16.12.17

Lenin, l'Ottobre e l'Urss (Enrico Berlinguer, Relazione al Comitato Centrale del PCI, 11/1/1982)

Mosca 1971. Enrico Berlinguer con Cervetti e Pajetta nella Piazza Rossa
Lenin è stato grande perché, rovesciando tutti i canoni e le idee correnti nel movimento operaio, secondo le quali la rivoluzione sarebbe stato il prodotto meccanico di uno sviluppo capitalistico giunto al suo culmine, comprese che nell’epoca dell’imperialismo, dello sviluppo ineguale (oltre che della guerra) si erano create le condizioni perché la rottura avvenisse in un paese, la Russia, che rappresentava in Europa uno dei punti più bassi dello sviluppo capitalistico e sulla base di una amplissima alleanza di tutte le masse oppresse attorno al proletariato rivoluzionario.
Fu un errore? Possono continuare a sostenere una simile assurdità solo quanti sono preda del più ottuso anticomunismo o quanti non capiscono che la categoria dell’errore non può esser usata per spiegare avvenimenti grandiosi come quelli della rivoluzione del ’17 e quelli che da essa sono nati.
Giusto è dire invece che Lenin impresse una forzatura — e aggiungerei una forzatura massima — al corso degli eventi: e fu una forzatura che pesò su tutto il corso successivo della vita nell’URSS. Ma fu proprio quella forzatura che salvò la Russia dallo sfacelo; la strappò all’arretratezza in cui si trovava sotto lo zarismo e aprì la strada alla fondazione di una società e di uno Stato autonomi dal capitalismo.
Ed è un fatto che quella società e quello Stato, nonostante le contraddizioni, gli errori e anche le tragedie che segnarono la loro costruzione, specie durante il periodo staliniano, furono un fattore determinante della sconfitta del nazifascismo e furono per decenni un punto di sostegno e di riferimento per milioni di combattenti per la libertà e per l’emancipazione dei lavoratori in Europa e in altre parti del mondo.
Sul piano mondiale, infatti, la rivoluzione del 17 non soltanto dette luogo alla nascita dei partiti comunisti, ma suscitò anche, e diede slancio, a molteplici movimenti di liberazione sociale e nazionale in ogni continente, compresi i comunisti della Cina, che seppero poi imprimere alla rivoluzione nel loro paese un corso proprio, originale, la cui vittoria costituì una nuova tappa nel moto mondiale di riscatto dall’imperialismo e dal capitalismo.
Con la Rivoluzione d’ottobre si aprì, innestandosi e intrecciandosi con la prima, una seconda fase della lotta del movimento operaio mondiale per il socialismo.


“l'Unità”, 12 gennaio 1982

Vai verso un luogo... Una poesia di Viviane Ciampi

Vai verso un luogo che ti sfugge
leggendo pagine dimenticate.
Il reale è intraducibile
carico di sete
ti muore davanti
come un fatto naturale.


Da mezzanotte e labirinti in “Fili d'aquilone”, rivista on line, n.47, luglio-dicembre 2017

15.12.17

De Sanctis. Scrivere e agire per fare l'Italia (Giorgio Ficara)

Francesco De Sanctis, tutto sommato, non necessita oggi di particolari inviti alla lettura. Il suo piglio, il suo genio, la sua veemenza, i suoi apoftegmi, le sue sciabolate fulminee, i suoi adagia sono irresistibili oggi come cento anni fa. Potremmo chiederci se e come e perché leggere oggi Enrico Nencioni o addirittura Giosuè Carducci, i suoi detrattori di allora. De Sanctis no, lo leggiamo. E grazie a lui, critico militante per eccellenza ci chiediamo innanzitutto: a che serve, oggi, la nostra letteratura? A che servirà?
Se De Sanctis avesse ragione, e il suo Hegel avesse ragione, il nostro Paese, tanto problematico oggi, domani sarebbe progredito in «una coscienza sempre più chiara di sé» e in «una maggiore realtà». Lo spirito ha le sue leggi e anche il male la somma degli attuali mali italiani che abbiamo sotti gli occhi - è, secondo questi leggi, un fenomeno necessario dello spirito «nella sua esplicazione».
In effetti, l'ottimismo d De Sanctis sembrerebbe oggi essere messo duramente alla prova, insieme all'idea stessa dell'avanzare della coscienza unitaria nazionale. Che direbbe De Sanctis, oggi, del suo Sud? Della sua Napoli? D'altra parte, tutto il meraviglioso romanzo della Storia della letteratura italiana non è che un suggerimento, una prefigurazione, un impulso verso un fine: «In questo momento che scrivo le campane suonano a distesa, e annunciano l'entrata degli italiani a Roma»: scrivere e agire, come ci dice questa pagina, sono la stessa cosa e «tempi più umani e civili» (nel suono di quelle campane) sono continuamente e infallibilmente davanti a noi.
L'ideale di De Sanctis non è affatto, come pure si è argomentato, «una sorta di umanesimo in cui l'arte abbia un ruolo subordinato», quanto un mondo in cui l'opera d'arte stessa sia principio di umanità e rinnovato senso morale.
Ancora oggi, tra i formalisti e gli impressionisti più irriducibili, De Sanctis conserva molti nemici giurati. Ma la letteratura non è tutto: non è una religione, né un orizzonte al di là del quale cadremmo nel nulla, né un Dio, né un unico fine.
Una letteratura priva di un fine fuori di sé per De Sanctis non è che ozio o meglio, come diceva lui: «inezie laboriose», buone per «cervelli oziosi e vaghi di sciarade». Ogni grande letteratura, per essere tale, non soltanto deve caricarsi dell'elettricità del mondo e delle cose vive, ma anche determinare un progresso, una civiltà.
Lo diceva Gramsci con ogni chiarezza: De Sanctis, come nessun altro, nel suo lavoro ha unito il sogno di «un nuovo umanesimo, la critica del costume e delle concezioni del mondo, e la critica estetica». La letteratura che è essenzialmente libertà «serve» dunque a qualcosa: è a servizio dell emancipazione e dell'unità dei popoli.
D'altra parte, lo Stato laico emancipato dalla teocrazia e la libertà intellettuale o di coscienza nel senso moderno sono mete raggiunte o raggiungibili solo recentemente. Quando Machiavelli si batteva per la libertà, cioè per la «partecipazione de' cittadini al governo», l'Italia, scrive De Sanctis, era il popolo «meno serio del mondo». Vedere «l'ingegno appiè della ricchezza» era un'immagine straziante. Ed ora questo «basso», questo «peggio», questo «buffonesco» italiani «appiè della ricchezza», se De Sanctis avesse ragione, non torneranno mai più.
Ma invece? Non siamo noi oggi nel punto stesso in cui De Sanctis ha lasciato il suo Machiavelli? Che ne è dello spirito e del suo progredire? Dove sono fuggite la coscienza unitaria nazionale e la letteratura che la rispecchierebbe?
Tra i grandi interpreti di De Sanctis, Gianfranco Contini a proposito della Storia parlava d'una concezione teologica o «emanatistica» della letteratura, in cui ogni testo si integra necessariamente nel successivo, appartiene a una continuità evolutiva, come necessariamente ogni uomo vivo appartiene e opera per il progresso di tutta l'umanità.
Carlo Dionisotti distingueva: da una parte la struttura unitaria del nostro Paese, «che nell'età nostra era giunta a fare così trista prova di sé», dall'altra un capolavoro, la Storia di De Sanctis, che «splendidamente rappresentava l’istanza unitaria del Risorgimento».
Tanto Contini quanto Dionisotti, ci dicono che l'immagine «imminente» dell'Italia è il motore e l'effetto poetico generale presente in ogni pagina della Storia. Tutt’ altro che desanctisiani «politicamente», e non vedendo nessuna «continua realizzazione degli ideali umani» nella storia dell umanità, entrambi ammirano la prosa inquieta del professore napoletano: il «passo innanzi» che egli compie, solo, con le sole sue forze, cioè la letteratura, le parole, verso il nuovo e il meglio.
Ma infine: «il pubblico abbandonando la letteratura, la letteratura è costretta a seguire il pubblico», scrive De Sanctis a proposito del Metastasio: non è così oggi? Non sono perdutamente gettati all'inseguimento del pubblico romanzieri come Baricco, Tamaro, Umberto Eco (peraltro tecnicamente imparagonabili al Metastasio)?
Ripensare a De Sanctis, oggi, significa innanzitutto chiudere la porta. Andarsene. Ammutolire. Non offrire valutazioni, classificazioni, distinzioni nel mercato generale delle lettere. E ricominciare da capo, cercare nei nascondigli, nei doppi fondi dei generi, nel pensiero fisso dell imminenza, dove, se De Sanctis ha ragione, la vera letteratura continua a farsi.

