14.11.18

Sogno per l'inverno. Una poesia di Arthur Rimbaud (1854 - 1891)

Arthur Rimbaud a 17 anni (1871)

D'inverno ce ne andremo su un vagoncino rosa
con dei cuscini blu.
Staremo bene. Un nido di baci folli
in ogni angolo morbido riposa.

Chiuderai gli occhi, per non veder, nel gelo,
raggrinzirsi le ombre della sera,
mostruosità ringhiose, una plebaglia
di demoni neri e lupi neri.

Poi sentirai nella gota come un graffio...
un piccolo bacio, come un ragno impazzito,
ti correrà sul collo …

Inclinando la testa mi dirai “cerca!”,
ci metteremo tempo per trovare la bestia
che viaggia molto...
In treno, 7 ottobre 1870

Rêve pour l'hiver
L'hiver, nous irons dans un petit wagon rose
Avec des coussins bleus.
Nous serons bien. Un nid de baisers fous repose
Dans chaque coin moelleux.

Tu fermeras l'œil, pour ne point voir, par la glace,
Grimacer les ombres des soirs,
Ces monstruosités hargneuses, populace
De démons noirs et de loups noirs.

Puis tu te sentiras la joue égratignée...
Un petit baiser, comme une folle araignée,
Te courra par le cou...

Et tu me diras: "Cherche!" en inclinant la tête,
Et nous prendrons du temps à trouver cette bête
Qui voyage beaucoup...
En wagon le 7 octobre 1870

dai primi versi (2ème cahier de Douai – in rete) - Traduzione Salvatore Lo Leggio

13.11.18

1911. Il primo film con gli operai della Fiat (Oddone Camerana)


Restaurata, ripulita, tirata a lucido come una gemma centenaria dimenticata nel fondo di un cassetto della storia, torna sugli schermi la prima testimonianza cinematografica sulla Fiat e una delle prime che presentano un’officina meccanica italiana. Dai dati a disposizione sul filmato Le officine della Fiat, titolo del documentario tornato oggi alla luce, non risultano le ragioni per cui sia stato prodotto da Luca Comerio. Ma è probabile che l’occasione sia stata la grande Esposizione internazionale del 1911 al parco torinese del Valentino, nella ricorrenza del primo mezzo secolo dell’unità d’Italia e dedicata alle industrie e al lavoro, ricorrenza che, come scrive Valerio Castronovo in Un secolo di storia italiana «non aveva solo consacrato il ruolo assunto dalla capitale subalpina nel campo della tecnica e della produzione. Quella manifestazione a cui era accorso un gran numero di visitatori anche dall’estero aveva affrancato la città da una patina di provincialismo e l'aveva accreditata come l’avamposto di una nuova Italia».
Siamo a Torino in corso Dante e come detto nel 1911. Datazione questa ricavata da un fotogramma del filmato in cui compare un uomo che tiene tra le mani una copia de “La Stampa” dalla cui prima pagina si è potuto risalire alla data di pubblicazione del quotidiano torinese. È l’anno della guerra di Libia per la quale la Fiat ottenne considerevoli commesse di autocarri militari. Anno in cui il cavaliere Giovanni Agnelli, non ancora del tutto sciolto da guai giudiziari, era tornato negli Usa dopo esserci stato la prima volta nel 1906, per studiare il successo della Ford model T, la prima utilitaria e le tecniche con cui questa veniva prodotta. Intanto la città di Torino, registrando 28 mila maestranze di cui tremila alla Fiat, 225 operai ogni mille abitanti, segnava un aumento della popolazione di diecimila unità all'anno e un numero di laureati al Politecnico che siperava quello dei laureati in Giurisprudenza. Contemporaneamente la Fiat aveva raggiunto le 2600 unità prodotte in un anno, la metà di quelle fabbricate in Italia e aveva aperto sedi commerciali in Germania, Russia, Austria, Ungheria, Polonia, Francia, Regno Unito e New York. In segreto i suoi progettisti stavano studiando e progettando la prima utilitaria italiana, la Tipo Zero.
È su questo terreno, dunque, che bisogna scendere per apprezzare il breve documentario di cui si parla. Undici minuti di girato suddivisi in sette capitoli preceduti da altrettanti cartelli tematici: operai al lavoro, montaggio cambi di velocità, montaggio motori, prova motori, montaggio chassis, prova vetture, mezzogiorno. Ci si è chiesti se il filmato racchiudesse un’intenzione propagandistica. A giudicare dalle immagini non si direbbe. Il marchio di fabbrica non compare, infatti, che in modo obbligato e solo sui radiatori delle vetture in fase di montaggio. Se qualcosa del non detto prevale, questo riguarda invece l'intenzione descrittiva e un sommesso orgoglio manifatturiero.
All’esterno delle officine poche auto, strade deserte, silenzio intuibile e non per l'evidente mancanza del sonoro, ima carrozzella, un passeggero e un cavallo, un tram aperto, un'edicola con pochi giornali. Tranquillità e misura. Identica atmosfera si respira all'interno dell'officina, ancorché i locali siano popolati di operai e tecnici al lavoro attorno ai pezzi, alle macchine, agli strumenti di lavoro, ai cassoni ingombri di materiali. Qualche ragazzo, nessuna donna, l’ambiente illuminato dalla luce artificiale diffusa da una selva di eleganti globi opacizzati che scendono dal soffitto nobilitandolo della loro presenza calda e cordiale. Gli operai indossano casacche di tessuto grezzo, molti hanno i baffi, non sembrano disturbati dal fatto di essere ripresi, lavorano, tirano focosamente di lima, uno in particolare desta attenzione per via di un fazzoletto legato al mento, segno di un probabile ma sopportato mal di denti. È siamo alla conclusione introdotta dal cartello: Mezzogiorno! annuncio che apre la sequenza dell’uscita per la pausa pranzo, pagina per altro antologica di per sé che segna l'inizio delle due ore di interruzione dal lavoro degli operai e dei funzionari, molti dei quali tornavano alle loro abitazioni. Tutti portano un copricapo nonostante la stagione mite. Così a giudicare dall’abbigliamento leggero. Berretti, lobbie, cappelli a larga tesa, panama, ma nessun basco.Qualcuno si scopre in segno di saluto rivolto a chi dietro la cinepresa sta riprendendo quella circostanza felice.
Si può dire che questo dell'uscita dalla fabbrica sia il momento in cui la fabbrica non c'è. Ma ciò non vuol dire che non si sente. Vista cento anni dopo, la ripresa in questione non nasconde, infatti, una riflessione inevitabile sulla città e il suo destino di essere «città pilota». Un destino che si paga col sentirsi il terreno di un'alternanza di successi e insuccessi, di aver dovuto rinunciare per tanti anni di essere città dei piaceri, come nelle parole di Vittorio Messori, città del cioccolato e della birra, sede della scienza triste di Cesare Lombroso, città fatalmente predilettta da Nietzsche, sede del più grande ricovero del mondo, una città “disturbata” dal suo essere stata capitale, città tornata ad essere oggi luogo di cultura non senza cedere al rischio del farsi turistico. Certo che in cento anni di strada e di giravolte Torino ne ha fatte e chissà quante ne farà ancora.

