22.4.18

Resistenza a Perugia. Aldo Capitini ricorda la figura e il sacrificio di Primo Ciabatti (1965)

Cimitero di Perugia, Tomba di Primo Ciabatti
Foto della Società Generale di Mutuo Scorso

Alla vigilia della II Marcia della pace, nel 1978, “l'Unità”, con la cura di Mauro Montali, pubblicò il discorso che Aldo Capitini aveva tenuto in ricordo del partigiano comunista Primo Ciabatti nel febbraio del 1965. Nel riprenderlo ho dovuto saltare un brevissimo passo, nella mia copia illegibile. (S.L.L.)

«Cammina», dissero a Primo, e lo coprirono di colpi
Aldo Capitini
Quando conobbi Primo Ciabatti svolgevo da anni un lavoro di collegamento tra antifascisti vecchi e nuovi, e .specialmente tra i giovani – molti tra i quali vidi passare a idee antofasciste — un lavoro che avevo cominciato a Pisa nel collegio universitario della Scuola normale superiore negli anni 1929-1932.
Ero segretario nella Normale e assistente volontario universitario e fui cacciato perché rifiutai la tessera del partito fascista (la rifiutò direttamente a Giovanni Gentile, n.d.r.) e il mio NO indicò a molti giovani che ci si poteva opporre al regime imperante.
Da allora comincia un collegamento che si allargò a molte città italiane e Perugia diventò un centro di antifascismo. Un «centro» perché molti venivano a Perugia ai nostri convegni clandestini: potrei fare un elenco lunghissimo di antifascisti che salirono anche più volte nella stanzetta che era il mio studio sotto la torre comunale: Antonio Banfi, Piero Calamandrei, Luigi Russo, Tommaso Fiore, Cesare Luporini, Delio Cantimori, Pietro Pancrazi, Giorgio Spini, Carlo Lodovico Ragghianti, Mario Alicata, Gerolamo Sotgiu, Carlo Salinari, Piero Mentasti, Mario Spinella, Norberto Bobbio, Guido Calogero, Umberto Morra, Antonio Ciuriolo, Edmondo Marcucci, Francesco Flora, la figlia del pittore Modigliani, Giame Pintor, Nina Ruffini, Ugo Stille, Giuseppe Dessì, Giovanni Guaita, Antonio Russo, Cesare Gnudi, Gianfranco Contini, Augusto Del Noce, Luigi Salvatorelli, Guido De Ruggero e tanti altri.
Ma Perugia era anche un “centro” nel senso che eravamo riusciti a collegare i giovani e giovanissimi di Perugia con i socialisti, comunisti, mazzimani e cattolici che si erano opposti fin dall’inizio al fascismo e resistevano alle persecuzioni.
Era una specie di società che comprendeva Aristide Rosini, Alfredo Cotani, Paolo Canenestrelli, Remo Roganti, Luigi Catanelli, Marzio Pascolini, Enea Tondini, Gino Spagnesi, Cesare Cardinali, Alfredo Abati, Sarlo Vischia, Gaetano Salciarini, Tommaso Ciarfuglia, Galassi, il bravissimo Don Angelo Migni Ragni parroco di Montebello, ex modernista e democraticissimo, Mariano Guardabassi, i fratelli Sorbello. Ottavio Prosciutti, Alberto Apponi pretore di Assisi, e i giovani Walter Binni, Bruno Enei, Giorgio Menghini, Noretta Benvenuti. Francesco Siciliano, Giorgio Graziosi, Agostino Bura, Arturo Massolo, Mario Frezza, Piera Brizzi, Franco Maestrini, e i miei scolari (davo lezioni private) come Ilvano Rapimelli, Enzo Comparozzi. Carlo Sarti, Maria Schippa. Ignazio Baldelli. Francesco Innamorati, Luisa Spagnoli ed altri.
Ci vedevamo spesso, ci tenevamo aggiornati, facevamo circolare scritti antifascisti, festeggiavamo il primo maggio, facevamo gite domenicali in campagna per parlare liberamente. Istituimmo anche una sezione dell'istituto di studi filosofici per avere occasione di far venire gente di fuori, di riunire giovani, di discutere.
La sezione era presieduta da Aveando Montesperelli: Giuseppe Granata tenace antifascista che aveva scelto Perugia perché la sapeva un “centro” e perfetto insegnante di filosofia dava il suo prezioso contributo. Come idee eravamo socialisti, comunisti, liberalsocialisti, mazziniani e quai che cattolico.
In questa Perugia inserirono Primo Ciabatti e Riccardo Tenerini, orfani, studenti dell'Istituto Magistrale, provenienti da un collegio di Gubbio. Mi misi subito ad aiutarli nei loro studi. I due giovanissimi erano diversi di animo e di mente, pur molto amici, per la comune situazione di serietà morale, di origine popolare, di orfanezza e bisogno dell'aiuto altrui e anche per una certa integrazione reciproca. Tenermi era impetuoso, caldo, eloquente, pronto al sacrificio, alla dedizione, capace di intuizioni felici; Ciabatti era più freddo, ragionatore limpido. esigente chiarezza e quadratura intellettuale (ricordo che riusciva bene in latino) di animo più circospetto, pochissimo eloquente. Entrarono perfettamente nel nostro collegamento antifascista, amati e aiutati da Tomassini. Cardinali, Pascolini e don Migni Ragni. Utilizzavano intelligentemente tutto ciò che mettevamo nella propaganda, stimolando alla lettura.
