27.3.17

I mondi volano.... Una poesia di Aleksandr Blok

I mondi volano. Gli anni volano. Il vuoto
universo si specchia nei nostri occhi bui.
E tu, anima stanca, anima sorda,
riparli sempre di felicità.

Cos’è la felicità? Le frescure serali
nell’orto che imbruna, nel folto dei boschi?
Oppure le fosche viziose delizie
delle passioni, del vino, del crollo dell’anima?

Cos’è felicità, un breve attimo angusto,
l’oblio, il sonno, e il riposo dal pensiero…
Ti svegli – e di nuovo un insano, un ignoto
volo che ti afferra per il cuore…

Ti rianimi, guardi – è passato il pericolo…
Ma nell’attimo stesso – daccapo una spinta!
Scagliata chissà dove, a rompicollo,
vola, ronza, precipita la trottola!

E, aggrappandosi al margine lubrico, aguzzo,
e sempre ascoltando quel suono ronzante, -
difficile non impazzire nel variopinto alternarsi
di cause illusorie, di spazi, di tempi…

Ma quando la fine? Chi avrà mai la forza
di udire in eterno il fragore molesto?
Com’è orrida e assurda ogni cosa! – Ridammi la mano.
Ci assopiremo di nuovo, compagna ed amica!


Traduzione di Angelo Maria Ripellino

Laura Conti (Udine 1921 - Milano 1993). Profilo biografico a cura di Renata Borgato

Laura Conti
«Obiettività scientifica e partecipazione affettuosa, lucidità di analisi e impegno militante». Con questa formula si esprimeva su Laura Conti Mario Spinella, che con lei fondò e diresse l’Associazione Gramsci. Laura Conti diresse anche la Casa della Cultura di Milano.
La storia di Laura Conti racconta con la molteplicità del suo impegno l’unità di una visione attenta e partecipe in cui non hanno molto significato le separazioni tra privato e politico, poesia e scienza, individuo e ambiente, natura e cultura. La concretezza con cui ha lavorato ne fanno un riferimento politico ed etico utile e necessario ai nostri tempi.
Laura Conti da piccola visse a Trieste, poi a Verona e infine a Milano, che considerò sempre la sua città. I suoi genitori erano stati costretti ad abbandonare Trieste in seguito all’impegno antifascista dei genitori, che avevano perso la propria azienda commerciale. A Milano la famiglia avrebbe avuto una vita dura, isolata, senza contatti: «la mia divenne una famiglia che si opponeva al mondo, disperata e molto sola».
Sulla sua educazione resta una sua testimonianza diretta: «in casa non si occupavano di spiegarmi le cose: avevo tutti i libri a mia disposizione, non avevo che da attingere agli scaffali, liberamente, prima ancora di andare a scuola». Ma probabilmente fu proprio questa modalità ad abituarla alla ricerca autonoma, alla riflessione, alla libertà.
Come molte donne, nella prima giovinezza Laura costruì la propria immagine per differenza, ripensando alle scelte di sua madre: «mia madre era maestra e rinunciò al suo lavoro adattandosi al modello di mio padre che, coraggioso e onesto intellettualmente, era tuttavia un tiranno della peggior specie. Lei era una meridionale succuba del modo tradizionale di concepire la famiglia. Però soffriva e io lo avvertivo…»
Proprio per questo Laura si rese molto presto conto che i ragazzi avevano diversi modelli cui ispirarsi, ma che quello proposto alle donne era prevalentemente quello della casalinga-madre, che a lei risultava estraneo. Forse per questo ebbe una vita ricca di amicizie, intellettualmente, professionalmente e affettivamente importanti, ma non costruì una famiglia, probabilmente anche per il dolore seguito alla perdita di Armando Sacchetta, divenuto suo compagno nel lager di Bolzano e morto pochi giorni dopo la Liberazione in seguito all’emorragia seguita a un intervento chirurgico effettuato nel tentativo di arrestare una cancrena.
D’altra parte lei stessa aveva scritto: «pensavo che mi sarei fatta una vita mia, eventualmente con dei figli, ma priva dei legami coniugali che mi facevano orrore. Così è stato e se i figli non sono venuti, non si è trattato di una mia scelta».
Quando a scuola le regalarono una biografia di Maria Curie, pensò di aver trovato un modello che si le si adattava meglio: «non è escluso che anche di qui sia nata la mia passione per le scienze».
Laura si iscrisse alla facoltà di medicina e nel 1944 entrò nelle file della Resistenza, aderendo al Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà. Ebbe il rischioso incarico di fare propaganda presso le caserme. «Avevo molta paura ma al contempo avevo la sensazione che il mondo fosse troppo piccolo per albergare i nazisti e me, che fosse persino necessario morire, perché se i nazisti avessero trionfato, il mondo non avrebbe più avuto attrattive». Venne arrestata già nello stesso 1944 e, dopo una breve detenzione nel carcere di San Vittore a Milano, fu trasferita nel Campo di transito di Bolzano, dove rimase fino alla fine della guerra.
Questa esperienza le avrebbe suggerito un’opera narrativa, La condizione sperimentale, scritta nel 1965 in cui ripercorre la sua esperienza nella Resistenza e nel Campo di transito di Bolzano.
L’esperienza fatta l’avrebbe indotta anche a riprendere la riflessione sul ruolo femminile, dopo aver constatato la subalternità al modello tradizionale di molte delle donne che avevano condiviso la sua esperienza di detenzione. Donne che avevano scelto di lottare per un mondo nel quale gli uomini vivessero un rapporto democratico, senza che ciò trasformasse la subalternità delle donne.
La scrittura sarà un altro dei tratti costanti della vita di Laura Conti. Prima di La condizione sperimentale aveva già scritto Cecilia e le streghe, sua opera prima, con cui nel 1963 aveva vinto il premio Pozzale. Il romanzo, quasi un thriller scritto con grande finezza per le ambientazione e gli stati d’animo di cui restituisce la potenza, soprattutto nei vuoti impossibili da descrivere, prende le mosse da un misterioso incontro fra due donne, nelle strade deserte di Milano in una sera di mezz’agosto e affronta con toni poetici i temi della malattia, della morte, del dolore, della fede e dell’eutanasia, affrontando pienamente le pieghe del rapporto fra medico e paziente.
Alle opere narrative si sarebbero aggiunti nel tempo molti saggi, che documentano l’intensa attività di divulgatrice scientifica di Laura Conti.
Finita la guerra, Laura Conti si specializzò in ortopedia e affiancò la professione di medico con l’attività politica e l’impegno culturale.
Si iscrisse dapprima allo PSIUP, cui aderì fino al 1951, quindi al PCI e tra il 1960 e il 1970 fu consigliera alla Provincia di Milano, nel decennio successivo fu consigliera alla Regione Lombardia e tra il 1987 e il 1992 fu eletta alla Camera dei Deputati.
Non ebbe mai alcuna remora a prendere posizioni contrarie a quelle ufficiali del partito in cui militava, come avvenne per esempio nella questione del nucleare, decisamente avversato, in contrasto con quanto sostenuto dal PCI.
Si avvicinò alle scienze biologiche e all’ecologia quando le questioni ambientali non erano per nulla nell’agenda politica istituzionale. Il suo approccio a questi temi fu di grande originalità: con grande anticipo sulle riflessioni circa la “sostenibilità” ambientale e sociale delle scelte industriali, economiche e politiche, Laura pose come primaria la relazione fra politica e ricerca tecnologica e scientifica.
Frequentò fin dagli inizi del 1970 “Medicina democratica”, il centro di controinformazione sulla salute e sulla nocività in fabbrica fondato da Giulio Maccacaro. Intorno alla rivista «Sapere» si riunivano scienziati e intellettuali che cominciavano a tessere i primi collegamenti tra posto di lavoro e diritto alla salute, tra economia e diritto all’ambiente.
Il metodo che Laura Conti adottava nel lavoro politico richiedeva l’analisi dei problemi ambientali, condotta attraverso la valutazione di tutta la documentazione disponibile, quindi il coinvolgimento della popolazione nella ricerca di una soluzione che fosse scientificamente efficace, ma anche socialmente accettata. Adottò questo approccio anche nel 1976 durante l’emergenza della nube tossica sviluppatasi a Seveso dagli impianti Icmesa.
Seveso divenne per lei la dimostrazione paradigmatica degli errori nell’uso del territorio: «della mancanza di controlli pubblici contro lo strapotere degli interessi privati, dell’impotenza della pubblica amministrazione di un paese, pur industriale e civile, come l’Italia, di fronte a un disastro ecologico imprevisto, ma non imprevedibile».
Laura Conti ha fatto capire agli italiani che, oltre all’ecologia delle piante e degli uccelli, conta anche quella delle fabbriche, dei lavoratori, delle periferie urbane. Divenne così una figura chiave del nascente movimento ambientalista italiano. Non semplificò mai una materia di per sé complessa e articolata, ma tenne sempre come punto fisso un principio semplice: per occuparsi di politica ambientale è necessario accostare alla sensibilità sociale il sapere scientifico.
Ancora una volta l’esperienza vissuta le ispirò un’opera letteraria Una lepre con la faccia da bambina (1978) che tratta la crisi sociale e di valori che il dramma ecologico dell’Icmesa aveva innescato nella comunità della Brianza. Per essere pienamente apprezzata questa storia dovrebbe essere letta insieme al saggio Visto da Seveso, cronaca rigorosa degli eventi. Queste due pubblicazioni – una narrazione e un saggio – illustrano emblematicamente le due facce dell’impegno di Laura sui temi ambientali e il suo più generale approccio con la realtà.
Dal 1984 la salute di Laura Conti cominciò a peggiorare ed ella decise di andare in pensione dalla sua professione di medico e di non accettare più cariche pubbliche: ma nel 1987 fu nuovamente eletta in Parlamento.
In tutto questo periodo, il suo impegno prioritario fu quello di diffondere la consapevolezza dei grandi problemi ambientali e di affermare l’urgenza di un’azione politica per risolverli. Fu il periodo del grande coinvolgimento nella Lega per l’ambiente.
Nel 1990 si consumò la sua rottura con la Lega per l’ambiente, ma non per questo Laura ridusse le proprie attività: convegni, lezioni, scrittura la impegnavano continuativamente, nonostante fosse affetta da una grave patologia cardiocircolatoria. Alla fine del 92 fu ricoverata a causa di un brusco peggioramento delle sue condizioni di salute, ma non appena ritornò a casa, si rimise al lavoro, benché rassicurasse gli amici dichiarando di aver ridotto le attività.
Morì il 25 maggio 1993, nel pieno della sua attività, mentre stava progettando un nuovo libro.
Attualmente i suoi libri e materiali personali d’archivio sono collocati nella Fondazione Micheletti di Brescia. A lei sono intitolate una scuola media di Buccinasco (Milano) e un premio di giornalismo ambientale. Due giorni di studio le sono stati dedicati a Roma, nell’ottobre 2011 dall’associazione Donne e scienza presso la Casa internazionale delle donne. il suo nome è stato inserito nel 2007 nel Famedio del cimitero monumentale di Milano.

