31.7.18

Il West, gli anni 30, il Sessantotto. Un'intervista a Sergio Leone per “C'era una volta in America” (Michele Anselmi)

Robert De Niro in "C'era una volta in America"

ROMA
New York, Lower East Side. 1923. Esterno giorno. Noodles sguscia fuori dalla porta del grande locale di «delikatessen» dove campeggia pomposamente la scritta in inglese «i più famosi sandwiches della città». Ha appena baciato, la sua piccola Deborah. Incontra l'amico Max, si guardano e ridono insieme di quella prima avventura sentimentale. Ma all'improvviso cinque teppistelli li circondano, li sfottono: e comincia il pestaggio. «Scusa il guanto», ghigna il più cattivo, sfoderando il pugno di ferro. «Stop! Non ci siamo. Questi non sono cazzotti, sono carezze. Troppo finti, troppo distanti. E quel coltello, poi! Deve scattare fuori dalla tasca più rapidamente. Rifare!». Siamo sul set di C'era una volta in America, l'ormai leggendario kolossal che Sergio Leone —
Sergio Leone
dopo dieci anni di progetti, traversie giudiziarie e nscritture — sta girando attualmente (compiute le riprese in America e in Canada) tra gli studi di Cinecittà e questo terreno all'estrema periferìa di Roma, oltre Pietralata, sul quale è stato ricostruito un intero quartiere ebraico. La finzione cinematografica ti aggredisce magicamente: i tombini fumanti, un via vai di uomini con i larghi cappelli e le treccine ai lati delle orecchie, i muri rossicci, le insegne brunite («Shapiro's Use Clothing», «Hebrew Book Store Rabinowitz»), i dolci tipici, le gustose «Charlotte russe», bene in vista sui banchi del locale che nasconde una distilleria clandestina.
Un cappotto beige pesante, la sciarpa ben stretta attorno al collo, guanti di lana e stivali massicci, Sergio Leone dirige con la consueta severità la scena della rissa. No, non ci sono Robert De Niro, né James Woods, perché si sta «girando» l'adolescenza di questi due gangster ebrei attorno ai quali ruota la storia complessa (si parte dagli Anni Venti per finire al 1968) di C'era una volta in America. Film, dicevamo, già leggendario: per i soldi che vi sono investiti (oltre 28 milioni di dollari), per l'impenetrabile «silenzio stampa» che lo protegge, per le note idiosincrasie (ma Leone le chiama timidezze) di Robert De Niro che ha suggerito che tutti gli attori parlassero con accento del Bronx, per la curiosità che avvolge il ritorno alla regia del regista di Per un pugno di dollari. Niente interviste, ci avevano detto, e invece con un po' di fortuna siamo riusciti a chiacchierare con Sergio Leone. In due puntate; e la seconda è stata un'autentica sorpresa perché, senza nemmeno sperarci, abbiamo rivisto, già sviluppata e pronta per il montaggio, la scena alla quale avevamo assistito qualche giorno prima.

— Perché un titolo così epico? 
«Epico? Il film si intitola C'era una volta in America non: L'America. E molto importante, perché la vicenda narrata non è un'indagine, un saggio, sia pure romanzato, un'esplorazione politica o sociale. Non sono americano, non sono ebreo, non sono più blandamente gangster di tanti altri miei colleghi registi. E allora, la chiave del film sta appunto nel titolo così come è formulato: una favola. Certamente per adulti, ma pur sempre favola».

— E perché tanto mistero attorno alla vicenda? 
«Perché la magia del cinema non ha bisogno di parole. Non è un caso che il film inizi in una fumeria d'oppio dove su un telo bianco si svolge un gioco di ombre cinesi. Ecco, di fronte alla finzione del cinema noi dobbiamo essere come coloro che assistono ad uno spettacolo di ombre cinesi. Potrei dire però che i temi scelti sono quelli classici di un certo mondo hollywoodiano».

— E cioè? 
«L'alleanza degli emarginati, le scelte dettate dalla disperazione, le grandi amicizie virili. E il negativo di tutto questo: il tradimento, la violenza, la corruzione. Ma il "viaggio" di Noodles non è soltanto attraverso le visioni dell'oppio. E anche l'altro percorso, quello reale, che compie dal lontano Iowa fino a New York... Dove si aggirerà come in un labirinto. È un viaggio verso la conoscenza. È il rifiuto ad ammettere che tutto, pro-prio tutto, il Bene o il Male, sia un inganno».

— Leone, che cosa vuol dire aspettare dieci anni per fare un film? 
«Abbassare la media. Io, purtroppo, do pochissima importanza al tempo. Dieci giorni o dieci anni, la spinta è sempre una: che la cosa mi interessi e mi appassioni. E fino ad ora questo è accaduto».

— Lei disse un giorno che non esiste una distinzione tra film politico e non politico, ma tra cinema e non cinema. È sempre di quest'av viso? 
«Più che mai! Esopo ha fatto miglior politica di qualsiasi capo di partito. Infatti resiste di più».

— Le è piaciuto Il Padrino? E che cosa ha di diverso il suo nuovo film? 
«Avendo rifiutato di dirigerlo non sono un buon giudice. In ogni caso, il secondo mi è piaciuto più del primo. La differenza, fondamentale, è che Il Padrino attinge dalla realtà per sconfinare nello spettacolo. Io, invece, spero, attraverso il mito dello spettacolo, di ricordare una certa realtà».