Tuttolibri La Stampa, 14 marzo 2009

Uomo di fiducia e signore della televisione. Intervista a Ettore Bernabei (Giorgio Boatti)

Ettore Bernabei - artefice negli Anni Sessanta di quella televisione pubblica che unificò gli italiani più di quanto avessero fatto sino ad allora la scuola dell'obbligo e il servizio militare - ha sempre avuto un debole per la carta stampata. Fossero libri o giornali, li ha sempre avuti intorno, sin da quando suo padre, impiegato delle ferrovie, li portava nella casa di via della Pergola, a Firenze, dove è nato nel maggio del 1921.
Adesso, a ottantotto anni portati baldanzosamente, è ancora attivissimo nella Lux Vide, la casa di produzione costituita nel 1992 e presente sul piccolo schermo con successi - che vanno dagli sceneggiati dedicati agli ultimi papi a Coco Chanel, dal popolarissimo Don Matteo, giunto alla sua settima stagione televisiva, sino all'Enrico Mattei che si vedrà nel corso del 2009. Però quando tv e cultura, risorse pubbliche e iniziativa privata vanno a occupare le prime pagine dei quotidiani, Bernabei non si sottrae.

Ad esempio, cosa pensa dell'ultima provocazione di Baricco?
«Sono uomo cresciuto alla scuola di La Pira e di Fanfani. Non ho mai avuto la religione dell'iniziativa privata che sovrasta tutto e detta legge imperiosamente, e cervelloticamente, come è accaduto negli ultimi anni. Credo però che pagare di tasca propria un prodotto, dunque anche un'offerta culturale - un concerto, uno spettacolo, una proposta televisiva - significhi sceglierlo davvero. Apprezzarlo, o meno, nei fatti».

E quindi la proposta di una rete Rai tutta cultura e niente pubblicità, sorretta con pubbliche risorse magari dirottate da altri settori...
«Non mi garba più di tanto. Stiamo attenti a non creare, proprio adesso che giungono nuove tecnologie, una televisione pubblica di nicchia. Una specie di scimmiottatura fuori tempo massimo di quel Public Broadcasting Service statunitense che negli anni ha avuto pure dei bei problemi di condizionamento politico. Non portiamo la televisione lontano dal largo pubblico».

Dicono che capire quello che passa per la testa dell'uomo della strada e che succede sotto le finestre di casa sia sempre stata una sua mania...
«Sì, sin da bambino per me vivere ha significato guardare i miei simili nella quotidianità con cui si presentano. Nella casa di via della Pergola il giornale non mancava mai. Sfogliare quelle quattro pagine era per me scrutare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Sono sempre stato curioso, di tutto. Fosse la vita della gente qualunque che nella Firenze degli Anni Venti vedevo svolgersi sotto casa o nella traversa di via Nuova dei Caccini, con i suoi rigattieri, le botteghe, le tre case di tolleranza. O fosse la grande politica, quella che negli anni di Moro e Fanfani, Gronchi e La Pira, ho visto dispiegarsi sotto i miei occhi, da Roma al Cremlino o alla Casa Bianca. Perché allora ero direttore de “Il Popolo”, il quotidiano della De, ma di fatto sono stato per decenni “l'uomo di fiducia” dell'establishment democristiano. Vale a dire della classe dirigente più duratura che l'Italia abbia mai avuto».

E infatti L'uomo di fiducia è il titolo di un libro che lei ha scritto con Giorgio Dell'Arti, pubblicato da Mondadori nel 1999. Un libro denso di spiazzanti dettagli sulle dinamiche sommerse di cinquanta anni di potere italiano che lei ha vissuto dentro la stanza dei bottoni. E poi ammissioni che di solito non si fanno, ad esempio sulla sua appartenenza all'Opus Dei. O sul patto tra De Gasperi e Mattioli, con cui laici e cattolici si divisero, zitti zitti, gli ambiti di rispettiva competenza. Ma in tutte queste turbolenze «l'uomo di fiducia» aveva tempo anche per i libri?
«Se si vuole c'è tempo per tutto. A cominciare dal raccoglimento spirituale e dalla preghiera. Vede questo? È il Salterio, il Libro delle lodi che costituisce l'ossatura della liturgia delle ore. Contiene i salmi, le letture che compongono i momenti di preghiera della vita del cristiano. Un tempo erano solo in latino. Adesso ci sono varie edizioni italiane, ma a fame una prima versione in italiano, almeno delle lodi della domenica, era stato Dossetti quando aveva lasciato la vice-segreteria della De per farsi monaco. Ciclostilava la sua traduzione per la domenica in arrivo e ce la faceva avere, a noi che gli eravamo stati vicini. A me, a La Pira, a Fanfani».

Ma da ragazzo non avrà cominciato col Libro delle lodi?
«In casa c'era il “Corriere dei Piccoli” per me. E mio padre comprava i Classici Italiani pubblicati negli Anni Trenta da Rizzoli, su bellissima carta e con gran cura tipografica. E poi i romanzi a fascicoli, che lui faceva rilegare. Eccoli lassù, nella libreria che lei vede in questo studio».

E accanto ci sono bei quadri. Balla, Guttuso, Rosai...
«Quasi sempre sono quadri di artisti che ho conosciuto personalmente. Spesso amici. Li vedevo all'opera e allora mi piaceva l'idea di un quadro che avevo visto nascere»

Eravamo ai classici, ai libri importanti...
«Sì, i libri sono importanti, ma appartengo a una generazione che credeva anche ai maestri in carne e ossa. Li sapeva cercare e riconoscere. Andavo all'oratorio. Andavo in parrocchia da don Raffaele Bensi, luminosa figura di sacerdote ed educatore fiorentino. Nei miei anni universitari, con un gruppo di miei coetanei, presso di lui ho avuto la fortuna di incontrare stabilmente dei veri maestri. Non solo cattolici come La Pira, Sansone, Maggini ma anche figure di diversa collocazione, da Calamandrei a Momigliano. E proprio don Bensi, in un'epoca in cui molti libri fondamentali per la formazione di un giovane erano messi all'indice dalla Chiesa, mi aveva fatto avere la dispensa dall'arcivescovo Elia Dalla Costa. Così feci i conti con il Bernanos dei Grandi cimiteri sotto la luna che raccontava i misfatti del franchismo durante la guerra civile spagnola. Con Maritain e con i testi del cattolicesimo francese. Ma anche Unamuno, Huizinga».

E con gli scrittori italiani?
«Ne ho conosciuti tanti. In redazione alla “Nazione del popolo” dove ero stato chiamato da Vittore Branca, c'erano con me, nell'estate del 1945, Cassola e Cancogni, Bilenchi e Pratolini. Più avanti nella Rai che andai a dirigere, quella delle inchieste di Zavoli e Biagi ma anche dei grandi sceneggiati tratti dai classici, da Il Mulino del Po a Delitto e castigo sino al Cronin de La cittadella, che classico non era ma funzionò benissimo, c'era Giorgio Bassani vice-presidente. Molto schivo, molto timido. Ma di narrativa, sia quando ero al Popolo sia alla Rai, ne leggevo poca: selezionavo molto. Frequentavo di più la saggistica. Infatti ricordo un Keynes, letto al mare, sotto l'ombrellone a Fregene».

E ora?
«Leggo al mattino presto e la sera, dopo aver “annusato i barattoli” di quel che ammannisce la tv. Le letture che ho in corso? Libri che facciano capire dove sta andando questo mondo ostaggio della finanza spregiudicata e della crisi globalizzata. Letture affiancate e intrecciate. Ad esempio di Loretta Napoleoni Crisi del capitalismo e Economia canaglia usciti dal Saggiatore. O il Richard Sennet de L'uomo artigiano, appena pubblicato da Feltrinelli: molto interessante. E alcune cose di Zygmunt Bauman, quello della “società liquida” per capirci»

E poi riesce a dormire?
«Benissimo. Basta pregare, anche solo un attimo, ma con convinzione. È sufficiente».


Tuttolibri La Stampa, 14 marzo 2009

14.12.17

Ringiovanire il mondo intiero. Un appello ai giovani lavoratori (Palmiro Togliatti, 1° maggio '52)

Palmiro Togliatti da giovane
Primo Maggio! Giornata dei lavoratori! Ma non di festa soltanto, bensì di raccolta, affermazione di forza, preparazione alla lotta.
Quest’anno, le organizzazioni di avanguardia dei lavoratori hanno deciso di rivolgersi in questo giorno in particolar modo a voi giovani lavoratori, operai, contadini, studenti. Voi cercate libertà e felicità; volete costruirvi un mondo vostro costruito sulla eguaglianza e sulla giustizia. Questo mondo non può essere altro che un mondo socialista, perché soltanto nel socialismo non vi è più sfruttamento, vi è fratellanza fra gli uomini, vi è lavoro per tutti, vi è sicuro sviluppo armonico di tutti in una società fiorente e giusta.
Giovani, se siete tali, se avete fiducia in voi stessi, nel progresso dell’umanità, nel rinnovamento economico e morale della patria, il socialismo deve essere la vostra fede.
Raccoglietevi con entusiasmo e fiducia, attorno alle nostre bandiere. Entrate nei sindacati, nei partiti politici dei lavoratori! Iscrivetevi alle organizzazioni giovanili comuniste e socialiste. Vi troverete altri giovani come voi, ardenti di entusiasmo, pieni di fiducia nell’avvenire. Assieme lavorerete per migliorare il mondo intiero, per far sì che il lavoro libero redento, sia la base sicura di tutta la società.

