28.4.17

Tutto si perde. Una poesia di Angelo Maria Ripellino

Angelo Maria Ripellino
Tutto si perde in un vischioso, amorfo
disperato brulichio di amebe,
in un nauseante pantano di miele.
Tutto s’ingolfa in un giallo, in un putrido
magma di cisposa fanghiglia,
naufraga nella morchia d’una gora,
tra un funesto corale di gufi.
Tutto il tuo fervore, la tua fretta
d’incollare i frantumi della vita,
tutto l’entusiasmo con cui edifichi
in ore felici viadotti di immagini,
teatrini di parole imbellettate,
tutto è corroso dall’indifferenza,
dalla pigrizia, dal cruccio di chi ti circonda.
Tutto s’accartoccia e si deforma
nello specchio ricurvo dell’accidia,
tutto raggela in un abulico stupore,
come una vecchia città spaventata.
E intanto da ogni piega dello spazio
ammicca, guercio e beffardo, il Burlesco,
intanto squilla sempre più vicina
la lunghissima tromba del Giudizio.

da Poesie prime e ultime, Aracno 2007

Chioggia. Dove il vento soffia a ràfega (Giovanni Comisso)

Posto qui una pagina del volume Veneto felice (Longanesi, 1984) di Giovanni Comisso: fa parte del capitolo «Una città di pescatori», dedicato a Chioggia e fu pubblicata in anteprima da “Tuttolibri”. (S.L.L.)
Giovanni Comisso
Un mio amico che osserva ed annota gli usi e le memorie locali mi aveva elencato tutte le parole che registrano le varie tonalità del vento, usate dai pescatori. Si chiama da principio sentimento, quella percezione cerebrale del sorgere di un vento, quando cioè lo si sente nella testa, fatta intontita. Poi viene l'afra, quando ancora il vento non si vede, ma si sente all'odore e poi àgere (da aere) se l'aria si muove appena, senza costanza, ad intermittenza.
Il vento vero comincia con la bavesèlla, bavetta, bavesiòla, sempre crescendo fino alla bava e alla bava fresca. Ne segue tutta la rosa dei venti coi propri peggiorativi e naturalmente il vento di tramontana, il più nefasto e anche il più definito, perché è il più controllato. Se è forte si chiama tramontanese, se più forte ancora, con nebbia e gelido, sizzara.
Mi sembrava impossibile che i pescatori usassero tutte queste varie definizioni. Ma trovandomi in un'osteria accanto a un clamoroso gruppo di giovani pescatori che bevevano e cantavano, in un momento di tregua, chiesi a uno di loro se sapeva dirmi cosa è la sizzara e mi rispose: «El vento de tramontana, quando a nebbia si beròndola a fior di acqua». Egli era ancora più preciso del mio amico, quasi pittorico, con quel beròndola che significa «rotola» e nello stesso tempo fa pensare al giro dell'onda. Poi ai venti indicati me ne aggiunsero un altro: bava a la riva, che significa vento favorevole prima di partire da qualsiasi punto si trovino.
Altre parole ancora classificano i venti nelle loro modulazioni: réfolo, quando il vento viene a sbalzi dolci, ràfega (raffica) se, più forte, sbocaura (da bocca), quando è improvviso e mordente, scontraùra, quando il vento è decisamente contrario. Quando poi girano turbinosi tutti i venti, si dice òrdene (per disordine) e se la situazione è tremenda allora si dice fortuna. Strana parola che significa tanto la buona, quanto la mala sorte, in rapporto con 1' origine latina, della dea omonima che la distribuiva alla cieca. Ma per i naviganti la fortuna è sempre malvagia, e rimane usata in tale senso.
Finiti i venti subentra la bonaccia e anche per questa il chiocciotto annovera tonalità diverse con la massima precisione. La bonaccia può essere bianca, quando la superficie del mare è così immobile da biancheggiare in un livido stagno, più ferma ancora sarà chiamata in pachea, e se è proprio così ferma da non agitare nemmeno la fiammella di una candela si dirà bonaccia in candela.
Ma altre espressioni di questo popolo risentono più che la pittura e la musica, la caricatura, l'umorismo. Mustacchi: si chiamano le onde che si dipartono dalla prua quando fila col buon vento, tromboni sono quelle grandi nubi estive che covano sonori tuoni, cagnolini, quelle primaverili, piccole, tonde e bianche, e cavallette, quelle piccole onde saltellanti e subito scomparenti sulla distesa azzurra con tempo benigno.
Di certo con tanti scrittori e pittori che operano a caso, viene da chiederci se l'arte abbia sbagliato indirizzo e sia andata a dimorare invece tra gli umili e gli anonimi.

Tuttolibri – La Stampa, 24 Novembre 1984

Fuochi d'artificio (Dario Falcini)

Le origini della pirotecnica si fanno risalire all’anno Mille e all’ingegno di alcuni monaci cinesi, la polvere da sparo era stata scoperta non molto tempo prima. La diffusione in Europa del «sale di Cina» non tarda: nel 1245 Ruggero Bacone stabilisce che è composto da nitrato di potassio, carbone di legna e zolfo. Una formula mai più messa in discussione. Altra figura fondamentale è quella di Vannoccio Biringuccio, che compone De la pirotechnia. È la prima metà del Cinquecento e in Italia la polvere nera viene usata quasi solo a scopi bellici.
Con il fiorire del Rinascimento a Firenze fa la sua apparizione a feste e ricevimenti. L’architetto e artista Bernardo Buontalenti, con i suoi spettacoli a base di fuochi d’artificio, si guadagna un posto d’onore alla corte dei Medici e il soprannome di Bernardo delle girandole. Due secoli dopo a Bologna i fratelli Gaetano, Pietro, Antonio e Petronio Ruggieri rivoluzionano l’arte tramite l’invenzione di nuovi tipi di razzi, l’uso di additivi chimici coloranti e l’idea dello scoppio in sequenza. Luigi XV apprezza l’effetto scenico delle composizioni e si assicura le loro prestazioni come artificieri a Versailles.
Un vero mercato dei fuochi d’artificio lungo la penisola sorge agli inizi del Novecento, epoca in cui inaugurano alcune delle principali ditte italiane ancora in attività. Altre vedranno la luce con il secondo dopoguerra e beneficeranno del boom economico. Il resto è l’oggi, fatto di micce cinesi e Madonne in giro per le strade.


Pagina 99, 19 dicembre 2015

Regole di natura. Il dilemma di Paolino delle Cascine (Emilio De Marchi)

...una cosa è prendere moglie secondo le regole di natura e un'altra è sposare una vedova con tre figliuoli. Per quanto un uomo sia ben provveduto del suo, per quante ragioni il cuore metta all'ordine del giorno, tre figliuoli son sempre tre figliuoli...

da Demetrio Pianelli, Oscar Mondadori 1979 (prima ed.1890)

Da Zola all'Union. Quando la finanza diventa materia da romanzo (Leonardo Martinelli)

Da un numero di “Pagina 99” del 2015, quando il settimanale aveva come direttore editoriale Emanuele Bevilacqua e come condirettore Roberta Carlini, riprendo un pezzo assai interessante tra finanza e letteratura. L'autore, economista, eccellente divulgatore e appassionato di belle lettere ha pubblicato per Longanesi nel 2014 Quasi un romanzo. L’economia raccontata a chi non la capisce. (S.L.L.)
Emile Zola
A Boston l’Union Atlantic sta affondando. Siamo negli anni della finanza allegra, prima della crisi del 2008 (ma sono finiti davvero per sempre quei tempi?). Siamo anche nell’immaginario di un romanzo: ma quante banche così, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, ci sono ancora? Ormai è un banchiere centrale, che è stato chiamato al capezzale di quell’istituto di credito. Si chiama Henry Graves ed è il presidente della Federal Reserve di New York: un personaggio d’altri tempi, espressione di una moralità molto progressista e East Coast. Ma pronto anche ai compromessi, ad adeguarsi alle esigenze dei nuovi ricchi della finanza.

Sulla scia di Lehman
Union Atlantic è un romanzo uscito cinque anni fa. Uno dei tanti, con dirigenti di banche e trader come protagonisti: è parte di quell’ultima ondata che, puntuale, scattò dopo il crack della Lehman Brothers. Venne fuori anche un bel po’ di robaccia. Ma non questo libro, opera prima di Adam Haslett, salutato con ammirazione perfino da un certo Jonathan Franzen. Haslett, laureato in Legge a Yale, non aveva mai lavorato come trader. Ma passò otto anni a preparare il suo romanzo, che terminò proprio in quel fatidico autunno 2008.

Investimenti a rischio
Union Atlantic è una normale banca commerciale, che a un certo punto si lancia nell’investment banking: inizia a utilizzare i soldi dei bravi padri di famiglia per i suoi “giochini” con i derivati (come il Monte dei Paschi). Finirà male. E sarà anche la responsabilità di Henry Graves, il banchiere centrale, che fa tanto il buonista. Mentre a Boston i problemi lievitano, lui si ritrova in riva al mare, una sera, a Miami. D’un tratto il ronzio di un ventilatore in albergo lo porta a riflettere sulla globalizzazione, su come quell’anonimo oggetto sia il risultato finale di un giro del mondo, dal ferro della miniera indonesiana con cui è stato prodotto fino al grossista di Atlanta che l’ha importato. «La mente di Henry», scrive Haslett, «calcolava ogni passaggio dal magro salario dei minatori fino al costo dell’immobile: mutui, linee di credito, denari presi a prestito, l’immane slancio creazionistico dell’interesse composto, cieco artefice del mondo moderno». Amen.

