4.6.12

Il Wojtila beatificato. Non è Francesco (di Gianpasquale Santomassimo)

Santi e idoli
Dalla Chiesa del silenzio al silenzio della Chiesa, la contesa sulla modernità
Il Concilio rimodellato fra un sacro arcaico e un nuovismo sfavillante

Che diventi Beato e poi Santo è abbastanza naturale e scontato. Sulla base degli stessi criteri da lui introdotti: basterebbe la «santità generica», in base alla quale ogni cattolico probo potrebbe aspirare agli altari, e soprattutto la straordinaria inflazione di santi e beati da lui promossi. Sotto il suo lungo pontificato il numinoso della cattolicità è divenuto sovraffollato quanto nessuna religione pagana del tempo antico aveva osato immaginare. Perché «fare un santo» non è come concedere una croce di cavaliere che non si nega a nessuno, ma significa affermare e riconoscere una presenza sovrannaturale operante nella vita dei fedeli.
L'ampolla del sangue con anticoagulante, conservata come reliquia, suggerisce meglio di ogni altro dettaglio come il suo lascito sia stato anche una concezione del sacro arcaica, celata dietro la modernità sfavillante della sua presenza.
L'approdo a una religione adulta che era stato il sogno di moltissimi nella stagione conciliare è stato messo in forse e poi radicalmente sovvertito nella prassi del suo pontificato. Il bagno di folla per la santificazione di Padre Pio era la traduzione plastica del distacco definitivo dalla spiritualità conciliare, portando sugli altari quello che Giovanni XXIII aveva definito nel suo diario «idolo di stoppa», adorato da «masse istupidite e sconvolte».
Ma bisogna tornare con la mente a quello straordinario 1978, «l'anno dei tre papi» e della svolta finale dopo un imbarazzante interludio. Pochi ricordano il suo predecessore, anche lui eletto in conclave rapidissimo, «giovane» e destinato a durare nelle intenzioni di una Chiesa che mostrava evidente la volontà di superare i dubbi («amletici, si disse) dell'ultimo Montini in direzione di una popolarità di grana grossa e della riproposizione, molto semplicistica, di una dimensione pastorale che sembrava collegarsi molto più al terzultimo patriarca di Venezia divenuto pontefice che non al penultimo, a papa Sarto assai più che a papa Roncalli. Questo episodio è forse a ben vedere il più sconcertante nella storia della Chiesa del Novecento, per tutte le implicazioni che conteneva, e soprattutto perché rivelava la tentazione di ristabilire un rapporto con il mondo, dopo i turbamenti del Concilio, sulla base del ritorno rassicurante alle certezze di una fede modellata sul modello di una vecchia parrocchia della provincia italiana. Era certo Albino Luciani un Papa-parroco che «sorrideva, come molti ricordano, ma qualcuno ricorda anche i dialoghi inquietanti col bimbo sulle ginocchia in tema di «mamme che ammazzano i bambini».
La scelta definitiva stupì tutti per la sua novità: non solo un papa «straniero» dopo molti secoli, ma un papa interprete di una cattolicità diversa, militante ma lontana dalla politica politicante della Curia romana, testimone di drammi storici di enorme portata e di un senso non più angusto della dimensione della Chiesa e dei suoi problemi.
Che abbia fatto «cadere il comunismo» è una leggenda a cui solo in Italia e in Polonia si presta fede. Ma quel richiamo insistito alla «dignità dell'uomo», ricorrente nei primi anni e nell'italiano incerto dei primi discorsi, rimane la tematica che ne avrebbe caratterizzato più profondamente il solco scavato nella storia della Chiesa.
Il suo pontificato incorporava i diritti dell'uomo nella radice stessa della concezione cattolica del mondo e della società: diritti non più osservati con diffidenza o contrapposti ai «diritti di Dio», ma, appunto, riconosciuti nella veste di essenza della dignità umana, assunti quale base concreta di un nuovo discorso universale.
Su questo terreno iniziale, e nel ritrovato impegno di condanna della guerra in sé degli ultimissimi anni, l'opera di Giovanni Paolo portava al suo sviluppo coerente il senso di un Concilio per tanti aspetti assunto come irreversibile, ma pure, e al tempo stesso, rimodellato e a tratti stravolto nel corso del tempo.
Oggi, a distanza di sei anni, comprendiamo meglio cosa è diventata la Chiesa dopo il quarto di secolo ed oltre di Giovanni Paolo. Scomparso lui, ci si è resi conto di quanto già si sospettava: che alle piazze piene corrispondevano le Chiese vuote.
Veniva dalla «Chiesa del Silenzio», ma ha finito per ridurre al silenzio la Chiesa, dove la centralità della figura del pontefice (lasciati alle spalle tutti i rovelli sulla «collegialità» che avevano tormentato Paolo VI) e la sua straordinaria esposizione mediatica hanno come assorbito e prosciugato la Chiesa stessa, svuotando ogni dibattito possibile, ogni ricerca ansiosa e collettiva che è ormai lontano ricordo della stagione conciliare.
«Non abbiate paura»: era la frase più ricorrente e memorabile della sua oratoria. Ma la Chiesa che ha lasciato sembra dire: «Abbiamo paura di tutto».
Il clima immediatamente successivo alla sua scomparsa ne era testimonianza. La Chiesa della Pacem in terris aveva dichiarato di non avere più «nemici» tra gli uomini. Ma qui era vistoso il «ritorno del nemico», già operante sotto Giovanni Paolo, e prefigurato dalla riscoperta del demonio nell'ultimo Montini. Si pensi all'elenco impressionante di -ismi da condannare contenuto nel discorso pro eligendo pontefice del suo successore.
Eppure la Chiesa non ha oggi veri nemici, paragonabili a quelli di un tempo, e forse ha troppi amici interessati. Il suo vero nemico sembra essere l'indifferenza, che la Chiesa sembra costruirsi da sé, e che non può certo combattere con la denuncia del «relativismo».
Il tratto fondamentale della Chiesa di oggi è il suo sentirsi Chiesa di minoranza. Una scelta già operante sotto Wojtila ma come nascosta dalla straordinaria preminenza del personaggio. E' una scelta drammatica nella disposizione d'animo della Chiesa verso il mondo.
La «riconquista cattolica» era cominciata alla fine dell'Ottocento, ma si era mossa - non solo in Italia - nella consapevolezza di rappresentare il «paese reale»; ora si è consapevoli invece di essere minoranza. Situazione abitudinaria per molti paesi, ma per noi difficile da elaborare in tutte le sue implicazioni, nuove per la società italiana.
Si è aperto di fatto un nuovo contenzioso con la modernità. Il precedente è durato oltre un secolo e mezzo, e in esso la Chiesa si è a lungo come inabissata, praticando un rifiuto via via stemperato dalla disposizione, sia pure guardinga, al dialogo.
Eppure il nuovo confronto con questa modernità richiederebbe un ripensamento complessivo, umile e profondo, non necessariamente all'insegna del «nuovismo». In una istituzione religiosa che è ormai bimillenaria, e che ha certo cambiato il mondo ma ancor più è stata cambiata da esso, le vere rivoluzioni assumono per necessità la forma della restaurazione di qualcosa di antico che è andato smarrito nel tempo, quasi seppellito dalle tante strutture e ramificazioni che si sono edificate nel corso dei secoli, come un tesoro sepolto che va riportato alla luce. Tale era la disposizione profonda di Giovanni XXIII e della sua renovatio ab imis e che proprio per questo riuscì ad essere rivoluzionaria.
Ma per fare questo ci vorrebbe un Concilio nuovo. E un Papa dalla spiritualità molto diversa da quella che si è affermata a cavallo dei due secoli. Un Giovanni XXIV, o addirittura un Francesco I, quel nome che nessun Papa ha mai avuto il coraggio di assumere.

