19.2.19

Canto del re innamorato. Un corsivo di Fortebraccio (1982)

Margaret Thatcher

Poiché abbiamo ripetutamente detto ai nostri lettori quanto personalmente detestiamo il premier inglese, virtuoso e spietato (come non abbiamo mai taciuto la nostra profonda avversione per i generali argentini, tiranni e omicidi), riteniamo doveroso avvertire chi, bontà sua, ci segue, che c’è qualcuno, incomparabilmente più potente e più autorevole di noi, addirittura innamorato della signora Thatcher. Ce ne dà notizia il compagno Enea Cerquetti, deputato al parlamento, un comunista che ci è doppiamente simpatico: e perché è milanese e perché è stato sindaco, per ben nove anni, di Cinisello Balsamo, il centro lombardo che ha conosciuto il più impetuoso e popolare sviluppo mai, se non andiamo errati, registrato in Italia.
Il compagno on. Cerquetti ci ha fatto avere un ritaglio del quotidiano inglese “Herald Tribune” del 22 giugno u.s, che senz’altro vi traduciamo: «Secondo quanto scrive il Sunday Times, re Fahd, sessantaduenne, salito di recente sul trono dell’Arabia Saudita, è stato a tal punto colpito dal primo ministro inglese Margaret Thatcher, cinquantaseienne, quando la conobbe a Londra un anno fa, che lui ordinato al proprio poeta di corte di comporre un’ode in onore di lei. Il giornale non rivela come sia venuto in possesso della lirica che riportiamo qui di seguito: "Venere è stata scolpita da un uomo / ma Margaret Thatcher / donna ben più piacente / è stata scolpita da Allah. / Il mio cuore si è messo a correre quando l’ho vista faccia a faccia / la sua pelle era liscia come l’avorio / le sue giance rosee come una rosa inglese / e i suoi occhi soavi come quelli di una giumenta. / Il suo viso è più seducente del viso di qualsiasi moglie amata / e concubina ardentemente desiderata” ». Fine della poesia.
Preferiamo non commentare. Ma lasciateci dite che ci vengono i brividi se pensiamo al canto che la consorte del re saudita avrebbe ordinato al poeta di corte il giorno in cui, tutto essendo possibile, si fosse innamorata di Spadolini, «scolpito da Allah / e che forse se ne va ».

“l'Unità”, 29 giugno 1982

Esequie - e nozze - d'onore (Saul Caia)


Sul finire del 2015, “narcomafie”, la rivista del “Gruppo Abele” pubblicò un articolo di Saul Caia, che – partendo dall'allora recente e chiacchieratissimo funerale del boss Casamonica – mise in file alcune notizie già note al pubblico più attento alla materia su esequie e nozze “d'onore” in Italia e in America. Sebbene ridotto (contiene solo alcune esemplificazioni) e non aggiornato agli ultimi 3 anni, mi pare ancor oggi un utile promemoria. (S.L.L.)

Giuseppe Genco Russo ai funerali di Calogero Vizzini detto don Calò (Villalba 1954)

Funerali e matrimoni sono da sempre, per la malavita, un'occasione per costituire alleanze o per esternare il proprio potere. Bare di bronzo o placcate in oro, carrozze borboniche trainate da cavalli, sfarzose corone di fuori e bande musicali. Per l'ultimo saluto ai boss della criminalità organizzata non si bada a spese. E per i matrimoni, tanti scelgono per testimone un amico politico.

Il carro funebre per Vittorio Casamonica detto "lo Zio" (2015)

Carrozza nera con decorazioni dorate trainata da sei cavalli neri e accompagnata da una banda che suona la colonna sonora de Il Padrino. All'entrata della chiesa la gigantografia del defunto e uno slogan: “Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso”. Un elicottero sorvola la zona, cospargendola di petali di rosa.
Potrebbe sembrare solo una cerimonia funebre troppo fastosa, in un pomeriggio afoso di agosto nella periferia di Roma. Se non fosse che il defunto si chiamava Vittorio, di cognome Casamonica, per tutti “lo Zio”, considerato il capo indiscusso dell'omonimo clan. Tanto clamore, ma quello del clan d'origine sinti non è il primo caso in cui la Chiesa è direttamente o indirettamente coinvolta con uomini d'onore e criminali, sia in Italia sia all'estero.
Le organizzazioni criminali manifestano una forte devozione e fanno un largo uso di rituali con santi e Madonne. Molti riti di iniziazione prevedono l'utilizzodi santini: la ’ndrangheta usa quello di San Michele Arcangelo, la camorra quello della Madonna di Pompei. Gli uomini d’onore sfoggiano vistosi crocifissi e rosari, si tatuano immagini sacre, s’incontrano in luoghi di culto. Il Santuario della Madonna di Polsi, del comune di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, è stato meta di pellegrinaggio dei boss della ’ndrangheta in occasione della festa. La famiglia Santapaola e numerosi suoi affiliati facevano parte della candelora del circolo Sant’Agata, protettrice della città di Catania. E la cronaca degli ultimi anni ha posto l’accento sulle processioni e gli inchini delle statue di fronte alle case dei boss. Come nelle dinastie reali, da sempre le mafie stringono accordi attraverso matrimoni e omaggiano i propri defunti con fastosi funerali.

Riposa in pace.
Le esequie di Vittorio Casamonica hanno fatto riemergere vecchi ricordi. Come quelli che portano la data del 1962, anno in cui a Napoli fu celebrato il funerale di Lucky Luciano. Il padrino, originario di Lercara Friddi, piccolo comune palermitano, era emigrato giovanissimo negli States per poi esserne espulso nel ‘46 per le sue attività criminali. Il giorno dell’estremo saluto, lo sfarzoso carro funebre con decorazioni borboniche in oro, rigorosamente nero e trainato da otto cavalli dello stesso colore, attraversò il quartiere partenopeo per giungere prima alla chiesa della Trinità e poi al cimitero inglese. Il carro funebre aveva trasportato in passato anche un altro uomo d’onore, il camorrista Giuseppe Navarra, meglio conosciuto come ‘il Re di Poggioreale’.
Più recentemente, nel luglio del 2010 ha destato scalpore la messa dedicata in Sicilia ad Agostino Cuntrera, boss e noto trafficante di droga, originario di Siculiana ed emigrato in Canada dove era entrato in stretti rapporti con la famiglia dei Rizzuto. Quando il ‘Signore di Saint Léonard’ (come lo avevano ribattezzato i quotidiani canadesi) fu ucciso a Montreal, padre Leopoldo Argento celebrò una funzione riservata ai parenti del mafioso. “Mai girare le spalle alla fede - disse padre Leopoldo nel corso dell’omelia - che rappresenta l’unica ancora di salvezza per l’umanità”.
Con più riservatezza, invece, è stato celebrato a Catania il funerale di Giuseppe Ercolano, conosciuto come ‘u Zu Pippo’ o ‘il boss degli ortofrutticoli’ per le sue attività nel settore. Ercolano era cognato di Nitto Santapaola, nonché padre di Aldo Ercolano, esecutore materiale dell’omicidio di Giuseppe Fava, e di Enzo Erco-lano, imprenditore specializzato nel settore degli autotrasporti e arrestato recentemente nell’inchiesta Caronte. Nell’afoso agosto del 2012, alla chiesa di Ognina della città etnea erano presenti solo i familiari più stretti arrivati con berline e macchine di lusso. Il feretro era stato trasportato dalla ditta D’Emanuele, di proprietà di Sebastiano e Natale, cugini di Nitto Santapaola e coinvolti in diverse inchieste giudiziarie di mafia, accompagnato da quattro furgoni contenenti corone di fiori, omaggi di diverse famiglie e amici vicini al clan. “È morto Pippo Ercolano, grande esempio per la famiglia”, si legge nel necrologio apparso su La Sicilia, il più diffuso quotidiano nell’isola di proprietà dell’imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo, che in passato aveva però negato la pubblicazione del necrologio del commissario di polizia Beppe Montana ucciso dalla mafia nel 1985.