Ciabatti fu colpito particolarmente dalla lettura del Manifesto di Marx del 48, che lesse nella edizione laterziana di Labriola, curata da Croce. Conoscevano anche i libri del Croce. Venivano con me nelle gite domenicali. Ciabatti era impiegato da Catanelli: nel suo commercio di libri vecchi, un commercio inventato per avere una giustificazione per il nostro continuo incontrarci.
Una mattina vennero da me prima dell'ora solita e mi raccontarono ciò che avevano imparato nei giorni precedenti, come si erano procurati gli oggetti, e quella notte erano andati in giro per la città facendo scritte antifasciste a San Pietro, alla posta, in altri luoghi e perfino sotto i portici della Prefettura e vicino la Questura. Compiuto il giro avevano buttato via barattoli e pennelli in piazza Grimana ed erano andati a letto.
Eravamo nei terribili anni della guerra. La polizia infuriava sui popolani, registrati nei vecchi elenchi degli antifascisti, socialisti e comunisti irriducibili, li sbatteva in prigione, li torturava ma nulla veniva fuori circa le famose scritte.
Io fui arrestato nel '42 e stetti a Firenze alcuni mesi, poi, nei marzo del '43 fummo tutti arrestati. popolani, intellettuali e studenti antifascisti perugini perché il fascismo credeva che la sconfitta era causata non dai suoi gravi errori, ma dalla nostra avversione. II governo di Badoglio ci liberò ma la situazione era incerta e venne l'otto settembre. In molti uscivamo dalle porte della città mentre i tedeschi armatissimi entravano da un'altra porta.
Confluirono nella Resistenza tre ragioni. La prima, quella che era maturata lungo tutta l’opposizione al fascismo - questo aveva voluto chiudere l'Italia m un esasperato nazionalismo, ultratradizionalista, stupidamente romaneggiante (come se la situazione intemazionale fosse la stessa di quando l'antica repubblica romana costituì il suo impero contro Cartagine, la Grecia, la Macedonia. L'Italia aveva urgente bisogno di aggiornarsi alle grande democrazie anglooamericane da un lalo e alia rivoluzione sovietica dall'altro lato.
La seconda ragione fu che il regime fascista le sue crescenti imposizioni e costrizioni aveva creato un potente desiderio di libertà, l'ultima e insopportabile imposizione quella di andare militari al servizio del fascismo e del nazismo congiunti […].
La terza ragione è che si doveva combattere e morire era meglio che ciò si facesse per salvare l'onore dell'Italia e per dare il proprio contributo a liberare il popolo italiano.
Primo Ciabatti era già delicato di salute, pallido, magro con due occhi vivi, profondi. Gli sbattimenti e i disagi degli ultimi mesi, aggiunti a tutti quelli degli anni prececlenti e al logorio psichico che soffre un orfano negli anni più delicati della vita e più bisognosi del cerchio soave della famiglia, dai cinque ai quindici anni, lo avevano consumato. Anche lo studio, la lettura continua, che faceva per quel suo bisogno di vedere chiaro, aveva aggiunto impegno e fatica. Ma non ebbe un momento di esitazione e fu fedele alla sua anima democratica. S'accompagnò agli amici pronti al massimo sacrificio, primo fra tutti Riccardo Tenerini, che fino agli ultimi giorni si occupò di lui come un premuroso e generoso fratello, da lontano e da vicino, secondo le dure vicende della “macchia”.
Non era una vita che poteva assestare la salute scossa di Primo, sicché egli ebbe il disagio continuo, il pericolo della lotta, il tormento dei suoi polmoni malati. Se la guerra fosse finita, se la tragedia alleata fosse stata più propizia Primo si sarebbe a posto per le cure e insieme per la possibilità di esplicare nel clima democratico della liberazione la maturità che aveva raggiunto.
Resse per mesi e mesi, fin quasi verso l'ultimo, ma un giorno fu preso dai tedeschi Gli dissero “Cammina” - e lo coprirono di colpi. I giovani di oggi comprendano che non è un merito over riportato la vita attraverso quegli anni terribili, dagli accampamenti germanici, dalla «macchia», dai nascondigli in cui eravamo per la generosità dei contadini, dalle prigioni e dai confini.
Quando siamo rientrati nelle nostre case dove spesso erano venuti a mezzanotte i fascisti e la polizia a cercare di sorprenderci, abbiamo pensato a quelli che erano morti qua e là nelle insanguinate campagne, nelle prigioni o nei campi di concentramento, a Giame Pintor. a Antonio Guiriolo. a Leone Ginzburg, a Enzo Comparozzi, a Primo Ciabatti.
Vivere è molto meno che affermare un ideale che unisca tutta l'umanità liberandola ed elevandola.

