31.1.19

La nutrizione dell'uomo superiore (Umberto Boccioni)

Umberto Boccioni, Autoritratto 1908
Dopo aver abolito il funo, il vino, e il più possibile la donna da oggi mi proverò sempre più nel Vegetarismo. Ne sono convinto come d'una nutrizione d'uomo superiore. A confortare e spiegare quello che pensavo sull'osceno spettacolo delle carni macellate ho letto questo di Leonardo: "Verrà un tempo in cui la gente si accontenterà, al pari di me, di una nutrizione di vegetali, in quanto l'uccisione degli animali sarà considerata alla stregua dell'omicidio". Non potrebbe essere profezia più vera e più grande".
E questo di Lamartine: "Verrà un tempo in cui agli uomini ripugnerà il consumo delle carni animali, come ora ripugna loro il consumo di carne umana".

31 marzo 1908 - da Taccuini futuristi (1907 - 1915), Carlo Mancosu editore, 1993

1984, Mircea Eliade a Firenze. È stanco l'esploratore del mito (Enrico Filippini)


FIRENZE
Nella sala affollata dell' Istituto Stensen, un'apparizione di Mircea Eliade. Non una lezione, non una conferenza, non un vero dibattito, ma un'apparizione. Per chi ha letto i suoi vecchi libri sullo yoga, o le sue ricerche sulle credenze religiose, o il grande Trattato di storia delle religioni del 1948, o i suoi saggi sullo sciamanismo, sul sacro e il profano, sull'eterno ritorno, o il suo diario, che in italiano s'intitola stranamente Giornale, è una grande emozione vedere lì, sopra un corpo esile ed asciutto, quella grande fronte che sovrasta una faccia dai tratti molto netti, scavati, tracciati con fermezza, stretta da una corta barba bianca che somiglia molto a quella di Sigmund Freud. È la faccia che ci si aspetta da un instancabile esploratore del Sacro.
Quando è nato? A Bucarest, nel 1907. I suoi primi articoli, che naturalmente non conosco, risalgono al 1920, a quando aveva tredici anni. Intanto, adesso, si è messo a parlare di San Francesco. E lì per lì non si capisce bene perché, visto che il tema che ha proposto per questa "conversazione" col pubblico è L' esperienza religiosa e il Rinascimento fiorentino. Dice che San Francesco è stato uno dei pochi santi dotato del senso dello humour, perché in lui la teologia "esatta" si faceva esperienza personale. Poi si capisce: parla di San Francesco perché secondo lui - e del resto è una tesi assai diffusa - il Rinascimento comincia con Gioacchino da Fiore e poi, appunto, col santo di Assisi. Il Rinascimento è iscritto nella sua prima formazione, che qualche anno fa ha evocato in un bel libro-intervista in collaborazione con C. H. Rocquet, La prova del labirinto, pubblicato in italiano dalla Jaca Book.
Interessi scientifici e immaginazione letteraria: "L'immaginazione letteraria che è anche l'immaginazione mitica e che scopre le grandi strutture della metafisica. Notturno, diurno: tutti e due... La coincidentia oppositorum. Il grande insieme. Lo Yin e lo Yang...". Ecco, la coincidenza degli opposti, la grande "scoperta" quattrocentesca di Niccolò Cusano; il concetto decisivo, l' idea di una grande unificazione, che ha guidato cinquant'anni spesi alla ricerca di un'unica grande impalcatura mitica soggiacente alla cultura e alla civiltà, dal Portogallo alla Cina...
Il Rinascimento è una scoperta romana e fiorentina, risalente al tempo dei viaggi universitari di Eliade in Italia: "avevo progressivamente scoperto l'orientalismo, l'alchimia, la storia delle religioni. Ho letto per caso Frazer e Max Muller e, poiché avevo imparato l' italiano (per leggere Papini), ho scoperto gli orientalisti e gli storici delle religioni italiani, Pettazzoni, Buonaiuti, Tucci, altri ancora...". Ora racconta: "Da giovane, in Italia, scoprii non solo il genio creatore del Rinascimento, che per me all'inizio s' identificò con l'opera di Marsilio Ficino, ma anche il suo 'messaggio'. Si trattava non soltanto di riscoprire la vera Europa mediterranea, la Grecia, ma anche di operare un'apertura verso l'Egitto, la Persia, l'India. Questa era la vera lezione di Pico della Mirandola e della sua scoperta della Kabbala". Omette di dire, forse perché è troppo noto, che il Ficino eseguì per Cosimo dei Medici le prime traduzioni di Platone e che più tardi fu un convinto sostenitore dell'unità tra religione e filosofia.
In tutta l'opera di Eliade circola indubbiamente un certo genere di platonismo e la profonda convinzione di un'"unità spirituale" dei grandi miti, dei simboli e delle immagini. Continua: "Il Rinascimento aveva operato un'apertura, un superamento dei limiti della cultura occidentale. Per questo, a Roma, nello studio di Giuseppe Tucci, decisi di studiare il sanscrito: per avere accesso all'immaginazione mitico-religiosa orientale...". Infatti, nel 1928, il ventenne Mircea partì per Calcutta, dove lavorò a lungo con Surendranath Dasgupta, e poi, allo scopo di imparare le tecniche yoga, per l'Himalaya, dove abitò a lungo in una grotta. A quella grotta lo aveva portato il Rinascimento...
Continua: "Molto più tardi, verso il 1940, lessi un libro allora molto noto, La Renaissance orientale, che trattava della scoperta dell' Asia da parte degli studiosi europei a partire dal 1800. Ora, bisogna ricordare che Schopenhauer, quando ebbe finito di leggere in una traduzione illeggibile le Upanishad, uno dei grandi libri della tradizione indiana, annunciò che con la scoperta dell'Oriente ci sarebbe stato in Europa un secondo Rinascimento. Ma quella profezia non si avverò. Nei decenni successivi si capì il sanscrito, si decifrarono i geroglifici, eccetera, ma la tragedia fu che non ci furono dei filosofi come quelli che leggevano Platone tradotto dal Ficino per il suo valore filosofico e spirituale, ma soltanto dei filologi, dei tecnici della parola. Solo oggi, per fortuna, l'atmosfera sta cambiando. Abbiamo sempre più artisti e filosofi che si interessano dell'Asia".
Poi insiste sul concetto di magia, qualche cosa di diverso e di più vasto di ciò che per magia comunemente s' intende. Per Pico, per Ficino, per Cusano, la "magia" è un' "energia spirituale" che è un "modo di essere nel mondo" e che dischiude un universo simbolico più vasto di quello definito dalla filosofia platonica ed aristotelica. E in fondo, con questi due concetti, quello di una profonda unità dei diversi mondi simbolici, e quello di una storia delle religioni filologicamente accurata (le fonti di Eliade sono sempre molto sicure e minuziosamente accertate) ma anche intensamente vissuta, è detto tutto: è detto perché Eliade ha potuto scrivere un numero sterminato di studi scientifici e insieme molti romanzi, è detto perché è uno storico delle religioni così diverso da altri, per esempio dal suo grande amico Georges Dumèzil. È detto l' ethos e il pathos della sua ricerca.
Poi c' è la "conversazione", ci sono le domande. Per esempio: il primo Rinascimento non era stato anche un tentativo di vedere il Cristianesimo come un arricchimento di tutte le filosofie precedenti? Oppure: Marsilio Ficino cercò di conciliare il Cristianesimo col paganesimo; dunque il predecessore di Cristo sarebbe Socrate? Oppure: il neoplatonismo ficiniano non era una novità; già la patristica (per esempio il sistema agostiniano) era neoplatonica; dunque, in che modo il neplatonismo rinascimentale muta la struttura di fondo del Cristianesimo?... Ma le risposte sono un po' generiche e ripetitive. Alla domanda precisa di uno studente: quali sono le fonti dell'interpretazione della mitologia da parte degli alchimisti rinascimentali?, non c' è nessuna risposta. Il vecchio esploratore di miti non se la sente di inoltrarsi in discussioni tecniche e filologiche. Forse il vecchio viaggiatore è soddisfatto della meta raggiunta.


