17.1.19

Il cane e la scodella. Una poesia di Giovanni Pascoli


- Buono tu sei - diceva la scodella
al cane, - che me, sola, in abbandono,
così carezzi e rifai nuova e bella! -

Rispose il cane, ancor leccando: - Oh buono
son io per certo, e posso dirlo senza
falsa modestia: ognuno sa ch'io sono

del comitato di beneficenza. -

da Poesie varie in Tutte le poesie, i Mammuth- Grandi Tascabili Newton, 2003

Niente “prendisole” al ristorante. Oscar Luigi Scalfaro contro le vistose scollature delle signore (1950)



“Ciascuno di noi, quando ha accettato l'elezione a deputato, non ha cessato di essere, non dico cristiano, ma uomo e, eventualmente anche padre di famiglia.
In questo senso il deputato non può non sentire il desiderio che la patria comune sia il più possibile pulita. E se vi sono indumenti (...) che si chiamano «prendisole» - e non li ho battezzati io così – si usino per prendere il sole e non per andarsi ad accomodare in un locale chiuso, dove il pubblico ha il diritto di mangiare e non di... pascolare. Vi sono dei diritti nei cittadini di una patria che sono i diritti alla pulizia, e quando ci si appella a questi, onorevoli colleghi, non ci si appella a dei principi di cristianesimo, ma a dei prinicipi umani. L'uomo che affianca una donna, chiunque essa sia, alla quale voglia comunque bene (e non chiedo se a titolo lecito o no) deve sentire quello che sente la mia bimba di sei
Oscar Luigi Scalfaro negli anni 50 del 900
anni quando torno a casa e, non avendo ella il dono di avere con sé la sua mamma, si aggancia più facilmente ai pantaloni del suo papà e dice: «Questo è il mio papà». L'aggettivo possessivo, onorevoli colleghi, dice molto. Chi vi ha rinunziato e non ha più il coraggio o la possibilità di dirlo nei confronti di una donna che, per le eccessivi manifestazione pubbliche, non è più privata (Applausi al centro e a destra – Proteste alla estrema sinistra), non ha calpestato i principi cristiani, ma i primi valori umani”.

Intervento alla Camera dei Deputati sul «caso del prendisole», 14 novembre 1950

16.1.19

Tra tutte le opere. Una poesia di Bertolt Brecht



Tra tutte le opere
io prediligo quelle usate.
I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli,
le forchette e i coltelli dai manici di legno
che molte mani hanno logorato: queste mi parvero
le più nobili forme. Così anche i selci
che circondano le vecchie case,
smussati dai molti piedi che li calpestarono,
coi ciuffi d'erba che vi crescono in mezzo : queste
sono felici opere.

Entrate nell'uso molteplice, sovente variando aspetto,
migliorano la loro guisa, si fanno pregevoli
perchè sovente saggiate.
Persino i frammenti di sculture
con le loro mani mozze m'incantano. Per me
vissero anch'essi. Furono portati anche se poi lasciati cadere.
Anche se travolti stettero pure a non grande altezza.
Gli edifici mezzo diroccati
riprendono l'aspetto di maestosi disegni
ancora incompiuti: le loro belle misure
sono già intuibili; è necessario però
il nostro intendimento. Eppure
hanno già servito, sono anzi già sorpassati. Il sentirlo
mi rende felice.

da Poesie inedite e sparse 1913 - 1933 in Poesie - Tascabili Einaudi, 2007

Malattia di Alzheimer: l’epidemia silenziosa della nostra epoca (Armando Genazzani)

Alois Alzheimer

Quando nel 1906 Alois Alzheimer descrisse a Tubingen le sue scoperte sulle demenze, l’indifferenza dei suoi colleghi certo non faceva presagire che di lì ad un secolo la malattia di Alzheimer sarebbe stata una delle principali epidemie silenziose della nostra epoca. La malattia di Alzheimer, che formalmente è caratterizzata da alterazioni del cervello che si possono rilevare solo per via autoptica, riduce progressivamente la nostra capacità di colloquiare con il mondo esterno, di essere auto-sufficienti e di utilizzare quanto di più nobile abbiamo: la nostra mente. Quante persone colpisce non è facile da dirsi con esattezza, ma le stime conservative suggeriscono che vi siano almeno cinquanta milioni di ammalati oggi sul nostro pianeta, che la possibilità di ammalarsi aumenti con l’età e che l’incidenza più alta si verifichi tra gli 80 e gli 85 anni. La nostra volontà e ambizione di vivere più a lungo, quindi, si controbilancia con la volontà di vivere in buona salute, con il tremendo spauracchio della demenza.
Negli ultimi cento anni gli antibiotici, le vaccinazioni e un significativo miglioramento dei presidi igienici molto hanno fatto per ridurre la mortalità infantile, e poi la chirurgia, la medicina, la farmacologia (ad esempio per le malattie cardiovascolari e per il diabete) molto hanno fatto per portarci in buona salute nella terza età. Gli ultimi vent’anni hanno visto anche notevoli passi avanti nella nostra lotta ai tumori, non certo sconfitti ma arginati in molti ambiti (si pensi ai tumori della prostata e del seno). Rimane quindi la malattia di Alzheimer che con il costante aumento dell’aspettativa di vita, aumenta nella sua prevalenza, e quindi ben vengano libri divulgativi che ce la spieghino.
Quello di Arnaldo Benini (La mente fragile. L’enigma dell’Alzheimer, Cortina, Milano 2018) è un libro breve (un centinaio di pagine, se si escludono i riferimenti bibliografici), di facile lettura, che fornisce i rudimenti della malattia di Alzheimer, dalle possibili cause ai problemi etici legati all’eutanasia. Il background dell’autore, neurologo e neurochirurgo, sono facilmente identificabili nelle pagine più belle del libro: la descrizione della malattia, i diversi stadi dell’invecchiamento cerebrale e la possibile trasformazione in demenza, i problemi pratici ed etici che la malattia comporta. È quindi rassicurante in alcune parti e diretto in altre, come dovrebbero essere le parole di un medico che ha a cuore i propri pazienti ma non li tratta in maniera paternalistica. Forse leggermente meno penetranti sono i capitoli dedicati alla eziopatogenesi della malattia, in cui l’autore reitera più volte che la direzione presa dalla ricerca moderna è plausibilmente sbagliata. L’affermazione è forse un po’ troppo tranchant e non prende in considerazione gli argomenti della controparte, ma a onor del vero serve all’autore per ben comunicare che i farmaci basati sulle attuali ipotesi non hanno portato ai risultati attesi e che la diagnostica per immagini che al momento si vorrebbe proporre per identificare gli stati prodromici (prima dell’insorgenza della malattia) al momento non è sufficientemente supportata dalle evidenze scientifiche circa la sua utilità e accuratezza. Affermazione, questa, importantissima, in un mondo di banalizzazione della comunicazione, in cui talvolta vengono vendute per certezze quelle che certezze non sono. Di particolare impatto vi è la non banale affermazione che la malattia di Alzheimer, in quanto malattia dell’età involutiva, in cui la funzione di riproduzione della specie è oramai superata, non è soggetta a selezione naturale e il breve accenno al testamento biologico in questo ambito.
La mente fragile quindi fa quello che ci si aspetterebbe da un libro divulgativo. Fornisce i rudimenti della materia, affronta la maggior parte dei problemi fornendo la possibilità di andare ad approfondire quei temi che più gli sono vicini altrove. Certo fornisce il singolo punto di vista dell’erudito autore, con il limite che, ove vi siano controversie, una prospettiva richiede sempre più punti di vista. La mente fragile è scritto per lettori interessati a capire la malattia, comprendere alcune delle correnti di pensiero che caratterizzano la direzione intrapresa dalla comunità scientifica e clinica, e prendere spunti per ulteriori riflessioni. È un libro di divulgazione scientifica e quindi non intende spaventarci, ma informarci ad esempio comunicando che l’unico presidio al momento conosciuto per ridurre la possibilità di demenza risiede nello stile di vita. Una delle più belle conclusioni del libro, parlando alle angosce di ciascuno di noi, è che è inutile preoccuparsi prima del tempo.
L’Alzheimer non ha ricevuto, negli ultimi anni, così tanto spazio nel panorama editoriale quanto altre malattie quali il cancro. Forse il motivo di questo è che tutte le risorse riversate nella sua comprensione al momento non hanno dato i frutti sperati. Aspettando quindi un prossimo libro che ci racconti i progressi che faremo, ci possiamo informare sul passato leggendo il bellissimo libro di Matteo Borri, Storia della malattia di Alzheimer (il Mulino, Bologna, 2012). È sempre affascinante la prospettiva di uno storico della medicina, perché intreccia scoperte, retroscena, errori, e debolezze umane. Certo questo non è un libro di facile lettura, ma ci fa vedere come nella ricerca biomedica due sono gli elementi essenziali: porsi le domande corrette e trovare risposte idonee a queste domande. Le domande cruciali sulla malattia di Alzheimer sono state poste ripetutamente da Alzheimer in poi. Malgrado l’enorme mole di ricerca sviluppata in questo campo nell’ultimo secolo, le risposte tardano ad arrivare. (...)