“La Stampa”, 6 luglio 2011

Avventure archeologiche degli anni Ottanta. Il ragazzo di Mozia (Cristina Mariotti)



Marsala 
«Era l’ultimo giorno della nostra campagna di scavo, un piovoso pomeriggio autunnale di tre anni fa. Venne fuori all’improvviso, abbagliante nella bianchezza del suo marmo: dapprima il ginocchio, ben modellato sotto la tunica sottile, poi le cosce, quasi femminili. Gli scavatori facevano scommesse sul suo sesso. Quando rimuovemmo la terra più su, la veste pieghettata della statua lasciò trasparire netti attributi virili ». Così Gabriella Calascibetta, giovane archeologa siciliana in missione nell’isola di Mozia (e con lei le colleghe Francesca Spatafora, Marisa Fama, Adriana Fresinaj racconta della splendida scoperta che le toccò per caso nel quadratino di scavo affidato alla sua supervisione: una statua di marmo alta un metro e novanta, scolpita da un raffinato artista greco alla metà del quinto secolo avanti Cristo, lo stesso periodo nel quale venne fuso il primo dei due bronzi di Riace, il più bello.
Il "ragazzo in tunica” di Mozia è altrettanto bello. Quando verrà esposto — per ora è sottochiave in un magazzino laboratorio — si prevede che faranno la fila per vederlo. Appoggiato tutto su una gamba, il busto in lieve torsione, una mano ancorata alla vita, mollemente, esprime un’elegante, altera sicurezza; la tunica, fine come una garza, è sostenuta da una fascia annodata alla sommità del petto, di fattura elaborata; un braccio manca completamente, ma il sapiente rilievo dei muscoli della spalla — tutta la statua rivela una cura del dettaglio anatomico quasi michelangiolesca — ha fatto ritenere che dovesse essere proteso in avanti, nell’esibizione di un segno del comando, per esempio lo scettro del sufeta, una specie di magistrato che nella società greca aveva il potere politico e quello religioso. Altri ritengono invece che il braccio dovesse spingersi verso l’alto, piegato ad angolo acuto, a cingere la testa di una corona d’alloro, l'emblema caratteristico di un auriga vittorioso. Auriga o sufeta, il giovane in tunica di Mozia (già Ennio, poeta romano, cantava nel secondo secolo la "tunicata juventus" delle genti puniche) piacerà soprattutto per l’impercettibile ambiguità che emana dalla sua figura: lo scultore era sì un greco, ma venuto a contatto e fortemente influenzato da culture orientaleggianti. Di questa stupenda opera per tre anni si è saputo solo all’interno del mondo accademico. La notizia è sfuggita di mano, quasi accidentalmente, agli archeologi che ora fronteggiano con imbarazzo gli effetti della pubblicità. Ammette Vincenzo Tusa, soprintendente della Sicilia occidentale, docente di antichità puniche a Palermo: « Ci piace coltivare la modestia, operare con discrezione ».
Prima della comunicazione al pubblico, il team di Mozia voleva essere sicuro della identità storico-artistica del reperto. Dice il ricercatore Gioacchino Falsone che ha diretto gli ultimi scavi, condotti dall’università di Palermo in collaborazione con la Soprintendenza: «Qualcuno ha sottolineato con sorpresa il fatto che la statua, una delle più preziose testimonianze della scultura greca, sia venuta alla luce giusto a Mozia, il più importante centro punico della Sicilia, il più fedele alleato dei cartaginesi e geograficamente il più prossimo alla città africana, distrutto dai greci nel 397 avanti Cristo. Si è parlato persino di un "giallo” archeologico. E invece non c'è nessun mistero. La Magna Grecia, è vero, non disponeva di marmo locale, e in Sicilia si scolpiva soltanto in pietra, ma la statua potrebbe essere approdata a Mozia in diverse circostanze: per esempio, come preda bellica, razziata dai punici in una delle colonie greche vicine, magari Agrigento. Oppure, visto che i rapporti fra le due culture non furono solo di guerra, il giovane in marmo potrebbe essere stato scolpito da un artista greco per un committente punico; e perché non immaginare che lo scultore abitasse addirittura a Mozia? Quando Dionigi di Siracusa conquistò e distrusse l’isola, vi trovò moltissimi greci che fece crocifìggere come traditori».
