24.6.17

Valli Occitaniche. Giors Boneto 'pitore di Paisana', un artista itinerante (Paolo Bertacco)

Un tipico dipinto di Giors Boneto
È impossibile non averli notati, non esservisi soffermati davanti almeno una volta, osservando le figure di santi che vi sono affrescate ed i dettagli che le accompagnano: la palma, la ruota del martirio, la conchiglia, il bastone, …
Sono i piloni votivi, i “piloùn”. Si tratta, generalmente (perlomeno nelle vallate alpine del Piemonte sud occidentale) di piccole costruzioni a base quadrata, a forma di parallelepipedo, di circa 2,5 metri di altezza e coperte da un tetto di “lose” (pietre piatte di forma squadrata). Di solito sono affrescati su tre lati con immagini sacre, mentre sul quarto presentano una nicchia anch’essa affrescata ed atta a ricevere fiori o altre offerte.
Tali costruzioni, in Piemonte sono state edificate principalmente tra il XVIII ed il XIX secolo, periodo di grande instabilità politica, oltre che di pestilenze e di guerre. Generalmente, sono nate su iniziativa di privati, spesso una famiglia o gli abitanti di una borgata, quali espressioni di pietà religiosa, o come un ex voto, sovente in corrispondenza di luoghi ritenuti in qualche modo necessitanti di una protezione celeste: un incrocio, un confine, un luogo in posizione dominante. Riguardo alla loro posizione, ha, però, un buon fondamento anche l’ipotesi secondo cui i piloni venissero eretti laddove antiche secondo antiche credenze precristiane dimorassero forze sovrannaturali.
Un tipico "pilone" del Monviso
Legata alla tradizione dei pilone c’è una figura storica, in qualche modo cara in particolare agli abitanti delle valli Po, Varaita e Maira. Una figura che, per la semplicità della sua forma espressiva, evoca un sentimento di familiarità e di autenticità. Stiamo parlando di Giors (Giorgio) Boneto “pitore di Paisana” secondo la sua stessa definizione. Fu costui un pittore itinerante, nato a Paesana in val Po nel 1746, noto per aver dipinto circa 300 affreschi a tema religioso su piloni votivi e case private fra le valli Po e Stura, fra la seconda metà del ‘700 ed i primi anni dell’ ‘800.
La sua vita di pittore itinerante, ed il suo mestiere, presero una piega decisiva probabilmente anche in seguito alla morte precoce del figlioletto in fasce, e poco dopo, della moglie, avvenuta nel 1779. A partire dalle prime opere, realizzate intorno al 1777, e passando di valle in valle, Boneto portò con sé la sua arte da autodidatta, così semplice eppure così vicina al sentimento popolare, alla religiosità fervida e ingenua delle popolazioni rurali alpine.
I suoi affreschi sono immediatamente riconoscibili, con figure dai colori caldi ma statiche e rappresentate in atteggiamenti fissi e poco espressivi, senza prospettiva né paesaggio di contorno, lontane dalle rappresentazioni più accademiche degli artisti a lui successivi.
La figura di Giors Boneto si inserisce fra quelle degli artisti minori, persino se paragonata a quelli di ambito locale, ma non va sottovalutata. Innanzitutto per la sua mole, poi perché la sua arte richiedeva quantomeno un’alfabetizzazione ed una conoscenza agiografica non così comuni allora. Infine perché a lui va comunque riconosciuta la passione per il proprio mestiere, il quale, girovago e povero, resta espressione di un sentimento sincero di devozione condiviso dai valligiani della sua epoca.
Sconosciuti sono il luogo e la data della sua morte.


23 febbraio 2016, In “Vesulus”, sito delle Guide del Monviso

Alberi. Il Solitario nella nebbia sulla rocca di Pebble Beach (Tiziano Fratus)