Dal sito “enciclopedia delle donne”

La poesia del lunedì. Carlo Betocchi (1899 - 1986)

Quasi ubriaco
Quasi ubriaco l'amore, declinando
le vampe dei sensi, in me resiste
ed è esigente; e le sue torbide brame
d'una in altra visione volgendo
di tormento in tormento, mi rende
stremato da questa vita di fantasmi,
simile all'acqua oleosa dei porti,
che risciacqua di chiglia in chiglia
un lamento di mare morto,
di vecchi barchi ancorati alla banchina.

Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti. BUR, 1999

Enrico Berlinguer, mite e implacabile (Laura Lilli 1984)

PADOVA
Amante del balletto e dell'opera (l'ultima che aveva visto era il Parsifal di Wagner a Roma). Lettore di romanzi (ne aveva appena finito uno di Marguerite Yourcenar). Giocatore di ramino. Appassionato di calcio. Tifoso del Cagliari. Innamorato del mare e della vela: andava, quando poteva, sulla barca del cugino, a Stintino, manovrando con destrezza rande e fiocchi. Questo era, fuori della politica, Enrico Berlinguer. E ancora: legatissimo alla famiglia. Tutti i Natali insieme al fratello Giovanni e a Giuliana, la cognata regista Tv; mai un'ora di vacanza senza almeno uno dei quattro figli (di solito tutti), visite regolari alla ultranovantenne zia Iole Siglienti ogni volta che metteva piede a Cagliari. Risate scomposte quando vedeva la faccia di Roberto Benigni, ancora prima che questi dicesse la sua battuta (famosa la foto di lui, ridente, in braccio al comico, due anni fa al Festival di villa Borghese). Invece le vignette di Forattini non le capiva quasi mai. "E' un nostro nemico", ripeteva.
Per dodici anni (da quando è stato eletto segretario del Pci) la caccia al Berlinguer "privato", "umano", "quotidiano" è stata l'obiettivo mai raggiunto di direttori di giornali e di politologi in vena di "risvolti" o "chicche". Ma si sono immancabilmente scontrati contro un muro di granito. Berlinguer ha sempre rifiutato la politica-spettacolo; e, per quanto fra i suoi meriti politici vada senza dubbio ascritto quello di avere "capito" il femminismo, il principio femminista che "il privato è pubblico" non è mai stato suo. I cronisti politici - i cacciatori delusi - si sono consapevolmente o meno, vendicati del ricorrente insuccesso usando per lui un bagaglio di parole opache, sempre le stesse: "tetro", "cupo", "introverso", "serioso", "grigio" che ne hanno dato un'immagine remota, esangue e, tutto sommato, antipatica. E c'è una certa agra ironia nel fatto che proprio in questo momento di tragedia il muro del "privato" si sfondi e lasci intravedere, di quest'uomo appena morto, un'immagine tanto diversa da quella di maniera.
Infatti, mentre Berlinguer lottava con la morte, mille sussurri intorno a lui parlavano fitti, ossessivamente, della sua "umanità". Raccontavano aneddoti, cose viste personalmente o riferite da amici: come se questo accanito parlarne potesse tenere lontana la morte. Erano voci anonime: uomini della "vigilanza", "vecchi compagni della Fgci" venuti da altre città per essergli vicini in questo momento definitivo e magari bloccati dalla polizia fuori dell' ospedale, fotografi che lo ricordavano durante comizi e che aspettavano, macchina alla mano, che le "autorità" uscissero dal bianco corridoio dell'ospedale in cui si aggiravano, angosciati, oltre al fratello Giovanni e alla famiglia, alcuni dirigenti del Pci e i suoi fedelissimi: il capo ufficio stampa Antonio Tatò; Ugo Pecchioli; il medico e amico Francesco Ingrao; l'inviato de l' Unità Ugo Baduel, che lo ha seguito in viaggi e campagne elettorali per oltre dieci anni; Alberto Menichelli, l'autista che stava con lui dal 1970 quando Berlinguer era solo vice segretario. E da tutti questi mormorii, da questi "ti ricordi...?" emergeva, tessera dopo tessera, il mosaico della personalità-Berlinguer: umanissima, a tratti fanciullesca, a tratti irriverente e perfino un poco "bohèmienne".
"Quando arrivava a casa di sera, dopo i comizi, si doveva comperare due mozzarelle e un po' di latte perché il suo frigo poteva anche trovarlo deserto". Oppure: "Una volta, dalle sue parti, nei pressi del ministero degli Esteri, vide un gruppo di ragazzini che faceva una partita a pallone: si fermò, si arrotolò i pantaloni e si mise a giocare con loro. Aveva sempre amato il football, fin da quando tirava calci alla palla con Giovanni, da bambino. Passò Moro in una macchina ministeriale: lo guardò, lo riconobbe, ma non si fermò. Aveva un' aria da 'non c' è più religione' in faccia".
O ancora: "Ha un modo di soffiarsi il naso che si sente per tutte le Botteghe Oscure. Gli era rimasto da quando il nonno, che era un pioniere della medicina, gli aveva insegnato che per disinfettarsi le vie respiratorie bisognava portarsi alla faccia, con le due mani a coppa, l'acqua di mare; farla salire su per il naso e passare per i seni e lasciarla uscire dalla bocca".
Si sfonda, il muro del privato, ma non ufficialmente. Le voci ufficiali sono tutte asserragliate dietro un silenzio che mescola vecchie tradizioni comuniste ad antiche tradizioni di riserbo di una famiglia aristocratica e per giunta isolana, "nuragica", e prima ancora probabilmente catalana. I parenti sono inavvicinabili. Giovanni, il fratello, e Letizia, la moglie, durante tutta l'"attesa" hanno volti di pietra. Mi ha detto Nilde Jotti che con Letizia ha parlato a lungo: "E' angosciata soprattutto per i figli, non sa come accetteranno la tragedia". E, mentre si aspettavano i bollettini medici sempre più pessimisti, Letizia trovava la forza di portare la figlia minore, Laura, a vedere Giotto alla cappella degli Scrovegni. Laura ha quindici anni. Prima di lei ci sono Bianca (ventiquattro anni), Maria (ventidue), Marco (ventuno). Sono smarriti. Passano per il corridoio bianco con gli occhi arrossati fissi su un punto invisibile avanti a loro: a chi si avvicina per chiedere uno stato d' animo, un ricordo, fanno un segno negativo e definitivo che sta tra il fastidio e la noncuranza di chi cammina per le strade di un pianeta diverso.
Dicono le voci: "Sono sempre stati legatissimi, i figli col padre. Spesso lui usciva da una riunione politica e andava a fargli ripetizione: Hegel, i presocratici". "Però non è mai stato oppressivo: hanno scelto amori e studi come volevano. L' importante, fra loro, era la fiducia". "Le cose dovevano essere fatte seriamente: il 'come' non contava". "Anche in politica: hanno interesse, ma non un impegno totale come quello del padre. Lui non si è mai sognato di chiederlo". "Però se li portava dappertutto, anche in Cina". "E qualcuno di loro mugugnava". "Come tutti gli adolescenti quando cominciano ad avere i loro amici...". "E' una famiglia alla maniera della vecchia Fgci: un po' scanzonata. Unita, ma in pratica ognuno fa quel che vuole. Per questo il frigo può essere spesso vuoto: chi arriva a casa apre e si prende da mangiare". "Quella del frigo, a volte, è anche una questione di soldi. Lui ne ha sempre avuti pochi, c'è stato sempre attento. Maria poco tempo fa gli ha chiesto diecimila lire. Lui le ha detto: "Te le do, ma per questo mese posso ridartele solo un'altra volta"". "Sui soldi è stato sempre attentissimo anche per quanto riguarda il partito. Se le cose fossero andate come dovevano andare, in questo giro elettorale, da Bologna a Catania, per andare a Comiso, avrebbe preso l' aerotaxi. Costa otto milioni. È stato necessario fargli dieci volte il conto: dimostrargli che fra biglietti 'normali', pranzi e alberghi per lui e per tutta l'equipe, compresa la scorta, avrebbero speso di più. Una volta convinto e superato il tabù della 'questione di costume', era finalmente felice e ripeteva, come un ragazzo: 'Poi prendiamo l'aerotaxi'". "Ad un collaboratore disse anche: 'E atterriamo direttamente all'aeroporto di Comiso'. 'Ma che stai dicendo?' chiese quello. E lui: 'Vedi? Ci hai creduto. Era solo uno scherzo'".
"Dicono tanto che non badava a come si vestiva, che era trasandato. Non è vero. C'ero io a Milano una volta. Dovemmo comprargli dei calzini e gli dissi: 'Te li compro blu come la cravatta, intonati'. Mi disse: 'I calzini devono intonarsi solo alle scarpe. Comprali beige'. Se ne intendeva".
"La scorta: che peso, per lui dopo gli anni di piombo. A volte doveva rinunciare ad andare a vedere la partita...". "Sì, ma per la partita altre volte ha mollato tutto: due mesi fa, a Cuneo ha lasciato a metà un pranzo di compagni per andare a vedere Juventus-Roma". "Poi, nelle sue passeggiate la scorta la 'semina'". "Non lo fa apposta. E' che cammina a passo di marcia".
"Il suo rapporto con Letizia durava da circa 35 anni: dieci di fidanzamento (la famiglia di lei e il partito di lui erano contrari) e venticinque di matrimonio. Appena arrivava in una città o all'aeroporto di Fiumicino per partire, le telefonava. Sempre". "Sembravano freddi, senza smancerie o pubbliche tenerezze, nemmeno davanti ai figli. Invece era un amore da Giulietta e Romeo". "Ha sempre avuto un enorme rispetto per gli altri e infatti non ha mai fatto scenate a qualcuno dei tanti sottoposti che ogni leader ha intorno. Mai uno scatto, un insulto. Però, se uno della vigilanza faceva un po' il bulletto, e magari ostentava le sue lezioni di karatè per fargli largo tra la gente alla fine di un comizio, dopo un po' gli succedeva di cambiare mansione e di trovarsi alla portineria delle Botteghe Oscure. Mite e implacabile".
Già: mite e implacabile. Forse, è la definizione migliore.


