20.1.17

I "Minutemen" di Lexington

Lexington è una città dello stato del Massachusetts, negli Stati Uniti. Il 19 Aprile del1775 vi si svolse una battaglia ch'era preludio alla guerra d’indipendenza Americana contro gli Inglesi. Il testo che segue è ripreso dalla voce dedicata a Lexington nel Dizionario delle Battaglie di Rosati e Carassiti (Rusconi, 2005).

L’aperta ribellione delle Tredici Colonie alla rigida politica mercantile dell’Inghilterra si concretizzò in una serie di azioni di boicottaggio e nella “dichiarazione dei diritti delle colonie” (1774), a cui Londra rispose con l’abolizione di tutte le esenzioni amministrative e con l’ordine dell’uso della forza armata per far eseguire il decreto. Le truppe coloniali inglesi del colonnello Smith e di Lord Percy, inviate dal generale Gage per arrestare i capi dei ribelli Samuel Adams e John Hancock e reprimere l’attività ostile degli insorti americani, vennero precedute nottetempo da Paul Révere che a cavallo fece in tempo ad avvertire i compagni del pericolo. Adams e Hancock riuscirono a sfuggire alla ricognizione; gli Inglesi, procedendo verso Concord, la base dei depositi e magazzini di armi e munizioni dei patrioti americani, furono accolti da una fitta fucileria che li costrinse a ripiegare. I patrioti che con i fucili obbligarono gli Inglesi a rientrare nelle proprie basi presero l’appellativo di minutemen, cioè “uomini pronti a combattere con un minuto di preavviso”.

Manlio Rossi Doria. Un professore nella terra dell'osso (Franco Arminio)

Io non sono uno studioso del pensiero di Manlio Rossi-Doria. Chi vuole approfondire l'argomento può leggere almeno uno dei suoi libri o una sua biografia scritta da Simone Misiani e pubblicata recentemente dall'editore Rubettino. S'intitola semplicemente Manlio Rossi-Doria, sottotitolo Un riformatore del novecento.
Non ho alcun titolo per scrivere di lui. Posso vantare solo una contiguità toponomastica. Ho scritto un libro intitolato
Terracarne. Ho fatto un film intitolato Terramossa. Organizzo una serie di eventi culturali intitolati Terrascritta. Allora il mio è un contributo inattendibile. Non parlerò dello studioso ma della cosa studiata. Parlerò della terra.
Il mezzogiorno nudoRossi-Doria ha studiato e frequentato i luoghi dove vivo. Il suo primo discorso parlamentare fu tutto centrato su una diagnosi dei problemi dell'Alta Irpinia, quella che lui chiamava Terra dell'osso e io adesso chiamo Irpinia d'Oriente.
L'ho visto alcune volte all'osteria di mio padre. Arrivato a tarda sera dopo qualche comizio in zona. Mi piaceva quando arrivava gente che si metteva a parlare di politica. Mi sedevo su una sedia e ascoltavo. Lui veniva coi socialisti della zona. Non mi ricordo una sua frase, non mi ricordo la sua voce. Molti anni dopo, quando ho cominciato le mie scarne letture politiche, ho sentito parlare di terra dell'osso, la famosa formulazione concepita per le nostre zone, contrapposte a quelle costiere definite della polpa. L'ho sentita dire tante volte e mi sono messa a dirla pure io. Forse però andrebbe rimessa in circolazione una sua distinzione pronunciata in un convegno del 1944 tra Mezzogiorno nudo e Mezzogiorno alberato. Una distinzione che a me interessa anche in termini estetici: penso al fatto che il Mezzogiorno nudo somiglia non poco al west che gli americani tanto hanno celebrato nei loro film e che noi poco abbiamo immortalato nei nostri.
Rossi-Doria e Scotellaro. Mi fa sempre impressione leggere che il poeta lucano morì improvvisamente a trent'anni. Morì per un infarto mentre era a Portici, dove lavorava su invito del professore. Io ho pensato tante volte che mi stava venendo un infarto. Rossi-Doria mi ha portato a Scotellaro e dunque alla paura dell'infarto. La poesia, la terra, l'infarto. Questo è il triangolo. Tre lati, tre brani di lettere che il professore scrive al poeta.

Ricominciare cento volte
A ben guardare nella disperazione dei nostri contadini - che io ho veduto anche di recente in Calabria - non so se è maggiore la rabbia per chi ha pittato la luna o per chi ha sbarrato i portoni. Anche io sono come te: ho profonda fiducia d'un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo. Ma, sai, una ribellione fredda; senza fumi, alimentata da un lavoro cocciuto e paziente che alla fine ce la deve fare a riuscire. È in questo senso che ho impostato tutta la mia vita. Dalla politica per ora mi sono ritirato e faccio la politica del mestiere: è uno sforzo lento e lungo.
Il fatto è, caro Rocco, che a vincere e cambiare questa dannata condizione umana dei contadini che ha millenni dietro di sé, occorre molto più che lo sforzo di pochi anni o pochi miliardi. E quando si chiude una fase e tutto tende a ritornare come prima, bisogna avere il coraggio di ricominciare anche dieci, anche cento volte.
È ben vero che il lavoro non si può e non si deve fare al di fuori dei contadini ma coi contadini. E la vera maledizione di quella miserabile nostra riforma è che l'abbiamo voluta fare senza i contadini. Ma il lavoro non è principalmente di sovvertimento, ma di costruzione, di educazione, di selezione, di differenziazione, di creare individui e varietà, di individuare problemi e trovare ciascuno la sua diversa soluzione, di unir gli uomini, ma di lasciarli anche vivere ciascuno a suo modo. Solo l'intelligenza, la cultura, la libertà, la critica, oltre alla solidarietà e al rispetto del legame civile possono risolvere questi problemi
”.
Quando lo sentivo nominare non sapevo che l'autore della terra dell'osso era romano. Non sapevo neppure che Pasquale Saraceno era della Valtellina e Danilo Dolci era triestino. Sapevo solo la cosa che sapevano tutti, che Carlo Levi era di Torino. E Carlo Levi nell'
Orologio, così ritrae Rossi-Doria: «Stava a cavallo con un piede sulla politica pura e l'altro sulla pura tecnica, ma questa stessa incertezza gli chiariva le idee, gli impediva di fossilizzarsi in una abitudine mentale, lo conservava vivo e appassionato».
Al Palio del grano
In questo momento a me una sola cosa importa: capir dentro a questo oscuro processo che vedo in atto nelle campagne. Per questo sono preso da una vera frenesia di girare, di vedere, di prender contatto con la terra. E non vedo l'ora di tornare giù nel Mezzogiorno, di girare paese per paese”. Con questo frammento da una lettera all'irpino Guido Dorso posso associare Rossi-Doria alla paesologia. Io gli somiglio nel mio girare paese per paese, purtroppo non ho la sua stessa veemenza nello studiare.
Consiglio di amministrazione dello Svimez, consigliere della Cassa di Mezzogiorno, senatore nel Partito Socialista italiano: la prova, rara, che si può rimanere onesti e occupare poltrone importanti.
Il centro di specializzazione ricerche economico-agrarie di Portici da solo valeva la nomina a ministro dell'agricoltura, che non è mai arrivata.
Ho pensato a Rossi Doria passando nei giorni scorsi a Caselle in Pittari, nel Cilento, dove sono andato a vedere il Palio del grano. Il palio si è svolto di domenica, preceduto da una settimana di alfabetizzazione rurale. Io sono arrivato il venerdì. Ho parlato in un piccolo anfiteatro fatto con le balle di fieno. Quando si arriva in un'esperienza che è già cominciata a volte si fatica a trovare il senso di quello che sta accadendo. È comunque stato bello vedere i computer appoggiati per terra. Sentire parlare ragazzi venuti da tutta Italia, da paesi e città, mi ha fatto pensare alla mia vecchia formula di coniugare il computer e il pero selvatico. Non so se in mezzo a loro c'è un altro Rossi-Doria. Magari qualcuno è venuto semplicemente per inquietudine o per trovare compagnie sessuali. Niente di male. Anzi, molto bene, se si considera quello che è accaduto la domenica. Io non ci credevo, pensavo che il palio del grano fosse una delle tante cose un po' finte che si fanno nelle estati paesane. E invece mi sono trovato dentro una festa contadina semplice e possente, un piccolo miracolo rurale. Volendo essere cattivi si può dire che i falciatori del grano divisi per paesi facevano pensare a una versione alla buona di giochi senza frontiere. E poi che senso ha mettere le persone a falciare il grano quando è una pratica che qui non farà mai più nessuno? E proprio qui la faccenda è curiosa: non ho sentito in alcun momento della giornata il soffio della paesanologia. Vedere un vecchio modo di mietere senza che si producesse un'aria nostalgica. L'aria non era quella di una sagra, l'aria era quella di una nuova alleanza tra i contadini (che ci sono ancora) e i ragazzi delle città e dei paesi, che cominciano a guardare alla campagna perché sentono che il modello capitalistico non promette più nulla di buono.
Rossi-Doria ha lavorato contromano, per tutti gli ultimi trent'anni della sua vita si è occupato di un mondo in fuga da se stesso, ha profuso ogni suo sforzo per frenare la rottamazione del mondo contadino. Adesso non è più così. A Caselle in Pittari, dentro il Cilento, io ho visto qualcosa di importante. Alla fine i giovani organizzatori hanno assegnato un piccolo pezzo di terra a ognuno dei ragazzi che ha partecipato al corso. So bene che tutte le persone, molte centinaia, che mangiavano strette strette sull'aia, in un meraviglioso affresco corale, adesso stanno nelle loro case, magari consegnate alla tristezza dell'autismo di massa, ma qualcosa è accaduto.
Quello che ho capito è che le persone quando stanno in una cerimonia che ha senso danno il meglio di loro stesse: l'ardore dei mietitori era commovente. Forse il disincanto e il cinismo di cui tanto parliamo sono solo un filo di polvere, sotto c'è ancora qualcosa che luccica. Bisogna aggiornare l'agenda del nostro nichilismo: forse siamo meglio di quello che pensiamo, alla fine siamo più vicini a Rossi-Doria che a Craxi. Sarebbe il caso che i terreni demaniali fossero affidati ai giovani, sarebbe il caso di aprire una grande stagione di ritorno alla terra.

