31.5.10

La poesia del Lunedi. Eugenio Montale

Il vinattiere ti versava un poco
d'Inferno. E tu, atterrita: "Devo berlo? Non basta
esserci stati dentro a fuoco lento?".

Da Satura, Xenia, II, 6

30.5.10

Enti inutili: il Museo della liberazione. Un articolo di Sandro Portelli.

Da "il manifesto" del 28 maggio recupero questo piccolo capolavoro di ironia del nostro vecchio amico Sandro Portelli, emblematico del fatto che nella revisione fastisteggiante in atto tutto venga usato, dalle citazioni di Mussolini alla lotta contro gli sprechi (S.L.L.).

Hanno ragione Berlusconi e Tremonti: il Museo della Liberazione di via Tasso a Roma è un ente inutile, anzi dannoso.

Dannoso, in primo luogo, per motivi sanitari e di immagine. Che figura ci facciamo, nel terzo millennio, a mettere un museo dentro un ex carcere (nazista), poco salubre perché le finestre sono ancora murate come le avevano lasciate Kappler e Priebke, e indecoroso perché non si è ancora provveduto a ripulire i muri dei graffiti lasciati dagli ospiti involontari che ci hanno trascorso mesi e giorni (spesso gli ultimi) della loro vita? Roba da terzo mondo, diranno all’estero.

E inutile. Il Museo della Liberazione non si vede mai in televisione, non dà appalti, non organizza Grandi Eventi, non offre ben retribuiti posti in consigli di amministrazione, non è lottizzato ai partiti politici e non distribuisce appetibili consulenze. Che esempio diamo ai giovani? Pensate che costa solo cinquantamila euro e ci lavorano tutti gratis meno il custode. Quasi immorale, si direbbe.

E ancora, dannoso perché coltiva argomenti sgradevoli di un passato sul quale sarà bene mettere una pietra sopra in nome del futuro, della riconciliazione e dell’ottimismo obbligatorio. L’ultima volta che ci sono stato, accompagnando studenti e docenti di un’università americana che non avevano la minima cognizione di che storia contemporanea avesse la città in cui si trovavano, ho visto che si sono fatti un’immagine di Roma poco turistica e poco consumistica– come anche la classe di liceali con cui ci incrociammo quella mattina. E questo non possiamo permetterlo. Certo, gli studenti americani e italiani di quel giorno (e le migliaia che ci passano nel corso dell’anno) sono anche venuti a sapere che in Italia c’erano persone di ogni idea politica e di ogni classe sociale che hanno pagato col carcere, con le torture e in tanti anche con la vita la loro volontà di essere liberi e di dire di no al potere. Un brutto esempio anche questo, per le giovani generazioni.

Non ne parliamo più, insomma. Nell’immediato dopoguerra, le vedove degli uomini uccisi alle Ardeatine giravano per Roma in gramaglie, in cerca di un modo per sopravvivere insieme con le loro famiglie. In tante hanno raccontato che la città ne aveva pena, ma non se le voleva vedere intorno. Davano fastidio – e danno fastidio ancora adesso perché, come via Tasso, ricordano il dolore e la sofferenza a un paese che ha il dovere di non vederli. A metà anni ’50, per non turbare le relazioni con la Germania nostra alleata nella guerra fredda, tutte le carte dei processi contro i criminali nazisti furono chiuse in un armadio che venne nascosto in uno scantinato; oggi si compie l’opera: con lo scopo dichiarato di “mettere fine alle tensioni nei rapporti internazionali”, il governo azzera per decreto tutte le rivendicazioni che familiari delle vittime delle stragi e perseguitati dal nazismo hanno avanzato nei confronti del governo tedesco. Come se le tensioni con Angela Merkel e il suo governo riguardassero i quattro soldi di persone che hanno sofferto ferite terribili, e non poste in gioco assai più alte e problematiche. Davvero, l’ordine è stato eseguito, la pace è ristabilita, e regna il silenzio.

Sono tante le cose di cui non si parla più in questo paese. Le isole di autonomia nella televisione pubblica, gli enti (anch’essi “inutili”) che svolgono riflessioni e proposte non subalterne in campo economico, e soprattutto la scuola – che, dicono, meno ci stanno i ragazzi e meglio è, perciò via il tempo pieno e ricominciamo un mese più tardi così chi se lo può permettere alimenta il turismo che è tanto più importante, e tutti gli altri sono sottratti all’influenza nefasta di un’istituzione dove qualcuno ancora crede all’indipendenza di pensiero. Giustamente, si è parlato di un attacco alla memoria; ma quello a cui assistiamo è un attacco generalizzato all’intelligenza, alla conoscenza, al pensiero.

Non ci sono poche decine di migliaia di euro per il Museo della Liberazione. Nel frattempo Roma si candida per le Olimpiadi del 2020. Se l’amministrazione cittadina avesse un minimo di spina dorsale non si limiterebbe alle parole, ma dovrebbe dire: i soldi ce li mettiamo noi. Perché senza il museo di via Tasso Roma non sarebbe la stessa. Ma forse è questo che vogliono.

Come nacque Forza Italia

Il "papello" di Bernardo Provenzano a Marcello Dell'Utri
e p.c. a Silvio Berlusconi in possesso di Massimo Ciancimino

Anche in seguito alle pubbliche considerazioni del Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e ai ricordi di Carlo Azeglio Ciampi il collegamento tra le stragi di mafia del 1993 e la nascita di Forza Italia è tornato di stretta attualità. Forse non è inutile ricordare una testimonianza più vicina nel tempo, del 1998. E’ fornita dal leader della Lega lombarda Umberto Bossi, che dal suo insediamento padano osservava da vicino la penetrazione economica, ma non solo, della criminalità organizzata nella cosiddetta “capitale morale” d’Italia e nei suoi dintorni lombardi. La denuncia è resa più solenne dal fatta che viene esposta in una sede ufficiale, quella del congresso della Lega. Ho postato qui l’articolo di Matteo Mauri su “La Padania” del 27 ottobre che ne è un obiettivo, anche se un po’ entusiastico resoconto (S.L.L.).

Bossi rincara la dose dal Congresso federale della Lega:

il capo di Forza Italia parla meneghino ma nel cuore è palermitano.

La Fininvest è nata da Cosa Nostra

Lo tengono in piedi perché rappresenta i loro interessi al Nord,

è il loro "figlio di buona donna"

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di Matteo Mauri

Brescia

La guerra è aperta da tempo. Ma ora entra in campo l'artiglieria pesante. E se alle accuse di mafia che da tempo Bossi lancia contro Berlusconi, il Cavaliere risponde col silenzio, adesso il Senatur ha deciso di alzare il tiro. «Tanto per essere chiari, per far capire alla gente», replica ad un congressista che aveva criticato la «politica dell'insulto» del segretario leghista. L'attacco di Umberto Bossi a Silvio Berlusconi, è durissimo. Il segretario della Lega Nord nel corso del suo intervento al Congresso straordinario del Carroccio, ha più volte dato del "mafioso" a Berlusconi. Da tempo il leader leghista, durante gli innumerevoli comizi, aveva indicato nel Cavaliere «l'uomo di Cosa Nostra». Al congresso, la tesi è diventata ufficiale. «L'uomo di Cosa Nostra» viene citato decine e decine di volte. E con lui tutte le aziende che fanno capo al leader di Forza Italia. L'anomalia italiana è lì: se ne devono convincere in primo luogo tutti i delegati, poi l'opinione pubblica. «La Fininvest - ha affermato Bossi - ha qualcosa come trentotto holding, di cui sedici occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano. E a Palermo hanno preso un meneghino per rappresentare i loro interessi. La verità è che, se cade Berlusconi, cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi».

Se l'ex-Capo dello Stato Francesco Cossiga negli ultimi due giorni è andato giù durissimo nei confronti del Cavaliere, Bossi non è certo stato da meno. Anzi, ha alzato il tiro, entrando anche nei dettagli, quando ha parlato della Banca Rasini, delle holding occultate, della nascita della prima tv berlusconiana, del partito degli azzurri. «Un palermitano - ha affermato Bossi - è a capo di Forza Italia. Perché Forza Italia è stata creata da Marcello Dell'Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord».

Eppoi ancora, come in un crescendo: «Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord»; «Silvio è uomo della P2, cioè del progetto Italia»; «La Banca Rasini è la banca di Cosa Nostra a Milano»; «Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì»; «Berlusconi parla meneghino ma nel cuore è un palermitano».«L'uomo di Cosa Nostra»: Bossi, nelle tre ore d'intervento, ha indicato spesso il disegno dietro il palco in cui era raffigurato alle spalle di Berlusconi, un sicario siculo con lupara e coppola.

Dopo aver ricordato i molti «giovani del Nord morti per droga», Bossi ha aggiunto: «Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che "pecunia non olet". C'è denaro buono che ha odore di sudore, e c'è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore. Ecco il punto».

