31.12.18

La poesia del lunedì. Guilaume Apollinaire (1880 - 1918)

Guillaume Apollinaire
So da dove viene, Sirene, la vostra noia
Quando vi lamentate, al largo, nella notte?
Mare, io sono come te, pieno di voci insidiose
E i miei vascelli canori si chiamano anni.

Saché-je d’où provient, Sirènes, votre ennui
Quand vous vous lamentez, au large, dans la nuit ?
Mer, je suis comme toi, plein de voix machinées
Et mes vaisseaux chantants se nomment les années.

da Le bestiaire ou cortège d'Orphée (1908)




28.12.18

Per i bambini poveri. Una poesia di Alda Merini

Alda Merini

Per i bambini poveri
che non vivono nel paese dei balocchi
auguro che il Natale
porti una famiglia che li adotti

Un grande editor. Severino Cesari legge “Io non ho paura”. Una lettera a Niccolò Ammaniti


Nell'ottobre scorso, in occasione dell'anniversario della morte di Severino Cesari, “la Repubblica” ha dedicato uno dei suoi inserti culturali (i “Robinson”) al ricordo del grande intellettuale (giornalista, editor, scrittore, poeta e ancora altro) di Città di Castello. Tra le testimonianze è presente quella di Nicolò Ammaniti, che vi ha aggiunto una lettera ricevuta da Cesari quando insieme stavano procedendo alla revisione di Io non ho paura, databile tra il 200 e il 2001, l'anno di uscita dell'importante romanzo. La lettera, che qui riprendo, è assai bella e molto ci dice del modo di lavorare di Cesari come editor e del rapporto che instaurava con i “suoi” scrittori. (S.L.L.)

Severino Cesari in una foto del 1996

Niccolò, bravo, è fortissimo.
L'ho letto stamattina presto in un bar caldo, era una bellissima sensazione di mente eccitata, mi ha preso molto. L'ossatura era bella poderosa già da prima, ora la ciccia intorno alle ossa è tanta di più, al punto giusto senza eccedere, le parti del corpo escono fuori belle tornite, viene voglia di un rapporto fisico con questo libro, anche più che con Ti prendo e ti porto via. Credo sia giusto il titolo, è stata una "certezza" di stamattina (ma continuiamo a pensarci naturalmente) perché ho avuto molto chiaro che proprio la paura è la chiave profonda di tutto:
mi è venuta forte questa domanda in testa:
qual è la paura peggiore e più inconfessabile di un bambino?

e tutto in fondo ruota nel libro intorno a questo motivo e alla lotta per dominare e vincere scomposto e disseminato in tanti motivi secondari della paura: - la paura che tuo padre sia un mostro - la paura che ti tagli le orecchie (o il pisello) e ti metta in un buco, che è la tomba - la paura di desiderare tua madre, con la quale infatti "lotti" o "balli" dunque la scopi - la paura della morte e dei morti - la paura del corteo dei mostri - la paura di dover competere con gli altri, perché per un bambino tutto è guerra e competizione continua - la paura degli orsetti lavatori, del signore dei vermi, di ciò che è ignoto insomma tutto ruota in modo narrativamente coerente, attraverso il punto di vista del bambino Michele che rimane tale anche se narrato da un adulto, intorno a una "familiarità" che si scopre "perturbante", inquietante, e questo è un motivo profondissimo, è IL motivo archetipico della paura, per ciascuno etc ed è bellissimo come adesso nei dialoghi tra i personaggi, tra Michele e la sorella, Michele e Salvatore tornano in un caso e nell'altro, "disseminate" e come intrufolandosi segretamente, corrodendo la normalità del linguaggio, queste paure, guidate e determinate dal mistero del bimbo nel buco; - nel dialogo perfetto con Salvatore la bellissima scenetta del figlio morto/zombie, esemplare per economia di linguaggio e molto comica (e paurosa insieme) - nel dialogo con la sorella sulla fiaba del bambino nel sacco si intrufolano, deformando la fiaba, tutte le paure - nell'abbraccio con il padre ecco in pieno l'unione di confortante/ inquietante, mostruoso/familiare - bella anche la scenetta del cane nell'acqua e le zecche, con Barbara che canta Bella ciao, mi sembra fondamentale aver esplicitato quel vuoi essere il mio fidanzato che era implicito già in Barbara, etc etc - bellissima la scenetta alla Taricone di Felice che canta double face in slip e anfibi, vecchia checca insomma sono molto contento di come stanno venendo fuori queste scene diciamo così "orizzontali", se il ritmo del libro, l'azione è l'aspetto "verticale" Proprio la combinazione di ritmo asciutto e nervoso dell'azione e dialoghi/ scenette buffe e tornite danno un sapore inconfondibilmente " ammanitiano" e al tempo stesso nuovo, proprio il driver non è la commedia ma un ritmo filato, implacabile, come se questo buco nel terreno esercitasse a ritroso una forza magnetica implacabile su tutto il libro, tirandolo a sé dettagli minimi in attesa della revisione finale: - il vecchio Sergio dice che l'acqua nella stanza è calda come piscio, Michele lo nota; evidentemente gli scoccia perché colpisce sua madre; forse sarebbe allora naturale che la mattina dopo, nella bella scenetta con la madre che è sollevata perché alla fine lui ha passato la notte con Sergio senza problemi, così vuol credere, sarebbe forse naturale che lui trovasse modo di dirle « ha detto che l'acqua era calda come piscio » , insomma forse serve un dettaglio cattivo di Michele sul vecchio?

- quando Michele ha paura di essere scoperto fuggendo via dalla buca, e pensa « sarebbe stata la fine » ( frase usata da te anche più avanti, nella parte non ancora revisionata) forse serve un'espressione più precisa: avrebbero incatenato anche me nel buco, mio padre mi avrebbe tagliato il pisello, altro che le orecchie?

