28.8.16

Zafferano e pesce (Gualtiero Marchesi)

Stimmi di zafferano
Lo zafferano è una spezia dall'aroma generoso e prorompente che trasmette alla pietanza che l'accoglie la sua impronta inconfondibile e dominante. In Italia si adopera quasi esclusivamente nel risotto alla milanese, ed è un peccato perché questa spezia è assai più versatile di quanto comunemente non si supponga. La cucina spagnola lo utilizza nella paella e sul pollame, la marocchina sul montone, la polacca sulla trippa, ma è specialmente col pesce che lo zafferano rivela un'affinità sottile, come stanno a dimostrare numerose ricette tradizionali, dalla provenzale bouillabaisse (con la sapida complicità di pomodoro, aglio, anice e finocchio) alla siciliana pasta con le sarde (che ne suggerisce la dolce sintonia con pinoli, uvette e finocchietto selvatico).
Per parte mia posso raccomandarne l'impiego, con pomodoro, olio e prezzemolo, su un piatto di triglie in guazzetto; altrettanto felicemente la delicatezza di un branzino o di una sogliola si presterà a riceverne il gusto (purché dosato con garbo), stemperandolo in una salsa bianca a base di panna o di burro.
Allo zafferano in polvere sono da preferire gli stigmi essiccati, minuscoli filamenti color ruggine con sfumature dorate che si stemperano in cottura al pari della polvere. Solo così, infatti, si è certi della purezza degli ingredienti e dell'aroma che, in questo caso, si conserva più intenso (come accade un po' a tutte le spezie, quando lo zafferano viene frantumato anche il suo profumo tende ad affievolirsi).

Il Codice del buongustaio, La biblioteca dell'Europeo, 1985

Conversazioni con Thomas Mann. Un incontro a Roma (Ranuccio Bianchi Bandinelli)

Thomas Mann nel 1947
Con vera gioia ho letto un libro comprato tanti anni fa, sfogliato superficialmente e poi rimasto lì, in attesa: Thomas Mann, Conversazioni 1909-1955, Editori Riuniti 1986. L'intitolazione del volume potrebbe però trarre in inganno. Non si tratta di un libro ideato e costruito da Thomas Mann e solo in piccola parte esso è composto da suoi scritti: è una raccolta soprattutto di interviste allo scrittore tedesco (non sempre nella forma della domanda e risposta, ma più spesso in quella libera del “colloquio”), cui si aggiungono alcune cronache giornalistiche, dichiarazioni alla stampa, stralci di conferenze o discorsi, scelti da due studiosi tedeschi, Volkmar Hansen e Gert Heine, con l'aggiunta nell'edizione italiana curata da Saverio Vertone delle interviste (o di altre forme di “conversazione”) pubblicate in Italia e non comprese nell'edizione originale. L'immagine dello scrittore, trascinato talora in terreni che non gli sono abituali e neanche congeniali (le mode letterarie, artistiche e culturali, per esempio, o la politica politicante), non risulta affatto rimpicciolita dalle ingenuità o da certe ottimistiche previsioni (illusioni) come quella sulla breve durata del successo hitleriano e nazista o da alcune infondate manifestazioni di fiducia (verso Hindemburg e la borghesia tedesca, per esempio). Risalta invece il suo radicale umanesimo, conservatore forse, ma coerente, tollerante e problematico.
Il brano che ho ripreso è la cronaca, redatta da Ranuccio Bianchi Bandinelli, di un incontro romano in occasione della consegna a Mann di uno speciale premio dell'Accademia dei Lincei. Vi si legge la distanza dello scrittore, francamente avverso al sistema comunista ma mai settario, dalle polemiche della piccola politica e dalle conventicole intellettuali italiane ed europee. Vi si legge anche l'intelligenza e l'apertura del “barone rosso” Ranuccio Bianchi Bandinelli, il grande archeologo di origine aristocratica, che al tempo era comunista e piuttosto stalinista come erano i comunisti di quel tempo. L'impressione è che - nonostante le durezze della guerra fredda (in Usa non era finito il “maccartismo” e in URSS s'era appena avviato il “disgelo”) e tutte le meschinità di singoli, gruppi e gruppetti – reggesse, almeno nei migliori, il senso di una comunità intellettuale cosmopolita, dialogante e pluralista. (S.L.L.)
Ranuccio Bianchi Bandinelli nel 1947
Quando venne il turno che l'Accademia doveva conferire, per la prima volta, un premio internazionale di Letteratura, Luigi Russo ed io, all'insaputa uno dell'altro, proponemmo il nome di Thomas Mann. La commissione nominata per il conferimento del premio, scegliendo fra le varie proposte, si fermò sulla nostra e Francesco Flora fu incaricato di stendere la relazione, che risultò un elevato omaggio di gratitudine al genio dello scrittore, alla feconda invenzione delle sue creazioni e a quel suo essersi saputo porre al di sopra delle ideologie per cercare di dire a tutti la parola di libertà interiore e di responsabilità dell'essere uomo, nel che risiede il più profondo ufficio del grande intellettuale. (Mancò forse soltanto, e sembra strano, un apprezzamento delle straordinarie sue qualità di stilista.)
Thomas Mann senti altamente il valore e il significato di quell'omaggio; lasciamo pure tutto il suo onore a Stoccolma, mi scrisse alludendo al suo premio Nobel; ma ricevere un premio da Roma, sede di cosi alte tradizioni, commuove ben diversamente. E quando poi venne a Roma per ringraziare i Lincei, mentre lo accompagnavo alla Farnesina, vi era in lui quasi una trepidazione e un'attesa di una solennità particolare.
Tutto si risolse, invece, in un rinfresco. Le uniche parole solenni furon pronunciate fuori programma e su richiesta della televisione svizzera. Per una esigenza tecnica furon ripetute due volte. (Difficoltà, nell'Italia ufficiale, di esser solenni senza retorica, per cui, rifuggendo finalmente dalla retorica, si rinunzia alla solennità.)
Attorno a Thomas Mann si eran messe in moto tutte le rivalità del cosiddetto mondo intellettuale romano: attriti fra editori, urti di tendenze politiche e ambizioni di salottini letterari. Le accoglienze liete che erano state fatte al grande scrittore dalla stampa di sinistra turbarono il sonno a certi ambienti. Un giovane prelato americano sconosciuto andò a far visita a Mann e si mostrò, nei suoi discorsi con lui, straordinariamente inclinato a sinistra, molto più in là di quanto fosse disposto ad andare lo scrittore stesso. Il quale aveva chiesta una udienza al papa.
Per fortuna, Thomas Mann restava, con la sua felicità di nordico di trovarsi a Roma, e con la sua purezza intellettuale, tanto al disopra di questi giuochi, da non restarne turbato. Ma, per quanto personalmente mi riguarda, essi mi avvelenarono completamente quei giorni e, per non esserne né sembrarne partecipe, mi inibirono ogni conversazione impegnativa. Meno male che c'era l'archeologia. E le pitture del giardino della villa di Livia, da poco trasferite alle terme di Diocleziano, così diverse dal solito repertorio decorativo pompeiano, ci dettero modo di avviare un goethiano discorso sull'elemento romantico nell'arte antica, dove il meschino Eckermann ch'io mi sentivo ebbe ancora una volta modo di porsi interiormente il problema del perché il meglio dello spirito germanico debba sempre trovarsi in quei tedeschi che son riusciti a vedere la propria cultura nazionale non più dal didentro ma dal difuori.
Erano queste, o di questa natura, le cose che io avrei voluto discutere, se ogni parola non avesse potuto, in quelle circostanze, prender aspetto di agguato. Mann dovette sentire questo mio riserbo. «Non abbiamo poi avuto modo di parlare delle cose che ci stanno più a cuore, e sulle quali ci saremmo trovati, per molta parte, d'accordo», furono le sue parole di saluto.