"la Repubblica", 22 giugno 1984

La Cina sulla Luna, tra esplorazione, tecnologia e politica (Emiliano Ricci)



Con la discesa della sonda Chang'e-4 sulla parte nascosta della Luna, il programma spaziale della Cina segna un altro importante successo, le cui implicazioni vanno al di là dell'esplorazione del nostro satellite, ma coinvolgono le politiche spaziali internazionali e aprono la strada a nuovi scenari di collaborazione, in cui l'Italia ha già un ruolo di primo piano


Dalle 3:26 ora italiana del 3 gennaio 2019, la sonda cinese Chang’e-4 è posata sul suolo lunare. Ma, a differenza di tutte le precedenti missioni lunari, per le quali il luogo di allunaggio aveva una linea diretta di comunicazione con il nostro pianeta, per questa missione l’Agenzia spaziale cinese ha scelto una sfida molto più grande: far arrivare la sonda sulla faccia nascosta della Luna.
Il nostro satellite, infatti, essendo molto vicino alla Terra, ha il periodo di rivoluzione sincronizzato con il periodo di rotazione, per cui ci mostra sempre la stessa faccia. Di conseguenza, ci è impossibile osservare direttamente il cosiddetto far side, il lato lontano, che per questo motivo è definito “faccia nascosta”.
Inoltre, il punto di allunaggio di Chang’e-4 è fra i più interessanti di tutta la superficie lunare: la parte meridionale del cratere da impatto Von Kármán, di circa 180 chilometri di diametro, a sua volta compreso all’interno del bacino Polo Sud-Aitken: nelle vicinanze del polo sud lunare, appunto, cioè la regione dove precedenti missioni hanno rivelato la presenza di ghiaccio d’acqua in superficie.
Un luogo, quindi, dove qualcuno ha già ipotizzato la costruzione della prima base lunare, data la prossimità con un potenziale serbatoio di acqua per soddisfare i diversi bisogni degli abitanti della base.
Ma non solo. Il bacino Polo Sud-Aitken – un’imponente struttura di quasi 2500 chilometri di diametro e profonda 13 chilometri – è il cratere da impatto più antico di tutta la superficie lunare e fra i più estesi di tutto il sistema solare.
La missione prevede quindi di esplorarlo anche con un piccolo rover, Yutu 2, rilasciato dal lander proprio allo scopo di indagare il suolo del cratere e tracciarne la storia. (Il primo Yutu - "coniglio di giada" in cinese - si trova sull'altro lato della Luna dal dicembre 2013, con la missione Chang'e-3.)
A dare rilievo allo sbarco cinese c'è anche l'aspetto tecnologico. Per abilitare le comunicazioni con la Terra, infatti, la missione, nel suo complesso, doveva prevedere anche l’immissione in orbita lunare di un satellite capace di svolgere la funzione di ponte radio fra il lander nascosto alla vista e i ricevitori terrestri.
Il satellite Queqiao (in cinese, letteralmente "ponte di gazze") è infatti già in orbita da alcuni mesi, e può anche essere interpretato come il primo passo verso una possibile rete di satelliti per telecomunicazioni lunari, proprio come quelle che avvolgono lo spazio attorno al nostro pianeta. Intanto ha già dato prova di funzionare alla perfezione, inviando a Terra le prime immagini della faccia nascosta che il lander ha ripreso poco dopo l’allunaggio.
Ma l'aspetto forse più interessante del successo di Chang'e-4 riguarda le politiche spaziali e i rapporti internazionali nel loro complesso.
Nello stesso anno in cui gli Stati Uniti si avviano a celebrare in pompa magna il cinquantesimo anniversario della missione Apollo 11, quella che portò i primi uomini a calpestare il suolo lunare, la Cina lancia infatti una nuova importante sfida a tutti i paesi impegnati nella conquista dello spazio e, in particolare, della Luna: la cui “riconquista” umana è vista da tutti come il prossimo passo, da farsi prima di qualunque altra conquista spaziale, il cui obiettivo principale è naturalmente il pianeta Marte.
Terminata la “corsa allo spazio” della Guerra Fredda, che, a partire dal 1° ottobre 1957, con il lancio del primo satellite sovietico Sputnik 1, vide impegnati gli Stati Uniti in una sfida a distanza con l’Unione Sovietica per dimostrare la propria superiorità scientifica e tecnologica e quindi l’eventuale superiorità del proprio modello di sviluppo, lo spazio non è più da tempo appannaggio di due nazioni.
L’Europa, il Giappone, l’India e molti altri paesi hanno politiche spaziali. Ma gli Stati Uniti sanno che lo sfidante più temibile è sicuramente la Cina, il terzo paese in assoluto ad aver mandato nello spazio degli astronauti (“taikonauti”, per distinguerli dagli astronauti occidentali e dai cosmonauti russi) con tecnologie proprie, ad aver fatto atterraggi morbidi sulla Luna con sonde robotizzate, ad aver messo in orbita delle stazioni spaziali, e, infine, il primo ad aver posato con successo una sonda sulla faccia nascosta della Luna.
Grazie a queste sue capacità ha già attratto collaborazioni con diversi altri paesi per portare avanti le proprie politiche spaziali. Non è un caso, per esempio, che a bordo della missione Chang’e-4 ci siano strumenti ed esperimenti frutto di collaborazioni con ricercatori olandesi, tedeschi, svedesi, sauditi.
Anche l’Italia ha attive importanti collaborazioni con la Cina in ambito spaziale. A febbraio scorso, per esempio, è stato lanciato il satellite CSES (China Seismo-Electromagnetic Satellite), noto in Cina con il nome di Zhangheng 1, per il monitoraggio dei terremoti dallo spazio, che a bordo monta uno strumento realizzato da ricercatori italiani. Ma la collaborazione Italia-Cina potrebbe in futuro portare anche nostri astronauti sulla stazione spaziale cinese attualmente in preparazione (Samantha Cristoforetti ha già trascorso periodi di addestramento con i colleghi cinesi).
La firma dell'accordo tra l'Agenzia spaziale italiana (ASI) e la China Manned Space Agency (CMSA) per nuove sperimentazioni scientifiche a bordo della Stazione spaziale cinese nell’ambito del volo umano. L’intesa è stata firmata a Pechino nel 2017 dal Presidente dell’ASI, Roberto Battiston, e dal Direttore Generale di CMSA, Wang Zhaoyao, in occasione della visita di stato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. (CCTV/ASI)
Questa è una tipica dimostrazione di quello che viene definito soft power, ovvero la capacità di un Paese di dimostrare in maniera assertiva e non aggressiva la propria forza economica e politica e di attrarre quindi l’interesse di altre nazioni, accrescendo la propria reputazione, in contrapposizione all’uso dell’hard power, cioè la forza militare o l’impiego, a livello diplomatico, di minacce o sanzioni.
Tutti gli analisti sanno che la riconquista umana della Luna, e ancora di più, la conquista di Marte, saranno frutto di un’opera congiunta di più nazioni, e non più dell’impegno tecnologico di una sola. Anche negli Stati Uniti c'è questa consapevolezza. Tuttavia, nel 2011, basando la decisione su motivi di sicurezza nazionale, il Congresso legiferò in modo da impedire alla NASA di attivare accordi bilaterali con la Cina e questo naturalmente impedisce l’avvio di qualunque tipo di collaborazione fra Stati Uniti e Cina nell'ambito dell’esplorazione spaziale.
Ma alcuni analisti commentano che, nonostante i rapporti fra Stati Uniti e Russia non siano idilliaci, fra i due paesi è attiva ormai da anni una proficua collaborazione per le missioni spaziali civili. Basti pensare che, terminata nel 2011 l’epoca dello space shuttle, al momento l’unico veicolo capace di portare nuovi equipaggi sulla Stazione spaziale internazionale è la navicella russa Sojuz.
Lo stesso, pensa qualcuno, in fondo potrebbe accadere anche con la Cina, e la speranza di molti è che gli impedimenti legislativi vengano meno – anche se, in epoca Trump, sembra piuttosto difficile – o che si possano aggirare, ovviamente in maniera legale.
D’altra parte, l’atto del Congresso non vieta nettamente la stipula di collaborazioni fra la NASA e l’Agenzia nazionale cinese per lo spazio (CNSA), ma ne subordina l’attivazione all’approvazione del Congresso stesso. Ecco perché alla NASA già qualcuno auspica che questa collaborazione possa già partire dalla prossima missione robotizzata cinese diretta verso la Luna, la Chang’e-5, programmata per il lancio alla fine del 2019, che ha come obiettivo principale il prelievo di un campione di materiale lunare e il suo trasporto verso la Terra.
Un’occasione carica di significato – per la NASA e le altre agenzie spaziali – se si pensa che l’ultima volta che è stato riportato a terra materiale lunare risale alla missione sovietica Luna 24, del 1976.

dal sito di “Le Scienze – Edizione italiana di Scientific American”, 4 gennaio 2019

Come un gatto in tangenziale. L'abisso (S.L.L.)



