30.3.16

Cornuti a Palermo (S.L.L.)

Un vicolo nel cuore della vecchia Palermo
L'insulto preferito dai palermitani è stato a lungo e forse continua ad essere “cornuto”. Ho ancora vivissima l'immagine di un uomo che dai “popolari” della Favorita compitava la formazione della squadra avversaria: “Anzolin – Castano – Salvadore - … - Nicolè - Del Sol – Miranda – Sivori - Crippa”. E dietro a lui una folla a gridare: “CU(I)NNUTI” - con una mezza i. I palermitani, infatti, non dicono cunnuti, come i catanesi, o curnuti come noi dell'agrigentino, ma per l'appunto “cu(i)nnuti”, con la “i” che si sente e non si sente, una “i” sottodetta come l'antica “iota” greca era talora “sottoscritta”. Accade quasi sempre quando si trasporta nella parlata palermitana una parola che in lingua presenta la liquida r seguita da consonante: “portiere” per esempio diventa pu(i)ttieri. Qualche volta succede anche con la elle: “polmone” diviene pu(i)mmuni e può perfino capitare che un vigile palermitano vi raccomandi di non ca(i)ppestare le aiuole.
Con Gianni, un caro compagno di studi che abitava nella mia stessa pensione, andavamo di tanto in tanto a cena in una piccola trattoria dalle parti della stazione. Vi prestava servizio un ragazzino di 13 o 14 anni che, come capitava spesso tra i figli del popolo, di scuola ne aveva fatto poca: gli piaceva però parlare (e cantare) in italiano. Una volta lo sentimmo a canticchiare “applavosi di gente intorno a me”: credendo “applausi” un vocabolo siculo lo aveva – a modo suo – toscanizzato. Una volta che per risparmiare ci informavamo su quale fosse il piatto del giorno, disse che c'erano i “caldi”. Non capivamo cosa volesse dire e chiedemmo: “Caldi che cosa?”. Un po' infastidito dalla domanda replicò: “I caldi, i caldi, i ca(i)dduna!” . Erano cardi dunque, quei gobbi che in continente cucinano alla parmigiana e che a Palermo prediligono in pastella.

Finale. Una poesia di Vladimir Majakovskij

Immensità,
accogli nuovamente
nel tuo seno
il vagabondo!
Verso quale cielo, adesso?
Verso quale stella, andare?
Sotto di me
il mondo
e le sue mille chiese
hanno intonato 
il Requiem.

1916 - 1917

da Poesie, Cura e traduzione di Maria Roncali Doria, Newton Compton, 1994

Medicina. Il ricco business della diagnosi precoce (Roberta Villa)

