29.9.14

La poesia del lunedì. Gabriel Gbadamosi (n. UK 1961)

Gabriel Gbadamosi accanto a un'anziana signora
che potrebbe essere la madre Rita
La scatola da cucito
per Rita Gbadamosi
Slacciando le cinghie,
morbidi feticci di cuoio
attorno al bordo di vimini,

sollevando la scatola
sulle ginocchia, come un gatto,
e facendo scorrere le dita

sotto il coperchio —
solido, irregolare, strano —
la scatola si scosse.

Aperta,
ne ruzzolò fuori
lo shock della tua vita: spilli, aghi,

fili colorati,
rocchette, ricette insolite,
i tuoi appunti di quando

non ero ancora nato -
un diario in miniatura -
forbici, mollette,

un vecchio fermaglio d'osso,
modelli anni Cinquanta
suturati ai fianchi.

Il sacchetto dei semi
che ho trovato e aperto
ha rilasciato fiori viola

così sgargianti.
Una fioritura tardiva
alle tue mani e ai tuoi piedi.

In “Linea d'Ombra” n.82, 1983 – Traduzione di Maria cristina Devecchi
da The New British Poetry 1968-86 (Grafton Books, Glasgow 1988).

Postilla
Gabriel Gbadamosi (1961), di madre irlandese e padre nigeriano, vissuto a lungo in Marocco, poeta, narratore e drammaturgo, ha utilizzato le forme del teatro africano yoruba, ma si considera londinese. La poesia è dedicata alla madre.


28.9.14

Bisturi perfetti nell'antica Grecia (Sabatino Moscati)

Epidauro - Strumentario chirurgico rinvenuto al tempio
  di Asclepio (V-IV sec. A.C.), oggi al Museo Archeologico  
ATENE — Davvero originale e inusuale è la mostra dell'arte medica che si può visitare in questi giorni al Museo archeologico di Atene. E vale la pena di sottrarsi prima o poi al flusso impressionante dei turisti, che si riversa senza posa nella grande sala dei tesori micenei, per deviare verso la sede più appartata dell'esposizione. A proposito della quale, diciamo anzitutto che solo Atene poteva realizzarla, o almeno realizzarla a questo modo: perché non c'è altro paese al mondo in cui le testimonianze artistiche sulla medicina antica siano così numerose e significative.
La mostra muove, evidentemente, da una direttrice tipica del nostro tempo, quella che tende a evidenziare la cultura materiale e la tecnica nella ricostruzione del mondo antico. Chi osservi i numerosissimi strumenti chirurgici che gli scavi hanno riportato alla luce, dai bisturi alle pinza delle grandezze e delle fogge più varie, intende la perfezione raggiunta nell'operare su ogni organo del corpo. E vede, in pari tempo, che taluni aspetti della scienza medica raggiunsero speciale sviluppo e perfezionamento, ad esempio la riduzione delle fratture e delle slogature attraverso sistemi sorprendentemente avanzati.
Ma queste premesse tecniche non sono più che tali. Una documentazione assai vasta e rivelatrice viene dalle figurazioni, e quindi dall'arte nel senso pieno della parola. Anzitutto per la descrizione delle malattie: una serie di figurine in terracotta, che verosimilmente furono poste nei santuari per ottenere la grazia o per darne testimonianza, indica con impressionante esattezza le deformazioni dei corpo che le malattie stesse determinarono: l'idropisia, i tumori, il gozzo, la paresi sono tra i fenomeni più evidenti; ed è chiaro che essi riflettono una corrente (l'arte fondamentalmente caratterizzata da due connotazioni, quella popolaresca e quella ritrattistica.
Poi c'è la figura del dio protagonista dell'arte medica, il famoso Asclepio. E diciamo famoso per convenzione, in quanto un esame esauriente dell'iconografia su tutto l'arco dei suoi sviluppi e su tutto l'insieme dei suoi significati deve ancora farsi. Ma in qual modo si sarebbe potuto farla se non raccogliendo, come appunto avviene ora ad Atene, il complesso delle sparse testimonianze? Solo di fronte alla serie delle statue e dei rilievi, che raffigurano il dio nelle diverse età, una valutazione adeguata comincia ad emergere. Si vede, dunque, che l'iconografia, e con essa verosimilmente il culto sono abbastanza recenti, non affondano le radici nella fase arcaica del mondo greco e dunque si sviluppano parallelamente alla scienza che il dio incarna. In secondo luogo, la rappresentazione di Asclepio è singolarmente analoga a quella di Zeus, da cui il prototipo sembra desunto, anche se è subito integrato con specifiche caratteristiche (soprattutto il corto bastone intorno a cui si attorciglia un serpente).
In terzo luogo, la differenziazione avviene attraverso le azioni specifiche che al dio guaritore si attribuiscono e che i rilievi ora, raccolti narrano con efficacia: sicché l'arte reca ancora un apporto alla conoscenza della tecnica, in quell'originale intercambio che costituisce la maggiore attrazione della mostra ateniese.


“Corriere della Sera”, ritaglio senza data, probabilmente 1978

«Guerra del vino» duemila anni fa (Sabatino Moscati)

La «guerra del vino» tra Italia e Francia non è un fatto nuovo del nostro tempo, ma affonda le sue radici nel lontano passato. Più di duemila anni or sono, infatti, i vini italiani venivano imbottigliati in migliaia di anfore e trasportati per mezzo di navi da carico nella Francia meridionale, dove era possibile venderli a caro prezzo e senza concorrenza: questo è l'ultimo risultato di una serie di scoperte e di studi degli archeologi subacquei dell'Istituto francese di Archeologia mediterranea.
Le indagini da tempo in atto sotto la direzione di Andre Tchernia e Patrice Pomey nella località di Mandrague de Giens, presso Tolone, hanno consentito di individuare i resti di una nave da carico romana, naufragata con tutto quanto trasportava intorno al 70-60 a.C. Questa data è resa certa dalle monete rinvenute nella nave, che scendono fin verso tale data. Un ampio rapporto sugli scavi sarà pubblicato prossimamente; ma possiamo intanto registrare le maggiori rivelazioni di questa ricerca, che viene considerata come la più importante ed esemplare tra quelle attualmente in corso nel campo dell'archeologia subacquea.
Le strutture dello scafo di legno della nave, dopo che è stata rimossa con le pompe aspiranti la coltre di fango e sabbia da cui erano coperte, si sono rivelate pressoché complete, sicché costituiscono la testimonianza forse migliore oggi disponibile sull'architettura navale antica, dopo l'incendio che ha distrutto le navi di Nemi. Tra gli aspetti caratteristici, sono da notare in specie le cabine per passeggeri, con pareti di legno e coperture di tegole. Il carico era costituito da lingotti di piombo, che provenivano dalla Spagna e servivano in specie per le tubature d'acqua; da un abbondante vasellame, tra cui servizi completi di piatti, scodelle, vassoi, bicchieri; infine e soprattutto da varie migliaia di anfore contenenti vino. Qui s'inserisce l'ultima scoperta, recentemente annunziata da Antoinette Hesnard, che fa parte della missione. Le anfore recano impressi dei bolli con i nomi dei produttori, in particolare «Sabina» e «P. Veveius Papus»: ebbene, gli stessi nomi sono stati rinvenuti su altre anfore in località Canneto, subito a sud di Terracina, dove si trovava evidentemente la fornace in cui erano prodotte le anfore. Quanto al contenuto, è verosimile che si trattasse del cècubo, il vino assai rinomato che si produceva in quella zona.
La «guerra del vino», dunque, si svolgeva nel seguente modo. I Romani avevano proibito con apposita legge agli abitanti delle Gallie, già dalla fine del II secolo a.C., di coltivare la vite. Premunitisi cosi contro la concorrenza, esportavano il loro prodotto caricandolo in grande quantità sulle navi che effettuavano il percorso dalle coste tirreniche a quelle della Provenza, e della Spagna. Una volta sbarcato il vino in Provenza, ne accrescevano il prezzo mediante dazi e lo inoltravano per via fluviale verso l'interno del paese. Come si difendevano i francesi di allora dinanzi a questo imperialismo commerciale? In mancanza di altri mezzi efficaci, ricorrevano forse all'eterno mezzo dell'autarchia, accontentandosi della birra, o più esattamente della ben nota cervogia.


“Corriere della sera”, ritaglio senza data, probabilmente 1978

Follia docente. Uno studio sulla psicopatologia degli insegnanti (1990)

Esistono “malattie professionali degli insegnanti” di carattere psichico e nervoso? Su questo aspetto delicato e inquietante del "mal di scuola" lavorò nel 1990 ProForma, associazione di studio e ricerca sui problemi della formazione, ricavandone un opuscolo intitolato Follia docente, pubblicato con la collaborazione di Scuola notizie di cui era supplemento (N. 8-9, ott.-nov. 1990).
La domanda era: “Cosa distingue alienazione, estraneità, sviluppo di meccanismi di difesa di tipo nevrotico nel lavoro insegnante dalla psicopatologia quotidiana di altri lavori?”. E poi, provocatoriamente: "la follia è una dimensione che può caratterizzare, in casi seppure estremi, questa professione? C'è forse qualcosa di specifico nell'insegnare, nel mettersi continuamente in gioco non solo professionalmente, ma anche emotivamente, che rendono la follia quasi una malattia professionale?".
Walter Maraschini riassunse in “sette tesi sulla follia docente” le coordinate di una prima ricognizione del problema. L'ipotesi principale è che i casi estremi di comportamento evidentemente disturbato (molto più numerosi nei resoconti degli studenti di quanto appaiano nei fuggevoli rapporti tra colleghi) erano la punta visibile di un iceberg patogeno che è la vita quotidiana nella scuola, acceleratore e detonatore di equilibri individuali fragili e instabili. Le riprendo qui ricordando che sono il risultato sintetico del materiale raccolto nel fascicolo, tra cui gli estratti, non incredibili, di agghiaccianti resoconti sui loro professori fatti da studenti delle scuole medie superiori.
Cesare Pianciola, che commentò il fascicolo su “Rossoscuola”, (anno XIII n.2, marzo 1991) vi appose due marginali appunti di lettura, condivisibili: primo, la necessità di disaggregare la questione in relazione ai diversi livelli di scuola giacché le tesi tendono a generalizzare a tutto il corpo insegnante disagi e devianze sperimentati soprattutto nella scuola secondaria superiore; secondo, l'allargamento eccessivo del concetto di "follia docente" fa correre il rischio di sussumere sotto il temine disagi riferibili a molte condizioni di lavoro.
Il tempo trascorso da quello studio ci fa aggiungere qualche considerazione. Non è più vero che il quadro normativo della scuola non cambia: negli ultimi 15 anni è cambiato più volte. Sono da troppo tempo lontano da quel mondo e disattento ad esso per arrischiare un giudizio compiuto e argomentato, ma l'impressione è che il mutamento che è intervenuto sia superficiale e non in meglio. Quanto all'esigenza di un controllo sociale sulla qualità dell'istruzione, mi pare che essa sia cresciuta, ma che dai governi succedutisi si siano date risposte sbagliate, orientate a prove di memoria o a un controllo burocratico, o basate sul tempo impegnato a scuola, tutte tali da accentuare le patologie psichiche degli insegnanti. (S.L.L.)