- quando compare il Subuteo forse suona meglio " schierate" ( Juve e Torino) di " disposte"? ma queste e altre sono cose minime che fanno parte dell'ultima mano credo

un abbraccio Seve


Batteri restauratori



Uno studio del Centro di ricerca interdipartimentale dell’Università di Ferrara ha scoperto l’esistenza di «batteri restauratori», microrganismi che aiutano a proteggere le opere d’arte dal degrado. Il gruppo di lavoro impegnato guidato dalla microbiologa Elisabetta Caselli ha testato con risultati incoraggianti i batteri probiotici del genere Bacillus, già utilizzati negli ospedali, sull’Incoronazione di Maria Vergine realizzata da Carlo Bononi tra il 1616 e il 1617, custodito nel transetto della chiesa di Santa Maria in Vado a Ferrara, e danneggiato dal terremoto del 2012.
Erano sotto osservazione batteri e funghi che colonizzano le tele antiche, nutrendosi di pigmenti come la lacca rossa e le terre rosse e gialle: “banchetti” che a lungo andare degradano il dipinto. A partire da un piccolo campione di tela, il gruppo di lavoro ha realizzato un vero e proprio censimento dei microrganismi presenti sui materiali pittorici e sulla tela del capolavoro di Bononi: tecniche di microscopia e colture microbiche hanno permesso di isolare i diversi ceppi di batteri, oltre che funghi appartenenti ai generi Aspergillus, Penicillium, Cladosporium e Alternaria.
"Da anni il Centro Interdipartimentale CIAS dell’Ateneo si occupa di ricerche sul popolazioni microbiotiche, soprattutto in ambito ospedaliero” ha spiegato la professoressa Caselli, “dove ha dimostrato che il trattamento con batteri probiotici del genere Bacillus può ridurre fortemente la contaminazione da patogeni e le conseguenti infezioni. Sulla base di questi dati, il gruppo ha ipotizzato che la ‘rimodulazione’ del microbiota possa essere un principio generale applicabile in molti campi, tra cui quello della conservazione dei beni culturali e delle opere d'arte".
Sulla tela del Bononi si è testata la sensibilità dei microrganismi contaminanti ai batteri Bacillus, che si sono rivelati in grado di inibire la crescita di tutte le specie microbiche isolate dal quadro. Potrebbe essere una rivoluzione per il mondo del restauro.

Fonte – Francesca Grego in “Arte.it”, 10 dicembre 2018

Cobra



Per ridurre il numero dei cobra che infestano il paese, il governo indiano ha messo una taglia per ogni serpente consegnato. Risultato: molte persone hanno cominciato ad allevare i cobra per ottenere le taglie. 

Nella "spremuta di notizie" di Giorgio dell'Arti del 28 dicembre 2018, da "la Repubblica" (Ammanniti)

27.12.18

Acerra. Marziale nel siciliano della mia Campobello (oltre che in italiano e latino)


Antica anfora da vino
Si di vinu d'ajeri
piensi c'Acerra feti
t'inganni, ca di prima
matina Acerra vivi.

Se tu credi che Acerra
puzzi del vino d'ieri,
sbagli: sul far dell'alba
Acerra sempre beve.

Hesterno fetere mero qui credit Acerram,
fallitur: in lucem semper Acerra bibit.

Marziale, Epigrammi, I, 28 - Traduzioni S.L.L.

Il pretendente. Marziale nel siciliano della mia Campobello (oltre che in italiano e latino)



Gemellu ora si voli maritari,
disìa a Maricchia, ci sta sempri 'ncuoddhu,
preia, manna riala. È accussì beddha?
Ma quali! Ch'è cchiù ladia di la morti!
Però iavi la tussi e nun ci passa.

Gemello vuole in sposa Maronilla,
la brama, le sta addosso, fa preghiere,
la copre di regali. È così bella?
Niente è più repellente in verità.
Perché gli piace? Perché ha una brutta tosse.

Petit Gemellus nuptias Maronillae
Et cupit et instat et precatur et donat.
Adeone pulchra est? Immo foedius nil est.
Quid ergo in illa petitur et placet? Tussit.

Marziale, Epigrammi, I, 10 - Traduzioni S.L.L.

Anniversari. India, una strage di 50 anni fa.

Tempio Tamil a Thanjavur


MADRAS, 26
Ventotto persone, quasi tutti donne e bambini, sono morte nella notte scorsa in seguito a una selvaggia rappresaglia antidemocratica in un villaggio della provincia di Thanjavur. I proprietari terrieri della zona avevano reclutato per il raccolto lavoratori estranei alla regione rifiutandosi di dare lavoro al bracciantato locale generalmente orientato in senso rivoluzionario. Naturalmente i sopraggiunti sono stati accolti con manifestazioni ostili e ne sono nate risse nel corso delle quali uno dei nuovi venuti è stato ferito gravemente o ucciso (le informazioni sono assai vaghe). Allora i compagni di costui evidentemente reclutati dagli agrari in base alla loro disponibilità ad essere impiegati come mazzieri hanno vilmente dato alle fiamme — nella notte — numerose case del villaggio determinando in tal modo la morte di molti fra le donne e i bambini che vi dormivano. I cadaveri carbonizzati finora ritrovati sono come si è detto ventotto. Si ignora fino a questo momento se le autorità abbiano preso provvedimenti a carico dei responsabili dell'orrendo crimine.

l'Unità 27 dicembre 1968

Le gladiatrici. Un Marziale un po' kitsch



Non basta, Cesare, che ti serva in armi
il bellicoso Marte, al tuo servizio
milita adesso Venere in persona.

Belliger invictis quod Mars tibi servit in armis,
Non satis est, Caesar, servit et ipsa Venus.

Marz. De spectaculis, VI.
La lezione con servit, incerta ma convincente, è quella scelta dalla edizione in mio possesso, Utet, 1980, a cura di Giuseppe Norcio. La traduzione è mia. (S.L.L.)

26.12.18

Dell'innaffiare il giardino. Una poesia di Bertolt Brecht


Oh, bello innaffiare il giardino, per far coraggio al verde!
Dar acqua agli alberi assetati! Dai più che basti e
non dimenticare i cespugli e siepi, perfino
quelli che non dàn frutto, quelli esausti
e avari. E non perdermi di vista
in mezzo ai fiori, le male erbe, che hanno
sete anche loro. Non bagnare solo
il prato fresco o solo quello arido:
anche la terra nuda tu rinfrescala.

Da Poesie e canzoni, trad. Ruth Leiser e Franco Fortini, Einaudi 1967

L’economia dell’impoverimento (Giuseppina Ciuffreda)


Un vecchio articolo di una giornalista colta, curiosa e problematica - una “utopista concreta” fu definita - , purtroppo scomparsa anzitempo nel 2015. Mi pare che il testo nulla abbia perso del suo interesse, anzi... (S.L.L.)


