31.8.15

"Enfant prodige". Da Gesù a Picasso e oltre

Il piccolo Mozart
Non è facile per nessuno scoprirsi enfant prodige. Né per il bambino illuminato, tanto meno per chi deve stargli accanto. Anche Gesù di Nazareth, il bambino più prodigioso al quale riusciamo a pensare, avrebbe abusato dei suoi talenti. I quattro vangeli canonici dicono poco (Luca e Matteo) o nulla (Giovanni e Marco) sugli “anni perduti” di Cristo. Tra la mangiatoia e i suoi trent'anni c'è solo quella saggia conversazione con i Dottori al Tempio: «Perché mi cercavate?» - risponde il dodicenne alla madre che lo aveva perso di vista per un giorno intero - «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Dopodiché, assicura Luca (2:52) Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini». Sarà.
Il vangelo (apocrifo) di Tommaso racconta una storia diversa. Gesù è un bambino e quindi naturalmente capriccioso. Così quando il figlio dello scriba Anna rovina le piccole dighe di foglie e legnetti che aveva costruito su un torrente, Gesù lo «secca come un albero». E i genitori addolorati vanno a lamentarsi con Giuseppe. Non sono gli unici. Altri genitori addolorati - sottolinea Tommaso - vanno a lamentarsi con Giuseppe quando ritrovano il loro piccolo senza vita. Correndo aveva urtato Gesù che lo condannò all'istante: «Non proseguirai per la tua strada». E così fu.
Poi Gesù diventa più magnanimo, con un soffio salvala vita a Giacomo che era stato morso in testa da una vipera. Resuscita grandi e piccini. Fa sfoggio del suo talento miracolistico, un po’ come Mozart, che a cinque anni compone un minuetto per clavicembalo per sbalordire - e mortificare - la prodigiosa sorella Nannerl. E s’incammina verso la Passione dopo essere passato da spettacoli d’arte varia. Inevitabile conseguenza della difficile gestione del talento, che sta all’uomo come l’abbondanza di risorse naturali a un Paese: un paradossale fardello. Non stimola l'ingegno e non aiuta a crescere, come ci ricorda la risata chioccia che Milos Forman ha dato al suo Amadeus.
«Tutti ibambini sono degli artisti nati, il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi» secondo Pablo Picasso. Senz’altro. Ma ancora più difficile per i bambini nati artisti è diventare grandi. Non fu così per lui, peraltro, bambino prodigio che invecchiò da bullo giocoso, prolifico e ricco. Di Picasso Gertrude Stein diceva che «pitturava come gli altri bambini scrivevano l’abbiccì. Era nato facendo disegni, non disegni da bambino ma disegni da pittore». Pronunciò la parola matita (“lápiz”) prima della parola mamma. Al papà pare stesso antipatico. Difficile biasimarlo. José Ruiz y Blasco era professore alla Scuola delle Arti e dei Mestieri a Malaga. Durante il tempo libero dipingeva e decorava sale da pranzo: foglie, fiori, pappagalli. Amava i colombi. Smise non appena vide i primi schizzi del figlio. Secondo un’altra versione dei fatti, ne sfruttò i talenti affidandogli dettagli che non riusciva a eseguire con la stessa cura.
Il bambino prodigio si crea il vuoto intorno. In prima elementare Massimo D’Alema boicottava l’ora di religione accusando la maestra di fare propaganda democristiana. Inquietò anche Palmiro Togliatti, che lo incontrò quando aveva nove anni. Massimo era il rappresentante dei pionieri della sezione Monteverde a Roma e pronunciò un discorso che volle scriversi da sé. «Questo non è un bambino, è un nano» avrebbe detto il Segretario del Pci, stando ad altri vangeli apocrifi.
Nell’intuizione (vera o inventata) del Migliore rivediamo quelle teste da vecchi raggrinziti su dei corpo da bambino - putti, angioletti, lo stesso Bambinello - che a lungo passarono per infanti nelle tavole medievali. Non era grettezza di pennello, più semplicemente - come ha spiegato lo storico francese Philippe Ariès (Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Roma-Bari, 1981) l’infanzia ancora non era stata scoperta. L’età era irrilevante. Non vi era coscienza dei bisogni che distinguono il piccolo dall’uomo fatto. Il bambino era un adulto in miniatura. Forza lavoro in miniatura. E così, per certi versi, passato il medioevo è rimasto vero per i bambini prodigio, tanto più se vezzeggiati proprio perché bambini.
Non a tutti è andata male, la storia racconta anche di piccoli geni diventati saggi. Il grande matematico Carl Friedrich Gauss a nove anni faceva in un batter d’occhio la somma di tutti i numeri da uno a cento. Pascal prima di scommettere sull’esistenza di Dio a dodici anni aveva risolto le prime 23 teorie di Euclide. John Stuart Mill a otto anni leggeva i classici greci e latini, a tredici gli economisti classici Adam Smith e David Ricardo e a venti, prostrato, cadde in depressione. Si riprese e diventò rettore a St. Andrews nonché padrino di Bertrand Russell (che meditò a lungo e mediocremente fino alla soglia del secolo).
Perfino nel mondo dello spettacolo, tra tante piccole stelle devastate spunta qualche storia a lieto fine, come quella del monello chapliniano Jackie Coogan. Il primo divo-bambino della storia del cinema da minorenne aveva guadagnato intorno ai 4 milioni di dollari. Però non aveva visto un centesimo perché, come rivendicava la madre «Ogni dollaro guadagnato da un bambino, finché non ha compiuto 21 anni, appartiene ai suoi genitori». E Jackie, inoltre «era un bambino cattivo». Tanto cattivo da farle causa. Ottenne indietro poco denaro, mamma l’aveva speso quasi tutto, ma il suo caso portò all’adozione della prima legge a tutela dei bambini-prodigio dello schermo, il California Child Actor's Bill, o Coogan Act. Jackie concluse la carriera da saggio Zio Fester nella serie Tv della famiglia Addams. Per gli altri c’è stata la Salvezza, Palazzo Chigi, o le cliniche di rehab.

“pagina 99”, 8 novembre 2014

La poesia del lunedì. Umberto Saba (Trieste 1883 - Gorizia 1957)

Amore
Questa mattina, e come li portavo
alla finestra, ebbi la sorpresa lieta.
Si scambiavano in becco il cibo, oggetto,
ieri ancora, di tanta lite. È il modo
- il loro - di baciarsi e dirsi grati
l'uno all'altro di esistere. E' già il nido.

dal Canzoniere, Quasi un racconto (1951), Einaudi, 2014

30.8.15

Ragazzi. Una poesia di Walter Cremonte

Ora che vengono
lasciali venire
non sono cattivi
non più di noi.
Li porta la fame
la rabbia e la mitezza
e poi loro ci provano:
credo che erediteranno la terra

da Respingimenti, Lietocolle, 2011

Bebycasting. Bellissimi e bravissimi: piccoli divi offronsi (Stefano Ciavatta)

Da un settimanale di qualità precocemente scomparso un reportage che ho trovato interessante. (S.L.L.)