SETTE TESI SULLA FOLLIA DOCENTE

1. - Il lavoro di insegnante è un lavoro di relazione, ma si svolge in condizioni di isolamento adulto.
L'insegnante è in aula con gli studenti, ma è solo con se stesso, la sua adultità, la sua responsabilità (...). Le forme di lavoro collettivo sono prevalentemente a contenuto burocratico e formale più che di reale collaborazione e progettazione: nelle riunioni non si formulano piani o strategie di intervento, né si valutano seriamente progetti; non si stendono relazioni, ma si redigono verbali, non si analizzano le situazioni ma si vota sui voti. L'isolamento del lavoro, la mancanza del confronto reale trascinano via via l'insegnante a confondersi con quelle dinamiche sociali con le quali prevalentemente opera come lavoratore — e che sono le dinamiche delle classi in cui insegna. Il rischio è allora che egli stesso, da operatore che conosce e governa tali dinamiche le introietti via via, assumendo comportamenti "infantili" sia nella relazione didattica (capricciosità, diffidenza estrema nei confronti degli alunni, talvolta spirito di vendetta) sia nelle situazioni in cui non si trova dalla parte della cattedra (passività e subalternità in occasione di seminari di aggiornamento, mitizzazione dell'esperto e dell'universitario, comportamenti turbolenti e ai limiti della demenzialità nei collegi docenti).

2. - C'è uno squilibrio tra il potere formale di cui è investita l'autorità insegnante ed il potere effettivo sia nella scuola che nella società.
L'insegnante ha un elevato potere formale sul singolo che si manifesta in sede di scrutini e di esami. Questa autorità delegata e pressoché insindacabile (se non per manifesti vizi di forma) spesso non corrisponde ad una autorità reale nei confronti della classe (la cui indisciplina può risultare ingovernabile) né sicuramente è supportata da una qualche forma di prestigio sociale o da una positiva immagine di ciò che l'insegnante sa, dell'importanza della cultura di cui dovrebbe essere portatore. Si crea cosi una situazione di profonda e pericolosa asimmetria tra ruolo ed autorità sociali (sentiti dalla collettività come "bassi") e potere formale sull'individuo (relativamente alto). Come per un poliziotto al quale sia permesso impunemente di sparare al primo sospetto ladruncolo, l'arma del voto può diventare un pericoloso strumento di ricatto e il mondo dell'aula (o dello scrutinio) può diventare il microcosmo in cui si compensa la debolezza sociale con atteggiamenti autoritari ed assolutistici.

3. - Il lavoro docente è costituito da una inseparabile miscela di componenti affettive ed intellettuali.
La componente affettiva gioca un peso molto importante nella relazione didattica; vi può essere voglia di compiacere sia da parte dell'insegnante che degli studenti; emergono richieste di affetto o di comprensione; uno studente talvolta studia per adesione alla figura del docente, come talaltra uno studente non studia per desiderio di trasgressione. Ogni insegnante, dopo pochi anni di esperienza, sa quanto la componente affettiva condizioni l'applicazione allo studio, la qualità e la velocità dell'apprendimento. Ma egli, avendo spesso iniziato la sua carriera con l'idea di svolgere un lavoro a prevalente contenuto culturale e tecnico-specifico, si trova cosi a sostenere ruoli e svolgere compiti educativi, affettivi o psicologici per i quali non ha alcuna preparazione specifica oppure nessuna voglia di esplicarli. Trovandosi ad assumere ruoli materni, paterni o amicali, oltre che a rivestire funzioni docenti, trovandosi a dovere elargire premi e punizioni, dovendo così spesso giudicare oltre che insegnare, si rinchiude via via in standard repressivi o lassisti, ingessandosi dentro regole sempre più rigide che impoveriscono la sua iniziale, anche se ingenua, ricchezza di comportamenti. Si acquisiscono così a poco a poco abitudini (anche ridicole e ridicolizzate dagli studenti) che nulla hanno a che fare con la normativa scolastica (i 2 per indisciplina, le 'i' per le impreparazioni, le battute ad effetto per risvegliare l'attenzione, ...) e che tendono a diventare maniacali rivestimenti di una incapacità, una difficoltà o una stanchezza nel gestire umanamente la relazione umana con i ragazzi.

4. - Gli studenti cambiano, gli insegnanti invecchiano.
Le contraddizioni esaminate nei primi tre punti (...) si acuiscono con l'avanzare dell'anzianità. Il motivo è un elemento materiale molto semplice: con gli anni aumenta la differenza d'età tra l'insegnante ed i suoi alunni. Gli insegnanti infatti, come tutti gli esseri umani, invecchiano, ma gli studenti non crescono se non in quel breve arco di tempo che li si ha sotto controllo. Di anno in anno gli studenti cambiano, vanno via i vecchi, ne compaiono di nuovi: magicamente conservano sempre la stessa età.
La tendenza alla fossilizzazione delle energie o dei comportamenti si unisce ad una sempre maggiore distanza generazionale che in una società come questa (con ritmi cosi rapidi di cambiamento sia nei costumi, sia nelle mode culturali, sia nelle risorse tecniche) può determinare forme acute di incomprensione o senso di arretratezza. Ancora peggio, questa contraddizione, in una società così prepotentemente orientata all'esaltazione del consumo giovanile, può provocare odio, malinconia o invidia.

5. - La macchina della scuola si ripete ogni anno uguale a se stessa.
E inesorabilmente ossessiva la ripetitività del ciclo dell'anno scolastico, che ogni volta ripete i suoi riti, i suoi tempi e i suio problemi. Pochi sono i lavori – come quello del docente – il cui si continuano a svolgere per anni le stesse mansioni in un quadro normativo e legislativo che sostanzialmente non cambia da decenni, in una atmosfera di pigro e progressivo abbassamento della qualità. La ripetitività del lavoro, con le sue prevedibili fasi cadenzate nell'anno, unite alla mancanza di variabili (che non siano gli studenti stessi) nell'organizzazione scolastica, determina una curiosa e contraddittoria tendenza. Da una parte vi è un miglioramento delle capacità di custodia e governo dell'indisciplina (si imparano i 'trucchi del mestiere'), dall'altra si avverte una diminuzione della vivezza intellettuale e delle capacità di ascolto: quando non 'scoppia', l'insegnante spesso s'appiattisce su standard bassi, sufficienti a contenere una classe o a sostenere colloqui con i genitori sempre uguali a se stessi. La variabilità e la complessità dei problemi rimangono sotto la superficie dei riti ripetitivi e via via se ne perde traccia: il risultato finale può essere un vuoto profondo che lascia il soggetto in balia del nulla togliendosi quella rete di salvataggio psichica che può essere costituita da un lavoro nel merito soddisfacente.

6. - Non esiste alcuna forma di controllo sociale sul contenuto o sulla qualità dell'istruzione.
La situazione descritta nel precedente punto è accentuata da questa particolare situazione della scuola pubblica italiana, che pare non importi come funzioni, purché in qualche modo funzioni.
L'insegnante può ridursi a notaio delle assenze e custode delle classi e non vi è praticamente alcun controllo di qualità rispetto al quale misurarsi, confrontarsi, dibattere e quindi crescere.
re di intervento sulle grandi scelte.
Se questa situazione può dare un senso di libertà (ma permette pure l'esistenza di zone di manifesta evasione di minimi ed imprescindibili doveri istruttivi), accentua contemporaneamente il senso d'inutilità ed aumenta pertanto le insinuanti frustrazioni di cui gli studenti sentono gli insegnanti malati.