Fermate Centaro! Intercettazioni e dibattimenti. L’articolo della domenica.


Le norme contro le intercettazioni e contro la loro pubblicazione, per quanto mascherate da garanzia per la vita privata dei cittadini, sono nello stesso tempo un regalo alle mafie e ai collusi con le mafie ed un bavaglio per la libera informazione. Le argomentazioni addotte sono tante e di tal peso che non giova qui ripeterle. Ne riproporrò solo alcune, anch’esse note ma forse meno di altre, fondate sul principio della distinzione.
Le intercettazioni pubblicate si distinguono in due grandi gruppi: quelle coperte da segreto istruttorio e quelle inserite in atti giudiziari e dunque a disposizione delle parti del processo. 
Chi è in grado divulgare le prime? Polizia e carabinieri incaricati di intercettare, registrare, sbobinare, magistrati, dipendenti dell’amministrazione della giustizia, potenziali talpe potenzialmente allettate dai lauti compensi elargiti dal sistema mediatico. 
Sanzioni sulla violazione del segreto istruttorio ci sono già. Se giudicate lievi, dati i gravi effetti del reato sull’altrui immagine, le si può aggravare senza creare ostacoli agli indagini. E’ vero peraltro che sono ben rari i casi di talpe scoperte e incriminate. Ma anche a questo si può porre rimedio: stabilire delle procedure rigide che diminuiscano il numero di persone cui le intercettazioni siano accessibili e che favoriscano pertanto l’individuazione e l’esemplare condanna dei corrotti. Il fenomeno, a mio avviso, aumentando i rischi di essere scoperti, si ridurrebbe notevolmente e l’individuazione di qualche poliziotto, carabiniere, pm, cancelliere infedele gioverebbe alla ripulitura dei pubblici apparati. 
Conosco l’obiezione: se ci sono registrazioni e i testi delle intercettazioni, qualcuna comunque esce fuori. E’ un rischio che bisogna pur correre, se non si vuole rinunciare all’efficacia di indagini assolutamente indispensabili a combattere criminalità organizzata e corruzione politica, burocratica e finanziaria. Nessuno pensa di bloccare la libera circolazione delle automobili perché c’è in giro qualche pirata della strada.
Per quanto riguarda i testi di telefonate intercettate a disposizioni delle parti del processo l’intervento non può che riguardare la magistratura. Io ho l’impressione che qualche abuso ci sia stato. A naso mi pare che una parte delle conversazioni rivelate (ripeto, dalla magistratura) in atti di rinvio a giudizio e simili abbiano pochi nessi con i reati e riguardino esclusivamente aspetti della vita privata meritevoli di protezione. Forse non guasterebbero regole più rigide determinate per legge, ma credo che su questi problemi debba avere un peso importante l’organo di autogoverno della magistratura, che deve individuare e punire gli abusi, quando ci sono, e non difendere sempre e comunque i magistrati sciattoni che non controllano e selezionano.
La cosa più grave della legge in discussione è, ovviamente, il bavaglio che si vuole imporre alla stampa e all’informazione attraverso le gravissime sanzioni previste per le violazioni. Gli effetti di una simile normativa potrebbero essere devastanti per la democrazia, che com’è noto si fonda sulla libera circolazione delle informazioni, sul massimo della trasparenza e non sul segreto e sull’oscuramento. Io credo che in questo caso non valga l’obiezione che i fatti emersi dalle conversazioni non siano reato, specie quando si tratti di potenti, di uomini della politica, dell’economia, dell’alta burocrazia, della magistratura. Esistono fatti di costume che, pur non essendo reato, la stampa ha non solo il diritto, ma anche il dovere di rivelare, specie quando essi riguardino uomini pubblici ed investano in qualche modo la loro funzione.
Queste le brevi sottolineature che intendevo fare, ma c’è una piccola cosa che intendo aggiungere, di cui nessuno parla e che è altrettanto grave. C’è un ex magistrato originario di Siracusa, che è dal 1996 parlamentare per il polo berlusconiano, che è stato responsabile di Forza Italia per la giustizia e presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 2001 al 2006. Si chiama Roberto Centaro. E’ oggi senatore Pdl impegnatissimo nella Commissione giustizia: ha tra l’altro il ruolo di relatore per la legge sulle intercettazioni che arriverà in aula lunedì. In questo ruolo ha presentato un emendamento, approvato in commissione, che con le intercettazioni c’entra come i cavoli a merenda e che riguarda il dibattimento processuale. Il dibattimento è, nelle democrazie, pubblico, anzi pubblicissimo e, solo in rarissimi, codificati casi, si può eccezionalmente svolgere a porte chiuse in qualche sua fase. L’emendamento, grosso modo, recita che sono proibite le registrazioni e, ovviamente, le trasmissioni televisive e radiofoniche dei processi quando anche una sola delle parti in causa vi si opponga. Il che vuol dire, praticamente, sempre, perché, anche a prescindere dai grandi processi di mafia con decine o centinaia di imputati, c’è sempre una delle parti interessata a ridurre la pubblicità del processo.
Tali registrazioni sono oggi regolate da una normativa emanata da un ministro che era anche un grande giurista, Giuliano Vassalli, che ha trattato la materia con eccezionale equilibrio. Vassalli ha distinto tra processi, come dire, ordinari, e processi di rilevanza sociale. Solo per i secondi è ammessa la registrazione e diffusione del pubblico dibattimento ed il compito di determinare la rilevanza sociale è affidata al giudice del processo. Il diritto alla privacy è garantito ai testimoni che non vogliano essere ripresi dalle telecamere. Finora ad utilizzare questa possibilità tra le emittenti televisive è stata soprattutto la Rai, che vi ha costruito la trasmissione Un giorno in Pretura, all’interno della quale sono stati diffusi ampi passaggi di alcuni processi di mafia, di terrorismo, di corruzione. Tra le emittenti radiofoniche chi, sistematicamente, registra e trasmette i grandi processi per svolgere, come proclama, un servizio pubblico è Radio radicale. Questa attività risale ai tempi del caso Tortora, ma si è estesa a tutti i più importanti processi. L’emittente radiofonica non trasmette per intero tutti i processi, ma ne conserva la registrazione integrale e la mette a disposizione di tutti attraverso la rete. Non c’è niente di segreto o di riservato in queste registrazioni, riguardano, ripeto, dibattimenti a cui chi vuole può assistere e che Radio radicale, con il consenso dei giudici, rende davvero pubblici, cioè accessibili ai più. Le registrazioni dei dibattimenti sono tante cose, per esempio una fonte per gli studiosi e i giornalisti, un archivio storico per le generazioni a venire, ma anche e soprattutto uno strumento attuale per il controllo democratico da parte della pubblica opinione. Non comprendo pertanto come le forze politiche, culturali, mediatiche che appaiono più sensibili ai temi di libertà e più combattive verso l’opacizzazione del potere, tipica dei regimi autoritari, non abbiano lanciato un allarme su questo punto. Sarà che a promuovere questo lavoro, questo autentico servizio civico, sono stati fino ad oggi i radicali, che sono antipatici a molti e per molte ragioni (a volte condivisibili), ma non si può togliere ai cittadini una libertà e una opportunità solo per fare un dispetto a Pannella, a Bonino e a Bordin. Lo chiedo a tutti quelli cui in qualche modo arriverà questa sorta di messaggio nella bottiglia, questo grido per ora isolato: “Fermate Centaro!”.

Sulla Rivoluzione. Lettura critica di Hannah Arendt (1990)

Il testo che segue nasce come mio contributo ad un seminario sul tema della rivoluzione organizzato a Perugia nella primavera del 1990 dal Centro di Documentazione e Ricerche Segno critico. E’ stato pubblicato nel febbraio del 1991 su un opuscolo a circolazione assai limitata prodotto dallo stesso Centro e curato da Pino Tagliazzucchi. (S.L.L.) 
Hannah Arendt (1906-1975), intellettuale statunitense di origine ebreo-tedesca e di formazione filosofica (era stata l’allieva prediletta di Heidegger e Jaspers) è autrice di molti saggi di teoria politica: sul totalitarismo, la violenza, la disobbedienza civile, Rosa Luxemburg, il lavoro. Negli USA, in Germania e, più recentemente, anche in Italia la sua elaborazione è stata utilizzata a supporto teorico di nuovi movimenti (femminismo, ecologismo, neopacifismo) o come ancoraggio di un moderno radicalismo liberal-democratico. Il saggio Sulla rivoluzione, che è l’oggetto di questa esposizione critica, fu pubblicato per la prima volta nel 1963 e nella sua forma definitiva nel 1965. L’intenzione dichiarata è una ricognizione teorica, storica, fenomenologica sulla rivoluzione come nuovo inizio, come tentativo di rifondare la politica e la vita. Il bilancio che il libro traccia sulla tradizione rivoluzionaria è certamente negativo, ma esso non trasuda livore per le esperienze rivoluzionarie, sia democratiche che socialiste, per le quali anzi la Arendt mostra sempre rispetto, talora simpatia.

