17.8.17

Eri dritta e felice. Una poesia di Leonardo Sinisgalli (1908 - 1981)

Leonardo Sinisgalli
Eri dritta e felice
Sulla porta che il vento
Apriva alla campagna.
Intrisa di luce
Stavi ferma nel giorno,
Al tempo delle vespe d’oro
Quando al sambuco
Si fanno dolci le midolla.
Allora s’andava scalzi
Per i fossi, si misurava l’ardore
Del sole dalle impronte
Lasciate sui sassi.


Da Vidi le Muse, Mondadori, 1943

Parole ritrovate. Il movimento del 77, il ritorno della narrazione, un'intervista a Dacia Maraini.

Ponte Sisto Edizioni ha pubblicato pochi giorni fa l’ultimo libro di Igor Patruno, intitolato Le parole ritrovate. Il romanzo perduto dei ragazzi del 77.
La trama ha al centro la protesta radicale di quell'anno, alla quale Patruno partecipò in prima persona: le assemblee romane alla Facoltà di Lettere, gli Indiani Metropolitani e Autonomia Operaia, la contestazione a Lama, la morte di Francesco Lo Russo, la rivolta di Bologna, la repressione. Sullo sfondo il rovello di una vocazione alla scrittura e alla narrazione.
Pochissimo tempo, nel 1980 il quotidiano “Lotta Continua”, interpretando questa esigenza, pubblica, per la prima volta nella storia del giornale dell'estrema sinistra, una rubrica settimanale di interviste a scrittori italiani. Le interviste, ideate e realizzate da Igor Patruno, furono realizzate con la collaborazione di Massimo Barone e Antonio Veneziani, e affrontano il tema del “raccontare storie”, del rapporto tra personaggio e scrittore, del senso dello scrivere. La serie di interviste, dopo la fine del giornale “Lotta Continua” (era difficile sopravvivere alla fine dell'organizzazione politica), proseguì sul “Quotidiano dei Lavoratori”. Tra gli intervistati vi furono scrittori e poeti come Alberto Arbasino, Umberto Eco, Franco Cordelli, Alberto Moravia, Anna Mongiardo, Dacia Maraini, Renzo Paris, Aldo Rosselli e Dario Bellezza. Oggi queste interviste sono entrate nel libro di Patruno e sono più di un'appendice, giacché quel che conta in esse non sono solo le domande, ma anche le risposte. Quella che segue è l'intervista a Dacia Maraini, curata da Massimo Barone. (S.L.L.)


NON RIESCO A DARE RAGIONE A NESSUNO
Intervista a Dacia Maraini
a cura di Massimo Barone

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?
Mi accorgo che un personaggio funziona quando va per i fatti suoi. Se il personaggio ha bisogno di essere continuamente sostenuto, modificato o corretto, se ci lavoro troppo, vuol dire che non funziona. Il personaggio deve agire da solo. In fondo, c’è sempre l’idea di rendere visibile una ideologia attraverso un personaggio ed è molto pericoloso farsi prendere la mano da questo.

Non necessariamente un romanziere è un narratore. Come ti poni di fronte al problema del raccontare?
Il romanzo degli ultimi venti anni ha negato la narrazione. Chissà perché lo abbiamo chiamato romanzo… Forse per la mole. Ma, in realtà, abbiamo avuto monologhi, frammenti, molto spesso poemi lirici in prosa. La narrazione è stata messa da parte. Si è negato il piacere del racconto… Per molti anni mi è successa una cosa strana. Quando mi sorprendevo a raccontare per il piacere di raccontare mi dicevo: ecco, c’è qualcosa che non va, qualcosa di vecchio. Sembrava che ogni forma di racconto fosse una forma di naturalismo. Il naturalismo, questa terribile parola! Ma la verità è che senza la gioia del racconto non c’è romanzo e questa gioia mi appartiene, l’ho provata fin dalle prime letture. Mi piace proprio, leggere delle storie, mi è sempre piaciuto. Anche in poesia mi è difficile scrivere versi in cui non ci sia uno spunto narrativo. Tuttavia, per molti anni, era sbagliato raccontare: il Gruppo 63 negava la narrazione e il ’68 negava perfino la scrittura.

Questo giudizio sul Gruppo 63, è condiviso da molti. Ma, secondo te, oltre a praticare una sorta di terrorismo culturale e a negare il piacere del racconto, il Gruppo 63 ha avuto qualche effetto positivo?
Sì, qualcosa… Per esempio ha indotto ad una maggiore riflessione sul linguaggio. E poi ha contribuito ad eliminare quel certo crepuscolarismo e quel sentimentalismo che sono parte della tradizione letteraria italiana. Però a guardare i risultati concreti prodotti, devo dire che gli effetti sono stati soprattutto negativi…

Elio Pagliarani era uno che raccontava. La ragazza Carla (Mondadori, 1964) è un libro di versi molto raccontato.
Sì. Lui è uno dei pochi del Gruppo 63 che ha conservato, almeno nelle sue prime cose, un certo piacere del racconto. Per tutti gli altri raccontare significava cadere nel naturalismo… Per cui si avevano strani romanzi fatti di illuminazioni, di frammenti… Siccome la vita è caotica, frammentaria, incomprensibile, anche l’arte doveva essere così. Ma, in fondo, questa è la forma più esasperata di naturalismo. Cos’è il naturalismo? L’imitazione della vita, della realtà come ti appare in uno specchio. Invece, se racconti devi dare un significato tuo alle cose, devi creare personaggi che rappresentano la tua visione del mondo. Il racconto realistico è quasi sempre molto meno naturalistico della mimesi caotica dell’avanguardia.

Come lavori?
Ho un certo metodo, una disciplina. Ma debbo dire che la mia non è una disciplina imposta. Non mi lego alla sedia. Diciamo che è una abitudine amorosa. Di solito mi alzo la mattina abbastanza, presto… Impiego molto tempo per scrivere. Un articolo lo scrivo quattro o cinque volte, impiego giorni a finirlo. Non parliamo poi di un libro: lo scrivo e lo riscrivo… Non ho la scrittura di getto. Non potrei mai lavorare col registratore, come fanno alcuni, che incidono e poi trascrivono. Devo avere la pagina davanti, mi ci devo soffermare, scrivere, tornare indietro, ricominciare da capo…

Ma tu hai usato il registratore nel tuo lavoro.
Non tanto. L’ho usato in Memorie d’una ladra (Bompiani, 1972) e, ultimamente, in un libro che sta per uscire e che si intitola Storia di Piera. È un libro intervista in cui Piera Degli Esposti racconta la sua storia… Parliamo di teatro, della sua vita… Una volta lei m’ha raccontato la sua vita e mi è sembrata talmente affascinante, così strana, che le ho detto: “Dobbiamo farne un libro”. Ma Storia di Piera m’appartiene fino ad un certo punto e non è un romanzo.

Qual è il libro a cui hai più lavorato, quello che t’è costato di più?
È Memorie d’una ladra… Perché io, in fondo, m’annullavo di fronte ad un personaggio del popolo. In questo subivo probabilmente l’influenza del ‘68. Ho fatto un enorme sforzo per identificarmi con Teresa, la protagonista… Non è che io rinneghi questa esperienza e, tra l’altro, io e Teresa siamo molto amiche… Però sono dovuta uscire da me stessa e ho dovuto riscrivere molte volte il testo, perché lei aveva una curiosa memoria e non distingueva un episodio dall’altro: li confondeva. Ho dovuto cioè ricostruire il suo passato. È stato molto faticoso.