Postilla
Il brano fu originariamente pubblicato da “Il Contemporaneo”, il 4 giugno 1955. Thomas Mann era stato a Roma per ricevere il premio dei Lincei dal 20 alla fine di aprile del 1953. 

27.8.16

Quaderni scolastici. Da Dio al Duce, umili tracce nel solco della storia (Giuseppe Caliceti)

Uscito recentemente per Franco Angeli, per la cura di Giovanni Genovesi, Il quaderno umile segno di scuola (pagine 144, euro 15) è una interessante analisi di alcuni periodi della storia italiana - in particolare quello fascista - osservati attraverso quelle singolarissime lenti di ingrandimento che sono i quaderni degli alunni. Quaderni assurti in anni recenti al rango di vere e proprie fonti documentarie della storia dell'educazione. Essi testimoniano inoltre - come sottolineato dai saggi di Luciana Bellatalla, Angela Magnanini, Nicola Barbieri e Elena Marescotti raccolti nel volume curato da Genovesi - l'evoluzione del costume e delle «italiche mode», e documentano le egemonie culturali e le innumerevoli «stagioni didattiche» che si sono succedute attraverso le lente modifiche dei programmi scolastici. Ma ciò che i quaderni scolastici mettono in evidenza è soprattutto il drastico cambiamento della politica e dell'idea stessa di fare scuola in Italia, seppure in un contesto «difficile».

Tra giochi e parole d'ordine
I quaderni, in fondo, oltre a rappresentare quegli «umili segni» ai quali fa cenno il titolo del volume, sono una fonte complessa che necessita di nuove modalità esplorative e di nuovi metodi di indagine. In Italia, va detto, esistono istituzioni lungimiranti che li custodiscono - a ragione - come fossero piccoli tesori. A questo proposito, il libro curato da Giovanni Genovesi raccoglie un saggio di Nicola S. Barbieri dedicato a una serie di quaderni che vanno dal 1958 al 1963, quaderni scritti da un'alunna di Montagnana, cittadina in provincia di Padova. Un lavoro al quale si affianca un suggestivo studio di Elena Marescotti sulle copertine che ritraggono il mondo della natura e trasmettono una loro personale storia dell'educazione ambientale in Italia.
La maggior parte degli interventi ospitati nel volume, però, analizza testi di alunni della provincia di Pistoia, scritti tra il primo ottobre 1928 alla fine di giugno 1929. Genovesi, da parte sua, presenta un proprio contributo dedicato al problema della fascistizzazione letta attraverso i diari di classe, mentre a Luciana Bellatalla spetta il compito di confrontarsi con le parole d'ordine del regime in un contesto prettamente rurale. La scelta dei quaderni da sottoporre all'analisi è caduta su quelli conservati nella Biblioteca comunale Forteguerriana di Pistoia per l'anno scolastico 1928-1929 ed esposti alla «Mostra della scuola» tenutasi nell'estate dello stesso anno proprio a Pistoia.
Il 1929 è ovviamente un anno importante, se non addirittura un anno chiave per lo Stato fascista. Nel '29, il fascismo è legittimato dal Papa con la riconciliazione tra Chiesa e Stato, vengono siglati i Patti Lateranensi e il Duce assurge al ruolo di «uomo della Provvidenza» per milioni e milioni di italiani. La microstoria che i bambini raccontano è fatta di avvilenti pratiche didattiche quotidiane e di nessi inevitabili tra scuola, ideologia e politica. È la storia solo di una parte dell'Italia fascista, beninteso, ma è la storia di un campione attendibile e rappresentativo di tutta la provincia italiana. I testi sono chiaramente «ricopiati in bella» in classe dagli alunni delle seconde, terze e quarte elementari. Trascritti, manco a dirlo, sotto la stretta sorveglianza della maestra.

