16.10.17

La poesia del lunedì. Eugenio Montale (1896-1981)

Finestra fiesolana
Qui dove il grillo insidioso buca
i vestiti di seta vegetale
e l'odor della canfora non fuga
le tarme che sfarinano nei libri,
l'uccellino s'arrampica a spirale
su per l'olmo ed il sole tra le frappe
cupo invischia. Altra luce che non calma,
altre vampe, o mie edere scarlatte.


Da La bufera e altro, 1940-1954 in Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 1984

15.10.17

Bibite anni 60, l'inconfondibile made in Italy (Flaviano De Luca)

Acqua e zucchero più aromi naturali e niente alcol.
La regina è la gassosa, 
seguono tutte le altre, 
fino alle spume e al chinotto.
La famosa Frizzan-Tina
Kamata Ramune, un mantra orientale, uno schiocco di labbra umide nel più roseo dei sogni. Pranzi pantagruelici o avventure galanti, discese spericolate e dialoghi smaglianti, però quel tipico odore, quella curiosa sensazione, quel fantastico sapore restano inafferrabili e lontani. Probabilmente confinati in quella neverland del passato, periodo dell’innocenza di accostare per la prima volta le labbra a quel collo di bottiglia di vetro, con la scritta stampata in sovrimpressione sulla bottiglia, gassosa, ossia dizionario aiutaci, la «bevanda analcolica preparata con acqua, zucchero e anidride carbonica, aromatizzata con essenza di limone». Fatta in casa o più generalmente dal cantiniere, dal distributore di bibite, dall’acquaiuolo, in quell’epoca con tanti produttori locali di bibite gassate.
Un prodotto modesto, rigidamente made in Italy, dove quasi ogni provincia aveva il suo marchio inconfondibile, Appia a Roma, Arnone a Napoli, Di Iorio a Isernia, Verga a Como, Paoletti nelle Marche. Quell’acqua e zucchero con aromi naturali buona per tutti, per i bambini e per le donne, istantaneo refrigerio nell’arsura dell’estate bollente, niente alcol e niente stranezze in quell’alba dei sixties, bibita inventata a partire da pochi ingredienti disponibili ovunque, bianco e agognato elisir. Un segnale tipico della bella stagione, come l’odore e il colore delle campanule viola, pianta infestante che allietava le tante discese agli stabilimenti balneari dove jukebox e biliardini avevano un posto di riguardo insieme al contenitore dei gelati, una grossa ghiacciaia rettangolare coi buchi rotondi da dove si pescavano i vari gusti con lunghe spatole già plastificate. La gassosa (o gazzosa) era l’autentica regina di quell’epoca eroica di boom economico, epoca povera ma bella, la schiuma con le bollicine e il gusto diretto e dolciastro, la bibita che gli adulti spesso usavano per allungare la birra o il vino, il soft drink per eccellenza, quello che addolcisce talvolta i pasti e certamente i ricordi adolescenziali di numerose generazioni.
Kamata Ramune è il nome occidentalizzato (perché, in originale, si scrive con gli ideogrammi nipponici) di una gassosa industriale giapponese che richiama quelle di una volta. Su Youtube un filmato semiamatoriale ce la mostra in tutto il suo splendore di bollicine che sgasano e travalicano fuori, a velocità da schizzo. Un involucro di vetro inevitabilmente nostalgico perché ricorda la bottiglia con la pallina, quella ideata oltre cento anni fa da Hiram Codd, l’inventore che varò il primo esemplare, in Inghilterra nel 1872, per chiudere ermeticamente le bibite usando la pressione della gasatura, dell’anidride carbonica. Da noi qualcuno gli diede anche il soprannome «ul sciampagn de la baleta» (lo champagne della pallina) nell’epoca dove la bibita bianca e fredda, a base di acqua dolcificata e aromatizzata, gassata con anidride carbonica, si diffuse un po’ dappertutto. La bottiglia con la pallina di vetro dentro era riempita con una particolare macchina dove veniva posta con l'apertura rivolta verso il basso, il prodotto si iniettava a pressione e una volta piena, la pallina di vetro in essa contenuta per effetto della gravità cadeva verso il basso finendo a contatto con la guarnizione collocata nella bocca della bottiglia. Rimettendo la bottiglia in posizione normale, la pallina rimaneva schiacciata verso l'alto dalla stessa pressione del gas contenuto nella gassosa, sarebbe quindi bastata una leggera pressione su di essa, come molti usavano fare, per aprire la bottiglia. Le due rientranze ricavate nel collo della bottiglia servivano a bloccare la pallina nel caso in cui il prodotto veniva consumato senza l'ausilio di un bicchiere, evitando che la stessa andasse ad ostruire la fuoriuscita del liquido contenuto, inoltre la bottiglia era schiacciata al centro, evitando in tal modo alla pallina bruschi movimenti. Kamata Ramune potrebbe essere la traduzione di Bibite Sacco o Gassosa Gallo, quelle bevande d’infanzia da consumarsi rigidamente con la cannuccia, sapore dolciastro con una reminescenza di limone che avrebbe aperto la strada poi alla Sprite, alla 7Up, alla Schweppes il tentativo di industrializzare quella passione per la bibita facile all'aroma di limone.
Bottiglia della Partannina, gazzosa di Palermo. Particolare
C'è stato un breve periodo di dittatura della gassosa, consumata dappertutto, la più dissetante in circolazione nonostante la contemporanea diffusione di chinotto e spuma, le due superbe rivali, tutte però rigidamente autoctone e local (ognuna aveva il suo ambito di diffusione, perlopiù provinciale o metropolitano). E via di seguito tutte le altre, aranciata, limonata, cedrata, orzata, menta, tamarindo, ginger e le più ricercate moscatella (un'altra «crema di spuma»), brasilena (gazzosa al caffè) e rabarbaro analcolico. Aranciate, limonate, gassose, gelatiiiii, gridava il ragazzino nerboruto portandosi appresso una cassetta di legno con le bibite, sulle gradinate dello stadio San Paolo di Napoli. ‘O borghetti,'o borghetti, accattateve ‘o cafè, era il grido successivo. Ci sono aziende storiche che hanno puntato sul prodotto di qualità con l'uso di ingredienti selezionati e altre che sono state travolte dalla grande distribuzione e dalla produzione di massa.
Poco dopo l'avvento del tappo a corona portò con sé la nascita di partite e campionati di tappini (che vennero presto intesi come evoluzione dei dischetti di metallo con le foto di calciatori e ciclisti, che già si collezionavano). Generalmente c'era un pallone e delle squadre che si combattevano, su un campo da gioco disegnato con le linee laterali e le porte. Naturalmente si poteva usare qualunque dito per «calciare» il tappino e «centrare» la casa degli avversari. Col tempo anche i formati delle bottiglie si imbizzarrivano, sulla falsariga della Coca Cola, maestra nella promozione pubblicitaria attraverso vassoi, bicchieri, cavatappi, asciugamani e molto altro, con la sua bottiglia tutta stilizzata e panciuta. In Francia l'orangina, un'aranciata né troppo dolce né troppo gassata, si è segnalata per la piccola bottiglia rotonda zigrinata e chi ricorda le foglie di carciofo in rilievo sul vetro della bibita Cynar, peraltro presto imitata da Carciò, altra soffice bevanda dall'ortaggio con le spine, bottiglia anch'essa con le foglie ma color viola e di plastica, molto da falsari. Una «bella alcalchofa» era apostrofata Natalia Estrada, soubrette spagnola che ha fatto la pubblicità del famoso liquore in tv dopo Ernesto Calindri e prima di Elio e le Storie Tese. Il Cynar fa il paio col Rosso Antico Buton e il Punt e Mes, altri liquori prettamente d'aperitivo estivo, lisci o col ghiaccio.