7. - La microdemocrazia burocratica disperde le energie positive.
Le forme di partecipazione 'democratica' che sono state attivate nella scuola a partire dai decreti delegati del 1975 accentuano il senso di impotenza e frustrazione perché sono limitate ad aspetti minuti e talora irrilevanti, a problemi gestionali di ordinaria amministrazione, senza che invece, tramite esse, si eserciti un reale potere di intervento sulle grandi scelte.
E proprio chi sentiva più fortemente esigenze di impegno sociale o culturale nella scuola si sente via via impelagato in problemi che riguardano i livelli più bassi dell'efficienza più che le scelte politiche culturali, ideali o materiali di più vasto respiro (...).
Walter Maraschini (da Follia docente, pp. 6-9)


26.9.14

1926. Bordiga e Stalin (da un verbale dell'Internazionale Comunista)

“La Repubblica” nel 1977 a corredo di un paginone dedicato a Bordiga pubblicò alcuni brani tratti dal verbale della riunione della delegazione italiana al Comitato esecutivo allargato dell'Internazionale comunista con Stalin, svoltasi il 22 febbraio 1926 (Annali Feltrinelli 1966). Si può dissentire fieramente dal comunismo di Bordiga, dalle sue idee di partito, di classe, di rivoluzione, di politica; ma in questo scontro con Stalin la sua è una argomentazione rigorosa, coerente con i principi dell'Internazionalismo proletario. Nella sua risposta Stalin fa pesare la Rivoluzione vittoriosa, la costruzione in atto di un grande stato socialista, ma non leggo arroganza o disprezzo; anzi egli mostra di preferire la franchezza di Bordiga all'atteggiamento di chi tace per non contraddire i russi. (S.L.L.)
Amedeo Bordiga da giovane
BORDIGA: Allo scopo di precisare la questione delle prospettive chiede se il compagno Stalin pensa che lo sviluppo della situazione russa e dei problemi interni del Partito russo è legato allo sviluppo del movimento proletario internazionale.
STALIN: Questa domanda non mi è mai stata rivolta. Non avrei mai creduto che un comunista potesse rivolgermela. Dio vi perdoni di averlo fatto.
BORDIGA: Chiede allora che il compagno Stalin dica che cosa accadrà in Russia se non si verifica entro un certo periodo di tempo la rivoluzione proletaria in Europa.
STALIN: Se sapremo bene organizzare l'economia russa, essa è destinata a svilupparsi, e con essa è la rivoluzione che si sviluppa. Il programma del nostro Partito dice — d'altra parte – che noi abbiamo il dovere di diffondere la rivoluzione nel mondo con ogni mezzo e lo faremo.
BORDIGA: Ritiene il compagno Stalin che nel determinare la politica del Partito Russo sia necessaria la collaborazione degli altri partiti comunisti i quali rappresentano l'avanguardia del proletariato rivoluzionario?
STALIN: Senza dubbio è necessaria e noi la desideriamo. A questo scopo il nostro Congresso ha approvata la risoluzione secondo la quale i grandi Partiti della I.C. devono collaborare in modo effettivo alla dirigenza dell'Internazionale.
BORDIGA: Questa collaborazione dovrebbe già avere luogo per la recente discussione. Le questioni trattate dal Congresso russo dovrebbero quindi essere trattate all'attuale Esecutivo dell'I.C.
STALIN: Occorre osservare che queste questioni sono essenzialmente russe. Inoltre i Partiti occidentali non sono ancora preparati a discutere di esse. Per questo la Centrale del PCR ha inviato ai Partiti dell'I.C. una lettera in cui si chiede che non venga trasportata la discussione recente russa negli altri Partiti. Questa risoluzione è stata approvata anche dalla opposizione ed è stata fatta sua dal Presidium dell'I.C. Noi abbiamo fatto ciò anche per evitare che si ripetesse ciò che è avvenuto per le recenti discussioni con Trotskij, le quali vennero trasportate in alcuni partiti in modo artificiale e meccanico.
BORDIGA: Non credo che questi argomenti abbiano un valore decisivo. Anzitutto se si voleva non discutere di questioni russe in questo Allargato, doveva essere l'Allargato stesso a decidere in questo senso. In secondo luogo i problemi che sono stati toccati nella discussione russa non possono essere considerati come solamente russi. Essi interessano i proletariati di tutti i paesi. Infine il fatto che l'opposizione abbia acconsentito non ha nessun valore.
STALIN: Da un punto di vista formale e di procedura certamente è vero che non è del tutto regolare che l'Allargato non decida esso stesso di non affrontare la questione russa. Ma bisogna badare alla sostanza delle cose. La posizione che ha il Partito comunista russo nell'Internazionale è tale che non si può pensare sia possibile risolvere con la procedura i problemi che toccano i rapporti fra il Partito russo stesso e la Internazionale e gli altri Partiti. Certamente la posizione del Partito Russo nell'Internazionale è una posizione privilegiata. Noi ci accorgiamo dell'esistenza di questo privilegio e sentiamo anche la responsabilità che deriva da esso. Sappiamo che quando i compagni russi parlano nel Presidium è difficile che i compagni di altri partiti li contraddicano e questo non ci fa piacere. Noi abbiamo anche altri privilegi, quello ad esempio che l'Internazionale risiede a Mosca, quello di aver vinto la rivoluzione. Noi siamo pronti a trasportare la sede dell'Internazionale non appena la Rivoluzione sarà stata altrove vittoriosa.

“la Repubblica”, 29 maggio 1977

1981. Napolitano contro Berlinguer sulla questione morale (S.L.L.)

Massimo Angelucci fu dirigente di buon livello del Pci in Umbria negli anni 70 e 80, membro tra l'altro della segreteria regionale. Non ho avuto rapporti con lui, ma apprezzavo che arrivasse alle riunioni con classici letterari e filosofici del tutto estranei alle letture canoniche del funzionariato e che, durante gli interventi più inutili e ripetitivi, si lasciasse tentare dalla lettura.
Poi – credo già prima della “svolta” di Occhetto – si allontanò dal partito. Non ricordo i percorsi, ma di sicuro simpatizzò per l'“Alleanza” di Segni e forse ebbe una cotta, di brevissima durata, per Berlusconi. Scomparve da Perugia nei primi anni 90. Credo che scelse allora il mestiere di insegnante di Filosofia, che a quanto vedo esercita in Calabria. Dai post che sono nella sua bacheca fb desumo che abbia superato quello sbandamento. Qui riprendo a mio modo – assumendomi pertanto tutta la responsabilità - alcuni spunti che ho trovato in una sua nota su fb.
Il 21 agosto 1981 “l'Unità” pubblicò un articolo di Giorgio Napolitano che prendeva spunto dell'anniversario della morte di Togliatti per sferrare un duro attacco contro la “svolta moralistica” annunciata di Berlinguer in una intervista a “la Repubblica” un mese prima.
Napolitano, come era prassi nel mondo comunista, svolgeva un discorso a due livelli: il primo si indirizzava a tutti i lettori, il secondo – più cifrato – aveva come destinatari i quadri dirigenti del Pci. L'articolo preannunciava la rottura con Berlinguer e le imminenti dimissioni di Napolitano dalla Direzione del partito.
“È decisivo saper procedere secondo il metodo che Togliatti ci ha insegnato quello dell’“analisi differenziata”, che preserva dal grave errore “di non saper distinguere cose diverse” o di “mettere sullo stesso piano forze che occorre tenere distinte”. Dopo aver ricordato i meriti di Togliatti, Napolitano così incomincia l'attacco a Berlinguer, sostenendo che la sua intervista pecca di generalizzazione e che, mettendo sullo stesso piano tutti gli altri Partiti, egli si è arroccato su una presunta diversità morale che impedisce al P.C.I. di realizzare le alleanze, con il Psi di Craxi in particolare, necessarie a portarlo al governo.
Napolitano continua ricordando “la grande scelta togliattiana del partito nuovo”...che “non si limita alla critica e alla propaganda ma propone soluzioni” e promuove “una combattiva e costruttiva partecipazione e azione di massa”. I riferimenti virgolettati a Togliatti rafforzano il concetto della sterilità ed inutilità delle affermazioni di Berlinguer, implicitamente accusato di avere una visione ideologica e propagandistica della politica
Qui è il punto cruciale del ragionamento di Napolitano: “Ciò vale in particolar modo di fronte a questioni come quelle del risanamento morale e del rinnovamento dei partiti...Dinanzi alle degenerazioni prodottesi nella vita pubblica, non ci limitiamo a sottolineare la nostra estraneità a quei fenomeni ed a quei comportamenti; non ci chiudiamo in una orgogliosa riaffermazione della nostra “diversità” ma intendiamo far leva sulle “peculiarità” del nostro partito per contribuire ad un corretto rilancio della funzione dei Partiti in generale come elemento insostituibile di continuità e di sviluppo della vita democratica”. Il senso è chiarissimo ed è il seguente: è inutile e dannoso sottolineare una presunta diversità del Pci rispetto agli altri giacché questo isola; è preferibile collaborare con gli altri Partiti anche per favorire, grazie ad un positivo rapporto con noi, che siamo migliori, una loro evoluzione positiva, anche sul piano morale.
Prosegue: “E d'altra parte sappiamo che la crisi dei rapporti tra partiti e società, e la crisi della democrazia, non sono legate solo a fenomeni degenerativi, ma a processi e problemi assai complessi con cui anche il nostro partito fa fatica a misurarsi “. Quel che intende dire a Berlinguer è che è inutile avere atteggiamenti eccessivamente puri, giacché il problema morale ce lo hanno tutti, compreso il P.C.I che, governando Regioni e Comuni, fa, spesso, esattamente come fanno gli altri (insomma, siamo diversi, sulla questione morale, ma non così radicalmente).
Per Napolitano la corruzione, non è una questione prioritaria, lo è assai più la ricerca di un'unità con il P.S.I. e con gli altri Partiti: “La necessaria polemica con altri partiti, la preoccupazione per i loro comportamenti più torbidi, non può comunque oscurare la nostra visione unitaria. Specie per quel che riguarda la ricerca dell'intesa con quei partiti che rappresentano forze sociali interessate al cambiamento, legate all'esigenza di una guida nuova, progressiva, della società italiana”.
La conclusione è al veleno: “E' indispensabile che da parte nostra si sappia sollecitare e praticare questo confronto con la stessa, instancabile insistenza unitaria” ...“scendere e muoversi sul terreno riformistico” anziché pretendere di combattere il riformismo con “pure contrapposizioni verbali” o “vuote invettive”. La stoccata finale e l'insulto politico è evidentemente rivolto a Berlinguer ritenuto un utopista, chiacchierone e velleitario.
L'articolo di Napolitano suscitò un grande dibattito negli organismi dirigenti del P.C.I. e Berlinguer risultò spesso in minoranza, soprattutto in quegli organismi dove, già allora, prevalevano Amministratori di Enti e Istituzioni e i rappresentanti delle potenti Coop rosse. La morte improvvisa del Segretario del Pci determinò un allentarsi della pressione comunista. Della “questione morale” poco si parlò e ancor meno si fece fino a Tangentopoli, nel 1992, quando il Pci non c'era più e il Pds occhettiano la cavalcò un po' strumentalmente contro Craxi, ma senza andare a fondo. In realtà nelle pratiche di governo molte amministrazioni regionali e locali di sinistra sono risultate ammalate dallo quello stesso cancro pervasivo, la corruzione appunto, che al tempo di Berlinguer non si volle combattere ed estirpare.

