certo sincretica, ma comunque identificabile; sull’attrattività che poteva esercitare l’acquisizione della cittadinanza romana; e, più tardi, su un cristianesimo divenuto religione di stato. 
Gli imperi si sono evoluti attorno a queste due tendenze, talvolta combinandole (come nel caso ottomano e russo). In Africa, le potenze europee del XIX e del XX secolo hanno esitato tra un approccio assimilazionista, motivato dalla certezza della superiorità della civiltà occidentale, e forme di governo indiretto, poggiate sulle élite delle comunità conquistate. La «missione civilizzatrice» di cui gli europei si credevano investiti entrava talvolta in contraddizione con le teorie razziali comunemente ammesse all’epoca. Quale che fosse l’immagine che avevano degli «altri» e delle loro culture, i conquistatori non sono mai riusciti ad amministrare i loro imperi da soli. Hanno sempre utilizzato le conoscenze, le competenze e le autorità delle società di cui prendevano il controllo appoggiandosi su intermediari: membri delle élite locali suscettibili di trarre profitto da qualche forma di cooperazione; persone precedentemente marginalizzate che trovavano qualche vantaggio nel servire il potere vittorioso. Ogni volta, si trattava di approfittare delle loro reti sociali per garantire una collaborazione efficace. 
Un’altra strategia procedeva a ritroso: porre in una posizione di autorità degli schiavi o delle persone staccate dalla loro comunità d’origine, e che per il loro benessere e la sopravvivenza dipendevano interamente dai padroni imperiali. Il metodo ha dato prova della sua efficacia sotto il califfato degli Abbassidi, poi presso gli ottomani: i più alti amministratori erano infatti staccati dalle loro famiglie in età molto giovane e cresciuti presso il sultano.
La teoria vuole che gli imperi europei abbiano abbandonato questi metodi di delega personale dei poteri a favore di strutture burocratiche. In realtà, nel bel mezzo delle vaste estensioni africane, gli amministratori si consideravano spesso dei «re della savana». Gli ufficiali sollecitavano il concorso di capi tradizionali, di guardie e, ancora, di traduttori, i quali cercavano di trarre vantaggio dalla loro posizione. Ma, da sempre, gli intermediari si sono rivelati tanto pericolosi quanto necessari. Élite indigene o funzionari di rango inferiore, tutti avrebbero potuto desiderare, da un momento all’altro, di prendere il potere. Mettere in luce il ruolo degli intermediari conduce così a sottolineare i rapporti verticali interni alla struttura di potere – tra dirigenti, agenti e soggetti –, una relazione il cui studio è oggi spesso trascurato a vantaggio di un approccio più orizzontale basato sulle affinità etniche e di classe. Né infinita né rigida, l’immaginazione politica dei costruttori di imperi e delle élite locali fu un altro elemento essenziale delle loro pratiche e della loro riuscita. Ad esempio, l’imperatore romano Costantino, e, successivamente, il profeta Maometto hanno, ciascuno a sua volta, adottato il monoteismo, che ha loro fornito il potente modello «un impero, un dio, un imperatore». Una scelta che porta tuttavia ad uno scisma, quando emerge la tesi secondo cui l’imperatore non sarebbe il guardiano legittimo della vera fede. Gli imperi hanno cercato di porsi come garanti della giustizia e della morale. Una pretesa che talvolta si è rivoltata contro di loro: basta pensare a Bartolomeo de Las Casas che difendeva le popolazioni indigene d’America nel XVI secolo, ai movimenti di liberazione degli schiavi nell’Impero britannico del XIX secolo ed ai popoli asiatici e africani che rivendicano la «missione civilizzatrice» della Francia per suggerire che la democrazia non doveva essere appannaggio di un solo continente. Il concetto di «traiettoria» applicato agli imperi permette di analizzarne le trasformazioni e le interazioni in altro modo rispetto all’abituale prisma tautologico: quello di una storia concepita come una successione di epoche distinte. Ciò che viene talvolta chiamata la «espansione europea» a partire dal XV secolo non fu il prodotto di un istinto proprio dei popoli del continente, ma piuttosto la conseguenza di una congiuntura particolare. L’impero ottomano, più grande, più potente e più integrato delle frammentate unità politiche dell’Europa occidentale, costituiva un significativo ostacolo al commercio con la Cina e il Sudest asiatico, le cui innumerevoli ricchezze attiravano ogni bramosia. I re di Spagna e Portogallo, come, più tardi, i sovrani della Gran Bretagna e delle Province unite (gli odierni Paesi bassi) hanno incessantemente cercato mezzi per aggirare i territori sotto dominazione ottomana e di porre un termine alla loro dipendenza nei confronti dei magnati del proprio paese. Una delle conseguenze inattese di questo fenomeno è stato di mettere in contatto i popoli delle due sponde dell’Atlantico, quando Cristoforo Colombo, navigando verso l’occidente per raggiungere l’Asia, ha scoperto per caso quella che sarebbe diventata l’America.