Ho rivisto Come un gatto in tangenziale. Certo, in quel film alcune figure e situazioni hanno un carattere macchiettistico, esagerano ed esasperano per produrre riso prima che riflessione; ma la denuncia della distanza quasi incolmabile tra i ceti colti (il reddito conta, ma è un aspetto secondario) e quei pezzi di popolo oggi in grande espansione che un tempo chiamavamo sottoproletariato, è giusta e veritiera.
Si è creato un abisso.
Ho il sospetto che questo disastro risalga al deperimento e poi alla fine del PCI, che quella distanza in qualche modo riusciva a ridurre e che creava conoscenza e comprensione.
Chi ha vissuto intensamente quella esperienza può ricordare e capire.

28.1.19

La poesia del lunedì. Vera Pavlova (Mosca 1963)


Mi tieni fra le tue braccia e pensi forse di avermi presa?
Ma io mi libererò del corpo come coda di lucertola,
e tu dovrai cercare tra le stelle
ciò che mi cercavi tra le gambe.

In Fili d'oro, rivista on line, n. 46, luglio / settembre 2016 - Traduzione dal russo di Linda Torresin

La Resistenza in Abruzzo. La Brigata partigiana Maiella (Carlo Troilo)

Ettore Troilo e i ragazzi della Maiella (dal sito Socialismoitaliano 1892)

Il 5 dicembre del 1943, 70 anni or sono, si costituì a Casoli la Brigata Maiella, la sola formazione partigiana, assieme al Corpo Volontari della Libertà, decorata di Medaglia d’Oro al Valor Militare, la prima a conquistarsi la fiducia e le armi degli alleati e l’unica che, una volta liberata dai tedeschi la regione di origine, continuò a combattere a fianco degli alleati attraverso le Marche, la Romagna e l’Emilia, liberando Bologna e spingendosi fino agli altipiani di Asiago. Una brigata – è importante ricordarlo dopo i troppi libri di Pansa e dei suoi imitatori sul «sangue dei vinti» - che arrivò ad una forza di 1.500 uomini e che pure non si macchiò mai di un solo episodio di violenza verso i fascisti, al punto che gli alleati (prima gli inglesi e poi i polacchi) affidavano proprio a loro la tutela dell’ordine pubblico nei paesi e nelle città via via liberati.
Promotore della sua nascita fu mio padre, Ettore Troilo. Volontario a 18 anni nella Grande Guerra, socialista riformista, allievo di Turati a Milano e poi segretario di Matteotti a Roma, attivo avvocato antifascista durante il ventennio, Troilo raggiunse il natio Abruzzo dopo aver partecipato alla difesa di Roma a Porta San Paolo, fu catturato dalle SS, riuscì a fuggire, radunò una quindicina di uomini, quasi tutti contadini, ed arrivò a Casoli, dove chiese al comando alleato le armi necessarie ai suoi uomini per combattere contro i nazisti. Dopo molti e umilianti rifiuti (gli inglesi vedevano dovunque «communists») Troilo incontrò l’ufficiale che per primo ebbe fiducia nei montanari abruzzesi, il maggiore Lionel Wigram, una figura di straordinario interesse: grande avvocato, baronetto, autore di trattati militari usati per decenni dall’esercito inglese, amante dell’Italia e della sua cultura, Wigram si fidò subito di questo appassionato avvocato abruzzese, come lui non più giovanissimo (entrambi avevano 45 anni e figli a carico). Purtroppo dopo solo due mesi, il 4 febbraio del ’44, Wigram cadde assieme a 11 patrioti della «Maiella» e a 4 dei suoi uomini nel tentativo di liberare Pizzoferrato ed aprire agli alleati la strada verso gli altipiani di Roccaraso e verso Roma: una impresa arditissima, per la forza della guarnigione tedesca e la posizione del paese, a 1.250 metri di altezza e con due metri di neve.
In questa importante ricorrenza, più che ricordare le vicende della «Maiella» (rimando per questo al libro di mio fratello Nicola Storia della Brigata Maiella, editore Mursia, 2011), vorrei affrontare tre temi «di contesto» che penso meritino una riflessione.
Il primo riguarda l’importanza, militare e strategica, della guerra in Abruzzo. La maggioranza degli italiani ritiene che la guerra sia semplicemente «passata» nella nostra regione. E invece l’Abruzzo fu uno dei principali terreni della guerra in Italia: alla fine del ’43, in un’area per secoli tagliata fuori dalle grandi vicende della storia, vi si incrociarono i destini di Mussolini, prigioniero al Gran Sasso, del re e del suo governo, in vergognosa fuga dal porto di Ortona, e dei due capi supremi degli opposti eserciti, il maresciallo Montgomery ed il feldmaresciallo Kesselring. Le truppe alleate furono impegnate per otto mesi nel tentativo di sfondare la linea Gustav, incontrando una resistenza dei tedeschi fortissima, agevolata da un inverno molto rigido e dalla conformazione della regione, con montagne impervie e fiumi in piena che rendevano difficile il passaggio dei mezzi corazzati e pesanti. Si parla sempre, e giustamente, della battaglia di Montecassino, ma quasi mai di quella di Ortona, caposaldo della Linea Gustav sull’Adriatico, che durò settimane, provocò la morte di un numero impressionate di civili (1.314, quasi l’intera popolazione) ed una vera ecatombe fra i soldati delle due parti. Ne sono struggente testimonianza il cimitero militare inglese di Torino di Sangro e quello di Ortona, dove riposano – assieme al maggiore Wigram - duemila soldati canadesi, che ebbero il ruolo principale nella conquista della città. Non a caso Mongomery intitolò le sue memorie Da El Alamein al Sangro.
Il secondo tema riguarda la sorte terribile dei paesi dell’alto chetino, rasi al suolo all’80-90 per cento dai tedeschi per fare «terra bruciata» dinanzi agli Alleati: anche da qui, l’emigrazione di massa che nel dopoguerra caratterizzò l’Abruzzo più di ogni altra regione del centro-sud. E riguarda, soprattutto, le stragi di civili, che in Abruzzo furono tra le più atroci: migliaia di abitanti, per lo più vecchi, donne e bambini, massacrati a Pietransieri, a Sant’Agata di Gessopalena, a Onna, a Filetto, in tante altre sconosciute località, affratellati nella morte ai giovani martiri delle insurrezioni di Lanciano e de L’Aquila. E furono stragi – in particolare quella di Pietransieri, per la prima volta non motivata nemmeno con una ragione di rappresaglia - volute personalmente da Kesselring, che le riteneva il metodo più efficace, e meno «costoso » per le truppe tedesche, per scoraggiare da un lato la nascita di formazioni partigiane, dall’altro il sostegno della popolazione civile agli stessi partigiani ed ai militari alleati.
Ed è questo il terzo tema di riflessione, quello di cui maggiormente avverto l’urgenza morale. Forse nessuna popolazione, in Italia, si prodigò come quella abruzzese nell’aiutare non solo i partigiani locali ma i tanti sconosciuti soldati italiani sbandati dopo l’8 settembre e le migliaia di militari alleati fuggiti dagli affollatissimi campi di prigionia tedeschi. Italiani, inglesi, americani, canadesi, australiani, neozelandesi, sud africani, indiani furono nascosti nelle case e nelle masserie - soprattutto dalle nostre donne, eroiche e silenziose - furono nutriti («si divisero il pane che non c’era», come ha scritto il Presidente Ciampi, che fu fra quei giovani ufficiali che percorsero «Il sentiero della libertà»), furono aiutati da organizzazioni spontanee a superare d’inverno i valichi nevosi della Maiella per passare le linee e raggiungere l’esercito italiano al Sud o quello alleato al di là del fiume Sangro.
In queste organizzazioni di volontari vi erano insegnanti, impiegati e operai, ma soprattutto contadini e pastori, spesso analfabeti: uomini e donne indifferenti alle consistenti taglie in danaro offerte dai tedeschi e pronti invece a sfidare i rastrellamenti e le rappresaglie, e spesso a pagare con la vita dinanzi ai plotoni di esecuzione nazisti. Le stragi furono anche una rabbiosa reazione all’opera di queste organizzazioni, ma non riuscirono a soffocare l’umanità profonda e l’indomito coraggio dei nostri conterranei. C’è una Medaglia d’Oro per la Resistenza che dovrebbe ancora essere assegnata, ed è quella al popolo abruzzese, protagonista silenzioso e modesto di una vera epopea. In nome dei caduti e dei reduci della Brigata Maiella, mi permetto di sottoporre questa proposta al Presidente Napolitano, che pochi giorni fa ha ricevuto al Quirinale una delegazione della «Maiella» ed ha ribadito, ancora una volta, il suo vivo e sincero apprezzamento per i patrioti abruzzesi e per i loro conterranei.