il manifesto 30 aprile 2011

3.6.12

Cambio di vocale.

"Tastare" è verbo che che indica un tocco delicato, quasi un palpeggio, e per estensione una cauta esplorazione ("tastare il terreno"). Al mio paese per tastari s'intende "assaggiare", quasi "gustare", per una sorta di trasferimento del concetto da un senso all'altro. Ma anche tastari  è soggetto a traslati e, pertanto,  insieme a manicaretti e cosi duci, si "tastavanu" anche legnate, amori, dolori e pene mute.  
Ma il dialetto ha perso - giorno dopo giorno - i suoi vocaboli. S'è impoverito e immiserito  diventando mera cantilena; s'è trasformato in  sopravvveste del parlare mediatico-televisivo o, nei più giovani, tecnologico-informatico-internautico.
Qualche tempo fa, al mio paese, il macellaio dello Coop ormai chiusa, uno che arriva a dire lu trend iè chissu per parlare non solo delle mode, ma dell'andazzo o della mala via che tutto sembra prendere, gridò a un Giuseppe: "Pé, lu testasti lu caprettu".
Sì, disse "testasti", proprio testasti, con la lettera "e".

La follia di Francesco. Enrico Berlinguer ad Assisi (1983)


Assisi, 9 ottobre 1983.
Da sinistra Claudio Carnieri, Enrico Berlinguer, Luigi Colajanni  
Nel ricco numero doppio 16-17 di "Umbria Contemporanea", 2012, curato da Luciano Capuccelli, dal titolo Per la Pace. Movimenti, culture esperienze in Umbria, la sezione più interessante mi è sembrata quella documentaria, Carte d'archivio. Vi si ritrova, tra l'altro, il testo di un discorso che Enrico Berlinguer nell'ottobre del 1983, qualche mese prima della sua morte, pronunciò sul prato della Rocca di Assisi per una "marcia della pace" organizzata dal Pci. E' da lì che ho tratto il brano che segue. (S.L.L.)
Assisi, Prato della Rocca, 9 Ottobre 1983
Con Enrico Berlinguer Claudio Carnieri e Francesco Ghirelli
Non sarò certo io a dire qui, a voi, il significato storico e attuale del francescanesimo. Ma non credo vi sia dubbio che Francesco e lo spiritualismo francescano rappresentino un punto di "crisi" cioè di passaggio, nella vita della cattolicità. "Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi un novello pazzo del mondo" racconta la Legenda Perusina. E tra gli aspetti della follia di Francesco c'era la contestazione radicale e intransigente della guerra, della violenza, oltreché della proprietà e del potere.
Di fronte alla gerarchia ecclesiastica, fino al Vescovo di Roma, Francesco contestava la ragionevolezza della guerra, delle crociate; e non soltanto cercò di convincere il Papa Innocenzo III e i Crociati a non intraprendere la guerra, ma una volta che questa esplose, e mentre in Terra Santa infuriava la battaglia, Francesco - che gli storici arabi descrivono come uomo di piccola statura e senz'armi — superò le linee e si recò nel campo saraceno, dal Sultano e predicò la pace in nome di Cristo e degli uomini. Era una rottura profetica netta e totale, un rifiuto secco della pretesa ragionevolezza, della accettabilità della cosiddetta guerra giusta o guerra santa; ed era, al tempo stesso, l'affermazione integrale del primato della pace e della ricerca del dialogo e dell'accordo con tutti gli uomini di buona volontà che è indispensabile perseguire ad ogni costo perché la pace sia garantita.

Mario Mineo 25 anni dopo. Il commiato di Rossana Rossanda.

Un rivoluzionario nella città dei compromessi
Mario Mineo, un nostro vecchio compagno