Dopo il terremotoNon sapevo che aveva subito prima l'arresto e poi il confino, a San Fele, non lontano dal mio paese. In galera divideva il tempo equamente tra studio ed esercizio fisico.
Rossi-Doria o Baudrillard? Non ho dubbi, scelgo il primo: cambiare la realtà, stando ben dentro nella realtà, identificare il centro della politica nei territori, immagino politiche diverse per diversi territori, importanza dello studio per pianificare interventi, esaltazione della democrazia vissuta in forma comunitaria.
A me colpisce la sua passione per il lavoro, la sua lontananza da un sud accidioso e amorale che si sceglie classi dirigenti altrettanto accidiose e amorali: “
Ho l'impressione che a lavorare veramente, oggi, in questa Italia liberata, non ci sia che la gente del mercato nero, le puttane e i contadini, oltre ai preti ed alla gente che ha da salvare le sue vecchie posizioni guadagnate negli anni addietro”.
Nonostante le condizioni di salute precarie, nel 1980 si reca in Irpinia e Basilicata per elaborare un piano per la ricostruzione dei paesi colpiti dal terremoto. Non lo ascoltarono. I democristiani che comandavano a Roma comandavano anche nelle zone terremotate, non potevano lasciarsi sfuggire l'occasione di usare la catastrofe per rimpinguare le loro tasche e il loro consenso.
Lui parlava di politica del mestiere. Quelli che contestano i mestieranti della politica dovrebbero studiare il lavoro di un uomo come lui, il suo pragmatismo senza furbizie: “
Continuo a lavorare nel Mezzogiorno, convinto come sono che l'unica cosa che conta è lavorare sodo attorno ai problemi concreti, riuscendo a realizzare di mano in mano quel poco che si può, cercando di accumulare esperienze e capacità effettive, per quando dovesse servire”.
Campagne spopolateVoleva coniugare lo sviluppo economico con la coesione sociale, la salvaguardia delle risorse naturali con l'intensificazione produttivistica, l'infrastrutturazione con la difesa degli equilibri del territorio: e invece abbiamo avuto le acciaierie killer e lo spopolamento delle campagne. Non si può dire che non si è battuto per le sue idee e come spesso accade nella vita le idee migliori germogliano quando chi le ha prodotte non c'è più. Rossi-Doria è uno degli intellettuali del nostro futuro, altri li avvisteremo presto tra i ragazzi che mettono l'agricoltura al centro della loro vita e di quella del pianeta.
«
I governi hanno fallito nel loro ruolo, la terra è l'unica salvezza, e va messa in mano a chi la coltiva. Invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze». Questo invito di Vandana Shiva è un seme gettato nel solco lungamente arato da Rossi-Doria. Forse oggi le sue analisi da economista agrario del novecento possono sembrare troppo condizionate dal tarlo dello sviluppo, ma i politici italiani, compresi i tecnici, molto avrebbero da imparare se trovassero il tempo di chinarsi nel suo solco.


il manifesto”, 31 luglio 2012

19.1.17

Canzone d’amore. Una poesia di Ted Hughes

Ted Hughes e Silvya Plath
Lui la amava e lei lo amava
e i suoi baci le suggevano fuori l'intero passato e futuro o così tentavano
lui non aveva altro appetito
lei lo mordeva lei lo morsicava lei suggeva
lo voleva completamente dentro di sé
sano e salvo per sempre e poi sempre
le loro piccole urla svolazzavano nelle tende
gli occhi di lei volevano che nulla si perdesse
gli sguardi di lei gli inchiodavano polsi mani gomiti
lui la avvinghiava stretta così che la vita
non la trascinasse via da quel momento
lui voleva che tutto il futuro cessasse
lui voleva buttarsi con le sue braccia intorno a lei
dall’orlo di quel momento e nel nulla
o durevole o quel che ci fosse
l’abbraccio di lei era un torchio immenso
a stamparselo nelle sue ossa
i sorrisi di lui erano soffitte d’un palazzo incantato
ove non vi giungerebbe mai il mondo reale
i sorrisi di lei erano morsi di ragno
così lui giacerebbe immoto fino a che lei non si sentisse affamata
le parole di lui erano esercizi d’occupazione
le risate di lei erano tentativi d’assassino
gli sguardi di lui erano proiettili pugnali di vendetta
le occhiate di lei erano spettri nell’angolo con orribili segreti
i sussurri di lui erano fruste e stivali
i baci di lei erano avvocati che non smettevano di scrivere
le carezze di lui erano gli ultimi ami di un naugrago
i trucchi d’amore di lei erano frantumazione di legami
e i loro gemiti profondi strisciavano sul pavimento
un animale trascinante una grossa trappola
le promesse di lui erano il bavaglio del chirurgo
le promesse di lei scoperchiavano il teschio
lei se ne farebbe fare una spilla
i giuramenti di lei gli mettevano gli occhi in formalina
sul fondo del suo cassetto segreto
le loro urla si appiccicavano alla parete

le loro teste si staccavano nel sonno come le due metà
d’un melone spaccato, ma è duro da smettere l’amore

nel loro sonno intrecciato si scambiavano braccia e gambe
nei loro sogni i loro cervelli prendevano l’un l’altro a ostaggio

il mattino portavano l’uno il viso dell’altro

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Lovesong
He loved her and she loved him
His kisses sucked out her whole past and future or tried to
He had no other appetite
She bit him she gnawed him she sucked
She wanted him complete inside her
Safe and sure forever ad ever
Their little cries fluttered into the curtains
Her eyes wanted nothing to get away
Her looks nailed down his hands his wrists his elbows
He gripped her hard so that life
Should not drag her from that moment
He wanted all future to cease
He wanted to topple with his arms round her
Off that moment’s brink and into nothing
Or everlasting or whatever there was
Her embrace was an immense press
To print him into her bones
His smiles were the garrets of a fairy palace
Where the real world would never come
Her smiles were spider bites
So he would lie still till she felt hungry
His words were occupying armies
Her laughs were an assassin’s attempts
His looks were bullets daggers of revenge
Her glances were ghosts in the corner with horrible secrets
His whispers were whips and jackboots
Her kisses were lawyers steadily writing
His caresses were the last hooks of a castaway
Her love-tricks were the grinding of locks
And their deep cries crawled over the floors
Like an animal dragging a great trap
His promises were the surgeon’s gag
Her promises took the top off his skull
She would get a brooch made of it
His vows pulled out all her sinews
He showed her how to make a love-knot
Her vows put his eyes in formalin
At the back of her secret drawer
Their screams stuck in the wall

Their heads fell apart into sleep like the two halves
Of a lopped melon, but love is hard to stop

In their entwined sleep they exchanged arms and legs
In their dreams their brains took each other hostage

In the morning they wore each other’s face
(1970)

Un profilo di Sylvia Plath (Elena Petrassi)

Sylvia Plath, Boston 1932 - Londra 1963
Dalla cenere io rinvengo, e con le mie rosse chiome, 
divoro uomini come aria di vento.

