18.4.19

Politica e teatro (Karl Kraus)



La politica è effetto di scena.
Quando Shakespeare traversava il palcoscenico, per qualsiasi pubblico il rumore delle armi copriva i pensieri. La grandezza di Bismarck, che sapeva dar forma creativamente al materiale politico — e perché mai, per un artista, anche l’esperienza più terrestre non dovrebbe svilupparsi e diventare creazione? —, si misura col metro dell’azione teatrale, sull’effetto delle entrate e delle uscite. E se noi Tedeschi temiamo Dio e null’altro al mondo, perfino lui non lo riveriamo certo per la sua personalità ma per il rumore dei suoi tuoni.
Politica e teatro: il ritmo è tutto, niente il significato.

Detti e contradetti, Adelphi, 1972

Una splendida dama. Elsa De Giorgi interpreta Desdemona

Otello con Desdemona addormentata, Christian Köhler, 1859

La mia Desdemona non era una vittima predestinata dalla propria mitezza a un despota barbaro e geloso, ma una splendida dama del Rinascimento veneto, seni al vento tra i broccati che scambiava arguti madrigali con Cassio nel linguaggio estetico di una comune cultura la quale poteva ben giustificare la gelosia del fazzoletto e la sordida trama ordita da Jago. D’altronde il contrasto tra la visione luminosa della Rinascenza veneta e quella abbuiata di razze umiliate, Shakespeare l'ha ribadita con Porzia, nella crudeltà del castigo cristiano ritorto contro Shylock nel Mercante di Venezia. Otello come Shylock sono le vere vittime delle due opere.

Da Elsa De Giorgi, Ho visto partire il tuo treno, Universale Feltrinelli, 2017 (I ed. 1992)

A Nina che ha paura. Una poesia di Fabio Pusterla (Mendrisio 1957)



Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciacquío
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.



da Pietra sangue, Marcos y Marcos, 1999

16.4.19

Intervista a Joan Baez: «Addio alle scene, non controllo più la voce» (Andrea Laffranchi)



Abituiamoci all’idea di non avere più le star della musica al nostro fianco. Che sia per cause naturali, per morti violente o per scelte consapevoli, i miti che hanno costruito la storia del rock stanno lasciando un vuoto. Solo Jagger e gli Stones sembrano eterni. Il 2016 è stato l’anno delle morti, da Bowie a Prince, da George Michael a Leonard Cohen. Quello appena iniziato si annuncia come l’anno degli addii. Prima che sia troppo tardi. Prima che sia il corpo a dire basta.
In questi mesi hanno annunciato il loro ritiro dalle scene Paul Simon, Elton John, Ozzy Osbourne e Neil Diamond. Basta concerti. Nella lista c’è anche Joan Baez, 77 anni, l’usignolo folk, amante e musa di Dylan, uno dei simboli della canzone di protesta degli anni Sessanta. Che pubblica venerdì il nuovo album Whistle Down the Wind, raccolta di cover e brani inediti, e che ha annunciato un tour di addio di passaggio in Italia la prossima estate (5 agosto Verona, 6 Roma, 8 Udine e 9 Bra)

Ci dobbiamo abituare a perdervi?
«Non possiamo cantare fino alla morte (ride). Per me è una questione di corde vocali: sono diventate più difficili da governare e questo rende il canto faticoso. Ci vuole più allenamento prima e sul palco devo prestare più attenzione. Quando ho iniziato non dovevo fare nulla di tutto questo».

Questo album riflette la scelta?
«In queste canzoni guardo alla mia età, a quello che mi sta attorno, al passato e a quello che faccio ora come donna. Voglio dipingere e smetterla con questi tour che ti portano in giro per 6 settimane su un bus. Non ho più 45 anni, non sono più obbligata a farlo».

Visto che il disco precedente è di 10 anni fa è un addio anche all’attività discografica?
«Credo che sarà il mio ultimo disco ufficiale, anche se magari troverò ispirazione per altro».

Ritiro totale quindi?
«Magari mi vedrete per 25 minuti a un festival folk se mai sentirò l’esigenza di sostenere una causa politica. E mi sembra che in questo momento ce ne sia bisogno, non solo in America».