Walt e i banchieri
Talvolta i banchieri spuntano fuori quando meno te l’aspetti. Walt Disney decise di trasferire sullo schermo la saga di Mary Poppins, inventata dalla scrittrice Pamela Lyndon Travers. Il padre dei bambini, accuditi dalla bambinaia volante, è Mr. Banks: un nome, un programma. Lavora nella City londinese e un giorno decide di portare Jane e Michael nel suo ufficio. Nel libro la scena termina sugli scalini della cattedrale di St Paul, dove una vecchietta vende mangime per piccioni. Ma il perfido Walt Disney, che tante volte si era visto rifiutare crediti per le sue megaproduzioni, andò avanti. I due ragazzi entrano nell’istituto dove Mr. Banks lavora. Incontrano Mr. Dawes e il figlio (già vecchio, pure lui), i due avidi banchieri. Il più anziano cerca di convincere Michael ad affidargli i suoi due penny. Ma il ragazzo li vuole dare alla vecchietta e ai suoi poveri uccelli… Seguirà un tale tafferuglio, che i clienti nei corridoi della banca crederanno a un’imminente bancarotta. Si scatena uno dei fenomeni più temuti dai banchieri, la corsa agli sportelli, vista anche in Grecia pochi mesi fa: tutti rivogliono i loro soldi. Jane e Michael fuggono. Per loro fortuna s’imbattono in un simpatico spazzacamino.

Stangata ante litteram
Incredibile, poi, come in un romanzo uscito nel lontano 1891 siano già spiegati i meccanismi (e le disfunzioni) del mondo finanziario: Il denaro. Émile Zola immagina la storia di una speculazione all’epoca del Secondo Impero. Immagina fino a un certo punto, perché da bravo giornalista di storie simili ne aveva trattate così tante. Il denaro illustra la vicenda della Banca universale di Aristide Saccard: un’istituzione che, dietro il paravento dei progetti di Hamelin, ingegnere idealista, attirerà una miriade di investitori, la fauna composita della Parigi di allora. Finirà male, pure stavolta. In Il denaro c’è già tutto. L’idea di un’economia globalizzata e i progetti infrastrutturali in mezzo mondo, in particolare in Medio Oriente. Sì, la caccia ai Paesi emergenti. Tutto il castello di sabbia costruito da Saccard si sgretolerà a causa degli attacchi del rivale, il banchiere Gunderman, a suon di vendite allo scoperto, lo short selling, che è ancora un male della finanza di oggi (e una delle specialità di George Soros). Saccard, che per convincere i malcapitati risparmiatori, sfoggia la sua fede cattolica, novello crociato in Terra Santa, ricorda un Calisto Tanzi qualsiasi, il patron della Parmalat, che andava a messa ogni domenica e lo faceva sapere. O un Bernard Madoff, l’usurpatore di Wall Street, che andava alla sinagoga tutti i sabati e lo faceva sapere. Così rassicuranti. A un certo punto Maxime, il figlio di Saccard, ne approfondisce la psicologia. Il padre non vuole accumulare e basta. Ama il denaro: «Se ne attinge a tutte le sorgenti, è per vederlo scorrere a torrenti». «Lui venderebbe voi, me, chiunque, se potesse essere oggetto di un qualsiasi mercato. E agirebbe così da uomo senza coscienza, e insieme superiore a tutto, perché è veramente il poeta del milione, lui, talmente il denaro lo rende pazzo e canaglia…».


Pagina 99, 25 novembre 2015

L’importanza di essere scriba. Vita e non carriera di Gianni Clerici (Federico Ferrero)

«Ieri ho giocato a tennis, sono quasi vivo». Ieri l’altro, a Londra, non pago di sessant’anni di giri del mondo a inseguire gli Slam e le sue leggende, aveva assistito al solito atto tirannico di Novak Djokovic contro il suo beneamato Roger Federer, ultimo custode di un tennis classico che non è più. Il volo per Melbourne del prossimo gennaio, per gli Open d’Australia si intende, è stato depennato per precauzione, «ma ho sfiorato il tragitto in nave: trentaquattro magnifici giorni, finalmente avrei fatto un diario di viaggio. Però la compagnia non accetta gli over ottanta. Andrò e cercherò di convincerli: che mi facciano un esame, a loro scelta».
Farsi prendere per mano dalle storie di Gianni Clerici, autoironico e consapevolissimo giovanotto a metà del guado tra gli ottanta e i novanta, è come volare aggrappati al tappeto delle Mille e una notte. Si volteggia su una tavola di osteria dell’Oltrepò, con pinta di barbera obbligatoria sulla tovaglia a quadri e schermaglie verbali in compagnia dell’amico Gioann Brera, negli anni storici della redazione del Giorno (un dream team che ancor più oggi, in tempi grami, fa tremare le vene ai polsi: l’immaginifico boss, detto “principe della Zolla”, il suo protetto Clerici, Mario Fossati, Pilade Del Buono).
Eppure, l’anticarriera del narratore per eccellenza del tennis è stata parallela alle medaglie: «La mia unica carica in un giornale? La direzione della pagina dello sport di quel quotidiano: un giorno. Servì per mandare via uno cattivo, che non merita neanche di essere citato. Poi, Brera e io la affidammo a Giulio Signori, un genio nel fare i titoli, uno che scriveva bene di tutto». Erano gli anni in cui non esisteva ancora “la Repubblica”, che avrebbe strappato Clerici al quotidiano dell’Eni a fine anni ’80; “il Giorno” tirava 250 mila copie, il Corsera 600 mila, “La Stampa” e “l’Unità” 400 mila, internet non aveva ancora soppiantato l’edicola. Un altro mondo.
Un battito di ciglia e ci si ritrova a Montagnola, sulle tracce del sciòr Hesse: perché i liceali comuni, al più, Siddharta lo hanno letto o finto di apprezzarlo. Invece, Clerici trovò giusto andare a cercarlo in Svizzera. E lo trovò, preso a dipingere uno scorcio sul retro di casa.
Un respiro e zac!, si viene proiettati sul centrale di Wimbledon. Anzi, un po’ più in là: il Clerici Gianni atleta, ai Championships di Church Road, ci arrivò la prima volta in Cinquecento, imbarcandosi sul ferry boat alla volta di Dover dopo aver percorso in solitaria la Como-Calais. Giocò sul campo 16, un primo turno di lunedì dell’edizione 1953, «e persi contro Laszlo, uno jugoslavo che avevo strapazzato mesi prima sulla Costa Azzurra, tennista ancor più modesto di me. Per due set non capii nulla di quei rimbalzi», anche se il tempo del match gli fu sufficiente per accorgersi di due spettatori particolarmente interessati, emissari dell’ambasciata, mandati a dissuadere il suo avversario da legittimi propositi di richiesta di asilo politico. La guerra fredda, il patto di Varsavia, la Jugoslavia tenuta insieme dalla ferocia di Tito: sembra un altro pianeta, anzi, lo è.
Ancora un salto e giù, a rotta di collo per le viuzze di Pamplona, alla ricerca del significato esoterico della corrida, in compagnia di un tennista danese a dir poco stravagante (era il barbuto Torben Ulrich, curiosamente padre di Lars, il batterista della band dei Metallica) prima dell’incrocio, indimenticato, con Hemingway, sorpreso durante l’encierro di San Firmino seduto a bere anice al bar Txoko.
Se Bruce Chatwin fece un libro sulla sua irrequietezza di anima errante, il suo ammirato lettore Gianni Clerici (che aborre il “lei”) è l’irrequietezza. La sua ultima opera – altre due sono in ballo per l’anno venturo, non sia mai abbandonarsi al divano – è «una bio-eterografia. Ma sì, perché ho conosciuto gente più famosa e molto più interessante da raccontare», si schermisce, sfogliando Quello del tennis – Storia della mia vita e di uomini più noti di me. «Ho rinunciato alle cariche e viaggiato anche per scappare, per non lavorare in un giornale. Mi è andata bene così: fare il cosiddetto inviato speciale. Anche perché il giornalismo che mi piaceva, e che ogni tanto riuscivo a fare solo dopo aver seguito il fùtbal, il basket o lo sci, erano proprio i taccuini di viaggio. Ne ho in quantità. Purtroppo, ai miei tempi, quel genere non esisteva; gli unici a cimentarsi erano Nievo, il giovane Barzini, Guido Piovene».
Atleta, scrittore, giornalista, autore teatrale, commentatore in tivù con il sodale Rino Tommasi, una fama tollerata ma non agognata di quel del tennis («Vado a vedere nella mia libreria, ma sospetto di aver scritto 13 o 14 romanzi, più due libri di racconti e le poesie. Di tennis, in fondo, solo cinque: son mica tanti»): Clerici poteva essere tutto o anche niente, figlio di industriali «che aveva da mangiare senza bisogno di fare altro». Lo sforzo di rimanere monografici, anche conversando, è improponibile. È stato spesso in odore di un qualcosa che non si è realizzato «e in un certo senso sì, dico che ho vissuto l’esistenza del dilettante nel senso antico del termine: uno nato da buona famiglia cui fu concesso il lusso di attività che non avessero a che fare col lavoro». Quasi parlamentare per desiderio di Pannella, quasi presidente della federazione tennis; quasi disegnatore, quasi botanico, quasi mercante d’arte. «Ma essendo l’ultimo erede dei Clerici borghesi mi sono messo a fare il giornalista, direi per scarsissima fiducia nelle mie possibilità e per un obbligo sociale di guadagnare qualcosa».
La scorciatoia della letteratura da quotidiano, quella che Brera raccontava come il destino di «ricevere soldi e applausi dagli analfabeti» per la produzione di una prosa magari degnissima ma caduca, nata al mattino e già defunta la sera, per lui è stata una camicia di forza, seppure della miglior seta comasca: «È che per Brera era un destino: era nato povero, figlio di mezzadri. Aveva vari fratelli, ed era l’unico ad aver fatto l’università a Pavia, accettato al Ghisleri per meriti scolastici. Tra lui e me c’è stata questa differenza di origini, per cui col giornalismo lui doveva guadagnare, io no». Ecco perché, ogni tanto, Brera lo invitava a «piantarla col maledetto tennis» e prendere a organizzare dei party nella villa sul lago, magari per guadagnarsi la benevolenza di chi votava per lo Strega. Come Maria Bellonci, padrona di casa del salotto in cui il premio venne concepito, la prima a marchiarlo con la (presunta) diminutio del cronista tennistico: «“Lei è quello del tennis?”, mi chiese, soggiungendo che sapevo usare i congiuntivi e i condizionali». Come fosse, già nel 1965, un attributo di eccezione per i giornalisti sportivi.
Scherza, Clerici, sulle carte bruciate per indegnità, sulla vecchiaia che gabba ogni santo giorno vivendo e lavorando come due quarantenni in uno e, in omaggio all’insoddisfazione, sul libro che vorrebbe veramente scrivere: la biografia delle cose come non sono andate e dei fatti che non sono successi. Da ragazzo, ad Alassio, frequentava il figlio di Gino Cervi, i fratelli Spinola, Paolo Ambrogio e Giorgio Arlorio: altre occasioni di lasciare la racchetta e le pagine sportive dei quotidiani, eppure «chi lo sa perché, curiosamente mi sono tirato indietro pure quella volta ed è finita che non mi sono messo neanche nel cinema».
La giostra dei personaggi e degli aneddoti fa perdere la contezza del tempo e dello spazio, di ciò che è vero o solo verosimile, serio o burlesco, il filo del discorso sembra perdersi e invece no, perché il nesso tra Rod Laver e Oscar Wilde forse non si vede, ma c’è. Si finisce per atterrare sulle sorti del giornalismo ai tempi dei giornali col collo strozzato, dei contratti di solidarietà, delle informazioni polverizzate su Facebook e Twitter, della scrittura in estinzione. «E chi lo sa. Non avrei 85 anni, se sapessi dire chi sarei e cosa farei, se mai iniziassi a lavorare oggi. Una volta ho conosciuto per sbaglio a New York, dopo aver giocato un doppio con Dinkins, il sindaco nero che faceva deviare gli aerei perché non passassero su Flushing Meadows durante il torneo, il boss del New York Times. Mister Sulzberger. Mi disse: “Guardi che noi, tra dieci o quindici anni, non ci saremo più”. Invece si era sbagliato: la carta c’è ancora. Io non sono in grado di immaginare cosa capiterà, ma mi riesce difficile pensare che non possa sopravvivere una forma di scrittura. Per conto mio, ho sempre consigliato a tutti, quelli bravi intendo, di non scrivere di sport, magari sbagliando. Perché ci sono stati Ring Lardner e Damon Runyon, Hemingway stesso e John Fante, che sono nati nel giornalismo e poi diventati scrittori. Altri, non mi risultano».
Neppure Brera, che Umberto Eco definì un «Gadda spiegato al popolo» e l’etichetta, racconta Clerici, fu fonte di dispiacere per l’interessato – e pure per lui – perché diminutiva e, in definitiva, ingiusta. Con altra classe, Italo Calvino ebbe a dire che Gianni Clerici è uno scrittore prestato al tennis. Un prestito senza patto di riscatto, giacché il cronista dei successi di Ken Rosewall e Lew Hoad, Stan Smith e Nastase, Borg e McEnroe, Lendl e Becker, Sampras e Agassi fino ai mostri del nuovo millennio avrà sì trascorso la vita (fingendo?) di inseguire chissà quale conferma o accettazione terrena lontana dai campi da tennis ma, nel mentre, e forse non del tutto consapevolmente, ha provveduto a creare una maniera, una scuola – che risulta senza allievi – nel racconto dello sport. Il rifiuto di raccontare ciò che non ha visto e sentito con occhi e orecchie non mediati «dall’apparecchio», nome clericiano del televisore, ha vinto: i giornali hanno deforestato le tribune cancellando inviati e trasferte, Google ha soppiantato il reporter, le sale stampa si desertificano. Eppure lui c’è: l’unica concessione alla tecnologia, il portatile in vece della Olivetti Lettera 22, che non recava con sé problemi di connessione, maledette password, odiose reti wi-fi col lucchetto e altri stupidi orpelli hi-tech, utili a irreggimentare una mandria di pecore tecnologiche.
Leggendo gli articoli di Clerici, ridacchiava spesso il socio Rino, forse non saprai cosa è successo, ma capirai il perché. Vero: del resto, per le statistiche e le immagini in alta definizione, insomma, per raccontare l’ovvio, c’è la tivù, ci sono i telefonini, la banda larga. O forse non capirai niente della partita, perché avrà parlato di tutt’altro; ma sarai più ricco nel conoscere i fatti di quella sera di quarant’anni prima con l’omologo Bud Collins e Sergio Tacchini, in Sardegna, a sradicare l’insegna dei postfascisti, o saprai di quei mesi vissuti in Fleet Street, passando per l’apologia del dritto di Federer e la nostalgia per le racchette di legno, senza cui il gioco è diventato una faccenda riservata ai bruti. Viene da dire che, tra cento mestieri, Clerici forse non ha scelto il più adatto a sé; certamente, il migliore per noi.