l’Unità 1 febbraio 2014

27.1.19

L'Italia del Medioevo: una grande regione dominata dalle città. Intervista a Chris Wickham (Vito Loré)

Il medievista inglese Chris Wickham ha indagato soprattutto vicende italiane, anche se, soprattutto nell'ultimo decennio, ha prodotto anche importanti opere di sintesi. Mi è parsa interessante questa breve intervista sul suo lavoro. (S.L.L.)
Il medievista Chris Wickham, docente a Oxford (1950)

Nei suoi libri di sintesi degli ultimi anni, a partire da Framing the Early Middle Ages, ha incluso organicamente nell’orizzonte comparativo l’Oriente, da Bisanzio ai domini musulmani, arrivando ora fino alla Russia. In che modo questo ampliamento di prospettiva ha cambiato la sua visione della storia europea? Quali elementi ha privilegiato, quali altri ha messo in secondo piano nella costruzione del quadro?
In un certo senso, non è cambiato molto: dagli anni ottanta ho sempre scritto articoli comparativi, sull’impero romano, sull’Islanda, sulla Cina, oppure sul califfato. Infatti ho sempre voluto mantenere due registri nella mia ricerca: uno, molto analitico, a volte troppo, sulla storia italiana nelle sue varianti multiformi di storia locale e regionale; e uno sui problemi generali, a volte molto generali, della storia medievale.
Usando il secondo registro, non mi è mai sembrato che l’Europa in sé fosse un campo di studio privilegiato; l’Italia guarda a tutto il Mediterraneo, il Mediterraneo guarda verso l’Oriente, e la Cina (per quanto la capisca, visto che non leggo il cinese) mi ha sempre affascinato. In effetti, L’Europa nel medioevo è il solo libro che io abbia mai scritto sull’Europa in quanto tale. Cosa ho messo in secondo piano? Beh, in un certo senso niente: sono uno storico sociale e la dimensione sociale porta con sé l’economia, la cultura, la politica. Forse mi sento meno a mio agio con una storia strettamente religiosa e intellettuale, ma ho cercato comunque di integrarle.

In questo ultimo libro (L'Europa nel Medioevo, Carocci, 2018) storia politica e strutture sociali ed economiche si intrecciano in modo complesso. Come cambia fra alto e basso medioevo il rapporto fra i due piani?
Su questo punto ho provato a essere esplicito nel libro. Almeno per quanto riguarda l’Europa occidentale, credo che il punto di svolta sia stata la cristallizzazione delle strutture del potere locale, avvenuta durante un “lungo” XI secolo in gran parte del continente europeo. Non ogni potere centralizzato ne venne minato, ma tutti hanno dovuto, da allora in poi, confrontarsi con alternative locali all’autorità dei re e di altri sovrani. I poteri centrali affrontarono questa sfida in modi diversi: con una fiscalità più forte ed eserciti pagati; con parlamenti che – si sperava – avrebbero portato un consenso più diffuso all’esercizio del potere; ecc. Ne emerse alla fine del medioevo una sfera pubblica più attiva e più autoconsapevole, uno sviluppo che ritengo particolarmente importante per la storia europea.

L’Europa nel medioevo è un libro pensato per un pubblico mondiale. Da specialista di storia italiana, le chiediamo uno sforzo di mise en perspective differente: qual è il posto dell’Italia nella storia del medioevo europeo?
Ci sono tante risposte possibili a questa domanda. Si sa benissimo che l’Italia alla fine del medioevo era politicamente più frammentata della maggior parte delle regioni europee (anche se la Germania lo era di più). Aveva inoltre uno sviluppo economico, soprattutto dopo il 1200, più complesso e dinamico della maggior parte dell’Europa, anche se le Fiandre all’inizio di quel periodo, la Germania meridionale e la Francia settentrionale dopo, conobbero un iter simile. Ma credo che soprattutto un elemento sia stato peculiare nella storia italiana, attraverso tutto il medioevo: l’Italia medievale era un paese – o, meglio, una grande regione – interamente dominata dalle città. Forse può sembrare un luogo comune, ma non è per questo meno vero. In nessun’altra parte d’Europa le città avevano così tanto potere autonomo, già nel regno italico prima del secolo XII, per non parlare dei secoli successivi. Né era molto diverso nelle regioni del Sud e nella Sicilia (cioè a est e a sud della linea Ancona-Roma), anche se lì le città, meno numerose, erano veramente protagoniste, diciamo venti anziché cinquanta. Una città è meno facile da dominare da parte di una sola persona; c’è una tendenza, anche se non sempre attiva, a creare strutture di governo locale più collettive. E una città può in sé stessa dominare il suo contado in maniera più pervasiva. Non è un caso che i modelli di fiscalità europei più efficaci del basso medioevo – a eccezione almeno dell’impero ottomano – fossero proprio quelli delle città italiane, come pure molti degli strumenti più complessi di governo locale. Ciò rende molto particolare la situazione italiana, per tutto il medioevo.

L'Indice, gennaio 2019

Cercasi sindacato nell'era populista (Roberta Carlini)

Maurizio Landini



Qualcosa si muove a sinistra. La scelta della Cgil di ieri è il primo sasso nello stagno di un’opposizione che, dal 4 marzo, non dava più segni di esistenza. La pratica unitaria, celebrata con un rito che può sembrare antico, va letta con gli occhiali nuovi di un Paese che si avvia a una nuova recessione; che non è mai uscito dalla doppia crisi del decennio appena chiuso; che è guidato da una nuova élite che fa al tempo stesso governo e opposizione.
Il ruolo del sindacato ai tempi dei populisti è scomodo, quasi impossibile. Da questo punto di vista, la scelta di Landini ha una logica: difficile assimilarlo alle élite della sinistra che hanno accompagnato il superamento di tanti baluardi del Novecento, a partire dallo Statuto dei lavoratori.
Ma non per questo il neosegretario avrà vita semplice, nelle battaglie sulla politica economica nazionale (le prime, sull’attuazione del reddito per i poveri e della quota 100, misure con cui il governo “parla” alla stessa base sociale della Cgil) come nelle centinaia di crisi aperte al ministero dello Sviluppo e nel recupero di tutto quel mondo del lavoro giovanile non sfiorato dai contratti e dal sindacato. Il neosegretario (e il suo vice) muoveranno i primi passi nel deserto della sinistra, con il secondo partito in parlamento ancora incapace di uscire dalla palude in cui si è cacciato.
Forse è un caso che la Cgil sia riuscita a trovare una direzione e un’unità prima e a prescindere da quello che in passato era il suo partito di riferimento; o forse deriva dal fatto che il sindacato è più vicino alla realtà, e sa cercare in sé gli anticorpi. Come ai tempi del terrorismo, rievocati per l’anniversario dell’assassinio di Guido Rossa, sindacalista e operaio.