Nella cover di Last Leaf di Tom Waits si paragona all’ultima foglia...
«Alla mia età sto diventando una delle ultime foglie sull’albero, come Elton John o Neil Diamond… E diamo il mio benvenuto ai nuovi. Ma è da leggere in chiave ironica».

Another World, cover di Anohni, la vede alla ricerca di un mondo diverso…
«Non sono ottimista su come vanno le cose nel mondo. Sono realistica».

Era più ottimista negli anni 60, quando sembrava che si potesse cambiare il mondo con una canzone?
«Grazie a We Shall Overcome (canzone di Pete Seeger, inno del movimento per i diritti civili ndr) qualcosa abbiamo ottenuto. Però non ho mai avuto l’illusione che quella canzone potesse portare la pace nel mondo».

Nella musica di oggi l’impegno è evaporato...
«Il decennio che ha prodotto me, Dylan, Joni Mitchell e Jimi Hendrix e che è proseguito con Beatles e Rolling Stones, ha visto talenti che non si possono paragonare a quelli di oggi. Non si può pensare di replicare. Ci sono molte belle canzoni ma non una come Blowin’ in the Wind di Dylan. Fino a che nessuno la scriverà ci sarà un buco da riempire».

Trump non sveglia le coscienze dei musicisti?
«Non mi sarei mai immaginata uno scenario così folle e ogni giorno ci chiediamo quale sarà la prossima terribile idea che verrà fuori da questo governo. Se anche morisse oggi avremmo gli stessi problemi ma non uno così schifoso come presidente».

Torniamo all’album dei ricordi. Il primo concerto?
«A 15 anni, alla festa del liceo. A un certo punto mi hanno passato una chitarra così grande che mi arrivava alle ginocchia e non avevo idea di come regolarla per poterla suonare più comodamente. Ho ancora la foto. La prima volta in maniera professionale direi invece il Festival di Newport del 1959».

Quello in cui venne soprannominata la Madonna scalza… Si sta preparando all’ultimo concerto, al momento in cui si spegneranno le luci?
«Non la vivo in maniera così drammatica. Sarà certamente un momento importante per me. E anche per i musicisti e per tutto lo staff. Immagino che ci sarà dello champagne per festeggiare. E poi andrò avanti. Credo che in un secondo momento arriverà la nostalgia, ma adesso penso proprio che sia la scelta giusta».

Champagne e lacrime?
«Penso proprio di sì».

Corriere della sera, 26 febbraio 2018

15.4.19

Disuguaglianza ferroviaria (Dario Di Vico)



Luogo di lavoro e di residenza coincidono sempre meno e aumenta così la massa di coloro che ogni mattina si alzano alle prime luci dell’alba, prendono il treno e fanno ritorno a casa a sera. La tecnologia straripante ha scomposto il ciclo produttivo tradizionale in mille segmenti, e fatto aumentare i flussi giornalieri di persone e merci in movimento. In Lombardia dal 2009 ad oggi, secondo i dati di Legambiente, i viaggiatori su rotaia sono aumentati del 31,5% grazie a cospicui investimenti in nuove vetture, servizi e infrastruttura di rete. La qualità del trasporto però non sembra averne risentito favorevolmente visto che sempre in Lombardia ci sono 25 comitati dei pendolari che ogni giorno segnalano, pressoché inascoltati, ritardi e disservizi il cui leit motiv è l’equiparazione uomini=bestiame. Per certi versi lo straordinario successo dell’Alta velocità — che sta contribuendo anch’essa a cambiare rapidamente la geografia del lavoro — ha accentuato la marginalità dei pendolari dei treni regionali, ha fatto crescere in loro una sorta di sentimento di disuguaglianza ferroviaria.

Corriere della sera, 26 gennaio 2018

La poesia del lunedì. Tagore (Calcutta 1861-1941)



Nel fosco sentiero d'un sogno
andai a trovare l’amore che fu mio
in una vita precedente.

La sua casa era in fondo a una via
desolata. Nella brezza della sera
il suo pavone favorito sonnecchiava
sul trespolo, e i colombi
erano tranquilli in un angolo.

Lei depose la sua lampada presso la porta
e rimase in piedi davanti a me.
Levò i suoi grandi occhi sul mio viso
e chiese mutamente: « Come stai, amico mio? ».
Tentai di rispondere, ma il nostro linguaggio
era andato perduto e dimenticato.