Da “l'Unità”, 24 settembre 1978

21.4.18

La ribellione silenziosa dei gay musulmani (Samuele Cafasso)


Nel 2011, in Bahrein, un gruppo di attivisti per i diritti umani lanciò un forum online, come ve ne sono molti, ma il tema era, almeno per i Paesi arabi, inusuale. Ahwaa, che in arabo significa “desideri”, era infatti rivolto alle persone non eterosessuali, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, queer, intersex (Lgbtqi).
Lo scopo del sito, secondo le parole di una delle fondatrici, Esra’a al-Shafei, era semplicemente agire come «rete di sostegno» e «risorsa» a disposizione di chi voleva saperne di più sulle differenze sessuali nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente.
Sei anni dopo le primavere arabe sembrano, a noi osservatori occidentali, irrimediabilmente sepolte sotto le macerie dell’avanzata dei fondamentalismi e di nuove autocrazie. Eppure Ahwaa resiste e anzi prospera, chiunque può collegarsi a una rete che conta migliaia di partecipanti e discussioni attive tra cui «Se potessi, sceglieresti di essere eterosessuale?», «Lesbiche egiziane, dove siete?», o ancora «Vi sentite colpevoli per come siete?».

Segni di battaglia
Ahwaa è solo un esempio di una nuova visibilità che vanno acquisendo le persone Lgbtqi in Medio Oriente grazie alla rete. Come dobbiamo interpretare fenomeni del genere?
Secondo Daveed Gartenstein-Ross e Nathaniel Barr «non è del tutto chiaro come l’emergere delle comunità emarginate (come quella Lgbtqi o quella dei critici nei confronti della religione), che è stato permesso da Internet, ridefinirà le società a maggioranza musulmana» e, tuttavia «indipendentemente dal loro esito finale, possiamo già individuare i segnali delle battaglie culturale in arrivo nell’Islam. Gli osservatori occidentali per molto tempo hanno trascurato o interpretato in modo sbagliato le tendenze sociali che hanno attraversato i Paesi a maggioranza musulmana. Questa è una tendenza che non possono permettersi di non cogliere». Insomma, forse c’è una primavera gay araba pronta a sbocciare. E noi non la stiamo vedendo.
Daveed Gartenstein-Ross e Nathaniel Barr non sono attivisti, ma analisti esperti di geopolitica e del mondo arabo in particolare, la loro ricerca è stata pubblicata a marzo dall’autorevole Foreign Affairs e in Italia riproposta dal sito “Il Grande Colibrì”. Se n’è discusso molto poco, perché l’idea che vi sia un mondo musulmano Lgbtqi in fermento e che potenzialmente potrebbe contribuire a cambiare la rotta di questi Paesi è un concetto che non si incasella bene negli schemi mentali con cui leggiamo oggi quello che sta succedendo in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale.
Eppure, ricordano i due autori, esistono decine di ricerche che raccontano come la rete sia un acceleratore formidabile per lo sviluppo delle identità delle minoranze, specie se “nascoste” come sono quelle Lgbtqi in particolare. I due autori si spingono a citare, come termine di paragone, la corsa degli Usa verso i matrimoni egualitari, ricordando come solo nel 2008 il candidato alla presidenza Barack Obama dichiarava di non essere «una persona che promuove il matrimonio tra persone dello stesso sesso».
Tutto è cambiato velocemente e una spiegazione è l’enorme spinta venuta dal web che permette alle persone non eterosessuali di conoscersi, vivere a pieno la propria identità, formare comunità e attivarsi politicamente a una velocità fino a ieri impensabile.
«Secondo Internet World Stats, nel 2010 i tassi di penetrazione di internet erano solo del 10,9% in Africa sub-sahariana e del 29,8% in Medio Oriente. Al contrario in Nord America il tasso era del 77,4%. Ma nel 2016 la penetrazione di internet era cresciuta al 28% in Africa sub-sahariana e al 57% in Medio Oriente. Alcuni Paesi musulmani sono stati all’avanguardia nel boom globale dell’accesso a internet: il tasso dell’Arabia Saudita è più che raddoppiato tra il 2007 e il 2016, mentre il tasso della Tunisia nello stesso periodo è salito dal 13% fino a sfiorare il 50%».