Commento per Agl pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Gedi il 24 gennaio 2019

26.1.19

“Recitare mi fa sentire bene”. Intervista a Lucia Sardo (Marco Celeschi e Melita Leonardi)

Corte dei medici è una pizzeria-ristorante catanese ove i curatori di “Sorprendente Sicilianità”, Marco Celeschi, architetto, Melita Leonardi, docente di letteratura, sono soliti incontrare le personalità siciliane che intervistano, ed è per questa ragione anche il titolo di una rubrica del sito. (S.L.L.)


Lucia Sardo, una delle più apprezzate attrici di teatro e di cinema in Italia, una vera e propria onewoman show, capace di animare un palcoscenico da sola, per ore, grazie all’incantesimo che solo un talento straordinario può creare, è venuta a trovarci alla Corte dei medici e ha risposto, con la verve che la contraddistingue, alle nostre domande.

Quando inizia il tuo sogno di fare l’attrice?
Che fossi un’artista, l’ho sempre saputo. Fin da bambina, danzavo e ballavo. Devo dire anche che a casa mia, in tutti i familiari, c’era una vena artistica. Facevo delle scenette e, un anno, mi ricordo che mia sorella maggiore andò a Roma e mi portò in regalo delle scarpette da ballo. Ogni giorno, mi mettevo sulle punte e cercavo di imitare quello che vedevo in televisione. Quando sono cresciuta, avrei voluto frequentare il Liceo artistico, ma i miei genitori erano assolutamente contrari. Fui iscritta al Liceo scientifico a Lentini.

Una tortura, insomma. E come è andata questa vicenda?
Nel modo più ovvio: fui bocciata. La mia famiglia preferì allora l’Istituto Magistrale a Palagonia. Non ho un ricordo bello di quegli anni. Ho attraversato un periodo di ribellione. Oltretutto, mia madre stava male.

Ma, alla fine, anche gli anni della scuola si chiudono...
Sì. Fu una liberazione! Sono riuscita a realizzare quello che desideravo di più: andare via dal paese. Era una realtà troppo ristretta e mi sentivo prigioniera.

La meta qual era? Roma?
No. Decisi di frequentare il Magistero all’Università Cattolica a Milano. Mio fratello, molto più grande di me, già viveva in un paese lì vicino. Oltretutto, erano anni in cui trovare un lavoro era abbastanza facile. Nell’Istituto dove insegnava mio fratello cercavano personale per il doposcuola e ho dato la mia disponibilità; ma, fatto ancora più casuale, si ammalò la segretaria della scuola e il preside mi offrì di sostituirla. Quel lavoro, che sarebbe dovuto durare qualche mese, divenne definitivo. Lascio l’Università e comincio, visto che guadagnavo bene, a pensare di riprendere la mia vena artistica. A quel tempo avrei voluto dipingere. Avevo anche progettato di iscrivermi all’Accademia, ma il lavoro mi stancava parecchio e vivevo con il mio compagno dell’epoca. Non ero, tuttavia, felice. Avevo attacchi di panico. A quel tempo non esisteva un nome per definire questa patologia. Pensavo di star impazzendo. E poi mi ammalai seriamente. Finii in ospedale.

Potremmo dire che stavi somatizzando quel malessere?
Lo possiamo dire, eccome! Ma la mia fortuna e la mia guarigione arrivarono per caso. Un’amica mi chiese di accompagnarla alla presentazione di un corso di teatro. Lei, dopo un poco, andò via. Io rimasi.

Devi ringraziare questa amica. Ma l’amore per il teatro è stato subito così forte da farti superare ogni paura?
Devo dire di sì. Grazie al corso ho conosciuto il Teatro di ventura, la mia futura compagnia, e Silvio Castiglioni, che la dirigeva, che è stato il mio maestro. Subito mi ha proposto di lavorare con lui ad un’opera di Molière, Il medico per forza, nel quale avrei interpretato la balia.

Ma come avresti fatto con il lavoro, il tuo fidanzato, la casa?
Ho lasciato casa, lavoro e fidanzato e, devo dire, che mi sono ritrovata, in un batter d’occhio, in Emilia Romagna a vivere l’avventura più bella che possa accadere ad un essere umano. Con i membri del Teatro di ventura abbiamo fondato l’Istituto di Cultura Teatrale che aveva lo scopo di raccogliere e sviluppare, nel corso di tutto l’anno, gli stimoli del festival estivo e di favorire la preparazione del festival seguente grazie al lavoro di un gruppo di teatro stabile. Sono stata con loro per sei anni. Grazie al Festival di Sant’Arcangelo di Romagna, ho potuto conoscere i più grandi maestri del teatro contemporaneo: Jerzy Grotowski, Eugenio Barba, Ryszard Cieslak, Katsuko Azuma, Sanjukta Panigrhai, Peter Brook. Ho incontrato anche Ferruccio Merisi, uno dei direttori del Festival, che ancora oggi è uno dei miei più cari amici.

Come si diventa attore?
Il mio è stato un addestramento militare. Un lavoro sul corpo incredibile. Macinavo chilometri di corsa nei boschi. Ma per il tipo di proposta che volevamo realizzare era l’unica strada.

Anni esaltanti, bellissimi, ma, a quanto capisco, non sei rimasta con loro.
No. Ad un certo punto, ho sentito che era un’esperienza conclusa e ho cercato altro. Sono partita per la Francia grazie a dei contatti che avevo. Arrivo a Digione e inizio a costruire uno spettacolo, Storia di Matilde, che si è rivelato un grande successo e con il quale ho girato tutta l’Europa. Interpretavo sei personaggi in scena che descrivevano Matilde e, infine, arrivava la protagonista.

Francia, Europa in giro per anni e quando torni in Italia?
Sai, nella mia vita ci sono volontà e caso. Probabilmente desideravo tornare in Italia, ma l’occasione si materializzò, un giorno, a Roma: dopo lo spettacolo, mi avvicina un signore, Bruno Grieco, il responsabile culturale per il teatro del Partito comunista, che mi propone di portare il mio spettacolo alla Feste dell’Unità e inizio un’altra fase della mia vita artistica.

Siamo arrivati ai primi anni Novanta, la Sicilia sembra lontanissima dalla tua vita, dal tuo lavoro. Pensavi mai di tornare a vivere qui?
Ma, aspetta, abbiamo parlato ancora dei primi anni – Lucia ride in quel modo così caratteristico – ora ci arriviamo. Nei primi anni Novanta, conosco il mio futuro marito, Marcello. Abbiamo iniziato a lavorare insieme come attori e poi lui ha scelto di dedicarsi alla regia.

Ma com’è che vi siete conosciuti?
Ehi, ma sei curiosa! Vuoi proprio sapere tutto! Allora ci ha presentati il grande Mimmo Cuticchio, il puparo palermitano con cui mio marito, allora, lavorava. Comunque, innamorata, sposata, abbiamo deciso di avere un bimbo. A quel punto, il desiderio di tornare e di far vivere mio figlio in Sicilia anche con la mia famiglia è diventato un’idea concreta.
Mi trasferisco di nuovo e, colpo di scena, il cinema entra nella mia vita. Aurelio Grimaldi cercava un’attrice per il film La discesa di Aclà a Floristella. Aurelio, all’epoca, era giovanissimo e io lo avevo scambiato per un membro della produzione. Gli chiesi pure di aiutarmi a ripassare la parte. Da lì è iniziata una lunga collaborazione con altri film.

Con un red carpet a Cannes, mi sembra
Ero l’unica attrice con in mano un sacchetto, avevo messo le scarpe di ricambio, non si sa mai (Lucia mi lancia un’occhiata buffissima), ma un’amica se n’è accorta e me l’ha sequestrato. Direi che ha fatto bene (l’intervista si interrompe per le risate).

Ma posso aggiungere che il bello deve ancora venire?
Lo puoi dire sicuramente perché vengo a sapere che Marco Tullio Giordana organizza un provino per I cento passi, nel frattempo avevo anche l’impegno con Giuseppe Tornatore (Malena ndr) e dovevo girare un episodio della serie Montalbano. Un delirio!