Cosa stai scrivendo adesso?
Sono quasi quattro anni che lavoro ad un romanzo. Provvisoriamente potrebbe intitolarsi Lettere a Marina (Bompiani, 1981), ma non sono sicura che il titolo sarà quello. I titoli per me sono un problema. Invidiavo Pasolini perché lui ancora prima di cominciare a scrivere, già sapeva il titolo. Anzi, spesso sapeva il titolo, ma poi magari non scriveva il libro. Mi diceva: “Come ti sembra questo titolo?”. Ed io: “Bellissimo. Hai cominciato a scrivere?”. E lui: “No”. Invece a me succede il contrario. Ho quasi finito di scrivere questo libro e ancora non sono sicura del titolo… Ho cominciato con lo scrivere delle lettere ad una mia amica. Avevo delle cose da dirle. Il libro, quindi, è nato da una esperienza personale: stavo scrivendo delle lettere ad una donna e mi sono accorta che non volevo parlare solo a lei, ma a me stessa e anche ad altri e poi volevo inventare mescolando altre mie esperienze, così è nato il romanzo, un vero romanzo, con una storia, un racconto… Ci sono dentro questi ultimi dieci anni, il femminismo. Anche l’infanzia.

Questo libro nasce casualmente da un dato autobiografico o è decisamente autobiografico?
Non ho mai scritto un romanzo autobiografico nel senso stretto del termine. Kate Millett, per esempio, è una che scrive tutto quello che fa: si segna ogni cosa, quello che mangia, quello che pensa, chi vede e poi lo scrive. Lei non riesce a raccontare una cosa che non sia realmente accaduta nella sua vita. Identifica totalmente se stessa con la sua scrittura. Nel mio caso non è proprio così. Io ho bisogno di deformare, inventare, fantasticare.

Non ti senti un po’ in colpa per questa deformazione del dato obiettivo?
No, perché non lo faccio per nascondere. Lo faccio perché mi piace, perché voglio mettere in una storia anche altre storie. Se mi devo attenere alla cronaca, non posso metterci altro. Io parto, certo, dalla mia esperienza, ma ci sono altre esperienze intorno a me, esperienze che mi hanno colpito. Forse c’è anche il fatto che ho una curiosa capacità di immedesimarmi negli altri. Alle volte anche troppo. Non riesco a dare ragione a nessuno. Ho le mie idee, tuttavia mi immedesimo molto in quello che mi dice una persona, soprattutto in quello che è una persona. Mi riesce molto difficile, per esempio, condannare qualcuno. Perché, se lo conosco, ci trovo comunque aspetti che mi affascinano.

Cosa leggi? Quali sono i tuoi autori? O meglio: ci sono autori che tu possa definire tuoi?
Per me è difficile rispondere a questa domanda. Io sono una che prende delle cotte. Fin da bambina. Quando mi innamoro di un autore, tendo a divorarlo, vado a cercare tutti i suoi libri. Uno dei primi su cui mi sono fermata a lungo è stato Proust, stranamente, perché non lo sento vicino come scrittore. Ho amato molto anche Fëdor Dostoevskij, Katherine Mansfield e Charlotte Brontë. Sono una lettrice appassionata. Mi prendono in giro per questo, perché ho sempre una valigia piena di libri. Quando viaggio devo avere i miei libri. Leggo di tutto, molti libri di donne, ma è il grosso romanzo che amo… Mi piace il romanzo in cui potersi perdere, come Sister Carry (Einaudi, 1951) di Theodore Dreiser o La lettera scarlatta (Mondadori, 1930), di Nathaniel Hawthorne. Insomma mi piace il romanzo in cui ci sia una storia. Credo di essere una delle poche persone che ha letto tutto Balzac.


“Lotta continua”, domenica 20 aprile 1980

I comunisti di ieri servono domani (Angelo D’Orsi)

«La lunga notte della sinistra sta volgendo al termine»: così esordisce il volume collettaneo nato da un seminario internazionale svolto a Londra nel marzo 2009, che incontrò un inatteso successo di partecipazione. Era un segnale che i tempi stavano cambiando, e le magnifiche sorti e progressive enunciate con eccesso di entusiasmo nel novembre di vent'anni prima, con il crollo del Muro, si erano ormai rivelate un drammatico bluff, in un mondo in cui il capitalismo liberista vincitore della sfida con il socialismo, aveva mostrato il suo volto più predatorio e violento, tanto da far coniare termini come «supercapitalismo» o «turbocapitalismo», portatore di nuove ingiustizie e di guerre definite impudicamente quali «operazioni di polizia» o addirittura «interventi umanitari». Un approccio multidisciplinare all’Idea del comunismo (a cura di Costas Douzinas e Slavoj Zizek, Derive/Approdi,2011) come recita il titolo del libro, la sola idea, scrive Alain Badiou, «che da Platone in poi» sia «degna di un filosofo».
Maledetta, dopo «il crollo», o semplicemente considerata rétro, la parola trova oggi una sua rinnovata forza nella aritmetica realizzazione delle previsioni di Marx, davanti alle quali, nondimeno, la sinistra internazionale, invece di cavalcare un momento oggettivamente favorevole, si è ritratta, o, peggio, ha ritrattato, arrivando fino ad autonegarsi, come quel segretario del Pds, già Pci, che ebbe a dichiarare di non esser stato mai comunista...
Nel libro non circola alcun rimpianto per il «socialismo reale», e il taglio è prevalentemente di carattere filosofico, con contributi tra gli altri di Terry Eagleton Michael Hardt, Jean-Luc Nancy, Toni Negri, Jacques Rancière, Gianni Vattimo, Slavoj Zizek: una sventagliata di pensatori che viaggiano ad alto livello, tra genesi filosofica hegeliana e sviluppi pratici della storia. Il fine è una rimessa in circolazione del lemma e dell’idea.
Eric Hobsbawm
Sulla cui nobiltà, il vecchio Hobsbawm dice, con lucidità esemplare, nel nuovo libro Cambiare il mondo, Rizzoli 2011 (invidiabile operosità di questo straordinario novantaquattrenne) che invita, in modo sereno e appassionato, a «riscoprire il marxismo», conducendo per mano il lettore in una lunga cavalcata tra autori (Marx in primis, senza dimenticare il suo fedele «secondo violino», Friedrich Engels), libri (il Manifesto, i Grundrisse...), situazioni storiche (lo scontro fascismo/antifascismo tra le due guerre), autori: in realtà - mi fa particolarmente piacere sottolinearlo -, il solo affrontato, a parte i due fondatori del del comunismo moderno, appunto Marx ed Engels, è Antonio Gramsci, che, come accaduto a Marx, si sta prendendo le sue postume rivincite.
Oggi Marx è, come scrive Hobsbawm, «un pensatore per il XXI secolo», e un sondaggio della BBC lo ha decretato il massimo pensatore di tutti i tempi, e se si clicca il suo nome sui principali motori di ricerca in rete, risulta al terzo posto dopo Darwin ed Einstein, quale membro della più forte triade intellettuale della storia. Marx come Gramsci, in realtà, lungi dall’essere finiti fra i detriti inutilizzabili di un passato che non ritorna, proprio dopo il 1989 sono emersi come figure chiave, capaci di proporci l'uno una lettura nella giooaiizzazione e dei suoi processi perversi, per difendersene, l’altro, un comunismo critico che, sconfitto allora, può ben riemergere oggi, come un’alternativa possibile sia allo stalinismo, sia al pallido ed esangue riformismo moderato, sia, infine, ovviamente, al liberismo.
Del comunismo critico abbiamo ora un’ampia, meritoria rassegna diretta da Pier Paolo Poggio, L'altronovecento giunta al II volume (del I ho parlato già su queste pagine): allora avevo rimproverato al curatore l’assenza proprio di Gramsci, che ora, per ragioni cronologiche (il volume copre la storia europea del Secondo dopoguerra, fino al 1989), rimane ancora fuori, anche se in realtà avrebbe meritato comunque attenzione, in quanto l’operazione che in suo nome condusse Togliatti a partire dal 1947 (prima edizione delle Lettere dal carcere che vinsero, inopinatamente, il Premio Viareggio, suscitando gran scalpore), valse a costruire tutt’altro che «un’egemonia culturale di corto respiro» come scrive il curatore. In ogni caso in un’opera così ampia se ne doveva parlare, ritengo.
Ma ribadisco i meriti di questo lavoro collettivo, che affronta una enorme massa critica di temi: figure e movimenti disparati, che si affiancano e si susseguono, in una lettura sincronica e diacronica, generando tuttavia talora un certo disorientamento nel lettore: il «comunismo eretico» e il «pensiero critico» sono categorie soggettive, e trovare affiancate le lotte operaie in Polonia e Albert Camus, il maggio francese e Adorno, l’operaismo italiano (la linea Panzieri-Tronti-Negri), il situazionismo e Padre Balducci, Ivan Illich e Hannah Arendt, suscita qualche perplessità. Anche per il punto di vista di partenza. Ossia che il comunismo «buono» sia quello sconfitto politicamente, e, in quanto tale, eterodosso, può esser accomunato in un destino, se non in una vicinanza ideale, all’ancor più vago «pensiero critico».Nondimeno, questo II volume della serie è, come il precedente, un utile repertorio al quale si possono attingere innumerevoli spunti («critici», naturalmente) sul pensiero politico e la concreta esperienza storica del XX secolo. Insomma, per marxianamente interpretare il mondo, e, magari, chissà, per trasformarlo.