Il ruolo del porno
Tra i maggiori osservatori italiani del fenomeno Lgbtqi in Paesi diversi da quelli occidentali c’è Pier Cesare Notaro, tra gli animatori de “Il Grande Colibrì” e volontario sia nel campo dell’immigrazione che in quello dei diritti Lgbtqi. «Dal 2011 a oggi l’accelerazione è stata evidente, soprattutto in Paesi come l’Algeria, o il Marocco. C’è una discussione pubblica sulla depenalizzazione dell’omosessualità impensabile fino a qualche anno fa e, insieme a questo, c’è ovviamente una reazione con ondate di nuovi arresti o fenomeni di intimidazione. Ma si tratta, appunto, di una reazione. C’entrano i forum come Ahwaa, certo, così come le app per gli incontri, anche la diffusione sotterranea della pornografia che permette a persone cresciute in ambienti fortemente conservatori di venire a conoscenza di una sessualità sconosciuta». Molto dipende poi dalle singole realtà nazionali. In Paesi come il Libano è stata la magistratura stessa a proporre la depenalizzazione. In altri Paesi, come l’Egitto, è forte la reazione contro un movimento omosessuale che, durante le primavere arabe, aveva giocato un ruolo essenziale. Altrove i movimenti sono meno evidenti. Wajahat Abbas Kazmi, un regista pakistano e attivista per i diritti umani che vive in Italia da quando aveva 15 anni, ma che è tornato nel suo Paese d’origine tra il 2010 e il 2014, sostiene che se in Pakistan qualcosa si sta muovendo per i diritti delle persone trasgender, «gli omosessuali invece continuano a vivere nascosti, il coming out non è un’opzione praticabile. Le poche associazioni attive si muovono sotto falso nome, ad esempio come associazioni di protezione sanitaria rivolte solo a uomini».
Omosessuale, Abbas Kazmi ha fatto il suo coming out in famiglia solo recentemente. Dopo questa decisione, i suoi si sono nuovamente trasferiti in Pakistan «per proteggere gli altri figli dagli influssi occidentali che, loro ne sono convinti, mi hanno fatto diventare gay».
Ludovic Mohamed Zahed, invece, è un imam franco-algerino omosessuale che a Parigi guida una comunità aperta alle minoranze sessuali: «La liberazione delle minoranze sessuali nelle cosiddette società arabe sta forse impiegando più tempo di quanto immaginato a imporsi e tuttavia sta succedendo. Anche se le religioni non sono il problema maggiore, dobbiamo sforzarci di costruire una rappresentazione più inclusiva dell’Islam».
Per lui non esiste una intrinseca avversione dell’Islam nei confronti dell’omosessualità – «per secoli è stato più semplice essere quello che oggi si definisce “trasgender” o “gay” in Medio Oriente che in Europa» – quanto piuttosto di analogia nella persecuzione delle minoranze tra i fascismi di ieri e i regimi islamisti di oggi: «Ma certo il terrorismo è una sfida che dobbiamo combattere, anche sul piano teologico».
Fortemente contrastati in patria, in difficoltà a vivere la propria identità in realtà familiari ostili (caratteristica a lungo sperimentata anche dai loro “cugini” in Europa e negli Usa), gli omosessuali musulmani o che vivono in Paesi a maggioranza musulmana sono una sfida non solo a sistemi di potere fortemente conservatori e sessisti, due cose che spesso vanno assieme, ma anche a un Occidente che fatica a concepire l’Islam come una realtà plurale, soprattutto sui temi del genere e della sessualità.

Pagina 99, 8 aprile 2017

Matanga, l'asceta fuoricasta che si reggeva su un dito del piede


Mitico asceta induista. Nato dal rapporto adulterino della moglie di un brahmano con un uomo appartenente a una casta inferiore. Il marito della madre, pensando fosse suo figlio, lo allevò come un brahmano.
Un giorno, Matanga picchiò un cucciolo di somaro, e la madre di quest’ultimo affermò: «Non puoi aspettarti altro da un uomo di bassa casta». Matanga le chiese delle spiegazioni ed la somara lo esaudì narrandogli le sue vere origini.
Da quel momento Matanga abbandonò il mondo e divenne un asceta tra i più severi.
Rimase cento anni appoggiato su un solo dito del piede, finché gli apparve Indra che gli concesse il potere di volare.

Da Dizionario delle religioni orientali. Vallardi,1993

La vita sbaglia i tempi, i modi... Una poesia di Sergio Solmi


La vita sbaglia i tempi, i modi, perde
gli appuntamenti e ride
pazza sotto la benda. Il vento asciutto
di marzo spegne i richiami, la sua
logica regge solo il filo d'erba,
la nube in cielo, il futile incresparsi
dell'onda, ma l'informe anima ignora.

Pure, a filo d'orizzonte, oggi è perfetta
la lieve sfera del mattino, bolla
felice d'aria, il tempo è in alto asceso,
più non stride l'antica
macchina di dolore, oggi che un pigro
aeroplano ronza a fior del prato,
riposa nel bicchiere sulla pietra
un vino troppo dorato e svanito,
a me giunto stavolta inaspettato,
spirito vagabondo, quando il sauro
è balzato, salpata
la bella nave dai pavesi alzati
per entro la brumosa lontananza,
come in un soffio, tu mi sei vicino.

In “Poesia” n. 315 Maggio 2016

In riva al mare. Una poesia di Umberto Saba


Eran le sei del pomeriggio, un giorno
chiaro festivo. Dietro al Faro, in quelle
parti ove s’ode beatamente il suono
d’una squilla, la voce d’un fanciullo
che gioca in pace intorno alle carcasse
di vecchie navi, presso all’ampio mare
solo seduto; io giunsi, se non erro,
a un culmine del mio dolore umano.