Ma hai scelto Felicia Impastato e sei diventata un simbolo in tutto il mondo.
Sì, è stato un incontro veramente unico che ha condizionato la mia carriera successiva ma che non rimpiango. Non lo posso rimpiangere. A parte lo straordinario successo,il film è stato proiettato anche in tutte le Università americane e ho ricevuto i complimenti di Hillary Clinton.

In che senso la tua carriera è stata condizionata?
Beh, mi proponevano sempre film e personaggi dello stesso tipo. Ma non mi interessa fare lo stesso film a vita. Subito dopo ho optato, infatti, per il primo film di Franco Battiato, Perduto Amor, che mi ha permesso di conoscere un uomo straordinario e un caro amico. Dopo ho girato anche una commedia di Carlo Verdone, Che colpa abbiamo noi!

Ma il tuo legame con Felicia Impastato è continuato con grande interesse e successo.
Sì, è vero. Ho voluto narrare il dopo della storia di Felicia. Ho scritto La madre dei ragazzi per raccontare la sua attività di testimone contro la mafia e la sua battaglia per dare giustizia alla figura di suo figlio.

Lucia Sardo, oggi, cosa ti e ci aspetta (ci dobbiamo fermare perché i clienti del tavolo accanto al nostro, dopo aver tentato in tutti i modi di captare la nostra conversazione, si lanciano in una serie di complimenti indirizzati a Lucia)?
Avrò una lunga serie di impegni: un film, Picciridda, tratto dal libro di Catena Fiorello. Uno spettacolo, Rondine, allo Stabile di Catania. Un altro, Chi vive giace, chi muore si dà pace, di Roberto Alajmo allo Stabile di Palermo e una ripresa, a Milano, del mio caro La madre dei ragazzi.

Un’energia veramente invidiabile, ma come fai?
Ti rispondo che non lo so ma anche che lo so: recitare mi fa sentire bene!

Su queste parole si chiude la nostra intervista a Lucia Sardo che ringraziamo per la sua gentilezza e disponibilità.

Dal sito “Sorprendente Sicilianità”, 9 Dicembre 2018

25.1.19

Per strada. Una poesia di Umberto Fiori



Se all’angolo una signora
– o magari un vigile –
si volta
con la faccia scavata dalla luce
della bella giornata
e parla – proprio a me,
a me, qui - del rispetto che si è perso
o del caldo che fa,
io mi sento mancare, come un santo
quando lo sfiora l’eternità.

Sento le piante crescere, sento la terra
girare. Tutto mi sembra forte e chiaro, tutto
deve ancora succedere.

da Chiarimenti, 1995

24.1.19

"Me fui" ("Me ne andai"). Una poesia di Rafael Alberti


Me ne andai.
Le conchiglie sono chiuse.
Quel cieco odor di spuma
sempre si ricordò di me.

Sempre mi cercava.

Me ne andai.
Sto spremendo limoni
in un piatto di acqua salata.

Sempre mi ricordai di te.
Sempre ti incontravo.

Me ne andai.
Le conchiglie sono ancora chiuse.

---


Me fui.
Las conchas estàn cerradas.
Aquel ciego olor a espuma
siempre se acordó de mi.

Siempre me buscaba.

Me fui.
Estoy torciendo limones
a un piato de agua salada.
Siempre me acordé de ti.

Siempre te encontraba.

Me fui.
Las conchas siguen cerradas.


Da Metamorfosis del clavel in Entre el clavel y la espada - Traduzione S.L.L.

23.1.19

Sempre affacciato... Una poesia di Sandro Penna


Sempre affacciato a una finestra io sono,
io della vita tanto innamorato.
Unir parole ad uomini fu il dono
breve e discreto che il cielo mi ha dato.

da Stranezze (1956 - 1976) in Poesie, Garzanti, 2000

Stretta di mano obbligatoria per diventare cittadini. La legge danese è un sopruso?



Per diventare cittadini danesi, dal 1° gennaio è obbligatorio stringere la mano al sindaco o a un funzionario statale. La legge voluta dal governo di centrodestra può interpretarsi come un sopruso provocatorio nei confronti dei musulmani, e anche degli ebrei tradizionalisti, visto che in codeste religioni vige – più o meno rispettato – l'obbligo di astenersi in pubblico dal contatto fisico con persone dell'altro sesso. Molti sindaci danesi, riferisce “ Le Monde”, annunciano che faranno di tutto per evitare di applicare la legge, perché a loro avviso viola la libertà religiosa e ha un chiaro intento islamofobo. La ministra dell’Integrazione, Inger Stojberg, nega invece qualsiasi proposito discriminatorio e la mette sul piano della «lealtà» e del «rispetto»: «È chiaramente un simbolo. In questo paese c’è l’uguaglianza, l’abbiamo da parecchie generazioni e abbiamo lottato per averla. È dunque nostro dovere proteggerla e rispettarla».
La scelta si collega all'orientamento “duro” verso gli immigrati della coalizione di centrodestra che governa da qualche anno in Danimarca e che tende a rafforzare le misure di assimilazione. L'obbligo della stretta di mano si aggiunge a una legge, approvata la scorsa estate, che vieta il velo e il burka in pubblico e anche prima della sua introduzione le norme danesi sulla cittadinanza erano piuttosto restrittive: poteva chiederla solo chi è residente da almeno 9 anni, è autonomo finanziariamente, dimostra di conoscere la lingua, la storia e la politica danese e non ha precedenti penali.
L'esempio danese sembra far proseliti in Francia e Svizzera per esempio, e non solo a destra. A Losanna, per esempio, il sindaco Grégoire Junod, socialista, si è rifiutato di convalidare la cittadinanza a una donna che ha rifiutato di stringergli la mano.

22.1.19

Davos. Per la 49esima volta ricchi sempre più ricchi parleranno di ineguaglianza tra un cocktail e l’altro (Gianluca Mercuri)

Trovo nella rassegna stampa del Corriere della Sera una nota sul Foro di Davos di cui riprendo una parte. Si basa su informazioni e giudizi provenienti da Time e dall'agenzia Bloomberg, le une e gli altri degni di attenzione. (S.L.L.)


Quanto va presa sul serio Davos? Quanto deve interessare alla gente comune il World Economic Forum, che oggi apre la sua 49esima edizione? Questa sorta di congresso mondiale delle élite, scrive “Time”, presta il fianco da sempre al sarcasmo: «Miliardari degli hedge fund che volano nella cittadina svizzera in jet privati che consumano un sacco di carburante per discutere di cambiamento climatico; ceo milionari che, tra un cocktail le l’altro, si scambiano idee sull’ineguaglianza; conversazioni infinite tra persone che si autorappresentano come “leader del pensiero”». Di certo, a dieci anni di distanza dalla grande recessione — perfino a Davos nel 2009 il clima fu «triste» — «l’élite globale è più che ricca che mai», come documenta Bloomberg. L’agenzia americana ha analizzato le fortune di una dozzina di tipici partecipanti al Forum (tra i più noti Gates, Zuckerberg e Soros) per scoprire che in questo decennio sono aumentate complessivamente di 175 miliardi di dollari. Lo specchio di quello che è successo nel pianeta, con il famoso 0,1% della popolazione mondiale che dal 2009 ha visto più che raddoppiare la sua ricchezza — da 3,4 a 8,9 trilioni di dollari — mentre nell’ultimo anno la metà più povera ha perso l’11% della propria. Il punto è che grazie al più lungo Toro borsistico della storia, al denaro a buon mercato e ai tagli fiscali di Trump, businessmen e finanzieri hanno davvero di che brindare, e pazienza se mentre ripetono in continuazione che l’ineguaglianza mette a rischio la stabilità sociale, «la biforcazione nell’economia mondiale è accelerata». Anand Giridharadas, autore di Winner Takes All: The Elite Charade of Changing the World, dice che lo stesso «imbroglio» socioeconomico che causò la crisi ha fatto sì che le perdite che ha causato siano state socializzate. E mentre i salari ristagnavano, in America i compensi dei ceo delle maggiori aziende oggi sono 312 volte maggiori della paga annuale media di un lavoratore tipico, mentre erano 200 volte maggiori nel 2009, 58 volte nel 1989 e 20 volte nel 1965. [...]

