21.6.18

Torino 1969 – 2003. Ascesa e caduta di una città-fabbrica (Marco Revelli)


Fiat Mirafiori - autunno 1969
«Siamo partiti il 2 settembre. Nel giro di pochi minuti la lotta s'innescò nella nostra squadra e si trasmise a tutta l'officina: 3.000 operai sui tre turni, e tutti e 3.000 si fermarono. Ricordo che avevamo concordato con la mia squadra, che era un punto di riferimento per tutta l'officina, di fermarci alle dieci. Già alle dieci meno dieci tutti guardavano la mia squadra. E tutta la mia squadra guardava me.
Io imperturbabile continuavo a lavorare. Lavorai fino alle dieci esatte, poi spensi il cannello e uscii in mezzo al corridoio. Di fianco a me c'erano le piccole presse che battevano le valvoline. Più lontano si sentiva il rumore dei torni e sul fondo il soffio dei forni. Fu una cosa impressionante: appena uscii nel corridoio partì un fischio, e incominciarono a fermarsi le piccole presse. Poi si arrestarono i torni, seguiti a breve distanza dai forni. A poco a poco tutto, tutto, tutto si spegneva. In capo a qualche minuto l'intera officina era silenziosa. E ognuno seduto al proprio posto di lavoro. Nei settori più lontani non sapevano neanche perché si erano fermati; avevano spento le macchine perché se le avevamo spente noi voleva dire che c'era un motivo. Seduti tutti quanti al nostro posto aspettammo».
«Di lì a un paio d'ore - continua il racconto - arrivò la Commissione Interna. Volevano che riprendessimo il lavoro. Ci fu un'assemblea su in mensa: c'erano due tavoli, su un tavolo io da solo, sull'altro si alternavano i vari membri della CI. E si andò avanti per diverse ore in un contraddittorio, con loro che parlavano del contratto, e io che sostenevo le 100 lire e le 36 ore. Quello che conquistò tutta l'officina era proprio il calore, la passione, l'aggressività con cui mettevo in difficoltà l'altra parte. Fu a questo punto che si inserì Agnelli con le 30.000 sospensioni, già il secondo giorno, per drammatizzare la situazione. E per dimostrare, proprio perché si era alla vigilia delle trattative per il contratto, che in una situazione come la Fiat il sindacato non controllava i lavoratori. Il fatto ebbe una risonanza che sorprese tutti quanti noi, me compreso, facendomi sentire proprio schiacciato dal peso di questa responsabilità: inviati speciali dai giornali italiani, addirittura corrispondenti di giornali stranieri, c'era una folla enorme di cronisti, di giornalisti fuori dalle porte 31 e 32. Mentre fino ad allora “la Stampa” di Torino aveva taciuto tutto, ora dedicava l'intera prima pagina. Continuammo fino al 7 settembre. Io fui l'ultimo a riprendere il lavoro. Il giorno dopo iniziarono gli scioperi contrattuali».
Così Gerolamo racconta l'inizio dello sciopero selvaggio dell'Officina 32, alla Fiat Mirafiori - un luogo strategico dello spazio produttivo Fiat, posta alla confluenza tra le Meccaniche e la Carrozzeria, dove se la produzione si ferma, si blocca l'intero stabilimento -, quando di fatto iniziò, prima della scadenza ufficiale, l'autunno caldo. Gerolamo aveva allora poco più di vent'anni, e veniva da Grottaminarda, da un'estrema periferia del sud, come quasi tutti i suoi compagni. Come Pino, di qualche anno più anziano (aveva allora 26 anni), proveniente da un paesino vicino a Messina, arrivato a Torino, a Porta Nuova, una mattina di novembre del 1961, alle 7, direttamente da Messina, «con due valigie e nessun indirizzo» («quando mi affacciai fuori, non vidi nulla - ricorderà -. Solo un muro grigio e umido. Sentivo i rumori della città, la potevo immaginare, ma non la vedevo. Prima, non sapevo neanche cosa fosse la nebbia»). Come Dario, che veniva da Lucera («A Lucera non si viveva male. Severo, il fratello più grande, aveva ordine da mio padre di fare il fuoco per la cena, e organizzava i più piccoli alla ricerca di legna secca, della paglia, e intanto preparava le pietre per il fornello. Ma da anni la gente partiva, per Milano, per Torino, per la Germania...»). Come Salvatore, Robi, Rino detto «Zorro», Gaetano, Antonio.
I più anziani avevano alle spalle l'esperienza dell'emigrazione in Francia, in Belgio, in Germania. Gli altri venivano direttamente dalle campagne meridionali (il 37% dalle Puglie, il 23% dalla Sicilia, il 13% dalla Calabria, il 10% dalla Campania), la maggioranza con poco più di vent'anni, nessuno al di sopra dei trenta. Un esercito di giovani, tutti con la stessa rabbia da sradicamento dentro. E tutti con la stessa direzione di movimento: dalla periferia al centro, dalla marginalità al protagonismo, dall'esclusione al «potere» sociale. La sera che occuparono Mirafiori, alla fine di novembre, quando li vidi nella penombra nebbiosa di Corso Agnelli, ai cancelli delle Carrozzerie, mi sembrarono dei giganti. Era come se tutta la potenza delle macchine e degli impianti di quell'immensa fabbrica che li aveva ingoiati e oppressi fino a ieri, gli fosse entrata dentro.
Erano lì, nel cuore del mondo, in uno stabilimento che era come una città, con i suoi 50.000 e più addetti, i suoi tre milioni e mezzo di metri quadri di superficie, le sue catene di montaggio e le sue fucine, le sue presse e i suoi convogliatori meccanici; in una fabbrica che faceva andare avanti il Paese. E potevano, a loro volontà, «fermare il mondo». Potevano, vincendo la divisione e la paura, in un'azione collettiva, fermare il Paese. Alle loro spalle, nel buio, la fabbrica faceva sentire un ronzio profondo, quasi un bramito d'animale, il rumore di una forza trattenuta e irresistibile, ed era come se quella fosse diventata la loro voce.
Erano l'incarnazione del lavoro vivo che si nega, nella sua soggettività, al comando e diventa protagonista per sé, incorporandosi tutta la forza dell'«altro», del lavoro morto trattenuto in quelle macchine ora ferme per loro volontà. Da allora, ogni volta che ascolto le parole dell'Internazionale, «Nous ne sommes rien, nous serons tout» non posso non pensare a loro in quel momento, in bilico tra le promesse degli anni sessanta e la durezza del decennio successivo.