Una casa sull’oceano, un padre professore di cui è la preferita, una madre devota al proprio ruolo, un fratello che ha poco spazio nel suo triangolo edipico, questo il teatro dell’auto-mitologia della poetessa e scrittrice americana.
«Il paesaggio della mia infanzia non fu la terra, bensì la fine della terra, le fredde, salate, fluenti colline dell’Atlantico. A volte, penso che la mia immagine del mare sia la cosa più chiara che possiedo… E in un flusso di ricordi, i colori si fanno più profondi e brillanti, il mondo di allora respira».
È la madre che fa scoprire ai due bambini la gioia selvaggia della poesia, ma sarà solo il padre, morto precocemente quando Sylvia ha otto anni, l’unico destinatario delle poesie. Alla madre Sylvia scriverà per tutta la vita lettere minuziose che raccontano la vita brillante, l’eccellenza negli studi, i riconoscimenti al precoce talento letterario, i numerosi corteggiatori. Ma il lato solare della giovane donna perfetta, incarnazione del sogno americano, vaga nell’ombra della depressione che oscura tutte le pagine del diario, anche quelle della grande felicità trovata nella relazione con Ted Hughes, futuro poeta laureato d’Inghilterra, il colosso che riporterà in vita il padre morto e che perseguiterà la poetessa sino all’esito finale di un suicidio che è ingiusto scegliere come chiave di lettura dell’intera opera poetica.
Un crollo nervoso seguito dal primo tentativo di suicidio, a vent’anni, non le impedirà di concludere gli studi allo Smith College e di vincere una borsa di studio per Cambridge. Sylvia e Ted si conoscono a una festa, si piacciono, si saggiano con un bacio feroce che diventa un morso sulla guancia di lui. A una donna ossessionata dall’eccellenza poteva piacere solo un genio e lui, per lei, lo era. Sylvia non ebbe mai dubbi sulla loro vita insieme: avrebbero scritto, si sarebbero sostenuti, avrebbero creato la famiglia perfetta, lei sarebbe stata una grande poetessa e scrittrice, lui il più grande poeta di lingua inglese del mondo.
La vita quotidiana si gioca sempre sul filo della competizione e dell’invidia. Tanto Hughes attinge a piene mani dai sogni per scrivere, tanto per lei la scrittura sarà una lotta con un demone contrario, che sempre le sibila all’orecchio l’inadeguatezza delle sue parole. Ma Sylvia studia con accanimento, si esercita, legge e confronta i propri versi con quelli dei poeti che più ama. Durante un soggiorno annuale a Boston, mentre cerca di far scoprire agli americani la poesia del marito, frequenta i corsi di scrittura creativa del poeta confessional Lowell e conosce l’altra grande poetessa Anne Sexton. Più che amiche furono rivali, condividevano bevute di martini e racconti dei tentati suicidi ogni settimana dopo le lezioni. Solo nel diario la Plath si lasciava andare a commenti acidi e all’invidia nei confronti dell’altra che, al contrario di lei, scriveva con estrema facilità. Alla morte della Plath, Anne scrisse nel suo diario che anche in quell’occasione Sylvia l’aveva preceduta.
Un soggiorno nella colonia artistica di Yaddo vede Sylvia e Ted in attesa del primogenito, lei intenta nella composizione di quello che sarà il primo libro, Il Colosso. La figlia Frieda e il libro vedono la luce a breve distanza uno dall’altra, a Londra, nel 1960. Fu però il Devon, dove gli Hughes acquistarono una fattoria, lo scenario del penultimo atto di questa grande tragedia. Ogni fatto della vita, quotidiana, intima o sociale, trova uno specchio e un esito nella poesia e nella narrativa della Plath. L’unico romanzo La campana di vetro, pubblicato sotto pseudonimo per non ferire i famigliari, ebbe un discreto riscontro nel 1961. Ma neanche questo bastava al demone per placarsi. Mentre Ted andava sempre più spesso a Londra per partecipare a presentazione e reading radiofonici, Sylvia viveva la vita della casalinga di campagna che le andava sempre più stretta. Un giorno in preda alla gelosia più feroce, arrivò a distruggere il manoscritto delle poesie e la copia annotata dei sonetti di Shakespeare del marito, che tardava a tornare dalla città. Neanche la nascita del secondo figlio Nicholas Farrar, morto anch’egli suicida nel 2009, poté rinsaldare la coppia. Ted si invaghì di Assia Wevill, che si suiciderà con la figlia avuta dal poeta qualche anno più tardi. Sylvia lo cacciò di casa.
Durante l’ultima vacanza insieme in Irlanda, un amico consiglia a Sylvia di non divorziare per una storia che non sarebbe durata ma lei è inferocita. Una febbre altissima la pervade e la porta, tra la fine di settembre e i primi di dicembre, a scrivere le quaranta poesie di Ariel. Il demone infine le permette di coincidere con l’immagine della grande poetessa alla quale pensava forse sin da ragazzina. Così scrive a un’amica: «Vivo come una spartana, scrivo in preda a una febbre e produco quello che per anni avevo chiuso a chiave dentro di me. Mi sento stordita e molto fortunata. Continuavo a dirmi che ero il tipo che riusciva solo a scrivere quando era tranquilla e in pace, ma non è vero, la musa è venuta qui, adesso che Ted se n’è andato». Il ritorno a Londra coincide con una nuova fase maniacale, l’inverno più freddo del secolo fa gelare l’acqua nelle tubature, i conti con i genitori sono stati regolati nelle poesie Daddy e Medusa, a gennaio del 1963 il fuoco si spegne, niente più la tiene legata a questa vita. L’11 febbraio, lo stesso giorno del futuro suicidio di Amelia Rosselli, altra grande poetessa e sua traduttrice, dopo avere messo al riparo i figli nella loro cameretta, con la finestra socchiusa e pane e latte vicino, la bambina che voleva essere Dio si inginocchia davanti al forno, poggia il capo sul piano e muore da sola. La porta per l’aldilà, quella scrivania dove ha scritto le sue migliori poesie e che Ted le aveva costruito, si chiude e diventa la sua lapide.


Da “Enciclopedia delle Donne”

L'Inquisizione in Italia. Quel tribunale custode del potere temporale (Vincenzo Lavenia)

«Se volete somigliare a Gesù Cristo, siate martiri e non carnefici». Lo scriveva Voltaire nel Trattato sulla tolleranza, bollando i roghi della giustizia ecclesiastica. Lo ripete Andrea Del Col nel ponderoso volume L'Inquisizione in Italia dal XII al XXI secolo (Mondadori). La sua coscienza di cristiano è turbata dai mille anni di coercizione religiosa promossa da Roma, ma il lettore non dovrà aspettarsi cedimenti al facile moralismo che domina le indagini storiche degli ultimi anni. Chi di recente ha tentato di assolvere l'Inquisizione vinto da nostalgie reazionarie non ha mai messo piede in archivio, ricorda l'autore; chi ancora ne dipinge le procedure a tinte «neogotiche», ignorando i risultati di molte ricerche rigorose, ricicla stereotipi della propaganda di quei protestanti che in età moderna non furono più teneri dei cattolici quando si trattò di annientare i «nemici».
Del Col ha la capacità di esporre i fatti in modo chiaro anche a chi nulla sa dei dibattiti che impegnano gli storici di professione (virtù rara); e ha il coraggio di raccontarne per la prima volta tutta la lunga vicenda dalla lotta anticatara alla condanna della Teologia della liberazione. Poiché Roma ospita il papato parlare di Inquisizione nel nostro paese significa interrogarsi sulla «mancata Riforma» in Italia: una questione che ha alle spalle una lunga (e stanca) tradizione. E tuttavia il libro non assume né la prospettiva giacobina di De Sanctis né quella, più sfumata, di Croce (e di Gramsci). Più che di eretici l'autore parla di giudici, per dirci che l'Inquisizione non costituì un incidente di percorso nella storia della Chiesa. Fondato sul diritto canonico e radicato in una teologia che giustifica la coercizione religiosa, il Sant'Uffizio condizionò la struttura dogmatica e lo scontro di potere interno alla gerarchia. Che dopo due secoli un papa provenga di nuovo da una carriera interna alla Congregazione per la Dottrina della Fede (il nome che il Sant'Uffizio ha assunto dopo il Vaticano II) rivela che quella storia non è affatto conclusa. Né si può dire, con la domanda di perdono pronunciata da Giovanni Paolo II, che l'errore è stato dei singoli e non dell'intera istituzione, se di errore si deve parlare in sede storica.
Il Giubileo del 2000, ricorda Del Col, ha permesso agli studiosi di accedere a fonti sino ad allora inaccessibili, ma la riflessione sull'Inquisizione deve molto alla caduta del franchismo in Spagna e alle ricerche di storici della cultura popolare (Carlo Ginzburg), a interpreti del peso dell'egemonia cattolica in Italia (Adriano Prosperi), a chi ha posto in rilievo quanto abbia contato l'apparato penale dell'Inquisizione nella nascita del reato d'opinione (Elena Brambilla) e a chi ha ricostruito le vicende dei processi e della censura (Massimo Firpo, Gigliola Fragnito) o l'assenza di cacce alle streghe nell'Italia moderna (Giovanni Romeo).
Del Col sistema decenni di ricerche; ricorda che la lotta antiereticale fu condotta con il consenso degli Stati, della rete ecclesiastica ordinaria e di larghi settori della popolazione; rileva ancora una volta che i roghi di streghe in età moderna furono pochi se li si paragona a quelli d'Oltralpe, anche se fu l'Inquisizione a creare il paradigma demonologico. E tiene conto di nuove domande: che peso ebbe l'Inquisizione nel formare la disciplina quotidiana del cristiano; se incise di più l'espurgazione o la condanna dei libri, e quanta efficacia ebbe la censura; se si passò il confine che separa antigiudaismo e antisemitismo; come quell'istituzione maschile contrastò i carismi femminili; come mise sotto controllo il culto dei santi e come arginò gli scandali sessuali in confessionale (facendo però sapiente uso del perdono sacramentale per indurre pentiti e fedeli alla delazione e abbreviare così le cause con procedure sommarie).
Infine, Del Col fa un passo in avanti, e si mette a contare. Può apparire oziosa la numerologia delle vittime, ma sapere che i roghi sono stati poco più di mille in trecento anni, in una percentuale piuttosto bassa sul totale dei processi, e concentrata durante l'emergenza ereticale del Cinquecento, mette davanti a dati di fatto prima che alle interpretazioni. Fa riflettere che le Inquisizioni spagnola e portoghese abbiano ammazzato di più; che abbiano ammazzato di più (e con minore rispetto delle regole del tempo) i tribunali riformati e quelli statali, che dai giudici papali impararono.
D'altra parte, Del Col non intende sostituire la leggenda nera con un mito opposto. La misura dell'attività giudiziaria prova che il tribunale fu pervasivo, che seppe uniformare. Né, si legge, la sua attività calò nel Settecento, come si sostiene in base alla burocratizzazione del Sant'Uffizio e all'inefficace contrasto opposto a giansenisti, illuministi e massoni. La sindrome da assedio di cui si nutrì per secoli alimentò in età contemporanea la condanna del marxismo, dell'evoluzionismo, del liberalismo e dell'emancipazione ebraica. E sapere che Angelo Roncalli (più tardi Giovanni XXIII) finì nella rete di delatori negli anni dell'ossessione antimodernista, certo non consola.


