24.9.18

Una parola. “Mentire” (Vincenzo Cerami)

Vincenzo Cerami

Si può mentire a fin di bene, quando la verità crea angustie pur non servendo a niente. Si può mentire a fini strumentali, come durante le elezioni, durante una guerra e nelle crisi d'amore. Ma si può mentire anche per nascondere qualche insuccesso, per esempio di ritorno dalla caccia o dalla pesca. Capita di mentire quando si sa che la verità non serve e quando si sa che chi ascolta non sa distinguere tra vero e falso. La menzogna ideale è del mentitore che parla a una folla sorda o, peggio, che dimentica. In questo caso verità e menzogna hanno lo stesso valore. È più facile, e più comodo mentire a coloro che non hanno futuro, vista l'impossibilità di verifica. Chi non ha futuro è un eterno moribondo, ogni promessa che gli si fa non è mai debito. Si dice che la mezza verità è una menzogna completa, e che le menzogne sono sempre ben vestite, mentre la verità va in giro nuda. Ciò che è vero esiste, la menzogna è un'invenzione.
Quanto detto fino ad ora non è del tutto esatto. Ci sono molte verità (probabilmente la maggior parte) che si possono dire solo attraverso una serie di invenzioni, di bugie. Ogni volta che risulta difficile convincere qualcuno che si sta dicendo il vero, si ricorre necessariamente a un sotterfugio retorico, a un piccolo raggiro semantico. Già il ricorso alla similitudine o alla metafora è un segno di incertezza sulla propria capacità di persuasione diretta: per dire una verità si inventa una bugia. Se così non fosse non esisterebbe la letteratura o per lo meno, la letteratura sarebbe solo voce di mentitori. Invece non c'è niente di più vero dell'infinito e dolente vorticare nell'aria di Paolo e Francesca. La verità è che non esiste la verità, ma esistono solo le sue metafore.

l’Unità, Domenica 24 Gennaio 2010

La poesia del lunedì. Libero De Libero (Fondi, 1903 – Roma, 1981)



Convegno
Bevo e tu, luna compagna, mi dai l'ombra
e a bere il nostro vino siamo in tre,
a goderci nel breve recinto.
Ma presto tu, luna, anneghi nel bosco,
strappandomi l'ombra dalle spalle,
e il brindisi si chiude del convegno.
Piangere dovresti tu (luna, non tu)
che mi vuoi senz'ombre e senza luna.

20.9.18

Giuseppe Barbaglio e i mille volti di Gesù (Rossana Rossanda)

Dieci anni fa di marzo, a un anno dalla morte di Giuseppe Barbaglio, studioso del nuovo e vecchio testamento, teologi e amici, credenti e non credenti, si riunirono a discutere presso la Facoltà Valdese a Roma, quasi per continuare un suo progetto di lavoro sui “mille volti di Gesù” nella tradizione cristiana ed ebraica. Ne parlarono per un giorno e mezzo Alfio Filippi, Yann Redalié, Romano Penna, Stefano Levi della Torre, Jean Noel Aletti, Gabriella Caramore, Severino Dianich, Ernesto Borghi, Giancarlo Martini, Antonio Guagliumi, Carla Busato, Rossana Rossanda, Mario Tronti, Raniero La Valle e Claude Geffré. Alla vigilia “il manifesto” pubblicò – con le informazioni sul convegno - il ricordo di Barbaglio, scritto da Rossana Rossanda, che qui riprendo. (S.L.L.)