«Cercasi piccoli attori: ragazza fra i 13 e 15 anni bella, viso espressivo e dolente, ragazza dai 9 ai 13 anni, occhi chiarissimi, raffinata, delicata, poetica, meglio se suona il pianoforte ; ragazza dai 14 ai 15 anni supertecnologica, moderna con aria superficiale; ragazzo fra gli 8 e 12 anni strano, particolare; ragazzo cinese dai 13 ai 16 anni, grassottello, che parli cinese e italiano (con forti inflessioni dialettali)». E ancora cercasi: «BAMBINI E BAMBINE, 3/16 anni, magri, volti scavati, NON ABBRONZATI, anche pelati e/o con capelli corti e chiarissimi e/o disposti a radersi completamente (varie etnie, italiani, africani, asiatici ma residenti in Puglia)».
Braccialetti rossi, composta da soli ragazzi, un successo inaspettato preso da un format spagnolo, una fiction giunta alla seconda stagione, prevista per la Rai nei primi mesi del 2015. Ma ci sono anche altri annunci per altre audizioni in cui si cerca «bambino 120-125 cm» e «bambine 123-126 cm», «altezza compresa tra 116 e 133 cm. BELLISSIMI/E MAGRI/E o NORMOPESO (no sovrappeso, no panciottini o paffutelli) preferibilmente per le bambine capelli lunghi maschietti, NO creste, NO rasati».
È l’Italia dei casting per minori, neonati, ragazzi, adolescenti, tutti arruolabili in una fila che non conosce crisi perché Bellissima di Luchino Visconti non ha bisogno di anniversari, è un sogno a occhi aperti sempre in voga. Hai voglia a scoraggiare.
Zavattini e Suso Cecchi d’Amico avevano piazzato davanti alla Magnani il monito di un’ex attrice per caso (Liliana Mancini) finita a fare la montatrice perché nessuno l’aveva più chiamata a lavorare in scena. Ma la Magnani ostinata pensava che ognuno avesse la propria opportunità. Infatti i casting per minori continuano a essere come i premi letterari, ne spunta uno ogni giorno, anche finti e illegali.
L’Istat intanto dice che per il quinto anno consecutivo le nascite sono diminuite, ma 514 mila neonati (2013) sono sempre un grande bacino per le audizioni e per le speranze dei genitori. In tempo di crisi economica l’offerta cresce, ma anche la domanda non scherza perché quando sono chiamati in tv o al cinema i bambini esistono da protagonisti, in funzione di ciò che fanno e di ciò che evocano e soltanto in minima parte raccontati e discussi, anche perché devono sottostare a regole ferree che ne disciplinano le apparizioni.
Anche per i minori c’è un ballo dei debuttanti. Spesso il primo, vero gancio è la moda, con le sfilate di Pitti Bimbo. «A Firenze sfilano 50/70 bambini per agenzia, tra sfilate ed eventi ci saranno almeno cinquecento bambini. È il Sanremo della mia attività, ma con guadagni pari a zero, i bambini sono autofinanziati, è una vetrina pazzesca, nessuno rinuncia», racconta Elena Meazza, che dirige la start-up Piccolissimo Me a Milano con clienti come Armani, Cavalli, D&G, Hogan, Fendi, Publitalia e Giochi Preziosi. «C’è sempre molto lavoro, anche se tutto dipende sempre dai budget delle aziende. Quelle di moda e le case di produzione hanno attività cicliche ma poi comunque c’è la cartellonistica, la pubblicità, le campagne stampa. Gli spot sono continuamente rinnovati, non è un periodo di crisi per il settore almeno per i clienti. L’unico abbassamento è sui compensi che una volta erano il doppio o il triplo rispetto a oggi. Uno spot tv è pagato intorno ai 300 euro lordi al giorno, i cataloghi invece 300/400 euro a giornata ma ci sono redazionali che arrivano a molto meno. Noi come agenzia prendiamo il 20% sul compenso del bambino».
L’occasione di un casting, anche a distanza e quindi con un investimento maggiore (viaggi e giorni di ferie e scuole saltate), tira molto in tempo di crisi. Il miraggio è quello di far quadrare i conti di casa. «C’è più gente, probabilmente per la crisi», spiega Meazza, «ci sono famiglie che esagerano, non le scoraggia nessuno, diventa un secondo lavoro, fanno casting ogni giorno e si sobbarcano anche viaggi di 800 chilometri. A Milano ci sono 2-3 casting al giorno, in diversi settori. Io ricevo 150 mail al giorno ma ne scelgo soltanto due, devo essere selettiva».
Anche i casting hanno subito un’evoluzione. Nel passato erano massicci, senza preselezione, adesso è tutto più regolamentato e viene richiesta selezione e maggiore professionalità: «Molte agenzie hanno chiuso per cattiva gestione anche dei pagamenti e i genitori se ne sono andati».
Gestire i bambini nei provini e sul set non è facile. «Bisogna stare molto attenti», sottolineala manager, «c’è l’ispettorato del lavoro, ci sono precise condizioni legislative. Abbiamo la solita trafila italiana dai tempi biblici per tutti i permessi, però è anche vero che ho visto fare molti controlli». Elena ha un figlio che ogni tanto fa qualche posa ma alle regole della mamma, mai in orario scolastico. «Può essere un’esperienza creativa e carina. Le bambine si divertono di più per abitudine e civetteria, i maschi si annoiano prima. Ma può essere molto stancante per tutti anche perché se troppo giovani non imparano nulla. Noi oltre i 13 anni non andiamo, a meno di trovarci di fronte a dei fenomeni di recitazione o alta moda. Chi è molto fissato ha la prospettiva di velina, di modella e attore».
L’icona è Belen: «Attira tantissimo le ragazzine, è molto attiva sui social, quelle tra gli 11 e i 13 guardano a lei, mentre Violetta la guardano bambine più piccole (dai 7 ai 9 anni) della reginetta Disney».
Fin qui la moda, poi che si fa con un pupo in braccio? Il cinema per esempio, là dove il mito di Bellissima resiste più strenuamente «perché la richiesta continua a esserci», racconta un addetto ai lavori a “pagina99”, «e oggi è più facile convincere un bambino, anche se poi sottoporsi a trucco, parrucco e mille attenzioni comporta uno stress ed è diffìcile che il bambino accetti tutto questo. Poi comunque per andare avanti oltre la semplice partecipazione devi azzeccare l’agenzia, l’agente che ti spinge e il film che ti lancia, e poi magari entrare nel giro delle fiction». Anche qui la media di compensi è bassa, sui 180 euro lordi a giornata, contro i 90/100 euro per i figuranti adulti. I controlli restano severi e spuntano fuori anche i tutor per rimediare alla scuola persa.
Lavinia De Cocci, dieci anni, bilingue, a otto anni ha passato un provino nazionale per Cattleya e quest’anno ha esordito al cinema nella commedia Un boss in salotto di Luca Minero, accanto a Paola Cortellesi, Rocco Papaleo e Luca Argentero. Il padre Danilo racconta che la sua bambina «ha cominciato a fare la prima sfilata a 5/6 anni, poi siamo andati a Pitti Bimbo a Firenze, poi abbiamo fatto dei book fotografici e dei servizi per riviste di moda per bambino. Poi ha lavorato come generica per servizi tv sulla moda e cataloghi. Per lei è stato ogni volta un divertimento nonostante gli isterismi dovuti ai tempi stretti delle sfilate. Per noi è stato un sacrificio, con qualche rimborso, ma perdi delle giornate intere. Inizialmente era come andare in gita a Gardaland o al concerto di Violetta a Milano. Le prime sfilate sono state un momento di eccitazione mostruosa, poi non è più la recita di Natale, diventa un impegno». Se si riesce a passare il turno dei provini i sacrifici cominciano a pagare: «La casa di produzione ha messo a disposizione un tutor per la scuola durante le quattro settimane di riprese in Trentino, e con mia moglie ci siamo dati il cambio».
Non esistono cachet precisi nell’audiovisivo, oscillano a seconda dei casi, vanno dal forfettario ai piccoli divi che arrivano anche a 1.000 euro. Però una cosa è certa: qualsiasi produzione di rilievo, anche se paga poco, «fa curriculum, aumenta la riconoscibilità del junior e facilita il posizionamento tramite agenzia».
Nella terra promessa del talento c’è anche - soprattutto - la televisione. Finito il monopolio televisivo dello Zecchino d’oro è venuto il tempo di X-Factor. Lo spazio per bambini è disseminato nei palinsesti, la tv dei ragazzi si è trasferita sui canali digitali. Ci sono le soap opera come Un posto al sole con Ilenia Lazzarin, che debuttò a 17 anni e ora ne ha 32 e viene seguita da 50 mila follower su Instagram e quasi 200 mila su Facebook. «Oggi ci sono pochissimi provini» racconta l’attrice a “pagina99”, «la crisi ha colpito e stramazzato anche questo nostro settore. Era già un lavoro precario 14 anni fa, oggi è ancor peggio, è un privilegio per pochi, ma cercando di guardare il bicchiere mezzo pieno, questo ha permesso di fare una grande selezione di attori e produzioni».
Ci sono le fiction e anche le audizioni per Forum di Barbara Palombelli con il famoso Paese reale in fila davanti agli studi Mediaset. «I casting spesso li fanno direttamente i canali» spiega l’autore tv Beppe Bosin. «La televisione è quello che i genitori vorrebbero fare. Ed è ancora uno status symbol. Ma è più difficile trovare bambini motivati». Più che le fiction, però, i palchi che fanno vera concorrenza al grande schermo sono altri: Io canto, Ti lascio una canzone e persino Junior Masterchef.
Qui inizia il territorio della disciplina e della costanza personale più che dell’organizzazione dei genitori. Al “Velino”, la dodicenne Lucrezia Bani, che prende lezioni di canto e pianoforte e fa concorsi nel weekend mentre sogna di andare all'X-Factor Usa, ha raccontato il suo lento apprendistato da Bellissima così: «Sei in una teca di vetro, il primo pensiero è sempre lo stesso, preservare la voce. Anche quando sei a scuola o alla cena di classe, sai che non puoi urlare troppo e non puoi prendere freddo. Te ne stai in disparte con il tuo foulard a proteggere la gola, mentre intorno a te vedi tutti i compagni che si divertono, corrono, schiamazzano». È il cachet della solitudine da bimbi belli.


“pagina 99”, 8 novembre 2014

29.8.15

Classici. Asor Rosa legge Tocqueville

Un testo di vent'anni fa. Una lettura convincente e attualissima. (S.L.L.)
Alexis de Tocqueville in una caricatura di Honoré Daumier (1849)
La presente fortuna del pensiero di Tocqueville in Italia si deve, a mio avviso, ad alcune buone ragioni e a parecchi fraintendimenti. Le buone ragioni si restringono in sostanza ad una: pochi altri pensatori moderni hanno come Tocqueville esplorato natura, funzioni, pregi e limiti della democrazia; il fatto di aver compiuto questa indagine come dall’esterno, nella posizione di un spettatore non complice ma attento, interessato e sovranamente onesto, non limita ma aumenta i pregi del suo punto di vista.
Siccome noi oggi viviamo — e non solo, secondo me, in ambito italiano, dove però, certo la cosa assume una gradazione sovreccitata, spinta, ma a livello planetario, — la crisi di quei costumi e di quelle istituzioni della cui genesi Tocqueville fu un così acuto osservatore, non c’è dubbio che il suo modo di considerare il problema ci appaia sovente, come si dice, di sorprendente attualità.