“Tuttolibri – La Stampa”, 30 luglio 2011

La pioggia è il tuo vestito... Una poesia di Corrado Govoni (1884-1965)

Corrado Govoni
La pioggia è il tuo vestito.
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua pelle calda
è il fuoco della terra e delle stelle.

L'ira di Achille. Campanile critico televisivo (Beniamino Placido)

Paola Pitagora e Nino Castelnuovo nei Promessi Sposi (Sandro Bolchi, RAI)
Oggi, niente televisione. Intendo dire: se qualcuno va a cercare la rubrica di critica televisiva che appare quando appare in altra parte di questo giornale, oggi non la troverà. Oggi di televisione parliamo qui. Ne parliamo a proposito di un libro che merita una collocazione a parte. Perché riguarda non la televisione soltanto ma anche la nostra storia quotidiana nazionale e familiare degli ultimi trent'anni.
Questo libro si intitola La televisione spiegata al popolo (Bompiani). Spiegata al popolo da chi? Dallo scrittore e umorista Achille Campanile. Quello di Ma che cos'è quest'amore? e delle Tragedie in due battute. Fu critico televisivo per “L' Europeo” dal 1958 al 1975: due anni prima della morte. Aldo Grasso, che è oggi lo storico più attendibile della nostra cultura televisiva ha fatto una scelta fra le cronache del primo decennio: 1958-1968. L'ha fatta precedere da una introduzione di Indro Montanelli e seguire da una postfazione di Oreste del Buono. Che cos'altro vogliamo per divertirci? Non vogliamo, non pretendiamo nient'altro. Achille Campanile è stato uno straordinario umorista. Uno straordinario critico televisivo. Se non propongo il mio parere televisivo quest'oggi non è soltanto per reverenziale rispetto nei suoi confronti. È anche per paura: di espormi ad un confronto iniquo, squilibrato in partenza. Quando Campanile comincia a scrivere le sue critiche, nel 1958, la Televisione è nata da quattro anni appena. Non si sa bene che cosa sia (un elemento del progresso, uno strumento del diavolo?); non si sa come funzioni, non si sa che cosa combinerà. Achille Campanile l'affronta con due certezze in testa. La prima è positiva, euforica: la televisione è il più potente mezzo d' informazione del nostro tempo, il più diffuso, il più esteso, il più immediato, il più penetrante e suggestivo. La seconda idea-guida è meno positiva. Anzi, è negativa senz'altro. Accidenti, come la adoprano male; come la adopriamo male questa nuova invenzione: E' stata scoperta e inventata la televisione, ma non è ancora stato scoperto il modo di usarla. Perché Campanile dice (anzi dimostra, in queste sue critiche) che era usata male quella televisione? Per alcune ragioni che ci interessa conoscere anche oggi. Perché quella aveva tutti i difetti della televisione di oggi. Fondamentale, il difetto di inseguire il pubblico. Di scambiare la comprensibilità con la cretineria. Di proteggere ogni programma, anche il più stupido, dietro l' alibi del pubblico che lo vuole: variante aggiornata del medievale Dio lo vuole, ispiratore a suo tempo delle peggiori crociate. Campanile non è affatto d' accordo: Immaginatevi un medico che dia all' ammalato soltanto le medicine che gli piacciono. Ci vorrebbe l' olio di ricino. Ma attraverso sondaggi e inchieste del suo servizio opinioni, il medico è venuto a sapere che l' ammalato non gradisce l' olio di ricino e che gli preferisce una zuppa di pasta e fagioli, e dunque diamogli la pasta e fagioli. Questo è Achille Campanile al suo meglio. Ricco di vigore e di acume. Capace di farci passare per sempre (o almeno per un po' di tempo) la voglia di rimpiangere quella televisione. Come troppo spesso facciamo. Ricadendo nell'errore di quella tale aristocratica francese in esilio che non la smetteva di parlare bene del 1793. Ma come, proprio quell'anno terribile? L'anno del Terrore, che fece cadere tante teste? Sì, rispondeva l'aristocratica vecchia dama. Sarà stato un anno terribile; ma io ero giovane e innamorata: avevo vent'anni.
La televisione dei nostri vent' anni era più povera e modesta questo è certo di quella di oggi. C'era una sola Rete, un solo canale (Berlusconi era ancora di là da venire). Non c'era il colore, non c'era il telecomando, non c'era il videoregistratore. Ma povertà non significa necessariamente virtù: la televisione modesta monopolistica e monocratica degli Anni Cinquanta e Sessanta era piena di vizi. Di pudibonde autocensure. Di furibonde censure. Si doveva cantare l'innocentissimo: Papà non vuole / mamma nemmeno / come faremo / a fare l' amor!; ma l' ultimo versetto sembrava troppo audace e quindi veniva prudentemente fischiettato, invece che cantato. Di satira politica proprio non si parlava. Se qualcuno imprudentemente ci provava, come Dario Fo nella famosa Canzonissima del 1962, veniva cortesemente pregato di accomodarsi alla porta; lui e la sua sregolata compagna Franca Rame. Vero è che faceva un certo posto alla cultura, quella televisione. Sì, ma gli uomini di cultura che partecipavano alle trasmissioni dell'Approdo ed erano i più famosi parlavano in modo assolutamente ridicolo; da involontario avanspettacolo; sciorinando paroloni. Del nuovo strumento, e del modo in cui poteva funzionare non avevano capito assolutamente nulla.
Avevano capito molto di più, molto prima personaggi semplici come Mario Riva. Che muore per i postumi di un incidente sul lavoro (era caduto in una buca del palcoscenico) alla fine del 1960. Campanile, che pure più volte l'aveva preso in giro chiamandolo Il gran simpatico, gli dedica allora un necrologio (Il suo ultimo sabato sera) commovente e commosso: pieno di affetto e di tenerezza, di intelligente riconoscimento. E le battute, le famose battute di Campanile? No, sulle battute non vorrei perdere molto tempo. Anche perché sono conosciutissime. Gassman? Il matt'attore. Jader Jacobelli? La telecamera dei deputati. L'originale televisivo? Un prodotto che non è né originale, né televisivo. Preferisco soffermarmi su un tratto che rende riconoscibili e inimitabili queste cronache.
Di tanto in tanto, quando una trasmissione televisiva lo ispirava, Campanile si alzava dalla poltrona e partiva. Partiva per la tangente. Si allontanava dal tema per abbandonarsi alle sue variazioni: paradossali, imprevedibili. Primo esempio. Un certo giorno una certa trasmissione cultural-televisiva, parlando di Arturo Toscanini si lascia sfuggire l'espressione: il suo cuore di parmigiano. Niente di sbagliato. Niente di filologicamente inesatto. Il Maestro difatti era nato a Parma. Però si sarebbe potuto dire: il suo cuore di parmense per non generare equivoci (il parmigiano essendo anche un formaggio). Ecco allora Campanile immaginarsi una famigliola: onesta ma poverissima. Finalmente la mamma riesce a mettere in tavola una zuppiera di spaghetti. Ma ahimè, che sapore ha la pasta quando non è condita? I bambini piangono disperati. In casa non c'è nemmeno una crosta di formaggio. Quand'ecco che il babbo, ricordandosi di avere anche lui un cuore di parmigiano (come Toscanini, era nato a Parma) prende un coltello e... E il resto andatevelo a leggere a pagina 316. Secondo esempio. Nel 1967 la nostra Tv decide di portare sul piccolo schermo I Promessi Sposi, rielaborati da Sandro Bolchi e Riccardo Bacchelli. Campanile si scatena. Si immagina che il Griso si rifiuti di rapire Lucia Mondella, malgrado il perentorio comando di Don Rodrigo. Rapire? Tutt'al più egli la potrebbe rapare. A zero. Di qui una serie di variazioni tragicomiche che si moltiplicano e si prolungano per dodici irresistibili pagine. Che peccato che Campanile non ci sia più. Intanto perché chissà che cosa avrebbe tirato fuori, di fronte ai prossimi Promessi Sposi televisivi di Nocita.
E poi, se fosse ancora fra di noi avrebbe trovato il modo, in questi anni, di correggere una delle sue idee-guida sulla televisione. L'idea su cui molto insiste che la Televisione è fatta per mostrare avvenimenti lontani mentre si stanno svolgendo. Questo è vero per gli avvenimenti, che generano particolare emozione quando sono trasmessi in diretta. È meno vero per le persone. Che ci guadagnano comunque ad apparire in Tv. In diretta o registrate. È per questo che ci tengono. Apparendo in televisione cambiano di status. Sono diventate visibili. Da invisibili ed anonime che erano (o temevano di essere). Per questo ci tengono tanto.