— Perché due gangster per fare un omaggio all'America? E perché ebrei? 
«Perché nelle favole c'è il huono e il cattivo. Tra i due mi interessa sempre il secondo, specie quando scopri che il primo, molte volte, è solo un aggettivo. E l'America è il paese degli aggettivi. Ebrei, perché di gangster italiani se n'è parlato troppo, e qualche volta a sproposito, senza mai dire che spesso abbiamo esportato contadini e reimportato gangster».

— Oggi, al cinema, la gente vuole l'azione pura, il ritmo mozzafiato, molti spari e poche parole, insomma, un po' ciò che faceva lei ai tempi di Per un pugno di dollari. Adesso lei dice, invece, che il racconto può essere disteso, monumentale e coinvolgere lo stesso. Ha una ricetta? 
«Le ricette le lascio ai cuochi. È solo una questione di intuizione. Devi raccontare quello che preferisci, nel modo più autentico possibile e con il tempo che ti occorre per farlo. Se il pubblico, che è una "bestia intuitiva" scopre la tua sincerità, ottanta volte su cento ti decreta il successo».

— Passiamo al western. Perché non se ne fanno più nemmeno in America? 
«Perché se ne sono fatti molti, troppi e in genere brutti. Pochi di valore. Tutto qui».

— Le citazioni. Bertolucci dice di aver disseminato la sceneggiatura di C'era una volta il West di mille riferimenti ai vecchi film western e ama raccontare che lei, pur non cogliendoli tutti, riusciva a citare dal nulla: il che, per lui, era il massimo della genialità... 
«Bertolucci, non avendo mai partecipato alla sceneggiatura, ricorda male. Tutt'al più, nel soggetto iniziale, steso con me e con Dario Argento, può benissimo aver disseminato il "nulla" di cui parla. A me, nel realizzarlo, è toccato il resto: metterci il massimo della genialità».

— Senta Leone, lei girò Per un pugno di dollari con 120 milioni; oggi fa C'era una volta in America con decine di miliardi. È cambiato qualcosa nel suo modo di lavorare? 
«È sempre lo stesso. Non mi sono mai preoccupato della poca spesa, non vedo perché dovrei preoccuparmi della molta. E un compito che spetta al produttore. Faccia i suoi conti, se tornano significa che il film si può fare».

— I film western di Leone, qui in Italia, non hanno mai avuto buona stampa. In America, invece, tanto per fare un esempio, Il buono, il brutto, il cattivo viene studiato all'Università del cinema e smontato inquadratura per inquadratura. Che cosa risponde lei? 
«Che in Italia si "smonta" solo la gioia di fare buon cinema».

— Al pubblico ha niente da rimproverare? 
«Niente! Io proprio niente».

— Cinque pregi e cinque difetti dì Sergio Leone (il più possibile sinceramente). 
«Mi offende la nota. Perché credo che la sincerità sia la mia prima qualità. Ma l'includerei anche nei difetti. Vediamo comunque. Voler molto bene alla gente che mi è cara. Il non saper dire "bravo" alla gente che lo merita, per timidezza, ma soprattutto per la preoccupazione che mi si risponda "lo so da me". Non essere invidioso. Preoccuparmi molte volte delle inezie e trascurare le cose importanti. Al di fuori del lavoro essere tremendamente pigro. Essere affascinato dall'idiozia. Perdere tempo nella speranza di scoprire il lampo di genialità. Avere un profondo rispetto per l'amicizia, quella rara. Amare molto il cinema (ma non so se è un pregio o un difetto). Avere pochi interessi al di fuori del lavoro. E per ultimo, farmi sfuggire dalla mente completamente i buoni (se ce ne sono) e farmi affiorare una lunga lista di cattivi, su cui è meglio stendere un velo».

— La violenza. Sam Peckinpah dice che nei suoi western non c'è sadismo, c'è solo la voglia di far vedere alla gente come è fatto il buco d'entrata nella carne di un proiettile. Per lei invece che cos'è la violenza cinematografica?. 
«Violenti sono i sentimenti che racconto. È profondamente diverso».

— Una curiosità: è vero che i tre killer dei titoli di testa di C'era una volta il West dovevano essere, nelle sue intenzioni, Clint Eastwood, Lee Van Cleef ed Eli Wallach? 
«Sì, ma dovevano morire sotto il fuoco di Charles Bronson, quasi a suggerire la conclusione di un "periodo". Lee ed Eli, burloni come sono, ci sarebbero pure stati. Ma Eastwood era già troppo divo per crepare. E poi così, a pochi minuti dall'inizio del film. Infatti disse di no».

— Rifarebbe un western negli anni di Guerre stellari? «Certamente. In questi ultimi tempi mi sono accorto di aspettarlo anch'io».

E rimettendosi il cappottone beige, s'allontana tra i fumi di quel Bronx a quattro passi da Pietralata brontolando contro qualcuno.

“l'Unità”, 23 gennaio 1983

La felicità. Una poesia di Attila József


Io l'ho vista, la felicità:
morbida, bionda, più d'un quintale.
Sull'erba austera del cortile
il suo sorriso ricciuto barcollava.
Sdraiata nel tepore della melma
grugnì ammiccando verso di me.
Vedo ancora come indecisa
fra crini la luce esitava.