Provveditori e Provvidenza
Dalla loro lettura gli autori del libro delineano una scuola italiana supinamente allineata col fascismo e, in particolare, col suo «Duce». Non a caso, nei diari dei bambini, «l'Uomo della Provvidenza» è sempre indicato come «il Duce Mussolini» quasi si trattasse di nome e cognome. E non siamo lontani dal vero a pensare che per loro il capo del governo si chiamasse proprio così, «Duce Mussolini», e non Benito.
I racconti degli alunni, di cui il libro riporta ampi stralci, sono asciutti, corretti formalmente, benché ripetitivi. La produzione è omogenea, mentre il tema di cui più si parla è quello della vita e dell'esistenza in genere. La vita vi appare nella forma «rurale» tipica della provincia, in quella monotona della vita scolastica, scandita dalle imprese del governo fascista, dalle festività (fasciste e) religiose, dal passare delle stagioni. Le religione è onnipresente. Se infatti il fascismo ha una presenza costante nella scuola, la religione ce l'ha a livello di contesto sociale. «Nella nostra scuola ci sono tante belle cose» - si legge - «c'è Gesù che gli si dice la preghiera, c'è la bandiera che le si fa il saluto quando si canta, c'è il Re e il Duce. Si fa il saluto anche a loro e si dice Eia! Eia! Alalà!».
Oggi in Italia abbiamo come ministro dell'istruzione una bella ragazza che risponde al nome di Mariastella Gelmini.. La Gelmini si è detta fiera di avere reintrodotto il sette in condotta per combattere il bullismo e, soprattutto, si è dichiarata favorevole a reintrodurre il grembiulino alle elementari. Fatti «minimi» solo all'apparenza. Bisognerebbe leggere attentamente Il quaderno come umile segni di scuola, soprattutto nelle parti in cui si racconta di come la scuola italiana sia solo un tassello di una costruzione ideologica ben più vasta. Stando a questa ideologia, il bambino non va mai lasciato solo con se stesso e con la propria coscienza, ma soprattutto non va lasciato solo nell'esercizio del proprio pensiero critico. La scuola, le organizzazioni del tempo libero o le associazioni giovanili lo accompagnano ovunque e gli ricordano sempre che egli è nato e vive per servire gli ideali del Paese che Mussolini incarna e tutela. «Il Sig. Duce Mussolini lavora anche di notte per l'Italia insieme a sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III», si legge in un tema. La didattica risulta fortemente «bonificata» dal fascismo. che impone grembiuli, sette in condotta e tutto ciò che ne consegue. Impone, ma trascura i principi della «scuola serena» di matrice gentiliana a tutto vantaggio dell'asservimento all'ideologia politica corrente.
È la «bonifica» sistematica delle «giovani italiche menti». La Storia - con la «s» maiuscola - in questo tipo di scuola è presentata senza alcuna attenzione alla periodizzazione o all'approfondimento, appiattita sulla retorica della gloriosa contemporaneità fascista. «Il Governo Fascista è molto generoso perché ha fatto delle cose buone», si legge in un altro tema. Dai quaderni sembrerebbe che gli scolari andassero contenti e entusiasti a scuola e nonostante l'autocensura inevitabile, è possibile che ciò sia vero. A scuola imparavano infatti ciò che non avrebbero potuto imparare altrove. E, soprattutto, vi trovavano tutto ciò che a casa non potevano trovare. All'uscita della scuola o, addirittura, prima dell'orario d'inizio, spesso dovevano infatti andare a lavorare nei campi. Non importa se in tutte le famiglie c'è un caduto o un mutilato: i commenti su guerra, Patria e Governo sono inquietantemente univoci. La guerra era inevitabile, i morti sono visti come eroi e di essi, che si sono sacrificati per la «Patria» (anche qui, sempre con la maiuscola d'obbligo), bisogna essere orgogliosi, perché la «Patria» sta sopra tutto e tutti.

Da una provincia dell'Impero
Nonostante racconti solo di una fetta d'Italia, Il quaderno umile segno di scuola è ricco di importanti riflessioni sull'infanzia e la scuola. Leggendolo viene da immaginarsi quale potrebbe essere la storia parallela dell'Italia mai raccontata, ma certamente scritta, dalle migliaia di alunni che in oltre un secolo si sono passati il testimone sui suoi banchi. L'unica lacuna è forse la mancanza di una comparazione tra testi degli scolari e libri di testo, che sarebbe risultata certo piena di ulteriori sorprese. Per esempio, si potrebbe ricordare il bel libro I pampini bugiardi, curato da Marisa Bonazzi e Umberto Eco, che dimostrava come anche dopo la Liberazione, negli anni Cinquanta e Sessanta i libri di lettura alle elementari fossero ancora pieni di retorica di stampo fascista. Gli autori dei saggi raccolti nel volume di Genovesi sottolineano bene come, nella scuola fascista, l'adulto fosse un'autorità onnipresente. È lui che detta e guida i pensieri degli scolari, evitando loro di perdersi in fantasticherie e sogni.
La grande correttezza ortografica e sintattica di questi temi pistoiesi risulta la prova evidente che, oltre a essere più volte ricopiati e corretti, essi sono stati in buona parte anche largamente dettati dai docenti. D'altronde, proprio la soppressione e limitazione di ogni creatività e criticità sono la via regia per l'addestramento delle giovani menti a «credere, obbedire» e, manco a dirlo, «combattere». [...]


il manifesto 8 agosto 2008

Il vecchio corvo (S.L.L.)