1. Politica e società
Il paradigma concettuale da cui la Arendt muove è una radicale opposizione tra il sociale e il politico, analoga a quella che caratterizzava Bakunin ed altri anarchici. Qui però il bakuniniano rifiuto della politica in nome della “rivoluzione sociale” viene capovolto. La società fondata su vincoli economici è il “regno della necessità”, governato dalla costrizione, dal bisogno, dall’ineguaglianza, ove il massimo di libertà e di felicità consentito attiene alla sfera del “privato”. Solo nella “società politica” si realizzano la pubblica libertà e la pubblica felicità e si superano le condizioni naturali e storiche della disuguaglianza, dato che nessun rapporto può essere considerato autenticamente politico, se non è un rapporto tra pari. Il compito di una autentica rivoluzione non può, perciò, essere, come per gli anarchici, quello di abolire il potere politico, semmai quello di instaurarlo. In questa luce la “questione sociale” non è più la buona radice delle rivoluzioni, ma piuttosto il morbo che le corrompe ed inaridisce.
In effetti la distanza della Arendt dal socialismo libertario è meno grande di quanto non appaia. Con molti anarchici essa ha in comune la valorizzazione del principio federativo, l’idea cioè della volontaria associazione tra liberi individui come fondamento della politica. Ai meccanismi burocratici e autoritari del potere statale contrappone, perciò, l’esercizio della democrazia diretta e di base. Anche qui, però, c’è un punto di divergenza dalla tradizione anarchica. Era presente in essa, a partire del Proudhon della formula Revolution en permanence, un filone di pensiero che tendeva ad ipostatizzare il conflitto tra libertà e Stato, immaginando una rivoluzione che non trova mai il suo pieno compimento. Da una parte si colloca infatti un potere oppressivo che, anche abbattuto, tende a rigenerarsi; dall’altra un bisogno di libertà sempre compresso, ma sempre pronto a risorgere. Non così per la nostra autrice, per la quale la rivoluzione ha il compito di costituire le libertà civili e politiche, tradurle in norma permanente, trasformarle in costume e in istituzioni. Per lei la spia del fallimento della rivoluzione e dei rivoluzionari è proprio l’abdicazione alla funzione costituente.
Da qui deriva la suggestiva antitesi libertà/liberazione, che pone la Arendt in netto contrasto con la tradizione marxista. Per Marx, infatti, la libertà acquista il suo contenuto concreto quando si traduce in atti di liberazione. Per la scrittrice americana ogni rivoluzione senza dubbio implica degli atti di liberazione da costrizioni d’ogni sorta, economiche, giuridiche, morali; tuttavia neppure una serie ininterrotta di questi atti è di per sé sufficiente a costituire la libertà politica. Tutt’al più ne possono derivare le libertà “negative”, le libertà personali e civili garantite dal controllo rappresentativo. Ma la libertà politica è assai più e non può darsi, come possibilità positiva e pratica, se non la si fonda, se non si costruiscono le condizioni e gli spazi per il suo esercizio.

2. Il mito della “polis”
A rafforzare questa teoria l’autrice pone un elemento mitico, non dissimile da quello presente nella tradizione marxista. Marx, ma più ancora Engels, e tanti altri sulla loro scia, utilizzando le suggestioni di etnologi come Morgan, di archeologi ed antropologi, ipotizzarono una sorta di democrazia comunista originaria, tipica delle prime fasi della società gentilizia. E’ un mito duraturo. Ancora nel 1976 Oskar Negt, un originale teorico della Suola di Francoforte vicino alla sinistra SPD, aveva visto nelle esperienze ottocentesche e novecentesche di democrazia rivoluzionaria “la rivivificazione del ricordo dell’originaria uguaglianza ed autogoverno democratico”.
La Arendt, invece, per sostenere l’aspirazione alle “pubbliche libertà”, ricorre alla polis greca, un altro mito depositato nella memoria occidentale e sedimentato nell’immaginazione sociale, anche dopo che l’analisi storica ha dimostrato il carattere ideologico di tante interpretazioni. E’ una debolezza teorica della Arendt, come quella del “comunismo primitivo” lo era della tradizione marxista. Un acuto decrittatore del pensiero “primitivo”, l’etnologo Giuseppe Cocchiara, ha ben individuato la funzione di questo genere di miti. L’esistenza in un passato indeterminato di una condizione originaria di libertà e di uguaglianza contiene in sé la promessa di un suo possibile recupero nel futuro.
Non si può escludere che siffatte mitologie possano esercitare un’azione positiva di stimolo nei confronti dei movimenti collettivi. E’ accaduto spesso, ad esempio, che nelle rivoluzioni anticoloniali si leggesse l’imperialismo straniero come usurpazione di antichi diritti da rivendicare con la lotta. Non mi pare tuttavia che i miti giovino a costruire teoria. Né per i marxisti, né per Hannah Arendt.

3. Le due sponde dell’Atlantico
Il saggio Sulla rivoluzione individua nella modernità il tempo storico delle rivoluzioni, l’età in cui il fenomeno si manifesta e la parola assume il significato attuale. Secondo la Arendt, infatti, solo nel XVIII secolo matura l’aspirazione non già ad una immutatio rerum, cioè ad uno dei ciclici cambiamenti di regime politico, ma ad un nuovo inizio, un novus ordo saeclorum.
Patria della moderna rivoluzione è l’America, il “mondo nuovo”, dov’era più facile costituire uno “Stato nuovo”. Il giudizio sulla Rivoluzione Americana è pertanto assolutamente positivo. Lì i Padri Fondatori poterono applicare un pensiero politico radicalmente libertario, perché le risorse naturali e lo stesso spazio fisico disponibile non lasciavano sviluppare la condizione della povertà, che in Europa, teneva moltissimi uomini lontani dal desiderio di “pubblica felicità”. La degenerazione delle “libertà americane”, il loro ridursi a “libertà private”, è fenomeno successivo, dei secoli XIX e XX, quando le masse dei nuovi immigrati sostituiscono al sogno originario della rivoluzione americana, legato a condizioni di vita austere, il nuovo “sogno americano” dell’abbondanza, del capitalismo avventuroso ed aggressivo, del consumo e dello spreco.
In Europa la pressione delle povertà induce, fin dall’inizio dei processi rivoluzionari, ad un paradossale “dispotismo della libertà”. Lo stesso principio della “necessità”, che conferisce al movimento il corso inarrestabile della “fiumana”, spingerebbe i rivoluzionari ad una teoria e ad una prassi totalmente diverse da quelle dell’altra sponda dell’Atlantico. Lì la rivoluzione aveva valorizzato gli individui, qui ben presto si afferma il principio della volontà generale, che prescinde dai singoli per iscriversi nella necessità storica. Il dispotismo, la caccia agli ipocriti, il terrore staliniano discenderebbero perciò tutti dall’aberrazione giacobina di una rivoluzione deterministicamente concepita come ineluttabile, di cui la violenza appare la necessaria levatrice.