Un piccolo giallo però esiste davvero. La statua è stata trovata in una fossa ricolma di materiali di sgombero, in un’area usata dai punici come discarica. «In effetti era adagiata sotto una coltre di detriti, come se l’intenzione fosse stata quella di seppellirvela », ipotizza Falsone. Forse per salvarla dalla distruzione, nell'imminenza di un attacco da parte greca? E se è così, perché si pensò a proteggere solo questa statua? Oppure, nello stesso posto, ancora sotto terra, ce ne sono delle altre? «L’isola di Mozia», spiega il professor Tusa, «è ancora tutta da scoprire, diciamo che finora gli scavi ne hanno fatto riemergere appena il dieci per cento. Ci aspettiamo moltissimo dal resto, anche perché, a differenza di altri siti punici, riedificati in epoche successive più volte, Mozia è ancora quella del 397, l’anno della sua distruzione». Aggiunge Antonia Ciasca, docente di antichità puniche a Roma, che ha preso parte a nove campagne di scavo nell'isola: «A Cartagine, prima di arrivare al reperto punico bisogna attraversare diversi metri di strutture romane e bizantine, e fare i conti con gli esperti di queste discipline. Mozia invece è la Pompei della storia punica».
Forse è per questa sua integrità che ha attirato l’interesse di tanti studiosi. Da quando, alla fine dell’Ottocento, si ebbe la certezza che l'isola di San Pantaleo, oltre lo ”stagnone”, il braccio di mare chiuso come una laguna che la divide da Marsala, era sicuramente l'antica Mozia, si sono alternati agli scavi archeologici nomi illustri. Il più noto fu Heinrich Schliemann, lo scopritore di Troia e di Micene. Vi scavò solo per quattro giorni, poi ripartì deluso annotando nel suo diario che gli scavatori assoldati tra le diciannove famiglie di contadini dell'isola, tutti imparentati tra di loro, «sono certamente tra i peggiori operai che io abbia mai avuto». Continuò gli scavi, stavolta con evidenti successi, un archeologo dilettante, il capitano d’industria anglo-siciliano Joseph Whitaker, discendente di una famiglia impiantatasi tra Palermo e Marsala, dove con gli Ingham creò il famoso "baglio per la produzione di un vino assai simile al porto. Joseph, Peppmo per gli amici, era anche un uomo di scienza, si interessava di botanica e di ornitologia. Mozia fu la sua passione. Riuscì a comprare l'isola, con l’aiuto dell'amico garibaldino Giuseppe Lipari Cascio, appassionato di archeologia pure lui, e cominciò subito gli scavi. Nel 1921 pubblicò i i risultati in un libro al quale da allora hanno attinto in molti. A Mozia creò un museo che ancora resta l’unico.
Oggi l’isola appartiene alla Fondazione Whitaker voluta dagli eredi dell’ex proprietario. Accanto a politici e studiosi siede in consiglio d amministrazione anche un discendente d quel colonnello Lipari, fedele collaboratore del vecchio Whitaker. Nell'isola — tutt’ora un oasi i ecologica fitta di banani e di palme, di gelsomini e di alberi marmi, di agavi e di gerani selvatici — vivono solo tre famiglie delle diciannove registrate da Schliemann. Gli uomini non fanno più gli scavatori. Hanno il ruolo di guardiano-bidello. E nel tempo libero coltivano la loro vigna, che dà un vino squisito. Dice
don Vincenzo, che si occupa anche di traghettare i visitatori con la sua barca: «Da quando si è saputo della statua, ne sono venuti a centinaia. Per noi la pace è finita ». Alla Fondazione intanto si discute di un nuovo museo — forse sorgerà su palafitte, al centro dello "stagnone – e di una nuova imponente campagna di scavi.