I mille volti di Gesù è il titolo che Barbaglio aveva dato alla messe di appunti bibliografici lasciati sul computer. Suscita molte domande, prima di tutte: in che senso Barbaglio - che aveva portato a fondo una ricerca puntuale (e ricevuta con scarso entusiasmo oltretevere) su quello che aveva chiamato l'«Ebreo di Galilea», quell'uomo, quello specifico «individuo» - si proponeva un'indagine sui suoi «mille volti»? Pensava che fossero di molteplice significato e intrepretazione i gesti e le parole raccolte nei vangeli sinottici, negli atti degli apostoli, nei testi discussi ma non ammessi nel canone, che aveva valutato con l'acribia dello storico, saggiandoli in quel ribollente tempo di attesa del messia? Tempo in cui molti uomini lasciavano casa e figli per andare cercando e predicando e guarendo, profeti come quel Giovanni Battista che tormentava la coscienza dei potenti, o guarendo come fece anche Gesù, o aggregandosi in sette riflessive alla ricerca della parola? Il suo «Ebreo di Galilea» era uno di loro.
Nessun altro studio, meno che mai quello tranquillo ed edificante pubblicato un paio di anni dopo da Ratzinger, restituisce a mio avviso l'impatto di quel destino illuminato e atroce in un secolo in fermento, coagulo di miserie e speranze d'una trascendenza salvifica. Un Gesù così diverso dal giovane biondo e un po' melenso appeso ai muri delle sagrestie della chiesa devozionale, ma anche dalla compostezza oltremondana dei crocifissi italiani del rinascimento o dall'orrore dei corpi dislocati e purulenti della pittura nordica.
Il senso, per Barbaglio, non è come in Duchamp: il quadro è di chi lo legge. I mille volti non sono di quello che per i cristiani è il figlio di dio, ma di coloro che in occidente, nei duemila anni seguiti, si sono veduti in lui, sia nel dilatarsi dell'universo cristiano sia nell'imponenza della chiesa che vi si costruiva sopra. Teologi, filosofi, esegeti e gente semplice, che sullo scandalo della Croce hanno rifratto idee, dubbi, bisogni, speranze, angosce.
Barbaglio ha lasciato una sapientissima bibliografia, ordinata capitolo per capitolo, senza consegnarci lo schema dei capitoli di quel che aveva in mente e non ha fatto in tempo a scrivere. I «mille volti» non indicavano, penso, una sua nuova interpretazione delle parole del Cristo, ma la complessità dell'itinerario dei suoi molti esegeti; a cominciare da Paolo, per anni al centro degli studi di Barbaglio che delle parole di Cristo aveva fatto una prima elaborazione per immetterle in una cultura scettica e avanzata come quella dell'ellenismo. Il «pensare di Paolo» doveva superare l'ostacolo costituito dal fatto che quel che Gesù aveva detto come imminente non si era verificato. I discepoli si erano attesi la resurrezione come una gloriosa epifania davanti al mondo ed era invece apparso brevemente soltanto ad essi lasciandoli isolati nell'ostilità degli ebrei. E con questo pareva vanificarsi la promessa resurrezione dei morti - «se Cristo non è risorto nessuno risorgerà». Ma la resurrezione era il cardine della nuova fede.
E così il mancato avvento del Messia, cui Gesù aveva avvertito di tenersi pronti. Paolo vi si dibatte nel suo discusso «Cristo è già fra voi, fra noi»: prendeva sulle sue spalle quel che i nostri deboli tempi chiamano «il silenzio di Dio». Ma come si mette oggi tutto questo in una fede? Come lo ha messo Barbaglio, sul quale è calata quella cieca morte che Paolo diceva vinta: «Morte, dov'è la tua vittoria?» Noi, non toccati dalla grazia, la incontriamo soltanto vincente.
Non sapremo, o almeno io non saprò come, non avendo potuto moltiplicargli le domande - credevamo di avere molto tempo, tanto ci azzuffavamo un po' per scherzo perfino via telefono. Io trovavo terribile, fin odioso, a parte il Genesi, il dio dei primi libri del Vecchio Testamento, vendicativo, irascibile, crudele. Ma no, faceva Barbaglio con quel suo sorriso allegro, no, c'è anche nel Vecchio Testamento un dio amoroso, un filo rosso... Ma quale filo rosso tempestavo.
Negli ultimi mesi battibeccammo su Ruth, cara ad alcune mie amiche e che io non amo affatto, né mi è riscattata dalla relazione con Noemi: sono due che si danno abilmente da fare per assicurare a Ruth un uomo, che cosa ci trovi? Mi scombussolò sentirgli dire, piano: «Non capisci, io sono Ruth» - uno cui molto, e quando tutto credeva perduto, era stato dato. Incrociammo affettuosamente le spade fino all'orlo della sua morte: mi aveva mandato una relazione di Geffré che gli era parsa illuminante, sull'ecumenismo dove il Vaticano fa un passo indietro dopo l'altro. Chi pregano gli «altri»? Geffré non rispondeva, come molti credenti: «È lo stesso dio quello che ciascuno, ciascuna prega e intravvede, nelle forme cui la sua cultura lo presenta». Diceva che in ognuna delle grandi fedi c'è qualcosa che manca all'altra - c'è una mancanza, un manque per cui nessuna è in sé compiuta. Giuseppe era preso dagli scenari che apriva il manque - l'assenza come chiave. Una mancanza nella rivelazione, ma come è possibile, ma che Dio è? - strepitavo io tale e quale un seminarista. «Benedetta donna, ma perché non capisci...», sono forse le ultime battute che ci siamo scambiati.