4. Marx contro Marx.

A Marx la Arendt attribuisce, nella storia delle libertà umane, un ruolo rilevante, ma ambiguo. In lui, come quasi sempre in Europa, la scelta rivoluzionaria nascerebbe dallo scandalo della miseria, ma a differenza dei rivoluzionari fatalisti, egli avrebbe saputo, almeno fino al Manifesto del Partito Comunista del 1848, ricondurre la questione sociale in un ambito schiettamente politico. Infatti, in questa prima fase del suo pensiero, Marx presenta i proletari come sfruttati ed alienati proprio perché privi di libertà politica: le classi che hanno assoggettato l’intera società alle condizioni del loro profitto hanno potuto farlo perché detenevano il monopolio del potere politico. “Il primo passo della rivoluzione operaia – si legge nel Manifesto – è l’elevarsi del proletariato a classe dominante, è la conquista della democrazia”. Per la Arendt questo è il passo più importante, l’unico veramente decisivo: quando il proletariato si costituisce in classe indipendente ha già assolto al suo compito rivoluzionario. Il suo ruolo di classe generale si esplica infatti nel fondare per tutti le condizioni della libertà politica.
Si intende facilmente come la pensatrice americana svalorizzi il programma economico della rivoluzione, il sovvertimento del modo di produzione e di appropriazione. La rivoluzione, a suo parere, non può abolire la povertà. Il processo di espropriazione iniziato con l’ascesa del capitalismo non può essere arrestato dalla statizzazione dei mezzi di produzione: solo istituzioni legali e politiche indipendenti dalle forze economiche e dai loro automatismi possono controllare e frenare le potenzialità distruttive insite in questo processo. Compito della rivoluzione è perciò quello di affermare l’autonomia della politica, perché solo separandosi dall’economia ed emancipandosene la politica può, entro certi limiti, controllarla.
In uno dei suoi ultimi libri, Vita Activa, ove affronta la problematica del lavoro all’interno della condizione umana, la Arendt si mostra estremamente coerente con questa ispirazione. In dura polemica con la tradizione del movimento operaio (sia rivoluzionario che riformista) essa valorizza le posizioni più radicali, più “utopistiche” dello stesso Marx:
Il pericolo che la moderna emancipazione del lavoro non solo fallisca nell’iniziare un’epoca di libertà per tutti, ma al contrario spinga per la prima volta tutto il genere umano sotto il giogo della necessità, fu già chiaramente intuito da Marx quando egli insisteva sul fatto che lo scopo della rivoluzione doveva consistere nell’emancipazione dell’uomo dal lavoro.
Proprio per questo l’attenzione positiva della Arendt si concentra sul programma “minimo” (la democrazia) e sull’orizzonte utopico (il comunismo) del progetto rivoluzionario marxiano e tutta la diffidenza è riservata ai modi della “transizione”, al programma “socialista”. Il torto principale di Marx, dopo il Manifesto, è pertanto quello di aver ridefinito il suo slancio rivoluzionario in termini economici:
"Mentre in un primo tempo aveva visto la violenza e l’oppressione là dove altri avevano creduto in qualche forma di necessità inerente alla condizione umana, in seguito dietro ogni violenza, ogni trasgressione, ogni sopruso ravvisò le leggi della necessità storica (….). Così il ruolo della rivoluzione non era più quello di liberare gli uomini dall’oppressione dei loro simili, e tanto meno quello di instaurare la libertà, ma di liberare il processo vitale della società dai ceppi della miseria, in modo che potesse prosperare nel fiume dell’abbondanza. Non la libertà, ma l’abbondanza diveniva ora lo scopo della rivoluzione".
A spiegare questo capovolgimento di posizioni non sono per la Arendt ragioni biografiche o psicologiche (che anzi, ancora nel 1871, Marx era tanto rivoluzionario da entusiasmarsi per la Comune di Parigi anche in contraddizione con le sue teorie), ma un contesto storico-culturale, quello del positivismo, che lo spingeva a dare alla sua elaborazione la dignità di una “scienza esatta”. Ed allora la categoria fondamentale delle scienze naturali non era la libertà, ma la “necessità”:
"Dal punto di vista politico questa svolta condusse Marx a una vera e propria capitolazione della libertà davanti alla necessità. egli fece ciò che il suo maestro di rivoluzione, Robespierre, aveva fatto prima di lui e ciò che il suo più grande discepolo, Lenin, doveva fare dopo di lui nella rivoluzione più grandiosa e terribile che i suoi insegnamenti abbiano mai ispirato".


5. La deriva totalitaria
Dalla categoria della necessità scaturisce per la Arendt la giustificazione e glorificazione della violenza rivoluzionaria, ritenuta necessaria perché al servizio del principio vitale della storia, di quella forza onnipotente che, secondo il paradosso di Rourreau, avrebbe costretto gli uomini ad essere liberi. Per questa ragione, a partire da Robespierre, ma più ancora dal secondo Marx, l’idea della violenza necessitata imprime alle rivoluzioni un marchio di fabbrica e le sospinge verso una deriva totalitaria.
Del totalitarismo la Arendt aveva già elaborato nel 1951 (Le origini del totalitarismo) una delle teorie più compiute ed organiche, presentandolo come una forma di dominio radicalmente diversa dai vecchi dispotismi, perché non si limita a distruggere le capacità politiche degli uomini, ma tende a colpire gruppi e istituzioni che sono il tessuto delle loro relazioni private e li espropria per questa via di fattori essenziali d’identificazione.
Strumento del progetto totalitario è dunque un’inedita combinazione tra ideologia e terrore. La prima pretende di spiegare, indipendentemente da ogni verifica fattuale, il corso della storia, costruendo un mondo fittizio e coerente, da cui derivano linee d’azione garantite nella loro legittimità dalla loro presunta conformità con le leggi dello sviluppo storico. Il terrore totalitario aspira appunto a tradurre in realtà il mondo fittizio dell’ideologia.

6. I rivoluzionari
La parte dei rivoluzionari di professione di solito non consiste nel fare una rivoluzione, ma nel salire al potere dopo che la rivoluzione è scoppiata.
Questo giudizio icastico e liquidatorio della Arendt discende dall’analisi del concetto di pubblica felicità, così com’era maturato nel corso della Rivoluzione Americana. In origine era poco più di un calco di quei proclami regali che, mentre promettevano “il benessere e la felicità del nostro popolo”, in realtà alludevano al privato benessere dei sudditi individualmente considerati. Il significato si modifica da quando John Adams scopre che le persone affluiscono alle assemblee locali e i rappresentanti alle convenzioni non per un senso del dovere e, meno ancora, per un interesse privato, ma perché provano piacere nel discutere, nel confrontarsi, nel deliberare. Essere ascoltati, considerati, rispettati è una grande felicità e suscita la passione d’eccellere, la cui virtù è l’emulazione ed il cui vizio degenerativo è l’ambizione, poiché quest’ultima pensa di usare il potere come strumento per eccellere. In realtà l’ambizione nega la felicità pubblica nel suo fondamento. Non può esservi felicità di questo genere nel tiranno, la cui autorità risiede nella costrizione e non nella capacità di convincere, di interpretare gli interessi altrui, di proporre soluzioni accettabili.
Questo stesso meccanismo funzionerà nella Rivoluzione Francese, ove prenderà il nome di libertà pubblica. Vi fermenterà un’analoga passione per il solo “piacere di poter parlare ed agire”, entrando così nel “paese della considerazione”. Un tale piacere tuttavia è possibile, secondo la Arendt, solo in chi è già libero, è già “senza padroni”. Chi vive sotto padrone, infatti, sente odio per l’oppressione, non amore per la libertà; non aspira alla libertà pubblica, ma alla privata liberazione; non alla pubblica felicità, ma al privato benessere. La tragedia della Rivoluzione Francese nascerebbe appunto da questo contrasto. Da una parte ci sono gli hommes de lettres già liberi, che godono della felicità di partecipare alla rivoluzione, dall’altra i servi o i poveri che desiderano liberarsi del padrone o della necessità. La miscela è esplosiva perché spinge una parte dei rivoluzionari ad occuparsi del benessere del popolo più che della Costituzione.
Alla base di questa perniciosa scelta di molti giacobini francesi è una contraddizione originaria, radicale. Era già accaduto ai costituenti americani. Compiuta la loro rivoluzione, dovettero occuparsi più di diritti privati, garanzie, controlli ed equilibri che di pubbliche libertà; dovettero sancire la fine della rivoluzione e con essa di una parte fondamentale della propria felicità. Robespierre intuisce la contraddizione quando afferma che “il governo costituzionale si interessa soprattutto della libertà civile, il governo rivoluzionario della libertà pubblica” e cerca la via teorica e pratica attraverso cui far durare questo secondo tipo di governo.
Da qui, per la Arendt, si origina la teoria della rivoluzione in permanenza. Gli uomini della rivoluzione, che avevano conosciuto la pubblica felicità, in ogni occasione preferivano le libertà pubbliche alle libertà civili, desideravano che la rivoluzione non finisse mai. Essi, e dopo di loro quanti altri fra gli intellettuali subirono il fascino della libertà rivoluzionaria attraverso l’esperienza indiretta (letture, racconti eccetera), non guarirono mai dalla passione per la rivoluzione. Spinti dal bisogno d’azione, dalla compassione, dal senso frustrato della giustizia, intorno a questa passione fondarono una tradizione, costituirono un vero e proprio ceto sociale, che si rinnovava di generazione in generazione, quello dei rivoluzionari di professione. E’ in questo ceto che si originerà e radicherà il mito della “rivoluzione mondiale”, di cui ogni esperienza rivoluzionaria particolare non sarebbe che una preparazione o una tappa.
L’immagine dei rivoluzionari che la Arendt disegna è, invero, caricaturale e ingenerosa. La loro principale attività, nei caffè, nelle biblioteche, nelle prigioni, consisterebbe nello scrutare i segni di sfacelo della società, nell’elaborare teorie, nel polemizzare tra di loro, senza avere parte alcuna nelle agitazioni sociali e nei moti popolari, quasi sempre spontanei; la loro abilità massima consisterebbe nel trovarsi nelle sue vicinanze, quando la rivoluzione scoppia.
Questa lettura mette inevitabilmente tra parentesi la storia del movimento operaio, che non è fatta esclusivamente di rivendicazioni contingenti e di spontanee fiammate, ma di organizzazioni, avanguardie, culture, di un radicamento delle istanze rivoluzionarie nel conflitto sociale, sindacale, politico.