Avanti, giovani, nel nome e con la bandiera del socialismo, per ringiovanire il mondo intiero, rinnovarlo, per dargli pace e giustizia.

Discorsi ai giovani italiani, Edizioni "Gioventù Nuova", Roma, 1953

Luciana Litizzetto. La carica erotica di una betoniera (Gian Luigi Beccaria)

La domenica sera la Littizzetto, se posso, non me la perdo. Mi interessa come parla. È un fenomeno interessante: come in Benigni, in bocca sua «le brutte parole», come le si chiamava una volta, non disturbano. Le ha sdoganate. Anche per l'effetto sorpresa, straniante: un'irriverenza che non ti aspetti. La sua comicità nasce dal saper incastonare una parola fuori sede, la parola che elude le attese, la prevedibilità. Capita per le similitudini, per esempio: «erotica come uno scafandro da palombaro», «ha la carica erotica di una betoniera». Senza dire degli eufemismi, dei sostitutivi come «il Walter», «la Jolanda» per indicare i genitali, o gli accorgimenti anche di citazioni letterarie, del Tabucchi poniamo: lo «slippino bianco, in cotone... che sostiene il pereira». E i calembour: «il mio amico Pino, grande trombeur de femmes».
In un paese come il nostro in cui ora si va consolidando un italiano di registro medio, neutro, poco colorito, mediocre, trovo normale che abbia una singolare presa e successo questo rinforzo, questo «soprappiù» che viene da una comunicazione ricca di tratti espressivi, sempre sopra il rigo. Oggi che l'uso del dialetto è in calo, e le differenze tra italiano regionale e italiano standard si vanno attenuando, piace il ruolo di alternatività assolto da un contrappunto gergale-spinto.
C'è poi un altro aspetto che spiega il successo della Littizzetto. Sa usare le scorie, riciclare i messaggi pubblicitari, riaccendere il «rumore» indifferenziato di uno slogan, rimotivarlo: penso a quando ci viene a parlare di chi «ha la vivacità erotica di Capitan Findus», quello che fa la pubblicità dei surgelati, o ricicla fumetti (a un tale «si sfrangiano i maroni come la giacca di Pecos Bill»). Usa insomma materiali popolari, massmediatici, fa riferimento al noto, richiama canzoni che si conoscono, personaggi del cinema, tormentoni pubblicitari.
L'intento caricaturale si impone infine con la costante delle metafore animalesche. Si coglie ironicamente l'essenza delle cose o delle persone attraverso l'animalizzazione: «nervosi come vipere cornute», «mi è venuta la pelle di un’iguana» (e non di oca, né di cappone), «il mio moroso è un tacchino disossato», «il fax, una marmotta grassa che ci ingombra la scrivania».


Tuttolibri La Stampa, 14 marzo 2009

Basta una scintilla per dar fuoco a Pechino (Cecilia Attanasio Ghezzi)

“Pagina99 wickend” è un settimanale di qualità con una redazione fatta in prevalenza da giovani che affronta temi importanti generalmente ignorati dal sistema mediatico e che accetta la sfida della globalizzazione, rifiutando un ottica nazionalistico-provinciale e dirigendo lo sguardo in ogni parte del mondo, specialmente quelle parti ove accadono le “cose” che potrebbero mutarne il volto. Il settimanale ha cambiato più volte proprietà, direzione, simpatie e antipatie politiche, ma ha mantenuto quella sua originaria curiosità, quella voglia di ampliare e di approfondire, insieme a un gruppo di redattori che è sopravvissuto alle periodiche crisi. Ormai “Pagina 99” è diffuso solo on line, acquistabile per singolo numero o in abbonamento. Nell'ultimo numero ho trovato un eccellente reportage di Cecilia Attanasio Ghezzi dalla Cina, paese da cui ha spesso scritto pagine informate e interessanti. Ne riprendo l'inizio, consigliando a chi vuole, spero in tanti, di continuarne la lettura nel sito del settimanale. (S.L.L.)
Periferie pechinesi
«La Cina intera è cosparsa di rami secchi che presto si incendieranno», scriveva Mao Zedong nel 1930 per poi citare un antico proverbio cinese: «Una scintilla può dar fuoco a tutta la prateria».
È quello che sta succedendo in questi giorni a Pechino. Il 18 novembre è andato a fuoco un palazzo nella periferia sud. Sono morte 19 persone, migranti provenienti da ogni angolo della Cina in cerca di una vita migliore. Per il sindaco della capitale Cai Qi, astro nascente della politica cinese, è stata l’occasione di lanciare l’ennesima campagna contro le «strutture illegali»: 40 giorni per demolire i casermoni che per anni hanno ospitato la cosiddetta «tribù delle formiche». Ne hanno già individuati più di 25 mila, in potenza sono centinaia di migliaia le persone che potranno trovarsi senza casa dall’oggi al domani.

La tribù delle formiche
Siamo nella capitale della seconda economia mondiale, a un’ora e mezzo dal centro città, dove gli affitti relativamente bassi hanno attirato il popolo di chi appena “sbarca il lunario” ma non è disposto a lasciare la città in cui si materializza il suo sogno di una vita migliore. Tutte le mattine lasciano i loro quartieri dormitorio per dirigersi in massa verso il centro, proprio come le formiche, da cui prendono il nome. Sono camerieri, laureati di università secondarie, ragazzi delle consegne a domicilio, governanti, donne delle pulizie, operai, commessi e, soprattutto, operatori della logistica. In comune hanno il fatto di essersi trasferiti a Pechino dalla provincia, in cerca di una vita migliore.
Sono lavoratori migranti, in tutta la Cina oltre duecento milioni di persone che dalle campagne si sono trasferite nelle principali città senza che queste offrissero in cambio assistenza sanitaria e istruzione per loro e le loro famiglie. O possibilità di prendere la residenza. Sono quelli che negli ultimi trent’anni hanno lavorato per costruire il miracolo cinese. Solo nella capitale sono 8,2 milioni. E nel frattempo Pechino è diventata un inferno.
[…]


“Pagina99 we”, 8 dicembre 2017

Questo è il freddo... Una poesia di Leonardo Sciascia

Neve sul monte Cammarata
Questo è il freddo che i vecchi
dicono s’infila dentro le corna del bue;
che svena il bronzo delle campane,
le fa opache nel suono come brocche di creta.
C’è la neve sui monti di Cammarata,
a salutare questa neve lontana
c’erano un tempo festose cantilene.
I bambini poveri si raccolgono silenziosi
sui gradini della scuola, aspettano
che la porta si apra: fitti e intirizziti
come passeri, addentano il pane nero,
mordono appena la sarda iridata
di sale e squame. Altri bambini
stanno un po’ in disparte, chiusi
nel bozzolo caldo delle sciarpe.

da Due cartoline del mio paese, Tuttolibri La Stampa, 14 novembre 2009

USA. Siti di appuntamenti ed algoritmi: i Big Data di Cupido (Paolo Bottazzini)