Oltre la storia. Il mito duraturo di Alessandro Magno (Monica Centanni)

Alla partenza per la spedizione in Asia con un esercito di circa cinquantamila uomini - racconta Plutarco - Alessandro aveva risorse limitatissime; prima di partire però si preoccupò di distribuire, fra gli amici che restavano in patria o che partivano con lui, quasi tutti i beni del suo tesoro regale - terreni e rendite - come risarcimento preventivo dell'incerta campagna. All'amico Perdicca che gli chiedeva che cosa tenesse per sé, Alessandro rispose: le speranze. La speranza trascina Alessandro a tagliarsi tutti i ponti alla spalle, a spostare sempre più avanti la linea del suo orizzonte: non sa fermarsi, non può considerare nessuna tappa, nessuna impresa, come l'ultima della sua avventura.
Ossessione della gloria: come notava Santo Mazzarino, è Alessandro stesso che investe la sua vita e le sue gesta nella costruzione del suo mito. Molto prima di immaginare fin dove arriveranno le sue conquiste, si porta appresso una corte di archivisti, cronisti e storici, testimoni e poeti: perché crede poco alla realtà obiettiva degli eventi, ma soltanto alla durata della loro narrazione. Il mito di Alessandro eccede dalla narrazione della storia che non può contenere in forma le contraddizioni e le speranze - largamente extrastoriche - del personaggio. La gloria di Alessandro fiorisce (forse come lui stesso avrebbe sperato) al di fuori - e in parte contro – i testi più specificamente storici, diventando ben presto un grande mito politico e letterario: documenti veri e falsi si intrecciano alle tradizioni orali, agli aneddoti sulle incredibili qualità fisiche e morali di Alessandro, alle memorie favolose dei reduci tornali a raccontare le meraviglie dell'Oriente: altre luci, altri spazi, altri colori. L'effetto sul reale delle effimere conquiste sarà, soprattutto, un «secondario»: l'ideale cosmocratico avrà un influsso metastorico fondamentale per tutta l'età ellenistico-romana, al punto che tutta la storia costituzionale dell'Impero Romano e le singole vicende dei suoi principes (l'iconografia imperiale, le interminabili gierre contro i Parti «nuovi persiani») potrebbe essere proficuamente letta nella chiave dell'imitatio Alexandri. E nel frattempo, con il consolidarsi del mito, l'immagine di Alessandro acquista un valore magico, oltre che simbolico. Mito culturale, archetipo politico, talismano religioso: la superstizione resiste per secoli, e sopravvive anche all'avvento del Cristianesimo. Alla fine del IV secolo Giovanni Crisostomo ammonisce i cristiani di Antiochia a non portare più al collo e alle caviglie amuleti con l'immagine di Alessandro; l'ultimo tempio dedicato ad Alessandro fu chiuso nel VI secolo da Giustiniano e sostituito con un tempio dedicato alla Madonna.
Ma l'Alessandro del mito sopravvive attraverso il Medioevo: una fortuna straordinaria hanno infatti le diverse versioni del Romanzo di Alessandro. La data della prima compilazione di quest'opera è incerta ma, almeno per una parte dei materiali che confluiscono nella composizione, andrà collocata a una cronologia alta, fra il III e il II secolo a.C., a ridosso dell'impresa storica di Alessandro. Le redazioni greche del Romanzo attribuite allo storico Callistene, nipote di Aristotele, a Esopo, allo stesso Aristotele, si incrociano con la versione latina del IV secolo d.C. di Giulio Valerio, da cui viene tratta nel IX secolo un Epitome, con falsi lardo-antichi e medievali come il Testamento di Alessandro, e la Lettera ad Aristotele sulle meraviglie dell'India, la Collatio Alexandri cum Dindimo (che nel Romanzo è Dandame, il capo dei brahmani gymnosofisti). Il testo di passaggio tra le versioni antiche e quelle medievali è la versione latina da una redazione bizantina del X secolo dell'Arciprete Leo - conosciuta come Historia de Preliis.
A partire da questo ritorno del testo in Occidente il Romanzo è, come è stato notato, il testo che «di tutte le tradizioni uscite dall'antichità greco-romana (fatta eccezione per il Nuovo Testamento) ha avuto la più importante diffusione nel tempo e nello spiazio».
Infinite sono, fino al XV secolo in area occidentale, e anche oltre in area orientale, le redazioni, traduzioni, riduzioni, i rifacimenti della leggenda. Nelle prime versioni medievali alla metà del XII secolo compare, in forma «moralizzata» la figura di Alessandro cavaliere-paladino, prototipo del monarca sapiente e valoroso, spinto ai confini del mondo per dar prova delle sue eccezionali virtù cavalleresche, ma anche per inverare un disegno voluto dalla Divina Provvidenza. Così le redazioni volgari del Romanzo in francese, tedesco, spagnolo, entrano nei cicli epici delle Chansons des gestes insieme alle varie redazioni del Romanzo di Troia, del Romanzo di Tebe, del Romanzo di Enea e gli eroi pagani entrano nelle biblioteche e negli arredamenti (sotto forma di affreschi o arazzi) di tutte le corti, a costituire il modello antico della nuova etica cavalleresca.
La fioritura della leggenda di Alessandro (e la sua fortuna iconografica) ha una data di morte. Nel 1438 l'umanista Pier Candido Decembrio volge in volgare la Vita di Alessandro di Curzio Rufo: quella «storia», insieme alla biografia plularchea, e al testo di Arriano (che presto verrà riscoperto) viene considerata la «vera» storia di Alessandro: da un punto di vista umanista, il recupero delle fonti «classiche» fa piazza pulita delle versioni leggendarie (considerate, a torto, tutte medievali) e si ricostruisce una biografia più seria e attendibile, l'unica a cui si riconosce l'autorevolezza dell'antichità.
Dalla fine del Quattrocento, comunque, nella letteratura e nell'iconografia la storia di Alessandro si disincanta, il suo mito, a poco a poco, si sfata. In campo artistico egli viene denudalo delle vesti medievali o «moderne» con cui compariva nelle pitture e negli arazzi. Nella pittura rinascimentale matura e fino a tutto il Settecento il Re Macedone verrà rivestito di vesti «antiche» e ritratto non più negli episodi della sua leggenda, ma come condottiero alla testa dei suoi eserciti nelle grandiose battaglie, o in alcuni episodi aneddotici tratti da I.uciano, Plinio o da Plutarco, che diventano topici esempi di magnanimità regale. L'Alessandro della leggenda, dunque, per molti secoli scompare quasi completamente dall'orizzonte culturale della letteratura e dell'arte occidentale. Dopo la riscoperta storica di Droysen, l'inventore del termine «ellenismo», alla fine del secolo scorso Giovanni Pascoli dedicava all'eroe «dagli occhi di diverso colore» una poemetto - l'Alexandros - che gronda di lamentosa retorica tardo-romantica, ma ha il merito di recuperare alla letteratura un'immagine di Alessandro meno rigida e antipatica di quella restituita dai manuali scolastici. Sul piano della ricerca filologica il recupero dell'Alessandro perduto prende avvio alla metà del Novecento dai fondamentali studi di Rheinold Merkelbach sulle fonti del Romanzo, ricomincia a farsi strada, anche nel campo degli studi, un interesse crescente per i testi letterari e iconografici che compongono la figura del re leggendario arrivato ai confini del mondo. In ambito accademico si segnalano a partire dagli anni ottanta le pubblicazioni di Lorenzo Braccesi e della sua scuola sui vari «ultimo Alessandro» nelle tradizioni occidentali e, più di recente, alcune pregevoli pubblicazioni in facsimile di manoscritti medievali. Il mito di Alessandro diventa protagonista di ambiziosi progetti editoriali: alle innumerevoli storie di Alessandro in Occidente e in Oriente è dedicato il progetto monumentale della Fondazione Valla/Mondadori, per la quale sono apparsi sinora Alessandro nel Medioevo occidentale (1997) e le Storie di Alessandro Magno di Curzio Rufo in dieci Libri, col testo critico a fronte (il secondo dei due volumi, con commento scientifico di J. E. Atkinson e la traduzione di Tristano Gargiulo, è uscito quest'anno).
Ma è negli ultimi decenni di questo secolo che il fantasma di Alessandro sembra riacquistare la sua lucentezza, ancora carico di tutta l'energia del mito. Specie dopo il fortunato ritrovamento delle tombe macedoni nel palazzo reale di Verghina, in Macedonia, si rinnova l'interesse per i reperti alessandrini, in mostre archeologiche lanciate come eventi di largo richiamo (tale è stata Alessandro Magno. Storia e mito, organizzata a Palazzo Ruspoli a Roma dalla Fondazione Memmo, tra il 1995e il '96). Ma non solo. Se l'Alessandro fiabesco - figura del coraggio e dell'avventura - non era mai scomparso nella tradizione orale delle fiabe e nel folklore greco e mediterraneo, ricompare ora in canzoni popolari. Ad Alessandro, alle sue paure e al suo sfondamento dell'orizzonte, dedica il testo di una canzone - un po' troppo «pascoliano» e intriso di malinconia lardo-romantica - il cantautore Roberto Vecchioni, Alessandro e il mare (1992). Anche nella letteratura neo-prosopografica Alessandro ritorna protagonista. Una buona risposta del pubblico di lingua inglese ha avuto la trilogia della scrittrice Mary Renault, che abilmente sfrutta e amplifica la traccia narrativa degli amori di Alessandro, giocando implicitamente sul riferimento alle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: proprio ad Antinoo si ispira il |personaggio di Bagoa, protagonista di The Persian boy, l'unico volume della serie tradotto in italiano (Il ragazzo persiano, Milano 1985). Notevole anche il successo di pubblico di lingua tedesca della biografia romanzata di Gisbert Haes, Alexander (Zurich 1992, Munchen 1994). Recentemente, con un grosso investimento nel lancio pubblicitario, è stata proposta da Mondadori in edizione popolare una serie di romanzi, dall'infanzia alla morte di Alessandro, che hanno avuto un ampio lancio anche televisivo e un ottimo successo di pubblico: Valerio Massimo Manfredi, Alexandros. Il figlio del sogno. Di tutt'altro livello, per il pregio di scrittura, per il soggetto e per il taglio narrativo, era stato il racconto di Amo Schmidt (1959) sull'avvelenamento di Alessandro da parte di Aristotele, tradotto anche in italiano: Alessandro o della verità (Torino, 1965).
E proprio a quegli anni, in cui non si era ancora inaugurata la moda di Alessandro, sono da ascrivere le pagine poetiche dedicate all'eroe da Giorgio Colli. Così in La Ragione errabonda, fra gli appunti e gli aforismi, troviamo questi suoi versi straordinari: Ares infiamma il mio sangue / distillando immagini convulse // [...] / Piombo fuso è l'acqua dell'Eufrate /si tuffa il sole nel fiume //fugge la luce dal mio sguardo // [...] / Tintinnerà l'aureo pendaglio / sulle gambe delle schiave / domani, nel silenzio / del corteo funebre, / se Dioniso avrà sciolto l'affanno / dal mìo corpo, inutile ormai, / e profumi dell'India / si leveranno dal rogo / sulle calde onde dell'Eufrate. / Quello che ho visto morirà con me. [...].