1957 - Traduzione di Franco Fortini

In Franco Fortini, Il ladro di ciliege e altre versioni in Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 2015

Foglie. Una poesia di Giorgio Caproni


Quanti se ne sono andati...
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l'ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d'occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

Tutte le poesie, Garzanti, 2016

1953, lo scandalo Montesi. Politica e cronaca di un affare democristiano (Arminio Savioli)


Dirà a un certo punto e quasi a mo' di conclusione l'on. Andreotti (martedì prossimo, seconda rete Tv ed ultima puntata del caso Montesi): la vicenda fu un «boccone prelibato di cui si nutrì l'opposizione». Non gli credete. Il boccone non fu prelibato, ma amaro fino al disgusto. E non se ne nutrì l'opposizione. Questa aveva già vinto la battaglia fondamentale del decennio (la memorabile lotta contro la legge-truffa elettorale) quando l'affare esplose in tutto il suo fosco splendore. E dai successivi sviluppi non trasse alcun vantaggio quantificabile e qualificabile in prestigio e in voti. Mentre invece... Ma andiamo per ordine.
Nel ricostruire il «processo del secolo», Franco Biancacci aveva solo l'imbarazzo della scelta. Il materiale a disposizione era enorme. Il «caso» fu infatti tantissime cose insieme: una dolorosa tragedia personale e familiare, un giallo all'italiana, una farsa, uno psico-dramma collettivo, e infine e soprattutto uno scandalo politico classico (di quelli, cioè, che segnano un'epoca). Fu, comunque, così importante da ispirare film, libri, tesi di laurea, nonché il discutibile ma bellissimo saggio di uno dei più noti intellettuali europei, il poeta-filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger, che non a caso Biancacci cita e a cui implicitamente si richiama, pur senza nominarlo.
Per Enzensberger («Politica e gangsterismo », Sa-velli editore, 1979), la verità (l'unica verità accertabile del «caso») è che «l'Italia era preparata a credere a tutto ciò che accusava le classi dirigenti». Il «fatto» non consisteva tanto nella misteriosa morte di Wilma Montesi, quanto nell'esistenza del sotto-governo, cioè di «un governo contro il popolo, un governo invisibile, una sorta di mafia legalizzata, una macabra parodia dello Stato che non è altro che l'organo esecutivo dì persone che restano nell'ombra... L'Annegata (che Enzensberger chiama proprio così, con l'A maiuscola, collocandola nel Pantheon delle Ofelie di tutti i tempi) non era che un'occasione — un'occasione attesa da tanto tempo — per regolare i conti con un ordine sociale di cui alcuni esponenti erano per caso gli imputati di questo processo. Colpevoli? Innocenti? Nel senso dell'accusa che era stata fatta contro di loro, erano certamente innocenti. Erano colpevoli solo perché facevano parte di quelli che l'Italia considerava tali... l'Italia riconobbe il volto dei suoi tiranni e li condannò... ».
Enzensberger ha colto nel segno. Non fu l'opposizione, ma il popolo italiano a impadronirsi del «caso» e a trasformare quello che all'inizio era solo un fatto di cronaca nera in un evento «storico».
Se non ci fossero state le premesse emotive, psicologiche, politiche, che il poeta-filosofo riconosce e segnala, nessun organo dì stampa, scandalistico o autorevole, e nessun diffusore di voci e di calunnie, per quanto potente, avrebbe potuto montare uno «spettacolo» così macchinoso e «venderlo» così bene, e tenerlo sul cartellone per ben quattro anni.

Uno strumento di lotta interna
Ma il «caso Montesi» fu anche un'altra cosa. Esso fu uno degli strumenti e, come si dice, dei «terreni» e «momenti» (il più vistoso, il più plateale, ma ovviamente non il solo) di una lotta interna alla Democrazia cristiana. Esso permise agli esponenti democristiani più giovani, o meno vecchi, di colpire politicamente a morte, attraverso Attilio Piccioni, la cui sola colpa era di essere il padre di un sospetto, tutto l'«establishment» dei notabili cattolici che avevano fondato il partito, sotto altro nome, prima del fascismo, e che lo avevano riorganizzato alla fine della guerra e portato sia alla strepitosa vittoria del 18 aprile 1948, sia alla sconfitta politica e morale del 7 giugno 1953.
Dopo il «caso Montesi» (ed anche a causa del «caso Montesi») la DC non fu mai più quella di prima. Fu migliore? Peggiore? Fu certamente diversa. Forse si può dire che con il «processo del secolo » muore per sempre il Partito popolare e nasce la DC (o una «nuova» DC).
Non esistono le prove che tutta la vicenda sia stata montata in vista di questa «operazione» di «rinnovamento» da questo o quell'ambizioso personaggio del partito di maggioranza. È fuor di dubbio, tuttavia, che la tigre dello scandalo fu cavalcata da alcuni con una tale maestria da strappare gli applausi.
Ecco perché l'on. Andreotti fa torto a se stesso (prima ancora che all'intelligenza del pubblico suo coetaneo) quando «glissa» su responsabilità che egli (non altri) sembra aver evocato di recente esprimendo l'intenzione di riaprire il «dossier», e crede di cavarsela chiamando in causa l'opposizione. Egli sa bene che questa, esclusa dalle varie «stanze dei bottoni», messa al bando e perseguitata, non aveva accesso di prima mano alle informazioni, che erano tutte possedute in esclusiva e utilizzate da chi al vertice lottava, con altri suoi pari, per il potere. Un aspetto straordinario e paradossale del «caso» fu infatti proprio questo: essi fecero (come si dice) «tutto da sé». Si accusarono, si spaventarono, inquinarono testimonianze (forse insignificanti), fecero sparire prove (vere o false), si aggrovigliarono in una rete inestricabile dì bugie, voci e calunnie, da cui infine uscirono, alcuni vincitori, altri sconfitti. L'opposizione ebbe un ruolo marginale nella faccenda, e forse (suo malgrado) fu perfino strumentalizzata da chi audacemente scatenò i diavoli dello scandalo, e sapientemente li pilotò. Ventisette anni dopo, l'Italia è così cambiata che molti, specialmente i più giovani, troveranno tutta la faccenda un po' ridicola.
Un solo cadavere, e forse solo un pizzico di cocaina, non possono certo impressionare una generazione che convive con il terrorismo e che calpesta le siringhe dei drogati passeggiando nei giardini pubblici, eppure, con tutte le sue meschinità provinciali e il melodrammatico guittismo dei suoi protagonisti, il «caso Montesi» ha fatto parte della nostra storia, non della semplice cronaca. Dopo, non solo la DC, ma neanche l'Italia fu mai più la stessa.