Tra i sassi che prendevo per lanciare
nell’onda (ed una galleggiante trave
era il bersaglio), un coccio ho rinvenuto,
un bel coccio marrone, un tempo gaia
utile forma nella cucinetta,
con le finestre aperte al sole e al verde
della collina. E fino a questo un uomo
può assomigliarsi, angosciosamente.

Passò una barca con la vela gialla,
che di giallo tingeva il mare sotto;
e il silenzio era estremo. Io della morte
non desiderio provai, ma vergogna
di non averla ancora unica eletta,
d’amare più di lei io qualche cosa
che sulla superficie della terra
si muove, e illude col soave viso.

Da L’amorosa spina (1920) in Il Canzoniere. Einaudi, 2000

Farfalla. Una poesia di Nicanor Parra


Nel giardino che assomiglia ad un abisso
la farfalla richiama l'attenzione:
interessa il suo volo frastagliato
i suoi colori brillanti
e i cerchi neri che decorano la punta delle ali.

Interessa la forma dell'addome.

Quando gira nell'aria
illuminata da un raggio verde
come quando riposa dall'effetto
che le producono polline e rugiada
tutta aderente al davanti del fiore
non la perdo di vista
e se scompare
al di là della grata del giardino
perché il giardino è piccolo
o per eccesso di velocità
la seguo mentalmente
fino a che non recupero la ragione.

Mariposa

En el jardín que parece un abismo
la mariposa llama la atención:
interesa su vuelo recortado
sus colores brillantes
y los círculos negros que decoran las puntas de las alas.

Interesa la forma del abdomen.

Cuando gira en el aire
iluminada por un rayo verde
como cuando descansa del efecto
que le producen el rocío y el polen
adherida al anverso de la flor
no la pierdo de vista
y si desaparece
más allá de la reja del jardín
porque el jardín es chico
o por exceso de velocidad
la sigo mentalmente
por algunos segundos
hasta que recupero la razón.

In  Poeti ispanoamericani del '900, vol.I, a cura di Francesco Tentori Montalto, Bompiani, 1987

20.4.18

Un giorno ... Una poesia di Liliana Genovese

Liliana Genovese è la mia mamma che, colpita alcuni anni fa da un ictus, si muove con estrema difficoltà, avendo quasi completamente fuori uso la metà sinistra del suo corpo. Ma con una mano sola continua a dipingere, a cucinare, a scrivere racconti. Insomma non si arrende. Scrive anche poesie, come questa, di alcuni giorni fa, che a me pare assai bella e di buon augurio. (S.L.L.)
Liliana Genovese con la pronipote Cassandra
Un giorno mi sorprese la primavera
sorrideva a tutti i campi intorno
foglie verdi in germoglio
gemme rigonfie
fiori bianchi rossi e gialli
mutavano i toni del paesaggio
E il sole sui giovani rami
era una pioggia d'oro

"Moretum". Il pesto degli antichi romani


Dall'“Arcigoloso”, che con la cura dell'Arcigola fu per un paio di anni il supplemento gastronomico de “l'Unità”, stralcio - da un più ampio articolo dedicato anche alle nocciole - un brano sull'antico pesto degli italici. Non pochi etimologi fanno derivare da moretum – onde mor(e)tarium, il nome del recipiente che ancora oggi si usa per il pesto o altre preparazioni culinarie e farmaceutiche, appunto il mortaio. (S.L.L.)

Nel poemetto Moretum attribuito con molta incertezza a Virgilio, si parla di una salsa che ha lo stesso nome del componimento e che possiamo definire l’antesignana del celebre pesto ligure e di tutti gli altri pesti che sono praticati e ancora si praticano nella tradizione popolare italiana.
Del Moretum parla anche Columella nel suo libro sull'arte dell'agricoltura nel dodicesimo libro dedicato in parte a ricette di salse e di conserve. La ricetta più usuale prescriveva santoreggia, menta, ruta, coriandolo, sedano, porro da taglio o in mancanza di questo cipolla fresca, poi foglie di lattuga, di ruchetta, di timo verde e un po' di nepitella e anche del puleggio verde e del cacio fresco e salato. Tutti questi ingredienti venivano accuratamente pestati nel mortaio con l'aggiunta di un poco di aceto piperato e dell'olio. L'odierna ricetta classica dei pesto (una salsa ormai amata dagli italiani di ogni regione e particolarmente gradita nella stagione estiva per la sua freschezza e fragranza) com'è noto vorrebbe esclusivamente basilico, aglio, sale grosso, formaggio sardo stagionato mischiato a parmigiano e olio. Ma anche i gastronomi liguri più esigenti non escludono l'aggiunta di pinoli e di noci e così lo stesso Columella proponeva una variante al suo classico Moretum. «Taglia a pezzetti del cacio gallico (Plinio lo riteneva fra i migliori del suo tempo), o qualunque altro cacio vorrai, e pestalo nel mortaio; mescolavi poi, oltre ai condimenti indicati sopra (le verdure), dei pinoli se ne hai in abbondanza o altrimenti delle nocciole abbrustolite e liberate della cuticola o ancora delle mandorle, mettigli qualche goccia di aceto piperato, rimescola tutto insieme e condisci questo composto con olio».