E veniamo alla spuma, l'equivalente italiano della soda (che invece è una bevanda alcolica gassata, nella cultura anglosassone), una qualunque bevanda con acqua, zucchero, aromi, anidride carbonica. Dovrebbe essere nata e consumata soprattutto nel nord Italia ma anche nel Centro, in particolare in Toscana, a cavallo tra l'800 e il '900 (probabilmente nei primi anni '20, e nel 1925 già vinceva a Bruxelles un concorso internazionale). In quel periodo molti paesi e città d'Italia avevano il proprio produttore locale di bibite gassate. Ognuno di questi piccoli bibitai artigianali, detti anche gazzosari, preparava e personalizzava con i propri ingredienti queste bevande, tanto da creare una varietà di marche e di gusti decisamente ampia grazie alla loro semplicità di preparazione. È per questo che è difficile attribuire il merito dell'invenzione della spuma ad una sola persona. Sappiamo che in Italia l'antenata della spuma è stata la celebre gassosa, che risale addirittura al 1888, prima che la Coca Cola arrivasse dall'America sul mercato italiano. Sappiamo inoltre che esistono spume all'arancia, al cedro, al bitter, alla menta e anche spume bianche (molto simili alla gassosa), scure o bionde. Le più conosciute sono senza dubbio queste ultime due varietà, per la preparazione delle quali ogni produttore ha una propria ricetta che differisce leggermente l'una dall'altra.
Etichette di un passito soda, la variante siciliana della spuma
La spuma nera (conosciuta soprattutto nel nord-est) è ufficialmente prodotta per la prima volta nel 1938 da Antonio Verga, fondatore della Spumador, forse per carenza di materie prime per il chinotto. Dall'infusione di 17 aromi tutt'oggi segreti creò la ricetta di uno dei tipi di spuma più celebri. La Spumador fu inventata dalla famiglia Verga che ebbe fortuna e negli anni sessanta si allargò al settore delle acque minerali prima di vendere tutto a un gruppo americano. La spuma bionda invece ha delle origini meno note e più remote, che risalgono probabilmente alla fine dell'800 ma che altri attribuiscono all'inizio del '900, si dice a causa di un innalzamento del prezzo del cedro. La sua origine è fatta risalire anche all'esperimento di qualche oste, che miscelava alla gassosa il prodotto dell'infusione dell'uva sultanina (moscato, per l'esattezza) con altri aromi e il caramello. Anche la ricetta della spuma bionda è molto misteriosa, ma anche qui forse sarebbe più opportuno parlare di ricette, al plurale. Questo tipo di spuma è forse il più conosciuto e diffuso. Sappiamo in generale che la diffusione di questa bibita dissetante era molto ampia grazie al suo prezzo contenuto rispetto alle concorrenti di marche internazionali, e alla sua facile reperibilità. Si trovava facilmente al bar, dal droghiere, in qualche vecchia trattoria e negli oratori. Veniva consumata da anziani, adulti e ragazzi sia da sola che miscelata, per trovare sollievo alla calura estiva, per una pausa durante il lavoro, con pasti o panini («Un pezzo di salato e una spuma bionda!» era la richiesta classica) e come accompagnamento durante una serata tra amici. La spuma abbinata al vino era il mix più popolare. Negli anni'50-'60 si chiedeva il sù e giò per avere un bicchiere di spuma nera e vino rosso. In Toscana si chiedeva il «mezzo e mezzo» per farsi allungare il vino con la spuma. La bionda veniva a volte mischiata con la birra per ottenere un cocktail gustoso e dissetante, più o meno come succedeva con la gassosa. Tutt'oggi frequente utilizzare il termine spuma per indicare una qualsiasi bibita analcolica soft drink composta da acqua gassata, zucchero, coloranti (caramello) e aromi naturali (vaniglia, succo di limone, spezie, infuso di scorze di arancia, rabarbaro, ecc...). Questa bibita così amata in alcune zone d'Italia e sconosciuta in altre non ha più la fama di un tempo e non viene più impiegata nella preparazione di cocktail e aperitivi, ma sta vivendo una sorta di rinascita grazie al suo prezzo contenuto e alla sua semplicità. Sono state create nuove giovani produzioni e altre più storiche si sono affermate, affiancando alla produzione della spuma bionda o scura delle spume con gusti e aromi più particolari.
L'altro grande scuro rivale è il chinotto, troppo spesso inteso come una versione povera della Coca Cola ma che ha invece una sua forte identità e una propria evoluzione, tanto da essere vista come una scelta da intenditore contro l'omologazione del gusto dilagante. Osannato anche in un indimenticabile brano degli Skiantos, «Un chinotto ogni due ore/ fa passare il malumore/ Il chinotto è la mia droga/ io lo bevo senza posa/ quando sono un po' depresso/ mi riaggiusta con me stesso/ Un chinotto ogni due ore/ è un gran viaggio da signore». Il documento più antico colloca la data di nascita del chinotto nel 1932 ad opera della San Pellegrino. Tuttavia altre fonti sembrerebbero avallare la tesi di chinotti nati ben prima di questa data. Comunque nel 1949 Pietro Neri iniziò a produrre e commercializzare chinotto in una maniera assolutamente innovativa. Il chinotto Neri ebbe, nell'immediato dopoguerra, e per tutti gli anni '50 e '60 una larghissima diffusione in tutta la penisola. Il signor Pietro Neri riuscì a costruire un'autentica fortuna con l'agrume preferito, il Chinotto. Ebbe anche un'intuizione moderna, legare il suo prodotto a una squadra di calcio che giocava al Velodromo Appio, nella capitale. Maglia giallo-verde-nera, gli stessi colori dell'etichetta della bibita, formazione che arrivò fino alla serie C negli anni Cinquanta allevando alcune generazioni di giocatori romani di talento. Il suo numero fortunato era l'otto e lo slogan arrivò facile e veloce, «Non è Chinotto se non c'è l'Otto» seguito dall'ultranoto «Se bevi Neri, Ne Ribevi» a metà tra lo scioglilingua e il finto palindromo, piazzato in una delle prime forme promozionali sulle autovetture. Neri divenne milionario e cavaliere ma poi abbandonò la squadra che cambiò nome e divenne Tevere Roma. In molti ritengono che l'epoca «moderna» del chinotto, quella degli «slogan» e della «réclame» inizia con il signor Neri. Da non dimenticare però che documenti non ufficiali ci danno presenza di una bibita chiamata chinotto già dal 1931 e vassoi e posacenere recanti la scritta chinotto, purtroppo non facilmente databili, riporterebbero, come stile, questa data ancora più anteriormente.
Importato probabilmente dalla Cina, il suo nome scientifico è Citrus Myrtifolia. Si tratta di un alberello alto un metro e mezzo circa con pochi rami che però sono carichi di foglie piccole di colore verde scuro di dimensioni simili a quelle del mirto, da qui il nome in latino. I fiori sono abbondanti e profumatissimi, i frutti sono a grappolo, di una coloritura arancio intenso. Non aspettatevi frutti di pezzature simili all'arancio, pesano non più di 50/60 grammi l'uno e non sono grandi ma delle dimensioni di una pallina giocattolo. Abbastanza poco commestibile, la buccia è aderente alla polpa e al morso si prova un gusto amaro-acido. In Italia questo splendido agrume lo si può trovare in riviera ligure (più precisamente nel savonese) e in Calabria e in Sicilia (nella zona di Taormina).
In questo profluvio di bibite di nuova generazione come Red Bull, Enervit, Gatorade anche la semplicemente immaginata Kamata Ramune ci riporta indietro nel tempo, in quel caleidoscopio di sapori introvabili. Quella delle gassose su base locale è stata una decimazione determinata dall'industrializzazione della produzione e dalla modernizzazione della logistica distributiva. Una specie di mini-globalizzazione interrotta, in cui la diffusione poco più che regionale di alcuni marchi resta a testimonianza di uno scenario antico ben distante dalle logiche commerciali di Sprite e Seven-Up.
Oggi consumare una gassosa, aldilà dei gusti e delle inevitabili passioni, appare spesso quasi un atto nostalgico, sicuramente fuori moda, mentre alcuni gassosari rilanciano i propri prodotti con una immagine retrò in senso accattivante. Il mondo di FrizzanTina, allora giovanissima ed irriconoscibile sulle prime etichette delle Bibite Paoletti, oggi adulta testimonial della stessa azienda. Uno stile decisamente «vivace» caratterizzata da disegni che ricordano le pose di un diva d'altri tempi, grazie soprattutto alla sua sensualità innata e spontanea. FrizzanTina è una splendida pin-up, sorridente, ammiccante, amabile grazie alla sua bellezza e al suo sguardo sereno e armonioso. Non solo gassose, ma anche cedrate, chinotti e aperitivi sulle cui etichette ammiccano immagini seppellite almeno da decenni, un mondo più frizzantino e sensato dove il carattere di quelle bibite era davvero intramontabile, al passo coi tempi e fieramente glocal.

