23.2.18

Con Milordo e i picciotti Garibaldi entra a Palermo (Richard Newbury)

Palermo 1860. Garibaldi a Piazza Pretoria in una illustrazione d'epoca

La battaglia di Calatafimi costituì il primo successo della strategia di Mazzini che consisteva nel mandare giovani martiri allo sbaraglio in missioni suicide. Il famoso motto di Garibaldi all’indirizzo di un titubante Nino Bixio, «qui si fa l’Italia O si muore», fu già un bel passo avanti rispetto al mazziniano «qui si fa l’Italia E si muore». Garibaldi in poncho si lanciò alla conquista di una fortezza naturale presidiata da 3.600 tra fucilieri e cavalleggeri napoletani che sparavano sui suoi; a prezzo di 400 perdite i Mille si aprirono la strada per Palermo a colpi di baionetta. «Quello che abbiamo fatto poteva essere concepito solo da Garibaldi» scrisse Bixio a sua moglie nella notte del 16 maggio. E due giorni dopo aggiunse: «Presto saremo a Palermo o all’inferno».
Per prevenire l’attacco alla città, 6 mila dei 24 mila soldati borbonici di guarnigione furono avanzati a Monreale e 4 mila a Parco. Garibaldi simulò una ritirata verso Corleone, ma invece abbandonò le salmerie e i feriti per proseguire l’avanzata nella notte e congiungersi a Misilmeri con i 3 mila «picciotti» di La Masa, vicino al lato orientale (debolmente difeso) di Palermo. Da Est arrivava anche un volontario inglese, il capitano John Dunne, soprannominato «Milordo», con la sua brigata anglo-siciliana di 600 uomini. Dunne proveniva da Messina, dove aveva ricevuto istruzioni da Cavour tramite il console piemontese Silfredi; arrivò in tempo per l’assalto a Palermo, portando anche una lettera in cui La Farina chiedeva a Garibaldi dove sbarcare armi e munizioni. Il colonnello Ferdinando Eber, un rifugiato ungherese naturalizzato britannico e dotato di un grado militare turco, era il corrispondente del “Times”. Appena arrivato si unì a Garibaldi, che conosceva per aver combattuto a Solferino e a Magenta sfoggiando la sua uniforme turca; Eber, al pari di Dunne, era destinato a diventare generale garibaldino, nel suo caso in qualità di comandante della 15a divisione, incaricata di controllare il territorio fra Catania e Palermo. Eber nei suoi lunghi reportage al “Times” non rivelò mai ai lettori che il loro corrispondente di guerra era anche un comandante sul campo. Ci ha lasciato anche un bel resoconto della presa di Palermo che si giova del suo occhio doppiamente competente - in quanto giornalista e combattente.
Garibaldi aveva progettato un attacco notturno a Palermo, ma la sorpresa sfumò quando i «picciotti» di La Masa cominciarono a schiamazzare nei sobborghi della città. Le truppe borboniche si misero a sparare verso di loro, di fronte e sui fianchi; le truppe di La Masa accennarono a scappare, e ai garibaldini toccò il duplice compito di attaccare i napoletani e di spingere avanti i picciotti.

L’ammiraglio britannico
Mundy, la cui flotta si trovava in zona, scrisse nel diario di bordo del suo vascello da guerra «Hannibal» alla data del 27 maggio: «Sono stato svegliato alle 4 di questa mattina da continue scariche di fucileria, e guardando dal mio oblò ho visto un reparto di napoletani che dal posto di guardia all’estremità orientale del porto si ritiravano in direzione della Cittadella; la retroguardia sparava a ritmo irregolare verso un nemico che per il momento non riuscivo a vedere... Questi uomini avevano quasi raggiunto la porta della Cittadella quando un drappello di ribelli con le bandiere tricolori accorsero in gran numero cercando di tagliar fuori le truppe borboniche; il fuoco di fucileria dalla fortezza fece svanire quest’illusione, e i ribelli furono costretti a cercare protezione nelle case e cominciarono a barricarsi».
«Poco dopo le 6 - continua il diario di Mundy - l’intera flotta napoletana aprì un fuoco indiscriminato sulla città, che presto apparve punteggiata di incendi. L’unica reazione da terra fu lo stormire delle campane in tutta Palermo, per chiamare la popolazione a un’insurrezione generale. A mezzogiorno l’intera città, con l’eccezione del palazzo reale e di quello arcivescovile, della Zecca e della Cittadella, era nelle mani del popolo, e Garibaldi aveva insediato il suo quartier generale nella centrale piazza del Pretorio».
Il generale borbonico Lanza fece un vigoroso quanto vano tentativo di indurre l’ammiraglio Mundy a compromettere la neutralità britannica e a combattere a fianco dei napoletani, ma il 30 maggio fu proprio nella cabina di Mundy sul vascello Hannibal, alla presenza di capitani francesi e americani in veste di testimoni, che venne firmato un armistizio fra Garibaldi e le forze borboniche; il giorno venne consegnata anche la Zecca, e un milione e 200 mila sterline passarono sotto il controllo di Crispi. Il 7 giugno un contingente di 15 mila soldati borbonici si imbarcò alla volta di Napoli. Palermo era indiscutibilmente nelle mani del Dittatore.

“La Stampa”, 10 agosto 2007

Pubblicità. L’abito della classe agiata (Paolo Landi)


Per capire la nuova pubblicità di Prada bisogna riprendere in mano La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen (1899). Bisogna buttare uno sguardo ai ceti borghesi e aristocratici americani che quel sociologo di fine Ottocento descriveva come nessuno aveva mai fatto prima di allora. E basta sfogliare il libro in vari punti presi a caso per capire che quei ricchi di allora sono uguali ai ricchi di oggi. Veblen analizzava per esempio la presunta “vergogna di lavorare” che allignava in questi ceti: oggi non è cambiato nulla.
Gli aristocratici e i ricchi costretti a lavorare – affittando le loro ville per i matrimoni, riciclandosi nelle pubbliche relazioni oppure lavorando come banchieri o nella moda – dicono spesso (nelle interviste, nelle conversazioni), usando una frase fatta, che “si divertono”. Mentre per la gente comune il lavoro è fatica, per questi happy few è un divertimento, un esclusivismo snob riservato solo a loro che esorcizza l’onta di fare qualcosa per guadagnarsi da vivere.
Quando si lavora divertendosi, gli abiti che si indossano devono per forza essere cari ma soprattutto devono essere, direbbe Veblen, l’insegna dell’agiatezza. Devono infatti far vedere che chi li porta è capace di comprarsi abbigliamento e accessori costosi, svelando nello stesso tempo che egli consuma senza produrre o, se produce, lo fa divertendosi.
Chi ha il potere d’acquisto per comprarsi abiti e borse di Prada non ha evidentemente paura di sporcarli. Ecco perché ritroviamo la modella della campagna primavera/estate addormentata in spiaggia, vestita e accessoriata di tutto punto e anche perfettamente pettinata, mentre schiaccia un pisolino tra le dune.
Dovrà pur esserci una ragione se Bottega Veneta disperde le sue modelle vestite da sera nell’ambiente, preferibilmente boschi d’inverno; se Louis Vuitton le mostra cariche di valigie e borse griffate in pieno deserto, a tu per tu con una giraffa; se Marni le fa spenzolare dal davanzale di una finestra aperta come se stessero vomitando, con un abito da 3.000 euro indosso.
Thorstein Veblen le avrebbe catalogate tutte tra le donne che lavorano divertendosi, o tra quelle che non lavorano affatto «affidando al solo abito che portano la loro rappresentatività sociale». Queste campagne pubblicitarie sembrano avere lo scopo precipuo di far sognare; e non solo perché mostrano modelle addormentate. Tuttavia, al suo risveglio, con i granelli di sabbia nelle scarpe, la modella di Prada si domanderà: che ci faccio qui?

Pagina 99, 14 aprile 2017

Che cosa sia e a qual fine si studi la letteratura tedesca (Cesare Cases)


Cesare Cases concluse la sua carriera di professore universitario il 16 maggio 1990 a Torino, tenendo lezione a un pubblico vasto e attento. Il testo fu pubblicato il mese successivo su “linea d'ombra” onde ne ho ripreso un ampio stralcio. (S.L.L.)