“la Repubblica”, 12 giugno 1984  

Carlo Betocchi. Ritratto di un poeta da vecchio (Laura Lilli)

FIRENZE - Cadono, rade, le prime gocce di pioggia quando, dopo una strada tutta tornanti, arrivo a una pompa di benzina a poche centinaia di metri dal microscopico paese di Consuma, fra gli abeti. Carlo Betocchi sta parlando col benzinaio. Ha 85 anni. Oltre che un poeta che in questi giorni fa parlare di sè, è uno dei "ragazzi del ' 99": "volontario per salvare la Patria, certo, volontarissimo, come Bargellini, come tutti noi. Caporetto me la ricordo perfettamente, il cavallo che moriva sgroppando in aria, il generale che fucilava tutti... l' ho scritto, del resto, in un libro che ho intitolato proprio Caporetto". Mi presenta l' uomo del distributore come "il mio unico amico". Ride. E mentre ci allontaniamo in fretta (la pioggia incalza) verso la pensioncina in cui trascorre questo agosto così lungo e vuoto che perfino un cambiamento di tempo è un avvenimento, aggiunge, non si sa se per me o per se stesso: "eh, la vecchiaia... la solitudine... la mancanza di interlocutori...".
Vecchiaia e solitudine: come in Saba, come in Rebora, sono fra i temi portanti della sua poesia. E lo si vede bene dal grosso volume che Mondadori ha messo fuori in questi giorni nella collezione de I poeti dello Specchio, che raccoglie, come dice lo stesso titolo, Tutte le poesie (introduzione di Luigi Baldacci, note di Luigina Stefani, pagg. 668, lire 30.000). Vi sono riunite tutte le sue precedenti raccolte più un cospicuo numero di Poesie disperse e inedite che dà al volume un carattere di assoluta novità e che, come già le tarde, Poesie del sabato, insistono su quella che potremmo chiamare la condizione senile.
Una, la cita Baldacci nell' introduzione: "Ma è pur vero che ai vecchi,/ privati della bellezza,/ resta quel segno, nell'anima/ del suo veloce apparire/ e sparire, quel solco di cosa/ esistita, che sanguina ancora,/ grave, nella coscienza;/ ma che, goccia a goccia, va poi/ lentamente affondando in un quasi/ in un quasi livore/di bianca innocenza..." Lo si direbbe un autoritratto. Scintille d'allegria infantile e momenti di opacità e lontananza si alternano nel mio interlocutore, che appare anche, in qualche modo, incurante. "E' contento del nuovo libro?" gli chiedo. "Contento, sì, contentissimo. Certo non sono stato lì a rileggermi". E poi, dopo una pausa: "Gli inediti però li ho riletti, e mi sono piaciuti. Sì, mi piaccio ancora. Gli inediti. Li ho trovati eccellenti. Se non fosse per quella mai abbastanza lodata Luigina Stefani... ha avuto una pazienza... è andata a frugare in tutti i miei taccuini di geometra: io sono geometra, sa? I miei compagni di vita non sono mai stati i poeti, i letterati, sono stati gli uomini dell'Anas, delle imprese di costruzioni. Potevo diventare geometra capo di tutta la Cirenaica, ma la mia mamma era vedova, c'era bisogno di me, che tornassi nel Mugello...". "E allora gli appunti li prendeva sul lavoro, se li metteva in tasca fra mappe e misurazioni?...". "Eh, sì, è così. E' la realtà che mi ha sempre ispirato, una realtà sopra la realtà, come un' accettazione, una consonanza... Però, vede, la realtà non sono solo le cose che si toccano. Sono anche quelle che si toccano con la mente. Ricorda, in Manzoni, quando c' è la donna con la bambina in braccio, che la porta ai monatti? Ecco: quella è una cosa dentro di lui che è totalmente umana, anche se il fatto è lontano. I temi si sviluppano con una possibilità di accordo, di accettazione delle cose, come dicevo. In questo modo scrive anche Pasternak: dice, e, sotto, esprime un giudizio che rientra nell' orbita dell' universalità degli avvenimenti. Tutto è universale. I motivi per cui ho sofferto, la realtà, ho tentato di renderli palesi con la mia scrittura".
Laura Lilli
"Lei è considerato un poeta cattolico, anche se, dopo un inizio di cattolicesimo, più osservante, ci sono state delle burrasche. È ancora oggi un uomo religioso?". "Religioso, sì, religiosissimo. Ma di una religiosità cosmica". "In testa a una sua poesia lei cita una frase di Einstein: "Mi sento così solidale con ogni corpo vivente che non m'importa dove comincia e dove finisce l' individuo". E' questo il suo pensiero, oggi?" "Oh, sì. Einstein definisce molto bene quello che io sento. La religiosità formale mi urta: quella teatralità, processioni, cantici, non mi tornano. Intendiamoci però: il Cristo rimane per me fondamentale: venerabile e venerato. Non il Cristo di Papini. Anzi quel libro sul Cristo non mi piace. Papini con me e la mia poesia non c'entra: l'hanno scritto ma non è vero. "Sì, sono stato a visitarlo quand' era in una casa di cura. Ma con me aveva a che fare solo come un'umanità che mi è prossima, non letterariamente. Vede, io a volte dico, muto, dentro di me: Gesù, Giuseppe, Maria, salvate l' anima mia. Ma lo dico come farei un esorcismo, quando so che sto per tuffarmi nell'angoscia: e quei tre li vedo tapini come gli altri, spersi in questa esistenza. La morte non mi fa paura, no. Magari arrivasse! Non avrei paura nemmeno del suicidio: ma non posso farlo, perché lascerei un senso di colpa ingiusto sui miei figlioli, specie su mia figlia: loro non hanno fatto nulla di male, e io non potrei lasciargli questo peso. Certo che sono religioso: ma in un modo ampio, che crede nella carità e nell'universo".
"Ricorda i tempi di Bargellini e del Frontespizio, quando lei cominciò?..." "Glielo ho detto che non ho cominciato col Frontespizio, che c' è un precedente con Caporetto... lo sa che Montale, a Parma, fece il corso allievi ufficiali dopo il mio?". "Va bene, ma comunque lei era vicino a Bargellini...". "Ah, questo sì. E nell' animo di Bargellini e Betocchi fanciulli c' è La Voce di Prezzolini (quella che dura fino al ' 14. Poi c' è quella di De Robertis, fino al ' 16, ma è un' altra cosa). Sono nato lì, con Prezzolini, anche se mutamente, dentro di me. Ricordo un articolo di Serra, uno di Rebora per me essenziali: essenziali per la condizione umana, per l'innamoramento totalmente carnale e religioso. Al letto di Rebora ci andai, poco prima che morisse. C'era Scheiwiller, si fece una piccola società di mutuo soccorso...". "Prezzolini l' ha rivisto più tardi, nella vita?" "L' ho rivisto quando ci chiamò Pertini. Pertini gli disse: 'Senta, non voglio sapere cosa faceva in America', lo trattò cortesemente".
"E a lei che disse?" "Niente. Mi diede un foglio bianco, che sopra c'era scritto: cinque milioni. Mi interessava solo che il carabiniere che stava lì presente durante tutta la cerimonia non mosse mai i pollici. Deve essere proprio una disciplina faticosissima quella dei carabinieri".
"Torniamo al Frontespizio, vuole?" "Sì. Però bisogna dire che Il Frontespizio ebbe un precedente nel ' 23, col Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, del sottoscritto, di Bargellini e del pittore Pietro Parigi. Poi, non mi ricordo l' anno, mi pare verso il ' 29, nacque l'idea di fare Il Frontespizio come rivista. L'ha raccontato tutto Carlo Bo, in Letteratura come vita. Ad ogni modo: Mussolini diede il permesso di fare una specie di "fiera del libro", per una giornata. La Libreria cattolica aveva un tavolino, e invitava gli scrittori a dare un contributo. Bargellini non stava più in una casetta come un poverino. Insegnava in molte scuole campestri, non solo a leggere e scrivere, ma anche cosa dovevano fare questi contadini...".
"E più tardi ebbe rapporti con gli ermetici? Luzi, Carlo Bo, la rivista Campo di Marte?" "Luzi, il suo ultimo libro è bellissimo. Mi piace di più quando racconta che era nato povero, vicino a Castello. Nei saggi critici del Discorso naturale che gli ha pubblicato Garzanti parla bene di me, mi dedica un saggio. Ma no, non ci siamo mai frequentati. I miei compagni di lavoro erano nelle imprese stradali, gliel'ho detto. Io poi nel '38, all' epoca di Campo di Marte, stavo a Venezia, dove mi aveva chiamato il direttore del Conservatorio. In tempi più recenti vedevo Gatto, quando veniva a Firenze: in particolare con Alfredo Righi, erano compagnoni. Un altro poeta che ho conosciuto era Saba. Andai apposta a trovarlo a Gorizia. Stampai una poesia a Bologna e lui mi amava. Anche lui era una poeta della vecchiaia. A proposito: voglio dirle una cosa sulle mie Poesie del Sabato".
"Vale a dire?" "Avevo i testi belli e pronti, ma non si riusciva a batterli a macchina. Lo fece Altisani, che scrisse anche la prefazione. Una bella prefazione. Non era conosciuto e Marco Forti, che curava Lo specchio, non lo voleva. Io dissi: 'o tieni la prefazione o le dò a un altro'. La tenne. Non sarebbe mica stato giusto, solo perché non era conosciuto... e tutta quella fatica a battere a macchina... lo si faceva in cucina... io in casa ero rimasto solo. Quando veniva la donna con la spesa le si diceva 'sta zitta' e noi s'andava avanti mentre lei magari puliva la verdura. Altisani aveva una macchina bellissima che faceva anche le correzioni. Eh, ce n' è de' bei poeti. Caproni, per esempio".
Una pausa. Carlo Betocchi è stanco. La nostra intervista si è trascinata per l'interno della pensione: prima nella sala comune da dove però ci ha scacciato un pensionante che voleva vedere le Olimpiadi alla Tv, poi nella sua stanza piccola, monacale. "Non parliamo più", dico, "vuole?" "Sì; ma resti ancora un po', chè tutti questi ricordi mi si spengano nella testa". Scendiamo a prendere una spremuta d' arancio. Mentre Betocchi beve, in silenzio, io ripenso a un' altra sua poesia "inedita e sparsa": "A quest'età la vita che rallenta/si riveste d' una grossa corteccia/entro la quale l' anima non è meno/tenera, ma soltanto più solitaria..."


“la Repubblica”,18 agosto 1984

Portami con te. Una poesia di Attilio Bertolucci

Attilio Bertolucci
Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,

sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.


da Viaggio d’inverno, Garzanti, 1971

Massimo D'Azeglio e i racconti del sor Checco (Nello Ajello)

