7.12.16

Il referendum costituzionale del 2001 (S.L.L. - stato fb)

Mi viene in mente un altro referendum costituzionale confermativo, quello in cui - purtroppo - passò il Sì. Era il 2001. Il centro-sinistra, sferzato dal candidato premier, il sindaco di Roma appena dimissionario, Francesco Rutelli, aveva approvato, appena in tempo, l'ampia riforma del Titolo V della Costituzione, che assegnava ampi poteri alle regioni.
A Rutelli, dati i tempi stretti, era stata concessa la facoltà di scegliere lui tra l'approvazione di una seria legge sul conflitto di interessi, approvata da un ramo del Parlamento ma rimasta a lungo nei cassetti, e la riforma costituzionale, cosiddetta "federalista", cui mancavano gli ultimi passaggi parlamentari. Scelse il "federalismo" regionale nella speranza di frenare il successo al Nord del Popolo di Berlusconi e della Lega, appena rientrata nell'alleanza di destra dopo la fase "secessionista" dei riti magici sul Po; e anche per non alimentare, con la legge sul conflitto di interessi, il vittimismo di Berlusconi.
Le elezioni andarono secondo le previsioni. L'Ulivo, senza Rifondazione, guidato da Rutelli perse (forse meno male di quanto ci si aspettasse), ma costui riuscì a trasformare in partito l'alleanza elettorale della Margherita, perdendosi solo i mastelliani e qualche "popolare" di peso (Geraldo Bianco, per esempio): aveva tra i suoi pupilli il giovanissimo Matteo Renzi, esponente a Firenze del PPI, di tradizione fanfaniana.

Qualche mese dopo le elezioni, il 7 ottobre 2001,si svolse il referendum confermativo richiesto dalle Regioni di centro-destra. Bossi, al tempo potente ministro delle Riforme, disse, spalleggiato dai berlusconidi, che quel referendum non contava niente, che il nuovo governo avrebbe realizzato il vero federalismo attraverso la "devolution". I Sì risultarono i due terzi dei voti validi, ma a votare andò appena il 34% dell'elettorato.

Cronaca di un incidente stradale (Romano Luperini)

Tempo bello, strada solitaria, sempre la stessa, percorsa migliaia di volte, l’auto che scivola tranquilla. Andavo a un appuntamento in ospedale per curare una polmonite.
Ho imboccato il ponte sul fiume, stretto, a senso unico alternato. Sono le 11,10, in anticipo, posso procedere a velocità medio-bassa.
Poi non ho avuto più alcun pensiero. Il sangue mi inondava la faccia e mi scorreva sulla mano sinistra, il fumo usciva dall’airbag afflosciato sul volante. Davanti a me sul ponte una coppia di pedoni, un uomo e una donna, terrorizzati, mi gridavano da lontano di uscire fuori. Stavano attenti a non avvicinarsi: «La macchina sta prendendo fuoco, rischia di cadere nel fiume», urlava lui. «Ma no», dico io ancora seduto al posto di guida, «non è la macchina che prende fuoco, è l’airbag che fuma». Ed esco dall’auto. Dopo qualche passo sul ponte mi volto: la macchina ostruisce la strada sbarrandola, la parte posteriore è rialzata, sollevata sulla spalletta del ponte, sospesa nel vuoto. Mi siedo su un paracarri, mando un sms al medico con cui avevo appuntamento. Intanto è venuta gente, avevano chiamato i carabinieri, i vigili urbani, i pompieri, l’autoambulanza, mia moglie a scuola. Una conoscente mi ha fatto sedere nella sua auto, mi ha allungato dei fazzolettini di carta per tamponare il sangue che usciva dal viso (dal naso?) e da un taglio profondo sulla mano sinistra. Un dolore acuto al torace.
Quasi subito è arrivata l’autoambulanza, si sono accertati che fossi lucido. Lo ero. Allora mi hanno immobilizzato sulla tavola spinale, mi hanno messo intorno al collo un collare protettivo. Ma immobilizzarmi supino è stata operazione inaspettatamente lunga e complessa. Erano quattro o cinque ragazzi, volontari, litigavano fra loro, si lamentavano che i legacci non arrivavano. L’autoambulanza poteva ripartire solo dopo che fossi stato legato nella posizione giusta. E’ passata così una mezz’ora. Su quella tavola, dura, rigida, scomodissima, la schiena che mi doleva anche più del petto. Quando questa operazione si è conclusa, si è fatta avanti la dottoressa, mi ha battuto sull’addome, poi ha detto che doveva fare l’elettrocardiogramma. Ma la macchina non funzionava, il pennino, mi ha informato, non scriveva il tracciato. Allora si è limitata a provarmi la pressione, regolare, 80-130. Finalmente siamo partiti, ogni scossa una fitta, dolorosissima.
Al pronto soccorso per lungo tempo non ho visto nessuno. Mi avevano collocato in una stanza sotto una luce vivida, disteso, immobilizzato sulla spinale. Non potevo guardare intorno, solo in alto un pezzo di soffitto. Dietro di me qualcuno si lamentava ma non potevo vederlo. Mi avevano spogliato, avevo freddo, ma non passava un infermiere. E poi dovevo andare a urinare, e non potevo. Avevo sete, la bocca secca. Sono trascorse così più di due ore, forse tre. Quando ho intravisto una infermiera mi sono lamentato, e lei passando rapida ha risposto: «Non gliel’ho mica detto io di uscire di strada con la macchina». Finalmente è arrivato il medico con cui avevo appuntamento all’ospedale, aveva capito che ero al pronto soccorso ed è venuto a cercarmi. Si è dato da fare per “velocizzare le operazioni”, ha detto. E infatti, dopo un’altra mezz’ora, mi hanno trasportato sempre immobilizzato su quella atroce barella per corridoi gelidi attraversati da correnti d’aria fredda. Meno male che quella mattina andavo in ospedale per finire di curare un polmonite che sembrava in via di guarigione. Arrivati in un’altra sala, mi hanno fatto la radiografia del torace, del collo, del naso e della mano sinistra. e mi hanno riportato al posto di prima. Dopo non so quanto tempo (mezz’ora, un’ora?) un infermiere anziano, con la barba brizzolata, mi ha tolto dalla tavola spinale, mi ha fatto scivolare su un lettino, finalmente respiravo, mi ha dato una coperta, mi ha permesso di andare in bagno. Erano le 16,30, già passate cinque ore dall’incidente. Poi, di nuovo per corridoi ventosi: ecografia all’addome; infine, da un’altra parte, ecocuore. E’ tornato il medico amico che mi ha dato qualche informazione sui risultati, sino allora nessuno mi aveva detto nulla: frattura dello sterno. «Fra poco, vedrai, ti manderanno a casa». Ma non era finita. Mi hanno riportato nella saletta iniziale: altro interminabile tempo morto. Infine arrivano una dottoressa giovane e una infermiera e aiutandosi a vicenda, non senza incertezze e tensioni, saturano la ferita. La dottoressa prende il cellulare e fotografa la mano ricucita. «Mando la foto al mio fidanzato, lui è un chirurgo», dice, «dieci punti», aggiunge soddisfatta. Intanto un altro medico scrive le dimissioni e con l’altoparlante chiama mia moglie che venga a prendermi. Sono le 18,45, sono passate più di sette ore dall’incidente. Nessuno mi ha dato un bicchiere d’acqua.
Durante la notte mi torna la tosse, profonda, cavernosa.
Apparentemente, dicono i carabinieri, non è possibile trovare una causa dell’incidente. Ma Eros e Thanatos, si sa, sono in eterno conflitto fra loro, e, quando Thanatos prevale, il principio autodistruttivo trova comunque la sua strada.