Fiat Mirafiori - autunno 1980

Il pomeriggio del 16 ottobre dell'80 il primo che mi si fece incontro alla porta 3 di Mirafiori - la stessa da cui avevo sbirciato poco più di dieci anni prima - fu uno di essi, Angelo: «Noi siamo come i dinosauri - mi disse -, una razza in estinzione». E intendeva «noi operai». Quegli operai lì, come li avevamo conosciuti al colmo della loro parabola sociale. Dentro si era appena conclusa un'assemblea travagliata, sull'ipotesi d'accordo che avrebbe chiuso l'epica vicenda dei «35 giorni della Fiat». Il No aveva prevalso plebiscitariamente. Come d'altra parte al mattino, quando in un'affollatissima assemblea del primo turno, nello spiazzo delle Meccaniche, in migliaia avevano alzato la mano alla richiesta «Chi è contrario?», ma il funzionario sindacale che gestiva le cose aveva proclamato: «Approvato a grande maggioranza». E già al telegiornale dell'una le Segreterie nazionali sindacali, Lama, Carniti, Benvenuto in coro unanime, avevano fatto sapere che l'accordo era cosa fatta.
Per trentacinque giorni, dall'inizio di settembre quando era arrivato l'annuncio dei licenziamenti, avevano circondato Mirafiori, in tutti gli 11 chilometri del suo infinito perimetro, con i propri presidii. Per ognuna delle 33 porte un gruppo, con i suoi simboli, le sue bandiere, i grandi banner con il faccione di Marx disegnato da Pietro Perotti in simbolica simmetria con le madonne degli operai polacchi ai cantieri Lenin, e poi, a poco a poco, le baracchette in legno, il falò notturno, i turni di guardia: un grande anello multicolore, a segnare un confine, e un residuo tentativo di possesso.
Da fuori, la fabbrica a cui si erano abbarbicati, sembrava sempre la stessa: immensa, possente, ingovernabile. Ma dentro - loro lo sapevano - era già cambiata. Alla lastroferratu-ra erano arrivati in forza i robot, a sostituire il lavoro bestiale alle saldatrici, ma anche a fiaccare il potere contrattuale dei «terzo livello». Alle meccaniche, i robo-carrier fruscianti del Lam (Lavorazione Asincrona Motori) avevano reso fluida la produzione prima costretta dalle rigide sequenze fisse delle vecchie linee di montaggio, mettendo fuori gioco le sperimentate forme di lotta operaia. Al posto della mitica Officina 32, infine, alla confluenza tra il flusso delle Meccaniche e quello della Carrozzeria, ora c'era il Digitron, monumento tecnologico informatizzato che cancellava d'un colpo fatica e potere delle squadre che prima, alle «fosse», lavorando a braccia alzate otto ore al giorno, controllavano ben due sezioni su tre di Mirafiori. La rivoluzione tecnico-organizzativa che stava ponendo fine al «fordismo» lavorava contro di loro. Dissolveva la loro «centralità». Annientava il loro potere di controllo e di contrasto. Separava, impietosamente, le loro vite individuali e la vicenda collettiva. Il «Lavoro» e la «Storia».
Ora, in quel tardo pomeriggio del 16 ottobre, sotto una pioggia sottile che per la prima volta da 35 giorni aveva incominciato a cadere, i protagonisti di quella lotta se ne uscivano dalla porta tre: Giovanni Falcone, Norcia, Canu, Luciano. Spaesati, incerti come mai prima. Avevano vinto l'assemblea, ma non sapevano più come mettere a frutto quella loro espressa volontà, con chi condividerla, anche solo come farla conoscere, in una cronaca che già procedeva oltre. Un piccolo corteo rabbioso, sfrangiato, velleitario, marcia sulla V Lega FLM, l'ultimo residuo della grande stagione operaia alla Fiat, ma su corso Unione sovietica si perde, ingoiato dal traffico sparisce in una città già fattasi anonima. Gli eroi del domani, sono gli altri: i «quarantamila» che due giorni prima si sono ripresi Torino. I capi, i quadri intermedi, gli impiegati e i rispettivi «clientes» che in un giorno hanno cancellato la memoria di un decennio. Saranno loro, il simbolo del lavoro senza soggettività - del lavoro assoggettato e sciolto senza residui nella logica d'impresa - i portatori del nuovo «spirito del tempo», che dominerà il decennio successivo.