Onorevoli testimoni.
“È noto ormai a tutti che sono stato testimone di nozze del Di Cristina, molto prima che in Sicilia e in Italia si cominciasse a parlare di lotta alla mafia e di antimafia”. A parlare, correvano gli anni Settanta, è l’onorevole Graziano Verzotto. Il deputato andreottiano della Dc ammette di essere stato testimone di nozze di Giuseppe Di Cristina, la ‘tigre di Riesi’, boss dell’omonima famiglia del comune in provincia di Calta-nissetta e figlio di don Cicco Di Cristina, uno dei patriarchi della mafia campieristica al pari di Calogero Vizzini e Genco Russo. L’altro testimone dello sposo era Giuseppe Pippo Calderone, detto ‘cannarozze d’argento’ per via di una protesi alle corde vocali, fondatore della prima famiglia di mafia a Catania.
Nell’ottobre del 1977, nella chiesa del Santissimo Crocifisso di Siculiana, in provincia di Agrigento, si celebrano le nozze tra Gerlando Caruana, figlio del capomafia Leonardo, e la giovane Maria Silvana Parisi. Nel certificato di matrimonio, spicca come testimone dello sposo il nome di Calogero Mannino, da poco eletto deputato nazionale con la Dc. Lo stesso Mannino che, nell’agosto 1988, insieme con il suo collega di partito nonché ex sottosegretario Giuseppe Sinesio, farà da testimone alle nozze tra Giuseppe Calandrino e Anna Maria Di Maida, figlia di Vito (il quale aveva Mannino come testimone di nozze) e nipote di Angelo Ciraulo, ritenuto capomafia di Ravanusa.
E nei registri non mancano i nomi di politici che sarebbero poi diventati presidenti. Nel 2000, Totò Cuffaro fa da testimone a Francesco Campanella, già presidente del consiglio comunale di Villabate e condannato per reati di mafia. Secondo testimone dello sposo è Clemente Mastella, politico pluri-partitico e ministro dei governi Berlusconi e Prodi. E a proposito di presidenti, nel 1983 Raffaele Lombardo è a Niscemi perché invitato da Salvatore Paternò, figlio del capomafia del paese, che convoglia a nozze con Renata Rizzo, sorella dell’ex sindaco democristiano e cognato di Salvatore Giungo, boss della mafia locale. Il futuro inquilino di Palazzo d’Orléans farà compagnia sull’altare al boss Giuseppe ‘Piddu’ Madonia, capomafia di Vallelunga e componente della commissione regionale di Cosa nostra, oggi all’ergastolo. Il certificato di nozze è presentato nel corso del processo Iblis, tenutosi a Catania, che ha in seguito portato alla condanna in primo grado a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno in associazione mafio-sa proprio Lombardo. Anche l’ultimo presidente della Regione, Rosario Crocetta, è stato testimone di nozze di un uomo d’onore. “Siamo stati amici d’infanzia, abitava vicino casa mia, era orfano di madre”, racconta Crocetta quando parla dell’amico Alessandro Barbieri, conosciuto nel quartiere Bronx di Gela in cui era cresciuto. Entrambi lavoravano come dipendenti del polo petrolchimico gelese, e nel 1973 accetta la richiesta dell’amico di fargli da testimone. “Per circa 15 anni non l’ho visto, poi è stato arrestato, ha preso una via sbagliata. Sapere che un amico d'infanzia è diventato un capomafia mi ha provocato un grande dolore, ma io con lui non ho mai avuto a che fare”.
Mentre Crocetta da sindaco di Gela diventa eurodeputato e presidente della Regione, l'amico Barbieri scala i vertici della mafia gelese, diventando capomandamento e consuocero di Piddu Madonia.
La partecipazione a un matrimonio importante val bene la fatica di un viaggio all'estero. Marcello Dell'Utri, fondatore di Forza Italia con Silvio Berlusconi, nel 1987 volò a Londra per partecipare alla celebrazione nuziale di Girolamo Maria Fauci, detto ‘Jimmi', narcotrafficante internazionale. Tra i commensali ci sono molti amici e parenti dello sposo, tra cui Francesco Di Carlo, coinvolto nel processo per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Capelli corti e ricci, occhiali da vista tondi, Angelino Alfano ha ventisei anni e da poco è stato eletto deputato e capogruppo all'assemblea regionale di Sicilia. Si reca a Palma di Montechiaro per prendere parte al matrimonio di Gabriella Napoli e Francesco Provenzani. Nel corso dei festeggiamenti saluta il padre della sposa, Croce Napoli. Il frammento di quell'immagine è immortalato nel filmino matrimoniale e pubblicato alcuni anni dopo dal quotidiano “la Repubblica” che per l'occasione sottolinea che Croce Napoli era anche considerato il boss di Palma di Montechiaro. Inizialmente Alfano nega di essere stato al matrimonio, poi davanti l'evidenza corregge il tiro: “Sono stato invitato dallo sposo, mio conoscente. Non conoscevo la sposa, men che meno suo padre”.


Riti d'onore d'Oltreoceano.
Nel novembre 1924, a Chicago, diecimila persone (tra cui il sindaco, il procuratore di Stato, il capo della polizia e quello della contea) diedero l'ultimo saluto a “don Michele”, all'anagrafe Michele Merlo, originario di Sambusa di Sicilia ed emigrato negli States in cerca di fortuna. E di fortuna, oltreoceano, Mike ne aveva fatta tanta, arrivando a controllare il mercato nero degli alcolici durante il periodo proibizionista. Un'attività che ne fece il potentissimo e rispettato capo della criminalità della città che presto avrebbe visto la scalata di Al Capone. Per celebrare don Michele, l'Unione Siciliana, associazione d'alleanza tra i residenti in Sicilia e quelli emigrati negli States, donò 30 mila dollari per i fiori e una statua di cera a grandezza naturale raffigurante il volto del boss. Nel maggio dell'anno successivo, in centinaia presenziarono ai funerali del suo successore, Angelo Gemma, alias ‘Bloody Angelo'. Una bara interamente di bronzo, del peso di 1.200 chilogrammi e del costo di tremila dollari, fu accompagnata da un corteo di una decina di auto, con bandiere e striscioni. Stando alle cronache dell'epoca, furono spesi 75 mila dollari in fiori e tutti i principali boss avevano inviato un omaggio floreale: i gigli di Al Capone, le peonie di Giuseppe ‘Diamond Joe' Esposito, i garofani di John Torrio.
Bisognerà attendere molti anni per rivedere in America una cerimonia simile. Precisamente l'ottobre del '76 quando morì il capo dei capi della mafia statunitense, Carlo Gambino, fulminato da un infarto mentre guardava la partita dei New York Yankees in tv. La sua salma fu accompagnata da cento macchine e nella chiesa di Saint John's Cemetery del quartiere del Queens, erano stipate un migliaio di persone. A Montréal, considerata da molti la patria di Cosa nostra, in tre anni si sono celebrati in sequenza gli estremi onori per i Rizzuto, i padrini del Canada. Il primo in ordine cronologico - il 28 dicembre 2009 - è stato quello di Nick Rizzuto junior, figlio di Vito e nipote del patriarca Niccolò, sepolto in una bara placcata in oro e accompagnata da centinaia di amici e parenti. Ma quando a morire è Niccolò, l'uomo d'onore per eccellenza, emigrato da Cattolica Eraclea e diventato una delle costole dell'organizzazione mafiosa dei Bonanno di New York, le spoglie del padrino sono accompagnate solo dal silenzio nella chiesa di Notre Dame de la Défense nel quartiere della Little Italy di Montréal. Nel dicembre 2012 si spegne l'ultimo Vito. Settecento persone (scrive il “The National Post”) vegliano la sua salma nella cappella di famiglia a St. Léonard. Anche in questo caso, la bara è in oro, accompagnata in corteo da decine di limousine, ciascuna con una corona. Le televisioni riprendono l'arrivo dei familiari, mentre agenti in borghese e uomini dei reparti speciali filmano tutto. Il funerale di Vito Rizzuto dà la stura al dibattito. Lo scrittore e giornalista del “The National Post” Adrian Humphreys intervista Monsignor Incaltalupo che ha celebrato la messa e che rimarca come “la Chiesa non rifiuta nessuno. Era cristiano e aveva il diritto di avere un funerale nella Casa di Dio”. Anche il portavoce dell'Arcidiocesi di Toronto, Neil Mac Carthy glissa: “Un funerale non è una valutazione della vita di un individuo. È un'opportunità per noi di pregare per il defunto e la famiglia che ne piange la scomparsa”.

narcomafie” numero 5 novembre/dicembre 2015 edizioni Gruppo Abele

18.2.19

Kariba, la diga che ridiede onore all’Italia (Andrea Goldstein)

Un interessante articolo rievocativo, finale ideologico a parte (si collega la morte dell'ing. Baldassarini in Svizzera alle diffidenze che oggi in Italia circonderebbero le grandi opere). Va ricordato peraltro che la diga sullo Zambesi che creò il più grande lago artificiale del mondo soffre oggi per i ritardi nelle manutenzioni straordinarie che la mettono in pericolo. (S.L.L.)