Da “L'Indice”, gennaio 2019.
Armando Genazzani insegna farmacologia all’Università del Piemonte orientale.

15.1.19

Letture di classe: l’esotismo di Molnár. I ragazzi della Via Pál in una scuola media (Monica Bardi)



Un classico che sembra improponibile e di fronte a cui viene da storcere il naso. Che alcuni non ricordano, altri associano a coercizioni infantili da parte di una scuola che imponeva la frequentazione della biblioteca d’istituto e la circolazione dei libri all’interno delle classi: I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár.
Scritto da un ungherese 110 anni fa e ancora in grado (provare per credere) a incatenare al banco per un’ora di ascolto una classe di ragazzi della scuola media. Qual è la chiave di questo capolavoro? Innanzitutto proprio quell’esotismo che discende dall’appartenenza a un altro secolo e a un altro mondo: i ragazzi fanno parte della “società dello stucco” (perché masticano lo stucco delle finestre per tenerlo fresco e preparare i proiettili delle cerbottane) e oppongono un forte muro di resistenza al fronte degli insegnanti. Sono poveri, sporchi e cattivi. Intingono le penne nei calamai e si macchiano gli abiti e quando hanno due soldi comprano un pezzo di torrone da un ambulante italiano all’angolo della strada. Se si dividono in bande è per contendersi uno spazio vitale per potere giocare a calcio.
Ma nulla è più serio di questa lotta fra ragazzi della via Pál e Camicie rosse, perché nel rapporto fra i ragazzi emergono i caratteri eterni delle nostre classi: Boka, il capo carismatico, generoso e giusto, Geréb, il traditore (che vive tutte le angosce di un Giuda redivivo), il sottoposto Nemecsek a cui va intera la simpatia del lettore; è l’unico soldato semplice nell’esercito improvvisato dei ragazzi e a lui toccano tutti i lavori pesanti e pericolosi, quelli che gli altri scansano e detestano.
Nessuna attività su bullismo e ruoli all’interno della classe vale la lettura di questo libro. E in più è un ottimo esempio (se letto in una terza) di come uno scrittore sappia sentire “nell’aria” un evento imminente: la lotta fra bande, con tutto il grottesco messo in campo dall’antimilitarismo di Molnár, altro non è se non una rappresentazione minima della prima guerra mondiale che inizierà a breve. La vittima sacrificale di questo conflitto sarà proprio Nemecsek: piccolo grande eroe a cui tutta la classe si sarà nel frattempo terribilmente affezionata. Un ragazzo cinese che non riusciva che a scambiare qualche monosillabo con i compagni e si trincerava sempre dietro la difficoltà di comprendere le richieste dell’insegnante, si tradì proprio durante la lettura del passo relativo alla fine di Nemecsek: “Ma è davvero morto, prof?”.
La scena della morte del piccolo soldato è in effetti indimenticabile, con il padre sarto stroncato dal dolore che, per non bagnare con le sue lacrime la giacca del signor Csetneski che stava riparando, la lascia scivolare sul pavimento: “Boka, in piedi in mezzo alla stanza, abbassò la testa. Poco prima, quando era seduto sulla sponda del letto, era riuscito a stento a trattenere le lacrime: adesso si meravigliava di non poter sfogare col pianto il suo immenso dolore. Si guardò attorno e sentì un gran vuoto dentro di sé. I suoi compagni erano rimasti in un angolo, vicini e sbigottiti. Davanti a tutti, Weiss con il diploma d’onore in mano, che Nemecsek non aveva potuto vedere (…). Non capivano nulla, avevano la mente vuota. Il loro compagno era morto, ma cosa significava per essi la morte? Se ne stavano in silenzio, turbati e perplessi davanti a quell’avvenimento strano e incomprensibile che, per la prima volta, tanto li turbava”.
Una lettura eloquente, per la classe, quanto quella di Veglia di Ungaretti, che tiene insieme l’idea dell’insensatezza della guerra e il senso dello sbigottimento di fronte a una morte assurda e indecifrabile. Nel prato conteso dalle due bande verrà costruito un palazzo a tre piani: con l’immagine di Boka, che si allontana pensando all’inutilità della morte dell’amico, si chiude la storia della piccola comunità infantile di Budapest. La vicenda, piena di colpi di scena e imprevisti, imboscate, agguati e tradimenti, è avvincente e coesa, e non conosce cadute della tensione narrativa.

“l'Indice”,giugno 2016

Lingua concreta. Le poesie d'amore e di lotta di Nâzım Hikmet (Ayşe Saraçgil)



L’uscita del volume Nâzım Hikmet, Poesie d’amore e di lotta, Mondadori, Milano 2013, curato da Giampiero Bellingeri, docente di lingua e letteratura turca a Venezia, commemora il grande poeta turco nel cinquantesimo anniversario della morte, avvenuta nel 1963. In collaborazione con Fabrizio Beltrami e Francesco Boraldo, Bellingeri presenta circa trecento poesie di Hikmet, molte delle quali inedite in Italia, a cominciare da quelle scritte durante l’adolescenza. Generazioni di italiani hanno conosciuto e amato Nâzım Hikmet grazie a Joyce Lussu che aveva incontrato il poeta nel 1958 a Stoccolma, durante un congresso per la pace; su proposta dello stesso Hikmet e con il suo aiuto, Joyce tradusse le sue poesie pur senza conoscere né una parola né una sola regola grammaticale della lingua turca. Ha ricordato in molte occasioni l’estrema traducibilità della lingua poetica di Nâzım Hikmet, che è stato maestro nell’uso di un turco essenziale, malgrado la sua formazione culturale e linguistica fosse avvenuta in ottomano, una lingua impastata di elementi turchi, arabi e persiani, scritta in quell’alfabeto arabo che sarà abbandonato dalla Repubblica turca nel 1928. Le traduzioni delle poesie giovanili curate da Bellingeri e dai suoi collaboratori testimoniano l’essenzialità del linguaggio che ha caratterizzato la poetica di Hikmet sin dagli esordi. Se i vocaboli concreti, senza ambiguità, di tutti i giorni, furono funzionali nel dare risalto alla “nazione turca” negli anni della prima giovinezza, più tardi gli saranno di aiuto nella volontà di dare parola agli esclusi. Come furono certamente di aiuto a Lussu per tradurre da una lingua che non conosceva, quasi quanto lo sono state la capacità di empatia e l’abilità di Hikmet a trasmetterle il significato, utilizzando le lingue note, almeno in parte, a entrambi; oppure ricorrendo a quella loquace gestualità che aveva sperimentato, in carcere, quando cercava di far memorizzare le sue poesie ai visitatori, sotto gli sguardi attenti delle guardie, in modo da superare la censura e far circolare i suoi testi all’esterno.
Collocando Hikmet nel contesto del panorama della poetica turca, e in quello più generale del XX secolo, si getta luce su alcuni degli aspetti meno noti del suo universo poetico Bellingeri, il maggiore studioso italiano di Nâzım Hikmet, apre il volume con una prefazione tanto interessante quanto ricca di importanti e approfondite informazioni, colmando così, almeno in parte, varie lacune degli studi critici hikmetiani. Il suo saggio introduttivo è anche un tentativo di sciogliere i fili che legano la fama del poeta direttamente alle vicende drammatiche della sua biografia: collocando Hikmet nel contesto del panorama della poetica turca, e in quello più generale del XX secolo, si getta luce su alcuni degli aspetti meno noti del suo universo poetico. La profonda conoscenza della lingua e letteratura turca e dell’opera di Hikmet, sottesa alle traduzioni, conferisce alla lettura delle poesie un nuovo gusto. Tuttavia, come anche Bellingeri è costretto ad ammettere, per quanto la si voglia restituire all’‘arte’, la poesia di Hikmet rimane intrinsecamente legata alla sua vita, al suo credo politico, alle sue lotte; al suo essere un uomo profondamente segnato dal Novecento: dalle divisioni, dai settarismi, dalla violenza di questo secolo, ma anche dalla sua generosità, solidarietà, speranza e fede nel progresso.
Nâzım Hikmet era nato nel 1901 a Salonicco in una famiglia dell’élite cosmopolita e illuminata dell’impero ottomano in pieno declino. A Salonicco, che un decennio più tardi sarebbe diventata greca, accanto alla popolazione musulmana convivevano all’inizio del Novecento numerosi ebrei, armeni, greci, che insieme formavano un tessuto sociale, economico e culturale molto particolare. Le molte guerre che costellarono la sua prima giovinezza indussero Hikmet, giovanissimo, a schierarsi prima con il nazionalismo e poi con il comunismo e l’internazionalismo.
Aveva cominciato a scrivere poesie già nella prima adolescenza e la sua poetica si andò delineando sotto l’effetto di correnti culturali contrastanti: l’umanesimo di stampo religioso-mistico che caratterizzava l’alta tradizione poetica ottomana, messa in crisi dalla modernizzazione; la poesia ottomana dell’inizio Novecento, ispirata all’avanguardia francese; una nuova poetica, espressione di un nazionalismo turco, esclusivo, difensivo, elitario che cominciava ad affermarsi nell’atmosfera di violenze interetniche e interreligiose del primo decennio del secolo.
È in tali condizioni e con tale bagaglio culturale che il poeta avrebbe compiuto a diciotto anni la sua prima scelta di campo, attraversando a piedi l’Anatolia per raggiungere il movimento nazionalista che si organizzava sotto la leadership di Atatürk. L’impatto con il territorio destinato a diventare il cuore della patria, con la povertà e l’indifesa arretratezza dei suoi contadini, lo avrebbe presto spinto lontano dai nazionalisti, portandolo fino a Mosca, per partecipare alla rivoluzione bolscevica. Diventare comunista fu una decisione presa a diciannove anni, con un rapido ma definitivo esame di coscienza circa la determinazione ad abbandonare, e per sempre, gli agi di una vita iniziata in un contesto di privilegio, di bellezza, e ad accettare i rischi e i sacrifici di una vita dedicata alla lotta per l’emancipazione degli oppressi.
A Mosca Hikmet frequentò l’università per i lavoratori d’Oriente, immergendosi al contempo nello straordinario laboratorio culturale e artistico di quegli anni; negli esperimenti delle avanguardie sovietiche e occidentali. La sua poetica, che sin dalle origini era parte di una rivoluzione in atto, volta a trasformare profondamente il senso, la funzione, la forma e il linguaggio attribuiti all’arte poetica nella tradizione ottomana, a Mosca si sarebbe inserita in un nuovo movimento della storia, mettendosi al servizio dell’emancipazione delle masse. Cominciò a riscuotere, sin dal 1928, un grande successo anche internazionale, ma la scelta in favore del comunismo gli costò molti sacrifici in patria. L’iniziale ostilità delle autorità cominciò a tradursi in arresti e detenzioni a partire dal 1932. Nel 1938 subì una condanna che lo lasciò dietro le sbarre, ininterrottamente, per quindici anni. Non si arrese mai alle difficoltà, continuò a comporre poesie anche senza carta e penna, trovando sempre un modo per farle uscire dalla prigione. In carcere si ammalò, in carcere perdette un grande amore, sempre in carcere si innamorò della futura moglie, madre di suo figlio.
Le sue poesie, tradotte in molte lingue, furono vietate in turco fino agli anni settanta del secolo scorso. Nel 1950, in seguito a un lungo sciopero della fame e grazie anche alla mobilitazione dei più importanti intellettuali e artisti europei, riuscì a conquistare una libertà vigilata, sentendosi però costantemente minacciato, tanto da decidere dopo pochi mesi di fuggire lasciandosi dietro la moglie in attesa del loro primo figlio. La fuga gli sarebbe costata anche la perdita della cittadinanza, condannandolo a morire lontano dalla sua terra. Le sue poesie, tradotte in molte lingue, furono vietate in turco fino agli anni settanta del secolo scorso. Dal 1951 avrebbe vissuto a Mosca con un passaporto polacco e, come chiarisce per la prima volta il bel saggio di Federica Boscariol che chiude il volume, gli anni dell’esilio furono segnati da profonda delusione. La città e il paese che aveva conosciuto e amato come centri di innovazioni rivoluzionarie, li aveva ritrovati come luoghi di un asfissiante conformismo. Sceglierà di diventare rappresentante dell’Urss nel movimento pacifista e fino alla sua morte, avvenuta nel 1963, viaggerà incessantemente, come a voler recuperare i lunghi anni passati in cattività, rubati alla vita attiva.
Le poesie incluse da Bellingeri nel libro provengono dalla raccolta in 25 volumi dell’opera completa di Hikmet pubblicati a Istanbul nel 2002 dalla Yky, e nel loro insieme forniscono un emozionante quadro complessivo della sua poetica.

