23.9.17

Il sogno dell'arte sovversiva. Da Caravaggio agli Impressionisti alle avanguardie (Francesca Bonazzoli)


Caravaggio, Morte della Vergine
«Con la fede nello sviluppo in una nuova generazione di creatori e di fruitori noi convochiamo l'intera gioventù e in quanto giovani portatori del futuro intendiamo conquistare la libertà di vivere e di operare opponendoci ai vecchi poteri costituiti. È dei nostri chiunque sappia dare forma direttamente e senza falsificazioni a ciò che lo spinge a creare».
Il proclama della Brücke è uno dei tanti che nel Novecento ha trasformato la storia dell'arte, da cammino ordinato verso la progressiva conquista della mimesi a percorso accidentato, compiuto a balzi all'indietro per distruggere la strada percorsa.
Per secoli il sistema delle botteghe, presso cui gli artisti imparavano il mestiere fin da ragazzini cominciando a ricopiare i disegni degli allievi più grandi, aveva funzionato come anello fluido e ininterrotto di trasmissione del sapere. Gli allievi superavano il maestro per bravura, non per conflitto. Anche quelli più dotati, come per esempio Leonardo nella bottega del Verrocchio, non si distinguevano mai in opposizione al maestro ma piuttosto come il fiore all'occhiello, degno di collaborare alla pari come fecero i due nel «Battesimo di Cristo». Le rivalità fra gli artisti esistevano ma ognuno di loro aveva la certezza di partecipare alle «magnifiche sorti progressive della pittura», ovvero di riuscire a superare il grande modello della classicità.
Caso a parte fu Caravaggio, l'unico artista che lavorò «contro», poiché pretendeva di affermare la sua pittura dal vero, «dal naturale», contro l'artificiosità manierista basata sulla consueta ripetizione dei modelli passati. Sbeffeggiato dai principi dell'Accademia, portato addirittura in tribunale a difendere la sua onorabilità di pittore e censurato dagli altari delle chiese, la sua rivoluzione durò solo una trentina d'anni e poi fu schiacciata dalla «controriforma» barocca.
Bisogna aspettare l'Ottocento per ritrovare un'analoga rottura, quando gli Impressionisti, come Caravaggio, fanno della ribellione il manifesto della loro pittura e della distruzione delle convenzioni la loro forza. Dagli Impressionisti in poi, la storia dell'arte si trasforma in una continua rivendicazione di rottura delle regole che ostacolano la creatività bloccandola in modelli ripetitivi, accademici e percepiti come vecchi. Possiamo dire che, da allora, l'arte diventa una faccenda per giovani e una liberazione dai vincoli borghesi.
Pensiamo ai secessionisti di Vienna, ai futuristi, dadaisti, suprematisti, espressionisti, cubisti, surrealisti, con tutti i loro proclami sfacciatamente giovanilisti e provocatori, il rifiuto dello storicismo e il loro disprezzo per le regole perbeniste e le buone maniere sociali. Quello che vogliono è shoccare, ribaltare il tavolo, stupire, fare «arte col martello», attirare anatemi, fino all'estrema provocazione, quella di Piero Manzoni, che a ventott'anni mette la merda in scatola e la vende allo stesso peso dell'oro.
Con le avanguardie, termine derivato dal linguaggio militare e che entra in uso proprio nel Novecento, l'arte smette di marciare al passo con lo spirito del tempo per stravolgerlo e criticarlo dal di fuori. L'artista non vuole più servire ma sovvertire. La sua ribellione è anche sociale perché scardina modelli di vita ordinata, esalta la bohème, l'anarchia, abbatte i valori consolidati. Può presentarsi anche con caratteri messianici, di rigenerazione dell'intera società, come fecero i suprematisti e, ancora negli anni Settanta, figure carismatiche come Joseph Beuys. Si sente minoranza rispetto al pensiero dominante; un antagonista, non organico al potere. Non vuole più lavorare per l'oligarchia ma per un'élite che lo comprende.
È in questo contesto che nasce anche la critica, sostituendosi alla storiografia. Oggi, però, la spinta propulsiva delle avanguardie si è esaurita. Gli artisti fanno quello che vogliono dal momento che non ci sono rimaste più regole da abolire. E poiché la ribellione artistica non ha più ragion d'essere, si è spenta di conseguenza anche quella sociale. Le uniche a sopravvivere sono ancora le grida dei critici, ultima quella di Jean Clair nel phamplet L'hivier de la culture che denuncia la degenerazione dell'arte contemporanea. Ma c'è una grande differenza: le cannonate dei critici sparano a salve perché sono rivolte contro l'arte e non contro la società, come facevano gli artisti. Le loro polveri sono bagnate perché le rivoluzioni le hanno sempre fatte, le fanno e le faranno gli artisti. Nonostante i loro critici.


“Corriere della Sera”, 24 settembre 2011

Cinque milioni di dollari. Il machiavellismo di Minniti (Rino Genovese)

Nel manuale di machiavellismo pratico, che il ministro Minniti di sicuro avrà sempre sul tavolo, a un certo punto si legge: “Se non puoi fargli la guerra, vedi almeno di comprarli”. Ed è così che l’Italia, come risulta ormai da una serie di testimonianze, avrebbe consegnato ben cinque milioni di dollari, tramite intermediari o direttamente non si sa, alla banda armata di Ahmed Al-Dabbashi detto “lo Zio”, il maggiore trafficante di esseri umani della zona di Sabratha in Libia. L’ex potenza coloniale, che in Tripolitania incendiava e impiccava, ora compra. Del resto, a quanto scrive “Le Monde” datato 15 settembre, il governo italiano aveva già trattato con “lo Zio” al fine di garantirsi la sicurezza degli impianti dell’Eni a Mellitah, a ovest di Sabratha. Un’impeccabile strategia: prima si scoraggiano, con regolamenti bizantini, le organizzazioni umanitarie dall’intervenire nel Mediterraneo in favore di profughi e migranti alla deriva, poi s’interviene “alla sorgente” dando del denaro ai trafficanti perché si riciclino come alleati nella lotta all’immigrazione clandestina.
Il problema è che tutto questo piace. Piace soprattutto al Pd che così finanzia, con soli cinque milioni dei contribuenti italiani, la propria campagna centrista delle prossime elezioni. Piace a una maggioranza di nostri concittadini che, ancorché in larga misura cattolici e perciò tenuti all’accoglienza, non ne possono più degli immigrati. Non sono molti quelli che si chiedono: ma scusate, dove finiscono gli aspiranti migranti se non in quegli stessi luoghi di detenzione e tortura, in una Libia controllata dalle bande armate, da cui, dopo mesi o anni di traversie, cercano di fuggire? Solo una piccola parte di loro riuscirà, chissà quando, ad avere il visto dell’ambasciata per fare ritorno al paese di origine (in cui certo troppo bene non dovevano passarsela per aver preso la decisione di andarsene).
Si dice – lo ha detto lo stesso Minniti – che non si possono accogliere tutti i migranti o aspiranti tali, perché bisogna anche pensare a integrarli. Ma allora che cosa si sarebbe potuto iniziare a fare con quei cinque milioni nel senso dell’integrazione? Quanti edifici scolastici si sarebbero potuti mettere in sicurezza, nello stato comatoso di un territorio come quello italiano esposto di continuo al rischio sismico e idrogeologico, all’interno di un piano – non solo italiano ma europeo – di lavori socialmente utili con maestranze composte prevalentemente da immigrati?
Al tasso di crescita demografica attuale, l’Africa alla fine di questo secolo costituirà il 40% della popolazione mondiale – al momento soltanto il 12-13%. Siamo destinati a una storia di grandi migrazioni: in parte essa è l’eredità di un predatorio colonialismo occidentale – una vicenda mai veramente conclusa –, in parte è l’effetto di un movimento inarrestabile, perfino emancipatorio, verso condizioni di maggiore benessere. La risposta politica non sta nel ridurre i flussi, che poi rispuntano per altre vie o semplicemente riprendono quando “lo Zio” avrà esaurito la sua provvista di denaro: piuttosto consiste nell’organizzarli per quanto possibile. Si aprano quindi, nei paesi africani maggiormente interessati dal fenomeno, delle “agenzie di collocamento” presso le ambasciate occidentali; si dia una speranza di futuro a quelle popolazioni martoriate con voli periodici verso l’Europa; si preparino programmi per lavori socialmente utili in cui inserire la manodopera immigrata. È la parola “integrazione” che dev’essere fatta vivere riempiendola di contenuti. E questa voce, sul manuale di machiavellismo pratico che Minniti ha a portata di mano, non c’è.