Un giovane ingegnere toscano che sfida Nyaminyami, il dio fiume dello Zambesi; un consorzio di agguerrite imprese italiane che prevale su prestigiose multinazionali; un Paese che ha perso la Seconda guerra mondiale che fa concorrenza alle potenze vincitrici e diventa un alleato prezioso dei governi post-coloniali in Africa australe. La costruzione della diga di Kariba negli anni 50 fu qualcosa di più del semplice racconto di una immensa realizzazione tecnica, il cui sbarramento creò il più grande lago artificiale al mondo, 13 volte il Garda.
All’origine di tutto ciò stava Impresit (Imprese italiane all’estero), del gruppo Ifi-Fiat, che le dighe le sapeva fare (aveva costruito in Val Venosta), ma i cui tentativi di conquistare i mercati esteri (Pakistan, Oceania) si erano saldati con sconfitte, in parte dovute all’assenza di ingegneri anglofoni. L’Africa, dove la società iniziò a costruire strade negli anni 40, offriva nuove opportunità in un momento in cui in Italia rallentava la ricostruzione post-bellica. Altre due società si trovavano nella stessa situazione: Lodigiani aveva costruito la sua prima diga nel 1906, Girola ne contava 30 al proprio attivo. Insieme allo studio dell’ingegnere Giuseppe Torno, crearono Impresit South Africa nel 1955, che presto si aggiudicò tre progetti in Rhodesia e Mozambico, un carnet di lavori con cui dare vita al patto Gilt e concorrere all’appalto per Kariba. Un progetto da 82 milioni di dollari al confine tra le due Rhodesie (attuali Zambia e Zimbabwe) finanziato dalla Banca Mondiale (36%), dai produttori di rame (25%) e dalla Colonial Development Corp. (19%).
Per un ritardo dell’aereo dall’Europa, ad aprile 1956 la busta tricolore arrivò a Sainsbury (l’odierna Harare) 10 minuti prima della chiusura dei termini, con poche speranze di prevalere sul meglio dell’ingegneria civile britannica (John Laing & Son, Cementation, Richard Costain). A giugno l’annuncio creò la sorpresa e a sancire la forza del Sistema Italia concorse il contratto per le linee di trasmissione aggiudicato a Rhodesia Power Lines, filiale della Sae. Si combinavano qualità di giovani professionisti (che nel frattempo avevano imparato l’inglese!), basso costo della manodopera e modesta marginalità della proposta Impresit (3%, contro 14% dei concorrenti anglosassoni). Se l’appalto finì a Impresit è perché in ogni caso le maestranze sarebbero state italiane, chiunque avesse vinto, un punto che enfatizzò Godfrey Huggins, primo ministro della Central African Federation, quando i sovranisti dell’Impero criticarono la scelta, temendo che gli immigrati italiani in Africa ci sarebbero restati...
Quando Mario Baldassarrini si trasferisce nell’odierno Zambia per dirigere i cantieri, poco sa dell’Africa. Ha 35 anni, si è laureato a Pisa dopo che i suoi studi erano stati interrotti dalla chiamata alle armi, e ha lavorato con l’ingegner Peppino Lodigiani in quatto cantieri italiani (Lovero, Recco, Val Zebrù e Cancano). Ma l’avventura è nei geni dei Baldassarrini. Da Baldassarre Baltazarini, musicista che nel 1572 organizzò la joute mascarade per le nozze di Enrico di Navarra con Margherita di Valois, all’architetto e ingegnere, Alula, emigrato in Argentina negli anni 1910 e a cui si devono le ville che fecero di Mar del Plata la Biarritz dell’Atlantico del Sud.
Grazie alle doti professionali e umane, Baldassarrini, nel frattempo raggiunto a Kariba dalla moglie e dai giovani figli, riesce a portare a termine il più grande progetto di ingegneria civile del dopoguerra. Gestisce la relazione con Angus Paton («One of the most able civil engineers of the modern era» secondo il necrologio dell’Independent nel 1999), Sir Henry Olivier (Chief Engineer) e il francese André Coyne. Regna su una forza lavoro che arrivò a contare 8mila africani e 1.600 europei. Gli operai venivano dal Nord Italia (bergamaschi e friulani, in particolare), ma anche da Motta San Giovanni, in Calabria.
Certo non tutto fu rose e fiori. Le condizioni di lavoro erano dure, gli stipendi appena accettabili, i contratti incomprensibili anche per i manovali italiani, dozzine dei quali perirono sul cantiere e nel cui ricordo fu costruita la chiesa di Santa Barbara. L’African National Congress era fortemente contrario a Kariba, che per oltre 55mila indigeni Tonga (Batonka) significò il trasferimento coatto. Non mancarono i momenti di tensione, ma, secondo Sir Olivier, Baldassarrini era «grosso, molto duro e con la stretta di mano di un gorilla».
Ancora più insidiose si rivelarono le piogge del marzo 1957, le più intense mai registrate nella zona, che ingrossarono a dismisura lo Sanyati, un affluente dello Zambesi, provocando danni ingenti. Eppure a fine anno i lavori rispettavano perfettamente il cronoprogramma, tanto che a inizio 1958 si iniziò a bonificare il fondo del futuro lago in modo da popolarlo di pesci e creare un’industria ittica. Poco dopo arrivò però un’altra piena, altrettanto devastante, ma nel corso dell’anno tutto il ritardo venne recuperato e la diga venne completata a dicembre 1958. A far parlare di Kariba nel mondo concorse anche l’Operazione Noè, il salvataggio di 6mila animali minacciati dal risalire delle acque, tra cui 23 elefanti e 44 rinoceronti.
Il 17 maggio 1960, per l’entrata in funzionamento del «biggest piece of masonry in Africa since the Pharaohs built the Pyramids» (scripsit il Sunday Mail) venne pure la Regina Madre, mentre in Italia le celebrazioni furono più sotto tono – anche se in Senato il 12 maggio 1960 Emanuele Samek Lodovici celebrò «il coraggio, l’abilità, la fatica, la tenacia e la fede che permisero la realizzazione [della] “diga degli italiani”». In compenso l’anno successivo Kariba apparve in Italia 61, il documentario realizzato dalla Walt Disney per conto della Fiat per celebrare le italiche glorie riprese dal cielo.
Degli italiani, privi di boria coloniale, i locali apprezzarono la disponibilità a condividere e insegnare. Aveva ragione Samek Lodovici ad affermare che Kariba «ci ha fatto guadagnare in Africa più prestigio di qualsiasi guerra imperiale» e presto venne la conferma «dello spirito di fraternità e cooperazione umana, tra bianchi e negri (sic) che ha presieduto alla sua realizzazione».
Nel 1966, sul Guardian apparve un articolo intitolato “Italian Economic Invasion of Zambia”, che raccontava come la Fiat avesse venduto 450 camion, la Snamprogetti stesse costruendo un oleodotto e l’Agip avrebbe presto «dominate the petroleum markets of Tanzania, Zambia and the Congo». Tutto ciò grazie alla disponibilità del Sistema Italia a concedere finanziamenti e lasciare il controllo sulle infrastrutture nelle mani delle neonate nazioni.
Anche Baldassarrini rimase in Africa, a dirigere cantieri di competenza di Lodigiani (Akosombo in Ghana, Roseires in Sudan, Kainji in Nigeria), per poi passare a Mantaro in Perù, Tarbela in Pakistan e Lar in Iran, prima di rientrare a Milano nel Comitato esecutivo di Impregilo. E di spegnersi a 93 anni, in Svizzera, forse per non assistere allo spettacolo della sua Italia sospettosa di ogni opera infrastrutturale.

Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2018

“Mi interesso alle terre di nessuno”. La Domus Aurea e gli artisti rinascimentali. Parla Nicole Dacos (Franco Miracco 1986)


Una vecchia, poco nota e bellissima intervista a una grande storica dell'arte, dal “manifesto”, quotidiano comunista. Il ritaglio è senza data, ma l'anno è certamente il 1986. (S.L.L.)