Queste manifestazioni sono sempre un po’ equivoche perché pretendono di essere un’“ultima lezione” (e io ho scrupolosamente ingannato i miei studenti presentandogliela in questo modo), mentre in realtà assomigliano al canto 46 dell'Ariosto. Giunto in porto dopo lunga anche se poco perigliosa navigazione, il docente universitario vede una quantità di vecchi conoscenti che lo festeggiano allineati sulla riva e li riconosce uno a uno, esclamando come l’Ariosto: “Oh di che belle e sagge donne veggio,/ oh di che cavallieri il lito adorno./ Oh di che amici, a chi in eterno deggio/ per la letizia ch’han del mio ritorno!”. Non starò a elencare le dame e i cavallieri che riconosco tra gli astanti, ma qualcuno devo pure menzionarlo, e ricordare anzitutto che molti che oggi qui riveggo hanno assistito anche alla partenza della nave, cioè alla mia prolusione accademica a Pavia il 12 marzo 1968.
Prolusione memorabile per più di una ragione. Fu quasi certamente l’ultima prolusione accademica tenuta in una facoltà umanistica per molti anni. La rivolta studentesca imperversava dappertutto e di lì a pochi giorni doveva estendersi anche a Pavia. Ma in quel momento Pavia era ancora un’oasi di tranquillità e mi ricordo che un giovane collega, il grecista Diego Lanza, mi raccontò come a Milano non volessero credere che lui doveva recarsi a Pavia allo scopo di assistere a una cerimonia che sembrava appartenere a un passato irrecuperabile. La mia navicella, che presto doveva affrontare la tempesta, cominciò a muoversi in una situazione di eccezionale bonaccia, addirittura sotto il segno del ritorno al patrio suolo. Milanese, tornavo dalle mie parti dopo molti anni di assenza e pochi giorni prima di me aveva tenuto la sua prolusione l’italianista Dante Isella, che era stato presentato dall’ottima preside, la latinista Enrica Malcovati, con particolare fervore perché, come ella sottolineò, aveva entrambi i genitori lombardi. Di me non poteva dire altrettanto, avendo io una madre piemontese, e poi essendo germanista ero troppo compromesso con il Barbarossa per salire sul carroccio della lega lombarda. Ma ebbi ugualmente l’abbraccio della Preside che mi legò al collo una medaglia dell’ uni versità di Pavia. La prolusione fu poi del tutto degna della sua eccezionalità. Parlai dei rapporti tra Lichtenberg e Volta nell’aula voltiana, una bellissima aula neoclassica in cui il grande scienziato aveva tenuto le sue lezioni. Mi ero preparato bene sull’argomento e per quanto talvolta il piede forcuto mi uscisse da sotto la toga accademica, in complesso sembravo degno di portarla.
Sarebbe stata però una vittoria contro la natura, che forse non mi predestinava alla carriera accademica e che secondo Orazio ritorna anche quando si tenta di espellerla con il forcone. Nelle severe aule pavesi avrei dovuto consacrarmi interamente alla scienza. Così non fu. Portato più verso l’insegnamento che verso la ricerca, quei pochi studenti della Facoltà di Lettere che seguivano i corsi di tedesco mi intimidivano più che stimolarmi e con il movimento studentesco, per cui provavo simpatia, avevo rapporti quasi esclusivamente politici. Per questa e per altre ragioni accettai volentieri la proposta, che risaliva al compianto Sergio Lupi prima della sua morte precoce ed era caldeggiata dal preside Quazza e da altri amici, di passare a Torino alla Facoltà di Magistero, allora frequentata da moltissimi studenti di lingue (rarefattisi negli ultimi anni per una di quelle misteriose ragioni che regolano le variazioni di afflusso alle nostre università) e imperniata sulla didattica, grazie all’apertura verso le esigenze dei discenti voluta dal preside e incarnata dalle allora assistenti e ora colleghe Ursula Isselstein e Anna Chiarloni, separate poi dalle vicende accademiche (in quanto la Chiarloni passò alla Facoltà di Lettere) ma riunite qui sulla proda dell’aula 39 a celebrare quelli che Mallarmé chiama i tristi addii dei fazzoletti insieme ad altre valorose collaboratrici che mi hanno assistito e spesso totalmente surrogato in questi vent’anni sia nell’insegnamento linguistico che in quello letterario: Renata Buzzo Margari, Consolina Viglierò, Grete Buchgeher Coda. Né si limitano a sventolare fazzoletti, poiché, grazie soprattutto all’attività di curatrici delle due prime, mi hanno fatto trovare all’approdo un volume a me dedicato che contiene un’antologia della lirica tedesca del Novecento con interpretazioni di eminenti colleghi molti dei quali sono qui presenti: un analogo dunque del volume sul romanzo del Novecento curato da Baioni, Bevilacqua, Magris e me per i settant’anni di Ladislao Mittner. Di questo volume, e delle molte fatiche durate per prepararlo, mi è grato ringraziarle qui pubblicamente, così come dell’idea di avermi voluto festeggiare con un libro destinato non a pochi intendenti, ma a molti discenti, grazie anche all’appendice di Ursula Isselstein che è un primo tentativo di trattazione dei problemi della metrica tedesca a uso degli studenti italiani. Non posso quindi che rallegrarmi di aver trovato a Torino, sia come collaboratori che come studenti di Magistero, pochi o punti cavalieri e molte di quelle belle e sagge donne che l'Ariosto prediligeva.
Il nome appena rammentato di Ladislao Mittner mi richiama al dovere, cui ottemperò non l’Ariosto, sibbene Goethe, almeno per accenni, nella “Dedica” del Faust, forse ispirata a quel canto ariostesco, di ricordare dopo la fine della navigazione i nomi di coloro che l’hanno favorita senza poter essere qui tra noi: Mittner anzitutto, il maestro di tutta una generazione di germanisti; il mio maestro personale Carlo Griinanger; Alessandro Pellegrini, mio predecessore a Pavia; Sergio Lupi, maestro dei colleghi di lettere Claudio Magris e Luigi Forte e delle colleghe torinesi; ma soprattutto i giovani amici che per età e virtù avrebbero avuto tutti i diritti di lasciarsi molto addietro la navicella della mia vita se la loro non fosse stata travolta da un destino crudele. Penso a Mazzino Montinari, a Giorgio Sichel, a Furio Jesi, a Ferruccio Masini e ad altri immaturamente scomparsi. Il compassato tono accademico con cui li evoco serve a celare la commozione che mi afferra al loro ricordo.
È questa del resto talvolta la funzione della screditata toga accademica e del non meno screditato tono paludato, poiché contrariamente alle opinioni correnti anche i professori sono spesso esseri umani. Più difficile mi riesce celare il piede biforcuto passando a trattare l’argomento annunciato, poiché già il titolo tradisce visibilmente l’ironia. La tradisce doppiamente: nella forma, poiché l’insigne germanista genovese Giovanni Angelo Alfero, rendendo in italiano il titolo della prolusione tenuta da Schiller all’Università di Jena Was heisst und zu welchem Ende studiert man Universalgeschichte? con Che cosa sia e a qual fine si studi storia universale, non solo manteneva l’omissione dell'articolo, normale in tedesco ma a mio parere illegittima in italiano, ma usava quel congiuntivo latineggiante nell’intitolazione che sembra difficilmente sopportabile perfino a un passatista come me. Del resto l’esempio più celebre di questo uso resta il famoso volumetto Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia di Ruggero Bonghi, di cui si disse che dava la risposta già nel titolo, grazie appunto a quel congiuntivo sentito già come obsoleto in quel tempo (1855). Ma l’ironia sta anche nel titolo che presuppone certezze scientihche e didattiche in cui oggi stenteremmo assai a sperare. Schiller tenne le due conferenze, poi riunite in una, il 26 e il 27 maggio 1789, dunque quasi esattamente 201 anni fa. Non c’è bisogno di ricordare quale avvenimento fosse alle porte, tale da segnare l’inizio di un nuovo capitolo della storia universale, anche se oggi si pretende che ne andrebbe espunto come quello che sarebbe servito da freno anziché da stimolo al progresso civile.
Schiller non poteva prevedere tale avvenimento, ma certo il suo discorso è pervaso da un pathos ottimistico che accetta pienamente le più sfrenate speranze illuministiche, tanto che ripubblicando la prolusione nel 1792, cioè nello stesso anno in cui “le Sieur Gilles” (come veniva chiamato nel documento) era stato nominato cittadino onorario della Repubblica Francese, egli dovette attenuare qualche espressione. Per esempio là dove si legge: “La società statale europea sembra tramutata in una grande famiglia. Gli inquilini possono essere nemici gli uni degli altri, ma, speriamolo, non possono più dilaniarsi”, lo speriamolo è un’aggiunta. Oppure quando si parla della pace religiosa instaurata da Carlo V e rotta dalla guerra dei Trent’anni, si dice che “una nuova pace generale (cioè quella di Westfalia) dovette ristabilirla per secoli”, ma nella prima edizione si diceva imprudentemente “per l’eternità”. Già i secoli erano abbastanza inverosimili, ma qui, con la constatazione che Schiller era un inguaribile ottimista storico, possiamo abbandonarlo al sub destino di storico, che non fu facile, perché fu subito contestato da un preesistente ordinario di storia e costretto a chiamarsi professore di filosofia pur continuando a insegnare storia. I frutti di questo insegnamento furono due libri sulla storia della rivolta dei Paesi Bassi e sulla guerra dei trent’anni di cui Niebuhr si chiedeva come si potessero seriamente chiamare opere di storia e che in effetti oggi servono soltanto a commentare i drammi che Schiller scrisse su questi sfondi storici. Resta il fatto che Niebuhr, storico scientifico, era poco leggibile, e quindi volendo si potrebbe fare una digressione, valida anche per la storia letteraria, sul conflitto tra storia come scienza e storia come narrazione, recentemente indagato per le nostre discipline in un libro di Remo Ceserani, intitolato appunto Raccontare la letteratura.
Ma più interessa allo scopo dichiarato di definire, per quanto umanamente possibile di questi tempi, l’essenza o lo spirito della letteratura tedesca, la prima parte dello scritto schilleriano, in cui ancora non si parlava di storia ma solo dell'atteggiamento che il nuovo professore richiedeva dagli studenti di fronte agli studi, e che poteva essere quello del “dotto di professione (come Alfero traduce la più vigorosa parola tedesca Brotgelehrte, “dotto che pensa al pane”) ovvero quello della “mente filosofica” (philosophischer Kopf). Il primo, afferma Schiller, al suo ingresso nella carriera accademica non trova cosa più importante che distinguere accuratamente quelle scienze che egli definisce professionali da tutte le altre che dilettano lo spirito soltanto come spirito. Tutto il tempo che egli dedicasse a queste ultime, riterrebbe di sottrarlo al suo mestiere avvenire e non potrebbe mai perdonarsi questa sottrazione.” “Uomo degno di compassione — esclama poi Schiller —, che col più nobile di tutti gli strumenti, con la scienza e con l’arte, non vuole e non opera cosa più alta di quella che il bracciante compie con lo strumento più modesto.” “Come diversamente — prosegue il nostro pensatore—stanno le cose per la mente filosofica! Con la stessa cura con cui il professionista del sapere scinde là sua scienza da tutte le rimanenti, egli cerca invece di estenderne il campo e di ristabilire il vincolo di questo con tutti gli altri campi — ristabilire, dico, poiché soltanto l’intelletto che astrae ha posto quei limiti, ha separato l’una dall’altra quelle scienze.”