7. Consigli e partiti
Nel tracciare questa storia della Rivoluzione, in qualche modo degenerativa, la Arendt vi scopre tuttavia un “tesoro perduto”, la conquista forse più effimera nella sua efficacia attuale, ma nondimeno più preziosa e solida nel suo significato libertario. E’ la pratica e l’istituzione dei Consigli. Essi, con nomi diversi (Comuni, Soviet, Rate), ma con funzioni sostanzialmente identiche, nascono in tutti i processi rivoluzionari ed esprimono l’accesso al “cielo della politica” di strati popolari, un processo di diffusione delle libertà pubblica, che va oltre la cerchia dei “già liberi” e raggiunge i luoghi più lontani dagli stessi centri della rivoluzione. Il loro primo embrione è già evidente nella Rivoluzione Americana e in quella Francese e la loro massima aspirazione è a durare oltre la rivoluzione.
In America è il solo Jefferson ad intuirne il valore, a considerarli il solo strumento di mantenimento dello spirito rivoluzionario anche dopo la fine della rivoluzione. La sua è, però, un’opinione isolata e, già con l’approvazione della Costituzione, si avvia un processo di svuotamento della democrazia e della libertà. Non c’è, per la Arendt, autentica libertà politica, se non nella possibilità, per tutti, di partecipare direttamente al governo dello Stato. Una Costituzione che non riesca ad integrare il sistema dei Consigli nelle istituzioni repubblicane pone perciò inevitabilmente le premesse per l’affermarsi di un diverso sistema, quello rappresentativo, nel quale la “Politica” è sequestrata da professionisti e da burocrati. Infatti, senza l’istituzionalizzazione dei Consigli, il suffragio ampio o, addirittura, universale fa emergere il sistema dei partiti, la cui funzione è quella di raccogliere il “consenso”.
In Europa la radicalizzazione del processo rivoluzionario, nella Francia del 1793 o del 1871, nella Russia del 1905 o del 1917, nella Germania del 1919, dà luogo ad un percorso diverso, ma, in ultima analisi, convergente. Anche in Europa infatti, spiega la Arendt, lo sviluppo dello Stato liberale e l’estensione del suffragio elettorale, favorisce la diffusione del partito come strumento del consenso, secondo l’esatta previsione di Toqueville. Ma qui si sviluppa anche una forma particolare di partito: il partito rivoluzionario.
La dialettica tra “consigli” e “partito dei rivoluzionari” è presente già nella Rivoluzione Francese: il partito, ancora embrionale, dei giacobini tende ad utilizzare i consigli per la conquista del potere, salvo poi a trovare in essi un ostacolo per il suo effettivo esercizio. C’è per questo un susseguirsi di posizioni che prima valorizzano e poi svuotano. Robespierre, non ancora al governo, esalta le societés populaires come “pilastro della democrazia” e ne sottolinea il ruolo autonomo, indipendente dallo scopo di “delegare”, di “inviare rappresentanti”. Egli, per questa via, arriva a denunciare un conflitto latente tra rappresentanti e rappresentati, a vedere nella soppressione o nella sottovalutazione delle “società popolari” una “cospirazione dei rappresentanti del popolo contro il popolo” e nel principio dell’“indipendenza dei rappresentanti” l’inizio di un’oppressione. Appena giunto al potere egli tuttavia è tra i primi a combattere le “cosiddette società popolari”, contrapponendo ad esse “la grande società popolare dei tutto il popolo francese, uno e indivisibile”.
Un’analoga doppiezza, più di un secolo dopo, trova una tragica espressione a Kronstadt o nelle posizioni di un Leviné, il quale, durante la rivoluzione bavarese giunge a dichiarare: “I comunisti si schierano a favore di una repubblica consiliare in cui i consigli abbiano una maggioranza comunista”. Non è una consapevole e programmata strumentalizzazione, un diabolico marchingegno inventato dai rivoluzionari per accaparrarsi il potere. La doppiezza, per la Arendt, deriva dalla rinuncia della Rivoluzione a farsi Costituzione, dall’abdicazione della libertà a favore della necessità. Così, anche in pensatori estremamente consapevoli del sistema dei Consigli e del suo valore, come Proudhon o Bakunin, c’è una singolare sprovvedutezza nel non comprendere che la rivoluzione non può abolire lo Stato o il governo, ma deve mirare a fondare nuove forme di stato e di governo.
Così accade anche a Marx, il quale individua nella Comune di Parigi “la forma finalmente scoperta per la liberazione economica del lavoro” e ne proclama la generalizzazione “fin nel più piccolo villaggio”, ma che solo due anni dopo, nel 1873, conclude che la rivoluzione potrebbe trovare un impaccio proprio nei Consigli e dichiara che, durante la transizione rivoluzionaria, gli operai dovrebbero mirare al “più deciso accentramento dell’autorità statale e non lasciarsi confondere dalle chiacchiere democratiche sulla libertà dei comuni, l’autogoverno eccetera”.
Analogamente Lenin, nel vivo della rivoluzione del 1905, esalta i Consigli come espressione massima della “creatività rivoluzionaria del popolo” e nel 1917 reclama per i Soviet tutto il potere, ma arretra di fronte alla situazione di anarchia in cui la società russa, subito dopo la rivoluzione, sembra precipitata. Per Hannah Arendt Marx nel 1871 o Lenin nel 1905 avrebbero potuto dare un orientamento radicalmente diverso al loro pensiero ed alla loro pratica rivoluzionaria, ma
grande è negli uomini, anche nei meno convenzionali, la paura delle cose mai vedute, dei pensieri mai pensati, delle istituzioni mai tentate prima.
Marx e Lenin, nel conflitto tra Partito e Consigli, scelgono pertanto il primo, sicché il partito rivoluzionario, ove consegue il potere, diventa gradualmente lo strumento di un’oppressione tendenzialmente totalitaria.

8. L’utopia federativa
Il libro Sulla rivoluzione appare da questa lettura anche una requisitoria “contro la Rivoluzione”, o almeno contro le forme concrete in cui l’aspirazione democratica e libertaria ad un nuovo inizio si è realizzata tanto ad Est quanto ad Ovest. Lì il partito-stato totalitario, qui il partito-apparato in cui “il rapporto tra rappresentante ed elettore si trasforma in un rapporto tra venditore e compratore”. Il sistema dei partiti, comunque realizzato, depaupera la democrazia, sostituisce alla “formula governo del popolo da parte del popolo con quella: governo del popolo attraverso una élite scaturita del popolo stesso”. E questo avviene soltanto nel migliore dei casi perché spesso le oligarchie partitiche non si limitano ad impedire l’accesso alla vita politica dei cittadini in quanto tali, ma ricorrono a forme di manipolazione, soggiacciono alle forze economiche o realizzano una vera e propria oppressione.
Il modello che la Arendt propone si fonda invece su un principio radicalmente federativo. Una Costituzione autenticamente democratica e libertaria, oltre a garantire ad ognuno le libertà private, deve basare il governo sui consigli locali, i quali dovrebbero federarsi esprimendo rappresentanze revocabili fino ai livelli più alti. Il suffragio universale, in questo quadro, è inutile o addirittura deleterio. Non sempre i cittadini (e non tutti i cittadini) aspirano alle libertà pubbliche, desiderano partecipare alle assemblee, discutere, decidere: Ciò che garantisce il principio democratico è pertanto il diritto universale ad entrare nei consigli, non l’effettivo esercizio del diritto. A parteciparvi saranno forse in pochi, ma saranno i “migliori”, cioè quelli che apprezzano le gioie e le responsabilità della libertà pubblica e non sanno “essere felici” senza di essa.

9. Una provvisoria conclusione
Il libro della Arendt è bello e interessante, ma apre più problemi di quanti non ne risolva. Il suo vero limite non è la “poeticità”, che gli viene rimproverata da Hobsbawm, il celebre storico inglese, quanto lo stacco netto che introduce tra politica ed economia. L’osservazione più immediata e banale che induce è questa: è possibile una politica libertaria e democratica in una economia dominata dal capitale, in cui sfruttamento ed alienazione sottraggono ai più un’effettiva possibilità di partecipazione politica? In altri termini, è possibile una rivoluzione politica che non sia anche economica e sociale? La grande valorizzazione del pensiero di Rosa Luxemburg, che la Arendt definisce "autenticamente repubblicana", ma che fu anche autenticamente anticapitalista e socialista, lascia intendere che l’autrice intuisca questo impaccio nel suo proprio pensiero. Stupisce allora il silenzio totale sul tentativo di Trotzkij di legare teoricamente partito e soviet, integrando il primo nei secondi.
Credo tuttavia che, anche da un punto di vista dichiaratamente anticapitalista e marxista, la critica arendtiana dalla tradizione rivoluzionaria debba essere presa seriamente in considerazione almeno su tre questioni decisive: 1) la necessità di unire ai processi di liberazione la fondazione di nuove libertà; b) l’urgenza di una teoria dello Stato (che sovente il marxismo ha saltato), in particolare dello Stato nei processi di transizione rivoluzionaria; c) la critica della politica nelle forme concrete che essa ha assunto oggi, la forma-stato e la forma-partito.

29.5.10

Vidal, Kennedy e i padri fondatori.