Massimo D'Azeglio
"Non ho più notizie, nè di te, nè del signor Checco Tozzi", scriveva nell'ottobre del 1856 Alessandro Manzoni a suo genero Massimo d'Azeglio. "Le prime, le spero ottime; le seconde, mi piacciono qualunque siano".
La lettera - raccolta nel terzo volume dell'Epistolario edito da Mondadori - non presenta molti motivi di curiosità. È una classica, breve richiesta di raccomandazione: Manzoni ne indirizzava più d'una a d'Azeglio, che era stato presidente del Consiglio del regno sardo-piemontese e che ancora contava, in politica, a Torino. Nella chiusa del biglietto spicca però quel nome insolito, Checco Tozzi, cui l'anziano scrittore sembra rivolgere un acuto interesse, tanto da dolersi di non saperne più nulla. Di chi si tratta? Sul fatto che Tozzi - o meglio "il sor Tozzi", abitante in Marino, cittadina situata sui Castelli alle porte di Roma - sia esistito davvero, si può nutrire qualche dubbio, nonostante le continue profferte di "verità" e di realismo che Massimo d'Azeglio inserisce nei suoi scritti autobiografici. Si tratta comunque di un nome che - come Manzoni aveva intuito - sarebbe ingiusto non figurasse nella schiera, d'altronde abbastanza ristretta, delle figure salienti della narrativa italiana dell'Ottocento. Una figura certamente minore, o - se si vuole - minima, ma a suo modo poliedrica.
D'Azeglio la inventò - o la riprodusse dal vero? - in una serie di articoli composti nel 1856 per il settimanale torinese “Il Cronista”, poi ripresi e ampiamente rimaneggiati nei Miei ricordi, sei o sette anni più tardi. Ora a quel personaggio azegliano viene dedicato un intero volume (Massimo d'Azeglio, Il sor Checco Tozzi, racconti romani, Guida, pagg. 119, lire 8.500), che ne ripropone le gesta in maniera integrale, senza i ripensamenti e le varianti che l'autore - uno dei padri della patria per il Piemonte in procinto di diventare Italia - ritenne opportuno apportarvi nella sua autobiografia complessiva.
D' Azeglio - è noto - nutriva per Roma e dintorni un amore che era in gran parte di natura artistica. Lo seducevano i suoi paesaggi, e non soltanto quelli urbani, d'impronta classica, rinascimentale, barocca, ma anche e soprattutto scorci di campagna e desolate valli bucoliche: quel "deserto" che, sulla metà del secolo scorso, ancora circondava la città. Per cogliere quest'ultima preferenza, basta seguire la descrizione, che egli fa, d'un viaggio, compiuto in un "legnetto a due cavalli", da Roma a Marino, la cittadina nella quale trascorre molti mesi fra il 1823 e il 1826, ospite nella casa-pensione gestita appunto dal possidente Checco Tozzi, lavoratore (o appaltatore) nelle cave di travertino. Sono quattordici miglia "a mezza costa del monte Albano" e ad attraversarli "non si vede un albero nè un' abitazione": "tutta pianura leggermente ondulata, sulla quale scorre libero lo sguardo per molte miglia, sino ai lontani monti; qua e là sorgono soltanto rovine e antiche tombe, ovvero lunghissimi acquedotti, di quei tanti che portavano fiumi d' acqua a dissetare gli antichi padroni del mondo". Quei mesi trascorsi da giovane, scorazzando, "solo, libero, in mezzo alle macchie del Lazio", influenzarono non soltanto la "maniera" di dipingere di d'Azeglio: a Roma, allievo del pittore fiammingo Martin Verstappen, risentì indirettamente della lezione di un paesaggista-principe come Hackert. Ma, ciò che più conta, quel soggiorno - preceduto da altri più brevi a partire dal 1814, quando egli aveva sedici anni - lo indusse a maturare su Roma e sull'"Italia media e meridionale" idee e propositi che non avrebbe più abbandonato e che, dato l'uomo, le sue successive funzioni e il suo prestigio, avrebbero esercitato un qualche influsso, sia didascalico che politico, su quelli che d'Azeglio medesimo definitiva "gli Italiani piccini", di là da venire.
Le immagini visive che si raccolgono intorno ai Castelli, fra Marino, Grottaferrata, Rocca di Papa e Castelgandolfo, e il panorama umano che si accentra intorno a Checco Tozzi e alla sua casa, diventano in fondo un blocco unico nella memoria azegliana: rappresentano, ai suoi occhi di piemontese, il Sud. Come già per lo Stendhal delle cronache italiane ambientate nel Rinascimento, per l' autore dell'Ettore Fieramosca la materia figurale offertagli da "questa" Italia è un impasto di energia anarcoide e di simpatica indolenza, di crudeltà e di gentilezza d' animo, di ribalderia e di spirito (o meglio di "esprit", alla francese), dote quest'ultima che fa difetto alla sua regione d'origine, il Piemonte. D'Azeglio ha sufficiente finezza per riconoscerlo: "Si suole, o si soleva dire: "L'esprit a tuè la France". Vogliamo credere che gran parte dell'Italia sia morta della stessa malattia? Però questa supposizione mi piace poco, a me che son nato in un paese che grazie a Dio non è morto, e non vorrei che argomentando a contrariis si venisse a credere d'aver trovato il motivo perché è vivo".
In pieno secolo diciannovesimo, per farla breve, l'Italia simboleggiata da Roma e dintorni sembra a d'Azeglio ferma al Cinquecento, ed egli è sempre in attesa di assistere a qualcuna delle scene descritte da Benvenuto Cellini nella sua Vita avventurosa e tracotante. Non soltanto gli anni Venti del secolo scorso erano "l'età d' oro dei briganti"; ma anche per i cittadini comuni il coltello e lo schioppo costituivano normali ingredienti di vestiario, così come in Piemonte (nota lo scrittore) l'ombrello. Fatti di sangue nascevano dai motivi più futili, ad opera di "matti gloriosi" dotati di temerità, di prepotenza e di una rusticana inclinazione al "beau geste". Ma i quadretti di d' Azeglio (e in ciò l' accostamento a Giuseppe Gioachino Belli o a Bartolomeo Pinelli è inevitabile) non mostrano soltanto scene di violenza. C'è tutto un contorno piacevole, blandamente aneddotico, "casereccio", che rende gustoso, specie a una lettura rapida, il suo reportage.
A parte il protagonista - usato in un certo senso come "buttafuori" - Checco Tozzi, una specie di don Gesualdo dei Castelli, self-made-man di paese, "prudente come il serpente se non semplice come la colomba", sono molte le vignette disegnate con sapiente candore. C'è il vecchio sor Baldassarre, cocchiere, anzi "maestro di stalla", dell'ambasciatore di Spagna a Roma, depositario di tutti i segreti necessari per "studiare il secolo XVIII visto dal sottinsù", cioè dai selciati e dalle scuderie della Città Eterna. Si trovano nobili "svitati" e agenti di polizia (quella polizia "che prospera in Italia, tutta orecchie e quasi senz'occhi"), poeti estemporanei e contadini mansueti ma soggetti a improvvisi accessi di violenza "privata".
Ci sono anche figure di donne: la moglie, la cognata del sor Checco, sottomesse a un maschilismo inevitabile e perfino derisorio; la sua giovane figlia, un rustico monumento all'indolenza, "una patata sotto forma umana"; il marito di costei, tale Virginio, che aveva messo a frutto quel ricco matrimonio "essendo sua passion dominante veder stabilito su inconcusse basi il grande affare della sua nutrizione senza obbligo d'alzarsi troppo presto la mattina". Accensioni di humour come quest'ultima ci ricordano la polemica che d'Azeglio conduceva contro la maniera di scrivere in uso in Italia, "uno dei paesi dove più abbondano i facili, i bei parlatori e dove più abbondano al tempo stesso gli scrittori illeggibili".
Ci sarebbe da obiettare che lo stesso d'Azeglio ha dato al suo paese, col romanzo Niccolò de' Lapi, uno dei libri più noiosi dell'Ottocento europeo. Ma egli probabilmente taglierebbe corto, dicendo che lo fece per amor di patria. Il patriottismo, in quanto senso della consanguinità italiana, è invece latitante in questo Sor Checco Tozzi. C'è più ammirazione che stima, più divertimento che consenso, quasi che, nel parlare di Roma e del suo contado, in d'Azeglio l'estetica avesse decisamente divorziato dalla morale e dalla politica. E qui l' accostamento a Stendhal - a parte la diversa qualità letteraria dei testi - è più preciso che mai. Nello scrittore francese, quanto più lo si vede affannato a glorificare le avventure e le congiure degli italiani nei secoli bui e ad osannare la qualità della "pianta-uomo" che cresce nella penisola, tanto più s'intravede lo sbigottimento al solo pensiero che gente simile venisse, per paradosso, chiamata a popolare (non diciamo a governare) la Francia. In questo, il subalpino d'Azeglio non sembra da meno del francese; e si ricordi che, fra i padri del Risorgimento, egli - l'apologetico descrittore, sulle tele e nei libri, dell'"urbe" nel tardo periodo papalino - fu uno dei più aspri avversari "preventivi" (sarebbe morto nel 1866) di Roma capitale.
Le sue obiezioni - espresse fin dal 1861 in un opuscolo dal titolo Questioni urgenti, in polemica con Cavour - erano dominate da un forte moralismo "storico": come si legge nei Miei ricordi, per lui l'antica Roma aveva incarnato "la glorificazione della forza ai danni del diritto" e "Roma papale" aveva abusato "della pazienza del mondo". Che senso ha, si chiedeva in sostanza d' Azeglio, farne il centro di una nazione libera e moderna? "Tutte le grandezze di Roma", egli sosteneva, "costarono prezzi di infelicità e di dolore agli uomini". E concludeva con un monito: "Impariamo dunque a non lasciarci abbagliare dall'ingegno, dalla gloria, da falsi splendori. Lodiamo e ammiriamo chi rende gli uomini felici. Condanniamo sempre e teniamo in dispregio chi invece li fa miseri e sventurati".


“la Repubblica”, 22 settembre 1984  

26.3.17

Flora alpina. Una poesia di Antonia Pozzi

ad A.M.C.
Ti vorrei dare questa stella alpina.
Guardala: è grande e morbida. Sul foglio,
pare un'esangue mano abbandonata.
Sbucata dalle crepe di una roccia,
o sui ghiaioni, o al ciglio di una gola,
là si sbiancava alla più pura luce.
Prendila: è monda e intatta. Questo dono
non può farti del male, perché il cuore
oggi ha il colore delle genzianelle.