Dal sito del mensile “Il Ponte”, 16 settembre 2017

Memorie di un antifascista. L'ultimo libro del gappista Paolo (Dino Messina)

Rosario Bentivegna
È il nome più conosciuto della Resistenza romana, perché ne fu indubbio protagonista e soprattutto perché a lui il comandante Carlo Salinari assegnò il compito rischioso di far scoppiare il 23 marzo 1944 al passaggio del Battaglione Bozen in via Rasella un carrettino pieno di tritolo che uccise 32 soldati nazisti. A quell'azione, decisa da Giorgio Amendola e dal comando delle formazioni garibaldine, parteciparono dodici partigiani dei Gap (Gruppi di azione patriottica), ma Rosario Bentivegna, classe 1922, medico del lavoro e militante del Partito comunista sino al 1985, è rimasto l'unico testimone diretto dell'episodio che determinò il giorno successivo la terribile rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine, con 335 vittime selezionate soprattutto tra i prigionieri politici ed ebrei.
Via Rasella, con le polemiche, anche interne alla sinistra, durate oltre mezzo secolo, è il cuore del nuovo libro di Bentivegna, scritto con la consulenza della giovane storica Michela Ponzani (Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista, Einaudi, pp. 422, 20). Il saggio tuttavia non è né una cronaca di via Rasella né una storia della Resistenza romana. È anche questo, ma è soprattutto l'autobiografia di un militante del secolo delle ideologie, che ancora oggi, nonostante il fallimento del «socialismo reale», continua a dichiararsi comunista. Un «comunista antistaliniano», ma sempre ammiratore di Luigi Longo e della «spinta propulsiva» data da Palmiro Togliatti con la «svolta di Salerno».
Anche se Bentivegna ha raccontato la sua verità già in un libro apprezzato da Renzo De Felice, Achtung Banditen, edito da Mursia nell'83 e nel 2004 in una versione aggiornata, la lettura di queste «memorie di un antifascista» è utile sia per conoscere la realtà della Resistenza, sia per seguire la formazione e il percorso anche internazionale di un militante comunista negli anni della guerra fredda. Su un fatto Bentivegna ha ragione, così come hanno stabilito una serie infinita di sentenze dei tribunali: dopo l'attentato di via Rasella, non venne affisso nessun manifesto che invitava i partigiani a consegnarsi. La rappresaglia delle Ardeatine fu decisa e realizzata in gran segreto, anche se qualcosa trapelò in Vaticano. La prima notizia della strage venne pubblicata il 25 marzo sul «Messaggero», a cose fatte. Più controversa è la questione se l'attacco al battaglione Bozen fosse necessario dal punto di vista militare, come sostiene Bentivegna, per far cessare il transito di truppe naziste a Roma e di conseguenza interrompere i bombardamenti sulla capitale da parte dell'aviazione alleata.
Grato ai generosi romani che aiutarono nella clandestinità lui e i suoi compagni, Bentivegna è rimasto alla battuta del generale nazista Kurt Maeltzer secondo cui mezza Roma nascondeva l'altra metà. Così nega l'esistenza di una «zona grigia» e considera mistificazioni le ricerche di uno storico come Aurelio Lepre, che in un pamphlet del 1996 basato sulle intercettazioni telefoniche documentava le critiche dei romani all'attacco di via Rasella. Un'azione considerata un attentato terroristico, e in quanto tale «non necessaria», se non dannosa, anche dal filosofo Norberto Bobbio che negli anni di piombo ingaggiò con Bentivegna una polemica serrata. Il partigiano «Paolo», questo il suo nome di battaglia, non ha cambiato opinione. Così sembra irrigidito su vecchi punti di vista rispetto al dialogo avviato proprio sul «Corriere della Sera» con il «ragazzo di Salò» Carlo Mazzantini dopo lo storico discorso pronunciato dal presidente della Camera Luciano Violante che invitava a «capire le ragioni dei vinti».
L'ortodossia, vorremmo dire una certa rigidità del punto di vista, non toglie tuttavia interesse all'autobiografia di Bentivegna. Nelle pagine iniziali, quando racconta la vita di un giovane borghese nella Roma fascista, nel racconto dell'avventura in Jugoslavia con la Brigata Garibaldi, quando dovette schivare le pallottole dei partigiani titini. O nella narrazione dell'impresa compiuta alla fine degli anni Sessanta alla guida di un motoscafo d'altura per mettere in salvo i dirigenti del Partito comunista greco, perseguitati dai colonnelli.


“Corriere della Sera” 24 settembre 2011

Sanremo. Le care memorie di Italo Calvino (Laura Lilli)

ROMA
Di fronte alla tessera di combattente garibaldino di Italo Calvino, la signora Chichita ieri mattina, si è commossa. La tessera appartenuta al marito gliela mostrava il sindaco di Sanremo Leone Pippione, venuto a Roma insieme all' assessore alla Cultura della cittadina ligure Roberto Damiano e al professor Giorgio Bertone dell' Università di Genova. Occasione del viaggio e dell'incontro, la presentazione di un convegno internazionale di studi su Calvino che si terrà a Sanremo il 28-29 novembre. La commozione si è trasmessa ai pochi presenti (pochi, forse, perché la discussione sulla politica finanziaria obbligava i parlamentari ai loro posti). Una metà delle due prime file di poltroncine rosse e oro della Sala Rossa del Campidoglio era vuota.
Nelle altre, erano seduti alcuni giornalisti amici intimi dello scrittore, fra cui Eugenio Scalfari che più tardi, chiamato alla sprovvista, come ha detto, ad intervenire, ha ricordato i tre anni di liceo nella stessa aula e nello stesso banco. Avevano formato un gruppetto di una decina di giovani e vivevano in una sorta di simbiosi permanente. Si ponevano le Grandi Domande di tutti gli adolescenti (chi siamo, dove andiamo?) in lunghe passeggiate per corso Imperatrice. Scalfari ha ricordato, inoltre (grande segno di amicizia) che quando “la Repubblica” non aveva ancora il successo e la sicurezza di oggi, lo scrittore, che collaborava al “Corriere”, lasciò il prestigioso quotidiano milanese preferendogli quello romano, nuovo e dal futuro incerto.
Anche Scalfari era commosso. Forse Calvino è morto troppo di recente. O forse c'è sempre una sorta di pudore, che può sconfinare in un nodo alla gola nel ricordare pubblicamente uno scrittore, assai più di quanto non avvenga nel ricordare poniamo, uno architetto o uno scienziato. Lo scrittore, infatti, stabilisce con chi lo legge un dialogo segreto. E questo è tanto più vero per Calvino, scrittore magico e intimo. Comunque sia, per una volta i damaschi e le pitture seicentesche della Sala Rossa erano sgombri di retorica e di mondanità.
Non che l'ufficialità non ci fosse: il sindaco Nicola Signorello ha strappato qualche minuto alle sue riunioni mattutine (sembra che ne fossero in corso tre) per venire a salutare le iniziative di Sanremo. E telegrammi ufficialissimi hanno mandato Francesco Cossiga, Nilde Iotti, Fanfani, Gullotti, Chiarante e moltissimi altri del Palazzo.
Calvino, per la verità, non era nato a Sanremo. Ci era solo cresciuto. Era nato a Santiago di Las Vegas a Cuba, e si dichiarava sanremese anche per brevità. Il padre era un botanico nato nel 1875. A cavallo del secolo, fu lui a spingere perché nella riviera intorno a Sanremo si coltivassero non più arance ma fiori: per gli agrumi, si affacciava allora sui mercati italiani la Sicilia. Stimatissimo nel mondo anche per questa sua intuizione agricolo-economica, il signor Calvino fu invitato a dirigere una scuola di agraria nel Messico. (E botanica era anche la madre dello scrittore, una donna sarda). Con la rivoluzione messicana, la famiglia Calvino riparò per qualche tempo a Cuba, dove nacque Italo. “Un nome che - egli scrisse - mia madre, prevedendo di farmi crescere in terra straniera, volle darmi perché non scordassi la patria degli avi e che invece in patria suonava bellicosamente nazionalista. Della mia nascita d'oltremare scrisse conservo solo un complicato dato anagrafico (che nelle brevi note bio-bibliografiche sostituisco con quello più vero: nato a Sanremo), un certo bagaglio di memorie familiari e il nome di battesimo”.
Della sua Sanremo, citandola solo con tre puntini, Calvino scrisse nella speculazione edilizia, che fa parte delle opere giovanili. Guardava la città con il solito odio-amore che si ha per il luogo natale. Il sindaco si è come scusato, ieri, che il Comune non avesse potuto acquistare, in tempi andati, la sua Villa Letizia. E nella stazione climatica lo scrittore vedeva un benessere difforme, disorganico... un modo turistico di godere la vita, modo milanese e provvisorio.
[…] La sobria cerimonia della presentazione è stata più uno scavo nella memoria che una proiezione nel futuro. O meglio: i programmi sono, ovviamente, per il futuro. Ma il futuro ha un cuore antico, come scrisse Carlo Levi. Antico come la Sanremo che Calvino descriveva. Palme e mimose all'ombra delle quali vecchi e ragazze inglesi si scambiavano preziose edizioni e innaffiatoi. Poi sono venute le ruspe, e con loro i tricamere e servizi...


“la Repubblica”, 21 novembre 1986  

22.9.17

Se il mio bacio... Un epigramma di Stratone di Sardi dall'Antologia Palatina

Se il mio bacio ti offende, se ti sembra un castigo,
puniscimi anche tu: rendimi il bacio.

Ant. Pal. XII, 188 in Il miele d'Afrodite a cura di Marina Cavalli, Mondadori 1991

Le pene di Grillo in Sicilia (S.L.L. - stato di fb)

Grillo a Messina 5 anni fa, dopo l'attraversamento a nuoto dello Stretto
Immagino che Grillo sia molto preoccupato.
Lui e i suoi pensavano che la Sicilia potesse essere un trampolino di lancio per il successo a livello nazionale. E invece le elezioni regionali siciliane rischiano di trasformarsi in un flop.
Le trovate dei suoi fidi su possibili sanatorie delle costruzioni abusive, non escluse quelle delle case di villeggiatura che hanno fortemente deturpato tanti paesaggi isolani, hanno tirato la volata a quelli che su condoni e sanatorie hanno costruito fortune non solo elettorali, i berlusconidi oramai ringalluzziti.
Ed anche le mezze frasi di comprensione verso la xenofobia tirano la volata alla vecchia destra.
Se i grilli sono come la destra di Berlusconi e/o di Salvini, tanto vale votare per i vecchi marpioni, che fanno le porcate senza fare troppi danni.
I grilli di Sicilia si consolano. Dicono "anche l'altra volta cominciò così, ci accreditavano del 10 per cento, sfiorammo il 25".
Vero!
L'altra volta a segnare le tappe dell'impetuosa crescita dei 5 Stelle fu prima la nuotata di Grillo sullo stretto e poi il suo "tour" nelle piazze di Sicilia, un successo clamoroso. Gli attivisti del movimento sono convinti che anche adesso il gran Grillo prepara un colpo a sorpresa.

