1.10.16

Gatta ce cova... Una poesia di Trilussa del tempo di guerra

In un villino avanti a casa mia
tutte le sere vedo una signora
che accènne un lume, fa un segnale e allora
va su un bell'omo a faje compagnia.

'Sto marrcantonio, che non so chi sia,
cià un grugno da tedesco ch'innamora
e, data quela visita a quell'ora,
m'è venuto er sospetto ch'è una spia.

La stessa cammerierae n'è accorta
e sere fa, cor coco e co' la balia,
se misero a sentì dietro la porta.

Però non hanno ancora stabilito
se lo ricave a danno de l'Italia
o a danno solamente der marito.

1916


da Ommini e bestie

Elsa Morante, artista sublime e tremenda (Antonio Gnoli)

“Quando ho conosciuto Elsa nel ' 37 era una donna di una dolcezza addirittura smielata, la dolcezza ingannevole dell' innamoramento. Poi questa dolcezza scomparve anche se ha continuato ad amarmi, si può dire, fino alla morte”. C' è in questo sfumato ricordo di Alberto Moravia, tratto dalla più recente biografia, buona parte del mondo di Elsa Morante. Un mondo composto di poche certezze che sopravvissero a una certa furia devastatrice che la Morante aveva nel suo carattere e che gli anni ingigantirono, fino ad alienarle amicizie e affetti. Però Moravia restò nel suo orizzonte sentimentale, malgrado lei fosse ingiustamente convinta che il grande scrittore, perché tale lo reputava, la odiasse.
Poi c'erano i gatti, i bambini, i poeti fra questi ultimi soprattutto Sandro Penna e Umberto Saba ad addolcirle il paesaggio. Questo piccolo mondo fatto di grida, di versi, di miagolii echeggiò a lungo nella casa di via dell'Oca, un attico romano proprio dietro piazza del Popolo dove la scrittrice abitò a lungo negli ultimi tempi. Elsa Morante era nata a Testaccio, un quartiere popolare di Roma nel luglio del 1912, da una famiglia di modeste condizioni. Ancora adolescente scoprì la sua strada di scrittrice e la percorse con ostinazione e furia. Occorrerà tuttavia attendere gli anni Trenta, vederla alle prese con settimanali e periodici, per intuirne il talento. I suoi articoli e, soprattutto, i suoi racconti, scritti un po' per necessità e un po' per vocazione, furono ospitati per lo più dal settimanale “Oggi”, diretto da Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio.
Il primo romanzo fu Menzogna e sortilegio, uscì nel 1948 e vinse il premio Viareggio. Il manoscritto era giunto nelle mani di Natalia Ginzburg, allora redattrice della casa editrice Einaudi: “Lo lessi d' un fiato e lo amai immensamente. Percepivo la grandezza di quel romanzo, anche se non ne colsi subito tutte le implicazioni. Da lungo tempo, però non avevo letto nulla che mi desse tanta vita e felicità. Fu come se nessuno se l'aspettasse”.
La critica - ricostruisce Cesare Garboli nell' introduzione al secondo volume delle opere della Morante che sta per uscire nella collana I Meridiani di Mondadori - fu attendista o manifestamente ostile. Pochi allora compresero la grandezza che il disegno narrativo abbracciava. Tra questi ci fu Geno Pampaloni. “Per me quel libro fu una grande novità”, ricorda oggi Pampaloni: “La qualità della scrittura era altissima. Si modellava su vari registri: c'era realismo, lirismo, illuminismo razionale. C'era anche qualcosa di più misterioso: la sensazione di non sapere a quali modelli letterari Elsa si fosse rifatta. Tutta la ramificata attività linguistica della Morante sembra contraddire l'idea convenzionale che ogni autore debba avere necessariamente un padre. Lei, semmai, ne ebbe diversi. Stendhal e Rimbaud i suoi due grandi amori letterari Aveva molto amato Kafka, ma a un certo punto si stancò delle atmosfere opprimenti che il grande praghese allestiva. Fu fedele a Rimbaud, un poeta in qualche modo omogeneo alla sua visione del mondo: di donna che osava vedere ciò che altri non avevano visto”.
“Mi capitò una volta - racconta Pampaloni - di definire L'isola di Arturo, un romanzo stendhaliano; ed Elsa mi inviò una lettera in cui mi diceva che Stendhal era uno dei pochissimi suoi grandi amori letterari. L'attraevano la leggerezza e, insieme, la complessità del Rosso e il nero e della Certosa di Parma. L'isola di Arturo, che apparve nel 1957 e vinse il premio Strega, fu il suo secondo romanzo. L' anno dopo seguì Alibi, una raccolta di splendide poesie che Garzanti sta per ripubblicare con una introduzione di Cesare Garboli (nelle pagine che seguono ne anticipiamo una sintesi). Alfonso Berardinelli che ha frequentato la scrittrice negli ultimi anni della sua vita sottolinea un aspetto che in genere, quando si ricostruisce la personalità della Morante è trascurato. Accanto alla travolgente vocazione artistica, c'erano in lei una capacità di intuizione, una finezza di analisi intellettuale, una curiosità davvero rare. E del resto chi oggi apra gli scritti raccolti sotto il titolo Pro o contro la bomba atomica (pubblicati da Adelphi e ora riproposti da Mondadori nel secondo volume dei Meridiani), potrà verificare la sottigliezza saggistica di questa scrittrice; come pure il lettore che si soffermi sul bellissimo Diario 1938 (stampato da Einaudi e ripreso ora da Mondadori) potrà cogliere la grande finezza psicologica di molte pagine.
È stato spesso anche notato che la Morante fu scrittrice discontinua. Soprattutto le sue ultime prove narrative La storia (1974) e Aracoeli (1982) divisero aspramente la critica. “Non ho apprezzato Aracoeli e ho amato solo la prima parte della Storia - osserva ancora Pampaloni - però, di questa scrittrice, come di ogni grande, occorre prendere i pieni e non i vuoti”.
Ma in che cosa consiste la grandezza della Morante? Nella sua inattualità, precisa Berardinelli, più esattamente nel suo desiderio titanico di reinventare il romanzo. La sua scrittura porta con sé qualcosa di sublime e, insieme, di ironico. Elsa volle dunque riappropriarsi del grande romanzo nel momento di massimo tramonto per questo genere. Una prova? Se analizzassimo la sua scrittura vedremmo che non è né realistica, né lirica. Essa è piena di risonanze complicate che vanno indietro nella tradizione italiana, ma hanno sotto gli occhi le macerie letterarie del Novecento. “Io so - dice Berardinelli - che quando scrisse Aracoeli Elsa leggeva Dante e Proust, cioè due grandissime costruzioni narrative. Lavorava con metodica professionalità. Cominciava a scrivere al tramonto e poteva andare avanti fino a notte fonda. Viveva, attraverso i suoi quadernetti ordinati, una vita parallela. Scriveva e scrivendo entrava nel romanzo come si entra in un altro mondo: lontano dalle passioni, dalla malattia”.
Fu nel 1983, dopo Aracoeli, che le venne diagnosticata una grave forma di senescenza e fu dunque ricoverata in una clinica. Dopo "Aracoeli" si sentì invecchiata di colpo Elsa era stata a suo modo bella: solare e inquietante. Con il viso largo di certi gatti e l' ombra amara che talvolta segnava il suo sguardo. La Morante degli ultimi anni è una donna decrepita, sfinita, chiusa in una letargica malinconia. Giovinezza e vecchiaia. E in mezzo niente. L'idea che ci assale è quella di una donna sfuggita alla mediazione del lento decadere, dell'invecchiare dolcemente. Si immerse di colpo in un'età più grande e più remota. Aveva tentato di suicidarsi ma fu salvata in tempo.
In una rara intervista così si spiegò: “Volevo veramente morire perché ero troppo infelice, ero troppo ammalata, ero disperata... A sessant'anni ne dimostravo trentacinque; e poi improvvisamente Aracoeli mi ha fatto invecchiare: di colpo sono diventata vecchia. Le vicende degli ultimi tempi si depositarono in una certa cronaca ossessiva che fece della Morante un caso ridotto a un' insulsa diatriba con Moravia e lo Stato e su chi avrebbe dovuto accollarsi le costosissime spese della degenza. Nelle lunghe giornate passate a letto, in clinica, Elsa riconosceva sempre meno le persone e sempre più distanti erano i brevi intervalli di lucidità. Durante uno di essi, dice la Ginzburg, manifestò il desiderio di scrivere un nuovo romanzo. Elsa venne operata nell'estremo tentativo di ridarle una normalità che forse neppure più desiderava. Le tagliarono i capelli a zero. Non so chi disse allora che quei lineamenti, quel cranio calvo, quegli occhi disperatamente assenti ricordavano Renée Falconetti, la straordinaria interprete di Passione di Giovanna d'Arco di Carl Theodor Dreyer. Quell'essere passionale, quello stare agli estremi, quella mancanza di mediazione, mancanza che si trasferì nella società letteraria che la giudicò, vennero meno. Elsa cadde in una sorta di semplicità biologica. Una semplicità che ritrovava in suggestioni infantili e che a un certo punto credette di aver perso: “E adesso o voi che avete ascoltato queste canzoni - scrisse nel congedo di quello straordinario libro che è Il mondo salvato dai ragazzini - perdonatemi se sospiro ripensando a quanto era stata semplice la mia vita”.