La prima volta che vidi le coste della California venni attratto dalle geometrie nervose delle chiome dei Cipressi di Monterey, una specie che cresce spontaneamente solo lungo la Penisola di Monterey, fra Big Sur, Car-mel e le spiagge da surfisti di Santa Cruz. Colonie in Europa ne ammirai sulla costa occidentale e sabbiosa della piccola Jersey, nella Manica mentre in Italia ce ne sono in Toscana e Liguria. Sono alberi da ultimo tratto e da penitenza, per questo gli esemplari maturi assumono forme contorte e piegate dalla costante azione del vento. Mi piace la contraddizione cromatica che c’è fra la corteccia sfilacciata e grigio-chiaro e la chioma verde scuro.
Quando mi sono immerso nella lettura di un testo classico come «Conifers of California», autore il professor Lanner, autorità in materia, ho dovuto constatare che esistono dieci specie di cipresso californiano che si assomigliano: si passa dal Cupressus macrocarpa al Cupressus pigmaea (alias Cipresso di Mendocino), dal Cupressus macnabiana (Cipresso di Macnab) al Cupressus abramsiana (Cipresso di Santa Cruz) e così via.
La botanica è disciplina che mette a dura prova la certezza della propria conoscenza: quando pensi di aver capito sei soltanto all’inizio dell’insegnamento.
Dopo Big Sur avevo in mente di visitare la riserva di Punta Lobos a Carmel, la cittadina dove Clint Eastwood fu sindaco per tre anni, dall'86 all'88. In un negozio mi ritrovai fra le mani una cartolina molto bella, vi si ritraeva il Solitario di Pebble Beach, sempre a Carmel, ma più a nord; mi ricordai di aver già visto quell’albero solitario, cresciuto su una rocca, nelle foto in bianco e nero del grande Carleton Watkins, uno dei primissimi fotografi che raggiunsero in groppa a un mulo Yosemite documentando le sequoie, negli Anni 60 del secolo XIX.
Watkins era un autodidatta, aveva aperto un piccolo negozio di fotografia a San Francisco, dove viveva, e qui s’era dilettato nel creare una macchina fotografica di dimensioni giganti con cui andava in giro a far suoi pezzi di realtà. Anche il cipresso di Pebble Beach.
Carmel by the Sea è deliziosa, è un museo a cielo aperto dove architettura e natura si sono sposate magnificamente: casette in legno, giardini curati, specie rare, magnifici cipressi contorti. All’incrocio fra Ocean e San Antonio Avenue c'è uno spettacolare eucalipto, il tronco in torsione antioraria. Si sale e s’imbocca Carmel Way, s’arriva all'ingresso della riserva naturale di Pebble Beach: 9 dollari e 75 cent per l’accesso. In sostanza Pebble Beach è una vasta residenza di lusso per signori attempati e giocatori di golf, un circolone esclusivo dove ci si dimentica di vivere in quella che eufemisticamente noi europei chiamiamo «la più grande democrazia del mondo».
Il turista segue il percorso della 17-Mile Drive, una strada che tocca i punti naturalistici più suggestivi. I generi arborei dominanti sono quattro: pino, cipresso, quercia e eucalipto. Il campo da golf nasce e rinasce, occupa interi pianori e poi scompare, ma mi chiedo anche se abbia un senso farlo qui dove il vento soffia deciso e costante. A Restless Sea (che significa letteralmente «Mare agitato») il mare è lacrimoso, melmoso, rocce scure tinte d’inchiostro, vi abitano cormorani di Brandt e gabbiani occidentali, vibra una luce da Bretagna e Nord Europa. Guardando indietro, all’interno, oltre gli edifici, s’intravede una corona verde e boschiva, una cinta di 20 e più metri di conifere, pini e cipressi.
A Bird Rock ci sono i leoni marini, che in verità non vedo ma sento, il loro richiamo ingolfato - «Hjo-hjo-hjo» - è un sottofondo insistente. La strada che porta al Solitario transita a Crocker Grove, dove si contano tre posti auto: la cartina che mi è stata consegnata all’ingresso della riserva dice che vi abitano i più grandi e annosi Cipressi di Monterey, è questo il punto zero della specie, il luogo da cui è iniziata la colonizzazione.
Mr. Crocker fu l’ideatore della 17-Mile Drive. Gli alberi che mi vedo davanti non sono granché, i più belli e aggrovigliati li ho visti salendo e si trovavano in proprietà private e nel tentacolare campo da golf. Proseguo e arrivo al parcheggio del Solitario, lo si riconosce per la quantità di visitatori che si fermano alla balaustra e scattano foto. Oggi è giorno di nebbia, e devo ammettere che arrivare al mare, in California, e vedersi circondati dalla nebbia stupisce. In Italia non è una condizione contempiabile. La nebbia sarà sempre più frequente salendo a Nord, avvicinandosi al confine con l’Oregon, ma è proprio grazie alla nebbia che esistono le ampie foreste di sequoia costale (Sequoia sempervirens), ecosistemi che necessitano di questo clima umido e al contempo ventoso.
Il «Lone Cypress» (appunto, il Solitario) se ne sta sospeso sulla cima della sua rocca a uso personale, inaccessibile - e per fortuna. Sembra più lontano di quel che è. Dalla strada si dilunga una scalinata in legno, che scivola sulla scogliera, con palizzate che contengono l’esuberanza del turista. A guardarlo, il Solitario sembra un bonsai di proporzioni maggiorate, monumentali, si respira aria Zen in questo spicchio di luce sulla costa di Carmel. Ovvio pensarlo, direi pure scontato. Ma vero. L’albero alla base si divarica in due branche principali, sale a V e ha chioma ridotta. D’altro canto è qui da 250/300 anni.
L’umanità che raggiunge questo punto d’osservazione e si fotografa è variegata e interessante: coppie di ragazzi, famiglie con figli annoiati, fotografi accaniti, pensionati in marcia, facce serie, facce gioiose, facce allegre, facce sbacalite... un campionario che si amplificherà alla base di molti giganti.


“La Stampa, 21 agosto 2013

Il sacrificio nell'antichità. Fame, non fede (Alfonso M. Di Nola)