Pasturo, 18 luglio 1929

Un banchiere piccolo piccolo (Antonio Vanuzzo)

LONDRA
«È il principio della rana bollita. Dopo la crisi finanziaria le banche d’affari si sono scottate, e sono corse ai ripari velocemente. Oggi, la temperatura si sta invece alzando lentamente ma costantemente. Chi non è in grado di adattarsi finirà bollito senza accorgersene». Non ha dubbi il nostro interlocutore, partner di una delle “Big 4” della revisione contabile, dal suo studio affacciato su Tower Bridge. Le grandi banche d’affari si sono già scottate, e qualcuna rischia grosso. Le contromisure, stavolta, cambiano la faccia del business dell’élite finanziaria globale, che guarda anche al piccolo cabotaggio dei conti correnti. E al modello delle utilities, facendosi società di servizi.
Gli dei cadono ancora. I conti del primo trimestre dell’anno sono impietosi: a Wall Street come nella City le banche d’affari sono in perdita. Non si salva nessuno. Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citigroup, Lloyds, Barclays, Royal Bank of Scotland, Standard Chartered, Deutsche Bank hanno deluso le aspettative di analisti e investitori.
Tassi d’interesse negativi, calo del prezzo del petrolio, rallentamento della crescita globale, rischio Brexit, disinflazione, declino delle attività d’investimento, multe miliardarie per la manipolazione del tasso Libor o per aver favorito l’evasione fiscale. Eppure, dietro a fattori contingenti c’è una trasformazione profonda dell’industria bancaria, spinta da regole sempre più stringenti. La posta in gioco è sia finanziaria – dare più stabilità al sistema – che politica: i cittadini non dovranno più pagare per gli errori dei banchieri.
Per rendere l’idea, l’utile di Goldman nello scorso marzo è sceso a 1,4 miliardi di dollari: meno 60% rispetto a marzo 2015. Nello stesso periodo, Morgan Stanley ha riportato una contrazione del 54%, fermandosi a 1,1 miliardi di dollari. Gli utili di Citigroup sono invece diminuiti a 3,5 miliardi di dollari, meno 27%. A Londra Barclays e Standard Chartered hanno registrato utili pari a 793 milioni di sterline e 589 milioni di dollari, un crollo rispettivamente del 25% e del 59% sul marzo 2015.
Anat Admati, professoressa di Finanza a Stanford e autrice, con Martin Hellwig, di un libro al vetriolo sugli eccessi delle banche (The Bankers’ New Clothes: What’s Wrong with Banking and What to Do About It, Princeton, 2013), ironizzava su Twitter sull’ex capo di Barclays Bob Diamond, interessato a rilevare le attività della banca inglese in Africa, ma non certo la sua divisione d’investimento, da lui stesso creata.
Insomma, dopo anni di dividendi magri o sospesi, frequenti tracolli borsistici, continui aumenti di capitale, la domanda che trader e manager di fondi d’investimento hanno iniziato a porsi è semplice : «Le banche in generale torneranno mai ad essere profittevoli?».
«Non possiamo controllare l’ambiente macroeconomico in cui operiamo», ha detto il direttore finanziario di Goldman Sachs Harvey Schwartz nel corso della conference call sui risultati del primo trimestre. Tradotto: i tassi bassi – tra lo 0,25% e lo 0,5% negli Usa – non dipendono da noi.

Per un dollaro in più
Che fare? Goldman è corsa ai ripari lanciando un conto deposito on line riservato ai piccoli risparmiatori, che rende l’1% ed è accessibile depositando solo un dollaro. Una mossa senza precedenti che ha suscitato le ironie dell’Economist. Una svolta epocale per «il gold standard bancario dell’élite globale», stando alla definizione di Fortune. Non solo. Secondo Reuters, Goldman starebbe inoltre lavorando in partnership con asset manager e broker per prestare soldi ai loro clienti. L’obiettivo, insomma, è fare volumi. Roba tradizionale, niente innovazione finanziaria né prodotti oscuri e illiquidi.
Nell’eurozona la pressione macroeconomica è ancora più evidente. Nonostante i tassi negativi, scesi a meno 0,4% sui depositi presso la Bce, l’istituto di Francoforte è lontano dal raggiungere l’obiettivo dell’inflazione vicina al 2%. Anzi, a fine aprile i prezzi segnavano un meno 0,2% sul marzo scorso.

In teoria, più prestiti e mutui concedono, e più le banche macinano utili. Se però il rubinetto del credito gratis è aperto per tutti, la pressione competitiva riduce l’effetto-bilanciamento della liquidità fornita dalla Bce. Un bene per i consumatori, che possono accendere un mutuo a un attraente tasso dell’1%. Un male per gli istituti, perché su quel mutuo non ci guadagnano.
Da un lato, dunque, è difficile recuperare margini prestando a famiglie e imprese se i tassi sono negativi. Dall’altro, è diventato più complicato fare soldi facili tramite investimenti su strumenti rischiosi e opachi. Ad esempio, da luglio 2015 negli Usa è in vigore la Volcker Rule, che prende il nome dall’ex presidente della Federal Reserve, e prevede il divieto per le banche di utilizzare i propri fondi, risparmi dei clienti compresi, per investire in attività come i derivati.
In Europa, l’accordo “Basilea III” e l’unione bancaria si basano su due principi, atti a circoscrivere l’effetto contagio di un default come quello di Lehman Brothers. Primo: alle banche serve un livello di capitale adeguato in caso di shock esogeni. Secondo: se una banca è a rischio fallimento, va sistemata utilizzando i mezzi propri - obbligazioni subordinate, azioni - e non le risorse della collettività (è questo il famoso bail-in).

E io cambio business
Risultato: banche più solide, ma meno redditizie. Un contesto nel quale si fa strada l’idea di una trasformazione del modello di business delle banche. «Il quadro formato dai regolatori internazionali prevede che le banche diventino simili alle utilities: dividendi prevedibili, e bassi rischi», spiega a pagina99 un analista presso una banca d’affari giapponese. Tuttavia la trasformazione degli istituti in erogatori di servizi di pubblica utilità non è così facile: «fornire acqua o elettricità è un business molto più semplice e meno influenzabile da fattori esogeni, a meno di una guerra», aggiunge il nostro analista.
«Nelle utilities regolate è l’authority che decide quanto capitale devi investire e quanto puoi guadagnare, in modo da bilanciare i bisogni degli azionisti con quelli dei consumatori. Nel settore bancario, invece, hanno deciso quanto capitale è necessario per salvaguardare il sistema, salvo ogni tanto ripensarci e alzare di continuo l’asticella. In compenso, i regolatori si sono dimenticati di dirci quanto – e come – le banche devono guadagnare. Non può funzionare», osserva cinico il gestore di un fondo d’investimento specializzato in banche, durante un pranzo nell’elegante quartiere di Mayfair.
Un esempio del modello “banca come utility” è Santander Uk. La filiale inglese del colosso iberico si è concentrata sui settori tradizionali, assai poco sexy ma con dividendi e crescita prevedibili e a rischi bassi. Con offerte davvero competitive: ad esempio, sul conto corrente ti danno il 2% di cashback se fai debiti diretti per pagare bollette e metropolitana. Risultato: nell’ultimo triennio non è mai scesa sotto il miliardo di sterline di utili, arrivando a 1,6 miliardi nel 2015 (+60% sul 2014). Nel primo trimestre 2016 ha registrato profitti pari a 349 milioni di sterline, come a marzo 2015.
Per le banche internazionali, invece, il valore sarà incentrato sui transaction services. «Ad esempio, la Coca Cola in Polonia deve pagare gli stipendi in valuta locale, e avrà sempre bisogno di una banca in grado di ottimizzarne la tesoreria», spiega ancora l’analista. Per chi ha già un brand riconosciuto, la gestione di patrimoni rimane profittevole. «Tuttavia, servono enormi masse per godere di significative commissioni di gestione. Ubs ha duemila miliardi di dollari in gestione e 150 anni di storia. Difficile competere quando le barriere in entrata sono così elevate», continua.
Su scala nazionale, l’esempio è l’inglese Atom Bank, appena lanciata sul mercato dopo che la spagnola Bbva ne ha acquisito il 30% lo scorso novembre. «È una banca che funziona solo tramite app. I costi di gestione sono ridotti – 160 impiegati, zero sportelli – e i profitti derivano dalle fees più basse dei concorrenti su mutui e prestiti. La sede è a Durham, nel Nord Est del Paese, lontano da Londra». Tecnologia nuova, business tradizionale, poco personale.