Il vecchio corvo sul tetto di fronte
viene sovente nelle mattinate
e alterna alle goffaggini eleganze.
Ieri e l'altrieri, con la febbre addosso
e con la preferenza per il letto,
non ho potuto seguirlo negli arrivi
e nelle ripartenze,
né sorprenderlo quando più è vicino,
in uno dei suoi arcani movimenti;
solo una foto, per giunta da lontano.
Oggi sto molto meglio, alla finestra
rivolgo spesso lo sguardo alle tegole,
inutilmente almeno fino ad ora:
solo una stupidissima colomba.
Ma tornerà, si sa che tutto torna.

Placido Rizzotto. Un delitto politico (Pio La Torre)

Si celebrò a distanza di più di sessant’anni, il 24 maggio 2012, e con il massimo di solennità, il funerale a Placido Rizzotto, il sindacalista socialista ucciso dalla mafia a Corleone nel 1948, di cui non era stato ritrovato il cadavere; e tuttavia in quell'occasione certe partecipazioni e certe omissioni oscurarono il significato del delitto riducendolo a cronaca nera, locale. C’è tuttavia qualche documento ufficiale che aiuta a capirne di più, a non cadere nella trappola, a non accettare la favoletta degli uomini con la coppola cattivi e spietati che ammazzano il buon sindacalista che li contrasta e li denuncia alle autorità.
Nell’edizione dell’Assemblea regionale siciliana dei discorsi parlamentari di Pio La Torre è stata inserita la Relazione di minoranza presentata alla Commissione parlamentare antimafia, che porta la firma di La Torre e di altri parlamentari comunisti, tra i quali non mancano nomi di prestigio (Chiaromonte, per esempio). Il brano che qui riporto fa luce sul contesto e sui moventi dell’assassinio di Rizzotto ed è da ricondurre alla responsabilità preminente di Pio La Torre, anche perché dei fatti di cui si ragiona il sindacalista e uomo politico siciliano ucciso dalla mafia nel 1982 era stato partecipe in prima persona e con un ruolo importante. Egli fu, tra l’altro, chiamato dalla Cgil a sostituire Placido Rizzotto alla guida della Camera del Lavoro di Corleone.
Dall’analisi di La Torre viene fuori, con perfetta evidenza, come gli omicidi mafiosi del 47-48 e quello di Rizzotto in particolare fossero anche (e forse soprattutto) delitti politici di rilevanza nazionale, così come politici furono i depistaggi e gli insabbiamenti nelle indagini e nei processi, che decretarono l’impunità per gli assassini. (S.L.L.)

Mentre lo Statuto preparato dalla Consulta regionale era stato il frutto di una intesa fra i grandi partiti antifascisti che erano allora nel Governo nazionale, dopo la strage di Portella si formò un governo regionale minoritario democristiano con l'appoggio della destra monarchico-liberale-qualunquista.
La Democrazia cristiana, dopo Portella, cedette al ricatto del blocco agrario e anticipò in Sicilia la rottura dell'alleanza fra i grandi partiti di massa, che qualche settimana dopo si ripetè anche a livello nazionale. L'impianto della Regione siciliana venne attuato in quel clima e con quello schieramento che preparò in Sicilia le elezioni del 18 aprile 1948. Nel corso di quella campagna elettorale furono compiuti alcuni dei più efferati delitti di mafia contro esponenti del movimento contadino siciliano. Vogliamo ricordare in modo particolare tre episodi: Placido Rizzotto a Corleone, Epifanio Li Puma a Petralia, Cangelosi a Camporeale, dirigenti contadini di queste tre zone fondamentali nella provincia di Palermo e socialisti. Perché tre socialisti? Gli assassini si susseguirono a distanza di pochi giorni. Vi era stata la scissione socialdemocratica e il movimento contadino in Sicilia restava, invece, unito; occorreva, dunque, dare un colpo al movimenti e da parte della mafia si sviluppò una campagna di intimidazioni verso i dirigenti socialisti. L'assassinio dei tre fu un fatto simbolico; non a caso a difendere Liggio nel processo per l'assassinio di Rizzotto fu l'avvocato Rocco Gullo, allora massimo esponente della socialdemocrazia palermitana.  

26.8.16

La passeggiata di Totò e Ninetto. Una lettura di “Uccellacci e uccellini” (Federico De Melis)