“la Repubblica”, 1 dicembre 1990  

Dario Argento. L'uomo che ci ha insegnato di cosa è fatta la paura (Antonella Lattanzi)

L’autobiografia del maestro che, con il suo cinema, ha messo in scena le nostre inquietudini. 
Mostrando come l’orrore è una definizione dei nostri sogni.
Perché l’uomo è l’essere più spaventoso e spaventato che esista
Una immagine da "Inferno" (1980)
C’è un uomo intrappolato tra due vetrate come in una gabbia di cristallo. Una dà sulla strada, l’altra su una sala bianca infestata da immani sculture deformi, scure. Nella sala c’è una donna vestita di bianco. Un uomo in nero, il viso coperto, l’accoltella allo stomaco. Poi scappa. "Aiutami!", grida la donna all’uomo nella gabbia; ma quelle grida ci arrivano mute. Perché, insieme al testimone, anche noi siamo chiusi nella gabbia; sordi in un silenzio claustrofobico. Il testimone prende a pugni le vetrate, urla alla donna "Aprimi!", e lei vorrebbe farsi salvare ma le forze l’abbandonano, cade a terra.
Mentre il sangue rosso s’impossessa del suo vestito bianco, la donna striscia sul pavimento su cui si apre una grossa traccia scarlatta, e infine, gli occhi imploranti fissi negli occhi del testimone, muore. «Spesso», dice Dario Argento in Paura (la sua auto-biografia, a cura di Marco Peano, appena uscita per Einaudi), «prima di scrivere una sceneggiatura, mi dico che quella vicenda in realtà è stata già raccontata, esiste da qualche parte, e io devo semplicemente ricordarla». Dario Argento ha trent’anni quando esce il suo primo film, L’uccello dalle piume di cristallo. Tutto ha inizio da un sogno. C’è lui nella gabbia di vetro, è lui che vuole salvare la donna; ma «più davo pugni sul vetro per avvisarla, più gridavo e mi dibattevo disperato, più mi rendevo conto che nessuno mi sentiva».
Dalle prime esperienze come giornalista/critico cinematografico per “Paese Sera” alla scoperta: sono un regista!, dalle difficoltà per girare il primo film al successo mondiale, da L’uccello dalle piume di cristallo a Profondo rosso al progetto di The Sandman, dall’eterna domanda «Perché uccide sempre le donne?» alla naturale risposta: «Perché amo lavorare con loro»; dal rapporto col cinema di Hitchcock agli incontri con grandi come Morricone, Bava, Leone, Polanski.
Con sincerità entusiasmante, severità verso i propri risultati, riconoscenza: prima di tutto verso il padre Salvatore, figura centrale della sua vita, che fonderà la casa di produzione Seda perché il primo film di suo figlio, da tutti rifiutato, veda la luce. «Col tempo ho imparato che ogni volta che fai qualcosa di nuovo, un salto in avanti rispetto al tuo percorso, all’inizio questa decisione non piace. La gente vuole rassicurazioni, e io mi guardo bene dal fornirgliele». Ed è quello che fa Argento: inventa una nuova grammatica del cinema, lottando contro la censura ma pure contro chi, dopo il successo di un suo film, ne vuole sempre un altro uguale, un altro uguale. «Volevo un film», scrive, «come nessuno aveva fatto».
Non solo un’autobiografia, non solo un pezzo di storia del cinema e della storia in cui il suo cinema nasce e vive - il post’ 68 e gli anni di piombo, per esempio - in Paura Dario Argento fa un racconto più ampio di una vita e di una professione: il libro è anche un viaggio nell’officina dell’artista e, di più, una riflessione sull’arte. E questa la vera anima di Paura, libro prezioso non solo per chi già ama Argento ma pure per chi ancora non lo conosce, e per chi con passione s’interroga sul fatto artistico. «Thriller, horror, fantastico, terrore, giallo, noir... sono soltanto parole che usiamo per definire i nostri sogni». Il sogno e la solitudine sono materia della vita come dei film: da sempre Argento si dibatte tra isolamento e condivisione, tra l’amore per le figlie e quello per l’adorato, battagliato cinema. Come ogni passione, il cinema è la più estatica delle esperienze come la più crudele; ti scaglia tra le stelle come ti tira giù, magnetica, cupissima, dentro lo sconforto; e poi daccapo. E Argento lo racconta.
Una passione forte non è solo un dono: è anche un’arma contro se stessi e quelli che più amiamo. Anche questo Argento racconta: la crudeltà dei sogni. Poiché l’autore è questo: un estraneo rinchiuso in una gabbia che disperatamente tenta di comunicare con l’esterno, di mutare in parole - in immagini - il sogno che ha chiuso nella testa. Solo con una ferrea volontà che sconfina nel folle, a volte nello spietato, ci si può guadagnare splendidi, rarissimi momenti, in cui si riesce a coniugare sogno con immagini, intenzione con risultato. Cioè: a comunicare con il pubblico.
«So cosa vuol dire essere diverso dagli altri perché l’ho vissuto. E allo spettatore volevo far provare la stessa cosa». Poiché l’autore di ogni forma d’arte è proprio questo: un mezzo attraverso cui far passare una storia, nella speranza che questa storia sarà tua, parlerà di te.