Riaffiora, in questa silloge di quattordici saggi (Sacrificio e società nel mondo antico, Laterza, 1988), il problema del sacrificio animale in una prospettiva nuova e intelligente che ha apertamente subito le influenze delle ricche ricerche che ci vengono dalla scuola francese, in particolare da Vernant. Le ipotesi interpretative della tematica sacrificale, qui trattata in saggi che privilegiano il mondo classico e quello vicino-orientale, sono condensate nel documentato e critico discorso introduttivo di Cristiano Grottanelli, il quale, grazie alla competenza specifica di tutta l’attuale letteratura sull’argomento e in particolare per la sua consuetudine con i temi dei riti sacrificali ebraici e vicino-orientali, riduce la immagine del sacrificio, così come definito nella storia delle religioni e in antropologia, a una sorta di flatus vocis, di termine di comodo che copre realtà ben più ricche e complesse: un’operazione analoga, per certi aspetti, a quella che Lévi Strauss compì in un suo celebre libriccino sul totemismo, abbattendone l’immagine mistificante falsata da una lunga tradizione.
In altri termini la nostra immagine del sacrificio, maturata in un ambiente culturalmente condizionato dal modello del sacrificio cristiano e dalle eredità, in esso confluite, delle ideologie ebraica e classica, sarebbe un referente fittizio per significare tutt’altro: la necessità alimentare del consumo di carne animale, la ripartizione gerarchica delle carni e la serie di cautele rituali che si sovrappongono a tali esigenze primarie.
Secondo modalità diverse, nelle varie società umane, l’uccisione dell’animale scatena una serie di colpe collettive angoscianti che comportano la necessità di compensazioni ideologiche e cerimoniali destinate a trasformare l’atto economico (o anti-economico) dell’uccidere e dell’alimentarsi in una trama di valori simbolici. L’uccidere per alimentarsi diviene, allora, secondo le varie prospettive, offrire un dono agli dei, alimentarli, stabilire con loro una comunione, celebrare un atto che è destinato a sorreggere la vita cosmica, costituire vincoli di solidarietà all’interno del gruppo, e sono le prospettive che si proiettano nella serie del sacrificio-dono, del sacrificio-offerta, del sacrificio-comunione e via di seguito.
Nel fondo di questi atteggiamenti, che pure hanno il loro grande rilievo culturale e divengono aspetti essenziali della storia umana, resta il crudo rapporto dei gruppi umani con il mondo animale, e le modalità di tale rapporto — Grottanelli ne sembra convinto — appaiono storicamente condizionate e varianti da tempo a tempo. Nelle antiche società di cacciatori, nelle quali avrebbe preso la sua prima sostanza la figura dell’«uomo uccisore», si delinea la grande precarietà dell’impresa venatoria, dell’acquisto di una preda che si «presenta» casualmente e, quindi, non è dominabile dal gruppo.
Il fallimento dell’impresa di caccia si ricostituisce psicologicamente come conseguenza di una colpa o di un peccato da parte del gruppo, che, per uccidere, non crea il meccanismo del sacrificio, proprio di società posteriori, ma quello ancora più complesso della «finzione rituale», il realizzare, cioè, l’impresa economicamente utile dell'uccidere la preda, come se si facesse altro o come se venisse a essere realizzata occasionalmente e senza colpa degli uccisori. Sono celebri i ritualismi dell’orso, che viene soppresso con ogni cautela, senza mai essere nominato e come se si offrisse volontariamente al cacciatore, per poi reincarnarsi dopo la morte.
Nelle società allevatorie e in quelle agricole superiori, nelle quali assume la sua determinante importanza il bue aratore, l’uccisione dell’animale diviene un evento assolutamente antieconomico, poiché l’animale è bene primario che va conservato e moltiplicato, e perciò il meccanismo del sacrificio, come uccisione sacralizzata, destinata a costituire un rapporto con il mondo divino, assume tutta la sua pregnanza giustificatoria e placa le ondate di colpa e di responsabilità insorgenti nel gruppo. È noto, per esempio, che gli Ateniesi, in un rito molto intricato nella sua polivalenza, quello dei Bouphonia (o uccisione del bue aratore), che veniva compiuta come sacrificio in occasione delle feste principali di Atene, ricorrevano a un cerimoniale destinato a scaricare la colpa dell’uccisione dal sacerdote sull’uno o sull’altro partecipante, fino a farla ricadere sull'ascia sacrificale che veniva sottoposta a giudizio.
Ecco perché, in fondo, uccidere animali e mangiare la loro carne diviene culturalmente un sacrilegio, e la tensione sacrilega si riflette ancora nei lessici indoeuropei, se, per esempio, il nostro termine «mattatoio» è legato a quel «mactare» latino che rappresentava l’uccidere ritualmente l’animale. Tutte di rilievo, in questa raccolta i contributi specialistici, tra i quali quelli del Burkert, di Detienne, di Durand e degli altri stranieri sono, nella loro ripetitività di argomenti già trattati in precedenti loro pubblicazioni, di molto inferiori a quelli degli studiosi italiani.


"Corriere della Sera", 19 settembre 1988

23.6.17

“Cantami, o Euclide”. Letteratura e matematica (Claudio Bartocci)