“il manifesto” 19 gennaio 2007

Lo spettro di Marx nella globalizzazione. Il formidabile “Manifesto” (Umberto Eco)

Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Nel 1971 era apparso il libretto di un autore venezuelano, Ludovico Silva, Lo stile letterario di Marx, poi tradotto da Bompiani nel 1973. Credo sia ormai introvabile e varrebbe la pena di ristamparlo. Rifacendo anche la storia della formazione letteraria di Marx (pochi sanno che aveva scritto anche delle poesie ancorché, a detta di chi le ha lette, bruttissime), Silva andava ad analizzare minutamente tutta l’opera marxiana. Curiosamente dedicava solo poche righe al Manifesto, forse perché non era opera strettamente personale. È un peccato: si tratta di un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: «Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe «rivoluzionaria» ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire «si vede», in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
È impressionante come il Manifesto avesse visto nascere, con un anticipo di centocinquant’anni, l’era della globalizzazione, e le forze alternative che essa avrebbe scatenato. Come a suggerirci che la globalizzazione non è un incidente avvenuto durante il percorso dell’espansione capitalistica (solo perché è caduto il muro ed è arrivato internet) ma il disegno fatale che la nuova classe emergente non poteva evitare di tracciare, anche se allora, per l’espansione dei mercati, la via più comoda (anche se più sanguinosa) si chiamava colonizzazione. È anche da rimeditare (e va consigliato non ai borghesi ma alle tute di ogni colore), l’avvertimento che ogni forza alternativa alla marcia della globalizzazione, all’inizio, si presenta divisa e confusa, tende al puro luddismo, e può venire usata dall’avversario per combattere i propri nemici.
Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari.
Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni. E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari).
A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia?
Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare, e ottiene l’applauso del pubblico proletario... Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, è esattamente quello che vogliamo fare.
La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione...
E così via, sino a quel capolavoro di reticenza che è la risposta sulla religione. Si intuisce che la risposta è «vogliamo distruggere questa religione», ma il testo non lo dice: mentre abborda un argomento così delicato sorvola, lascia capire che tutte le trasformazioni hanno un prezzo, ma insomma, non apriamo subito capitoli troppo scottanti.
Segue poi la parte più dottrinale, il programma del movimento, la critica dei vari socialismi, ma a questo punto il lettore è già sedotto dalle pagine precedenti. E se poi la parte programmatica fosse troppo difficile, ecco un colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati (mi pare) a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene» e «Proletari di tutto il mondo unitevi».
A parte la capacità certamente poetica di inventare metafore memorabili, il Manifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti.


“La Stampa TuttoLibri”, 3 ottobre 2015

18.1.17

Un colloquio con Ernesto De Martino (Cesare Cases, 1965)