alias, il manifesto, 15 agosto 2015

Mentre noi siamo qui ... Una poesia di Sandro Penna

Mentre noi siamo qui tra consuete
cose sepolti, -
                       è sul mondo la luna
e bagna il canto ai contadini. Quete
ascoltano le siepi.
                              Il fondo ascolto
della mia vita a quel lume di luna.

Poesie; Garzanti, 2000

13.10.17

Calciobalilla. L'alter ego del football (Luciano Del Sette)

Più facile da praticare, non pone limiti.
È lo sport meno costoso che c'è,
davvero popolare, subito divertente

Se la racconti così, più che una storia sembra una canzone. Di Paolo Conte. C'è un cortile di oratorio e un prete che indossa una tonaca lunga e nera. Dal cortile salgono le urla dei ragazzini figli di operai e di silenziosi impiegati. Volano i palloni e le spinte, insieme a qualche pugno, innocuo come le parolacce dette sottovoce per non commettere peccato. Gli anni sono quelli Venti del secolo scorso, il fascismo sta affilando le sue armi e tra poco le tirerà fuori.
I ragazzini nulla ne sanno; nulla ne sanno il tedesco Broto Watcher, l'inglese Harold Sea Thornton e un operaio francese della Citroen rimasto anonimo, così affermano Andrea Angiolino e Beniamino Sidoti nel Dizionario dei giochi pubblicato da Zanichelli. Secondo fonti e campanilismi diversi, uno dei tre sarebbe l'inventore di quello che da noi si chiamerà calcio balilla. Nel 1922, Thornton deposita il brevetto di «un apparato per giocare un gioco di football». Lo stesso farà, nel 1937, lo spagnolo Alejandro Finisterre. Somiglia alla scoperta dell'America: i Vichinghi, Cristotoforo Colombo, Amerigo Vespucci? Non importa. Lo stesso si può dire per quel gioco che vede undici omini blu e undici omini rossi messi in fila su stecche di metallo a disputarsi una pallina bianca cercando il goal nella porta avversaria. Lo stadio è un parallelepipedo in legno montato su zampe; il campo un rettangolo verde protetto da una spessa lastra di vetro, le porte due buche in cui la pallina si infila con un rumore secco e ovattato. Dalla sua invenzione a oggi, l'apparato per giocare un gioco di football è dilagato in Europa e poi ha oltrepassato confini lontani che si chiamano Australia, Stati Uniti, Emirati Arabi, Indonesia... La nostra storia ha bisogno, però, di tornare all'oratorio. Siamo, adesso, tra il 1932 e il 1936. Nel cortile pochi ragazzini, sul cemento le porte segnate con le cartelle di scuola l'una sull'altra non ci sono più, non si vede «neanche un prete per chiacchierar», cantandola di nuovo con Paolo Conte. Invece il prete in tonaca lunga e nera c'è ancora, ma adesso vigila dentro una stanza. Stessi spintoni, bisticci, urla, parolacce sottovoce, resse, intorno alla nuova magia che ha spodestato, almeno per il momento, il pallone di cuoio. La parrocchia l'ha ricevuta in dono da un devoto generoso e danaroso, oppure l'ha acquistata attingendo alle sue magre casse. Perché se un gioco serve a mietere piccoli devoti, allora i soldi sono soldi ben spesi. La nuova magia, il gioco, si chiama calcio balilla. Fa sognare e segnare subito. Lo sferragliare delle stecche e i rimbalzi della pallina non conoscono sosta, goal è il grido che sale fino al soffitto della stanza, il sudore scende sulla fronte dei giocatori anche in inverno. Chissà quante volte, nel 1936, gli omini azzurri hanno ricevuto il battesimo di Baldo, Locatelli, Gabriotti, Rava, Frossi, i calciatori della Nazionale di Vittorio Pozzo che ha appena vinto le Olimpiadi a Berlino e, con altre formazioni allenate da Pozzo, hanno trionfato ai Mondiali del 1934, facendo il bis quattro anni dopo. I loro avversari nel parallelepipedo vengono scelti tra i più antipatici, uno a caso l'undici di Oltralpe, o tra i più forti, già allora il Brasile. Il fascismo, nato in un mare di ambiguità, tenta di accaparrarsi il copywright del nome, lo stesso delle sue legioni di adolescenti. È una panzana. Balilla fa riferimento allo pseudonimo di Giovan Battista Perasso, patriota genovese che il 5 dicembre del 1746 incitò alla rivolta contro gli Asburgo lanciando il grido ‘Che l'inse?'. Cominciamo? In dialetto ligure, da allora, vuol dire semplicemente ragazzino.
Arriva la seconda Grande Guerra, che tuttavia non ferma la popolarità dell'apparato per giocare un gioco di football. Almeno così parrebbe guardando al fatto che, nel 1947, una manciata di mesi dopo la fine del conflitto, Marcel Zosso da Marsiglia inizia a produrre il calcio balilla a livello industriale. È il 1954 quando, ad Alessandria, viene fondata la Garlando, tuttora leader mondiale di settore. Garlando, pur con il dovuto rispetto nei confronti degli oratori, fa entrare i suoi calcio balilla dentro i bar, trasformandoli in arene di sfide dove il premio finale è una coca cola, una gazzosa, un bicchiere di vino. Quando l'Italia si sveglia al botto del boom economico, ecco puntuale lo stadio in miniatura della Garlando nei campeggi, accanto ai chioschi di bibite e panini sulle spiagge, sotto le frasche degli stabilimenti balneari.
Giovani aspiranti sosia di Maurizio Arena, costume da bagno attillato e galeotto, petto in fuori, sorriso assassino, rubano gli sguardi di signorine finte biondo platino o brune veraci che azzardano il primo bikini. Chi non crede alla teoria di Giambattista Vico sui corsi e ricorsi della storia, dovrà fare ammenda almeno nel caso del calcio balilla e alla luce dei ricordi di Claudio Stella, classe 1972, impiegato tecnico, considerato dagli amici e non solo un virtuoso degli omini:«La mia passione è cominciata quando ero piccolo e come tanti ragazzi frequentavo l'oratorio. Partite, sfide, tornei, che proseguivano nei campeggi al mare». Aggiunge, orgoglioso, Claudio: «E molto spesso portavo a casa la vittoria». Sguardo e sorriso sornioni, Stella non nasconde l'utilizzo delle partite a fini amorosi: «Posso confessare qualche conquista grazie alla vittoria in un torneo. Chi vinceva era visto dalle ragazze con occhi diversi, il cosiddetto aggancio diventava più facile». Nei bar di città, affrontarsi rimane competizione allo stato puro. Annota Claudio con rimpianto: «Purtroppo i bar dove trovi un calcio balilla ad aspettarti sono sempre più rari. Tant'è che per potermi esercitare me ne sono comprato uno. Ma se trovo il bar giusto, allora mi fiondo a giocare, chiamo qualche avventore per una partitina, e dopo si continua a chiacchierare. Di calcio balilla, ovviamente». Mentre giochi, a cosa pensi, che sensazioni provi? «Penso alla partita e basta. C'è la ricerca del colpo, del goal fatto bene. È una disciplina che aiuta sfogarsi. Con alcuni amici mettiamo su delle sessioni di ore e ore. Giocare per tanto tempo richiede uno sforzo quasi simile a una vera partita di calcio. Ogni volta finiamo stremati e felici, perché il calcio balilla è aggregazione, è aperto a tutti, non ha limiti di fisico e di età, perdere non rappresenta un dramma così grande». Un gioco democratico, insomma. Il sorriso di Claudio, da sornione diventa convinto.
Il terzo capitolo della storia induce a pensare che il Piemonte sia stato eletto, per qualche disegno del destino, patria del calcio balilla. Sul fronte industriale i Garlando di Alessandria, su quello agonistico la FICB, Federazione Italiana Calcio Balilla, con sede a Feletto, nel Canavese, trenta chilometri da Torino. Se il paese lo vai a cercare su Wikipedia, alla voce Cittadini illustri trovi Ramona Dell'Abate, già conduttrice televisiva, e non Ragona Massimo, che della FICB è presidente. Una lacuna, amici di WP. Cui poniamo doveroso rimedio. Perdoni la domanda, Massimo: come mai proprio Feletto nel ruolo della Coverciano del calcio balilla agonistico? «Io sono nato qui, e il Centro Federale, dal 1995, anno di nascita della FICB, al 2008, è stato il pub di famiglia. Nel 2008 abbiamo chiuso l’attività, conferendo un aspetto ufficiale alla sede. Oggi il mio unico, e difficile, lavoro è quello di presidente. Dico difficile perché il CONI non ci ha mai riconosciuti. Quindi non percepiamo da questo organismo alcun finanziamento. Ciò comporta che una parte del nostro tempo sia dedicata ad attività di marketing e iniziative commerciali abbinate, in grado di garantirci la sopravvivenza. Faccio un esempio. I mondiali 2015 a Torino sono costati circa cento/centoventimila euro. Il bilancio definitivo dice che ci abbiamo rimesso fra i trenta e i quarantamila euro, nonostante avessimo sponsor tra i costruttori di calcio balilla, le aziende di abbigliamento sportivo e come main sponsor, dal 2003, il Casino di Saint Vincent dove a novembre si disputa ogni anno la Lega a squadre. Attenzione: parliamo di cifre irrisorie, cui si aggiungono le percentuali che arrivano dalle società di noleggio». I Mondiali di Torino portano a chiederle di raccontarci cosa significhi, oggi, calcio balilla agonistico «La FICB raduna una novantina di associazioni sportive dilettantistiche, affiliate agli Enti di Promozione Sportiva. I tesserati sono circa quattordicimila, tremila i giocatori che si contendono il ranking nazionale e partecipano in Italia e all’estero ai vari campionati internazionali. Le nazionali italiane sono divise in quattro categorie di settore per età: juniores under 18, uomini, donne e veterani over 50. Tutti si autofinanziano, salvo i partecipanti alla Lega a squadre, che vede in gara otto elementi di varie città italiane, sponsorizzati da privati o dalle associazioni. Un migliaio di giocatori per un centinaio di squadre appartenenti alle Leghe di Serie A, B e C». Parliamo di cifre a livello mondiale: «Le nazioni affiliate alla International Soccer Table Federation sono sessantatre, di tutti i continenti. La più rappresentata in termini numerici è l’Italia, poi arrivano Germania, Francia, Belgio, Stati Uniti. Italia a parte, il numero dei frequentatori, cioè di coloro che partecipano fuori dal ruolo agonistico ufficiale alle varie manifestazioni, si aggira intorno al milione di persone nel mondo. Ci metta altri centomila italiani. Ma se dovessimo registrare e tesserare tutti coloro che presenziano ai meeting sulle spiagge e nei centri commerciali, le cifre sarebbero ben superiori». Ragona, come si diventa un buon giocatore di calcio balilla e che requisiti bisogna avere? «Le doti fisiche non servono. Tra i nostri giocatori ci sono persone che hanno ottantadue anni, altri che pesano quaranta chili e altri ancora centotrenta. Quel che conta è la passione e la voglia di applicarsi. Un campione si forma in un paio di anni, nel giro di altri due può scalare la classifica e arrivare molto in alto. Parlando di qualità, in attacco le donne sono molto più brave degli uomini. È un fatto statistico, non saprei spiegarle il motivo».
Vince chi svuota per primo il marcapunti della propria squadra. Non va propriamente così. Le regole spiegate da Massimo spalancano scenari competitivi tanto allettanti quanto sconosciuti a chi il calcio balilla lo pratica modestamente in proprio «La tipologia del gioco a squadre prevede due tempi da quattro e minuti e mezzo, più eventuali time out chiesti dall'arbitro o dagli atleti, per un massimo di quindici minuti. Nei campionati a coppie o individuali si va a numero di goal, da sei in fase di qualifica a otto in finale. E in finale una partita può durare anche mezz'ora, dipende dal livello di bravura e dalla specialità». Specialità, un termine che richiama, sempre in ambito amatoriale, l'accordo preso prima di buttare la palla sul vetro del campo: ‘Giochiamo alla ferma o alla vola?'. Spiega il presidente «Solo l'Italia gioca nella specialità ‘al volo', il resto del mondo usa i ganci, come si faceva negli anni '60. In occasione delle gare internazionali la FICB si confronta con tutte e due le specialità, più una terza, la tradizionale, che permette il palleggio sulla sponda a precedere il tiro e un possesso palla di dieci secondi».
Presidente, due domande finali La prima: riesce a tracciare un profilo sociale del giocatore di calcio balilla? «In passato la