Totò e Ninetto, un padre e un figlio sottoproletari, camminano per le strade del mondo, le strade dell'estrema periferia romana degli anni '60. Ai due si unisce un corvo parlante (la voce querula e dolce è di Francesco Leonetti), saggio e disilluso, che dice cose giuste sulle sorti dell'umanità ma è insieme consapevole della loro limitatezza. Questo l'avvio di Uccellacci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini, oggi riproposto in cassetta dalla Cgd.
La passeggiata di Totò e Ninetto - passeggiata intesa, in senso romantico, come un andare senza meta -, che nella sceneggiatura era il terzo di tre episodi (preziosi spezzoni del primo, L'uomo bianco, tagliato nella versione definitiva, li mandò in onda Raitre nell'85 nella Magnifica Ossessione di Enrico Ghezzi) nel film fa da cornice narrativa alla favola degli uccellacci e degli uccellini che il corvo racconta ai due (e che era il secondo episodio): San Francesco affida a Frate Ciccillo (Totò) e a Frate Ninetto il compito di parlare con falchi e passerotti per conciliarli e consegnarli all'amore.
Nel presente il corvo continua a incalzare con le sue prediche i due poveri cristi. Candidi e cinici, infastiditi, Totò e Ninetto lo guardano di sottecchi, e nella loro mente prende corpo il piano: mangiarselo. La fine e sollievo e amarezza: il corvo è arrostito e mangiato con appetito atavico. Mancheranno i suoi discorsi noiosi ma anche la sua saggezza disincantata, la sua libertà intellettuale. All'origine il corvo doveva essere «un saggio 'reale' che cerca, attraverso una scandalosa e anarchica libertà, la realtà empirica non sistematica, nelle cose». Ma che cosa sono, se non proprio questo, il padre e il figlio sottoproletari? Pasolini doveva Inventare un corvo che facesse loro da controcanto, e che dunque non poteva che essere marxista. Ma siccome il corvo doveva essere simpatico e stravagante nel suo ordine mentale, amaro ma infine gioioso, non poteva essere un marxista di vecchio tipo, categorico e settoriale, ma doveva essere piuttosto «un corvo marxista non del tutto ancora liberato dal corvo anarchico, indipendente, dolce e veritiero».
Alla fine Totò e Ninetto divorano l'uccello ma così facendo, suggerisce Pasolini, lo «assimilano», o meglio assimilano quel poco di utile che può servire loro per sopravvivere nel mondo degradato. Così, in un certo senso, i due buoni diavoli, con la loro innocenza irridente e semplicità sottoproletaria, e il corvo, con il suo marxismo infondato e scettico, fanno parte della stessa visione del mondo, dello stesso «sogno di una cosa», come Pasolini e i borgatari degli anni '60.
Umoristico (un omaggio ai classici del comico) e triste, leggero e ideologico, «ideocomico» (come scrisse Pasolini), Uccellacci e uccellini restituisce in forma di apologo verità orribili ad ascoltarsi. In controluce c'è il «nero pessimismo» degli anni 70, dell'Abiura alla Trilogia della vita, e del finale Salò, ma la mimica di Totò e la risata malandrà o il riso ingenuo di Ninetto hanno come il sopravvento, la superficie è più vera della verità sottostante.
Uccellacci e uccellini è forse il film più sereno di Pasolini, si respira tra gli anfratti del degrado, tra i casermoni di nuova costruzione degli anni 60 e le baracche dei borghetti romani, il solicello e l'aria tersa che viene dalla vicina campagna. E' un mondo mitico che fa da scenario a tutte le favole possibili, e si vorrebbe che il parlare del corvo, col suo tono ironico e esopeo, fosse un raccontare infinito, che dalla sua saggezza scaturisse il racconto del mondo ai di sopra dei travagli e lutti ideologici.
«L'atroce amarezza dell'ideologia mi ha impedito di vedere le cose e gli uomini con la leggerezza del perdono» ha scritto Pasolini. Se nel fondo è vero, non sembra. Uccellacci e uccellini fa parte di quel grande capitolo dell'opera pasoliniana votato all'utopia del paleocristianesimo (il Vangelo secondo Matteo è del '64) al dialogo con la Chiesa conciliare e giovannea, al confronto serrato e libero della sua anima marxista e della sua anima anarco-evangelica di due credi che lottano invano per potersi redimere nella serenità francescana, nell'obiettività del mondo cosi com'è.


“il manifesto”, domenica 10 gennaio 1986

Profittiamo della comodità. Una "Tragedia in due battute" di Achille Campanile

Achille Campanile
Personaggi:
LA MOGLIE
IL MARITO
----

IL MARITO
(rincasando con un grosso involto) Ho portato le maschere antigas.

LA MOGLIE
Benissimo. Allora stanotte possiamo lasciare il gas aperto.

La quercia del Tasso (Achille Campanile)

La quercia del Tasso al Gianicolo
Quell'antico tronco d'albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, come avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand'essa era frondosa. Anche a quei tempi la chiamavano così. Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c'era, ai tempi del grande e infelice poeta, un'altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi. Un caso. Ma a cagione di esso si parlava della quèrcia del Tasso con la «t» maiuscola e della quercia del tasso con
la «t» minuscola. In verità, c'era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall'altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso. Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano il tasso del Tasso e l'albero era detto «la quercia del tasso del Tasso» da alcuni, e «la quercia del Tasso del tasso » da altri.
Siccome c'era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, e poeta anch'egli) il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: « È il Tasso dell'olmo o il Tasso della quercia? ».
Così, poi, quando si sentiva dire «il Tasso della quercia » qualcuno domandava: « Di quale quercia?».
«Della quercia del Tasso.»
E dell'animaletto di cui sopra, ch'era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: « il tasso del Tasso della quercia del Tasso».
Poi c'era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s'era dedicata al poeta e perciò era detta la guercia del Tasso della quercia, per distinguerla da un'altra guercia che s'era dedicata al Tasso dell'olmo (perché c'era un grande antagonismo fra i due). Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta la quercia della guercia del Tasso; mentre quella del Tasso era detta la quercia del Tasso della guercia: qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso. Qualcuno più brevemente diceva: la quercia della guercia o la guercia della quercia. Poi, sapete com'è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia e, quando lui si metteva sotto l'albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi. Viveva. E lo chiamavano il tasso della quercia della guercia del Tasso, mentre l'albero era detto la quercia del tasso della guercia del Tasso e lei la guercia del Tasso della quercia del tasso.
Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto il tasso del Tasso. Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente e, durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l'animaletto venne indicato come il tasso del tasso del Tasso.
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all'ombra d'un tasso perché non ce n'erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora il tasso barbasso del Tasso; e Bernardo fu chiamato il Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal Tasso del tasso. Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora l'animaletto fu indicato da alcuni come il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; e da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso.
Il Comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.