Stati-nazione ed epurazioni etniche
Altri avvenimenti critici della storia mondiale appaiono sotto una luce differente quando li si studia dal punto di vista delle relazioni che gli imperi intrattengono tra loro. È il caso delle rivoluzioni europee ed americane del XVIII e del XIX secolo. Le rivoluzioni nella colonia francese di Santo Domingo (attualmente Haiti), in America del nord (sotto dominazione britannica) e in America del sud (sotto dominazione spagnola) sono state innanzitutto conflitti interni ad un impero prima di divenire tentativi di uscita da esso. Se si considera ora il destino fluttuante dei regimi che segnarono il XIX secolo e la prima metà del XX, si scopre un mondo rovesciato da nuovi disegni imperiali – come quelli della Germania, del Giappone e dell’Unione sovietica – e dalla mobilitazione umana e di risorse di altre potenze imperiali per contrastare tali ambizioni. A metà del XX secolo, la transizione dall’Impero agli stati-nazione non fu scontata. Le popolazioni mescolate dell’Europa meridionale, che avevano conosciuto molteplici regimi, compresa la legge ottomana ed il regno degli Asburgo, hanno subito diverse ondate di epurazioni etniche, tutte condotte con il pretesto di dare ad ogni nazione il proprio stato. Questo fu in particolare il caso dei Balcani durante la guerra del 1870, nel 1912-1913 e dopo la prima guerra mondiale, dopo lo smantellamento degli imperi sconfitti. Poi, di nuovo, dopo la seconda guerra mondiale, quando tedeschi, ucraini e polacchi furono espulsi da determinati territori. Malgrado ciò, lo stato non riuscì mai a combaciare con i contorni della nazione e, negli anni ’90, la regione balcanica divenne nuovamente il teatro di «pulizie etniche». Il genocidio ruandese del 1994 va ugualmente letto come il risultato di un tentativo postimperiale di produrre un popolo unificato che si governava da sé. Il Vicino oriente non si è ancora ripreso dallo smantellamento dell’Impero ottomano successivo alla prima guerra mondiale: in Israele ed in Palestina opposti nazionalismi si contendono i medesimi territori.
Le traiettorie proprie di ciascun impero hanno dato forma alla maggior parte delle attuali grandi potenze. La Cina, ad esempio, la cui eclisse tra il XIX e il XX secolo a favore dell’ascesa di altre potenze potrebbe rappresentare forse soltanto un interregno più breve di altri nella storia plurimillenaria delle sue dinastie imperiali. Durante la repubblica (1911-1937) e il periodo comunista, i governi in carica non hanno mai rimesso in discussione i confini stabiliti dagli Yuan nel XIII secolo e poi dai Qing tra il XVII ed il XX secolo. Gli attuali dirigenti cinesi fanno volentieri riferimento alle antiche dinastie ed alle loro tradizioni imperiali. La Cina ha recentemente invertito i ruoli che definivano il suo rapporto con l’Occidente. Oltre alla seta e alla porcellana, essa esporta oggi prodotti industriali e gode di un colossale surplus della sua bilancia commerciale. Essa è diventata il gestore dei fondi degli Stati uniti e dell’Europa. Le rivendicazioni indipendentiste del Tibet e le spinte secessioniste nella regione musulmana turcofona dello Xinjiang (2) rimandano a fenomeni classici dell’Impero cinese: come in passato, i dirigenti devono controllare i baroni dell’economia e governare popolazioni diverse. Il regime dovrebbe poter attingere al proprio savoir faire imperiale per rispondere a queste sfide e ritrovare il suo rango. La formazione e il crollo dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss) possono essere analizzate a partire dalla medesima griglia di lettura. La strategia di Mosca, finalizzata a promuovere delle repubbliche nazionali, dirette da intermediari comunisti autoctoni, ha fornito la mappa per la disgregazione del blocco e un linguaggio comune che ha facilitato il negoziato per nuove sovranità. Il più grande degli stati dell’era postsovietica, la Federazione russa, è esplicitamente multietnica. La Costituzione del 1993 ha offerto a ciascuna delle repubbliche il diritto di scegliere la propria lingua ufficiale, pur definendo il russo «lingua dell’insieme della Federazione russa». Dopo un breve interludio, Vladimir Putin e i suoi protetti hanno ravvivato le pratiche patrimoniali della Russia degli zar. Mentre ritessevano i legami con i magnati dell’industria, serravano il controllo sulle istituzioni religiose, mettevano la museruola alla stampa, manipolavano il processo elettorale per favorire l’emergere di una «democrazia sovrana» al servizio di un solo partito, si assicuravano la lealtà dei governatori della Federazione pur dando garanzie ai nazionalisti russi, si impegnavano in conflitti territoriali ai confini del paese. L’impero russo faceva la sua riapparizione, nel quadro di una nuova mutazione dello spazio eurasiatico.
L’Unione europea è attualmente la più innovativa delle grandi potenze. Le lotte contro o a favore dell’Europa hanno attraversato le epoche, da Carlo Magno a Adolf Hitler, passando per quelle di Carlo V e Napoleone. Soltanto dopo il cataclisma della seconda guerra mondiale e la perdita delle loro colonie gli imperi europei hanno posto un termine alla competizione in cui si erano incessantemente impegnati. Fino agli anni ’60 la Francia ed il Regno unito hanno malgrado tutto cercato di riconfigurare i loro imperi, al fine di renderli al tempo stesso più legittimi e più produttivi. La Germania ed il Giappone, esclusi dal gioco imperiale, sono riusciti a prosperare in quanto stati-nazione, mentre non vi erano riusciti in passato. Dagli anni ’50 fino agli anni ’90, gli stati europei liberati dal peso dei loro imperi hanno consacrato buona parte delle loro risorse per tessere alleanze tra loro. Hanno così gettato le basi di una confederazione che ha funzionato efficacemente fintanto che le sue ambizioni si sono limitate all’amministrazione ed alla regolamentazione. Chiunque osservi un posto di frontiera abbandonato lungo una linea di demarcazione che milioni di persone sono morte per difendere, sarà probabilmente portato a pensare alla creazione dello spazio Schengen come ad un progresso. Uno dei principali attributi della sovranità, il controllo delle frontiere, è stato respinto ai confini del continente. Dalle ambizioni belliche finalizzate alla costituzione di imperi fino all’emergere di stati-nazione sprovvisti di colonie, a cui segue il progetto consistente nel forgiare una confederazione di nazioni, l’evoluzione europea sottolinea la complessità della struttura delle sovranità. Dimostra anche che la concezione nazionale dello stato si è emancipata recentemente dal modello imperiale. Dopo l’11 settembre 2001, gli esperti più noti hanno proceduto alla sacralizzazione dell’«Impero americano», sia per denunciare l’arroganza della sua politica estera, sia, al contrario, per celebrare i suoi sforzi a favore della pace e della democrazia. Ma l’unica questione veramente valida è quella che interroga il repertorio del potere di Washington, il quale si basa sull’utilizzo selettivo delle strategie imperiali. Lungo tutto il XX secolo, gli Stati uniti hanno fatto uso della forza, violato la sovranità di numerosi stati e occupato territori, anche se raramente vi hanno stabilito delle colonie. Il patriottismo americano è figlio di una traiettoria imperiale: nel 1776, Thomas Jefferson dichiarava che le province che si ribellavano contro la Corona britannica avrebbero dato alla luce un «Impero della libertà». Il sistema che è emerso era fondato su un principio simile alla politica romana della differenza: consacrava l’uguaglianza ed il diritto di proprietà per i cittadini, così come l’esclusione dei nativi e degli schiavi. Esteso all’intero continente, esso ha permesso agli americani di origini europee di concentrare nelle loro mani la maggior parte delle risorse. Dopo aver vacillato un poco sulla questione della schiavitù, i dirigenti si sono trovati in una posizione sufficientemente forte per decidere tempi e modi dei loro interventi nel resto del mondo.