Nicole Dacos (Bruxelles 1939 - Roma 2014)
Studiando l'affascinante vortice di osservazioni critiche, di dati, di idee, raccolte da Ernst H. Gombrich in Il senso dell’ordine (Einaudi) succede di leggere il nome della studiosa Nicole Dacos. Il grande storico dell’arte parlando della grottesca dice:«È ben noto che la fonte più ricca di tali motivi si trovava nelle stanze e nei corridoi della cosiddetta Domus Aurea di Nerone, tanto profondamente seppelliti nel terreno da esser noti come le grotte. Il diffondersi della grottesca può essere seguito quasi passo per passo, e così è stato di fatto seguito in uno studio ammirevole di Nicole Dacos». In una nota Gombrich ripete: «Ho seguito da vicino Dacos».
Decorazione della Domus Aurea neroniana
L’occasione dei lavori di restauro in corso alla Domus Aurea ci ha riportato alla grottesca, a quel «motivo mostruoso o buffo», ma soprattutto a quel nome di storico dell’arte capace di studiare un argomento «passo per passo». Così siamo arrivati a Nicole Dacos.
«La mia prima laurea — dice la Dacos — è in filologia classica, ma già mentre ero impegnata in quel genere di studi sentivo di essere attratta verso altro, insomma verso la storia dell’arte, l’archeologia. Però, dal momento che ero partita dalla filologia era necessario, prima di ogni altra scelta, chiudere quel capitolo. Dopo, cioè dopo questa formazione molto accademica, ho sentito l’urgenza di rivolgermi a cose profondamente diverse. Avendo letto i libri di Ranuccio Bianchi Bandinelli, fui spinta a lasciare il Belgio e a venire in Italia per seguire i corsi, i seminari, tenuti da questo grande archeologo».
Ad un certo punto della nostra lunga conversazione è stato fatto il nome di Marguerite Yourcenar, un’altra donna partita da Bruxelles, un’altra infanzia fiamminga. Spesso nelle pagine della scrittrice troviamo indicato il momento in cui avvengono strani miscugli, quelli che poi consentono che dalla semplice conoscenza si passi all’immaginazione, dall’archivio al romanzo. L’arida filologia certamente non ha mai chiuso nessun argomento per la Yourcenar, meravigliosa indagatrice di storia e di archeologia. Le sculture, quanto ora noi chiamiamo in questo modo, hanno veramente conosciuto una lunga «avventura» che provoca la scrittrice.
Gli elementi naturali o gli uomini le hanno consunte, mutilate, sfigurate. Osservando ciò che è rimasto «intimamente unito all’avventura» di una statua, non si può che dire: «Ogni sua ferita ci aiuta a ricostruire un crimine e a volte a risalire alle sue cause». Così, nell’archeologia e nell’andar per favole, la scrittrice riafferra la storia.
Dunque risalire l’avventura e per imparare a far questo la giovane Dacos da Bruxelles va a Roma.
«Con Bianchi Bandinelli ho imparato il valore di un metodo basato sulla attenta lettura delle opere, mai disgiunta però dalla conoscenza di altre e diverse discipline: artistiche, letterarie, filosofiche, storiche, sociologiche».
La giovane studiosa belga segue le lezioni di Bianchi Bandinelli perché lì trovano conferma i suoi sospetti contro la filologia. E assieme alla Dacos torniamo per un momento al fascino e alle parole di una di quelle lezioni: «Occorre dunque ripetere ciò che abbiamo detto già molte volte. Forse lo abbiamo detto con poca chiarezza o con non sufficiente determinanzione. Forse è vero quello che diceva un vecchio scrittore — Gide, mi pare — che bisogna ripetere sempre le stesse cose, perché nessuno sta ad ascoltare — gli archeologi e i filologi classici meno che mai. E forse proprio nel campo specifico della cultura classica, tra filologi e archeologi, vi è una particolare ottusità e diffidenza verso i problemi generali e un particolare distacco dalla cultura viva: ma ciò è imputabile non alla scienza che essi professano, bensì soltanto a chi la rappresenta. Occorre dunque ripetere che anche negli studi di antichità bisogna distinguere i due momenti, le due istanze: l’una specifica, tecnica; e l’altra universale, formativa, culturale; e che i due morpenti vanno, sì tenuti distinti; ma che il secondo deve rimanere presente alla mente dello studioso quale fine ultimo e scopo sostanziale della indagine specifica: altrimenti viene a mancare, come tante volte è accaduto, la capacità, e la possibilità addirittura, di distinguere tra problemi veri e problemi fittizi.
Sarebbe come se, nella trama di un racconto poliziesco, ci si perdesse nella raccolta dei dati e degli indizi e si dimenticasse che lo scopo finale è la scoperta dell’autore del delitto».
Nicole Dacos nasce, in quanto studiosa, dall’accettazione proprio di questo passaggio, identico sia per la Yourcenar, scrittrice-archeologa, che per Bianchi Bandinelli, archeologo colto, la scoperta dell’autore del delitto.
E dopo Ranuccio Bianchi Bandinelli?
«Cerco di orientarmi sempre più verso la storia dell’arte e allora inizio a occuparmi della Domus Aurea. Entro cioè in quel mondo sotterraneo frequentato molto attentamente da Pinturicchio, Signorelli, Aspertini, Giovanni da Udine, e poi ancora da tanti altri pittori europei durante il Cinquecento. Per questo motivo, a quel punto, mi avvicino a Roberto Longhi.
Se con Bianchi Bandinelli ho avuto un rapporto molto amichevole, quasi familiare, andare da Longhi invece era una specie di esame. Mi faceva una grande impressione. Ma da Longhi ho imparato la vera storia dell’arte, quella senza chiacchiere».
La storia dell’arte senza chiacchiere, intanto, si stava trasferendo nelle prime pubblicazioni, dava impulso a nuovi studi. “Ma venendo comunque da una formazione di filoioga classica — dice Dacos — sentivo il desiderio di fare alcune verifiche, di appronfondire gli elementi dei miei studi. Così sono andata all’istituto Warburg di Londra. Lì ho portato le mie ricerche sulla Domus Aurea».
Siamo dunque giunti nel tempio Warburg, nel mitico luogo. Qual è il suo giudizio su Warburg?
«Fu un grande stimolatore e una persona molto affascinante. Ma era un dilettante, dotato però di una grandissima cultura, soprattutto di tipo filologico. Oggi mi pare che in certi ambienti ci sia un eccessivo entusiasmo verso questo studioso. Chi volesse imitare Warburg correrebbe seri rischi nel caso non possedesse la sua notevole cultura filologica. Senza la cultura di Warburg c’è il pericolo di scrivere saggi da salotto, perché il limite che vedo in questo complesso personaggio è dovuto al negativo di un’erudizione che non porta a nulla. Insomma: è il caso di un’erudizione scollegata dalla storia. D’altra parte lo stesso Gombrich ha avuto più di una difficoltà nel sistemare il pianeta Warburg».
Da quel pianeta però, da Aby Warburg (1866-1929), dai suoi studi iconologici e mitologici, dalla sua astrologia, sono usciti interrogativi come il seguente che pur devono avere interessato Nicole Dacos: «Ecco il problema: che cosa significa l’influsso degli antichi per la civiltà artistica del primo Ri-nascimento?» O non era questa la domanda di fronte agli affreschi della Domus Aurea dipinti dai pittori di Nerone?
Nicole Dacos è anche l’autrice di libri come Le Logge di Raffaello, maestro e bottega di fronte all’antico (indagando sulla decorazione delle logge del Vaticano la studiosa scopre quali sono stati gli allievi di Raffaello che vi hanno lavorato; scopre che Giorgio Vasari ha scritto il vero dicendo che non furono solo otto gli autori raffaelleschi; dà un nome anche agli anonimi, che allinea accanto a Giovanni da Udine, Giulio Romano, Gianfrancesco Penni, Perin Del Vaga, Polidoro da Caravaggio). Altri suoi studi: i pittori romanisti, i rapporti artistici tra i Paesi Bassi e l’Italia durante il Rinascimento.
Ma quali e quanti furono gli artisti che si calarono nelle grotte della Domus Aurea?
«A partire dagli anni Ottanta del XV secolo e per quasi tutto il Cinquecento non c’è artista importante che non conosca le pitture della Domus Aurea. Parlo dei pittori che realizzarono la Cappella Sistina prima di Michelangelo, cioè di quelli attorno al Perugino. Dopo ci sono i raffaelleschi, e dopo ancora i pittori fiamminghi che giungono a Roma, come Heemskerck o Hermannus Posthumus. E fino al 1540 si scende nella Domus Aurea per copiare. Si deve sapere che prima di allora gli artisti non conoscevano la pittura, i colori, dell’antico. Nel vedere tutte quelle frivolezze, quelle stranezze, gli artisti del tardo Quattrocento e del Cinquecento, trovano la prova di un’antichità libera, ricca di spunti anticlassici. Per loro le grottesche della Domus Aurea sono l’universo della fantasia, il libro dell’inconscio. Quel luogo ha avuto il compito di stimolare la fantasia. È un rifugio nell’immaginario per chi possedeva già un grande bagaglio di conoscenze classiche, diciamo di tipo vetruviano».
Orazio e Vitruvio, ci ricorda Dacos, non amano le follie, le frivolezze. Nelle parole di Orazio la condanna di ciò che invece è proprio la pittura della Domus Aurea: «Se un pittore scegliesse di aggiungere un collo di cavallo a una testa umana e di far crescere piume multicolori ovunque su un miscuglio di membra, così che quanto in cima è una bella donna finisca in basso in un brutto pesce oscuro - amici, a questa vista, cercate di non ridere. Pittori e poeti hanno sempre il privilegio di osare qualsiasi cosa... ma non fino al punto di unire il dolce al selvaggio, o che i serpenti si ac-coppiino con gli uccelli, gli agnelli con le tigri». Esattamente ciò, che a loro modo, fecero Pinturicchio, Ghirlandaio, Giovanni da Udine, ecc.
«Attenzione però — avverte Dacos — copiano ma si apprestano a inventare altro. Sono stimoli per discorsi assolutamente nuovi».
Nicole Dacos, che per anni è vissuta nei sotterranei della Domus Aurea, dopo avere scovato tutte le firme graffite dagli artisti su quelle superfici, ora davanti a noi in condizioni di estremo degrado, frugando in archivi, biblioteche, musei, collezioni pubbliche e private, ha individuato ciò che quegli artisti disegnarono o dipinsero a partire dagli affreschi della Domus Aurea.
Dunque, ogni volta, è avvenuta «la scoperta dell’autore del delitto». È come se Amico Aspertini (1475-1552) o il Pinturicchio fossero stati colti «con le mani nel sacco» e qualcuno li avesse riportati nella casa di Nerone e sottoposti all’evidenza che tutte le loro invenzioni, le loro grottesche, soltanto in quel luogo avevano avuto origine.
E Nicole Dacos ha avuto anche l’immensa gioia di scoprire un quadro che fotografa la scena del delitto, cioè il momento in cui alcuni pittori con delle torce in mano stanno per calarsi nelle grotte della Domus Aurea. In una di quelle, nella grotta nera per l’esattezza, alcuni anni fa Dacos decifra diverse firme graffite sulla volta. Appartengono a quei pittori provenienti dai Paesi Bassi e attivi a Roma attorno al 1536. I graffiti sono la testimonianza del passaggio nella Domus Aurea di Martin van Heemskerck, Lamberto d’Amsterdam, Herman Postma. Ed è il nome latinizzato di quest’ultimo, cioè di Hermannus Posthumus, che Dacos legge a firma di un quadro, solo un paio d’anni fa apparso misteriosamente nelle collezioni del principe di Liechtenstein.
L’opera rappresenta una fantasia archeologica sul tema «Il tempo divoratore delle cose» e ciò che colpisce di questo fantastico paesaggio, molto moderno per l’epoca in cui fu dipinto (1536), è la presenza di un universo di frammenti archeologici, di sculture e architetture, teste colossali, rovine di templi, capitelli, urne, anfore, ma soprattutto ad emozionarci è la visione di alcuni artisti, che studiano e prendono le misure di quelle reliquie dell’antico o che si apprestano a discendere nella Domus Aurea per copiare l’immaginario colorato dei pittori di Nerone.
Abbiamo detto che Nicole Dacos si occupa dei pittori cosiddetti romanisti, artisti cioè che lavorarono tra i Paesi Bassi e l’Italia e che nessuno storico dell’arte di formazione accademica studia, perché si tratta di materia dalla problematica collocazione. Sono pittori «italianizzanti» e che durante il XVI secolo, sia nei Paesi Bassi che in Spagna, sono «impregnati di cultura italiana». Dice Dacos: «Essi appaiono come degli eterni stranieri e sono 'sospettati’ sia dagli storici dell’arte fiamminga che da quelli dell’arte italiana. Lo studio di questi artisti in effetti presuppone la conoscenza della pittura dei Paesi Bassi, ma anche dalla pittura italiana».
Ma più precisamente cosa spinge Nicole Dacos a questo genere di studi? — «M’interesso alle terre di nessuno — è la risposta — alle culture ibride, cioè doppie, Paesi Bassi e Italia, l’antico e il rinascimento».

Questioni di parole. La lingua congelata dei vocabolari italiani (Mariarosa Bricchi)



Definiti da Samuel Johnson «mestieranti inoffensivi», in Italia i lessicografi hanno animato dibattiti lunghi, accesi e importanti. Nel suo «L'ordine delle parole» Claudio Marazzini li ripercorre, mettendo in luce come da noi la lingua sia considerata, più che un sistema di pensiero in movimento, un patrimonio lessicale,
In tema di vocabolari, l'Italia vanta alcuni indiscussi primati. Primato cronologico: si sa che la Crusca del 1612 fu il primo vocabolario di una lingua moderna realizzato secondo criteri scientifici. Primato nella densità, e varietà, di produzione. Vocabolari dei sinonimi, settoriali, generali, dialettali, metodici, nomenclatori, puristi, neologisti, tecnico-specialistici, etimologici, enciclopedici, storici, monolingui o bilingui, dell'uso o di voci fuori dall'uso, complementari o alternativi alla Crusca, realizzati da scrittori per uso privato o destinati alle scuole, in cd rom oppure online: il secolare affollamento lessicografico ha rasentato in alcuni periodi - segnatamente l'Ottocento (altresì definito «il secolo dei vocabolari») - l'horror vacui.
Oggetti controversi
E infine, primato non certo trascurabile, quello nella litigiosità: in nessun paese i dibattiti intorno ai vocabolari furono lunghi, accesi e culturalmente importanti come in Italia, da inizio Seicento fino alle soglie del Novecento. Il dottor Johnson, nel suo grande Dizionario inglese del 1755, alla voce «lessicografo», dava la definizione «un mestierante inoffensivo» (a harmless drudge): nulla di meno imbelle, per contro, dei lessicografi di casa nostra, impegnati ab originis a distinguere tra uso e buon uso della lingua, tra ben parlanti e malparlanti, tra norma e trasgressione.
Uno dei cuori pulsanti delle dispute linguistiche fu proprio, fin dalla sua prima pubblicazione, il vocabolario della Crusca, ora avversato come baluardo del conservatorismo, ora esaltato in quanto depositario e guardiano della purezza della lingua. Ma l'endemica questione ebbe natura pervasiva, e interminabili furono i dilemmi a proposito delle voci da accogliere o escludere, dalla Crusca come dagli altri dizionari.
Tra gli oggetti più controversi erano le parole agli estremi del ciclo vitale, cioè arcaismi e neologismi, ma anche forme specifiche di innovazione linguistica come i tecnicismi e i prestiti dalle lingue straniere - sintomo, gli uni e gli altri, di uno sviluppo dell'italiano che veniva classificato, di volta in volta, come fisiologia o come patologia. Più in generale, si dibatté ininterrottamente sull'opportunità di registrare, accanto alla lingua letteraria, quella del presente e, a partire dall'Ottocento, sulla distinzione tra vocabolari storici, rivolti al passato, e vocabolari dell'uso, orientati alle necessità quotidiane della comunicazione. Altri interrogativi coinvolsero i dizionari dialettali (i repertori bilingui andavano intesi per tramandare un dialetto e il suo patrimonio letterario, o per far da ponte tra quello e il toscano?); e i dizionari dei sinonimi (dovevano i sinonimi essere tesaurizzati come ornamento della lingua o analizzati e distinti per guidare la precisione del dettato?).
Questa storia secolare di parole e di dispute la racconta ora Claudio Marazzini nel suo L'ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani (il Mulino, 2009). Sembra strano che, in un paese tanto straripante di vocabolari, sia questo il primo volume sull'argomento pensato non come un rapido compendio ma come trattazione di largo respiro. Tant'è. Esistono naturalmente studi importanti dedicati a singoli episodi o stagioni di storia della lessicografia, e anche ottimi panorami complessivi, mai però così ampi, e disponibili per lo più in forma di capitoli entro storie linguistiche generali. Il libro di Marazzini - un vero manuale di quasi cinquecento pagine - si apre con i repertori e i glossari medievali antenati dei moderni vocabolari, e si chiude con un (breve) paragrafo dedicato agli strumenti lessicografici su cd rom e online. La struttura segue una linea cronologica, per scansioni grosso modo secolari, spezzata da capitoli centrati su temi rilevanti (la nascita dei dizionari etimologici; l'avventura, dall'Ottocento a oggi, dei dizionari dei sinonimi).