Un paradosso contemporaneo è la convinzione di poter controllare la natura ma non i mercati. Si manipola un organismo che opera magistralmente da tre miliardi e mezzo di anni, ma si ritiene impossibile cambiare un tipo di economia creata dall’uomo stesso. L’economia che fa girare il mondo è infatti un’invenzione recente, coeva della Rivoluzione industriale. I mercati sono sempre esistiti ma non l’economia del laissez-faire, del lavoro salariato e dell’uso insostenibile della natura. Nella Grande trasformazione Polanyi definisce un atto di fede il mercato che si autoregola perché il lasciar fare da solo non approderebbe a nulla. Per affermarsi deve essere imposto, e lo fa con l’aiuto dello Stato. Valutazione condivisa da Fernand Braudel in Civiltà materiale, economia e capitalismo, XV-XVIII secolo: i capitalisti non hanno mai usato liberi mercati ma un regime di monopolio, appoggiati dagli Stati contro il resto della popolazione.
I padri fondatori dell’economia di mercato erano convinti che seguendo le sue leggi “naturali” ci sarebbe stato benessere per tutti. Furono molto sorpresi quando si resero conto dei poveri. La distruzione della società rurale inglese aveva trasformato dignitosi contadini privati del reddito agricolo e del loro ambiente culturale in «una folla di mendicanti e di ladri» (Polanyi). Nonostante le misure sempre più dure adottate per eliminare la protezione sociale e della natura, ostacoli al libero mercato e alla sua necessaria affermazione su scala mondiale, i poveri aumentavano. Alla fine fu chiaro che la crescita della ricchezza della società e delle classi al potere portava con sé la miseria di ampie fasce di popolazione e l’era vittoriana vide una forte reazione di autodifesa della società: legislazioni sociali, filantropi, pionieri ambientalisti, socialisti, movimento operaio…
L’economia del libero mercato è dunque una creazione umana datata, che in poco più di due secoli ha portato benessere materiale a parti consistenti di popolazione mondiale producendo allo stesso tempo catastrofi ambientali e sociali planetari. Per Braudel, Polanyi e Marcel Mauss, teorico dell’economia del dono, il suo difetto di fondo è l’aver messo al centro della vita sociale il guadagno, ritenendo caratteristica principale dell’agire umano la vocazione a perseguire il proprio interesse materiale. Ma l’economia non è mai stata al centro delle culture pre-industriali. Relazioni, riti e simboli sono sempre stati al primo posto, accanto alle attività tese a soddisfare bisogni di base.
L’esempio più citato, anche da Mauss e Polanyi, è lo studio di Bronislaw Malinowski Argonauti del Pacifico Occidentale, pubblicato nel 1922 dopo due anni di permanenza nell’arcipelago delle Trobriand. Osservando le relazioni commerciali intertribali degli indigeni, Malinowski distinse due tipi di commercio: per i bisogni materiali delle comunità e il Kula Ring, un commercio cerimoniale ben più importante. Le spedizioni rituali, con radici nel mito, seguivano un circuito chiuso tra le isole per scambiare lunghe collane di conchiglia rossa e braccialetti di conchiglia bianca, indossati soltanto per occasioni eccezionali. Un possesso a tempo, poi gli ornamenti tornavano a circolare. L’obiettivo era la coesione sociale e la creazione di relazioni permanenti tra donatori.

“il manifesto”, 26 agosto 2011

Il lato oscuro dei social network (Giuseppina Ciuffreda)


Un vecchio articolo di una giornalista colta, curiosa e problematica - una “utopista concreta” fu definita - purtroppo scomparsa anzitempo nel 2015. Mi pare che il testo nulla abbia perso del suo interesse, anzi... (S.L.L.)

Giuseppina Ciuffreda

George Catlin, esploratore e pittore americano, dal 1830 al 1836 viaggia attraverso gli Stati Uniti disegnando ritratti dei capi pellerossa e scene di vita quotidiana dei diversi popoli. Ha capito che un mondo sta scomparendo e vuole conservarne la memoria, ma nel villaggio Mandan incontra la reazione dura delle donne che dopo aver visto con meraviglia la portentosa somiglianza tra ritratto e modello, non vogliono che continui nell’opera. I disegni sembrano vivi e per le donne «una tale operazione non poteva essere portata a termine senza sottrarre al soggetto ritratto un po’della sua vita... La sottrazione di vita naturale per istillarne un po’ da un’altra parte era, secondo loro, un’operazione inutile e distruttiva, un’operazione che avrebbe nuociuto molto alla loro comunità».
La vanità dei maschi alla fine prevale e ne siamo felici per le immagini storiche. Le Mandan erano succubi della magia omeopatica, direbbe l’antropologo James Frazer (Il ramo d’oro, 1890) ma la resistenza a cedere qualcosa di sé all’altro sconosciuto viene suggerita da fonti diverse. I Ching, millenario libro di sapienza cinese, avverte di non lasciare incustodito il cestino con le proprie “uova”, in diverse culture il nome concentrava l’essenza di chi lo portava e per non cadere in potere di altri era segreto o non si rivelava facilmente. Gesù nel Vangelo raccomanda di essere semplici come colombe ma «prudenti come serpenti», e nella teologia cattolica la Prudenza è una virtù cardinale, è il discernimento nella scelta. La Profezia di Celestino, testo new age, spiega come il conflitto tra umani sia una lotta continua per appropriarsi dell’energia dell’altro, e suggerisce modi per aprirsi senza cedere la propria né cercare di prendere quella altrui.
Mantenere il segreto è stato il suggello per la nascita dell’amicizia e avere un segreto da custodire, la percezione di vivere in «un mondo per certi versi misterioso», per Jung è un momento importante della crescita interiore (Il libro rosso). Ma non essere conosciuti, liberi dal controllo dei paesi, è anche un desiderio moderno, un beneficio nella transizione faticosa dai mondo rurale alla città.
La cautela, istintiva negli animali, ne va della loro vita, è stata per millenni legge non scritta dell’umanità ma in pochi anni, gli ultimi, fornire dati della propria vita ed esporsi pubblicamente è diventata una regola di massa. Tv delle viscere, reality, gossip, calendari, telefonini, accesso a siti web, you tube e social network. Per desiderio giusto di condividere, ingenuità e esibizionismo viviamo un incauto abbandono di precauzioni comuni a tutti gli esseri viventi e siamo protagonisti di un aspetto culturale di assoluta novità: la cessione volontaria di sé ad altri che non conosciamo. Esistere nei nuovi mezzi di comunicazione che annunciano il futuro dona un carattere identitario positivo, non sfiora il sospetto di condividere il fato dei tacchini invitati alla Festa del Ringraziamento passando per il forno. Perché le informazioni valgono, sul mercato della pubblicità, e non solo, i dati sono pepite d’oro e i social network sono miniere per chi li ha creati, informazioni che finiscono a disposizione di imprese e anche di Stati. Non a caso negli anni Ottanta per difendere i dati sensibili dai controllo dello stato c’è stata una forte lotta dei movimenti in Germania, al pari delle proteste in Gran Bretagna contro l’introduzione della carta d’identità decisa da Tony Blair.