“l'Unità”, 22 ottobre 1980

Riflusso. Una poesia di Edna St. Vincent Millay (Rockland, 1892 – Austerlitz, 1950)


Io so a che assomiglia il mio cuore
dacché hai smesso di amarmi:
come uno scoglio cavo
cinge un piccolo stagno
che gli lasciò la marea,
un piccolo tiepido stagno
che dai margini al centro si prosciuga

L'amore non è cieco, Crocetti, 2001 – Traduzione Silvio Raffo


30.7.18

La poesia del lunedì. Mario Luzi (1914 - 2005)


Il ricordo impera ugualmente. È lui
che oltre la storia e oltre la finita reminiscenza
lungo tutta la lunga mattinata estiva osserva
la piazza prima in ombra inondata dalla trasparenza
tramutarsi in un vaso di fulgore offuscato dall’accecamento
con nient’altro tra ripa e ripa di pietra e marmo che la sua forza.
Lui solo e da sotto le tegole di una buba
di colombi che quasi di troppa beatitudine la scolma.
Ricordo senza limiti, ricordo senza corpi né ombre.

da Per il battesimo dei nostri frammenti, 1985

L'amore a mano aperta. Una poesia di Edna St. Vincent Millay (Rockland, 1892 – Austerlitz, 1950)


Io non ti do il mio amore come fanno
le altre ragazze, in uno scrigno freddo
d'argento e perle, né ricco di gemme
rosse e turchesi, chiuso, senza chiave;

né in un nodo, e nemmeno in un anello
lavorato alla moda, con la scritta
"semper fidelis", dove si nasconde
un'insidia che ottenebra il cervello.

L'Amore a mano aperta, questo solo,
senza diademi, chiaro, inoffensivo:
come se ti portassi in un cappello

primule smosse, o mele nella gonna,
e ti chiamassi al modo dei bambini:
- Guarda che cos'ho qui! – Tutto per te -.

L'amore non è cieco, Crocetti, 2001 – Traduzione Silvio Raffo

29.7.18

Quando Grillo era di sinistra anziché no (dal “Beppe Grillo Show 2003”)

C'era una pratica propagandistica che mi disgustava negli stalinisti, quella per cui il “traditore” è tale da sempre. Se ci è sembrato fino a ieri un buon compagno è solo perché sa ingannare con abili camuffamenti e maneggi, ma, se si cerca, si scoprirà che tramava e trescava col nemico fin da quando era in fasce, o anche prima. Questa propaganda si rivolgeva prevalentemente contro eretici e dissidenti (i “trotzkisti” per esempio, traditori e canaglie da sempre, per definizione), ma anche contro chi – perché davvero si era venduto o per qualsiasi altra ragione - era passato dall'altra parte, tra gli avversari. A siffatte storie non ho mai creduto: le donne e gli uomini si riscattano o si vendono, per convinzione o per interesse, perché si sentono costretti o si ritengono finalmente liberi da vincoli dottrinali o morali, insomma, in meglio o in peggio, possono cambiare.
Ora a quelli che mi raccontano che Beppe Grillo (sulla cui evoluzione penso tutto il male possibile) è da sempre un uomo di destra, un fascista, un cornutaccio, io non do credito. Neanche Mussolini fu sempre un uomo di destra: rimase un socialista massimalista, un po' confusionario, maschilista e prepotente ma socialista fino a tutto il 14 e alla campagna per l'intervento (che anche un Salvemini, peraltro, promosse con argomenti più beceri e cinici di quelli di Mussolini, tipo un Risorgimento con troppo pochi morti). E anche dopo la guerra nel futuro “duce” le oscillazioni di orientamento e di programma che col senno di poi sono catalogate come “ambiguità” erano più probabilmente incertezze. Probabilmente esistono anche persone che, giunte con sofferenza a una “verità”, non deflettono, cercano sì di adattarsi al mutare dei tempi, ma mantenendosi fedeli a quella che ne ritengono la sostanza, a un nocciolo duro e profondo di convinzioni; ma non sono molti. I più trovano senza difficoltà buoni motivi per mutare orientamento e comportamento e non sempre fanno male.
Questa lunga premessa per dire che stamani ho comprato un libro che raccoglie i monologhi e le polemiche dell'attore genovese tra il 1993 e il 2005. Ho letto solo il primo capitolo, il Beppe Grillo Show del 1993, ho trovato poca comicità, tanta recriminazione e pochissima destra. Anzi, a ben vedere, ho trovato una discreta dose di sinistra. In quarta di copertina, non so da quale spettacolo tratta, trovo addirittura una frase che mi pare proprio di sinistra: “Oggi la pubblicità mi sembra uno dei mali peggiori, l'economia la vera padrona della politica, internet uno dei pochi spiragli per difendersi e per ridare alla politica lo spazio che l'economia le ha rubato”. Forse gioverà ogni tanto ricordare al Grillo che vuol “superare la democrazia” le cose che andava dicendo pochi lustri fa e lavorarsi con santa pazienza i grillini della “prima ondata” perché notino le differenze fra com'era il loro “guru” nei primi anni Duemila e com'è diventato adesso. (S.L.L.)