Spirito profetico
I fraintendimenti si riferiscono non a quei criteri di lettura, assai diffusi, ahimè, per lo meno sulle colonne dei giornali, con i quali si vorrebbe accreditare il liberalismo di Tocqueville come antesignano delle più recenti manifestazioni della «nuova destra» italiana ed europea.
In realtà il liberalismo di Tocqueville, — inteso anche, se si vuole, come culto di certi valori ancestrali che al tempo stesso precedono e determinano la politica e la storia — è come uno sguardo aperto sul mondo, un’enorme curiosità di esperienze, il rifiuto di qualsiasi limite dogmatico, una disponibilità autentica a cogliere il «vero» e il «nuovo» ovunque si trovino.
Mi tornano in mente le parole fervide e appassionate con cui, concludendo la Democrazia in America, egli delinea con spirito quasi profetico i tratti di una società democratica dell’avvenire, in cui l’inevitabile «compressione» delle individualità sarebbe stata compensata dall’allargamento del benessere e dalla migliore tutela dei diritti per tutti : «E’ naturale credere che ciò che più soddisfa gli sguardi di questo creatore e conservatore degli uomini (Dio) non sia la prosperità singola di qualcuno, ma il maggior benessere di tutti; ciò che mi ferisce è piacevole per Lui. L'eguaglianza è meno elevata, ma è più giusta, e la sua giustizia la rende grande e bella (...) Vi sono certi vizi e certe virtù che erano inerenti alla costituzione stessa delle nazioni aristocratiche, i quali sono talmente contrari allo spirito dei popoli nuovi che non sarebbe possibile introdurli nel loro seno. Vi sono inclinazioni e cattivi istinti, estranei ai primi e naturali ai secondi; idee che si presentano spontaneamente all’immaginazione degli uni e che sono respinte dallo spirito degli altri (...). Bisogna, dunque, guardarsi bene dal giudicare le società che nascono con idee attente a quelle che non sono più».
La lungimiranza di questa prosa, il suo elevato livello intellettuale, il suo indiscutibile pathos morale ci persuadono una volta di più della differenza insormontabile che passa tra un conservatore aristocratico e un bottegaio conservatore: il liberalismo di cui oggi si ciancia è prodotto tutto dalle viscere alte e basse di un ceppo di bottegai conservatori; la specie dei conservatori aristocratici si è invece pressoché estinta e la sua rada sopravvivenza è uno dei tanti motivi che ci rendono questo mondo non tanto ostile quanto intollerabile.
Questa e altre riflessioni mi sono state suggerite, o risollecitate, dalla lettura di un denso volume di Scritti, note e discorsi politici (1839-1852) di Alexis de Tocqueville testé apparso a cura di Umberto Coldagelli per le edizioni Bollati Boringhieri (pp. 572, £ 100,000). Qualche parola di lode va detta innanzi tutto all’editore, non nuovo del resto a operazioni di alta qualità: offrire al lettore in questo momento una scelta sapientemente organizzata della produzione specificamente politica di Tocqueville non significa tanto colmare una lacuna, significa, come ho già cercato di dire, fornire, con quella tempestività che, editorialmente parlando, è sinonimo d’intelligenza, i materiali indispensabili per aprire una discussione seria sull’argomento.

Categorie a rischio
Quanto al curatore, tutti sanno che da alcuni anni Umberto Coldagelli lavora a trasferire dalla Francia all’Italia l’ermeneutica tocquevilliana, in una prospettiva, tuttavia, che a me appare assolutamente originale anche rispetto agli esemplari francesi (ricorderò soltanto la precedente pubblicazione dei taccuini e dei diari del Viaggio in America. 1831-1832 , apparso nel 1990 presso Feltrinelli). Questa volta, però, l’operazione di Coldagelli si configura ancora di più, anche al di là dell’interesse storiografico che la caratterizza, come un’indagine sulle categorie fondative del pensiero politico tocquevilliano, che appare come una vera e propria proposta di rilettura complessiva dell’autore.
Intanto, la distribuzione della materia, distinta per capitoli tematici, ognuno dei quali prefato dal curatore, riorganizzando gli scritti sparsi nei vari volumi delle Oeuvres complètes di Alexis de Tocqueville, ancora in corso di pubblicazione presso l’editore Gallimard di Parigi, ne consente una lettura piana ed efficace, e al tempo stesso attenta a cogliere i fulcri essenziali di quel pensiero.
L’introduzione, poi, ampia e articolatissima — un vero e proprio libro, in realtà, sulle attività e sul pensiero politici di Tocqueville, — costituisce un tentativo quanto mai riuscito di studiare come il pensatore e il teorico cerchi di trasformarsi in politico militante in un periodo decisivo per la storia di Francia e di Europa come quello che va dall’instaurazione del regime orléanista al crollo delle istituzioni liberali e all’ascesa al potere di Napoleone il piccolo. E’ il medesimo periodo su cui pure intensamente rifletterà un certo Karl Marx, da giovane, — analogie ma anche diversità enormi di percorsi, come Coldagelli puntualmente segnala nel suo scritto.
Ora, come si suol dire, non si può in nessun modo costringere alla misura di una recensione la ricchezza di spunti, riflessioni, suggerimenti, che la raccolta di scritti di Tocqueville e di rincalzo l’introduzione di Coldagelli ci presentano. Neanche si può ridurre questa lettura all'adesione commossa e partecipe — e un po’ troppo personalizzata, temo — all’ultimo scritto presente nella raccolta, e cioè il discorso pronunciato da Tocqueville il 3 aprile 1852 nella sua qualità di Presidente dell’Accademia di scienze morali e politiche, nel quale, a mo’ di epigrafe di quel periodo fervido e appassionato ma particolarmente sfortunato della sua attività politica militante, confessava amaramente che «la scienza politica e l’arte di governare sono due cose ben distinte» e che è molto, molto difficile che coloro i quali, attraverso l’esercizio della lettura e del pensiero hanno acquisito «il gusto del fine, del delicato, dell’ingegnoso, dell’originale», possano governare un mondo «asservito a grossolani luoghi comuni».

Il Leviatano democratico
Il filo, — niente di più di un filo, — che io suggerirei di seguire nella lettura di questi testi — sia quelli tocquevilliani sia l’introduzione di Coldagelli — consiste dunque nell’osservare lo sforzo compiuto dal «liberale» e «conservatore» Tocqueville per riuscire sul piano politico a tener testa contemporaneamente al drago della reazione legittimista e a quel «Leviatano democratico... (il quale) sorge dalla stessa affermazione conflittuale dell’uguaglianza attraverso la storia» (Coldagelli, p. XVII). Non tanto perché questa sia la situazione con cui noi abbiamo a che fare in questo momento della nostra storia; quanto perché (a mio giudizio) Tocqueville disegna nel suo operare politico l’inizio di un percorso di cui noi conosciamo la fine.
Tocqueville, infatti — e questo Coldagelli lo dice benissimo — è ossessionato dall’idea di riuscire a trovare strumenti non eccezionali di controllo di un fenomeno — che egli tuttavia giudica nella sua essenza inevitabile e inarrestabile — vale a dire la crescente diffusione nella società e nella politica di quel basilare carattere della democrazia, che è l’uguaglianza. Oggi a me pare che le democrazie occidentali, raggiunto il massimo di uguaglianza concepibile da questo sistema, stiano cambiando il motore, rimettendovi quello basilare dell’ancien regime, che era la disuguaglianza. Solo che, nel frattempo, la storia è scorsa, la democrazia c’è stata, e noi corriamo il rischio di avere il peggio di ambedue i regimi, e cioè, come accennato, un’aristocrazia bottegaia.
Ecco perché il problema della libertà posto con tanta insistenza da Tocqueville torna ad essere nella sostanza così attuale: non perché serva da correttivo, come la destra oggi sostiene, al grande ciclo dei sistemi ideologici e totalitari che è chiuso; quanto perché può contribuire ad arginare le pulsioni alla disuguaglianza, da cui siamo tutti circondati. Può apparire, rispetto al percorso effettivamente compiuto da Tocqueville, uno scherzo della storia — e del pensiero: ma è così.

“il manifesto”, 11 aprile 1995


Il comandante Petralia. Un partigiano di Mazara del Vallo (S.L.L.)

Il comandante partigiano Vincenzo Modica. Nome di battaglia Petralia
Vincenzo Modica nacque a Mazara del Vallo (le mie fonti oscillano tra 1918 e 1919) da una famiglia di piccoli imprenditori agricoli. Studente universitario a Napoli, nel 1941 volle arruolarsi volontario, per fervore nazionalistico, effetto della propaganda fascista così efficace tra i giovani.
Dopo una breve permanenza come sottufficiale in Sicilia, nel 1942 entrò nella Scuola dell’Arma di Cavalleria a Pinerolo, dove diventò ufficiale. Lì avvenne un incontro che gli cambiò la vita, quello col Tenente Pompeo Colajanni, già da qualche tempo legato al movimento comunista. Il rapporto con l'ufficiale conterraneo, di undici anni più vecchio, favorì una presa di coscienza e la fiducia in Mussolini venne rapidamente meno. In particolare Modica non sopportava che i militari italiani subissero umiliazioni da parte dell'alleato tedesco, cosa che cominciava ad accadere un po' dappertutto, già prima del 25 luglio.
L’otto settembre del 1943 Vincenzo Modica non esitò a seguire Colajanni entrando nelle file partigiane e fu Colajanni (il famoso comandante Barbato) a scegliere il nome di battaglia di Modica. Fu ribattezzato con nome di battaglia Petralia, come la località delle Madonie, dove il piccolo Colajanni era stato condotto a curarsi la pertosse. Il grado di tenente e il coraggio dimostrato nelle prime azioni di guerriglia, fecero sì che Barbato gli assegnasse subito il comando di un gruppo di partigiani.