“il manifesto”, 10 febbraio 2013

Una conferenza a Smirne, intorno al 160 d.C (Elio Aristide, oratore e retore, II secolo d.C.)

Le rovine di Smirne

Le stesse cose si ripeterono anche dopo, quando fummo a Smirne. Anzi, ancor prima di entrare in città, vi furono persone che ci vennero incontro perché si era sparsa la voce del mio arrivo, e i giovani più in vista mi si offrivano come allievi, ed era stato già stabilito un certo tipo di conferenza, e fissata in tutti i dettagli la convocazione.
In quel periodo un omuncolo egiziano aveva fatto irruzione nella città, e un po’ esercitando la corruzione su alcuni consiglieri, un po’ dando a intendere a certa gente del popolo che si sarebbe dedicato alla vita politica ed avrebbe fatto con le sue ricchezze chissà quali straordinarie e generose largizioni, era balzato, comunque sia, alla ribalta dell’Assemblea, e la città era preda di una simile vergogna.
Di tutto ciò io non ero a conoscenza (lo venni comunque a sapere più tardi), anche perché mi limitavo a tenere delle riunioni in casa con i miei amici; ma proprio quando costui si apprestava a presentarsi all’Odeon vicino al porto, e a tenervi una conferenza - o per pubblico decreto, o non so come -, io feci questo sogno. Mi pareva di veder sorgere il sole dalla piazza, e di pronunziare questa frase: «Aristide declamerà oggi nella sala del Consiglio alle ore dieci».
Mi svegliai con la sensazione di pronunziare e sentire al tempo stesso queste parole, al punto che cercavo di capire se era sogno oppure veglia. Convocai i miei amici più importanti e comunicai loro l’ordine ricevuto. L’annunzio scritto fu esposto proprio allora, perché già si avvicinava l’ora fissata dal sogno, e di lì a poco ci presentammo sul posto per parlare. E malgrado quella mia sortita avesse luogo cosi all’improvviso, e all’insaputa dei più, pure la sala era così piena che non si scorgeva altro che teste umane, e non c’era posto dove infilare una mano. E tali furono da parte di tutti le manifestazioni di plauso e di simpatia, anzi, se proprio dobbiamo dire la verità, di vero e proprio entusiasmo, che non si vide una sola persona seduta né durante il preludio né quando mi levai a declamare. Fin dalle prime battute si erano alzati in piedi, e soffrivano gioivano sbigottivano assentivano alle mie parole, e lanciavano grida mai sentite prima, ciascuno facendo a gara nel tributarmi le lodi più alte.
Più tardi, dopo esserci allontanati dalla sala del Consiglio, mentre eravamo occupati a fare il bagno, qualcuno mi portò la notizia che quel tale, pur avendo indetto la riunione per quella data con tre giorni di anticipo, era riuscito a racimolare nell’Odeon diciassette persone in tutto. E non c’è dubbio che da quel giorno egli incominciò a mettere giudizio.

Da Discorsi sacri, L, 29-34 Keil in Salvatore Nicosia, La Seconda Sofistica, Salerno Editrice, 1994

25.12.18

Natale 1948 a Roma. I prezzi astronomici dei generi gastronomici



Nonostante le demagogiche ordinanze di Scelba. nonostante i fermi, le contravvenzioni e gli arresti dell’altro ieri “la consueta polvere negli occhi”, i prezzi in questi ultimi tre giorni sono paurosamente aumentati al mercato all'ingrosso e quindi in quello al minuto.
Abbiamo accennato ieri al capitone, pesce tipico della festività natalizia, in vendita all'ingrosso a 1800 lire, ma in realtà tutto il mercato del pesce ha subito aumenti non indifferenti, che variano dalle 100-150 lire per quello normale alle 500 lire per pesce fino e al doppio (000 lire) per le anguille.
Gli abbacchi e i polli hanno raggiunto ieri le 700 lire al chilo, contro le 450 dello scorso Natale, i tacchini vengono venduti a 1100-1200 lire al chilo. Anche i generi di salsamenteria hanno risentito della vicinanza delle feste; così il prosciutto è aumentato di una trentina di lire, il parmigiano costa 200 lire l'etto e la conserva è aumentata di una quarantina di lire.
L’olio (in questo settore si parla di cattivo raccolto) ha felicemente toccato le 150 lire al litro ed il lardo è aumentato di 60 lire l’etto.
Gli zamponi e gli altri generi tipicamente natalizi sono poi assolutamente intoccabili per la maggior parte della popolazione. Si parla di 1000, 1500 lire al chilo.
Magro cenone e un ancor peggiore pranzo di Natale, attendono dunque i romani. Si dovrebbero sborsare svariati biglietti da mille perché ogni merce fosse accessibile.

“l'Unità”, pagina della cronaca di Roma, 25 dicembre 1948

24.12.18

La poesia del lunedì. Bertolt Brecht




Il fumo

La casetta fra gli alberi al lago
dal tetto fila fumo.
Non ci fosse
come tristi sarebbero
casa, alberi e lago.

22.12.18

Penso a te... Una poesia di Giangiacomo Amoretti




Penso a te... Nel tepore di una stanza
disadorna, mi accoccolo fra le ombre
morbide che ora avvolgono gli effimeri
brillii di questi piccoli amuleti
semivivi – una croce ovale, un ferma-
carte d’oro, una rosa di cristallo –
e chiudo gli occhi. Penso che la tua
presenza sola ora mi manchi: tu,
minima in mezzo a questi oggetti minimi,
a tracciare con lievità il cerchio
più ristretto in cui ora inclino e chiudo
la mia anima – tu, lì addentro, quasi
un punto, un fiato, meno ancora – tu,
semicelata e fioca, lì, nel centro.