Joseph Heinz il vecchio, dal Parmigianino. Cupido che fabbrica l'arco
Il cuore ha ragioni che la ragione calcola e comprende benissimo. La versione americana di Pascal trasforma la delicatezza delle emozioni suscitate dal contatto con gli altri in una questione di Big Data e di business. Lo denuncia Christian Rudder nel libro Dataclisma, puntando il dito contro l’azienda di cui è co-fondatore. OkCupid, con i suoi dieci milioni di utenti registrati, appartiene con DateHookup e Match.com al triumvirato dei maggiori siti di dating online in America. Messi insieme censiscono una popolazione equivalente a circa metà di quella italiana. Un servizio di appuntamenti galanti può prosperare soltanto se è capace di intuire le oscillazioni sentimentali e le vibrazioni del desiderio, prima ancora che gli individui siano in grado di confessarle – persino a se stessi. Solo in questo modo può suggerire accoppiamenti che aspirino a qualche successo.
L’app di appuntamenti Tinder conta su 9,6 milioni di utenti attivi, che arroventano gli schermi dei loro smartphone con 1,4 miliardi di swipes ogni giorno. Lo swipe è il movimento del dito sul monitor che fa scivolare a destra o a sinistra la foto del candidato proposto dal software. Lo scorrimento a destra suggella una dichiarazione di disponibilità, mentre quello a sinistra decreta la chiusura anticipata di ogni trattativa. Il software di classificazione è Elo e tratta gli utenti di Tinder come un biologo si occupa della sua coltivazione di batteri: li etichetta tutti, stabilendo come criterio la somma di slittamenti a destra e sinistra cui i pari li hanno indirizzati. Un metodo poco romantico, ma molto efficace: assicura a ciascuno di incontrare altri individui che si trovano nella stessa fascia di interesse sanzionato dalla comunità degli utenti. Il rullo delle foto è il tribunale in cui gli attori umani swippano le loro sentenze – che a loro volta sono il pascolo delle ruminazioni dei software, in una catena di effetti degna della Fiera dell’Est.
Rudder appare quasi afflitto dalla necessità di ammettere che i dati di OkCupid non permettono di distinguere in maniera radicale il comportamento delle donne e quello degli uomini. Il mondo è meno variopinto di quello che ci piacerebbe credere e tende invece a impigrire nella ricerca di ciò che i sociologi chiamano omofilia, la predilezione per ciò che è simile.
Applicata alle preferenze etniche, l’omofilia finisce per confinare con il razzismo. O almeno, questa è l’impressione che si ha spiando le preferenze espresse sui siti di dating: che sono un luogo ideale per misurare il grado di integrazione tra bianchi, neri, asiatici e latini, perché mettono in luce i nostri comportamenti istintivi e ci mostrano chi siamo quando crediamo che nessuno ci stia guardando (come recita il sottotitolo del libro di Rudder). Secondo le rilevazioni su OkCupid, le donne tendono a manifestare un grado di omofilia etnica maggiore degli uomini. La preferenza per individui dello stesso gruppo etnico supera la media da un minimo del 19% per le asiatiche (in favore degli altri asiatici), a un massimo del 49% delle bianche in favore dei bianchi. Le swippate sulle foto confermano inoltre il privilegio culturale dell’etnia bianca sulle altre: dopo la propria, rappresenta sempre la seconda scelta per tutti – con la sola eccezione dei neri. La popolazione black è la più negletta da tutte le altre comunità con un tasso negativo che oscilla tra il meno 24 e il meno 27% per i favori decretati dagli uomini, e tra meno 19 e meno 38% per le preferenze operate dalle donne; per simmetria, i bianchi godono di un pregiudizio favorevole che oscilla tra il 7% nelle scelte maschili e del 35-37% per quelle femminili.
Ma i dati di OkCupid stanano anche i meta-pregiudizi sui nostri preconcetti: le sorprese cominciano con l’asimmetria tra le valutazioni sul fascino delle (foto delle) ragazze e il loro successo nell’intercettazione di appuntamenti. Quanto più alta risulta la media delle quotazioni, tanto maggiore è la «convenzionalità» della bellezza che viene riconosciuta alla donna; ma tanto maggiore è anche la pressione della concorrenza che l’utente avverte sulla riuscita del suo tentativo. In una scala da 1 a 5, le ragazze che si collocano nella fascia tra il 2 e il 3 finiscono per diventare l’oggetto di attenzioni più numerose rispetto a quelle che superano il 3: chi le contatta cade in un equivalente sentimentale del tranello sociologico dell’«effetto pratfall». Nella versione originale, quest’effetto spiega perché l’apparizione di un errore nel discorso convince il pubblico sulla competenza dell’oratore più di una performance impeccabile; in quella derivata per il dating, l’eccentricità genera un effetto di seduzione equivalente alla scoperta della perla nella conchiglia.
Nel mondo magico della sessualità la «coda lunga» della mediocrità, o dell’eccentricità, vende meglio delle hit della bellezza. Rudder osserva che le ragioni sottese a questo fenomeno devono essere le stesse che spiegano come mai su Digg si trovino pagine fan dedicate a registi eccentrici come Roger Waters, mentre siano trascurati nomi mainstream come Spielberg o Scorsese.
Roland Barthes insegnava che l’amore non è l’impero dei sensi, ma l’impero del senso. Qualunque fremito delle emozioni, se ancora sopravvive da qualche parte, è fomentato, diretto, frammentato, esasperato, da un diluvio di segni e di dati – e soprattutto dalla furia interpretativa che li trasforma tutti in sintomi. L’autoritratto non passa solo attraverso le immagini, ma anche per il dizionario cui si ricorre per la propria descrizione, e per i dialoghi con gli interlocutori.
Rudder scopre che la parola usata più di frequente su OkCupid è the pizza (seguita dai phish, dal nome della rock band, e dall’Nba), e che non intercorrono grosse differenze tra il linguaggio di uomini e donne – tanto da dover immaginare un algoritmo ad hoc per identificare differenze perspicue tra i generi e tra le etnie. Emerge una linea di demarcazione che permette di riconoscere un uomo bianco dall’apparizione di espressioni come my blue eyes e blonde hair, un uomo nero dal ricorso a termini come dreadsjill scott (eroina dello star system di colore), un latino da colombian e salsa merengue, un asiatico da tall for an asian e asians; le donne bianche sono individuabili da my blue eyes e red hair, le nere da soca (musica) e eric jerome dickey (e qui si entra nelle preferenze letterarie), le asiatiche da taiwan e tall for an asian, le latine da latina e colombian.
I neri sono il gruppo più creativo dal punto di vista linguistico; lo sono anche i gay (first wives, velvet rage, tales of the city, film e romanzi cult), quasi a confermare l’ipotesi che la marginalizzazione sociale produce maggiori stimoli intellettuali e culturali. Ma anche i cluster discriminati sono comunque inquadrati in gruppi omogenei, e svelati nella loro banalità. Gli algoritmi dissezionano il desiderio in un disegno anatomico che assegna un nome a ciascuna delle sue espressioni, eliminando anche l’illusione della spontaneità dall’immaginario e dal simbolismo della libido. Cuore e ragione hanno ragioni che la knowledge economy conosce benissimo, e su cui costruisce un business sempre più fiorente, senza scandalizzarsi del nostro razzismo latente, né della trivialità manifesta dei nostri occhi blu e dei capelli biondi. La Rochefoucauld, ai nostri giorni, potrebbe domandarsi se gran parte delle persone non si sarebbe mai innamorata, se non ne avesse sentito parlare da un software.


Pagina 99, 23 gennaio 2016

13.12.17

Il complotto di Stendhal. Industria e libertà nel primo Ottocento (Lucio Villari)