Poco a poco, grazie al suo coraggio, e al rispetto e la fiducia che godeva, divenne il vice di Barbato. Quando, nel novembre 1944, fu costituita per il crescere del numero dei combattenti la Prima Divisione d’assalto Garibaldi Leo Lanfranco, Petralia ne divenne il comandante. In questo suo grado di responsabilità Vincenzo Modica corse i maggiori pericoli per la vita. Racconta nel suo libro "Dalla Sicilia al Piemonte, storia di un Comandante Partigiano" di una sua missione in val Luserna, a mettere concordia tra le forze partigiane, vestito in borghese, rasato e munito di documenti falsi che lo designavano come Pietro Ferrero e come dipendente dell'industria tedesca Todt inviato per ragioni commerciali in quelle zone.
Torino, 6 maggio 1945. Il comandante Petralia sfila con un
braccio fasciato, portando con l'altro la bandiera del CVL
Partito con un piccolo gruppo di compagni da Castelnuovo Don Bosco non poté raggiungere la val Luserna… Nel paese di Campiglione Fenile, dove sostava per il riposo notturno, forse in seguito a una delazione, ebbe luogo un rastrellamento da parte di tedeschi e fascisti. Mentre fuggiva per la campagna, dopo essersi liberato in una chiesa della pistola, fu colpito da una raffica di mitragliatrice e in più parti del corpo ferito. I fascisti, credendolo moribondo, volevano finirlo, ma l'ufficiale tedesco che guidava la pattuglia volle prima guardare i suoi documenti. Vedendo i timbri tedeschi, si convinse di che era stato commesso un errore: Petralia fu ricoverato in Ospedale a Pinerolo, donde riuscì a fuggire grazie al fratello di un partigiano che lo aveva riconosciuto e a Suor Felicita, una monaca infermiera antifascista. Il primo gennaio 1945, in condizioni ancora molto precarie, Petralia poté raggiungere Barbato in calesse.
Si riprese in alcune settimane, in tempo per dare un contributo importante nelle fasi decisive della liberazione. Fu appunto al comando della 1ª Divisione Garibaldi "Leo Lanfranco" che "Petralia", una settimana prima dell'insurrezione generale, diresse l'attacco dei partigiani contro i brigatisti neri asserragliati a Chieri, liberando la cittadina. Aveva ancora una spalla fasciata. Ciò non gli impedì, la sera del 25 aprile 1945, di portarsi con le sue unità a dar man forte, agli ordini di Barbato, agli insorti di Torino. Le immagini della sfilata nella città della Mole, in piazza Vittorio, il 6 maggio 1945, lo ritraggono col braccio fasciato al collo mentre regge il vessillo del Corpo Volontari della Libertà.
Dopo un breve rientro in Sicilia, Petralia (il nome di battaglia era quello con cui era conosciuto) tornò in Piemonte e fu imprenditore di successo in varie attività, pur continuando a partecipare agli incontri e ai raduni della Resistenza e talora intervenendo con personali testimonianze. Una parte di questi scritti fu utilizzata per la redazione del libro di memorie resistenziali, il resto delle sue carte fu affidata al suo comune d'origine, Mazara del Vallo, perché le conservasse, ma fu un pessimo affidamento giacché di questa documentazione si sono rapidamente perse le tracce. 
Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta nel 2003, il Comune, su sollecitazione dell'ANPI del Piemonte, presieduta da Diego Novelli, dedicò a Modica una via cittadina, quella che può vedersi nelle foto.

Fonti
Sito ANPI
Sito “La bottega del ciabattino” curata da Franco Senestro

Sito Tele.IBS – Articolo di Ignazio Bascone, autore del volume Petralìa, il picciotto di Mazara del Vallo che diventò comandante partigiano in Piemonte.

Così i partigiani hanno liberato Torino (Pompeo Colajanni - “Barbato”)

Pompeo Colajanni, il comandante Barbato
Sembrava che il Po ci guidasse verso Torino. Il nostro itinerario cominciò a delinearsi fin dai combattimenti di Pian del Re, di Crissolo e dal primo attacco all’aeroporto di Murello; poi da Staffarda a Trofarello si intensificò l’azione in pianura. Ci dividemmo dai compagni di lotta che poi avrebbero liberato Cuneo e spostammo definitivamente il Comando, con la I Divisione Garibaldi, nel Monferrato. Nominato comandante della Zona, con sei Divisioni, fui affiancato da Luigi Masciadri, «Marelli», come commissario per le formazioni G.L.; e per le Matteotti e le Autonome da «Cadetto» e «René». Il G.L. «Renato» Vanzetti divenne ispettore con compiti particolari, dati i suoi legami con le missioni alleate. Capo di stato maggiore, Michele Mussa Ivaldi, fratello di Carlo, anch’egli del Comando G.L. Aveva fatto parte con me della cospirazione antifascista nell’esercito, l’Alleanza militare Italia libera: dalla Sicilia eravamo riusciti a estenderla fino alla Scuola di Cavalleria di Pinerolo, coinvolgendo il suo comandante generale Cadorna.
Il 18 febbraio firmai con «Marelli» un ordine del giorno dove tra l’altro era scritto questo invito: «Combattere tutto ciò che divide. Favorire tutto ciò che unisce. Ogni formazione abbia una sola ambizione: superare le formazioni sorelle in spirito di concordia, in inflessibile volontà di lotta, in
iniziativa e valore nel combattimento». Le sei Divisioni combatterono con questo spirito.
Il 18 aprile, con lo sciopero generale, Torino si preparava all'insurrezione. Proprio in appoggio allo sciopero, decidemmo ai liberare Chieri: una sfida ai nazifascisti che con oltre tredicimila uomini e potenti mezzi corazzati occuavano il capoluogo piemontese, attacco, diretto dal comandante della prima Divisione Garibaldi, «Petralia», che portava ancora al collo un braccio ferito in un’azione precedente, si svolse secondo i piani: Chieri era libera.
Si attendeva l’ordine finale per entrare a Torino, e intanto di giorno e di notte i reparti si spostavano attraverso le colline del Monferrato e le Langhe. La liberazione di Chieri e questa manovra di avvicinamento ci consentirono di sventare una pericolosa manovra sabotatrice. Era già giunto un ordine da Torino: «Aldo dice 26 X 1. Realizzate Piano E 27». Ma alle ore 21 del 25 aprile il capitano Pautasso consegnò a me, quale comandante dell’ottava Zona, questo contr’ordine: «...non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro ordine specifico del Comando Piazza, cui compete la responsabilità dell’azione».
Il messaggio mi apparve gravido di pericoli, anche se formalmente ineccepibile, perché intorno a Torino si concentravano imponenti forze tedesche al comando del gen. Schlemmer. Con «Marelli» accertai che l’ordine era stato emanato non collegialmente dal C.M.R.P.: manifestava l’incrinata unità, dopo le pressioni esercitate dal colonnello inglese Stevens perché gli eventi prendessero un altro corso.
Era una situazione molto pericolosa e delicata. Mi assunsi allora le mie responsabilità di comandante garibaldino. Diedi ordine al garibaldino «Petralia» di far proseguire l’attacco anche oltre gli obiettivi periferici. Con «Petralia» l’intesa fu immediata, posso dire «alla siciliana»: eravamo certi di disubbidire solo formalmente, ma di ubbidire invece alla volontà di lotta dei combattenti e all’ansia di libertà delle popolazioni.
Alle ore 12 del 26 aprile comunicavo al C.M.R.P. di aver trasmesso gli ordini, ma «consigliando alle Divisioni di fare delle azioni di pattuglia in profondità anche dentro la cinta militare» e di aver «deciso di intensificare al massimo queste azioni di alleggerimento». Veniva sventata cosi l’insidiosa manovra ispirata dal colonnello Stevens.
Intanto Osvaldo Negarville, «Valerio», aveva informato Scotti, che riuscì a ristabilire la piena collegialità ed unità del C.M.R.P. Così alle 14.45 partì l’ordine giusto, che ci venne portato da Marcella Balconi, nipote di mamma Pajetta. Ma già dall’alba le formazioni partigiane compivano le «azioni di pattuglia» e entravano in città. Così i partigiani hanno liberato Torino.


Da Liberi. 25 aprile 1945-1985, supplemento a “l'Unità”, 25 aprile 1985

E liberaci dal glutine. Ascesa e caduta di una moda (Maria Teresa Carbone)