Si è spento ieri notte a Palermo il compagno Mario Mineo; aveva 67 anni e soffriva da tempo di cuore. La morte è venuta d'improvviso, risparmiandogli ogni assenza di lucidità.
Mario é stato un grande educatore, con il quale alcuni di noi hanno percorso un breve e inutilmente tormentato tratto di strada. Educatore non soltanto perché era un professore raro, di quelli che i ragazzi riconoscono di colpo e cui si rivolgono per la vita, ma perché era un comunista, meglio un leninista intelligente e rigoroso, che non venne mai a compromessi con nulla e nessuno in una città dove i compromessi si sprecano, e molte strade gli erano offerte.
Mario Mineo non ne percorse nessuna; non volle neppure diventare il notabile politico onesto che sarebbe stato. Era un rivoluzionario nel senso integro e pessimista della parola; non credeva né a mezze analisi, né a mezze soluzioni. Aveva fondato il Circolo Lenin, più quadri che fluttuanti assemblee, domandava una disciplina di lavoro, di studio, di modo di essere, che negli anni ruggenti parve anche restrittiva. Fondò una rivista e le edizioni Praxis, e recentemente aveva dato alle stampe un «saggio sulla teoria marxista delo stato», Lo stato e la transizione, Unicopli, Milano 1987.
Quand'era gruppo politico, il «Manifesto» cercò un'unità col Circolo Lenin. Non fu un episodio del quale andare orgogliosi. Noi non eravamo leninisti, pensavamo (come pensano tuttora quelli di noi che ancora si occupano di questi problemi) che il leninismo fosse la teoria d'una fase, d'un momento storico — specie una teoria del partito e dello stato non più proponibili. Ma Mineo accettò di lavorare con noi. E con noi lavorò al giornale, per alcuni anni, suo nipote, Corradino, col quale è rimasta una lunga amicizia. Mario non condivise mai quel tanto che c'era di ottimista nella nostra lettura di quegli anni; ricordo che insisteva sulla «crisi di regime» piuttosto che sulla «crisi di sistema». (Oggi direi che era più una crisi di sistema che una crisi di regime, ma non nel senso che noi davamo allora a quelle tre parole). La convivenza fu difficile, perché noi in quell'incontro «cercavamo di far politica», mentre per Mario Mineo la politica era cosa più ambiziosa e meno precipitosa.
Finì presto e male ; il nostro gruppo non fu esente dai settarismi e le manovre che funestarono la nuova sinistra. Non ci rispettavamo, non ci davamo reciprocamente pace, non consegnavamo mai alla verifica degli anni le divergenze, che potevano essere una ricchezza e trattavamo come un impaccio. Cercammo Mario Mineo per quel che egli non era, non gli perdonammo di non essere come noi ed egli, forse, non ci perdonò di non essere come lui.
Negli ultimi mesi tornammo a parlarci, come chi si riconosce a distanza riconoscendo gli errori inutili, i colpi inutilmente inferti, la dissipazione della politica breve. La sua morte è un dolore e un'amarezza.

"il manifesto", 4 giugno 1987

La "Digitale purpurea" di Pascoli con un commento di Giancarlo Pontiggia

Ripropongo qui la Digitale Purpurea, l'ambiguo capolavoro incluso nei Poemetti (1900) di Giovannii Pascoli, cui segue una parte del commento che ne pubblicò il poesta e critico Giancarlo Pontiggia sulla rivista "Poesia", nel marzo 1988. (S.L.L.)
Digitale purpurea
I
Siedono. L’una guarda l’altra. L’una
esile e bionda, semplice di vesti
e di sguardi; ma l’altra, esile e bruna,

l’altra… I due occhi semplici e modesti
fissano gli altri due ch’ardono. «E mai
non ci tornasti?» «Mai!» «Non le vedesti

più?» «Non più, cara.» «Io sì: ci ritornai;
e le rividi le mie bianche suore,
e li rivissi i dolci anni che sai;

quei piccoli anni così dolci al cuore…»
L’altra sorrise. «E di’: non lo ricordi
quell’orto chiuso? i rovi con le more?

i ginepri tra cui zirlano i tordi?
i bussi amari? quel segreto canto
misterioso, con quel fiore, fior di…?»

«morte: sì, cara». «Ed era vero? Tanto
io ci credeva che non mai, Rachele,
sarei passata al triste fiore accanto.

Ché si diceva: il fiore ha come un miele
che inebria l’aria; un suo vapor che bagna
l’anima d’un oblìo dolce e crudele.

Oh! quel convento in mezzo alla montagna
cerulea!» Maria parla: una mano
posa su quella della sua compagna;

e l’una e l’altra guardano lontano.

II
Vedono. Sorge nell’azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d’incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d’odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d’innocenza e di mistero.

E negli orecchi ronzano, alle bocche
salgono melodie, dimenticate,
là, da tastiere appena appena tocche…

Oh! quale vi sorrise oggi, alle grate,
ospite caro? onde più rosse e liete
tornaste alle sonanti camerate

oggi: ed oggi, più alto, Ave, ripete,
Ave Maria, la vostra voce in coro;
e poi d’un tratto (perché mai?) piangete…

Piangono, un poco, nel tramonto d’oro,
senza perché. Quante fanciulle sono
nell’orto, bianco qua e là di loro!

Bianco e ciarliero. Ad or ad or, col suono
di vele al vento, vengono. Rimane
qualcuna, e legge in un suo libro buono.

In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l’alito ignoto spande di sua vita.

III
«Maria!» «Rachele!» Un poco più le mani
si premono. In quell’ora hanno veduto
la fanciullezza, i cari anni lontani.

Memorie (l’una sa dell’altra al muto
premere) dolci, come è tristo e pio
il lontanar d’un ultimo saluto!

«Maria!» «Rachele!» Questa piange, «Addio!»
dice tra sé, poi volta la parola
grave a Maria, ma i neri occhi no: «Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d’un sogno che notturno arse e che s’era
all’alba, nell’ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L’aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M’inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi… (l’altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido…) si muore!»