Ernesto De Martino
In un articolo sui “Quaderni piacentini”, che – al tempo – conobbe giustamente notorietà e apprezzamento, Cesare Cases, uno tra gli intellettuali più acuti e pensosi della “sinistra critica”, germanista di prim'ordine, raccontò l'ultimo suo colloquio con Ernesto De Martino, l'antropologo di Sud e Magia e di tante altre opere, l'iniziatore di un poderoso movimento di ricerca e di studio sulla cultura delle classi subalterne in Italia. Il dialogo tra i due induce a una grande nostalgia per un tempo in cui l'impegno scientifico e civile non era disgiunto dalla riflessione radicale sui grandi temi dell'esistenza. Il testo, in cui è evidente il riferimento al “marxismo-leopardismo” di Sebastiano Timpanaro, suscitò l'interesse di Franco Fortini, che pubblicò – nello stesso numero della rivista – una nota a margine del colloquio De Martino-Cases, dal titolo emblematico Gli ultimi tempi. Anche oggi, a più di cinquant'anni di distanza, quel dialogo andrebbe ristudiato e rimeditato, visto che ci parla della crisi del nostro tempo. (S.L.L.)
Franco Fortini e Cesare Cases
La prematura scomparsa di Ernesto De Martino, morto di cancro il 6 maggio scorso in un ospedale romano, ha lasciato un vuoto irreparabile in quanti lo hanno conosciuto. È raro che gli interessi scientifici si fondano così pienamente con la personalità dell’uomo come avveniva in lui, sicché chiunque l'abbia conosciuto e apprezzato per la sua profonda umanità è stato irresistibilmente attratto nel suo mondo concettuale, anche se proveniva da altri indirizzi culturali e non era direttamente interessato ai suoi problemi. E quando si saranno dissipati molti fumi creati dalle mode e si distingueranno meglio i contorni del paesaggio culturale degli ultimi decenni, è probabile che si debba riconoscere nella sua opera non soltanto il più importante frutto dell’insegnamento diretto di Benedetto Croce (cui De Martino rimase legato da profonda riconoscenza anche dopo averne superato le posizioni ed essersi avvicinato ideologicamente e politicamente al marxismo), ma uno dei maggiori contributi che l’Italia abbia dato alla cultura di questo secolo. Per ora siamo certo lontani da questo riconoscimento, a giudicare dai necrologi banali e affrettati (salvo un buon articolo di Andrea Barbato nel «Giorno») in particolare da parte della sinistra: «Rinascita », mentre faceva intervistare il solito Lévi-Strauss, non dedicava nemmeno una riga alla scomparsa di De Martino, e 1’«Unità», in un articolo a firma Mario Spinella, gli attribuiva una immaginaria laurea in scienze naturali onde inserirlo in quello scientismo ecumenico che sembra essere l’unica ideologia attuale del PCI. e di cui De Martino, con la sua profonda sensibilità per il nesso tra teoria e prassi, era la vivente contestazione. Il che dovrebbe indurre gli accusatori dell'establishment della cultura di sinistra (di cui De Martino faceva indubbiamente parte) a malinconiche considerazioni sulla precarietà dell'establishment medesimo e sulla rappresentazione alquanto mitologica che essi se ne fanno.
Non ho né la preparazione né l’autorità per scrivere il necrologio finora mancante. Vorrei invece ricordare De Martino riferendo un colloquio avuto con lui nel marzo scorso, quando mia moglie ed io andammo a trovarlo nella clinica romana in cui era allora ricoverato. Questo colloquio non fu in fondo che la ripresa e la continuazione di un discorso che avevamo più volte affrontato nelle nostre conversazioni, ma il fatto che ora i visitatori sapessero — e forse egli intuisse — che la morte era per lui prossima, gli conferì una pregnanza sia intellettuale che emotiva tale da spingermi più tardi a fissarlo in qualche appunto. Mi rincresce soltanto di non poter riprodurre la parola, insieme così colorita e così concettualmente precisa, di De Martino, e di dover tradurre il suo linguaggio nel mio, sbiadito e approssimativo.
Nonostante la malattia, De Martino era — come del resto, si può ben dire, fino alla morte, quando non era preso da veri e propri attacchi del male — perfettamente lucido e «in forma», in possesso di tutta la gamma delle sue qualità intellettuali, retoriche, espressive e mimiche. Dopo aver parlato del più e del meno ed essere stati interrotti da un prete che veniva ad offrire ai malati il suo conforto spirituale e che fu cortesemente, ma fermamente respinto (non senza vigorosi commenti demartiniani, dopo l’episodio, su questa abitudine della clinica di spedire un prete dai malati senza informarsi in precedenza se essi gradissero o meno la sua visita), Vittoria, l’impareggiabile compagna di De Martino, si assentò per sbrigare qualche faccenda e noi tre restammo soli. Si toccò dapprima un tema quasi obbligato di conversazione: Lévi-Strauss. De Martino aveva alta stima dello studioso, ma non condivideva la metodologia e le prospettive dello strutturalismo e soprattutto deprecava che esso fosse diventato una moda da cui non ci si poteva più salvare. Mia moglie ed io avevamo appena letto l’introduzione di Lévi-Strauss agli scritti di Marcel Mauss, che ci era parsa estremamente significativa per gli aspetti irrazionalistici del pensiero dell’autore, ed esprimemmo la nostra meraviglia nel vedere che questi aspetti così evidenti erano generalmente trascurati. De Martino ci diede ragione, ma questa volta non insistette sull’argomento e troncò con un brutale: «Bisogna distruggerlo», una di quelle frasi che talvolta uscivano dai suoi precordi di napoletano che si rifiutava di ascoltar ragione. Passò invece ad altro argomento: « Oltre a Lévi-Strauss, un’altra questione che mi interessa in questo momento è il cosiddetto dialogo tra marxisti e cattolici». Gli dissi che avevo visto sul suo comodino una delle numerose pubblicazioni in proposito. «Già, mi son letto questo libro e anche altri, ma mi sembra che per lo più si tratti di discorsi campati per aria. Manca finora l’intervento dello storico delle religioni, che qui può dire una parola decisiva. Poiché tutti costoro mettono a confronto marxismo e cristianesimo come se fossero lì da sempre. Invece si tratta di vedere che cos’era una volta la religione e che cosa può ancora essere, che funzione può svolgere adesso. Senza questa ricerca preliminare non si può impostare adeguatamente il problema. Direi che, in questi che se ne sono occupati, manca lo spirito galileiano, cioè essi partono dalle dottrine e dalla loro maggiore o minore conciliabilità anziché chiedersi che cosa significhi in concreto l’esperienza religiosa per chi la vive all’interno della nostra civiltà occidentale. Questa civiltà si fonda su una scelta di cui possiamo ritrovare chiara consapevolezza pressapoco all’epoca di Cartesio. Quando Cartesio respinge il mondo del sogno e fonda la certezza del proprio io sulla ragione, sulle idee chiare e distinte, è tutta una società che con lui sceglie questa via. Da questo momento la religione cessa di essere l’orizzonte necessario per reintegrare in ogni istante l’uomo nel mondo, per superare la crisi della sua presenza al mondo. Cessa quindi di avere una funzione operativa come elemento determinante della civiltà ».
«Si può dunque dire — chiesi — che in un certo senso, finché la religione aveva questa funzione operativa, gli dei esistevano?». «Sì, — rispose De Martino — almeno nel solo senso che la parola esistere può avere agli occhi della scienza. Poiché la religione era tutto, era essa a tenere insieme la società che altrimenti si sarebbe disgregata. Ora mi sembra che di questa funzione che la religione ha esercitato nella storia il marxismo non abbia chiara coscienza, e in fondo non ne avesse neanche Marx stesso. È vero che da qualche parte allude per esempio alle concezioni apocalittiche, ma aggiunge che del significato di queste concezioni può occuparsi chi ne abbia voglia, come si si trattasse di questioni puramente erudite. Certo la mancanza di questa consapevolezza non è imputabile a una deficienza di Marx: era lo stato della scienza del tempo che non gli permetteva di scorgere questa funzione della religione ».
A questo punto feci delle obiezioni: mi sembrava che già il pensiero tedesco da cui Marx proveniva si differenziasse dall’illuminismo francese proprio perché aveva coscienza della funzione storica della religione e non la considerava come pura menzogna e finzione, come remora e non come elemento fondatore di civiltà. Sia Hegel che Feuerbach, in modi diversi e opposti, condividono in sostanza questo atteggiamento. De Martino ammise che questo poteva valere in qualche misura per Hegel, data l’impostazione generale del suo pensiero, ma lo contestò per Feuerbach. Tornai alla carica risalendo all’indietro e citando Lessing e l’Educazione del genere umano.
De Martino replicò:«Già, Lessing, ma anche in Lessing si tratta pur sempre dell’idea pedagogica per cui la religione, o un certo tipo di religione, è la forma fantastica di una verità non ancora giunta a chiarezza. C’è sotto il paragone del bambino in cui è viva la forza dell’immaginazione e che si rappresenta in veste fantastica ciò che, spogliato di questa veste, sarà la sua verità di adulto. Quello che afferma la moderna scienza delle religioni è un’altra cosa: è l’idea che c’è un tipo di civiltà, in sé autonoma e autosufficiente, che è fondata sulla religione come elemento di reintegrazione culturale dell’individuo nella società (tipo di civiltà che continua oggi nelle società primitive), mentre la civiltà occidentale ha optato per un altro modo di reintegrazione culturale e cioè per il dominio razionale della natura. Non si tratta quindi di bambino e di adulto, ma, per così dire, di due diverse forme di essere adulto, una delle quali è la nostra. E certo questa scelta che abbiamo fallo è irrevocabile, e dobbiamo accettarla, ma ciò non significa che la religione non possa nuovamente riapparire all’orizzonte non più come assise della società, ma come possibilità di reintegrazione al limite, là dove la società dissacrata non riesce più a coprire la crisi della presenza. Poiché anche in una società fondata interamente sulla ragione, anche nella società socialista, la crisi, il dramma, continueranno a sussistere, e guai se non fosse così perché altrimenti questa società sarebbe spaventosamente noiosa. Ora anche questo in Marx non è esplicitamente previsto, nemmeno nel giovane Marx ».