Chi si ricorda più della pastina glutinata Buitoni, esempio di «alimentazione sana e nutriente», come proclamava un giovanissimo Paolo Ferrari in un Carosello dei primi anni Sessanta ancora reperibile, per gli appassionati del genere, su YouTube? Bisogna essere ormai entrati nella terza età per sapere che c’è stato un tempo in cui il glutine era considerato una cosa bella e buona e che proprio la pastina glutinata, messa sul mercato nel 1884 come «specialità dietetica per bambini e malati», è stata per gran parte del ventesimo secolo un prodotto di punta della Buitoni, grazie anche a un packaging azzeccato e soprattutto a una pubblicità capace di far leva in modo efficace sul desiderio pressoché universale di mangiare cose che fanno bene.
Il desiderio naturalmente è rimasto, ma da una decina di anni il glutine, complesso proteico che si forma quando la farina di frumento o di altri cereali (avena, farro, orzo...) viene impastata con l’acqua, è passato dalla parte dei cattivi. Anzi, è diventato un babau per eccellenza.
A eliminarlo dalla loro tavola sono stati per primi i celiaci, nei quali il glutine scatena una reazione del sistema immunitario che provoca a sua volta una grave infiammazione delle pareti intestinali. Ma presto il quadro si è complicato: mentre il numero dei celiaci aumentava rapidamente (da malattia rara, come era considerata un tempo, si calcola oggi che colpisca circa l’uno per cento della popolazione), la ricerca medica delineava un’altra possibile patologia dai tratti sfuggenti, la gluten sensitivity, e intanto cresceva il numero di persone convinte - magari dopo avere letto un’intervista a Gwyneth Paltrow - che il pane o la pasta fatti all’antica abbiano effetti dannosi sulla salute di chiunque. Con il risultato che il mercato globale dei cibi privi di glutine, già valutato intorno ai 2,5 miliardi di dollari nel 2010, è aumentato fino a raggiungere solo negli Usa gli attuali 4 miliardi di dollari (ma c’è chi pensa che la cifra sia troppo prudente e che in realtà si tratti del doppio).
Proprio nei giorni scorsi, però, la giornalista Ellen McCarthy sul “Washington Post” ha annunciato che le fortune del gluten-free sono arrivate al culmine o che per lo meno sta nascendo un contromovimento pronto a contrastare i nemici del grano e dei suoi derivati. McCarthy non è la prima. Già qualche mese fa Hank Campbell su “Science 20” aveva denunciato la crociata contro il glutine come un fad, una moda, effimera come tutte le mode, affermando provocatoriamente che questa pseudoceliachia endemica (secondo dati recenti, un americano su tre cerca oggi di evitare pane, pasta e simili) è «una malattia trendy per bianchi ricchi».
In effetti, a giudicare dal gigantesco giro d’affari che in tutto il mondo, o per lo meno in tutto l’Occidente, circonda i prodotti privi di glutine, sembra presto per sostenere che la grande bolla del gluten-free sia sul punto di scoppiare, ma le argomentazioni proposte da Mc-carthy e Campbell appaiono fondate, e soprattutto mettono in luce come, per quanto riguarda il cibo e la salute, moltissimi tendano a pensare che esistono soluzioni toccasana, buone per tutti, e scelgano di mettersi nelle mani del “dottor Google”, come il nutrizionista (celiaco) britannico Ian Marber, interpellato dal “Telegraph”, ha definito l’abitudine sempre più diffusa di cercare in rete informazioni sulle malattie che ci colpiscono (o potrebbero colpirci), così come sulle diete più efficaci.
E sapendo come funziona la circolazione delle notizie su Internet, e non solo, non c’è da stupirsi che le dichiarazioni di personaggi famosi come la regina del talk show Oprah Winfrey o il tennista Novak Djokovic, entrambi nemici acerrimi del glutine, abbiano maggiore peso del commento preoccupato di Daniel Leffler, direttore di ricerca presso il Celiac Center del Beth Israel Deaconess Medicai Center di Boston, che a proposito dell’esplosione del gluten-free ha parlato di paradosso: «La maggior parte delle persone che mangiano alimenti privi di glutine non sono celiaci e la maggior parte dei celiaci, non sapendo di esserlo, continuano ad assumere alimenti che contengono glutine».
Pochi si rassegnano all’idea che la medicina è una scienza che procede quasi a tentoni, accumulando ed elaborando dati, senza distribuire ricette magiche. La dimostrazione, in questo contesto, la danno gli studi più recenti sulla gluten sensitivity, che ne attestano l’esistenza, ma esprimono grande cautela sia sulle caratteristiche della patologia, sia sulla sua effettiva diffusione (c’è chi parla di 1 o 1,5 per cento sul totale della popolazione, con percentuali quindi simili a quelle della celiachia, e chi azzarda un 6 o 7 per cento), sia infine sulle sue reali cause.
I risultati di una ricerca condotta presso l’università di Palermo e l’ospedale di Sciacca “in doppio cieco controllato con placebo” (cioè senza che né i medici né i malati sapessero cosa stavano somministrando e assumendo) parlano di «una condizione clinica eterogenea, che comprende diversi sotto-gruppi di pazienti, con differenti storie e caratteristiche cliniche» ed evidenziano che l’uso del grano per l’esperimento fa sì che si aprano dubbi sulla effettiva colpevolezza del glutine, poiché «altre componenti del frumento, come fruttani e carboidrati scarsamente assorbibili» potrebbero essere responsabili di questa “sensibilità”. E a simili conclusioni sono arrivati i ricercatori australiani Peter Gibson e Jessica Biesiekierski, pionieri in questo campo, secondo i quali è necessario allargare il campo e studiare gli effetti negativi dei Fodmap, acronimo che sta per “Fermentabili Oligo-, Di- e Mono-saccaridi e Polioli”, serie di carboidrati a corta catena (lattosio, fruttani, fruttosio, galattani e polialcoli.
Insomma, anche se il business degli spaghetti a base di quinoa venduti a carissimo prezzo va alla grande, già si profila il momento - come hanno intuito McCarthy e Campbell - che le colpe del glutine verranno circoscritte e ridimensionate. Ma c’è da scommettere che il pendolo riprenderà la sua corsa e tutti coloro che sono in cerca dell’elisir di lunga vita (e soprattutto di quel “centro di gravità permanente” di cui cantava più di trent’anni fa Franco Battiato) avranno a disposizione un’altra ricetta miracolosa alla quale affidarsi.

"pagina 99 we", 12 luglio 2014


28.8.15

Ava Gardner (Camilla Cederna)

Ricordo un mio incontro con una certa signora Steinbach, membro autorevole dello staff pubblicitario di Ava Gardner.
Era la prima volta che la Gardner veniva in Italia, la tenevano segregata e la signora Steinbach aveva l’incarico d’illuminare i giornalisti.
Mi mise in mano un foglietto con sopra dattiloscritte alcune domande. Lessi forte la prima per orientarmi. «I gusti di miss Gardner?» «Semplicissimi», mi rispose la signora con un sorriso troppo dolce. Affascinata, affrontai la seconda domanda. «La sua vita?» «Esemplare», fu la risposta, «Il suo carattere?» «The best in the world.» «La sua giornata?» «Una giornata di lavoro.» «Il suo programma futuro?» «Lavorare, lavorare, lavorare.» «Il suo desiderio più vivo?» « Sposarsi e avere tanti bambini.» 
Alla mia domanda apocrifa: «Ma non è già sposata?» la signora Steinbach sorrise in modo ancora più dolce e brillante, non disse più una parola, e si alzò per congedarmi.

da Noi siamo le signore, Longanesi, 1958

27.8.15

Un omaggio a Giacomo Leopardi. “Contro Natura” di Franco Mistretta.

Franco Mistretta, con il quale in virtù di comuni amicizie ed idiosincrasie, intrattengo un'amicizia telematica affettuosa e dialettica, ha postato su fb il testo che segue come “omaggio a Mautino e Bressanini”, autori di un libro (Contro natura, Rizzoli) che, da quanto ne leggo, contesta la mitologia dei “cibi naturali” e la scomunica degli OGM. Non conosco il libro e non sono in grado di giudicare. Sugli OGM ho un approccio che mira ad attenuare il “principio di precauzione” oggi di moda: senza “rischio calcolato” sarebbe impensabile il progresso. Le mie diffidenze nascono dal dubbio che manchino criteri di calcolo del rischio che contemperino gli interessi delle multinazionali dei semi con quelli dei consumatori e dei contadini. Peraltro questo è un tema su cui la comunità scientifica è divisa, con accuse reciproche di “servi dei padroni”, giustificate dai rapporti tra un certo tipo di ricerche e i loro finanziatori, e di “oscurantisti”, giustificate da immotivate prevenzioni, dalle paure non suffragate da dati sperimentali.
Franco mi pare (ma posso sbagliarmi) meno prudente di me, più pronto ad accettare come buone le assicurazioni delle holding tipo Monsanto; ma dà fastidio a me non meno che a lui lo sdolcinato ecologismo che esalta la “natura” e pretende di difenderla. A rigore nulla di ciò che avviene è “contro natura”, per il fatto stesso di avvenire; ma un intervento correttivo nei processi naturali spontanei è caratteristico dell'uomo. Le dighe, i concimi, i farmaci, gli occhiali, l'addomesticamento degli animali, l'ibridazione delle piante, gli aeroplani eccetera eccetera eccetera sono tutte cose “contro natura”.
Mi permetta Franco di usare il suo sugoso scritto per omaggiare Leopardi, il filosofo italiano che con più forza sottolineò come l'oggettività delle leggi naturali comporti fame, freddo, desiderio, sonno, noia, malattia, invecchiamento e morte, di modo che la natura tende a configurarsi come “ostile” per gli esseri viventi consapevoli. Fu lui a progettare la fraterna alleanza degli umani nella comune “guerra contro natura”, una solidarietà fondata sulla scienza ( il “verace sapere”) e sulla sua divulgazione, capace di attenuare attraverso il reciproco soccorso i disagi di una condizione umana diversamente infelice, ma per tutti infelice.
L'immagine che il mio amico Mistretta presenta, a me sembra un'eccellente esemplificazione di codesta filosofia “dolorosa ma vera”. (S.L.L.)

CONTRO NATURA
di Franco Mistretta
Stamattina ho visto un vecchio curvo e sofferente che si appoggiava al braccio di un ragazzo down, forse un suo nipote. 
Uscivano dal supermercato, il ragazzo aveva nell’altra mano una grossa busta e uno sguardo serio e impegnato, sembrava compreso del sostegno che offriva. 
E ho pensato quanto è crudele a volte la natura e quanto l’umanità ha cercato di opporsi, nel corso del suo sviluppo, alle cosiddette leggi di natura, normalmente e naturalmente spietate verso vecchi e disabili.

fb, 27 agosto 2015

Chiapas 1981. In attesa di Marcos e di Zapata (Bartolo Pieggi)