Ray Bradbury e la favola americana (Andrea Colombo)

«Non sono uno scrittore di fantascienza», diceva di se stesso Ray Bradbury, morto ieri a 92 anni in California e non era per civetteria. «La fantascienza - spiegava - è una descrizione del reale. La fantasia è una descrizione dell'irreale. Il solo libro di fantascienza che ho scritto è Fahreneit 451, basato sulla realtà». In un'altra occasione era stato ancora più preciso: «Se qualche ragazzo scriverà a matita sulla mia tomba "Egli raccontava favole", sarò felice. Non desidero fama più grande».
Narratore di favole, sì, ma di favole americane: favole circondate dalla trama dell'incubo, condannate a intrecciarsi continuamente con quell'oscurità, a misurarcisi e sfidarla, a volte a batterla con l'arma segreta di uno sguardo capace di cogliere la meraviglia nascosta ovunque, altre volte costrette a soccombere perché la meraviglia è troppo imparentata con l'orrido per rappresentare un riparo sicuro.

Da Salem a Marte
Tra i grandi autori americani della sci-fi o del fantastico diventati famosissimi nel dopoguerra, quando immaginare altri mondi era di moda, Ray Douglas Bradbury, classe 1920, nato nell'Illinois e cresciuto in Arizona, è stato insieme il più europeo e il più americano di tutti. Dall'Europa aveva preso l'amore per i miti e la coscienza della loro importanza per la cultura di un popolo. Più e meglio di qualunque altro tra i suoi contemporanei aveva cercato però di portarli da quella parte dell'Atlantico per creare una originale mitologia americana capace di insediarsi nelle autostrade interminabili, nelle cittadine di provincia che sono la pancia d'America, nella malinconia delle fiere di paese in autunno, nell'euforia fragorosa delle vignette dei comics dell'epoca. Vengono da lì l'«Uomo illustrato», il cui corpo è un fantasmagorico compendio di favole e miti, la «Strega della Polvere», l'«Uomo elettrico». La discendenza diretta dei grandi maestri scoperti nell'adolescenza e mai più abbandonati: l'Edgar Allan Poe creatore del gotico americano e l'Edgar Rice Burroughs dal cui Tarzan origina una intera genealogia variopinta di supereroi da fumetto.
Esattamente 320 anni prima della morte del suo più celebre discendente, nel 1692, una delle antenate dello scrittore, Mary Bradbury, fu processata per stregoneria, condannata a morte e poi impiccata nella poco ridente cittadina di Salem. Forse anche per questo, il suo pronipote non perderà mai di vista il lato oscuro dell'anima dell'America, e cercherà non di esorcizzarlo ma di riconoscerlo, narrarlo e trasformarlo in mito fiabesco per averne ragione e sconfiggerlo. Cronache marziane la sua opera più famosa, quella che, anche grazie all'intermediazione provvidenziale di Christopher Isherwood, conosciuto per caso, lo rese da un giorno all'altro famoso nel Cinquanta (ma raccoglieva racconti scritti nei '40), è una rilettura della storia americana e del mito della frontiera depurato da ogni baldanzoso trionfalismo ma anche spogliato dalla retorica facile della colpevolizzazione. È una storia di sogni e di orrori, segnata dalla necessità di riconoscere l'altro e il diverso - il colonizzato, il nativo, il marziano - come non avevano saputo fare i padri pionieri, ma non per questo rinunciando alla colonizzazione. Dunque non solo e non tanto «rispettandolo»: piuttosto incorporando la sua cultura e la sua mitologia tanto quanto si cerca di comunicare a lui i propri miti e i propri valori.
Qualcosa dei roghi accesi nella città dove fu impiccata la sua bis-bisnonna, Bradbury deve certamente averla riportata anche nel più famoso dei suoi romanzi, Fahreneit 451. Col 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley è probabilmente il più celebre e celebrato esempio di sci-fi distopica, fortemente influenzata dalla recente fioritura di dittature decise per la prima volta a intrufolarsi nell'intimo dei sudditi per dominarne non solo il corpo ma l'animo. In quel mondo si bruciano i libri, come fonte dannata di tutto ciò che è inquietante e perturbante, e si punisce severamente chi osa nasconderli. I roghi di carta stampata divampanti alla giusta temperatura di gradi fahreneit 451, dovevano qualcosa al sinistro sacrificio degli autori proibiti nella Berlino del 1933. Per quanto in tarda età l'autore si sgolasse per negarlo, contraddicendo però sue stesse precedenti affermazioni, evocavano anche la passione censoria che percorre da sempre l'anima americana, dalla caccia alle streghe propriamente detta, di cui nonna Mary era stata una vittima, a quella di nuovo conio che veniva allestita negli anni in cui il giovane Ray scriveva i suoi capolavori, col senatore McCarthy nei panni del grande inquisitore. Però ancora maggiore era il debito che l'America di Fahreneit 451, intratteneva con la neonata televisione, e in generale con un sistema dei media che, nelle peggiori paure di Bradbury, si avviava in quegli anni '50 distruggere la letteratura, e così facendo ad attutire, annacquare e smorzare ogni emozione, ogni inquietudine.