Ma cosa mai potrà inventarsi, questa volta?

Il crimine organizzato come setta segreta: uno sguardo dall’Ottocento (Francesco Benigno)

Ho trovato il testo che segue nella rivista on-line, definita “menabò” della Associazione Etica ed Economia fondata da Luciano barca (https://www.eticaeconomia.it/). Francesco Benigno vi illustra le tesi principali contenute nel suo libro, La Mala Setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878, Einaudi 2015.
Il libro mi era sfuggito e non posso valutarne l'interesse e la qualità. Mi pare convincente e degna di verifica la tesi principale esposta dall'autore, quella secondo cui le origini di mafia e camorra vanno collocate non fuori né contro il processo di costruzione dell’ordine pubblico del nascente stato italiano ma dentro il suo perimetro; in connessione cioè con la maniera di utilizzare i criminali per combattere i sovversivi e per difendere il regime politico. Allo stesso modo trovo persuasive le novità metodologiche che questo approccio comporta. Se non costa troppo comprerò il libro e verificherò quanto l'autore abbia rispettato le premesse e mantenuto le “promesse”. (S.L.L.)
Giovanni Grasso (a destra) interpreta "Li mafiusi di la Vicaria"
Ci sono libri che si dedicano ad aggiungere elementi conoscitivi ad un quadro già noto e libri che puntano a riconfigurare un problema. La mala setta ha l’ambizione di appartenere alla seconda categoria, presumendo di fornire elementi per una lettura completamente diversa delle origini della criminalità organizzata italiana. La mia ricerca è consistita in una presa di distanze dal modello prevalente nella storiografia su quei fenomeni indicati come mafia e camorra, che immagina queste organizzazioni germinantesi spontaneamente e autonomamente, in un tempo imprecisato e talora risalente ad epoche immemoriali, in qualche recondito anfratto dei quartieri popolari di Napoli o Palermo. Al contrario il libro dimostra come il crimine organizzato si formi entro e non fuori le strutture e le pratiche – poliziesche e giudiziarie – con cui il nuovo stato unitario, nel suo primo ventennio di vita, organizza l’ordine pubblico. Invece che immaginare mafia e camorra come due piante selvagge, difficili da sradicare, e contro le quali le strutture statuali ingaggiano una difficile opera di bonifica, la mala setta le vede nascere in un giardino coltivato, a stretto contatto con le attività del giardiniere, ovverossia dello stato.
Ciò detto la mia ricerca ha puntato a chiarire i due termini fondamentali del problema trattato, vale a dire il concetto di ordine pubblico da un lato e quello di crimine organizzato dall’altro. Ho tentato di mettere in luce come l’uno e l’altro vadano concepiti secondo le idee dell’epoca e non secondo le nostre, valorizzando la categoria di «classi pericolose». Ne è venuta una ricostruzione che, come si vedrà, poggia su due aspetti fondamentali: da una parte la dipendenza delle concezioni e delle pratiche di ordine pubblico dalla politica e dalle sue urgenze; dall’altra il ruolo dell’immaginario, all’epoca prevalentemente letterario, nel delineare l’immagine dell’organizzazione criminale, della «mala setta».
Il punto di partenza del ragionamento è che attorno alla metà dell’Ottocento l’ordine pubblico era qualcosa di diverso da quello che noi oggi indichiamo con quel termine, intendendo la messa in sicurezza della vita e dei beni dei cittadini. In quel tempo ciò che si puntava a mettere in sicurezza era anzitutto l’ordine politico, minacciato dalla presenza delle cosiddette classi pericolose, vale a dire di strati popolari che, avendo una consuetudine «criminale» con l’uso delle armi, erano le più adatte ad essere utilizzate a chi avesse la finalità di sovvertire il regime esistente.
L’idea delle classi pericolose, destinata ad esercitare una grande influenza sul discorso sociale otto-novecentesco, sorge e si diffonde negli anni venti del XIX secolo in Inghilterra e in Francia; dove essa viene delineata attraverso la rappresentazione di un «popolo a sé stante», quello criminale, dotato romanticamente (come tutti i popoli) di costumi, moralità, forme di sociabilità e credenze proprie, oltreché di una lingua caratteristica: l’argot.
Poi, certo, oltre le rappresentazioni, ci sono le pratiche, soprattutto quelle attivate dai soggetti adibiti alla repressione del crimine, poliziotti e magistrati. Esiste un mondo marginale, collocato per così dire tra politica e crimine, e tuttavia cruciale, frequentato da cospiratori e da uomini «pericolosi» e, insieme a loro, da tutti coloro che sono incaricati di sorvegliarli e di reprimerli: spie, indicateurs, agenti provocatori.
In Francia, la cosiddetta haute police, la polizia politica, aveva messo a punto un sistema di controlli e di manipolazioni ispirato all’aurea regola di assoldare criminali per combattere altri criminali o come usava dire, costruire l’ordine mediante il disordine, servirsi dei criminali per sorvegliare e contrastare i criminali più pericolosi, che erano naturalmente i criminali «politici».
Sulla scorta di queste considerazioni, ne La mala setta ho utilizzato la categoria di classi pericolose – per affrontare la questione delle origini del crimine organizzato italiano. Va da sé che quest’impostazione è diversa da quella prospettiva, generalmente adottata, che punta viceversa a studiare il crimine organizzato ottocentesco, per così dire, «dall’oggi», e cioè a partire dalle forme e dalle strutture che la criminalità organizzata si è data durante il secondo dopoguerra. Il rischio, evidente, è quello di relegare così i criminali in una dimensione separata, differente e contrapposta a quella del resto della società: intesa la prima come scarsamente permeabile dal mutamento e imperniata su modelli fissi di riconoscimento; a differenza della seconda, soggetta invece al divenire, al mutamento, all’evoluzione o alla regressione, in una parola, alla storia.
L’adozione del modello delle «classi pericolose» consente invece di muoversi in direzione opposta, basandosi sulla concezione del crimine condivisa in un tempo dato. É questa un’impostazione che rinuncia ad utilizzare il futuro per «illuminare», se così si può dire, il passato; un futuro che evidentemente non era nelle disponibilità conoscitive degli attori storici e che essi non avrebbero saputo né prevedere né comprendere.
Tutto ciò ha conseguenze importanti. Una prospettiva del genere obbliga a riunire ciò che è stato artificialmente separato, vale a dire l’indagine sulla camorra a quella sulla mafia e anche a quella sulla presenza, soprattutto nelle Romagne, di non meglio identificati «malfattori», chiamati anche «accoltellatori» o «pugnalatori». Occorre seguire in parallelo avvenimenti che nella sensibilità dei contemporanei erano connessi e che troppo spesso si continuano ad analizzare come separati o ad ignorare.
Vi è infine il bisogno di uscire da una certa concezione restrittiva della storia del crimine come storia sociale intesa alla vecchia maniera, vale a dire mettendo da canto la storia politica. Per come si è cercato qui di definirlo, il paradigma delle «classi pericolose» è invece anzitutto un paradigma di acculturazione che esprime una sorta di apprendistato alla politica da parte di settori dell’universo popolare tradizionalmente emarginati o esclusi dalla partecipazione ad essa; e in virtù di quell’identificazione tra culture eversive e pratiche criminali di cui si è detto, si tratta anche di un’acculturazione criminale, di un apprendistato alla organizzazione del crimine secondo i moduli settari della cultura del tempo.
Qui entra in campo l’immaginario dell’epoca, essenzialmente letterario. Il discorso pubblico sul crimine organizzato si presenta con moduli discorsivi presi pari pari dalla letteratura. Si ha così a che fare con rappresentazioni che dipendono solo in parte, e talora in minima parte, dall’esperienza diretta, ma che si basano invece su schemi narrativi reiterati, luoghi comuni racchiusi nei testi precedenti. Questo anche nel caso di testi scritti da poliziotti e funzionari governativi.
Il rapporto che i discorsi sul crimine organizzato intrattengono con i propri oggetti, con il brulicante e indefinito universo dei reati, è cioè mediato, indiretto, simile a quello sviluppato dalla letteratura di viaggio con i propri paesaggi naturali e umani: luoghi (ma anche figure, comportamenti, usanze) che vengono desunti e filtrati dalla tradizione dei discorsi preesistenti (quando non brutalmente dai topoi che essa nutre) ben più che dall’osservazione attenta e curiosa, e per così dire «in presa diretta», del mondo.
Si tratta, in altre parole, di rappresentazioni che rispondono a una propria logica interna e che intrattengono con la realtà «della strada», una relazione obliqua. L’osservatore o l’interprete si trovano così di fronte ad una scelta dirimente. O scremarli, eliminando tutte quelle affermazioni che appaiono improbabili o fantastiche (ma rischiando così di scartare quelle estranee ad un canone adottato posteriormente) e mantenendo invece quelle più «realistiche», ed è la posizione della abituale letteratura sul tema. Oppure – ed è stata la scelta di questo libro – rinunziare a prestabilire una gerarchia delle fonti basata su criteri definiti oggi, approfondendo viceversa quella confusione semantica che fa della camorra insieme una setta criminale, una prassi di potere incentrata sulla clientela, un’organizzazione dedita all’estorsione e una metafora di ogni abuso o soperchieria; o della mafia, similmente, una società segreta occulta e temibile, un certo modo di intendere l’essere criminali, una forma acuta di prepotenza e una disposizione «tremendamente insulare» dell’animo, caratterizzata da un sentimento eccessivo della propria superiorità.
Considerare i discorsi sul crimine nella loro interezza, e affrontarli contestualmente agli altri discorsi affioranti nell’arena pubblica, non vuol dire però perdersi in un gioco linguistico in cui la concretezza della carne dolente e del sangue versato sfuma in un aereo e irresponsabile universo linguistico. Significa invece considerare i processi d’identificazione, di repressione e di naturalizzazione (e/o folklorizzazione) come processi reali, produttivi di effetti concreti, che, separati concettualmente, sono tuttavia mescolati e confusi nei registri discorsivi e nelle prassi (poliziesche, giudiziarie, amministrative) che segnano, talora drammaticamente, la vita degli attori storici.
Le conseguenze di un approccio di questo tipo, qui sommariamente tratteggiato, hanno per così dire un effetto liberatorio. I discorsi sulla mala setta pronunciati nel primo ventennio unitario, una volta sganciati dall’ipoteca del futuro, vale a dire dall’idea per cui, ad esempio, ogni richiamo ad una fantomatica setta chiamata maffia o mafia faccia riferimento ad una realtà per definizione già esistente (corrispondente magari all’immagine retrodatata di ciò che sarà un giorno «Cosa nostra»), sono stati assunti per quello che volta a volta sono stati: non solo semplici descrizioni o mere analisi ragionate, ma anche preoccupati avvisi, allarmati imperativi, severe ingiunzioni, scoperti avvertimenti, infervorati interventi, e così via; i risultati della ricerca suggeriscono insomma l’idea, forse non immediatamente ovvia, che evocare una setta criminale abbia avuto in quegli anni un valore non meramente denotativo, cioè un significato letterale, ma connotativo in senso lato: legato ad una dimensione metaforica, emotiva, suggestiva, volta a produrre effetti sullo spazio pubblico e che perciò può dirsi intimamente poietica; destinata cioè a influenzare l’opinione pubblica e le prassi che presidiano la gestione della sicurezza. Di più, che essa sia strettamente dipendente dalla visione generale, essenzialmente letteraria, che in quel tempo si possedeva su cosa fosse una setta: una visione perciò da un lato strettamente legata alla tradizione discorsiva che l’aveva informata e che ne consentiva la riproposizione e dall’altro al suo uso politico pubblico.