“Pagina 99”, 8 novembre 2014

28.9.16

Ricordo. Una poesia di Giorgio Caproni

Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell'ora in cui l'aria s'arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l'arcata del cielo.
Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.
Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.

Il terzo libro di Giorgio Caproni (Maurizio Cucchi)

L'importanza della poesia di Giorgio Caproni ci è ben nota, ma devo dire che la rilettura di questo suo terzo libro me lo ha fatto apparire ancora più grande e di formidabile solidità. Si tratta di un’opera realizzata in modo insolito, come scrisse lo stesso autore nella sua nota alla prima edizione Einaudi, del ’68. Contiene infatti quasi tutti testi tratti dall’allora già edito Il passaggio di Enea con l’aggiunta di pochi altri testi. Riappare ora nella stessa collana bianca, con prefazione di Enrico Testa, con un saggio di Luigi Surdich e con lo stesso titolo: Il “terzo libro” e altre cose. Vi troviamo alcuni dei temi essenziali della poesia di Caproni, come la guerra, le città, le figure della madre e del padre, accanto ad alcune anticipazioni di ciò che verrà in seguito. Ma quello che nettamente e sempre più si afferma è l’impressionante densità ed energia del verso, realizzato con un’abilità impareggiabile, dall’uso dell’endecasillabo alla scelta di misure più lievi. Una densità che coinvolge un vasto campionario di situazioni, ambienti, figure, personaggi di una evidente concretezza eppure implicitamente già mossi verso un oltre e altrove metafisico. Eppure a volte stupisce per la semplicità delle scelte, come in quel celebre attacco di Alba: «Amore mio, nei vapori di un bar / all’alba, amore mio che inverno / lungo e che brivido attenderti!».
Semplicità che si intreccia, peraltro, anche e spesso con scelte linguistiche e stilistiche sottili e preziose, mentre alterna componimenti brevi, sonetti sapientemente reinterpretati, a testi più ampi e narrativi come le Stanze della funicolare. E tanto altro si potrebbe dire. Basti aggiungere che è questo un libro imperdibile, dal quale partire per continuare con l’intera opera di Caproni, tanto varia e articolata, nell’alta definizione dei temi e delle scelte formali.

27.9.16

Bruce Springsteen (Carlo Verdone)

Non male il pezzo di Verdone, nella rubrica Il fan de “La lettura – Corriere della sera” di qualche mese fa, dedicato a Bruce Springsteen. È bravo a rievocare atmosfere e mi pare che di musica ci capisca. Ne riprendo un ampio stralcio. (S.L.L.)

A metà degli anni Settanta, in Italia e non solo, c’era un unico modo per tenersi aggiornati sull’evoluzione del rock e la conseguente nascita di nuovi gruppi e cantautori: le radio private. [...] Io mi ero affezionato alla meno conosciuta, Rr 96, poco commerciale, senza alcun tono brillante nei conduttori, ma che aveva il pregio di centrare in pieno le vere novità del momento, quelle di sicura qualità. Una mattina, verso le 10 di un torrido luglio del 1975, Rr 96 annunciò il prossimo brano: Born to Run di un certo Brace Springsteen. Mi stavo facendo la barba ma dopo un minuto, con mezzo viso ancora pieno di schiuma, mi sedetti sul bordo della vasca con il rasoio in mano. Stavo ascoltando qualcosa di eccezionale per grinta, sound e voce potente.
C’era qualcosa di nuovo in quell’artista: l’anima. Un’anima che non riuscivo più a cogliere in Bob Dylan, pur ritenendolo il più grande cantautore della storia della musica americana. Ma dovetti attendere cinque anni per avere le idee più chiare su Springsteen. L’uscita del doppio The River mi fece apparire questo cantautore, con un piede nel rock e l’altro nel folk, assolutamente completo, dotato di una personalità fortissima nel suo essere assolutamente normale. Niente droghe, nessun abbigliamento da classica rockstar che vuol stupire, nessuna acconciatura ricercata. Solo il volto sano, normale, di un uomo che avrebbe potuto fare l’operaio, l’autista di un tir o un conducente di un taxi. La grande forza di Springsteen era quella di rappresentare, nella sua immagine proletaria, il lato rabbioso o dolente in un’America in crisi di valori, in cerca di un riscatto. 
A differenza di Dylan, introverso, sublime poeta della sua anima inquieta e, in qualche brano, rassegnato allo stato delle cose, Springsteen vuole scuotere. Rovescia rabbia ma cerca costante-mente il riscatto. Incita al riscatto. Born in the Usa è un trascinante «comizio sonoro» in cui non c’è posto per la depressione. In Nebraska del 1982 c’era solitudine e dolore ma mai senso di sconfitta. Quest’album, acustico, registrato nella sua casa, è forse la sua opera che preferisco. L’ho sempre ascoltato come la colonna sonora della solitudine di una certa America. Un’America in bianco e nero, abbandonata, umiliata, immersa nella malinconia del vento di Atlantic City. Quando incontrai Springsteen al Festival di Roma qualche anno fa, ebbi la fortuna di scambiarci qualche parola. Ricordo che gli dissi: «Ti ammiro. E ti ho amato ancora di più con Nebraska. Lui mi diede una grossa pacca sulla spalla rispondendomi: «I agree with you». Il Tempo passa e tra non molto saranno quasi quaranta gli anni di attività di questo grande cantautore che ci ha colpito con album dove il tema della difesa dei diritti, della denuncia dell’ipocrisia politica, dell’abbandono degli ultimi, sono sempre in prima linea. Ma la sua immortalità nel panorama musicale, a mio avviso, risiede nel non essersi prostituito mai a mode e nell’aver sposato sempre ima profonda autenticità. Senza mai scendere a compromessi commerciali. Lunga vita al Boss, uomo semplice, pieno di stupore e di profonda umanità. Di concerti rock importanti ne ho visti un’enormità, ma ancora oggi ricordo il suo live a Roma negli anni Ottanta come il più potente, fisico, muscolare e travolgente di tutti. Tre ore ininterrotte a dimostrare non solo gran rispetto per il pubblico, dando tutto se stesso, ma soprattutto la voglia di divertirsi e trascinare tutti nel suo mondo dove non c’è spazio per la resa e la sconfitta. [...]