L'Indice, febbraio 2014

“Il mio amico Togliatti”. Il ricordo di Jean-Paul Sartre dopo la morte del leader del Pci.


Il 30 agosto del 1964, una decina di giorni dopo la morte improvvisa a Yalta del segretario del Pci Palmiro Togliatti, “l'Unità” alla sua figura dedicò alcune pagine “speciali”, con suoi scritti inediti e con importanti testimonianze.
Il 25 si erano svolti i funerali con una amplissima una amplissima e commossa partecipazione di popolo, il cui significato – storico e simbolico – sarà sottolineato da un celebre quadro di Guttuso e da un'importante film dei fratelli Taviani (I sovversivi): da tutta Italia arrivarono operai metallurgici, edili, minatori, braccianti agricoli, commesse, infermiere, camerieri, mezzadri, famiglie di popolani, organizzati o alla spicciolata, e nella capitale intere borgate si trasferirono per le vie del centro, con in prima fila i giovani operai romani, “col pianto in cuor e con il pugno chiuso nel dolor”, come poi si cantò. Sono sentimenti che oggi, a distanza di quasi sessantanni, hanno dell'incredibile, ma che sono documentati ed evidenti nelle tante foto e negli spezzoni filmati che di quel funerale furono girati. Dell'orgoglio e insieme dello sgomento di quella scomparsa tra i militanti comunisti del mio paese, quasi tutti contadini e operai, sono testimone anch'io, che al tempo avevo 16 anni e mi stavo avvicinando alla sinistra sui temi della guerra del Vietnam e per l'avversione all'opprimente e pervasivo clericalismo (nella diocesi di monsignor Peruzzo lo spirito del Concilio arrivò con qualche ritardo): si sentivano orfani di un padre del quale andavano fieri e che anche gli avversari più intelligenti consideravano un padre della patria. L'anno appresso la mia prima tessera della Fgci avrebbe recato nel frontespizio l'immagine del leader del Pci e la scritta Compagno Togliatti, nel tuo nome l'Italia sarà socialista.
Fra le testimonianze contenute su “l'Unità” (tra le altre quelle di Carlo Levi e Concetto Marchesi) spiccava quella di Jean-Paul Sartre, il grande filosofo e intellettuale francese, che occupava un'intera pagina. Dimostrava come il prestigio internazionale di Palmiro Togliatti non si limitava al mondo comunista e non riguardava solo il campo politico. È quella che qui riprendo. (S.L.L.)