Nel Paese in cui più di due secoli fa la ricerca della felicità è stata sancita come diritto inalienabile dalla Dichiarazione di indipendenza, è partita oggi, quasi come un’apoteosi di quel principio, la caccia alla depressione. Poche settimane fa la task force del governo statunitense per i servizi di prevenzione ha raccomandato che tutti gli adolescenti a partire dai 12 anni e tutti gli adulti – con particolare attenzione alle donne in gravidanza e subito dopo il parto – siano sottoposti almeno una volta nella vita a un test per identificare e trattare la malattia.
Troppi casi si scoprono quando ormai è tardi, per esempio dopo un suicidio, o si trascinano per anni di sofferenza senza trovare aiuto. «Andare a cercare di individuare queste situazioni, soprattutto tra gli adolescenti e le puerpere, potrebbe essere utile», commenta Paolo Migone, psichiatra di Parma e condirettore della rivista “Psicoterapia e Scienze Umane” (www.psicoterapiaescienzeumane.it), «ma solo se sarà occasione per fornire aiuto a tutto tondo con una psicoterapia, e non diventerà solo pretesto per allargare ulteriormente il mercato degli antidepressivi, la cui efficacia e sicurezza è periodicamente messa in discussione dalla ricerca». Un mercato, quello degli antidepressivi, che non smette di crescere: secondo il quotidiano britannico “The Guardian”, nel 2010 erano 23,3 milioni gli americani che prendevano questi psicofarmaci, più del doppio rispetto al 1998. In Italia, l’andamento, secondo l’ultimo rapporto periodico sulla salute dell’Ocse (Health at a Glance, 2015), è simile, con un consumo che, pur restando sotto la media degli altri Paesi Ocse, dal 2000 al 2013 è più che raddoppiato, arrivando a circa 43 dosi medie giornaliere al giorno ogni mille abitanti, per una spesa di 465 milioni di euro.
I brevetti però scadono, e i prezzi dei farmaci col tempo scendono. Per mantenere il fatturato si può quindi investire su nuove costose molecole oppure estendere il numero dei potenziali clienti, andandoseli a cercare, una strategia molto più efficace e sicura.
La “diagnosi precoce” è diventato così il santo graal della medicina moderna, cui si attribuisce il potere miracoloso di preservare da ogni male, anche quando anticipare la scoperta di una malattia non influisce sulla sua evoluzione, per esempio perché questa sarebbe stata così lenta da non manifestarsi, o perché ancora non disponiamo di cure efficaci per fermarla. Agli esami eseguiti per accertare la natura di un sintomo, si sono così aggiunti in numero sempre crescente quelli condotti alla cieca, nell’ambito di check-up o controlli a tappeto, da ripetere periodicamente, propagandati da un marketing martellante e insidioso, come fossero modalità per prendersi cura di sé e proteggere la propria salute, forse allontanare addirittura lo spettro dell’inevitabilità della morte.
L’attenzione mediatica alla prevenzione ha prodotto una crescita del malessere percepito che paradossalmente va di pari passo con il benessere effettivo, per cui gli abitanti del Bihar, lo stato più povero dell’India, si ritengono più sani di quanto dichiarino quelli del Kerala, le cui condizioni di vita non sono distanti da quelle occidentali, e soprattutto di quanto si sentono malati gli americani, per i quali l’aspettativa di vita di fatto è molto superiore.
Mai l’umanità è stata tanto sana quanto lo sono oggi gli abitanti dei Paesi più ricchi, ma mai è stata così ossessionata dalla paura di ammalarsi.
Una dimensione che spinge Iona Heath, medico a capo del comitato scientifico del British Medical Journal, a sostenere che il nuovo oppio dei popoli, soprattutto nei Paesi in cui si è persa l’osservanza religiosa più tradizionale, sarebbe diventata la sanità, che proprio come una religione offre sollievo e speranza contro la sofferenza, cerca proseliti, impone scelte di vita, qualche volta rischia perfino di far soffrire le persone per il loro presunto bene. È infatti con questo provocatorio paragone che si apre il suo ultimo libro pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri, e intitolato Contro il mercato della salute (2016). Il testo riassume decenni di dibattito sugli eccessi della medicina, a partire dalla profetica opera teatrale di Jules Romains che già nel 1923, con il suo Knock, o il trionfo della medicina, attribuiva al grande fisiologo francese Claude Bernard lo slogan: «Le persone sane sono persone malate che semplicemente non sanno di esserlo».
«L’invidiabile regno dei sani di Susan Sontag è ormai inesorabilmente assorbito nel regno dei malati», dichiara Iona Heath, citando il classico Malattia come metafora della scrittrice statunitense.