Un ruolo simbolico
L'ordine delle parole dà conto, naturalmente, non solo delle caratteristiche dei vocabolari, e del loro divenire storico, ma delle questioni e delle tensioni che ne hanno ritmato la vicenda secolare. Alla base dei tanti rovelli finalmente ripercorsi da Marazzini in racconto unitario, sta una realtà che, nel nostro paese, è parsa a lungo difficile da accogliere: la lingua non è una, ma molte. Cambia nel tempo, in un avvicendarsi di parole che nascono, muoiono e rinascono; cambia nello spazio, coi dialetti e le varianti regionali; cambia in relazione agli usi (la lingua letteraria è diversa da quella della comunicazione quotidiana; il linguaggio della tecnica non ha nulla a che fare con quello della burocrazia; e via di seguito).
Italiani scritti è il nome di un libro di qualche anno fa di Luca Serianni che, appunto fin dal titolo, assumeva come oggetto di analisi le varietà della lingua, e la loro diversa funzione comunicativa. Molta della storia vocabolaristica italiana si è invece confrontata con la mutevolezza cercando, piuttosto che di descriverla, di frenarla. E i lessicografi hanno spesso speso i loro sforzi non per registrare un sistema autonomo e complesso, ma per legiferare, accordando permessi o divieti.
L'approccio interventista ha contato, nei secoli, molteplici adepti. A partire dai cruscanti che, recuperando attraverso il filtro di Leonardo Salviati l'opzione retrospettiva di Bembo, eleggevano a modello per il presente, con uno scarto di tre secoli, la lingua scritta del Trecento, evidenziandone la continuità col toscano contemporaneo. Quindi i puristi di ogni stagione, accesi partigiani di una bellezza ideale collocata in un punto-culmine del passato, per definizione imitabile, se pur ineguagliabile. E infine lo stesso Manzoni, che tentò di affermare il toscano come obiettivo da conquistare attraverso un percorso sul quale proprio il vocabolario vigilava come consigliere e giudice.
L'infinita questione della lingua si attorciglia insomma, di preferenza, attorno al vocabolario, deposito e modello, sedimento e norma, strumento di descrizione ma anche di acquisizione di quell'italiano che incessantemente, per secoli, i lessicografi schedano, dissertando contemporaneamente sulla sua esistenza e consistenza. Alla base, un postulato, in fondo mai discusso (e qui sta il problema): che il vocabolario crea la lingua ed è la lingua; che vocabolario e lingua coincidono. Donde la vivacità drammatica di un dibattito che investe appunto il vocabolario del ruolo anche simbolico di rappresentare la lingua tout court, e addirittura, per metonimia, lo spirito della nazione («non è la lingua carissimo vincolo nazionale in questa Italia così divisa?», stabiliva, pratico e magniloquente, un lessicografo per nulla imbelle come Pietro Fanfani, in pieno Risorgimento).
Vocabolario come condensato della lingua, dunque? Ciò che appare, al contrario, evidente, anche grazie al limpido grandangolo di Marazzini, è che i vocabolari sono stati, nel corso dei secoli, gravati di troppe responsabilità. Perché il vocabolario fotografa il presente della lingua, per definizione transitorio, piuttosto che stabilirne il futuro. E soprattutto perché una lingua è certamente un sistema lessicale, che ogni parlante eredita e che i dizionari classificano, organizzano e tramandano. Ma è anche un meccanismo più complesso: è un patrimonio di schemi per combinare le parole in frasi, operazione che prevede norme e obblighi (descritti da quella parte della grammatica che si definisce sintassi), insieme ad ampi margini di libertà individuale. Insomma, il processo di selezione dei termini si affianca, per chiunque parli o scriva, alla creazione dell'architettura del periodo e quindi del testo.

Il cancro della retorica
Ne discende che i vocabolari sono soltanto uno degli strumenti utili per parlare e per pensare. Pur fondamentali, non possono esaurire il rapporto con la lingua, né, da soli, guidarne l'uso, proprio perché, per loro natura, trascurano i processi di aggregazione delle parole in frasi. E non è forse un caso che, mentre l'italiano dispone oggi di eccellenti grammatiche, la produzione di grammatiche sia stata meno ricca di quella di vocabolari, e abbia per secoli prestato alla sintassi attenzione inferiore che alla fonologia e alla morfologia. Indizio, certo, di un modo di guardare alla lingua come patrimonio lessicale più che come sistema di pensiero. O addirittura un altro segnale dell'antichissimo cancro della retorica?
La parola conclusiva a uno che, i vocabolari, li usava, li amava e, proprio per questo, rifiutava di subirne l'arbitrio: «Chiunque stima che nel punto medesimo che si pubblica il Vocabolario d'una lingua, si debbano intendere annullate senz'altro tutte le facoltà che tutti gli scrittori fino a quel punto avevano avute verso la medesima; e che quella pubblicazione, per sola e propria sua virtù, chiuda e stoppi a dirittura in perpetuo le fonti della favella; costui non sa che diamine si sia né vocabolario né lingua né altra cosa di questo mondo». Così scriveva, nel 1824, Giacomo Leopardi.

“il manifesto” 19 gennaio 2010

“Non è (mai stato) un paese per falliti”. Donald Trump, il frutto coerente e tardivo del maccartismo (Andrea Mattacheo)