Io sono uno straniero, eppure sento il dolore dell’Italia come un dolore mio. Questo rende evidente, senza possibilità di dubbio, il prestigio internazionale di Togliatti. Ma c’è un’altra cosa: per chi incontrava dei responsabili del PCI fuori del loro paese, in mezzo a rappresentanti di altri partiti comunisti, balzava agli occhi la singolarità del vostro Partito: esso era amato. E, ho finito per comprenderlo, ciò che prima di tutto era amato in voi — al di là di ogni questione personale — era Togliatti. Per parlare solo della mia esperienza, non è stato lui quello che ho conosciuto per primo. Ma i miei primi amici comunisti — che facevano parte della delegazione italiana al Congresso di Vienna — facevano spicco sugli altri per una libertà di parola, una lucidità di pensiero, una lieve ironia verso se stessi, che non mascheravano né la loro passione né la loro fedeltà. Si citava molto Marx, attorno a loro; essi non lo citavano: applicavano i suoi principi e il suo metodo, non esclusivamente alla sola borghesia ma alla storia del loro partito, a quella dei paesi socialisti, rigorosamente. Il marxismo in loro diveniva ciò che deve essere: un immenso e paziente sforzo di ricerca che unisca alla pratica la teoria, una perpetua riflessione su se stessi.
Essi hanno sempre rifiutato l’idea che le società socialiste e i partiti comunisti — e il loro stesso partito sfuggano alle interpretazioni marxiste, evitando con ciò quell’errore fin troppo naturale, ma grave di conseguenze, che ha portato i figli di Freud, nei loro ricordi di infanzia, a sottoporre tutti alla psicoanalisi eccetto il loro padre. Io ne ero affascinato; mi dicevo: qui è l’intelligenza italiana. Attribuivo la loro libertà intellettuale alle tradizioni di questo paese che ha visto tanta gloria e tanti lutti e che, nel pieno della sua crescita, conserva il ricordo di tante glorie scomparse. In questo senso, non mi ingannavo: ma le spiegazioni attraverso il passato non valgono gran che, se non si aggiunge loro quella attraverso il presente e attraverso l’avvenire. Il PCI era l’Italia. Ma quando ho incontrato Togliatti, ho pensato: l’Italia è lui. Egli la conserva, la mantiene e la trasforma. Lui, l’uomo di tutti e l’uomo del suo Paese, preservando il suo partito da ogni dogmatismo e guidandolo con pazienza, con fermezza verso il socialismo.
Funerali di Togliatti (foto Carnicelli)
La prima volta che l’ho veduto - era, se non mi inganno, nel luglio 1954 — una cosa mi ha stupito: ero abituato ai gesti da parata, alle precauzioni — spesso giustificatissime — dei capi-partito, dei capi di Stato. Mi invitò a cena in una trattoria di Trastevere e vi arrivò solo, con i miei amici Alicata e Guttuso, e altre due o tre persone che, a parte il rispetto che debbo loro, non potevano essere scambiati per delle guardie del corpo. Eppure sei anni prima, più o meno in quel giorni, un giovane pazzo di estrema destra, spinto al delitto dalla campagna d’odio della stampa, aveva sparato su di lui, a bruciapelo tre colpi che lo avevano condotto alle soglie della morte. Ebbene, era quel resuscitato che veniva, a passi lenti e leggeri, molto disteso, incontro a me. Era lui quello che prese posto in quella trattoria infestata di stranieri, di italiani indubbiamente ostili. Santa Maria in Trastevere era allora una piazza strana. Sul marciapiede, tanti poveri, quasi tutti giovani, tanti bambini: in un caffè, poi scomparso, le madri portavano i bambini, li allattavano, non rincasavano prima di mezzanotte nella loro torrida stanza, per evitare loro l’afa degli appartamenti romani. Poche automobili, ricche e vistose, con la sigla USA; all’esterno dei ristoranti, tanti ricchi. A quell’epoca ricchi e poveri non formavano due mondi separati: venivano tollerati quei buongustai che mangiavano alla luce di lampadine rosse, al suono di una musica servile e di canzoni dolciastre, con l’impressione di degradarsi. Non immagino da noi una cosa simile. Eppure, la lotta di classe è in Italia altrettanto dura, a volte più dura, ma non ha gli stessi caratteri. E il turista, di importazione casalinga, viene preso in giro, derubato ma rispettato.
Togliatti mi fece sedere all’esterno e, sul principio, nessuno riconobbe quell’uomo vestito da piccolo borghese, dal volto arguto, sorridente, dal gesto facile ma marcato da una sorta di timidezza. E poi, tutto a un tratto, mentre ci portavano la pasta asciutta, si fece folla. Moravia mi aveva detto, vedendo passare la Lollobrigida, nel mese di giugno 1952: “Per avere una celebrità simile, bisogna essere una diva”. Ebbene no: Togliatti non era un divo: proprio un uomo come gli altri, sulla sessantina. Ma la folla circondava il ristorante: che occhi! Avevano perduto ogni durezza. Vi leggevo un grande affetto. Prima alcuni, poi tutti insieme si misero a gridare: «Togliatti! Viva Togliatti!». I clienti stranieri si chiedevano con inquietudine quale colonna del Foro, quale monumento fosse improvvisamente apparso in mezzo a Trastevere. I clienti italiani sapevano chi fosse; parlavano a bassa voce, a disagio. Se Togliatti fu contento di verificare una volta di più la sua popolarità, non lo lasciò trasparire. Parlava e soprattutto, con la sua estrema cortesia, la sua curiosità sempre vigile, mi interrogava sulla Francia e mi ascoltava. Curvo su una vecchia svizzera dalle chiome blu, il cantante del ristorante sussurrava una canzone napoletana. Sentì gridare, si voltò e venne verso di noi. Pallido di emozione: «Compagno Togliatti, — disse, — io sono iscritto al Partito». Tirò fuori il portafoglio e mostrò con fierezza la tessera. «Cosa vuoi che canti?». « Cantaci — disse Togliatti, — qualche vecchia canzone romana». Le cantò, e una la ricorderò sempre. Reazionaria, indubbiamente: «Allarme! allarme! lì turchi so’ sbarcati Garibaldi è alle porte di Roma».
Togliatti ascoltava sorridendo, sensibile più alla spontaneità delle canzoni che al loro contenuto. Ai tempi quando il papa era padrone di Roma, degli uomini avevano inventato questo. Degli uomini: questo a lui bastava. Egli non ha mai condannato nessuno senza cercare di comprendere. La folla accompagnava il cantante con le sue grida soffocate ma piene di speranza. I clienti della trattoria avevano finito col capire. Che strana scena: quell’uomo impassibile e sorridente circondato da un piccolo cerchio di odio, e, più in là, da un grande semicerchio di amore. Al nostro tavolo, ci si cominciava a preoccupare: una provocazione dei ricchi avrebbe causato l’invasione del ristorante, la gazzarra. Due americani scelsero proprio quel momento per fischiare. Due fischi deboli, soffocati dalla paura. Fuori, li udirono, vi fu un rumore di tuono. Alicata, Pajetta, Guttuso, gli chiesero con fermezza dì lasciare il tavolo: sarebbe andata a finire male, se fosse restato. Egli diede loro ascolto, si alzò di malumore e, nell’automobile che ci conduceva via, non aprì quasi più bocca. Vedevo davanti a me un uomo irritato perché era stato privato dei diritti che gli altri uomini hanno.
Funerali di Togliatti (foto l'Unità)
In seguito l’ho rivisto spesso nelle trattorie romane. Una volta ricordo, la sua figliola adottiva venne a salutare Simone de Beauvoir che cenava con me Da Pancrazio: aveva con sé i suoi libri di scuola. Io alzai la testa: due metri più in là, Togliatti cenava, tranquillo, voltato verso la strada, in compagnia di una donna e di due uomini. Perché quella ostinazione modesta ma invincibile? Lo so: tutti i responsabili del PC italiano fanno così, sono loro che mi hanno aiutato a conoscere Roma. Ma lui? Lui rischiava la pelle.