Per questo si è sviluppata negli ultimi anni, che Campanile ha avuto la fortuna di non vedere, una forma di esibizionismo patologico che nasce certo dalla televisione. Ma si diffonde poi per contagio, dappertutto. Anche nell'editoria. Anche nella confezione dei libri. Compreso questo libro. Che manca ed è una mancanza grave, una sciatteria imperdonabile di un indice dei nomi. Ma che reca, in compenso (chi si contenta gode) alla quarta pagina interna il nome della responsabile (è una donna) del progetto editoriale. Che fortunata questa impavida giovanotta della industria culturale. Che invece di leggersi accuratamente i libri che pubblica: per compilare un bell'indice dei nomi, e per correggere a a pagina 244 un orrendo unus ex omnes (si dice unus ex omnibus, signorina) pensa ad immortalare il suo nome collegandolo ad un fantomatico progetto editoriale. Che fortunata! Ci fosse stato ancora Campanile, avrebbe scatenato le sue variazioni. Uno va dal macellaio e si ritrova la bistecca incartata in carta firmata con la scritta progetto alimentare. Uno va in questa stagione a comprarsi un gelato e si trova davanti ad un cono firmato con la scritta: progetto dolciario. Eccetera. Ovvero: Vanitas vanitatum.

"la Repubblica", 15 agosto 1989

16.8.17

Io peccatore di tutti i regimi ... Una poesia di Pablo Neruda

Io peccatore di tutti i regimi
con mangioni di tutte le regioni,
turcomanni, chirghisi, caucasici pastori,
mi definisco cantore e carnivoro:
mi entusiasmano i corpi e la musica,
la profonda allegria dello stomaco,
la voce dei sonnambuli violini.


Da Elegia dell'assenza, Editori Riuniti, 1973 – Traduzione di Ignazio Delogu

Palermo. Versi di Mario Luzi.

Da Il fiore del dolore, il dramma in versi che Mario Luzi nel 2003 dedicò al prete Pino Puglisi, ucciso a Palermo dalla mafia, riprendo un frammento, dedicato alla città di Palermo. (S.L.L.)

Non è un’isola che ti isola
e magari ti cinge
e ti protegge
tra le braccia del suo mare, questa;
ma ti scaglia anzi particola o lapillo,
infuocato, al centro del dilemma umano,
ti sommerge e ti impasta
con amore e con perfidia
nel magma e nell’insidia
dei suoi bellissimi vulcani.
Io so questo, lo so senza saperlo
fino dalla mia nascita
come tutti lo sappiamo noi in Sicilia,
ma lo so ora sapendolo davvero
e ora mi trabocca dagli occhi e dalle orecchie
questa “sicilitudine” che dicono.
Ma non la reggo più,
la rifiuto e intanto la desidero.
Che strazio. E Palermo vi è nel mezzo.
Bella e infida, così è Palermo
per chi la ama e l’ammira
e per chi la esecra.

Da Rizzotto a Sciascia, a Fava, a Luzi. Un libro su teatro e mafia (Osvaldo Guerrieri)