Dal sito “La letteratura e noi”, 3 dicembre 2016.

1948. Scende in campo l'armata di Cristo (Gianni Corbi)

Una brillante e gustosa ricostruzione giornalistica della campagna elettorale del 1948, che segnò la nascita dell'Italia democristiana. (S.L.L.)

Ancora oggi quarant'anni dopo politologi ed esperti di mass-media s'interrogano sulla campagna elettorale del 1948. Quella, per intenderci, che vide la sconfitta dei socialcomunisti e la nascita di quell'Italia democristiana che ci governa ininterrottamente da quattro decenni.
L'Italia, in effetti, comincia a diventare democristiana nelle ultime settimane del febbraio 1948. È in quei giorni che attorno alla Dc, a De Gasperi, ai suoi uomini più rappresentativi si va formando un consenso elettorale che andrà ben oltre ogni prevedibile aspettativa. Eppure in quelle convulse giornate a cavallo tra l'inverno e la primavera le forze in campo sembrano equilibrate e con pari probabilità di vittoria. Da una parte il Fronte democratico popolare guidato da Togliatti e da Nenni che ha raccolto complessivamente nelle elezioni per la Costituente del 2 giugno 1946 più del 40 per cento dei voti; dall'altra, c'è la Dc che, con il suo 35,18 per cento è diventata la calamita e il centro propulsore di uno schieramento anticomunista e proamericano che va dai socialdemocratici ai liberali. In più ci sono alcuni milioni di voti incerti e vaganti che bisogna assolutamente conquistare.
La forza d'urto del Fronte è naturalmente costituita dai comunisti. Con i suoi 2.283.000 iscritti, le 8.700 sezioni, le 36.000 cellule, il suo compatto nucleo dirigente di rivoluzionari professionali, il Pci acquista fin dalle prime battute il ruolo di leader indiscusso. Il Psi che pure il 2 giugno con 4.758.129 voti si è confermato il secondo partito italiano segue con una certa fatica. I suoi dirigenti sono divisi. Molti militanti mugugnano per il blocco elettorale con i comunisti. L'otto febbraio, infine, un'altra brutta notizia. Alcuni dirigenti di fama e di grande passato, Ignazio Silone, Ivan Matteo Lombardo, Aldo Garosci, abbandonano il Fronte e danno vita all'Unione dei socialisti italiani.
La prima scaramuccia si risolve in un netto successo del Fronte. Il 15 febbraio, durante un turno di elezioni amministrative a Pescara, il blocco socialcomunista più alcuni ex repubblicani e indipendenti di sinistra guadagnano circa 4000 voti rispetto al 2 giugno e ottengono addirittura la maggioranza assoluta in consiglio comunale. Per Nenni è un segnale augurale di successo. Scrive infatti nel suo diario: “Ho chiuso stasera a Pescara la campagna elettorale del Fronte. Se debbo giudicare dal successo del discorso la vittoria è sicura”. Più enfaticamente Paolo Bufalini commenta invece su “Rinascita”: “A Pescara il Fronte ha dato la sua prima grande battaglia e l'ha vinta. Il significato politico di questa vittoria è oramai pacifico nella coscienza delle masse popolari e di tutto il paese”. A Pescara si sperimenta per la prima volta la durezza dello scontro elettorale. Al qualunquista Zampaglione che aveva affisso manifesti volgari invitandolo ad un pubblico contraddittorio, il mite Umberto Terracini risponde: “Si faccia prima il bagno il signor Zampaglione”.
Comizio dopo comizio crescono la virulenza polemica e le grandi grossolanità della propaganda. In un manifesto il nome di Togliatti appare in mezzo a macchie grondanti sangue. In un altro la sua testa è schiacciata sotto gli zoccoli di cavalli al galoppo. In certi bollettini parrocchiali la sigla F.D.P. (Fronte Democratico Popolare) viene tradotta in Funerale di Palmiro: Agnosco stilum Romanae Curiae è il commento sarcastico di Togliatti.
Nessuno neppure l'acuto e lungimirante segretario del Pci poteva però prevedere quale sarebbe stato l'apporto della Romana Curia nella campagna elettorale. Dopo un'accurata preparazione durata molti mesi la Chiesa e il suo pontefice Pio XII in prima persona scendono in campo schierando a fianco della Dc un vero e proprio esercito fiancheggiatore. L'otto febbraio è Luigi Gedda presidente dell'Azione Cattolica a dar battaglia mobilitando i Comitati civici, una formazione di sostegno elettorale che può contare sull' appoggio di 22.000 parrocchie e di 300.000 attivisti. I Comitati civici confermerà molti anni dopo Giulio Andreotti ad Antonio Gambino hanno svolto un'azione preziosa: “Anche il linguaggio usato nei loro opuscoli, slogan come coniglio chi non vota hanno avuto un ruolo notevole nello scuotere gli strati più assonnati della popolazione e nel creare quindi le premesse di quel voto di massa da cui è dipeso il nostro successo elettorale”.
Una volta costituita la massa d'urto anti-Fronte, bisogna fornire al nuovo esercito una adeguata motivazione ideologica. Ed ecco pronti a intervenire i più grossi calibri della Chiesa. In prima fila Pio XII che abbonda in discorsi e perfino in apparizioni in pubblico. Ai lati del papa, due cardinali terribili: l'arcivescovo di Milano Ildebrando Schuster che ordina ai suoi sacerdoti di non dare l'assoluzione ai comunisti o ad altri aderenti contrari alla religione cattolica. E l'arcivescovo di Genova Giuseppe Siri che non ha la mano meno pesante.
Sull'altro fronte non difettano certo l'attivismo dei militanti e la mobilitazione delle macchine di partito. Alla inaspettata violenza degli avversari si cerca di rispondere con un apparente maggiore fair play. La direzione del Pci invita, per esempio, a non accettare lo scontro frontale; ordina alle federazioni di non dare carattere di partito alle manifestazioni del Fronte; consiglia di non mettere troppo in mostra bandiere rosse, falci e martelli e di valorizzare quanto più possibile la faccia barbuta, virile e bonaria di Giuseppe Garibaldi. A Roma, seguendo queste indicazioni, i primi manifesti che annunciano i comizi del Fronte sono stampati su carta azzurra, pervinca, rosa pallido, beige, giallo canarino, bois de rose, viola, verde pisello. Questa difficile pratica dell'understatement non impedisce ai propagandisti del Fronte di usare qualche volta toni pesantissimi. Sull' “Unità” del 17 marzo, per esempio, si può leggere questo titolo a caratteri cubitali con didascalia: Sferzante risposta di Longo all'ex deputato austriaco De Gasperi: Se si deve parlare di un partito, di un uomo, di un governo che è asservito allo straniero, questo governo è il governo presieduto da De Gasperi. Si punta molto sulla pace e sulle provocazioni della polizia di Mario Scelba. Selvaggia spedizione poliziesca contro Firenze. Perché? Non vogliono le elezioni, è un altro titolo indicativo dell' “Unità”.