Con le parole ci fregano! “Datore di lavoro.” Datore di lavoro chi è? Rispondete. Datore di lavoro è quello che dà il lavoro. Chi dà il lavoro? L’operaio. L’altro dà lo stipendio, è un datore di sti­pendio. Sarebbe cambiata la storia. Ma è vero, il lavoro è vivo, non è un martello, è una persona. […]

Allora, con le parole si fanno i disastri. Se io dico “Questa cosa lava più bianco”, cosa pensiamo? Che la cosa lavata è più bianca, quindi è più pulita! E esattamente l’opposto! Non è che non è vero: è il contrario, è più sporca. E più bianca, ma è più sporca, perché dentro i detersivi ci sono i riflettenti ottici che riflettono di più la luce, come una mano di vernice. Come se tu tieni le mutande sei mesi, poi le levi, ci dai una mano di bianco e dici: “Guarda com’è bianca”. È bianca sì, ma sotto c’hai dei topi morti lunghi così! Ma fra cento anni, quando leggeranno la nostra storia, rideranno come dei pazzi. [...]

Noi prendiamo questo, per esempio (Grillo mostra un fustino di detersivo), Atlas, che è un detersivo ecologico, dicono - probabilmente è vero -, questo è ecologico perché? Perché ci sono delle sostanze come l’olio di cocco che sono naturali. L’ho comprato: c’è l’olio di cocco. Però l’olio di cocco lo fanno fare ai filippini e gli danno quindici dollari al giorno. Allora di là devasti le persone, e di qui: “Oooh, lo faccio per il mio bambino! ”. Io non voglio un mondo ecologico, perfetto, popolato da stronzi: io voglio un mondo perfetto popolato da delle persone, il rispetto prima delle persone. Fai le scuole ai filippini, dagli il cinquanta per cento in più … […]

Mia mamma in eredità mi ha lasciato questo: la bottiglia del latte. Te la portavano a casa, senza etichetta, non si vedeva. Era la tua Centrale del latte. Adesso abbiamo privatizzato, e io a mio figlio gli lascio il tetrapak. Fa quarantacinque miliardi di cartone usa e getta - e questo il principio, usa e getta. Questo qua è fatto di carta con i pini della Svezia, di plastica con le petroliere, e di alluminio: la bauxite arriva dall’Australia. Per fare questo, petroliere dal Golfo Persico, camion di alberi tagliati dalla Svezia e camionate di bauxite, di alluminio. Lo prendi e lo butti via. Dovresti tenerlo perché costa, andare in banca e dire: “Senta, direttore... costa l’ira di Dio, mi faccia un conto”. E invece buttiamo via. Allora il futuro qual è? Gli industriali cosa dovrebbero fare? Dovrebbero sedersi un po’ lì, guardarsi in faccia e dire: il tetrapak è il passato e non si fa più, la bottiglia di vetro è il passato e non si fa più, però il concetto di bere e ridare, riutilizzare, non riciclare, è perfetto. Mio nonno l’ha inventato! Non facciamo più il vetro, ma la bottiglia per il Duemila, il Tremila c’è! Porca puttana: eccola qui! (Grillo mostra una bottiglia di plastica.) Questo qui è un policarbonato, è di plastica. Viva la plastica! Io non sono mai stato contro la plastica. Questo qui lo riutilizzi ottanta volte, ci metti quello che vuoi. È un policarbonato. Ottanta volte lo riutilizzi: la bottiglia di vetro meno...

In Tutto il grillo che conta, Feltrinelli, 2006

Anche al buio? (Georg Christoph Lichtenberg)

Anche al buio si arrossisce per la vergogna? Credo che al buio si possa impallidire per paura, ma non che si possa arrossire per vergogna. Poiché si impallidisce per rispetto a sé stessi, mentre si arrossisce per rispetto a sé stessi e agli altri. Se le donne arrossiscano al buio è un problema un po' difficile da affrontare e che, ad ogni modo, non si può risolvere alla luce. 