Uscì per Einaudi, poco più di dieci anni fa una bella antologia di Racconti matematici. Vi figurano testi di Borges, Calvino, Saramago, Eco, Queneau, Buzzati, Cortazar e altri maestri. “La Stampa” pubblicò come anteprima uno stralcio dall'introduzione del curatore, il matematico Claudio Bartocci, che qui riprendo. (S.L.L.)
Raymond Queneau
“Ogni audacia spirituale - osserva Robert Musil nel 1912 - poggia oggi sulle scienze esatte. Noi non impariamo da Goethe, Hebbel, Hölderlin, bensì da Mach, Lorentz, Einstein, Minkowski, da Couturat, Russell, Peano [...]. Il programma di ogni singola opera d'arte può essere questo: audacia matematica, dissolvimento della coscienza negli elementi, permutazione illimitata di questi elementi; tutto è in relazione con tutto, e da ciò trae sviluppo”.
Nonostante la sua quasi proverbiale astrusità (o forse proprio a ragione di questa), la matematica non ha cessato di esercitare, negli ultimi centocinquant'anni, un fascino forte, seppur talvolta sotterraneo, su quanti hanno osservato dall'esterno - con minore o maggiore competenza, con lo stupore del profano o l'ammirazione del cultore avvertito, comunque sia non con lo sguardo dello specialista - la sua prodigiosa ricchezza. Sensibili in modo particolare a questo fascino si sono dimostrati poeti, narratori, romanzieri, che nulla accomuna l'uno all'altro, se non il fatto che nelle loro opere, con frequenza e in misura maggiore o minore, emergono idee o strutture matematiche, affiorano riferimenti ai numeri transfiniti o alle geometrie non euclidee, balenano metafore costruite su concetti tratti dall'algebra o dalla logica. .
Nella maggior parte dei casi si tratta di influssi non assimilati in maniera sistematica, né tantomeno sviluppati secondo un qualche programma didattico o divulgativo. «Niente è più fecondo, tutti i matematici lo sanno», osserva André Weil nel breve saggio De la métaphysique aux mathématiques, «di quelle vaghe analogie, quegli oscuri riflessi che rimandano da una teoria all'altra, quelle furtive carezze, quelle discrepanze inesplicabili: niente dà un piacere più grande al ricercatore». Lo stesso si potrebbe dire dei rapporti tra letteratura e matematica: furtive carezze, corrispondenze incerte, echi, suggestioni, consonanze e dissonanze.
Lautréamont, negli Chants de Maldoror, celebra le «mathématiques sévères», e al contempo «saintes»: «Aritmetica! Algebra! Geometria! Trinità grandiosa! Triangolo luminoso! [...] Chi vi conosce e vi apprezza non aspira ad altro bene terreno, si accontenta delle vostre magiche delizie e, trasportato sulle vostre ali oscure, desidera soltanto elevarsi, in un volo leggero, tracciando un elica ascendente, verso la volta sferica dei cieli»; appassionato lettore di Lautréamont, e nel corso dei suoi studi di ingegneria all'Università di Roma allievo di studiosi quali F. Severi, L. Fantappiè e T. Levi-Civita, Leonardo Sinisgalli evocherà questa stessa meraviglia di fronte al mondo della matematica - «questo tempio tranquillo dalle ossa forti, questo miracolo di stabilità da cui è tuttora sorretta la nostra incorruttibile forma» - nelle pagine di Furor mathematicus.
Per Paul Valéry (che Calvino ebbe a definire il «poeta del rigore impassibile della mente») «la matematica insegna l'accanimento contro le conseguenze, e il rigore nel perseguire la strada che si è arbitrariamente prescelta»: nella sterminata officina dei Càhiers, che abbracciano cinquantanni di implacabile e solitario ragionare, centinaia e centinaia sono le osservazioni dedicate alle scienze matematiche («sono esercizio, e paragonabili alla danza») e - come per Musil - i modelli che suscitano ammirazione, rispetto e invidia non sono tanto i letterati o gli artisti, quanto Riemann, Poincaré, Enriques, Elie Cartan, Emile Borel, Hadamard, oppure le «fortes tètes de la physique», Planck, Einstein, Làngevin, Lorentz.
Se già nei Turbamenti del giovane Torless la matematica è strumento privilegiato di indagine critica e, nello stesso tempo, metafora di un sapere altro, quasi un ponte senza arcate sospeso sull'abisso (come si legge nel celebre passo sulla strana «faccenda dei numeri immaginari»), è soprattutto attraverso il «disicantamento statistico» di Urlich il matematico che Musil, nell'Uomo senza qualità, tenta di ricomporre il dissidio tra «anima ed esattezza», di sanare la frattura tra Dichtung e Erkenntnis; anche nell'opera di Hermann Broch - autore diviso, come Musil, tra scienza e poesia - sono matematici, al pari di Ulrich ma da questi molto diversi, il protagonista dell'Incognita e il personaggio di Zacharias negli Incolpevoli, il quale, insegnando ai suoi allievi che la matematica non consiste soltanto in «esercizi» da risolvere, distrugge così quell'«impulso problematico» che è il fondamento stesso della conoscenza matematica.
In «quella straordinaria e indefinibile zona dell'immaginazione da cui sono uscite le opere di Lewis Carroll, di Queneau, di Borges» e - aggiungendo l'autore stesso della citazione appena riportata - di Calvino, i concetti della matematica possono essere un ausilio prezioso per scoprire, o inventare, le modalità possibili di un «nuovo rapporto tra la leggerezza fantomatica delle idee e la pesantezza del mondo»; in compagnia di Queneau e Calvino, intenti a esplorare le potenzialità della letteratura a partire dal principio della «contrainte» (vincolo), incontriamo gli allegri sodali dell'Oulipo - basterà citare François Le Lionnais, Harry Mathews, Jacques Roubaud, Georges Perec - che nei loro testi fanno uso copioso di strutture algebriche, numeriche e combinatoriche (nel romanzo La vita istruzioni per l'uso, per esempio, Perec applica la struttura di un «biquadrato latino ortogonale di ordine 10»). Suggestioni o reminiscenze matematiche si possono infine ritrovare nelle opere di una variegata costellazione di scrittori del Novecento tra loro diversissimi, ma tutti più o meno gravemente contagiati dallo stesso virus: Leo Perutz, Gadda, Max Frisch, Enzensberger, Don DeLillo (pensiamo al romanzo Ratner's star), David Foster Wallace, Apostolos Doxiadis.


“La Stampa”, 19 agosto 2006

La lotta per il diritto. Giurista sì, ma nemico delle astrazioni (Stefano Rodotà)

Leggo che è morto Stefano Rodotà. Se mi sarà possibile andrò al funerale. Intanto posto questa sua vecchia recensione: scrive di Jhering, un giurista ottocentesco, e del suo libro più famoso; ma non è difficile capire che sta parlando di sé, della sua passione etica. (S.L.L.)