Amava la vita delle masse
Non era né una sfida né una ostentazione: la lotta clandestina e la guerra di Spagna gli avevano dato sufficienti occasioni di dimostrare il suo coraggio perché non avesse più bisogno di mostrarlo. No: ho capito poco alla volta che egli voleva essere contemporaneamente il capo del suo partito e un uomo in mezzo agli uomini. Ricordo quell’aneddoto su Lenin, che andava a piedi dal barbiere e aspettava il suo turno leggendo il giornale: era allora — e da poco — il capo dell’URSS; si voleva la sua morte un po’ dappertutto, tanto è vero che gli spararono addosso e che non guarì mai da quelle ferite. Questa condotta esemplare non è stata seguita, a quanto ne sappia io, che da due uomini: Fidel Castro e Togliatti.
Per questo motivo, sin da principio, l’ho amato. Ho visto altri capi, in seguito; sono passato, per raggiungerli nel loro studio, tra siepi di poliziotti e di guardie del corpo. Parlavano bene, ma erano soli: mai, in nessuno di loro, ho trovato un simile amore semplice e forte per le strade affollate, per le masse. Essi parlavano a queste, dall’alto, da lontano, e godevano nel vedere, a perdita d’occhio, quel caviale nero, le teste degli ascoltatori.
Ma non entravano in queste, ripugnava loro di diventare un granello di quel caviale. Togliatti amava gli uomini fino a questo punto: anche lui parlava loro da una tribuna; era il suo compito. Ma, appena poteva, si mescolava alle folle, queste lo spingevano e lo sballottavano. Quanto le solitudini delle sue montagne, egli amava la vita unanime delle città. Non si è tagliato mai fuori delle masse. Molto più che una tattica, un simile amore — che io posso capire perché lo condivido — era un elemento del suo carattere. Risultato: due milioni dì militanti iscritti, otto milioni di elettori. Votando per lui, le masse hanno capito che votavano per se stesse. E quando gli hanno sparato addosso nel 1948. la collera le ha buttate per le strade, contro i poliziotti e i soldati; il governo si è sentito perduto...
Il suo partito è fatto a sua immagine. Quando vedevo sulle mura di San Gimignano — quasi su quelle delle chiese — dei manifesti che invitavano tutti senza distinzione alla festa dell’Unità, quando scoprivo, nel centro di una cittadina italiana, nell’ora della siesta, un vecchio sonnecchiante sulla soglia di una pesante porta aperta a due battenti su una sala vuota e leggevo, sopra la sua testa.
Funerali di Togliatti (foto Carnicelli)
«Sezione del PCI», comprendevo la portata politica di quella che era inizialmente una dote personale. Il Partito non custodiva se stesso: si metteva sotto la protezione del popolo. Esso rischiava così gli attentati dinamitardi: ce ne sono stati, ma meno che altrove. Ma non si isolava dalla Nazione, rifiutava agli anticomunisti il diritto di chiamarlo «separatista».
Senza alcun dubbio, la dura sorte del PCI fu di formarsi — a prezzo di quali sacrifici — nella lotta clandestina contro Mussolini e di apparire agli altri antifascisti come un movimento di resistenza nazionale contro il fascismo che conduceva la nazione alla rovina. Allora esso non era né antistaliniano né staliniano: l’URSS era lontana, la situazione dell’Italia si imponeva su tutto. Dopo la guerra, fu necessario temporeggiare. Ma quale sollievo, col XX Congresso! E chi, se non Togliatti, ha compreso che il Partito del popolo deve vivere in simbiosi col popolo, che gli insegnamenti della guerriglia non devono essere dimenticati nell’istante in cui essa finisce? La guerra popolare non termina con la pace: essa è la forma privilegiata della lotta di classe, e l’unico modo, per un partito comunista, di essere intemazionale, è di spingere fino in fondo la propria unità con la 'Nazione. Da questo punto di vista, si può dire — e Togliatti un poco me lo ha detto — che «la via italiana del comunismo » era in germe nella lotta contro il fascismo. Sin da quell’epoca, il PCI si batteva da solo, non poteva né giovarsi dell’aiuto sovietico né seguire i consigli del Comintern: contavano soltanto le sue alleanze con gli altri antifascisti, il rapporto fluttuante delle forze in campo.
«Non si fa ciò che si vuole, — ha detto Togliatti, — si fa ciò che si può». Ma ciò che si può determina ciò che si è. Il Partito poteva e doveva liberare la nazione da Mussolini: per questo motivo, è diventato un partito nazionale. Nazionale ma non nazionalista; Togliatti ha spiegato bene che il policentrismo era l’unica via verso l’unità. Accettare ordini esterni — fossero pure decisi dalla unione di tutti i partiti comunisti — significa rischiare di tagliarsi fuori dalla società contesa nella quale si vive, perché essi sono difficilmente adattabili a ciascuna situazione particolare. La loro stessa universalità li condanna. Occorrono princìpi comuni, uno scopo universale e che ciascuno raggiunga questo scopo, partendo da quei princìpi, come vuole. Il rimprovero che si è potuto muovere, in certi momenti, all’URSS, il suo volontarismo, Togliatti lo evitava assolutatamente: si fa ciò che si può. Questo non significava che egli fosse fatalista: il campo dei possibili è, certo, limitato, ma si può scegliere, e poi, una volta fatta la scelta, Togliatti vi si ancorava con fermezza, volontariamente, senza indietreggiare di un dito, né abbandonare nulla. Ma la sua intelligenza viva e aperta, prima di intraprendere qualunque cosa, voleva abbracciare tuffo il possibile e scegliere con calma. Dicono che abbia mormorato, nel 1948, sul letto che si pensava dovesse essere il suo letto di morte: «Nessuna avventura, compagni, nessuna avventura!».
In quell’istante una marea umana si rovesciava sull’Italia, pareva portar via tutto, egli lo sapeva o lo indovinava; ma sapeva anche che il governo, dopo il primo momento di panico, avrebbe reagito, avrebbe fatto ricorso all’esercito. L’insurrezione popolare avrebbe dovuto fallire perché non era preparata, perché sarebbe stata un atto passionale e non una impresa. Un fallimento voleva dire il Terrore, dieci anni di ritardo per il movimento operaio decimato. Fu lui, dal suo letto, a fermare la tempesta di collera che gli industriali e i politici non hanno dimenticato. Si vide la sua popolarità, si vide la sua prudenza. Si vide soprattutto che egli non voleva mettere il paese a ferro e a sangue. Di questa moderazione, quasi tutti — anche gli anticomunisti — gli furono riconoscenti Egli voleva che l’Italia fosse diversa, con un altro regime e altre strutture; non voleva — come troppo spesso si era detto — gettare l’Italia in una avventura nella quale forse sarebbe colata a picco. Da quel giorno, il PCI, possente, robusto e tranquillo, diventò senza averlo voluto di proposito, un partito nazionale. Lo accusavano, naturalmente — come fanno dappertutto altrove — di prendere i suoi ordini da Mosca. Ma non ci credevano, nessuno pensava sul serio che la solidarietà profonda dei comunisti italiani col paese della Rivoluzione si spingesse fino alla subordinazione. Vi furono momenti duri, indubbiamente: fu necessario tacere.
Ma mi trovavo a Roma nel novembre 1956 quando altrove gli insorti di Budapest venivano chiamati versagliesi e fascisti. Io vivo da comunista, leggo tutti i giorni l'Unità: non condividevo il loro punto di vista e non potevo credere alla necessità dell’intervento russo. Ma, per me, erano dei fratelli. Guttuso era sconvolto, ancor più di me. Lo era anche Togliatti, non vi è alcun dubbio Mai tuttavi insultò i vinti. Presentava l’insurrezione ungherese come una sventura nazionale e, pur sostenendo l’intervento, invitava i vincitori a ricostruire in modo tale che fosse impossibile il ritorno
di violenze simili.
Fu lui, infine, ad opporsi finché poté alla condanna del Partito cinese, benché questo lo prendesse a bersaglio e benché egli condividesse le idee di Mosca sulla politica di Pechino. Così il suo Partito, nazionale e libero — libero perché nazionale — faceva di tutto per salvaguardare l’unità internazionale.
L’unità, è, io credo, una parola chiave per capirlo. Ma quest’uomo umano e buono non voleva che essa fosse imposta dall’esterno né al suo Partito da un’assemblea internazionale né ai suoi militanti da una autorità superiore e separata dalle masse. I suoi modi erano singolari e profondamente efficaci. L’ho visto parlare con dei militanti che non sempre erano d’accordo fra di loro. Egli diventava il loro capo soltanto in quanto riprendeva per suo conto le loro contraddizioni, le dissolveva nell’unità della sua unica persona, e impediva, con ciò stesso, che i conflitti esplodessero e i gruppi rivali si affrontassero.
Un amico mi ha raccontato questa storia. Egli è in disaccordo con certi aspetti di “Rinascita”, va a pranzo con Togliatti e glielo dice. Togliatti confuta uno per uno i suoi argomenti e lo lascia senza averlo convinto. Qualche tempo dopo, riunione dei redattori di “Rinascita” e dei responsabili della cultura. I primi oratori sostengono il medesimo punto di vista di Togliatti; il mio amico chiede la parola per rispondere; Togliatti si alza e gli dice: «Se tu non hai niente in contrario, parie prima io». E il mio amico, meravigliato, lo sente riprendere per suo conto la maggior parte delle obiezioni che la settimana precedente egli stesso aveva confutato. Insomma era, adesso, Togliatti contro Togliatti. Terminò criticando il mio amico e alcuni altri per non averlo avvertito prima.
Funerali di Togliatti (foto Carnicelli)
Questa storia dimostra — ma occorre? — che Togliatti sapeva ascoltare e riflettere. Era una testa dura, non gli piaceva darsi torto: il suo primo movimento di fronte ad un contraddittore, era il contrattacco. Poi, terminata la conversazione, egli la continuava dentro a se stesso, pesava obiettivamente il prò e il contro e — cosa rara in un responsabile — non temeva, in certi casi, di darsi torto. In fondo, non permetteva che a se stesso di convincere se stesso, ma accadeva che si convincesse contro le sue decisioni iniziali, partendo dalle obiezioni formulate dagli altri. Mi piace più questo che se avesse ceduto subito: significa unire la forza del carattere alla libertà dell’intelligenza. Ma quello che più mi ha colpito, è che abbia parlato lui per primo, accusandosi, lui, il capo, riprendendo per suo conto i rilievi espressi, togliendo in anticipo al mio amico ogni ragione di intervenire se non per dichiarare: « Sono del parere di Togliatti». Se l’avesse fatto, il mio amico, indubbiamente con eccessivo sdegno, si sarebbe fatto dei nemici. Anche degli amici, suppongo; la cultura sarebbe divenuta un campo chiuso nel quale si sarebbero affrontati due gruppi di partigiani. E il capo, anche se avesse parlato in seguito e dato ragione a uno dei due gruppi, li avrebbe lasciati non riconciliati; alla prima occasione, la battaglia sarebbe ricominciata, più dura. Facendo lui stesso le critiche, volgendole ad autocritica, prendeva tutto su di sé e poteva pizzicare i suoi collaboratori senza umiliare nessuno dato che i suoi colpi raggiungevano prima di tutto lui stesso. E poi univa le ragioni di tutti in una sintesi abile e provvisoria che permetteva di temporeggiare e di lasciare aperta la questione e, contemporaneamente, di chiudere la discussione. Quanto alle decisioni finali, egli si riservava di prenderle quando il conflitto fosse maturato o scomparso.
In molti altri paesi, coloro che lasciano il Partito o che ne sono cacciati sarebbero stati colpiti a morte. Moralmente e a volte fisicamente: è un fatto che la direzione delle masse si concilia difficilmente con il rispetto della persona. Togliatti sapeva unire l’una all’altra: gli esclusi — ce ne sono stati, naturalmente, ma meno che altrove — non perdono la loro personalità il giorno in cui il Partito non vuol più saperne di loro; vivono.
L’aneddoto che ho raccontato mostra bene la cura che questo responsabile di un partito di due milioni di uomini sapeva avere di ciascuno di loro: non spezzare, non umiliare mai, era la sua regola. Per merito suo, un comunista italiano può vantarsi di essere un uomo intero. Quanto a me, ho sentito spesso, dalla cortesia con la quale mi interrogava, su un paese che egli conosceva bene quanto me, che nella sua attenzione c’era un rispetto per l’uomo, chiunque fosse, che gli esponeva delle idee sincere e vissute. E anche, che le idee sue erano formate ma nessuna preconcetta, che egli conservava sempre la speranza che l’interlocutore, anche senza rendersene conto, lo avrebbe aiutato a metterle a fuoco, se necessario a cambiarle.

