15.2.19

Classici. Il Master di Ballantrae di Robert Louis Stevenson. Una escalation d'odio (Elisabetta D'Erme)

Robert Louis Stevenson

Narrato dalle voci di quella “vecchia zitella” di Mackellar e del poco credibile colonnello irlandese Burke, il dramma della discendenza di Lord Durrisdeer si apre nel 1745 nella sala di una magione scozzese, con il lancio in aria di una moneta che deciderà quale dei suoi due figli dovrà partire per sostenere la causa di Charles Edward Stuart, young pretender al trono d'Inghilterra, Scozia e Irlanda, e quale resterà affianco al re Giorgio II, Hannover. Secondo la tradizione, a partire sarebbe dovuto essere il cadetto, il buon Henry, ma il caso decreterà che a sostenere la Jacobite rising sia invece il figlio più amato, lo scapestrato primogenito James, il Master, termine che nell'araldica scozzese indica l'erede al titolo nobiliare sia apparente che presunto.
Qual è la maggior colpa di James Durie, il Master di Ballantrae? Mackellar, fido servitore di Lord Durrisdeer, elenca quattro aspetti della sua diabolica personalità: ostilità verso il fratello Henry, esclusiva ricerca del proprio tornaconto, “pura e semplice delizia nell'essere crudele, come si riscontra a volte nei gatti, e attribuita dai teologi al demonio”, o infine ciò che James avrebbe non meglio definito come “amore”. La vera colpa del Master di Ballantrae (in una lettera ad Adelaide Boodle, Robert Louis Stevenson spiega che si deve pronunciare Ballantray) è forse invece quella di essere un recidivo revenant, di avere insomma non solo la pessima abitudine di tornare dal mondo dei (presunti) morti, ma anche e soprattutto la pretesa di poter far ritorno a casa.
James Durie spera di trarre vantaggi economici e personali nell'impresa, e lascia a cuor leggero il padre, il fratello (che chiama con disprezzo Giacobbe) e Alison, la promessa sposa, cosciente che, se la sua missione dovesse fallire, il titolo di Lord Durrisdeer passerebbe a Henry. Per la sua avventura “Bonnie Prince Charlie” (nato e morto a Roma, 1720-1788) poteva contare su molti clan tra gli Highlanders e sul supporto degli irlandesi che, con la sua vittoria, credevano di liberarsi dal giogo inglese, ma la storia ebbe il suo corso e nel 1746 le truppe giacobine vennero sterminate nella battaglia di Culloden. Il Master di Ballantrae viene dato per morto, e il titolo passa all'infelice Henry. In realtà, con l'aiuto del colonnello Burke, James è fuggito e si è unito a dei pirati, ai quali ha sottratto con l'inganno e il delitto un tesoro, che ha poi nascosto sui monti in America.
Ora è a Parigi da dove reclama la sua parte di beni di famiglia. Henry, sconvolto dalla notizia e a costo di ridurre i Durrisdeer sul lastrico, gli invia quanto chiede, ma al Master di Ballantrae non basta mai. Tanto che un (bel) giorno torna di persona a reclamare il resto, compresi l'affetto del padre e l'amore di Alison.
La bella edizione del Master di Ballantrae curata da Simone Barillari per Nutrimenti (Roma 2012) riporta in appendice una sorta di work in progress del capolavoro di Robert Louis Stevenson (Edimburgo 1850 - Samoa 1894), proponendo alcuni brani da The Art of Writing e una selezione della sua corrispondenza nei mesi durante i quali stava creando il romanzo. Ancora più felice è la scelta di pubblicare anche il Prologo di Stevenson che, inspiegabilmente, non appare in altre traduzioni italiane e che, essendo una riflessione sul “ritorno”, fornisce un'interessante chiave di lettura dei tragici eventi narrati nel testo. L'irrequietezza e la tubercolosi avevano infatti trasformato l'autore dell'Isola del Tesoro in un vagabondo bohémien che, minato dalla malattia, sarebbe morto a soli quarantaquattro anni nei mari del Sud, quanto più lontano fosse possibile immaginare dalla nativa Edimburgo:“Anche se da lungo tempo vive in volontario esilio, il curatore delle pagine che seguono torna ogni tanto nella città in cui è fiero di essere nato, e poche cose sono più strane, più dolorose o salutari di