La lettura - Corriere della Sera, 22 maggio 2016

Lolita e Nabokov (Alessandro Piperno)

Nabokov amava far risalire il primo palpito di Lolita al 1939. Era a Parigi, affetto da una nevralgia, quando gli venne in mente un libro sulla predilezione di certi maschi di mezza età per uno specifico tipo di minorenni. Come al solito mentiva. La verità è che la sua produzione giovanile (in russo) pullula di antesignani più o meno consapevoli di Humbert e Lolita (Il dono, Una risata nel buio, L’incantatore). Impiegò una vita intera a scrivere Lolita; e una volta soddisfatta tale impellenza non smise più di riprovarci con risultati altalenanti (Ada, L’originale di Laura). Per raggiungere la sintesi agognata tra «precisione della poesia» ed «ebbrezza della scienza pura», dovette superare un tale numero di scogli che più volte, in corso d’opera, ebbe la tentazione di gettare la spugna. 
Ad angustiarlo non erano solo i problemi morali, estetici e compositivi posti da un libro come Lolita, ma la consapevolezza che tali questioni fossero in un certo senso inseparabili l'una dall’altra, e che per questo andassero risolte simultaneamente.
Occorre ricordare che Lolita viola il solo tabù sessuale che abbia ancora senso; al punto da chiedersi se in un’epoca come la nostra, assai sensibile al problema della crudeltà sui bambini, un libro del genere troverebbe un editore disposto a pubblicarlo, e lettori altrettanto benevoli. È evidente che il suo autore, poco incline a confondere scopi artistici ed esigenze etiche (se non in un senso molto ampio), abbia sentito l’obbligo di interrogarsi sull’opportunità di cimentarsi con una materia così sordida e spregevole.«Com'è riuscito Nabokov — si chiede Martin Amis — a infilare la storia di questa ragazzina in un simile sproloquio di trecento pagine, in questo libro così divertente da generare imbarazzo, così ispirato dall’inizio alla fine, così incredibilmente osé?».
Ci è riuscito allestendo uno dei più tragici divertissement mai concepiti. Sotto i panni licenziosi e svolazzanti della commedia e della parodia, la vicenda di Humbert e Lolita si tinge sin dal principio dei colori vermigli della tragedia. Come nel più cruento tour de force shakespeariano, non c’è personaggio che alla fine non incontri una morte prematura e catartica. È così che Nabokov salda il suo debito morale. Naturalmente lo fa alla sua maniera, in modo subdolamente discreto, senza enfasi né cerimonie. Il lettore deve attendere quasi la fine del romanzo per capire (ammesso che lo capisca) che la moglie di Richard F. Shiller morta di parto — di cui si faceva menzione nella prefazione dell’ineffabile John Ray — non è altri che Dolly Haze, alias Lolita. Quindi non solo Lolita muore fuori dalla scena, ma per così dire muore tra le righe, ufficiosamente. Allora capiamo cosa intende Nabokov quando dice: «Scrivere Lolita è stato mettere assieme un bel puzzle — comporlo e risolverlo nello stesso tempo, dato che l’una cosa è l’immagine speculare dell’altra, secondo come si guarda».


Da Nabokov, la morale è un gioco in “La lettura – Corriere della Sera”, 22 maggio 2016

Ci stanno ammazzando! Un breviario del populismo (Antonio Carioti)

Come recensione di un libro che dovrebbe essere interessante, Antonio Carioti su “la Lettura” del “Corriere della sera”, ha pubblicato qualche mese fa un'utile riflessione sulla nuova destra europea di cui riprendo uno stralcio. (S.L.L.)

Mettere insieme Oriana Fallaci e Toni Negri può sembrare un esercizio acrobatico. Ma Francesco Borgonovo, nel libro L’impero dell’islam (Bietti, pp. 248, € 15) si cimenta nella prova con indubbio talento. Da una parte denuncia la minaccia dei musulmani intenzionati a sottometterci, dall’altra se la prende con il «finanzcapitalismo» che c’impoverisce e ci ruba l’anima. Li dipinge come due «Imperi della Paura» che stringono l’Europa in una morsa micidiale. Al Baghdadi e Mark Zuckerberg (un’altra strana coppia) sarebbero dunque alleati oggettivi. «Ci stanno ammazzando», esclama Borgonovo. E tratteggia lo scenario cupo di Paesi dell’Ue in preda alla miseria e alla violenza, fustigando nel frattempo il lagnoso «vittimismo» dei popoli islamici [...]
Nient’affatto sprovvisto di validi e variegati riferimenti culturali (Christopher Lasch, Bernard Lewis, Henri Pirenne), questo saggio rappresenta una sintesi ben costruita, quasi una sorta di breviario, dell’ideologia populista destrorsa, identitaria e simultaneamente antiplutocratica, che sta mietendo successi nell’intero Occidente perché fa leva su problemi epocali di assai difficile soluzione.