“Linea d'ombra”, giugno 1990

Fedra. La figlia del sole nell'abisso dell'Eros (Rossana Rossanda)

Elisabetta Pozzi interpreta Fedra nell' "Ippolito corronato" di Euripide. Siracusa giugno 2010

Leggendo La Luminosa. Genealogia di Fedra (Feltrinelli, 1990) di Nadia Fusini, mi venivano in mente le note di Wittgenstein sul Ramo d’oro di Frazer e l’impressione di lucida inutilità che mi lasciarono. Egli notava infatti, come più recentemente tutta la moderna antropologia culturale, che Frazer commisurava culture, riti e miti all’oggi, quasi che fossero una parafrasi primitiva d’un sapere, mentre ad ogni tempo essi avevano avuto la loro compiutezza e andavano studiati come segni di culture in sé significanti. Vero, ma neanche il rimando alla autoreferenzialità del mito - una volta fatta questa avvertenza - dà molto, e paradossalmente lo stupore e i raffronti di Frazer lo fanno rivivere con un impatto che una corretta e pura filologia non ha. Infatti le «Note» girano su se stesse, come semplice principio metodologico (e chissà se l’autore le avrebbe pubblicate).
Nadia Fusini è consapevole sia del contesto nel quale essa insegue, volta a volta, Fedra, sia del vivere del mito scorrendo da un età e, potremmo dire, da un campo strutturale all’altro, ogni volta perdendosi e diversamente ricomponendosi. E in questi allacci sta uno svolgersi della cultura non nella linearità della memoria ma nell’intreccio e nella contaminazione di lingue diverse, come se certi grandi territori della civiltà - come quella occidentale - non se ne potessero mai liberare e ogni volta essi ci chiamassero ad ascoltare. Chi ha l’orecchio per queste voci, la passione per il ritrovamento originario e le sue trasformazioni, e il dono di raccontarli nelle loro molte sonorità e rimandi ci porta per percorsi incantevoli. Nadia Fusini è di costoro. Per questo rompe i confini dell’accademia, si inoltra in territori che non sarebbero i suoi - è un’anglista - e in questi la sua scrittura scorre al massimo della problematicità e comunicatività e emozione.
Stavolta essa incontra Fedra nella tragedia di Euripide che prende il nome di Ippolito - quelle di Sofocle essendo andate perdute e anche una prima versione di Euripide. È un tema scottante l’amore d’una donna per il figlio del marito - passione vagamente incestuosa (Racine la dirà tale) - e tanto piu indegna in quanto il giovane è più che casto, è un cultore della sua intatta forza virile come forza non erotica (anche qui Racine cambierà). Fedra non vorrebbe dire il tumulto che la fa quasi morire, ma la nutrice le strappa la verità e cerca di persuadere Ippolito. Questi la respinge con orrore. Fedra ascolta - nessun dialogo è fra i due in Euripide - e si uccide, ma non prima di avere scritto su una tavoletta che Ippolito l’ha violentata. Al ritorno, il consorte Teseo maledice il figlio, invoca da Poseidon vendetta e Ippolito sarà straziato da un mostro che esce dal mare. Soltanto davanti al corpo del figlio morente Teseo apprenderà la verità, non da lui che ha giurato di non parlare, ma da Artemide, e non gli resterà che perdersi in una fine che la leggenda vuole vaga, lontana e niente affatto gloriosa.
Questa la trama per così dire privata, dei sentimenti e dei fatti, che sarà variamente ripresa. Ma i fatti sono soltanto l’esito di forze divine che si combattono: sono in scena sempre, muta ma potente, Afrodite e, alla fine parlante, Artemide, la dea dell’amore carnale e la dea della castità. È Afrodite che vuole vendicarsi del freddo Ippolito e scatena nel cuore e nei sensi di Fedra quella furia amorosa, ma poiché gli dei non si combattono tra loro, Artemide non può che assistere alla tragedia che ne consegue e salvare soltanto la memoria del suo giovane amico, svelando la verità e in qualche misura quindi discolpando anche Fedra. Le due dee, agendo nelle vite che hanno scelto come terreno dei propri fini - e in Fedra si maledicono gli dei - danno dunque alla tragedia la sua perfetta simmetria fra i personaggi e i tempi, e il suo secondo piano di lettura.
Ma questo a sua volta rimanda a più oscure profondità. La simmetria è la forma con la quale la tragedia «dice» la radicale dissimetria dello scontro: è Afrodite che vince. E in lei vince l’Eros, che mai appare nella tragedia - e non solo in Euripide - se non come forza del disordine, e come tale parente della furia e della morte, in questo diverso dal dionisiaco di Nietzsche. La cultura ellenica lo riceverà come un frutto delle civiltà passate, orientali e barbariche, mai con la consapevolezza che traspare in Ippolito. Fedra è infatti figlia di Pasifae che amò il toro e si fece costruire da Dedalo una forma di giovenca in cui immettersi e congiungersi con esso, generando quel Minotauro che Teseo sfiderà nel Labirinto, guidato dalla sorella di Fedra, Arianna. I legami - gli «allacci fatali» come scrive Nadia Fusini - rimandano a qualcosa che va oltre Afrodite, a un principio di eros che supera ogni umanità, diventa ferino, segna il passaggio fra la donna e la giovenca, l’uomo e il toro, nel mostro a due forme, perché sta - penso - nella «natura» e non nella cultura, sta prima del «logos», la parola dei greci, che esprime ma anche nega, e soprattutto cerca di negare nell’«indicibile», nel silenzio, questa potente forza che le sfugge e la cui collocazione è all’origine, là dove prima di qualsiasi immagine maschile sta la madre, la madre terra, la madre con i sacri animali ctonii come il serpente - in Esiodo come in altre civiltà. Fedra lo sa: regina greca e dunque cosciente di sé e della sua «forma», ammutolisce e quasi muore per questa presenza, lei sente che proviene dalla madre, e che è distruttiva, di lei e di Ippolito. Questi sarà mandato a morte dalle sue parole e da un mostro che esce dal mare nella figura d’un toro mugghiante che non solo lo uccide ma lo fracassa, gli rompe le ossa, gli spacca quel corpo che all'eros di natura non ha voluto sottomettersi. Artemide non potrà che acquietarne la fine; e forse, se Afrodite non parla, è perché lei stessa è veicolo di questo «nefando» in senso proprio, cioè indicibile.
Ecco dunque, ci dice Nadia, che Euripide ha «grecizzato», ridotto a civiltà della parola il mito, non greco ma cretese, della calda e dorata Creta, dove la dea madre montana era adorata come il principio. Ma non riesce a risolverla nell’unità d’un femminile che il «logos» vorrebbe verginale, sottraentesi, e profanato dall’eros: in Fedra, figlia di Pasifae, parla l’altro desiderio femminile - quello del congiungimento che la fa generatrice. E di nuovo le figure delle due dee, presenti ai lati della scena, riviano a due immagini della femminilità - Afrodite il desiderio del congiungimento, Artemide quello della verginità, intatta in se stessa; e di nuovo la filiazione dei due infelici protagonisti.
Fedra figlia dell’estrema amante Pasifae, e Ippolito, figlio dell'Amazzone, all’altra nemica e straniera, rivelano la dualità del femminile: potenza generatrice originaria e chiusa verginità. L’una irriducibile all’altra, compresenti nella donna come nell’ultima immagine che evoca Nadia: la antica figura di Catal Huyuk, rappresentante una possente donna assisa come dea o regina fra due leopardi, ritto il torso generoso e occhi fissi davanti a sé nel volto imperturbato. Ma dalle gambe esce una testa: forse è un atto di nascita, forse di congiungimento con l’uomo che le rientra in grembo - essa è in tutti e due gli eventi e in nessuno. Essa è due. Due - il «segno» di Nadia Fusini, la chiave di ogni sua ricerca, il tragico e splendido due.
Inutile dire i rimandi che da questa lettura sono sollecitati: dall’interpretazione dei testi e dei reperti archeologici - la meteorite nera di Pessinunte, l’eros, il segno oscuro di Pasifae e del Toro o la statuetta cretese, forse ripresa da Pausania nell'immagine di cui racconta delle due sorelle, Arianna immobile e pensosa e Fedra nell'altalena dal duplice movimento - alle avventure delle genealogie linguistiche, a quelle del preistorico, quando forse esistè come prima forma il matriarcato e il maschio non era che il paredro.
Ma il rimando può essere anche non nell’oscurità del tempo, bensì in quella dell’inconscio. Questo modo di «leggere», più si articola nella documentazione, più propone vie di interpretazione - e questa a sua volta rimanda alla figura della lettrice-scrittrice-evocatrice. Anche essa infatti esercita, come gli argolidi sui cretesi, come Euripide sul mito già elaborato che trovava, come poi farà su Euripide Seneca e poi Racine, un’opera di «traduzione». Che è sempre, quando davvero è, svelamemto e della materia cui si applica e della mente che la applica.
Mente femminile. Non so davvero se Nadia Fusini sia inquadrabile in una delle «scuole» del femminismo italiano: forse poche di esse ne accetterebbero il «due». Ma non si è donne per decreto di altre donne. E lei porta l’impronta inequivocabile d’un pensiero femminile che in autonomia ripercorre storia e cultura, affascinato e libero, liberatorio. Un libro come questo è impensabile nella cultura di pur valorosi storici o antro-pologi. Come sta nella cultura di «dopo il mito», gli uomini sono tutti figli e nipoti dei greci, e temono di sapere quel che gli antichi cretesi confessavano: il «deinon», fra divino e terribile, del femminile. Non a caso è una donna di oggi che può riavvicinarsi ad esso, senza adorazione ma senza timore.