Maledetta modernità
La sostituzione della realtà con una seconda realtà mediatica destinata a fagocitare la prima è in effetti un altro dei temi ricorrenti nella poetica di Bradbury. Forse il solo motivo per cui non è mai stato riconosciuto come uno dei grandi pionieri del cyberpunk è di stampo strettamente ideologico: forse nessuno, a parte Philip Dick, ha anticipato l'avvento della realtà virtuale come lui, ma con intenti di palese e allarmata denuncia che non potevano essere granché apprezzati dai discepoli di William Gibson e di Matrix. Nel suo racconto più universalmente noto, The Veldt, due genitori di un futuro molto prossimo permettono ai figli di passare ore e ore con un gioco che trasforma la loro stanza nell'ambiente di volta in volta preferito. Quando decidono di darci un taglio e di sprangare la stanza dei sogni per restituire ai pargoli il senso della realtà, quelli li chiudono nella camera, trasformata in veldt, e se la godono ascoltando da dietro la porta le urla dei malcapitati mentre i leoni non più tanto virtuali li sbranano.
Nell'intreccio di ironia e orrore che rende Il Veldt uno dei migliori racconti di sci-fi mai scritti c'è tutto Bradbury: la diffidenza con forti venature moraliste per la modernità e insieme una capacità di comprenderne a fondo le dinamiche che gli rendeva impossibile non impadronirsi dei suoi codici per metterli al servizio della sua poetica. Pochi autori sono stati più «cinematografici» di questo scrittore e sceneggiatore che paventava la distruzione della parola scritta ad opera delll'immagine e l'assassinio della letteratura per mano della televisioni. Un po' perché scriveva sceneggiature (la più importante per John Houston nel '53: Moby Dick). Molto perché il grande schermo e soprattutto quello piccolo hanno saccheggiato per decenni i suoi romanzi e i suoi racconti. Truffaut è stato insuperabile con la sua versione di Fahreneit 451 interpretata da Oskar Werner e Julie Christie nel '66: fedele allo spirito oltre che alla lettera del romanzo ma centrato più sull'amore per i libri e per le storie che per una paura della televisione che il regista francese avvertiva ormai meno incombente. Tre anni dopo Jack Smight portò sullo schermo tre racconti tratti dall'Uomo illustrato, tra cui Il veldt, con risultati oltremodo deludenti nonostante la presenza di Rod Steiger tra gli interpreti.
Ma è proprio l'«odiata» tv che ha chiesto a Bradbury innumerevoli sceneggiature e ha preso decine delle sue storie per portarle sullo schermo con risultati alterni. La serie tratta nell'80 da Cronache marziane, con un mostro sacro come Rock Hudson, fu apprezzata dal pubblico, molto meno dall'autore che la seppellì con un lapidario: «Noiosa». Mastodontico il Ray Bradbury Theater, in onda per sette anni, dall'85 al 92: 65 racconti ognuno riadattato dall'autore e introdotto da un suo breve commento.
Ma il legame più forte tra le parole di Ray Bradbury e le immagini di Hollywood è fatto ancora di libri: è la trilogia hard boiled scritta tra l'85 e il 2003, inaugurata dal bellissimo Morte a Venice. Tra i tanti omaggi post modern che proliferavano in quegli anni alla California degli anni '40 e '50, quella di Hammett, Chandler e McDonald, quasi nessuno è riuscito altrettanto bene, quasi nessuno è così sincero e così bello. Così capace di incorporare anche Hollywood e il noir e le serie televisive nel grande corpo tatuato della grande mitologia americana.


il manifesto, 7 giugno 2012

Storie di paese. La siesta erotica del bestemmiatore (S.L.L.)