Meno pirati, più ragionieri
Di questi tempi, i banchieri d’affari sono precari. Pirati negli anni ’90, oggi ragionieri. Tagli al personale, dieta ai bonus –salvo eccezioni, soprattutto nel top management a Wall Street –, chiusura di trading desk su derivati, tassi, materie prime. Sono solo alcune delle contromisure che gli istituti di credito hanno intrapreso per provare ad assicurare adeguati ritorni ai propri azionisti. I numeri fanno impressione: Credit Suisse ha annunciato l’uscita di quattromila persone, Hsbc di duemila, Barclays sui 1.200. Da noi, Unicredit ha deliberato il taglio di 18 mila lavoratori entro il 2019.
«Oggi le banche non sono incentivate ad assumere, per conto dei propri clienti, posizioni di acquisto o vendita su strumenti rischiosi. Ciò significa che un compratore potrà scambiarli se nello stesso momento dall’altra parte c’è un venditore. E che i nuovi banchieri sono asset manager: investitori di lungo periodo», osserva l’analista.
«Quando arrivai a Londra, nel 2004, riuscivo a guadagnare un bonus di 50 mila sterline l’anno. Meno male che ho comprato casa allora, perché oggi quelle cifre sono inimmaginabili. In più, per metà il bonus è rappresentato da azioni delle banche stesse non redimibili nel breve periodo. Sai che affare», ironizza un banchiere di una primaria banca internazionale.
«A inizio anni ’90 sbarcò a Londra un’infornata di banchieri italiani che fece furbescamente da tramite tra capitali anglosassoni in cerca di rendimento e un mercato borsistico agli albori. Hanno tutti la Ferrari e casa a Holland Park. Oggi quei tempi sono finiti. Può succedere solo se lavori per un hedge fund e azzecchi un trade difficile quanto prevedere che il Leicester avrebbe vinto il campionato», chiosa un osservatore di lungo corso della City.
È finito il tempo dell’espansione, guidata da pirati come lo scozzese Fred Goodwin, amministratore delegato di Rbs dal 2001 al 2009 quando divenne la quinta banca al mondo, o Adam Applegarth, capo di Northern Rock, la prima banca britannica a fallire nel 2008, e prima a concedere mutui pari all’intero valore di un immobile. Segno dei tempi, a Standard Chartered è arrivato Bill Winters, ex responsabile delle attività d’investimento di Jp Morgan. A guidare Deutsche Bank c’è invece John Cyran, ex direttore finanziario di Ubs. Uomini dei numeri, con un chiaro mandato: ristrutturare il business.
In Italia, viene in mente Giovanni Bazoli, il padre di Intesa Sanpaolo che in una celeberrima intervista al Financial Times rivendicava il ruolo benefico della “finanza di relazione”.


Pagina 99, 7 maggio 2016

Baj per Pinelli. Quel quadro che Milano non può vedere (Rinaldo Gianola)

In campagna elettorale se ne sentono di tutti i colori. A Milano tra i candidati sindaci c’è chi vuole riaprire i Navigli, chi punta a far viaggiare i cittadini gratis sui mezzi pubblici, chi promette il reddito minimo garantito e chi assicura il blocco della cementificazione proprio mentre in città spuntano grattacieli e complessi residenziali. Gli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa non hanno grandi richieste, vorrebbero solo che si trovasse uno spazio per esporre un’opera d’arte.
Un gesto semplice, ma che ha un valore importante per la memoria dei milanesi. I funerali dell’anarchico Pinelli è, infatti, il quadro che non si può vedere. È una creazione di Enrico Baj che non trova pace, non ha un luogo dove restare e mostrarsi, viene mantenuta lontano dagli sguardi dei cittadini, a volte compare per un breve periodo e poi ripiomba nel buio. Una storia che pare non avere fine, così come tutte le vicende che iniziano con la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, ma che potrebbe anche arrivare a una conclusione con un po’ di buon senso e di volontà: una città capace di ospitare venti milioni di visitatori dell’Expo può anche trovare un luogo pubblico per ospitare un’opera d’arte dedicata a un ferroviere anarchico morto quarantasette anni fa.
«Abbiamo raccolto migliaia di firme, abbiamo ricevuto sostegno da parte di molti, non vogliamo polemizzare con nessuno, semplicemente chiediamo un luogo dove esporre quest’opera che ha un importante valore artistico, anche sentimentale, e richiama grande interesse», spiega Mauro De Cortes, anarchico del vecchio circolo milanese. La questione è complessa, anche se l’esposizione di un quadro sembra una cosa abbastanza semplice nell’epoca dell’aspirazione alla memoria condivisa. Il prefetto Alessandro Marangoni, appena arrivato in città, promette di recuperare «il rapporto con la famiglia Pinelli», ha avuto un contatto con la signora Licia Rognini Pinelli, ma non si capisce dove vuole o può arrivare: ricordare il ferroviere con una lapide dentro le mura della Questura dove è morto, svelare un’altra verità dopo quella ufficiale del malore con «alterazione del centro di equilibrio» senza «perdita del tono muscolare» e con «movimenti attivi e scoordinati»?
Intanto Milano attende anche la versione del libro postumo di Antonino Allegra, ex capo dell’Ufficio Politico della Questura al tempo della strage, che in vita non ha mai pronunciato una parola su quei giorni tremendi perché, diceva, «sono un funzionario dello Stato e devo mantenere il segreto». Qui però non si tratta di riscrivere la storia, ma di dare visibilità a un quadro di grande significato, rispettando l’idea dell’autore.
Dario Fo, che scrisse e portò in scena Morte accidentale di un anarchico già nel 1970 raccogliendo carrettate di denunce e polemiche, ha un ricordo affettuoso di Baj: «L’essere vivo, vitale era il più evidente dei suoi pregi, l’intensità dell’essere, lo sghignazzo provocatorio, il riso pulito e commosso, l’ironia sarcastica, la determinatezza dell’impegno».