"il manifesto", 27/03/2008

La scienza in scena (Luca Ronconi)

Luca Ronconi
Nel 2001 mentre preparava non solo con suoi attori, ma anche con allievi della scuola di teatro del “Piccolo” e con ricercatori e studenti del Politecnico meneghino la sua traduzione teatrale di Infinities del cosmologo e matematico inglese John D. Barrow, rappresentata al Piccolo Teatro di Milano a partire dal marzo 2002, fu invitato a un convegno veneziano a discorrere del rapporto scienza-teatro. Impossibilitato a partecipare inviò il contributo scritto che segue, prima pubblicato nel volume che raccoglieva gli atti dell'incontro lagunare (Matematica e cultura, Springer Verlag 2002) poi diffusa in rete da Alfabeta 2, dal cui sito l'ho ripreso. Non si tratta, a mio avviso, di un contributo di tipo teorico o storiografico; è piuttosto un'interrogazione sul proprio modo di fare teatro e sul valore della scienza dentro di esso, una pagina di “poetica”. (S.L.L.)

Una foto di scena da "Infinities"
Forse come d’obbligo di queste occasioni ufficiali, ma certo con sincerità e una convinzione che hanno poco a che spartire con il garbato formalismo delle frasi fatte e dei cerimoniali di circostanza, desidero in primo luogo ringraziare gli organizzatori di questo convegno per la stima e la considerazione dimostratemi, invitandomi a prendere parte alla giornata di studi da loro promossa. D’altro canto a questo doveroso ringraziamento devo subito associare delle scuse non meno doverose: essendo ormai imminente il debutto del prossimo spettacolo, mi trovo infatti in questi giorni nella materiale impossibilità di allontanarmi da Milano accettando l’invito indirizzatomi. Non potendo prendere parte all’incontro ho allora creduto giusto affidare a queste poche cartelle di appunti il mio saluto a distanza a tutti i presenti e soprattutto le mie opinioni, o forse meglio impressioni – sul rapporto teatro/scienza, tema intorno al quale avrebbe dovuto vertere la mia relazione al simposio veneziano.
Per fissare immediatamente i limiti delle mie considerazioni ritengo necessario premettere a questo breve intervento – quasi epistolare – una sorta di dichiarazione di metodo o di principio. In oltre trent’anni d’attività mi è capitato in più di una circostanza di dichiarare di non essere, a differenza di altri miei colleghi del passato e del presente, un regista teorico: come spesso mi sono trovato ad osservare nel corso di interviste, dibattiti o altri appuntamenti culturali, il mio lavoro non nasce dall’applicazione di una teoria e nemmeno amo teorizzare a posteriori sul teatro – ho come l’impressione infatti che se lo facessi non sarei più in grado di cimentarmi in quell’operazione sempre nuova che è la messa in scena di un testo. Proprio in virtù di questa mia spontanea inclinazione al culto di quella che, con Goethe, mi piace definire la delicata empiria, nell’affrontare una questione complessa come quella del rapporto tra discorso scientifico e azione drammatica, dalla tragedia greca all’allegoria barocca, dal grandguignol alle ricerche post-avanguardia, mi limiterò ad esprimere il mio personalissimo punto di vista riguardo alla possibilità e all’opportunità di teatralizzare l’appassionante avventura della scienza a partire da un caso concretissimo: lo spettacolo scientifico che, come già stato più volte annunciato nei mesi scorsi, nel corso della prossima stagione dirigerò per il Piccolo Teatro di Milano lavorando su un testo scritto per l’occasione da John D. Barrow.
Il mio interesse registico per l’esperienza scientifica nasce dall’esigenza – per non dire dall’urgenza – di trovare nuovi modi per portare – o in un certo senso riportare – la contemporaneità in teatro. Da Brech ad Artaud, da Lukacs a Szondi, tutti i maggiori militanti e teorici della scena del Novecento si sono interrogati sulla possibilità o impossibilità di raccontare teatralmente il mondo contemporaneo... Veri e propri fiumi di inchiostro sono stati versati in questi ultimi decenni intorno alla crisi della scrittura per la scena...
Se dall’antichità classica fino alle soglie del ventesimo secolo le diverse civiltà che si sono avvicendate nel mondo occidentale hanno sempre finito con l’autorappresentarsi sulle tavole di ben precisi e strutturati palcoscenici ideali, la sensazione oggi diffusa è che al contrario, l’euforica e immemore società dello spettacolo in cui viviamo tenda paradossalmente a sottrarsi alla possibilità di affabularsi in altrettanto precisi e strutturati paradigmi drammaturgici. Personalmente ritengo che la via da percorrere per riscoprire l’attualità dell’esperienza scenica non sia tanto quella di perseguire una iperrealistica mimesi del quotidiano – postmoderno aggiornamento della poetica verista della tranche de vie che, riducendo il teatro a cronaca, come per altro il proprio archetipo borghese/ottocentesco, condanna l’esperienza drammaturgica ad invecchiare con la stessa rapidità con cui si fa carta straccia dei giornali del giorno prima – né tanto meno quella di un’ennesima rivisitazione up to date del mito, modello Dioniso in scarpe da tennis – perniciosa variazione spettacolare del pericolosissimo progetto rètro di evasione dalla storia - ma sia piuttosto rappresentata dal tentativo di individuare dei precisi correlati drammaturgici ai nostri moderni modi percettivi e cognitivi.