Che non possa che essere così è evidente se si paragonano gli studi sul crimine organizzato alle ricerche su altre forme di società segrete, come ad esempio la massoneria. Nessuno pretenderebbe di studiare i massoni ottocenteschi (ma anche novecenteschi) come se fossero «solo» massoni: e non anche, per dire, patrioti, avvocati, socialisti, proprietari terrieri e membri di associazioni dedite vuoi alla filantropia vuoi allo spiritismo. Lo steso, mutatis mutandis, dovrebbe valere per lo studio di mafiosi, camorristi e malfattori del XIX secolo: che non saranno stati certo tutti internazionalisti – come il ministro dell’Interno Nicotera strumentalmente aveva affermato in parlamento – ma che di sicuro non vivevano in un mondo separato e immaginario, dal cui humus criminogeno sarebbero autonomamente e misteriosamente germinati.

EticaEconomia, Menabò, 1 febbraio 2016

Dieci anni dopo. Nessun colpevole a Wall Street (“pagina 99 we”)

Nel 2007 il crollo della Northern Rock diede il fuoco alle polveri della crisi. Ma nessun banchiere ha pagato. Come è stato possibile?
 Gary Cohn, ex Goldman Sachs, è il principale advisor economico di Donald Trump
■ Fino all’autunno del 2007 sembrava che Northern Rock, la quinta banca dell’Inghilterra, fosse un colosso solidissimo: il mercato immobiliare britannico consentiva alti rendimenti, gli affari volavano. Nel giro di poche settimane l’istituto fallì, costringendo il governo inglese a un intervento massiccio. Di lì a meno di un anno, il caso Northern Rock apparve solo come una scintilla nell’inferno della più grave crisi finanziaria dal dopoguerra a oggi: il crollo di Wall Street.
Solo tra multe comminate dalle autorità di regolazione e risarcimenti forzati pagati ai clienti, la crisi è costata alle principali banche inglesi qualcosa come 40 miliardi di sterline, secondo la ricostruzione fatta da Ben Chu per “Prospect Magazine”. Una cifra a cui vanno aggiunti altri 18 miliardi di sterline, secondo la banca d’Inghilterra. «Ciò significa che stiamo probabilmente parlando di un costo totale tra illeciti e risarcimenti di quasi il 3% del Pil del Regno». A livello globale, «le multe bancarie dall’inizio della crisi sono state stimate in più di 320 miliardi di dollari», scrive Chu, «ma il conto più salato è venuto dalla colossale distruzione dell’economia». Andrew Haldanc, il capo economista della banca di Inghilterra, ha stimato il costo della crisi tra i 60 e i 200 trilioni di dollari, «tra uno e cinque volte il Pil del pianeta».
Chi ha pagato per tutto questo? Nessuno, o quasi, spiega il giornalista. Nonostante le inchieste giudiziarie, le indagini dei media, le commissioni parlamentari abbiano messo in luce numerosi illeciti nella gestione dei crediti e dei patrimoni delle banche - e silenzi quando non vere e proprie collusioni da parte della autorità di controllo - nessuno ha pagato per la crisi del 2008.
Al contrario, alcuni hanno fatto carriera. «Un ex cfo (nell'organizzazione delle grandi banche anglosassoni il “Chief Financial Officier è una sorta di vice amministratore delegato, n.d.r.) di Goldman Sachs, Gary Cohn, oggi è il capo consigliere economico di Donald Trump», attacca Chu, «e sta conducendo un vergognoso assalto alla regolazione finanziaria messa in piedi dopo la crisi negli Stati Uniti. Matt Ridley, l’ex presidente di Northern Rock, fa ancora l’opinionista dalle prestigiose colonne di commento del “Times”.
Decine di altri manager vivono tranquilli e pieni di comfort grazie ad anni di bonus guadagnati su profitti dubbi». Tom Hayes, un trader di Ubs condannato per aver manipolato i tassi di interesse, ha sempre sostenuto che i suoi superiori sapessero cosa stava accadendo. Se tutti sapevano, oggi pochi ricordano.

“pagina 99 we” 28 luglio 2017 – L'articolo è siglato gc, probabilmente Gabriella Colarusso

Patrizia Cavalli: "Io, la malattia e le mie pene d'amor perdute" (Leonetta Bentivoglio)

Con Shakespeare in scena, edito da Nottetempo, escono riunite in un volume le traduzioni di quattro play a firma di Patrizia Cavalli, che lo presenterà stasera al Festivaletteratura di Mantova e il 16 a Pordenonelegge. Sono La tempesta, Sogno di una notte d'estate, Otello e La dodicesima notte. Mentre leggiamo il libro, Shakespeare ci cammina accanto. È un amico a noi contemporaneo che racconta il potere, l'eros, l'amicizia, la morte, la famiglia la guerra, i tradimenti. Lavorando sulla lingua, la Cavalli costruisce un italiano che comunica umanità profonda e pienezza di esperienze. Comunicare in questo modo significa praticamente tutto. Patrizia lo sa. Di volta in volta ha fatto queste traduzioni per committenze teatrali. Le ha viste interpretate da artisti come Carlo Cecchi. Le ha sentite applaudire dal pubblico con entusiasmo. "Traducendo Shakespeare, a parte alcuni tagli decisi dal regista, in Otello per esempio", premette la poetessa accomodata nella sua casa di Roma, vicina a Campo de' Fiori, "sono rimasta più che fedele al testo, ma cercando di cogliere davvero la lingua shakespeariana nelle sue sonorità e sfumature. Shakespeare è sempre pieno di riferimenti e sottotesti che vanno compresi per poi trovare una lingua ricca e trasparente".

Semplice, ma non semplificata.
"Proprio così. Shakespeare vive nel teatro e il pubblico anche popolare che lo andava a sentire capiva tutto. Però ha una lingua che non è di adesso, e chi traduce tende a imitare quella antica, a farne qualcosa di macchinoso e improbabile. Va riportato a una lingua viva. Per questo le traduzioni invecchiano facilmente. In realtà tradurre, soprattutto Shakespeare, è una fatica spaventosa: bisogna attraversare l'inferno dell'artificio per conquistare l'apparenza della naturalezza. C'è anche da considerare il suono, che è sempre fondamentale nel suo rapporto col significato, visto che Shakespeare scrive in versi. Conta che si senta il ritmo nell'andamento della voce dell'attore. Un muoversi negli accenti che renda il verso diretto e necessario. Anche chi traduce ha bisogno di questa ginnastica quasi fisica per trovare i toni vocali dei personaggi, tanto che traducendo mi succedeva di spostarmi nelle stanze, magari trovando una soluzione quando raggiungevo la cucina. Otello ha la magniloquenza tipica degli epilettici, che contiene l'anticipazione della catastrofe; Iago ha la bassezza approssimativa di certi romaneschi che fanno intendere di saperla lunga".
Nel suo appartamento che va su e giù nei livelli, tra scale e pavimenti ondosi, Patrizia parla di Shakespeare con un abbandono privo di saccenza. Ha il capo fasciato da un cappuccio azzurro che cela gli effetti della chemioterapia. A un tratto per il caldo se lo toglie, scoprendo una bella testa perfettamente tonda. Di giorni ariosi o affannati, di piccole meraviglie dell'amore, di fisicità impudenti, di dettagli comuni, si nutrono le poesie della Cavalli, autrice di varie raccolte pubblicate da Einaudi, da Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974) fino a Datura (2013). Forse è stata la sua semplicità senz'artificio, la sua nobiltà nell'ordinarietà, il suo senso centrale del corpo, a farle cogliere il respiro vitalissimo di Shakespeare.