Con questo De Martino stava approdando a un discorso già noto a chiunque lo conoscesse, e cioè a quello della necessità di un simbolismo laico. Glielo dissi, ed egli confermò: «Certo, è un mio leit-motiv, perché secondo me l’integrazione e la reintegrazione dell’uomo nella società non cessano di essere problematiche e continuano quindi a postulare una soluzione simbolica. Sai che io penso appunto che nascita, matrimonio, morte abbiano bisogno di essere adeguatamente solennizzati anche in una società socialista, e provo orrore all’idea che tutto si riduca a un atto burocratico di fronte a uno sportello. Ed è qui che l’insoddisfazione per la razionalizzazione dei rapporti riapre la via alla tentazione religiosa. Prendi la morte, la crisi ultima e definitiva della presenza dell’individuo. Come puoi eliminarne il carattere drammatico? Sì, certo, anche qui il limite si può spostare, forse verrà il giorno in cui, quando il tuo cuore si sarà stancato di battere, lo potrai spedire, che so io, da Einaudi, dove provvederanno a ricaricartelo perché tu ritrovi la tua efficienza. Ma il limite lo potrai spostare, non abolire. E, capisci, se uno ha il cancro e sa che deve morire, beh, allora ha un bel sapere che Dio non c’è, la tentazione è grande... E questo, caro mio, in Marx non ci sta scritto ».
De Martino aveva pronunciato queste ultime parole con quel lampeggiamento degli occhi e quella breve mimica (lo spostamento laterale delle mani con le dita aperte e distese) con cui sottolineava abitualmente un momento importante del suo discorso. L’esempio si era offerto naturalmente e nulla poteva far pensare che egli si riferisse a se stesso, anche se questa possibilità non è del tutto da escludere (naturalmente solo per quanto riguarda la consapevolezza della morte imminente, non per la tentazione religiosa). Egli era stato tenuto all’oscuro sulle sue vere condizioni, note ai familiari e agli amici, ma è probabile (altri indizi stanno a confermarlo) che almeno con una parte di se stesso egli oscuramente le intuisse. Sicché l’esempio dell’uomo che muore di cancro, gettato lì né più né meno come una qualsiasi di quelle esemplificazioni concrete di cui il discorso di De Martino era sempre assai ricco, suscitò una comprensibile commozione in me e in mia moglie.
Per superare il turbamento mi affrettai a ricondurre subito la conversazione a temi di carattere generale. Dissi a De Martino che questa sua correzione al marxismo mi ricordava le posizioni di un mio amico, illustre studioso del Leopardi, che vuole integrare Marx con il suo poeta prediletto, in quanto sostiene che il comunismo non può eliminare le limitazioni naturali dell'uomo, la malattia, la morte ecc., di fronte alle quali il pessimismo leopardiano resta un’istanza valida. Aggiunsi che ero sempre in polemica con questo mio amico non già perché negassi l'esistenza del male naturale, ma perché mi pareva in qualche modo secondario rispetto al male di origine storica, più che mai in questo momento in cui il progresso tecnologico ha posto in mano all’uomo i mezzi per la propria totale estinzione.
Toccavo così un punto che avevamo già discusso con De Martino e su cui sussistevano tra di noi elementi di dissenso. Negli ultimi anni egli si era intensamente occupato del tema della fine del mondo e dei rapporti tra apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche, su cui stava preparando in collaborazione con Giovanni Jervis un libro rimasto purtroppo incompiuto (l’ultimo scritto pubblicato da De Martino — nel n. 69-71 di « Nuovi Argomenti » — e intitolato appunto Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche, svolge alcuni temi centrali di questo libro). Mi aveva spesso parlato del suo lavoro specie in relazione alla documentazione letteraria che egli stava raccogliendo e per cui gli avevo fornito qualche indicazione. Si era letto, con lo zelo e la passione che metteva in ogni sua impresa, un mucchio di testi, da Proust a Sartre, da Hofmannstahl a Kafka, dagli espressionisti a Beckett, subito inquadrandoli perfettamente nella sua problematica. Ma in complesso questa letteratura non gli andava a genio. Le sue concezioni — che anche qui facevano tutt’uno con il suo temperamento — lo portavano a una valutazione negativa di tutto ciò che metteva in dubbio l’«appaesamento» (per usare un termine che ricorre spesso negli ultimi scritti) dell’uomo nel mondo. Perciò considerava tutta la letteratura «apocalittica» che scrupolosamente si sorbiva solo come la testimonianza di una crisi dei valori, giungendo per diverse vie a un giudizio analogo a quello di Lukàcs. Io gli facevo osservare che non era ormai più possibile considerare questa crisi come un puro fenomeno culturale corrispondente all’involuzione di una classe sociale, poiché l’esistenza della bomba atomica trasformava in possibilità reale e concreta quell’apocalissi che finora indubbiamente rappresentava soltanto la proiezione del dissestamento delle strutture culturali di una civiltà. Ciò conferiva una certa legittimità oggettiva alla letteratura in questione e limitava la sua analogia con le apocalissi psicopatologiche individuali. Ma egli si rifiutava di vedere una differenza qualitativa tra apocalissi reale e totale e apocalissi culturale parziale. «La fine del mondo — mi disse una volta — c’è sempre stata. Che altro vuoi che abbiano pensato gli Incas o gli Aztechi di fronte ai conquistadores spagnoli, questi marziani piovuti da chissà dove, se non che quella era la fine del mondo? Noi possiamo dire che era la fine del loro mondo, ma che cosa è la fine del mondo se non sempre la fine del proprio mondo?». Era questo il punto su cui non c’intendevamo, poiché io non riuscivo a mettere sullo stesso piano la fine di un mondo culturale, al di là della quale si aprono comunque nuove prospettive, e la fine del mondo umano in generale. Nel saggio di «Nuovi Argomenti» De Martino ribadì esplicitamente la sua posizione scrivendo che «rispetto alla dissipazione... dell’ethos del trascendimento valorizzante della vita impallidisce per importanza la stessa atroce prospettiva della catastrofe fattuale del mondo umano per un possibile conflitto termonucleare». «Infatti — concludeva il saggio — se la catastrofe fattuale del mondo umano dovesse prodursi — magari ’’casualmente” o ’’per equivoco” — attraverso un gesto tecnico della mano dell’uomo, ciò significherebbe che il mondo era segretamente finito già molto tempo prima e che già poteva capitare qualsiasi cosa, per esempio l’avventura di Gregorio Samsa che una mattina, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso: e che già poteva capitare qualsiasi cosa non più nel distacco di un racconto, ma proprio nella realtà, diventata essa stessa allucinatoria e distruttiva». Che per De Martino l’essenziale continuasse ad essere la disposizione etica dell’uomo, la sua capacità di trascendere la crisi nel valore, risulta anche da ciò che ebbe a dirmi un’altra volta, e cioè che in una catastrofe cosmica era per lui pur sempre decisivo il «gesto di non accettazione» che l’uomo le avesse opposto nel perire, confermando la sua fedeltà ultima al mondo culturale cui apparteneva.
Portando il discorso su questo tema potevo quindi aspettarmi che esso sarebbe rimbalzato indietro. Infatti, quando gli dissi che più che le limitazioni naturali dell’uomo mi importava la possibilità che l’uomo uscisse definitivamente dalla scena della natura, De Martino replicò subito: «Ma, caro mio, dalla natura l’uomo rientra e riesce ogni momento, per questo non c’è bisogno della bomba atomica. E anche il comunismo non può sopprimere questa tensione, questo dramma, qui il dominio integrale della natura urta contro limiti invalicabili». Con ciò si ritornava alla questione della morte individuale, da cui avevo cercato di evadere accennando alla morte collettiva. Questa volta non mi restava che affrontarla. Mi ricordai allora di una discussione che avevo avuta di recente con un comune amico che sosteneva l’opportunità di dire a De Martino che era condannato, poiché un uomo della sua statura intellettuale dovrebbe accettare la propria morte nella consapevolezza della sopravvivenza della specie. In questo mi sentivo più demartiniano del mio amico, la «crisi della presenza» mi sembrava qualcosa che non si può superare in modo puramente razionale, meno che mai da parte di un uomo che non per nulla l’aveva posta al centro del proprio pensiero. Ero quindi dell’avviso che fosse giusto nascondergli la verità. Ma dissentivo da De Martino nel senso che valutavo più ottimisticamente le possibilità di risoluzione della crisi della presenza nell’ambito del comunismo. Perciò ribattei : «Sì, questo è vero, ma solo fino a un certo punto. Mi sembra che in Marx ci sia la prospettiva di un rivolgimento importante anche nel dramma che tu descrivi. Poiché il comunismo non significa soltanto il dominio assoluto della natura, ma anche la realizzazione dell’uomo come essere generico, la riconciliazione dell’individuo con la specie. Certo tu hai ragione, la fine di un individuo che avrebbe ancora molto da dire e da fare è una ingiustizia irreparabile che ci rifiutiamo di accettare. Per questo, per esempio, un uomo come Goethe così attaccato al mondano, e proprio perchè attaccato al mondano, nel colloquio con Falk ai funerali di Wieland postula una specie di immortalità individuale poiché gli sembra impossibile che la monade uomo debba cessare di svilupparsi con la morte. Cioè anche a Goethe non bastava il rimando alla continuità della specie per giustificare la fine dell’individuo, soprattutto del grande individuo. Ma nella società senza classi, ogni individuo realizzando immediatamente la specie, la consapevolezza che il proprio lavoro, il significato della propria esistenza, viene proseguito nella sopravvivenza dell’uomo come specie, dovrebbe assumere ben altra intensità, e quindi anche la morte dovrebbe perdere gran parte della sua drammaticità. Certo, finché questo stadio non sarà raggiunto, il rimando alla specie resterà una fredda operazione intellettuale, una magra consolazione, ma ripeto che nel futuro, contrariamente a quanto pensi, anche qui si dovrebbe realizzare una svolta ».
De Martino ripeté: «Già, l’individuo, la specie...». Ma in quel momento rientrò Vittoria, un po’ preoccupata perché il colloquio era stato molto lungo e De Martino non doveva affaticarsi troppo. Ci congedammo in fretta. Non so che cosa De Martino avrebbe replicato, ma se questa brusca fine del colloquio aveva lasciato formalmente a me l’ultima parola, in realtà era lui il vincitore morale, poiché quel mio rimando a ere future, e chissà quanto probabili, non aveva fatto altro che ribadire indirettamente la consapevolezza del dramma attuale: del dramma dell’amico che stava per morire nel pieno delle sue forze e al culmine della sua attività, e del dramma di noi, che restavamo orbati di una così vigorosa e feconda presenza.