Così attraverso i secoli di una lunga storia ricompare l'Alessandro del mito e la sua voce è, nuovamente, quella dell'ansia, della sete tutta filosofica dell'altrove, della cerca infinita. Ma il valore più alto cui egli tendeva - la risonanza del nome trasmessa nei millenni nonostante le lunghe pause silenti della storia - è, come voleva, ancora immortale.

alias-il manifesto, 2 dicembre 2000

Caporetto 1917. La borghesia contro il "nemico interno" (Lucio Villari)

La mattina del 24 ottobre, all'inizio dell'offensiva, su Tolmino, Plezzo e Caporetto gravava una nebbia fittissima, eccezionale: un muro piovigginoso che salvò la vita a migliaia di soldati italiani perché il nemico fu costretto a rinunziare ai gas asfissianti. Ma le dense nubi stagnanti permisero alle divisioni austriache e tedesche di avanzare tranquillamente fino a confondersi addirittura con le nostre truppe e a provocare quello che un testimone autorevole, Angelo Gatti, definì «uno dei più improvvisi e vasti disfacimenti di eserciti che ricordi la storia».
Le battaglie si possono perdere in tanti modi, ma in quei giorni a Caporetto avvenne qualcosa di simile all'8 settembre 1943. I soldati che Cadorna si affrettò a definire (in un bollettino che non si ebbe nemmeno il coraggio di pubblicare integralmente) dei «vili», non erano, in fondo, che persone ingannate e violentate dai loro comandi, che essi odiavano più del nemico e della guerra stessa.
Alla Camera dei deputati riunita in «comitato segreto» il ministro della guerra dirà qualche giorno dopo: «Era una folla, non indisciplinata, ma soprattutto incosciente, dimentica del passato, noncurante dell'avvenire, che collo sguardo atono moveva per le grandi strade, senza sapere né dove andasse né perché. Chi ha veduto quelle colonne non le dimenticherà mai! Invano si cercava in quegli occhi un lampo di vita, invano un sintomo di coscienza, fosse pure quella del ribelle!».
Di fronte a quel che rappresenta Caporetto è difficile chiedere allo storico un giudizio perentorio, anche perché dalla disfatta, che appariva irrimediabile, si giunse, un anno dopo, alla vittoria. Ma nessuno storico può negare che nei mesi successivi a Caporetto si cancellarono le speranze che la classe dirigente e la società italiana nel suo complesso potessero trasformarsi, aprirsi a quelle esigenze di giustizia sociale e di democrazia che il 1917 aveva visto esplodere in quasi tutti i paesi d'Europa coinvolti nella guerra.
E' assurdo quindi vedere Caporetto come l'episodio di una grave crisi militare. Esso fu molto di più, fu la manifestazione di una crisi politica e sociale di vaste proporzioni che era maturata nel seno stesso della guerra e che riesploderà puntualmente nel dopoguerra, coinvolgendo tutta la nazione. In tal senso la rotta del 1917 e la vittoria del 1918 non sono che le facce di una stessa medaglia. Anzi proprio la ripresa militare servì a completare e perfezionare il colpo di Stato del maggio 1915 che aveva costretto l'Italia a entrare, recalcitrante, nel conflitto. Con la differenza che, mentre nelle «radiose giornate» i fronti contrapposti erano tra neutralisti e interventisti (e all'uno o all'altro appartenevano indifferentemente conservatori e progressisti), nel 1918 la contrapposizione fu più sottile e si precisarono meglio i ruoli di classe. Soprattutto nei termini di una «riscossa» della borghesia che puntò sulla propria unificazione ideologica e politica esclusivamente in funzione antisocialista.
Il primo segnale di questo processo si ebbe già alla fine del 1917, nel corso di uno dei «comitati segreti» della Camera: alla richiesta pressante della sinistra di individuare le responsabilità politiche e militari di Caporetto e di promuovere un'inchiesta pubblica, la risposta fu la creazione di un «fascio di difesa nazionale» (sostenuto dal governo) che raccolse subito l'adesione di 158 deputati liberali e conservatori. L'iniziativa fu esaltata, ad esempio, da Giovanni Amendola proprio perché essa serviva, secondo le sue parole, a bloccare l'azione e il rilancio dei socialisti.
La sinistra, il movimento operaio erano ora il «nemico interno» (l'espressione fu coniata a proposito) da sconfiggere alla stessa stregua di quello esterno: così si esprimevano, nel dicembre 1917, ottanta patriottici professori dell'Università di Roma. E ciò mentre, di fronte al disastro di Caporetto, le voci contro la guerra tacevano anche a sinistra e da parte dei lavoratori e dei sindacati non si ostacolavano in alcun modo i progetti di riorganizzazione strategica e logistica dell'esercito. Evidentemente l'occasione era troppo importante per le forze della conservazione per non tentare l'identificazione tra la difesa del territorio nazionale e la difesa di precisi interessi sociali ed economici.
Certo, incombeva l'ombra allarmante della rivoluzione russa, scoppiata nei giorni di Caporetto, ma in che chiave leggere (ecco un altro esempio) quanto scriveva nel suo diario, il 10 novembre 1917 un membro del governo, l'industriale Silvio Crespi? «La situazione alimentare è disastrosa. Nelle Calabrie non c'è più pane da quindici giorni. Da tutti i prefetti giungono telegrammi che chiedono farina per pane. Alcuni fanno balenare il pericolo di una rivoluzione. Rispondo che chiederò l'applicazione della legge marziale ovunque si accenni a rivoluzione». Chi parlava così non era il ministro dell'interno, ma il Commissario degli approvvigionamenti e consumi, cioè colui che più di ogni altro avrebbe dovuto comprendere i bisogni immediati di una delle regioni più povere e più decimate, nei suoi uomini migliori, dalla guerra. Ma l'industriale e l'uomo di governo si erano fusi perfettamente.
La rotta di Caporetto è dunque uno spartiacque politico e ideologico di grande rilievo nella storia non soltanto della guerra. Sappiamo bene quanti rivolgimenti provocò quel conflitto nell'Europa e nel mondo e non vogliamo quindi ingigantire il caso italiano. E' un fatto però che la borghesia italiana, che pure, negli anni precedenti, aveva mostrato in alcuni suoi settori (della cultura, della produzione, della politica) una certa sensibilità e duttilità nei confronti dei problemi più gravi dello sviluppo civile e sociale del paese, fa, dopo Caporetto, una autocritica: ma in negativo. Sarà la fine di molte illusioni, tra cui quella (come confermerà il fascismo qualche anno dopo) che l' Italia potesse diventare un paese meno squilibrato e più democratico.


“la Repubblica”, 23 ottobre 1977

Houdini. L'illuminista in catene (Enzo Di Mauro)