Non è con la retorica cosmopolita del meticciato, né con il culto dell’individualismo competitivo che si può efficacemente rintuzzarla.

La Lettura - Corriere della Sera, 22 maggio 2016

Per servire l'Italia (Guglielmo Giannini)

"Sarei entrato, per servire l'Italia, nel partito comunista, monarchico, repubblicano, democristiano, demolaburista, azionista, socialista, liberale, trotzkista - senza nessuna preoccupazione oltre quella di servire. Non ne ho veduto la possibilità, dovunque mi sono imbattuto in gente vogliosa solo di essere deputato o altro. La più untuosa e ipocrita falsa modestia esala da moltissimi di questi uomini come un cattivo odore personale. (Guglielmo Giannini)


da Piccolo mondo repubblicano, cit. in Sandro Setta, L'Uomo Qualunque 1944/1948, Laterza, 1975

Ernesto de Martino, un’unica storia (Fabio Moliterni)

Esiste un elemento di continuità nel lungo, contraddittorio e turbolento percorso di de Martino (nel 2015 ricorreva il cinquantenario della morte), a partire almeno dallo studio incipitario Il mondo magico (1948) e passando dalle risultanze sulle «spedizioni» compiute nei Sud d’Italia a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta – Sud e magia del 1959, di cui Donzelli pubblica una nuova edizione che recupera anche materiali sparsi del «cantiere» lucano, e due anni dopo La terra del rimorso sul fenomeno del tarantismo nel Salento –, per approdare infine al postumo La fine del mondo (1977 e 2002), che lo occupò negli ultimi anni di vita. Questa direttrice convoca e implica una serie di problematiche interne alla storia sociale della cultura nel secondo Novecento, con tangenze che riguardano non soltanto lo specifico degli studi etno-antropologici in Italia, ma più radicalmente lo statuto e le forme di legittimazione del sapere scientifico e filosofico, i rapporti tra teoria e prassi, tra storia delle religioni, impegno politico e psicoanalisi, cultura popolare e pensiero gramsciano, esistenzialismo, fenomenologia e filosofia della storia; ed è rappresentata, mi pare, dalle ricerche pluri-prospettiche e «molecolari» che de Martino, rinnovando di volta in volta strumenti metodologici e campi di studi, ha condotto sin dalla genesi della sua storia intellettuale intorno allo «scandalo» (σκάνδαλον, «ostacolo») del mito e dell’arcaico, l’autentico rimosso nell’epoca del lungo tramonto e della secolarizzazione dell’Occidente (secondo Leopardi l’epoca della tentata «geometrizzazione» della vita).
Si tratta più precisamente di un pensiero ibrido che vive all’incrocio tra revisione dell’idealismo crociano e marxismo critico, sospeso tra fascino dell’irrazionale e bisogno di militanza politica, ragione illuminista e tensione libertaria o progressista, che insisteva nell’indagare le latenze e la persistenza nel Moderno di un sottofondo «altro», antico e «oscuro», irriducibile alle categorie del pensiero tradizionale (normativo e «immunitario»): i «residui» della cultura popolare e subalterna, la sopravvivenza e il perpetuarsi di forme del passato arcaico così come si ripresentano in contesti sociali concreti e nel fondo della coscienza umana, nelle vesti di pratiche magico-rituali o simboliche attivate per rispondere alla condizione di «miseria psicologica» e sociale, alla perdita e alla «crisi della presenza». Dal magismo alle fascinazioni lucane, dal lamento funebre al tarantismo pugliese fino alle antiche e nuove forme di disagio e «apocalissi culturali» da intendere, scriverà nella Terra del rimorso, come «relitti folklorico-religiosi [che] diventano documenti di un’unica storia».
Se continuiamo ad adoperare quest’ottica strabica e telescopica, per ragionare oggi sull’eredità del suo pensiero, è evidente che la scoperta sul campo del meridione italiano «escluso dalla storia» nei primi anni Cinquanta, complici e mallevadori Carlo Levi e Rocco Scotellaro, si configurava in Sud e magia come terreno d’incontro decisivo di questi saperi eterogenei e di una pratica politica non ortodossa, in linea con lo spirito anti-normativo (anti-accademico) e «indisciplinato», non solo interdisciplinare, che informa il lavoro di de Martino. In quello studio a tratti geniale, ma anche ricco di contraddizioni interne e aporie metodologiche messe opportunamente in rilievo da Fabio Dei e Antonio Fanelli nell’introduzione a questa nuova edizione, confluivano un’eterodossa teoria e pratica etnologica ad usum sui, maturata in un tormentato dialogo con lo storicismo crociano e con gli studiosi delle religioni primitive come Pettazzoni e Marchioro, e un impegno meridionalista a sua volta non allineato e sostanzialmente isolato rispetto alle traiettorie politiche e ideologiche del tempo, nonostante la militanza «ufficiale» nelle fila del Partito Comunista. Ad esempio nei confronti dell’uso e della ricezione di certe scritture di Gramsci sui ceti subalterni (le «plebi rustiche del Mezzogiorno»), la storia delle religioni all’interno dei discorsi su consenso ed egemonia, i rapporti tra intellettuali, masse e cultura popolare – un Gramsci riletto al di qua delle strategie riformiste e dei posizionamenti politici del fronte socialista e comunista, ben oltre lo «scientismo ecumenico» del PCI tra anni Cinquanta e Sessanta a suo tempo stigmatizzato da Cesare Cases.
Provare a «storicizzare l’intemporale», secondo la formula decisiva di Carlo Ginzburg – la dimensione cioè socialmente situata, materiale e corporea dei riti popolari del mezzogiorno, e insieme il sottofondo mitico e metastorico che li attraversa –, voleva dire per de Martino riprendere una tensione dialettica e dinamica di marca gramsciana: tra alto e basso (struttura e sovrastruttura), sacro e quotidiano, politico e trascendente, sentimento e conoscenza, teoria e prassi. Significava intendere le forme arcaiche della cultura popolare, à la Bourdieu, non in quanto patrimonio sepolto e intangibile, terreno inerte o neutrale di sedimentazioni e «rottami» folclorici, ma come campo instabile e conflittuale attraversato da precisi rapporti di forza e di potere, e soprattutto come risultato di fratture, sincretismi e interazioni, le più varie, tra le élites, i ceti dominanti e quelli subalterni.
Lo dimostra la seconda parte di Sud e magia, quella forse meno letta e considerata, intitolata non per caso Magia, cattolicesimo e alta cultura, nella quale de Martino conduce – nelle volute di uno storicismo paradossale – un’analisi delle insorgenze di rituali magico-protettivi come la jettatura non più nel contesto della cultura popolare e arcaica, ma nel cuore del côté avanzato e democratico dell’illuminismo napoletano di fine Settecento, a partire da Vico, il quale «era per suo conto andato oltre la stessa ragione illuminista e si era sollevato al concetto di una provvidenza immanente nella storia umana» («Tanto più merita attenzione il fatto che [...] sorse e si diffuse in circoli non indotti, e comunque guadagnati al moto illuministico, una sorta di riscaldamento per l’argomento della jettatura, col risultato di dare origine ad una nuova formazione mentale e di costume»).
Resta da dire qualcosa sulla natura conflittuale e irrisolta, e per questo vitale o vivente, del pensiero complessivo e dell’impegno politico di de Martino, soffermandoci prima di concludere sull’Epilogo di Sud e magia, un finale ripreso anche nel documento che oggi chiude il cantiere con scritti rari e dispersi allestito in appendice all’edizione Donzelli, Miseria psicologica e magia in Lucania (un saggio-resoconto sulla spedizione lucana pubblicato su rivista nel 1958). A colpire sono i toni profetico-allusivi e in qualche modo teleologici di un «segnalatore d’incendi» che, proprio come Benjamin, aveva attraversato da giovane la crisi di civiltà, il periodo dei totalitarismi e della «religione della morte» professata dai fascismi nell’Europa degli anni Trenta e Quaranta, e ora cercava di riguadagnare a una «possibile storia civile» il portato di sofferenza e oppressione, «l’esistenza ingrata» dei Sud del mondo: «Anche per le genti meridionali si tratta di abbandonare lo sterile abbraccio con i cadaveri della loro storia, e di dischiudersi a un destino eroico più alto e moderno di quello che pur fu loro nel passato: un destino che non sia una fantastica città del sole da fondare tra le montagne di Calabria, ma una civile città terrena unicamente affidata all’ethos dell’opera umana, e cospirante con le altre città terrene di cui è disseminata questa vecchia Europa e il mondo intero che dell’Europa è figlio. Nella misura in cui questo avverrà sarà ricacciato nei suoi confini il regno delle tenebre e delle ombre».
Ma come per un estremo paradosso che ci consegna questa esperienza intellettuale, l’approdo finale o «tardo» delle ricerche di de Martino si situerà, come è noto, proprio sul rovescio di quella «autentica luce della ragione» con la quale terminava Sud e magia: ancora una volta insistendo a esplorare con un altro cantiere in fieri, quello della Fine del mondo, il lato oscuro e «notturno» del progresso, i rischi di ogni metafisica identitaria, il carattere mortale dell’esperienza individuale e collettiva, i sentimenti apocalittici e le forme simboliche dell’angoscia esistenziale e del disagio sociale e psichico che provengono dalla sparizione di antichi sistemi culturali e dalle difficoltà di «appaesamento» al mondo, e che più o meno segretamente intaccano e turbano, dagli anni Sessanta fino a oggi, tra storia e micro-storie, il destino europeo e occidentale.