Sovranità disuguali
La Forma impero è esistita in relazione – e spesso in conflitto – con altre forme di governo. Gli imperi hanno avuto la capacità di facilitare (ma anche di ostacolare) la circolazione di beni, capitali, persone e idee. Per la maggior parte emersero in seguito a processi violenti, e la conquista precedeva spesso lo sfruttamento, l’acculturazione forzata e l’umiliazione. Hanno modellato sistemi politici possenti, ma anche causato sofferenze umane considerevoli. Tuttavia, l’idea di nazione, anch’essa sviluppatasi in un contesto imperiale, non ha dimostrato la sua efficacia, come testimoniano i conflitti irrisolti nel Vicino oriente e in diverse regioni dell’Africa. Ci troviamo oggi sui sentieri scoscesi che conducono al «post-impero», nel bel mezzo di una finzione in cui tutte le sovranità si equivalgono… ma che non riesce a nascondere interamente le disuguaglianze tra gli stati. Pensare l’impero non significa voler resuscitare mondi passati. Si tratta piuttosto di considerare la molteplicità delle forme di esercizio del potere in un dato spazio. Se riusciamo ad analizzare la storia in modo diverso rispetto ad un’inesorabile transizione dalla forma impero alla forma stato-nazione, forse potremmo studiare il futuro da un punto di vista più ampio. E ipotizzare altre forme di sovranità che meglio rispondono a un mondo caratterizzato dalla disuguaglianza e dalla diversità.

“Le monde diplomatique – il manifesto”, dicembre 2011

Marche. Pesci e verdure

Pesca alla tratta a Porto Potenza Picena


Un secolo fa molti dei paesi e delle cittadine della fascia costiera marchigiana non avevano l'odierno borgo o centro marittimo: i pescatori vivevano in campagna come i contadini dai quali li separava solo il tipo di giornata lavorativa. La sera tornando a casa dopo una giornata di pesca si barattava del pesce con verdure e uova. Nasceva cosi un interessante tradizione oggi per lo più dimenticata di piatti di pesce con verdure abbastanza semplici da preparare e molto salutari.
Tra questi i carciofi con le seppie, le crepe ripiene di pesce ed ortica, le fave in porchetta con gamberetti le melanzane ripiene di pesce fritto. Un «cavallo di battaglia» è poi la carrettiera: si tratta di salsicce patate e vongole cotte in padella con olio, un goccio di vino, un po' di pomodoro e prezzemolo. L'equilibrio raggiunto accostando elementi solitamente considerati di difficile incontro è veramente notevole.

“L'arcigoloso – l'Unità” - 7 luglio 1988

Giorgio Amendola. Una scelta di vita per la rivoluzione democratica (Francesco Barbagallo)

Giorgio Amendola in un comizio a Roma con Palmiro Togliatti e Aldo Natoli

Dal debutto politico liberale negli anni Venti, alla lotta contro il regime fascista fino ai lunghi, lucidi anni della militanza comunista

«Mio bisnonno mazziniano, mio nonno garibaldino, mio padre antifascista, io comunista, questa è la linea del progresso politico nazionale». Così si presentava Giorgio Amendola, protagonista eminente della storia italiana del Novecento. Fortemente impegnato a scoprire le origini dell'Italia contemporanea per superare le ragioni della debole formazione di una coscienza etica nazionale. Giovanni Amendola aveva guardalo con occhio disincantalo i contraddittori sviluppi dell'età giolittiana. E proprio quando la lira faceva aggio sull'oro aveva esclamato: «L'Italia com'è oggi non ci piace». Il debutto politico del giovane Giorgio, studente liceale al Visconti di Roma - con La Malfa, Cattani. Fenoaltea, Grifone - avverrà nel 1924, tra le fila della Unione goliardica per la libertà. Liberale amendoliano. più che gobettiano, sarà il giovane Amendola, per la condivisione di una politica delle alleanze antifascista rigidamente delimitata a sinistra in senso anticomunista.