Da “Fili d'aquilone”, rivista on line, n. 48, gennaio aprile 2018

Anniversari. Un pranzo a Bloomsbury


Riprendo la notizia da un pezzo di Enrico Franceschini, su “la Repubblica” di ieri. (S.L.L.)
Doughty Street, Bloomsbury, London

Pranzo di Natale in casa Dickens, al 48 di Doughty Street di Bloomsbury (c’era anche Thackeray): zuppa di cavoli e formaggio, frittelle ai funghi e insalata di barbabietole, gnocchetti di riso, salmone al curry e cosciotto di montone farcito alle ostriche, tacchino ripieno, crema di limone “all’italiana”, budino di prugne. Più tardi biscotti e macaron (dischetti di meringa alla mandorla) con punch e vin brulé.
Per celebrare i 175 anni dalla composizione del Canto di Natale, il pranzo è stato allestito nuovamente nel Museo Dickens, la stessa dimora di Bloomsbury dove abitarono lo scrittore e sua moglie Catherine, attrice e cuoca: «una casetta di quattro piani in stile georgiano, con i vani angusti, la tappezzeria alle pareti, le scale che scricchiolano. Un immobile di questo tipo, nella capitale britannica, oggi vale svariati milioni di sterline, ma allora era relativamente modesto. Le camere hanno mantenuto l’arredamento originale. Inclusa la cucina, nel seminterrato».

21.12.18

Le tre di notte. Un raccontino di Marcello Marchesi

Le tre di notte. La sveglia suona. Gemendo e bofonchiando, si siede sul letto, ferma la sveglia. Sbadiglia. Muore di sonno. A occhi chiusi, afferra un termos già preparato sul comodino e beve, a canna, mezzo litro di caffè. Brontola, forse bestemmia. Va alla finestra, l’apre, respira, scatarra. Si lava la faccia. Finalmente è sveglio. Sono le tre e dieci. Si avvicina al telefono, compone un numero. “Pronto... cara, sei tu? Scusami se ti ho svegliata... ma non potevo dormire... dovevo sentire la tua voce.”

da Diario futile di un signore di mezza età, Bompiani 1993

La facilità in persona. Una poesia di Paul Eluard



La tua dolcezza le tue disfatte la tua fierezza di velluto
La geografia leggendaria dei tuoi sguardi delle tue carezze
L'organo dei contagi
Delle mescolanze degli occhi e delle mani
Della neve e dell'erba
Della primavera e delle erbe
Dei movimenti segreti del mare sotto la pioggia
Del silenzio e del tuo candore magnetico
Del vento che prende il sapore della giovinezza
E dei baci dati da lontano

Del vento che ti dà la mano sotto gli abiti.


La facilité en personne
Ta douceur tes défaites ta fierté de velours
La géographie légendaire de tes regards de tes caresses
L’orgue des contagions
Des mélanges de l’œil et des mains
De la neige et des herbes
Du printemps et des herbes
Des mouvements secrets de la mer sous la pluie
Du silence et de ta candeur magnétique
Du vent qui prend le goût de la jeunesse
Et des baisers donnés de loin

Du vent qui te donne la main sous tes habits.

Da La vie immédiate (1932) – Trad. S.L.L.

I beni culturali come beni comuni (Massimo Bray)


Cordova, La statua di Seneca alla Porta di Almodovar


“La folle avidità degli uomini divide tutte le cose in possessi e in proprietà esclusive, e pensa che ciò che è un bene comune non sia anche di ciascuno. Ma il saggio niente considera maggiormente suo che quel bene di cui ha in comune la proprietà col genere umano”: con queste parole quasi duemila anni fa Seneca dichiarava, in una delle epistole a Lucilio, la propria fede nell'importanza dei beni comuni. E tali vanno considerati innanzitutto i beni culturali, che sono il canale attraverso il quale resta vivo e vitale il nostro rapporto con quel passato che, nella bella immagine di Platone, “è come una divinità che quando è presente tra gli uomini salva tutto ciò che esiste”.
Negli ultimi anni i beni culturali, così come la cultura in generale, sono stati fatti oggetto in Italia di un duplice attacco: da una parte, l'indiscriminata (e poco lungimirante) riduzione dei finanziamenti; dall'altra, la delegittimazione sul piano politico-ideologico, basata sul luogo comune secondo il quale, soprattutto in tempi di crisi, litterae non dant panem. È importante comprendere invece che è proprio la cultura la risorsa sulla quale l'Italia può e deve maggiormente contare per raggiungere gli obiettivi più urgenti: uscire dalla crisi, rilanciare l'economia e l'occupazione, riaffermare il ruolo del paese in un contesto internazionale. Tolstoj assegnava all'arte il compito di educare il popolo al bene comune, a quei valori di fraternità che avrebbero consentito di realizzare la convivenza pacifica tra le persone non sotto la minaccia dei tribunali, bensì come libera adesione, come sentimento divenuto abituale e istintivo in ciascun individuo; e a questo anelito utopico credo si possa ancora guardare come a una fonte di ispirazione per le scelte individuali e collettive: l'arte, la cultura, il patrimonio artistico e architettonico, così come quello paesaggistico e ambientale, possono svolgere una funzione fondamentale di ricostruzione della coesione sociale e del senso di appartenenza alla comunità; ma affinché ciò sia possibile il primo passo deve essere il recupero dell'idea dei beni culturali - e così della scuola, dell'università, delle istituzioni di ricerca - come beni pubblici, che lo stato deve farsi carico di tutelare e valorizzare in prima persona, nell'interesse della collettività e in vista del progresso culturale e civile del paese: nel rispetto (come mostra un altro dei libri recensiti in queste pagine, Costituzione incompiuta) delle direttive ideali consegnateci dai padri costituenti nella carta fondativa della nostra democrazia.

L'Indice, ottobre 2013

20.12.18

Misteri italiani. Dicembre 1948: il Balilla del Casilino e il medico ottimista


Da una pagina dell'Unità, Cronaca di Roma, riprendo la notizia di un oscuro fatto di sangue. (S.L.L.)

Su un oscuro fatto di sangue, che ha avuto mortali conseguenze, sta indagando da due giorni il Commissariato d i P S. Casilino.
L'altro ieri sera, il cinquantatreenne Giulio Lolli. abitante in via Campo di Mele 12. veniva trasportato all'ospedale S. Giovanni a bordo di una jeep della Polizia, accompagnato dal vice-brigadiere di PS Aldo Carosi. dell'Ufficio Casilino. Il Carosi dichiarava di aver raccolto il Lolli, verso le ore 22, in via del Pigneto. Il disgraziato giaceva bocconi in una pozza di sangue, privo di sensi. Alcune persone avevano dichiarato che egli era stato ferito da una sassata lanciatagli da un ragazzo.
Queste le dichiarazioni che il vice-brigadicre Carosi faceva al maresciallo di servizio dell'ospedale S Glovanni. Il ferito veniva visitato e medicato dal dott Russo, il quale emetteva il seguente referto: “Contusione alta regione temporale sinistra e dorso naso, lieve stato di choc, guaribile in 6 giorni, salvo complicazioni”.
Poco dopo, invece, le condizioni del ricoverato peggioravano e verso le ore 23.30, il Lolli si spegneva. La tragica sciagura ha vivamente impressionato la popolazione della zona. Sulle cause della tragica fine del Lolli circolano le voci più disparate. Si parla con molta insistenza di delitto e le indagini della Polizia sono appunto orientate ad accertare quanto ci sia di vero in queste supposizioni.