Fiat Lingotto - gennaio 2003
Giovanni Agnelli, il fondatore
Il 25 gennaio del 2003 una folla scura, informe, riempie gli spazi ormai privi di funzioni produttive del Lingotto. Occupa le volute della rampa elicoidale Nord progettata tra il 1915 e il 1922 da Giacomo Matté Trucco come esempio di modernismo architettonico razionalistico. Sbocca in cima, di fianco all'anello soprelevato della pista di prova, dove un tempo sfrecciavano, a venti metri da terra, le auto sfornate dalle catene di montaggio sottostanti. Si ferma in umile attesa davanti al cenotafio che su quel tetto del mondo l'ultimo capo di quella dinastia industriale aveva voluto per ospitare la propria pinacoteca e che ospitava ora le sue spoglie. E' forse l'ultima occasione pubblica, quel funerale di Agnelli, per le varie generazioni di lavoratori che si sono succedute in Fiat, per ritrovarsi nel saluto a «lui», il padrone che se ne va dopo aver fatto in tempo a intravvedere la fine della propria epoca.
La gente sale lenta, silenziosa, con un rumore sordo di passi strascicati, e sembra una cerimonia di altri tempi, da corte sabauda settecentesca, quando il Piemonte era una marca di confine militare e bigotta, o da borgo meridionale negli anni cinquanta o sessanta, quando ancora il notabilato locale non era stato sfidato dal potere mediatico della televisione, e comandava sui corpi e sulle anime. Non ci sono i simboli del lavoro, né le insegne degli stabilimenti, che appena quindici anni prima avrebbero dominato la scena. Non ci sono neppure reparti produttivi schierati né rappresentanze aziendali, e tantomeno gente in tuta (quelle tute che, come il camice per i medici, erano state per un'intera epoca il segno di distinzione per eccellenza nella metropoli di produzione). Solo un'unica, indifferenziata, folla in cui l'operaio si confonde con il pensionato, il bottegaio, l'impiegato pubblico, la casalinga. E un unico stato d'animo condiviso: la sensazione di spaesamento di chi, in una cerimonia pubblica, avverte di celebrare, nel contempo, anche un po' la propria estinzione. E a che, nel vuoto del «potere» che fino a ieri l'aveva dominato e costretto, finisce per dissolversi anche il residuo della propria identità. Il senso del proprio essere collettivo.
Sto a guardarla per l'intera mattinata, quella sfilata di volti e abiti indifferenziati, senza appartenenza sociale, cercando invano di ritrovare almeno un segno delle passioni pur spente, la traccia della forza e delle distinzioni di ieri. E mi chiedo se questo sia il prodotto della lunga parentesi industriale torinese: questo corpo sociale disossato, informe, nel momento in cui i contenitori metallici di quella forza-lavoro massificata si sono aperti, trasformati rapidamente in rugginosi «vuoti industriali», e hanno sversato fuori il proprio contenuto umano, senza più forma e tenuta. Questo mondo afono. Privo di racconto autonomo. Senza una storia propria, che non si confonda e assimili a quella del «potere» aziendale che ha usato le vite di tutti, e se le è portate con sé. Che non si esprima nel motto monotono e monocorde che diede il titolo a tanti articoli di quotidiani: «Grazie Avvocato». Questo «tutto» che torna ad essere «nulla», nella sfera pubblica de-socializzata del nuovo secolo.
Se lo si guarda con freddezza, resistendo alla tentazione degli affetti, questo popolo sbandato - questi operai senza fabbrica - si ha la misura di quanto sia stato breve, compresso ed esasperato, il ciclo del fordismo italiano - finito, in pratica, quando nella coscienza dei suoi protagonisti stava appena incominciando -, troppo rapido e violento per poter sedimentare coscienza e organizzazione. Per poter diventare «forma sociale». E d'altra parte quanto sia stato devastante, e sconsiderato, il vuoto di memoria che tutti i «responsabili» di quella vicenda - dalle organizzazioni sindacali ai cosiddetti «partiti operai», a noi stessi, che in quell'esperienza sociale eravamo nati alla politica - hanno lasciato crescere, per opportunismo, per stanchezza, per disattenzione, o soltanto perché il tempo è corso veloce, fino a lasciargli ingoiare quella storia e a sommergerla del tutto.
Allora, subito dopo la sconfitta dell'autunno Ottanta, in molti pensarono di potersi liberare tranquillamente di quell'esperienza, come fosse una zavorra che minacciava di tirare a fondo le strutture organizzative residue del Sindacato e del Partito comunista. Per lungo tempo, quella di quella lotta fu considerata una «memoria maledetta», i suoi protagonisti guardati come malati contagiosi, i valori «ribelli» di quella generazione che aveva osato rompere cosi frontalmente l'ordine produttivo messi fuori corso come se da essi fosse dipesa la catastrofe che ne segui. Oggi, ci si accorge che nessuno si è salvato da quella damnatio memoriae. E che l'angolo cieco in cui è finita la sinistra - tutte le sinistre del nuovo secolo - è anche in buona misura il frutto avvelenato di quella deliberata amnesia. Della rimozione, per via burocratica, di quello che resta uno dei pochi esempi di liberazione sociale di massa - di riconquista della propria autonomia individuale e collettiva da parte del lavoro della modernità compiuta -, capace di parlare, se avesse voce, al disagio esistenziale e politico del nostro cattivo presente.