Nenni è il più battagliero, il meno propenso ai compromessi, più disposto di Togliatti a rintuzzare con argomenti pesanti la propaganda avversaria. “Pranzato con Togliatti. - scrive nel diario il 2 marzo - Sulla situazione generale pensa come me che dobbiamo vincere o in ogni caso rasentare la vittoria. Mi è sembrato un po' incline a preferire l'opposizione che io stimo pericolosissima”. Nenni, e in parte anche Togliatti, non si rendono conto del carattere totale che i capi democristiani e la Chiesa di Pio XII stanno imprimendo alla campagna elettorale. Inutilmente Nenni e con lui i propagandisti del Fronte si affannano a ripetere che le elezioni non si combatteranno per Cristo o contro Cristo, per l'America o contro l'America, per la Russia o contro la Russia. Le elezioni si faranno per i consigli di gestione, per la nazionalizzazione dei grandi complessi industriali, per la riforma, per la questione meridionale, per tutti i problemi che la classe borghese ha eluso per mezzo secolo.... Questioni importanti, verità anche sacrosante, ma che fanno poca presa sui futuri elettori, soprattutto su quelli ancora incerti. Di fronte alla scomunica, ai preti e ai caschi blu dei Comitati civici di Gedda, alle prediche roboanti e apocalittiche di padre Lombardi detto il microfono di Dio, l'arsenale propagandistico della sinistra dispone di vecchi archibugi per fronteggiare un'armata provvista di moderni cannoni. La battaglia è impari.
Come contrattaccare? Le teste d'uovo del Fronte pensano di avere trovato l'arma vincente. All'esercito raccogliticcio e sanfedista della Dc, il Fronte contrapporrà il fior fiore del pensiero laico, le menti più illuminate della cultura italiana. La mobilitazione, la caccia all'intellettuale frontista è considerata dai dirigenti del Psi e del Pci molto importante, ma assume, per la fretta e la frenesia con cui viene condotta, aspetti pittoreschi e qualche volta umoristici. Le adesioni sono indubbiamente di prestigio e coprono l'intero arco culturale. Si va da Artuno Carlo Jemolo a Lionello Venturi, da Pietro Pancrazi a Manara Valgimigli, da Gabriele Pepe a Massimo Mila, da Luigi Russo a Silvio D'Amico, da Roberto Longhi a Giacomo Devoto, da Alba de Cespedes a Cesare Zavattini, da Giacomo De Benedetti ad Alberto Savinio. In pratica quasi tutte le vecchie e le nuove leve della cultura, dalla pittura al cinema, dalla letteratura al mondo accademico, aderiscono in modo più o meno convinto all' Alleanza per la difesa della cultura. Non mancano gli equivoci e i contrattempi. Sull' “Europeo” del 7 marzo si legge: “Tutti i manifesti dell' Alleanza, per esigenze alfabetiche, cominciano con la firma di Corrado Alvaro e finiscono con quella di Cesare Zavattini, per cui si dice che l'intelligenza italiana è sempre presente quando si tratta di firmare: presente, dall'Alvaro allo Zavattini”.
La battaglia delle firme non è indolore. Alcuni ritrattano, altri dicono di essere stati tratti in inganno, altri ancora, come Guido De Ruggiero, scrivono ai giornali lettere per chiarire bene il significato politico della loro adesione. Ernesto Rossi su “L'Italia Socialista” commenta in modo feroce l'adesione in massa degli intellettuali: “In Jugoslavia i dirigenti comunisti chiamano questi intellettuali Koristni Nevini' (gli utili idioti). A Firenze dicono: Pei bischeri non c' è paradiso”.
Togliatti invece è molto soddisfatto dell'adesione di tanti intellettuali famosi. Accentua, se possibile, la sua polemica con un De Gasperi austriacante ed oscurantista, fornito di una cultura papalina e retriva, così aliena dalla tradizione italiana. In quei giorni, scrive Gorresio, Togliatti se la prende di nuovo con De Gasperi che in un discorso ha accennato di sfuggita alla incomprensibilità di Beethoven. “Ogni volta che lo ascolto - scrive Togliatti riferendosi al presidente del Consiglio - che leggo le sue parole, più lo sento distante dall'animo nostro di latini, che Beethoven siamo capaci di godere nella successione dei ritmi suoi aerei, senza concedere al nordico costume che anche nella musica sua divina introduce tenebrose interpretazioni e finzioni”. “L'articolo - scrive Gorresio - è apparso il 18 febbraio 1948 e quella prosa raffinata aveva per titolo I misteri del Cominform”. Gorresio ricorda però che l'improvviso amore di Togliatti per gli intellettuali è un po' tardivo e sospetto. Non è stato lui a scrivere, nella prefazione alle Memorie di un barbiere di Germanetto, che i letterati italiani sono sempre stati nella loro grande maggioranza una masnada di giullari che servono un padrone e si fanno gli sberleffi l'un l'altro per divertirlo?
Ma non è certo la mobilitazione degli intellettuali progressisti che può arginare l'avanzata delle armate papaline e democristiane. O con Cristo o contro Cristo non è soltanto uno slogan. È il collettore di sentimenti largamente diffusi che la barba e il volto sorridente di Garibaldi non riescono ad esorcizzare. Poi le Madonne cominciarono a piangere. La prima a muoversi, e a lacrimare, è la statua della Vergine posta sulla facciata del santuario di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Il Messaggero scrive: “Mentre l'aureola, fissata alla statua, e formata da numerose e potenti lampadine rimane immobile, il volto della Madonna accenna a muoversi da destra a sinistra, nel mentre che il torace si solleva come in un respiro affannoso. Il fenomeno non avviene in modo continuativo, ma solo di tanto in tanto ed è scorto contemporaneamente da tutti i presenti...”.
Poi la Madonna appare a un gruppo di contadini di Rocca San Felice nel Napoletano, a Sant' Angelo dei Lombardi, a Piano San Lazzaro nell'Anconetano, mentre altre Madonne di Lourdes compaiono e scompaiono nel Cuneese, in Garfagnana, a Valdottavo, a Cagliari. Prodigi a catena, Cristi che sanguinano, Santi che si lamentano con ritmo sempre più incalzante. “Al punto - scrive Mino Guerrini - che perfino il diffidentissimo Sandro De Feo dovette muoversi da Roma ed arrivare a Napoli per ispezionare il corpo di suor Giuseppina di Gesù Crocifisso, ancora intatto e senza fetore dopo quindici giorni. Lo scrittore annusò e sentì, al massimo, un odor di santità” . Del resto, perché meravigliarsi? Non è stato forse lo stesso cardinale Schuster ad annunziare che la lotta del drago infernale contro il Cristo e la sua Chiesa è entrata nella sua fase disperatamente acuta? Satana, secondo che insegna San Giovanni nell'Apocalisse, sa che gli resta poco da vivere. Siamo arrivati alle ultime settimane di febbraio. La strada per giungere al 18 aprile è ancora lunga. Mancano circa sei settimane al traguardo. Saranno quaranta giorni movimentati, pieni di avvenimenti e di colpi di scena sotto gli occhi dell'opinione pubblica mondiale che attende con ansia l'esito delle votazioni.