Alfabeta due, febbraio 2016

L'ininterrotto “ricominciare da capo” di Raniero Panzieri (Pino Ferraris)

Nel sito che fu di Pino Ferraris ed ora ne tiene viva la memoria (http://www.pinoferraris.it/ ) è oggi presente un saggio che lo studioso militante scrisse per ha scritto per L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, uscito qualche anno fa per Jaca Book. Il titolo, già un'interpretazione, è Raniero Panzieri: una critica da sinistra dello stalinismo per un socialismo della democrazia diretta. Credo che si tratti di un'interpretazione capace di superare i limiti di unilateralità presenti in molte letture, quelle che di Panzieri esaltano l'intellettuale sul politico e il dissidente sul dirigente o quelle che tendono a ricondurlo nell'alveo della sinistra socialista “morandiana”, negandone le peculiarità. Il brano di sintesi che qui propongo conclude il capitolo introduttivo. (S.L.L.)

Forse occorre rifuggire da queste polarizzazioni se si vuole ricostruire un profilo di Panzieri il più possibile aderente alla complessità e alla singolarità del suo percorso politico e culturale.
L’itinerario di una militanza precocemente bruciata nella intensità del fare e del pensare corre lungo profonde fratture storiche: le speranze e le attese degli anni immediatamente successivi alla Liberazione, la sconfitta e il gelo del tempo della Guerra fredda, il «dopo Stalin» politico coincidente con la grande trasformazione della società italiana proiettata verso il «miracolo economico», i nuovi fermenti operai e giovanili degli anni Sessanta, l’irrimediabile e crescente distacco tra le macchine politiche e le dinamiche sociali.
All’interno di queste vicende storiche l’inquieta ricerca di Panzieri era rivolta a trovare una sintonia viva e precisa tra i mutamenti sociali e i ritmi della politica. Era il suo un ininterrotto «ricominciare da capo» senza però perdere il «filo rosso» che regge il senso profondo del proprio modo di vivere l’impegno civile e sociale.
Un «filo rosso» che accompagna tutta la vicenda umana di Panzieri è la ricerca continua di uno stringente rapporto tra impegno intellettuale e coinvolgimento pratico.
Si potrebbe ricordare la sua attività giovanile presso l’Istituto di studi socialisti di Morandi nel 1946 cui segue immediatamente il lavoro politico in periferia, a Bari, a fianco di Ernesto De Martino; la breve esperienza accademica a Messina che viene interrotta in nome dell’impegno diretto dentro l’aspra conflittualità e le difficoltà politiche del contesto siciliano.
Il periodo della direzione di «Mondo operaio», quando si produce una nuova situazione politica (crisi del centrismo e crisi comunista) in coincidenza con l’emergere del «neocapitalismo», si caratterizza per lo sforzo di tradurre immediatamente l’intelligenza della realtà in proposta politica e iniziativa sociale. Gli anni torinesi sono segnati invece dalla drammatica tensione tra anticipazione teorica e perdita degli strumenti dell’azione pratica.
Il secondo motivo ricorrente nella esperienza di Panzieri consiste nella sua concezione del socialismo come liberazione delle capacità di autogoverno delle forze sociali.