Pensavo e pensavo; i nostri nomi
non mi venivano in mente.
Lacrime brillarono nei suoi occhi.
Mi tese la sua destra.
La presi e rimasi in silenzio.

La lampada oscillò nella brezza
della sera, e si spense.

in Poesie. Gitanjali - Il Giardiniere, Newton Compton 1992 - Traduzione Girolamo Mancuso

Malattia e superstizione. Il colera del 1867 e “la stravolta fantasia del popolo” (Edmondo De Amicis)

Edmondo De Amicis

Sullo scorcio del mille ottocento sessantasei si sperava m Italia che il colera, da cui molte province erano state invase in quell’anno, non sarebbe ritornato nell'anno successivo. Ritornò invece, come tutti sanno, e più fiero c più ostinato di prima, e fra tutte le provincie italiane quella che ne patì più gravi danni fu la Sicilia, della quale scriverò quasi esclusivamente, per riuscire più ordinato e più breve.
Nei mesi di gennaio e febbraio del sessantasette il colèra mietè qualche vittima nelle vicinanze di Girgenti, e specialmente in Porto Empedocle; donde, nel mese di marzo, si sparse per tutta la provincia, e da questa, nell’aprile, in quella di Caltanisetta, e crebbe poi fierissimamente in entrambe durante il mese di maggio, favorito dai calori estivi che si fecero sentire un mese prima a cagione della lunga siccità. Nè scemò punto nel giugno, eccetto che nella città di Caltanisetta, in cui decrebbe rapidamente; chè anzi, nei primi giorni di quell’istesso mese, invase la provincia di Trapani, quella di Catania, quella di Siracusa, e sul cominciar di luglio Palermo, e sul cominciar d’agosto Messina. Intanto si era propagato per quasi tutte le altre provincie d’Italia, e particolarmente in quelle del mezzogiorno, e più che in ogni altra in quella di Reggio, dove menò la sua ultima e più spaventevole strage sul cadere dell’anno.
Fin dai primi indizi che si manifestarono nelle provincie di Girgenti e di Caltanisetta, il generale Medici, comandante della divisione di Palermo, quasi antivedendo il terribile corso dell’epidemia, rimise in vigore tutte le cautele igieniche prescritte dal Ministero della guerra nel sessantacinque; divise i corpi in un numero maggiore di distaccamenti perché nessuna città e nessun villaggio ne rimanessero privi; ordinò che dappertutto si aprissero ospedali militari pei colerosi, infermerie pei sospetti e case di convalescenza nei punti più appartati e salubri; istituì in ogni presìdio una commissione di sorveglianza sanitaria; prescrisse nettezza rigorosa e accurate e frequenti disinfezioni in tutte le caserme; sospese ogni movimento di truppa dai luoghi infetti agli immuni; impose ad ogni corpo e ad ogni distaccamento di prestarsi prontamente e largamente a qualunque richiesta delle autorità civili per il servizio dei cordoni sanitari e per sussidiare le guardie nazionali nella tutela della pubblica sicurezza; ingiunse che si cercassero e si preparassero nelle vicinanze delle città principali i luoghi più adatti ad accamparvi le truppe nel caso che se ne fosse presentata la necessità; migliorò il vitto dei soldati con distribuzioni quotidiane di vino e di caffè; infine esortò gli ufficiali a preparare gli animi dei soldati a quella vita di sacrifizi, di perìcoli e di stenti che ciascuno in cuor suo già presentiva ed aspettava coll’animo rassegnato e fortificato dall’esperienza dell’anno precedente. Altrettali provvedimenti prendevano nello stesso tempo la più parte dei comandanti divisionali dell’altre provincie italiane, e dappertutto si allestivano ospedali, si disinfettavano caserme, ed era un affaccendarsi continuo di medici e d’ufficiali, un continuo dare e ricever ordini, un insolito rimescolìo d’uomini e di cose come all’aprirsi d’una guerra; in una parola, quella viva agitazione degli animi che suol precedere i grandi avvenimenti, e che ognuno esprime così bene a sè stesso colle parole: — Ci siamo!
Ma per quanto fossero disposti a fare pel bene del paese l’esercito e i cittadini animosi ed onesti, tre grandi forze nemiche dovevano rendere per molta parte e per lungo tempo inefficace l’opera loro; la superstizione, la paura, la miseria, assidue compagne della morìa presso tutti i popoli e in tutti i tempi.
Nel maggior numero dei paesi, e particolarmente nei più piccoli, i sindaci e molti altri pubblici officiali abbandonavano il proprio posto al primo apparir del colèra, e da qualche paese disertavano tutti ad un tempo colle famiglie e gli averi. I ricchi, gli agiati, tutti coloro che avrebbero potuto soccorrere più efficacemente le plebi, fuggivano dalla città e si rifugiavano nelle ville. In pochi giorni tutte le case della campagna erano ingombre di cittadini fuggiaschi, e non solo di ricchi, ma di chiunque possedesse tanto da poter vivere qualche giorno senza lavorare, e prendere a pigione, anche a costo di gravissimi sacrifici, un abituro, una capanna, un qualunque bugigattolo, pur che fosse lontano dalla città e appartato, quanto era possibile, da ogni abitazione.