Pagina 99, 12 dicembre 2015

Le nebbie di Milano illuminate da Beppe Viola (Alessandro Robecchi)

Milano 1962. Tifosi al derby.
La solita squadra di pirla vinceva due a zero e si fece rimontare: Inter-Napoli 2 a 2. Beppe Viola, che era milanista ma umano, ci stava scrivendo il pezzo per la “Domenica Sportiva” quando si accasciò sulla scrivania e morì così, quarantatré anni da compiere a giorni, ed ecco perché oggi non si può difendere dai complimenti.
Ora Quodlibet rimette mano a un bel po’ di suoi scritti (ah, le rubriche su “Linus”!), racconti e deliri vari, tutta roba buonissima, con Vite vere compresa la mia, libro (qui ben arricchito) che uscì nell’81 grazie alla tigna di Oreste del Buono. Non che Beppe Viola sia misconosciuto, certo, e va segnalato, per vederlo da un’altra angolazione, anche il bel racconto della figlia Marina, Mio padre è stato anche Beppe Viola (Feltrinelli, 2013). Ma sia: questo libro va sullo scaffale degli omaggi e dei ricordi, roba da leggere ghignando, come sicuramente ghignava lui scrivendo.
La Milano di Viola sa di anni Sessanta (le origini), parla dei Settanta e sfiora appena gli Ottanta. Viola se ne va che già la fabbrica di Vincenzina è in ristrutturazione (vedi struggente canzone), ma ancora non ci sono il luccichìo craxista, né il Pci migliorista, né tutto il brutto che verrà dopo da Berlusconi (uno nato all’Isola, come Beppe) in poi. Però c’era la nebbia, e Jannacci. C’era il Derby, inteso come cabaret (avvertenza: la Milano del Derby è come la Bologna del Dams, sembra che ci siano passati tutti, ma non è vero), c’erano Cochi e Renato, Dario Fo – che c’è sempre, e meno male – e c’era il Luciano Bianchi de La vita agra, il Tognazzi diretto da Lizzani, dal romanzo di Bianciardi, che veniva in città per far scoppiare il Pirellone: di grattacielo c’era quasi solo quello. C’erano un sacco di cose, compresa (si diceva già allora) la “capitale morale”, che a quei tempi – come oggi – voleva dire i dané.
Il mischione non sembri casuale: se si mettono insieme le stralunate epopee proletarie di Jannacci, le periferie gelate di Romanzo Popolare (ancora Tognazzi e la sua Vincenzina, qui la mano era di Monicelli, e Beppe figurava come “consulente per il dialetto milanese”), i bar brutti e quelli belli, il boom e conseguente delusione, lo stadio e l’ippodromo, Rivera e Mazzola, e molto altro, è perché era un mischione vero. Insomma, sì, chiedo scusa, lo scenario è ampio, Viola ne era una pedina preziosa, ma quel che si vuol dire qui è che esisteva una contro-narrazione di Milano, quella che sarebbe diventata “da bere” (maledetti!). C’era un solido racconto della sua umanità, scontroso e satiricamente opposto alla vulgata ufficiale.
Mi scusino i tifosi del Beppe: per gli aneddoti e le battute strepitose leggete lui che è meglio. Però va detto: grazie a lui e a quelli come lui, che erano poi i suoi amici, Milano riusciva a non essere descritta nella mono-dimensione dei soldi e degli affari (e delle fabbriche, allora). Era una città con più udienza nell’immaginario del Paese, con più peso: la sua lingua non era bandita (si pensi a Bramieri nella tivù del sabato sera, oggi conclamatamente romanocentrica) e non era ancora diventata il basic-italian burocratico-nordista delle reti Mediaset. Era in qualche modo una città contemporanea ma non ancora moderna, un po’ gaddiana, con quartieri popolari affacciati sul salotto buono (come il Garibaldi, poi sciccosamente recuperato in stile “volevo essere Parigi”); e di Sesto San Giovanni si diceva “Stalingrado”, ma senza ridere.
Grazie a Beppe Viola e alla sua mirabolante cosmogonia, insomma, si vedevano sfaccettature di Milano non rintracciabili nella narrazione ufficiale, ma abbastanza popolari da diventare mainstream, si pensi alla famosa intervista a Gianni Rivera sul tram. E qui sta il punto. Perché oggi esiste in effetti, per la prima volta dopo anni, una narrazione milanese, approvata e consigliata. La vetrina sul mondo, la propaganda ottimista-governativa, il dogma del “grande successo di Expo” che guai a contraddire, la Bocconi che benedice, l’eccellenza lombarda nonostante il ciellismo-Formigonismo, i grattacieli di vetro dove una volta c’era un luna park scalcagnato (e molto jannacciano), la moda, il design… C’è tutto, e anche troppo: compreso il “modello Milano” da esportare ovunque, toccasana per il paese stanco che Milano dovrebbe, nel caso, energizzare.
Ma oggi la contro-narrazione non c’è, non è data, non esiste. Ecco: in questi casi si innesta di solito un mix tra simulazione e nostalgia, e si immagina cosa avrebbe potuto dire un Beppe Viola di questo e di quell’altro, della sharing-economy (traduco: utilitarie e biciclette), o delle periferie, visto che al Corvetto è più facile veder giocare a domino in djaballa che a biliardo in vestiti dell’Upim, e la vera cucina milanese si chiama sushi. Sarebbe un esercizio divertente, ma impossibile. E questo proprio perché Viola – che viveva di sguincio le “vite vere” che raccontava – non era solo: era immerso, e ne era motore e interprete, in una voce collettiva che rivendicava una Milano per i milanesi (pugliesi, calabresi e “terroni” compresi, ovvio) e non per una milanesità da consiglio di amministrazione, international e cool.
Rileggere oggi il vecchio Beppe, quello che “sono entrato alla Rai rispondendo ‘no’ alla domanda: lei è comunista?”, quello dei panini di Gattullo e dell’ “Ufficio facce”, quello del “il derby di oggi è stato così brutto che vi mostriamo le immagini di quello passato”, fa dunque un effetto strano. Prezioso per quel che si leggeva (a suo modo un classico), e al tempo stesso deprimente per quel che non si legge oggi. Una prova che ad ogni propaganda è possibile rispondere con un racconto alternativo e vivo, allegro e non conforme. Ma anche una conferma che oggi quel racconto alternativo non esiste, silenziato dalle ondate contrapposte di indifferenza o ottimismo obbligatorio. Il “modello Milano”, ha oggi il suo canto e i suoi cantori, ma non il controcanto e i saltimbanchi. Una città a una dimensione, moderna, sì, vabbé. Ma il 3d che sapeva darle Beppe, così antico, era più moderno ancora.