Di corpo è piena la sua poesia, Patrizia Cavalli. E qualche tempo fa il suo corpo si è ammalato.
"Ogni sua particella sono io. Ogni cellula si rivela, si manifesta. Il mio fisico non è mai stato separato dalla mente. L'ho ascoltato costantemente. Per questo sono stata sempre ipocondriaca, sentendo in me qualcosa di segreto e di estremo. Poi, quando si è manifestato il male vero, l'ipocondria è passata: l'immaginazione non aveva più un luogo in cui andare. Il terrore legato all'ipocondria veniva dal vuoto corporale. Il cancro ha riempito il panico. E mentre gli amici mi dicevano: hai una gran forza d'animo, la verità è che scoprendo la malattia io non ero più depressa".

Ha sofferto di depressione?
"Fin da giovanissima, al liceo. Poi si è ripresentata in periodi diversi. Mi abbandonavo a me stessa e fissavo il vuoto. Nella poesia l'ho descritta. Uno stato di separazione. Passaggi visionari, quasi schizoidi. Ciò che è solo se stesso e non si muove è terribile, che sia una parete o un soffitto. Uno psichiatra sostiene che una mia poesia è la migliore definizione della depressione che abbia mai sentito e l'ha portata a un convegno: "Persino il sonno adesso mi dispiace / perché il sonno produce il mio risveglio"".

Non ha mai tentato una psicoanalisi?
"Una volta ci ho provato, ma ho lasciato perdere abbastanza presto. La simpatica poeta milanese Vivian Lamarque era così dispiaciuta per la mia depressione che mi spinse a provare. Le ho detto: vado, però trovami una psicoanalista bella, antipatica, elegantissima e sprezzante. Voglio essere dominata. Invece mi manda da una signora buonissima. Quando entro nel suo studio si aggiusta il golfetto. Mi chiede: perché viene da me? Rispondo: perché lei è obbligata ad ascoltarmi per 45 minuti senza ribellarsi. I miei amici non ne possono più". 

Era un groviglio di amori infelici? 
"Gli amori infelici sono sempre anche felici, altrimenti non potrebbero essere infelici. C'è stato un lunghissimo amore che mi ha fatto scrivere molto. Poi la musa è scomparsa".

Pensa spesso alla morte?
"Se le circostanze sono concrete ti attacchi al dettaglio senza pensare più in prospettiva. Rimuovi. Eppure rimuovere non è nella mia natura: sono stata sempre pronta ad affrontare pensieri orrendi. Credo che sia una forma di arroganza. Ho avuto il tempo d'immaginare la morte. Il massimo del terrore è l'idea di finire in una zona dove non ho controllo".

Le sue poesie trasmettono un'infinita libertà. Come nascono?
"Quelle di pochi versi arrivano da sole, bussano alla porta e io apro. Cammino, mi parlo nella mente, scrivo un paio di versi e correggo. Nelle poesie lunghe, come La patria, c'è un intero sistema di pensiero. Nelle brevi la concentrazione è immediata".

Quando una poesia è riuscita?
"Quando si muove. Deve attraversare un territorio. Può anche sembrare bella, ma se resta ferma nel suo tempo e nella sua idea, senza un prima e un dopo, è mezza morta. Che siano tre versi o 300, bisogna che accada qualcosa. Dev'esserci una sorpresa del pensiero. Un eros nella parola".

Lei dà sostanza poetica a parole comuni, quotidiane.
"Non ci sono parole belle o brutte. Tutte sono stupende. Purché siano reali e pertinenti. Spesso le parole sono usate in modo orribile, e alcune vengono logorate dall'uso. Perciò bisogna aspettare che ritrovino un'innocenza".


“la Repubblica”, 7 settembre 2016

In mare aperto senza bussola. La lezione di Mallarmé (Alessandro Piperno)

Ora, a di­stan­za di tan­ti an­ni, pos­sia­mo smen­ti­re An­dré Gi­de a cuor leg­ge­ro: no, Vic­tor Hu­go non è il più gran­de poe­ta fran­ce­se dell’Ot­to­cen­to. Il pri­ma­to se lo con­ten­do­no an­co­ra Char­les Bau­de­lai­re e Sté­pha­ne Mal­lar­mé, per ra­gio­ni di­ver­se e in un cer­to sen­so spe­cu­la­ri.
Vi­sto da qui ap­pa­re in­con­ce­pi­bi­le il con­te­gno te­nu­to dai suoi con­tem­po­ra­nei ver­so Bau­de­lai­re: a co­min­cia­re da Sain­teBeu­ve che lo trat­ta con il so­spet­to­so pa­ter­na­li­smo che gli adul­ti so­no so­li­ti ri­ser­va­re agli ado­le­scen­ti om­bro­si e biz­zar­ri. Per la mag­gior par­te del­la sua vi­ta in­di­gen­te, Char­les non ot­tie­ne il suc­ces­so cui aspi­ra con di­scre­zio­ne; e quan­do al­la fi­ne, a po­chi pas­si dal­la tom­ba, giun­go­no i pri­mi ri­co­no­sci­men­ti, tri­bu­ta­ti da quei gio­va­ni sca­vez­za­col­li pas­sa­ti al­la sto­ria con il no­me di Sim­bo­li­sti, ne è ad­di­rit­tu­ra con­tra­ria­to, se non pro­prio scon­vol­to.
Per la mag­gior par­te del­la sua vi­ta in­di­gen­te, Char­les non ot­tie­ne il suc­ces­so cui aspi­ra con di­scre­zio­ne; e quan­do al­la fi­ne, a po­chi pas­si dal­la tom­ba, giun­go­no i pri­mi ri­co­no­sci­men­ti, tri­bu­ta­ti da quei gio­va­ni sca­vez­za­col­li pas­sa­ti al­la sto­ria con il no­me di Sim­bo­li­sti, ne è ad­di­rit­tu­ra con­tra­ria­to, se non pro­prio scon­vol­to.
È l’ul­ti­mo scot­to pa­ga­to a un’in­do­le fatal­men­te in­con­gruen­te. Bau­de­lai­re re­sta av­vin­to fi­no in fon­do al­la pro­pria in­fe­del­tà a se stes­so: il biz­zar­ro che abor­ri­sce la biz­zar­ria; l’in­no­va­to­re che tie­ne in gran con­to la tra­di­zio­ne; il tra­sgres­so­re al­fie­re dell’or­di­ne; il de­bo­scia­to che ve­ne­ra il la­vo­ro. Men­tre la si­fi­li­de gli di­vo­ra i neu­ro­ni, ri­du­cen­do­lo all’afa­sia, qual­co­sa ini­zia a muo­ver­si in­tor­no a lui, a di­spet­to del­la sua vo­lon­tà, e in suo no­me: qual­co­sa di im­pla­ca­bi­le, che avrà un’im­por­tan­za straor­di­na­ria non tan­to per lui, ma per la let­te­ra­tu­ra mo­der­na. Ec­co Rim­baud, che pu­re gli im­pu­ta a brut­to mu­so una «for­ma me­schi­na», in­chi­nar­si al suo ma­gistero, e Mal­lar­mé muo­ve­re i pri­mi pas­si all’om­bra del suo ca­ri­sma; La­for­gue gli de­ve la for­za di rom­pe­re con il pub­bli­co; Huy­smans, al­le­sten­do la bi­blio­te­ca di des Es­sein­tes, met­te I fio­ri del ma­le ac­can­to al Sa­ty­ricon di Pe­tro­nio; Va­lé­ry, pur ri­co­no­scen­do l’esi­sten­za di poe­ti fran­ce­si più do­ta­ti di Bau­de­lai­re, è co­stret­to ad am­met­te­re che «nes­su­no è più im­por­tan­te di lui».
È co­sì che I fio­ri del ma­le di­ven­ta­no un’ope­ra tan­to ca­pi­ta­le da ri­sol­ve­re una vol­ta per tut­te la se­co­la­re que­rel­le tra An­ti­chi e Mo­der­ni; un Fa­ro per Prou­st, Be­n­ja­min e tan­ti al­tri; pie­tra mi­lia­re per ur­ba­ni­sti e cri­ti­ci d’ar­te; ispi­ra­zio­ne per al­co­liz­za­ti pe­ni­ten­ti e per de­pres­si an­sio­si di fu­ga e di ri­scos­sa. Si trat­ta di un long­sel­ler im­mor­ta­le, uno dei po­chi can­zo­nie­ri che com­pul­sa an­che chi non fre­quen­ta la poe­sia. Al­tro che rot­tu­ra con il pub­bli­co! Bau­de­lai­re è il poe­ta del pub­bli­co: da­gli ado­le­scen­ti ri­bel­li ai vec­chi rea­zio­na­ri. In un cer­to sen­so il suo de­sti­no è as­si­mi­la­bi­le a quel­lo di Leo­par­di, an­che se su sca­la mon­dia­le.
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Il ca­so Mal­lar­mé
Ben al­tra sor­te è toc­ca­ta a Mal­lar­mé e al­la sua smil­za le­vi­ga­tis­si­ma ope­ra: in un cer­to sen­so l’ascen­den­te mal­lar­mea­no è al­tret­tan­to de­ci­si­vo, la sua ri­vol­ta egual­men­te im­pre­scin­di­bi­le, e tut­ta­via più ri­tro­sa ed eli­ta­ria.
An­che per que­sto sa­lu­tia­mo con gio­ia e ri­co­no­scen­za la nuo­va edi­zio­ne del­le sue poe­sie pro­po­sta da Mar­si­lio nel­la col­la­na di Fran­ce­sco Fio­ren­ti­no. A ses­sant’an­ni dal for­tu­na­to vo­lu­met­to cu­ra­to da Lu­cia­na Frez­za (un clas­si­co), e do­po la più re­cen­te e au­da­ce tra­du­zio­ne di Pa­tri­zia Val­du­ga, ar­ri­va in li­bre­ria il 30 marzo una nuo­va e as­sai bel­la ver­sio­ne del­le Poe­sie ad ope­ra di Che­tro De Ca­ro­lis, con il mi­ra­bi­le com­men­to di Lu­ca Be­vi­lac­qua, tra i mas­si­mi spe­cia­li­sti ita­lia­ni di Mal­lar­mé.