Dal suo modo di concepire il Fronte popolare nel 1948 non come «problema di schieramento politico» ma come «movimento spontaneo» innervato negli organi di lotta e di autogoverno dei lavoratori (i consigli di gestione, i comitati della terra, il comune democratico), sino all’ultima sua proposta dell’inchiesta socialista, passando per le tesi sul controllo operaio, costante è la sua ostinata resistenza al principio di delega. La democrazia diretta è la stella polare del suo socialismo anti-statalista.

Europa. Una poesia di Valéry Larbaud

Valery Larbaud (Vichy 1881-1957)
Europa! Soddisfi gli appetiti senza confini
del sapere, e gli appetiti della carne e quelli
dello stomaco, e gli appetiti indicibili dei Poeti,
ancor più che imperiali, e l’orgoglio intero dell'Inferno.
(Talvolta mi sono domandato se tu non sei
uno degli scalini, un’adiacenza dell’Inferno).

O Musa, figlia dei grandi capitali! riconosci
i tuoi ritmi nel brontolìo incessante delle strade interminabili.
Vieni, abbandoniamo gli abiti da sera e indossiamo
io una giacca logora, tu un abito di lana
e mescoliamoci alla gente qualunque
che non conosciamo. Andiamo
a danzare al ballo degli studenti e delle sartine,
andiamo a incanaglirci in un caffè-concerto!
Confessa
che qui noi siamo soltanto
ospiti di passaggio che lasciano
tracce invisibili, forse, sul fango
leggero e lucente che calpestiamo.
Se lo vogliamo possiamo ritornare
alle foreste vergini, al deserto, le praterie,
le Ande colossali, il Nilo bianco, Teheran, Timor
e i Mari del Sud, l’intera superficie del pianeta,
son tutti lì per noi, quando lo vogliamo!

Se io fossi uno di quelli che vivono sempre qui
per lavorare
in fabbrica dalla mattina alla sera
e negli uffici, di quelli che vanno alle soirées
o recitano per la centesima volta una parte in teatro
o nei clubs o ai concorsi ippici,
io non resisterei! e mi allontanerei
come il contadino che ha venduto i suoi prodotti
in città e torna via, bastone in mano
andrei e andrei, in marcia senza soste
verso l’Equatore!

Per me
l’Europa è come un’unica grande città
ricolma di provviste e di ogni urbano
piacere, e il resto del mondo
mi è l’aperta campagna dove senza cappello
corro contro il vento
lanciando urla selvagge!
(Traduzione di Antonio Porta)

Nota
Questa poesia è la terza di un poemetto di undici dedicato «all’Europa». Le poesie di Valéry Larbaud, con il titolo Le poesie di A.O. Barnabooth, furono pubblicate in una prima edizione del 1908 e in una successiva, per la Nouvelle Revue Française, del 1913. La più recente edizione italiana (1982) è apparsa presso l’editore Einaudi, a cura e con un’ottima introduzione di Clotilde Izzo (pagine 206, lire 8.500). La traduzione di questa poesia è invece inedita. (A.P.)


“La Gola”, ottobre 1982

A Napoli travestito da inglese. L'ultima impresa di Mazzini (Lucio Villari)