“Pagina 99”, 12 dicembre 2015

27.4.17

“Chi è?”. Un paragrafo per Badoglio (Antonio Gramsci)

Per concludere la giornata gramsciana ho recuperato un appunto dai Quaderni dal Carcere, intitolato “Chi è?”, che era anche il titolo del libro di cui si parla, uscito per la prima volta nel 1929. L'aneddoto sul capo del governo Benito Mussolini che Gramsci racconta e valorizza, letto - come inevitabilmente lo leggiamo - “col senno di poi”, produce un senso di inquietudine. Non si può fare a meno di pensare a che cosa sarebbe accaduto qualche anno dopo tra Badoglio e Mussolini. (S.L.L.)
Benito Mussolini e Pietro Badoglio
Quando fu pubblicata la prima edizione del Chi è?, dizionario biografico dell'editore Formiggini, il capo del governo osservò che mancava un paragrafo per il generale Badoglio . Questa accuratezza del capo del governo fu riportata del Formiggini nell'”Italia che scrive” del tempo ed è un tratto psicologico di grande rilievo.


Quaderni dal Carcere, Passato e Presente, Editori Riuniti, 1975

L'uomo che ha ucciso. Una poesia di Thomas Hardy (traduzione di Sergio Pasquandrea)

Thomas Hardy
L'avessi conosciuto
al bar o all'osteria
avremmo preso una bottiglia
per farci una bevuta!

Ma entrambi in fanteria,
lì, naso contro naso,
io gli ho sparato, e lui ha sparato,
e l'ho ammazzato io.

L'ho steso lì perché...
perché era mio nemico:
sì, certo, è ovvio: mio nemico;
non ci son dubbi: ma

forse lui, come me,
d'impulso era partito:
senza un lavoro, indebitato
senza un altro perché.

Com'è strana la guerra!
Al tizio che ho ammazzato
in qualche bar avrei prestato
i soldi per la birra.



Dal blog “ruminazioni” (a cura di Sergio Pasquandrea), sabato 11 marzo 2017

26.4.17

Così i servizi di Praga spiavano Milan Kundera (Giampaolo Visetti)

Milan Kundara, Praga 1973
PRAGA - "Il soggetto si è allacciato una scarpa. Sinistra". Primo giugno 1974: una giornata di Milan Kundera. Autori: gli agenti segreti dell'Stb, i servizi speciali cecoslovacchi, pateticamente travestiti da compagni bulgari in gita a Praga. Foto rubate e strafalcioni grammaticali, tredici errori in sette righe di rapporto. Dettagli grotteschi, se non rivelassero l'oppressivo volto paranoico del regime comunista. "Non possiamo dire se il soggetto si trovava all'interno del palazzo perché quando siamo riusciti a parcheggiare lui era già uscito". L'ottusità come arma del terrore. "Siccome il soggetto ha una macchina piccola, sorpassa il camion della spazzatura. Invece la grande Volga grigia degli organi, si incastra". Un mondo diviso tra "soggetto" e "organi", persone "a capo scoperto" e uomini "con il cappello": da una parte i cittadini, dall'altra le spie. È il ritratto mostruoso della "normalizzazione" seguita alla Primavera di Praga, quello che trapela dagli archivi segreti della polizia. Pubblici da un anno grazie al progetto "Passato aperto" del ministero degli Interni, ma ancora pressoché inaccessibili, migliaia di dossier vomitano sui cechi il veleno che ha distrutto le loro vite fino alla "Rivoluzione di velluto" del 1989.
Nei resoconti e nelle immagini, inediti, la spietata conferma delle leggende esorcizzate in barzellette. Di uno scrittore come Kundera, fuggito a Parigi nel 1975, non basta demolire il pensiero. La nomenclatura del partito deve sapere innanzitutto che "ha ordinato un etto di insalata russa", che "non ha trovato posto nell'Osteria del Convento", che "alle 10.25 ha esclamato ciao Jurgen", o che la moglie acquista due salsicce "dal macellaio sulla Myslikova". «L'aneddoto storico - dice Jiri Pelan, ex dissidente, capo del dipartimento di letteratura dell' Università Carlo IV di Praga - trasfigurato in metafora esistenziale e infine in ideologica giustificazione». Non è un caso che la "giornata di Milan Kundera" entri oggi nelle case dei suoi connazionali. È il trentesimo anniversario di "Charta 77", il movimento di intellettuali che, perseguitati dopo l'invasione sovietica del 1968, non rinunciarono a chiedere il rispetto dei diritti umani all'interno del Patto di Varsavia. Kundera, nei documenti segreti ritrovati, è un simbolo. Ma i protagonisti sono Havel, Werich, Pelikan, Kohout, Galuska, la cinquantina di artisti dissidenti che terrorizza il regime solo alzando una "Pilsner". Festeggiano insieme il Natale, come il 24 dicembre 1974, sono un gruppo. «Compivano gesti autentici - dice il politologo Vaclav Belohradsky - dunque sospetti perché incontrollabili dalle autorità». Nessuno si stupisce.
Ma l'anno dei pedinamenti venuti ora alla luce, è speciale. Kundera ha appena terminato La vita è altrove. È disoccupato, è stato espulso dal partito, ritirate le sue opere. Gli amori ridicoli e Lo scherzo, in cui racconta del comunista a cui il partito distrugge la vita per niente, sono ridotti a samizdat clandestini. I servizi segreti sanno che si prepara ad emigrare in Occidente. Da Mosca giungono irritati segnali di allarme. «Il Cremlino capiva che il dissenso cecoslovacco - dice Pavel Zacek, nuovo responsabile degli archivi di Stato - era più pericoloso di quello polacco, o ungherese. Dubcek era di nuovo in carcere. È probabile che qualche ufficiale avesse l'ordine di recuperare Kundera e Havel, magari di corromperli. I controlli diventarono asfissianti». Negli scantinati dell'ex Stb, montagne di scatoloni ancora da catalogare. Da quelli aperti emerge però distintamente l'inaccettabilità politica di una vita normale. Il "rapporto numero 23" dell' agente Blazek descrive ad esempio la visita di Kundera al drammaturgo Jan Werich, sull'isola di Kampa, sotto Mala Strana. Il nome in codice dello scrittore è "Elitar I". Orari, abbigliamento, incontri, percorsi, menù delle taverne, sensi unici, la poca merce acquistabile nei negozi. Più che denunce confidenziali, uno straordinario spaccato della realtà impietosa all'epoca del socialismo reale. "Ore 13.04: il soggetto entra nell'enoteca Viola. Ma il vino è finito. Il soggetto esce sorridente, a braccetto con la moglie".
«La polizia - spiega lo storico Dan Hruby - era ignorante, ma non stupida. Negli interrogatori, citare dettagli insignificanti serviva a destare il terrore». Kundera, convocato in commissariato il 12 agosto del 1974, si sente porre una sola domanda dall' agente Platenik: «Perché alle 9.27 del primo giugno ha scartato una caramella alla ciliegia sotto il terzo castagno del secondo cortile interno del Clementinum?». Il messaggio è di drammatica violenza. «Da quel momento la tua vita - dice Jan Keller, sociologo dell' università di Brno - era finita. Nemmeno un gesto, un desiderio intimo, ti sarebbero più appartenuti. Tutto era oscenamente pubblico: l'occhio vicino e penetrante della morte ti avrebbe tenuto in ostaggio». Come nel rapporto segreto sul Natale da Werich, nome in codice "Linea II". Gli agenti Sebela e Spurny sono appostati sotto il palazzo Lichtenstein, di fronte alla casa del regista. Sei ore sotto la neve per fotografare "la faccia e il profilo dei soggetti che partecipano al folklore praghese". Uno scandalo, da riprendere "azionando il flash da sotto la pelliccia marrone". Notazioni noiose, lette oggi. Ma è l'ultimo Natale di Kundera a Praga. I messaggi stropicciati dei servizi segreti annotano che sua moglie, Vera Hrabankova, brinda rivelando "calze grige, rotte sul calcagno". Una sentenza cifrata. «Significa che sono annientati - spiega il professor Pelan - che non possono più restare dove sono nati».
Immagini e relazioni celano molto più di attimi ordinari rubati al dissenso. Fissano espressioni stanche e sorrisi umiliati, lo sguardo in allarme di chi si sente braccato. «Sapevano di essere pedinati e spiati anche in bagno - dice lo storico Peter Vlac - . La condanna della dittatura, dopo gli omicidi degli anni Cinquanta, consisteva nella semplice comunicazione di tale controllo. Traditi da vicini e famigliari, si veniva isolati». È il destino di Kundera, frantumato nei personaggi ridicoli e tragici dei suoi romanzi. Il partito, davanti all'ex poeta comunista che da ragazzo glorificava i tempi nuovi degli operai e delle fabbriche, sbanda. La censura inorridisce, scorrendo le pagine nuove che parlano di amore, di sesso, di uomini e di donne, di sentimenti e dell'esistenza insensata perché irripetibile. Nel 1974 basta la frase sgangherata dell'agente Bocek ("Il soggetto andrebbe uscito con Jirka", nome in codice del professore ceco-americano George Gibian), per farlo definire "persona non gradita". Nel 1978 è sufficiente la stesura in francese di Il libro del riso e dell'oblìo per togliergli la cittadinanza cecoslovacca.
Trent'anni dopo, a Praga, ci si chiede però se la maledizione sia davvero finita. E Kundera diventa un caso. Anche dopo la caduta del Muro, non ha più fatto ritorno in patria. Gli ultimi romanzi, per sua volontà, non sono tradotti in ceco. Versioni-pirata circolano su Internet, di nuovo clandestine. Adorato dal popolo, "Elitar I" rimane un estraneo per le élite, malsopportato dai letterati. Il Paese resta prigioniero dei dossier usati per distruggere vite e carriere. Il collaborazionismo della Chiesa, il tradimento di miti come il cantautore Jaromir Nohawica, il mesto sgocciolìo di nomi creduti bandiere del dissenso, ora annegati nell' oceano dei venduti, confonde vittime e carnefici. Tutti colpevoli, si chiedono i giornali, dunque collettivamente innocenti? Eroe è chi denunciò con l'esilio, morendo di nostalgia, o chi testimoniò con la resistenza, consumandosi in prigione? Dagli archivi comunisti emergono pistole, o richieste di perdono? I sotterranei delle spie oggi segnalano Kundera tra gli oppositori che avrebbero dato vita a "Charta 77": ricordano però che lui "ha scelto di andarsene prima, per mietere la riconoscenza dell'Occidente". Le ultime due foto lo ritraggono in una strizzata giacchetta nera, lisi pantaloni a zampa, in un verduraio vuoto di Praga; e tre mesi dopo in elegante doppiopetto blu in una "gastronomia di Montparnasse che scoppia di caprini, ostriche e champagne". "Onore a chi paga la speranza con l'addio", risponde l'autore de L'insostenibile leggerezza dell'essere. Ma per i cechi, dice lo scrittore Michal Viwegh, «è l'estrema beffa, questa sì kunderiana, orchestrata da chi a Praga ritiene di aver scontato la pena. Il mostro, dopo la plastica facciale, rialza la testa: e brandisce i fidati artigli del passato che ritorna ad aspettarci».