Giancarlo Pontiggia
Il commento
Che cosa rappresenta la digitale? Molti commentatori hanno voluto spiegarlo (letteralmente, metaforicamente, allegoricamente, simbolicamente). Ma è nella natura del poemetto che la rivelazione resti occulta. Maria "vede ora". Che cosa? Forse che Rachele non esiste più, che essa è una revenante, un'apparizione, un fantasma? Ma sono apparizioni anche le memorie della seconda stanza; e sono apparizioni anche i versi (fantasma e fantastico hanno la stessa radice) che scintillano in noi come pietre preziose. Per Pascoli scrivere significa evocare, chiamare a sé. Le figure di ripetizione, i parallelismi, le riprese a cui ricorre ossessivamente ("L'una... L'una... ma l'altra... l'altra"; "Vedono... Vedono..."; "oggi: ed oggi"; "Vieni! / Vieni!") non servono solo a designare una forma, uno stile: sono il segno di uno sforzo, di una fatica del chiamare. Da dove? Dalle stanze del passato, perché risorgano. Come in un rituale ipnotico o in un formulario religioso, Pascoli pronuncia il nome, lo riprende, pazientemente. Crea una nenia fabulatoria, una cantilena che imprigioni le cose, le renda di nuovo a noi, mentre risalgono.
Osserviamo il ritmo dei versi finali: liquido, sonnambolico, onirico. Rachele cede a una suggestione, è come se fosse risucchiata, attratta. "Sola / ero"; "Il vento / portava" (con gli enjambement intensissimi che dilatano la visione verso dove? Ogni poesia, in Pascoli, è una discesa: verso le onde dello Stige; o verso quelle del sonno, oscure e torbide; o della memoria, folte e silenziose); "L'aria soffiava".
Osserviamo anche: "i molli terrapieni / erbosi": ancora il senso del passo che affonda, il procedere molle nei luoghi della semiveglia, delle terre di nessuno fra notte e alba estiva, sulle soglie di quelle porte di corno o avorio da cui, secondo Virgilio (Aen., VI, 893-896) uscivano le vere e le false ombre. Ma non è forse, questo che batte, lo stesso vento di Aquilone (che, con Digitale purpurea e Suor Virginia costituisce una specie di trittico dei luoghi conventuali)?: "tra le morte foglie / che al ceppo delle querce agita il vento".
Sono due le visioni che ritmano questa lirica: una è quella della seconda stanza, il tramonto d'oro dentro cui si spegne castamente il monastero; l'altra è la passeggiata notturna e solitaria di Rachele nell'orto chiuso. La prima è una visione d'innocenza, dominata dall'azzurro del cielo e dell'incenso, dal bianco delle suore; la seconda di mistero, torbida, languida, dominata dal verde pericoloso delle cetonie e dai lampi rabidi dell'aria. Tra le due, il pianto "senza perché" (v. 42) delle ragazze: su quel pianto apparentemente immotivato incombono le spighe della digitale.
Chiediamoci: ciò di cui parla Rachele è davvero un'esperienza amorosa? Pascoli allude davvero alla conoscenza d'amore? Niente lo afferma, salvo i brividi che sentiamo leggendo. Naturalmente sarebbe facile ricorrere a uno studio delle ricorrenze lessicali: quei "molli" terrapieni che ricordano l'urna "molle e segreta" del Gelsomino notturno; o il chiuso orto che è memoria dell'hortus conclusus del Cantico dei cantici biblico. Ma quei brividi si situano in una regione più vasta e forte, che è quella della prima adolescenza, quando ogni conoscenza appartiene ai regni del nuovo e della scoperta: in Digitale purpurea Pascoli ha voluto cantare una forma, l'eccitazione adolescenziale nell'accostarsi al giardino dei piaceri ancora ignoti (perciò con i suoi fiori mostruosi, i suoi morbosi incubi, le sue solitane e oziose allucinazioni), quel febbrile stato di esaltazione e di fatalità che accompagna, irresistibile cometa, la sua ricerca.

A un arancio e a un limone visti in un negozio di piante e di fiori (di Antonio Machado)

Arancio nel vaso, la triste tua sorte!
Le foglie tue rade, tremanti, impaurite…
Che pena guardarti, arancio di corte,
con quelle tue secche arance aggrinzite.

Povero limone dal frutto giallino,
qual pomo di pallida cera levigato,
che pena guardarti, misero alberino,
in botte meschina di legno allevato!

Dai boschi lucenti dell'Andalusia,
chi a questa vi trasse castigliana terra,
spazzata dai venti dell'arida Sierra,
o figli dei campi della terra mia?

Limone, letizia arborea degli orti,
che accendi nei frutti un pallido oro,
e al cupo cipresso di luce conforti
le calme preghiere che salgono in coro;

e tu, fresco arancio del campo ridente,
del patio diletto, dell'orto sognato,
sempre al mio ricordo maturo o fiorente
di fronde e d'aromi, di frutti gravato!
 (da Umorismi, fantasie, appunti. Trad. di Oreste Macrì)

Zingari. Mille anni fa dall'India...

«Tutti avevano buchi alle orecchie che ornavano con uno o due anelli d'argento. Erano assai intelligenti. Tra uomini, donne, bambini non erano più di cento» questa la testimonianza di un parigino del 1427 all'arrivo delle prime famiglie di zingari nella sua città. In Germania, nel 1417, un gruppo di nomadi dalla pelle scura, arrivarono per la prima volta nei pressi di Amburgo. Sulla provenienza degli zingari ci sono diverse storie. Quelli di Parigi — secondo l'anonimo testimone — «dichiaravano di essere cristiani del Basso Egitto che si erano arresi ai loro nemici e, diventati saraceni, avevano abiurato Nostro Signore. Per questo motivo dicevano di aver ricevuto dal Papa la penitenza di vagare per il mondo per sette anni senza dormire in un letto». Circa mille anni fa gli zingari pare siano partiti dall'India nord occidentale, e attraverso un leggendario cammino passarono in Asia e in Europa. I vocaboli che acquisirono nei loro vagabondaggi provano che essi si fermarono nella Persia settentrionale, tra gli armeni e i popoli bizantini di lingua greca. In Europa la più antica testimonianza che potrebbe riferirsi a loro appare in alcuni scritti del 1100 di un monaco del monte Athos, in Grecia. Relazioni di viaggio conservate nel monastero di Rila, in Bulgaria, rivelano la presenza di zingari a Creta, Corfù e nei Balcani prima del 1350. Nel giro di pochi decenni questi nomadi con i loro variopinti vardos di legno (i carrozzoni che oggi sono spesso preda di collezionisti) arrivarono in tutta Europa, dove si diffuse in breve la loro fama di indovini erranti, cantanti, danzatori, mendicanti e astuti imbroglioni. Oggi i loro raduni tradizionali sono numerosi in tutti i Paesi dell'Europa, per lo più si tratta di grandi fiere di cavalli e bestiame. Quello dedicato alla loro Santa protettrice, santa Sara la Nera, è a Saintes Maries de la Mèr, nel sud della Francia. Il 24 e il 25 maggio di ogni anno gli Zingari accorrono per onorare la leggenda di questa piccola serva egiziana. Secondo la storia, nel 42 d.C. Santa Sara arrivò dalla Terra Santa fino a queste spiagge, trascinata dalle correnti su una barca senza remi e senza vele.

Scheda da “Avvenimenti”, 11 settembre 1991
Il servizio era firmato Franco Fracassi e Tiziana Ricci.

2.6.12

La poesia (di Octavio Paz)

La poesìa,
puente colgante entre historia y verdad,
no es camino hacia esto o aquello:
es ver
la quietud en el movimiento.
el transito
en la quietud.