Abbandonata a se stessa e impaurita dall’altrui paura e dalla solitudine in cui veniva lasciata, la povera gente fuggiva anch’essa ed errava a frotte per la campagna, traendo miseramente la vita fra i languori dela fame. Il generale terrore veniva accresciuto dal ricordo delle grandi sventure patite negli anni andati; se ne predicevano, come sempre accade, delle peggiori; si reputavano già tali fin dal loro cominciamento; in ciascuna provincia si esageravano favolosamente le stragi delle altre; in campagna si narravano orrori della morìa delle città; in città altrettanto della campagna.
Come si trovasse ridotta la popolazione che rimaneva ne’paesi è facile immaginarlo. Tranne poche città, essendo dappertutto abbandonate o disordinate le amministrazioni comunali, si trascuravano i provvedimenti igienici di più imperiosa necessità. Talora le popolazioni, reputando fermamente che quei provvedimenti fossero inutili, ricusavano di prestarvi l’opera propria, senza la quale essi riuscivano inefficaci, per quanto fosse il buon volere delle Autorità e lo zelo dei pochi cittadini che pensavano ed operavano dirittamente. S’aggiunga che molti paesi erano rimasti senza medici, senza farmacisti, e tutti poi, anche i più grandi, erano desolati dalla miseria che la carestìa dell’anno precedente aveva prodotto, e lo scarso ricolto di quell’anno, e l’enorme mortalità avvenuta negli armenti, accresciuto. Falliti gran parte dei negozianti; interrotta la costruzione delle strade ferrate; lasciate a mezzo molte opere pubbliche provinciali e comunali; molti opifici chiusi; gli operai senza lavoro; serrate dapprima le botteghe di oggetti di lusso, da ultimo moltissime delle più necessarie; le officine abbandonate; centinaia di famiglie ridotte a non vivere d’altro che d’erbe e di fichi d’India; in ogni parte la fame, lo scoraggiamento e lo squallore.
Per colmo di sventura si propagava ogni dì più e metteva radici profonde nel popolo l’antica superstizione che il colèra fosse effetto di veleni sparsi per ordine del governo, che il volgo di gran parte dei paesi del mezzogiorno , per uso contratto sotto l’oppressione del governo cessato, tiene in conto d’un nemico continuamente e nascostamente inteso a fargli danno per necessità di sua conservazione. In Sicilia, questa superstizione era avvalorata dal convincimento che il governo si volesse vendicare della ribellione del settembre, e però una gran parte dei provvedimenti sanitari presi dalle Autorità governative incontravano nella plebe un’opposizione accanita, ogni atto aveva il colore d’un attentato , in ogni ordine si sospettava una mira scellerata, da ogni menomo indizio si traeva argomento a conferma del veneficio, in ogni nonnulla se ne vedeva una prova. Gli ospedali, le disinfezioni, le visite dei pubblici officiali, tutto era oggetto di diffidenza, di paura, di abborrimento. I poveri non si risolvevano a lasciarsi trasportare negli spedali che nei momenti estremi, quando ogni cura riusciva inefficace. Morivano la più parte, e per ciò appunto si credeva più fermamente dal volgo che le medicine fossero veleni, e i medici assassini. Preferivano morire abbandonati, senza soccorsi, senza conforti. Non credevano al contagio, e però abitavano insieme alla rinfusa sani ed infermi, famiglie numerose in angusti e immondi abituri, terribili focolari di pestilenza. Occultavano i cadaveri per non esser posti in isolamento, o perché ripugnavano dal vederli seppelliti nei campisanti, invece che nelle chiese, come è uso in molti di quei paesi; o per la stolta opinione che sovente gli attaccati dal colèra paiano, ma non siano morti davvero, e rinvengano dopo qualche tempo. Si poneva ogni cura a deludere le ricerche delle Autorità. Spesso si resisteva colla forza agli agenti pubblici che venivano per trarre dalle case i cadaveri corrotti; si gettavano questi cadaveri nei pozzi, si sotterravano segretamente nell’ interno delle case. In alcuni paesi, per trascuranza delle Autorità o per difetto di gente che si volesse prestare al pietoso ufficio, i cadaveri, comunque non contesi dai parenti, si lasciavano più giorni abbandonati nelle case, o venivano gettati e lasciati scoperti nei cimiteri, o si ricoprivano di poche palate di terra, così che intorno intorno ne riusciva ammorbata 1’aria, e non si trovava più chi volesse avvicinarsi a que’ luoghi, e bisognava scegliere altri terreni alle sepolture.