“la Repubblica”, 5 aprile 1988  

Parole al vento. La retorica e l'arte della citazione (Guido Almansi)

Guido Almansi (1931-2001)
C'è una differenza fondamentale tra la critica delle arti visive e dello spettacolo da una parte, e quella letteraria dall'altra; si tratta del diritto alla citazione, che è un privilegio quasi esclusivo di quest'ultima. Se io scrivo su una poesia, o su un romanzo, il modo migliore per esprimere la mia opinione è la citazione, con la quale cerco di convincere il mio lettore della genuinità e della validità del mio entusiasmo o del mio disprezzo. Una tonnellata di giudizi critici, magari suffragati da una fortissima impostazione teorica, non potranno mai avere la forza d'urto di una citazione, se impiegata bene e sostenuta da una presentazione, come dire, fervente.
A quelle anime mediocri che continuano a disprezzare per motivi moralistici la poesia del Seicento, di Giovanbattista Marino per esempio, o a quelle anime pusille che non riconoscono la grandezza sublime della poesia di Montale, basta sbattergli in faccia la citazione; come potete negare la luminosità di quel verso, la seduttività di quella strofa? E, se lo fanno, devono prendersi la responsabilità: non verso un'entità astratta, come la lirica di Marino o la poesia di Montale, ma verso la forza dirompente di quella particolare combinazione di suoni, distorsione di sillabe, trasposizione di concetti che formano la spina dorsale di una poesia.
Sul fronte opposto, se si vuole convincere il lettore o l'ascoltatore della volgarità di un poeta o di uno scrittore, la cosa migliore è sempre citarlo. Io posso proclamare ai quattro venti che Aldo Busi non è uno scrittore, ma queste dichiarazioni generiche non avranno mai l'impatto di una citazione dai suoi libri: quelle dune torride, quegli aggettivi basici della scrittura busica che sono segno lampante della modestia stilistica e della inesistenza estetica del romanziere. Certo, esiste anche la citazione in malafede, fuori contesto, che può per esempio celare brutalmente la coloritura ironica di una frase, di un brano di dialogo, ma qui entra in gioco l'elemento di rischio: rischio dell'onore e della dignità professionale di un critico. Se io attacco Guido Gozzano perché scrive una frase come Ti piacerebbe morire?, ignorando il fatto che queste parole sono messe in bocca a un'educanda appena uscita di convento che si rivolge a un'altra educanda nella poesia L'amica di Nonna Speranza, io posso ottenere un vantaggio momentaneo nel dibattito critico, ma a lungo andare devo essere sconfitto perché la mia citazione è in malafede. In ultima istanza, la prova decisiva è la citazione.
Ahimè, quando ho cominciato a fare il critico teatrale, mi sono accorto che questa arma bianca, questa arma da taglio, la citazione, con cui potevo difendermi dagli avversari e contrattaccare, sostenendo le mie posizioni con infilzate, fendenti e a fondo, non era più a mia disposizione. Certo, a esaltazione o a scorno di un testo teatrale, posso a volte citare una battuta come segno della grandezza o della piccolezza di un testo; ma, mentre in letteratura è proprio la citazione il punto cruciale del discorso critico, nella critica delle arti visive o dello spettacolo la citazione ha un ruolo assolutamente secondario. Io ho un bel criticare la cadenza reboante ma monotona di un attore, l'insensibilità critica di una lettura, la volgarità di un'interpretazione: le mie parole sono suoni al vento perché non posso citare. Da qui, la necessità di un maggiore apporto della retorica nel discorso del critico d'arte, di teatro o di cinema.
Qui parlo del critico militante: non del critico d'arte che illustra l'iconografia di un quadro, del critico di teatro che sbroglia la matassa delle fonti di una commedia shakespeariana, del critico cinematografico che mi spiega l'ideologia di Tornatore o di Tavernier. Parlo del critico d'assalto che va a vedere una mostra, uno spettacolo teatrale, un film, come un corrispondente di guerra sulla linea del fronte, e fa un reportage della sua esperienza. Questo professionista della critica è costretto dall'impossibilità di citare a ricorrere a una serie di manovre retoriche, che sono spesso puri sostituti della citazione.
Mi è capitato recentemente, per motivi editoriali, di rileggere sia le mie critiche di libri, sia quelle teatrali, degli ultimi anni. Nel confronto fra i due generi giornalistici, mi sono reso conto quanto fosse più alto il tasso di retorica nelle mie critiche teatrali; c'erano più iperboli, più paragoni, più paradossi, più litoti, più ossimori. In generale, l'uso del linguaggio era più metaforico. Questa non è la scoperta dell' America; è una costatazione empirica da parte di un critico che fa due mestieri. Credo che il problema della necessità della retorica sia altrettanto vero tanto per la critica cinematografica quanto per quella teatrale, e mi interesserebbe sapere se questa mia preoccupazione per gli eccessi retorici dovuti all'assenza della citazione sia condivisa dal fronte della critica cinematografica. E qui avrei una proposta. Da quando ho fatto la collazione fra le critiche letterarie e quelle teatrali e mi sono reso conto della sovrabbondanza retorica in queste ultime, mi sono preso l' impegno di eliminare un artificio retorico, uno e non di più, dalla versione finale di ogni mia recensione teatrale prima di mandarla al giornale. Forse così gli articoli peggioreranno, non lo so, ma la mia rimane una proposta che offro, per quello che vale, ai colleghi di cinema.


“la Repubblica”13 luglio 1990  

Terapia coatta (S.L.L. - stato di fb 6 dicembre 2016)

Leggo una riflessione di Maria Prodi, una delle tanti nipoti del professore, che vive e insegna a Perugia. A differenza di altri piddini, la Prodi si interroga sulle ragioni del NO. Scrive: "Sarebbe interessante capire quali sono le abituali fonti informative che usano i ragazzi che hanno votato in massa no. Molti di loro usano solo fb o altri social come notiziario. Non hanno altre fonti".
La colpa della sconfitta insomma sarebbe di Internet, non di una riforma costituzionale pessima e dell'impopolarità di un governo che l'ha sostenuta ricorrendo a tutti gli strumenti di pressione possibili e immaginabili.

Se fosse giusta la diagnosi, si potrebbe rimediare rapidamente: per esempio imporre per legge a tutta la gioventù riottosa una terapia coatta: 5 ore di telegiornali e talk show al giorno nelle tv generaliste. Oppure più drasticamente riservare fb e social ai vecchietti e proibirli per tutti gli altri.

Orribile (S.L.L. - stato di fb 6 dicembre 2016)

C'è qualcosa di sconvolgente in alcune reazioni al voto referendario all'interno del Pd, nella parte più vicina al premier sconfitto.
Nel No alla riscrittura della Costituzione sono confluiti, senza dubbio, un pezzo di elettorato stabilmente ancorato a destra, un pezzo di elettorato di sinistra e infine una parte di elettorato, forse la più ampia, che - in questi tempi di crisi - non ha riferimenti politico culturali certi e che si muove dal non voto al voto e che cambia spesso voto nelle elezioni politiche o amministrative con una preferenza per 5 Stelle.
Gli studiosi di flussi dicono che nel No confluisce tanta parte della gioventù incerta per il proprio avvenire e sospettosa verso il dirigismo un po' autoritario che la riforma costituzionale prospettava mentre, paradossalmente ma non troppo, il SI vince tra i più vecchi e i più garantiti.
A queste prime letture la risposta non è stata: "come riaggiustiamo la nostra proposta politica per rispondere a questa sofferenza, pericolosa per la stessa tenuta democratica?". E neppure: "Come facciamo a convincere una parte importante di questi nostri connazionali della bontà della nostra proposta? ". E' stata invece: "Come facciamo a governare lo stesso, senza conquistare il consenso della maggioranza? Quale trucco e quale tattica ci inventiamo per ottenere i pieni poteri con un consenso minoritario?"

Orribile!

Il proclama di Sgarbi (S.L.L. - stato di fb 6 dicembre 2016)

Eccitati dal proclama di Sgarbi "RENZI HA VINTO", i fans del presidente del consiglio si dicono l'un con l'altro "la spallata decisiva sarà la prossima" e incoraggiano l'azzardo. Ci avviamo a una campagna elettorale orrenda.