“L'arcigoloso – l'Unità”, 28 agosto 1989

Gli scienziati e la bomba atomica. Il pentimento di Einstein (Enrico Bellone)


Nel 1939, alla vigilia della II Guerra Mondiale, Albert Einstein – atterrito dalle notizie sui progressi del Terzo Reich nelle ricerche sulla “bomba” - inviò una lettera al presidente Roosevelt per sollecitare un impegno dell'Amministrazione USA a sostegno di analoghi esperimenti da sviluppare sulla base degli studi di Enrico Fermi e Leo Szilard. Di aver scritto quella lettera, più tardi, il pacifista Einstein si pentì. Su questa pagina sui rapporti tra scienza e guerra nel 1989 “l'Unità” pubblicò un ampio articolo di Enrico Bellone, corredato dal testo della lettera di Einstein. Ho “postato” qui l'uno e l'altra. (S.L.L.)
Albert Einstein con il fisico ungherese Leo Szilard nel 1939

La Grande Paura
Questa storia infame che si tentò per anni di giustificare dicendo che i morti di Hiroshima e Nagasaki erano un prezzo da pagare affinché la guerra mondiale finisse senza ulteriori perdite di soldati americani era nata nel 1939 all'ombra di una grande paura - la paura che l'esercito hitleriano riuscisse a fabbricare la «bomba» e ad usarla contro l'Europa e gli Stati Uniti. E, come vedremo, quella paura fu uno straordinario strumento per ottenere nella comunità scientifica operante in Usa il consenso a lavorare su progetti militari. Uno strumento straordinario cosi efficace che quando i servizi segreti amencani ottennero sul finire del 1944 le prove che la Germania nazista non sarebbe mai riuscita a dotarsi di armi atomiche la notizia non venne diffusa per non creare ostacoli alla corsa americana verso la «bomba».
La storia è infame anche perché diede il via ad una proliferazione di condanne verso la scienza giudicata come la massima responsabile del rogo atomico giapponese e del futuro angoscioso della specie umana minacciata da armi sempre più potenti. Un giudizio questo che serviva e serve soltanto a coprire con facili slogan le vere responsabilità dei politici e dei militari. Vale allora la pena di ripercorrere alcune fasi di questa storia così da capire come mai Albert Einstein noto per le sue posizioni pactliste e antimilitariste firmò il 2 agosto del 1939 la memorabile lettera al presidente Roosevelt che è riportata e che raccomandava la fabbricazione della bomba atomica

Il vaso di Pandora
«Se avessi saputo che il timore (che Hitler fosse il primo ad avere la bomba) non era giustificato né io né Szilard avremmo contribuito ad aprire questo vaso di Pandora». Così scrisse Einstein nel 1955 in una lettera a un fisico tedesco. Leo Szilard, un fisico ungherese che svolse un ruolo da protagonista nella promozione dello sforzo americano verso la «bomba», era stato uno dei primi scienziati a capire la possibilità di reazioni a catena atte a liberare enormi quantità di energia.
Si deve tenere presente che nella prima metà degli anni Trenta i fisici erano notevolmente scettici in proposito. Emest Rutherford aveva disintegrato l'azoto già nel 1919 a Manchester e nel 1932 Cockroft e Walton erano riusciti a disintegrare il litio nei laboratori di Cambridge. Dal punto di vista energetico però quei risultati erano pressoché insignificanti poiché i nuclei da bombardare come bersagli erano pochissimi e le particelle usate come proiettili erano poco efficaci. Un ottimo esempio dello scetticismo su citato è dato dalla valutazione di Einstein secondo il quale i fisici sperimentali bombardavano i nuclei con gli stessi criteri di un cacciatore che sparasse «al buio contro gli uccelli in una zona dove sono rari».
Sembrava insomma che non esistesse alcun vaso di Pandora dal quale estrarre con tecniche opportune prodigiose quantità d'energia. Ebbene Leo Sziiard allora esule in Inghilterra ebbe l'idea fondamentale della reazione a catena il vaso di Pan dora insomma c era anche se non si sapeva dov era nascosto. Nel 1934 Szilard si mosse per ottenere un brevetto in tal senso cedendolo all'Ammiragliato britannico per tutelarne in qualche modo la segretezza.