Il racconto qui ripreso si ritrova nel volume di Gore Vidal L’invenzione degli Stati Uniti. I Padri Fondatori: Washington, Thomas e Jefferson, Fazi, Roma, 2005 (edizione originale 2003).
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Un mattino in riva al mare
“Come spieghi che una contrada selvaggia come questa, con appena tre milioni di abitanti, abbia potuto produrre i tre geni del XVIII secolo?”. Questa domanda rivolse John Fitzgerald Kennedy a Gore Vidal in un luminoso mattino del 1961 in riva al freddo mare di Hyannisport. Alludeva a George Washington, John Adams e Thomas Jefferson. “Il tempo, – rispose Vidal – loro ne avevano di più. D’inverno se ne stavano tappati nelle loro fattorie. Leggevano. Scrivevano lettere. E, a quanto pare, pensavano: cosa che non si fa più, nella vita pubblica”.

Il fatto. Il farmacista nella farmacia.("micropolis" febbraio 2006)

La rubrica "il fatto", ideata da Renato Covino, compare sulla pagina 2 di "micropolis" ormai da molti anni: consiste nella scelta e nel commento di una notizia di cronaca, in genere non collegata alla politica, nella quale, al di là dei casi talora singolari, sia possibile scorgere un segno dei tempi. A riempire quello spazio sono stati, a turno, alcuni tra i redattori e collaboratori del mensile: Covino, De Cenzo, Lupattelli, Mantovani, Mori, Penna ed io. Ne posterò a poco a poco quelli che mi sembrano più riusciti e che meglio mi sembrano reggere al tempo che scorre. Quando ne sono stato io l'autore non aggiungerò altra indicazione; negli altri casi segnalerò l'autore o gli autori (S.L.L.).

Il vecchio Marx ai romanzieri del progressismo romantico preferiva Balzac, un reazionario, un legittimista monarchico che non si lasciava incantare dai miti del tempo e leggeva nelle pieghe della civiltà capitalistico-borghese statu nascenti. Nei romanzi di Balzac Marx trovava tipizzata la pervasività del capitale, la tendenziale mercificazione di tutti i rapporti, il potere del denaro, divenuto misura di tutte le cose. In effetti, nell’universo di mercanti, giudici, avvocati, farmacisti, abati, gazzettieri (borghesi medi e piccoli) che compone la “commedia umana”, anche l’amore è oggetto di compravendita e la famiglia è sovente un mercato. Così alle questioni d’eredità si intrecciano inevitabilmente e indistricabilmente commerci affettivi.
Accade anche nei romanzi del naturalismo italiano, anch’essi coevi all’affermarsi del modo di produzione capitalistico, da L’eredità Ferramonti di Chelli al verghiano Mastro don Gesualdo, che muore dopo aver istruito la figlia sulle questioni della “roba”. Un estremo atto d’amore.
A tutto ciò fa pensare un recente accadimento perugino (vedi “La nazione” di domenica 30 gennaio 2006). Sui muri cittadini è infatti apparso un manifesto, formato mezzo elefante, contenente una lettera a firma di Francesco Capponi, idealmente indirizzata al padre Giovanni, morto 15 anni fa.
Secondo la lettera-manifesto costui sarebbe morto proprio come il romanzesco Gesualdo, “solo come un cane, alle prime luci dell’alba”, all’ospedale ove era stato condotto dal giardiniere. E’ costui che avvisa delle morte Francesco e gli altri figli maschi, mentre la moglie e la figlia (“le Tue donne”), invece di “venire all’obitorio”, tramano. Alla lettura del testamento tireranno fuori “un codicillo”, origine di una lunga e complicatissima vicenda giudiziaria. Francesco, farmacista, verrà privato della farmacia paterna (la farmacia Capponi di corso Vannucci), ove già lavorava, per le mene della madre e della sorella. Gli viene così sottratto il “bene” paterno.
Tutto come nei romanzi di Balzac e di Verga e in linea con l’analisi marxiana. Ma con una variante. Dell’attuale modo di produzione è parte un meccanismo comunicativo di massa, che innerva tutti i traffici, comprese le antiche, spesso sordide, questioni d’eredità; quello che era privato entra nei commerci mediatici e la televisione mette tutto in vetrina. Capponi si adegua: cerca di andare in tv e sui giornali, fa affiggere i manifesti.
“La tragedia si ripete in farsa” scrisse una volta Marx; “tutto involgarisce a tutto spiano” diceva Montale. Ma forse neanche le parole dei grandi bastano a dire quanto si stia cadendo in basso. (S.L.L.)

Decadenza (di Bruno Bongiovanni)

Era il 146 a.C. Cartagine stava per essere distrutta. Scipione Emiliano, che aveva nello storico greco un maestro fidato, prese allora la destra di Polibio e disse: “E’ un grande momento, ma, non so come, ho la terribile impressione che un giorno qualcun altro darà questo stesso ordine riguardo alla mia patria” (Polibio, Storie, XXXIX 5, 3). Appiano, riassumendo due secoli dopo lo stesso Polibio, raccontò poi che Scipione era scoppiato in lacrime davanti alla distruzione di Cartagine e aveva ricordato che la stessa sorte aveva colpito Ilio e gli imperi di Assiria, Media e Persia. Per Polibio non si poteva sfuggire all’“anaciclosi”, vale a dire all’evoluzione che comportava il degenerare di tutti gli ordinamenti. Si aveva infatti a che fare con un fenomeno cosmico, con una visione ciclica della storia e con la successione necessaria, per tutti gli organismi, di nascita, crescita, decadenza e morte. Le lacrime anticipatrici di Scipione non sembrarono del resto essere state versate invano. Il declino del futuro dell’impero romano divenne infatti, a partire già dal secondo secolo dopo Cristo, un problema ritenuto sempre di immenso rilievo sotto il profilo storiografico, filosofico, etnosociale, economico-strutturale e teologico. E’ anzi forse stato, fino a quando si è presentata la Rivoluzione francese, che gli ha fatto una bella concorrenza, il problema storiografico per eccellenza. Si erano infatti manifestati un semplice declino politico ed economico o lafine di una civiltà, addirittura di un tempo storico? O anche il declino di un certo tipo d’uomo, di un modo di produzione, di un’omogeneità razziale? O il segno della presenza, o dell’assenza, di Dio nella storia? Su tutti questi interrogativi, e sul loro riprodursi nei secoli, resta ancora utilissimo l’agile e straordinario libretto di Santo Mazzarino, La fine del mondo antico (Garzanti, 1959).

Pur affondando le proprie radici nella concezione degli antichi e nella catastrofe di Roma (ragione di angoscia retrospettiva per gli stessi cristiani, che pure furono i protagonisti della civiltà nata sulla cenere dell’impero), il termine “decadenza” comparve solo nel latino medievale. E nel 1413 in francese. Significò il passeggio da uno stato ad un altro inferiore. La concezione lineare della storia dei cristiani non riuscì tuttavia, neppure quando si secolarizzò nell’idea di progresso con gli illuministi e i positivisti, a eliminare del tutto la morfologia clinica della decadenza. Il concetto fu presente a Machiavelli. Ma, soprattutto i Montesquieu (si vedano le Considérations sur les causes de la grandeur des romains et de leur décadence, 1734), in Voltaire (l’Essai sur les moeurs, 1756) e in Gibbon (che preferì nel 1776 il termine decline). Per Montesquieu e Gibbon la cause della decadenza di Roma furono endogene (le eccessive ingovernabili dimensioni).Per Voltaire esogene (il cristianesimo e i barbari). Il concetto riemerse poi con Burckardt, con Nietzsche, con il temuto prevalere della civilizzazione sulla civiltà, con Spengler e il tramonto inevitabile della terra della sera (l’Occidente). Antidoti, di per sé non duraturi, contro la decadenza – estetizzata con il decadentismo – vennero proposti da Bergson, Freud, Simmell, Mann, Schmitt, Evola. La letteratura del Kulturpessimismus parve però venir meno nel 1945.

Ora davanti al risveglio aggressivo dell’islam (e alla globalizzazione che lo diffonde), si riaffaccia lo spettro della decadenza. E si suggerisce, per contrastarlo, il culto pagano di Marte rafforzato da un de spiritualizzato cristianesimo combattente. La fine della storia di Fukuyama si ribalta dodici anni dopo nel timore di una decadenza dell’impero americano (anch’esso troppo ampio?) e, per l’ennesima volta, di un Occidente ormai indefinibile.

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Nota

Questo testo, densissimo, fu pubblicato da “L’Indice” di gennaio 2005 come “lemma” della rubrica Babele. Osservatorio sulla proliferazione semantica. Dopo gli anni della crisi finanziaria ed economica meriterebbe un arricchimento.