Governo (stato di fb 5 dicembre 2016)

Come spesso succede, continueranno per un po' le esasperazioni propagandistiche del prereferendum. Dicono "Adesso lo facciano loro, Grillo, Brunetta, Fassina, Salvini, D'Alema il governo". E per giunta ci mettono Casa Pound, come se avesse una rappresentanza parlamentare.
Come dire che la faziosità offusca il cervello di persone che sono normalmente di assoluto buonsenso.
Nel 47 DC, PSI, PCI votarono insieme la Costituzione mentre il confronto tra Scudo Crociato e Blocco del popolo si faceva durissimo; altro che governo insieme. Quelli dell' "accozzaglia" tra loro neanche si parlano, non hanno dovuto trovare alcun accordo su alcunché; si sono limitati a votare No alla riscrittura della Carta, ciascuno per conto suo e per ragioni sue.
Se c'è una difficoltà politica, meglio sarebbe imputarla all'avventurismo di Renzi e di Napolitano, per la riforma della Costituzione che hanno escogitato e per l'azzardo di impegnare direttamente il governo nella stesura delle regole di tutti e per tutti.
Quanto al governo da fare - perché bisogna farlo - è ovvio che la responsabilità preminente è del Pd, che conserva alla Camera l'ampia rappresentanza conseguita al tempo di Bersani, anche grazie al Porcellum, e che anche al Senato è maggioranza relativa. Credo che lo farà, che non si metterà a gridare "Al voto, al Voto", come quell'opportunista di Grillo a cui - adesso - va bene anche votare con l'Italicum su cui fino a ieri giustamente usava parole di fuoco. Il Pd dovrà abbandonare, alla base e al vertice, l'illusione di avere trovato il capo che metta in riga tutti. Quel capo (che ha scelto come sodali Marchionne e Confindustra e trattato da nemici i dirigenti della Cgil) non è all'altezza, per cultura e per moralità, non è in grado di guidare un partito di centrosinistra. Ma, per fortuna, non è neanche parlamentare e non mancano nel partito intelligenze e responsabilità.

E al Quirinale c'è Mattarella, sulla cui sensibilità democratica si può scommettere.

Non regalate il No alla destra (S.L.L. - stato di fb 5 dicembre 2016)

Per favore non cominciate a regalare alla destra e al qualunquismo questo No.
È chiaro che a reggere l'urto del governo e dei grandi poteri interni ed internazionali nei paesi e nelle città dell'Italia sono state soprattutto le grandi organizzazioni popolari. Hanno vinto la Cgil, l'Anpi, l'Arci, don Ciotti, Zagrebelsky, Rodotà, Bersani, D'Alema e tanti altri democratici e progressisti. Dovrebbero essere contenti molti di quelli che hanno votato Sì.
Non può essere negato un apporto che viene da varie parti, e tuttavia la scelta della maggioranza significa in primo luogo che la Costituzione va attuata e, dove serve, migliorata, ma non sopporta stravolgimenti.
È possibile che nei prossimi giorni arrivino colpi di coda del "cerchio magico", o assalti alla diligenza da parte di altri.
Tocca al presidente Mattarella guidare con la sua saggezza la difficile transizione. Serve subito una legge elettorale che rispetti davvero e senza trucchi la sentenza della Corte Costituzionale, serve un governo di decantazione e di tregua per affrontare scadenze difficili per tutta l'Europa, oltre che per il nostro paese. Non è bene che i Comitati del No si sciolgano. Sono stati in molte realtà uno strumento di partecipazione aperto e utile.
Farebbero bene a trasformarsi in Comitati del SÌ alla Costituzione, ai suoi principi e ai suoi valori.

Lepre in salmì. Una poesia di Guido Almansi (1931-2001)

Impallinare un povero leprotto
È cosa da brigante o galeotto

Cucinarlo con spezie rare e vino
Mostra poca pietà per il meschino

Ma quando lo si mangia è un'altra favola
Cessa il moraleggiar quando si è a tavola.

5.12.16

Sicinio Dentato. 45 cicatrici, 160 bracciali (Aulo gellio, "Noctes Atticae", II, XI)

Un centurione romano d'età repubblicana - Ricostruzione
Lucio Sicinio Dentato, che fu tribuno della plebe nell'anno dei consoli Spurio Tarpeio e Aulo Aternio (454 a.C. ndr), è descritto negli annali come un guerriero valoroso al di là del credibile: per l'enorme coraggio ottenne il nome di Achille romano. Si tramanda che combatté in 120 battaglie; che non riportò alcuna cicatrice nella schiena, ma ben 45 davanti; che fu premiato con molte onorificenze militari: 8 corone d'oro, una ossidionale, 3 murali, 14 civiche, 83 collane, più di 160 bracciali, 18 aste. Inoltre fu premiato 25 volte con le medaglie incise dette fàlere e ottenne numerose spoglie militari, cioè le armi e le armature di nemici sconfitti, soprattutto dopo essere stato sfidato a duello. 
Con i suoi comandanti celebrò 9 trionfi.  

Le Notti Attiche, Utet, 2007 - Traduzione S.L.L.                                                                        

“Sempre teso...”. L'allenamento di Socrate (Aulo Gellio, “Noctes Atticae”, II, I)

Il Socrate del Louvre
Abbiamo appreso che Socrate, tra le fatiche volontarie e gli allenamenti per rendere il corpo più resistente nelle varie circostanze della vita, si dedicasse anche a questo speciale esercizio: si dice che soleva stare dritto, nella stessa posizione, un giorno e una notte in continuazione, dalle prime luci del sole fino al suo spuntare nel giorno successivo, senza battere ciglio, immobile, con i piedi quasi incollati al suolo e il volto e lo sguardo costantemente diretti nella stessa direzione, in meditazione, come se mente e anima si fossero separati dal corpo. Di ciò parlò anche Favorino, che spesso raccontava della forza d'animo di quell'uomo: “Spesso – disse – stava in piedi da un sole all'altro, più eretto dei fusti degli alberi”.
Si tramanda anche che la sua temperanza fu così grande da fargli trascorrere in piena salute quasi tutto il tempo della vita. Perfino durante la disastrosa pestilenza che all'inizio della guerra del Peloponneso decimò la popolazione di Atene con la sua mortale infezione si racconta che Socrate, proprio per la sua frugalità e moderazione, scansasse i micidiali effetti dei piaceri e riuscisse a mantenere la sanità del corpo scampando al flagello che colpiva quasi tutti.


Le Notti Attiche,Utet, 2007 – Traduzione S.L.L.

La poesia del lunedì. Edmond Jabès (1912-1991)

Canzone per te
Non cesserò
di cantare le campane dei muti incontri
le braccia dei divani profumati
le grandi cadute degli uccelli simili
agli eterni specchi vibranti.

Non cesserò
di cantare il rosso morso delle labbra
le sorprese ascelle, la spalla ribelle
i seni sempre puntuali agli incontri notturni.

Non cesserò
di cantare il tuo volto incipriato di cenere
l’ultimo naufragio all’alba delle spente lampade
la tua nuca sfuggita all’abbraccio
i tuoi passi che nulla rivela.

Non cesserò
di cantare i tuoi fianchi profondi
le tue caviglie annegate tra le nubi
tanti pensieri vagabondi tanto fumo divino.

Non cesserò
di cantare i tuoi capelli che scorrono
ai piedi degli alberi solitari
feriti di gemme e di foglie.

Non cesserò
di cantare la via, il parco, il mare
poiché ti conosco
ti amo e ti conosco.

Non cesserò d’imparare a ridere
a dipingere e a ridere
nella profondità dei palazzi
poiché ti temo
ti temo e ti amo.

Non cesserò
di forgiare serrature
catenacci e cinture
lungo il cielo
poiché ti tengo
t'amo e ti tengo.

Non cesserò di tagliare le tue mani
le tue braccia i tuoi pugni
affinché mai l'addio
riaffiori sull'acqua.