Osservazioni e massime, Edizioni Il Sole 24 ore, 2014

1964. Quando Sartre rifiutò il Nobel (Grazia Cherchi)

L'articolo che segue è tratto dalla sezione Segnalazioni dalle Riviste dei “Quaderni piacentini”. n.19-20 di ottobre – dicembre 1964, al tempo diretto e curato da Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi. Vi si ragionava del Nobel che Jean Paul Sartre aveva rifiutato, a partire dagli articoli che in due riviste letterarie commentavano il suo gesto: Sartre, Nobel suo malgrado, («Nouvelles litteraires », 29 ottobre '64 ); Jean Paul Sartre premio Nobel («Tempo presente», n. 11, novembre '64). Il testo può essere attribuito senza grandi dubbi a Grazia Cherchi, che curava la rubrica, anche se non si può escludere che anche Bellocchio vi abbia con qualche sua idea o aggiunta contribuito. (S.L.L.)
Jean Paul Sartre con il suo gatto
Il rifiuto del Nobel è costato a Sartre, oltre le 250.000 corone, la livida maldicenza dei colleglli. Un buon campionario di idiozie è offerto dal settimanale “Nouvelles litteraires” che dedica all’avvenimento vari articoli (G. Marcel, H. Juin, M. Tournier e Q. Ritzen, il quale ultimo analizza il «no» di Sartre dal punto di vista psicologico per ribadire quel che aveva asserito in un precedente articolo, trattarsi cioè, per quel che risulta dalla sua opera, dai suoi atteggiamenti e dalle sue dichiarazioni, di un «délinquant»). Nella sua "Prise de position" l’ottuagenario Gabriel Marcel taccia Sartre di «denigratore inveterato, blasfemo sistematico, diffusore degli insegnamenti più pericolosi e dei consigli più velenosi che mai siano stati largiti alla gioventù da un corruttore patentato», si rammarica che il rifiuto del Nobel aumenti la sua popolarità ma si consola osservando che «la sua clientela la recluta soprattutto tra gli intellettuali in via di sviluppo, di Caracas o di Rio, a Konakry, a Casa e in quell’Algeria di Ben Bella che esaudisce, suppongo, uno dei suoi più fervidi voti».
Soprattutto in Francia è stato insinuato che s’è trattato di un atto d’orgoglio, di dispetto per avergli la giuria di Stoccolma preferito anni fa Camus. Gli intellettuali italiani, incapaci perfino di concepire un caso d’orgoglio pagato un prezzo tanto alto, hanno invece insistito sul fatto che il rifiuto è stata un’abilissima mossa pubblicitaria che finirà col fruttare a Sartre molto bene: un ottimo affare, insomma. Per cui non resta che attendere il prossimo Nobel italiano: che però, ne siamo certi, molto più disinteressato di Sartre, rifiuterà il basso calcolo e accetterà francescanamente il premio.
Nicola Chiaromonte invece, su “Tempo presente”, affronta di petto la questione. Si mette in cattedra e sottopone a severissima analisi il gesto di Sartre e le sue dichiarazioni ai vari giornalisti; come se si trattasse di esaminare il compito di una scolaretto scadente o di smascherare gli alibi di un malfattore, ne dimostra gli errori logici, ne mette in luce le contraddizioni. Nel corso della inquisizione, Chiaromonte arriva ad affermazioni come: «È semplicemente non vero che il titolo ’’Premio Nobel” eserciti una pressione indebita sui lettori». Oppure: «Cosa significa l’altra affermazione di Sartre: “Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione”? Non significa nulla. Nessuno può trasformare uno scrittore in un’istituzione, cioè in una mummia pomposa, tranne lo scrittore medesimo. Nessun premio Nobel ha mai trasformato il suo titolare in un’istituzione... ». Eccetera, eccetera.
Infine, conclude Chiaromente, se fosse vero che a Sartre stanno tanto a cuore gli affamati, perché non ha accettato le 250.000 corone? Poteva pagarci tanti pranzi per i suoi prediletti. Che non l’abbia fatto, dimostra che «È dunque per mantenersi l’anima bella e le mani pulite che Sartre ha rifiutato il premio Nobel... Del che, naturalmente, gli potranno tener rigore i suoi amici e i suoi princìpi, ma non certo chi dia alla libertà dell’individuo e dello scrittore un senso pieno e incondizionato », cioè Chiaromonte e i suoi amici.
La sentenza, se questa è la requisitoria, per noi è di assoluzione, nonostante la cattiva difesa dell’imputato che non sa di essere innocente o non vuol esserlo.

Abito lungo la ferrovia. Una poesia di Attila József


Abito lungo la ferrovia. Qui molti
treni vengono e vanno e mi piace
guardare le luci che volano
sul fondo sventolìo del buio.
Così filano nella notte eterna
i giorni illuminati
e io sono nella luce di ogni scompartimento
mi appoggio sul gomito e non parlo.

1957

Traduzione di Franco Fortini

Da Franco Fortini, Il ladro di ciliege e altre versioni in Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 2015

“E avevamo sperato...”. Una poesia di Franco Fortini


E avevamo sperato un nuovo corpo,
un'anima lentissima
in un tempo di azioni misurate;
come respiro i sensi e le preghiere,
rami di salice le mani,

il giorno un dono,
il mondo un prato.

Ma era male, era tenace errore
questa speranza caduta oramai?
Quel che abbiamo una volta immaginato
sarà vero tra giorni e piogge, erbe e case,
tra visi nudi e amici,
tra occhi senza guerra?

Nessuno saprà quel che abbiamo voluto da vivi.

1947

da Tutte le poesie, Mondadori 2014

27.7.18

È saltata la catena. L'Italia non è paese per ciclisti (Massimo Bongiorno)


Poeti, santi e navigatori possono stare tranquilli. Nessuno ruberà loro la scena, tanto meno pedalando: l’Italia non riesce proprio a diventare un paese per ciclisti. Quindici anni buoni di “movimentismo a pedali” – tra Critical Mass, Ciclofficine popolari e grandi manifestazioni – hanno trovato solo a tratti, e prevalentemente a livello locale, una risposta dalla politica.
Il Nuovo codice della strada, che raccoglie molte delle istanze portate avanti da questo mondo, è fermo da due anni in Senato con ottime probabilità di restarci ancora a lungo, se non per sempre. E non se la passa meglio, alla Camera, la Legge quadro sulla ciclabilità, che continua a rimbalzare in cerca di coperture dal 2014.