Trump con Conte

Nel 1970 Donald Trump viveva nel Queens, il quartiere in cui il padre Fred aveva costruito la propria fortuna immobiliare. La sua ambizione era però quella di entrare nei giri delle élite di Manhattan che frequentavano il Le Club, il più esclusivo tra i locali notturni di New York, e che erano soliti chiamare la gente dei sobborghi come Donald “bridge and tunnel people”, per rimarcare una distanza scritta anche nella conformazione geografica della città. Il giovane Trump fu respinto diverse volte alla porta d'ingresso, ma non si scoraggiò e anzi il rifiuto non fece che accrescere la sua motivazione. E siccome nell'idea di America portata avanti dal futuro presidente, e non solo da lui purtroppo, è sufficiente essere davvero convinti di qualcosa per ottenerla, riuscì in virtù della propria straordinaria forza di volontà, stando alla versione riportata nell'Arte di fare affari, a convincere i buttafuori a lasciarlo entrare. Da quel giorno diventò un cliente abituale del Le Club, dimostrando di essersi meritato il proprio posto nell'alta società. A colmare il baratro tra volere e potere fu quasi certamente la disponibilità economica di “The Donald”, alla lunga ben più importante dello scarso gusto e dei modi rozzi che facevano arricciare il naso alla raffinata clientela dell'isola di Manhattan.
A interessarci di quell'ambiente è un personaggio che Trump incontrò nel buio molto esclusivo di quelle stanze nell'East Side, un uomo che avrebbe contribuito a plasmarlo e sarebbe diventato, ancora secondo le sue parole, un mentore e un padre putativo: Roy Cohn. Cohn era all'epoca un noto avvocato legato ad alcune delle più importanti famiglie mafiose di New York, che avrebbero in futuro aiutato Trump a ottenere favori molto utili sia nel campo delle costruzioni sia nel business dei casinò. Ma non si diventa padre di qualcuno soltanto facendo ciò che uno tra i tanti avvocati newyorkesi vicini alla mafia avrebbe potuto fare. C'è qualcosa di più profondo, e di profondamente americano, ad aver attratto Cohn e Trump: un'affinità elettiva che risiede nel mondo che il primo ha contribuito a preparare per il secondo. Cohn occupava infatti un posto rilevante nella storia degli Usa, e del cinema hollywoodiano, ben prima di incontrare Donald Trump. Nel 1951, dopo essersi distinto per i metodi d'interrogatorio particolarmente convincenti nel processo che aveva portato alla condanna a morte dei coniugi Rosenberg, era entrato a far parte, su consiglio di Edgard J. Hoover, della squadra di avvocati schierata da Joseph McCarthy per stanare i comunisti nascosti nel paese, diventando in poco tempo il braccio destro del senatore del Wisconsin. Spesso si associano l'House Committee on Un-American Activities (Huac) e l'Homeland Security Committee (guidato da McCarthy) a un'irrazionale fobia nei confronti dei comunisti sorta agli inizi della guerra fredda, oppure alla follia di un singolo invasato. In realtà il lavoro congiunto di entrambe le commissioni ha radici ben più capillari, che affondano nella reazione a una serie di cambiamenti radicali avvenuti in America durante gli anni trenta. Il legame tra Cohn e Trump si annida in quello che McCarthy e l'Huac andarono a definire, in maniera programmatica, come “antiamericano”, e nel modo in cui i loro interrogatori avrebbero mutato il paese nel decennio successivo e nel resto del secolo.
Il laboratorio sperimentale dell'attività dell'Huac e delle udienze presiedute da McCarthy fu Hollywood; non c'è luogo migliore del cinema per dare un corpo meno allegorico a una strega rossa. E non ci sono parole più efficaci per svelarlo di quelle di Ronald Reagan, allora attore in film non proprio tra i più memorabili del periodo. Reagan non si limitò, come molti, a collaborare con le commissioni d'inchiesta ma prese anche parte a una spontanea mobilitazione in difesa dei valori della tradizione statunitense, dichiarando che non si sarebbero più dovute vedere sullo schermo tante storie con dei falliti come protagonisti. Rivelando che la colpa di molti registi, sceneggiatori e produttori non era quella di aver preso la tessera del Pcus dopo troppi martini cocktail a una festa di Beverly Hills. Così come non davano fastidio i pochi film che direttamente mostravano simpatia per “i rossi”; spesso invece costruiti secondo una retorica individualista piuttosto rassicurante. A finire sotto accusa furono soprattutto una serie di personalità colpevoli di aver portato a Hollywood un malinconico senso di sconforto che nel corso del decennio 1930-1940 si era diffuso dalla cultura alta a molti ambiti della cultura di massa. L'obiettivo delle indagini era estirpare dalla coscienza nazionale quanto la Grande Depressione e la presidenza Roosevelt avevano insegnato all'America, ovvero accettare il fallimento non come un peccato da espiare ma come una condizione esistenziale con la quale più o meno tutti dovevano fare i conti. Il disegno della Huac e di McCarthy andava oltre il contesto hollywoodiano ed era volto a cancellare l'eredità della Depressione e del New Deal, si trattasse dei personaggi disillusi dei noir oppure dei funzionari che avevano svolto un ruolo rilevante nelle agenzie di sostegno statale all'economia. I falliti negli anni cinquanta non avrebbero dovuto più avere diritto di cittadinanza, politico o simbolico, in America, e sarebbero tornati ai margini da cui erano stati in parte liberati; per la felicità di Reagan che contribuì poi da presidente alla criminalizzazione del fallimento grazie alla sua strenua crociata contro la droga, che all'atto pratico contribuì solo a riempire oltre ogni limite le carceri americane di piccoli spacciatori e consumatori, “disperati” e perlopiù, casualmente, neri (a questo proposito si veda il meraviglioso documentario candidato agli Oscar del 2017 XIII emendamento di Ava DuVernay disponibile su Netflix).
Tornando alla New York degli anni settanta quando Cohn parlò con Trump per la prima volta al Le Club capì di trovarsi davanti a un frutto dello zelante lavoro svolto da lui e dal senatore McCarthy. Un giovane rampante divorato da una smisurata ambizione, figlio di un imprenditore arricchitosi speculando sulle macerie del sistema di edilizia popolare immaginato dall'amministrazione Roosevelt e distrutto da chi era venuto dopo. Un prodotto confezionato alla perfezione dagli anni cinquanta. L'avvocato Cohn a quella “sua creazione” impartì due lezioni che gli sarebbero state utili in ogni situazione, dalle tante cause legali intentate contro di lui alla campagna elettorale: non mostrarti mai debole e rivendica il tuo successo prima di ogni cosa. Cohn sapeva che tutti sarebbero caduti in quello che Frederick Exley ha definito, parlando proprio degli anni cinquanta in Appunti di un tifoso, l'errore americano di far coincidere la realizzazione personale con una qualche qualità morale; lo sapeva perché aveva contribuito lui stesso a ristabilire quell'ordine etico. La vita da affarista di Trump, così come la sua corsa alla presidenza, sono state caratterizzate da una continua auto-apologia della propria affermazione, di fronte alla quale nessuno ha saputo opporre alcuna significativa resistenza. Non lo hanno fatto le banche disposte a chiudere più di un occhio davanti a debiti multimilionari. Non lo hanno fatto le commissioni federali per il gioco d'azzardo. Ma soprattutto non lo hanno fatto i suoi avversari politici, che al massimo sono stati capaci di storcere il naso come i raffinati avventori del Le Club, limitandosi a rimarcare quanto fosse volgare e inadeguato l'ospite inatteso. In un paese che ha perso il proprio posto al centro del mondo e prova una paura di precipitare che nessuna statistica economica può esprimere (lo possono però fare, molto bene, i reportage di George Packer raccolti in I frantumi dell'America), e a un candidato presidente il cui insulto preferito è “loser”, gli avversari di Trump in campagna elettorale non hanno saputo far altro che raccontare un'altra versione della sua favola (L'America è già grande). Perché quelli che sono stati chiamati a opporsi al “mostro” sono in fondo figli della stessa dismissione dell'eredità politica e retorica del New Deal, che negli ultimi cinquant'anni anche i democratici hanno stigmatizzato come un fardello illiberale e populista da cui liberarsi (si veda a questo proposito il lucido articolo Democrats Killed Their Populist Soul dello storico dell'economia Matt Stoller su “The Atlantic”). Ripetendo come un mantra il titolo di un romanzo distopico di Sinclair Lewis, in molti prima delle elezioni americane si sono detti “non può accadere qui”; e hanno continuato a farlo dopo, a caccia di paragoni distanti e complotti che li rassicurassero. Ma forse era tutto già successo, proprio in America, e proprio a partire dal cuore dell'immaginario di un secolo dato per chiuso con troppo anticipo.

L'Indice, Marzo 2017

La poesia del lunedì. Goliarda Sapienza (Catania 1924 - Gaeta 1996)


Ritorna a me che seppi il tuo calore
le tue occhiaie affondate nella notte
le tue dita venate stridere piano
come seta sottile lacerata

da Ancestrale, La vita felice, 2013

17.2.19

Memoria. Porti chiusi: stragi di italiani sui lazzaretti del mare durante i viaggi per l’America (Gian Antonio Stella)