“l'Unità”, 1 dicembre 1948

17.12.18

La poesia del lunedì. Bertolt Brecht



Da leggere al mattino e alla sera

Lui, che io amo,
mi ha detto
che ha bisogno di me.

Per questo
ho cura di me stessa
guardo dove cammino e
sto attenta che ogni goccia di pioggia
non mi uccida.

Palermo, 60 anni fa: gli spaghetti con le vongole da Spanò, a Romagnolo (Simonetta Agnello Hornby).



Palermo del Novecento. Uno stabilimento balneare a Romagnolo
Spanò era famoso per la pasta con le vongole (piatto di cui ero ghiottissima), ne sentivo parlare da sempre e non mancavo mai di guardarlo con occhi golosi quando ci si passava davanti. Costruito su palafitte di legno a Romagnolo, alle porte di Palermo - in una zona rinomata agli inizi del secolo per gli stabilimenti balneari e poi, nel dopoguerra, per la mafia dei mercati generali -, il ristorante aveva mantenuto una certa dignità, nonostante i numerosi rattoppi in diversi toni di azzurro, tutti rigorosamente diversi dall’originale, e benché fosse incastrato tra due stabilimenti frequentati più da gatti randagi che da bagnanti. Il proprietario aveva abbellito la passerella con vasi di gerani; a ogni passo le travi scricchiolavano, ma io, totalmente presa dalla nuova avventura, pensavo solo alla pasta con le vongole.
Uno zio mi aveva raccontato dei ristoranti di Roma, la capitale. Erano ottimi, costosi, e vi si incontravano spesso i deputati - una casta a sé, poco amata nella mia famiglia. C’erano anche i ristoranti in cui si cucinavano pietanze di paesi stranieri: ricordo la storia raccapricciante del ristorante cinese dove si servivano nidi d’uccello in brodo e uova tenute a marcire per anni sotto terra. Secondo me, i ristoranti erano posti dove la gente mangiava quando era lontana da casa per lavoro o per diletto e non poteva andare a pranzo da parenti o amici. Non dubitavo, come del resto non ne dubitavano i miei genitori e tutti i nostri parenti, che nelle nostre case si mangiava meglio che in qualsiasi ristorante di Sicilia. Ma la pasta con le vongole di Spanò faceva eccezione. Quella era unica, la migliore. E io stavo andando proprio lì. Da Spanò. Con mio padre. Cos’altro avrei potuto desiderare?
Ricordo il capannone pieno di tavoli con la tovaglia candida e i posti conzati — quasi deserto. Papà mi aveva raccomandato di non chiedere niente, di non bere l’acqua - era inquinata - e di prendere per frutta soltanto banane, se ce n’erano, “gli spaghetti alle vongole meritano, il resto lascia a desiderare”. Aspettavamo di essere serviti; il capannone intanto si riempiva di gente - gli habitué entravano e sedevano rumorosamente, conversavano tra loro e con i camerieri che chiamavano per nome, discutevano della pesca della notte e sceglievano sapientemente il meglio; al momento di mangiare, silenzio assoluto fin quando il primo piatto era quasi vuoto e la fame era stata allontanata. Allora gli avventori si lanciavano con rinnovato entusiasmo nella conversazione - il piacere vero e proprio -, mangiando le ultime forchettate, intingendo il pane nel sugo, succhiando le teste delle triglie fritte, i gusci dei gamberoni e perfino le lische.
Numerosi i solitari. Pensai che quelli dovevano essere gli amici di papà, i rappresentanti di commercio. Erano di casa, da Spanò: sceglievano rapidamente dal menu che conoscevano a memoria, aspettavano impazienti, si buttavano sul cibo con voracità; poi anche loro rallentavano. Ma ecco che era già il momento di pagare, di nuovo in fretta, e di rimettersi in viaggio. Uno, seduto accanto a noi, all’apice del piacere, la forchetta ancora in mano con infilzato l’ultimo boccone di dentice, masticava piano e guardava languido Monte Pellegrino attraverso le vetrate, in attesa del conto. Arrossì, quando il cameriere dovette scuoterlo per farsi pagare, e io mi sentii complice.
Nessuna pietanza è all’altezza degli spaghetti alle vongole di Spanò, che ho rivisitato di recente grazie alle meditazioni di Brillat-Savarin. Ho ricordato l’unica donna che quel giorno sedeva al ristorante, una giovane con il suo innamorato: pasta con le cozze lui, con le vongole lei, e si imboccavano a vicenda. La ragazza succhiava il mollusco con voluttà, gli occhi negli occhi di lui. Noi avevamo finito di mangiare e papà chiacchierava con il cameriere. In bocca avevo ancora il gusto delle vongole e sulle dita l'odore di aglio e di olio – non c'erano lavadita da Spanò. Guardavo la giovane coppia e sentivo uno strano benessere. Mi ritornò, imperiosa, la fame. Di vongole e di spaghetti ma anche di altro.

Da Simonetta Agnello Hornby, Maria Rosario Lazzati, La cucina del buon gusto, Feltrinelli, 2013

Evoluzione di un mito. Didone da Virgilio a Ungaretti e Brodskij (Alessandro Schiesaro)


Posto con gratitudine questa bella pagina di storia letteraria, scritta come recensione di una intelligente antologia: DIDONE. LA TRAGEDIA DELL’ABBANDONO. VARIAZIONI SUL MITO Virgilio, Ovidio, Boccaccio, Marlowe, Metastasio, Ungaretti, Brodskij a cura di Antonio Ziosi, Marsilio, 2018. (S.L.L.)