autunno caldo Supplemento al quotidiano “il manifesto” - Novembre 2009

20.6.18

La meraviglia del filosofo (Alfonso M. Iacono)



La Wunderkammer (Camera delle Meraviglie) del Museo di Storia Naturale all'Università di Pisa
Scrive Aristotele (Metafisica, 1,2, 982b) «gli uomini, sia nel nostro tempo che dapprincipio, hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia, poiché dapprincipio essi si meravigliavano delle stranezze che erano a portata di mano, e in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo stesso modo, affrontarono maggiori difficoltà, quali le affezioni della luna e del sole e delle stelle e l'origine dell’universo». Prima sono i fenomeni strani, irregolari della natura a destar meraviglia poi è la grande domanda il perché dell’origine dell’universo. Prima l’osservatore è interno ai fenomeni chee scruta e che pure, a causa della loro irregolarità, già segnalano una separazione tra osservatore e osservato. Poi la separazione si completa ma nel senso che l’osservatore si sdoppia pur essendo interno all’universo di cui si domanda l’origine, ne esce fuori, o meglio, simula una fuoriuscita addirittura da tutto l’universo che vuol comprendere. È quest’ultimo il senso forte del provar meraviglia. E da Talete in poi la caratteristica della filosofia la sua peculiarità non è la risposta che ciascun filosofo ha cercato di dare alla domanda ma la domanda stessa la sua riformulazione, lo sdoppiarsi dell’osservatore. «Il provar meraviglia sorregge la filosofìa e la domina dall’inizio alla fine», dice Heidegger. Ma il concetto di meraviglia ha una lunga storia che si accompagna a quelli a esso contigui ma non necessariamente affini: lo strano, il miracoloso, la paura, il terrore, l’orrore, la curiosità.
Le storiche Larraine Daston e Katharine Park hanno provato a fare una storia delle meraviglie (Le meraviglie del mondo. Mostri, prodigi e fatti strani dal Medioevo all’Illuminismo, Carocci, 2000). Il risultato è un libro interessante dove la narrazione non procede in modo lineare, cioè attraverso il classico passaggio che dai prodigi medievali porta alle meraviglie fino agli oggetti naturalizzati della modernità. La narrazione qui non presuppone al suo interno una storia del processo di razionalizzazione degli oggetti e dei fenomeni strani che da un’esistenza miracolosa e soprannaturale passano nel tempo a un esistenza ordinaria e naturale. «Attorno alla metà degli anni 70, la logica di questo tipo di narrazione sembrava ineludibile tra gli storici della scienza. Ma il lavoro di molti studiosi, all'interno e all’esterno della storia della scienza (..) ha da allora messo in discussione l’inevitabilità di un resoconto lineare dei mutamenti scientifici... abbiamo abbandonato una trama di lineare e inesorabile naturalizzazione a favore di una trama fatta di sensibilità che si sovrappongono e che ritornano come onde». Foucault con la sua ricerca storico-critica sulla normalità e sulla devianza e Mary Douglas con la sua attenzione antropologica verso i fenomeni del marginale e dello straordinario sono tra le fonti teoriche esplicitamente riconosciute da Daston e Park, le quali pongono particolare attenzione ai contesti storici e culturali che hanno circondato le meraviglie e il meravigliarsi. La loro tesi è che la meraviglia fu una passione cognitiva sia nel medioevo che nella prima età moderna e che fu l’illuminismo a destituirla di importanza anzi a farla considerare una passione «disonorevole che puzza di popolare, di dilettantesco e d’infantile». Scienziati e filosofi come Robert Boyle, René Descartes e Francis Bacon posero una particolare attenzione alla meraviglia, dopo, nel XVIII secolo, le cose andarono per un altro verso, quello della normalizzazione. Ma prima di entrare nel merito di questa tesi storiografica, che non condivido almeno nei termini in cui è posta nel libro, è bene dare conto, sia pure schematicamente, dell’articolazione della ricerca che è ricca e avvincente. D libro infatti va dall’analisi del meraviglioso e dello straordinario nella letteratura di viaggi del medioevo a quella degli oggetti legati alla religione e ai rituali religiosi, dal rifiuto della meraviglia nella filosofia naturale del XIII e XIV secolo e poi alla sua ripresa nell’ambito del sapere naturale. Un capitolo è dedicato alle nascite mostruose, poi l’indagine si sviluppa verso la modernità, dalle Wunderkammern che ispirarono le ricerche di Bacone e Cartesio, al rapporto tra meraviglia e curiosità, fino alla quasi messa al bando della meraviglia e delle meraviglie che «divennero volgari, al tempo stesso metafìsicamente implausibili, politicamente sospette ed esteticamente ripugnanti».
È proprio sull’ultima parte del fibra che vorrei soffermarmi, là dove l’illuminismo viene messo sotto accusa per la sua presunta messa al bando del meraviglioso. È vero, da Fontenelle a Hume è un ripetere che la tendenza al meraviglioso è un’emozione primordiale, tipica dei primitivi, dei selvaggi, del volgo ignorante. E non c’è dubbio che in ciò vi sia una concezione elitista dei rapporti sociali e del sapere. E tuttavia, la questione non può chiudersi qui. Avendo il sospetto che la meraviglia del filosofo sia il contrario del meraviglioso che oggi è propinato dappertutto sotto le spoglie di stupefacenti novità che si ripetono incessantemente, mi domando se non si debba tenere in giusto conto anche il fatto che la tendenza al meraviglioso e al miracoloso veniva trasformata in un’operazione di potere, capace di mutare la credulità in credenza e la credenza in fede in modo feticistico. Questa era certamente una situazione che gli illuministi combattevano. Essi vedevano il meraviglioso dal punto di vista del miracolo, la cui essenza, osserverà Hume, è quella di essere una violazione della natura. E da Hobbes in poi, i filosofi sapevano bene che la violazione della natura è un potere a cui si soggiace per paura. Il nesso tra miracoli, meraviglia e paura aveva creato un norma dominata dalle eccezioni (i miracoli, appunto, in quanto violazioni della natura e del suo ordine), e le eccezioni erano ciò che legittimava un potere rafforzandolo nella sua capacita di normalizzare. È vero che, come Daston e Park rilevano, l’illuminismo combatte le meraviglie, ma è necessario tener conto del contesto storico in cui ciò avviene. Se Hume, nella sua analisi delle passioni non tratta della meraviglia, il suo amico Adam Smith lo fa in un modo ben più articolato di quanto non ci dicano Daston e Park nelle poche righe dedicate alla famosa Storia dell’astronomia, dove la meraviglia, costruita attraverso un implicito quanto evidente richiamo alla Metafisica di Aristotele (ancor più che al Teeteto di Platone) ha un ruolo parallelo a quello della paura nella contemporanea Storia naturale della religione di Hume.
È auspicabile che Daston e Park prendano in considerazione un testo come I re taumaturghi di Marc Bloch, dove il Saggio sui miracoli di Hume viene considerato come il punto di svolta dello studio sulle testimonianze e sulla loro inattendibilità. È bene infatti essere garantisti anche nei confronti delle pur affascinanti ambiguità epistemologiche e cognitive della meraviglia.