“la Repubblica”,15 marzo 2007  

Dalla primavera della liberazione all'autunno degli assassini (Enrico Filippini)

Nel segno dell'uncino alla fine del novembre 1945, William L. Shirer, che negli anni Trenta era stato il corrispondente del Columbia Broadcasting System da Berlino e che nel 1941 aveva pubblicato in America un bellissimo Diario berlinese, tornò in Germania e si recò a Norimberga per assistere al processo a carico di ventun gerarchi del Reich millenario appena sprofondato. Il processo era cominciato il giorno 20, esattamente quarant'anni fa. "Li avevo spesso osservati", annota Shirer, "nell'ora della gloria e del potere, alle riunioni annuali del partito che si tenevano in quella città. Al tribunale internazionale, sul banco degli accusati essi presentavano un aspetto assai diverso: avevano subito una vera metamorfosi. In abiti piuttosto lisi, rannicchiati sui loro sedili e in preda a un'agitazione nervosa, avevano di certo ben poco degli arroganti capi di un tempo. Sembravano piuttosto un gruppo abbastanza uniforme di esseri mediocri. Riusciva difficile immaginare che questi uomini, l'ultima volta che li avevo visti, avevano nelle loro mani un potere così mostruoso da dominare la propria nazione e conquistare gran parte dell'Europa".
Chi fruga oggi, a quarant'anni di distanza - una distanza che sembra siderale fino all'irrealtà - nei materiali relativi a quel processo, ha la stessa sensazione: un gruppo uniforme di esseri mediocri; e non ha voglia di ricordare. Eppure in certi casi ricordare è doveroso, soprattutto ad uso di coloro che allora non calcavano ancora questa terra. E dunque: alle 22,10 del 21 maggio 1945 - la primavera del '45 fu tenera e radiosa - la radio di Amburgo interruppe la trasmissione della Settima sinfonia di Bruckner. Si udirono rullare tamburi militari, e poi uno speaker annunciò: "Il nostro Fhrer, Adolf Hitler, è caduto per la Germania questo pomeriggio nel suo quartier generale delle operazioni, alla Cancelleria del Reich, combattendo fino all'ultimo respiro contro il bolscevismo. Il 30 aprile il Fhurer ha nominato come suo successore il grand'ammiraglio Doenitz. Il grand'ammiraglio, successore del Fhurer, ora parlerà al popolo tedesco...". Il popolo tedesco non venne a conoscenza, nei venti giorni successivi, di ciò che stava succedendo; né sapeva che già da tempo alcuni dei suoi capi, per esempio Goering e Himmler, stavano in tutti i modi trafficando per contattare il comando alleato con lo scopo principale di salvare la propria pelle personale. Ho riletto ora nelle Memorie di Albert Speer la cronaca di quei venti giorni: è una risibile e umiliante cronaca di intrighi e di bassezze, non immaginabile nè a Londra nè a Mosca. Il popolo tedesco seppe però che alle 2,41 del mattino del 7 maggio, nella scuoletta di Reims, dove Eisenhower aveva installato il suo quartier generale, l'ammiraglio Friedenburg e il generale Jodl avevano firmato la resa incondizionata della Germania. Nelle due settimane successive, il governo Doenitz si vanificò.
Siamo al 20 novembre: la radiosa primavera è ormai lontana; sul cielo nero incombe il nero inverno del Nord. A Norimberga, nella storica città di Norimberga, contro il cielo nero si erge ancora il greve edificio di tre piani chiamato Justizpalast, a cui è accostata la prigione. Al primo piano c'è una grande sala decorata di marmo verde e di bassorilievi; le finestre sono chiuse da saracinesche. Su un palco, in fondo, il lungo tavolo dei giudici presieduti da Lord Lawrence; a destra i banchi dei Pubblici ministeri delle quattro potenze vincitrici: Robert Jackson (Usa), Roman Rudenko (Urss), Hartley Shawcross (Regno Unito), Franois de Menthon, poi Champetier de Ribes (Francia). Dietro di loro, i giornalisti e gli operatori delle "attualità" cinematografiche. Il Tribunale militare internazionale sta per cominciare i suoi lavori. Tuttavia, prima che il primo imputato sia fatto entrare, prima che la prima parola sia pronunciata, bisogna dire qualcosa su questo tribunale. L'idea di un tribunale internazionale era già contenuta nell' articolo 227 del trattato di Versailles e avrebbe dovuto funzionare contro i "criminali" della prima guerra mondiale. Poi non funzionò, perché il primo di quei criminali, Guglielmo II, si era rifugiato in Olanda; e gli olandesi rifiutarono sempre di consegnarlo agli alleati. L'idea fu ripresa a Londra nel 1941, poi formalizzata solennemente il 30 ottobre 1943, e infine prese corpo nello statuto (controfirmato l'8 agosto del 45) di un tribunale internazionale, che avrebbe dovuto giudicare i "crimini contro la pace", i "crimini di guerra", i "crimini contro l'umanità" commessi sia da persone ("capi, organizzatori, istigatori e complici"), sia da sei "organizzazioni" (dal governo del Terzo Reich alla Gestapo). Questa iniziativa suscitò una lunga discussione e una sterminata letteratura sulla sua legittimità giuridica. "Sì", spiega Norberto Bobbio, "perché indubbiamente si applicava il principio della retroattività, si applicava cioè una legge che non era scritta al momento in cui i presunti crimini erano stati commessi. Tuttavia bisogna dire che di fronte a certi misfatti occorre fare appello alle leggi non scritte del cosiddetto diritto naturale. Anche il diritto positivo, il diritto "posto" (per esempio le leggi del Terzo Reich) deve sottostare a queste leggi, quelle per cui Antigone si ribella al tiranno". È dunque una questione etica prima che giuridica? "In certo senso sì, una questione di etica generale".
Sono le 10,03 del 20 novembre, e il primo imputato viene fatto entrare. È Hermann Goering, maresciallo del Reich, il capo più importante dopo il Fhrer. In prigione è diminuito di molti chili e sta larghissimo dentro l'uniforme priva delle sue innumerevoli decorazioni; il comandante della prigione, il gigantesco e gioviale colonnello americano Andrus, lo ha disintossicato a viva forza dalla morfina e dalla paracodeina, che Goering era abituato a consumare in grande quantità. Per tutto il processo, il "grosso Hermann" dimagrito cercherà di essere all'altezza del suo ruolo: finalmente quello del Numero 1. Poi entrano, sempre uno a uno, gli altri venti. Sono solo venti perché gli altri si sono sottratti: Hitler, Goebbels, Himmler e Robert Ley (il capo del Fronte tedesco del lavoro) col suicidio, mentre il vice di Hitler, Martin Bormann, e il capo della Gestapo, Heinrich Muller, si sono volatilizzati nell'inferno berlinese. Ed eccoli qui, seduti in due file, ai loro posti minuziosamente studiati: in prima fila, dunque, Hermann Goering, accanto a lui il ministro degli esteri Joachim von Ribbentrop, poi Rudolf Hess, che simula la pazzia, poi Wilhelm Keitel, Alfred Rosenberg, Hans Frank, Wilhelm Frick, Julius Streicher, Walter Funk, Hjalmar Schacht. In seconda fila, Karl Doenitz, Erich Raeder, Baldur von Schirach, Fritz Saukel, Alfred Jodl, Franz von Papen, Arthur Seyss-Inquart, Albert Speer, Konstantin von Neurath, Hans Fritzsche. Manca Ernst Kaltenbrunner, perché ha avuto una piccola congestione cerebrale, ed arriverà qui nella sedia a rotelle tra qualche giorno. Già, ma chi sono, per esempio, Frank, Frick e Funk? La labile memoria trattiene le immagini di Hitler, di Goebbels, di Gring, dei demòni più spettacolari, ma ha obliterato i macellai di seconda fila. Diciamo allora, sommariamente, che Hans Frank era un giurista, che in molti modi si sforzò di creare un "diritto positivo" nazista fondato sul principio che il Fuhrer fosse l'unica fonte di legalità, che il 26 ottobre 1939 venne nominato governatore generale della Polonia e che come tale eliminò, cosa di cui egli si vanta anche nei 38 volumi del suo diario, circa due milioni di ebrei. Diciamo che Wilhelm Frick era stato l'amministratore generale del partito nazista, ministro degli Interni dal 1933 al 1943 e poi protettore della Boemia e della Moravia, di cui si era preoccupato di purificare sperma e sangue. Che Walter Funk era stato il consigliere finanziario di Hitler, ministro dell'economia e poi presidente di quella Reichsbank, nei cui forzieri vennero poi trovati, tra l'altro, milioni di denti d'oro strappati alle vittime di Auschwitz... Comparse, ma che comparse!