Una poesia di Toti Scialoja (da "Scarse serpi")

Toti Scialoja - Il sonno grigio
C'era una volta un piccolo
naviglio controvento
di notte colò a picco
in un turbine di vento
-
Tardo pervenne il tuono
da una montagna bruna
fatta a tronco di cono
tra gli squarci di luna.
-
Nei sette brevi componimenti della serie Miti timorati, all'interno del volume Scarse serpi (1983), Toti Scialoja si confronta con i grandi modelli, dalla Bibbia alla Commedia, prendendo a prestito un gesto, una figura, una parola. Qui c'è il colare "a picco" dell'Ulisse dantesco.

Strilli e bambini. L’inquietudine curata con la paura.


Ieri a Perugia e in Umbria, se c’era una notizia da valorizzare, riguardava gli effetti della “manovra” sulla nostra vita quotidiana. Immaginavo pertanto che fosse questo il tema da lanciare attraverso opportuni esempi anche negli strilli delle locandine affisse alle edicole. E invece no. Ieri dei quattro giornali che danno spazio alle cronache regionali in uno solo, il “Giornale dell’Umbria”, si annunciava il ventilato pedaggio sulla Perugia-Bettolle (lo svincolo che collega la città all’Autosole), negli altri tre le notizie strillate erano di tutt’altro tenore. Sulla locandina de “Il messaggero” lo strillo è SOS droga – Scontro tra spacciatori davanti all’asilo; su “La Nazione” Padre violenta per sette anni la figlia minorenne – Orco alla sbarra; sul “Corriere dell’Umbria” I bambini restano a casa per sfuggire alla maestra “terribile”.

Insomma, per effetto del combinato disposto tra codeste grandi scritte, i nostri bambini non hanno scampo: né a scuola né per strada né a casa. Un amico antropologo, che ho incontrato nei pressi dell’edicola di piazza Cavallotti, così spiegava: “I bambini tirano”. E’ una parte della spiegazione: tira anche la paura che la violenza sui deboli diffonde. Ma gioca un ruolo, anche più forte, la voglia di fuga, di favola, che la crisi alimenta: gli orchi, le streghe, Gretel e Pollicino tutto va bene, tutto fa brodo pur di allontanare dalla mente la disoccupazione, l’area della miseria che si amplia, pur di allontanare l’immagine di una società che prometteva felicità e ricchezza e che diffonde inquietudine. E la realtà di un potere che tanta di curare (o almeno di attutire) l’inquietudine con la paura.

Le Parole di Walter Cremonte. Cooperazione. Fraternità. ("micropolis" - febbraio 2006)

Nel febbraio 2006 Walter Cremonte iniziò a pubblicare su "micropolis" dei brevi testi iscritti in una serie intitolata "Parole", come fossero voci di un piccolo dizionario. Mandò tre o quattro di queste sue preziose riflessioni: forse si era esaurita la vena, forse noi della redazione non lo sollecitavamo abbastanza. Spero che qualcuno le legga (o le rilegga) su questo blog e che gliene trasmetta l'apprezzamento, perché ripigli. Walter non usa la rete. Per scrivere da poeta adopera la penna e da prosatore la "lettera 32" dell'Olivetti. L'indirizzo, desunto dall'elenco telefonico, è: Walter Cremonte, via del Canerino 38 - 06100 Perugia. Comincio la pubblicazione da due parole che il nostro poeta esaminò in coppia: cooperazione e fraternità (S. L. L.).

C’è stato un tempo in cui “cooperative rosse” non era una parolaccia e anzi suonava come qualcosa di rassicurante. Quando ci fu l’occupazione della Facoltà di Lettere di Perugia, nel febbraio-marzo del 1968, una mattina (c’era appena stato un maldestro ma inquietante assalto notturno dei fascisti) trovammo nell’aula degli studenti, ben allineati sopra un tavolo, prodotti alimentari della Coop: pasta, pelati, salumi, formaggi…
Ben presto si sentì in quelle aule, in quei corridoi, un profumo di spaghetti al sugo, proprio quello che ci vuole per ridare serenità e fiducia nelle cose del mondo. Ed era un profumo che a qualcuno avrebbe potuto ricordare quello certo ancora più prezioso che nemmeno due anni prima aveva risollevato gente ben più provata, nei primi drammatici giorni dell’alluvione di Firenze: “Entra in azione il loro cuoco Federico, che provvede a riempire l’ambiente di un odore di pastasciutta al pomodoro da lunghi giorni ormai dimenticato” (Firenze perché, Il Mulino, 1966). La scena è la Casa del Popolo in Santa Croce, il “cuoco Federico” – praticamente un angelo - è il nostro compagno Federico Cipiciani, che è lì con la squadra della Provincia di Perugia a portare i primi decisivi soccorsi, nello sfascio generale dei poteri pubblici (con il presidente Leone tutto “impillaccherato”).
Le “cooperative rosse”, le “province rosse”: non erano il comunismo, ma erano un terreno sul quale sentivi di poter camminare; forse Pasolini avrebbe detto: “un paese pulito in un paese sporco”. Un po’ di tempo dopo, tutto questo non ci sarebbe stato più.
Un’altra parola da prendere con le molle è “fraternità”. Delle tre parole della Rivoluzione è la più sospetta, perché la meno storicamente incarnata e rimanda un po’ troppo a un’idea di utopia francescana, politicamente poco praticabile. L’ultima volta che si è sentito parlare concretamente di fraternità risale alla prima guerra mondiale e ora un film, appena uscito, ricorda proprio un episodio (uno dei pochi, ma qualcuno ce n’è stato) di fraternizzazione tra soldati nemici nella guerra di trincea: una bellissima voce di tenore intona Stille Nacht, heilige Nacht e i soldati decidono che per festeggiare il Natale si può lasciare il posto di combattimento e andare ad abbracciare i nemici. Interrompendo così, e dunque rovesciando, la logica della guerra: mostrando che c’è un’altra possibilità. A proposito in questi giorni dev’essere ancora in edicola, insieme a “Liberazione”, il volumetto delle Tesi di aprile (1917) di Lenin: la Tesi 1 si chiudeva con la parola d’ordine “Fraternizzare” come unica possibile risposta alla guerra imperialistica. Si potrebbe comprare questo libretto, costa appena due euro e novanta e molto probabilmente la vecchia edizione l’abbiamo persa chissà quando in fondo a un angolo lontano di qualche cantina o qualche soffitta.

28.5.10

Lo statista. (da "micropolis" on line 28 maggio 2010)

Il Consiglio comunale di Perugia ha sancito con 11 voti favorevoli, 8 contrari e 2 astenuti che Bettino Craxi era un grande statista. Non riusciamo ad immaginare dove fossero gli altri 20 consiglieri, probabilmente fuori a fumare o a prendere il caffè, o magari hanno ritenuto che la cosa fosse così poco rilevante da non meritare la loro presenza in aula. E invece la cosa una sua rilevanza ce l’ha. Si è infatti di fronte ad un “grande” statista condannato in tre gradi di giudizio, che non ha ritenuto, pour cause, di dover affrontare il processo e di cui parte del tesoretto nascosto in paradisi fiscali è tornato recentemente in Italia. Per questioni analoghe, Khol, anche lui ritenuto un “grande” statista, è sparito dalla vita pubblica tedesca. È un morto vivente che i suoi amici di partito evitano persino di nominare. Quello che stupisce è che nessuno per amor del quieto vivere abbia sentito il bisogno di ribadire con sufficiente forza e con la necessaria amplificazione mediatica questa semplice verità, più una constatazione che una verità. Ed anzi - si dice - che lo stesso Napolitano ha preso atto che Craxi era un grande statista. Il fatto che Napolitano sia Presidente della Repubblica non gli dà nessuna prerogativa di infallibilità, come spesso dimostra nella sua attività.

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Da "micropolis" on line (http://www.micropolis-segnocritico.it/mensile/) riprendo questa sapida striscia redazionale.

Dal "Quaderno" di Leonardo Sciascia. L'uomo di lettere ("L'Ora", 19 giugno 1965)

“La più grande disgrazia di un uomo di lettere non è quella di essere oggetto dell’invidia dei suoi colleghi, vittima degli intrighi, disprezzato dai potenti; ma di essere giudicato dagli imbecilli. Gli imbecilli qualche volta superano ogni misura: soprattutto quando il fanatismo si unisce alla stupidità, e il gusto della vendetta al fanatismo. E un’altra grande sventura dell’uomo di lettere è, di solito, quella di non avere alcun appoggio”.

Questo giudizio di Voltaire, che per me è sperimentata verità, confesso che con l’andare degli anni ha quasi il potere – come dice uno scrittore napoletano a proposito degli influssi jettatori dei suoi colleghi – “di fermarmi la penna in mano”. Perché è inutile che diciate, con la chiarezza che gli intelligenti vi riconoscono, cose sensate ed oneste, che s’appartengono ai “destini generali” (e quindi anche a quelli degli imbecilli): gli imbecilli, e gli imbecilli fanatici, stanno lì, pronti a intendere o a farvi dire il contrario. Vi hanno già catalogato e sistemato, non potete sfuggire al pregiudizio; se poi vi attentate ad usare l’ironia siete del tutto perduti: le figure dell’ironia sono, per gli sciocchi di casa nostra, del tutto incomprensibili (e questa è forse la ragione stessa per cui I promessi sposi, libro da tutti gli italiani difeso come una bandiera, è in effetti uno dei libri più detestati della nostra storia letteraria).