La mente di Harry Houdini - come il suo corpo piccolo e muscoloso - non sopportava le catene e le gabbie. Era una mente velocissima e funambolica, riflessiva e potente, bagnata nell'acido della ragione pietosa e compassionevole che ogni cosa spiega e abbraccia. Non la fede, bensì il trucco faticoso e sorridente presiedeva il mondo, per quest'uomo sempre in fuga, oppure l'illusione governava un metodo (uno stile, dunque) costruito sul rigore, la disciplina, la temerarietà, la sfida e l'avventura al servizio dell'altrui incanto e insieme del proprio irriducibile disincanto. Houdini era un maestro, naturale ed elegante, della forma che non tollerava le foorme date, ovvero, intanto, claustrofobiche, virginali, sentimentali, onnipotenti. Le visioni orfiche o misteriosofiche o aurorali del mondo, inoltre, lo immalinconivano e lo irritavano. Difatti venerava la sottigliezza compositiva di Edgar Allan Poe, ossia (insieme a Baudelaire) il cuore dolente, aperto, terribile, indifeso del moderno. Per Houdini la folla era sgomento o attrazione, gelo e tepore.
Edgar L Doctorow, nella prima parte di Ragtime (1975), glorifica e storicizza l'«artista della fuga» e della velocità, il «divo del varietà» (il più grande e generoso di lutti), l'illusionista dalla vita «assurda» capace di accettare «ogni sorta di cattività» solo per poter evadere, come un emblema di quell'avvio di secolo. Lo scrittore americano ama in Houdini l'ebreo proveniente dalla vecchia Europa (era nato a Budapest il 6 aprile del 1874, si chiamava in realtà Erik Weisz), la creatura errante, l'emigrato (sbarcò negli Stati Uniti nel 1878), l'uomo il quale, benché figlio di un rabbino, non ci pensa due volte a sposare la cattolica Wilhelmina Beatrice Rahner (1876-1943) detta Bess, cantante-ballerina, la compagna di tutta la vita, l'unica, se si esclude l'intermittente relazione con la dolcissima Charmian Kittredge, cioè la seconda moglie di Jack London (lei lo chiamava Magie; «non lo dimenticherò mai», aggiungeva nel diario quasi a ogni pagina, sia in vita che in morte del «fuggitivo» e dell'assente da ogni luogo, morte avvenuta il 31 ottobre del 1926). Ma Doctorow, di Houdini, ama lo strenuo illuminismo e, ancora, lo spartachismo della felicità: «II suo pubblico era formato da povera gente - cocchieri, venditori ambulanti, policemen, bambini». Ma anche da Teddy Roosevelt, dallo Zar di tutte le Russie («quando lasci la Russia ti senti come se fossi veramente uscito da una sorta di leggera prigionia», annotò nel diario con la composta ironia di chi è abitualo a evadere da ogni cella) e dall'arciduca Francesco Ferdinando.
Dunque, Houdini scappava sempre. Dalle catene, dalle camicie di forza (e appeso a testa in giù da un grattacielo), dalle casseforti, dalle manette e dalle casse di legno inchiodate e calate nelle acque gelate di un fiume di Detroit. Un dizionario del 1920 include un nuovo verbo, «to houdinize», ossia «liberarsi o districarsi da restrizioni, legami e simili». Voleva beffare la morte e resistere oltre ogni resistenza. Si preparava con meticolosa serietà: «7 gennaio, caspita, fatto un bagno freddo! - 9 gennaio, fatto bagno dieci gradi - 10 gennaio fatto bagno freddo, nove gradi - 16 gennaio, l'acqua è a circa due gradi». Murato e sepolto vivo. Houdini doveva superarsi sempre anche per difendersi dagli imitatori. Capiva, certo, perché aveva conosciuto la povertà.
Era stato mendicante, sciuscià, strillone, equilibrista, trapezista, contorsionista, fattorino, commesso, operaio. Nella lunga gavetta in locali miserabili incontrò Buster Keaton, divenendone amico. Poi fece l'aviatore (andò in volo, per primo, in Australia), lo scrittore, l'attore (tra gli altri con Méliès), il regista, il collezionista d'arte. La biografia di Massimo Polidoro (Il grande Houdini, Piemme) è ricca di particolari, onesta, appassionante, epica quanto basta. L'autore si sofferma sulle fatiche immense alle quali il «mago» si sottoponeva. Ecco una lettera del 1901 all'amico medico: «Sono 11 anni che ogni giorno, immancabilmente, devo sopportare gli stessi sforzi; i miei nervi sono tutti consumati e io non mi sento tanto bene: le preoccupazioni e le tensioni perpetue cominciano a farsi sentire e ho paura che se non mi riposo tra poco sarò distrutto». Da due anni il successo di Houdini era diventato internazionale. L'Europa lo aveva accolto come una divinità, da Parigi a Mosca. Gli si chiedono imprese impossibili. Nel 1916, la settantaduenne Sarah Bernhard lo implora di farle ricrescere la gamba amputata. Harry non ha parole. Ormai è sicuro almeno di una cosa: il mondo è un manicomio pieno di ingenui creduloni e di ciarlatani.
Polidoro si sofferma a lungo sull'incontro cruciale di Houdini con sir Arthur Conan Doyle, avvenuto a Londra nel 1920. L'illusionista ammirava l'intelligenza analitica e il disincanto del celebre personaggio creato dallo scrittore inglese. Baker Street è un sogno, Sherlock Holmes un modello oppure un siero, una medicina contro i veleni dell'irrazionalismo. Ma Conan Doyle, che aveva perduto il figlio Kingsley in guerra, ormai credeva ciecamente allo spiritismo e, in Houdini, cercava conferme circa la propria fede nell'occulto e negli ectoplasmi. Conan Doyle, annota Houdini nel diario, «era dolce e gentile come nessun altro mortale cui sono stato vicino». Conan Doyle, da parte sua, credeva che l'illusionista fosse in grado di smaterializzarsi. Gli scrive: «La mia ragione mi dice che lei ha questo meraviglioso potere, perché non ci sono altre alternative». Houdini ne resta affranto. Nel 1922, lo scrittore si reca in America per una serie di conferenze e porta all'amico alcune foto di ectoplasmi. Houdini esegue un giochetto per bambini, cioè fìnge di staccarsi la falange del pollice per poi riattaccarsela. La moglie di Conan Doyle quasi sviene, il consorte rimane sbalordito. «Non essendogli mai stati insegnati gli artifici dell'illusione - annota Harry, intenerito e sconsolato - approfittare della sua fiducia e ingannarlo era la cosa più semplice del mondo». Conan Doyle rassicura l'amico. «Nessuno può ingannarmi». Il rapporto tra i due, rispettoso e ambiguo, finirà per guastarsi quando la battaglia di Houdini contro i medium si farà senza quartiere. A un certo punto, Houdini definirà Conan Doyle «una minaccia per l'umanità».

Quando Houdini muore (nel 1926), lo scrittore (che gli sopravvive di quattro anni) riconosce di averlo ammirato «immensamente». George Bernard Shaw, in una sua ideale classifica, accosta l'uomo sempre in fuga, ormai evaso per sempre dalla vita, a Sherlock Holmes e non certo al credulone Conan Doyle. Girò voce che in punto di morte, rivolto alla moglie, Houdini avrebbe detto: «Non preoccuparti. Se ci sarà una maniera di evadere, io la troverò». Se veramente pronunciata, questa frase fu l'ultimo e supremo respiro di una consolazione e di una compassione che sentiva di dovere alla donna amata.

alias - il manifesto, 7 aprile 2001

Memorie. La guerra libica di Enver Pascià (Giampaolo Calchi Novati)

Enver Pascià (1881 - 1922)
Malgrado i risorgenti tabù, la nostra cultura è ancora in grado di presentare e studiare l'«altra parte» di quel mondo, «terzo» per posizione e definizione, con cui il Nord, e quindi anche l'Italia, si trova di nuovo ai ferri corti. Si tratta proprio della Libia, negli anni della guerra di conquista del 1911-12. L'interlocutore è quell'Enver, promosso sul campo da Bey a Pascià per i suoi meriti di condottiero, inviato in Libia dal califfo ottomano per organizzare la guerriglia anti-italiana nella zona di Derna. Un «nemico», oggetto come tale, allora, di denigrazione e apprezzamenti offensivi da parte della stampa italiana, e che emerge invece dalle pagine del suo diario come un combattente motivato ed equilibrato: partì dalla Libia nel novembre 1912 senza essere stato sconfitto, scavalcato dalla pace firmata con l'Italia a Ouchy dalla Turchia e preoccupato dagli avvenimenti che minacciavano ormai direttamente la sopravvivenza della stessa Turchia.
Il diario di Enver (Enver Pascià, Diario della guerra libica, a cura di Salvatore Bono, Cappelli, 1986) uno dei leaders dei «giovani turchi», membro del triumvirato che governò la Turchia dal 1913 alla sconfitta nella guerra, è tradotto e riproposto da Bono partendo dal testo tedesco, che è forse l'originale o una trascrizione, ma che in ogni modo è l'unico testo disponibile, da cui sono state ricavate anche le recenti traduzioni in turco e in arabo. Occupa uno spazio temporale di poco più di un anno, dal 4 ottobre 1911 al 25 novembre 1912. Sullo sfondo della guerra — condotta secondo la tattica che sarebbe poi divenuta abituale ai movimenti anticoloniali — c'è la descrizione di un popolo che attraverso la resistenza cerca di diventare nazione e Stato. Il Gran Senusso, con cui Enver stabilisce un rapporto più che cordiale, era pronto a fornire una guida insieme culturale e spirituale. Enver è un turco, quasi un occupante lui stesso, ma sopperisce con gli ideali panottomani e panislamici, fino ad identificarsi con la «patria» libica, rivalutando giorno dopo giorno i valori degli arabi, verso cui verosimilmente la sua educazione «europeizzante» non lo predisponeva bene.
La psicologia che le pagine di Enver rivelano è ovviamente complessa. Che faceva l'ex-addetto militare dell'Impero Ottomano a Berlino, e animatore del Comitato unione e progresso, nel deserto della Cirenaica? Una delle ultime notazioni è rivelatrice: «Da una parte non posso abbandonare questo paese, dall'altra non posso nemmeno mancare alla mia patria, che ha urgente bisogno di me». Donde un proposito in qualche modo rivoluzionario:«Costituirò qui un piccolo Stato indipendente». In questa vocazione all'indipendenza, al limite anche contro l'Impero Ottomano ormai al tramonto (ma Enver era tutt'altro che rassegnato alla sua sparizione), sta la «modernità» del pensiero di Enver Pascià. Nello stesso tempo, però, quella trasposizione di ruoli tradisce le carenze della risposta che la Libia in quanto tale era in grado di opporre alla violenza che le veniva portata dall'Italia. E il fallimento - vent'anni dopo — della resistenza senussita non sarebbe stato sufficiente a colmare tutti i vuoti.
Sulle colpe dell'Italia l'autore del diario non ha nessun dubbio. Enver arriva anche ad inquadrare l'aggressione in una dimensione che, sia pure entro confini un po' unilaterali (gli interessi del Banco di Roma), mira all'imperialismo. Verso gli italiani che combattono in Libia il giudizio dovrebbe essere obiettivo: i soldati sono vili perché non combattono (ma non è poi un male se quei «poveri» mandati a combattere contro altri poveri si tirano indietro), gli ufficiali sono capaci, manca una strategia unitaria. Più severa è la sua opinione per l'Italia ufficiale che arriva in Libia attraverso i suoi organi di stampa e la propaganda:«Mentono e svisano tutto; ma non val la pena di prendersela». Solo gli arabi comunque hanno diritto di dire che si battono per l'onore (della patria e dell'Isiam).
C'è un altro punto su cui la critica di Enver precorre i problemi. La difesa dell'indipendenza, della Libia o dell'Impero Ottomano, comporta di far guerra all'Europa, o meglio di reagire alla guerra che esporta l'Europa, ma l'Europa è anche la fonte di una «civiltà» a cui Enver personalmente e con lui l'élite che egli rappresenta è sensibile. Per certi aspetti è un conflitto contro natura. Ma inevitabile. Così come inevitabile appare a Enver — dalla sua prospettiva di «resistente» a fianco degli arabi — la degradazione della civiltà arabo-islamica che il contatto con l'Occidente finirà per provocare.