Muovendo da questo presupposto, credo dunque che – come già anni fa in Italia hanno dimostrato, sul versante delle lettere, scrittori di chiara fama e di indiscussa oltre che indiscutibile autorità quali Vittorini e Calvino, ma come non citare con loro anche il nome dell’ingegner Gadda con quella sua ermeneutica narrativa a soluzioni multiple, distillato di oltre due secoli di impegno gnoseologico di letteratura lombarda ad un tempo così scopertamente figli dell’epistemologia novecentesca - nell’era della scienza in cui viviamo, nel saeculum cioè che forse più di ogni altro ha visto i copioni della vita di ogni giorno adeguarsi direttamente o indirettamente ai precetti del pensiero scientifico, la scienza potrebbe rivelarsi il più conveniente palcoscenico per ospitare un’azione drammatica genuinamente contemporanea.
Sia in obbedienza ai condizionamenti soggettivi imposti dalla mia formazione personale, sia nel rispetto di quella che credo essere l’essenza più profonda del fare teatro, sono dell’avviso che in questa prospettiva di teatralizzazione della prassi scientifica, tesa ad aprire inediti e suggestivi scorci storici sul nostro oggi, sia più conveniente adottare il punto di vista del fruitore non competente, che quello dell’esperto conoscitore. Perché il linguaggio della scienza, trasferendosi in teatro possa sviluppare fedelmente trascritto in scena, evitando ogni filtro esplicativo. In altre parole per progettare uno spettacolo autenticamente scientifico, e non semplicemente di argomento scientifico, sono convinto si debba rinunciare alla strategia politicamente corretta – e tutto sommato demagogica – della divulgazione e si debba piuttosto puntare sulla natura squisitamente esoterica della raffinatissima scienza specialistica moderna. Pur essendo convinto che l’esperienza teatrale non possa non darsi come percorso di conoscenza, non nego però di nutrire una profonda diffidenza verso una scena che si voglia programmaticamente didattica.
L’aula scolastica è la sede più idonea alla spiegazione; il teatro – ben lo sapeva Nietzsche – anche quello a vocazione più scopertamente razionalista, è piuttosto il luogo deputato ad una conoscenza che passa attraverso l’epifania del numinoso, di qualche cosa, cioè, che eccede sempre e comunque le nostre possibilità di conoscere analiticamente. Il futuro della scena credo sia in questo senso legato alla sua matrice antropologica: non a caso fin dalle prime fasi di elaborazione del progetto di drammaturgia scientifica cui ho fatto prima cenno, e che porteremo a compimento la prossima stagione, uno dei primi termini di riferimento – per non dire modelli – dello spettacolo che proprio allora si cominciava a studiare, mi è parso essere l’Orestea, la straordinaria ed inesauribile trilogia di Eschilo espressione, all’epoca del suo compimento, dell’ineffabile pulsione dionisiaca madre della tragedia, ad exemplum, ai giorni nostri, di una ricchissima summa di sapere, condannata a restare per noi inattingibile nella sua insondabile profondità misterica ed al più soltanto intuibile per improvvise folgorazione a-logiche.
Chiarito che principio guida del mio soggettivo approccio teatrale al pensiero scientifico è che la scienza debba essere messa in scena secondo la capacità cognitiva del profano – dunque nella sua irriducibile ed incomprensibile alterità - vorrei ora spiegare brevemente in che termini il commercio teatrale con la scienza possa schiudere, a mio giudizio, inediti orizzonti al linguaggio drammaturgico.
La scelta di drammatizzare il discorso scientifico porta innanzi tutto autori, attori, registi e pubblico a doversi porre radicalmente il problema del funzionamento della comunicazione teatrale, oggi spesso troppo frettolosamente eluso, non solo sul piano della possibilità di trasmissione del messaggio – nei termini di quell’antitesi di transitività ed intransitività del testo cui abbiamo appena fatto cenno - ma anche e soprattutto a livello dei modi di funzionamento del linguaggio tout court. Forma compiuta nell’immaginario collettivo della razionalità analitica dell’oggettivo sapere scientifico, sempre ad un passo dal rischio di sclerotizzarsi in formula, a ben guardare il linguaggio scientifico è invece, per sua intrinseca natura, un codice essenzialmente figurato in rapporto conflittuale con il reale che è chiamato a designare, e che per di più fa criticamente del proprio impianto per tropi e dei propri corto-circuiti referenziali il vero oggetto dei propri enunciati.