L’opera ha bisogno di spazio. Si tratta, infatti, di una composizione modulare, formata da 12 pannelli smontabili, con una dimensione di tre metri per dodici. Le figure sono ritagliate su sagome di legno e assemblate con la tecnica del collage, tipica dell’artista milanese. Il centro della scena è occupata dall’urlo della morte del ferroviere, a sinistra assistono alla tragedia undici anarchici e le due figlie Claudia e Silvia Pinelli. La moglie Licia è in un angolo, a destra, in ginocchio, sconvolta dal dolore. Davanti a lei sette poliziotti, con le medaglie sul petto e rotelle al posto degli occhi. Il riferimento più diretto dell’opera è a Guernica di Picasso, il secondo è un omaggio al futurismo di Carrà de I funerali dell’anarchico Galli (1911). Baj aveva racchiuso nel suo lavoro il dolore, la paura, la tensione di quegli anni, la commozione dei funerali di Pino Pinelli, caduto da una finestra della Questura in via Fatebenefratelli dov’era trattenuto illegalmente.
Passarono molti anni prima che emergesse almeno una verità: Pinelli non c’entrava niente con la bomba, gli anarchici erano estranei all’attentato. I funerali del ferroviere al cimitero di Musocco del 20 dicembre 1969, a cui si ispira Baj, restano una pagina dolorosa nella memoria della città. Gli anarchici, i militanti che sentivano forte la minaccia di un nuovo terrorismo si strinsero attorno a Licia Pinelli e alle figlie.
Nel libro Una storia quasi soltanto mia, scritto con Piero Scaranucci, la signora Pinelli ricorda: «Sgridavo mia mamma perché aveva cominciato a piangere. Lo sforzo di non lasciar trapelare i sentimenti. Per non dargli la soddisfazione. È tanto più facile dimostrare i sentimenti. C’era tantissima gente se pensi alla paura di quei giorni, al linciaggio. Io mi ricordo di me stessa davanti alla fossa. Ho consegnato la bandiera nera da mettere sulla bara, ma ricordo soprattutto questa atmosfera pervasa di tragedia che aveva preso tutti».
Alcuni giornalisti – Camilla Cederna, Marco Nozza, Giampaolo Pansa – compresero e raccontarono subito quell’ombra nera, di violenza e intrighi, che avvolgeva il Paese. Franco Fortini, presente ai funerali con Vittorio Sereni e Giovanni Raboni, scrisse parole dolorose: «Il gelo del cimitero, la pietà dei canti stonati, delle bandiere sulla fossa ingiusta, la sera di noi gravati dal senso di un capitolo di storia che si chiude, di un triste futuro di persecuzione e di silenzi».
Il battesimo dell’opera di Baj era previsto il 17 maggio 1972 a Palazzo Reale. La presentazione fu annullata perché al mattino dello stesso giorno in via Cherubini a Milano era stato assassinato il commissario Luigi Calabresi, che aveva partecipato alle prime indagini sulla strage di piazza Fontana. Per quell’omicidio molti anni dopo furono condannati tre ex militanti di Lotta Continua.
L’opera di Baj finì nel dimenticatoio, nessuno ne parlò più in Italia mentre, negli anni successivi, raccolse interesse e attenzione all’estero: Rotterdam, Stoccolma, Dusseldorf, Ginevra, Miami, Locarno. Nel 2003 fece un’apparizione all’Accademia di Brera. Baj, nel frattempo, aveva regalato l’installazione a Licia Pinelli, che però non poteva custodirla nel suo piccolo appartamento. I funerali dell’anarchico Pinelli finirono così alla Fondazione Marconi. Dopo ben quarant’anni, nell’estate del 2012, il Comune di Milano decise di mostrare l’opera di Baj alla città, nella sala delle Cariatidi a Palazzo Reale. Il sindaco Giuliano Pisapia, il quale promosse l’iniziativa con l’ex assessore alla Cultura Stefano Boeri, commentò che «l’arte, quella vera, non minaccia nessuno: quello di Baj fu anzitutto l’omaggio al dolore di Licia, Claudia, Silvia, allo sgomento degli anarchici milanesi, del tutto alieni a ogni idea di violenza, ad ogni sopruso, ad ogni negazione della libertà dell’uomo». Passata l’estate del 2012, però, l’installazione di Baj è stata smontata ed è tornata nel magazzino della fondazione.
Giorgio Marconi, 86 anni, gallerista e collezionista, è il proprietario de I funerali dell’anarchico Pinelli e si sta battendo perché si trovi uno spazio pubblico adeguato. «Sono sempre disposto a donare l’opera alla città», racconta, «perché non ha solo un importante valore artistico, rappresenta una pagina della storia di Milano. Voglio donarla a condizione che sia esposta in uno spazio fruibile a tutti. Ci sono molte aree vuote, saloni, musei che potrebbero essere utilizzati, mi hanno anche convocato all’assessorato alla Cultura assicurandomi che avrebbero trovato una soluzione, ma non viene mai presa una decisione». Aggiunge Marconi, erede del più famoso corniciaio di Milano: «Ho visto nascere l’opera, Baj ci teneva tanto e aveva addirittura affittato un appartamento solo per crearla. Tagliava, dipingeva i pezzi di legno e poi li assemblava con il suo stile. Mi chiese di comprare l’installazione e il ricavato venne donato alle figlie di Pinelli. Ho ricevuto offerte dalla Germania e dalla Francia, ma non ho mai voluto venderla perché deve restare a Milano».
Adesso ripartirà la raccolta di firme, la mobilitazione, la richiesta di uno spazio in città, che si potrebbe trovare considerato il numero e la vivacità di musei, gallerie, fondazioni. Il circolo Ponte della Ghisolfa vuole proiettare l’immagine dell’opera di Baj sulla facciata di Palazzo Marino per ricordare a tutti la vicenda del quadro invisibile. Forse la campagna di confronto politico per l’elezione del sindaco potrebbe consentire di scegliere il destino di quest’opera senza pregiudizi e polemiche. Ma è meglio non alimentare speranze, ci sarà ancora da aspettare, cosa non facile quando si parla di piazza Fontana, della lunga serie di lutti e tragedie che parte da quei lontani giorni di dicembre.
Qualche anno fa fu rubata la seconda lapide che gli anarchici avevano collocato a ricordo di Pinelli nei giardini di fronte alla sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, dove esplose la bomba. L’hanno sostituita con la prima, ancora più vecchia, che ormai non resiste più all’usura del tempo. Così ne hanno ordinata un’altra. Tra pochi giorni da Carrara, terra di marmi e di libertari dove riposa Pino Pinelli, ne arriverà una nuova di zecca. Verrà posata in piazza Fontana per durare altri decenni.