La poesia,
ponte sospeso tra storia e verità,
non è cammino verso questo o quello:
è vedere
la quiete nel movimento,
il transito
nella quiete. 

Da Il fuoco di ogni giorno, Garzanti, 1993

Stomaco di struzzo. Pronti per l'incubo (di Barracco e Miracco)

Per qualche tempo nei primi anni Ottanta Barracco e Miracco curarono per “il manifesto” una rubrica gastronomica intitolata Stomaco di struzzo. Quello qui “postato” ne è un campione significativo. Sul ritaglio non trovo indicazioni, ma l’anno potrebbe essere il 1984. (S.L.L.)
Pomodori fritti. Tagliare i pomodori in rondelle ed immergerli in una padella con olio bollente. Rosolarli da entrambe le parti e poi condirli con sale pepe ed un pizzico di orìgano.
Volendo, quando i pomodori sono quasi rosolati, sì possono aggiungere delle uova nell'olio e farli cuocere per 4 minuti.
Spaghetti all'insalata di pomodoro. Celeberrimo trionfo delle notti d'estate. Scegliere pomodori piccoli, lunghi o tondi, ben maturi. Tagliarli. Passarli in un piattone dove andranno poi gli spaghetti.
Strofinare intorno alle pareti vari spicchi d'aglio, schiacciandoli. Aggiungere abbondante olio d'oliva, origano, molto basilico. Mescolare il tutto, poi aggiungere i pomodori tagliati almeno 10 minuti prima di cuocere la pasta ed infine gli spaghetti caldi dopo averli scolati.

Picchiatori fascisti (di Miguel Gotor)

Il testo che segue, degli inizi del 2009, recensisce il libro autobiografico di Giulio Salierno, scomparso nel 2006, che era stato appena repubblicato. Salierno, picchiatore fascista in gioventù e a lungo galeotto,  studiò sociologia e la insegnò nelle Università di Sassari e Teramo. Marxista critico fu direttore di un'importante ricerca sulle popolazioni del Sahel per conto dell'Eni e si occupò con continuità della realtà carceraria e dell'emarginazione. (S.L.L.)
I libri, come certi amori, a volte ritornano.
E' questo il caso dell'Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, un successo editoriale quando fu pubblicato nel 1976 per i tipi Einaudi, oggi riproposto dalla Minimum fax (249 pagine, 14 euro) con una prefazione di Sergio Luzzatto e una nota della figlia dell'autore Simona. Un libro postumo due volte: Salierno è morto nel 2006 e la storia che racconta è ormai lontanissima da noi, eppure, a distanza di oltre 30 anni, si rinnovano le ragioni del suo interesse.
Quando il volume uscì, fu la vicenda dell'autore ad attrarre l'attenzione del pubblico. All'inizio degli anni Cinquanta, Salierno era stato un giovane dirigente missino della sezione romana di Colle Oppio, che aveva contribuito a trasformare nella più importante d'Italia. Nel 1953 progettò di assassinare l'ex partigiano Walter Audisio, l'uccisore di Mussolini, ma alla vigilia dell'agognata vendetta ammazzò un ragazzo a cui voleva rubare la macchina necessaria per l'attentato. Denunciato da una lettera anonima forse proveniente dall'interno del Msi, fuggì dall'Italia per arruolarsi nella Legione straniera, ma fu arrestato e condannato a 30 anni di carcere. Nel 1968, dopo l'intervento di Umberto Terracini, ottenne la grazia. Nel frattempo aveva abiurato il fascismo e si era convertito al marxismo critico della nuova sinistra, scoprendo lo studio e trasformandosi in un sociologo di successo. Un boccone troppo ghiotto per sfuggire alla propaganda comunista, ma anche un modello di reinserimento sociale che non aveva voluto abbandonare il mondo dell'emarginazione a cui avrebbe dedicato il secondo tempo della sua vita. Quel percorso di redenzione, infatti, lo condusse ad attraversare il girone dantesco degli ultimi (tossicodipendenti, pazzi, prostitute, emigrati, ergastolani), armato non più di martelli e spranghe, ma dei pensieri e delle categorie di Foucault e Gramsci. Dal superomismo del giustiziere fascista al dramma del giustiziato vittima delle strutture classiste della società, comunque fedele a un ribellismo anti-sistema per cui aveva ondeggiato dall'estrema destra all'estrema sinistra, restando sempre un radicale.
Oggi la storia dell'ex picchiatore Salierno non interessa perchè racconta una conversione che si vorrebbe esemplare, tutta incentrata su una dialettica tra espiazione e riscatto; oggi che i fascisti non sono più delle carogne da ricacciare nelle fogne e il sol dell'avvenire è tramontato dietro le nostre esili spalle. Malgrado ciò il libro rimane un documento prezioso nel suo genere. Anzitutto, perché costituisce un viaggio nella militanza missina (luoghi, persone, parole d'ordine, simboli) raccontata senza acrimonia o soverchi rancori, ma con un certo gusto sociologico per l'obiettività. Ci si ritrova il mondo degli sconfitti del '45: chi scelse il fascismo quando il fascismo non c'era più, ma Mussolini viveva ancora, ben oltre la parentesi in cui i benpensanti l'avrebbero voluto concludere. Un territorio umbratile e cameratesco, percorso da un'urgenza esistenziale tanto distante dalle piazze virtuali e asettiche degli amici di Facebook di oggidì. Un libro che sembra un fossile in grado di restituire uno spaccato della storia del Msi nel triennio 1950-53, gli anni dell'emarginazione di Almirante, dell'affermazione della destra in doppiopetto e dei feroci scontri interni con un oltranzismo di sinistra, legato alla socializzazione, e un oltranzismo di destra, l'ala spiritualista incarnata da Julius Evola e diretta da Pino Rauti. Due oltranzismi fra loro conflittuali, animati da un antisemitismo viscerale e attraversati da una lucida ossessione nei riguardi di un nemico multiforme: i comunisti, il gregge democratico, l'America. Certo, à la memoria di un testimone e non un documento di storia, ma chi vorrà studiare la strategia della tensione in Italia tornerà a leggere con interesse i vividi ritratti di Junio Borghese e di Evola, o il resoconto dell'intervento di un giovane Rauti nella sezione di Colle Oppio alla vigilia delle elezioni del '53, che, in base al racconto di Salierno, auspicava una serie di attentati nelle piazze, nei magazzini, nelle linee ferroviarie per creare le condizioni di un golpe fascista. Quel Rauti, oggi ottuagenario, rinviato a giudizio per concorso nella strage di Piazza della Loggia del 1974. Il libro si trasforma in una rara testimonianza che scopre le radici dell'oltranzismo neo-fascista, una realtà multiforme e ambigua che è vissuta dentro e fuori il Msi, un partito ove si è combattuta una dura battaglia per emarginare, contenere, gestire quell'area gravida di drammatiche conseguenze per la storia d'Italia. Sarebbe ora che quanti oggi sono al governo del nostro paese e in gioventù hanno militato nel Msi affrontino questo passato con un atto di coraggio e senza reticenze. Si preferisce, invece, un velo di rimozione, una strabica indulgenza, un impasto di vittimismo e di orgoglioso autocompiacimento, un indistinto senso della comunità che alimenta la duplice retorica della «guerra civile» e dei «cuori neri». E così Salierno ci restituisce un album di famiglia, che nessuno però vuole sfogliare.