L’asce­ta e il bor­ghe­se
Non tro­ve­re­te nel­la sto­ria let­te­ra­ria un poe­ta più de­vo­to al­la sua vo­ca­zio­ne e al­la sua ar­te, ep­pu­re la sua in­fluen­za è co­sì pro­rom­pen­te da tra­scen­der­ne l’ope­ra. Al­cu­ni suoi ver­si fan­no par­te or­mai del main­stream: «Il ver­gi­ne, il vi­va­ce e il bel­lo og­gi­dì», «La car­ne è tri­ste, ahi­mè! e ho let­to tut­ti i li­bri». Ma al di là di que­ste gem­me è dif­fi­ci­le an­che per il let­to­re più pa­zien­te ed esper­to af­fron­ta­re la poe­sia di Mal­lar­mé a cuor leg­ge­ro, sen­za gui­da. Mal­lar­mé in­vi­ta i suoi ese­ge­ti a non ar­ren­der­si al­le pri­me dif­fi­col­tà, e nep­pu­re al­le se­con­de.
Pa­rec­chi an­ni do­po la sua mor­te, Paul Va­lé­ry, il suo al­lie­vo più fer­ven­te, ri­cor­dan­do la leg­gen­da­ria sta­gio­ne del­la poe­sia fran­ce­se ri­schia­ra­ta dal pal­li­do so­le mal­lar­mea­no, scris­se con no­stal­gia: «Mai più al­ta ap­par­ve la Tor­re d’avo­rio».
Pro­tet­ta da ba­stio­ni im­po­nen­ti e im­pe­ne­tra­bi­li, quel­la Tor­re re­si­stet­te a sten­to al­la fu­ria del­le in­tem­pe­rie e de­gli in­va­so­ri. Non si ca­pi­sce l’im­pe­gno di Mal­lar­mé, in­fat­ti, se non si tie­ne con­to dell’osti­li­tà e la de­ri­sio­ne di cui fu fat­to og­get­to. Ana­to­le Fran­ce, tan­to per ci­tar­ne uno, dis­se che l’oscu­ri­tà di Mal­lar­mé era ta­le da sca­de­re nel ri­di­co­lo (mol­ti an­ni do­po Va­lé­ry avreb­be ven­di­ca­to que­st’af­fron­to).
Il da­to iro­ni­co, in un cer­to sen­so an­che il più toc­can­te, è che la vi­ta di Mal­lar­mé, a fron­te di ta­le ti­ta­ni­ca de­ter­mi­na­zio­ne, fu per cer­ti ver­si an­ti­te­ti­ca a quel­la di Bau­de­lai­re. Nel suo ni­do pic­co­lo-bor­ghe­se non era am­mes­sa al­cu­na stra­va­gan­za; la mal­va­gia dif­fi­den­za del­la so­cie­tà let­te­ra­ria era ge­sti­ta da Mal­lar­mé con gar­bo, iro­nia e se­ra­fi­ci­tà; e men­tre un mo­de­sto im­pie­go di in­se­gnan­te di in­gle­se gli as­si­cu­ra­va il ne­ces­sa­rio per vi­ve­re, il mé­na­ge co­niu­ga­le ga­ran­ti­va la se­re­ni­tà e la fre­ne­sia in­di­spen­sa­bi­li al­la con­cen­tra­zio­ne.
Cer­to, c’era­no i mar­dì, i fa­mo­si mar­te­dì in cui Mal­lar­mé apri­va la ca­sa a scrit­to­ri e pit­to­ri tra i più gran­di dell’epo­ca, e non so­lo del­la sua. Ma a ve­de­re cer­te istan­ta­nee di quel sa­lot­ti­no all’8 di Rue de Ro­me si re­sta scon­cer­ta­ti all’idea che lì si sia con­su­ma­ta la «ri­vo­lu­zio­ne del lin­guag­gio poe­ti­co» di cui par­la Ju­lia Kri­ste­va: seb­be­ne quei va­ni an­gu­sti, e fin trop­po ar­re­da­ti, non re­chi­no trac­cia di se­di­zio­si­tà, è lì che tut­to eb­be ini­zio. An­co­ra Va­lé­ry, in un ri­trat­to de­di­ca­to al mae­stro, pre­ci­sa: «La sua ope­ra dif­fi­ci­le da ca­pi­re, im­pos­si­bi­le da igno­ra­re, di­vi­de­va il pubbli­co col­to. Po­ve­ro e sen­za ono­ri, la nu­di­tà del­la sua con­di­zio­ne ren­de­va vi­li le al­trui for­tu­ne; ma si era as­si­cu­ra­to, sen­za cer­car­le, del­le fe­del­tà straor­di­na­rie. Quan­to a lui, il cui sor­ri­so da sag­gio, da vit­ti­ma su­pe­rio­re, era bia­si­mo si­len­te dell’uni­ver­so, mai ave­va do­man­da­to al mon­do se non ciò che vi è di più ra­ro e pre­zio­so. Lo tro­va­va in se stes­so».
Ma a ve­de­re cer­te istan­ta­nee di quel sa­lot­ti­no all’8 di Rue de Ro­me si re­sta scon­cer­ta­ti all’idea che lì si sia con­su­ma­ta la «ri­vo­lu­zio­ne del lin­guag­gio poe­ti­co» di cui par­la Ju­lia Kri­ste­va: seb­be­ne quei va­ni an­gu­sti, e fin trop­po ar­re­da­ti, non re­chi­no trac­cia di se­di­zio­si­tà, è lì che tut­to eb­be ini­zio. An­co­ra Va­lé­ry, in un ri­trat­to de­di­ca­to al mae­stro, pre­ci­sa: «La sua ope­ra dif­fi­ci­le da ca­pi­re, im­pos­si­bi­le da igno­ra­re, di­vi­de­va il pub- bli­co col­to. Po­ve­ro e sen­za ono­ri, la nu­di­tà del­la sua con­di­zio­ne ren­de­va vi­li le al­trui for­tu­ne; ma si era as­si­cu­ra­to, sen­za cer­car­le, del­le fe­del­tà straor­di­na­rie. Quan­to a lui, il cui sor­ri­so da sag­gio, da vit­ti­ma su­pe­rio­re, era bia­si­mo si­len­te dell’uni­ver­so, mai ave­va do­man­da­to al mon­do se non ciò che vi è di più ra­ro e pre­zio­so. Lo tro­va­va in se stes­so».

Au­tar­chia
L’au­to­suf­fi­cien­za. Ec­co la pa­ro­la chia­ve in cui si espri­me l’estre­mi­smo mal­lar­mea­no. Dev’es­se­re au­to­suf­fi­cien­te il Poe­ta, dev’es­ser­lo la Poe­sia, e tan­to più vi è co­stret­to il Let­to­re. Non a ca­so an­co­ra og­gi la do­man­da re­sta la stes­sa che tur­ba­va i suoi con­tem­po­ra­nei (sia i fan che i de­trat­to­ri): co­me si leg­ge una poe­sia di Mal­lar­mé? Co­me ac­co­star­la? Co­me ge­sti­re l’oscu­ri­tà, la ste­ri­li­tà, il pre­zio­si­smo? E il les­si­co ra­ro? E la sin­tas­si scon­quas­sa­ta? Tal­vol­ta lo stes­so Mal­lar­mé sem­bra ani­ma­to dal de­si­de­rio di for­ni­re un me­to­do di let­tu­ra. La sua os­ses­sio­ne per il con­trol­lo è sfre­na­ta (gra­zie al cie­lo al­me­no in que­sto fal­lì). La ca­rat­te­ri­sti­ca del let­to­re mal­lar­mea­no, ur­ge ri­ba­dir­lo, è l’au­to­suf­fi­cien­za. Af­fron­ta­re un te­sto di Mal­lar­mé si­gni­fi­ca sfi­da­re il ma­re aper­to, sen­za ti­mo­ne, sen­za bus­so­la, mu­ni­ti di pa­zien­za, amo­re e im­ma­gi­na­zio­ne. E que­sto per­ché Mal­lar­mé ha abo­li­to la re­la­zio­ne tra le pa­ro­le e gli og­get­ti che es­se do­vreb­be­ro rap­pre­sen­ta­re, il sa­cro vin­co­lo su cui ave­va­no scom­mes­so sia i poe­ti ro­man­ti­ci che i ro­man­zie­ri rea­li­sti. Co­me ci ri­cor­da Geor­ge Stei­ner: «At­tri­bui­re al­le pa­ro­le una cor­ri­spon­den­za con “gli og­get­ti lì fuo­ri”, giu­di­ca­re e usar­le co­me se rap­pre­sen­tas­se­ro in qual­che mo­do la “real­tà” del mon­do, non è sol­tan­to un’il­lu­sio­ne vol­ga­re. È tra­sfor­ma­re la lin­gua in men­zo­gna». È con Mal­lar­mé che si con­su­ma il di­vor­zio de­fi­ni­ti­vo tra il di­zio­na­rio e la real­tà. An­che le pa­ro­le più cor­ri­ve de­vo­no am­bi­re all’au­to­suf­fi­cien­za. Per far­lo de­vo­no pu­ri­fi­car­si. Da qui la spa­ven­to­sa dif­fi­col­tà in cui spro­fon­da il let­to­re.