distinzione era abbastanza netta. I figli di chi stava bene economicamente frequentavano i bar e giocavano a biliardo, i figli degli operai frequentavano gli oratori e giocavano a calcio balilla. Oggi le cose stanno cambiando. Il riconoscimento, nei fatti, che la nostra è una pratica sportiva, attira ingegneri, medici, avvocati, professionisti». Perché, secondo lei il calcio balilla è un gioco intramontabile? «Direi che rappresenta l'alter ego del calcio, più facile da praticare, non pone limiti anche a chi è su una carrozzina o avanti con l'età. Poi è lo sport meno costoso che c'è, davvero popolare, subito divertente. Mi dica lei quanto ci vuole prima di potersi divertire giocando a tennis o a ping pong. Agli inizi la palla o la pallina non vanno mai dall'altra parte. Nel calcio balilla succede dopo cinque minuti». Succede che nel 2014, in Avrai ragione tu, Caparezza canti ‘Dicono che gli omini del calcio balilla/ a testa in giù non vanno bene', Certo che non vanno bene. Gli omini del calcio balilla vanno sempre a testa alta, hanno viso abbozzato e impassibile, sono tutti gambe e niente braccia, indossano l'eterno vestito rosso, o l'eterno vestito blu. E quando, sul filo della stecca, fanno la giravolta, si preparano al tiro imprendibile, negano un goal che sembrava cosa certa, sparano bolidi da fondo campo, allora un videogame diventa al confronto noia assoluta, noia mortale.

alias il manifesto, 15 agosto 2015

Mandeville. Il benessere nasce dai vizi (Alfonso M. Iacono)

«Vizi privati, pubblici benefici». Questa frase, che è quasi divenuta un proverbio dell’epoca moderna, appartiene al dottor Bernardo di Mandeville, il medico olandese, trapiantato a Londra, che, tra il 1705 e il 1729, compose la ben nota Favola delle api, ovvero vizi privati, pubblici benefici. Così infatti suona il titolo della sua opera sin dalla seconda edizione del 1714. Esce ora in traduzione, per la cura di Tito Magri, l'insieme dei testi che costituiscono la prima parte dell’opera e che Mandeville scrisse tra il 1705 e il 1724 (La favola delle api, Laterza,1987).
[...]
La Favola delle api è un’opera straordinaria anche per la spregiudicatezza intellettuale che la contraddistingue. Nell’alveare che Mandeville descrive, vige la prosperità economica e sociale in un mondo in cui ci sono commercianti disonesti, avvocati truffaldini, medici arroganti e vanitosi, una giustizia ingiusta con i poveri e gli affamati e ruffiana con i ricchi, un esercito che maltratta i suoi soldati, una chiesa di classe. «Ma chi potrebbe svelare tutte le loro frodi? — si domanda Mandeville — Perfino la roba venduta per la strada come concime per la terra, si scopriva spesso che era mescolata con un quarto di pietre e di ghiaia inutilizzabili; sebbene i critici non avessero motivo di lamentarsi visto che vendevano sale al posto di burro». Così «ogni parte era piena di vizio», eppure, osserva Mandeville, «il tutto era un paradiso».
Come spiegare questo apparente paradosso? L’alveare descritto nel XVIII secolo si può ancora oggi leggere tutti i giorni su tutti i giornali e vedere tutte le ore in tutti i luoghi. Come mai da parti viziose risulta un tutto paradisiaco?
Una chiave di spiegazione si trova in un altro passo dell’Alveare scontento, il fulcro dell'opera, poi chiarito a lungo nella nota (P). Dice Mandeville: «Cosi il vizio nutriva l’ingegnosità, che insieme con il tempo e con l’industria aveva portato le comodità della vita, i suoi reali piaceri, agi e conforti, ad una tale altezza, che i più poveri vivevano meglio di come vivessero prima i ricchi; e nulla si sarebbe potuto aggiungere». Nella società borghese il più povero vive meglio del più ricco di una società precedente.
Questa osservazione, che sarà ripresa di peso da Adam Smith (e di ciò Marx si era accorto), ci costringe a porci un’altra domanda: in che senso il più povero vive meglio?
Da quale punto di vista? Dal punto punto di vista della disponibilità reale delle cose prodotte, cioè della produzione delle merci. Questo punto, in apparenza così ovvio, è in realtà il centro della radicale caratterizzazione della società borghese rispetto ad altre società. E l’elemento caratteristico è determinato dal fatto che, come ha notato Louis Dumont (Homo aequalis, Adelphi, 1984), Mandeville stabilisce il primato del rapporto dell’uomo con i beni materiali rispetto al rapporto tra gli uomini, se non in linea di principio, almeno nell’analisi della della vita reale della società moderna.
Da qui alcune conseguenze importanti: l’economia si autonomizza dalla morale nella stessa misura in cui l'analisi della condotta umana e sociale si separa dai modelli di comportamento fondati sul dover essere. Inoltre emerge l’idea secondo cui i risultati sociali non sono il prodotto conseguente delle intenzioni degli individui. Come fa vedere, nella lucida e problematica introduzione, Tito Magri, il rapporto e la differenza sono tra una società piccola e poco prosperosa dove è possibile che i risultati sociali siano corrispondenti alle intenzioni degli individui, e una società grande e potente dove invece ciò non può più realizzarsi.
Mandeville, anticipando anche su questo punto Adam Smith, mette in evidenza come i prodotti di cui godiamo siano il frutto di una divisione e di una organizzazione del lavoro assai complesse, non immediatamente visibili nella merce. Ciononostante, la merce, (il prodotto, la cosa) racchiude il tutto di quelle parti che hanno cooperato per la sua realizzazione.
«Vizi privati, pubblici benefici». Da parti viziose, un tutto che è un paradiso. Dietro l’apparente apologia di un sistema sociale che vuole svincolarsi dai residui del passato e che dichiara la sua rottura, c’è una messa a nudo delle dinamiche dei rapporti e degli effettivi comportamenti economici, che non sfuggì a Marx. Rapporti e comportamenti che segnano il punto a partire dal quale non si torna indietro anche in vista di una critica della società borghese. L’economista von Hayek, sensibile alla teoria dei sistemi, ha colto in Mandeville, come in Adam Smith e nella sua teoria della «mano invisibile», un perno della realtà sociale per cui il benessere collettivo può realizzarsi come un effetto che non dipende dalle azioni individuali.
In questo si trovano frammisti elementi di un liberalismo ottimistico, insieme con la
consapevolezza di una complessità sociale non riducibile a immagini troppo semplificate, e spesso argomentate retoricamente con buoni propositi e belle virtù, di una società fondata sul «dover essere» e sul «buon comportamento».
Il nodo gordiano da sciogliere sta ancora nella verità detta da Mandeville : dal punto di vista dei beni materiali il più povero presso di noi sta meglio del più ricco nelle società «altre». Se molto è cambiato negli ultimi due secoli, se, naturalmente, questa affermazione può essere modificata da molti angoli visuali, rimane il fatto di quel punto di vista. Se si accetta come assoluto e oggi indiscutibile il primato del rapporto degli uomini con i beni rispetto ai rapporti fra gli uomini, se non si tiene conto di quel che questo primato ha prodotto e produce nel sistema-mondo, allora vale ancora la pena di ricordare quest'altra constatazione di Mandeville: «Una delle ragioni principali per cui così poche persone comprendono se stesse è che la maggior parte degli scrittori insegnano agli uomini sempre quello che dovrebbero essere, e quasi mai turbano le loro teste dicendo quello che sono realmente».


il manifesto/giovedi 17 dicembre 1987

Leo the Lion. 1924-2004: ottanta anni di Metro Goldwin Mayer (Andrea Rocco)

Nel 2004 la più antica delle majors, protagonista della storia del cinema americano e mondiale, dopo una lunga fase di decadenza, venne acquisita da Sony-Columbia e perse la sua autonomia, cambiando completamente identità: oggi produce soprattutto contenuti televisivi, utilizzando la sua ancora cospicua “libreria”. Il necrologio che qui “posto”, affidato dal “manifesto” ad Andrea Rocco, a me è sembrato ricco di informazione critica e ben costruito. (S.L.L.)