Torna questo famosissimo, piccolo libro di Jhering (La lotta per il diritto e altri saggi, Giuffré, 1989), in una nuova versione dovuta ad uno studioso fine come Roberto Racinaro. Ed è la quarta volta che ciò accade in Italia, dopo la prima traduzione di Raffaele Mariano, apparsa nel 1875 e poi utilizzata per le edizioni di Benedetto Croce (1934) e di Pietro Piovani (1960). Varrebbe la pena di chiedersi, anzi, quale sia la ragione di una così grande fortuna di quest'opera nel nostro paese, dove essa, Germania a parte, ha avuto il maggior numero di edizioni. Sarebbe piaciuto a Jhering il motivo per il quale Croce volle riproporla negli anni del fascismo e della fresca ascesa del nazismo: rinvigorire la coscienza del diritto assai sconvolta e depressa generalmente nel mondo odierno. In realtà, lontanissima da quell'incitamento alla litigiosità che pure le venne rimproverata, La lotta per il diritto è un' opera che, sempre per adoperare parole di Croce, propugna la necessità di asserire e difendere il proprio diritto con sacrificio dei propri interessi individuali. E Jhering incarna questo spirito nel viaggiatore inglese, che si contrappone al tentativo d'imbrogliarlo, da parte dell'albergatore o del vetturino, con una virilità come se si trattasse di difendere il diritto dell'Inghilterra antica, e dilaziona per necessità di cose la partenza, rimane per giorni e giorni sul posto, e spende il decuplo di ciò che si rifiuta di pagare. Il popolo ride di ciò e non lo comprende: sarebbe meglio se lo comprendesse. Poiché nei pochi soldi, che l' uomo in questo caso difende, emerge di fatto l'antica Inghilterra. La lotta per il diritto supera così ogni tornaconto personale, esce dalla dimensione dell'utilitarismo, manifesta la salda e coraggiosa affermazione del sentimento del diritto. Scrive Jhering, con qualche enfasi, ma grande forza evocativa: “Il diritto, che posa nella regione di ciò che è puramente materiale, nella sfera del personale, nella lotta per il diritto allo scopo dell'affermazione della personalità, diviene poesia: la lotta per il diritto è la poesia del carattere”.
Si comprende, allora, l'intramontabile importanza di questo volumetto, come diceva Piovani, per la sua esaltazione morale del diritto, non ricevuto retaggio da godere pacificamente, ma insidiato possesso da difendere costantemente: ieri come oggi, come domani. Ed è buona cosa che riappaia oggi che in Italia la coscienza del diritto non è meno insidiata e sconvolta di ieri.
Certo, in questa sua nuova edizione, approda a una collana di classici del diritto, quasi che i giuristi, ai quali era nelle intenzioni diretto, volessero riappropriarsene. C'è da augurarsi, invece, che pure questa vota la cerchia dei destinatari si allarghi, così come era avvenuto dopo la sua prima lettura pubblica a Vienna, nella primavera del 1872. Ma la costante, e rinnovata, attenzione degli studiosi di diritto è anch'essa significativa. Essi continuano ad interrogarsi su questo giurista grande e incoerente, nemico delle astrazioni, indagatore sagace dei rapporti tra diritto e realtà, perché rare volte la dimensione giuridica è stata percorsa con tanto appassionato rigore: esaltandone il valore, senza però velarne le miserie e i limiti, in un quadro che riflette i travagli della cultura tedesca del tempo.
Bene ha fatto, allora, Racinaro a circondare la riedizione de La lotta per il diritto con alcuni altri scritti minori, tra i quali spicca Il nostro compito, manifesto della nuova rivista che Jhering fondava nel 1857, e che rimane uno dei più alti programmi di politica del diritto.


“la Repubblica”, 24 giugno 1989

Le lettere di Shostakovic, musicista e appassionato di calcio (Alberto Mattioli)