La talpalibri – il manifesto, 1 giugno 1990.

22.2.18

America radicale. Fotografi a New York: la cooperativa del bianco e nero (Luca Peretti)


Una parte della quinta strada che costeggia Central Park si chiama Museum Miles. Il Guggenheim, il Met, il museo del design, si susseguono uno dopo l'altro, tra musei più piccoli e relativamente meno famosi. Uno di questi è il Jewish Museum, ospitato in un bell'edificio in stile (finto) gotico di inizio novecento. Siamo a New York naturalmente, e il museo è uno dei più importanti per quanto riguarda l'arte e la cultura ebraica degli Stati Uniti. Forse si perde in mezzo a mille altre attrattive nella grande mela, ma in questo periodo vale ancor più la pena fermarsi per una visita. Fino al 25 marzo infatti il museo ospita una mostra dai titolo "The Radical Camera: New York's Photo League, 1936-1951", più di centocinquanta foto in bianco e nero di questo eterogeneo gruppo/associazione/club di fotografi attivi dagli anni del post crisi del '29 fino all'inizio del maccartismo. 
Molti membri erano ebrei, il museo possiede alcune di queste fotografie e ne ha così richieste altre (soprattutto dal Columbus Museum of Art nell'Ohio) organizzando questa importante esposizione che si muove in ordine cronologico. Non si tratta di fotografi e periferici, ma della storia della fotografia americana, soprattutto di quella con scopi e intervento sociale. Se non dichiaratamente socialisti o comunisti, molti dei circa 90 membri (un terzo donne) che gravitarono intorno alla Photo League erano interessati a raccontare il lato meno conosciuto di New York, e dell'America: neri, poveri, outcast, senza casa, ma anche militanti e proteste furono i soggetti principali immortalati dalle macchine fotografiche di questi pionieri della fotografia impegnata. Come disse Lisette Model, una delle più importanti del gruppo. «La cosa che più mi sconvolge e che davvero prova a cambiare è la tiepidezza, l'indifferenza, il fare fotografie che non sono importanti».
Nell'esposizione, curata da Mason Klein e Catherine Evans, si parte dagli anni Venti, prima della fondazione ufficiale del
gruppo, con alcune foto del sociologo-fotografo Lewis Hine, come Power house mechanic working on steam pump, del 1920, e Newsboy and a Woman, dove un giovanissimo venditore di giornali ruba la scena ad una borghesissima donna ben vestita. È difficile fare una lista inclusiva di tutti i membri le cui foto sono esposte, ancor più complicato stabilire chi fu più o meno importante, in un'associazione che fu davvero una cooperativa: sicuramente Sid Grossman fu uno dei più significativi, e poi Berenice Abbot, di cui è esposta l'iconica Zito’s Bakery, o Paul Strand, uno dei fondatori. Tra le diverse foto di quest'ultimo è esposta anche un'enorme svastica con scheletro «messo in croce», una delle poche foto esplicitamente politiche. Ma del resto anche le due figure, un uomo e una donna, che camminano vicino all'appena costruito edificio della Federal Reserve, senza guardarsi, mettendo in scena «l'alienazione dell'uomo contemporaneo» sicuramente sono anche qualcosa di molto politico, una riflessione sull'incapacità di dialogare e sulla spaventosa concretezza del capitalismo di marmo della zona intorno a Wall Street - che proprio nella prima parte del ventesimo secolo veniva eretto. Del resto è anche innegabile, come sottolineano gli ottimi pannelli, che nell'ultima parte (fine anni Quaranta) della Photo League prevalgono anche interessi prettamente estetici, in parte abbandonando la politica. Non abbastanza secondo l’FBI e il Dipartimento di Giustizia che alla fine del 1947 mise la cooperativa sulla lista nera, considerandola «totalitaria, fascista, comunista o sovversiva».
Poi ci si mise la solita infiltrata, tal Angela Calomiris, una star del genere, che accusò Grossman del terribile crimine di essere comunista, e nel '49 la frittata era fatta. Malgrado la resistenza e la volontà di far vedere le loro «buone intenzioni», tra cui un'imponente esposizione intitolata «This Is the Photo League», l'organizzazione capitolò lentamente. Alcuni, come Grossman stesso, non si ripresero mai del tutto da questo marchio che li escludeva in parte dalla società (morirà nel 1955, dopo essersi ritirato in campagna), altri membri invece rimasero molto attivi e presero diverse strade. Tra questi va segnalato come caso a parte il famigerato Weegee, al secolo Arthur Fellig. Uno dei più importanti fotografi di cronaca nera della sua generazione, era famoso per arrivare sui luoghi del crimine prima della polizia, o allo stesso tempo. Lavorerà poi anche come regista e, tra le altre cose, sarà consulente di Kubrick per Doctor Strangelove. Soltanto un paio di foto di nera, tra cui una toccante scena con un omicidio e una donna afroamericana, sono presentate dagli organizzatori, che danno invece molto risalto ad un'altra opera di Weegee, il bellissimo portatore di bagel nella notte.
Ottima idea infine quella di presentare una coda, composta dal cortometraggio di sei minuti NYC Weights and Measures (2006) di Jem Cohen. Piccolo documentario lirico urbano, con la camera che vaga libera per le strade di New York immortalando la vita dei primi anni duemila. Libertà non necessariamente gradita: nel 2005 infatti, girando dal vivo, Cohen ha avuto seri problemi con il Joint Terrorism Task Force (l'agenzia contro il terrorismo) e l'FBI per «national security concerns». Siamo ben lontani dal maccartismo, ma ci sono cose che nell'America post 9/11 possono ancora disturbare.