Con l’acquisto della Metro Goldwyn Mayer da parte di Sony-Columbia, le sette sorelle sono rimaste sei: Paramount, Universal, Disney, Warner, Columbia, Fox. Il primo a morire degli storici studios hollywoodiani che hanno dominato per oltre ottant’anni rimmaginario di mezzo mondo è stato quello che aveva le più forti caratteristiche identitarie. Non solo quel leone ruggente (ha anche un nome, Leo the Lion) all’inizio di ogni pellicola, circondato dal motto latino «Ars Gratia Artis» , ma per decenni uno stile, lo «stile Mgm» che differenziava i film prodotti negli studios di Culver City da quelli dei concorrenti.
Dalla Mgm «veniva un mondo di sogno» - ha scritto Neal Gabler, autore della storia dei fondatori di Hollywood, An Empire oftheir Own. «Da lì veniva un mondo a volte straordinariamente risplendente, a volte commovente per semplicità ed ingenuità, un mondo nato dalle contraddizioni della vita stessa di Louis Mayer».
Anche se alla nascita ufficiale della Mgm, nel 1924, il nome di Mayer non appare ancora (si chiama Metro Goldwyn), è lui a plasmare e a riempire con la sua enorme personalità la futura «major». Ebreo, nato in Europa dell’est, come tutti i fondatori degli studios di Hollywood (Zukor di Paramount, Cari Laemmle di Universal, Harry Cohn di Columbia, William Fox e i fratelli Warner), Mayer dopo un’infanzia infelice tra il Canada e il Massachussetts aveva cominciato ad interessarsi della nascente industria del cinema, entrando nella distribuzione.
Il colpo grosso lo fa quando si assicura i diritti di distribuzione del capolavoro di D.W.Griffith, Nascita di una nazione e pochi anni dopo, fondata la propria società di produzione a Los Angeles, assume Irving Thalberg. I due vengono chiamati nel 1924 dal proprietario di sale Marcus Loew a dirigere l’appena costituita Mgm. Fin dall’inizio, l’innovazione di Mayer e Thalberg è la «spettacolarizzazione» del business del cinema: un grande party con aerei che fanno piovere fiori sugli invitati all’inaugurazione degli studios Mgm di Culver City, la costruzione delle figure delle dive come inarrivabile modello di identificazione popolare, l’ostentazione dei consumi di lusso (li-mousines, ville, piscine).
Parallelamente, grazie soprattutto a Thalberg, Mgm delinea quel modello di «studio System», di contrattualizzazione a lungo termine delle star, di scrittori e registi che caratterizzerà l’ascesa di Hollywood negli anni ‘30 e ‘40.
Sono anni in cui Mgm sforna decine di film di successo, dal Mago di Oz alla serie di 17 film di Andy Hardy con Mickey Rooney, da Night at the Opera dei fratelli Marx a L'ammutinamento del Bounty. Della «scuderia» Mgm fanno a lungo parte Clark Gable, Jimmy Stewart, Fred Astaire & Ginger Rogers, Gene Kelly, Jean Harlow, Laurel e Hardy, Buster Keaton, Greta Garbo, Bette Davis, Lana Tumer, Joan Crawford, Spencer Tracy e Katharine Hepbum. E tra gli scrittori, Francis Scott Fitzgerald e William Faulkner.

Via col vento? Non renderà
Non sempre l’ossessiva ricerca del meglio e della qualità o la leggendaria intuizione per il successo di Mayer e Thalberg fanno centro. Famoso fl giudizio di Thalberg sulla sceneggiatura di Via col Vento: «Nessun film sulla Guerra civile ha mai guadagnato un centesimo». Mgm respinge il progetto (ma lo distribuisce) che è diventato il film più profittevole della storia del cinema.
Ma Mayer è stato un innovatore anche sotto un altro punto di vista. Ossessionato dall’ansia di assimilazione nella società americana, ferocemente conservatore e moralista, è stato il primo ad intuire il potenziale di forza politica dell’industria del cinema. Primo tra i mogul hollywoodiani ad essere invitato a dormire alla Casa bianca (da Hoover nel ‘28), Mayer era acceso nemico di Roosevelt e soprattutto è stato colui che ha impedito allo scrittore socialista Upton Sinclair di diventare governatore della California nel 1934. Mayer mobilita i colleghi-rivali delle altre «majors» contro colui che prometteva di mettere fine alla povertà in California anche tassando maggiormente la produzione di film. E utilizza per la prima volta le armi della propaganda cinematografica, con falsificazioni molto simili a quelle attuali dei «reduci del Vietnam contro Kerry». La vittoria di Mayer contro Sinclair ne fa per anni uno dei produttori più influenti politicamente (fu presidente del partito repubblicano della California), ma le sue tattiche creano in dipendenti ed attori una reazione che sposta per sempre Hollywood nel campo progressista. Altrettanto feroce è stato atteggiamento di Mayer e della Mgm ai tempi della «caccia alle streghe» maccartista.
Nel frattempo andava sgretolandosi quello «studio System» nel quale Mgm aveva prosperato. Nel 1948 una sentenza della Corte suprema pone fine al monopolio degli studios sulle sale cinematografiche; nel 1950, dopo due tentativi falliti di liberarsi dal cappio dei contratti con gli studios da parte di Bette Davis e di Olivia De Havilland, James Stewart negozia con successo un accordo che lo rende partecipe degli utili dei suoi film. Ad aiutarlo è Lew Wasserman, agente e nuova forza emergente della politica hollywoodiana. È la fine del potere dei vecchi studios, l’inizio del declino di Mgm.
Nel 1939 lo studio di Leo the Lion aveva una posizione dominante, il 22 per cento degli incassi del botteghino statunitense. Nel 1949 la leadership era insidiata da Fox. Ancora nel 1964 Mgm è ai vertici, appaiata a Paramount, ma nel 1972 la sua quota di mercato precipita al 6% (sono Warner e Paramount a dominare). Le cause della decadenza sono molteplici. Mgm resta a lungo una casa cinematografica «pura», mette le «majors» rivali, dopo la scomparsa alla fine degli anni ‘50 della generazione dei fondatori, cambiano pelle. Arrivano grandi gruppi industriali come Gulf and Western, che acquisterà Paramount, Coca-Cola (Columbia), Matsuhisa (Universal) e Sony (ancora Columbia). Sono acquisizioni che in qualche modo limitano l’indipendenza degli studios, ma al tempo stesso danno loro spalle abbastanza larghe da poter entrare nei nuovi settori della tv, del video, dei video-games, dei parchi a tema.
Mgm finisce invece nelle mani di Kirk Kerkorian, un miliardario di origine armena che ha fatto i soldi con alberghi e casinò e che se antropologicamente potrebbe somigliare ai vecchi tycoons hollywoodiani, per il cinema non ha alcun interesse. Proclama che Mgm sarà d’ora in poi soprattutto una società alberghiera, vende parte dei preziosi archivi a Ted Turner (che lancerà il business della colorizzazione dei film), costruisce un enorme albergo a Las Vegas, l’Mgm Grand, il cui ingresso ha la forma di Leo the Lion. Sono gli anni ‘90 e la quota di mercato delle produzioni Mgm cala al 3%.

Un ex cameriere italiano
Poi Kerkorian passa la mano. Con l’aiuto del Crédit Lyonnais, l’ex-cameriere italiano Giancarlo Panetti stupisce il mondo acquistando lo studio del leone. Il suo è un impero breve, che porta in caricatura i segni del potere hollywoodiano «A Hollywood - scriveva Edward Jay Epstein sul suo Diary -Panetti vive con uno stile da Grande Gatsby. Ha comprato una villa a Beverly Hills da 8 milioni di dollari, dove porta i suoi ospiti a visitare un sotterraneo blindato con quadri che lui identifica come Picasso, Mirò e Goya... Affitta una Rolls da 200mila dollari ed « proprietario di un ristorante italiane Madeo, e un night-club, Tramps».
Panetti, scaricato dal Crédit Lyonnais, abbandonato anche dal socio Florio Fiorini, ex-manager Eni e «link» con l’establishment affaristico socialista dell’epoca, finisce in galera un paie di volte, nel 1991 e nel 1999, per riemergere recentemente come candidato a sindaco della natia Orvieto.
Nel frattempo Kerkorian si è ricomprato la Mgm, ha ripreso a fare film, alcuni, come Legally Blonde e Barber-shop, fanno anche dei quattrini, mentre la «library» di 4000 film e di 10.000 titoli televisivi diventa sempre più preziosa nelle sue potenziali declinazioni di contenuto per i nuovi media. Kerkorian fa sapere che Mgm è di nuovo in vendita, ed è storia degli ultimi giorni.
Dopo una durissima battaglia con Time Warner la Sony, sostenuta dal colosso della Tv cavo Comcast, conquista la casa di Leo the Lion. Le attività cinematografiche saranno proseguite da Columbia, già controllata da Sony, che occupa proprio quegli studios di Washington Boulevard a Culver City sui quali nel 1924 Louis Mayer aveva fatto versare una pioggia di fiori da una flotta di aerei nel giorno dell’inaugurazione.

"il manifesto", 18 settembre 2004

12.10.17

“Imparai a leggere ...”. Dai miei ricordi d'infazia (José Saramago)