“Sono sei mesi che Santorre di Santa Rosa s'è fatto uccidere a Navarine; non è passato un anno da quando Lord Byron è morto cercando di servire la Grecia. Dov'è l'industriale che ha sacrificato la sua fortuna a questa nobile causa? La classe pensante ha iscritto quest'anno Santa Rosa e Lord Byron tra i nomi destinati a divenire immortali. Ecco un soldato, ecco un grande signore; nel frattempo che cosa hanno fatto gli industriali?”.
Con questa domanda si chiude un breve saggio di Stendhal dall'ironico titolo D'un nouveau complot contre les industriels pubblicato nel 1825 (ed ora tradotto per la prima volta in italiano da Sellerio editore, a cura di Marco Dani). È uno Stendhal inedito anche per altre ragioni: non ultima che la sua voce si aggiunge a quella di moltissimi scrittori, poeti, artisti europei che nel primo Ottocento, di fronte alla incalzante industrializzazione dei maggiori paesi dell'Europa occidentale, all'arricchitevi di una borghesia avida e speculatrice, all'inquinamento e al degrado civile di città e di periferie industrializzate, reagirono con inquietudine e rabbia. Poiché il curatore della edizione italiana del saggio stendhaliano non lo fa, suggerisco al lettore di dimenticare quello che ha letto a scuola sulle sorti magnifiche e progressive della rivoluzione industriale. Nei primi decenni dell'Ottocento non a tutti fu chiaro che l'equazione libertà politiche-libertà economica celava una realtà più problematica di quanto si pensasse, e che il capitalismo, in tutte le sue manifestazioni (dalle fabbriche alle banche), rivelava aspetti sempre più violenti e disarticolanti. Non a tutti, dicevo; ma a qualcuno sì, e proprio ai più colti e sensibili osservatori.Tra questi, appunto, Stendhal: il cui pamphlet, oltre ad essere una protesta nei confronti della mitizzazione dell'industrialismo (in particolare l' autore della Certosa di Parma polemizzava con lo scritto di Saint-Simon Il sistema industriale, del 1821), smascherava l'equivoco ideologico sotteso al paragone tra le due libertà; un paragone ancora oggi inattaccabile.
Ecco allora l'ironia tagliente di queste pagine: “Gli industriali fanno uso della loro libertà come cittadini francesi; impiegano i loro fondi come vogliono: alla buon'ora; ma perché venire a domandare la mia ammirazione (il corsivo è di Stendhal) e, colmo del ridicolo, chiedermela in nome del mio amore per la libertà?”. Giudichi il lettore se la perplessità di Stendhal possa avere qualche risonanza nel tempo che stiamo vivendo; e intanto, ancora un altro a fondo: “L'industrialismo, un po' parente del ciarlatanismo, paga i giornali e prende in mano, senza esserne richiesto, la causa dell'industria: in più si permette un piccolo errore di logica: proclama che l'industria è la causa di tutta (il corsivo è di Stendhal) la fortuna di cui gode la giovane e bella America”.
Fermiamoci un momento qui per un breve commento. È chiaro che l' industrialismo di cui parla Stendhal è quell'apparato ideologico, giornalistico, politico che intorno alla rivoluzione industriale ha costruito, con i mezzi di informazione allora possibili, una sorta di castello incantato esaltandone solo i vantaggi e le commodities (cioè i prodotti e i beni che industria e capitali mettevano a disposizione di un certo numero di persone) e ignorando volutamente i contraccolpi, le ricadute negative e i boomerang sociali e culturali che essa ha prodotto. Ma il riferimento all' America fa venire in mente la riflessione che qualche anno dopo faceva un altro illustre francese, non meno di Henri Beyle osservatore acuto del suo tempo: Alexis de Tocqueville. Ebbene, nella prefazione alla seconda edizione (1840) de La Democrazia in America, Tocqueville annotava: “Man mano che la massa della nazione si volge alla democrazia, la classe particolare che si occupa dell'industria diviene più aristocratica. Io penso che nel suo complesso l'aristocrazia industriale sia una delle più dure che mai siano apparse sulla terra. Proprio verso questa parte gli amici della democrazia devono continuamente rivolgere lo sguardo e diffidare...”. Ad evitare di venir preso per (come dicono oggi alcuni intellettuali industrialisti) un critico romantico della rivoluzione industriale e quindi per un conservatore, Tocqueville precisava: “Appunto perché non sono un avversario della democrazia, ho voluto essere sincero con essa”. E proprio nei confronti del problema specificamente politico, cioè la relazione libertà-democrazia-industrializzazione, non mi pare che Stendhal e Tocqueville fossero degli sprovveduti. Anzi, dalla loro visione liberale viene una lezione attuale che potrebbe essere letta così: nessun modello politico di libertà è concretamente realizzabile senza una contestuale critica delle forme istituzionali e specifiche della società continuamente modellata (e alterata) dalla rivoluzione industriale. E ancora: i meccanismi politici della democrazia non si modificano né migliorano automaticamente; e non si comprende perché solo a quelli economici debbano essere garantiti l'automatismo e l'autonomia della propria riproduzione e della propria (quando c'è) regolamentazione.
Al tempo di Stendhal l'industrializzazione era ritenuta dalla borghesia una conquista della libertà, ma appariva inspiegabile, soprattutto a un uomo di cultura, il fatto che l'evoluzione del capitalismo industriale e finanziario avesse creato intorno a sé un clima nebuloso e impenetrabile dove gli individui, i cittadini, i lavoratori si muovevano (o erano mossi) come oggetti incantati, passivi e storditi. Era una impressione, questa, che ebbe ad esempio Ugo Foscolo visitando, nel 1822, le città industriali di Manchester e di Liverpool. “...I vostri figli - scriveva ad una amica - o al più tardi i vostri nipoti si accorgeranno che la vera rivoluzione sarà qui tacitamente prodotta da un lato dalla disperata miseria della moltitudine, e dall'altro dalla potenza economica dei plebei arricchiti. E, guardando allo sfacelo di Manchester, e anticipando Tocqueville, aggiungeva che ne era responsabile la più terribile delle tirannidi, quella degli Oligarchi padroni delle manifatture che non hanno altra idea, altro sentimento che quello di fare fortuna...”.
Ho sottolineato l'avverbio tacitamente, usato da Foscolo, perché questa parola dà l'immagine viva del dominio silenzioso, sempre più esteso, che l'industrializzazione si è assicurato e di fronte al quale si era (e si è) disarmati e storditi. Ma non per i motivi addotti di recente da Alberto Moravia cioè per la nostra immaturità di fronte all'esperienza ancora relativamente recente della rivoluzione industriale bensì per la ragione opposta: la nostra maturità (alla quale hanno contribuito anche le poesie di Foscolo, i romanzi di Stendhal, il pensiero di Tocqueville) è troppo alta e raffinata per reagire alla elementarità brutale di una rivoluzione industriale che è arrivata a perforare le fasce di ozono dell'atmosfera. Al contrario di quel che ritiene Moravia, non è dunque contraddittorio volere il benessere e averne paura. Ma, per finire: “Perché - si chiedeva Stendhal - dovrei ammirare gli industriali più del medico, dell'avvocato, dell'architetto?”. Oppure, perché, ci chiediamo noi, pensando a Lord Byron e alla sua morte si sorride come di un poeta eroicamente inutile, e lontano, mentre un suo contemporaneo anonimo padrone di manifatture lo si considera, con gratitudine, tra i moderni fondatori della civiltà di oggi?


la Repubblica, 2 marzo 1989  

12.12.17

Banche, controllori e controllati. Il credito perduto (Roberta Carlini)

C’era una cosa che la commissione d’inchiesta sulle banche poteva e doveva fare, nel breve lasso di tempo concesso dalla fine di una legislatura durante la quale sono fallite alcune banche e molti risparmiatori hanno perso i soldi: ridare fiducia. Ossia il valore fondamentale, oltre che per la civile convivenza, per il funzionamento del sistema bancario. È vero che per far questo anche i politici devono godere di fiducia, e invece sono all’ultimo posto nella classifica di persone e istituzioni di cui gli italiani si fidano. L’impresa dunque era difficile, tanto più in campagna elettorale. Per realizzarla, serviva uno sforzo eccezionale di oggettività, passione e competenza tecnica, nonché la selezione dei componenti in base a queste doti e una momentanea sospensione del giudizio in attesa delle conclusioni dei lavori: tutti fattori non pervenuti. Ma gli atti e i misfatti degli ultimi giorni sembrano dirci non tanto che è fallita quella missione, quanto che il vero obiettivo era un altro: avere un nuovo giocattolo buono per la campagna elettorale, e poco importa se il giocattolo poteva rivelarsi un’arma di distrazione e distruzione di massa.
La commissione aveva appena iniziato a lavorare, e già il segretario del pd aveva emanato il suo verdetto: la vigilanza della Banca d’Italia non ha funzionato, dunque il mandato del governatore non va rinnovato. La sua richiesta non è stata accolta, ma si voleva far contare il messaggio, spedito al di fuori di qualsiasi regola di correttezza istituzionale: il Pd – quello di Renzi – non sta con i banchieri centrali. Ci sono motivi per ritenere che la vigilanza della Banca d’Italia non abbia funzionato? Certo, era il fatto stesso da cui si partiva a farlo sospettare, e lo stesso governatore ha ammesso ritardi. Né ha confortato i risparmiatori lo spettacolo delle due massime autorità di controllo sul risparmio – la Banca d’Italia e la Consob – che si sono rimpallate le responsabilità. Ancora peggio è andata poi quando si è passati alla performance dell’autorità giudiziaria, nella persona del procuratore capo di Arezzo e il balletto attorno ai suoi cenni, al verbale dell’audizione (ma non andrebbero letti, prima di pubblicarli, come si fa persino in un’assemblea di condominio?), al suo doppio ruolo di giudice e consulente del governo. Una pessima esibizione, da parte di tutti i controllori: che ancora non ci dice però cosa non ha funzionato, se sia stata colpa o dolo di singole persone, delle regole da riscrivere, del sistema oppure di conflitti di interesse da tagliare sul nascere.
Ma in tutto ciò non va dimenticato che il vero oggetto dell’indagine sono, o meglio dovrebbero essere, i controllati: le banche. La crisi economica c’entra, ma fino a un certo punto, nel crac dei loro bilanci. Il ritirarsi della marea degli anni buoni ha fatto venir fuori le magagne: credito facile e allegro agli amici, vendita di prodotti rischiosi a persone non in grado di capirli, imbellettamento – o frode – nei bilanci, insomma carte false. La politica – la stessa che adesso vorrebbe ergersi a giudice – è stata ed è molto vicina a tutto ciò, da Siena a Vicenza a Chieti alle Marche ad Arezzo, e non solo nella persona del papà di Maria Elena Boschi. Arrivando a quest’ultima: ben venga il ripensamento, e la decisione della commissione di sentire l’ex amministratore delegato di Unicredit al quale, secondo la ricostruzione contenuta nel libro di Ferruccio De Bortoli, l’allora ministra avrebbe chiesto di prendere in esame il dossier Etruria per un’acquisizione. È legittimo che il governo si interessi alla sorte di una banca in difficoltà, strano (se vero) che lo faccia un ministro non competente in materia, imbarazzante che lo stesso ministro abbia un familiare nel board, scandaloso che passino mesi senza che si faccia chiarezza sull’episodio. Si potrà fare chiarezza ora, in una audizione in extremis mercanteggiata con altre per poter controbilanciare gli eventuali colpi, tutti mescolati nel frullatore della campagna elettorale? Ce lo auguriamo ma – dati i precedenti – ne dubitiamo.