L'assoluta intransigenza morale che condurrà il padre alla morte per mano fascista rafforzerà il carattere etico dell'antifascismo di Giorgio che, insieme agli amici del Visconti, vedrà nell'affermarsi del fascismo, come scriverà Fenoaltea, «il riaffiorare del vizio antico degli italiani nelle epoche buie della loro storia: la mancanza di carattere (...) il riapparire dell'Italia di Guicciardini, dell'italiano che pensa soltanto al suo partlculare». La formazione culturale e politica, finalizzala alla lotta contro il fascismo, continuerà con l'approfondimento dell'insegnamento gobettiano o con la ricerca, attraverso le riviste “Il quarto Stato” e “Pietre”, di una interpretazione volontaristica e idealistica del marxismo, su cui poter fondare un "rivoluzionarismo concreto e storicistico», che nel '27 intravedeva, ad esempio, negli scritti di Lelio Basso.
Impressionato dall'impotenza del vecchio mondo politico e dell'emigrazione antifascista Giorgio Amendola, fra il '28 e il '29, è attratto dal pensiero politico di Otto Bauer e si attesta sulle posizioni socialdemocratiche dell'austromarxismo, in polemica :on le vecchie «posizioni del riformismo italiano». Sul finire degli anni 20, a Napoli, Giorgio prende a frequentare Croce e Fortunato, a leggere le loro opere, storiche, sull'Italia liberale e sul Mezzogiorno. A casa di don Giustino venivano anche Emilio Sereni, Manlio Rossi Doria, Eugenio Reale. Si discuteva delle diverse interpretazioni di Croce e di Fortunato: storia d'Italia, questione meridionale, ruolo degli intellettuali e fattori economici e naturali, origini del fascismo. In questi ultimi anni si sviluppa l'influenza teorico-politica di Sereni, in un confronto serrato che ruota intorno alla interpretazione conseguentemente marxista di Sereni dolla questione meridionale come prova del fallimento della classe dirigente dell'Italia liberale. L'adesione di Amendola al partito comunista avviene quando, nel '30, si attua la «svolta» del Comintern, con la lettura ancora una volta catastrofista della crisi del capitalismo e con la teoria aberranti del socialfascismo, che identifica fascismo e socialdemocrazia. Ma a Napoli, intanto, l'arresto di Sereni e Rossi Doria spinge Amendola, a un anno dall'adesione al partito, alla guida del gruppo napoletano, insieme all'operaio metalmeccanico Gennaro Rippa. Così, mentre il dissenso politico sulla «svolta» viene espresso, in forme diverse, da Gramsci e da Terracini, da Leonetti, Ravazzoli e Tresso e da Tasca e Silone, Giorgio Amendola inizia la sua attività di dirigente comunista al IV Congresso del partito, tenuto clandestinamente a Colonia. E qui il giovane figlio di una personalità eminente della più robusta tradizione liberaldemocratica italiana, parafrasando altre due limpide coscienze etico-politiche di questa tradizione, Gobetti e Dorso, esporrà le ragioni della sua personale, drammatica svolta iniziando con l'affermazione, perentoria come la sua tempra morale, che «la rivoluzione antifascista sarà proletaria o non sarà». Venivano quindi il confino a Ponza, l'esilio a Parigi, l'esercizio di responsabilità eminenti nel partito e poi nella lotta di liberazione, fino alla responsabilità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel '45, con Parri. A 37 anni Amendola era tra i dirigenti più vicini a Togliatti, in una profonda condivisione della innovativa strategia della democrazia progressiva fondata su un partito nuovo capace di condurre una politica di solidarietà nazionale. Come avrà modo di precisare nel convegno gramsciano del '62 sulle tendenze del capitalismo italiano, «la classe operaia è balzata alla direzione della vita nazionale quando si è affermata forza dirigente della lotta antifascista e della guerra di liberazione (...). Era una nuova concezione strategica della rivoluzione, secondo la quale la lotta per il socialismo coincideva con una lotta per una profonda trasformazione democratica del paese, che permettesse alla classe operaia ed alle forze lavoratrici di giungere democraticamente alla direzione del paese». Dalla tribuna del V Congresso, al principio del '46 Amendola esporrà la linea di alleanza democratica da diffondere nel Mezzogiorno per contrastare le forze reazionarie di orientamento monarchico. E sottolineerà poi, a Napoli, rilanciando il principio informatore delle diverse correnti meridionalistiche che «la battaglia per il rinnovamento democratico dell'Italia si vince o si perde qui nel Mezzogiorno».
La proposta democratica e produttivistica elaborata da Amendola, Sereni e Alicata per il Mezzogiorno corrispondeva alla linea del «nuovo corso economico» del Pci, definita da Togliatti la formula ispiratrice di una alleanza, di «un blocco, che riscuota la fiducia della grande maggioranza dei cittadini». Questa strategia di governo democratico progressista della società italiana sarà bloccata, già nel '47, dagli sviluppi internazionali e interni della guerra fredda. Negli anni duri del Cominform Amendola sarà tra i dirigenti più vicini a Togliatti, in difficoltà anche nella direzione del Pci, di fronte alle continue richieste staliniane di arroccamento intorno all'Unione Sovietica, per la difesa del campo socialista dal pericolo della guerra e della bomba atomica. Arche qui è necessario tenere conto del drammatico contesto storico, per chi non ritenga, ancora, di essere stato salvato, nel '48 da Pio XII e da Scelba. Altrimenti non si capisce nemmeno come anche Amendola, al principio del '51, condivida la richiesta staliniana, respinta quasi solo da Togliatti, di lasciare la segreteria del Pei per quella del Cominforni. Nel '56 invece l'intero gruppo dirigente del Pci condividerà la linea indicata da Togliatti all'VIII Congresso: l'avversario era nell'interazione tra settarismo massimalistico e revisionismo riformistico. Anche Amendola, che nel '54 aveva sostituito Secchia all'organizzazione denuncerà il «contrabbando ideologico e politico revisionistico, che provoca e facilita gli irrigidimenti dogmatici»; nel nome di «un partito autonomo della classe operaia, liberato da vincoli di natura socialdemocratica di soggezione alle forze del capitale (...) un partito nazionale e insieme internazionalista, cioè fortemente legato ai partiti comunisti del mondo intiero». Obiettivo politico di questo attacco, oltre alla vecchia guardia, era, insieme ai numerosissimi intellettuali sconvolti dalla repressione sovietica in Ungheria, Antonio Giolitti, prediletto da Togliatti, come Amendola, per l'intelligenza e la cultura politica, e per rappresentare fin nel nome il trapasso di una egemonia politica e sociale. Ma ora non c'era da opporre, come nel '30, la dittatura proletaria alla dittatura fascista. Non erano più componibili il concetto gramsciano di egemonia e la pratica leninista di dittatura del proletariato: non erano più disgiungibili socialismo, democrazia e libertà. La via italiana al socialismo riprendeva il suo corso, ma perdeva di capacità espansiva per il peso rappresentato da una peculiare esperienza di socialismo deprivato di libertà, democrazia e sviluppo.