Una immagine de "Il fiore del dolore", il dramma di Mario Luzi dedicato a don Puglisi (2003)
Un giorno la mafia sarà battuta, vaticinava Giovanni Falcone con lottimismo dei giusti. Una strage dopo l’altra, un appalto sporco dopo l’altro, vediamo tutti la brutta piega che hanno preso le cose. La mafia strangola la vita civile e politica, inquina la finanza e, con le sue metamorfosi, allontana la visione di quel desiderato epilogo. Se è impossibile prevedere quando finirà, è facile però dire quando è cominciata questa storia partita dalla Sicilia. Era il 1861, anno dell’Italia unita, anno in cui l’attore e drammaturgo Giuseppe Rizzotto completava il terzo atto de I mafiusi e consegnava al nuovo Stato un sostantivo che nessuno sapeva come interpretare. Perfino quel fine etnologo di Giuseppe Pitrè si scopriva disarmato. Come poteva tradurre mafiusu? Optò per «coraggioso». Solo Filippo Antonio Gualtieri, prefetto di Palermo, spazzò via le pagliuzze linguistiche e parlò di «associazione malandrinesca». La tragedia poteva cominciare. Tragedia assoluta.
Quante facce avrebbe avuto? E quante fasi attraversato o addirittura modellato? La risposta è nel saggio di Andrea Bisicchia Teatro e Mafia, Docente all’università di Parma e alla Cattolica di Milano, Bisicchia ha studiato la drammaturgia di Pirandello, di Eduardo, di Fo e, da archivista implacabile, ha illustrato i rapporti del teatro con il sacro e con la scienza. Adesso colma un vuoto e, insieme, racconta una storia artistica che si lega come un’ombra alla storia criminale che la ispira. Bisicchia comincia dalla commedia di Rizzotto e dal suo successo tanto clamoroso e provocatorio da indurre nel 1966 Leonardo Sciascia a tradurre il testo in lingua per il Piccolo di Milano. Ma più che tradurre Sciascia riscrisse il secondo atto e reinventò il terzo. L’operazione, ripresa poi dallo Stabile di Catania, mostrava una verità: se l’impianto teatrale pervadeva la narrativa di Sciascia, al momento di affrontare il palcoscenico si rivelava insufficiente. Lo si vide con il dramma L'onorevole, che non riuscì neppure ad andare in scena. Cosa che non era accaduta all’Eduardo del Sindaco del rione Sanità e neppure, inaspettatamente, a don Luigi Sturzo che nel 1900 con il dramma La mafia aveva fatto esplodere il rapporto tra malavita e politica.
Diversi nella caratura, sono innumerevoli gli autori che passano al vaglio storico-critico di Bisicchia. Per esempio il fondamentale Giuseppe Fava, divenuto con La violenza e con L'ultima violenza un accusatore irriducibile di Cosa Nostra, che lo uccise nel 1984 sulla soglia del Teatro Stabile di Catania. Non può mancare Mario Luzi che con Il fiore del dolore ha portato in scena allo Stabile di Palenno il martirio di don Puglisi, prete coraggioso del quartiere Brancaccio. Luzi aveva composto un’opera di poesia sullo schema di Assassinio nella cattedrale di Eliot e il suo poema drammatico, partendo da quel brutale fatto di cronaca, si risolveva in una meditazione sull’uomo e la fede. 
Intravediamo così le varianti che il fenomeno mafioso è riuscito a provocare passando attraverso il teatro-inchiesta e il teatro-cronaca. La spinta a raccontare e ad interpretare non si è mai arrestata. Oggi è perfino un tema à la page. Basti dire quanto posto occupi la mafia nell’opera della nouvelle vague teatrale, da Ruggero Cappuccio a Emma Dante a Roberto Cavosi a Roberto Saviano. E’ un lume in piena. Finirà? Certo. Basterà aspettare che la mafia venga battuta.

"La Stampa - Tuttolibri", 22 ottobre 2011

L'età d'oro degli amanti (Francesco Troiano)

Non brilla - diciamolo subito - per completezza e per capacità di vera analisi, L’amore folle al cinema (Gremese, 2011): per chi voglia approfondire l’argomento, converrà rivolgersi ad uno studio d’annata, magari Amour, érotisme et cinéma (1957) di Ado Kyrou.
Il volume firmato da Giusy Pisano - maitre de conferences all’Università di Lille 3, dirige ricerche in studi cinenematografici presso l’Università Paris 3 - ha, almeno, un paio d'innegabili pregi: tenta di suddividere in vari sottogeneri l'argomento principale e, nel suo procedere a volo d’uccello analizza un elevato numero di pellicole, sino ad arrivare ai giorni nostri.
Sontuosamente illustrato (anche se, ci pare, il formato a striscia della nuova collana cinematografica di Gremese non valorizza abbastanza il repertorio fotografico), il libro indaga l'amour fou in ogni suo aspetto, forse allargando troppo lo spettro del tema. Nella prima sezione dedicata a “L'inverosimile”, l'autrice sentenzia ad esempio che «al tumulto dei sentimenti sembrano adattarsi meglio le forme ellittiche e atemporali del meraviglioso e del barocco, in cui regna l'amplificazione per mezzo di iperboli, accumulazioni, ripetizioni e contrappunti»; dipoi, una schidionata di titoli che si configurano come favole moderne, da Sabrina (1954) di Billy Wilder a Moulin Rouge! (2001) di Baz Luhrmann. In realtà, codesti film appartengono a generi diversi dalla sophisticated comedy al musical, e suona alquanto forzoso infilarli nel letto di Procuste d'una simile classificazione
Meglio le cose vanno nel prosieguo: nella sezione «L’impossibile», con una frase di Edgar Morin posta in esergo («l’eccesso di saggezza diviene follia, la saggezza può sottrarsi alla follia solo unendodosi alla follia della poesia e dell'amore»), trovano posto opere che trattano di amori senza via d’uscita. Da La donna di Parigi (1923) di Charlie Chaplin a I ponti di Madison County (1995) di Clint Eastwood (in cui il protagonista Robert è in fuga «dal senso americano di morale familiare che sembra avere ipnotizzato l’intero paese»), l’itinerario ci appare più sostenibile: vieppiù se si chiude sullo straziante I segreti di Brokehack Mountain (2005) di Ang Lee, il cui scopo è «restituire la malinconia che subentra a un amore a lungo sublimato».
È ne «L’amore fino alla morte», però, che compaiono le pagine più convincenti: qui si va da Ossessione (1943) di Luchino Visconti ad Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci, quest’ultimo tutto all’insegna di quel Bataille che riassunse il senso amour fou in una folgorante sintesi («l’appropriazione della vita sino alla morte»).
L’ultimo ripiano, «L’anticonformista», è occupato da Gli amanti (1958) di Louis Malie, Jules e Jim (1962) di Francois Truffaut e svariati altri attacchi in celluloide alle consuetudini borghesi in termini di morale sessuale: non mancano, stavolta, le osservazioni stimolanti ed i punti di vista originali. Come prima s’accennava, è tuttavia il succedersi di foto a garantire il tono alla canzone: dalla sublime «Lya Lys» ne L’età dell’oro (1930) di Bunuel a Klaus Kinski chino sul collo candido di Isabelle Adjani nel Nosferatu (1979) di Herzog, dagli innamorati Aimée-Trintignant de Un uomo, una donna (1966) di Lelouch ai sadomaso-chisti Huppert-Magimel de La pianista (2001) di Haneke... 
«Non nego che l’amore sia compromesso nella vita, dico che deve vincere, e perciò deve essere innalzato a una tale coscienza poetica di se stesso che tutto ciò che inevitabilmente incontra d’ostile vada in fumo sul fuoco della sua gloria»: di fronte ad una così straordinaria sfilata d’immagini, come non dare ragione ad André Breton ed alle sue parole ardenti di passione?

"La Stampa - Tuttolibri", 3o luglio 2011

Attento alla luce. Una poesia di Derek Walcott

Attento alla luce del tempo e a quanto spesso permette
alle ombre del mattino dì allungarsi sul prato,
alle egrette impettite di scuotere i becchi e inghiottire
quando tu, non loro, o tu e loro, sarete spariti;
ai pappagalli vociferi di lanciare la loro flotta all’alba,
all’aprile d’incendiare la violetta africana
nel mondo martellante che t’inumidisce gli occhi stanchi
dietro due lenti appannate, l’aurora, il tramonto,
le calme devastazioni del diabete.
Accetta tutto con frasi pacate,
con l’assegnazione scolpita che dispone ogni strofa,
impara come il prato assolato non innalza difese
contro le domande pungenti delle egrette e la risposta della notte.