Non è possibile qui tributare a tutti quei ventun signori l'onore di una scheda. Tutti immaginavano, per dirla con le parole di Goering, che di lì a cinquant' anni il popolo tedesco avrebbe reso omaggio alle loro spoglie chiuse in sontuosi "sarcofaghi di marmo". Fortunatamente, non sembra che possa essere così. All'inizio del processo, tutti quei signori si dichiararono "non colpevoli", o almeno non colpevoli "nei termini dell'accusa". Tutti salvo uno: Albert Speer, che rispose tranquillamente, e nella costernazione dei suoi coimputati: "Schuldig". Le strategie difensive furono assai diverse, ma tutte fondate sull'elusione e sul tentativo di far ricadere le colpe sugli altri, magari sul vicino ch'era seduto lì. Ma legittimo o illegittimo che fosse, il tribunale aveva fatto un buon lavoro. Il processo di Norimberga fu soprattutto un processo di documenti: ne furono esibiti 5330 dall'accusa e dalla difesa. Siccome i capi nazisti, che avevano lavorato per l'eternità, avevano minuziosamente fatto stenografare tutti i particolari delle loro gesta, non era stato troppo difficile mettere insieme una documentazione che si rivelò per loro fatale. Il processo di Norimberga fu inoltre un processo di testimoni: 116 furono interrogati (tra gli altri, il maresciallo von Paulus, sconfitto a Stalingrado, e il comandante di Auschwitz) e 143 deposero per iscritto. Infine la corte ebbe modo di studiare circa 300.000 "affidavit", cioè dichiarazioni scritte sotto giuramento.
Di tutti questo, l'accusa seppe fare un uso adeguato. È interessante, interessante quanto deprimente, seguire nei documenti il comportamento degli imputati. Sfortunatamente i verbali coprono 16.000 pagine, ma tutto questo materiale è stato studiato di recente dal magistrato francese Serge Fuster (Casamayor), e abbastanza ben riassunto in un volume di Arkadi Poltorak edito in italiano da Teti, e in altre numerose pubblicazioni. Di estremo interesse è inoltre un vecchio libro intitolato The Nuremberg Diary, scritto da un ufficiale americano, il dottor Gilbert, che era uno psicologo funzionario dell'Internal Security Office e che aveva dunque la facoltà di conferire ad ogni momento privatamente con gli imputati. Anche qui: ci si aspetta chissà cosa, dalla psicologia di quei demòni. Invece è tutta acquetta: risentimento, astio, invidia, rabbia retrospettiva verso il vicino, pattume quotidiano, niente eternità. Goering decise di negare tutto: non era mai stato antisemita, non aveva mai saputo di cosucce come Dachau, era sempre stato pacifista...
I documenti e i testimoni dimostrarono che aveva commesso crimini di guerra tra il 1914 e il 1918, che aveva stabilito a partire dal 1927 i principali contatti tra il partito nazista e l'alta finanza, che nel 1933 aveva organizzato il famoso incendio del Reichstag, che poi aveva inventato le leggi speciali contro i comunisti, che nello stesso 1933 aveva organizzato la "notte dei lunghi coltelli" per eliminare l' avversario Ernst Rhm, che nel 1938 aveva organizzato la famosa "Kristallnacht", in cui migliaia di negozi ebraici vennero distrutti e saccheggiati in tutta la Germania, che aveva contribuito al progetto della "soluzione finale", che aveva progettato l'annessione dell' Austria e della Cecoslovacchia nonché l'invasione della Polonia, che era al corrente e che anzi aveva stimolato il "lavoro" dei campi di sterminio... L'interrogatorio di Goering durò dieci giorni, rivelò intrighi, furti, nefandezze che nemmeno Bertolt Brecht sarebbe riuscito a immaginare. Del potere politico, che contiene sempre qualche dose di criminalità, Gring rappresentava sfrontatamente la criminalità allo stato puro, e da questo punto di vista è ancora oggi di un interesse estremo. Kaltenbrunner - e chi era Kaltnbrunner? - arrivò sulla sedia a rotelle il 10 dicembre. Impressionò subito la corte e i giornalisti non solo perchè era un gigante ossuto e munito di una formidabile mascella, ma anche per la sua dichiarazione: "Approvo di tutto cuore l' idea che lo sterminio dei popoli deve essere condannato come criminale da un accordo internazionale, e severamente punito". Quando Hitler era morto ed era cominciato il fuggi-fuggi dei gerarchi, lui si era rifugiato nella roccaforte di Altaussee, aveva trasformato un albergo in ospedale per le SS ferite e lì si era mimetizzato con l' idea di farsi fare una plastica facciale. Ma timoroso di essere scoperto, si era poi avviato a piedi su per le Alpi e aveva trovato rifugio in una baita nella neve. Lì venne arrestato, perchè era stato tradito dal famoso Otto Skorzeny, il liberatore di Mussolini. Ma chi era, Kaltenbrunner? All'inizio era stato un avvocato viennese entusiasta dell' Anschluss. Alla fine era stato il direttore dell' RSHA, l'Ufficio centrale di sicurezza del Reich, da cui dipendevano la Gestapo, l' SD e la polizia criminale. In pratica, il secondo di Himmler, non meno potente di lui, il signore di Auschwitz, di Mauthausen, di Treblinka e degli altri noti santuari del Terzo Reich. Quando iniziò la sua deposizione, tutti gli altri imputati gli voltarono la schiena. E che disse Kaltenbrunner nella sua deposizione a quel processo che approvava "di tutto cuore"? Disse che di tutte quelle cose lui non sapeva niente... Come ho già detto, l' unico imputato che si dichiarò colpevole fu Speer. Disse anche, impressionando il tribunale, di aver pensato di ammazzare Hitler, ma di non esserci riuscito. Nelle sue Memorie (edite da Mondadori), spiega a lungo il suo atteggiamento. Speer, che era stato l' "architetto di Hitler" e poi il suo ministro degli Armamenti, è forse il più noto dei gerarchi nazisti perchè era il più giovane e perchè a Norimberga venne condannato a soli vent' anni di prigione. Li trascorse a Spandau insieme con Hess; ne uscì nel 1966 e fu prodigo di libri e di interviste. Piaceva alla stampa occidentale perchè era intelligente, elegante e "democratico"; Io stesso ebbi purtroppo l' occasione di intervistarlo. Mi ricordo che durante l' intervista nella sua bella casa sulla collina di Heidelberg, gli rumoreggiava l' intestino, e che quel brontolio a me pareva come l' ultima eco del Wahlhalla nazista. Mi disse, con intelligenza e cortesia un bel po' di banalità. Io me ne andai con la sensazione di aver parlato col peggior figlio di puttana che avrei mai incontrato nella vita, di essermi imbattuto nell' intelligenza più viziosa che si possa immaginare. Quando fu il suo turno, Speer negò. Ammise di avere sfruttato mano d' opera prigioniera nell' industria militare, ma disse di non aver mai saputo dell' esistenza dei campi di sterminio. Sfortunatamente, il pubblico ministero sovietico, Rudenko, demolì a furia di fotografie le sue argomentazioni e lo ricacciò con ignominia nel mucchio dell' "uniforme mediocrità"... Non parleremo qui di tutti gli altri. Il processo ebbe 403 udienze, consumò cinque milioni di fogli di carta, pari a 200 tonnellate, 27.000 metri di pellicola e 7.000 lastre fotografiche. Al processo vennero esibite teste mummificate, saponette fatte con ossa umane, lampade di pelle, sempre umana, documentari terrificanti... Quando venne un altro autunno e il cielo nordico di nuovo si oscurò, il 1 ottobre 1946, il processo era finito. Il tribunale emanò dodici condanne a morte per impiccagione (Gring, Ribbentrop, Keitel, Rosenberg, Kaltenbrunner, Frick, Streicher, Saukel, Jodl, Seyss-Inquart e Bormann contumace), tre ergastoli (Hess, Funk e Raeder), quattro condanne a pene detentive (Schirach, Speer, Neurath e Dnitz). Incredibilmente mandò assolti Schacht, Fritzsche e quel von Papen, che all' ascesa di Hitler aveva contribuito con tutte le arti del "politico borghese" e dell' intrigante. Gring si suicidò col cianuro due ore prima dell' esecuzione. Le altre sentenze capitali furono eseguite a partire dall' 1,11 del mattino del 16 ottobre. Il primo fu Ribbentrop, l' ultimo fu Seyss-Inquart. Erano le 2,48 e nevicava. Il boia americano, John C. Woods, Texas, si compiacque di essersela sbrigata in meno di cento minuti. Chiedo a Bobbio: "Problemi giuridici a parte, se lei che è professore di filosofia del diritto fosse stato invitato a partecipare a quel processo, avrebbe accettato?". Risposta: "Con la passione di allora, certamente sì. Non posso dimenticare la scoperta di quel demonismo nella storia. Spesso mi dico che ho avuto la ventura di vivere, da uomo già maturo, un' esperienza che mi ha segnato per sempre. E ogni tanto, come in un soprassalto, vengo preso dal terrore che tutto si ripeta".