“l'Unità”, 5 giugno 1990

La triglia, trent'anni fa. Note storiche e consigli gastronomici di Maurizio Maggiani


Il dotto medico Calina nelle sue «annotazioni» al "Trattato della natura de cibi e del bere" dell'altrettanto esimio Pisanelli se ne sbotta a un certo punto con tanta dottrina «la triglia non la mangia chi la piglia». Tale mirabile sintesi di saggezza ha due encomiabili ragioni. Primo, la triglia è stata per più di un millennio di dieta mediterranea uno tra i pesci più pregiati, ragion per cui il sempre umile pescatore ne ha con sicuro rammarico privato se stesso per le fauci del nobile compratore. Secondo chi ha sostenuto lo sguardo della triglia morente, chi ha assistito alla coreografia della sua morte non potrebbe mai e poi mai commettere l'infamia di cibarsene.
Riproponiamo a nutrimento spirituale dei lettori la tragica scena. Una coppia di giovani triglie nuoticchia tra gli scogli. Sfiorandosi si incrociano leggeri i baffi bargigli e gli sguardi languidi inebriati amorevoli (sguardo di triglia si dice a ragione) cinguettano i due (triglia da trizein, emettere un lieve suono) boccheggiando eccitati al vedere un verme a mezz'acqua. Lui perché l'ama si mette da parte e la lascia abboccare. Un trillo acuto all'aggancio dell'amo, poi uno scoloramento dal rosso vivace marezzato dorato al grigio opaco e maculato della morte mentre lui disperato si avventa con la pinna dorsale spinata a recidere il filo. Impotente sibilerà fino allo stremo il suo dolore. Alla faccia dunque di chi presume «muto come un pesce e fesso come l'occhio di un pesce».
I romani che oltre ad essere i nostri dubbi progenitori erano di gusti tanto raffinati quanto criminali erano soliti gustarsi lo spettacolo a mensa facendo introdurre al banchetto le triglie vive a coppie in bocce di un vetro che esaltasse come in una sorta di technicolor le mutazioni cromatiche dell'agonia Consumata la tragedia se le mangiavano in molti gustosi modi anche al solito un po' perversi.
Innanzitutto loro le triglie o rossioh o pesci capra per via del colore dei baffi se le facevano venire dal Mediterraneo meridionale ed in particolare dal mare di Siria perché questo pesce raggiunge la sua magnificenza di gusto e di taglia (anche un chilogrammo e più) nei man caldi temperati e in quelli tropicali. Preferivano quelle di scoglio che pagate in argento potevano costare cifre favolose, se è stato tradotto bene il De re coquinaria di Apicio, anche il controvalore di uno schiavo per una cesta.
Apicio stesso propone ai suoi aristocratici lettori di consumarle preparate in «patina», adagiate sventrate in un tegame sopra uno strato di cipolla e cotte a forno lento con un poco d'olio e di garum e infine cosparse di aceto e santoreggia arabescate con striscioline di aringa affumicata. A proposito di schifezze il garum migliore si faceva proprio con la triglia. Garum o liquamen (già la parola dice tutto) era una salsa preziosissima e puzzolentissima composta dal prodotto liquido della fermentazione controllata con sale e spezie vane del ventriglio del pesce. Usata per condire le carni e i pesci sono passati mille anni prima che risultasse disgustosa e per liquamen si incominciasse a intendere propriamente il contenuto della fogna. Sarà una coincidenza ma a vantarsi di aver dopo secoli riscoperto la ricetta del garum è stato quel Rabelais folle autore dell'onnivoro Gargantua.
Ma la triglia è gentile e delicata la sua carne saporosa e fine e dal secondo millennio in poi si è cominciato a mangiarla come Dio comanda e dunque soprattutto arrosto e accomodata in salse profumate e soft. Maestro Martino da Como, gran servidor di vescovi e prenci del XIV secolo, è il primo a intuire nella sua De arte coquinaria che a differenza di ogni altro pesce della sua taglia la triglia non va volgarmente sbuzzata ma semplicemente e delicatamente lavata con molta acqua salata.
Ma l'aristocratica triglia risplende nella «cucina galante» di Vincenzo Corado napoletano di corte settecentesca il quale propone diversissimi modi di cottura assai delicati. E in particolare con la carta, presumiamo carta di una volta, assai resistente e pura, nella quale possono essere avvolte accompagnate dalle “erbette origano aglio e pevere e olio e quindi bollite o messe in forno”. Nell'oggi la triglia non pare appetire più di tanto. Probabilmente per ragioni di estetica dell'occhio le si preferiscono specie piu appariscenti e di carni più chiare e meno sapide. Perfino il ragionevole e pratico Artusi ne parla bene; usando i verbi al passato fornisce poi le ricette che sono quelle di uso comune e moderno: prevalentemente jn gratella condite di limone, aglio, prezzemolo con burro o olio o accomodate nei pomodoro, modo che si dice alla livornese come per tutto il pesce cotto in tal modo.
La baffuta e squittente triglietta occhidolci se ne sta ora per lo più nei piatti di quelli che l'han presa e dei loro amici. Giustizia è fatta e un ripensamertto dei ricchi non sarebbe forse d'uopo.