Illustrazione di Cecilio Rizzardini per il libretto
del melodramma Didone abbandonata di Pietro
Metastasio  per  la  musica  di  Domenico  Sarro 

Il giovane Agostino legge le sventure di Didone e si commuove. A torto, come ricorda nelle Confessioni. Versa lacrime per l'amaro fato della regina cartaginese, abbandonata e spinta al suicidio; manda a memoria gli errori di Enea, mentre, prima della conversione, ignora i propri. Al lettore di Agostino non serve neppure ricordare l’autore di questa storia, la più nota di tutta la letteratura latina, e l’unica, diranno i detrattori romantici dell’Eneide di Virgilio, degna di confronto con i capolavori dei greci. Della tragedia greca la storia di Didone è erede sofisticata, penetrante. È tragica, prima di tutto, la contrapposizione senza speranza tra l’amore della donna per lo straniero improvvisamente arrivato dal mare e il destino che viene imposto ad Enea, quello di proseguire per l’Italia e gettare le fondamenta di un nuovo impero. Ma impostata sui ritmi e i toni della tragedia è l’intera struttura drammatica dell’episodio: dopo un prologo nel primo libro del poema, Virgilio imposta il quarto in veri e propri ’atti’ che segnano il percorso inesorabile verso la fuga di Enea e la morte di Didone. E ancora, tragici sono i principali modelli che si leggono in filigrana: la passione violenta della Medea di Euripide, il suicidio dell’Aiace sofocleo.
Pochi anni dopo la morte di Virgilio, Ovidio celebra la qualità eccelsa di questa narrazione complessa, stratificata, perturbante. Lui stesso ne offre una lettura sottile, che recupera linee di tensione dissimulate, semina dubbi, suggerisce varianti. Dopo, il dialogo di poeti, pittori e compositori con testo principe della poesia romana prosegue ininterrotto per se coli; l’antologia curata da Antonio Ziosi, corredata da un ampio saggio introduttivo ricco di spunti originali, consente di ripercorrerne alcune delle tappe letterarie più stimolanti, dai recentissimi Brodskij e Ungaretti proprio a Ovidio, primo lettore e primo critico dell’Eneide, il cui racconto delle vicende di Didone Brodskij proclama “più convincente” del modello virgiliano.
Come sempre accade per testi letterari che mobilitano a livelli altissimi sapienza compositiva e genialità espressiva, ogni generazione, ogni autore, reagisce in modo originale, costruisce una “sua” Didone. Erede di un lungo dibattito stimolato dai padri della Chiesa, per esempio, Boccaccio delinea una Didone castissima, che preferisce la morte al disonore delle seconde nozze. Prevale però, di norma, un’altra Didone, disperatamente innamorata, vittima umana di uno schema divino, quello della fondazione di Roma, che calpesta senza remore i desideri e le aspirazioni dell’individuo: lo stesso amore di Didone è frutto dell’interessato intervento di Venere, preoccupata di assicurare al figlio una sosta tranquilla sulle rive africane. Sconfitta e sacrificata prima ancora che si alzi il sipario, Didone è incarnazione di una perdita e di un lutto. Muore con lei la dimensione umana del sentimento contrapposta all’imperscrutabile onnipotenza degli dei; muore la sua Cartagine, che i discendenti di Enea metteranno davvero a ferro e fuoco, amplificando le fiamme della pira sacrificale su cui si immola Didone e che Enea scorge da lontano mentre fugge.
Per i contemporanei, Didone è soprattutto simbolo di esilio, perdita, distruzione. I Cori di Didone di Ungaretti decostruiscono in testi brevi e spezzati, la solida architettura epica del libro virgiliano. Ispirati alla poesia per musica di Monteverdi, anche questi Cori saranno musicati da Luigi Nono nel 1958, un lontano omaggio al Didone ed Enea seicentesco di Henry Purcell. Ma questa Didone è emblema di un declino esistenziale, ridotta a «cosa in rovina e abbandonata», come la sua città, che «anche le sue macerie perse» quando i Romani versarono sale sulle mure abbattute di Cartagine per assicurarsi che mai sarebbe risorta. Una Didone non lontana, per molti versi, dal Palinuro che Cyril Connolly, pochi decenni prima, aveva identificato come emblema di una melancolia esistenziale, di un allontanamento dagli spiriti vitali (non è un caso che Palinuro abbia esercitato un fascino notevole anche su Ungaretti). E neppure dalla Didone di Brodskij, vittima di altri esili e di altre crudeltà del potere.

“Il Sole 24 Ore – Domenica”, 2 settembre 2018

Classici del 700. Il dramma di Clarissa, che divertimento! Il romanzo-fiume di Richardson (Luigi Sampietro)

Joseph Highmorw, La famiglia Harlowe (1747). Un quadro ispirato alla "Clarissa"