In “Lengua” - semestrale di poesia e letteratura – numero quarto, 1985 Traduzione di Attilio Lolini

4.12.16

Borges: Dio e il libro (Leonardo Sciascia)

Qualche anno fa ho definito Borges un teologo ateo. E da aggiungere che è un teologo che ha fatto confluire la teologia nell’estetica, che nel problema estetico ha assorbito e consumato il problema teologico, che ha fatto diventare il «discorso su Dio» un «discorso sulla letteratura». Non Dio ha creato il mondo, ma sono i libri che lo creano. E la creazione è in atto: in magma, in caos. Tutti i libri vanno verso «il» libro: l’unico, l’assoluto. Intanto, i libri sono come dei ribollenti «accidenti» rispetto alla «sostanza» in cui confluiranno e che sarà il libro («substantia sive deus»: spinozianamente); e finché non avverrà la confluenza, la fusione, ciascun libro sarà suscettibile di variazioni, di mutamenti — e cioè di apparire diverso ad ogni epoca, ad ogni generazione di lettori, ad ogni singolo lettore e ad ogni rilettura da parte di uno stesso lettore. Un libro non è che la somma dei punti di vista sul libro, delle interpretazioni. La somma dei libri, comprensiva di quei punti di vista, di quelle interpretazioni, sarà il libro. E dunque che importa che un uomo di nome Jorge Luis Borges ne abbia scritti dieci o venti o nessuno, se peraltro non si sa che cosa veramente abbia scritto?
E così sia di noi.


Da Cronachette, Sellerio, 1985

Il buon selvaggio e i falsi profeti (Michel de Montaigne)

[...]
Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa.
Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto. [...]
Quei popoli dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre; ma con tale purezza, che talvolta mi dispiace che non se ne sia avuta nozione prima, quando c’erano uomini che avrebbero saputo giudicarne meglio di noi. Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza; perché mi sembra che quello che noi vediamo per esperienza in quei popoli oltrepassi non solo tutte le descrizioni con cui la poesia ha abbellito l’età dell’oro, e tutte le sue immagini atte a raffigurare una felice condizione umana, ma anche la concezione e il desiderio medesimo della filosofia. Essi non poterono immaginare una ingenuità tanto pura e semplice quale noi vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani. È un popolo, direi a Platone, nel quale non esiste nessuna sorta di traffici; nessuna conoscenza delle lettere; nessuna scienza dei numeri; nessun nome di magistrato, né di gerarchia politica; nessuna usanza di servitù, di ricchezza o di povertà; nessun contratto; nessuna successione; nessuna spartizione; nessuna occupazione se non dilettevole; nessun rispetto della parentela oltre a quello ordinario; nessun vestito; nessuna agricoltura; nessun metallo; nessun uso di vino o di grano. Le parole stesse che significano menzogna, tradimento, dissimulazione, avarizia, invidia, diffamazione, perdóno, non si sono mai udite. Quanto lontana da questa perfezione egli troverebbe la repubblica che ha immaginato: «viri a diis recentes» (“uomini appena usciti dalle mani degli dei”, Sececa, Ep. 90).
Hos natura modos primum dedit (“Queste sono le prime leggi che la natura ha dato”, Georgiche, II, 20)
Quanto al resto, essi vivono in una contrada piacevolissima e dal clima temperato; sicché, a quanto mi hanno detto i miei testimoni, è raro vedere un uomo malato; e mi hanno assicurato di non averne visto alcuno tremolante, cisposo, sdentato o curvo per la vecchiaia. Vivono lungo il mare, protetti dalla parte della terra da grandi ed alte montagne; fra queste e quello occupano una pianura larga circa cento leghe. Hanno grande abbondanza di pesce e di carni che non somigliano affatto alle nostre, e le mangiano senza altro accorgimento che la cottura. Il primo che condusse là un cavallo, sebbene fosse venuto a contatto con loro in parecchi altri viaggi, fece loro tanto orrore con quella montura che lo uccisero a colpi di frecce prima di poterlo riconoscere. Le loro costruzioni sono molto lunghe, e capaci di contenere due o trecento anime; rivestite con la scorza di grandi alberi, toccano terra da un lato e si sostengono e si appoggiano l’una all’altra alla sommità, al modo di certi nostri granai la cui copertura scende fino a terra e serve di fiancata. Hanno del legno così duro che ne tagliano e ne fanno spade e graticole per cuocere la carne. I loro letti sono di un tessuto di cotone, sospesi al tetto, come quelli delle nostre navi, a ognuno il suo; perché le donne dormono separate dai mariti. Si alzano col sole, e mangiano subito dopo essersi alzati, una volta per tutta la giornata; non fanno infatti altro pasto che quello. Non bevono allora, come Suida dice di certi altri popoli d’Oriente, che bevevano fuori dei pasti; bevono diverse volte durante il giorno, e molto. La loro bevanda è ricavata da alcune radici, ed ha il colore del nostro chiaretto. La bevono solo tiepida; questa bevanda si conserva solo due o tre giorni; ha un gusto un po’ piccante, non dà alla testa, è salutare per lo stomaco e lassativa per chi non ci è assuefatto; è una bevanda molto gradevole per chi ne ha l’abitudine. Invece del pane usano una certa sostanza bianca, una specie di coriandro confettato. Io ne ho assaggiato: il sapore è dolce e un po’ scipito. Tutta la giornata la passano a danzare. I più giovani vanno a caccia delle bestie con l’arco. Una parte delle donne si occupa intanto a riscaldare la loro bevanda, e questo è il loro compito principale. Qualcuno dei vecchi, la mattina, prima che si mettano a mangiare, fa un discorso a tutti gli abitanti del capannone, passeggiando da un capo all’altro c ripetendo la stessa frase parecchie volte, finché ha finito il giro (poiché sono costruzioni lunghe ben cento passi). Egli raccomanda loro due sole cose: il valore contro i nemici e l’amore per le loro mogli. E non mancano mai di ripetere, come ritornello, questo motivo di gratitudine, che sono loro a mantenere calda e ben preparata la loro bevanda. In parecchi luoghi, e fra l’altro anche a casa mia, si può vedere la foggia dei loro letti, dei loro cordoni, delle spade e dei braccialetti di legno con cui si coprono i polsi nei combattimenti, e delle grandi canne, aperte da un capo, col suono delle quali segnano la cadenza mentre danzano. Sono rasati dappertutto, e si fanno la barba molto meglio di noi, senza altro rasoio che non sia di legno o di pietra. Credono che le anime siano eterne, e che quelle che si sono rese meritevoli di fronte agli dèi dimorino in quella parte del cielo dove si leva il sole; i maledetti invece dalla parte d’occidente.
Hanno non so quali preti e profeti, che si mostrano molto di rado al popolo, avendo la loro dimora sulle montagne. Al loro arrivo si fa una gran festa e una solenne adunata di parecchi villaggi (ogni capannone, come l’ho descritto, forma un villaggio, e distano circa una lega francese l’uno dall’altro). Questo profeta parla loro in pubblico, esortandoli alla virtù e al dovere; ma tutta la loro scienza etica contiene solo questi due articoli, la fermezza in guerra e l’affetto verso le loro donne. Questi profetizza loro le cose a venire, e i risultati che devono sperare dalle loro imprese, li spinge alla guerra o li dissuade dal farla; ma a tale condizione, che se non indovina bene, e se accade loro diversamente da quanto egli ha predetto, è tagliato in mille pezzi, se riescono ad acchiapparlo, e condannato come falso profeta. Per questo, quello che si è sbagliato una volta non lo si vede più.