Poco più di un'intuizione, ma il dramma del colonialismo (e della decolonizzazione) non avrebbe più lasciato la sfortunata terra libica.

"il manifesto", ritaglio senza data, ma 1986

Dopo Caporetto. Ferruccio Parri nella Grande Guerra (Daniela Pasti)

Ferruccio Parri
Quando al Comando Supremo cominciarono ad arrivare le notizie della rotta di Caporetto, il capitano Ferruccio Parri si trovava a Verona, presso lo stesso comando, dove istruiva duecento ufficiali scelti, in un corso di addestramento rapido. Aveva ventisette anni, la guerra gli aveva già procurato brutte ferite e un inizio di congelamento ai piedi guadagnato durante l'inverno del '15 sul fronte dell'Isonzo, oltre a tre medaglie d'argento; presto sarebbe diventato maggiore per meriti di guerra. Una piccola fotografia ingiallita lo mostra in quegli anni: in divisa da maggiore, completo di berretto, quattro striscioline attaccate alla manica della giacca per indicare altrettante ferite ricevute, gli occhi neri pensosi, le guance ancora paffute, i corti baffetti: un'aria più dolce che marziale, più da intellettuale che da soldato, malgrado la divisa.
«Alla notizia di quello che stava succedendo», racconta il senatore Parri, «ci spedirono tutti di gran corsa nei vari settori di combattimento, a me toccò la zona a nord di Treviso. Il fronte nella zona montana fra le Alpi Carniche e l'Isonzo era considerato strategicamente importante per raggiungere Trieste con una manovra di aggiramento; ma era un fronte difficilissimo da tenere per i nostri soldati, e Caporetto ne costituiva in qualche modo la cerniera. Caduta Caporetto, tutto il fronte fu travolto. Noi dovevamo cercare di arginare la fuga, ma si rivelò un'impresa disperata: per un raggio di centocinquanta chilometri tutto quello che era italiano si stava dando a un fuggi-fuggi generale. La linea di combattimento arretrò così precipitosamente, che ad un certo momento mi trovai a combattere sul Piave. Il morale degli uomini, soldati e comandanti, era distrutto, tanto che anche il Piave sembrava indifendibile. Lì, nonostante io fossi ufficiale di complemento, dovetti prendere il comando della zona, perché il comandante e il suo vice erano scomparsi. Così io tenni la parte bassa del fronte, mentre l'altra metà dello stesso fronte, più in alto, era comandata dal durissimo Lemaitre, lo stesso che poi mi ritrovai davanti in veste di accusatore quando nel '42 dovetti comparire di fronte al tribunale speciale. In quei giorni la maggior parte degli ufficiali era del parere che si dovesse abbandonare Venezia e ripiegare verso Padova ».
Parri rimane un istante pensieroso, a sessantanni di distanza il ricordo più vivido di quei giorni è rimasto quello di fughe disperate, di disperati tentativi di fermarle. «I soldati fuggivano con tutta l'ira accumulata in tre anni di guerra terribile, tre anni di sofferenze indescrivibili, e per loro, immotivate. Bisognava afferrarli per le braccia, per le spalle, cercare di trattenerli in tutti i modi».
Moltissimi furono i processi e molte le fucilazioni. Furono presi dai carabinieri anche due miei soldati», ricorda Parri. «Si fece il processo e io fui designato a difenderli. Uno dei due disse di essere scappato per andare a trovare la moglie che aveva appena avuto un bambino. Io li difesi a lungo con rabbia, mi sembrava impossibile non riuscire a convincere i giudici che quei due poveretti dovevano essere salvati, ma i giudici mi guardavano con occhi vuoti, assenti, mentre i soldati mi fissavano con disperazione».
Continua: «Visto dal fronte, e anche dal comando supremo, il difetto più grave di quella guerra non era tanto la mancanza di armi, quanto l'incapacità dell'esercito italiano di darsi un'organizzazione, la mancanza di coordinamento, gli ordini contraddittori, dovuti alle rivalità fra i comandanti e alla impreparazione dello Stato Maggiore. C'era stata molta leggerezza da parte del governo nel dichiarare l'entrata in guerra, e nei primi anni scontammo questa mancanza di preparazione. Cadorna aveva la sua parte di colpe, anche se aveva trovato un esercito in uno stato penoso di inefficienza».
Le cose sarebbero migliorate con l'arrivo di Diaz: trasferito al Comando Supremo nell'Ufficio Operazioni diretto dal colonnello Ugo Cavaliere, Parri partecipò alla preparazione dei piani per la battaglia di Vittorio Veneto. In un suo scritto pubblicato su “L'Astrolabio” racconterà di aver capito che questa cittadina sarebbe stata scelta come punto centrale dell'offensiva. Il giorno che Diaz entrò nella sua stanza, si avvicinò con altri ufficiali alla grande carta geografica appesa alla parete e esclamò con il suo accento napoletano : « Addò sta stu cazzo 'e Vittorio Veneto ».
Chiedo ora a Ferruccio Parri: «Lei, senatore, prima della guerra era stato un interventista convinto, cambiò parere poi, mentre si trovava in trincea? ».
«Bisogna capire in che cosa consistette l'interventismo che allora animò grandi masse di giovani. C'erano quelli che sentivano odore di polvere e di gloria, che erano ansiosi di misurarsi sui campi di battaglia, ma per molti di noi, me compreso, quella doveva essere una guerra combattuta per l'indipendenza dei popoli soggetti a Francesco Giuseppe. Eravamo pieni di fervore libertario, volevamo batterci per la sovranità di queste nazioni, molte delle quali amiche. Io sostenni questo punto di vista con i miei soldati, all'inizio della guerra, e ottenni la loro comprensione, anche se non l'approvazione. Poi capii che cosa era la guerra in generale, e cosa era la guerra per un popolo non preparato a farla».


“la Repubblica”, 22 ottobre 1977  

Ortoprassi. Enzo Mazzi e il valore dell'eresia (Giovanni Franzoni)

Enzo Mazzi
Un ricordo di Enzo Mazzi, in occasione della sua morte. (Dom) Franzoni che ne è l'autore fu un altro prete di sinistra di primo piano: benedettino, abate di San Paolo fuori Le Mura, ridotto dalla gerarchia allo stato laicale, fu animatore della rivista Com-Tempi nuovi e dei Cristiani per il socialismo. Nell'articolo egli nega che nel dissenso di Mazzi abbiano peso questioni teologiche o dottrinali e tende a valorizzare le differenze sul piano della prassi: Chiesa dei poveri v/s Chiesa del potere. (S.L.L.)
Giovanni Franzoni, quand'era abate.
Parleremo ancora a lungo di Enzo Mazzi perché la sua testimonianza è difficilmente riconducibile a una sola e inflessibile interpretazione. Con la consapevolezza della possibilità di sbagliare, mi assumo perciò la responsabilità di sciogliere la contraddizione, per me apparente, fra Enzo degli anni ’70 e l’autore del libro Il valore dell’eresia.
Ricordo che 40 anni or sono Enzo raccomandava a se stesso ed alle Comunità di base di non farsi incastrare nelle discussioni teologiche, correndo il rischio di passare per eretiche, negando o relativizzando l’una o l’altra delle dottrine cattoliche che passavano per opinioni comuni fra i teologi, prossime alla fede.
La paura di Enzo ai primi passi del movimento delle Comunità cristiane di base in Italia era proprio quella di estenuarsi in dibattici teologici eludendo il nodo principale che era quello di contestare alla chiesa cattolica romana, istituzionale e gerarchica, una prassi di vita del tutto contraddittoria con quanto appariva evidente nelle lettere di Paolo, nei Vangeli e nella prassi delle Comunità delle origini, prima che l’imperatore Teodosio dichiarasse il cristianesimo religione dell’impero e prima ancora che l’imperatore Costantino, dopo avere emesso un editto di tolleranza nei confronti dei cristiani, si fosse preoccupato della loro identità cominciando a promuovere l’ortodossia della “grande chiesa”.
Chi legge il libro di Enzo sui valori dell’eresia condivide perfettamente l’appassionato consenso con il pensiero dinamico, creativo, critico e contestuale che la gerarchia ha condannato come eretico. Ma chi prende in considerazione, uno per uno, gli esempi di eretici di cui parla Enzo, scopre che in essi non ci fu mai nulla di eretico, se per eretico si considera un pensiero che oppone all’ortodossia della Chiesa gerarchica un’altra ortodossia. Da Origene fino a Theillard De Chardin nessuno di questi ha voluto essere considerato eretico ma ha sempre pensato che la propria riflessione filosofico-teologica fosse una libera esercitazione. Origene parlava insistentemente di gymnasìa con la quale il credente rifletteva sulla fede in Gesù crocifisso e risorto e nel flusso creativo di grazia, che veniva dal Padre, e attraverso il Figlio nello Spirito Santo, riconduceva i credenti all’unità ricostituente l’armonia del creato.
Ma Giordano Bruno? Nella ricorrenza del quarto centenario del suo martirio la chiesa cattolica romana, aprendosi a pentimenti verso errori del suo passato, ribadiva anche in occasione del giubileo del millennio, pur deplorando il rogo, che fra l’altro oggi sarebbe anacronistico, che Giordano Bruno era stato un eretico impenitente. In verità Giordano Bruno davanti all’inquisizione di Venezia e poi anche davanti a quella di Roma si dichiarò sempre disponibile a riconoscere come opinabili o addirittura erronei i suoi dubbi sulla proprietà del linguaggio teologico nel definire persone le ipostasi della Trinità, la verginità di Maria, o la transustanziazione del pane in corpo di Cristo. L’unico punto su cui non volle cedere, meritandosi il rogo, fu il suo pensiero filosofico sulla infinità degli universi e quindi sull’impossibilità che gli universi avessero un centro. Vano, quindi, lo sforzo di Copernico di spostare i movimenti cosmici del sistema tolemaico geocentrico a quello affermato da lui eliocentrico: l’infinito non può avere un centro.
Certo Roma si sentì colpita al cuore davanti all’affermazione che non essendoci un centro dell’universo, la stessa autorità della curia veniva scagliata in periferia, ma questa è eresia? Questo oscura la chiarezza del messaggio evangelico?
Qual è dunque la linea di riferimento nella mente di Enzo per trovarsi sempre al seguito di Gesù su un cammino di salvezza dei poveri, dei senza voce, dei diseredati e dei perseguitati? Non è un’altra ortodossia da opporre all’ortodossia e alla sacralizzazione del pensiero, dei gesti rituali, dei servizi e dei carismi ma una ortoprassi che giorno per giorno veglia sulla fedeltà del discepolo nel seguire l’Evangelo.