Traduzione di Matteo Campagnoli - “La Stampa – Tuttolibri”, 2 aprile 2012

Socrate e Alcibiade ( Friedrich Hölderlin)

François-André Vincent (1746 – 1806) Alcibiade e Socrate 
«Venerato Socrate, perché sempre lodi
Questo giovane? non conosci cose più grandi?
Perché con amore il tuo occhio
A lui guarda come agli Dei?»
Chi ha pensato le cose più profonde, ama ciò che è più vivo,
Chi ha scrutato nel mondo comprende la gioventù eccelsa
E sovente al Bello
Si volgono i saggi alla fine.

Iperion (trad. Luigi Reitani, Mondadori 2001)

Solo due fagiolini, si fa per dire. I numeri servono più a raccontare che a contare (Carla Marello)

Se uno vi manda al diavolo, o vi manda ai quattrocentomila diavoli, come fanno talvolta in francese, che cosa cambia? Non il pensiero, ma l’intensità con cui vi manda al diavolo. Se si dice che a un incontro hanno partecipato ima ventina di persone, importa veramente sapere se erano diciannove o ventidue? L’amica straniera da poco in Italia vi invita a cena e vi offre dei fagiolini per contorno; voi per cortesia dite «sì grazie, ma solo due». Come reagite quando l’amica, perplessa, vi prende alla lettera e vi mette nel piatto solo due fagiolini?
Carla Bazzanella in Numeri per parlare (Laterza, 2007) discute appunto dell’uso discorsivo dei numeri cardinali. Parla di numeri che servono più per raccontare che per contare, perché, come già aveva fatto notare Bateson, mentre la matematica è un «mondo di fantasia rigorosa», nel linguaggio di tutti i giorni i numeri sono usati in modo creativo e approssimato.
Talvolta è irrilevante essere precisi, altre è impossibile, ma tutti noi subiamo il fascino quasi magico dei numeri. Politici e giornalisti sfruttano volentieri il «corredo numerico» per rendere più efficace un discorso. È tuttavia un’arma a doppio taglio, perché se ai numeri del contendente io ne oppongo degli altri, finisco per indebolire la forza argomentativa dei miei e dei suoi. Ci sono le quantità all’incirca e il prezzo tondo, i più o meno e i numeri spaccati. Oltre al cent per cento, c’è il paradossale mille per cento. Tutte le lingue naturali dispongono di indicato; di approssimazione.
Carla Bazzanella, nota studiosa di pragmatica, autrice di un’introduzione alla pragmatica del linguaggio (Laterza 2008), mette in luce con convincente, e divertente ricchezza d’esempi l’importanza sociale dell’indeterminatezza ma anche i limiti imposti dal perseguimento del successo comunicativo. Come a dir che i numeri sono un’opinione ma fino a un certo punto. Punto che la linguista cerca di precisare il più possibile.
Un capitolo del libro, firmato da Rosa Pugliese ci presenta tutta una serie di contesti che usano la parola per il numero zero, quindi altri passi con i proverbi con i numeri da uno a dieci, con quelli tra dieci e cento, per arrivare a milioni e miliardi. Come esperta di insegnamento di italiano a stranieri, Pugliese è attenta anche agli usi relativamente nuovi come zero posposto, tolleranza zero, all’effetto, che chiama polifonico, dei numeri in titoli di romanzi e film, come I magnifici sette (John Sturges 1960) o Due o tre cose che so di lei (Jean-Luc Godard 1967), che passano nei titoli di giornale e poi si ritrovano nel chiacchiericcio scritto della rete.
L’ultimo capitolo del libro, affidato all’italianista danese Erling Strudsholm, dimostra ulteriormente come al di fuori di contesti in cui il rigore è necessario (codice del bancomat, matricola universitaria), i numeri non servano davvero a contare, dal momento che cambiano quando si traduce da una lingua all’altra. Se l’espressione «a 360 gradi» si ritrova con lo stesso significato in danese e italiano, Strudsholm ci mostra «in quattro e quattr’otto» (in danese nul komma ferri, letteralmente zero virgola cinque), che spesso non è così. Il traduttore di Pirandello che deve rendere in danese «dozzinale», non ha un corrispondente numerico, traduce «del tutto comune»; e se deve prendere una decisione «sui due piedi» deve ricorrere all’espressione «in fretta e furia».

"La Stampa", 26 maggio 2011

15.8.17

Leggere rende liberi. Dai sumeri a Pinochet l'ostilità del potere verso i libri (Gian Luigi Beccaria)

Restif de la Bretonne
Il Salone del libro appena concluso con successi, frastuoni festosi e verbali fuochi d'artificio ci fa ripensare in altra prospettiva al libro e all'atto del leggere. Per cercarne le chiavi, per capirlo, bisogna uscire dal rumore della festa, rifugiarsi nel silenzio. Grazie a un libro, riusciamo anche a isolarci, a trovarci altrove, dove gli altri non ci sono, in un altro mondo, in un altro tempo. Senza contare che un libro ci può rendere lettori di noi stessi: «l'opera - diceva Proust ne Il tempo ritrovato, in Alla ricerca del tempo perduto - è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità».
Leggere è progredire, Restif de la Bretonne (1784 -1806) consigliava di vietare la lettura (e la scrittura) alle donne per limitare loro l'uso del pensiero, circoscrivendolo alle faccende di casa, I proprietari di schiavi temevano che i neri scoprissero, nei libri, idee rivoluzionarie che avrebbero minacciato il loro potere, i padroni delle piantagioni impiccavano gli schiavi colpevoli di aver tentato di insegnare gli altri a leggere, i proprietari delle haciendas messicane (ce lo racconta Carlos Fuentes, in Un temps nouveau pour le Mexique) accoglievano i primi maestri a coltellate, rispedendoli alla capitale dopo averli sfregiati in viso. Nel 1981 in Cile venne proibito il Don Quijote dalla Giunta militare: Pinochet riteneva contenesse un'apologia della libertà individuale e un attacco contro la libertà costituita.
Borges diceva che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche. La storia è difatti un elenco infinito di roghi di libri. L'ultimo è dell'aprile 2003, quando fu saccheggiata la Biblioteca Nazionale di Baghdad, i roghi distrussero l'Archivio nazionale deiriraq, 10 milioni di documenti storici ottomani dal valore incalcolabile andati in fumo, gli antichi archivi reali dell'Iraq ridotti in cenere. Con questo incendio l'identità culturale dell'Iraq è stata cancellata. Non si aveva memoria di un simile saccheggio dai tempi dei Mongoli, da quando nel 1258 i cavalieri di un discendente di Gengis Khan erano entrati a Bagdad e avevano gettato tutti i libri nelle acque del Tigri.
Tutte storie di immani violenze che si leggono nel libro di Fernando Baez, Storia universale della distruzione dei libri. Dalle tavolette sumere alla guerra in Iraq, Viella, 2007.


“La Stampa”, 28 maggio 2011

All'armi siam fascisti! Anni 60: un film censurato con le parole di Fortini (Massimo Raffaeli)

«Paese Sera» apre la cronaca di Roma del primo giugno ’62 titolando Proditoria e rabbiosa imboscata dei missini che lanciano dalle finestre sedie sugli studenti all’uscita del cinema ‘Quattro Fontane’. Dei sei feriti e delle decine di contusi documentano alcuni scatti fotografici, mentre occhiello e sommario sintetizzano i fatti seguiti alla proiezione del film All’armi siam fascisti, organizzata dal giornale nel cinema che ha sede al pianoterra dello stabile dove si trova la sezione del Msi.