Ho tratto l'articolo che segue e le foto che lo corredano (di Robert Van der Hilst) da un numero di “Qui Touring”, il mensile di viaggi e informazioni turistiche che il Touring Club Italia inviava ai suoi soci del 1981 (il mese potrebbe essere maggio, ma nel ritaglio non trovo indicazioni). L'autore è di chiesa, ma la sua rappresentazione delle condizioni delle popolazioni contadine e, in particolare, degli indios, è concreta e documentata e dà conto del clima generalizzato di rivolta. Qualche anno dopo arriveranno il sub-comandante Marcos e la rivolta zapatista. (S.L.L.)
Più di diecimila alla festa di San Juan de Chamula
Tra la fine di gennaio e la metà del febbraio scorso, alcuni avvenimenti, relativamente clamorosi, hanno scosso di nuovo la vita, fino a qualche anno fa sonnolenta e antica, dello stato messicano del Chiapas, nel profondo sud del paese.
A El Carmen, cittadina settentrionale della regione, dodicimila contadini hanno bloccato più volte l’entrata di un complesso petrolchimico statale per protestare contro il mancato pagamento dei risarcimenti promessi in cambio delle terre sottratte alla coltivazione e dei danni prodotti dall’inquinamento. Le manifestazioni sono state pacifiche e di breve durata, ma i contadini hanno dichiarato di essere decisi a ripeterle fino a quando non otterranno quello che chiedono.
A San Juan de Chamula, borgo posto a 2.000 metri d’altezza, nella regione centrale, ancora splendida e incontaminata, del Chiapas, altri contadini hanno celebrato, con una partecipazione più intensa di quella degli anni passati, la festa della purificazione, una delle tante dedicate in questo periodo al risveglio della natura, secondo credenze e riti millenari.
Buona parte dei contadini protestatari di El Carmen erano indios; quelli di San Juan sono tutti indios discendenti da quel mosaico di popoli sparsi da tempi immemorabili nell’America centrale prima della conquista spagnola.
Il Messico può menarne addirittura vanto: conta infatti più indigeni precolombiani di quanti possano sommarne tutte le altre nazioni del continente. Gli indios messicani di sangue puro sono circa 6.000.000 su un totale di 67.400.000 abitanti. Tra i 73 gruppi etnici finora classificati, i più numerosi sono gli zapotechi, i mixtechi, i maya, gli otomies e i nahua, eredi degli aztechi, ultimi dominatori dell’antico Messico, a cui tolsero potere e ricchezze nel 1520-21 alcune centinaia di spagnoli guidati da Hernàn Cortés. Questi e altri gruppi, di cui ci occupiamo un po’ più diffusamente nel riquadro a pagina 65, parlano lingue diverse (gli studiosi ne distinguono 58 con 183 sottovarianti e dialetti), non conoscono o conoscono a malapena lo spagnolo, la lingua ufficiale della nazione, e hanno conservato, è vero, una parvenza di autonomia culturale e politica, ma a prezzo di condizioni d'esistenza autarchiche e dolorose. Già nel 1937, Pio XI li definiva «uomini talmente travagliati dalle angustie della vita da non potere neppure conservare la dignità umana». Da allora la situazione non è molto cambiata e a questo riguardo il Chiapas può servire da modello esemplare.
Ottavo stato del Messico per grandezza, con una superficie di 74.000 chilometri quadrati, ospita circa 350.000 indios (per lo più tzotzil, tzeltales, toques e tojolables) su poco più di 2.000.000 d’abitanti. Fino a cinque anni fa era terra di latifondismo e di perseverante sfruttamento; dal 1976, dopo la scoperta del petrolio, è diventata anche zona di frontiera. Dall’area posta a cavallo tra il Chiapas e lo stato contiguo del Tabasco si ricava oggi un milione di barili di petrolio al giorno su una produzione totale quotidiana di 2,3 milioni nel gennaio scorso, e si producono i due terzi del gas messicano, la maggior parte del quale viene convogliato verso gli Stati Uniti attraverso un gasdotto di 774 miglia.
A beneficiare di questa nuova ricchezza, sfruttata dall’ente di stato Pemex, non sono comunque gli abitanti locali. I contadini del Chiapas (per lo più di sangue misto come di sangue misto è l’80 per cento della popolazione messicana) guadagnano meno di un terzo di un manovale della Pemex. Coloro che riescono a farsi assumere dall'azienda, di solito a titolo provvisorio, devono spesso pagare tangenti per conservare il posto.
Da sinistra in alto: uomini della tribù tzotzil riempiono i bicchieri; accanto musici. 
Sotto a sinistra una fase della corrida, accanto una madre tzotzil con il figlio.
Ma ancora più diseredati e sfruttati restano gli indios cosiddetti puri. Essi continuano a essere impiegati come manodopera stagionale nelle grandi piantagioni di caffè, di cacao e legno pregiato. Sono pagati, a volte, mille lire al giorno o in natura, con acquavite, che per loro è companatico e veleno. «Ogni volta che bevete caffè, sappiate che bevete sangue indio», ha detto qualche anno fa monsignor Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobai de Las Casas. l’ex capitale coloniale del Chiapas, posta a circa una ventina di chilometri dal centro cerimoniale di San Juan de Chamula.
Eredi dei maya (un popolo che, soprattutto tra il 200 e il 900 d.C., costruì città e piramidi meravigliose pur non possedendo arnesi metallici, veicoli a ruote e animali da soma), gli indios del Chiapas si sono ripetutamente e inutilmente ribellati in passato: nel 1712-13 e nel 1867-80. Recentemente, nel 1970 e nel maggio dell'anno scorso, hanno partecipato ai tentativi falliti da parte di contadini locali d’occupare terre incolte dei latifondisti. Alcuni sono stati uccisi, altri arrestati. (Delle ultime proteste davanti ai cancelli del complesso petrolchimico della Pemex abbiamo parlato all’inizio).
Questo spiega l'importanza insostituibile e crescente per questa gente delle feste religiose. Costretti a vivere in villaggi di capanne, isolati in alta montagna, dove la coltivazione di mais è più dura e precaria, gli indios ritrovano una parvenza di dignità e dimenticano le loro miserie inebriandosi di danza, liquori, colori e musica per le vie di San Juan de Chamula e di altri centri di preghiera e di riunione. In tali cerimonie si mescolano credenze millenarie e recenti. Dalle tradizioni dei maya, e astronomi espertissimi che furono in grado di calcolare l’anno solare in 365,2422 giorni sbagliando solo di 17 secondi, riemerge il senso ciclico della vita cosmica, che la chiesa cattolica ha adattato ai suoi riti e misteri.

La sfilata
Dietro il Cristo è adombrato il dio Sole; dietro il culto della Madonna si nasconde l’adorazione di un’antica dea madre, anch’essa vergine. Molti santi patroni di San Juan de Chamula portano sul cuore uno specchio, nel quale è possibile scorgere la propria anima, quell’anima che stregoni e sciamani, secondo una tradizione ancora diffusa e segreta, devono rincorrere e riprendere quando malati e indemoniati l’hanno perduta. Persino l’uso del pulque, una bevanda inebriante ricavata dal succo fermentato dell’agave, ha connotazioni religiose. Un tempo erano numerosissimi gli dei del pulque; oggi, prima di berlo, per esempio, in una delle 1.109 pulquerías della megalopoli di Città di Messico, gli uomini si tolgono il cappello di fronte alle immagini della Madonna e dei santi che proteggono questi ed altri locali similari, assai frequenti in tutte le città del Messico.
Meglio comunque di ogni altra considerazione, a far capire queste credenze e le condizioni in cui vivono gli indios. possono servire le semplici parole rivolte da un loro rappresentante a papa Giovanni Paolo II durante la sua visita in Messico nel gennaio del 1979. A Cuilapan, nello stato di Oaxaca. adiacente a quello di Chiapas, lo zapoteco Esteban, 48 anni, padre di sette figli, si è rivolto al pontefice nel suo dialetto (l’unica lingua che conosca): «Datu gunibatu eneuda pekte ki betua...», cioè, «Ti saluto Santo Padre a nome di tutti i miei fratelli. Siamo molto felici della tua visita perché ci porti la pace, la giustizia, l’amore e la luce di Cristo. Speriamo che con te venga e resti per noi la felicità. Siamo un popolo umile. Soffriamo molto. Le vacche stanno meglio di noi. Non siamo capaci d'esprimerci e quello che soffriamo dobbiamo custodirlo nel segreto dei nostri cuori. Non abbiamo lavoro e nessuno ci aiuta. Le nostre poche forze però le mettiamo volentieri al tuo servizio. Le offriamo alla tua e alla nostra Chiesa. Santo Padre, chiedi qualcosa allo Spirito Santo per i tuoi poveri figli. Per bocca mia gli Indigeni ti chiedono di pregare affinché la parola di Dio si realizzi nella nostra vita».

Qui Touring, 1981

Controcorrente (S.L.L. - commento fb)

Un giornale regionale di destra ha pubblicato la foto con tabellina e commento qui postata. Un tal Albi (lo ricordo radicale) la commenta tra irato e sconsolato nella pagina di un gruppo fb peruginista (Perugia ieri, oggi e domani). Le opposizioni riprendono la polemica a Palazzo Cesaroni.
Ma, a parte il commento anacronistico (si scherza bellamente sugli umbri "alleggeriti", ma lo slogan della Regione leggera è del tempo di Bracalente, nell'altro millennio), qui c'è proprio una falsificazione: l'aumento in tutta Italia delle addizionali regionali è il frutto della progressiva riduzione dei trasferimenti dal bilancio statale alle Regioni.
I governi (chi più chi meno, tutti i governi dal 2010 ad oggi) hanno tagliato i denari per i servizi (Sanità, trasporti eccetera) e hanno autorizzato le Regioni a finanziarli con l'aumento delle addizionali IRPEF. L'aumento delle addizionali IRPEF non è dunque una scelta delle Regioni (di tutte le Regioni), ma una via obbligata, una imposizione del Governo centrale. A leggere la tabella, oltre tutto, sembrerebbe che la Regione Umbria non si sia comportata male, mantenendo negli aumenti una certa progressività che salvaguarda i meno abbienti (se si fosse scesi sotto i diciotto mila euro la cosa sarebbe apparsa ancora più evidente).
Questo vuol dire che l'attività della Regione nel quinquennio è encomiabile? Tutt'altro; la Regione è stata fortemente deficitaria nelle risposte alla crisi, succube delle scelte dei governi nazionali! Vuol dire che non ci sono stati e non ci sono sprechi, malversazioni, privilegi da colpire, con cui si potrebbero nel caso diminuire un po' le addizionali o (preferibilmente) migliorare i servizi e realizzare investimenti produttivi? Ci sono, ci sono!