Nata dalla necessità di nominare attraverso il vecchio delle precedenti acquisizioni, il nuovo delle continue scoperte, la lingua della scienza, in apparenza paradigma della trasparente e anodina razionalità procedurale postmetafisica, è di fatto il regno dell’irrazionale distorsione della metafora e della riflessione sui fraintendimenti che proprio il continuo ricorso alla metafora porta inevitabilmente con sé. Concentrando di fatto l’attenzione di produttori e fruitori dell’evento teatrale sulle dinamiche evolutive della lingua in generale - sia nei rapporti interni tra i vari elementi del codice linguistico, sia nei rapporti esterni tra il codice e il mondo - il linguaggio della scienza portato in scena, credo possa riuscire a sottrarre la drammaturgia ai ristagni espressivi più diffusi tra i vari registi della scrittura per la scena attuale – dalle sacche tradizionali della caduta nella retorica puramente esornativa o nel vuoto calco gergale alle paludi, forse di più recente formazione, ma non per questo meno pericolose, del compiaciuto abbandono all’apologia dell’incomunicabilità interpersonale, o dell’assurdo dell’esistenza- per restituire il linguaggio del teatro al problematico, ma vivacissimo flusso della comunicazione contemporanea.
Precipitato teatrale delle alterazioni percettive che il progresso culturale e tecnologico ha prodotto soprattutto nel corso dell’ultimo secolo, la trasposizione scenica dell’indagine scientifica permette poi di trovare a mio parere un’adeguata traduzione drammaturgica del mutevole e complesso punto di vista che l’uomo ha oggi sul mondo. Come studiosi ben più dotti e competenti di me, da Walter Benjamin a Stephen Kern, hanno ampiamente dimostrato nei loro eruditi saggi, la nascita del cinema, il trionfo dei nuovi mezzi di locomozione, l’avvento dei media e del sistema delle telecomunicazioni, così come l’esplorazione dell’inconscio o l’imporsi di nuove condizioni di vita nell’orizzonte metropolitano, hanno ridotto negli ultimi cent’anni una drastica relativizzazione delle categorie tradizionali di spazio e tempo, relativizzazione a cui credo si possano aggiungere senza tema di smentita, le strutture drammaturgiche convenzionali – di cui di fatto spesso la scrittura per la scena contemporanea anche nelle sue varianti di ricerca più eterodosse sembra ancora prigioniera – faticano, se non addirittura non riescono a recepire.
L’apertura drammaturgica alla fisica postnewtoniana, alle geometrie non-euclidee o al calcolo infinitesimale - per non fare che alcuni esempi del tutto casuali di teatralizzazione della scienza contemporanea – credo sia dunque un modo per porsi quanto meno il problema di come sia possibile portare in scena la nostra nuova logica di comprensione e percezione della realtà. Per quanto mi riguarda, al fondo di questa volontà di rappresentare il composito sguardo col quale siamo ora portati a capire quanto ci circonda, sta, non lo nego, il sogno che inseguo da una vita – tra gli anfratti dello spazio, gli interstizi del tempo, le incrinature dell’identità e le slabbrature dell’essere sui quali prolifera il nostro oggi, di presentare uno spettacolo infinito, uno spettacolo cioè capace di eccedere nel tempo e nello spazio le facoltà percettive del pubblico, uno spettacolo costruito sulle alterazioni della percezione che possa essere colto da ogni singolo spettatore solo per frammenti e che a posteriori riviva nella memoria di ogni singolo fruitore come soggettivo montaggio delle schegge di messa in scena da lui rubate nel vario offrirsi - e sfarsi – della rappresentazione.
Necessaria conseguenza semantica di quanto sin qui osservato – provvisoria morale in forma di conclusione aperta che per non abusare più a lungo della pazienza dei miei “destinatari” intendo dare a questa teoria di glosse drammaturgiche irrelate, stese al possibile margine scenico della sapienza attuale – è che nello sfolgorante baluginio della sua aforistica sapienza in fitto dialogo col buio dell’enigma, il problematico discorso scientifico contemporaneo, emblema del nostro presente oggettivamente disperso, asincronico, trasformistico e virtuale, portato sulle tavole del palcoscenico, pare ben prestarsi a raccontare la sfuggente varietà dei nostri tempi non meno sfuggenti. Luogo mentale molteplice e diveniente di incontri e separazioni incrociate, mai uguale a se stesso nel suo metamorfico gioco di perpetue smentite, rifondazioni, critiche e scoperte, distribuito su temporalità plurime organizzate per fasce di sovrapposizione simultanea e destrutturabile in un serrato montaggio di prospettive eterogenee, pronte a dispiegarsi nell’infinita curva dell’universo, il discorso scientifico è innegabilmente la scena ideale del nostro senso contemporaneo, di un senso cioè che si rivela e si nasconde in un perpetuo essere altrove, di una verità che esiste, ma sfugge e che non possiamo immaginare ubicata in nessun segreto ricetto da cercare e violare, ma che ci cammina a fianco, si sposta con noi, come il discontinuo giro del nostro orizzonte.
Se il teatro vuole quindi ritrovare oggi al propria dignità e funzione culturale “storica” di luogo di una conoscenza complessa maturata attraverso l’esperienza, è dunque alla scienza che deve probabilmente anche guardare; non già per imitarla pedestramente o peggio ancora per normalizzarla e banalizzarla, riducendola ai propri schemi, ma per trovare in un serio confronto con questo universo cognitivo complementare e antitetico, la propria vera identità e inattualissima attualità.