Quando il vaso si apre
L'idea di Szilard restò isola ta ma non a lungo. Dopo la scoperta effettuata da Enrico Fermi e dai suoi collaboratori romani relativa all'efficacia dei neutroni lenti a Berlino nel dicembre del 1938 si fece il passo decisivo: Otto Hann e Fritz Strassmann seguendo la strada aperta da Fermi ottennero la fissione dell'uranio I risultati sperimentali furono immediatamente interpretati da Lise Meitner e Otto Frisch i quali con una telefonata informarono il grande Niels Bohr di Copenaghen. E Bohr che stava partendo per Washington dove si svolgeva un congresso di fisica teorica passò l'informazione ai colleghi che lavoravano negli Stati Uniti e tra i quali figuravano ormai anche Fermi e Szilard.
Non solo dunque esisteva un vaso di Pandora ma lo si poteva anche scoperchiare. Le difficoltà essenziali dal punto di vista della fisica teorica erano ormai in via di superamento. I veri problemi semmai erano di ordine tecnologico e la loro soluzione dipendeva dalla decisione politica di organizzare o meno grandi progetti applicativi sorretti da finanziamenti adeguati e puntati verso il raggiungimento di fini specifici.
Lo scenario internazionale era d'altra parte perfetto per alzare il sipario sulla tragedia atomica. Nel settembre del 1938 la Germania nazista s'era impadronita dei Sudeti e nel 1939 la situazione complessiva doveva sfociare nella seconda guerra mondiale. Con queste condizioni al contorno le nuove forme di conoscenza scientifica sul nucleo e sulle reazioni a catena furono la premessa per l'apertura della corsa internazionale verso la «bomba», una corsa che in pochi mesi divenne un processo inarrestabile. Nelle prime settimane del 1939 Szilard e Fermi suggerirono al preside della Columbia University di far presente all'Ammiraglio Hooper della Us Navy che esisteva la possibilità di produrre nuove armi. In Francia al College de France furono elaborati alcuni brevetti sull'energia nucleare uno dei quali era riferito a una bomba all'uranio. Nel mese di aprile del 1939 il governo inglese e quello nazista fecero più o meno contemporaneamente le prime mosse pratiche per avviare programmi di ricerca su armi nucleari e per disporre di scorte adeguate di minerali d uranio.
A questo punto prese l'avvio la sequenza di mosse che Sziard effettuò per portare Einstein alla firma della famosa lettera a Roosevelt. Molti anni dopo sembra che Einstein abbia detto: «M'hanno fatto fare il postino». E si può aggiungere che si trattò d un postino meno importante di quanto spesso si crede, come avrebbe infatti dichiarato il responsabile americano per la mobilitazione degli scienziati nello sforzo bellico Vannevar Bush «lo spettacolo era già cominciato prima ancora che la lettera fosse stata scritta».

Il dramma
Pochi anni prima di firmare la lettera a Roosevelt Einstein aveva scritto un'altrettanto famosa lettera a Sigmund Freud. Il tema della lettera i Freud datata 30 luglio 1932 era annunciato con una domanda: «C'è un modo per li berare gli uomini dalla fatalità della guerra?». Einstein sosteneva che le classi dominanti, pur essendo minoranze, erano ancora in grado attraverso la scuola la stampa e le organizzazioni religiose di «dominare e orientare i sentimenti delle masse rendendo le docili strumenti della propria politica e portandole se necessario ai massacri delle guerre. Ma perché le masse accettavano questo gioco macabro? Einstein pensava che la ragione di ciò stesse nel fatto che l'uomo alberga in sé il bisogno di odiare e di distruggere».
Si poneva allora una questione: è possibile «dirigere l'evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino più capaci di resistere alle psicosi dell'odio e della distruzione?».
Una questione del genere poteva essere vista come il frutto di una profonda ingenuità o di una naturale incompetenza di Einstein sul terreno della psicanalisi. Penso tuttavia che una simile interpretazione non sia corretta e che non sia di alcun aiuto per capire il dramma dei pacifista Einstein a scrivere una lettera al fine di difendere la necessità della bomba atomica. Una interpretazione migliore a mio avviso è quella che colloca sia la lettera a Freud sia la lettera a Roosevelt nel quadro delle convinzioni più profonde nutrite dal padre della relatività.
Einstein era portatore di una filosofia personale basata sui quadri concettuali della teoria generale della relatività. Alla luce di quei quadri era ragionevole assumere una posizione filosofica che lo stesso Einstein descriveva come «determinismo assoluto»: nel mondo della relatività nulla accadeva per caso, anzi in un certo senso nulla accadeva; ogni evento era già collocato nel contesto di forme rigorose di necessità, sia che si trattasse d un evento passato sia che invece si trattasse d un evento futuro. Non a caso in una delle sue ultime lettere Einstein scrisse che «per noi che crediamo nella fisica la divisione tra passato presente e futuro ha solo il valore di un ostinata illusione».
Poiché non credeva che gli eventi umani fossero in linea di principio indipendenti da gli eventi tipici della fisica o della chimica Einstein aveva una naturale inclinazione a credere che esistessero assiomi etici e che tali assiomi dovessero essere «scoperti e verificati in modo non molto diverso dagli assiomi della scienza». L'etica doveva in somma sottostare ai criteri d'ogni scienza in quanto «la verità è ciò che resiste alla prova dell'esperienza».
Sui fondamenti di questa duplice scelta per il determinismo assoluto e per un'etica radicata su assiomi scientifici Einstein non poteva che trovare nelle pagine di Spinoza un conforto di fronte a un mondo che spesso egli raffigurava come dominato da uomini cinici o spregevoli e popolato da masse ridotte in condizioni di servitù animalesca. E Spinoza in effetti tornava spesso nei suoi scritti là dove Einstein faceva prevalere la curiosità razionale del capire i fatti sull'emotività che questi ultimi potevano scatenare in chi li percepiva. Non era pertanto semplice o naturale per Einstein battersi per ideali socialisti o per far vincere la pace sulla guerra. Perché battersi se in fin dei conti ogni fatto del futuro era già determinato e se quindi in assenza d'una etica scientifica nessuna regola ottimale poteva essere fornita per gui dare la specie umana?
Il dramma einsteiniano sta va dunque in questa contraddizione: per un verso Einstein valutava il nazifascismo come una immane minaccia sul genere umano e per l'altro verso credeva che nulla propriamente potesse essere fatto per deviare il corso della storia. Non è possibile ovviamente ricostruire ciò che egli pensava mentre Leo Szilard nell'estate del 1939 voleva convincerlo a firmare la lettera a Roosevelt. Sappiamo soltanto che la firmò per poi pentirsene. E sappiamo anche che il 6 agosto del 1945 seppe delle bombe su Hiroshima e disse soltanto «Ahimè». E sappiamo poi che per tutti gli anni che gli rimasero da vivere cessò mai di lottare affinché gli uomini imparassero a convivere tra loro nel rispetto della razionalità e della democrazia. Nel ricordare la lettera del 2 agosto 1939 comunque non dobbiamo mai dimenticare che essa fu firmata da un uomo che dieci anni dopo in una lettera a un amico scrisse d'essere fortemente assorbito da problemi matematici così difficili da apparire insuperabili ciò nonostante «io non ho ancora gettato la spugna e mi ci arrovello nette e giorno. È una sorte felice quella d essere catturato fino all'ultimo respiro dal fascino del lavoro. Diversamente troppo si soffrirebbe della stoltezza e della demenza umana come vengono alla luce soprattutto nella politica».