PROFILO DI ENRICO BAJ
Nel luglio 2003, all’indomani della morte di Enrico Baj, Christopher Maters notò sul “Guardian” che i quadri e i collage figurativi dell’artista milanese «non sono immediatamente evocativi come i monocromi di Yves Klein o le tele tagliate di Lucio Fontana... ma le sue immagini vivide, spesso angosciose, hanno rappresentato una sfida costante alle ortodossie artistiche e politiche». Ne sono esempi i Generali fatti di bottoni o i Meccani ispirati all’Ubu re di Alfred Jarry o ancora, sulla scia della Guernica di Picasso, oltre ai Funerali dell’anarchico Pinelli, la grottesca Nixon Parade (1974). E Baj fu anche autore di libri, che portano (ovviamente) titoli provocatori. Come Automitobiografia o (con Paul Virilio) Discorso sull’orrore dell’arte.


Pagina 99 we, 5 marzo 2016

Nodo verghiano (Alberto Asor Rosa)

È ormai quasi un luogo comune dire di Giovanni Verga che è un autore particolarmente "reattivo" nelle operazioni della critica, e destinato a segnare i passaggi e i mutamenti dei vari metodi di volta in volta dominanti, ostentando una capacità di trasformazione in taluni casi addirittura radicale della sua immagine. È vero però che nella struttura della sua opera c'è qualcosa di difficilmente incasellabile: un elemento di eterodossia creativa e di genio antiscolastico, che spesso conduce, da premesse teoriche in apparenza chiare (ma spesso solo in apparenza), a esiti davvero imprevedibili.
Queste infrazioni della norma, che costellano il percorso tutt'altro che lineare della sua carriera di scrittore, fondano poi la ricerca anche di ciascuno dei suoi romanzi e delle sue novelle maggiori. In breve, si potrebbe sintetizzare la questione osservando che, se la stagione naturalistico-veristica può aver prodotto in Europa opere più importanti dei Malavoglia (ma l'affermazione sarebbe da dimostrare), certamente non ne ha prodotto una che le assomigli.
Questa "unicità" dell'esperienza verghiana nei suoi momenti più alti deve pur avere delle ragioni: solo che, come la ricerca critica degli ultimi settant' anni dimostra, sono difficili da trovare; e nel tentativo di trovarle, più o meno ingegnosamente, buona parte di questa ricerca consiste. Una nuova tappa di questo percorso è individuata, segnalata e discussa da Vitilio Masiello in Il punto su Verga (Laterza). L'autore vi presenta una scelta, utilissima, di dichiarazioni di poetica, talvolta poco note o poco reperibili, dello stesso Verga, e un'antologia degli interpreti verghiani dell' ultimo decennio. Ma soprattutto vi premette un' introduzione densissima, in cui non si limita a descrivere e discutere le posizioni degli altri critici, ma espone, attraverso un serrato confronto, le sue riflessioni più recenti, utilizzando al tempo stesso l'occasione (se non erro) per sottoporre a revisione e approfondimento le sue stesse posizioni metodologiche.
È difficile riesporre con chiarezza e sinteticamente la "linea" complessa del discorso di Masiello. Direi che i rilievi più interessanti sono due. Masiello mette bene in luce come, a partire dal dibattito apertosi all'interno del "marxismo critico" nel corso degli anni 60, sia venuto sempre più imponendosi un Verga deideologizzato e "letterario", su cui gli strumenti della nuova critica formale, psicanalitica e antropologica, hanno fatto alcune delle loro prove migliori. Potremmo a nostra volta osservare che, in tal modo, alcune delle questioni che erano state dibattute in precedenza con passione polemica anche eccezionale - come il problema dei rapporti tra "ideologia" e "letteratura" - hanno perso quasi senso, mentre ha assunto rilievo preminente il problema di mettere in luce le "logiche interne" di costruzione (peculiarissime, appunto, come dicevamo) del "raccontare" verghiano. Queste procedure hanno conquistato anche autori che, nel dibattito precedente, si erano segnalati per il forte rilievo delle posizioni ideologico-letterarie sostenute (vedi ad esempio Romano Luperini). Ma, da questo punto di vista, si veda anche con quanta misura nuove tecniche e osservazione testuale si combinino nei brani qui raccolti di autori come Pirodda, Baldi e Guido Guglielmi.
Per quanto riguarda poi il curatore del volume, a me pare che Masiello, riprendendo alcuni dei punti d'arrivo migliori della critica precedente, e al tempo stesso assecondando con persuasione il movimento complessivo della critica fin qui descritto, si sforza, in una specie di paziente faccia a faccia, di ricondurre anche le letture più spregiudicatamente innovative dentro un alveo di "storicità contestuale". Ribadito con forza quel che sembra ormai un topos irrinunciabile di ogni critica verghiana - e cioè che "l'assenza di ogni ideologia progressista e la concezione duramente materialistica, disperatamente pessimistica della realtà costituiscono le condizioni attive e le ragioni della grandezza dell'arte verghiana" - Masiello pone il problema teorico-critico di capire quali siano le forme concrete (anche interne al testo, beninteso), in cui il meccanismo descritto e le "condizioni" sopra accennate entrano, per così dire, "in movimento": al di fuori di ogni astrattezza e di ogni settarismo metodico. È un quesito che una critica letteraria dal forte impianto "storico" non smette, legittimamente, di porre alle esperienze più intelligenti ed avanzate della critica cosiddetta formale.


“la Repubblica”, 7 marzo 1986  

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