Alias-il manifesto 17 Marzo 2012

A Manfredonia. Ester Carla De Miro D’Ajeta racconta il piccolo Lucio Dalla


Non si sa bene per quali «affinità elettive» alcuni individui, anche se conosciuti nell’infanzia, lasciano in noi un ricordo indelebile, che ci accompagna lungo la vita. Così è stato per Lucio Dalla, che conobbi bambina e che ritrovai nel film dei Taviani Sovversivi, che rividi ad un concerto di beneficenza organizzato da mio padre per la Croce Rossa, e per il quale Lucio non volle essere pagato. E ancora, nel tempo, le sue canzoni mi riportavano la sua voce sempre più matura e spericolata, fino a trovare alcuni anni fa una cassetta con le sue canzoni più belle in casa di un’amica a Fetije, un’isola sperduta a sud della Turchia.
E qui, sulla copertina, c’era una foto di Lucio bambino con sua madre Jole Melotti e un’amichetta, seduti al tavolo di legno in un bar sul lungomare di Manfredonia. Sull’altro lato, sempre Manfredonia, ma questa volta era l’immagine dell’Arena Pesante, il cinema all’aperto dove imperversavano i film d'amore americani, che aiutavano la gente a tirarsi fuori dall’atmosfera cupa del dopoguerra... Difficile descrivere lo choc tra quelle immagini e le pozze d’acqua turchese di quell’altro mare!
E da questo tuffo nel passato è nato un racconto sull’adolescenza di Lucio, che all’età dello sviluppo si ricoprì di peli irsuti perché - racconta egli stesso -sua madre gli aveva fatto fare una cura per farlo diventare più alto! Si dice che le donne siano più degli uomini custodi delle memorie, e in effetti confesso che questo passato è rimasto sempre vivo nella mia mente, sotteso ad una narrazione che sfocia nella fantasia ma rimane ancorata a un sentimento forte. Tanto che conservo ancora un soprabito confezionato dalla signora Jole per mia madre con l’etichetta che porta scrìtto, sotto le due torri: «Melotti -Bologna».
Quando quest’estate è venuto a trovarmi in Puglia l’amico fotografo torinese Alberto Spadafora, nel mostrargli le bellezze del Gargano, l’ho portato anche a vedere la casa dove Lucio veniva in vacanza con sua madre, a Manfredonia, e lui ha fotografato il portoncino con accanto ciò che resta dell’ormai distrutto cinema all’aperto.

«L'unica notte che si ricordi, 
ha detto qualcuno,
è quella della veglia, 
la notte passata in bianco.
Non si ha memoria delle notti di sonno.
Così è l'amore:
il più indimenticabile
è quello che non è mai esistito»
(Héctor Abbad Faciolince)