Ci fu un tempo, credo tra il quinto ginnasio e il primo liceo, che con i due amici più intimi del momento - li chiamerò coi nomi fittizi di Angelo e Donato - facevamo un gioco trasgressivo: inventavamo bestemmie fuori dall'ordinario. In generale si inserivano nell'uso popolare: come attributi dell'eterno, infatti, sceglievamo soprattutto animali e caratteristiche umane, fisiche, etiche o professionali. Tra gli animali partimmo dai domestici, ma escludendo gli abusati epiteti canini, suini e ovocaprini ed arrivando al capuni (cappone), al pipìu (tacchino), alla ciàula, che da noi è una specie di cornacchia addomesticabile, allo jencu, nome arcaico e ormai desueto del vitello. Poi ci allargammo, e dunque scursuni (serpe), tigniusieddru (geco) fino alla mammacatessa, un insetto della famiglia della mantide religiosa, caro ai nostri giochi infantili, visto che lo stecco che infilavamo nel suo didietro roteava come una girandola. Fra gli epiteti umani ricordo un nanu cu la minchia tanta, importato da una sconcia barzelletta su Pierino, un cruzzutu (testardo) ed un innocuo bagninu, che in quell'estate ci divertì non poco, chissà perché.
Angelo era, ed è ancora, religioso ed attribuisce oggi, più di cinquant'anni dopo, a me l'iniziativa e la responsabilità di quel divertimento e di quel suo temporaneo traviamento. Io non ne sono convinto, ma a Donato, che avrò incontrato tre volte negli ultimi quarant'anni, non ho mai chiesto una testimonianza in materia. 
In ogni caso, a quel tempo, mi definivo già epicureo (un Epicuro di cui sapevo quel poco che c'era sulla mia enciclopedia per ragazzi, “Il mio amico” di Garzanti). Non so se mi considerassi ateo, ma avevo appreso che la  - o le - divinità, ammesso che esistano, si fanno i fatti loro e che riti e preghiere sono superstizione. Questo non mi impediva di frequentare l'azione cattolica, ove c'erano il bigliardino e il ping pong e dove incontravo tanti coetanei. Al parroco forestiero (veniva da un paese ad alta intensità mafiosa, come allora il mio non era) facevo ogni tanto obiezioni che dovevano fargli fischiare le orecchie, ma forse lui era più ateo di me.
Angelo in quell'estate si trovò più volte a fare la siesta pomeridiana in una campagnola casa di famiglia. Alle scampagnate partecipava una sua cugina che era da poco rimasta orfana e che aveva due anni meno di noi, tredici. Fino a quel momento noi maschietti di primo pelo l'avevamo considerata una insignificante occhialuta, ma proprio in quell'estate – forse con un po' di ritardo – stava rapidamente sbocciando. Angelo ci raccontò un gioco erotico. Lui e Santina facevano il riposo postprandiale in due camere relativamente isolate, una di fronte all'altra, separate da un corridoio. Non potevano o, forse, non volevano stare insieme nella stessa stanza; ma tenendo nel modo giusto le porte aperte (la cosa era giustificata dal caldo) potevano vedersi, ciascuno nella propria branda. Non so chi avesse preso per primo l'iniziativa, ma già la prima volta si tolsero mutande e maglietta per guardarsi reciprocamente le nudità. Le volte successive si fecero più audaci: si masturbarono l'una alla vista dell'altro e viceversa. 
Una storia banale, credo, accaduta a migliaia di cugini, piena di prudenze: erano attentissimi ad ogni rumore di passi, anche lontano e subito si coprivano. Fuori da quel gioco non cercavano contatti.
Lui in quei giorni faceva la corte a un'altra, come si faceva allora la corte: alla domenica la stessa messa sperando di incrociare gli sguardi, tante passeggiate sotto la casa dell'amata in attesa che per una qualche ragione uscisse e si potesse scambiare un saluto; infine, quando si riteneva la cosa matura, si fermava la ragazza e le si faceva la dichiarazione. L'innamorata a sua volta si sarebbe preso qualche giorno per pensarci e poi, volendo, pronunziava il sì che rendeva i due ragazzi “ziti”, impegnati. Angelo non era ancora a questo punto, era formalmente libero, ma si sentiva impegnatissimo con la ragazza che corteggiava e che abitava vicino a una delle Croci del paese. Dei sentimenti di Santina non so nulla, ma immagino dal suo atteggiamento che quella col cugino fosse una relazione pura: solo sesso senza complicazioni sentimentali. Credo che in quel guardarsi e toccarsi ci fosse un esplorare, un conoscere e un crescere: l'incontro con la propria sessualità e con quella dell'altro sesso, che può essere a volte sconvolgente, sembrava accadere in questo caso senza traumi, con una certa serenità. A turbarla arrivò il prete.
Angelo soleva confessarsi e far la comunione nelle feste principali, e tra le principali c'era la Madonna dell'Aiuto, la prima domenica di settembre. Andò a confessarsi di pomeriggio, forse il venerdì, e tornò turbato da noi che lo aspettavamo nella piazzetta della vasca. Ci rivelò che il parroco forestiero non aveva voluto dargli l'assoluzione. Non era per le bestemmie: per quelle il confessore non era sceso nei particolari, si era contentato di un “sì” alla sua domanda; ma per i pomeriggi in campagna aveva chiesto un'infinità di particolari e alla fine aveva detto al nostro amico di non potergli dare subito l'assoluzione: non si sa bene quali libri dovesse consultare, ma poteva trattarsi del gravissimo peccato di incesto. Credo che fosse una finzione per mettere paura ad Angelo e la cosa gli riuscì; ma l'indomani il mio amico ebbe la sua assoluzione e alla gravità del suo peccato probabilmente non pensò più, anche perché la cugina era ormai in continente, con la matrigna continentale che l'amava come fa una mamma. Al mio amico che incontro di rado, ogni due o tre anni, chiederò di lei la prima volta che capita: più che sapere di Santina voglio vedere come reagisce e se darà a me la colpa di tutto quel che accadde.
Di quel prete, invece, ho ricevuto notizie non commendevoli. Tornato nel suo popoloso paesone di mafia, ha fatto carriera diventando arciprete e in questo ruolo ha infarcito il comitato della festa patronale di rappresentanti di certe, speciali “famiglie”. È entrato, di sguincio, anche in un caso di pedofilia, nel quale era invischiato un altro prete del paese. Costui, parroco nel quartiere ove più forte era la povertà e il degrado, avrebbe approfittato della situazione facendo violenza ad alcune bambine e bambini. Il Vescovo si era limitato a trasferirlo in un'altra, lontana diocesi, dove qualche tempo dopo il delinquente riprese le sue pratiche. L'accusa all'arciprete è di aver fatto da tramite con le due o tre vittime del suo paese disponibili a denunciare e testimoniare: offriva a quella povera gente un sostanzioso risarcimento per conto del Vescovo, senza i rischi e i traumi di un processo. 
Forse il fatto di cui lo si accusa non è vero, ma è credibile. Non ho alcun dubbio invece sul fatto che in quell'arciprete diplomatico e accomodante, fin troppo accogliente e remissivo con i mafiosi, si conservi l'arcigna sessuofobia che lo condusse tanti anni fa a minacciare l'Inferno e la scomunica per un innocente gioco di ragazzini. 

Incipit memorabili. “Point de lendemain” (Vivant Denon)

Vivant Denon
Amavo perdutamente la contessa di...; avevo vent'anni e ero ingenuo; lei mi ingannò,
Io mi adombrai, lei mi lasciò. Ero ingenuo e la rimpiansi; avevo vent'anni e lei mi perdonò. Così a vent'anni, ingenuo, e fiero per il ritorno di lei, che pur continuava a ingannarmi, mi credevo il più fortunato degli amanti, e quindi il più felice tra gli uomini. Lei era amica di Madame de T. che, senza compromettere la sua reputazione, sembrava coltivare qualche progetto sulla mia persona. Come si vedrà, Madame de T. aveva dei principi di discrezione ai quali si manteneva scrupolosamente fedele.
Un fotogramma dal film "Les amants" (Louis Malle)
Postilla 
Di Vivant Denon si può leggere il ritratto, appassionato e ragionato, che ne fece Anatole France in una prefazione a Point de landemain (in italiano Niente domani Nessun domanio anche Senza domani, se si preferisce) che definì "gioiello indiscreto" e "leggero capolavoro". Al brevissimo romanzo si ispirò Louis Malle per un suo celebre film con Jeanne Moreau, dal titolo Les amants, titolo che La biblioteca blu di Franco Maria Ricci adottò per l'edizione e traduzione italiana curata da Giovanni Mariotti (1973), da cui ho tratti il brano. 
  

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