L'ESPRESSO - 9 MAGGIO 1982

12.11.18

La poesia del lunedì. Gabriele D'Annunzio



Le mani
Le mani delle donne che incontrammo
una volta, e nel sogno, e ne la vita:
oh quelle mani, Anima, quelle dita
che stringemmo una volta, che sfiorammo
con le labbra, e nel sogno, e ne la vita!

Fredde talune, fredde come cose
morte, di gelo (tutto era perduto):
o tiepide, parean come un velluto
che vivesse, parean come le rose:
rose di qual giardino sconosciuto?

Ci lasciaron talune una fragranza
così tenace che per una intera
notte avemmo nel cuor la primavera;
e tanto auliva la soligna stanza
che foresta d'april non più dolce era.

Da altre, cui forse ardeva il fuoco estremo
d'uno spirto (ove sei, piccola mano,
intangibile ormai, che troppo piano
strinsi? ), venne il rammarico supremo:
- Tu che m'avesti amato, e non in vano!

Da altre venne il desìo, quel violento
Fulmineo desìo che ci percote
come una sferza; e immaginammo ignote
lussurie in un'alcova, un morir lento:
- per quella bocca aver le vene vuote! -

Altre (o le stesse) furono omicide:
meravigliose nel tramar l'inganno.
Tutti gli odor d'Arabia non potranno
Addolcirle. - Bellissime e infide,
quanti per voi baciare periranno! -

Altre (o le stesse), mani alabastrine
ma più possenti di qualunque spira,
ci diedero un furor geloso, un'ira
folle; e pensammo di mozzarle al fine.
(Nel sogno sta la mutilata, e attira.

Nel sogno immobilmente eretta vive
l'atroce donna dalle mani mozze.
E innanzi a lei rosseggiano due pozze
di sangue, e le mani entro ancora vive
sonvi, neppure d'una stilla sozze).

Ma ben, pari a le mani di Maria,
altre furono come le ostie sante.
Brillò su l'anulare il diamante
né gesti gravi della liturgia?
E non mai tra i capelli d'un amante.

Altre, quasi virili, che stringemmo
forte e a lungo, da noi ogni paura
fugarono, ogni passione oscura;
e anelammo a la Gloria, e in noi vedemmo
illuminarsi l'opera futura.

Altre ancora ci diedero un profondo
brivido, quello che non ha l'uguale.
Noi sentimmo, così, che ne la frale
palma chiuder potevano esse un mondo
immenso, e tutto il Bene e tutto il Male:

Anima, e tutto il Bene e tutto il Male.

Da Poema paradisiaco (1891-1893)

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