Graffiti su un muro
L’imboscata non ha avuto nulla di spontaneo e peraltro quel film, costruito su materiali di archivio, prodotto l’anno prima da una sigla vicina al Psi, la Universale Film, firmato da tre cineasti della sinistra socialista, Lino Del Fra, Cecilia Mangini e Lino Miccichè, sembra destinato a una vita impossibile: non più che tollerato dai dirigenti socialisti (e si dice che persino Pietro Nenni all’anteprima abbia chiesto la modifica dell’immagine finale, un perentorio «No al fascismo» nudamente graffito su un muro), malvisto dai vertici del Pci per l’antistalinismo che lo innerva dall’inizio alla fine, sospettato di estremismo e addirittura di trotzkismo, il film è stato ammesso di straforo al Festival di Venezia ’61, circola ufficiosamente nei cineclub e viene ritirato nel 1964, quando il clima politico, nel corso della cosiddetta «congiuntura», vede ormai raffreddarsi gli entusiasmi suscitati dal primo governo di centrosinistra. Non verrà mai trasmesso dalla Rai e neanche dalle reti commerciali, se si eccettua un tardivo passaggio, nel 1994, a Telemontecarlo per iniziativa di Sandro Curzi. Perciò è un vero avvenimento che la Raro Video-Curti Editori ne proponga oggi il dvd (euro 16.99, presentazione di Sergio Staino, introduzione di Marco Bertozzi con estratti da un documentario di Davide Barletti e Lorenzo Conte sul cinema di Cecilia Mangini) unitamente a una brochure, a cura di Bruno Di Marino, che raccoglie materiali e recensioni d’epoca dove spiccano i giudizi positivi di Alberto Moravia, Ada Gobetti, Ugo Casiraghi, Carlo Di Carlo nonché una nota di Pier Paolo Pasolini che, su «Vie Nuove» del 30 settembre ’61, parla di un «film stupendo, una delle più emozionanti opere cinematografiche che abbia mai visto».

Violenze antioperaie
Ma che cos’è All’armi siam fascisti!, quali le ragioni per cui è stato maledetto a destra e, nella sostanza, rimosso a sinistra? Per intenderlo vanno almeno ricordati due fatti: intanto l’avere accolto in senso militante la lezione del luglio ’60 e cioè il neofascismo risorgente con gli scontri a Porta S. Paolo, a Piazza De Ferrari a Genova, i compagni freddati sul selciato a Reggio Emilia, i sinistri rumori di sciabole del governo Tambroni; e poi il rifiuto della vulgata antifascista nel senso del patriottismo nazional-popolare con la certezza, viceversa, che il regime di Benito Mussolini sia stato propriamente l’organizzazione armata della violenza capitalistica, antipopolare e, in primis, antioperaia.
È, questo, un punto di vista di classe che mette in allerta l’Istituto Luce, il quale rifiuta di concedere i materiali di repertorio, tanto che gli autori sono indotti ad attingere a fondi esteri, archivi ufficiosi e privati, tra cui quelli di Joris Ivens, della Cinémathèque parigina, della resistenza antifranchista in esilio e della Repubblica jugoslava. Il periodizzamento è scandito nel lungo periodo, tra le aggressioni coloniali in Libia (con la drammatica apertura sui libici impiccati dagli italiani «brava gente») e il culmine della guerra fredda che da noi coincide con i trionfalismi di «Italia ’61», tra i rigurgiti neofascisti e l’apertura a sinistra della DC di Aldo Moro.

Dominio di classe
L’ottica mira verso il basso, al vissuto delle masse e, insieme, alle strategie che il regime allestisce per garantirsi il consenso; Mussolini non vi è onnipresente (a parte talune sequenze celeberrime come quella in cui lancia, a torso nudo, la «battaglia del grano») e anzi il Duce condivide la scena con i dittatori chiamati in Europa a un identico dominio di classe sia pure in contesti ambientali e con modalità operative anche molto differenti, cioè Hitler, Franco, i militari mitteleuropei, mentre incombono ad ogni passaggio di fase gli effettivi mandatari, le élites economico-finanziarie, gli industriali, gli agrari, un Vaticano sempre benedicente; infine, la prospettiva antagonista nel film non è mai proclamata ma essa viene colta, come deducendola ogni volta dal proprio sottotraccia, per anticipi e violente rotture (l’Ottobre rosso, la Repubblica spagnola, il Fronte Popolare, la Resistenza italiana, le rivoluzioni anticolonialiste, il ritorno delle lotte in Italia) secondo una linea espositiva che punta alla diffrazione del punto di vista e alla consapevole parzialità dello sguardo, mai alla conclusione irenica o alla conciliazione dialettica.
Minima è anche la quota propagandistica, nonostante fra i modelli rientrino alcuni classici della retorica antifascista quali La battaglia per l’Ucraina di Dovzhenko e Perché combattiamo di Frank Capra.

Solitari travagli
La sintassi del film, laddove è più evidente la mano di una grande documentarista come Cecilia Mangini, procede per blocchi la cui figura dominante è l’antitesi e pertanto la netta distinzione di interessi/ideali/ prospettive fra «loro» (gli eminenti, i detentori del potere economico politico, l’alto clero della cultura) e «noi», gli assoggettati al dominio di classe, gli individui ammutoliti, deprivati di potere e destino.
Se la musica di Egisto Macchi, nelle sue volute di spessore epico come negli stacchi antilirici e didascalici, è memore dei rivoluzionari Kurt Weill e Hanns Eisler, il commento è affidato, nientemeno, a Franco Fortini. Ci informa il suo biografo Luca Lenzini (nella accurata cronologia che precede, introdotti da Rossana Rossanda, i Saggi ed epigrammi, Mondadori «I Meridiani» 2003) che costui si è congedato dal Psi già nel 1957, dopo anni di isolamento e di aspre polemiche, all’uscita di uno dei suoi libri maggiori, la raccolta saggistica Dieci inverni. Contributi ad un discorso socialista. Nei mesi di un travaglio personale e ideologico cui sopravvive solamente il rapporto con alcuni outsider del partito (su tutti Raniero Panzieri e Gianni Bosio: e qui si veda nel dettaglio, ricchissimo di riferimenti e apporti documentari, il volume di Mariamargherita Scotti, Da sinistra. Intellettuali, Partito socialista italiano e organizzazione della cultura 1953-1960, appena uscito da Ediesse) Fortini sceglie lo straniamento e il magistero di Bertolt Brecht, perciò le sue parole sono dette frontalmente, per catene anaforiche e legami metonimici esonerati dalle oscurità e ambiguità del Grande Stile novecentesco.
Se infatti Brecht aveva scritto che «i massacratori escono dalle biblioteche», così Fortini, che lo ha tradotto, si pronuncia davanti alle maschere immonde della dittatura: «I veri maestri/ non lasciano tracce, non si esibiscono ai balconi/ e per questo ancora oggi/ non si possono fare senza rischio i loro nomi./ I maestri di Mussolini e di Hitler,/ di Farinacci e di Eichmann/ sono negli uffici studi delle banche,/ nelle poltrone dei consigli di amministrazione;/ sono sulle cattedre universitarie,/ nella Accademia Berlinese delle Scienze/ o nella Accademia d’Italia».

Scegliere, decidere
Affidandone la partitura scritta a una collana diretta dal suo compagno Gianni Bosio (Tre testi per film, Edizioni Avanti! 1963), Fortini lamenterà alcune insufficienze dell’opera e tuttavia ribadirà il fatto che la storia è innanzitutto storia della lotta di classe e che il nemico principale, ora come allora, resta l’ordinamento capitalistico della società.
Nella sequenza finale di All’armi siam fascisti!, mentre scorrono le immagini dei morti nel luglio del ‘60, il poeta passa direttamente al «voi» e chiede dunque a tutti noi: «La vostra coscienza che cosa ha da dire?// Bisogna scegliere, bisogna decidere. Il vostro/ destino è solo vostro. Rispondete».