Co­me leg­ge­re Mal­lar­mé
Be­vi­lac­qua, nel­la pre­fa­zio­ne (la cui ele­gan­za e strin­ga­tez­za sem­bra­no un omag­gio a Mal­lar­mé), tor­na sul­la questio­ne: la chia­ma la «fe­no­me­no­lo­gia del­la let­tu­ra del­le poe­sie di Mal­lar­mé». Iden­ti­fi­ca due fa­mi­glie di mal­lar­mea­ni por­ta­to­ri di ri­cet­te an­ti­te­ti­che: da una par­te c’è Paul Bé­ni­chou, dall’al­tra Jea­nPaul Ri­chard, due pe­si mas­si­mi del­la cri­ti­ca fran­ce­se del No­ve­cen­to.
Bé­ni­chou au­spi­ca e so­stie­ne «la pos­si­bi­li­tà con­cre­ta di per­ve­ni­re a un si­gni­fi­ca­to uni­co e de­fi­ni­ti­vo da at­tri­bui­re al­la sin­go­la poe­sia e al­le sue di­ver­se par­ti, si­gni­fi­ca­to che coin­ci­de con l’in­ten­zio­ne di Mal­lar­mé». Ri­chard, in­ve­ce, af­fer­ma che non c’è «nul­la di più sfug­gen­te di que­ste poe­sie il cui sen­so sem­bra mo­di­fi­car­si da una let­tu­ra all’al­tra, e che non la­scia­no mai den­tro di noi la ras­si­cu­ran­te cer­tez­za di aver­le ve­ra­men­te, de­fi­ni­ti­va­men­te, af­fer­ra­te».
In­som­ma, chi ha ra­gio­ne tra Bé­ni­chou e Ri­chard?
Be­vi­lac­qua sem­bra pen­de­re dal­la par­te del se­con­do, ri­cor­dan­do en pas­sant che lo stes­so Mal­lar­mé au­spi­ca­va una «com­pren­sio­ne mul­ti­pla». E seb­be­ne ci met­ta in guar­dia dal ri­schio di ab­ban­do­nar­si a una let­tu­ra trop­po li­be­ra, con­clu­de che «leg­ge­re le Poe­sie di Mal­lar­mé vuol di­re sot­to­por­si a un ap­pren­di­sta­to gra­zie al qua­le si per­vie­ne a una nuo­va pra­ti­ca del­la let­tu­ra, per cui ogni pas­sag­gio sul te­sto è su­scet­ti­bi­le di es­se­re su­pe­ra­to, per­si­no can­cel­la­to da quel­lo suc­ces­si­vo. In una cer­ta mi­su­ra, è co­me se ogni sin­go­lo com­po­ni­men­to ri­sul­tas­se ogni vol­ta nuo­vo. Il let­to­re ac­cet­ta al­lo­ra de­li­be­ra­ta­men­te la sua con­di­zio­ne di eter­no in­ge­nuo, men­tre la poe­sia — co­me leg­gia­mo in Le My­stè­re dans les let­tres — è de­sti­na­ta a man­te­ner­si per sem­pre ver­gi­ne».
Be­vi­lac­qua sem­bra pen­de­re dal­la par­te del se­con­do, ri­cor­dan­do en pas­sant che lo stes­so Mal­lar­mé au­spi­ca­va una «com­pren­sio­ne mul­ti­pla». E seb­be­ne ci met­ta in guar­dia dal ri­schio di ab­ban­do­nar­si a una let­tu­ra trop­po li­be­ra, con­clu­de che «leg­ge­re le Poe­sie di Mal­lar­mé vuol di­re sot­to­por­si a un ap­pren­di­sta­to gra­zie al qua­le si per­vie­ne a una nuo­va pra­ti­ca del­la let­tu­ra, per cui ogni pas­sag­gio sul te­sto è su­scet­ti­bi­le di es­se­re su­pe­ra­to, per­si­no can­cel­la­to da quel­lo suc­ces­si­vo. In una cer­ta mi­su­ra, è co­me se ogni sin­go­lo com­po­ni­men­to ri­sul­tas­se ogni vol­ta nuo­vo. Il let­to­re ac­cet­ta al­lo­ra de­li­be­ra­ta­men­te la sua con­di­zio­ne di eter­no in­ge­nuo, men­tre la poe­sia — co­me leg­gia­mo in Le My­stè­re dans les let­tres — è de­sti­na­ta a man­te­ner­si per sem­pre ver­gi­ne».
Il pa­ra­dos­so è tut­to qui: in ap­pa­ren­za non c’è poe­ta che sde­gni più il pub­bli­co, che se ne in­fi­schi del­la sua ap­pro­va­zio­ne, che vi­va nel mi­to del­la pro­pria au­tar­chia; ep­pu­re se c’è qual­cu­no che ha bi­so­gno del con­tri­bu­to del let­to­re, che chie­de uno sfor­zo sup­ple­men­ta­re, uno scat­to di reni all’im­ma­gi­na­zio­ne è pro­prio lui, Sté­pha­ne Mal­lar­mé.

La re­li­gio­ne del­la poe­sia
Da­te le cir­co­stan­ze te­mo di do­ver an­co­ra sco­mo­da­re Va­lé­ry: «Lo di­co in co­no­scen­za di cau­sa: in quell’epo­ca noi ab­bia­mo avu­to la sen­sa­zio­ne che sa­reb­be po­tu­ta na­sce­re una spe­cie di re­li­gio­ne, di cui l’emozione poe­ti­ca sa­reb­be sta­ta l’es­sen­za». Il di­scor­so è de­li­ca­to. Quan­do si as­so­cia­no ar­te e re­li­gio­ne si cor­re sem­pre il ri­schio di im­pan­ta­nar­si nel­le mel­me del­la re­to­ri­ca de­ca­den­te. E non è mia in­ten­zio­ne in­fan­gar­mi le scar­pe. La re­li­gio­ne cui al­lu­de Va­lé­ry non agi­sce sul te­no­re di vi­ta del Poe­ta, né con­di­zio­na le sue abi­tu­di­ni. La re­li­gio­ne del­la poe­sia è pa­ra­dos­sal­men­te un at­to di atei­smo, è la so­la li­tur­gia lai­ca con­ces­sa al ni­chi­li­sta, un’aspi­ra­zio­ne ver­so un As­so­lu­to in cui è im­pos­si­bi­le cre­de­re fi­no in fon­do. È un ri­fiu­to del­la vi­ta e del­la na­tu­ra non mol­to di­ver­so da quel­lo ope­ra­to a suo tem­po da Flau­bert e da Bau­de­lai­re, ma se pos­si­bi­le in una for­ma rin­no­va­ta, an­co­ra più esclu­si­va e in­tran­si­gen­te. Mal­lar­mé, co­me Pa­scal, è os­ses­sio­na­to dal Nul­la che ci as­se­dia. Ad es­so sem­bra op­por­re il Li­vre, ov­ve­ro un’Ope­ra tan­to ca­pien­te e pre­ci­sa da con­te­ne­re l’es­sen­za e il mi­ste­ro del co­smo. Al Poe­ta, pro­prio co­me a un fe­de­le di qual­sia­si con­fes­sio­ne mo­no­tei­sta, è con­ces­so un so­lo Li­bro. Il re­sto, co­me si suol di­re, è let­te­ra­tu­ra.
È qua­si inim­ma­gi­na­bi­le la con­se­guen­za che ta­le con­ce­zio­ne co­smo­lo­gi­ca ha avu­to sul­la let­te­ra­tu­ra oc­ci­den­ta­le. Non so­lo tra i poe­ti, ma an­cor più tra i nar­ra­to­ri.
Per quan­to as­sur­do pos­sa ap­pa­ri­re, l’an­sia dei mo­der­ni­sti (di Prou­st, Joy­ce, Mu­sil, Bro­ch e di tan­ti al­tri an­co­ra) di con­sa­cra­re la pro­pria vi­ta a ope­re estre­me e to­ta­liz­zan­ti — eco­si­ste­mi ma­sto­don­ti­ci, in­tri­ca­ti, pie­ni di zo­ne oscu­re, ca­pa­ci di con­te­ne­re lo sci­bi­le e di non in­vec­chia­re mai — de­ri­va dal­la ri­vo­lu­zio­ne ope­ra­ta da quel di­scre­to, af­fa­bi­le, te­star­do in­se­gnan­te di in­gle­se.
Per quan­to as­sur­do pos­sa ap­pa­ri­re, l’an­sia dei mo­der­ni­sti (di Prou­st, Joy­ce, Mu­sil, Bro­ch e di tan­ti al­tri an­co­ra) di con­sa­cra­re la pro­pria vi­ta a ope­re estre­me e to­ta­liz­zan­ti — eco­si­ste­mi ma­sto­don­ti­ci, in­tri­ca­ti, pie­ni di zo­ne oscu­re, ca­pa­ci di con­te­ne­re lo sci­bi­le e di non in­vec­chia­re mai — de­ri­va dal­la ri­vo­lu­zio­ne ope­ra­ta da quel di­scre­to, af­fa­bi­le, te­star­do in­se­gnan­te di in­gle­se.