“la Repubblica”, 19 novembre 1985  

La nave è immobile. “La linea d'ombra” di Joseph Conrad (Alberto Asor Rosa)

La casa editrice Einaudi ha ripubblicato ancora una volta The Shadow Line di Joseph Conrad La linea d' ombra nella traduzione di Maria Jesi e con la bella prefazione di Cesare Pavese, apparsa per la prima volta nel 1947. Si tratta di uno dei più bei racconti che siano mai usciti dalla penna di un uomo. Di misura assolutamente classica un centinaio di pagine circa, non molto più lungo, dunque, delle più lunghe novelle del Decameron di Giovanni Boccaccio, concentra in questo breve spazio il senso di un'esperienza, e di un passaggio, assolutamente decisivi nella storia di un uomo. È, in sintesi, un racconto sul destino: poiché quanto vi accade non discende mai o quasi mai dalla libera scelta, dalla volontà dei singoli personaggi e in particolare del protagonista: ma è un intreccio di caso e di volontà, un conflitto d'ingenue aspirazioni umane e d'imperscrutabili forze naturali, il cui esito è imponderabile e soprattutto imprevedibile.
Siamo ben al di là della soglia culturale dell'homo faber: siamo nel dominio di quell'uomo moderno, che sa soltanto di esserci ed ha soltanto il problema di come esserci. La trama è semplice, lineare, ma, per quanto ben nota, vale la pena di riassumerla, perché già in essa, come in tutti i grandi racconti, viene fuori l'evidenza del racconto stesso. Il protagonista è un giovane ufficiale di marina, che ha passato diciotto mesi della sua vita su di una eccellente nave a vapore, che scorrazza a trasportar merci sui lontani mari dell'Oriente. “Poi, i diciotto mesi trascorsi, pieni di esperienze così varie e nuove, mi sembravano tetri e prosaici giorni perduti. Sentivo come dire? che non potevo trarne alcuna verità”. Cos'è accaduto? È accaduto che il giovane ha oltrepassato la linea d'ombra: quella che separa la prima giovinezza, fatta di trasporti, entusiasmi, ingenuità e delirii d'ansia e di attesa, dalla seconda giovinezza, o prima maturità, in cui la vita comincia a ritirare le sue promesse. Il giovane, premuto da questa oscura coscienza del destino mediocre che avanza, si congeda: si congeda per sempre, e decide di tornare in patria, senza neanche saper bene a fare che cosa.
Questo è importante. La storia comincia quando il protagonista ha già attraversato la linea d'ombra. Quanto accade poi nel racconto è un'improvvisa, imprevista virata su di un mare che avrebbe potuto essere da quel momento in poi un'eterna distruttiva bonaccia, l'eterna vita comune di tutti i giorni. A quel giovane di cui, significativamente, non sapremo mai il nome e che parla in prima persona sarà concesso, prima di rientrare presumibilmente sulle grandi rotte così conosciute della vita umana normale, di sperimentare l'avventura, la dimensione eccezionale dell'esistenza. Ma, forse non a caso, il suo cimento non consisterà nel misurarsi con una grande tempesta ma, appunto, con una grande, smisurata, quasi inconcepibile bonaccia. Nei giorni che trascorre a terra, il giovane viene fortunosamente a sapere che si cerca un capitano per una nave rimastane priva a causa della morte di quello precedente, nella rada di Bangkok: e afferra al volo l'occasione della sua vita. Veramente, verso questa occasione il giovane è spinto quasi a viva forza da un certo capitan Giles, Genio (benefico? malefico? per dirlo, bisognerebbe formulare un giudizio sugli eventi, proprio ciò che è difficile fare) del suo destino.
Il racconto, del resto, è costellato di queste presenze umane, che, pur restando estremamente concrete e definite, assumono una significazione estremamente e misteriosamente simbolica: il capitano morto, vera sublimazione della malvagità e della violenza; il secondo di bordo, Burns, emblema vivente di un'ostinata disperazione, che oscilla tra la rabbia, la malattia e la follia; e soprattutto il dignitoso, elegante e coraggioso Ransome, cuoco e cameriere, che porta il male racchiuso coscientemente nel petto fedele, ma non esiterà ad esporre la sua vita allo sforzo quando sarà necessario portare la nave in salvo. Il giovane, che da questo momento sarà per tutti il capitano, raggiunge la sua nave a Bangkok; e quando la vede per la prima volta è come folgorato dalla sua bellezza e dalla sua sobria eleganza. È amore, dunque, quello di cui in questo racconto si parla, amore e disillusione (come sempre, verrebbe fatto di dire): amore per un oggetto inanimato, che ha però la consistenza e la grazia d'un corpo femminile; amore per la propria autorealizzazione, che attraverso quell'oggetto finalmente può compiersi; e disillusione, anche, per l'inganno che la nave porta nel suo corpo.
L'amore è, nel giovane capitano, l'effetto di una doppia illuminazione. Il giovane capitano e questo è un particolare tutt'altro che indifferente si realizza, regredendo dalla nave a vapore alla nave a vela; regredisce storicamente, dico, perché gli capita di vivere in un momento in cui il vapore, la soluzione del futuro, e la vela, la soluzione del passato, sono ancora alternativi fra loro; ma da un punto di vista sostanziale, il vapore si può stimare, ma solo la vela si può amare, e, mentre il giovane cresce verso la maturità, si permette il maggior lusso della sua vita, quello di andare contro corrente, verso il sogno infantile d'un'ala di gabbiano bianca dispiegata sul mare. Inoltre, l'amore autentico non può essere il frutto di un'attesa pazientemente costruita, il compenso per un servizio fedele: perché c'è qualcosa di sgradevole nel concetto di compenso. Ciò che si fa, si fa per amor proprio, per amor della nave, per amor della vita che si è scelta, non per amor del compenso: si ama, perché ci si ama, e ci si ama se il senso del meraviglioso, il trionfo dell'inaspettato, il sentimento della presenza di un potere più alto, accompagnano, anche per brevi istanti, la nostra infima storia: fuori delle carriere e delle burocrazie, verso il fantastico.
Ma, non appena messo piede a bordo della nave subito amata, il giovane capitano ha modo d'accorgersi che qualcosa non funziona: il secondo, Burns, vive nella tragica aura del conflitto sostenuto con il precedente capitano, malvagio e disperato, che passava le caldi notti tropicali a suonare il violino nella sua cabina e che era morto maledicendo la nave e il suo equipaggio. Ammalatosi terribilmente anche lui, Burns viene sbarcato, ma il giovane capitano non sa resistere alle sue implorazioni quando giunge il momento di partire: Burns torna a bordo, accompagnando con il suo delirio e con la visione del suo corpo stecchito l'intero viaggio della nave, riemergendo solo alla fine della vicenda dalla sua malattia, come per testimoniare il trionfo da lui personalmente conseguito, ma a prezzo di uno sforzo sovrumano, sulla maledizione del capitano scomparso. Nonostante i saggi consigli di un medico, il giovane capitano vuole ad ogni costo partire. Partire? La nave, appena uscita dalla rada, s'immerge in una terribile, snervante bonaccia, che refoli di vento, senza una regola né una direzione precisa, riescono a malapena ad interrompere di tanto in tanto, ma solo per dar vita ad un beffardo e ingannevole gioco di derive. Intanto, la malattia mostra d'aver piantato radici profonde a bordo; i marinai si ammalano uno dietro l'altro; gli unici sani restano Ransome, che tuttavia porta già il suo male dentro il petto, e il giovane capitano, che soffre la sua sanità come un'aggravante della propria colpa. Qui non c'è molto da riassumere. Sono cinquanta semplici pagine, in cui Conrad compie il miracolo d' interiorizzare completamente il confronto smisurato tra l'uomo e la natura e di spiritualizzare al tempo stesso ogni più piccolo movimento naturale. È la storia di una immobilità materiale, che diventa esistenziale e poi metafisica: “Con l'ancora levata e le vele spiegate la mia nave rimaneva immobile, simile a un modello di veliero posto tra le luci e le ombre di un marmo levigato. In quella misteriosa calma delle forze immense dell' universo non era possibile distinguere la terra dall'acqua.... In quell'immobilità il morbo freme e dilaga, inarrestabile: i marinai si riducono, poco a poco, a povere larve. Ma siccome sono un buon equipaggio, continueranno fino allo stremo ad esercitare l'umile e straziante manovra delle vele e il governo del timone”.