Imparai in fretta a leggere. Grazie al lustro di istruzione che avevo cominciato a ricevere nella mia prima scuola, quella di Rua Martens Ferrào, di cui riesco a rammentare solo l’entrata e la scalinata sempre buia, passai, quasi senza transizione, alla frequenza regolare degli studi superiori della lingua portoghese nella figura di un giornale, il «Diàrio de Noticias», che mio padre portava a casa tutti i giorni e che suppongo gli fosse offerto da qualche amico, un giornalaio, forse il padrone di una tabaccheria. Comprare, non credo lo comprasse, per la pertinente ragione che non ci avanzava denaro da sprecare in simili lussi. Per dare un’idea chiara della situazione, basterà dire che per anni, con assoluta regolarità stagionale, mia madre andava a portare le coperte al monte di pietà quando l’inverno terminava, per riscattarle solo, risparmiando centesimo su centesimo per poter pagare gli interessi tutti i mesi e il recupero finale, quando i primi freddi cominciavano a farsi sentire. Ovviamente, non avrei saputo leggere di filato il già allora storico giornale del mattino, ma una cosa
mi era chiara: le notizie erano scritte con gli stessi caratteri (noi le chiamavamo lettere, non caratteri) dei quali stavo imparando a scuola nomi, funzioni e reciproci rapporti. Di modo che, sapendo sillabare ancora a stento, già leggevo, senza accorgermi che stavo leggendo. Identificare nello scritto del giornale una parola che conoscevo era come trovare lungo la strada un cippo lì a dirmi che andavo bene, che ero nella direzione giusta. E fu così, in questa maniera un po' inusuale, «Diàrio» dopo «Diàrio», mese dopo mese, facendo finta di non udire le battute degli adulti di casa che si divertivano perché me ne stavo lì a guardare il giornale come se fosse un muro, che giunse il mio momento di lasciarli a bocca aperta quando, un giorno, d’un fiato lessi a voce alta, senza titubare, nervoso ma trionfante, un certo numero di righe di seguito. Non capivo tutto quello che leggevo, ma questo non importava. Oltre a mio padre e mia madre, i suddetti adulti, prima scettici, ora soggiogati, erano i Barata.
Orbene, accadde che in quella casa dove non c’erano libri, un libro c’era, uno solo, grosso, rilegato, se non erro, in azzurro chiaro, che si intitolava La capinera del mulino e il cui autore, se la mia memoria ci azzecca anche questa volta, era Émile de Richebourg, al cui nome le storie della letteratura francese, anche le più minuziose, non credo facciano granché caso, ammesso che lo abbiano mai considerato, ma che fu persona abilissima nell’arte di esplorare con la parola i cuori sensibili e i sentimentalismi più impetuosi.
La proprietaria di questo gioiello letterario assoluto, da tutti gli indizi risultante anch’esso da una previa pubblicazione in fascicoli, era Conceiçao Barata, che lo teneva in serbo come un tesoro in un cassetto del comò, avvolto in carta velina, con odore di naftalina. Questo romanzo sarebbe divenuto la mia prima grande esperienza di lettore. Ero ancora ben lontano dalla biblioteca del Palazzo das Galveias, ma il primo passo per arrivarci era stato fatto. E dato che la nostra famiglia e quella dei Barata vissero insieme per un buon paio d’anni, il tempo mi fu più che sufficiente per ultimare la lettura e ricominciare da capo. Contrariamente, però, a quello che mi era successo con Maria, la fata dei boschi, non riesco, per quanto abbia tentato, a rammentare un solo brano del libro. Emile de Richebourg non gradirebbe questa mancanza di considerazione, lui che pensava di avere scritto la sua Capinera con inchiostro indelebile. Ma le cose non si sarebbero fermate qui. Anni dopo sarei venuto a scoprire, con la più grande delle sorprese, che in quel sesto piano di Rua Femào Lopes avevo letto anche Molière. Un giorno mio padre si presentò a casa con un libro (non riesco a immaginare come potesse averlo avuto proprio lui) che era niente di meno che una guida di conversazione portoghese-francese, con le pagine divise in tre colonne, la prima, a sinistra, in portoghese, la seconda, centrale, in lingua francese, e la terza, accanto a quest’ultima, che riproduceva la pronuncia delle parole della seconda colonna.
Tra le varie situazioni in cui si sarebbe potuto trovare un portoghese che dovesse comunicare in francese con l’aiuto della guida di conversazione (in una stazione ferroviaria, alla reception di un albergo, in un noleggio di carrozze, fri un porto marittimo, da un sarto, ad acquistare i biglietti per il teatro, a provare un abito dal sarto, eccetera), compariva inopinatamente un dialogo fra due persone, due uomini, uno dei quali era qualcosa tipo un maestro e l’altro una specie di allievo. Lo lessi molte volte perché mi divertiva lo stupore dell’uomo che non poteva credere a quello che il professore gli diceva, che lui faceva prosa sin dalla nascita. Io non sapevo niente di Molière (e come avrei potuto saperlo?), ma ebbi accesso al suo mondo, entrando dalla porta principale, quando ancora avevo superato a stento l'a-e-i-o-u. Non c’era dubbio, ero un ragazzo fortunato.


Da Le piccole memorie, Einauidi 2007 – trad. Rita Desti. In “il manifesto”, 7 giugno 2007

La faccia del giornalista (Enzo Biagi)

I nostri giornalisti sono ossessionati dall'idea di farsi riprendere, di farsi vedere in tv, senza capire che la ripetitività rende noti, non autorevoli, e a forza di farti vedere tutto quel che ottieni è la gioia di sentire il barbiere che ti dice "dottò, l'ho vista in televisione".

da un'intervista a Giovanna Pajetta, "il manifesto", 4 maggio 1986


Miracolo a Buenos Aires? Il Dna dell'ostia consacrata (Giacomo Gambassi)

La chiesa di Santa Maria a Buenos Aires
Nel cuore di Buenos Aires, fra il reticolato di strade del quartiere di Almagro, si trova la chiesa di Santa Maria. La comunità ha dedicato una cappella all'adorazione eucaristica perpetua, omaggio ai «segni eucaristici» (come vengono definiti in una targa sulle pareti e sul sito della parrocchia) avvenuti nel 1992, 1994 e 1996. Non è possibile parlare di miracoli perché ancora non c'è stato alcun riconoscimento ufficiale. Però già Jorge Mario Bergoglio, da arcivescovo di Buenos Aires, aveva partecipato più volte alla preghiera eucaristica nella parrocchia di Avenida La Piata e, a ridosso degli eventi inspiegabili, aveva promosso una serie di indagini su quanto avvenuto. Nella comunità vengono organizzati incontri periodici per raccontare i «segni» cui la chiesa in mattoni rossi ha fatto da cornice. Nel maggio 1992 due pezzi di ostia vengono trovati sul corporale del tabernacolo: su indicazione del parroco sono messi in un recipiente d'acqua e riposti al sicuro. Passano i giorni ma le particole non si sciolgono. E una settimana dopo assumono un colore rosso sangue. Il secondo episodio risale al luglio 1994 quando dal sacerdote viene vista una goccia di sangue scorrere all'interno del tabernacolo mentre lo apre durante la celebrazione. E poi c'è il fatto del 1996: durante la Messa dell'Assunta, il 15 agosto, padre Alejandro Pezet è chiamato da una donna, una volta conclusa la distribuzione della Comunione, che gli racconta di aver trovato un'ostia profanata a terra dietro un candelabro. Daf momento che non può essere consumata, Pezet la colloca in un contenitore con l'acqua nella cappella del Santissimo Sacramento. A distanza di alcuni giorni si trasforma in carne sanguinante. Il parroco riferisce tutto ciò al cardinale arcivescovo Antonio Quarracino e al suo ausiliare Bergoglio.
Sarà proprio il futuro Papa che, divenuto nel 1998 arcivescovo di Buenos Aires e informato che la misteriosa particola non si decompone, chiederà di farla analizzare scientificamente. Un frammento è inviato in un laboratorio della città che certifica essere di un uomo. Nel 1999 si svolge un ulteriore test coinvolgendo un centro specializzato di New York, ignaro di ciò che ha fra le mani. Il risultato? Per gli esperti Usa, si tratta di un cuore. Nel 2004 l'ennesimo studio è affidato al celebre medico forense statunitense Frederick Zugibe che nel suo responso scrive: «Il materiale investigato è un frammento di muscolo cardiaco». Infine un altro brandello viene confrontato con la reliquia del miracolo eucaristico di Lanciano: secondo le relazioni di laboratorio, entrambi i campioni hanno un identico Dna e quindi appartengono alla stessa persona. Da allora la piccola chiesa è una sorta di santuario del Pane nella capitale argentina che ormai chiamano la «parrocchia del miracolo eucaristico».

Avvenire, 16 ottobre 2016


O belli o brutti al bagno tutti. Le Terme nell'antica Roma (Clara Valenziano)