Da Saggi a cura di Fausta Garavini, Adelphi, II ed.1982 (cap. XXXI)

La mia prima tessera della Fgci (Stato di fb - 21 agosto 2016)

Sono passati 50 anni, anzi 51.
Era così la mia prima tessera della Fgci. Mi iscrissi d'estate, sulla spinta di un'assemblea a Canicatti, il 25 aprile, con Edoardo Pancamo e Leonardo Sciascia e delle proteste per l'intervento americano in Vietnam. 
La sezione, decimata dall'emigrazione in Germania, aveva in segreteria un "delegato giovanile", un trentenne decisamente inefficiente, ma la la Fgci non c'era più. I tre ragazzi che fino all'anno prima avevano fatto qualche tessera tra i figli dei compagni erano partiti anche loro, due per la Germania, uno per Desio.
Quando mi presentai in sezione con Liborio Rotolo la diffidenza verso di me, figlio di un bottegaio di destra, si toccava con mano. Il vecchio compagno Visconti, "lu 'zzi Decu", disse (a entrambi, ma parlava di me, non di Liborio, figlio di un contadino comunista): "Si sti intellettuali vinniru 'ppi dari na manu d'aiutu, ca sianu li benvenuti. Si vinniru pi rumpiri li cugliuna si nni puonnu iri primu di trasiri" ("Se questi intellettuali vengono a dare una mano, siano i benvenuti; se vengono per rompere possono andare via, prima ancora di entrare").
La segreteria però ci diede subito l'incarico di rilanciare la Fgci: il segretario Giovannino Riggeri, detto Ringhio, ex sindaco, ci disse che arrivavamo a proposito, che si stava riorganizzando la Fgci provinciale e che la domenica successiva si sarebbe fatta una riunione ad Agrigento con il segretario regionale Mannino.
Ci accompagnò in una vecchia macchina un compagno che ci campava facendo il tassista un po' abusivo, ma quella volta gli fu pagata solo la benzina. Non c'era ancora la scorrimento veloce: si attraversavano Canicattì, Castrofilippo e Favara; arrivammo alle 10, in ritardo, ma la riunione non era ancora cominciata.
Mannino non era potuto venire; per la segreteria regionale era appena arrivato Totò Crocetta. C'era Federico Martorana, che della Fgci provinciale era segretario. Tra gli altri presenti ricordo Casà, Gandolfo Mazzarisi, Agostino Spataro. Alla fine ci diedero le tessere: 50. Ma le loro previsioni erano oltremodo ottimistiche: facemmo una decina di tessere, tutte a figlie e figli di compagni, senza tempo e voglia per una attività di propaganda e agitazione. Facemmo solo tre tessere pesanti, operaie, aiutati da Caizza, Nniria, della Camera del Lavoro, che aveva tentato di organizzare i giovanissimi manovali dell'edilizia; ma dopo qualche mesi i tre ragazzi, stufi della mancanza di ingaggio e di diritti, partirono anche loro per il Nord.
Per allargare un po' dovemmo aspettare che nella primavera del 66 tornasse in paese il quadro giovane più istruito e combattivo che il partito avesse espresso: Lillo Gueli, del 39. Per un po' aveva fatto il funzionario, segretario della Fgci provinciale; poi era emigrato anche lui. Per un po' aveva lavorato alla Renault, in Francia; diceva di aver guidato lotte sindacali e di aver perso per questo il lavoro. Grazie alla sua collaborazione nel 66 arrivammo a 25 tessere e gli attivi eravamo 5 o 6. Durante l'estate ci fu il mio debutto pubblico da segretario del Fgci, al cinema Italia, per la manifestazione che preparava le elezioni comunali previste per l'autunno. Eravamo (o ci credevamo) ingraiani; ma lo slogan era amendoliano: "Una nuova maggioranza al Comune di Campobello di Licata".

“Mi ci romperò la testa” (Leonardo Sciascia)

Parma di notte sotto la neve

Le ragazze prepararono dei tramezzini. Mangiarono, bevvero whisky e cognac, ascoltarono jazz, parlarono ancora della Sicilia, e poi dell’amore, e poi del sesso. Bellodi si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato. «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto».
Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. «In Sicilia le nevicate sono rare» pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.
- Mi ci romperò la testa – disse a voce alta.

Il giorno della civetta, Einaudi, 1961




Diderot e la professione di intellettuale (Leonardo Sciascia)

Louis - Michel Van Loo, Ritratto di Denis Diderot (1767)
Diderot è la chiave del secolo. Quest’uomo che voleva esser nulla, «ma nulla del tutto», ha come inventato il secolo in quel che noi gli riconosciamo di più proprio, di più originale, di irripetibile. Voleva esser nulla (lo dice all’esaminatore, alla fine dei suoi studi) in rapporto a quel che già c’era, è stato tutto in rapporto a quel che non c’era. Ha inventato una professione: la più libera che si potesse immaginare - e per non averne alcuna. E da questa sua professione, da questa sua non-professione, è venuta l’Enciclopedia. E dall’Enciclopedia una nuova concezione del fare, delle attività umane, del lavoro. Un fare che somigliava al non-fare. Un 'fare con gioia’. Un’utopia, se si vuole. Senz’altro un’utopia, anzi. Ne vediamo la rovina, ma ancora la si persegue.

Già Montaigne aveva detto: «Non faccio nulla senza gioia». Diderot assume questa prescrizione, vi informa la propria vita e cerca di allargarla a quanti più uomini è possibile. L’Enciclopedia è appunto il tentativo di dare agli uomini la gioia del proprio lavoro: la gioia della conoscenza, dell'intelligenza, dell’armonia delle parti nel tutto. La macchina - la meccanizzazione dell’industria - è già, come il cavallo di Troia, dentro la cittadella dell’Enciclopedia -, ma dal louis quatorze all’art nouveau questa specie di redenzione, di stato di grazia, tocca l’artigianato: il mobiliere, l’orefice, lo stuccatore, il tappezziere, lo stampatore, il rilegatore, il marmista, il vasaio, il fabbro ferraio - tutti stanno dentro la voce 'gusto’ (Essai sur le goût dans les choses de la nature et de l’art) di Montesquieu, tomo VII dell’Enciclopedia. Tommaseo riassume: «Il gusto, se non sempre da arte e da studio, almeno da pratica». Ogni oggetto sembra essere stato fatto con gioia. La stessa gioia con cui Parini, indugiando a goderseli, li enumera nella vestizione del giovin signore. Non ama il giovin signore, ma si sente che ama gli oggetti che il giovin signore indossa.

Per non averne alcuna, Diderot ha dunque inventato una professione: quella dell’intellettuale. Nonostante le difficoltà, i pericoli, il carcere, i bisogni, è da credere l’abbia esercitata con gioia. Prendeva tutto sul serio ma con tanta leggerezza da dare l’impressione che non si prendesse sul serio. Scrive La monaca per fare uno scherzo e I gioielli indiscreti come per scommessa e per dare del denaro a una donna che ne ha bisogno. Non si cura di dare alle stampe tutto quello che scrive, e anzi ne dà pochissimo; ma nulla di ciò che ha scritto è 'postumo' se non accidentalmente. Sta dentro il suo secolo come ogni uomo nella propria pelle. Eppure è sopratutto attraverso la sua opera che il secolo XVIII ci raggiunge, ci occupa, ci offre strumenti e misure. Lessing diceva che senza Diderot le sue meditazioni sarebbero andate per tutt’altra via. E Goethe e Schiller, sui Saggi sulla pittura, convenivano che Diderot aveva colto quanto di più alto e intimo è nella pittura e nella poesia. «È un’opera magnifica, ancora più utile al poeta che al pittore, anche se a quest’ultimo appresta un lume possente» (Goethe). E un critico dei giorni nostri aggiunge: «Non sarebbe possibile fare la storia del teatro moderno, del romanzo moderno, della critica d’arte senza porre in rilievo la battaglia innovatrice che Diderot condusse...»