"La Stampa", 5 gennaio 2009 

Nietzsche – Salomé – Rée: un triangolo fin de siècle (di Gianni Manzella)

Non è bella, la giovane russa. Una ragazzetta minuta e bionda, dal viso piccolo con gli occhi infossati e il naso schiacciato. Solo la bocca grande, sensuale, evoca la fervida e imperiosa femminilità riconosciuta dai tanti ammiratori. Non è bella ma per diventare attraente ha coltivato la sua intelligenza, dice una perfida lettera di Nietzsche. La lettera però è falsa. L'ha scritta Elisabeth, la sorella del filosofo; detesta con tutta la forza disperata del suo patetico filisteismo la donna che ha soggiogato il suo Fritz. Nelle fotografie di quegli anni, i primi anni ottanta, Lou indossa un castissimo abito nero chiuso fino al collo, impreziosito solo da uno sbuffo di pizzo ai polsi. Senza un'ombra di seduzione.
No, non aiutano le fotografie a spiegare il fascino di Lou von Salomé. Il suo mistero resta chiuso in lei: Per un attimo sembra di coglierlo in una giovanile sfrontatezza, sembra di conoscerla questa giocoliera dell'eros alluso e negato. Amante della fuga. Ma fascino doveva averne da vendere per costringere due uomini non più giovani, nonché affermati studiosi di filosofia, conosciuti solo poche settimane prima, a posare per la celebre fotografia che li ritrae insieme, riprodotta in copertina al bellissimo libro che sotto il titolo Triangolo di lettere raccoglie il carteggio di Fiedrich Nietz¬sche, Lou von Salomé e Paul Ree (Adelphi, pp. 492, L. 60.000). Lei è seduta su un carretto, agita la frusta; i due uomini reggono insieme la sbarra del carretto. Più che una fotografia è un manifesto. Sapevano o non sapevano, loro due?
Nietzsche e Rèe si conoscono dal 1875. Anni intessuti da una corrispondenza metodica. Amici nella distanza. Una vacanza a Sorrento ha cementato l'incontro fra il già celebre filosofo e il più giovane studioso. Poi però si incontrano poche volte. Brevi visite. Appuntamenti mancati in un continuo spostarsi che cerca di conciliare necessità accademiche e ricerca di climi più salutari. Ma che riletti ora sembrano soprattutto un set internazionale. Saint Moritz. Baden Baden. Rapallo. Il lago Maggiore.
Le lettere lambiscono idee e problemi di carriera. I libri in corso, propri e altrui. Ma quel che li unisce davvero è il tema della malattia. Ossessiva metafora e specchio del vivere. Rèe: Lei scrive, carissimo amico, di stare incredibilmente male. La mia salute è sempre pessima. Nietzsche: Le mie condizioni sono un limbo misto ad atroci tormenti. Ogni giorno ha la sua storia clinica. Rèe: Ho molta paura di essermi sottoposto a una terapia funesta. Nietzsche: Sto malissimo. La mia salute è troppo profondamente scossa.
Un po' cagionevole è anche la giovane Lou von Salomé. Quando arriva a Roma, nel gennaio del 1882, non ha ancora ventun anni. A diciassette ha fatto perdere la testa al suo insegnante, il pastore della comunità evangelica a San Pietroburgo Hendrik Gillot. Lui l'affascina con la parola ma è lei evidentemente a colpire più duro. Il maturo Gillot abbandona la moglie e i figli, le chiede di sposarlo, lei impara così a dire di no. Parte, va a studiare in Svizzera, a Zurigo. Le lettere che le scrivono i suoi maestri, severi professori sessantenni, rigorosi teologi, sono piene di premure e di complimenti. Fin troppo, per non suscitare qualche dubbio.
A Roma finisce a casa dell'anziana signorina von Meysenburg. Se c'è un destino nelle cose (che ci sia nei sentimenti, è indubbio) lei lo sa cogliere al volo. C'è lì anche Rèe. E' il carnevale. Fanno passeggiate al chiaro di luna romano. Vanno a teatro a vedere la grande Sarah Bernhardt. Saluti da parte mia questa russa, gli scrive Nietzsche. Poi arriva anche lui. E a Lou arrivano due domande di matrimonio. Lei è brava a far capire che non le interessano tanto quelle cose lì. Ma con delicatezza, senza offendere, magari tirando in ballo problemi pratici come la perdita di una rendita. Ha altre cose in mente, vuole realizzare se stessa.
Durante il viaggio di ritorno dal loro passaggio in Italia succede qualcosa. Nietzsche e Lou restano soli per un momento, sul Sacro Monte, al lago d'Orta. Cosa sia avvenuto là è misterioso come in un romanzo di Forster. Nietzsche ne scriverà allusivamente come del «più affascinante sogno» della sua vita. E' invece la prima invisibile crepa nel progetto coltivato dalla ragazza, il progetto di una «trinità» unita anche nella convivenza. I due amici si sono lasciati entusiasmare dall'idea ma in realtà è cominciata una guerra sotterranea. Ciascuno dei due cerca di attirarla a sé in un gioco intellettuale. Del resto il rapporto è ineguale. Rèe è più intimo, a un certo momento è passato dal lei al tu e quel tu se lo assapora in tutti i modi. Nietzsche è più in alto e solo, più disperato. E poi ci sono gli altri, gli spettatori partecipi di questa avventura che sembra avvenire su un palcoscenico di teatro, davanti alla platea del mondo culturale. Ci sono la madre e la sorella, con cui Nietzsche arriverà alla rottura.
Il progetto non si compirà, com'era prevedibile. Ma Nietzsche rimarrà fedele sempre a quell'affascinante sogno. Senza di lei, non ci sarebbe stato Zarathustra, ripeterà. L'ultima lettera di Nietzsche è dell'ottobre 1885. Commenta il libro di Rèe. Com'è vuoto, noioso, falso! esclama. Lou è lontana. Ha ormai ventiquattro anni e altri cuori da stregare.