“il manifesto”, sabato 9 dicembre 2000

Migranti. La bontà non basta (S.L.L.)


È di moda un “ma neanche”: “non sono razzista, ma neanche buonista”.
Qualcuno, benché contrario o diffidente sull'accoglienza a profughi e migranti, “per aiutarli a casa loro” dà dieci euro al parroco per le Missioni e si sente perfino buono, visto che non è ricco e quella donazione un po' gli pesa.
Ma non è così. Chi non è buonista è - almeno un po' - cattivista. L'autoassoluzione è solo nella parola, nel segno, non nel significato.
Non basta essere buoni. Buonisti bisogna essere, parteggiare per la bontà, per il bene; altrimenti si diventa partecipi del male, della malvagità.
Buonista è parola che va difesa dallo sprezzo e dal fraintendimento dei cattivisti, come laicista è parola che va difesa dallo sprezzo dei clericali. È certo importante essere buoni per proprio conto, ma poi bisogna anche prendere posizione, schierarsi con le ONG, per esempio. La sana bontà, come la sana laicità non possono diventare un alibi, non possono essere contrapposte a un buonismo, a un laicismo, che si vorrebbe bollare come insani.

Scrittori e bambini. Vincenzo Consolo legge "Rosso Malpelo" di Giovanni Verga

Un'illustrazione di Angelo Ferraguti per "Rosso Malpelo" (1897)

“Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone”.
Vincenzo Consolo
Così Verga inizia il racconto. Ma ci accorgiamo subito che non è Verga a narrare, ch’egli ha ceduto pensiero e parola ai minatori d’una cava di rena, alla gente delle contrade Monserrato e Carvana presso Catania. E il linguaggio è quindi di quella gente — Verga ha come stampato il positivo italiano su un negativo, di vocaboli e di sintassi dialettali, che potrebbe iniziare così: “Malupilu si chiamava accussì picchì avìa i capiddi russi: e avìa i capiddi russi picchi era un carusu malignu e tintu, chi prumittìa di rinèsciri un ciuri di malacarni”. (Ma Verga non avrebbe mai permesso, giustamente, che la sua scrittura — segno evidente della sua conversione letteraria, della sua invenzione stilistica subisse un simile décalage, una simile regressione naturalistica: “No, no, caro Di Giovanni, lasci stare i Malavoglia come sono e come ho voluto che sieno” avrebbe scritto allarmato al poeta siciliano e sicilianista fervente Alessio Di Giovanni che si sarebbe proposto come traduttore in dialetto de I Malavoglia.) E dei popolani catanesi il pensiero, il movimento del discorso. Movimento che rettilineo non è, ma circolare, chiuso, affidato cioè a una consequenzialità illogica, a una superstizione. Malpelo si chiama così perché ha i capelli rossi. Ora, quelli che hanno i capelli rossi, stabilisce la credenza popolare, sono cattivi, come lo sono i mancini, i gobbi, gli sciancati, tutti quelli insomma segnati da una qualche diversità. Malpelo è rosso, è diverso, e quindi è cattivo, è portatore di male per sé e per gli altri. È “un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vedersi davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso”, “era davvero uh brutto ceffo, torvo, ringhioso e selvatico”. E perciò tagliato fuori da ogni relazione umana. Persino la madre e la sorella gli hanno negato amore. Degli unici due legami affettivi, vissuti dentro la cava, col padre e con l’amico Ranocchio, è stato privato dalla sorte malvagia. È separato dalla comunità anche fisicamente: come un appestato, come “un can rognoso” o come l’evangelico indemoniato di Gerasa che si aggira tra i sepolcri, è obbligato a vivere dentro o presso la cava, nella desolazione assoluta delle sue caverne e della sua superficie di sciara (se all’inizio del racconto egli si reca a casa sua il sabato sera, poi non gli sarà più possibile, perché la madre e la sorella andranno a vivere altrove). Nella cava, come il padre mastro Misciu Bestia, Malpelo è destinato a morire.
Malpelo è dunque Malpelo, e lui stesso, “Sapendo che era malpelo (ei) s’acconciava ad essere il peggio che fosse possibile”. È legata, la vita del piccolo minatore, al colore maledetto di quei suoi capelli. Il rosso avuto per ventura dalla nascita lo lega, si direbbe, al rosso della rena della cava, che è tale per immemorabile cataclisma naturale, per eruzione dell’Etna. Malpelo è dunque una creatura perfettamente adeguata alla cava (fino alla mimesi: “...con quel suo visaccio imbrattato di lentiggini e di rena rossa”), adeguata a quel luogo sotterraneo di rischio e di pena, di quasi metafisica condanna.
Il destino di Rosso Malpelo è già tutto racchiuso nella frase d’attacco. Dopo, da questo primo nucleo, il racconto si svilupperà per cerchi concentrici, come generati dalla caduta fatale della iniziale sfera di pietra. I successivi capoversi saranno dunque come il variare, l’allargarsi del primo tema musicale.
E subito è la morte del padre. Cottimante, il sabato se n’era rimasto ancora nella cava per cercare di portare a termine il lavoro, di guadagnare qualcosa nell’appalto raschiando attorno a un pilastro. E Malpelo gli stava accanto. “Il padre che gli voleva bene poveretto, andava dicendogli: — Tirati indietro ! — oppure — Sta’ attento! se cascano dall’alto dei sassolini o della rena grossa”. Ma dall’alto cade il nero cielo di quel mondo cunicolare, cade sopra quel vinto e lo seppellisce.
“Tutt’a un tratto non disse più nulla e Malpelo che si era voltato a riporre i ferri nel corbello udì un rumore sordo e soffocante come la rena quando si rovescia tutta in una volta; ed il lume si spense”.
Si spense in un soffio la vita di mastro Misciu (il suo corpo sarà ritrovato tempo dopo, contratto e pietrificato come uno di quei corpi esumati dagli scavi di Pompei o Ercolano) e si spegne insieme nel ragazzo Malpelo ogni fiducia negli uomini. “Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in corpo”. Si conferma così nell’idea che la vita, dentro e fuori la cava, non è altro che violenza, da subire e da infliggere. Si pigliava rimbrotti, dileggi e pedate senza protestare, e a sua volta sfogava tutta la sua cattiveria sopra lo sbilenco e macilento asino grigio della cava e sopra gli altri ragazzi, coi quali “era addirittura crudele e sembrava che si volesse vendicare sui deboli di tutto il male che s’immaginava gli avessero fatto, a lui e al suo babbo”.
Un linguaggio di violenza è quello che stabilisce anche con l’amico Ranocchio, al quale vuole insegnare che solo facendosi duri come la lava o come il ferro del piccone si riesce a sopravvivere nella cava, nel mondo.