Di scoglio o di fondo purché sia piccolina
La triglia che si pesca dalle nostre parti è - si sa - di scoglio o di fango. Nell'uno e nell'altro caso non raggiunge mai pezzature elevate anche se certi racconti di pesca favoleggiano giganti in particolare nei litorali di Corsica. In ogni caso per mangiarsele e non per vantarsene più piccole sono meglio è. Quella di scoglio ha colorito rosso vivo che smuore con il trapasso, l'altra tende a una colorazione più confacente al suo habitat ed è perciò tendente al grigiastro. Quale delle due sia la migliore è questione secolare controversa anche perchè c'è e scoglio e scoglio, fango e fango. La migliore in Italia dovrebbe essere quella di scoglio perché così si è detto da sempre e perché a me piace più quella. Ma proprio dalle mie parti altotirreniche liguri molti pescatori pensano il contrario. Ci sono due ragioni: la meno nobile è che quella di scoglio èpiù rara e di difficile pesca, l'altra sicuramente vera è che può capitare che la triglia di scoglio «sappia» ovvero puzzi.
La cosa dipende dalla pastura di cui si nutre il pesce dal suo metabolismo e quindi dal periodo della pesca che per la triglia rossa e assai delicato e raggiunge l'ideale solo nei mesi di settembre e ottobre: chi la compra in primavera sa che dovrà apprezzarne il caretteristico bouquet al fenolo. Per la grigetta di fango è invece propizio tutto il periodo che va da maggio a ottobre. Ovviamente più le triglie sono minute più la carne sarà delicata. Rimani però costante nella triglia (freschissima mio Dio!) il profumo di salmastro appena avvertito anche dopo cottura, una consistenza della carne piacevolmente compatta (è una goduria con le mani staccarla a rocchetti dalla lisca e sfogliarne la pelle mai appiccicosa o sbrindellata), un gusto saporito e certo che rimane piacevolmente al palato.
Come per tante altre cose il modo migliore e più gustoso di appropriarsene è quello fuori legge o di difficile esecuzione. Io ad esempio trovo che il massimo della cena di triglie sia il seguente. Ci si rechi in località marittima. Si attenda sulla spiagga l'arrivo serale delle barche piscatorie (la triglia si pesca di giorno meglio che di notte e questa è già una grande comodità). Si acquisti un chiletto di piccole triglie di scoglio. Si accenda un discreto fuoco seduta stante sulla rena e sopra si ponga una gran padella ricca di olio d oliva e mentre quello si scalda con un temperino si procuri di eliminare il grosso squame da ciascun pesce, che poi si laverà nell'acqua di mare ben bene. Se ci sono signorine si potrà anche eliminare attraverso una microscopica incisione all'altezza delle branche il più dell'intestino che di suo è squisitissimo. Si frigga, si mangi e si beva.
Già la triglia profuma naturalmente di mare: preparata in questo modo la sua peculiarità viene esaltata aristocraticamente senza tacere che il cuoco acquisterà con questa coreografia un prestigio che potrà più tardi far valere nei dovuti modi. Il modo galeotto è invece il seguente. Fatevi amici fidati di pescatori in modo che vi possano fornire tra luglio e agosto di novellame ovvero di neonate triglie di fango non più grandi mezzo dito di cui è rigorosamente proibita la pesca. Così come vi sono state date infarinatele appena e friggetele un attimo in olio bollentissimo. Mangiatele prendendole per il codino che, unico scarto, conserverete per il gatto di casa. Dopo rifletteteci su e chiedetevi se avete mai assaggiato creature marine più deliziose. Forse sì, i gamberetti di fiume crudi insaporiti di erbette aromatiche, ma allora siete stati proprio fortunati.

Dal supplemento “l'arcigoloso”, l'Unità, Giovedì 7 luglio 1988

14.7.18

Sessantotto. “L'Unità” denuncia «lo sfruttamento operaio nelle fabbriche umbre». Un articolo di Alberto Provantini

La copertina di un pieghevole pubblicitario dela Fornace Toppetti

PER IL PADRONE 
LA SALUTE DELL’OPERAIO 
CONTA POCO

Cinquanta morti sul lavoro in un anno - Violazioni contrattuali nelle fabbriche minori di Todi e Pantalla - Lo sfruttamento degli apprendisti