Ma snidare i privilegi e combatterli è difficile, è più comodo guadagnarsi una facile popolarità prendendosela con le tasse, anche perché i ceti popolari sono stati rimbecilliti. Plaudono a chi fa finta di togliere anche un euro di tasse (mentre ne toglie cento a lor signori). Che importa se poi devi pagarti le analisi, la visita dell'oculista, se hai metà degli autobus e l'abbonamento costa il doppio, se l'assistenza domiciliare ai vecchi si riduce, se non c'è un centesimo per sostenere le attività produttive eccetera eccetera? Sono cose che per i più nell'immediato non pesano, ma dopo...

Oklahoma. Pozzi e terremoti (Eleonora Degano)

Katie Keranen
Uno studio geologico pubblicato su “Science” ha confermato che l'ondata di terremoti che ha colpito l'Oklahoma, a partire dal 2008, è stata causata dalle operazioni di iniezione delle acque reflue in appositi pozzi costruiti in profondità. Tali fenomeni sismici rappresentano la metà di quelli che hanno colpito gli Stati Uniti centrali e orientali tra il 2008 e il 2013, attirando subito l'attenzione - data la frequenza assolutamente atipica per la regione interessata.
L'Oklahoma è così diventato il secondo Stato più sismicamente attivo, subito dopo la California.
È stato un team di ricercatori della Cornell University a confermare la scoperta e gli scienziati, guidati dalla professoressa di geofìsica Katie Keranen, sono arrivati a una serie di punti fermi che andranno tenuti in seria considerazione. Secondo i ricercatori, le condizioni sismiche dei territori in cui vengono smaltite le acque reflue devono essere monitorate con precisione, rendendo pubblici tutti i dati, a partire dai volumi e dalla pressione dei liquidi in questione.
In assenza di una documentazione accurata, resta impossibile definire caso per caso una correlazione inequivocabile tra i fenomeni sismici e il pompaggio d'acqua. Grazie a modelli idrogeologici e di misurazione per la sismicità, il team di Keranen ha dimostrato che i quattro pozzi di smaltimento più grandi dell'Oklahoma, da soli, sono stati in grado di scatenare circa il 20% dei terremoti che hanno colpito gli Stati Uniti centrali, responsabili per un'area di circa 2.000 chilometri.
I terremoti vengono indotti a distanze superiori ai 30 chilometri dal pozzo di smaltimento, il che chiarisce l'inadeguatezza dei criteri attuali, che indagano la possibilità di fenomeni sismici solamente entro i 5 chilometri.
Per di più, aggiungono gli esperti, l'area in cui la pressione aumenta in relazione alle attività dei pozzi è in continuo aumento, incrementando la probabilità che a un certo punto incontri una faglia e scateni un terremoto di magnitudo molto elevata.
L'ipocentro, ovvero il punto della Terra in cui ha origine il sisma, ha profondità variabile: in questi particolari casi, spiega la squadra di Keranen, tra i due e i cinque chilometri.
La pratica dei pozzi di iniezione indagata dai ricercatori non va comunque confusa con il fracking, la fratturazione idraulica, un procedimento di estrazione molto efficiente che porta tuttavia con sé una serie di problematiche, assolutamente da non sottovalutare, dai fenomeni sismici fino all'inquinamento delle acque.


“pagina 99”, sabato 12 luglio 2014

Perché io guarisca. Canto dei pellerossa (XIX secolo)

Nativo del Nord-America - Foto di E.S.Curtis
Perché io guarisca
lo stregone ha dipinto
la tua immagine nel deserto.

Sabbia dorata per gli occhi,
rossa per la bocca,
azzurra per i capelli
e bianca per le mie lacrime.

Tutto il giorno ha dipinto.
Tu crescevi come una dea
sul grande canovaccio giallo.

Di sera il vento disperderà
la tua ombra multicolore.
Secondo la legge, nulla resta
se non il simbolo delle mie lacrime:
la sabbia d’argento.

In Poesie d'Amore (a cura di Roberta Serra), BUR, 1998

Ritratto di Pietro Secchia in carcere (Leo Valiani)

Leo Valiani, esponente di primo piano della Resistenza giellina e del Partito d'Azione, poi storico, editorialista e, negli ultimi anni, senatore a vita, aveva condiviso con Pietro Secchia la militanza comunista e il carcere fascista nei primi anni Trenta del 900.
In un suo libro pubblicato nell'immediato dopoguerra tracciò questo ritratto di “Botte” (il nome usato da Secchia nella clandestinità). (S.L.L.)
Pietro Secchia nel 1928
Botte tracciava il programma di vita per tutti. Era molto semplice: appena si erano finiti gli anni di carcere, si ricominciava a combattere. Chi ritorna in libertà, prende il posto di chi è arrestato. Si forma così una catena circolare, che il fascismo non riuscirà mai a spezzare. Un giorno o l’altro, il fascismo si troverà in crisi, per ragioni internazionali o economiche. Quel giorno la nostra catena lo paralizzerà, lo serrerà alla gola.
Erano le stesse cose che avevo appreso da Rosselli nel 1926, ma Rosselli ne faceva una teoria di élite. Botte ne faceva la norma di vita di migliaia di giovani operai, impiegati, contadini. I pochi, che con lui non andavano d’accordo, dicevano che era settario. Avevano ragione; era settario, e all’occorrenza acido e aspro. Ma la sua setta era vastissima.

Da Tutte le strade conducono a Roma, Firenze, 1947. Citato in Marco Albeltaro, Le rivoluzioni non cadono dal cielo. Pietro Secchia, una vita di parte, Laterza, 2014

Gennaio 1989. Due ore con Fidel (Osvaldo Soriano)

Quanti sogni, quante speranze e frustrazioni 
simboleggia per noi l’uomo che è lì in piedi, 
vicino al marciapiede, 
mentre agita le braccia come un nuotatore solitario?
Rappresenta ancora 
l’inquietante fermento della rivoluzione
che doveva incendiare tutta l’Americalatina 
per redimere gli oppressi e gli umiliati?
La Mercedes Benz nera che ci porta 
si ferma a pochi passi 
dalla sua gigantesca figura 
vestita di verde oliva...
Fidel 1989 - Un comizio sotto pioggia
L’AVANA, gennaio.
E’ il tramonto all’Avana e il caldo è umido e appiccicoso. Fidel Castro si gira e guarda al di sopra della barba lunga e canuta. Ha le guance arrossate da un’irritazione o forse dalla stanchezza.
Gabriel Garcia Marquez apre la portiera dell’auto e scende come se fosse a casa sua. «Vieni che te lo presento» dice, e attraversa la rampa del palazzo dei convegni. Le guardie mi scrutano con curiosità e penso che per facilitare il loro lavoro sia meglio non muovere la borsa che porto sotto il braccio. Cosa sto facendo io in quel posto, mentre vado incontro all’uomo che tante volte ha commosso il mondo? Garcia Marquez dice il mio nome e il comandante mi tende una mano pesante mentre mormora: «Sì sì, ti abbiamo letto, hombre» e i suoi occhi si fanno piccoli, un po' perplessi di fronte all'intruso.
Osvaldo Soriano
Alcuni minuti prima, in uno chalet circondato da giardini, una chiamata ci aveva fatto lasciare a metà il bicchiere di rum. «Ho un appuntamento urgente», mi dice Garcia Marquez e si offre di accompagnarmi fino al palazzo dei convegni, dove erano riuniti più di 300 intellettuali latinoamericani per dibattere sull'arte, la scienza e le comunicazioni, convocati dalla Casa de las Americas.
L’autista oltrepassa la porta degli invitati, attraverso la quale avrei dovuto entrare, e gira attorno all’edificio fino a una lunga galleria di cemento e vetro. Fino a quel momento non avevo mai pensato di conoscere personalmente Fidel Castro. Nemmeno il capo della rivoluzione cubana aspettava un visitatore tremante, nervoso, che aveva saltato senza volere il cerchio della sicurezza, il protocollo e la prassi per fissare un appuntamento. Faccio un passo indietro, chiedo da dove si esce da quel pasticcio e un uomo della sicurezza mi mostra la strada verso il parco. «Dove vai? — chiede il comandante e aggiunge imperativo — vieni, hombre, rimani un momento».
Saliamo una scala e poi attraversiamo un corridoio. L'ho chiamato «comandante» e cosi mi sembra che sia meglio. Il familiare «Fidel» è per i cubani che gli mostrano le loro case distrutte dal ciclone che una settimana prima aveva squassato l’isola, o quelli che lo circondano per le strade della città vecchia per fargli lamentele o dargli consigli.

Ossessionato dalla precisione
Improvvisamente si ferma, guarda Garcia Marquez e sospira con complicità: «L’uomo ci ha già fatto innamorare», esclama. Parla di Florentino Ariza, il protagonista di L’amore ai tempi del colera che aveva cominciato a leggere la notte prima (è l'ultimo romanzo dello scrittore colombiano, pubblicato il mese scorso ndr).
«Mi sono addormentato alle sette del mattino, ma ho scoperto che usi alcune parole che non esistono, che non si trovano nel dizionario». Gabo sorride. Gli piace che l’eroe della Moncada e della Sierra Maestra si sia rivelato con le sventure di un amore fittizio e impossibile. «Tetamenta, che parola è questa?», chiede Castro. È già seduto su un modesto divano in una sala vuota, neutra. «Lo so, gli scrittori inventano altri mondi, però ti assicuro che quel galeone pieno d’oro che tu descrivi andrebbe a fondo sicuramente. Ho fatto il calcolo e non si scappa, con un peso simile si va a fondo».
Fidel Castro è ossessionato dalla precisione. I suoi discorsi e le sue chiacchiere sono piene di cifre e di dati che soprendono i suoi interlocutori. Quando domanda non tollera vaghezze: «Quanti piani ha il centro culturale di Buenos Aires? Quante stanze? Quante automobili circolano tutti i giorni sull’autostrada che attraversa la capitale argentina? E’ impossibile sfuggire a quella fine ragnatela che la sua voce tende intorno all’ospite assorto. E’ un uomo cordiale, cosciente che il suo enorme potere intimidisce fino alla paralisi. Allora, quando mi vede accendere una sigaretta, vuole mostrare una certa fragilità: «Sono quattro mesi che non fumo, ma non l’ho ancora detto ufficialmente. Bisogna vedere se sono capace di resistere. Stiamo facendo una campagna contro il tabacco e devo dare l’esempio».