Le Terme di Caracalla ove, fra l'altro, i Romani giocavano a palla
ROMA
Nell'Iliade e nell'Odissea un vero e proprio bagno di pulizia si faceva solo a mare o a fiume: Ulisse e Diomede, stanchi e sudati dopo una bravata notturna, entrano in mare fino alla cintola e si sciacquettano ben bene prima di sedersi a tavola con gli amici; Nausicaa e le sue ancelle, finito di lavare i panni di tutta la famiglia, si tuffano nel fiume. E sempre all'aria aperta erano, nella Grecia arcaica, i bagni costruiti per gli atleti accanto alle palestre. In casa si usava la tinozza che, a Roma, stava in un bugigattolo oscuro situato accanto alla cucina. Questo locale si chiamava lavatrina, diventata poi, per sincope, latrina. E se già in epoca romana la parola aveva acquistato un significato diverso, un motivo c'era: da un certo momento in poi, niente più lavaggi in latrina: tutti alle terme. Proprio tutti: ricchi e poveri, uomini e donne, giovani e vecchi, liberi e schiavi. Il prezzo d'ingresso era alla portata di qualsiasi borsa; si pagava sempre con la moneta più piccola dell'emissione in bronzo dell' epoca: un quadrante ai tempi di Orazio, due denari nell'età di Diocleziano.
I bagni pubblici (le terme) non li hanno inventati i romani i più antichi sono stati trovati a Olimpia e rimontano al V sec. a.C. , ma è stata Roma a fare della frequentazione delle terme una gioia della vita, proprio come l'amore e il vino (Balnea, venus et vinum vitam faciunt). Ogni giorno nell'affanno del vivere c'era una pausa nelle prime ore del pomeriggio per dedicarsi al corpo, alla sua pulizia, al suo benessere, e al piacere di stare insieme agli altri, di parlare, di ascoltare: vita non est vivere sed valere (la vita non consiste nel vivere, ma nel sentirsi bene). Le terme furono un elemento così essenziale e così caratteristico della vita romana, che in tutte le province dell'impero dai confini africani al vallo di Adriano il segno specifico della romanizzazione è appunto la presenza degli edifici termali.
La mostra Terme romane e vita quotidiana, organizzata dal Comune di Roma al Museo della Civiltà romana, è la replica di quella tenutasi due anni fa a Castiglioncello e a Rosignano Marittimo. È una mostra, visivamente, di proporzioni modeste; in cambio si apprende molto sulle tecniche edilizie, sulle cure termali, sullo sport e sulla mentalità dei romani leggendo cartelloni e catalogo. Nella storia delle terme il salto qualitativo avvenne, nel primo secolo a.C., con l'invenzione del sistema di riscaldamento ad ipocausto, cioè convogliando l'aria calda sotto il pavimento e dietro le pareti; con questo sistema i locali venivano mantenuti a calore costante, senza spiacevoli sbalzi di temperatura. Sotto il pavimento delle terme ce n'era un secondo, più basso di 60 centimetri e nello spazio vuoto circolava l'aria calda che poi risaliva lungo tubi di terracotta inseriti nelle pareti. Nel calidario i tubi arrivavano fino alla volta, foderando completamente l'ambiente.
Fu Agrippa, braccio destro di Augusto, il grande sostenitore delle terme come luogo di socializzazione. Agrippa non era disinteressato: cercava consensi alla politica imperiale inaugurata dall'imperatore, ma fu lui, che si sappia, il primo in assoluto a sostenere che era ingiusto che i grandi capolavori di scultura fossero segregati nelle case dei ricchi; dovevano stare sotto gli occhi di tutti, nelle terme. E in quelle che lui fece costruire, gratis per tutti, nella zona che oggi si estende tra il Pantheon e Largo Argentina, c'era una bella collezione di capolavori. Ai tempi di Agrippa, a Roma già funzionavano circa 170 terme gestite da privati; e queste erano a pagamento, tranne che per militari e ragazzi. Le donne chissà perché pagavano il doppio degli uomini. Dopo quelle di Agrippa, le terme costruite dagli imperatori Traiano, Caracalla e Diocleziano erano tutte gratuite e avevano tutte la stessa pianta: un corpo centrale che era la vera zona dei bagni; tutt'intorno la palestra e un vasto giardino dove pergole, boschetti, viali, fontane formavano belle prospettive; infine lungo il muro di cinta, che era a portici, biblioteche, sale da conferenze (musaea) e sale da musica (auditoria). Si entrava nello spogliatoio (custodito da un guardiano: i furti erano frequenti) e si depositavano i vestiti negli appositi armadietti. Di là si passava nella palestra dove, seminudi e spalmati d'olio, si faceva ginnastica (anche le donne).
L' esercizio più consigliato contro l'obesità era la lotta: vietato usare i pugni, bisognava vincere con la pressione del corpo e l' intreccio delle membra. Il gioco più praticato era quello della palla (pila), che in genere era riempita di piume; ma ce n'era un tipo che invece era piena di sabbia e serviva a giocare a una specie di rugby: il giocatore doveva impadronirsene e cercare di conservarla il più a lungo possibile mentre gli veniva contesa, a spinte, dagli avversari. Finita la ginnastica, cominciava il bagno. Dall'ambiente surriscaldato del calidario si passava, dopo una sosta nella sala a calore tiepido, all'immersione nelle vasche di acqua fredda. Seguivano unzioni, massaggi, depilazioni e, infine, passeggiate nei viali del giardino o sotto i portici.
Passati bruscamente da un'epoca in cui il bagno si faceva in media ogni otto giorni alle comodità delle grandi terme, molti abusavano dei bagni caldi e spesso qualcuno ci restava secco. Era anche una questione di mode: un momento tutti esaltavano gli effetti miracolosi dei bagni caldi, subito dopo si proclamava che niente faceva così bene come i bagni freddi. Questi ultimi divennero molto di moda quando un giovane medico, il liberto Antonio Musa, ebbe l'ardire di sottrarre Augusto, malato di epatite, alle cure dei suoi affermatissimi colleghi (che gli avevano prescritto bagni caldi e vapori in un ambiente tappezzato di pellicce) e lo convinse a immergersi nella vasca del frigidario. Augusto, che pure era molto cagionevole, sopravvisse, guarì e fece erigere una statua a Musa, il cui successo non fu sminuito dal fatto che Marcello, il giovane nipote di Augusto, da lui sottoposto alla stessa cura, morì. A Roma, comunque era convinzione generale che i bagni quotidiani giovassero alla salute. Persino Cicerone, per una volta tanto spiritoso, di un tale che era appena deceduto disse: “Finché è andato alle terme non è mai morto”.
Lo straordinario lusso delle terme e la promiscuità dei sessi (ogni tanto le ordinanze degli imperatori ribadivano che gli uomini dovevano fare il bagno da una parte e le donne da un' altra, ma nessuno le rispettava) offrivano ai conservatori l'occasione per rimpiangere il bel tempo antico, quando Scipione l'Africano si lavava in un bagnetto piccolo e buio e usava acqua limacciosa. Si lavava braccia e gambe, e solo ogni nove giorni faceva il bagno (Seneca). Un'altra volta è Cicerone a indignarsi perché ragazzi e ragazze fanno il bagno assieme e ricorda i tempi in cui non solo le donne avevano pudore, ma nessun figlio si sarebbe azzardato a denudarsi davanti a suo padre.
Nelle terme si aggirava gente di tutti i tipi: accattoni che ci venivano per stare al caldo, venditori di salsicce e di bibite, squattrinati decisi a scroccare un invito a pranzo, mezzani, prostitute, commercianti, letterati, magistrati. E i ricchi, sebbene possedessero terme private, preferivano esibirsi in quelle pubbliche: ci venivano accompagnati dal medico personale e da un codazzo di schiavi che li asciugavano, li massaggiavano, li profumavano. Anche Plinio il Vecchio era un po' esibizionista: si portava sempre dietro un segretario a cui dettava mentre stava in vasca. Ci andava persino l'imperatore Adriano con la famiglia.
Alle terme succedeva di tutto: anche che il mandante dell'assassinio di Clodia vi desse appuntamento al killer per consegnargli il veleno. Perciò è naturale che scrittori e poeti latini ne abbiano colto gli aspetti più congeniali al loro temperamento. A Marziale i corpi nudi di uomini e donne suggeriscono solo scherzi sulla potenza o impotenza amatoria dei rispettivi proprietari. Ovidio, invece, che in esilio soffre di solitudine e di nostalgia, si strugge al ricordo delle ore passate con gli amici nel giardino delle terme di Agrippa a leggere poesie. Ma è di Marziale un invito a pranzo, molto affettuoso, a un amico. Dice così: “Vieni a pranzo da me. Vieni alle due. Prima andremo insieme alle terme che sono proprio sotto casa. Poi ti darò lattuga, porro e uova. Te lo prometto: non ti leggerò le mie poesie”.


“la Repubblica”, 5 febbraio 1989  

Aquiloni di tutto il mondo... (Loreto Di Nucci)