“Quaderni Piacentini” n. 23-24, maggio-agosto 1965

Olimpiadi antiche e moderne (Gianni Brera)

Gianni Brera, inviato nell'estate del 1984 alle Olimpiadi per “la Repubblica”, aprì la serie dei suoi servizi da Los Angeles con il pezzo che segue, un vero pezzo di bravura. (S.L.L.)

Dietro Pindaro c'era già lo sponsor
Giorni di Olimpiade, giorni sacri, almeno traverso i ricordi. Mentre si consumano immense pile di retorica, si constata con lieto animo che la XXIII Olimpiade moderna ricorre nello stesso periodo scelto per celebrare i Giochi più illustri del mondo classico, fra mietitura e vendemmia. Forse non sarà la luna piena di agosto ma caldo ne avremo tanto, e voglia di esaltare noi stessi nei concittadini capaci di vittoria.
Nulla o quasi è mutato sotto il sole. Dice che la primissima idea olimpica fu di Ifito, re dell'Elide: si consigliò con Licurgo, re di Sparta, e con lui addivenne ad un arcano trattato sulla pace, indispensabile per i Giochi. Ma Pindaro - che per un'ode riscuoteva l'equivalente in dracme di venti buoi - esalta la leggenda di Pelope, cui era toccata la bella Ippodamia dopo una rapida e vittoriosa corsa al traguardo. Pelope aveva piena coscienza del proprio valore e della necessità di tramandarne la fama. Sotto il suo regno, si organizzarono stabilmente a Olimpia feste atletiche alle quali si diede alto significato sacrale. Giove ottimo massimo presiedeva a questa quadriennale liturgia del muscolo e del coraggio. Una enorme statua del padre degli dei era firmata da Fidia, che passava allora per lo scultore greco più celebre, e certamente costava assai, ma la Polis di Olimpia disponeva di ingenti capitali: la sua sagra mobilitava l'intero mondo greco, dall'Asia Minore alla Spagna, e costituiva un affare senza eguali. Gli atleti giungevano un mese prima al villaggio olimpico e venivano nutriti a spese degli organizzatori. Dietisti non insensibili alle convenienze raccomandavano fichi e formaggio. Reagì Pitagora, per altro cadendo in sospetto di omosessualità, e dimostrò che i suoi atleti compivano miracoli nutrendosi di carne.
Riunioni atletiche importanti, secondo calendari prefissati, si svolgevano da tempo a Delfi, Eleusi, Corinto e altrove, e sempre coincidevano con solenni manifestazioni di culto, ma Olimpia superò ogni altra sede rivale. Dal 776 avanti Cristo si prese a calcolare il tempo in base al prestigioso quadriennio olimpico. Il vincitore incoronato a Olimpia ricavava gloria maggiore che altrove: e Pindaro esaltava la sua stirpe dopo essersi puntualmente accordato con il regolo o il tiranno che reggeva la sua Polis. Era un'ode ragionevolmente sublimata da voli, un minimo di tremila dracme, quando ne bastavano 150 per acquistare un bue. Al campione olimpico, il dono di una casa in segno di pubblica riconoscenza: e veniva abbattuto un tratto di mura perché vi transitasse il suo cocchio trionfale.
Ai primi Giochi olimpici erano ammessi i soli aristocratici di stirpe greca. Se ne deduce che anche l' Olimpiade antica era un mezzo per esercitare il potere politico. In tempo di armi bianche, era il puro muscolo a determinare le gerarchie sociali: e gli aristocratici dimostravano anche in pace di essere degni di governare proprio perchè più abili di tutti nel mimare la guerra (giavellotto, peso, disco, salto, lotta, pugilato, corsa breve e corsa lunga, guida del cocchio). Quando la civiltà fu abbastanza progredita da assicurare il potere de lege, gli aristocratici consentirono finalmente ai borghesi il privilegio di sacrificarsi per la gloria della polis natia: e questi, forzatamente meno esclusivi, cercarono gli elementi migliori anche fra il popolo, ma il ciabattino Callistrato (o chi per lui) pretese immediati indennizzi alla perdita di tempo quotidiana: così nacque il professionismo.
Platone fa dire orribili cose a Socrate, dichiarato nemico dei rozzi muscolati a pagamento: era anch'egli un aristocratico e disprezzava chi dalla proprio eccellenza fisica pretendeva guadagni materiali; così Aristofane, che certo non scriveva per suo vantaggio esclusivo. Era questo, a pensarci, un modo abbastanza ipocrita di ignorare la realtà delle cose. L'Olimpiade costituiva un affare ingente, e assicurava gloria a chi ne dilatava la fama con degne imprese agonistiche. Intorno allo stadio e all'ippodromo sorgevano alberghi di lusso e tendopoli riservate a turisti agiati di tutto il mondo mediterraneo.
Le donne non erano ammesse fra gli spettatori ma attendevano i loro uomini dove era subito possibile rifarsi di ogni desiderio represso. Curiosa gente i greci!: non volevano che gli imponenti atleti, gareggiando del tutto nudi, li facessero scomparire agli occhi delle loro donne ma poi consentivano alle Polis di eternare con statue l' immagine dei migliori campioni. O forse era sancito de jure che neanche le statue umiliassero al paragone? Esercitare l'eros non costituiva peccato nella fortunata Grecia degli dèi olimpici, però è vero che la pars genitalis di atleti e guerrieri scolpiti nel marmo o plasmati nel bronzo non mortificava nessuno (e così testimoniano ancora oggi i microfallici guerrieri di Riace).
A quali livelli tecnici si gareggiasse negli stadi di Olimpia non possiamo onestamente sapere nè valutare oggi. È pensabile che l'etnos greco non esprimesse fenomeni lontanamente paragonabili a quelli odierni. Il gigantesco Milone di Crotone sollevava ogni giorno una vacca per allenarsi, ma si sa (ora) che la forza non significa potenza se non in ragione della velocità del gesto con cui la si esprime. Per contro, torna spontaneo ammirare i guidatori di cocchio. Li ricorda Orazio nella dedica delle Odi a Mecenate (sunt quos curriculo pulverem olympicam - collegisse juvat, metaque fervidis vitata rotis: c' è qualcuno cui piace aver raccolto polvere olimpica, ed evitata la meta con ruote infuocate...). Non si capisce quindi il disprezzo di cui venne coperto Nerone per aver gareggiato all'Olimpiade. Anche i suoi assalti venivano sollecitati al calor bianco, anche la sua fragile biga poteva rovesciarsi: evidentemente, il gesto atletico era andato perdendo gloria con l'avvento del Cristianesimo: il corpo, nobilmente esaltato dagli ideali callistenici dei greci, diventava la volgare prigione dell'anima: però, un imperatore che rischia la vita per un serto di olivo selvatico meriterebbe maggiore stima! Qualcosa sfugge sempre all' esame della storia.
Aveva ragione il povero Vittorio G. Rossi: a petto di certe fandonie seriosamente diffuse oggi a livello politico acquista fondamento plausibile l'unione del dio Marte con l'ingenua Rea Silvia, che al suo seduttore immortale diede i gemelli Romolo e Remo. Le pile di retorica bruciata sui ruderi sublimi di Olimpia invitano a non minore scetticismo.
Carletto Uboldi, il maratoneta rifiutato
Gli inglesi avevano appena reinventato lo sport quando un pedagogista francese a nome Pierre de Coubertin propose astrusamente di rendere vana per sempre la insopportabile tracotanza dei vincitori di guerre (era appena caduto Napoleone III a Sèdan). La sua riesumazione di Olimpia era patetica molto ma i perfidi inglesi vi si risentirono. I francesi umiliati, e quanto rudemente!, gli stavano ancora bene: e i prussiani erano alleati in omaggio al comune sangue sassone e al balance of power. Non solo: ma lo sport moderno doveva considerarsi tipica ed esclusiva invenzione inglese, come il telaio meccanico, la nave di ferro, la vaporiera, il treno, il preservativo ed il francobollo postale. Che un pappagallo di pedagogista francioso vagheggiasse così capziose conseguenze per una semplice riunione di sport agonistico era a dir poco madornale. Il resto del mondo non fu comunque insensibile al ripristino dell'idea olimpica e gli inglesi vi si dovettero acconciare a proprio dispetto.
Era perfino rappresentata l'Italia, quella povera, triste Italia, nel primissimo Comitato Olimpico: vi figuravano infatti due personaggi così nobili da far pensare che sentissero puzza sotto il naso. E non peraltro rimandarono a casa da Atene il solo atleta italiano intenzionato a gareggiare nella prima Olimpiade moderna (1896): si chiamava Carletto Uboldi, era un tipografo milanese: arrivò di corsa in Ellade per allenarsi alla maratona - via Trieste, Ragusa, Skopje - ma gli incorrotti ellanodici italioti gli rinfacciarono subito di avere vergognosamente intascato 2 lire - diconsi 2 lire - dopo la vittoriosa traversata podistica di Corsico. Contaminato in modo così irreparabile, altro non poteva il Carletto che rientrare: e lo fece da quel poveraccio che era, ma non trovò un cane in Italia che osasse criticare simile insulsa fiammata di perbenismo olimpico. La maratona dedicata a Filippide fu poi vinta da un coraggioso pastorello greco; il lancio del disco toccò a un americano che fece scompisciare tutti nel vano tentativo di adeguarsi alle impossibili mosse eternate da Mirone.
L'Olimpiade emigrò subito dopo a Parigi (1900) e infine a Saint Louis (1904) dove toccò abissali vertici di grottesco. Pierre de Coubertin ne fu tanto sdegnato da implorare che Roma desse nuova sacralità ai riti malamente profanati in Usa. Perfino Vittorio Emanuele III, famosissimo avaro, cacciò 50 mila lire per la bisogna: ma il senatore Angelo Mosso richiamò il paese a una più realistica visione della propria situazione sociale e culturale. Se la lontana e aclassica Saint Louis aveva inteso celebrare il grottesco, sicuramente Roma avrebbe celebrato l'amara velleità del comico involontario. A Roma si mungevano ancora le capre sotto i portoni delle case civili. In tutta Italia ci si nutriva ai limiti della sopravvivenza. Cinque milioni di noi erano arcadi immondi: trentacinque milioni, analfabeti puri. Il plus-calore e lo sport non si accordavano ancora: e senza tale accordo il muscolo bruto non avrebbe avuto un senso neppure davanti al rinnovato altare di Fidia. Angelo Mosso aveva scritto libri sulla fatica tradotti in tutto il mondo: sapeva aprire gli occhi sull'Italia e vedere quanto era giusto vedesse un medico degno di questo nome.
La terza fiamma olimpica venne accesa a Londra, prestigiosa culla del nuovo sport agonistico, nell'anno di scarsa grazia 1908. A Roma, la avrebbe alimentata il gasolio dopo qualcosa come cinquantadue anni (1960). Nuovi colossei sarebbero stati costruiti per l' occasione. Un fondista inglese malamente battuto sui 10.000 nella afosa Roma di settembre avrebbe esclamato con subdola insolenza: "Avrete mie notizie quando ci rivedremo in Europa!". Né vuol essere meglio a Los Angeles sotto la greve luna di agosto: ma importa che ancor oggi gli uomini sognino di vincere senza spargere sangue. La cosa, del tutto impossibile in sé, nobilita il nostro mal comune, la vita.