Ranocchio è un ragazzetto che, rimasto sciancato per la rottura di un femore mentre faceva il manovale, era stato costretto a scendere nel sottomondo dei cavatori di rena. Dopo la morte del padre, Ranocchio è l’unica creatura con cui Malpelo riesce ancora a tenere un legame d’affetto. Sentimento che però esprime picchiando il ragazzo, se questi si mostra debole, tormentandolo, dicendogli: “To’ ! Bestia! Bestia sei! Se non ti senti l’animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello”, (e bisogna mettere qui a confronto la frase in positivo “Il padre che gli voleva bene, poveretto... ”, con questa in negativo “.... da me che non ti voglio male” per sottolineare la discesa verso la sfiducia e la solitudine di Malpelo). E tuttavia protegge l’amico, lo sostiene nel lavoro, gli dà per companatico la sua cipolla, gli compra con i suoi soldi riso e minestra calda quando Ranocchio si ammala, cade infine in una immobile “disperata rassegnazione", quando il ragazzetto scompare. Dopo non ci sarà che l’attesa della propria ineluttabile scomparsa. La quale avverrà letteralmente nei meandri della caverna, dove egli sembra fin dall'inizio destinato a concludere, ad annullare la sua breve esistenza.
Dissolvendosi nel buio fitto di quel labirinto, trapasserà, Malpelo, dalla dura realtà e verità della storia alla maligna evanescenza della favola, alla terrifica mitologia dei ragazzi che dopo di lui scenderanno a lavorare nella cava. “Così si persero persin le ossa di Malpelo e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi”.
Mitologia in cui anche Malpelo prima di loro aveva creduto, per altri morti che lo avevano preceduto. “Allora stendeva le braccia a destra e a sinistra, e descriveva come l’intricato labirinto delle gallerie si stendesse sotto i loro piedi dappertutto, di qua e di là, fin dove potevano vedere la sciara nera e desolata, sporca di ginestre riarse, e come degli uomini ce n’erano rimasti tanti, o schiacciati o smarriti nel buio, e che camminano da anni e che camminano ancora, senza poter scorgere lo spiraglio del pozzo pel quale sono entrati, e senza poter udire le strida disperate dei figli, i quali li cercano inutilmente”; “E ogni volta Malpelo ripeteva che al di sotto era tutto scavato di gallerie, per ogni dove, verso il monte e verso la valle; tanto che una volta un minatore c’era entrato coi capelli neri, e n’era uscito coi capelli bianchi, e un altro cui s’era spenta la torcia aveva invano gridato aiuto ma nessuno poteva udirlo. Egli solo ode le sue stesse grida! diceva, e a quest’idea, sebbene avesse il cuore più duro della sciara, trasaliva”.
Nella cruda realtà della cava, c’è dunque un movimento verso il basso insondato, uno sconfinamento verso un irreale terrifico, verso un abissale, metafisico mondo di orrore alla Poe.
Fuor della cava, se non è pena o terrore, è desolazione, è nudo e vuoto, aspro e inospitale leopardiano paesaggio vulcanico. Su cui gravano sconfortanti notti senza luna, stridono civette, volano pipistrelli; e nei cui burroni sono carcami d’asini spolpati da famelici cani.
Da questo piano, da questa superficie disumana, può partire per l’alto un secondo movimento, possono partire fantasie, desideri: di fare il manovale e “lavorare cantando sopra i ponti, in alto, in mezzo all’azzurro del cielo, col sole sulla schiena”; di fare il carrettiere e andare per le belle strade di campagna; di fare il contadino, “che passa la vita fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubbi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa”.
Giovanni Verga
Pubblicato la prima volta nell’ agosto del 1878 sul “Fanfulla”, il racconto entrerà nella raccolta Vita dei campi “spartiacque fra un prima e un poi della novellistica italiana” (Carla Ricciardi), che sarà stampato da Treves nel 1881 (una seconda edizione, illustrata da Arnaldo Ferraguti, uscirà nel 1897).
Malpelo è sicuramente nato dall’incrocio miracoloso della crisi artistica ed esistenziale dello scrittore con la presa di coscienza del mondo contadino e minerario che l’inchiesta di Franchetti e Sonnino del 1876, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia e soprattutto il capitolo supplementare all’inchiesta, intitolato Il lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane, facendo inorridire, aveva rivelato al mondo come tremenda piaga sociale. Verga, privo com’era di memoria “zolfifera”, sposta l'azione del dramma dalla miniera di zolfo alla cava di rena. Un altro grande scrittore, di conoscenza e memoria delle zolfare, l’agrigentino Pirandello, riprenderà anni dopo, con altro stile e altra concezione letteraria, con altra soluzione poetica, il racconto del caruso di miniera che chiamerà Ciàula (Ciàula scopre la luna).
Rosso Malpelo dopo Nedda e Jeli il pastore è la tappa più vicina, con Cavalleria rusticana, La Lupa, L’amante di Gramigna, alla perfezione stilistica, alla compiuta poesia de I Malavoglia.
In Malpelo c’è ancora una qualche esitazione linguistica, un certo inceppamento nella restituzione del linguaggio popolare che si evidenzia col ricorso, per certi modi di dire, al corsivo.
Ma Rosso Malpelo è certo uno dei capolavori della novellistica verghiana. C’è nel racconto, nascosta sotto la crosta lavica della impersonalità, una struggente pietà per il personaggio, c’è un sentimento sepolto nei meandri profondi della memoria e del cuore.