Ma la parte più interessante del giudizio di Voltaire è quella che mette l’accento sulla mancanza di appoggi: l’uomo di lettere, dice, “è un po’ come i pesci volanti: se si innalza un poco, gli uccelli lo divorano; se si immerge sott’acqua, se lo mangiano i pesci”. Bellissima condizione, anche se tremenda. Ma quanti sono oggi, in Italia, gli uomini di lettere disposti ad accettarla e viverla?

27.5.10

La Todini, Carlo Felice e la miniera d'oro.

Un commento ad una mia vecchia scherzosa nota su Luisa Todini, “Prezzemolina”, mi segnala un articolo da “L’Unione Sarda” dell’11 maggio scorso. A quel che comprendo l’impresa Todini si è limitata a subappaltare (“così fan tutte”), ma probabilmente non mette l’attenzione dovuta nella scelta dei partner. Pongo la cosa all’attenzione dell’opinione pubblica umbra e della presidente Marini (S.L.L.).

Usati i detriti avvelenati della miniera d'oro di Furtei

Per realizzare il “tappeto” su cui è stato poggiato l'asfalto della 131 (la “Carlo Felice”), tra Sanluri e Villanovaforru, sono state utilizzate le terre di risulta, altamente inquinate, della miniera d'oro di Furtei.
Ci hanno messo poco per autodenunciarsi. Un tempo brevissimo durante il quale gli acidi presenti sui terreni-scoria trasferiti dalle miniere di Furtei sulla statale 131, tra il chilometro 41 e il cinquantottesimo, hanno cominciato a trasudare. Divorare il ferro nascosto sotto il cemento armato dei cavalcavia, venire alla luce portandosi dietro la ruggine delle “gabbie”, anima delle traverse che tagliano in due la superstrada tra Sanluri e Sardara e Villanovaforru.

L'appalto

A portare lì quella terra sporca e inquinata sarebbe stata una delle imprese a cui la società Todini, vincitrice della gara d'appalto indetta dall'Anas, aveva affidato il subappalto. Tonnellate di materiale ricco di cadmio, rame, selenio e arsenico prelevato dalle ”discariche” della miniera d'oro di Furtei della Sardinia Gold Mining e trasferito con i camion nel cantiere della Carlo Felice per creare il tappeto su cui successivamente è stato poggiato l'asfalto. Proprio quel manto nero di bitume che già da subito aveva dimostrato tutta la sua precarietà per via del sottosuolo ricchissimo di sostanze corrosive come l'acido solforico non propriamente idoneo a ospitare la nuova superstrada. Tant'è vero che all'Anas hanno fatto i salti mortali, in questi anni, dopo la consegna dell'intero tracciato Sanluri-Villanovaforru (avvenuta tre anni fa) per tentare di mantenere in discreto stato i dieci chilometri della statale 131, come emerso durante la delicatissima indagine avviata dai carabinieri della Compagnia di Sanluri al comando del capitano Gianluca Puletti, affiancata dagli specialisti del Noe dell'Arma di Cagliari guidati dal maresciallo Angelo Murgia. Un lavoro finito sul tavolo del sostituto procuratore della Repubblica, Marco Cocco, titolare dell'inchiesta, che, almeno per ora, non ha iscritto nessun nome nel registro degli indagati.

I materiali

Una cosa è certa. Nell'arco di tempo tra i cinque e i tre anni fa, qualcosa non è andata per il verso giusto, sul tratto della Carlo Felice che attraversa la provincia del Medio Campidano. Tant'è vero che già a suo tempo la stessa amministrazione provinciale guidata da Fulvio Tocco e la Asl di Sanluri avevano chiesto chiarezza sui lavori. Non solo. La Provincia del Medio Campidano, con un'ordinanza, ne aveva richiesto la rimozione «ma l'Anas, facendo opposizione, ha vinto il ricorso al Tar e dunque tale materiale non è stato rimosso», ricorda Angelo Carta, assessore regionale ai Lavori pubblici.
Lo scempio

Oggi le conseguenze di quanto avvenuto sono sotto gli occhi di tutti. Pareti delle sponde dei cavalcavia che trasudano la ruggine, scoli d'acque rosse che escono dalle condotte e finiscono nel terreno uccidendo l'erba e la vegetazione. Poi quei “pezzi” aridi e grigi lungo la 131 dove nulla cresce e tutto brucia, dove la terra vegetale che era stata sistemata per ricoprire quella di risulta delle miniere è stata spazzata via e a sua volta inaridita dagli acidi.

La morte di Babel. Un'intervista di Enzo Biagi (Corsera, 7 aprile 1990)

Dal “Corriere della Sera” di mercoledì 7 aprile 1990, riprendo alcuni stralci dell’intervista che Enzo Biagi, per la quinta puntata dell’inchiesta A tu per tu con i familiari dei grandi bolscevichi che guidarono il Cremlino, fece alla vedova di Isaak Babel, lo scrittore de L’armata a cavallo.

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Racconta Antonina Nikolajevna Pirozkova, ingegnere, capo costruttore della Metropolitana di Mosca, sua terza moglie: “Dissero che volevano notizie su uno che lui conosceva. Isaak salì sulla vettura, accanto a me, e mi disse: ‘Abbi cura di Lidija, della nostra bambina, non lasciarla, altrimenti vivrà nella miseria’. Perquisirono tutto e portarono via anche le lettere che lui mi aveva mandato da Parigi: erano molto belle, lettere d’amore. Immagini quali segreti. arrivai con lui fino al cortile della Lubianka. Isaak mi abbracciò: ‘Una volta o l’altra ci rivedremo’ disse. In gennaio o in dicembre, non ricordo, andai alla prigione, ma la guardia mi disse che non c’era più, era già stato giudicato e condannato, articolo 58, significa tradimento della patria, o congiura, o spionaggio, dieci anni di carcere, senza diritto di corrispondenza con la famiglia, e confisca dei beni”.

“Ogni anno avevamo il diritto di sapere, si andava alla Lubianka, e uno chiedeva: ‘Come sta?’ e loro rispondevano: ‘Sta bene’. Mi dissero: ‘Sta bene’ nel ’44, nel ’45, nel ’46 e nel ’47 mi promisero che dopo pochi mesi lo avrebbero liberato. Ma nel ’48 c’erano di nuovo le repressioni, e i dialoghi si fecero ancora più difficili. Andai dal procuratore e lo pregai: ‘Mi spieghi quello che è successo; io sono una donna forte e non svengo’ e lui rispose. Nel ’53 ho saputo che lo avrebbero riabilitato, ma solo il 23 dicembre dell’anno dopo ho ricevuto questo foglio”. Leggo: “dati i nuovi fatti il caso di Isaak Emmanuilovic Babel è steto revisionato l’8-12-1954, e poiché non risulta alcun reato, la causa è chiusa. Firmato: il generale del Tribunale militare Ceprov”. Mi dice: “Ecco la copia della sentenza”. Vi è scritto: “Nato: 13 luglio 1894. Morto: 17 marzo 1941”.

“Che conseguenze ha subito per l’arresto di Babel?”,

“Io lavoravo al progetto della Metropolitana. Andai anche nel giorno in cui arrestarono Babel. Chiesi che mi lasciassero andare per non arrivare tardi all’ufficio, e arrivai in tempo. Su questo piano andò tutto bene, perché nessuno mi chiese niente, molti non sapevano, io ho un altro cognome. E chi sapeva evitò di parlare con me di quello che era accaduto. Sul piano pratico fu tutto normale, partecipavo al disegno della fermata Paveletskaja”.

“Chi era Babel?”

“Per me tutto. Mi è difficile parlare di questo. In generale era un uomo colto, sapeva otto lingue, affascinante, arguto, una speranza della letteratura russa, come diceva Gorkij era un fucile carico. Aveva tante idee, tanti programmi”.

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Nota. Babel era stato arrestato nel maggio del 1939. Dopo una confessione estorta fu processato, giudicato colpevole e fucilato il 27 gennaio 1940. Esiste tra i documenti noti una lettera di Berija a Stalin con cui si chiedeva il permesso di giustiziare 346 nemici del Pcus e del potere sovietico che avevano condotto "attività contro-rivoluzionarie, trotzkismo di destra, complotto e spionaggio". Il numero 12 della lista era appunto Isaak Babel. La decisione di Stalin fu "за" (positiva). Alla vedova, come si legge nell’intervista, fu invece prospettata una morte in Siberia nel 1941. Solo nel 1956, dopo il XX Congresso, venne alla luce la verità.

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