queste visite” scrive Stevenson nel Prologo, e prosegue: “All'estero (...) suscita sempre più sorpresa e attenzione di quanta si sarebbe mai aspettato. Nella sua città avviene il contrario, e si stupisce di quanti pochi ricordi rimangano di lui. (...) Altrove si rianima nel vedere tante facce cordiali (…), lì esplora le lunghe strade, con il cuore in mano, in cerca di volti e amici che non ci sono più. Altrove si diletta della presenza delle cose nuove; lì si tormenta dell'assenza di quelle vecchie. Altrove è soddisfatto di quel che è; lì è divorato dal duplice rimpianto di quel che era allora, e di quel che avrebbe sperato di essere”.
Parole che potrebbero ben esprimere i sentimenti di James Durrie al momento del suo ritorno nella magione di Durrisdeer, che si concluderà con un duello con il fratello Henry, che gli sarà quasi fatale. Il suo corpo mortalmente ferito viene abbandonato in un boschetto, ma quando Lord Durrisdeer e il fido Mac-kellar vanno a esaminarne la salma trovano solo una pozza di sangue. Anche questa volta Henry pensa di essersi liberato del “nemico fratello”, ma il pensiero che lui stesso ne abbia causato la morte lo porta a perdere progressivamente la ragione.
Il Master di Ballantrae è stato invece salvato dai contrabbandieri e, una volta sanate le ferite infertegli dal fratello, si imbarca per l'India dove vive con il fedele Secundra Dass, ma non per molto, perché un rovescio di fortuna lo spinge verso “casa”, per ripresentarsi a Durrisdeer, con “lo splendore di Satana” in compagnia dell'amico indiano. Ora per Henry, che è padre di un nuovo discendente al titolo, la priorità è salvare la propria famiglia dalla malvagità del fratello e con il favore della notte ne organizza il trasferimento a New York. Durrisdeer è lasciata alle cure di Mackellar che dovrà gestire anche la rabbia del Master, che non impiegherà molto a scoprire dove sono fuggiti Henry, Alison e i loro figli.
Iniziato da Robert Louis Stevenson nel dicembre del 1887 sul lago Saranac, nello stato di New York, The Master of Ballantrae verrà terminato due anni dopo, a bordo dello yacht Casco, nei mari della Polinesia. Sempre percorse da una sottile ironia, le pagine del romanzo vivono di questi grandi spostamenti per mare e per terra, fra le antiche tradizioni scozzesi, l'esotismo dell'Oriente e le promesse del Nuovo mondo. Un romanzo in cui Stevenson porta alle estreme conseguenze le sue ossessioni sul doppio, l'antagonista interno, l'alter ego del quale non ci si può liberare. Se nello Strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde l'eterno conflitto tra bene e male si esprimeva nella scissione schizofrenica di una stessa persona, nel Master of Ballantrae ci troviamo di fronte a una moltiplicazione del Doppelganger, perché il conflitto dilaniante - così ben descritto da Jekyll - lacera l'animo di entrambi i fratelli, che solo a una lettura superficiale possono essere catalogati come uno “buono” e l'altro “cattivo”.
“Per quanto così doppio nell'intimo, non ero in alcun modo un ipocrita. I due lati del mio carattere coesistevano in perfetta buona fede; e quando abbandonavo ogni ritegno per tuffarmi nell'infamia, ero altrettanto me stesso di quando, alla luce del giorno, m'affaticavo per il progresso della scienza e il bene del prossimo” annota Jekyll nel suo memoriale, e il tourbillon degli avvenimenti che chiude in maniera quasi surreale The Master of Ballantrae mostra che la latenza del male è più diffusa di quanto sia possibile immaginare: la nobiltà d'animo vive al confine dell'abiezione, l'amore ai limiti dell'odio. Lo sviluppo della vicenda mostrerà inaspettati lati benevoli di James, ma anche gli istinti decisamente meno “nobili” di Henry (che era evidentemente riuscito a reprimere fino a quando non erano stati liberati dalla follia), per arrivare a un'escalation di odio, che porterà al loro rispettivo annientamento nella wilderness dell'entroterra americano.

L'Indice, Gennaio 2013 

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