“Linea d'Ombra”, febbraio 1992 – già pubblicato da “Rossoscuola”, 1988, nella rubrica Leggere gli anni verdi

19.6.18

Non importa chi sono. Una poesia di Franca Rame

Franca Rame in una foto dei primi anni 50
Non importa chi sono
Non importa come mi chiamo
Potete chiamarmi Strega
Perché tanto la mia natura è quella
Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita,
dal primo calcio che ho tirato al mondo
Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell'anima,
sono una di quelle donne che hanno la vista e l'udito di un gatto,
sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche,
sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.

E sono bella!
Ho la bellezza della luce,
ho la bellezza dell'armonia,
ho la bellezza del mare in tempesta,
ho la bellezza di una tigre,
ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell'erba gramigna!
Per cui sono Strega.

Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un'altra,
sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale... sono io!
Sono Strega perché sono fiera
del mio essere animale-donna-zingara-artista
e folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa, 
perché dico sempre ciò che penso,
perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa,
della parola potente e possente
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio,
di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici
Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io - prima o poi - potrei finirci dentro.

In Alessandra Vanzi, Bella come la luce e la tigre, “alias-il manifesto”, 1 giugno 2013


Franca Rame. Censuratissima, sfrontata, capocomica della rivoluzione (Gianni Manzella)


Poco più di cinque anni fa moriva Franca Rame. Non credo che siano stati in molti a ricordarla. Ha giocato contro di lei una congiuntura politica sfortunatissima: l'alleanza con la Lega del fascistoide Salvini del movimento 5 Stelle, che Dario Fo, il Nobel che gli fu compagno di vita, sosteneva, spinge a dimenticare non solo i meriti di Dario (che furono grandi), ma anche quelli di Franca che per alcuni aspetti lo furono anche di più.
Se è vero, che – come dice il sociologo Roberto Rovelli, uno dei miei compagni di università che più stimo, – la libertà delle donne è il lascito più importante che – un po' paradossalmente – il Sessantotto ci ha lasciato, Franca ha dato alla cosa un contributo rilevante, oserei dire decisivo, almeno in Italia, pagando un prezzo altissimo.
Il testo che qui riprendo – sobrio e sugoso - introduceva, nella prima pagina, un numero di “alias – il manifesto” dedicato in ampia parte a Franca Rame, a pochi giorni dalla scomparsa. (S.L.L.)

Ha dato calore 
al movimento 
che un tempo c'era, 
impossibile 
non vederlo, 
ancora oggi, 
sullo sfondo

Non ricorderemo Franca Rame solo come la moglie di Dario Fo, anche se quella «coppia aperta, quasi spalancata» è stata in teatro una delle più longeve delle nostre scene, da quei lontani anni 50 del loro incontro subito teatrale.
E quanto teatro hanno traversato insieme, dagli anni anarchici e grotteschi di quelle bellissime farse dai titoli indimenticabili, metti Chi ruba un piede è fortunato in amore o Settimo, ruba un po' meno, lei bellissima e spiritosa, lui con quella faccia un po' così, da svitato, entrambi non a caso censuratissimi nella televisione democristiana; a quelli solo apparentemente più politici di Nuova scena e della Comune, quando ogni spettacolo diventava un po' un happening. Girando fra Case del popolo e palazzetti dello sport sempre pienissimi di ragazzi e non solo, quelli che qualche anno dopo avrebbe raccontato benissimo Nanni Moretti, autarchici e già un po' disillusi. E con quanto divertimento, mica le tetraggini del cosiddetto teatro politico.
E si pagava volentieri il prezzo dell'immancabile sottoscrizione, di qualche causa da finanziare, dei bicchieri da comprare per sostenere una fabbrica occupata. Perché non erano soli, e questo contava. Si sentiva nell'aria. C'era il Living di Beck e Malina che spingeva il pubblico a uscire dai teatri e lo
portava per le piazze e i luoghi dell'istituzione negata. E Carmelo Bene che buttava via il monologo di Amleto. E Leo e Perla che se ne scendevano a Marigliano per vedere cosa succedeva a mettere insieme Shakespeare e sceneggiata.
È che non c'era distanza fra la Franca e Franco Basaglia, voglio dire che si percepiva un sentimento non di contiguità ma di continuità. Era la stessa lotta, lo stesso tentativo di dare compimento a quel che appunto era nell'aria. Lo spirito del '68, del maggio francese dei teatri occupati, fra rivolta e rivoluzione, ma da noi bisognava tornare indietro di qualche anno se si voleva capire qualcosa, a quell'estate del '60 quando altri ragazzi avevano cancellato per sempre (sembrava) certe tentazioni autoritarie. Ma Franca in teatro c'era nata e fino all'ultimo ne ha sentito la nostalgia. E così noi di lei, di quella sua sfrontata leggerezza che sapeva di attori girovaghi, di un teatro fatto all'impronta, capace di meditata improvvisazione.
Capocomica per imprinting familiare, se è vero che venivano giù dai comici dell'arte: e Fo sarebbe stato buon erede, con quel Mistero buffo che si è visto chissà quante volte e sembrava sempre diverso, forse lo era. Poi, certo, c'è stata la donna impegnata nelle lotte delle donne e per una società meno diseguale, capace di raccontare a tutti cos'è uno stupro.
A un certo punto persino senatrice della Repubblica. Anche lì capace a un certo punto di dire no, per non essere complice del finanziamento di missioni belliche di cui troppi hanno finto di non vedere la contraddizione violenta con quel ripudio della guerra che pure è uno dei cardini della nostra Costituzione.
Ecco, in un momento in cui è vera emergenza la difesa della nostra Costituzione democratica, piace
ricordarla anche così.

“Alias”, Supplemento settimanale de «il manifesto», sabato 1 giugno 2013

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