19.9.18

Un teatro d'arte per tutti. I 70 anni del Piccolo tra memoria e passione. Intervista al direttore Sergio Escobar (Giuseppina Manin)


Un'intervista dell'anno scorso, in occasione dei settant’anni del “Piccolo Teatro”, utile a ricordare - anche senza anniversari tondi – la grande storia e l'attualità di istituzioni che nell'attuale degrado rischiano la morte o l'elitarismo. “Un teatro d'arte per tutti”, dice Escobar sintetizzando una vicenda di eccellenza disponibile anche a studenti e lavoratori. È una parola d'ordine che dovrebbe orientare le scelte pubbliche, non solo a Milano. (S.L.L.)
Giusi Raspani Dandolo, Gabriella Pascoli, Lilla Brignone, Edda Albertini, Amalia D'Alessio 
in  “Questa sera si recita a soggetto”  di   Luigi Pirandello   al “Piccolo Teatro”  di  Milano. 
Regia di Giorgio Strehler. Stagione 1949 - 1950

«È una festa del teatro. Un teatro d’arte per tutti», ha annunciato Sergio Escobar, dal ‘98 direttore di quel Piccolo leggendario nato il 14 maggio ‘47 dal sogno di due ragazzi, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, e che compie 70 anni. «Una festa di lavoratori, artisti, pubblico. Di chi c’era, c’è e ci sarà. Una festa di Milano, di cui il Piccolo è un simbolo, da sempre in sintonia con l’anima di questa città aperta, curiosa, inquieta»

Settant’anni, ma non è l’età della pensione.
«Piuttosto l’età della passione, della memoria frammentata, da ricostruire insieme per diventare attualità condivisa. Ero uno studente quando il mio professore di filosofia, Ludovico Geymonat, mi disse: “Sarai quello che avrai dimenticato”. In quei due futuri, semplice e anteriore, c’è la nostra storia».

Settant’anni, ma non è l’età della nostalgia.
«La nostalgia deve essere gioiosa. È una frase di Giulia Lazzarini, attrice cardine di questo teatro. Le radici sono la nostra forza ma non devono fermare i piedi che camminano».

Il viaggio è stato lungo.
«25mila500 giorni, più o meno quanti sono oggi i nostri abbonati. Li conto così, visto che il teatro si fa ogni sera: 370 spettacoli, centinaia di attori, registi, tecnici, sempre impegnati al massimo del rigore e della creatività. La bellezza salverà il mondo, si diceva. Ci credevamo tutti. Oggi ci credo un po’ meno, anche se la bellezza è necessaria più che mai».

La prima volta al Piccolo?
«Nel ‘63. Avevo 13 anni, fui “deportato” con la mia classe a una recita del “Galileo” di Brecht, regia di Strehler, con le scene meravigliose di Luciano Damiani e l’umanità enorme di Tino Buazzelli. Quella mattina scattò in me una fascinazione per il teatro che non mi ha più abbandonato».

Grandi spettacoli di cui non restano tracce.
«Parafrasando Shakespeare, anche il teatro è fatto della natura dei sogni. Quando il sipario si chiude tutto si dissolve. Quel che si porta via sono immagini, emozioni... Frammenti di memoria, appunto. Che oggi cerchiamo di restituire nelle 50 gigantografie di titoli celebri esposte in via Dante, nelle 500 fotografie del nostro archivio proiettate sulle facciate dello Strehler e del Grassi».