“il manifesto”, 25 ottobre 2011

Gli ultimi giorni di Cartagine (Clara Valenziano)

Il porto di Cartagine - Ricostruzione
La collina si chiama Byrsa. E' l'antica acropoli di Cartagine. Da un lato degrada verso il mare (i due piccoli stagni, laggiù lungo la riva, sono i famosi porti punici); dal lato opposto è isolata da lagune. In fondo alla laguna più grande c'è Tunisi, bianca. Da Tunisi si arriva a Cartagine lungo una sottile striscia di terra in mezzo alle acque basse, che sanno lievemente di marcio e sono popolate di fenicotteri. Su questa collina gli archeologi francesi hanno ricercato a lungo la massiccia cinta di mura interne, poste a difesa della rocca, e il tempio aereo del dio Eschmun, al quale si arrivava - dicono gli scrittori che visitarono la città alla vigilia della sua caduta - salendo sessanta ripidi gradini, e dove, nel 146 a.C., si svolse l' ultimo atto della tragedia di Cartagine.
Ora, a scavi ultimati, ecco il responso degli studiosi francesi: non rimane più niente dei monumenti dell'antica acropoli cartaginese, perché i romani, quando ricostruirono la città, ne decapitarono la vetta, la spianarono per formare un largo terrazzamento su cui erigere, secondo l'usanza romana, un vasto foro e un'imponente basilica (il foro si trova in buona parte sotto la chiesa costruita in onore del re francese Luigi IX, che morì qui, nel 1270, durante una crociata. La basilica è stata riportata alla luce).
In compenso, la terra rimossa dalla vetta, usata per ampliare i fianchi della collina, ha sotterrato e protetto un intero quartiere punico che gli archeologi francesi hanno appena finito di scavare. E' un quartiere di strade strette e di piccole case a molti piani, addossate le une alle altre. Un robusto muro di fondazione di un edificio romano, che in parte l' attraversa, oggi fa quasi da belvedere sulla voragine del riemerso quartiere dei vinti.
Da qui, alzando gli occhi verso il mare, si domina lo scenario in cui si svolse il dramma finale di Cartagine, che ebbe un testimone d'eccezione: lo storico Polibio, il quale si trovava al seguito di Scipione l'Emiliano. Quando, nel 149, Roma dichiarò per la terza volta guerra a Cartagine, la città non si fece la minima illusione e offrì immediatamente la resa. I romani chiesero in ostaggio i bambini delle famiglie più in vista. Gli ostaggi vennero consegnati. Poi venne la seconda richiesta: la città doveva essere disarmata. Le armi vennero consegnate. Infine arrivò l'ordine sleale e crudele: i cartaginesi dovevano abbandonare la città, Cartagine sarebbe stata rasa al suolo. A questo annuncio, pazzi di rabbia, i cartaginesi si ribellarono: uccisero gli ambasciatori romani e anche i magistrati locali che avevano consigliato di consegnare ostaggi e armi; chiusero le porte; si barricarono dietro le mura e resistettero per tre lunghi anni.
La situazione si era ormai fatta imbarazzante per Roma che, nel 146, inviò sul posto Scipione l'Emiliano. Questi rafforzò l'assedio dalla parte delle lagune e del mare e isolò completamente la città: fame e malattie cominciarono ad aprire grandi vuoti tra i difensori. Alla fine di marzo, Scipione ruppe le difese cartaginesi dalla parte più debole: le mura che proteggevano il porto. Ci vollero tuttavia sei giorni di aspri combattimenti, casa per casa (anche nel quartiere che sta qui sotto) prima che i romani riuscissero ad arrivare alla cittadella. Nell'acropoli si erano rifugiate circa 50.000 persone; un numeroso gruppo stava nel tempio. Quando questi videro i primi soldati romani ai piedi della scalinata, dettero fuoco al tempio e si lasciarono morire tra le fiamme. Gli abitanti furono fatti schiavi, la città saccheggiata e incendiata. Racconta Polibio che Scipione recitò i versi di Omero sull' incendio di Troia e pianse "pensando al giorno in cui anche per Roma sarebbe suonata l' ora della morte". Avverto un leggero risentimento nella voce dell'archeologo Abdelmajid Ennabli, il giovane direttore degli scavi di Cartagine che ha rievocato per me il racconto di Polibio. Allora colgo un rametto fiorito di hennè e glielo porgo. Pace fatta tra romani e cartaginesi? Ma sì, certamente; anzi ora Ennabli mi mostrerà la scoperta che più gratifica il suo orgoglio di "punico immaginario", la più importante di questo ciclo di scavi affidati ad archeologi stranieri: il mistero del porto di Cartagine è stato risolto.
Scendiamo lungo la collina e andiamo agli stagni, che sono due e contigui; uno di forma irregolarmente rettangolare, l' altro rotondo, con al centro una piccola isola. Il mistero consisteva in questo: il porto cartaginese era così famoso nell' antichità, che è stato descritto minuziosamente da molti viaggiatori antichi. Ciononostante - o anzi proprio per questo - la sua identificazione con gli stagni non convinceva del tutto gli archeologi. La descrizione più dettagliata è quella di Appiano, il quale dice che i porti erano due - l' uno dentro l' altro - ed erano invisibili dal mare perché nascosti da un alto muro. Fin qui tutto corrisponde: i due porti erano stati ottenuti attrezzando i due stagni lungo il litorale e c' è ancora, molto sbertucciato, il muro che corre parallelamente alla linea della costa: le navi giravano intorno a un isolotto ed entravano nella laguna, poi con un' altra virata entravano nel primo porto, quello commerciale. Di qui passavano nel secondo porto, quello militare, un bacino perfettamente circolare dove sorgeva un' isola che era la sede dell' ammiragliato. Ma Appiano precisa: "Lungo le banchine dell'isola e del porto militare erano state costruite 220 cale, ognuna delle quali poteva contenere una nave da guerra". Qui si presenta una difficoltà: lo stagno è troppo piccolo, 220 cale e altrettante navi non ci potevano fisicamente stare. E poi, possibile che fosse così piccolo il porto militare del popolo la cui flotta aveva terrorizzato i romani per la sua capacità, al momento dell'attacco, di infilarsi tra una nave romana e l'altra, fare un'improvvisa semiconversione e sfondare le fiancate avversarie?
E' stato lo scavo dell' èquipe inglese guidata dall' archeologo Henry Hurst a risolvere il mistero. Hurst aveva cominciato ad avere i primi sospetti su come realmente stessero le cose quando, nel rimuovere la terra dell'isola, aveva trovato migliaia di monoliti delle dimensioni di robuste travi. Poi, scavando in profondità, ha avuto un vero colpo di fortuna: ha trovato una cala, cioè un piano inclinato di pietra per mettere le navi in secco, in perfetto stato di conservazione. Allora tutto è diventato chiaro: non si trattava di moli in mezzo al porto, ma di scivoli costruiti sotto l'isola, che era una costruzione artificiale fatta - in modo molto ingegnoso - con un sistema di pilastri paragonabili alle nostre colonne di cemento armato. Al livello dell'acqua, tra una foresta di pilastri, c'erano le cale, una accanto all'altra e convergenti verso il centro dell'isola. Sopra, al primo piano, sorgevano i magazzini, e sopra ancora, ma al centro dell' isola, c'era la torre dell'ammiraglio che, da quell'altezza poteva sorvegliare il traffico sul mare e il movimento del porto commerciale.
Così si spiega anche un altro particolare riferito da Appiano: davanti ad ogni cala c'erano due colonne ioniche che davano al porto l'aspetto di un monumentale porticato. Era, insomma, un porto che riusciva a inzeppare, come un moderno garage di automobili, centinaia di navi da guerra nelle sue rimesse e che, ciononostante, aveva un'aria ordinatissima. Proprio come raccontano, ammirati, i viaggiatori antichi. A poche decine di metri dal porto, c' è il famoso tophet, il più antico cimitero cartaginese dove sono raccolte le ceneri dei primogeniti sacrificati al dio Baal. Qui, infatti, attorno a questi stagni, si erano insediati i primi fenici arrivati da Tiro. Colpisce la somiglianza con Mozia e con Cadice: anche qui un luogo poco visibile dal mare e separato e protetto dalle popolazioni interne, un tranquillo scalo per i ricchissimi commerci dei metalli delle miniere d'argento spagnolo che i punici trasportavano nelle prospere città del Mediterraneo orientale. Sulla costa africana, spagnola, siciliana, sarda, ci sono decine di posti poco appariscenti come questo, dove, tremila anni fa, la colonizzazione fenicia e quella contemporanea dei greci, dava inizio alla storia europea.

la Repubblica, 4 agosto 1984

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