Mare del Nord. Una poesia di Adam Zagajewski



Tale è infatti nelle nostre rappresentazioni il sapere:
scuro, salmastro,limpido, in continuo movimento,
profondamente libero...
Elizabeth Bishop

Ma forse facevamo soltanto finta di non sapere niente.
Forse così era più facile, di fronte all'enormità
dell'esperienza,
di fronte alle sofferenze (sofferenze altrui, in generale).
Forse c'era in questo addirittura un po' di pigrizia
e un briciolo di indifferenza ostentata. Forse pensavamo:
meglio essere un tardo epigono di Socrate
piuttosto che riconoscere che qualcosa tuttavia sappiamo.
Forse nelle lunghe passeggiate, quando ci si disvelavano
la terra e gli alberi, quando cominciavamo a capire
qualcosa,
avevamo paura del nostro coraggio.
Forse il nostro sapere è amaro, troppo amaro,
come le grigie fredde onde del Mare del Nord,
che ha risucchiato già così tante navi,
ma continua ad essere affamato.

Poesia n. 310 Dicembre 2015 - Traduzione di Marco Bruno


L’anarchia dei villani in Serafino Amabile Guastella (Vincenzo Consolo)


Il testo che segue, a mio parere bellissimo oltre che profondo, fu letto il 3 giugno del 2000 a Chiaramonte Gulfi per un convegno su Serafino Amabile Guastella, il nobile cultore di storie e tradizioni popolari che proprio lì era nato e di quel paese, come di tutta la “contea di Modica”, aveva fatto insieme il suo eremo e il suo punto di osservazione sulle cose del mondo. Ho recuperato il testo dal bel sito intitolato a Vincenzo Consolo. (S.L.L.)
Serafino Amabile Guastella