“Alias” n.39 -  2 ottobre 1999

Due "ripoesie" di Enrico Sciamanna

Souvent pour s’amuser il mio amico Enrico gioca sui testi poetici usando rovesciamenti, haikizzazioni ed altri sistemi cari agli oulipisti e a Dossena. Qui s’è limitato alla sostituzione sinonimica su due celebrati testi novecentisti, proprio da quella raccolta sulla gioia degli sprofondamenti che dà inizio al Novecento.
L’esito mi pare di grande divertimento, specie nella scelta di ribattezzare sinonimicamente anche  l’autore.  (S. L. L.)

Enrico Sciamanna
M’abbacino 
d’illimitato                                         
(G.  Bulgarelli )

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Di tali abitazioni
non rimasero
che lacerti di pietre

Di molti
familiari
ne resta
ancor di meno

Ma dentro me
completo è il cimitero

L’anima mia
è un luogo di gran pena

               (G. Bulgarelli)

Mario Mineo. Federalismo e autonomia ("micropolis" maggio 2012)

Sala d'Ercole di Palazzo dei Normanni, sede dell'Assemblea Regionale Siciliana.
Fu chiamata "il covo dei novanta ladroni" finché non ne aumentarono il numero.
In una pagina degli Scritti sulla Sicilia di Mario Mineo, l’Ente Regione è considerato lo strumento principale attraverso cui “la borghesia parassitaria e mafiosa si arricchisce”, una “fonte di parassitismo, di spreco, di intrallazzo”. Giudizio durissimo e oggi ampiamente condiviso, ma Mineo, che era stato deputato per il Pci nella prima legislatura regionale (1947-51), di questa realtà conosceva le lontane radici. Il 1° settembre del 1945, infatti, Mineo era stato nominato dall’Alto Commissario nella Commissione per redigere il progetto di Statuto per la Regione, in rappresentanza del Partito Socialista, di cui allora faceva parte. Già in articoli e documenti, pubblicati su la “Voce Socialista”, Mineo aveva assunto una collocazione netta nel dibattito stimolato dal separatismo. A differenza della maggioranza dei socialisti siciliani, unitari e diffidenti verso l’autonomia, Mineo si riconosceva nell’impostazione di Li Causi, leader del Pci siciliano: non amava il termine “federalismo”, che gli sembrava implicare una sovranità originaria a cui i federati rinunciano, ma era fautore di una autonomia che chiamava democratica, che doveva far leva sulle larghe masse.
In Commissione il confronto su quattro progetti, uno dei quali preparato da Mario. In esso le attribuzioni della Regione erano poche e nettamente identificate per evitare conflitti di competenza, ma sul piano economico e sociale determinanti. Non solo la Regione godeva della “piena potestà legislativa ed esecutiva in materia di imposizione finanziaria”, ma aveva tra gli obblighi la redazione di un vero e proprio “Piano”, per la cui predisposizione era previsto l’intervento attivo delle forze sociali e un contributo economico dello Stato. L’idea era di legare l’autonomia allo sviluppo industriale e produttivo. Il progetto Mineo scomparve dal dibattito in commissione per «un colpo di mano» di Enrico La Loggia. Nell’articolo 38 voluto da La Loggia, che passerà alla Consulta con l'avallo dei comunisti, trionfa il punto di vista riparazionista, tipico delle vecchie oligarchie, che sgancia l' intervento dello Stato dallo sviluppo e lo lega all'idea piagnona di un risarcimento dovuto alla Sicilia, soprattutto con il finanziamento di opere pubbliche e con provvidenze su cui non era difficile allungare le mani. L’impostazione di Mineo scomparve dal dibattito politico e venne censurata anche su quello storiografico. Peccato! Nella lunga e spesso stucchevole querelle sul federalismo degli ultimi anni avrebbe potuto essere utile. Anche in Umbria. (S.L.L.)

Umbria. La Regione e i detenuti ("micropolis" - maggio 2012)

Fra le numerose inadempienze della Regione una è stata nei giorni scorsi portata all’attenzione dell’opinione pubblica dai radicali di Perugia, da Libera Umbria, dall’associazione delle comunità di accoglienza (Cnca) e dal Forum dei Detenuti con un convegno e una conferenza stampa. Il Consiglio regionale approvò nel dicembre 2006 una legge che istituiva il Garante delle persone private della libertà personale e ne prescriveva la nomina entro 90 giorni. Dopo cinque anni e mezzo non se n’è fatto nulla, nonostante il caso Bianzino e nonostante il fatto che i penitenziari umbri abbiano oggi una popolazione doppia rispetto al massimo previsto, un personale quasi dimezzato e non poche magagne.
Le ragioni del ritardo sono due, fra loro connesse. Prima: per la nomina è necessaria una maggioranza di due terzi. Seconda: il ruolo non prevede sontuosi appannaggi manageriali, ma un rimborso modesto, non si presta perciò ad abbuffate spartitorie. Poi, col clima forcaiolo di questi tempi, occuparsi di quella discarica sociale che sono diventate le carceri non appare igienico alla castetta regionale. Dal convegno è emerso, attraverso esperienze di altre regioni e città, che l’istituzione di una figura di tutela, pur non risolutiva, è certamente utile non solo per i detenuti, ma per la stessa amministrazione penitenziaria. Ma il presidente Brega, che avrebbe l’obbligo di inserire la questione all’ordine del giorno, e, con sparute eccezioni, tutti i consiglieri non ci sentono. Le associazioni, in mancanza di risposte, fra un paio di mesi proporranno direttamente una terna di nomi inattaccabili per competenza e indipendenza e passeranno a forme più incisive di sensibilizzazione: “Chi fa le leggi, deve per primo rispettarle”. Non hanno ragione di disperare, hanno un buon argomento: prima o poi anche i consiglieri regionali potrebbero aver bisogno del garante.  