“Neanche un giorno senza un rigo”. Rigo musicale o di lettera per lui pari furono. Non venivano prima né la musica né le parole: compositore fecondissimo, di spaventosa velocità, depresso quando per qualche ragione la vena si bloccava (che si inaridisse, non accadde mai), Dmitrij Shostakovic (1906-1975) fu anche uno scrittore di lettere ai confini della grafomania. E tale rimase anche quando l'abitudine e il gusto della corrispondenza stavano venendo uccisi dal progresso come molti dei vezzi del buon tempo antico: «Nella nostra epoca di telegrafi, telefoni, radio ecc. si va perdendo l'arte epistolare. Lei è uno dei pochi che possiedano alla perfezione quest'arte stupenda, ma in via di estinzione», scrive al collega Lev Lebedinskij il 17 febbraio 1960.
Questa e altre trecento delle sue innumerevoli lettere sono state raccolte da Elizabeth Wilson in un bel libro, Trascrivere la vita intera (il Saggiatore, pp. 512, €25, prefazione di Enzo Restagno) che uscirà il 31 agosto con il sostegno del festival torinese Settembre Musica, dove lo presenteranno, il 9 settembre, la terza moglie Irina Shostakovic e Quirino Principe. Per inciso: questo è il modo giusto di festeggiare gli anniversari. Anzi, forse leggere questo libro, denso ma piacevolissimo (Shostakovic ha una prosa secca e nervosa e non si scrive mai addosso: in troppi epistolari è il difetto che ammazza il diletto), è l'antidoto ideale ai troppi mozartologi improvvisati e alle troppe improvvisazioni di mozartologi che hanno infestato questo disgraziato 2006, proclamato «anno Mozart» a causa dei 250 dalla nascita di «Amadeus», come dicono loro.
Naturalmente, il libro è anche lo strumento fondamentale per penetrare nell'officina, creativa e domestica, di uno dei massimi musicisti del secolo scorso. E, insieme, un documento agghiacciante della distruzione della sua personalità provocata dal regime non solo criminale, ma ottuso nel quale gli toccò vivere. Shostakovic era stato un enfant prodige e, dopo la rivelazione della sua Prima sinfonia, il 12 maggio 1926, restò per qualche anno un giovane compositore in carriera estroverso, brillante, ironico, un po' esibizionista e con un'intima eleganza, di modi e di pensiero, sconfinante quasi nel dandismo. Il comunismo lo annientò: non fisicamente, come toccò a molti dei suoi amici, ma spiritualmente. Pensando alle vessazioni che dovette sopportare, viene in mente Vaclav Havel quando disse che i guasti morali provocati del comunismo erano più gravi di quelli materiali, pur enormi.
La sensibilità di Shostakovic divenne nevrosi; la vena malinconica, prima depressione e poi ossessione; la sua naturale bontà (era un uomo di principi, e ottimi), disillusione.
Curiosamente, le persecuzioni più sadiche sono, in queste lettere, quelle meno documentate. Nell'Urss, in certi anni, si aveva paura a parlare, figuriamoci a scrivere. Per il musicista, tutto cominciò il 28 gennaio 1936, con il famoso articolo della Pravda che titolava «Caos invece di musica» la recensione della Lady Macbeth del distretto di Mcensk, capolavoro operistico di Shostakovic e di tutto il teatro musicale del Novecento. Il resto dell'articolo, anonimo ma probabilmente scritto dal giornalista David Zaslavskij e sicuramente ispirato da Stalin, scagliava sull'opera e sul suo autore tutti gli anatemi dell'ortodossia critica comunista, dal «rozzo naturalismo» al «formalismo piccoloborghese». Seguì, il 6 febbraio, sempre sulla Pravda, il massacro del balletto Il rivo chiaro. Titolo: «Una falsificazione del balletto».
Su Shostakovic si scatenò la bufera. Negli anni delle grandi purghe, nei quali il persecutore di oggi era il perseguitato di domani, in questa ruota della fortuna in formato dantesco, Shostakovic si abituò a dormire con una valigetta pronta accanto al letto, dato che la gente veniva prelevata di notte e nella notte spariva. L'anno seguente, un brutto sabato, venne convocato al quartier generale del-l'Nkvd di Leningrado e interrogato da un ufficiale di nome Zakrevski, che prima cercò di fargli confessare di aver partecipato a un fantomatico complotto contro Stalin e poi gli ingiunse di ripresentarsi il lunedì successivo. Dopo aver passato la domenica che si può immaginare, Shostakovic tornò, in preda al terrore, ma gli venne detto di andarsene, perché Zakrevski era stato fucilato per tradimento il giorno precedente. E poi le autocritiche, le delazioni, i sospetti, i divieti, i servilismi, le riabilitazioni e le ricadute in disgrazia, gli esami di marxismo-leninismo, l'obbligo all'estero di dire male di Stravinskij o di Schonberg perché così aveva decretato il partito: come il suo popolo, Shostakovic visse sotto una doccia scozzese di purghe e aperture, uragani di sofferenza e schiarite di tolleranza.
Ancora nel dicembre '62, in pieno «disgelo», le autorità fecero di tutto per sabotare la prima della Tredicesima sinfonia, in sospetto di deviazionismo ideologico. E dire che in Occidente si considerava la sua musica la colonna sonora dell'epica socialista... Lui si rifugiava nella musica, negli affetti (tre matrimoni - con vicende tempestose -e due figli) e nel calcio. Negli anni più terribili erano le imprese della Dinamo Leningrado a svagarlo. Si legga la lettera dell'8 agosto 1938, una cronaca puntuale e appassionata degna di un giornalista sportivo: mancano, si direbbe, solo le pagelle. Del resto, il suo balletto II secolo d'oro mette in scena la vittoria di una squadra di calcio che batte i capitalisti decadenti grazie al suo modulo leninista.
Resta il fatto, e fu la sua tragedia, che Shostakovic era molto migliore del regime nel quale gli toccò vivere. Un maestro che scriveva agli allievi «il bene, l’amore e la coscienza: ecco cosa c'è di prezioso nell'uomo» non poteva vivere bene nella Russia sovietica. Poteva sopravvivere, con un'intima sofferenza di cui le lettere sono la testimonianza.


La Stampa, 19 agosto 2006

22.6.17

Scongiuri vespertini. Una poesia di Giovanni Raboni

Lemure
L’amico apparsomi un giorno
come se per un’ora, credendosi invisibile,
fosse tornato clandestinamente,
lui ch'era vivo, da morte
a sedersi al suo posto di lavoro
senza curarsi di me che lo guardavo
è morto di lì a poco, e da quel giorno
non l’ho più visto. E a quel fantasma, forse,
non avrei più pensato
se anche a me, poi, non fosse capitato
d’essere guardato così, come si guarda
uno che non dovrebbe esserci, che viene
da chissà dove
e sta lì di straforo, un abusivo, un lèmure.