Il climax della vicenda si raggiunge quando il giovane capitano scopre che il vecchio capitano, il morto, ha svuotato le bottiglie di chinino, con cui i marinai colpiti dalla febbre potevano esser curati, sostituendolo con una polvere grigia qualsiasi, una sabbia inutile. Il giovane capitano è preso da un panico indicibile, da un rimorso senza speranza. Tutto ricade ormai sulle sue spalle, ed egli pensa al tempo stesso d' essere l'unico responsabile della sciagura della sua ciurma. Quando tutto sembra ormai perduto, e il giovane capitano fantastica d'una nave colma di morti che bordeggia quasi immobile su di un mare che sembra fatto pietra, arriva una nuvolaglia precorritrice di tempesta. Ma neanche questo preannuncio di movimento può ormai placare l'inquietudine profonda del giovane protagonista: “C'è qualcosa nel cielo, come una corruzione, una decomposizione dell'aria, calma come sempre. Eppure non sono che semplici nuvole che potrebbero portare vento o pioggia. Strano che debba essere tanto turbato. Mi sento sotto il peso dei miei peccati...”.
L' ultima notte è oscura e cieca come le tenebre della creazione. Affacciandosi dal bordo della nave, su quell'immensità senza fine, il giovane capitano avverte il sapore del nulla. Tutto sembra perduto, ma quelli a bordo ancora dotati di un solo briciolo di forza, preparano con uno sforzo strenuo tutto quello che è necessario per affrontare la tempesta: e, se mai vela è stata serrata da pura forza spirituale, questa è stata certo la nostra, perché, ad esser precisi, muscoli per quella manovra non ce n'erano più, fatta eccezione per noi che formavamo sul ponte un gruppetto sparuto. Il pensiero si fa forza, perché la volontà lo vuole. Suo malgrado trasformato in eroe, il protagonista fronteggia, per sé e per gli altri, la violenza del fortunale, piegato, al tempo stesso, dall'onda incontenibile della colpa commessa: “Io stavo in piedi tra i miei uomini come torre ferma, inaccessibile al male, cosciente solo dell'infermità dell'anima mia...”. La tempesta, infine, porta con sé il vento; e il vento porta, non si sa come, la bella nave al suo porto. Il giovane capitano ha vinto la sua prova: ma questo gli costa essere andato ben al di là di quella impalpabile linea d'ombra, da cui pure era partito. “Dovete essere molto stanco”, gli dice il Genio Giles, responsabile in egual misura sia della sua fortuna sia della sua disgrazia. No, risponde il giovane capitano: “Non stanco. Ecco, capitano Giles, come mi sento: mi sento vecchio. E debbo esserlo diventato. Tutti voi, qui a terra, mi fate l'effetto di giovincelli spensierati che non hanno mai avuto preoccupazioni in vita loro...”. Ma il giovane capitano ha già sbarcato il suo equipaggio malato ed è pronto a riprendere subito, deluso ma non domo, il suo cammino con la sua bella e sfortunata nave.
Come il lettore avrà capito, La linea d'ombra è, innanzi tutto, uno straordinario racconto d'iniziazione. Ciò di cui si tratta è il conseguimento della maturità attraverso l'esperienza del destino. Ma, poiché Joseph Conrad (nonostante il suo esotismo) è totalmente posseduto dal demone della modernità, il senso della iniziazione non è qualcosa, ma è nulla; o, per meglio dire, è la conquista di un comportamento, che appare privo di scopo. Lo dice, con quel suo fare accattivante e apparentemente mediocre, che tanto fa irritare il giovane capitano, il Genio Giles proprio alla fine del racconto: “Ho ancora una cosa da dirvi: un uomo deve sapere affrontare la cattiva sorte, i propri errori, la propria coscienza. Del resto, con che altro mai si dovrebbe lottare?”; e ancora: “Imparerete presto anche a non scoraggiarvi. Un uomo deve imparare tutto. Ecco quel che i giovani non vogliono capire...”.
In questo, il giovane capitano di Conrad è fratello gemello del Tonio Kroger di Thomas Mann: il marinaio e l'artista incredibilmente si assomigliano; ambedue hanno per orizzonte un mare, che è in realtà una sconfinata prigione: sul quale, navigando o fantasticando, non si può cercare di ottenere nient'altro se non di essere fino in fondo se stessi. Non più di questo, nel migliore dei casi. Si tratta, dunque, di una storia di iniziazione inequivocabilmente, profondamente virile. Il giovane capitano rappresenta proprio perché trasferito nell' isolamento dell'esotismo orientale un campione insuperabile del maschio occidentale al tramonto storico della sua supremazia. Da questo punto di vista, non è per niente privo di significato che La linea d'ombra porti come sottotitolo:Una confessione, e sia stata scritta da un Conrad vecchio, a pochi anni di distanza dalla sua propria morte, come rendiconto estremo dell'intera sua opera. Il protagonista della Linea d'ombra è un Lord Jim arrivato a misurarsi con l'universo: e l'epica malinconica e struggente, di cui Conrad circonfonde discretamente la breve avventura del suo personaggio, ha il senso preciso dell'ultima ripresa d'una tradizione, la quale non può dirsi disperata solo perché, per essere disperata, le manca ormai il senso attivo di ogni possibile presa sul mondo.
Il sentimento del possesso, che coincide con l'amore (“Una nave! La mia nave! Mia, assolutamente mia, da possedere e curare più di ogni altra cosa al mondo, un oggetto di responsabilità e di devozione”), sfuma nell'indistinta contemplazione della morte, che circonda da ogni parte la quieta, responsabile, non gridata angoscia della nostra esistenza. Non resta che prender atto, come unica norma morale, di ciò che si è e rispettarne per quanto è possibile il codice astratto. A bordo di una nave si è marinai (come dentro una fortezza si è guerrieri), e marinaio è già una categoria decente, che può bastare, se non ce ne sono altre migliori a disposizione: “Lui ed io eravamo marinai. Questo era veramente un giusto richiamo: io non avevo altra famiglia...”; “L'istinto del marinaio sopravviveva solo, intatto nel dissolvimento morale...”; “In lui era risorto l'esperto marinaio. Non aveva bisogno di guida. Sapeva quel che doveva fare. Ogni sforzo, ogni movimento, era un atto di eroismo. Non stava a me sorvegliare un uomo talmente ispirato...”.
Mutatis mutandis, con la storia del giovane capitano e dei suoi marinai (così degni per sempre del suo rispetto), Conrad non fa che narrare l'ennesimo episodio di quella gigantesca storia a puntate che è l'infinita vicenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nella quale si condensa quanto di positivo (e di negativo) l'essere umano maschile ha creato, nel senso dell'eroismo, all'interno dell'immaginario della cultura occidentale: il sogno di una Grande Impresa, che si batte contro il Nulla e finisce nel Nulla.
In quanto racconto d' iniziazione, La linea d'ombra è anche, a modo suo, un racconto morale (come ben sapeva Calvino, così innamorato di Conrad). Ci sono uomini che non attraversano mai, in vita loro, la linea d'ombra. Sorridenti, pacifici, tranquilli, mansueti, soddisfatti oppure arroganti, cinici, prepotenti, isterici, persuasi di sé essi non conoscono la rivelazione del nulla, su cui la linea d'ombra schiude il suo misterioso orizzonte. Non conoscono la stanchezza del pensiero, il senso ironico-tragico dell'esistenza, la paradossale consolazione della malinconia, il fermento del dubbio, che mette in forse ogni certezza. Conrad individua biologicamente la linea d'ombra, come abbiamo ricordato, nella fase di passaggio tra la prima gioventù e quella seconda gioventù, che apre le porte alla maturità. Ma, da come lui stesso la descrive, c'è una linea d'ombra per ogni età della nostra esistenza: essa è il cerchio stesso dell'orizzonte, che si sposta davanti a noi man mano che ci sforziamo, vanamente ma testardamente, di raggiungerlo. Ci sono uomini che, in effetti, raggiungono e superano la loro linea d'ombra molto presto; e altri che invece la raggiungono più tardi, quando il rumore delle effervescenze giovanili si è da tempo placato. C'è chi passa la propria linea d'ombra quando lascia la responsabilità che aveva ricoperto, e c'è chi la passa quando l'assume. Ma in ogni uomo degno, almeno una volta nella vita, questa linea viene oltrepassata. E forse la oltrepassano anche i grandi gruppi collettivi, le nazioni, le etnìe, le religioni. Conrad, con gli strumenti semplici e possenti della sua immaginazione creatrice, ci dice: non c'è niente da raggiungere, e bisogna sforzarsi di saperlo; ma per sforzarsi di raggiungere il sapere del nulla, c'è bisogno di un grande sforzo, che rende un poco migliori. Solo chi è disposto a compierlo, è degno di rispetto.


“la Repubblica”, 22 marzo 1989  

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