Senza didascalie. Peccato non sapere a quale spettacolo si riferiscono.
«Si vuole restituire l’incanto di un momento. Che un tempo viveva dentro le mura di quei teatri e ora riappare come un fantasma. Per chi vuole approfondire la parte storica, c’è un libro con un’ampia documentazione su ogni titolo».

Prima Strehler, poi Ronconi. La doppia vita del Piccolo.
«No. Nessuna frattura, piuttosto una continuità. Il filo rosso che da 70 anni unisce il nostro teatro è il pubblico, sempre più vasto e appassionato. Il Piccolo sa rispondere alle domande dei tempi».

Nel ‘91 è diventato Teatro d’Europa. Che allora era una speranza, oggi una fragilità.
«Sono appena uscito da un convegno con due registi che quel sogno hanno condiviso e qui sono di casa, Stéphane Braunschweig e Lluis Pasqual. Se allora Europa voleva dire ritrovarsi, oggi significa riconoscersi. Per continuare a esistere deve volgere lo sguardo al resto del mondo, aprirsi a nuove culture. Qui sono passati spettacoli in 28 lingue; nel 2003 abbiamo aperto al Mediterraneo. Il teatro deve essere in anticipo sui tempi».

Tra gli spettacoli simbolo ripresi per l’occasione i «Sei personaggi» di Ronconi e l’«Arlecchino» di Strehler.
«Per Ronconi abbiamo scelto lo spettacolo dei giovani, con i suoi allievi della scuola di Santa Cristina. Per Strehler invece il manifesto del suo teatro, da sessant’anni vissuto sul corpo di Ferruccio Soleri. L’edizione dell’"addio" così buia, illuminata da candele, nasce non a caso mentre Giorgio Strehler prepara il suo Don Giovanni alla Scala».

Un tempo si parlava di decentramento, di portare gli spettacoli nelle periferie.
«Periferia oggi è un termine sbagliato. Io abito a 32 chilometri da Milano, nella città metropolitana. Renzo Piano parla di “ricucire le periferie”, io preferisco l’idea di “cucire la città”. Dietro la mia scrivania c’è una frase di Italo Calvino: “Metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie”. Tra le tante città ideali, questa è la mia».

Corriere della sera, 14 maggio 2017

Settembre 1954. “Entusiasmo in tutta la Sicilia per la cacciata dei 370 agrari dai feudi”. Nicola Cipolla sulle lotte contadine

Renato Guttuso - Occupazione delle terre incolte (1950)

Manovre dei liberali per impedire l’attuazione della riforma - Unità e solidarietà tra i contadini, che intensificano la lotta