“l'Unità”, 17 agosto 1988

Scuola. La fine di Kukling (Carlo Bernadini)

Ho trovato tra i miei ritagli un vecchio articolo, del fisico Carlo Bernardini, polemico per la conferma al ministero della Pubblica Istruzione di una donna politica che non aveva fino ad allora dato buona prova di sé, Rosetta Russo Jervolino. Ne riprendo la prima parte, meno legata alla contingenza politica, che mi pare in verità stimolante anche per l'oggi e forse per il domani. (S.L.L.)
Lo scrittore di fantascienza Anatolji Dneprov
A parlare di scuola si rischia di fare la fine dell'ingegner Kukling. Chi è questo Kukling? È il personaggio di un racconto russo di fantascienza, precisamente I granchi camminano sull'isola, di Anatolji Dneprov, pubblicato più di trent'anni fa da Feltrinelli in una raccolta curata da Jacques Bergier. Per farla breve - ma il racconto merita la lettura integrale - il Kukling è uno che inventa dei piccoli robot granchiformi in grado di riprodursi perfezionandosi e miniaturizzandosi da soli. Basterà depositarli su un'isola deserta perché i granchi, capaci di sfruttare i metalli, diano vita a una varietà robotica straordinariamente efficiente e utile: così, almeno, spera Kukling, che vuole emulare l'evoluzione darwiniana con le macchine. Ma gli va male. Non solo viene ucciso perché i granchi fiutano nella sua bocca alcune otturazioni metalliche (era rimasto sull'isola a godersi lo spettacolo), ma la nave che torna a prenderlo non trova affatto la sperata miriade di robot evoluti, bensì un unico gigantesco robot assolutamente pigro e inefficiente.
Il paragone con la scuola potrà apparire strano. La scuola non è certo un'impresa recente dell'umanità, e un buon libro come la Storia dell'educazione di Mario Alighiero Manacorda (Eri, 1983) può rinfrescare la memoria agli smemorati. Ebbene, più si va indietro nei secoli e più si trovano "piccole scuole di Kukling" intente a mangiare e produrre cultura allo scopo di estrarre dal fango in cui viveva una umanità ben più sofferente di quella di oggi. E però il risultato finale, di oggi, sembra essere un'unica informe "scuola" inefficiente, che non estrae più nessuno (che non lo voglia per altri motivi) dal bazar che ha sostituito il fango sull'isola deserta; quell'isola in cui la scuola vive nel più totale abbandono politico e culturale rotto soltanto dal monotono ronzio dei sindacalisti specializzati. La cosiddetta "scuola di massa", priva dell'assidua attenzione della società, è ormai fine a se stessa, come il granchione terminale di cui ha raccontato Dneprov. Per di più, chiunque si occupi seriamente di scuola muore (intellettualmente, beninteso), proprio come accadde allo stesso Kukling. Restano solo gli stanchi ritratti che tanti ripetono, dal Fellini di Amarcord (che si fa perdonare per la sapienza poetica) allo Starnone delle cronache quotidiane, o a quel preside invelenito di cui ha parlato qui Nello Aiello il 1 maggio scorso. E sono storie di lager, scritte da secondini malinconici.

Dall'articolo Un ministro in fotocopia ,in  “la Repubblica”, 21 maggio 1993

“Gli avvenimenti d'Ungheria e la crisi del comunismo” (Raniero Panzieri 1956)

Mosca, anni 50. Rantiero Panzieri (a destra) con Pietro Nenni
La crisi attuale del comunismo si lega evidentemente alla crisi politica mondiale alla quale, in modi contrastanti e dei quali è difficile prevedere lo sbocco, ha dato luogo il processo di superamento della guerra fredda. La distensione nei rapporti mondiali, fortemente promossa dal XX congresso del Pcus, ha provocato l’esplosione dei contrasti interni nel mondo comunista, rendendo inevitabile il drammatico manifestarsi della radicale contraddizione tra socialismo e stalinismo, una contraddizione che tanto più doveva alla fine manifestarsi come urto violento quanto più a lungo veniva tenuta compressa e soffocata nelle strutture dogmatiche e oppressive dell’ideologia e dell’azione politica staliniana.
Del resto, per quanto è possibile giudicare in base a elementi ancora non tutti chiari, la stessa politica seguita da Krusciov, cioè dall’uomo a cui va in ogni caso il merito obiettivo di una rottura non più sanabile con lo stalinismo, contiene in se medesima aspetti duramente contraddittori: mentre da un lato reca fortemente l’esigenza della democratizzazione, della eliminazione del regime burocratico e poliziesco, della affermazione della vita democratica come azione autonoma e creativa delle masse, d’altro canto conserva o sembra conservare alcuni dei capisaldi dello stalinismo: la concezione del partito - guida, dello stato - guida, di una pianificazione economica in termini forzati rispetto allo sviluppo delle forze produttive, il coordinamento rigido delle economie degli altri paesi socialisti con l’Unione sovietica, etc.
In Polonia e in Ungheria la sopravvivenza della ideologia staliniana si è manifestata nelle forme più irresponsabili nelle resistenze dei vecchi gruppi dirigenti comunisti. Mentre in Polonia la possibilità e la capacità di un audace e quasi improvviso ricambio interno sembra avere evitato il contrasto violento, in Ungheria questo è esploso nella sanguinosa insurrezione popolare che rivendicava, contro il potere costituito in nome del socialismo e contro le forze armate del primo paese socialista del mondo, pane libertà é socialismo: in ciò è il carattere tragico degli avvenimenti di Ungheria, che hanno visto il reciproco massacro di uomini che lottavano per gli stessi ideali e alla fine il prevalere delle ragioni della pura politica di potenza.
Non è possibile limitare ai paesi socialisti l’insegnamento che deriva dagli eventi polacchi e ungheresi e rifiutarsi di riconoscere il valore che esso ha per tutto il movimento operaio di tutti i paesi del mondo, senza ripetere il terribile errore che consiste oggi nel tentativo di perpetuare le vecchie posizioni dogmatiche. Per quanto pesante sia l’inerzia che richiama al passato, per quanto sia potente il fascino della coerenza formale del vecchio sistema, per quanto grande possa esseie il timore di distruggere ciò che si è costruito in lunghi anni di lotta, vi è oggi per i militanti comunisti del movimento operaio un solo modo di servirne gli interessi, di conservare le stesse conquiste finora realizzate: riconoscere lealmente la rottura qualitativa che si è verificata, abbandonare ogni doppiezza e ogni cautela, condurre fino in fondo il rinnovamento che si impone.
I partiti comunisti si trovano perciò davanti all’imperativo di trasformarsi profondamente, sviluppando, nella teoria e nella pratica, una critica conseguente delle loro impostazioni e della loro azione.
Tale critica deve riguardare anzitutto il rapporto meccanico verso l’Unione sovietica, ristabilendo in pieno il criterio marxista dell’internazionalismo proletario che non può in nessun caso essere deformato nel rispetto passivo verso una potenza statale.
Deve riguardare la concezione del partito-guida, che stabilisce una assurda identità tra la classe operaia e il partito, identità che viceversa non può darsi a priori, ciò che porta alla direzione burocratica e autoritaria, ma è da verificare sempre in un rapporto veramente dialettico, nel quale il partito si pone come strumento della classe.
Deve riguardare la concezione stessa della politica delle alleanze della classe operaia, che non deve essere intesa come automatica coincidenza degli interessi delle altre classi oppresse con quelli della classe operaia, ma come capacità della stessa classe operaia di sostenere in concreto gli interessi dei suoi alleati nell’assunzione degli interessi generali della nazione.
Deve quindi riguardare, questa critica radicale, il modo di organizzare le masse, rinunciando ad ogni criterio di meccanica direzione dall’alto, ad ogni determinazione autoritaria e gerarchica.