Lo vedeva scintillare a ritmo di musica e lasciare delle scie luminose, lì, alla sua destra, tra le mani di quel ragazzino taciturno che sulla pista da ballo si trasformava: era un cilindro da uomo interamente coperto di paillettes dorate su cui si riflettevano le luci multicolori del dancing estivo dove ogni tanto davano anche feste per bambini. Il ragazzino aveva uno smoking anch'esso intessuto di paillettes, identico al cilindro, che gli dava l'aria di un piccolo uomo, minuto, aggraziato, agile e sorridente, un Bing Crosby in miniatura. I suoi capelli castani, schiariti dal sole dell'estate, lanciavano bagliori simili a quelli dell'abito sotto la luce artificiale. Sotto il ciuffo però, gli occhi scuri e la bocca sottile sul volto olivastro gli davano un'espressione adulta e penetrante.
Al confronto, lei si sentiva goffa nell'abitino di popeline azzurro con i ricami a nido d'ape, il collettino smerlato da educanda e i calzini bianchi dentro le scarpe di vernice nera. Si sentiva impacciata mentre cercava di cantare ed imitare i movimenti sciolti e spigliati degli altri due. Sì, perché a destra di Lucio c'era Marisa, la ragazzina del nord che viveva come lui a Bologna e sapeva a memoria tutte le canzoni. In più era intonata, snella e non andava mai fuori tempo, come invece accadeva a lei. Aveva provato tante volte a ripetere tra sé e sé: «Marieta monta in gondoa, che mi te porto al lido,,.», ma non era mai come lo dicevano gli altri due. Benché avesse chiare in mente le loro voci, la loro esatta pronuncia, le venivano fuori altri suoni, scorretti, stonati, diversi. Tuttavia per nulla al mondo avrebbe rinunciato a cantare e ballare con quei due, perché, nei rari momenti in cui riusciva ad entrare in sintonia con loro, provava una splendida sensazione. Era come far parte di un unico suono, di un unico movimento sinergico, di uno slancio che annullava il confine tra i corpi e si riverberava su di lei. Si sentiva improvvisamente leggera, felice, al di sopra e al di là di tutto. In quei momenti si dimenticava di sé, lo sguardo seguiva i movimenti del cilindro abbandonandosi alle scie luminose delle paillettes, come quando, al mare, ad occhi socchiusi, si lasciava ipnotizzare dai riflessi del sole sull'acqua. Più tardi, molti anni più tardi, in un'isola sperduta dello Yucatan, le avrebbero detto che quel piacere aveva un nome: el duende, una sintonia col mondo, un'ubriacatura di musica e di colori che le sarebbe stato molto difficile ritrovare poi. Ballare e cantare insieme, come in certi film americani, era un gioco speciale, che soltanto Lucio e Marisa erano capaci di fare, anche se finiva sempre troppo presto, prima che lei avesse imparato bene i passi, prima che potesse ottenere da Lucio un segno di approvazione, uno sguardo d'intesa. Del resto, sapeva bene che l'altra era più brava, più carina, più desiderabile, con quel nasino all'insù e i riccioli neri. Sapeva che Lucio guardava sempre verso di lei, alla sua destra, E anche lei guardava a destra, verso di lui: si accontentava di stare assieme a loro, di scaldarsi al calore della loro sintonia, ma segretamente sperava che l'aria sdegnosa e altezzosa di Marisa avrebbe spinto Lucio a guardare altrove.
Le tre madri seguivano il gioco sedute al bordo della rotonda, su sedie di legno che traballavano affondate nella ghiaia. Due di loro erano amiche d'infanzia che si ritrovavano ogni estate, da quando una si era trasferita a Bologna dopo il matrimonio. Parlavano con rimpianto della vita spensierata di quand'erano adolescenti, e guardavano orgogliose i figli sulla pista, soprattutto Jole, la madre di Lucio, che adorava quell'unico figlio e gli aveva confezionato personalmente lo smoking e il cilindro, Jole era una sarta di classe e due volte l'anno portava in provincia gli abiti alla moda da vendere alle signore della buona società. Una volta aveva persino organizzato una sfilata nel miglior albergo della città, con un'indossatrice settentrionale che avanzava altera e trasognata tra due ali di signore, sulle note di Blue Moon. Le aveva fatto molto effetto l'ingresso, dal buio in fondo alla sala, di quella donna alta e ieratica che indossava un lungo abito «da pomeriggio» di velluto color rubino i cui lembi l'avevano sfiorata al passaggio, mentre, seduta accanto a sua madre, guardava i capi della cintura - che non capiva perché finissero con due fiocchi dorati come quelli delle tende - rimbalzare mollemente, languidamente, sulle lunghe gambe dell'indossatrice. Un passo, una musica, una visione che le avevano portato l'alito di un mondo sconosciuto e lontano, forse irraggiungibile, dove nel pomeriggio le signore si facevano belle e seducenti, invece di sgridare i bambini e preparare la cena.
Ad ogni stagione la signora Jole arrivava nel grande albergo con tanti bauli e con la Cicci, la sartina in grado di «mettere a misura» gli abiti per le signore che non avevano certo taglie da indossatrice. La Cicci, bionda e formosa, era praticamente una nana, alta come una bambina, ma con le forme procaci di una donna. La sua statura era un vantaggio però quando si trattava di appuntare gli orli delle gonne, quasi sempre troppo lunghe. Portava scarpe con la suola ortopedica e per cucire si arrampicava su un alto sgabello che le permetteva di arrivare dignitosamente all'altezza del tavolo su cui posava il lavoro. Cantava spesso, con un accento inconfondibilmente bolognese, le ultime canzoni alla moda,
Lucio non accompagnava la madre in queste trasferte di stagione. Veniva solo d'estate, per andare al mare. La Cicci era invece sempre presente, saltellante e cinguettante, capace non si sa come di far entrare negli abiti anche i più mastodontici fianchi di provincia. Le grandi pupille azzurre, un po' sporgenti, guardavano tutto, calcolavano velocemente le misure, le mani tozze con le unghie laccate rosso scuro scucivano, tiravano fuori il tessuto dai posti più reconditi, imbastivano, ricucivano, stiravano con rapidità, mentre la voce un po' chioccia diceva cose gentili, con le esse che scivolavano golosamente nella zeta. La Cicci era indispensabile per la signora Jole, che poteva così dedicarsi completamente alla conversazione con le clienti. Queste si confidavano volentieri con lei perché era una donna affidabile ed esperta della vita, complice per natura e professione, comprensiva e discreta come era raro trovare in provincia. La sua unica debolezza era il figlio, al centro dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni. Si crucciava perché era basso e non cresceva, perché parlava poco, e poi perché negli ultimi tempi disertava la scuola per chiudersi in camera a suonare: sax, pianoforte, batteria, qualsiasi strumento, ma non i libri e la scuola.
La ragazzina ascoltava in silenzio questi racconti, mentre sua madre cambiava abiti e cappelli. Avrebbe voluto abbandonare anche lei la scuola, come Lucio, e pensava con rammarico che a lei non sarebbe mai stato permesso. Provava anche un certo sollievo al pensiero che lui passasse il tempo a far musica invece che a giocare e divertirsi con Marisa, anche lei a Bologna durante l'anno scolastico.
Era primavera inoltrata, dalla finestra aperta della stanza d'albergo si vedevano sfrecciare le rondini e le loro strida annunciavano ravvicinarsi dell'estate, quella divina alchimia di sole e di mare che l'avrebbe liberata dal peso dell'inverno e della scuola. Sua madre, dopo molte esitazioni, scelse un abito vaporoso di organdis bianco a pois blu, con una larga gonna a volant, da indossare al dancing nelle sere d'estate, Lei avrebbe voluto essere grande per poterne averne uno altrettanto bello, da mettere quando Lucio sarebbe tornato.
Ma quell'estate la signora Jole non venne al mare, e neanche l'anno dopo.
A volte, passando davanti al portoncino della casa che erano soliti prendere in affitto, lei guardava le persiane chiuse delle finestre e si chiedeva se sarebbero tornati un giorno. Il mare era lì, a pochi passi, lo stabilimento con le cabine in fila, la sabbia fine, il frinire ossessivo delle cicale tra i pini del lungomare, i ragazzini che giocavano a pallone per strada. Tutto era come ogni estate, salvo la piccola casa al primo piano accanto all'Arena - l'unico cinema all'aperto - che sembrava un volto con le palpebre chiuse intorno al vuoto, muta e silenziosa, forse per sempre.
Quando sua nonna le dava i soldi per il gelato, certi pomeriggi dopo la calura, correva a comprarlo dall'uomo col carrettino che era sempre piazzato sul marciapiede del castello, di fronte all'Arena. E, mentre aspettava che lui riempisse la forma rettangolare con un'ostia, poi col gelato e un'altra ostia ancora a formare un piccolo sandwich, non poteva far a meno di guardare in su, quasi di nascosto, nella speranza di vedere una di quelle finestre finalmente aperta.
Intanto il tempo passava, lei cresceva, tutti le dicevano che era ormai una signorinella. Persino le gambe, prima grassocce, si stavano snellendo e allungando.
Certo, non si sentiva bella, per quei foruncoli che ogni tanto le spuntavano sul viso, per i capelli ricci e indomabili che sua madre voleva biondi e che, quando erano in disordine le davano l'aria, diceva suo padre, di una «spigatola». Ma i ragazzi la guardavano per strada, o, peggio, con la tipica brutalità meridionale, provavano a metterle le mani addosso, Lei tornava da scuola coi libri o andava a lezione di danza classica con le scarpette dalla punta di gesso in un sacchetto di tela, e alla fine aveva imparato ad usare questi oggetti come armi improprie contro gli aggressori. Ma, anche se riusciva a difendersi, questi episodi la facevano ugualmente soffrire, perché avrebbe voluto vagare tranquillamente per le strade, conoscerne i tragitti, esplorare la città, soffermarsi a guardare la gente e le cose senza essere disturbata. Invece era costretta a camminare sempre in fretta, saltando da un marciapiede all'altro come in una corsa ad ostacoli, per evitare i gruppi di ragazzi che la spaventavano con sguardi, parole e gesti aggressivi.
Spesso si guardava alto specchio: la vita era sempre più sottile, il seno stava spuntando lentamente. Di profilo e con i capelli raccolti dimostrava più dei dodici anni che aveva. La danza aveva reso i suoi gesti e i suoi movimenti più flessuosi. Ma ciò che più le piaceva in quell'attività era preparare il saggio di fine d'anno: disegnare i costumi, scegliere le stoffe e i colori, collaborare alle scene, organizzare la successione dei vari «numeri», alternando i balletti ai pezzi recitati, e alla fine presentare il tutto al pubblico, per provare la sensazione esaltante di quella tensione, quel cortocircuito tra chi si esibisce e chi sta a guardare, che, quando uno spettacolo riesce, si instaura, come un respiro trattenuto, molto prima che esplodano gli applausi.
Era sempre il vecchio gioco che tornava, anche se in altra forma, questa volta forse con più consapevolezza e più soddisfazione,
A tredici anni era un'altra persona, più alta di sua madre, slanciata, col viso affilato dallo sforzo di crescere.
Le avevano persino affidato il ruolo di prima ballerina in un balletto: una stracciona che doveva essere maltrattata da tutti, ricca solo della sua bellezza e della sua dolcezza. Per la prima volta era stata felice, quando, al centro del gruppo, aveva ricevutogli applausi del pubblico, anche se si trattava solo di genitori e parenti.
Ma a casa aveva trovato una brutta sorpresa: suo padre aveva deciso di toglierla dalla scuola di danza, perché aveva ormai fattezze di donna e secondo lui era scandaloso mostrarle in palcoscenico. Dopo tanti sforzi per migliorare, dopo tante energie impiegate che avevano dato il loro risultato, le speranze erano condannate a finire, e le restava soltanto il grigiore dei professori e della scuola. Pianse a dirotto, come si piange a tredici anni per un dolore cocente, ma suo padre fu irremovibile.
Era il mese di giugno e dopo poco la famiglia si trasferì al mare. Lei cercava di dimenticare quella delusione lasciandosi ubriacare dal sole, fissando lungamente i riflessi sul mare e giocando con i ragazzi e le ragazze che aveva conosciuto sulla spiaggia. Saltavano uno dopo l'altro alla cavallina lungo il bagnasciuga, e le sembrava impossibile essere diventata così agile. Mettere le mani sulla schiena del compagno di turno e sorvolarlo con una perfetta spaccata le sembrava un miracolo che voleva si ripetesse all'infinito. Era in quella strana stagione dell'adolescenza in cui voleva diventare donna ma entrava anche in competizione con i maschi che, approfittando della sua fragilità, volevano sopraffarla. Avendo la stessa età, non accettava la differenza, voleva anche per sé la loro forza e la loro libertà, e non si rassegnava al ruolo di femminuccia, in cui intuiva un odore di sconfitta.
Ma qualcuno riferì in famiglia le sue prodezze in riva al mare, e incominciarono i divieti e le proibizioni: era immorale che una ragazza facesse certi giochi con i maschi sotto gli occhi di tutti. Doveva stare seduta sotto l'ombrellone e non allontanarsi dallo sguardo vigile di sua madre, doveva occuparsi delle sorelle più piccole e rifiutare gli inviti dei compagni.
Costretta ad accettare tutto questo, meditava vendette sottili: un pomeriggio decise di farsi un costume a due pezzi, che suo padre non le avrebbe mai comprato, per indossarlo quando lui non scendeva in spiaggia. Certo, prima o poi l'avrebbe scoperta, ma finché non se ne fosse accorto, avrebbe potuto fare di testa sua. Mentre era intenta a cucire, la raggiunse la voce di sua madre: «È tornata la signora Jole. Domani andiamo a trovarla».
Salendo i pochi gradini che portavano al primo piano, lei moriva dalla voglia di sapere se avrebbe rivisto anche Lucio. Sulla porta le accolse la deci, sorridente, espansiva, tutta moine e cinguettìi. La stanza da pranzo era quasi buia, per le persiane ancora chiuse contro l'afa del pomeriggio inoltrato. Al centro del tavolo, un piatto con una grande anguria rossa tagliata a fette diceva che il pranzo era da poco finito. La signora Jole era venuta in vacanza, ma aveva portato per poche clienti dei capi autunnali che stava sistemando sulle stampelle. Dopo i primi convenevoli, la sua attenzione fu attratta dalla trasformazione della ragazzina. E subito volle farle provare un abito da grande. Era una «princesse» a pied-de-poule bianco e nero, con la gonna stretta e una sottile cintura di pelle rossa. Lei non aveva mai indossato un abito come quello. Le stava d'incanto, senza neanche il bisogno di un ritocco. «Sarebbe perfetto per il primo giorno di scuola - disse la signora Jole - visto che il prossimo autunno andrai al ginnasio». Ed aggiunse: «Vai, vai sul terrazzo a farti ammirare da Lucio. Gli farà piacere. Non vi vedete da tanto tempo!»
Improvvisamente lei si sentì di nuovo goffa e impacciata. Ma poi pensò che non era più come prima, che avrebbe potuto parlargli del suo successo e del suo disinganno - lui l'avrebbe capita - e soprattutto che questa volta non c'era Marisa a farla sfigurare. Si diresse verso le persiane socchiuse e le scostò con circospezione: Lucio era di spalle, in pantaloncini corti, di fronte alla balaustra del terrazzo, assorto a guardare il mare che occhieggiava tra i pini. Sentendo il rumore delle persiane, si girò verso di lei. Ma lei non lo riconobbe: vide una specie di orango venirle incontro. Un pelo folto e scuro gli ricopriva tutto il corpo, le gambe e le braccia, tanto da farlo assomigliare a un gorilla. Lei rimase scioccata, non riusciva a credere che fosse lo stesso ragazzo che tre anni prima le piaceva tanto.
«Ciao, come stai?» disse timidamente.
«Ciao» rispose Lucio, che aveva colto il disagio di lei e ne era a sua volta imbarazzato.
La guardò come da una grande lontananza, con la rassegnazione di chi sta dall'altra parte di una barriera invisibile, e si girò di nuovo a guardare il mare.
Lei rimase ferma per un attimo, senza saper cosa fare. Avrebbe voluto subito cancellare quel momento, rimangiarsi lo sguardo stupito che non aveva saputo controllare, inventarsi un'indifferenza che non aveva avuto, né prima, né sul momento, né dopo. Ma non era possibile tornare indietro e vivere in un altro modo qualcosa che era ormai avvenuto, cancellare la delusione e l'angoscia che ancora la tenevano stretta. E il dolore che - ne era sicura - gli aveva provocato solo con uno sguardo. Allora, mortificata, rientrò nella stanza e richiuse le persiane dietro di sé.
Tornando a casa con sua madre, lungo il mare che nel frattempo era diventato grigio spento, come nei suoi incubi notturni, lei ripensava ai divieti che l'avevano fatta piangere. Ne sentiva ancor più la stupidità, l'inutilità e l'ingiustizia, di fronte al vero, pungente, incancellabile dolore che quel giorno le aveva riservato la vita.