Più piste per tutti
Certo, è vero che tra il 2008 e il 2015 le ciclabili italiane sono cresciute del 50%. Ma a parte che tutte insieme non arrivano ad un decimo della rete tedesca (poco più di quattromila km contro oltre 50 mila), si tratta troppo spesso di ghetti senza manutenzione e strozzati dal traffico a motore.
«La chiave di tutto, il primo obbiettivo, è togliere spazio alle automobili nelle città. Le infrastrutture da sole non portano da nessuna parte», sostiene Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane di Legambiente, recitando sostanzialmente l’inascoltato mantra di tutte le diverse componenti del “movimento a pedali”.
È un fatto che le città italiane restino in larghissima parte ostaggio delle automobili, con tutto quello che ne consegue. La velocità media nei congestionati centri urbani oscilla intorno ai 15 km orari, 7-8 nelle ore di punta: meno della metà che in bicicletta ed esattamente la stessa raggiunta a fine ’700, quando si andava al massimo in carrozza.
Nella speciale classifica sulla “ciclabilità” stilata dalla Ecf (la lobby delle associazioni di settore nell’Ue a 28, basata a Bruxelles) l’Italia occupa la poco lusinghiera 17ma posizione. Fatta eccezione per alcune realtà virtuose, che “danno del tu” a capitali della bicicletta come Copenaghen e Amsterdam, i numeri di chi in Italia sceglie di spostarsi pedalando restano davvero poca cosa: da 10 anni la media nazionale – rispetto al totale degli spostamenti urbani – è inchiodata al 3,6%.

L’occasione persa
«Sembra una ovvietà, ma l’Italia resta un paese costruito sull’automobile, con una sedimentazione di strutture culturali, sociali ed economiche refrattarie al cambiamento. Voltare pagina è difficilissimo», dice Paolo Bellino, giornalista, attivista della prima ora e tra i fondatori di #salvaiciclisti – l’associazione che, per un momento durato purtroppo non abbastanza a lungo – è riuscita a raccogliere e rappresentare in modo trasversale quasi tutto il movimentismo a pedali nazionale.
C’è un’immagine che ritrae benissimo quel momento. Risale al 28 aprile 2012, un sabato pomeriggio di cinque anni fa. Quando cinquantamila ciclisti invadono pacificamente il centro di Roma, trasformando per oltre 4 ore via dei Fori Imperiali nella scena di in un gigantesco happening “BikePride”. È la più grande manifestazione del genere in Italia, non era mai successo nulla del genere prima e non sarebbe più successo nulla del genere dopo.
Per arrivarci erano serviti quasi 12 anni di lavoro, dal basso. Dal debutto delle ciclofficine popolari – Bulk a Milano e Macchia Rossa nella Capitale, luoghi di scambio di competenze dove si impara materialmente ad aggiustare o a costruire una bicicletta totalmente al di fuori di qualsiasi logica commerciale.
Fino alle prime Critical Mass, nate sull’onda di quelle americane: raduni di ciclisti autoconvocati con la logica dei flashmob per raggiungere una (appunto) massa critica capace, spostandosi, di togliere spazio alle auto. In una manciata di anni in tutta Italia fioriscono centinaia di iniziative e associazioni, in un clima di contaminazione continua tra istanze ambientaliste, messaggi politici antagonisti e – anche – la semplice codificazione di nuove mode urbane (l’hipster barbuto in sella alla bici fixed è diventata un’icona quasi trita).

Confusione sotto il cielo
Ma è proprio l’eterogenea ricchezza di questo caleidoscopio di iniziative, per assurdo, la sua debolezza. Ad un certo punto il dialogo tra le componenti più “movimentiste” e i vecchi “senatori” come Legambiente o la Fiab (Federazione Italiana Amici Bicicletta), si fa difficile. Affiorano ruggini, stanchezze, che spesso diventano frammentazioni partitiche da manuale Cencelli.
Ancora una volta Milano e Roma sono le due realtà più emblematiche. I cambi della guardia a Palazzo Marino non hanno intaccato la sostanziale continuità nella politica di stop alle auto.
Oggi l’8% degli spostamenti sotto la Madonnina avviene in bicicletta e la città ha il record nazionale di bike sharing, sia per numero di operatori che di mezzi. Anche se fa discutere la recentissima comparsa di due nuovi operatori cinesi, con 12mila biciclette offerte a tariffe bassissime e a parcheggio completamente libero, senza stalli: una modalità che sta già creando grossi problemi, gli stessi per i quali Amsterdam ha proibito questo tipo di noleggio.
Nella Capitale invece, dove in percentuale rispetto a Milano si muove in bici la metà degli abitanti e non esiste il bike sharing, ogni amministrazione riparte quasi da zero. La vicenda del GRAB, il progetto della ciclovia del grande raccordo anulare che sarà finanziato dallo Stato, è una cartina da tornasole: un tempo bandiera di tutto il movimento, oggi vede schierati su opposti fronti Legambiente, la giunta capitolina e #salvaiciclisti. Con tutte le immaginabili conseguenze.
Nonostante questo, gli spostamenti in bicicletta a Roma sono passati dallo 0,4% del 2008 a quasi il 4% nel 2012, per poi assetarsi sulla media nazionale del 3,6: Bolzano, Pesaro e Ferrara, a un passo dal 30%, sono irraggiungibili, ma il dato romano – se si considera la dissestata viabilità cittadina – ha del miracoloso.