DOCUMENTAZIONE: LA LETTERA DI EINSTEIN
E il genio scrisse al presidente
2 agosto 1939

Signor Presidente,
la lettura di alcuni recenti lavori di E Fermi e di L Szilard comunicatimi sotto forma di manoscritto mi induce a ritenere che tra breve l'uranio possa dare origine a una nuova e importante fonte di energia. Alcuni aspetti del problema prospettati in tali lavori dovrebbero consigliare all'Amministrazione la massima vigilanza e se necessario un tempestivo intervento. Ritengo quindi mio dovere richiamare la Sua attenzione su alcuni dati di fatto e suggerimenti.
Negli ultimi quattro mesi grazie agli studi di Johot in Francia e di Fermi e Szilard in America ha preso sempre più consistenza l'ipotesi che utilizzando un'adeguata massa di uranio vi si possa provocare una reazione nucleare a catena con enorme sviluppo di energia e formazione di un gran numero di nuovi elementi simili al radio non vi è dubbio che ciò si potrà realizzare tra breve.
In tal modo si potrebbe giungere alla costruzione di bombe che - è da supporre - saranno di tipo nuovo ed estremamente potenti. Uno solo di tali ordigni trasportato via mare e fatto esplodere in un porto potrebbe distruggere l'intero porto e parte del territorio circostante. D'altra parte l'impiego di queste armi potrebbe risultare ostacolato dal loro eccessivo peso che ne renderebbe impossibile il trasporto con aerei.
Negli Stali Uniti esistono solo modeste quantità di minerali a bassa percentuale di uranio; minerali più ricchi si trovano in Canada e nella ex Cecoslovacchia benché i più cospicui giacimenti uraniferi siano nel Congo belga.
Alla luce delle precedenti considerazioni Ella converrà con me, signor Presidente, sull'opportunità di stabilire un collegamento permanente tra il governo e il gruppo di fisici che in America lavorano alla reazione a catena, collegamento che potrebbe essere facilitato dalla nomina di un responsabile di Sua fiducia autorizzato ad agire anche in veste non ufficiale. A tale persona dovrebbero essere affidati fra l'altro i seguenti compiti:
a) mantenersi in contatto con i Dipartimenti interessati per tenerli al corrente di eventuali sviluppi e suggerire al governo misure atte ad assicurare la fornitura di uranio;
b) accelerare il lavoro di ricerca nel settore attualmente svolto nei limiti di bilancio dei laboratori universitari sollecitando all'occorrenza forme di finanziamento volontario da parte di privati disposti a contribuire alla causa e assicurandosi altresì la cooperazione di laboratori industriali dotati delle attrezzature necessarie.
Mi si dice che la Germania subito dopo l'occupazione della Cecoslovacchia ha posto l'embargo sull'uranio proveniente da questo paese, il che non stupisce quando si pensi che il figlio del sottosegretario di Stato tedesco von Weizsacker é membro del Kaiser Wilhelm Institut di Berlino dove sono attualmente in corso esperimenti con uranio analoghi a quelli svolti in America.
Distintamente
Albert Einstein

l'Unità, mercoledì 2 agosto 1989

statistiche