«La lunga sosta lì, davanti alla costa sognata da anni, a due bracciate da quel Brasile che aveva animato sere e sere di chiacchiere e di sogni nei filò nelle stalle, a un soffio da quell’America per la quale tanti si erano venduti la casa e le vacche e le pecore, fu un tormento». Il diario di Cesare Malavasi, partito per la «Merica» dalla provincia di Modena, è un documento eccezionale per ricordare le Navi di Lazzaro, titolo di un libro di Augusta Molinari (Franco Angeli), cariche di emigranti italiani che sognavano di «catàr fortuna» nei lontani continenti e furono respinti.
Anche i nostri nonni subirono feroci blocchi navali. Costati centinaia di morti. Il piroscafo Nord America, per citarne uno, fu respinto nel 1892 da ben tre Paesi: l’Argentina, l’Uruguay, il Brasile. C’era un’epidemia a bordo. E gli italiani, come scrisse l’americana Regina Armstrong nel 1901 su «Leslie’s Illustrated», erano visti tra gli immigrati più a rischio: «C’è una gran quantità di malattie organiche in Italia e molte deformazioni, molti zoppi e ciechi, molti con gli occhi malati…».
Non bastasse, ai problemi sanitari si aggiungeva l’immonda ingordigia di certi armatori. Dice tutto il caso della Carlo R., una nave merci riadattata al trasporto di «tonnellate umane» che, salpata da Genova a fine luglio 1894, si fermò a Napoli per caricar altri migranti. Manco il tempo di allontanarsi di 300 miglia, scrive Tomaso Gropallo in Navi a vapore e armamenti italiani (Bertello editore), e già c’era a bordo il primo morto. Colera. Buon senso imponeva l’inversione di rotta, ma il capitano Scipione Cremonini, per non obbligare l’azienda a restituire i soldi dei biglietti, decise di tirare diritto. Un errore spaventoso. Arrivata al largo di Rio de Janeiro con l’epidemia che falciava i passeggeri, la Carlo R. fu fermata: attracco vietato. Cremonini cercò di forzare il blocco, le cannoniere di Rio risposero sparando alcuni colpi intimidatori. Disperati, i nostri nonni tentarono una rivolta. Domata con l’arresto e la reclusione nelle stive più malsane. Costretti a riattraversare l’oceano, vennero dirottati all’Asinara per una quarantena. Nell’autodifesa, lo stesso comandante fornì il numero dei morti: 141 per il colera più 70 per altre epidemie.
Non diverso fu il destino di altri piroscafi. Come il Matteo Bruzzo, una carretta del mare che più volte aveva rischiato il naufragio. Caricata «una turba» di 1.200 emigranti quasi tutti italiani, si legge in un rapporto del ministero dell’Interno, la nave salpò da Genova per Montevideo il 30 ottobre 1894 quando una epidemia di colera si era già manifestata pure in Liguria: «Sapevasi che le repubbliche del Plata» cioè l’Argentina e l’Uruguay «avevano dichiarato chiusi i loro porti alle provenienze da luoghi infetti, ma speravasi che il piroscafo sarebbe stato immesso a libera pratica dopo una quarantena in quei lazzaretti. E con questa speranza, fondata o no, ma sicuramente non bastevole ragione per giustificare la partenza, si uscì dal porto di Genova». Una scommessa. Rischiosissima.
Arrivati un mese dopo a Montevideo i nostri immigrati furono, com’era scontato, respinti. A metà novembre, decimati dai lutti, gli italiani chiedevano aiuto alle autorità brasiliane. Ma alla vista del bastimento «alcune cannonate partite dal forte di Santa Cruz lo obbligarono a fermarsi ed a retrocedere, in attesa di ordini. E furono d’abbandonare immediatamente le acque del Brasile». Il giorno dopo il piroscafo entrò comunque in rada, invocando acqua e provviste. D’accordo. Ma «il comandante del porto avvertì il capitano che qualunque mossa fosse fatta a bordo per isbarcare, il piroscafo sarebbe stato preso a cannonate a fior d’acqua».
Aggrappati al sogno di spuntarla, i nostri tennero duro per giorni. Certo, c’erano anche lì lazzaretti per i malati costretti a una quarantena. Gli immigrati, però, erano «foresti». Venivano dopo. Prima i brasiliani. Prima gli uruguagi. Prima gli argentini. E fu così che, riprende il rapporto italiano, «due navi da guerra brasiliane si avvicinarono ed intimarono nuovamente la partenza. Ed il piroscafo si fece il giorno stesso sulla via del ritorno». Una traversata di pianti e morti. Quando i sopravvissuti arrivarono a Pianosa era il 20 dicembre. Ripartirono per Livorno il 27 gennaio. Un calvario. Lo stesso vissuto quell’anno dall’Andrea Doria, costretto al tragico gioco dell’oca attraverso l’oceano fino al blocco navale brasiliano e al ritorno al punto di partenza…
Cesare Malavasi, il cronista autore de L’odissea del piroscafo Remo, ovvero il disastroso viaggio di 1500 emigranti respinti dal Brasile, incrociò due volte, davanti alla costa di Rio quell’altra nave di sventurati. Prima quando la vide mentre «recavasi a dar sepoltura ai cadaveri che aveva a bordo» poi quando «ritornò il vaporino Nereide con 2 uffiziali a bordo dai quali si seppe che i morti nel piroscafo Doria erano 92». Un numero che nel viaggio di ritorno sarebbe quasi raddoppiato fino a salire a 159. Una strage.
Tutti quei nostri nonni vissero storie simili a quelle narrate dal cronista del Remo. Sul quale il colera e la difterite salirono a bordo durante l’imbarco a Napoli di 700 partenti supplementari e fecero tante vittime da generare una muta rassegnazione: «Siamo al giorno 4 ottobre, sonvi morti e ammalati; ma io per non annoiare il lettore farò cenno di un solo caso». La fame, le notti pigiati nei dormitori, il rancio scadente («producendo alla massa dei passeggeri diarree, dissenterie…»), l’attesa impaziente: «È il 4 settembre, il cielo è sereno, il mare calmo e sul volto d’ognuno si legge un’ilarità indescrivibile. Si parla solo dell’America, si pretende precisare il giorno e persino l’ora del desiderato arrivo…». L’angoscia all’Isola Grande: «Sul pennone sventolava la bandiera gialla».
Un centinaio di poveretti, «che non ne potevano più, implorarono il comandante di far cessare l’agonia. Il comandante allargò le braccia. Intanto continuavano a morire vecchi e bambini, uomini forti come tori e donne dal fisico fragile e minuto…» Fino allo spossante e cupo ritorno verso l’Italia: «Il preciso numero dei morti ben rare volte si conosce perché di nottetempo, quando tutti sono nelle loro cuccette, vengono buttati a mare». L’arrivo all’Asinara, dove erano già ormeggiati o in arrivo altri «4 vapori con un 7.000 persone a bordo». Le notti nei ricoveri «sdraiati su di un grosso strato di arena del mare, la quale ne forma il pavimento», il «vento frigidissimo», l’assenza di acqua dolce, le fosse comuni per i morti, saliti a 91, «scavate nel vivo sasso, col mezzo delle mine». Nessuno ricorda più quei decessi, all’Asinara. Né sa più dove fossero le fosse comuni. Eppure il piccolo grande cronista del Remo aveva scritto «perché gli uni apprendano che tante rotte dell’emigrazione sono una tratta di bianchi» e «perché gli altri ne ritraggano ammonimento, allorché, sorrisi dalla speranza di un lucro onorato, daranno l’addio alla dolce patria».

Corriere della sera, 23 luglio 2018

Primati. Direttamente o indirettamente, viene da Napoli l'80% degli euro falsi nel mondo (Stefano Barricelli)


Il comandante del reparto antifalsificazione carabinieri: 
"Gente abilissima, ma nessun falso è perfetto"



"È gente abilissima, temibile e pericolosa. Ma noi abbiamo un vantaggio: per quanto il livello di falsificazione sia alto, e quasi sempre è altissimo, non potrà mai raggiungere la perfezione". Il colonnello Francesco Ferace, al comando degli uomini di un reparto iperspecializzato dei carabinieri (Anti falsificazione monetaria, Afm) combatte quotidianamente la guerra ai falsari di banconote, monete, carte di credito, marche da bollo e documenti di identità. "Negli anni - ricorda - abbiamo scoperto e chiuso un numero infinito di stamperie, zecche clandestine, laboratori e centri di produzione ma ogni giorno è una nuova sfida".

Un fenomeno in crescita
La conferma arriva dai numeri di Bankitalia: dopo il calo del 2015 e del 2016, seguito al picco del 2014, nel 2017 il numero di banconote false tolte dalla circolazione è cresciuto del 10% rispetto all'anno precedente (e del 17,1% nel secondo semestre rispetto al primo): in tutto ne sono state ritirate 161.572, per lo più tagli da 20 (il 44,53%) e da 50 (il 42,74%), sebbene vengano "clonati" anche pezzi da 5, da 10, da 100, da 200 e da 500: l'arroganza dei falsari è tale che, un anno e mezzo fa c'è chi, tra di loro, per i mercati del nord Europa, aveva pensato ad una banconota da 300 euro, un taglio inesistente. Un rischio grande quanto inutile. "Nel nostro Paese, segnatamente nelle province di Napoli e Caserta - spiega Ferace - agisce storicamente un gruppo di falsari 'professionisti' responsabili dell'80% della falsificazione a livello mondiale. Non significa che tutte o quasi tutte le banconote false prodotte nel mondo vengano prodotte materialmente in quell'area: ma tipo di contraffazione, architettura, procedimenti seguiti sono di 'scuola' napoletana e casertana".

Il 'Napoli Group'
Gli investigatori di tutto il mondo conoscono bene quello che nell'ambiente è noto come "Napoli Group", quasi una griffe dell'illecito monetario: non più tardi del febbraio di quest'anno, a Torre del Greco, impilati in anonimi fusti di plastica per alimenti sono stati trovati 41 milioni falsi in tagli da 100 e 50, in qualche caso completi di cliché. Non ci sono prove, in questo come in altri casi, di legami con la camorra ma "tutti gli affari illeciti che vengono portati avanti in certe zone - avverte il colonnello - sono in qualche modo se non governati comunque tollerati dalla criminalità organizzata. Che sicuramente avrà un qualche tipo di utile anche in questa filiera, come nel traffico di droga, di armi o nello sfruttamento della prostituzione".

Cosa fare se ci si ritrova un falso tra le mani
È l'eterna rincorsa di 'guardie' e 'ladri', che in questo caso si gioca sul terreno dell'hi-tech: lo sforzo dei falsari è concentrato "nell'aggiornare i criteri di produzione sulla base degli elementi di sicurezza che di volta in volta i competenti centri della Banca centrale europea individuano per la produzione di nuove banconote (per la prima meta' del 2019 è programmata l'entrata in circolazione dei nuovi tagli da 100 e 200 euro, gli ultimi della "serie Europa", ndr), tentando di imitarli il più fedelmente possibile: filigrana in trasparenza, microscritture, numeri in controluce, elementi in rilievo, ologrammi speciali, tipo di impasto della carta". Risultato: nelle mani di ciascuno di noi può arrivare una banconota falsa. E se la qualità della 'copia' è buona, al punto da ingannare persino bancomat e macchinette verificatrici usate da negozi e supermercati, "per un comune cittadino diventa estremamente difficile, se non impossibile, accorgersene. Una raccomandazione però: se si hanno dei dubbi, non provare a 'spacciarla', perché si tratta di un reato. E in ogni caso consegnarla alla filiale di una banca, ad un ufficio postale o alle forze dell'ordine, mai distruggerla: per noi può rappresentare un aiuto prezioso per risalire ai produttori".

La 'Shanghai connection' delle monete contraffatte
Problemi analoghi, anche se su scala ridotta, riguardano le monete metalliche: "le favorite dai professionisti della contraffazione sono quelle da 1 e 2 euro, ma due settimane fa abbiamo neutralizzato a Pavia una zecca che produceva pezzi da 50 centesimi. Per la prima volta in Europa - ricorda Ferace - abbiamo documentato il coinvolgimento nel circuito della falsificazione di monete di gruppi criminali cinesi: anche da altre indagini è emerso il ruolo di 'cartelli' comprendenti anche napoletani, siciliani e ghanesi che producevano queste monete a Shangai per esportarle in tutta Europa. È stato intercettato un carico di circa 600 mila euro in monete da 2 euro falsificate benissimo". Una parte importante del lavoro dei carabinieri dell'Afm è assorbito poi dal contrasto alla clonazione delle carte di credito e alla falsificazione di documenti (carte di identità, patenti, passaporti e permessi di soggiorno, altra 'specialità' dell'area campana) ma "al momento il fenomeno complessivamente più allarmante - sottolinea il colonnello Ferace - è sicuramente quello dei falsi valori bollati: ne gira un numero impressionante in ambito giudiziario, fra le motorizzazioni civili, nel mondo delle agenzie di pratiche auto e moto. La verifica è estremamente difficile e i danni per le casse dello Stato gravissimi".