NOSTRO SERVIZIO PARTICOLARE

PALERMO, 3. — Con vivissimo entusiasmo è stata appresa in tutta l’Isola la notizia che 370 agrari siciliani hanno ricevuto formale dichiarazione di sfratto dai loro feudi. Come è stato annunciato ieri, ai 370 agrari è stata comunicata — in base alla nuova legge di modifica della vecchia legge di riforma agraria — la disdetta entro il termine previsto per tale comunicazione, che era jl 31 agosto. L’obiettivo che il movimento contadino siciliano si era prefisso in questa prima fase della lotta è stato così in gran parte raggiunto: entro il 31 ottobre gli agrari espropriati dovranno abbandonare le terre finora mantenute in barba alle leggi di Riforma.
Per illustrare l’importanza di questo successo bastano alcune considerazioni.
Quando l’Assemblea discusse, su proposta dei deputati di sinistra e delle ACLI, la proroga al 31 ottobre del termine fissato nella vecchia legge per l’immissione in possesso degli assegnatari e quindi per la cacciata degli agrari, fu subito avanzato dai deputati monarchici e agrari un emendamento, che il governo si affrettò ad accettare, secondo il quale l’immissione in possesso entro il 31 ottobre veniva limitata a quelle terre i cui proprietari fossero stati preavvisati con disdetta entro il 31 agosto.
La manovra degli agrari era chiara. Come dicono i contadini siciliani, essi in tutti gli uffici della riforma «hannu i cani attaccati», cioè sono nella posizione di quei ladri che possono rubate a man salva perché i cani da guardia sono stati precedentemente e fraudolentemente legati. Essi contavano di consumare ancora per un anno la truffa a danno dei contadini e della riforma: e quest’anno poteva essere decisivo perchè in cantiere c’è un’altra truffa: la legge elettorale che Restivo, Alessi, Maiorana. Bianco ed altri esponenti monarchici, democristiani c missini stanno tramando. Per cui due mesi fa, nei corridoi dell’ Assemblea regionale, il barone Maiorana della Nicchiare, deputato monarchico e capo degli agrari della Sicilia orientale, poteva affermare altezzosamente: nella terza legislatura non si parlerà più di riforma agraria e di leggi agrarie!
Fidavano anche gli agrari, sulla data prossima del 31 agosto, che non avrebbe consentito ai contadini di esercitare una sufficiente vigilanza e pressione.
Ma si sono ingannati. I contadini siciliani hanno saputo preparare la lotta per la terra mentre si raccoglieva il grano ed hanno saputo intraprendere la via tradizionale della occupazione delle terre anche in un periodo in cui mai, a memoria d’uomo, si era realizzato un cosi vasto movimento di lotta per la terra.
I contadini siciliani hanno ottenuto non solo che nel mese di agosto si assegnassero più terre di quante non ne erano state assegnate nei tre anni precedenti, ma sono riusciti ad imporre il rispetto sostanziale di quella norma di legge che essi avevano conquistato.
Ora i contadini continueranno la lotta perché tutti i piani di esproprio non ancora pubblicati siano pubblicati e sopratutto per l’attuazione del limite dei 200 ettari. Continueranno a vigilare e a lottare perché effettivamente entro il 31 ottobre le decine e decine di migliaia di ettari ottenuti in questi 370 piani di esproprio siano tutte assegnate nel modo più giusto, rispettando la legge ultimamente approvata e appostando le ulteriori necessarie modifiche.
Man mano che il ritmo delle assegnazioni aumenta, aumenta anche la forza e la collera dei contadini ingiustamente esclusi dalla terra. Sta prendendo forma e vigore in questi giorni, nei paesi dove avvengono le assegnazioni, quello che ormai viene chiamato il «movimento degli esclusi». Chi sono gli «esclusi»? Sono innanzitutto coloro che la legge ingiusta di Restivo e degli agrari ha tenuto fuori dagli elenchi e quindi dal diritto ad aspirare alla terra. Su oltre 165 mila domande presentate dai contadini siciliani tre anni fa. solo 67 mila sono stati accolte perché la legge prevedeva la esclusione del diritto alla terra di tutti coloro che avevano più dì 100 lire di imponibile o facevano qualche giornata nell’edilizia.
Appartengono agli esclusi tutti quei compartecipanti, “metatieri”, “terraggieri” che la legge caccia fuori dalla terra.
Tutti questi contadini sanno che non sono gli assegnatari, non è la lotta per la terra che li scaccia dalla terra; sanno che è la legge voluta dal governo agrario e clericale, che sono Restivo e Germanà a scacciarli. Essi sanno anche che era stata presentata una legge a loro favoie, che questa legge è stata respinta e che sarà ripresentata alla ripresa dei lavori parlamentari.
Perciò essi stanno discutendo ed elaborando le loro rivendicazioni in piena fraternità e solidarietà con gli assegnatari e i contadini iscritti negli elenchi, rivendicazioni che vanno dalla riapertura dei termini prevista dalla legge alla richiesta d’indennizzo da parte dell’ERAS per il danno subito, alla richiesta di assegnazione di un pezzo di terra da coltivare comunque quest’anno.
Questo movimento dà una altra risposta alla manovre di divisione che, con il sorteggio indiscriminato, agrari e governo volevano tentare ai danni del movimento contadino. Gli “esclusi” diventano una delle forze fondamentali che spingono per lo esproprio delle terre e per l’attuazione del limite di 200 ettari.
Già in alcuni paesi Leghe di braccianti, Cooperative e ACLI cominciano a votare ordini del giorno per un’ulteriore riduzione del limite di superficie. Gli agrari cercano in ogni modo dì frenare il movimento e di salvare le loro terre. Ricorrono alla carta bollata, ai sequestri, trovano nel Consiglio di Giustizia Amministrativa, in gran parte nominato dal governo Restivo, riconoscimento di tesi che sono in aperto contrasto con la legge. Esercitano attraverso i loro deputali pressioni sull’assessore Germanà e sul governo, come se ormai fare o non fare la Riforma dipendesse da Germanà o da Restivo. Si dice perfino che il segretario nazionale del partito liberale, l'europeista Malagodi abbia intimato all'assessore Germanà, attualmente liberale, di fermare le assegnazioni, schierandosi così assieme ai monarchici e sopratutto assieme agli agrari e alla mafia siciliana.
Questi tentativi saranno nel futuro vani come sono stati vani finora. Poche volte come in questo momento gli agrari siciliani sono stati tanto isolati davanti al popolo siciliano. E, con loro, è isolato chi li ha serviti per tanti anni nel Parlamento e nel governo della Regione.

“l'Unità”, sabato 4 settembre 1954

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