Alias - il manifesto 17 marzo 2012

Forse la giovinezza ... Una poesia di Sandro Penna

Forse la giovinezza è solo questo
perenne amare i sensi e non pentirsi.

da Croce e delizia (1927-1957) in Poesie, Garzanti, 2000

Mi perdo nel quartiere popolare … Una poesia di Sandro Penna


Mi perdo nel quartiere popolare
tanto animato se la sera è prossima.
Sono fra gli uomini da me così
lontani: agli occhi miei meravigliosi
uomini: vivi e chiari, non valori
segnati. E tutti uguali e ignoti e nuovi.

In un angolo buio prendo il posto
che mi ha lasciato un operaio accorso
(appena in tempo) all’autobus fuggente.
Io non gli ho visto il viso ma i suoi modi
svelti ho nel cuore adesso. E mi rimane
(di lui anonimo, a me dalla vita
preso) in quell’angolo buio un suo onesto
odore di animale, come il mio.

da Croce e delizia (1927-1957) in Poesie, Garzanti 2000

19.2.18

La poesia del lunedì. Severino Cesari (1951-2017)

Severino Cesari
Signore degli ultimi
dei rifugiati
dei non amati -
e delle moltitudini
che su incudini
sono battute
- e arate dalla morte.

In Con molta cura, Rizzoli 2017

Che gran nevrastenico quel Rubè. Croce contro Borgese (Beniamino Placido)