«Straziami, ma di baci saziami». È il verso di una canzonetta di cent’anni fa, ma avrebbe potuto essere il grido di battaglia, per non dire il motto, di certe eroine come la sventurata Monaca dei Promessi sposi che risponde al richiamo dello sciagurato Egidio, con tutto quel che segue.
Ma per arrivare a tanto, a un simile connubio di impulsi contrari – strazi e tenerezze, voluttà e violenza: e non tanto nella realtà quanto nei libri –, la strada era stata abbastanza lunga. I poeti e soprattutto i narratori del secolo dei Lumi e della Ragione si erano intrattenuti, tanto in Francia quanto in Inghilterra, sulla casistica delle emozioni, e ne avevano cavato virtuose lacrime e svenimenti, morti di crepacuore e viaggi senza meta a caccia di sensazioni. Oltreché, beninteso, un cospicuo novero di relazioni pericolose nei cosiddetti romanzi libertini.
Il bene e il male avevano però sempre avuto ruoli fissi e contrapposti in questa letteratura. I baci e gli strazi non erano ancora gli ingredienti di quel mix erotico ad alto contenuto alcolico che noi conosciamo; ma semplici manifestazioni di tenerezza e di sofferenza insieme, a cui si abbandonavano le vittime di soprusi, che si confortavano a vicenda abbracciandosi.
La necessità di dirimere il dritto dal rovescio – non solo nel fondo della propria coscienza, ma anche nel giudizio della società, bisognosa di ordine per funzionare e produrre – faceva sì che i lettori dell’epoca, e le lettrici, si appassionassero a vicende romanzesche il cui tema era la virtù insidiata delle fanciulle nubili. Gioiello prezioso in un mondo che desumeva i propri valori dalle leggi non scritte del dare e dell’avere, e che verso la fine del secolo avrebbe preso il nome di libero mercato.
La santimonia di chi presentava i propri romanzi con intento edificante – come vedremo tra un momento, parlando della Clarissa di Samuel Richardson – e, perché no?, le buone intenzioni delle persone dabbene che li leggevano, erano l’innesco perfetto per esitare al pubblico storie che avevano talora, volendo andare per il sottile, anche qualche risvolto pruriginoso. Fatta salva la virtù, che non era un termine astratto e aveva un preciso correlativo oggettivo, il resto era tutto un ricamo sull’argomento.
La lezione – o, meglio, la moda – arrivava in Inghilterra dalla Francia, dove aveva preso piede nel secolo precedente aprendo la strada alla libera espressione, orale e scritta. Nel salon, che in realtà era la stanza in cui giaceva malata Mme de Rambouillet (1618-60), “i preziosi”, e soprattutto le “preziose” che saranno successivamente prese in giro da Molière, avevano ingentilito il linguaggio esercitandosi a «tout dire», anche le cose più difficili, «sans brutalité et sans obscurité». E in un romanzo famoso di M.me de Scudéry, era stata addirittura tracciata una Mappa del Cuore (Carte de Tendre) con le varie tappe del percorso amoroso. Un decisivo passo avanti verso un tipo di romanzo in cui la passione avrebbe fatto aggio sulla galanteria, il carattere e l’intimo sentire sul comportamento e sulle manières, e che avrebbe dato luogo al romanzo sentimentale.
Di tutto questo, sebbene rinchiuso in un manicomio, avrebbe riso il Marchese de Sade, che non si peritò, con grave scandalo, di capovolgere il tutto, facendo trionfare il vizio sulla virtù. Fu una scandalosa novità, che però richiamò l’attenzione sul fatto che il piacere, normalmente associato alla nozione di bene, veniva esplicitamente connesso con la pratica della violenza. Cioè, del male.
E poiché è accertato che de Sade, quando scrisse le tre versioni di Justine, ou les Malheurs de la vertu; e l’Histoire de Juliette, ou les Prospérités du vice, avesse in mente Pamela; or, Virtue Rewarded (1740), nonché Clarissa, or, the History of a Young Lady (1747-48) di Samuel Richardson, è da lui che bisogna partire.
Nato nel 1689, Richardson era uno stampatore. Questa professione rese possibile, dopo che ebbe pubblicato con grande successo il suo primo libro, la realizzazione in proprio di un romanzo fiume in sette volumi come il succitato Clarissa (1747 e 1748), che è probabilmente il più lungo che sia mai stato scritto in lingua inglese, ed è ora ripubblicato da Aragno in una traduzione riveduta e corretta di Masolino d’Amico (Samuel Richardson, Clarissa, Introduzione di Masolino D’Amico)
Al pari di Pamela (1740), il cui archetipo era la storia di Cenerentola, Clarissa è un romanzo epistolare messo insieme da un narratore, ovvero l’autore stesso, che limita il proprio intervento alle poche pagine della prefazione e della conclusione. Un modo di presentare gli eventi attraverso la viva voce dei protagonisti quanto mai efficace per un pubblico abituato ad andare a teatro e composto da gente avvezza a comunicare, non esistendo altro mezzo, con lettere e bigliettini d’ogni sorta. Richardson, da parte sua, aveva fama di grafomane e quando un libraio di Londra ebbe l’idea di commissionargli un prontuario – una sorta di segretario galante, e non solo, buono per tutti gli usi – ne venne fuori un libro che fu pubblicato come Letters Written to and for Particular Friends, on the Most Important Occasions (1741). E fu, quello, l’inizio della sua carriera di scrittore.
In Clarissa le lettere sono in tutto 537 e i personaggi una quarantina, ma la maggioranza è a firma di quattro protagonisti, che sono: Clarissa Harlowe e la sua amica Anna Harlowe, da una parte; e dall’altra Robert Lovelace, seduttore seriale, insieme all’amico, confidente e manutengolo, John Belford.
La trama, e di conseguenza la configurazione dei personaggi, non è però semplice come si potrebbe pensare, date le premesse. E molto in breve, a chi affrontasse per la prima volta i quattro volumi (2800 pagine) editi da Aragno, segnalo i fatti che bisogna tener presente. È la storia di una devota ma vivace ragazza di 19 anni che la famiglia vorrebbe dare in sposa a un riccone di nome Solmes, allo scopo di arrivare un giorno – magari, chissà – a un titolo nobiliare. Ma la ragazza, che si chiama appunto Clarissa Harlowe, lo detesta ed è sensibile al corteggiamento di un bellone che risponde al nome di Lovelace, che la famiglia invece avversa. I due hanno la malaugurata idea di fuggire insieme. Lovelace, offeso per il comportamento della famiglia di lei nei suoi confronti, invece di sposarla, pensa di sedurla e poi non sposarla. Clarissa, avendo capito l’antifona, resiste in ogni modo ai tentativi dell’amante, che a un certo punto la intontisce e la stupra. Vinta dalla vergogna, Clarissa muore. Belford che nel corso dell’intera vicenda aveva assecondato i maneggi di Lovelace, si pente e redime; mentre lo sciagurato seduttore conclude la storia soccombendo in un duello contro il colonnello Morden, cugino di Clarissa.
Il romanzo ebbe un immenso successo in Inghilterra e in tutta l’Europa. Liberamente tradotto in francese dall’abate Prévost – l’autore di Manon Lescaut –, lanciò una moda che doveva dominare la letteratura romantica per più di un secolo, giù giù fino a Carolina Invernizio e ai versi della canzone tango di cui sopra. È vero che lo stile di Richardson che tanto rapì i contemporanei, può sembrare, come è stato scritto, «prolisso a quei moderni che non ne sentono la giustezza e la grazia proprie di un secolo che non aveva fretta»; e tuttavia si tratta di un capolavoro.
Richardson è, insieme a Daniel Defoe, il fondatore del romanzo moderno inglese. Ma mentre Defoe costruisce, con Robinson Crusoe e Moll Flanders, due figure memorabili per la loro vitalità e capacità di affrontare il mondo esterno; l’opera di Richardson è soprattutto rivolta alla creazione della struttura interiore dei personaggi. Veri e propri esseri viventi, che interagiscono sul piano morale ed emotivo con i propri simili e prima ancora con i propri principi.
Lo stesso rapporto conflittuale tra Lovelace e Clarissa – il seduttore e la sedotta – che, raccontato in maniera sommaria potrebbe sembrare schematico e semplice come quello, grottescamente capovolto, dei romanzi di de Sade; è invece articolato e complesso al punto di fare di questa storia, e soprattutto del profilo della sua protagonista, un punto d’arrivo insuperato dal punto di vista psicologico, e non solo. E poiché a complicare le cose c’è il fatto che si può davvero pensare che i due protagonisti siano – o siano stati – innamorati l’uno dell’altra, Clarissa è un grande esempio di tragedia borghese. E bene hanno fatto Nino Aragno e Masolino d’Amico a rimetterla in circolazione.

"Il Sole 24 ore - Domenica", 2 settembre 2018

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