“La lettura – Corriere della Sera”, 19 marzo 2017

Restane fuori. Una poesia di Luca Nicoletti

Restane fuori. Resta fuori
da questa rissa di ricordi
non prendere le parti
di un mancato sussulto o
di un eccesso del cuore
senza nemmeno sapere
se quegli anni sono morti
e se chi parla lo fa per indurti
in un banale errore.
La memoria, si sa, nasconde
ciò che vuole. E quando arriva
o è un lampo o si traveste,
non porta sempre il sole.

Inedita. Dal blog di Luigia Sorrentino nel sito di Rai News ( http://poesia.blog.rainews.it/ )

L'impero cinese volge la prua sull'Italia (Samuele Capasso)

Il Vte di Genova Voltri
■ La prossima volta che comprerete un frullatore o un paio di scarpe su Amazon, ricordate: il vostro acquisto vi è stato recapitato sotto casa grazie ad almeno una società cinese, forse di più. È probabile che sia gestito da un gruppo cinese il porto da dove la merce è partita o dove è arrivata, è probabilmente cinese la nave dove la merce è stata caricata, è quasi sicuramente cinese il magazzino dove è stata stoccata prima di essere prelevata da un camion.
La Repubblica popolare sta mettendo le mani sulla logistica europea, un settore tradizionalmente lontano dagli occhi del pubblico, ma che è l’ossatura della globalizzazione, che esiste solo quando le merci circolano da un Paese all’altro. E chi controlla la movimentazione delle merci, fatalmente, controlla un pezzo della globalizzazione.
Stupisce, così, che sia quasi passata inosservata unagigantesca operazione da l2,25 miliardi di euro annunciata all’inizio di luglio con cui gli americani di Biackstone hanno ceduto, a China Investment Corporation, Logicor. Logicor è la società di real estate che nel 2012 era stata creata dal fondo americano per controllare tutti i magazzini per la logistica posseduti nel Vecchio Continente, per complessivi 13,6 milioni di metri quadrati. Nell’epoca dell’e-commerce, non è difficile capire quale importanza abbia la gestione e il possesso dei piazzali e magazzini da cui parte e arriva la merce diretta ai clienti. E, infatti, Amazon è di Logicor uno dei primi partner. Ma Logicor è solo un pezzo di una storia più grande e che riguarda anche il nostro Paese.

La politica di espansione cinese
Il quattro giugno 1994, la Dainty River, del gruppo di Stato cinese Cosco, inaugurò quella che sarebbe presto diventata la prima piattaforma container italiana, il Vte di Genova Voltri. Era un mondo tutto diverso da quello di oggi: basti dire che la nave era dieci volte più piccola di quelle che oggi attraversano l’oceano cariche di cassoni colorati riempiti di giocattoli, elettrodomestici, capi di vestiario avanti e indietro tra Asia, Europae America.
Tredici anni dopo, Cosco è il terzo armatore mondiale e, secondo tutti gli osservatori, crescerà ancora. In Italia non solo è presente con le navi : la compagnia ha acquistato una quota nel nuovo terminal di Savona Vado (il 40%, il resto è in mano ai danesi di Maersk) e non si fermerà. «Potrebbero esserci nuove operazioni, certo, non è affatto da escludere», spiega Augusto Cosulich, l’uomo che storicamente gestisce gli affari dei cinesi nel nostro Paese. Per lui, gli investimenti della Repubblica Popolare sono un’opportunità, «soprattutto in un mondo dove gli Usa con Trump spingono verso il protezionismo». Ma è un parere che non tutti condividono. Sergio Bologna, uno degli studiosi più ascoltati in Italia in materia di logistica e trasporti marittimi, sostiene che «prima o poi gli investimenti della Cina nella logistica europea diventeranno un tema politico. Come d’altronde il caso greco dimostra».
Bologna si riferisce a una molto discussa decisione politica presa dal governo ellenico lo scorso 18 giugno, ovvero il veto posto su una dichiarazione in sede Onu dell’Unione europea di condanna della Cina sul tema dei diritti umani.
«Serve un approccio più costruttivo», ha spiegato il ministro degli Esteri ellenico.
Ma molti osservatori attribuiscono invece la scelta di Atene alla crescente influenza di Pechino sulla Grecia. «L’armamento greco è oggi in gran parte dipendente dal sistema finanziario cinese», spiega Bologna. Soprattutto, ricorda Bologna, la compagnia di Stato Cosco ha fatto del porto del Pireo la sua principale base logistica nel Mediterraneo, l’hub da cui partono e arrivano le navi e su cui sono in programma investimenti per oltre 500 milioni di euro. Il Pireo è il principale scalo nel Mediterraneo che Cosco gestisce direttamente.
Ma altri investimenti sono in programma, tra cui alcuni anche in Italia. Ma poi bisognerebbe considerare anche gli investimenti di China Post nell’aeroporto di Hannover, o i ripetuti tentativi di Ali Baba per sbarcare in Europa.
E poi, soprattutto, la questione dell’armamento : «Se mettiamo insieme gli investimenti nei porti europei e quelli per la flotta commerciale, l’intento geopolitico cinese è evidente» spiega Bologna.

Sfida tra i giganti del mare
Trasportare un container dall’Asia al Mediterraneo, oggi, costa poco più di 800 dollari. I valori sono molto volatili a seconda della stagione, ma si tratta comunque di prezzi molto bassi, sebbene due anni fa si sia toccato il minimo storico, con quotazioni che erano precipitate fino a 100-200 dollari per container. Sono almeno dieci anni che i costi del trasporto marittimo si mantengono a livelli molto bassi, nonostante la ripresa dell’economia globale. C’è un motivo e si chiama corsa al gigantismo: nel 2006 la compagnia danese Maersk fece molto rumore per il varo di una gigantesca portacontainer, Emma, che era in grado di trasportare fino a 14 mila container. Una misura che, allora, era considerata enorme. Per i danesi leader mondiali Emma era una grandissima scommessa: potendo trasportare così tanti container su una nave sola, i prezzi per singolo trasporto si abbassavano notevolmente grazie alle economie di scala. Ben presto, era l’obiettivo dei danesi, i piccoli armatori sarebbero stati costretti a uscire dal mercato per livelli di prezzo insostenibili. Peccato che non sia andata così: gli altri armatori hanno seguito i danesi in questa corsa ai giganti. Oggi esistono portacontenitori in grado di trasportare fino a 20 mila container. Il circolo vizioso è micidiale: più le navi diventano grandi, più i prezzi scendono. Più i prezzi scendono, più le compagnie ingrandiscono le navi per tagliare i costi. Ma la sostenibilità economica sta diventando un grosso problema per tutti.
La prima vittima è stata, lo scorso agosto, la compagnia Hanjin, sudcoreana, una flotta di 98 navi costrette a fermarsi da un momento all’altro, alcune di queste rimaste bloccate per mesi a causa del fallimento dichiarato dal tribunale di Seoul. Dopo, è stata la volta dei tedeschi di Rickmers. Per tutti gli altri, è partita una girandola di acquisizioni e alleanze che sta trasformando il mondo dello shipping: resisti solo se sei un gigante. Maersk ha incorporato la tedesca Hamburg Sud, le tre compagnie giapponesi si sono fuse, i francesi di Cma-Cgm hanno incorporato No1,. per rimanere alle ultime operazioni.
Qui entra in campo la grande operazione cinese: prima la Repubblica Popolare ha fuso le sue due compagnie - Cosco e China Shipping - in una sola, Cosco appunto. E quindi, a metà luglio, Cosco ha fatto un nuovo salto in avanti acquistando per 6,3 miliardi di dollari Oocl, compagnia di Hong Kong, diventando così il terzo armatore mondiale.
«Il campione nazionale cinese vuole confrontarsi ad armi pari con le compagnie europee private», spiega Oliviero Baccelli, docente di Economia dei trasporti alla Bocconi di Milano. La logica economica è ovviamente ineccepibile ma, in questo caso, c’è di più.
In un’analisi pubblicatalo scorso 17 luglio l’Economist sostiene che difficilmente la Cina fermerà la sua corsa, soprattutto per motivi politici: «Il controllo delle linee commerciali aiuterà la Cina in tempi di conflitti e di dispute. Il possesso di porti all’estero renderà più facile per la Marina della Repubblica Popolare dare seguito alle sue ambizioni di potersi muovere liberamente lontano dal proprio territorio». Il fatto è che questo sta accadendo a discapito degli europei: non c’è un singolo porto, in Cina, che sia controllato in maggioranza da società europee, mentre diversi porti europei sono in mano a società cinesi, a partire dal Pireo.
L’impero cinese dei mari e della logistica sta diventando, insomma, una questione politica. «Gli scioperi dei terminal ad Amburgo contro la concessione per un nuovo terminal container gestito da una società cinese evidenziano tutte le preoccupazioni europee (anche sulla gestione del lavoro)» spiega Baccelli. Anche senza voler rinunciare agli investimenti cinesi, è comunque necessario «avere un quadro regolatorio chiaro, condiviso fra i Paesi nei principi generali (modalità di rilascio delle concessioni, verifica dei business pian, modalità organizzative del lavoro), in modo da evitare forme di dumping sociale, come invece è ad esempio avvenuto nell'autotrasporto».
Degli investimenti cinesi, ad oggi, l’Europa e l’Italia sembra non poter fare a meno. Ma la questione è quale è il prezzo da pagare.

"pagina 99 we", 29 luglio 2017

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