AGI Cronaca, 23 luglio 2018

Stendhal cronista. Passioni assolute con conseguenze ferali (Rossana Rossanda)

             
Negli archivi di Palazzo Caetani, a Roma, lo scrittore francese trovò, nell'inverno1833-34, una raccolta di testi redatti da anonimi, tra il XVI e il XVII secolo. Erano scritti «in una specie di gergo», lui li copiò e li tradusse fedelmente, trascinato dalle storie d'amore e dagli intrighi pontifici. Nella collana i Grandi Testi, che ci accompagna da una vita, Garzanti pubblica le Cronache italiane di Stendhal, a cura di Lanfranco Binni, mettendo in appendice due dei manoscritti cinquecenteschi, ora alla Bibliothèque Nationale di Parigi, dai quali alcune Cronache sono tratte. Peccato che non siano tutte, e soltanto, quelle.
Le Chroniques sono una raccolta postuma, e si può dubitare che Stendhal l'avrebbe approvata. Aveva trovato i manoscritti verso la fatale cinquantina, ne aveva letto molti ma «tradotto» e mandato alla “Revue des Deux Mondes” soltanto tre di quelle «historiettes», Vittoria Accoramboni, L'Abbesse de Castro e Les Cenci. E aveva firmato con uno pseudonimo, perché i papi non vi fanno bella figura e finché restava negli Stati Pontifici, console a Civitavecchia, prendeva le sue precauzioni. Le pubblicava tutte tre a suo nome soltanto nel 1839 (Dumont) per ragioni pecuniarie.


Sollecitazioni della fantasia
Ma le note di sua mano su quei vecchi fogli indicano che aveva pensato di pubblicarne diverse, per ordine cronologico; aveva preparato piani e prefazioni e titoli (forse «Tragici racconti»), e annotato saporosi commenti a margine. Quelle storie gli sollecitano la fantasia: da Vittoria Accoramboni, arrampicatrice sociale che finisce malissimo, pensa che si potrebbe trarre qualcosa di simile a That of Julien (Sorel de Il Rosso e il Nero) e da un abbozzo per la storia dei Farnese progetta un «romanzetto», e sarà niente meno che La Certosa di Parma.
Soltanto ventitré anni dopo la sua morte, un'edizione dà il nome di Chroniques italiennes ai tre racconti da lui pubblicati, ma vi aggiunge La duchesse de Palliano, che non lo soddisfaceva («Chi non sa limitarsi non sa scrivere») e l'incompiuto Trop de faveur tue, ambedue tratti dai manoscritti. Ma anche racconti che con essi non hanno nulla a che fare; un'ingarbugliata e gotica Suora Scolastica, storia settecentesca narratagli più tardi a Napoli dall'amico Domenico Fiore («ieri sera al Café Anglais») e due scritte prima del 1833, San Francesco a Ripa (originariamente «Santa Maria Romana») e Vanina Vanini; vicenda contemporanea di carbonari.
A giustificare la raccolta di materiali, così diversi per tempo e struttura, sarebbe un tema comune: l'assolutezza delle passioni di cui sono capaci gli italiani, con esiti perlopiù ferali, mentre per i frivoli francesi conta soprattutto l'apparire. Tesi che Stendhal aveva sviluppato fin dal 1819 nel saggio De l'amour, del quale poco dopo San Francesco a Ripa sembra l'illustrazione: una depressiva principessa romana si vendica di un amato incostistente cavaliere francese facendolo assistere al suo proprio funerale prima di cadere steso a schioppettate.
Ammesso che abbia senso una scelta come quella delle Chroniques, è certo che essa offusca l'essenziale, l'essere il lavoro sui manoscritti cinquecenteschi un osservatorio prezioso del processo creativo in Stendhal. Quelli che ha utilizzato, quel «tradurli» tagliando e aggiungendo, i progetti irrealizzati, meriterebbero di essere pubblicati a parte. Vi ha lavorato per anni, prendendoli e lasciandoli, persuaso che quel linguaggio grezzo, cancellieresco o popolare («non sanno descrivere un fatto orribile senza spiegare che è orribile») ha un impatto che manca a materiali più elaborati. Il che non impedisce che a momenti lo annoino, se una volta, nelle divertenti note bilingui per sé, gli scappa di definirli «these coglionerie».
E tuttavia non le mollerà mai, quelle coglionerie, perché lo affascinano non solo i fedelissimi amori - lui è stato lasciato da tutte le donne cui teneva - ma gli intrighi delle corti, soprattutto pontificie, che ne sono lo sfondo. La pervasività della chiesa eccita il suo anticlericalismo. Se dovesse scegliere fra i documenti che desidererebbe conoscere, a tutti preferirebbe le carte dei processi indetti dai vescovi. Chissà che avrebbe fatto di quello di Virginia de Leyva e Gianpaolo Osio, pochi anni prima concesso in lettura al suo contemporaneo Manzoni. La monacazione forzata di diverse sue eroine è la stessa subita dalla Signora di Monza, esse se ne dolgono con gli stessi argomenti e se sgarrano finiscono ugualmente murate negli «in pace» dei monasteri. E quando non sono spedite in convento, sono recluse da mariti o padri, e facilmente fatte fuori da esecuzioni pubbliche, come Beatrice Cenci, o private, come la Duchessa di Palliano o Vittoria Accoramboni.
È così forte per Stendhal il fascino dei chiaroscuri italiani, dei quali l'incarico di Civitavecchia gli permette di osservare gli ultimi fuochi - è passato Napoleone e parte dell'Italia cambierà -, che nel 1838 sta lavorando alla Badessa di Castro quando si interrompe per scrivere torrenzialmente, in ottobre e novembre, la Chartreuse de Parme che uscirà nell'aprile seguente: quando si dice un instant book. Il paesaggio è, più che quello di Parma, dell'amata Lombardia, ma alla corte dei Farnese non mancano intrighi pari a quelli romani, cospirazioni, fughe, assassini, nascondimenti, abati e vescovi, ricatti, prigioni - di tutto e di troppo, una supercronaca italiana. Sulla quale si stagliano tre figure moderne: il giovane Fabrizio del Dongo sempre in corsa verso un essenziale che gli sfugge, l'invidiabile conte Mosca, la splendida Sanseverina, che non ha precedenti né troppi seguaci nelle figure letterarie femminili.

Più e meno di un ricordo
È come se Stendhal dovesse essere impressionato da qualcosa di esterno per liberarsi nella scrittura. Nella Vie de Henri Brulard, che è poi la sua infanzia e giovinezza, gli sfuggono le date e si confonde sui tempi, ma la sensazione ricevuta resta viva e perfetta. Come la vista su Roma, un certo giorno trasparente, da San Pietro in Montorio, nettissima e impossibile, fra saputo e immaginato, più e meno d'un ricordo. Come il saltare della gaia giovane madre oltre il suo giaciglio di bimbetto, adorata mamma che perderà a sette anni. Delle sue eroine, osserva Beatrice Didier (Parigi 1977), non descrive un solo lineamento, le fa bellissime per la gaiezza insopprimibile finché sono fanciulle, prima che qualcuno le soffochi in senso proprio o figurato. Tutte hanno il fascino e il guizzo delle movenze materne. Poi resterà loro l'orgoglio.
È soltanto questo che trova nei manoscritti, in Beatrice Cenci, nella Felize del Trop de faveur tue, nella duchessa di Palliano, persino in Vittoria Accoramboni. E se per caso non c'è, Stendahl ve lo mette. Per i Cenci ha abbondante materiale, anche se ricama sull'orrido padre, ma insiste sulla coraggiosa parricida, tirata a tanto per capelli, e sulla sanguinosa festa di morte romana. È però sulla Badessa di Castro che il confronto con il manoscritto è stupefacente: quello consiste in poche pagine sulla relazione fra la badessa e un vescovo. Lei ammette, il Vescovo nega, allora lei nega, poi riammette, è tutto un via vai di interrogatori e tratti di corda. Ambedue finiscono in un carcere, perendovi rapidamente.
Che cosa ha attratto Stendhal di questa storiaccia? Nella sua «traduzione» i fatti narrati dal manoscritto occupano sì e no dieci pagine su cento, mentre le altre novanta ci dispiegano un'incantevole fanciulla, i suoi innocenti amori con un bandito (e vasta digressione sul fenomeno), il patetico giuramento fra i due al suono dell'Ave Maria, l'uccisione del fratello di lei da parte dell'amato, i rapporti con le armate del principe Fabrizio Colonna, lei che torna in convento, lui che espugna con i suoi bravi il convento ma finisce male, lei lo crede morto, lui va a combattere per il re di Spagna, mentre la madre di lei mette su tutto un marchingegno per farle credere che è morto davvero, per cui disperata lei si dà alle vanità e al potere, facendo comprare per sé la carica di badessa. Si attira allora nel letto il vescovo che disprezza - e soltanto qui entra il manocritto che si conclude con l'inchiesta e il carcere.

Da un inesistente manoscritto
Ma Stendhal no: invece di morire subito, l'ex badessa scopre che il suo amore è vivo e coperto di gloria, per cui, sconvolta per avergli mancato di fede, e mentre la madre sbuca da una galleria scavata sotto Roma per salvarla, si infigge una daga nel cuore. Stendhal inventa un inesistente manoscritto fiorentino per giustificare il tutto. Si capisce che per strada abbia deciso di depurare tutta questa italianeria nella Certosa. Dopo non la lascia né la porta a termine. Già la Duchessa di Palliano lo stufa, e Suora Scolastica sarebbe stata anche peggio, con quelle monache avvelenate che si contorcono per terra sotto gli occhi del cardinale Cybo. Altre volte a dargli voglia sono le battute, rare e brevi, dei manoscritti. La duchessa di Palliano non batte ciglio quando il fratello le comunica che viene a strangolarla per l'onore della famiglia. La nobildonna si confessa, si comunica, si aggiusta sugli occhi il fazzoletto che il fratello le ha messo in capo. Ma lui si imbroglia tra funi e legni e lei, con calma assoluta: «Che famo?». E Stendhal: «Eh bien, que faisons nous?». Insomma, che facciamo? Quell'icasticità lo incanta talmente che la assegna anche al papa, il quale, informato che il duca di Palliano ha ucciso l'amante, commenta laconico: «E della duchessa che si è fatto?». E all'orrido cardinal Carafa che, visto arrivare quello che lo strangolerà, si siede e dice: «Fate».
Anche in San Francesco a Ripa mortali erano le parole, tanto più in quanto la leggerezza francese non le intende. Ma conta di più la scrittura che le peripezie, attraenti e repellenti, di nobili e coraggiose donne. Stendhal era ormai un uomo maturo nel pieno Ottocento, scettico e dubbioso e ironico. Una Vanina Vanini non l'avrebbe scritta più.

"il manifesto", 4 febbraio 2009

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