Articolo pubblicato sui quotidiani locali Agl (Finegil) il 7/12/17, ora nel sito di Roberta Carlini

Si può dire "compagno"? (Alessandro Portelli)

In un'assemblea del Pd al Palalottomatica di Roma, convocata nel giugno del 2010 dal segretario Bersani per discutere e contrastare la manovra al tempo decisa dal governo Berlusconi, l'attore Fabrizio Gifuni concluse il suo appassionato intervento dicendo “Compagne e compagni … è tanto che volevo dirlo”. Le cronache raccontano di quelli che si spellarono le mani nell'applauso, ma anche dei dissensi, giovanili ma non solo. contro quella parola giudicata anacronistica.
Sul tema Sandro Portelli inviò al “manifesto” un articolo di cuore e di testa, che partiva dal passato, quando ancora c'erano istituzioni (non prive di limiti e difetti e tuttavia solide ed efficienti) capaci di riempire di senso la volontà di dirsi “compagni” e di darle forza. Credo che esso contenga, implicitamente, qualche buona indicazione su come tornare oggi, a distanza di alcuni anni, e ancora di più domani a dirsi ed essere “compagni”. (S.L.L.)
Fabrizio Gifuni. Ritratto fotografico di Paolo Santambrogio
“Io entravo nelle case dei contadini pugliesi come un ‘compagno’, come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo.”
Nel 1953, Ernesto de Martino la parola “compagno” la pronunciava fa virgolette: forse per marcare la propria dualità di studioso e di militante, che metteva in discussione non il rigore della ricerca e della politica ma la separatezza del ricercatore e del politico dall’umanità che cercava di rappresentare – scrivendone nei suoi libri e esprimendone le rivendicazioni nelle istituzioni. Compagno voleva dire uno con cui si divide il pane, e uno con cui si divide il cammino. Chiunque ha fatto lavoro sul campo – di ricerca etnografica come di organizzazione politica - sa che entrare nelle case delle persone di cui si cerca la voce significa in primo luogo accettare un’offerta di cibo – un biscotto o un caffè – e in secondo luogo ascoltare una storia. Essere “compagni”, cioè sperimentare nel tempo dell’incontro un’uguaglianza che la società nega nel tempo ordinario. Come spiegava de Martino: “l'esser fra noi 'compagni', cioè l'incontrarci per tentare di essere insieme in una stessa storia”.
Ma è bastato pronunciare la parola “compagno” dal palco di un partito che teoricamente dovrebbe essere nato proprio per “tentare di essere insieme in una stessa storia” per rivelare una contraddizione e scatenare un dibattito che non è solo nominalistico e un po’ assurdo come troppo in fretta alcuni l’hanno liquidato. Perché non si tratta solo di una differenza ideologica e simbolica, fra chi viene da una tradizione e chi no. È la profonda differenza fra due modi di stare nella storia: sentire, o desiderare, la nuova esperienza politica come uno sviluppo di tutto quello che abbiamo alle spalle (ancora de Martino, addolorato e ironico: “rammemorare anche quella loro storia passata che non poteva in modo immediato essere attuale e comune, e che, in ogni caso, era da ricacciare lontano e da sopprimere"); o credere, come tutti i neonati o i “nati PD” che la storia e il mondo cominciano con se stessi e tutto il resto è da buttare. Ma anche: rammemorare che quella storia da ricacciare e da sopprimere era un passato che aveva un sogno di futuro (“della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti”).
C’è chi davvero ha creduto non solo, come Fukuyama, che la storia sia finita col muro di Berlino, ma anche che non sia nemmeno ricominciata. Che futuro hanno in mente i neonati del PD (che in certi manifesti affissi a Roma si ribattezza con raggelante gioco di parole “PDigitale”?) se non un continuo rinnovarsi di una modernità già vecchia? Nel nostro eterno presente, il pane e la storia non si dividono più con nessuno. Siamo tutti individui nella folla solitaria, tutti imprenditori di noi stessi con partite IVA mentali. Nessuno obbliga i neonati del PD a chiamarsi compagni, ma mi domando come si chiameranno fra loro – cioè, che cosa penseranno di essere, come si riconosceranno - gli iscritti a questo partito agitato ma non mescolato.
Ho visto in questi giorni un film di Rina Amato, Cessarè, sulla storia e la memoria delle lotte contro la ‘ndrangheta nella Locride degli anni ’70. Dopo l’uccisione del giovane comunista Rocco Gatto da parte della criminalità organizzata, un prete di base, Natale Bianchi, scriveva a un dirigente del Partito Comunista (cito a memoria): “Il partito deve fare chiarezza, per non disorientare quei compagni che ancora resistono sul piano sociale e politico”. Ma resiste ancora qualcuno, sul piano sociale, politico e mettiamoci anche culturale? Chi fa chiarezza? Esistono parole ancora più indicibili della parola “compagno”: mentre l’assemblea si entusiasmava e si disorientava per una vecchia parola, la parola “Pomigliano” non era nemmeno pronunciata. Stanno nella stessa storia, sono “compagni” fra loro, i quadri del nuovo partito e gli operai lacerati fra un lavoro comunque o i diritti umani e costituzionali? Qualche dirigente politico entra ancora nelle loro case, ascolta ancora le loro storie e cerca di metterle insieme? Chi li rappresenta? Chi rappresenta chi? Chi “spia e controlla la nostra stessa umanità”? Chi cerca una storia comune?


il manifesto 23 giugno 2010

L'uroscopia ai tempi di Dante (Serenella65)

Firenze, Campanile di Santa Mari Novella, Formella sull'arte delle medicina (Andrea Pisano)
Alla base del Campanile di Giotto si trovano una serie di bassorilievi inseriti in una cornice esagonale, opera di Andrea Pisano (gli originali oggi sono conservati all'interno del Museo dell'Opera del Duomo di Firenze).
In una di queste formelle è descritto l'interno di una spezieria, ovvero una farmacia: su due mensole sono allineati vasi e brocche contenenti i rimedi officinali, a destra il famoso medico fiorentino Taddeo Alderotti (1215-1295) mentre dà udienza ad alcune donne che portano dentro la "fiscella" (una sorta di fiasca in vimini) l'ampolla contenente le urine del malato. L'esame consisteva nella "speculazione" ovvero l'esame visivo in controluce del liquido per studiarne la limpidezza o la torbidità (ed è proprio questo che sta facendo Alderotti nella scena ideata da Andrea Pisano). Dall'analisi ottica si passava poi a quella olfattiva e infine a quella degustativa per apprezzarne il sapore; se il medico avesse rilevato, per esempio, un sapore dolciastro, avrebbe diagnosticato il diabete.
Scene di questo tipo sono molto frequenti nei codici miniati che trattano di medicina poiché l'uroscopia era, a partire dalla seconda metà del 1200, una delle indagini mediche più importanti e diffuse per la diagnosi clinica.


Dal sito “Arte antica e dintorni”

11.12.17

La poesia del lunedì. Saffo (VII - VI sec. a. C.)

Roma, Musei Capitolini, Busto di Saffo (foto Marie-Lan Nguyen)
La luna è tramontata
e le Plèiadi; è notte
piena, già l'ora fugge,
io dormo sola.


fr. 168b Voigt – traduzione S.L.L.

9.12.17

Letteratura e impegno. In morte di Alberto Moravia (Alberto Asor Rosa)