TERNI, 16 marzo
Sono morti cinquanta operai in un solo anno nella regione umbra, sul lavoro. E nello stesso anno si sono registrati quindicimila infortuni. Questi i dati drammatici, ufficiali, che si ri feriscono a due anni fa. Ed a fianco di queste cifre drammatiche sta l'altra: trentamila disoccupati. Per trovare la causa che ha prodotto questa svolta si deve andare nelle fabbriche. Il padronato della grande e piccola industria licenzia gli operai, riduce gli organici e nel contempo riesce a far aumentare la produzione. E per rispondere a questa formula si violano le leggi, i contratti, si colpisce la salute dei lavoratori.
La nostra rivelazione sui «dieci comandamenti» inviati ai «capi» della Terni ha suscitato allarme tra gli operai ed anche discussioni tra gli stessi «capi». A questi, per dissipare ogni dubbio, vogliamo ripetere che noi non siamo contro a tutto quanto si fa in una azienda pubblica, nella organizzazione del lavoro, nel riammodernamento tecnologico, nello sviluppo tecnico, nel riassetto interno. Siamo contrari invece a tutte quelle misure che pongono gli uomini sul piano delle macchine.
Ora la Temi dovrà dimostrare cosa intende con i suoi «10 comandamenti»: il banco di prova è fornito dalla trattativa in corso sugli orari di lavoro, sull'ambiente di lavoro, sulle ferie e le festività, sugli organici e sulla introduzione della quarta squadra.
La sfruttamento si ripete di fabbrica in fabbrica ed eccoci a Todi, dove ritorna la stona che abbiamo denunciato per la Pozzi o per il Cotonificio Gerli di Spoleto, proprio ieri. Licenziarono ottanta operai nel 66 perché c'era la «crisi di mercato» ed alle Fornaci Toppetti rimasero 250 operai: la «crisi» è superata, la produzione è ritopnata a livelli normali ma gli organici sono ridotti di ottanta unità. Da questo fatto dipende l'intensificato sfruttamento operaio, che si esercita negando il lavoro ai disoccupati, violando la legislazione, colpendo la salute dei lavoratori, costretti a lavorare anche nei giorni festivi, a non godersi delle ferie ed a rimanere tutto a salari infami.
Abbiamo cercato a caso due buste paga: paga base di un operaio 64 mila lire; scopriamo poi che un altro operaio ha lavorato per 88 ore «straordinarie ». Alle Fornaci Tappetti le violazioni contrattuali non avvengono con tanti sottorfigi ma alla luce del sole. Sulla busta paga si legge che di sabato l’operaio lavora otto ore come gli altri giorni della settimana. quando il contratto invece prevede la riduzione di quattro ore di lavoro.
È certo che poi si mette in moto anche qui la macchina degli «accorgimenti». Ecco allora che per 50 operai si fissa il cottimo e per gli altri, che sono costretti a stare al ritmo di questi 50 operai si instaura il lavoro ad economia. E la domenica è sempre segnata in nero sul calendario di questi operai. Lavoratori che non usufruiscono dei riposi retribuiti e delle ferie. Con questa politica Toppetti ha mantenuto ed aumentato i livelli produttivi diminuendo i costi di produzione, diminuendo i livelli di occupazione. colpendo tutta la economia della zona e la salute dei lavoratori.
Dalla vecchia fabbrica alla nuova azienda, da Todi a Pantalla la strada è breve e la politica di Toppetti è quella dei fratelli Granieri. proprietari delle tre fabbriche di Pantalla: la ILFE. per gli infissi, la Tedas, la Elcom; altri duecento operai. Sono fabbriche nuove dove prevalgono la manodopera giovanile. gli apprendisti. E' proprio sui giovani, sugli apprendisti che lo sfruttamento è più pesante e si esercita anche a buon mercato, con un salario che, quando tutto va bene, è di trentamila lire al mese. Queste violazioni sono state oggetto di indagini dell'Ispettorato del lavoro ma si attendono ancora le conclusioni.
Ma per questi ragazzi la conclusione è sempre la stessa quando arriva la cartolina rosa per il servizio militare arriva anche la lettera di licenziamento. «Vanno in pensione a venti anni» questi giovani. Ed in queste fabbriche giovani si praticano i vecchi sistemi — ci dice il segretario della Camera del lavoro Gonnellini — del padronato che rifiuta la presenza del sindacato, che nega la libertà nella fabbrica.

l'Unità, domenica 17 marzo 1968

Avanguardie in Russia. Le gallerie firmate in riva alla Moscova (Maria Teresa Carbone)


L'articolo, di due anni fa, dà conto dei lavori in corso all'epoca. Da allora il movimento non si è fermato: alcuni progetti sono giunti a compimento, per altri le attività - pur con qualche intoppo – continuano. E se ne mettono in campo di nuovi. (S.L.L.)
Mosca. La centrale elettrica diventa un centro d'arte. Il progetto di Renzo Piano
La notizia è fresca: all’inizio di luglio il gruppo Vice Media ha annunciato di avere acquisito la quota di maggioranza della rivista d’arte e cultura “Garage”, di proprietà – finora – di Dasha Zhukova, moglie del miliardario russo Roman Abramovic e nota, anche al di fuori dell’area di influenza del celebre marito, come mecenate delle arti a cavallo tra diversi Paesi, soprattutto in quella Russia dove è nata nel 1981, ma dove non è cresciuta, avendo passato infanzia e giovinezza negli Stati Uniti, tra Houston e la California. Un segno inequivocabile, l’acquisizione di “Garage”, dell’interesse di Vice nel campo dell’arte contemporanea, come dimostrano i recenti investimenti in Frieze, fiera d’arte londinese tra le più interessanti al mondo. Ma segno anche del fermento culturale che, nonostante l’altalenare della situazione economica russa, continua a vibrare sulle rive della Moscova.
Il semestrale appena passato a Vice (ma che Zhukova continuerà a dirigere) è infatti strettamente legato all’omonimo centro di arte contemporanea che, fondato nel 2008 dalla signora Abramovic in un deposito per autobus abbandonato degli anni ’20, ha trovato qualche mese fa degna collocazione in un edificio realizzato appositamente da Rem Koolhaas per un costo stimato di 27 milioni di dollari all’interno del celebre Gorky Park (o Park Kultury, come lo chiamano più spesso i locali). «L’equivalente moscovita della Tate Modern», lo definisce sul “Financial Times” Matthew Garrahan, trascurando il fatto che nella capitale russa sono avviati dall’anno scorso i lavori per un altro spazio dedicato all’arte contemporanea, uno spazio che – ben più del Garage Museum – può ambire a un paragone con la galleria londinese: anche qui, infatti, la sede è una centrale elettrica degli inizi del ’900 da tempo dismessa, anche qui ci troviamo lungo le rive di un fiume – la Moscova al posto del Tamigi – in un’area centralissima ma per lungo tempo decaduta.
La vecchia GES-2 diventerà «una lanterna magica nel cuore di Mosca», ha promesso nell’ottobre 2015 Renzo Piano, incaricato del progetto di ristrutturazione, al sindaco della città Sergej Sobianin. E a garantire che le parole di Piano vengano mantenute ci sono i soldi di un altro miliardario, anzi dell’uomo più ricco di Russia, stando alle classifiche di Forbes: Leonid Mikhelson, al comando di Novatek, colosso degli idrocarburi. A lui fa capo la Fondazione V-A-C (la direzione artistica è affidata all’italiana Teresa Iarocci Mavica), che gestirà il nuovo polo culturale, area complessiva 31 mila metri quadri, inaugurazione prevista nei primi mesi del 2019.
Intanto, in attesa che si scatenino le aperte rivalità fra mecenati, di Garage, nel senso del museo di arte contemporanea, si parla molto, ancora in questo inizio di estate, per almeno due motivi: l’avvio, con una mostra intitolata Co-Thinkers, di una serie di iniziative concepite per favorire la massima inclusione a visitatori disabili (un fatto piuttosto clamoroso in un Paese per tradizione poco incline ad accogliere con un sorriso le diversità) e l’annuncio di una triennale dedicata all’arte contemporanea russa che prenderà il via nel marzo 2017, in non casuale coincidenza con il centenario della Rivoluzione. E difatti: «Così come la Rivoluzione ha incoraggiato le prime avanguardie in Russia, noi speriamo di stimolare le prossime», recita il comunicato della nuova kermesse.
In realtà – ed è curioso che Zhukova, nel suo ruolo, non se ne sia accorta – a rendere fertile il terreno per l'esplosione artistica russa degli anni Dieci e Venti, già prima del 1917, fu determinante l’azione in favore delle arti, dalla pittura al teatro, alla danza, condotta da diversi mecenati moscoviti. Relativamente poco noti all’estero, imprenditori come Pavel Ryabushinskij, Savva Mamontov (cui si deve la realizzazione delle maggiori linee ferroviarie russe), Sergej Schukin, Ivan Morozov, meritano un posto d’onore nella storia dell’arte russa, e non solamente russa: acquistando opere di autori giovani e ancora poco noti, questi mecenati contribuirono in modo decisivo al loro successo.
Scrive infatti Nina Kandinskij nella sua biografia del marito (Kandinskij e io, Abscondita 2006): «Andavo ancora a scuola quando vidi per la prima volta la collezione di Sergej Schukin. Costui, un ricco uomo d’affari moscovita, aveva cominciato fin dall’inizio del secolo a collezionare opere d’arte francesi, dagli impressionisti fino al cubismo, e teneva aperto al pubblico questo suo museo privato. Acquistò dei Picasso quando Picasso era del tutto sconosciuto e ugualmente fin dal 1906, quando pressoché nessuno aveva sentito parlare di Matisse, Schukin cominciò ad acquistare i suoi quadri dopo averli visti a Parigi». E a proposito del ruolo di volano dei mecenati, Nina Kandinskij osserva che «facendo delle loro gallerie private un punto di riferimento per chi voleva conoscere l’arte francese contemporanea, Schukin e Morozov accesero la scintilla che scatenò la rivoluzione artistica in Russia».
Molto difficile, naturalmente, istituire un confronto tra la Mosca di inizio ’900 e quella di oggi. Ma accanto a Zhukova e a Mikhelson, in Russia sono sempre più numerosi gli imprenditori – e più spesso, le imprenditrici – che si muovono per promuovere le arti: da Margarita Pushkina, fondatrice nel 2010 della fiera Cosmoscow, a Inna Bazhenova, che ha acquisito dall’italiano Allemandi il network The Art Newspaper e ha fondato un premio per dare rilievo al lavoro di persone e enti che nel mondo lavorano in questo settore.
Forse, tutti loro, ricordando una frase del grande regista Stanislavskij: «Perché l’arte fiorisca, gli artisti non bastano. Ci vogliono anche i mecenati».