Un grande capo e un grande intellettuale
Il giorno dei suoi funerali ho visto, accanto alla sede del suo Partito, la parola «monolite » tracciata su un muro, indubbiamente dalla mano di un giovane fascista. Mi avrebbe fatto sorridere se ne avessi avuto l’animo: nessuno era meno monolitico di lui e — di conseguenza — del suo partito Egli aveva saputo congiungere due facoltà difficilmente compatibili, una delle quali deve appartenere al capo responsabile e l’altra è indispensabile all’intellettuale: incrollabile nella azione senza mai rimettere in causa i princìpi, il metodo e lo scopo, non formulava mai un pensiero che non contenesse il germe della propria critica.
Per questo motivo la grande maggioranza degli scrittori ha sempre avuto buoni rapporti col Partito. Diversamente (falla Francia dove, per tradizione, gli intellettuali conservatori o reazionari sono una forza reale, l’Italia annovera, a destra, molto pochi intellettuali. La maggioranza degli intellettuali italiani non sono entrati nel partito, ma conducono con esso la maggior parte delle sue lotte. Così — come deve essere, ma come non è sempre — il partito degli sfruttati è anche il partito degli intellettuali.
Anche questa, è opera sua. Quando fondò “Rinascita”, dopo la guerra, alcuni comunisti protestarono; bisognava ricostruire e combattere, che bisogno c’era di una rivista teorica? Anche tra coloro che avevano più ardentemente combattuto Mussolini, vent’anni di fascismo avevano lasciato delle tracce: credevano al divorzio tra pensiero e azione. Togliatti non cedette. L’uomo aveva questa contraddizione, la più feconda: gli italiani e gli spagnoli, al tempo della guerra di Spagna, avevano riconosciuto il suo talento di organizzatore. Ma quest’uomo di azione era rimasto fino alla punta delle unghie un intellettuale.
Funerali di Togliatti (foto Carnicelli)
Indubbiamente metteva la sua cultura e la sua alta intelligenza tutte intere al servizio delle masse sfruttate. Ma conservò fino all’ultimo l’odio per lo schematismo e per le semplificazioni. La frase di Marx: «Non vogliamo capire il mondo, vogliamo cambiarlo», egli la faceva propria, aggiungendo — cosa che Marx non avrebbe disapprovato —: ma cambiarlo è l’unico modo per capirlo, giacché l’azione illumina ciò che è, partendo da ciò che sarà.
Leggendo i suoi discorsi, i suoi scritti, salta agli occhi cento volte una parola: nuovo. Tutto per lui è sempre nuovo: in ogni situazione, egli vede prima di tutto il nuovo, l’imprevisto. Il dopoguerra vedrà sorgere l’Ordine Nuovo dove egli lavora con Gramsci, il fascismo propone compiti nuovi, è esso stesso una reazione della borghesia senza precedenti; nuova è la seconda guerra mondiale, e nuovi i problemi del secondo dopoguerra, e, infine, quelli che nascono dal dominio dei monopoli e da quello che, davvero a torto, viene chiamato «il miracolo italiano». Ogni volta, bisogna adattarsi, capire. Adoperare fino in fondo il metodo marxista: sì, è l'unico vero. Pretendere che Marx abbia previsto tutto, che niente sia cambiato dopo il Manifesto comunista e cavarsela con qualche citazione, questo no. Egli ha detto una volta che bisogna spingere l’analisi più sul particolare, non trascurare nulla; non si spiegherà mai nulla se ci si limita a vedere in qualsivoglia congiuntura la famosa manovra difensiva del capitalismo minacciato.
Funerali di Togliatti (foto Carnicelli)
Ci sono le tradizioni, il passato, le masse, i rapporti interni delle forze di sinistra, le false manovre, cento altri fattori, nessuno dei quali va trascurato: anche il capitalismo fa ciò che può, non ciò che vuole; in ogni momento, se lo si vuol comprendere, occorre determinare il campo delle sue possibilità. E, è ancora lui a dirlo, le forme che nascono dalla storia, cioè dalle nostra lotte, sono troppo complesse perché noi possiamo prevederle.
Per questo motivo, per merito di questo spirito di analisi e di sintesi, che viene da Gramsci e da Togliatti, il PCI non è unicamente il partito degli operai, e neppure quello degli intellettuali: è il più intelligente dei partiti. Dopo un momento di sbandamento, è stato il primo ad adattare la sua lotta a quella forma «nuova e complessa» sorta dalla politica dei monopoli e che viene chiamata, a torto o a ragione, «neocapitalismo». Grazie alla libertà del suo capo, esso è diventato per i suoi aderenti non soltanto la promessa di una futura liberazione, ma la loro libertà presente di pensare e di agire e di capire il mondo e di spezzare le proprie alienazioni. Per questi stessi motivi e non soltanto per i motivi tattici che sappiamo — difendere le libertà borghesi perché esse fra le mani delle masse diventano eccellenti strumenti di lotta — il PCI è diventato in Italia contro gli stessi borghesi il migliore difensore della democrazia.
Per tutti questi motivi, io lo amavo: ritrovavo lui in tutti i miei amici comunisti, anche quando non lo vedevo. C’era uno stile Togliatti che, spero, gli sopravviverà. Eppure lui, nella sua tranquilla semplicità, col suo sorriso, la sua ironia — che, mi è stato detto, poteva essere corrosiva, ma che io trovavo affascinante, — con la sua cultura e, sotto la sua calma, la sua forza a fior di pelle, come se un gigante si fosse insinuato per magia e concentrato nel corpo di un professore di liceo, lui era inimitabile. Anche per questo colui che rimpiango non è soltanto l’uomo che ha forgiato con le sue mani un partito di uomini duri e liberi: questo partito gli saprà sopravvivere e seguire la sua strada. È prima di tutto il vecchio calmo e possente che ho visto per l’ultima volta nel maggio scorso. Un uomo che amavo. Il mio amico Togliatti.

“l'Unità”, domenica 30 agosto 1964

“Una grande e divertente avventura”. La storia straordinaria di Joyce Lussu (Laura Lilli)