“il manifesto”, 7 dicembre 2011

14.8.17

Lettera da Milano (Simone Weil)

Questa lettera non ha data, ma è del marzo 1937 ed è scritta a un amico studente, Jean Posternak. È apparsa in lingua originale sul numero 2 del 1953 di "Nuovi argomenti” ed è stata tradotta qualche decennio dopo da Saverio Esposito per “Linea d'ombra”, donde l'ho ripresa. (S.L.L.)
Milano
Caro amico,
eccomi a Milano, anche se — cosa insolita — non ho ancora dimenticato coloro che languono in mezzo alle nebbie del Nord. (Le raccomando in proposito di prendere le poesie di Goethe, che troverà alla Moubra, e di leggere tra le elegie romane quella che inizia (tenendo conto di possibili errori di grammatica) “o wie war’ich in Rom so froh! ” e nella quale si parla di un “Mone! heller wie nordischer Tag”).
Non ho dimenticato, in particolare, che lei ha visto domenica il suo amico musicista e gli ha posto— se ha fatto quel che doveva — varie strane domande. Su questo argomento ha promesso di scrivermi. Lo faccia fermo posta a Firenze, sarà più sicuro. E insieme scriva tutto ciò che le verrà in mente sull’Italia, compreso Milano, perché al ritorno mi ci fermerò senz’altro. E compreso anche il Veneto, perché non so se, risalendo, resisterò alla tentazione di prendere un andata-ritorno Milano-Venezia.
Arrivando a Pallanza ho fatto 13 o 14 km, lungo il lago (verso la Svizzera) e poiché mi sembrava troppo farnee altrettanti al ritorno sono salita su un carro che trasportava sacchi di farina. La conversazione con il conduttore, un ragazzo simpatico, è stata strettamente limitata dalla mia ignoranza della lingua, ma mi ha fatto capire chiaramente che costui la pensa in modo diverso dall’amico al quale lei mi ha raccomandata. È stato il mio primo contatto col popolo italiano... Arrivando in battello da Pallanza a Stresa (alle 20.30) sono stata invitata da una insegnante che lavora a Pallanza — e che si era impietosita della mia condizione di viaggiatrice solitaria... — a passar la notte da lei in un villaggio a 200 metri di altezza, sulla montagna che sovrasta Stresa; e lì mi ha fatto un’ardente propaganda del fascismo. E ho potuto vedere come vivono, alloggiano, mangiano, pensano gli abitanti di un piccolo paese, poveri, ma un po’ meno dei contadini. Questo è stato il secondo contatto, sia detto senza prevenzioni, molto meno simpatico. Il lago Maggiore è molto bello, ma è solo adesso che mi sento in Italia.
Sono arrivata a Milano contemporaneamente al Re Imperatore, venuto a chiudere la fiera. Tutto strapieno. Milano è una città popolosa come piacciono a me, e sento che tra qualche giorno mi ci troverò come se ci fossi nata. La gente di qui è davvero simpatica. Le scrivo da un delizioso piccolo caffé di piazza Beccaria; poco fa il cameriere guardava cosa scrivevo da sopra le mie spalle e quando ho alzato la testa ha riso in modo affascinante. Stasera alla Scala danno l’Aida di Verdi e cercherò di trovare un posto in piedi (altri non ce ne sono). Il mio carissimo amico Stendhal intercederà, credo, per me.
Ho dimenticato di chiederle se a sua conoscenza esiste, in italiano o in un’altra lingua, un libro davvero ben fatto sull’arte italiana (e sulla musica italiana?).
Spero che Platone sia arrivato, che lei stia leggendo il Fedro tra due ascolti dell’Andante del 4° Brandeburghese, e che si trovi dunque in piena estasi.
Non dimentichi, se ha suggerimenti da darmi, di parlarmi non solo delle opere d’arte, ma dei quartieri, dei ristoranti, degli spettacoli di livello alto o basso, ma caratteristici... sa che tutto m’interessa.
Pallanza, Stresa, ecc. sono piene di scritte murali con frasi di Mussolini, che riguardano più o meno tutte l’Abissinia. A Milano, no.
Qui respiro meglio. Speriamo che Firenze sia intatta...
χαῖρε
S. Weil

P.S. - χαῖρε è il termine di cui si servivano i Greci per dire addio, e vuol dire: sii felice.

P.P.S. - Quando a Montana giungerà la primavera le raccomando, come lettura primaverile, l’inizio del De Natura Rerum di Lucrezio:
Aeneadum genitrix, hominum divumque voluptas,
alma Venus, subter coeli labentia signa
quae mare navigarum, quae terras frugiferentis
concelebras, per te quoniam genus omne animantium
concipitur, visitque exortum lumina solis;
te, dea, te fugiunt venti, te nubila coeli
adventumque tuum; tibi suavis daedala terra
summitit flores, tibi rident aequora ponti,
placatumque nitet diffuso lumine caelum


penso che basti per darle voglia di continuare...

In "Linea d'ombra" n.51, luglio-agosto 1990

Il cinema, Gilda, la seduzione. Da “Amado mio” (Pier Paolo Pasolini)

Amado mio, un romanzo di Pier Paolo Pasolini, iniziato nel '48 e rimasto incompiuto, fu pubblicato postumo da Garzanti. È la storia di un amore. Desiderio, trasparente copertura dell'autore, conosce a una festa di paese un ragazzo, Benito, e se ne innamora. Benito, che Desiderio ribattezza Iasis, gli si nega, ma un giorno al cinema, mentre sullo schermo Rita Hayworth canta Amado mio e mentre – come usava a quel tempo – il pubblico eccitato rumoreggia, gli si promette per quella stessa sera. (S.L.L.)

Davanti a Gilda qualcosa di stupendamente comune invase tutti gli spettatori. La musica di Amado mio devastava. Cosi che le grida oscene che si incrociavano per la platea parevano fondersi in un ritmo dove il tempo pareva finalmente placarsi, consentire una proroga senza fine felice. Anche quando Iasis, abbracciato da Desiderio, gli posò il capo su una spalla, e in quell'atmosfera da orgia consumata al di là del tempo, prima della morte, il petto di Desiderio parve finalmente sciogliersi. Rita Hayworth, con il suo immenso corpo, il suo sorriso e il suo seno di sorella e di prostituta — equivoca e angelica —, cantava dal profondo della sua America Latina da dopoguerra, con un'inespressività veramente carezzevole. Rinunciatario ed arreso, Desiderio accarezzava la testa del ragazzo appoggiata alla sua spalla, come si accarezza un fratello. E tra le lacrime, invece del lungo discorso che avrebbe dovuto annunciargli la sua decisione di rinunciare per sempre..., gli mormorò all'orecchio: “Perdonami, Iasis”, ma Iasis, a quelle impercettibili parole alitate da Desiderio, sorrise, distratto, e gli rispose: “Stasera”. Fu come un urlo di gioia, un dolce cataclisma che facesse crollare il cinema e tutta Caorle. Mentre Gilda, intanto, contro il cielo, sul pubblico ansimante, con delicata libidine e furiosa pazienza si sfilava il guanto dal braccio».


Amado mio, Garzanti, Milano, 1982.

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