Un ritratto dello scrittore da giovane
Alberto Moravia, oltre che un grande della letteratura europea del Novecento, è stato anche un protagonista quasi istituzionale della vita civile e del costume italiano di questo secolo. I due aspetti sono sempre stati compresenti, ma ovviamente negli ultimi due-tre decenni di una così lunga vita si erano intrecciati sempre più.
Credo che sia esperienza comune a molti il risalire con il pensiero, quando si parla di Moravia, alla sua prima opera, il romanzo Gli indifferenti (1929). Ci sono scrittori che sviluppano lentamente ed evoluzionisticamente le loro inclinazioni più profonde; e altri che le manifestano di getto fin dalla prima esperienza. Moravia era indubitabilmente di questi ultimi.
Negli Indifferenti c’è già, in nuce, quello che egli sarà nei decenni successivi: questa sua prosa così caratteristicamente grigia e avvolgente, apparentemente realistica fino al documentarismo e invece fortemente sintetica, selettiva, quasi surreale (quegli sono gli anni, non dimentichiamolo, delle migliori esperienze di un Bontempelli, e di un Pirandello ormai maturo, acre roditore dell’impianto individuale borghese, qui sullo sfondo, ma non mai del tutto assente); questo suo mondo morale e sociale in cui si riflette il sentore morboso e un po’ perverso di una putrefazione incombente; questo suo sguardo attento, vigile, qualche volta maligno, con cui i personaggi e le cose vengono fissati in un quadro di desolazione intellettuale senza fine. È ovvio che, con un impianto del genere, Moravia appariva sull’orizzonte letterario italiano del suo tempo come un vero e proprio trauma, che i rondeschi, i calligrafisti e gli elzeviristi avrebbero cercato di riassorbire (ma senza riuscirvi), additando le indubbie qualità stilistiche e l’efficace trattamento della prosa, che lo facevano «nuovo» rispetto alle tradizioni narrative anche più recenti (anche se, sul piano storico, la figura di Tozzi e, su di un piano ben più alto, quella di Italo Svevo avrebbero più tardi movimentato il quadro più di quanto in quel momento non apparisse).
Con la dote degli Indifferenti il giovane Moravia arriva alla guerra senza produrre ancora gran che di significativo, fino allo splendido racconto lungo Agostino (1944), che apre secondo me una nuova fase. L’esperienza dell'introspezione psicologica, appoggiata a più fresche letture freudiane, mette Moravia in condizione di trasferire nel racconto esistenziale quello che in precedenza con gli Indifferenti aveva realizzato sul piano del quadro di ambiente. Dall’interno borghese, inteso alla maniera di un certo Pirandello, passa all’intimità borghese alla maniera di certi francesi del Novecento (Gide?). Non solo. Questo passaggio, infatti, gli consente di interiorizzare profondamente anche la sua esperienza della realtà storica e sociale contemporanea. Il suo incontro con il neorealismo (incontro, beninteso, mai identificazione) avviene mediante questa originale traslazione di piani. La Romana (1947) e La Ciociara (1957) sono ambedue romanzi di vasto affresco storico, in cui Moravia si stacca dall’originaria tematica borghese per accostarsi al mondo infimo-borghese o francamente proletario. In questo modo, egli supera la ripetitività degli anni Trenta, scarica l’ostacolo rappresentato dalla gabbia della tematica borghese intesa in senso stretto ed evolve verso una più libera, meno condizionata visione del mondo. Però, al tempo stesso, introietta la sua personalità più profonda nei personaggi «altri», diversi, da lui disegnati, inocula il virus della decadenza borghese nella morbida, corrotta sanità dei due personaggi femminili eponimi. Due personaggi femminili: non a caso. Il transfert può avvenire solo in quanto Alberto Moravia si cala in esse, ovvero cala in esse la sua ambigua componente femminile, che è cospicua. Flaubert diceva di Madame Bovary: «c’est moi». Allo stesso titolo Moravia avrebbe potuto dire «C’est moi» sia della «Romana» sia della «Ciociara».
Poiché un ragionamento analogo si potrebbe fare anche per l'importante volume dei Racconti romani (1954), si capisce come per questo verso Moravia arrivi a precedere e a influenzare uno scrittore pur così diverso da lui come Pier Paolo Pasolini.
Con gli anni Sessanta, e con il romanzo La noia (1960), Moravia inizia un’altra fase, contraddistinta da una certa fenomenologia strutturalistica e da una predominanza sempre maggiore del dato sessuale. È l’inizio di un lungo, anche se fecondo, declino.
Un uomo come questo non poteva avere con la politica un rapporto banale, e pure non poteva non avere un rapporto con la politica. In un saggio veramente notevole del 1964, L'uomo come fine, Moravia delinea una sua originale posizione, molto dipendente dall’esistenzialismo francese e da Camus, ma con tratti autonomi ben distinti. La sua politica è fondamentalmente una critica del totalitarismo in tutte le sue forme (anche in quelle derivanti, francofortianamente, dallo sviluppo abnorme della società capitalistica). Tuttavia, la sua simpatia critica verso il comunismo, e in particolare verso il comunismo italiano, dimostra che egli sapeva ben orientarsi tra amici veri e amici falsi, e ben distinguere tra le forme astratte delle ideologie e le loro concrete, storiche manifestazioni. Non era in nessun modo un «compagno di strada». Era un uomo con una idea precisa della convivenza civile e della morale corrente. Per questo, pur stando dall’altra parte, si collocava da questa.
Con questo spirito aveva sostenuto negli ultimi venti anni una prospettiva ecologica e ambientalistica di grandi ambizioni, ancora una volta ricollegando il destino dell’uomo alle condizioni reali della sua libertà. Su posizioni antinucleari era andato al Parlamento europeo come indipendente nelle liste del Pci, uscendo solo in questo caso da un riserbo pluridecennale.
Ma soprattutto aveva espresso questa sua curiosità di mondo e di conoscenza in una lunga serie di viaggi, di cui aveva dato resoconti precisi, documentati e di buona fattura letteraria. Il suo gusto per la descrizione concisa e diligente, — fino ai limiti, come abbiamo già detto, del grigiore, - si era manifestato a perfezione in questo nuovo capitolo della lunga tradizione italiana della letteratura di viaggi.
L’uomo al centro dell’esistenza, e resistenza al centro del mondo. Un individualismo molto spinto, e al tempo stesso un senso molto forte delle relazioni e dei rapporti umani. Intelligente, colto, illuminista; ma anche complicato e morboso fino al voyerismo e all'oscenità. Un personaggio complesso, risolto forse soltanto alla fine nell’operazione di scrittura concepita anche, se non soprattutto, come professionalità e lavoro. La politica come completamento sul piano civile del suo impegno letterario: ma su due piani sempre tenuti rigorosamente distinti e separati.


“Rinascita”, 7 Ottobre 1990

L'indole di De Amicis. Cento anni di “Cuore”, una galleria di deformità (Giorgio De Rienzo 1986)

Tra i compagni di Enrico, il diarista di Cuore, ci sono il «povero gobbino», il bambino dai capelli rossi con il «braccio morto» e il piccolo eroe che si trascina per tutto il libro «con le stampelle». Cuore è una galleria di deformità infantili, di casi pietosi, ma è soprattutto un cupo messale di tristissimi riti. Qualche critico cattolico si lamentò che nelle pagine di De Amicis non entrassero le feste religiose. Edmondo dimentica il Natale, ignora la Pasqua: celebra invece, molto compunto, «il giorno dei morti». E Cuore è pieno davvero di morte.
Storia vecchia, oramai. «Non era - con la penna in mano - tutto e solo pasta di zucchero il buon Edmondo», scriveva Antonio Baldini: e segnalava, venti anni prima di Alberto Arbasino, un «zinzinino di sadismo» in quel libro che tanti uomini illustri (da Giovanni Pascoli a Filippo Turati) avevano ammirato e che lo stesso Benedetto Croce, sia pure scuotendo un poco la testa, aveva rispettato.
Storia vecchia, certo, ma difficile da modificare, a dispetto di qualsiasi riflusso. La morte rimane infatti il correttivo pedagogico più efficiente di De Amicis: la disgrazia agisce come ricatto psicologico immediato in Cuore. Non solo. La morte non è un’entità astratta: la disgrazia non è un evento possibile e minacciato. De Amicis è attento ad aprire, sotto gli occhi del proprio lettore, quadri concreti di sventure, spettacoli tangibili di sangue.
Il tamburino sardo avrà una gamba amputata: ne vedremo il «troncone», fasciato di «panni insanguinati». Un giorno, proprio all’uscita della scuola, passa una «barella» con un «ferito del lavoro»: è «bianco come un cadavere, con la testa ripiegata sopra una spalla, coi capelli arruffati e insanguinati»: perde «sangue dalla bocca e dalle orecchie». Chi porta quella barella si ferma «un momento», passando davanti alla scuola: perché è giusto che i ragazzi vedano bene, non paghi di quella «lunga striscia di sangue», che intanto rimane «in mezzo alla strada».
Cuore compie, in questo ottobre, cento anni. A festeggiarlo da più parti vengono segnali di pace: inviti discreti a rileggere questo libro con amore o rispetto, come fece, a suo modo, Luigi Comencini in tivù. Dopo la sfuriata degli anni Sessanta, con l'Elogio di Franti di Umberto Eco, c’è un intento comune a smetterla di trattare questo libro soltanto come un reagente della cattiva coscienza borghese; c’è un tacito accordo a ridare a Cuore il proprio spessore storico, a riconoscergli, di nuovo, un valore nel tempo.
Non è facile. Il sadismo di De Amicis non ha solo i propri veleni apparenti: lo spettacolo di morte e di sangue è un tossico anche di sostanza, uno svelto esorcismo di vecchi e nuovi problemi inquietanti. Il ricatto della morte risolve complesse questioni pedagogiche. Il sangue del «ferito del lavoro» cancella nel pietismo un problema sociale. La gamba amputata del tamburino annulla le ragioni della guerra. Il coraggio del piccolo eroe che va dagli Appennini alle Ande non discute, ma decora nelle lacrime la piaga dell’emigrazione italiana.
C’è in Cuore un catalogo di precetti un po’ astratti, che può essere letto come un manuale del «bon ton» del civismo, su cui non riflettere tanto: c’è un vademecum d’istruzioni veloci, al servizio di un progetto politico alla grande, ch’era quello di dare una salda coscienza unitaria e il senso dello Stato all’Italia. Solo questo è il merito di De Amicis: non è merito trascurabile. Non va cancellato; ma neppure amplificato.
A vantaggio di De Amicis c’è l’onestà del mestiere: un suo gioco magari spudorato, ma a carte scoperte. A chi andava a trovarlo, ormai vecchio, nella sua «officina» di Torino, De Amicis diceva di sentirsi uno scrittore-giornalista, che aveva sempre soltanto annotato «la vita d’ogni giorno», scegliendo degli esempi forti e semplici. «Certe volte mi piace divertire i lettori, qualche volta spaventarli, voglio sempre consolarli, comunque», raccontava: «non ho altra ambizione».
C’è una lunga prosa giornalistica molto viva di De Amicis che può essere simbolica. Lo scrittore di Cuore va a trovare un artigiano torinese, il quale confeziona, con perizia, ogni sorta di pupazzi e di bambole. Questo «re delle bambole» visitato da De Amicis nella propria bottega ha grandi casse tutte piene di teste, di corpi, di parrucche, di vestiti. Dal montaggio di quei pezzi, in continue varianti, vengon fuori «creazioni fortunate», che sono pronte a un facile smercio.
Questa prosa è in sostanza una satira divertita sulla grande vanità delle donne. Ma diventa, nei risvolti, una bella metafora sullo stesso mestiere di scrittore. Senza tante perifrasi, infatti, De Amicis si dice «collega» di quel «re delle bambole»: anche lui confeziona bei prodotti. Monta, invece di pezzi di stoffa, svariatissimi «frammenti di vita, ora lieti, ora tristi».
Tutta l’opera deamicisiana ubbidisce a una regola semplice. Scrupoloso e solerte artigiano della penna, De Amicis fece sempre le cose a puntino, impegnandosi, consultando documenti, sia che viaggiasse per l’Europa, sia che s’occupasse di vino o di ardue questioni linguistiche. Il problema era solo di tenersi fedele alle leggi (autoprescritte) di un corretto e cordiale galateo letterario; il problema era quello di coinvolgere comunque un vastissimo pubblico, senza offendere con violenza nessuno.
Può perciò capitare che De Amicis, il quale giovanissimo aveva scritto un’apologia della Vita militare («Una bugia inzuccherata e codina», secondo Antonio Gramsci), nella piena maturità, si converta senza traumi al socialismo, fino anche a tentare di darne, con il 1° Maggio, l’epopea popolare. Può avvenire che sia lo stesso De Amicis a proporre, molto prima dei suoi critici, un gustoso «anti-Cuore», mettendo in caricatura il proprio celebrato catechismo perbenista.
Accade in Amore e ginnastica e accade nella Maestrina degli operai. Nel primo racconto non c’è più la patetica maestrina della penna rossa, ma una prosperosa maestra di ginnastica, dal «corpo giovanile di guerriera»: una «vergine inviolabile», che accende i sensi sopiti di un onesto ragioniere baciapile. Nel secondo racconto non c’è più un popolo eroico di maestri zelanti, ma una schiera di pigri insegnanti-burocrati. Nell’uno e nell’altro racconto non c’è più una società sterilizzata da un quieto conformismo, il mondo asettico del «cuore»: ma un universo contagiato dai microbi del sesso, svelato nella propria realtà compromessa e meschina. □