Il profondo rinnovamento culturale e pratico che si propone al comunismo non coincide perciò in nessun modo con l’abbandono del marxismo, ma si presenta anzi come una ripresa critica di esso al di là delle cristallizzazioni e deformazioni dogmatiche dello stalinismo. Per il comunismo italiano in particolare si presenta come ripresa del pensiero di Gramsci, da restituire alla sua piena originalità oltre ogni «conciliazione» con lo stalinismo.
Attraverso le convulsioni del disgelo, l’Europa è alla ricerca di un nuovo equilibrio, indispensabile per l’equilibrio del mondo. Questo nuovo equilibrio si realizzerà tanto più rapidamente e pacificamente quanto più si affermeranno le forze che recano sulle loro insegne le parole dell’autonomia e della volontà di pace dei popoli; quanto più si affermeranno in ogni paese le forze operaie e popolari nel segno di un’azione intensa a eliminare la divisione del mondo, a creare nuovi rapporti di reciproco rispetto e di collaborazione tra le nazioni. E molto può dipendere dal coraggio con cui i partiti comunisti sapranno percorrere la strada indicata dal XX congresso, sapranno cioè, con il superamento completo dello stalinismo, restituire a tutto il movimento operaio la capacità di una azione intesa a superare le condizioni della guerra fredda e della politica dei blocchi contrapposti. Il che poi significherà per l’Urss e gli altri stati socialisti un aiuto e una solidarietà ben più valide dell’attuale meccanica identificazione dei partiti comunisti con le posizioni di potenza e con la ragion di stato sovietiche.
In una situazione di nuove particolari responsabilità si trova oggi in Italia il partito socialista. Il processo di crisi e di rinnovamento, di denuncia degli errori e delle insufficienze passate, di creazione di nuovi metodi e di nuove vie per il movimento operaio lo riguarda direttamente: esso non può e non deve in nessun modo sottrarsi a questa azione critica.
E tuttavia il senso di questa critica per il partito socialista non è quello di una inversione della rotta, di una negazione della sua azione passata. É piuttosto quello di una piena, spregiudicata affermazione dei valori più profondi insiti nella sua tradizione, e nelle lotte unitarie e nella politica che esso ha sostenuto nell’ultimo decennio.
L’unità, che esso si è sempre sforzato di affermare, dell’azione di classe con l’azione democratica, unità che si è cosi fortemente manifestata nella concezione dell’azione di massa e nella politica tesa in questi ultimi anni a riguadagnare il terreno e i termini della competizione democratica, rifiutando la cristallizzazione della guerra fredda, costituisce il punto di partenza di una politica di classe profondamente rinnovata. Una politica che dovrà investire tutti i modi, le strutture, le articolazioni del movimento operaio e popolare italiano, una politica che elimini ogni sopravvivenza di schemi dogmatici di sottintesi di doppiezze, che rifiuti ogni principio autoritario nell’organizzazione e nella direzione delle lotte, che dia slancio di autentica democrazia dal basso e di vera autonomia al movimento unitario delle masse, che realizzi realmente la coincidenza dell’azione di classe con la costruzione della via democratica al socialismo.
Il pericolo insito nell’attuale situazione della sinistra in Italia è che la crisi si sviluppi nella duplice cristallizzazione del movimento popolare in posizioni settarie di vecchio tipo comunista da un lato e in forme solo apparentemente rinnovate di riformismo dall’altra parte. Spetta oggi al partito socialista creare le condizioni perché questo sviluppo negativo non si determini, perché nuove vie si aprano al movimento di classe in una riaffermata prospettiva di distensione. L’unificazione di tutti i socialisti si pone in funzione di queste nuove prospettive, in funzione non di ciò che è vecchio e superato, ma del nuovo che dev'essere affermato con l'azione di classe.

Postilla

L’articolo venne pubblicato su “il Punto” di Roma, il 10 novembre 1956, qualche giorno dopo l'invasione dell'Ungheria e gli scontri armati a Budapest. Lo si ritrova nel volume L'alternativa socialista (Einaudi 1982), curato da Stefano Merli, che contiene una scelta degli scritti di Raniero Panzieri tra il 1944 e il 1956. (S.L.L.)

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