Cresce il mercato
Intanto il mercato cresce. Nel 2012 per la prima volta il numero di biciclette vendute (1.750.000 pezzi) supera quello delle automobili. Oggi, il fatturato complessivo del settore vale – stando all’ultimo report di Legambiente – oltre 6,2 miliardi di euro. Dentro non ci sono solo le bici (di cui il nostro Paese resta saldamente primo produttore europeo davanti alla Germania con quasi 2,5 milioni di telai/anno) ma anche tutta una serie di economie di scala legate alla salute, all’ambiente e, soprattutto, al turismo. Anzi: al cicloturismo.
E sembra essere solo questa la parola magica per Palazzo Chigi: il cicloturismo. L’unico tema attorno al quale la politica nazionale, attraverso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha veramente detto qualcosa di concreto: un grande programma di 10 ciclovie, estese per qualche migliaio di chilometri lungo tutta la penisola, che prevede 750 milioni di stanziamenti fino al 2024. Sono stati appena finanziati i progetti di fattibilità delle prime quattro, shortlist in cui rientra il GRAB: esattamente il progetto su cui a Roma è già volato più di qualche straccio. Incrociamo le dita.

"Pagina 99", 3 novembre 2017

Tanto sudore umano (Filastrocca per grandi). Una poesia di Raymond Queneau tradotta da Franco Fortini

Raymond Queneau
Tanto sudore umano
tanto sangue in vano
tante mani consumate
tante lacrime sprecate
tante catene tanti nodi
tante ire tanti odi
tanti denti spezzati
tanti occhi sbarrati
tante cose false e vere
tante lunghe tiritere
tanti preti tante monache
tante uniformi tante tonache
tante guerre tante paci
tanti papi tanti duci
tanti re tante regine
tante dame tante pedine
tanti pianti tanti rimpianti
tante pene tanto peccato
tante vite a perdifiato
tanti patiboli tanti tormenti
tanti supplizi divertenti
tanti patiboli tanti tormenti
tante vite a perdifiato
tante pene tanto peccato
tanti pianti tanti rimpianti
tante dame tante pedine
tanti re tante regine
tanti papi tanti duci
tante guerre tante paci
tante uniformi tante tonache
tanti preti tante monache
tante lunghe tiritere
tante cose false e vere
tanti occhi sbarrati
tanti denti spezzati
tante ire tanti odi
tante catene tanti nodi
tante lacrime sprecate
tante mani consumate
tanto sangue in vano
tanto sudore umano.
Da Franco Fortini, Il ladro di ciliegie e altre versioni, Einaudi, 1982


Tant de sueur humaine
Tant de sang gâté
Tant de mains usées
Tant de chaînes
Tant de dents brisées
Tant de haine
Tant d'yeux éberlués
Tant de faridondaines
Tant de faridondés
Tant de turlutaines
Tant de curés
Tant de guerres et tant de paix
Tant de diplomates et tant de capitaines
Tant de rois et tant de reines
Tant d'as et tant de valets
Tant de pleurs tant de regrets
Tant de malheurs et tant de peines
Tant de vies à perdre haleine
Tant de roues et tant de gibets
Tant de supplices délectés
Tant de roues tant de gibets
Tant de vies à perdre haleine
Tant de malheurs et tant de peines
Tant de pleurs tant de regrets
Tant d'as et tant de valets
Tant de rois et tant de reines
Tant de diplomates et tant de capitaines
Tant de guerres et tant de paix
Tant de curés
Tant de turlutaines
Tant de faridondés
Tant de faridondaines
Tant d'yeux éberlués
Tant de haine
Tant de dents brisées
Tant de chaînes
Tant de mains usées
Tant de sang gâté
Tant de sueur humaine
da Raymond Queneau, L'instant fatal, Gallimard, 1948

26.7.18

Dell'occuparsi di morale (Bertolt Brecht)


Me-ti. Il libro delle svolte di Brecht nella sua prima edizione in tedesco fu pubblicato postumo nel 1965, ma risaliva agli anni 30.
Brecht finge di tradurre dal cinese un antico filosofo taoista, Me-ti appunto, il maestro che insegna la Grande Dottrina (il marxismo) in brevi e brevissimi apologhi e che personifica il Brecht pensatore. Spesso questi dialoga con Kin-jeh, anch'egli proiezione dell'autore, ma come scrittore e individuo empirico. Nel libro compaiono riferimenti a filosofi e capi politici, da Hegel a Lenin, da Trotzky a Stalin, individuati da pseudonimi.
Il brano qui “postato” è ripreso da un “Quaderni piacentini” del 66, che pubblicò un'anticipazione del volume in preparazione da Einaudi, per la traduzione e curatela di Cesare Cases. Il libro uscì solo nel 1970. (S.L.L.)

Ci sono poche occupazioni, disse Me-ti, che danneggiano la morale di un uomo tanto quanto l'occuparsi di morale. 
Sento dire: “Bisogna amare la verità, bisogna mantenere le promesse fatte, bisogna lottare per il bene. Ma gli alberi non dicono: “Bisogna essere verdi, bisogna lasciar cadere verticalmente i frutti al suolo, bisogna frusciare con le foglie quando ci passa il vento”.

Quaderni piacentini, n.28, settembre 1966

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