Joyce Lussu interviene in un comizio delle sinistre dopo la Liberazione

ROMA
Seduta su una poltrona di vimini che le va giusta giusta, Joyce Lussu, 76 anni, indossa un ampio vestito marrone a fiorellini che sa vagamente di Tirolo. Sulla poltrona si appoggia indietro accavallando le gambe, si sporge in avanti accalorata, fuma due sigarette, beve un caffè, sorride a una nidiata di gattini acciambellati sul divano di fronte, fa un cenno alla nuora che le ha preparato il caffè. È a Roma per un giorno, per una lezione al liceo Visconti. Di solito vive nelle Marche, dove ha una casa di campagna sempre aperta agli amici.
“Mi piace cucinare per loro, cucinare in generale e mangiare. Una delle possibili storie della mia vita potrebbe essere quella del mio felice rapporto col cibo”. Così scrive anche all' inizio della sua autobiografia, Portrait (sottotitolo: Cose viste e vissute), pubblicato da Transeuropa con una raccolta di ben 116 fotografie che documentano la sua vita (pagg. 133 più foto, lire 26.000). Ma non si tratta, naturalmente, di un libro di cucina o di una storia casalinga. Al contrario, Joyce Lussu ha vissuto una delle più irriducibili e movimentate esistenze di contestatrice del nostro secolo: a partire dall'esilio a Parigi e dalla Resistenza, vissuta assieme al marito Emilio, lo scrittore rivoluzionario sardo, fino al Sessantotto europeo, alle rivolte di liberazione in Curdistan e in Angola, alla attuale militanza nei gruppi ecologisti.
Una grande e, a suo dire, divertente avventura politico-esistenziale. Perché divertente?
“Perché non sono i rischi che mettono in pericolo il nostro buonumore: è il nostro essere o meno in sintonia con noi stessi. A me, i miei genitori avevano insegnato a fare sempre quello che ritenevo giusto. A dar seguito alle intenzioni, insomma”.
I suoi genitori erano degli inglesi puritani?
“Non puritani, anche se certo non conformisti. Inglese, veramente, era mia madre; mio padre era italiano, con due nonne inglesi. Di tutte le donne della mia famiglia ricordo che calzavano comode scarpe basse e vivevano con determinazione. Determinazione che non mancava nemmeno a mio padre: figlio di un ricco proprietario terriero, si era ribellato alle consuetudini familiari, aveva tradotto Herbert Spencer, era vicino a Bertrand Russell: e a me tutto questo piaceva. Ho preso dalla famiglia un'imprinting psicologico-politico che non mi ha mai lasciato”.
E già la famiglia paterna cominciò ad aver noie coi fascisti...
“Oh, sì. Io personalmente cominciai a nove anni, perché fui sorpresa a scrivere sui muri Abbasso il fascio. Avevo dodici anni quando gli squadristi vennero a casa nostra. Si portarono via mio padre. Mio fratello quindicenne (lo storico Max Salvadori, ndr) li seguì di nascosto a distanza. Quando tornarono, mio padre era pesto. Dovemmo fuggire. Cominciò per noi una serie di peregrinazioni: prima in Italia (dove continuammo sempre ad andare e venire), poi all' estero. Trovammo un po' di pace in Svizzera, dove io frequentai una scuola inglese, forse finanziata da filantropi connazionali di mia madre, la Fellowship School. Amavo già tanto i cavalli, e in quella scuola li amai ancora di più”.
Cucina, cavalli... però poi sarebbe andata all' Università di Heidelberg.
“Lì aveva studiato anche mio padre. Era, allo stesso tempo, un ripercorrere il suo cammino e una possibilità di maggiore internazionalizzazione. Non essere provinciali era uno dei nostri motti. Tuttavia, in certo senso fu dura: vidi il nascere del nazismo da vicino. Nel maggio '32 Hitler annunciò il suo arrivo per un raduno. Io decisi di sfidarlo a un contraddittorio. Altro che contraddittorio! Già la notte prima la città fu invasa da nazisti con la divisa bruna, che occuparono strade e piazze accendendo bivacchi e cantando a squarciagola canzoni patriottiche. Durante la notte le canzoni patriottiche diventarono oscene, ma gli urli non smisero. Io e i miei amici cercammo di avvicinarci: Raus, raus! Fuori, Fuori!: ci cacciarono. Io corsi dai miei professori, i filosofi Jaspers e Rickert; ma mi delusero. 'Quando quei ragazzi si saranno sfogati, tutto tornerà come prima', dissero. La loro ottusità mi sconvolse. Tra le sue peregrinazioni italiane c'era anche la casa di Benedetto Croce a Napoli.... A Palazzo Filomarino bussai la prima volta quando avevo diciassette anni. In una borsa della spesa portavo un fascio di manoscritti: poesie, racconti, e un dramma in cinque atti a sfondo politico. Croce mi disse che avevo qualche talento (pubblicò una delle mie poesie sulla “Critica” e ne affidò una raccolta all'editore Ricciardi). Era piccolo, con la testa a pera e un grande naso. Leggeva così rapidamente che pareva succhiasse le parole. Era gentile, umano: personalmente ne ho un ricordo straordinario. Certo, fra le sue idee politiche e le mie non correva buon sangue. Pensava che le donne fossero inferiori agli uomini (io ero la classica eccezione), e aveva orrore del socialismo. Era un grande filosofo, ma anche un grande proprietario terriero, non molto diverso dai miei nonni a cui mio padre si era ribellato. Comunque, per tutta la vita siamo stati amici”.
E finalmente, a Ginevra, Joyce incontra Emilio Lussu, che viveva in clandestinità dopo una clamorosa evasione da Lipari. A Ponza, dove era andata a trovare suo fratello, i confinati le avevano dato un lungo messaggio scritto su una strisciolina di carta in caratteri minutissimi, da consegnare a Emilio Lussu e solo a lui, dovunque si trovasse. Joyce nascose il messaggio nel manico della valigia di fibra, e andò a cercare Lussu per l' Europa: Belgio, Alta Savoia e, appunto, Ginevra. Fu subito un grande amore.
“Lui fu sorpreso di incontrare latrice di pericolosi messaggi clandestini una ragazza di buona famiglia, proletarizzata dalla lotta e dall'emarginazione economica e sociale. Io, finalmente, mi trovavo davanti al prestigioso rivoluzionario: c'erano gli estremi, oltre che per un amore, anche per una robusta militanza comune. Ma dovetti aggiustargli intorno alla testa il concetto di casa. Non sarebbe stata, gli dissi, una palla al piede nella vita di un militante; al contrario, lui sarebbe stato uno scapolo molto più felice se avesse avuto una casa, una donna fissa e un figlio appena possibile. Vivemmo insieme nella Parigi degli esuli. Ma non che dal quel momento divenissimo inseparabili: ciascuno seguiva il ritmo dei suoi impegni. Io andai perfino a finire, in Inghilterra, in un campo-caserma per combattenti dei paesi occupati dalla Germania...”.
Però ha avuto figli, nipoti, è stata una delle antesignane del moto femminista
“Il privato è pubblico. Oh, sì. E il giorno più bello della mia vita è stato il 21 marzo del '71, quando è nato il mio primo nipote. Consiglio a tutti di diventare nonni. Che splendore l'infanzia rivisitata... Dopo l'instaurazione della legalità repubblicana, Joyce ed Emilio Lussu si stabilirono a Roma. Lui fu eletto senatore del Psi (era stato tra i fondatori del Partito Sardo d'Azione e di Giustizia e Libertà) lei continuò a suo modo l'intensa militanza politica. Andava alle assemblee di studenti nel '68. Ero sorpresa, dice, di essere l'unico adulto: quei ragazzi avevano speso tante energie per farsi sentire, e nessuno si chiedeva cosa gli passava per la testa?”.
Joyce Lussu negli anni 80 del Novecento
Lussu morì nel ' 75. Fu terribile, dopo più di trent'anni trascorsi insieme. Tuttavia Joyce non rimase a casa a sedere sulle ceneri del marito. Aveva scoperto i movimenti di liberazione del terzo mondo, e ci si recava di persona. Le origini sociali, l'aspetto, l'aiutavano. Quando voleva conoscere un guerrigliero (che poi era anche un poeta) che si trovava in Africa o in Curdistan, o in prigione come Agostinho Neto, futuro capo dell' Angola, a Barcellona, o in un luogo di operazioni di guerra, aveva una sua tecnica precisa per raggiungerlo. Andava dall'ambasciatore italiano a chiedergli come avrebbe potuto fare. Il diplomatico le rispondeva che solo un personaggio locale di altissimo rango, per lui irraggiungibile, avrebbe potuto darle un permesso o un salvacondotto. Allora lei ci andava, con l'implicito avallo dell'ambasciata, e ostentava una tale ignoranza di politica che alla fine li otteneva. Nel caso di Agostinho Neto, a cui nella Lisbona di Salazar portò un contratto della Mondadori, tornando in Italia con un fascio di poesie di Neto, riuscì a creare un putiferio internazionale. Salazar infatti fece dimettere il capo della polizia politica, e concesse a Neto la libertà vigilata. Irriducibile, Joyce tornò a Lisbona per conoscere Neto personalmente; e l'ambasciatore d'Italia Grillo, uomo di spirito, come lei scrive, diede un ricevimento a cui intervennero anche alcuni oppositori portoghesi del regime. Fu uno scandalo che rimbalzò fino al nostro ministero degli Esteri. Emilio Lussu, presidente della commissione esteri del Senato, sostenne che era dovere di un ambasciatore mettersi in contatto, nel paese in cui è in missione, anche con gli oppositori del regime, per conoscere la situazione. Ma molti non la pensavano come lui. Si dovette far ricorso al presidente della Repubblica, che era allora Saragat, per ottenere un sì. Comunque Joyce Lussu fu espulsa dal Portogallo, e l'ambasciatore Grillo fu trasferito in Cecoslovacchia.
Signora Lussu, Neto, come Nazim Hikmet, era un poeta. Lei ha tradotto molti poeti di cui non conosceva la lingua. Come ha fatto? La poesia è un veicolo di conoscenza profetico e sintetico.
“È conoscenza e comunicazione, non uno sterile gioco linguistico. Attraverso la poesia ho studiato mondi diversi molto meglio che attraverso volumi di saggistica. Ho passato dieci anni a tradurre poesia del terzo mondo: certo, lavorando solo con poeti viventi. Si trova sempre una lingua in cui intendersi, e il poeta spiega benissimo perché ha usato quella data parola, perché ci tiene. Non si traduce la poesia fra sintassi, grammatica e vocabolario. Io ho tradotto Nazim Hikmet col testo a fronte, e nessun turcologo ha trovato da ridire. Ho tradotto poeti esquimesi, guineiani, vietnamiti, albanesi: esprimono mondi diversi dal nostro, ma in fondo, poi, dicono tutti le stesse cose”.
È stata la poesia che l'ha trattenuta dal fare carriera politica in parlamento? Non le sarebbe certo stato difficile, specie negli ultimi anni.
“Non solo la poesia. Avrei dovuto accettare lo squallido gioco delle preferenze e avrei dovuto soprattutto accodarmi a un partito della sinistra storica: e sono ancora tutti troppo ideologici. Una cultura alternativa si viene formando solo adesso. Io faccio politica come ho sempre fatto: dal basso”.