Come gioco di specchio, mercurio su una lastra”
Nel novembre del 1997, l’inglese John Berger rispondeva su “Le Monde Diplomatique” con una lettera aperta a un comunicato di Marcos, il capo dei ribelli del Chiapas, il quale in vari elementi individuava la situazione attuale del globo: la concentrazione della ricchezza e la distribuzione della povertà, la globalizzazione dello sfruttamento, l’internazionalizzazione finanziaria e la globalizzazione del crimine e della corruzione, il problema dell’immigrazione, le forme, legittimate di violenza praticate da regimi illegittimi e, infine le zone o sacche di resistenza, tra cui naturalmente, quella rappresentata dall’esercito Zapatista di Liberazione.
Vincenzo Consolo
Berger, a proposito di zone o sacche di resistenza avanzava un esempio storico, un luogo del Mediterraneo dal profondo cuore di pietra: la Sardegna e, di quest’isola, l’entroterra intorno a Ghilarza, il paese dove è cresciuto Antonio Gramsci. “Là” scrive Berger “ogni tanca, ogni sughereta ha almeno un cumulo di pietre […] Queste pietre sono state accumulate e messe insieme in modo che il suolo, benché secco e povero, potesse essere lavorato […]. I muretti infiniti e senza tempo di pietra secca separano le tanche, fiancheggiando le strade di ghiaia, circondano gli ovili, o, ormai caduti dopo secoli di usura, suggeriscono l’idea di labirinti in rovina”. E aggiunge ancora, Berger, che la Sardegna è un paese megalitico, non nel senso di preistorico, ma nel senso che la sua anima è roccia e sua madre è pietra. Ricorda quindi i 7.000 nuraghi sparsi nell’isola e le domus de janas, le grotti celle per ospitare i morti. Ricorda la diffidenza dei Sardi nei confronti del mare (“Chiunque venga dal mare è un ladro”, dicono), della loro ritrazione nell’interno montuoso e inaccessibile e l’essere stati chiamati per questo dagli invasori banditi. Dalla profondità pietrosa della Sardegna, dalla sua conoscenza, dalla sua memoria, si è potuta formare la pazienza e la speranza di Gramsci, si è potuto sviluppare il suo pensiero politico.
Ho voluto riportare questo scritto di Berger, questa metafora della Sardegna di Gramsci che illumina il mondo nostro d’oggi, perché simile alla situazione sarda – situazione fisica, orografica, e umana, storica, sociale – mi sembra il mondo della Contea di Modica restituitoci da Serafino Amabile Guastella. Pietroso è l’altipiano Ibleo, aspro il tavolato tagliato da profonde cave, duro è il terreno scandito dai muretti a secco che nei secoli i villani hanno abitato, in grotte hanno seppellito i loro morti. Guastella non è certo Gramsci, non è un filosofo, un politico, è un illuminato uomo di lettere, uno studioso di usi e costumi, tradizioni, linguaggi, un’analista di caratteri, ma, nel dirci dell’inferno dei villani della sua Contea, della loro “tinturìa”, ignoranza, durezza, egoismo, empietà, furbizia, illusione, superstizione, ci dice di quel luogo, di quegli uomini, della condizione modicana pre e postunitaria, di un’estremità sociale, che non è presa di coscienza storica, di classe e quindi rivoluzionaria, ma di istintiva ribellione, di anarchia. Sono sì un “antivangelo” le Parità e le storie morali, come dice Sciascia, un “cristianesimo rovesciato”, un “inferno” senza rimedio, senza mistificazione consolatoria, come dice Calvino. Non c’è, nel mondo di Guastella, mitizzazione e nazionalismo, scogli contro cui andarono a cozzare altri etnologi del tempo, da Pitrè al Salomone Marino, in mezzo a cui annegò il poeta Alessio Di Giovanni: il suo sicilianismo a oltranza lo portò ad aderire al Felibrismo di Frédéric Mistral, il movimento etno-linguistico finito nel fascismo di Pétain. Si legga il racconto dell’incontro a Modica di Di Giovanni con Guastella, della profonda delusione che il poeta di Cianciana ne ricava. “Chi potrà mai ridire l’impressione che ne ricevetti io? Essa fu così disastrosa che andai via senz’altro, mogio mogio, rimuginando entro me stesso come mai in quella rovina d’uomo si nascondesse tanto lume d’intelligenza e un artista così fine e aristocratico”. Vi si vede, in questo brano, come sempre la mitizzazione è la madre della stupidità. Ma torniamo a Guastella, all’anarchia dei suoi villani. Si legge, questa anarchia – più in là siamo alla rottura, al mondo alla rovescia dei Mimì di Francesco Lanza – la si legge in tutta la sua opera, in Padre Leonardo, in Vestru, nelle Parità, nel Carnevale, in questo grande affresco bruegeliano soprattutto, dei pochi giorni di libertà e di riscatto dei villani contro tutto il resto del tempo di quaresima e di pena. E, fuori dall’opera di Guastella, la si trova, l’anarchia, anche nella storia, nei ribellismi dei momenti critici: nel 1837, durante l’imperversare del colera, in cui il padre dello scrittore, Gaetano Guastella, si ritrova nel carcere di Siracusa assieme all’abate De Leva, dove, i due, sono serviti da un tal Giovanni Fatuzzo, il villano che era stato proclamato re di Monterosso dalla plebe.
Ribellioni ci sono state, nel ‘93/94, durante i fasci siciliani; nel 1919 e 1920 in cui il partito socialista conquistò i comuni di Vittoria, Comiso, Scicli, Modica, Pozzallo, Ragusa, Lentini, Spaccaforno, e che provocò lo squadrismo fascista degli agrari. Rispunta ancora l’anarchia e ribellismo dei villani in tempi a noi più vicini, nel ‘43/44. Nel Ragusano, allora, si passò dalle jacqueries alla vera e propria insurrezione armata. A Ragusa e a Comiso si proclamò la repubblica. “Di preciso si sa solo che furono repubbliche rosse; non fasciste dunque e neppure separatiste, e si sa anche che a proclamarle furono sempre rivoltosi contadini, per lo più guidati da dirigenti locali, a volte essi stessi contadini” Scrive Francesco Renda.
Dalla rivolta di Ragusa ci ha lasciato memoria Maria Occhipinti nel libro Una donna di Ragusa.
La profonda anima di pietra dei villani della Contea di Modica, quella indagata e rappresentata da Serafino Amabile Guastella, mandava nel Secondo Dopoguerra i suoi ultimi bagliori. Ma lui, il barone, uomo di vasta cultura, illuminista e liberale democratico, con citazioni d’autori, esempi, dava segni del suo modo di vedere e di sentire quel mondo di pietra, del suo giudizio sulla condizione dei villani. “Vivendo a stecchetto dal primo all’ultimo giorno dell’anno, il nostro villano ha preceduto Proudhomme (sic) nella teoria che la proprietà sia il furto legale: anzi ritiene per fermo che il vero, il legittimo padrone della terra dovrebbe essere lui, che la coltiva e la feconda, non l’ozioso e intruso possessore che ingrassa col sudore degli altri” scrive nel V capitolo delle Parità. Detto qui per inciso, quei verbi “coltiva e feconda” ricordano l’istanza di riforma agraria in Tunisia nel 1885, ch’era detta Diritto di vivificazione del suolo.
E quindi, più avanti, parlando del concetto e pratica del furto dei villani, scappa, al nostro barone, una parola marxiana, “proletario”. “…perocchè è conseguenza logica e immediata dei compensi escogitata dal proletario” scrive. Nel capitolo VI, illustrando ancora la pratica del furto, scrive: “Le idee del furto nel villano non essendo determinate dal concetto legale della proprietà di fatto, ma da quello speculativo della proprietà naturale, che ha per norma il lavoro, ne sussegue che i convincimenti di lui corrano in direzione opposta delle precisazioni dei codici. Il capitolo X delle Parità attacca così: “Il padre Ventura, lodando la politica cristiana di O’Connel, la definì col famoso bisticcio di ubbidienza attiva e di resistenza passiva; ma se i nostri villani non hanno inventata la formula, l’hanno però messa in pratica molto tempo prima di O’Connel, e del padre Ventura”. Cita qui, Guastella, Daniel O’Connel, detto il grande Agitatore, capo della rivolta contro gli inglesi e padre dell’indipendenza dell’Irlanda; l’O’Connel lodato dal filosofo e teologo palermitano padre Gioacchino Ventura. Fin qui l’intellettuale Guastella. Ma occorre soprattutto dire dello scrittore, di quello che si colloca, afferma Sciascia, tra Pitré e Verga.
“Se fossi un romanziere non parlerei certo di don Domenico, il gendarme con le stampelle, perché in questo racconto ha una parte secondarissima, ma non essendo uno scrittore!…” scrive Guastella in Padre Leonardo. Credo che questa frase sia la chiave di lettura di tutta l’opera del barone di Chiaramonte. Uno scrittore, il Guastella, diviso tra la vocazione, la passione del narrare e l’impegno, il dovere quasi, culturale e civile, dell’etnologia; diviso tra la poesia e la scienza, l’espressione e l’informazione, l’obiettività e la partecipazione, la rappresentazione e la didascalia. Ma è già, in quel racconto, un po’ più vicino alla narrazione e un po’ più lontano dalla scienza; o almeno, l’etnologia, là, è come inclusa e sciolta nella narrazione, implicitamente dispiegata, e meno esemplificata e scandita, come al contrario avviene nelle Parità. In quel racconto, l’autore, consapevole dello slittamento verso la narrazione, mette subito in campo nel preambolo una mordace autoironia facendo parlare il protagonista: ”Io, fra Leonardo di Roccanormanna, umilissimo cappuccino, morto col santo timor di Dio il giorno 7 marzo 1847, […] senza saper come, nel marzo del 1875 mi trovai risuscitato per opera di un imbrattacarta, il quale non ebbe ribrezzo di commettere quel sacrilegio in tempo di santa quaresima e in anno di Giubileo […]”. E con questa bricconata d’intento […] il mio persecutore mi ha costretto ad andare per il mondo […] O Gesù mio benedetto, datemi la forza di perdonarlo!”
Il padre Leonardo si muove tra Roccanormanna e Vallarsa, suscita e fa muovere, come Petruska nel balletto di Stravinskij, altri personaggi: fra Liborio, padre Zaccaria, don Cola, mastro Vincenzo…
Ognuno d’essi suscita ancora altri personaggi, illumina luoghi, ambienti, storie,istituzioni, usi, costumi, linguaggi… Attraverso loro conosciamo conventi, chiese, confessori e bizzocche, giudici e sbirri, tempi di feste e di colera, dominanti e dominati, cavalieri grassi e villani dannati in abissi di miseria. Attraverso quel don Gaetano, sopra citato, e il cugino fra Zaccaria, costretto a fare un viaggio fino a Napoli, conosciamo l’ottusa, feroce violenza del governo borbonico, di Ferdinando e del suo ministro Del Carretto. E non possiamo non confrontare, questo viaggio a Napoli di fra Zaccaria, con quelli a Caserta, Capodimonte, Portici, Napoli del principe di Salina, il quale annota soltanto, oltre la volgarità linguistica di Ferdinando, di quelle regali dimore, “architetture magnifiche e il mobilio stomachevole”.
Quando è sciolto, Guastella, da preoccupazioni scientifiche o didascaliche, quando sopra la testa di cavalieri e villani, capedda e burritta, osserva il cielo, la natura, scrive allora pagine alte di letteratura, di poesia: “Dalle montagne sovrapposte a Roccanormanna scendea una nebbia fittissima, che prima invadeva le colline, poscia il paesello, indi un tratto della montagna, mentre dalla parte opposta, in cielo tra grigio e nerastro correvano nuvole gigantesche a forma di draghi, di navi, di piramidi, di diavolerie di ogni sorta: e sotto quelle diavolerie il sole ora si nascondeva, ora riapparia come un bimbo pauroso dietro le vesti materne. Finalmente privo di splendore e di raggi come una lanterna appannata, andò a tuffarsi in mare…” Questo brano, ecco, è speculare a quello ipogeo profondo, a quell’onfalo d’orrore, a quel Cottolengo, cronicario o Spasimo asinino della celebre pagina delle Parità in cui si parla della fiera di Palazzolo.
Ma torno, per finire, a quel Berger da cui sono partito, alla Sardegna pietrosa e alla Ghilarza di Gramsci quale metafora storica delle sacche di resistenza nella globalizzazione economica di oggi.
A Ghilarza, appunto, c’è un piccolo Museo Gramsci: fotografie, libri, lettere; in una teca, due pietre intagliate a forma di pesi. Da ragazzo, Gramsci si esercitava a sollevare quelle pietre per rafforzare le spalle e correggere la malformazione della colonna vertebrale. Sono un simbolo, quelle due pietre, simbolo che, cancellato in questo contesto sviluppato, affluente e imponente, riappare nei luoghi più pietrosi e disperati del mondo.
Nel Museo dell’olio di questo paese, di Chiaramonte, ho visto un altro oggetto simbolico: uno scranno, una poltrona di legno, il cui sedile, ribaltato, è fissato alla spalliera con un lucchetto. Su quello scranno poteva sedere soltanto il cavaliere, il proprietario del frantoio, che deteneva la chiave del lucchetto, giammai il villano. Il simbolo mi dice, ci dice questo: da noi, nel mondo sviluppato, la partita è chiusa col lucchetto, la chiave la tiene il gran potere economico che governa il mondo. Ma quel potere, e noi con lui, dovrà fare i conti con le pietre di Ghilarza, con i pesi di Gramsci.
Noi, se non vogliamo essere dominati, essere espropriati di memoria, conoscenza, essere relegati nelle grotte degradanti e alienanti della produzione e del consumo delle merci, se vogliamo essere liberi, non possiamo che anarchicamente ribellarci, resistere e difendere il nostro più alto patrimonio: la cultura, la letteratura, la poesia.
Claude Ambroise, presentando insieme a Sciascia, a Milano, nel ’69, la collana delle opere più significative della cultura siciliana tra il Sette e l’Ottocento, pubblicata dalla Regione Siciliana, ebbe a dire che senza la conoscenza, senza il possesso di quel substrato, di quel patrimonio morale, avremmo rischiato di camminare, di procedere nel vuoto. In quella collana era stato ristampato Le parità e le storie morali dei nostri villani, prefato da Italo Calvino.
Guastella, ecco, è una pietra, e fra le più preziose, della nostra ribellione, della nostra sacca di resistenza culturale.

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