I pregiudizi volgari venivano segretamente fomentati dai borbonici e dai clericali. Eran sospetti di veneficio tutti gli agenti della forza pubblica, i carabinieri, i soldati, i percettori delle dogane, gli officiali governativi. In alcuni paesi della Sicilia era sospetto di avvelenamento qualunque italiano del continente; in qualche luogo tutti indistintamente gli stranieri erano sospetti. Si spargevano e si affiggevano per le vie proclami sediziosi, eccitanti alla vendetta ed al sangue. Tratto tratto le popolazioni armate di falci, di picche, di fucili, si assembravano, percorrevano tumultuosamente le vie dei paesi cercando a morte gli avvelenatori; minacciavano o assalivano le caserme dei carabinieri e dei soldati; irrompevano nelle case dei medici, e le mettevano a sacco; si gettavano nelle farmacie e vi distruggevano e disperdevano ogni cosa; invadevano l’ufficio del comune, laceravano la bandiera nazionale, abbruciavano i registri e le carte; costringevano le guardie nazionali a batter con loro la campagna in traccia degli avvelenatori; andavano a cercarli nelle case; credevano d’averli rinvenuti, li costringevano coi pugnali alla gola a immaginare e confessare dei complici, li trucidavano, ne straziavano i cadaveri e li abbruciavano nelle vie e nelle piazze. Intere famiglie, accusate di veneficio, venivano improvvisamente aggredite di notte da turbe di popolani, e vecchi, donne, bambini cadevano sgozzati gli uni a piedi degli altri senza aver tempo di scolparsi o di supplicare; e si ardevano le case e se ne disperdevano lerovine. A Via Grande, a Belpasso, a Gangi, a Menfi. a Monreale, a Rossano, a Morano, a Frassineto, a Porcile, nel Potentino, nell’Avellinese, in cento altri luoghi, continui assembramenti e ribellioni e delitti orrendi di sangue.
Ogni giorno il popolo trovava una pietra, un cencio, un oggetto qualsiasi, che credeva intriso di veleno. Si recava in folla dal sindaco portando l’oggetto avvelenato, faceva venir medici e farmacisti a sperimentarlo, e voleva che i resultati dell’esperimento fossero com’ei riteneva che dovessero essere, o dava in minaccie e in violenze. In alcuni paesi la forsennatezza del volgo era giunta a tal segno, che gran parte dei cittadini, dal continuo pericolo di venir accusati come avvelenatori ed uccisi, s’eran trovati costretti a barricarsi in casa con qualche provvisione di cibo, vivendo così nascosti e rinchiusi come prigionieri. Ciò destava più forti i sospetti, si assalivan le case, ne seguiva una lotta. Nei luoghi e ne’ giorni in cui per la mitezza del morbo il volgo era meno brutalmente feroce, gli accusati di veneficio eran soltanto vituperati e percossi, e poi trascinati, lordi di sangue, al cospetto del sindaco. Alle volte i funzionari municipali, impauriti dall’esasperazione della folla, non ardivano tentar di distorla dai suoi propositi di sangue ed esortarla a risparmiare quegli infelici, e rispondevano, come fecero nel villaggio di San Nicola, che «se ne facesse ciò che pareva più opportuno.» E la risposta non era ancor detta intera, che quegli sventurati giacevano a terra immersi nel sangue, e non serbavano più traccia di sembianza umana. I municipi, dove se ne eccettuino quei delle città principali, minacciati com’erano e violentati ogni giorno, avevan perduto ogni autorità, e riuscivano impotenti a mettere in atto i provvedimenti più rigorosamente necessari alla pubblica sanità; chè anzi erano costretti a prevenire e compiere ogni desiderio o volere della plebe a fine di evitare più deplorabili danni. Dapprima il popolo imponeva che non si lasciasse entrare in paese anima viva, e il municipio stabiliva un rigoroso cordone attorno al paese, e ogni commercio cessava; ma appena si cominciavano a risentire i danni di questa cessazione di commercio, il popolo voleva che il cordone fosse tolto; rincrudiva il morbo e un’ altra volta si doveva porre il cordone. E lo stesso accadeva per tutti gli altri provvedimenti, ora voluti, ora disvoluti, secondo che la morìa cresceva o decresceva, secondo che la stravolta fantasia del volgo, per il vario manifestarsi di qualche indizio supposto, li reputava salutari o funesti.
Insomma ogni cosa era sossopra; in ogni luogo un desolante spettacolo di miseria e di spavento; le campagne corse da turbe d’accattoni e sparse d’infermi abbandonati e di cadaveri; i villaggi mezzo spopolati; nelle città cessata ogni frequenza di popolo, deserto ogni luogo di ritrovo pubblico, spento in ogni parte lo strepito allegro della vita operaia, le strade quasi deserte, le porte e le finestre in lunghissimi tratti sbarrate, 1’aria impregnata del puzzo nauseabondo delle materie disinfettanti di cui le strade erano sparse; da per tutto un silenzio cupo, o un interrotto rammarichìo di poveri e d’infermi, o guai di moribondi o grida di popolo sedizioso. A tale si trovaron ridotte le popolazioni di molte provincie della Sicilia e del basso Napoletano, e fors’anco il quadro ch’io n’ho fatto non ritrae ch'assai pallidamente i terribili colori della verità.