Nel gennaio dell'anno 1947 si ebbe in Italia un singolare evento culturale. Che non scosse però tutto il Paese. Aveva altro per la testa. Nel gennaio 1947 l'Italia non aveva ancora la sua Costituzione. La stava preparando un'Assemblea Costituente, eletta il 2 giugno dell'anno prima. Quando si era deciso - contestualmente - di mandare a casa la Monarchia e di proclamare la Repubblica. Tutto era da ricostruire, tutto era precario. Non si sapeva da che parte rigirarsi per aiuto e consiglio. La copertina della “Domenica del Corriere” (numero 3 del 19 gennaio 1947) mostrava Alcide De Gasperi in piedi dinanzi al Congresso americano. Dov'era andato a chiedere aiuti per l'Italia. Li avrebbe ottenuti, anche in grazia della sua dignitosa, austriaca compostezza. Non ci sono statistiche, ma di certo la frase che più si sentiva borbottare in giro era: "Si stava meglio quando si stava peggio". Con chiaro riferimento al Fascismo, che pure veniva ufficialmente aborrito. In effetti, si stava piuttosto male. Ci si arrangiava. In cucina trionfava l'arte degli avanzi. Frigoriferi e scaldabagni erano di là da venire. Gli uomini si radevano un giorno sì e un giorno no. Per pigrizia. Ma anche per risparmiare sul sapone da barba e sulle lamette: costosissime e taglientissime. Le donne - specie le ragazze, specie nei piccoli centri - portavano una benda bianca arrotolata intorno al polpaccio, quando avevano il loro periodico, femminile malessere. Per indicare la loro indisponibilità al mondo? Per segnalare la loro preziosa fragilità? E chi può dirlo, chi lo sa. Nelle città le camionette - romantiche ed approssimative - stavano cedendo il passo, non senza qualche episodio di eroica resistenza, ai mezzi pubblici che tornavano timidamente ad affacciarsi sulle strade. Ci si consolava con il Varietà. In ogni spettacolo di varietà - piccolo, medio o grande - c'era una scena ricorrente, di rigore. Si presentavano sul proscenio i rappresentanti dei vari partiti - comunisti, repubblicani, socialisti, liberali, azionisti, democristiani - e promettevano di non discutere più, di non litigare più. Di procedere d'amore e d'accordo. Poi compariva il comico per dire: ve lo credevate, ehé Ma figuriamoci, questi continueranno a litigare ancora. Quindi gran finale: "W Trieste italiana" fra applausi scroscianti (Trieste, difatti, non era ancora tornata all' Italia).
In quell'Italia rustica ed arcaica, risentita e incerta; ancora sgomenta per la fine del Fascismo, ancora non abituata alla pratica della democrazia ("ma perché non si mettono d' accordo, invece di discutere?") chi volete che badasse alle riviste letterarie? Eppure c'erano. Eppure facevano discutere: s'intende, fra quei pochi o pochissimi che le compravano. Usciva per esempio una volta al mese “La Rassegna d' Italia”, diretta da Francesco Flora. Un professore di gran nome. Autore di una monumentale Storia della Letteratura Italiana: molto citata, molto temuta, e quindi pochissimo letta, nelle scuole di ogni ordine e grado. Fu nel numero di gennaio del 1947 che l'evento si materializzò. Sotto forma di uno scritto di Benedetto Croce. Il Senatore Croce. Il sereno, olimpico filosofo Benedetto Croce. Altro che sereno. Altro che olimpico, il senatore Croce. Quel suo scritto (Rancori letterari sotto vesti politiche) era una stroncatura feroce, una strapazzata impietosa. Ai danni di chi? Ai danni - lo anticipo - di una persona che non se lo meritava. Di uno studioso e scrittore di gran valore. Di una delle stelle del firmamento letterario italiano nella prima metà del Novecento. Di Giuseppe Antonio Borgese. Che si era fatto conoscere con la Storia della critica romantica in Italia (1905). Si era affermato con La vita e il libro (1910-1913). Si era fatto amare per un singolare romanzo, Rubé, pubblicato nel 1921. Poi, siccome il Fascismo proprio non gli piaceva, se n' era andato ad insegnare in America.
Che cosa gli rimproverava Benedetto Croce, che pure gli era stato amico, ne aveva promosso la carriera agli inizi? Tutto. Di tutto. Di essere intellettualmente dotato, ma poco applicato. Intelligente forse, ma poco diligente. Come dicono le professoresse di certi scolari disobbedienti. Di essere stato sì, all'estero; ma non già per studiare nelle biblioteche ("Egli non studia da oltre quarant'anni"). Di essere superficiale, narcisista, esibizionista. Fors'anche opportunista. E poi, santiddìo, aveva scritto per i giornali. "Poco paziente e poco attento lettore delle opere di cui giudicava e per le quali non cercava la verità ma la ' trovata' che gli servisse per l' articolo". Che vergogna. È vero, aveva scritto anche quel romanzo Rubé di cui era difficile - proprio difficile, persino a Benedetto Croce - negare l'importanza. Ma il Senatore Croce lo fulminava con un epigramma: "Per comporre il romanzo di un malato / dal più cupo egoismo travagliato / grande fatica Borgese non fé / copiò se stesso e si chiamò Rubé".
Si dà ora il caso che il romanzo Rubé di Borgese venga scoperto, tradotto e pubblicato dai francesi. Con convinzione, con entusiasmo. "Une grande oeuvre, unique". In questi termini ce ne informa René de Ceccatty in Le Monde di venerdì 9 giugno. Ecco una buona ragione per andare a cercare in biblioteca quella grottesca stroncatura crociana del dopoguerra. Ecco una buonissima ragione per leggere o rileggere quel romanzo incriminato (da Croce, ieri) ed oggi dai francesi esaltato. Non è difficile. Può farlo chiunque. Il Rubé di Borgese si trova in libreria, ristampato ancora una volta l'anno scorso nei Classici Moderni Oscar Mondadori. E non costa molto. 400 pagine per 13.000 lire. Alla rilettura, il Rubé di Borgese si conferma come uno dei cinque (o sette), romanzi veramente significativi del Novecento italiano. Tiene bene il suo posto, fra Il fu Mattia Pascal di Pirandello (1904) e Gli indifferenti di Moravia (1929: gli altri, cominciando ovviamente da La coscienza di Zeno di Italo Svevo del 1923, li aggiunga ciascuno come vuole, secondo il suo gusto).
Ci sono, nel Rubé di Borgese le case e le strade, gli uomini e le cose: soprattutto i sentimenti di quel tempo. Ci sono gli umori e i torvi malumori dei primi decenni del Novecento. C'è quella diffusa nevrastenia psicomotoria, quella insofferenza per tutto, quella insoddisfazione di tutto che aveva contagiato la borghesia intellettuale di allora. "Quella infelicissima borghesia intellettuale e provinciale": come si esprimeva Giuseppe Antonio Borgese, proprio lui, che a quel ceto sapeva benissimo di appartenere. Socialismo comunismo fascismo diventano obiettivi e strumenti intercambiabili per placare questa irrequietezza febbrile e generica. Andiamo a prenderci la Libia, adesso che la grande proletaria si è mossa. Ma no, organizziamo un bello sciopero generale. Ma sì, andiamo a combattere con gli arditi sul Piave. Ma no, occupiamo le fabbriche. Ma sì, facciamola questa Marcia su Roma. Di questi umori instabili e rabbiosi anche Filippo Rubé, giovane avvocato siciliano trasferitosi sul Continente, è ampiamente infetto. È indolente e frenetico. Oscilla fra abulia e impazienza. Di qui i suoi amori sbagliati, il matrimonio sbagliatissimo, le ambizioni strozzate, una carriera atrofizzata. È un inadatto alla vita. È "un uomo mancato". Benedetto Croce aveva ragione; questo è "il romanzo di un malato / dal più cupo egoismo travagliato". Ma dimenticava - con molta ingiustizia - don Benedetto che il Rubé di Borgese è un malato che sa di esserlo. Che di esserlo non si compiace per nulla. Non si piace per niente. Non si perdona di esser fatto com'è fatto: "Io lo so dove sarebbe la mia redenzione; diventare contadino e vangare la terra; operaio, magari alla Adsum; marinaio in un veliero che ci metta sei mesi a fare la traversata. Ma chi mi prende? Ma che mestiere so fare? Se sono un buono a nulla! Se sono un intellettuale!". La sua vicenda umana, romanzesca non sa di autoesaltazione. In nessun punto, in nessun momento. Piuttosto di espiazione.
Gran bel romanzo, il Rubé di Borgese. Se non è proprio un capolavoro, è solo perché l'autore è intelligente ahimè, troppo intelligente. Laddove lo scrittore - non lo diceva Flaubert? - dev'essere un po' sempliciotto, un po' "bete". Il romanziere Giuseppe Antonio Borgese è più intelligente dei personaggi che inventa. Più intelligente della vicenda che descrive. Più intelligente - e questo è proprio imperdonabile - persino del lettore. Costruisce il suo sistema di rimandi, di appuntamenti, di risonanze interne (ogni romanziere lo fa) ma poi lo esplicita. Lo esibisce. Come quando fa in modo che Rubé incontri prima un giudice che si chiama Sacerdote, poi un sacerdote vero e proprio. Invece di lasciare che sia il lettore a scoprire la corrispondenza, e a trovarla eventualmente significativa, la rivela: "Da Sacerdote sono caduto in sacerdote". Una volta scontati questi difetti, però, Rubé rimane un gran bel romanzo. Indispensabile per capire un bel pezzo di Storia d'Italia. E gran bel personaggio rimane il suo autore, il saggista-scrittore Giuseppe Antonio Borgese.
Perché allora tanta diffusa diffidenza, tanta ostilità accumulata contro di lui: nel 1947 e negli anni successivi? Sospetto che una ragione ci sia. Non è molto bella. Non è molto onorevole. In un saggio Il caso Borgese apparso nel numero aprile-giugno di Nuovi Argomenti il giovane ardimentoso critico Massimo Onofri la tira fuori. Una ragione che non vale certo per Croce. Vale per gli altri, numerosissimi nemici, incoraggiati purtroppo da Croce, che Borgese ha avuto. Eccola: "L'opposizione di Borgese al Fascismo che lo portò, con pochissimi altri, ad abbandonare la cattedra universitaria pur di non giurare fedeltà al regime, doveva necessariamente procurargli, oltre che l'ovvio odio dei fascisti, il risentimento di quei colleghi che invece giurarono e che, finita la guerra, furono costretti a riconoscere in lui un esempio di moralità rimasta sempre integra".
Dal 1947 ci separano dei decenni, forse dei secoli. Sono cambiate tante cose, forse tutte. Abbiamo gli scaldabagni, i frigoriferi, le automobili, il fax e la televisione. Gli uomini si fanno la barba ogni giorno con l'Internet (così dicono). Le donne non hanno più di quei problemi che usavano segnalare avvolgendo una fascia attorno al polpaccio. Anzi, per via delle autostrade informatiche e in grazia della realtà virtuale, la loro stessa natura, la loro fisiologia è cambiata (così si dice). Ma certe forme - non virtuose - di ostilità malevola nei confronti di chi è più bravo di noi, di chi si è comportato meglio di noi, sono ancora lì. Sono ancora qui. Per poterle riconoscere nella realtà "culturale" di ieri, il giovane critico Massimo Onofri ha dovuto incontrarle anche nella realtà "culturale" di oggi. È stato bravo a scoprirlo. È stato bravo a dirlo.


“la Repubblica”, 11 luglio 1995  

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