la Repubblica, 11 maggio 1988

Lavoro intellettuale e lavoro manuale (Michail Bakunin)



Abbiamo dimostrato che fino a quando ci saranno due o più gradi d'istruzione per i vari strati della società, ci saranno necessariamente delle classi, vale a dire dei privilegi economici e politici per un piccolo numero di fortunati e la schiavitù e la miseria per il più grande numero. Membri dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori noi vogliamo l'uguaglianza e poiché la vogliamo, noi dobbiamo volere anche l'istruzione integrale, uguale per tutti.
Ma se tutti sono istruiti chi vorrà lavorare? si domanda. La risposta nostra è semplice: tutti devono lavorare e tutti devono essere istruiti.
A questo punto si risponde spesso che questa integrazione del lavoro industriale con il lavoro intellettuale non potrà ottenersi che a danno dell'uno o dell'altro: i lavoratori manuali saranno dei cattivi scienziati e gli scienziati saranno sempre degli operai veramente meschini. Sì, nella società attuale in cui il lavoro manuale e il lavoro dell'intelligenza sono ambedue falsati dall'isolamento completamente artificiale al quale sono stati entrambi condannati.
Ma noi siamo convinti che nell'uomo vivente e completo ognuna di queste attività, muscolare e nervosa, deve essere sviluppata in ugual maniera e che, lungi dal nuocersi a vicenda, ciascuna deve sostenere, allargare e rafforzare l'altra: la scienza dello scienziato diventerà più feconda, più utile e più larga quando lo scienziato non ignorerà più il lavoro manuale e il lavoro dell'operaio istruito sarà più intelligente e quindi più produttivo di quello dell'operaio ignorante.

da L'Egalité, 1869 – in “A – Rivista Anarchica” n.49, giugno 1976

14.1.19

Veglia. Una poesia di Giuseppe Ungaretti



Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

da L'allegria

La poesia del lunedì. Eugenio Montale (1896 - 1981)



Vedo un uccello fermo sulla grondaia,
può sembrare un piccione ma è più snello
e ha un po’ di ciuffo o forse è il vento,
chi può saperlo, i vetri sono chiusi.
Se lo vedi anche tu, quando ti svegliano
i fuoribordo questo è tutto quanto
ci è dato di sapere sulla felicità.
Ha un prezzo troppo alto, non fa per noi e chi l’ha
non sa che farsene.

da Satura, in Tutte le poesie, Mondadori 1984

13.1.19

L'immaginario rimosso dai «Quaderni del carcere». Cultura operaia, operetta, feuilletton e folklore in Gramsci (Daniele Balicco)


«Spesso a cuori e picche ansiose bocche/ chiedono la verità/ Principi e plebe vengono qua». Gramsci, nel 1918, già redattore dell'edizione piemontese dell'«Avanti!», canticchiava in continuazione questo refrain di un'operetta all'ora in voga, la Madama di Tebe di Carlo Lombardo. Ed era così appassionato di musica - adorava l'Operetta - che spesso scriveva gli articoli per il giornale solo dopo essere uscito da teatro a notte fonda sotto l'assillo disperato di Pastore che letteralmente glieli toglieva di mano dalla scrivania per mandarli subito in rotativa. Questo aneddoto, e molti altri, si possono piacevolmente ascoltare nel bel saggio sonoro che chiude l'ultimo lavoro di Cesare Bermani su Gramsci, intitolato Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria (Colibrì, pp. 334, euro 19). Il volume raccoglie undici articoli pubblicati dal 1979 ad oggi e due Cd costituenti, per l'appunto, il saggio sonoro, appassionante ricostruzione della vita di Gramsci attraverso testimonianze dirette e documenti musicali. È bene ricordare subito che la storia orale, di cui Bermani è maestro indiscusso, mai come nel caso di Gramsci si rivela essere strumento conoscitivo congruente. E per almeno due ragioni. In primo luogo per la sua forma, perché la posizione di ascolto è il presupposto necessario della persuasione permanente. Gramsci, come tutte le testimonianze ricordano, sapeva ascoltare. La sua pedagogia - e si legga nel volume la bella testimonianza di Ettore Piacentini - partiva proprio dall'ascolto, era socratica, dubitante, persuadeva chiedendo continue precisazioni capaci di portare l'interlocutore fino alla coscienza di non sapere, primo e necessario passo verso una vera politicizzazione di se stessi. In secondo luogo, perché la raccolta di testimonianze dirette divenne, negli anni passati, strumento capace di aprire nuove strade all'interno di quel controverso campo di ricerca che furono gli studi gramsciani, per lo meno fin quando il Pci ne orientò studio e pubblicazione.
Certo, il quadro attuale è oggi profondamente mutato e un lavoro come quello di Bermani, così attento a ricostruire di Gramsci una fisionomia morale, intellettuale e politica altra rispetto a quella consegnata dalla vulgata togliattiana, può apparire eccentrico rispetto allo stato dell'arte della ricerca italiana contemporanea (basti solo pensare dove è stato relegato a Roma l'Istituto Gramsci, che, certo, per il peso internazionale che ha, in uno Stato serio, meriterebbe altri spazi, altre metrature, altra visibilità, altre strutture, altri fondi).
L'inattualità dell'impostazione di Bermani risponde quanto meno al sospetto che questo ridimensionamento della figura di Gramsci sia l'esito ultimo di una certa idea della conoscenza e dell'azione politica che il Pci e Togliatti promossero proprio attraverso la pubblicazione orientata degli scritti di Gramsci.
Del resto, se si dipana fino in fondo questo filo, l'evoluzione del Pci in Pds/Ds e oggi Pd appare sotto il segno della continuità, e non certo della frattura. Il lavoro di Bermani valorizza invece un altro Gramsci, anzitutto critico di un'idea di politica come categoria a se stante, attività separata. Si leggano le pagine dove l'autore ricostruisce il dibattito fra culturalisti e anticulturalisti e un Gramsci ancora giovanissimo già riflette sulla centralità dell'organizzazione politica della cultura intendendola come un terzo fronte di lotta accanto a quello economico e politico; o i due saggi pubblicati su «Primo Maggio» (Gramsci operaista e la letteratura operaia; Breve storia del Proletkul't italiano) dove emerge con chiarezza come Gramsci intenda la pedagogia politica in opposizione al modello didattico delle Università popolari del Psi; e come pratichi il suo ruolo di dirigente politico nella conoscenza diretta della vita operaia e dell'organizzazione del lavoro nella grande fabbrica.
Il punto di partenza della politica sta dunque nella capacità di leggere nei depositi creativi del senso comune, forme da liberare, educare, organizzare, universalizzare; e da non reprimere. Certo, è questo un Gramsci visto attraverso le lenti di quello straordinario laboratorio di etnografia politica della cultura popolare italiana che è l'Istituto Ernesto De Martino (e non a caso il volume di Bermani si chiude proprio con il saggio Due letture non canoniche degli scritti di Antonio Gramsci, un omaggio dello storico orale ai suoi maestri, Bosio e de Martino). Ma è proprio in questo Gramsci che si possono ancora trovare strumenti capaci di scardinare la narcosi mediatica del nostro presente. È incredibile, infatti, che in un universo culturale dominato senza controforze dalla propaganda - che è l'espressione della violenza politica nella comunicazione - nessuno senta il bisogno di tornare, anche solo come ricognizione preliminare, a riflettere su ruolo degli intellettuali, organizzazione della cultura, egemonia; e su come il senso comune riveli sempre, come l'iride, lo stato di salute del mondo sociale.
Nella stessa direzione si muove un altro bel volume da poco pubblicato da Carocci (Frammenti indigesti. Temi folclorici negli scritti di Antonio Gramsci, pp. 267, euro 19). L'autore è Mimmo Boninelli, collaboratore come Bermani, dell'Istituto Ernesto de Martino.
Scritto con un'attenzione minuta ai dati propria della grande tradizione filologica militante di Gianni Bosio, Boninelli cerca di capire se le note Osservazioni sul Folclore presuppongano in Gramsci una passione e una conoscenza approfondita della cultura popolare e folclorica italiana. Sei sono gli argomenti attraverso i quali l'intero corpus degli scritti di Gramsci (pagine giovanili, scritti politici, Lettere e Quaderni) è passato al setaccio: Sardegna e mondo popolare; religione popolare, credenze, magia; proverbi e modi di dire; narrazioni e storie; canti popolari e della protesta sociale; teatro popolare, teatro dialettale. Attraverso questo spoglio incrociato, emerge un'immagine sorprendente del pensatore sardo come curiosissimo osservatore e critico della vita quotidiana.

Il manifesto, 30 maggio 2008

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