“la Repubblica”,18 luglio 1984  

Los Angeles 1984. Sara, Todisco e Possamai. Le cronache olimpiche di Gianni Brera

Sara Simeoni esprime così dolce malinconia che io la recepisco in una sorta di intima gratitudine, come di fronte a un lago sereno. Solo gli spiriti banali si trovano a disagio sui laghi. A me capita di sentir strisciare fuori dall'anima tutte le immonde bisce che vi si trovano: e per una sorta di inesplicabile sollievo mi par anche di essere migliore. Questo mi accade quasi sempre a Lezzeno, sul Lago di Como, verso Bellagio: le sue acque profonde hanno sicuramente potere radioattivo. Bondino Posca vi matura a modo il suo buon vino pavese e aspetta paziente la Pasqua per cogliere i fichi (ma de bon). Sara Simeoni mi riporta giusto a Lezzeno. La successione di idee e di immagini è forse strana, però, mi sembra, non banale. Quando Sara si avvita nel suo Fosbury e salta i due metri alla prima, io penso a un prodigio di quelli cari al comasco Plinio il Vecchio, che teneva la barca a Rimini per tornare quando più gli garbasse al suo lago. Plinio comandava la flotta del Tirreno ma dal mare fuggiva appena possibile (presentiva forse la morte sulla spiaggia di Ercolano). Quando invece Sara abbraccia la Ulrike Meyfarth, che è tornata a volare sui 2,02, non mi consente divagazioni di sorta. E' propriamente una regina mai nata, una creatura che De Gobineau avrebbe solo potuto immaginare per le sue "Pleiadi" e Ulrike è dello stesso rango. Sedicenne, è stata per tutti una magica apparizione a Monaco di Baviera. Poi si era perduta. La Sara le ha preso le misure prima e infine anche il record mondiale. Ora l'Ulrike conquista la sua seconda medaglia d'oro; e la Sara, campionessa di stile e di durata, può giusto abbracciarla senza invidia: argento a Montreal, oro a Mosca, argento a Los Angeles. Quattro Olimpiadi celebrate contro le stesse leggi di natura. Trentadue anni sofferti in continua esaltazione, però cheta, mai bruttata dall'enfasi. Mi pare giusto sia stata proprio lei a portare la nostra bandiera il giorno dell' inaugurazione. Quella volta ho interpretato la sua dolce malinconia come un'anticipata condanna a vivere di ricordi. Macché! Sara sentiva ben altro. Nei suoi dolci occhi neri era il presagio di un volo bello ma inutile ai fini della vittoria.
Adesso non so che cosa intenda fare Sara. Probabilmente diventerà moglie legittima del suo bravissimo allenatore Erminio Azzaro (o forse è già sua sposa in segreto?); probabilmente penserà al lavoro che l'attende (è professoressa di educazione fisica). A lei debbo ripetere quanto mi è già accaduto di dire a Pietro Paolo Mennea: se vuol restare fra noi e l'idea la diverte, anche noi ne saremo divertiti. Se invece vuole andarsene, di lei rimarrà il ricordo che si merita un'insigne atleta, una brava e onesta donna che emana dolce malinconia come sogliono i laghi sereni.
Vedo in semifinale Salvatore Todisco dopo Maurizio Stecca, al quale Falcinelli raccomandava di "schivare" l'avversario, cioè di non imbarcarsi in giochi solo pericolosi, non più necessari a fare punti. Salvatore Todisco fa esattamente il contrario di quanto consigliava Falcinelli. Ha di fronte Keit Mwila, negretto dello Zambia, alto, esile, mancino. Detesto i mancini, alla cui razza dannata appartengo per mero sfizio di cromosomi. Nella boxe, poi, sono insopportabili. Per loro si dovrebbe modificare il gergo: dire primo e secondo pugno, non sinistro e destro, perché nei "guardia-falsa" il primo pugno è il destro e il secondo è il sinistro. Per questo incontro, deploro ancora una volta l'adozione della maschera, che mi impedisce di cogliere l'espressione dei pugili, le smorfie, le strizzate di palpebre sugli occhi atterriti o spavaldi. Todisco deve entrare nella guardia avversaria e correre dei rischi necessari: vibra colpacci assassini con i due pugni. In certo modo, accetta la rissa dopo avermi riempito di gaia meraviglia. Mini mosca per giunta piccolo e atticciato, Todisco impone una boxe al massacro: e infatti il negro viene contato. Si capisce pure che Todisco si è contuso la mano destra, ma seguita a picchiare come un' anima attraversata dai diavoli. "Sta zitto!" gli impone Falcinelli mentre lo va asciugando e ventilando nell' angolo. Todisco vorrebbe spiegare perché ha accettato la rissa. Non ne ha bisogno. La terza ripresa addirittura mi indigna. Todisco smentisce nel modo più irritante la sua napoletanidad. Non ha proprio niente di astuto. Anzi, per me c'è il nome in capo: Todesch e anche nell'anima: dà luogo al più bello e avvincente incontro del torneo, ma il mio tifo farebbe volentieri a meno di ogni emozione: al mio tifo interessato basterebbe che Todisco fosse un po' più napoletano, per una volta, e non corresse rischi gratuiti. Può darsi mai un napoletano che non sia furbo come un volpacchiotto? Eccone qui uno, buona madonna, però è on todesch, e si accula (non viene contato, per fortuna) e si ostina a picchiare quando potrebbe tranquillamente girare in attesa del gong: i suoi punti di vantaggio sono molti: perché si butta ancora all'arrembaggio, perché barcolla sotto i pugni squassanti del mancino Mwila? Stupido regazzino, grido, stupido regazzino! È notte fonda. Chissà che penseranno i miei vicini. Adesso apprendo che la mano destra del finto napoletano Todisco si è fratturata e quasi ne provo sollievo. Ero sicuro che avrebbe vinto l'oro in finale, ma pensando alle giurie di cui si adorna questo ring avventurato preferisco se ne vada a casa con il suo bravo argento senza pigliarsi altre botte. Il piccolo Todisco ha la stoffa per tagliarsi qualsiasi divisa, non esclusa, se mi credete, quella mondiale. È un battant di quelli che piacciono molto agli americani, sempre un po' sadici nell' apprezzare l' eroismo degli altri. Gonzales, l' ex-dispari messicano, vincerà l'oro per gli Usa ma dovrà renderne presto conto al nostro orsacchiotto spaccone: per me, Todisco gliele suona solo attaccando lite: e quello si ingegni pure di contrare, come tanto ama: Todisco, a pugni alterni, lo demolisce.
Agnese Possamai ha il nome in capo. È un donnino tosto del nord, sicuramente un po' matto. La vedo scivolare a ritroso nei 3000 e più non penso a lei, che l' obiettivo Tv trascura come ininfluente. La corsa è nei piedini protervamente scalzi di Zola Budd, alla quale un padre ignorante ha affibbiato il nome del suo autore preferito. La Decker vorrebbe passarla all'interno e prende un ciampicone rovinoso, da piangerne tutta la vita. In testa rimane Zola finchè le tocca la sorte di un tristo personaggio zoliano, non dico proprio Nanà. La corsa deve scegliere tra la Sly, dagli imponenti quarti di cavalla, e la speronata Puika, avvezza alle tirate di collo orientali, quindi in grado di vincere come vuole. Noto con qualche stupore che i discoboli hanno preso a imitare i giavellottisti: quando hanno chiuso, inseguono l'attrezzo buttando urla di liberazione e dispetto. Un olandese mi pare che bestemmi addirittura: il suo disco se ne vola sfarfallando, neanche gli facesse cippirimerlo. So che i pedatori di Bearzot buscheranno anche dagli slavi e mi impongo di rimanere davanti al video come un penso sgradevole. Poi, curioso!, aspetto di aver ragione sentendomi un tantino in colpa. Noto che qualche azzurro gioca nella Jugoslavia e non lo sa. Addosso ai transfughi il mio sentimento di colpa e vado a letto. Piove, il mare è in burrasca. Ogni ondata rimbomba contro la riva come un mostruoso sberleffo al mio sonno. Sopporterei, mi dico, solo se avesse rivinto Sara Simeoni.


“la Repubblica”, 12 agosto 1984

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