da La vita militare, Fratelli Treves, Milano 1888

Cosmopolitismo borghese e internazionalismo proletario (Lelio Basso 1949)

Lelio Basso nel 1952

Noi assistiamo a questo punto al passaggio improvviso di quelle borghesie occidentali dal vecchio esasperato nazionalismo, ad un’ondata di cosmopolitismo. Ma cosí come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, cosí il nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale. L’internazionalismo proletario non rinnega il sentimento nazionale, non rinnega la storia, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni di vivere pacificamente insieme. Il cosmopolitismo di oggi che le borghesie, nostrana e dell’Europa, affettano è tutt’altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera.

Dall'intervento alla Camera dei Deputati del 13 luglio 1949, nel corso della discussione del disegno di legge per la ratifica dello Statuto del Consiglio d’Europa. Lelio Basso, all'epoca, era segretario del Partito Socialista Italiano.

La natura umana (Giacomo Leopardi)

Le meravigliose facoltà che acquistano i sordi, i ciechi ecc., o nati o divenuti, sono un'altra grande prova del quanto le nostre facoltà e quelle de' viventi derivino dalle circostanze e dall'assuefazione; e del quanto sia sviluppabile, modificabile, duttile, pieghevole, conformabile la natura umana.

Zibaldone, 27 agosto 1821

Il bene comune (Giacomo Leopardi)

Si è perduto in gran parte e si va sempre perdendo lo scopo della società, ch'è il bene comune, e ciò per la stessa ragione per cui se n'è perduto il mezzo, cioè la cospirazione degli individui al detto fine.

Zibaldone, 4 aprile 1821

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