Napoli - Il busto di Giuseppe Mazzini
«Caro Felice. Ho bisogno che mi mandiate nella giornata, prima di sera, quel bravo giovine parrucchiere che mandai una volta a Milano o altrove. Fate di tutto per trovarlo. Il tempo mi stringe e abbiate pazienza. Son gli ultimi impicci. Quel famoso paio di pantaloni è fatto? Bisognerebbe anche, se non è già fatto, ritirare da Posto la mia roba. Bisogna ch'io levi cose da quel sacco da viaggio e ve ne metta altre... V'è anche una borsa di quelle che si mettono al collo...».
Questo biglietto, sbrigativo e un poco misterioso, è inviato a un amico fidato a Genova ed è del 4 agosto 1870. Il tono è di qualcuno che ha urgenza di partire, ma l'ansiosa richiesta del giovane parrucchiere e di un famoso paio di pantaloni fa sospettare che ci sia sotto dell'altro. E infatti il viaggiatore vuole truccarsi da turista inglese. Ha già il passaporto intestato a George Rossi Brown ed ha bisogno di due vistose basette all'inglese (allora si chiamavano fedine o favoriti) e di pantaloni a grandi scacchi. La borsa a tracolla completerà il travestimento.
Questo signore è il cospiratore Giuseppe Mazzini che a nove anni dalla proclamazione dell'unità d'Italia, ha ancora un sogno, una meta da raggiungere: un'autentica sovranità del popolo italiano da contrapporre alla sovranità della monarchia dei Savoia, con l'obiettivo finale, dunque, della repubblica, e infine la liberazione di Roma dal potere temporale e la sua proclamazione a capitale d'Italia: la terza Roma, la Roma del popolo, già disegnata al tempo della repubblica del 1849. In quel caldo agosto del 70 Mazzini ha sessantacinque anni, è stanco e indebolito da una bronchite cronica asmatica (che egli accentua fumando robusti sigari); è anche deluso dagli ultimi tentativi insurrezionali da lui sostenuti: la rivolta operaia di Milano del 1853 e la spedizione di Carlo Pisacane del 1857, ambedue tragicamente fallite. Sì, aveva avuto successo la spedizione dei Mille nel 1860, con un Garibaldi vittorioso ma, ai suoi occhi, troppo monarchico, ed aveva avuto successo il disegno politico del liberale Cavour, un avversario forte e abile. Ambedue avevano realizzato il sogno mazziniano dell'unità ma senza Mazzini e senza Roma. A questo paradosso anche Garibaldi, alla fine, aveva cercato di porre rimedio con atti insurrezionali, ma nel 1862 era stato fermato in Aspromonte dall'esercito regio e nel 1867 era stato fermato a Mentana e a Villa Glori dall'esercito francese protettore del papa.
Improvvisamente, nell'estate 1870 lo scenario nazionale e internazionale stava cambiando e Mazzini pensò di scrollarsi di dosso la disillusione. Due giorni prima di scrivere il misterioso biglietto a Felice Dagnino, Mazzini, che era a Genova, vide la città insorgere e moltissimi genovesi, operai, studenti, donne alzare barricate contro le truppe accorse. Qualche giorno prima un analogo tentativo insurrezionale era stato fatto a Milano. L'occasione era stata una ingiusta sentenza contro un gruppo di patrioti genovesi arrestati e condannati dopo una pacifica dimostrazione repubblicana. A Milano l'ordine era stato subito ristabilito, a Genova i rivoltosi resistettero più a lungo. Mazzini era esultante: il suo obbiettivo di creare focolai politici rivoluzionari in varie parti d' Italia era condiviso da molti suoi compagni: da Genova alla lontana Sicilia. C'era anche una straordinaria e inaspettata congiunzione di eventi: pochi giorni prima, il 16 luglio, la Francia di Napoleone III aveva dichiarato guerra alla Prussia e le cose si erano subito messe male per l' esercito francese. Per Mazzini e per i democratici italiani l'imminente sconfitta della Francia apriva finalmente la via di Roma. Era il momento di agire: «Rompiamo, per Dio», scriveva Mazzini in quei giorni a Stefano Canzio, «questo fascino che ci tiene immobile sia la nostra Genova l'iniziatrice dell'impresa!». E all'amica Carlotta Benettini: «Ho fede nelle popolane di Genova. Bisogna prepararle a fare, mentr'io cerco d'innalzare la bandiera altrove. Bisogna che Genova, la mia Genova, se mai non riesce ad essere la prima città, sia almeno la seconda, che dia il segnale all'Italia della vera libertà. Bisogna che il giorno del sorgere sollevino quel grido Repubblica che fu quello dei nostri padri».
L'accenno alla bandiera da innalzare «altrove» e alla «prima città» dove avrà inizio la rivoluzione nazionale svela le ragioni del febbrile travestimento di Mazzini. Quello che egli sta per compiere è un gesto che, stranamente, i libri di storia hanno in gran parte trascurato. È l' ultima rivoluzione di Mazzini, il testamento di un politico complesso e incompreso, il gesto finale di un uomo privo ormai di forza fisica (Mazzini morirà un anno e mezzo più tardi), ma dalla eccezionale energia ideologica. Da qualche tempo i suoi compagni siciliani gli parlano di un fuoco repubblicano che cova sotto la cenere a Palermo e in altre località dell' isola. Mazzini è convinto che recandosi di nascosto a Palermo può guidare un movimento insurrezionale che poi dilagherà nel continente. Partirà con alcuni amici spacciandosi, appunto, per un tranquillo signore inglese. Il parrucchiere gli ha tagliato la barba e applicato con il mastice delle fedine rossicce. Il viaggio prevede il tragitto in treno da Genova a Napoli; breve sosta nella città e imbarco sul battello di linea per Palermo. Prima della partenza Mazzini scrive decine di lettere e prepara proclami politici da diffondere in Italia mobilitando dappertutto il «partito» repubblicano. Poche ore prima di salire sul treno insieme a Agostino Bertani e Aurelio Saffi, Mazzini scrive poche, essenziali righe a un amico di Firenze. È il pomeriggio del 12 agosto: «Fratello, quando avrete mie linee, sarò - se non mi arrestano prima - in Sicilia. Intenderete che non vado in cerca del caldo o per contemplare l'Etna. Tenetevi dunque all'erta: se udite di moto, è mio, nostro quindi: se riesco, faccia ognuno ciò che deve, ciò che può. In caso diverso, avrete finito d'essere tormentati da me». È una lettera senza retorica, quasi un commiato. Il viaggio, notturno, fu tranquillo fino a Bologna, quando nello scompartimento entrò una giovane e bella signora che cominciò a scrutare Mazzini, come fosse sorpresa dal suo strano abbigliamento. I cospiratori si lanciarono sguardi interrogativi: era forse una spia della polizia? La signora disse che si recava a Palermo, e Mazzini sussurrò a Saffi che probabilmente sarebbero stati arrestati. A mezzogiorno giunsero a Napoli: la signora era scomparsa (in verità, non era affatto una spia) e Mazzini e gli altri scesero all'Hotel de Genéve, in attesa di imbarcarsi. Ma proprio a Napoli la stanchezza giocò un tiro mancino a Mazzini. Dalla sua camera ordinò al cameriere una scatola di sigari. Nell'attesa staccò dal viso i fastidiosi favoriti senza chiudere la porta a chiave. Il cameriere entrato con i sigari guardò stupito Mazzini. L'aveva riconosciuto. Mazzini, Bertani e Saffi decisero di cambiare immediatamente alloggio. Lungo le scale trovarono tutti i camerieri dell'albergo schierati e deferenti verso l'illustre ospite.
Una scena da commedia, ma Mazzini pensò di sfuggire al possibile arresto rimandando la partenza al giorno successivo. Ricorda Saffi che «il mutamento di domicilio a Napoli non aveva però giovato gran che al segreto». Infatti, al momento della partenza molta gente andò a salutarlo. Il risultato fu che appena sbarcato a Palermo Mazzini fu arrestato e imbarcato di tutta fretta sul vapore Ettore Fieramosca. Poche ore dopo la nave faceva rotta per Gaeta nel cui carcere militare fu rinchiuso. Vi rimase fino a metà ottobre 1870. L'arresto provocò una grande emozione in Italia, dove frattanto gli avvenimenti incalzavano e, dopo la caduta di Napoleone III, il 20 settembre Roma veniva occupata dall'esercito italiano. Un altro sogno mazziniano si realizzava senza, anzi, contro di lui. Paradossalmente, Mazzini uscirà dal carcere per l'amnistia decretata dal re il 9 ottobre 1870 per festeggiare la liberazione di Roma. Dal forte di Gaeta Mazzini scriveva a Giannetta Rosselli: «E l'Italia, la mia Italia, l'Italia com'io l'ho predicata? L'Italia dei nostri sogni? L'Italia, la grande, la bella, la morale Italia dell' anima mia?...».
Quell'Italia gli aveva spezzato l' ultima utopia di una «rivoluzione nazionale» che fondasse una repubblica democratica. Da Roma, prima sosta nel viaggio di ritorno a Genova, scriveva a un amico il 17 ottobre: «Noi abbiamo lasciato che si compisse la profanazione di Roma colla Monarchia. Il duplice mio sogno è sfumato. E io, vi ripeto, ho l'anima a bruno. Dovreste averla voi tutti».


“la Repubblica”, 12 maggio 2005  

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