In occasione della festa internazionale degli aquiloni “Coloriamo i cieli”, che si svolge tuttora a Castiglion del Lago, sul Trasimeno, tra aprile e maggio, Loreto Di Nucci scrisse nel 1986 per “il manifesto” la breve storia di questo “balocco” che qui “posto” per me e per i visitatori del blog interessati al tema. (S.L.L.)
Lo scenario che fa da sfondo alla festa degli aquiloni del lago Trasimeno è di per sé leggendario: qui Annibale sconfisse, nel 217 a.C., il console romano Caio Flaminio. Ma è il paesaggio stesso, il Trasimeno e, in lontananza, le colline con gli ulivi, i cipressi, i castagni, ad essere fonte di possibile incanto. Vedendo correre gli aquiloni nei cieli di queste terre si entra facilmente nel «regno delle fate», ed essi sembrano allora realmente animali mitologici, «uccelli di paesi strani». E d’altra parte che si tratti di un «balocco» carico di simbologia fiabesca è evidente dal fatto che sinonimi di aquilone sono «certo volante» e «cometa».
Questa connotazione si mantiene anche in altre lingue: così in inglese aquilone si dice kite che è anche il nome di un falco, in tedesco invece drache, cioè drago, in spagnolo cometa, per via della lunga coda, in francese cerf-volant, in cinese, infine, si chiama feng-cheng che vuol dire «arpa suonata dal vento». Adombramenti mitici si rivelano inoltre nel fatto che la stagione degli aquiloni è propriamente la primavera, quando si assiste al mistero della terra che si risveglia. E in effetti, una relazione tra gli aquiloni, la primavera e i ragazzi come principali, seppur non unici, destinatari di ogni evento fiabesco, è al centro della riflessione di poeti e scrittori. Già Pascoli, nella poesia L’aquilone sente che intorno sono nate le viole e respira una «dolce aria» che sta sciogliendo le «dure zolle» ed è: «... un’aria celestina che regga molte bianche ali sospese... sì, gli aquiloni!». D’Annunzio, a sua volta, descrive una schiera di monelli che passa di corsa «correndo dietro il volo di un aquilone che prendeva vento beccheggiando». Jahier, infine, individua come segno dell’anno scolastico che sta per finire, «l’anno di lavoro per i ragazzi», il fatto che «nelle vetrine dei cartolai ci sono più solo veline di aquilone».
L’aquilone è un giocattolo molto semplice, formato da carta leggera stesa su delle stecche o cannucce, con coda ad anelli; «è un aerodina, cioè un mezzo più pesante dell’aria che vola per l’azione aerodinamica del vento che lo investe». Il termine aquilone viene dal latino, aquilo - aquilonis, ed indicava, per gli antichi, il vento di nord e di nord-est. E un vento gelido, impetuoso, detto anche vento di tramontana o borea, e da essi paragonato, appunto per la sua |veemenza, ad un’aquila. Ora, se l’etimologia della parola è sicura, più incerte sono invece le origini del gioco; non si hanno notizie sicure, l’aquilone potrebbe essere addirittura un oggetto preistorico, come il boomerang australiano. In Oriente, in ogni caso, questo balocco di carta era conosciuto prima ancora che iniziasse la storia scritta.
Sembra quasi più naturale, ad ogni modo, che l’origine dell’aquilone, proprio in ragione della sua impalpabilità, sia avvolta nel mito. Infinite sono, soprattutto in oriente, le leggende intorno agli aquiloni, sulla nascita ed altro. In Corea, ad esempio, circola ancora una storia sull’origine dell’aquilone in cui si racconta di un generale che prima di una battaglia importante, vedendo i suoi soldati demoralizzati, ordinò che si lanciasse un aquilone illuminato, facendo al contempo diffondere la voce che si trattava di una nuova stella, e quindi di un segnale di augurio e di buona fortuna. Il risultato fu eccellente, i guerrieri combatterono con successo.
Un’altra leggenda, riferita questa volta al popolo cinese, parla dell’uso geniale degli aquiloni fatto da uno scienziato di nome Huan Theng, durante la dinastia degli Han, per scongiurare un’invasione barbarica. Huan Theng mandò in volo di notte degli aquiloni nel campo nemico: il vento fece vibrare le arpe e fischiare le canne di bambù, ne risultò un ululato profondo e molto cupo, come se si trattasse di urla strozzate. Fece quindi spargere la voce tra i nemici, per mezzo di infiltrati, che si trattava di un chiaro segno divino e che quelle urla altro non erano le urla disperate che essi stessi avrebbero lanciato all’indomani in battaglia, durante la quale sarebbero stati sconfitti. Il panico si diffuse tra i nemici, che levarono le tende.
In un altro racconto, sempre a sfondo guerresco, gli aquiloni sono usati come segnale di raccolta dell’esercito. Un imperatore aveva dato l’ordine ad un suo generale di mantenere soltanto una piccola guardia permanente e lasciare l’esercito libero ma con l’ordine di radunarsi ad un segnale convenuto. Se dal palazzo imperiale fossero stati lanciati gli aquiloni voleva dire che c’era pericolo, che il nemico era alle porte e che bisognava combatterlo.
Oltre alle leggende cui abbiamo fatto cenno, ci sono, in Oriente, tutta una serie di riti e di credenze legate agli aquiloni. Nelle regioni della Cina meridionale, ad esempio, c’era la tradizione, quando un ragazzo giungeva in età di lavoro, ed iniziava quindi una nuova fase della vita, di trarre gli auspici con gli aquiloni. Si trattava di far volare un aquilone a cui erano state legale, alla struttura e alla coda, ciuffi di piantine e semi di riso. Se il ragazzo riusciva a far volare l’aquilone fino a quando non aveva sparso tutti i suoi semi era un buon segno; voleva dire che sarebbe diventato un buon contadino e i suoi raccolti sarebbero stati abbondanti. In Corea, invece, si usa ancora oggi far volare, i primi giorni dell’anno, un aquilone a cui vengono attaccati fogliettini di carta con il nome e la data di nascita dei figli.
Quando l’aquilone è ben alto nel cielo si taglia il cavo, lasciando che si disperda. Si è convinti così che le digrazie, che il nuovo anno potrebbe riservare a coloro i cui nomi sono scritti nei fogliettini legati all’aquilone, ne inseguiranno vanamente le tracce e non riusciranno a trovarli. In Cina, poi, nel giorno conclusivo del gradioso Festival delle Ascensioni, che si svolge dal 1° al 9 settembre, tutti quelli che lanciano un aquilone non lo recuperano, lo lasciano volare: in questo modo credono che volino via anche la sfortuna, la sofferenza e ogni sorta di male. Sempre in Oriente gli aquiloni avevano, e talora ancora hanno, una funzione apotropaica : proteggere dagli spiriti maligni, e se, equipaggiati con strumenti musicali, tener lontano ladri e briganti.
Sulla presenza dell’aquilone in Occidente sembrano, esserci invece, notizie più sicure; la tradizione attribuisce la sua invenzione ad Archita di Taranto, filosofo pitagorico e matematico vissuto intorno al 430 a.C. Archita, che taluni considerano il fondatore della meccanica scientifica, fu un ingegno multiforme: fu teorico musicale, fece studi d’acustica, distinse tra progressione aritmetica e progressione geometrica. A lui vengono attribuite l’invenzione della vite, della puleggia, di una colomba meccanica e, appunto, dell’aquilone. È probabile, in ogni caso, che l’occidente abbia scoperto e riscoperto l’aquilone più volte, nel corso dei suoi contatti con l’Oriente; se ne trovano, infatti, tracce qua e là. Così avviene, per esempio nel Magia naturalis di Giovan Battista Della Porta, stampato a Napoli nel 1589, dove accanto ad un trattato sul magnetismo, alle osservazioni sulla camera oscura, ed a una confutazione della demonologia e della credenza nelle streghe, si parla appunto di aquiloni.
Una data certamente importante nella storia dell’aquilone è il 1762, quando Benjamin Franklin lo utilizzò per compiere i suoi esperimenti sull’elettricità atmosferica, in seguito ai quali inventò il parafulmine. Da allora si ha la sensazione che la vicenda dell’aquilone in Occidente, e la sua stessa dimensione leggendaria, sia stata tutta interna all’«idea di progresso». Tra ’800 e ’900 si pensò agli aquiloni come a degli strumenti di osservazione metereologica e militare. D’altra parte, già nel 1794, Alexander Wilson e Thomas Melville, in Scozia, avevano studiato i cambiamenti della temperatura dell’aria, alle diverse quote, applicando ad alcuni aquiloni termometri di massima e di minima. Questa pratica, di alzare per mezzo degli aquiloni delle vere e proprie stazioni metereologiche, diventò sempre più diffusa: stazioni così attrezzate sorsero in Danimarca, Svezia, Francia. Agli inizi del secolo ben diciassette erano negli Usa le stazioni equipaggiate con aquiloni, che venivano utilizzate anche in Italia dall’allora «ufficio Presagi dell’Aeronautica italiana». Per svolgere simili funzioni era necessario costruire aquiloni di grandi dimensioni e comunque molto resistenti. Non si può non menzionare, a questo proposito, Lawrence Hargrave, padre dell’aquilone «cellulare» che sperimentò a partire dal 1890 nel Nuovo Galles meridionale (Australia), riuscendo egli stesso a sollevarsi dal suolo fino a cinque metri con un treno di quattro aquiloni.
Gli stessi fratelli Wright, si ispirarono, nella costruzione del loro primo aeroplano, al’aquilone di Hargrave. Prima di lui, intorno alla metà dell’800, George Pocock aveva fatto volare fino a trenta metri una ragazza, con l’intenzione di dimostrare come con un aquilone si potesse ispezionare le linee nemiche. Nel giugno del 1894 fu quindi la volta del capitano B.F.S. Baden-Powell, della Guardia Scozzese, che i costruì un aquilone grandioso y con cui raggiunse la quota di trenta metri.
Questi due riferimenti introducono, inevitabilmente, gli usi militari dell’aquilone. Durante l’ultima guerra la R.a.f. dava in dotazione, agli equipaggi che compivano missioni sul mare, speciali razzi-aquilone che venivano lanciati, in caso di abbattimento dell’aereo, dal battellino gonfiabile. Anche l’Australia utilizzò aquiloni di questo tipo, ancora usati, peraltro, per innalzare l’antenna della Gibson Girl, la radio d’emergenza. Ma il primo che probabilmente usò un aquilone per innalzare una antenna radio fu proprio Gugliemo Marconi, il quale nella leggendaria trasmissione transatlantica da Paldhu in Cornovaglia a Signal Hill nel Newfoundland, alzò proprio con un aquilone, l’antenna ad una altezza di centocinquanta metri circa.
Le possibilità di utilizzazione degli aquiloni sono, insomma, molteplici: oggi li si usa anche per riprese fotografiche e filmati, come veicoli di pubblicità e perfino per andare a pesca. Un segno dell’enorme diffusione che l’aquilone sta avendo si ricava dal numero di festivals che ci sono nel mondo: in Oriente sono tantissimi, ma anche negli Stati uniti e in Gran Bretagna ci sono competizioni importanti. Quanto all’Italia, tra le prime e principali manifestazioni c’è la «Sagra dell’aquilone» di Badia Polesine; degne di nota sono anche «Festa degli aquiloni» di San Miniato al Tedesco, la «Giornata degli aquiloni» di Assisi, le feste di Rosignano Solvay, di Urbino, di Polignano a Mare.
In ogni caso gli aquiloni rimangono, fondamentalmente, un oggetto di svago: i giochi che si possono fare con essi sono infiniti. Ci sono gli aquiloni luminosi che vengono lanciati per i voli notturni e quelli che suonano, gli aquiloni per le battaglie aeree e quelli per le gare in altezza. Tantissimi sono anche i modelli: si va dall’aquilone con la decorazione del fokker rosso del barone Von Richtoofen al Ghost Clipper, il vascello fantasma, dal «tukkal indiano» all’aquilone tradizionale giapponese con disegni di volti degli attori del teatro kabuki, dal «wau bulan» malese, l’aquilone della luna, all’uccello del paradiso» della Thailandia.


“il manifesto”, 4 maggio 1986

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