Grande educatore in un secolo educatore.


Da “Il secolo educatore” in Cruciverba, Einaudi, 1983

Basta un sì (stato di fb 3 dicembre 2016)

La lettura palingenetica e taumaturgica ("basta un sì") della riscrittura della Costituzione, suggerita dai suoi propagandisti, ha fatto breccia in una parte della cittadinanza attiva, che finisce per farne propria persino l'ingiuria settaria, diretta senza fare distinzioni a chi nel referendum oppone un no, comunque motivato.
Vedere persone che apprezzavo per intelligenza ed equilibrio assumere gli stessi atteggiamenti che fino a ieri aspramente stigmatizzavano nel movimento di Grillo mi dà un grande dolore.

Temo che, comunque finisca il referendum, il morbo dell'intolleranza, il vizio di offendere invece di discutere, la presunzione di chi ha capito tutto e non vuole neanche ascoltare, malanni ampiamente diffusi anche prima, si insedieranno stabilmente in parti di popolazione che ne erano state finora immuni, con conseguenze pessime per il nostro vivere civile.

Ignobile (stato fb 3 dicembre 2016)

Io trovo veramente ignobile il silenzio generale sul fatto che a difesa della Costituzione del 1948 e contro gli stravolgimenti proposti ci siano le più grandi organizzazioni della sinistra di questo paese, la Cgil, l'Anpi, l'Arci, mentre ci mandano le lettere a casa per farci sapere come voterà Lamberto Dini.

A futura memoria (stato fb 30 novembre 2016)

Temo che il referendum sia andato. La demagogia del risparmio di spesa, della rottamazione, della velocità funziona.
Negli ultimi "endorsement", ai livelli più alti e più bassi, si può leggere il desiderio di non essere tagliati fuori dall'"Italia nuova" di Renzi, la speranza di contare qualcosa, di poter dare un contributo, oppure il segno di quella porzione di gioventù che aspira a farsi classe dirigente, "rottamando" una certa quantità di vecchi politicanti arraffoni e incapaci, quelli che ci hanno portato a questo punto. E' successo altre volte nella storia dell'Italia unita e non si può ridurre il fenomeno a "trasformismo opportunistico". Nei momenti di svolta (così accadde all'avvento del fascismo o quando s'impose il regime democristiano), il salire sul carro del vincitore, sia pure sullo strapuntino, non esprime soltanto un interesse personale o "di famiglia" ma corrisponde alla logica della mosca cocchiera, che nel suo piccolo si illude di poter imprimere una qualche svolta alla direzione del carro.
Avremo dunque una nuova costituzione che in maniera pasticciata completa il ciclo delle riforme berlusconiane e di fatto abroga quella del 1948: di questo si tratta, perché - con le profonde mutazioni dell'assetto istituzionale - le proclamazioni della prima parte diventano orpello, se non inganno. La nuova costituzione non è più - come l'antica - il frutto di un patto stretto tra la grande maggioranza del popolo italiano, è certamente imposta da una minoranza. E tuttavia l'abbandono - di fatto - del regime parlamentare rappresentativo e la trasformazione di un parlamento in prevalenza nominato (e per di più screditato, indicato come espressione di parassitismo e di inefficienza) in una appendice del governo reso inattaccabile dal mandato popolare, corrisponde all'ideologia dominante non da oggi, all'idea diffusa che bisogna affidarsi a un capo, a una "squadra" e poi lasciarla fare. L'addomesticamento di tutti gli organi di garanzia che la nuova Costituzione prevede corrisponde alla insofferenza verso i cosiddetti "lacci e lacciuoli", parte integrante di quel neoliberismo che in Italia continua a dominare e ad offuscare sensi e ragione, nonostante siano sotto gli occhi di tutti i disastri prodotti. L'opposizione grillista o berlusconica alla riforma è puramente "tattica" o al massimo "tecnica": anche in questi gruppi politici è dominante il principio che "chi vince le elezioni deve comandare". L'idea che era nella Costituzione del 1948, di corpi intermedi forti, di masse organizzate partecipi del processo decisionale, di cittadini attivi sempre e non solo nel momento elettorale, è fuori dal campo della "politica che conta", sia di maggioranza che di opposizione. Tutti costoro sono convinti che i governi debbano poter prendere "decisioni impopolari", considerate utili per il futuro, senza ostacoli, sia che si tratti di colpire redditi (pensioni per esempio), diritti (sanità, istruzione per esempio) o poteri diffusi (enti locali, sindacati ecc.), sia che si tratti di entrare in una guerra giustificata da alleanze internazionali o da fini umanitari (il più delle volte chi fa la guerra dichiara di farla contro la barbarie, per la civiltà e l'umanità).
Grillisti, berlusconiani, destre populiste si adegueranno facilmente alla nuova Costituzione e soprattutto i primi tenteranno di essere loro i governanti con le mani libere, accusando i renzisti di essere, nonostante tutto, una propaggine del vecchio regime. A chi (singolarmente o in gruppi organizzati) con coerenza si è opposto a queste trasformazioni resterà un ruolo di testimonianza e di coscienza critica, di esemplare resistenza civile. La tenuta di questi giorni varrà, se non altro, "a futura memoria (ammesso che la memoria abbia un futuro, come diceva uno dei nostri maestri più cari). La sinistra che fondava la sua forza sulla questione sociale, sulla rappresentanza delle classi subalterne è ormai ridotta a poca cosa, anche se una guida intelligente (come per esempio quella attuale della FIOM) può mantenere vive zone di autonomia. L'area del "volontariato critico" dovrà scegliere tra un ruolo di opposizione (con il rischio di emarginazione) e l'accettazione delle compatibilità del nuovo regime.
L'unica speranza, in tempi tuttavia non troppo brevi, è la ripresa dal basso - e in forme inevitabilmente nuove, connesse ad una organizzazione socio-economica ancora da studiare e capire - della lotta autonoma delle classi subalterne e della solidarietà fondata sull'uguaglianza e sulla cooperazione. Saranno necessari nuovi apostoli, nuove tempre di riformatori e di rivoluzionari. Ma - come diceva quello - "dove c'è oppressione c'è lotta" e prima o poi si troverà chi sarà capace di incanalare la lotta a fini positivi, di progresso democratico e di giustizia sociale.

P.S.
Amici e compagni obietteranno che queste sono considerazioni da fare solo ad urne chiuse. Replico che sono considerazioni fatte per il giro, non troppo ampio, dei miei amici telematici, senza alcuna influenza reale sul voto. Se volete, date ad esse un valore scaramantico: visto che quando mi sono avventurato in previsioni pubbliche ho spesso sbagliato, può darsi che accada anche questa volta.
Resta che, in caso di vittoria del No, la situazione resterebbe comunque quella che è, tranne forse per le opportunità disponibili a chi vuole reagire, un poco più ampie. La rappresentanza politica è già ora poco rappresentativa, la possibilità per i cittadini di intervenire sulle decisioni politiche molto scarsa, la spoliazione di diritti e poteri delle classi subalterne è già in gran parte avvenuta, la sinistra classista è debole e - nella sua componente politica e sindacale (un po' meglio l'intellettualità o il volontariato) - molto screditata (forse a ragione).

Con il no ci sarà qualche strumento in più, sarà più garantita una autonomia dei poteri terzi (la magistratura, la scienza o il giornalismo, per esempio), ma la strada da percorrere per recuperare il terreno perduto sul terreno della giustizia sociale e della democrazia partecipata resta lunga.

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