L'illusione del potere
Senza il leggendario sigaro sembra più vulnerabile. O forse è l’età, quei 59 anni che racchiudono una delle più formidabili volontà politiche di questo secolo. Se Nikita Kruscev e John Kennedy sono stati sul punto di far saltare il mondo, è stato perché quest’uomo si ostinava a difendere l’orgoglio di un piccolo popolo e perché iniziava a forzare il cammino della storia. Si ricorda ancora la sua sacra collera del 1962, quando l’Urss aveva deciso di ritirare da Cuba i missili puntati verso il territorio nordamericano.
A quell’epoca Che Guevara era vivo, firmava le banconote che adesso portano il suo ritratto e tutti i sogni erano possibili per la generazione dei Beatles. Gli Stati uniti avevano subito sulla spiaggia Giron una sconfitta che anticipava quella del Vietnam e il continente cominciava a bruciare di passione rivoluzionaria.
Cos’è rimasto di quella utopia fervente, spazzata via dai Pinochet, Videla, Banzer e dall'ordine militare del Brasile e dell'Uruguay? Invecchia la rivoluzione cubana con i fardelli del pragmatismo e dell’esilio?
Sarebbe troppo comodo e ingiusto affermarlo. In questo periodo, silenziosamente, Fidel Castro sta forzando un «aggiornamento» della società precomunista che pochi credevano possibile. Alti funzionari storici vengono sostituiti da altri, più aperti a una concezione moderna del socialismo.
Nei giorni in cui si è svolto il secondo incontro di intellettuali per la sovranità dei popoli, i delegati di tutta l’America hanno visto salire sul palco degli eletti sacerdoti e psicanalisti, scienziati esperti di cibernetica e sarti che hanno imparato da Dior e Pierre Cardin. Qualcosa comincia a bollire in quell’isola poverissima, che vive sul piede di guerra, minacciata, vilipesa, condannata per incomprensione, per comodità o mala fede.
Però niente di questo emerge nella nostra conversazione.
Almeno non in modo esplicito. Fidel Castro parla della vecchiaia come se volesse allontanarla. Evoca i paesi della gerontocrazia e dice, pensoso: «Speriamo che qui non ci succeda questo». Però, come lotterà contro il passare del tempo l’uomo che è andato nella sierra con undici sopravvissuti per fondare il primo stato socialista d’America? Secondo lui (e forse parla di se stesso) un uomo di settantanni che stia attento nell’alimentazione, che faccia ginnastica tutti giorni e non fumi, avrà la forza di uno di quaranta.
«La gente che vive in tensione muore giovane», dice e mi guarda con gli occhi penetranti, aggrappato al bracciolo del divano. Gli dico che la mia tensione è dovuta alla sorpresa dell’incontro e lui ride.
Qualcuno serve un bicchiere di rum e Fidel Castro non sembra avere fretta. Garcia Marquez lo guarda in silenzio, come se conoscesse tutti i suoi segreti. Frey Betto, un prete brasiliano che ha pubblicato un libro di conversazioni con Castro sulla religione, racconta i suoi incontri con i vescovi di Cuba. «Non hanno mai capito il senso della storia», replica il comandante e allora mi rendo conto che non potrò mai scrivere quello che sto sentendo perché sono un amico di un amico, qualcuno a cui si dà fiducia per procura.
Uno degli uomini più amati e temuti del mondo intero parla adesso del potere, dell’«illusione del potere», come lui preferisce chiamare la sua capacità di capire e guidare gli uomini e le idee del suo tempo. Improvvisamente si volta, mi appoggia un braccio sulla spalla e mi dice che qualcuno ha voluto ingannarlo con l’intenzione di fare del bene alla rivoluzione. Lo ripete una volta e una seconda, con calma didattica, avvicinandosi al sorpreso funzionario, alzando appena il tono della voce, facendo calcoli sugli impulsi telefonici e le frequenze della televisione, come se volesse persuaderlo per la millesima volta che può sapere tutto, leggere tutto, controllare tutto per proteggersi dalle migliori intenzioni di estranei.

La rivoluzione più insonne
In pochi minuti ho avuto l’opportunità di ascoltare quello che non avrei voluto. Mi chiedo di nuovo che cosa sto facendo lì, sorridendo di fronte a un uomo che non smette di aizzare le belle coscienze di questo mondo e mi sento un intruso che per sbaglio è entrato in una camera da letto sbagliata. Il comandante capisce la situazione e la risolve con una battuta che affonda come un coltello nell’acqua. Ci sono sei persone nella stanza e alcune non hanno dormito durante la notte. Quella cubana è la rivoluzione più insonne della storia perché il suo capo vuole essere dappertutto contemporaneamente. Sentire, vedere e giudicare su qualsiasi cosa che tocchi il destino del suo popolo ribelle. In qualunque angolo dove c’è qualcuno che dorme, Fidel Castro vigila. Miami è a sole cinquanta miglia e il nemico ha il braccio lungo e minaccioso. Per questo il comandante va a dormire quando sorge il sole, quando è sicuro che anche l’ultimo cubano si è buttato giù dal letto disposto a lavorare per la sopravvivenza.
Però non tutti pensano che lo sforzo valga la pena. «Non c’è dio che distrugga questa rivoluzione, né dio che la sistemi», scherzano alcuni scontenti che avvicinano gli stranieri nella strade dell'Avana. Per loro, la burocrazia ha creato un sistema di privilegi che neppure lo stesso Fidel Castro potrebbe eliminare.
Radio Marti, finanziata dalla Cia, trasmette una versione idillica della vita nel capitalismo. Non paragona Cuba agli altri paesi dei Caraibi, o all’America centrale, ma alle società consumistiche più avanzate.
Per un cubano che trionfa a Miami mille sono sotterrati in un immondezzaio di umiliazione e miseria, però né Radio Marti né gli esiliati si si diffondono sul tema. In realtà, lo scontento di molti ha a che vedere con lo stallo di un’economia monocolturale che permette appena l’uguaglianza delle opportunità nella scarsità e a volte nella penuria.
Risolti tutti i problemi dell’istruzione e della salute (due orgogli della rivoluzione), persistono gravi carenze negli approvvigionamenti, nell’impiego del tempo libero e nel pluralismo delle opinioni, come lo si interpreta nelle democrazie liberali.
Però se non ci sono dei che rovescino questa rivoluzione, molti cubani sono convinti che l’uomo che adesso mi sta parlando della finzione letteraria potrà risolvere l’inerzia burocratica e fare un salto verso una tappa che metta in marcia nuovi meccanismi di partecipazione. A differenza di altri leaders, Fidel Castro non ha incoraggiato il culto della personalità. All’Avana non ci sono monumenti prematuri né slogan che lo presentino come esempio di tutte le bontà rivoluzionarie e umane. Quest’uomo è nel cuore della gente e questo neppure il più esasperato avversario oserebbe negarlo.

Un enorme gatto insoddisfatto
Pochi giorni dopo il nostro incontro, la televisione brasiliana ha girato un lungo reportage e, all’improvviso, gli ha proposto di uscire per strada, mescolarsi con la gente. Lo spettacolo è impressionante: riconoscendolo, i cubani si buttano su di lui, espongono le loro lamentele, propongono soluzioni per questo o quel problema, chiedono una casa o gli fanno vedere l’abito bianco della sposa. Il comandante si ferma, spiega, discute, cerca di convincere, persuadere. Nel suo atteggiamento non c’è il paternalismo né la compiacenza dei caudillos. Sa dire di no e anche spiegare fino alla noia le difficoltà dei rivoluzionari indigenti.
Sono passate due ore da quando è iniziata la conversazione. Si è alzato perché ha un appuntamento e si attarda sulla porta come se volesse rimanere. Potrò raccontare di questo sorprendente incontro soltanto se dimentico le parole e disegno una silhouette nella penombra, un volto nello specchio umido. Litigando con gli spettri della mia gioventù e il pesante carico del tempo che ci ha segnato la faccia e indurito il cuore.
Garcia Márquez parla un’altra volta della vecchiaia e della morte, così presenti nel suo nuovo romanzo. Fidel Castro fa un gesto noncurante : ha visto morire molti, è sopravvissuto con tanto impegno agli attentati, che è sicuro di incarnare la buona fortuna. Sembra così solitario, così asettico nella divisa verde e gli stivali lucidi, che sorprenderebbe vederlo estrarre addirittura un fazzoletto.
Porta ancora con lui la nostra utopia, il pezzo di storia che ancora non abbiamo percorso per sconfitta o fatica ideologica? In ogni modo, quest’uomo ha incarnato gran parte di una speranza fatta di rumore e di furia. Anche se da vicino sembra un enorme gatto insoddisfatto che vede avanzare, nella notte e nella nebbia, il fantasma trasparente dei nostri sogni distrutti.


il manifesto, 12 gennaio 1989

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