Heaney: “io, Pascoli e gli aquiloni” (Mario Baudino)

Séamus Heaney, Premio Nobel 1995
“Ho l’impressione che non abbia molti lettori, al di là degli studiosi» ci dice Séamus Heaney, a conclusione del convegno organizzato dall’Università di Bologna su Giovanni Pascoli, la manifestazione più ambiziosa tra quelle per il centenario della morte, che è passato un po’ sottotraccia. Non qui a Bologna, dove Pascoli ebbe cattedra, e dove sono confluiti esperti da tutto il mondo. Tra loro anche il poeta irlandese vincitore del Nobel per la letteratura nel 1995, che da tempo lavora sulle sue poesie, e ne ha tradotte parecchie. I loro temi non sono del resto così lontani: se si leggono alcuni dei versi più famosi di Heaney, per esempio quelli di Digging (Scavando), un testo degli anni Sessanta, sembra quasi di sentire una risonanza pascoliana: «E mi torna in mente l’odore della terra / delle patate, lo scalpiccio della torba fradicia, / i colpi risoluti della vanga tra le radici vive».
Sta parlando di suo padre. «Ma io non ho la vanga per seguire uomini così», conclude. Ha invece la scrittura, la costruzione di mondi, che sa sprofondare in un modo diverso nella torba, fra sepolte appartenenze remote, strati geologici e storici. Heaney all’epoca non conosceva Pascoli. Lo incontrò per caso, parecchi anni dopo, a Urbino. Secondo le sue parole, «gli sono legato da un pezzo di spago»: quello dell’aquilone, ovviamente. Era il 2001, e la celebre poesia gli venne sottoposta dopo che aveva parlato di un componimento di Yeats sulla corte urbinate. Per uno di quei cortocircuiti tipici della letteratura, gli parve di riconoscere nei versi pascoliani qualcosa che aveva scritto anche lui, rievocando un giorno dell’infanzia in un campo dell’Ulster dove con i suoi fratelli guardava il padre che stava facendo volare, appunto, un aquilone. «Con l’occhio della mente vedo sempre noi tutti con la stessa chiarezza con cui vedo quella frotta di scolari che Pascoli ricorda nella sua poesia», ha spiegato nella conferenza dell’altro giorno.
Fu l’inizio di una storia poetica che non si è mai interrotta. Da allora, prima per caso poi perché ormai le sollecitazioni si moltiplicavano, ha continuato a tradurre. I poemi di Myricae lo riportavano alla sua stessa vita di ragazzo di campagna, a ripercorre un filo «teso tra l’Italia e l’Irlanda». Ma che cosa l’ha conquistata? I temi o la trama linguistica e fonetica, lo scavo che Pascoli fa nel linguaggio? «Non conosco abbastanza l’italiano per affrontare la sua tessitura linguistica. Mi sono focalizzato più sui temi, su come costruisce o riconosce il suo mondo. È un poeta straordinariamente pre-moderno. Ma non per questo lontano. Non so, e non mi interessa neppure, quale sia, se c’è, il suo “messaggio”. Dico che è un gran poeta, con una piega meditativa e filosofica, uno sviluppo estetico e intellettuale, un groviglio emotivo che conferisce a gran parte di ciò che ha scritto un’energia sotterranea».
Cita un testo, L’ultima passeggiata . «Per una felice coincidenza, gran parte del suo territorio nativo è terreno familiare anche per me. In modo, per dir così, antropologico. Molte delle scene che evocano gli usi e costumi della vita rurale nella Romagna dell’Ottocento erano ancora vive e attuali nell’Irlanda della metà del Novecento». Trova che la descrizione dei campi, dei buoi, dell’improvviso trillare di un’allodola siano «rese in delicatissima miniatura, come se fossero un Libro delle Ore». Un libro di preghiera? Heaney preferisce porre l’accento sulle immagini, e su ciò che lo fa risalire, ad esempio a Ezra Pound e all’Imagismo, il movimento britannico d’inizio secolo, una forma, spiega, di crepuscolarismo.
Pascoli però non ha mai influito direttamente sulla poesia europea. «No, questo no. Il suo ruolo non è certo paragonabile a quello di un D’Annunzio. Però è un gran poeta, semmai da riscoprire. Anche per la sua sterminata cultura, per tutto il materiale di studio che ci ha lasciato, per i versi latini». Heaney ha tradotto Dante e Virgilio, si è immerso «da irlandese» in una grande tradizione comune, senza la diffidenza che nutre invece per molta poesia «inglese» che, dice, «spesso ha il tono della vittoria». Nulla di simile in Pascoli, dove semmai c’è una riduzione alle cose minime. Ma a questo punto, la domanda si impone: è sufficiente scavare, per la poesia? Scavare nelle parole come la zappa scava nella terra? «Tutto ciò che riguarda la poesia ha a che fare col linguaggio. E oggi, proprio oggi, con tutti i problemi di comunicazione che ci ritroviamo ad affrontare, penso ci sia molto bisogno di poesia».
Anche se pare restare ai margini, magari ricca ma isolata, circoscritta. «I poeti e la poesia sono sempre stati minacciati, direi a rischio di estinzione. E non si sono estinti mai. Ogni tanto la storia fa clic, e saltano fuori Dante, Shakespeare, con i loro amici e seguaci». Oppure Pascoli? «Anche lui, certamente». Qual è tra le sue poesia quella che l’ha colpita di più? «Le dico quella che è stata più facile da tradurre: La cavallina storna . È incantatoria, ti incalza come una ballata popolare e nello stesso tempo ha qualcosa di inevitabile. So che in Italia la conoscete quasi tutti». Imparata a scuola. E forse per questo presa molto, molto sottogamba. «Siamo alle solite. E invece chiedere a una cavalla di rispondere con un nome che non può ovviamente pronunciare se non con un nitrito, bene, è davvero una grande idea».

"La Stampa", 5 aprile 2012

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