EUROPEO/25 OTTOBRE 1986

Rosa Luxemburg, la “piccola ebrea polacca” che guidò una rivoluzione sconfitta (Rina Gagliardi)

«Un’ebrea polacca/ che combattè in difesa dei lavoratori tedeschi/ uccisa/ dagli oppressori tedeschi». Questi versi didattici, scritti da Bertolt Brecht nel 1948, tracciano il profilo essenziale di Rosa Luxemburg: e quella morte «eroica», consumata nella rivoluzione tedesca del 1919, che ne ha consegnata la figura, ma soprattutto la sconfitta, alla storia del movimento operaio.
In questa storia Rosa compare, scompare, ritorna, senza alcun criterio rigoroso, a ritmi rapsodici. Nei primi anni ’20, il suo mito, la «Rosa rossa», è nitidissimo, e ottiene il rispetto di Lenin, che la definisce «un’aquila». Con la normalizzazione staliniana, cade nell’oblìo, sepolta dalle accuse di spontaneismo : e il «luxemburghismo» (un «ismo» tra i meno naturali, per un personaggio che combattè tutta la vita contro il dogmatismo e il dottrinarismo) acquistò la cupa dignità di un’eresia. Negli anni successivi, gli scritti ormai quasi clandestini di Rosa Luxemburg interessano piccoli gruppi e microesperienze «revisioniste»: come quella francese di Socialisme ou Barbarie. Fu il ’68 europeo (ma non solo) a riscoprire la memoria teorica di Rosa Luxemburg, la piccola «ebrea polacca» che esaltava i movimenti delle masse, e collocava la libertà, e la pietà, tra i valori fondativi della rivoluzione.
Rosa Luxemburg nasce a Zamosc, in Polonia, il 5 marzo 1871, in una famiglia relativamente aperta (liberal, diremmo oggi). Studia, con risultati brillanti, nel liceo femminile di Varsavia, dove entra in contatto con i circoli giovanili antirussi e il Proletariat, il partito socialista polacco, col quale collaborerà attivamente. Nel 1884 — a tredici anni — scrive un poemetto satirico contro il kaiser Guglielmo I, in visita nella capitale polacca: un primo atto di «indisciplina», che le viene perdonato a stento. Pochi anni dopo, nel 1890, si trasferisce a Zurigo, per studiare filosofia (ma anche scienze naturali e matematica): in questa capitale dell’emigrazione intellettuale e politica, maturano amicizie importanti (Plechanov, Zasulic, Warski) e il grande amore con un giovane ebreo lituano, Leo Jogisches.
La Luxemburg concentra il suo lavoro di questi anni alla questione polacca: fonda, nel 1893, la Sdkp, il partito social-democratico della Polonia, lavora alla rivista “Sprawa Robotncza” (“Causa operaia”), partecipa alle riunioni della II Internazionale. Soprattutto, si batte con forza contro la causa - fatta propria anche da Federico Engels - dell’indipendenza nazionale polacca: solo l’unità di tutte le classi subalterne soggette al dominio zarista, sostiene, può liberare gli operai polacchi, mentre l’ideologia nazionalista è organicamente «inquinata», e compromissoria. Sosterrà questa posizione per tutta la sua vita, anche in una bruciante polemica con Lenin e il suo Diritto delle nazioni all’autodeterminazione. In coerenza, del resto, con il rifiuto di ogni specificità (ebraica, femminile), da lei vissuto come una secca riduzione di orizzonti politici e ideali.
Un forte tratto «universalistico», e cosmopolita, del resto, accompagna la cultura marxiana di Rosa Luxemburg — che è cultura solida, nient’affatto ideologica, sostenuta da severi studi strutturali, dal gusto dell’indagine sociale, da una curiosità pressoché inesauribile. In quasi trent’anni di lavoro, produce perciò una sola opera organica - L’accumulazione del capitale, sul quale gravò da subito l’accusa di catastrofismo economico — e una miriade di saggi e articoli (la polemica contro il riformismo di Bernstein, i conflitti con Lenin sulla concezione del partito e del Massenbewegung, il movimento di massa contrapposto alla visione ultracentralistica del leader russo-giacobino, le analisi della rivoluzione bolscevica, le battaglie sul suffragio universale), che definiscono un pensiero politico ricco e coerente, anche se scarsamente sistematico. L’intellettuale Rosa Luxemburg, insieme, coltiva le sue passioni per le scienze — la botanica e la zoologia, le opere di Goethe e i grandi romanzieri russi, i lieder di Hugo Wolf, i quadri del Tiziano.
È a Berlino, dove si stabilisce nel 1898 e diventa cittadina tedesca grazie a un matrimonio bianco, che Rosa vive la sua maturità politica e intellettuale. Nella capitale della Germania, che è anche la capitale della socialdemocrazia, si lega di intensa amicizia a Karl e Luise Kautsky: quando, attorno al 1910, la rottura politica tra Rosa e il teorico della Die neue Zeit si farà insanabile, l’affetto si trasformerà in un odio selvaggio. C’era totale unità di «personale e politico», in Rosa Luxemburg, una passione per la vita che — sono parole sue — «non ammetteva meschinità», non tollerava «nessuna bassezza». C’era anche un riserbo di sé quasi assoluto, una ricchezza che non si lasciava né conoscere davvero né penetrare, e che viveva come colpa, sofferenza, tensione, ogni momento di abbandono. E c’era soprattutto una ferrea istanza etica, la volontà che si adegua, senza mai cercare compromessi, alle indicazioni della ragione: quando nel 1919, scoppiano a Berlino i moti spartachisti, Rosa Luxemburg, che pure ne coglie lucidamente l’immaturità, resta a guidarli, sul campo. Non è un gesto estremo di sacrificio: è l’unica scelta possibile di un’esistenza che ha fatto della rivoluzione — dei reali processi rivoluzionari — l’unica meta per cui un’esistenza può spendersi bene. «Sono destinata, lo so, a morire sulle barricate... Ma nell’intimo appartengo più alle cinciallegre che non ai compagni». Bisogna bruciare «come una candela, dalle due parti», dirà un’altra volta: solo dentro la storia, si esalta anche quella parte profonda di sè che vorrebbe fuggire, verso orizzonti pacificati e distaccati.
Ma in che cosa consiste, alla fine, la fascinazione luxemburghiana che colpisce quasi tutti coloro che si accostano a questa grande rivoluzionaria sconfitta? C’è la modernità del suo pensiero politico, certo: quella notwendigkeit (necessità) della rivoluzione che a torto è stata letta in chiave deterministica o meccanicistica, e che è, al contrario, una compiuta filosofia della contraddizione, e della non rassegnazione all’esistente. Ma c’è la speciale, difficile, forse irripetibile interezza del suo personaggio. «Bisogna abbattere un mondo, ma calpestare un verme per arbitrio è un delitto imperdonabile», scriverà Rosa nei giorni di fuoco della rivoluzione bolscevica, negli ultimi giorni della sua vita. A cui volle apporre come motto Ich war, ich bin, ich werde sein (Io ero, io sono, io sarò).


“il manifesto”, 19 maggio 1986

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