Pagina 99, 9 luglio 2016

Il conte Balbettone, ovvero quel trombone di Manzoni (Gianni Brera)

Alessadro Manzoni

«Di recente mi sono riletto Dostojevskj, Gogol e Tolstoj.Li ho trovati più grandi di quanto ricordassi. Cecov, Babel e Bulgakov mi hanno invece impressionato per la modernità. Dei francesi m'incanta Balzac. Fra i compatrioti leggo con interesse Soldati, Cassola e soprattutto Moravia anche se ultimamente è un po' rincitrullito.
Il nostro paese a differenza dei francesi non ha avuto l'Ottocento. È ora di smitizzare i tromboni come Manzoni, il conte Balbettone cui rimprovero d'aver eluso la realtà ignorando le lezioni della sua storia. Lisander Manzoni nasce nel 1785 da amplessi ambigui e quasi turpi di cui non ha
Gianni Brera
colpa. Il gracilissimo Alessandro, figlio di Giulia disinvolta erede di Cesare Beccaria, cresce in un paese rinscemito. Lui balbetta da aver paura. Nelle guerre napoleoniche muoiono 90mila lombardi e nessuno se ne ricorda: passano per francesi.
Lisandrino liricheggia da arcade in ritardo. Ridono tutti quando pubblica Carme in morte di Carlo Imbonati. Poi balbetta inni sacri che gli garantiscono fama e pelosa riconoscenza. Poi gli viene l'uzzolo per una tragedia sull'ultimo re longobardo, Adelchi. La storia viene da lui ignorata e vaneggia di estasi religiose in brutti versi e non resiste di celebrare Napoleone (Ei fu). Il sublime Leopardi butta l'ode dalla finestra (sic!).
Poi viene il romanzone dove nessuna donna sembra possedere il sesso tranne una suora. Lucia è asessuata e fessa fino al disgusto («I poveri - commenterà Antonio Gramsci - li prende per il culo»).
Per scrivere questo romanzo ha impiegato oltre 20 anni. Diceva Saba: per scrivere Guerra e pace bisogna essere ricchissimi. Giusto, e per riscrivere decine di volte i Promessi sposi? (...) Poi ci si aspetta da lui un altro romanzo immortale e scrive invece una scipita monografia sul barbiere Mora, poi diviene senatore del Regno senza meriti».

L'Europeo, 7 aprile 1978

Io alla tua età. Una poesia di Marisa Zoni


Io alla tua
età avevo
la guerra
il bombardamento
il Metauro
pieno di pietre
(si chiamavano
macerie)
le gettavano
dai ponti
con certi carretti
a mano
(quelli delle verdure)
poi avevo i tedeschi
con la contraerea
sull’aia
e varie paure
che i miei coprivano
tu hai la disoccupazione
il vuoto anemico
la droga
l’epatite
i valori alti
il coma arrischiato
ogni tuo passo
mi pare
un boato.

da Dispacci, 1982





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