Un contributo a questa distorsione lo ha fornito, seppure involontariamente, anche l’ottimistica definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), secondo cui la salute non sarebbe la semplice assenza di malattie o infermità, ma «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale». In pratica, il diritto alla salute diventa così un diritto alla felicità, (non alla sua ricerca, come prevedeva, spesso fraintesa, la Dichiarazione di indipendenza americana). «Creando un’aspettativa di perfezione che non può in nessun caso corrispondere all’esperienza», chiosa Heath, «la definizione dell’Oms mina sistematicamente la qualità della vita, suscitando rabbia e delusione nei pazienti e un senso di fallimento e frustrazione nei medici». Quelli onesti, almeno.
È invece una gallina dalle uova d’oro per tutti coloro che della salute fanno un business: le aziende farmaceutiche, certo, ma anche alcuni specialisti, i laboratori di analisi o chi produce macchinari e strumenti che rendono la diagnosi sempre più precoce, accurata, attenta.
«L’avanzamento tecnologico permette oggi di identificare un numero sempre maggiore di condizioni che sarebbero passate inosservate senza mai provocare danni, ma che, nel momento in cui sono riconosciute, devono essere trattate, aumentando il numero dei cosiddetti “malati”, che un tempo non avrebbero mai pensato di esserlo», spiega Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe che promuove e realizza attività di formazione e ricerca in ambito sanitario.
La genetica rischia ora di far fare alla medicalizzazione del nostro mondo un ulteriore passo avanti: con l’analisi dettagliata del Dna individuale nessuno potrà più davvero considerarsi sano e sfuggire a una diagnosi, perché chiunque è portatore di geni che aumentano almeno il rischio di una o più malattie.
Non si possono poi ignorare le conseguenze di tutto questo sulla società nel suo insieme, in termini di allocazione di risorse sempre più limitate. Anche questo aspetto finisce col riflettersi poi sul singolo, quando deve aspettare mesi per sottoporsi a un’indagine necessaria, perché centinaia di suoi concittadini la richiedono inutilmente, o pagare un ticket salato per un farmaco essenziale, perché la spesa farmaceutica nazionale è gravata da prescrizioni la cui appropriatezza è seriamente messa in discussione.
“Appropriatezza” è una parola difficile, ma cruciale, resa nota a tutti dal decreto ministeriale che entra in vigore in questi giorni e che da questo importante criterio della medicina basata sulle prove ha preso nome. «Appropriatezza però significa “effettuare la prestazione giusta, in modo giusto, al momento giusto, al paziente giusto”», ricorda Slow Medicine, associazione di professionisti e cittadini per una cura sobria, rispettosa e giusta. Slow Medicine ha lanciato in Italia Choosing Wisely, un’iniziativa che, partendo dagli Stati Uniti, sta lavorando in 17 Paesi per diffondere l’idea che in medicina «fare di più non sia sempre fare meglio». «Il progetto, in cui al centro c’è sempre il dialogo con il paziente, prevede un’assunzione di responsabilità da parte dei medici che, attraverso le loro società scientifiche, sono invitati a indicare le pratiche a maggior rischio di inappropriatezza», precisa Sandra Vernero, vicepresidente del movimento, che, nell’ambito di Choosing Wisely Italy, ha stilato un elenco di 145 pratiche di questo tipo, dall’abuso di tranquillanti negli anziani, che li espongono a cadute e fratture, a quello di Tc (tomografia computerizzata, ndr) e risonanze al primo mal di schiena. «Il decreto invece è calato dall’alto e induce la gente a credere che appropriatezza sia sinonimo di razionamento della spesa. Il nostro appello per una medicina “sobria, rispettosa e giusta”, non è motivata in primo luogo dall’esigenza di risparmio, se non nel senso di una più equa distribuzione delle risorse, quanto dai vantaggi che il paziente può trarre, evitando rischi e disagi di quella che il British Medical Journal definisce “troppa medicina”».
“Troppa medicina” è quella per cui c’è una pillola per ritrovare il desiderio sessuale in età avanzata e una per migliorare le proprie prestazioni mentali, si fanno più esami in gravidanza che nel corso di una malattia, e si preferisce la comodità di una pillola allo sforzo necessario a mangiare più sano o muoversi di più, nell’ottica di una vera prevenzione.
Lo conferma il rapporto Osmed sull’uso dei farmaci in Italia, secondo cui la parte del leone nel consumo e nella spesa per i farmaci la fanno i medicinali per abbassare la pressione arteriosa, il colesterolo e la glicemia, fattori che a loro volta aumentano il rischio di infarti e ictus, ma che di per sé non sono malattie e su cui bisognerebbe in prima istanza intervenire con seri cambiamenti degli stili di vita. Ogni 1.000 adulti si consumano infatti in Italia quasi 400 dosi medie giornaliere di farmaci per controllare la pressione, che insieme a quelli per abbassare il colesterolo (soprattutto le statine, che rappresentano la voce di spesa più rilevante) contribuiscono a portare oltre i 4.000 milioni di euro il costo dei farmaci per il sistema cardiovascolare, in percentuale il più alto d’Europa.
“Prevenire è meglio che curare”, quando si intende con i farmaci, e non con gli stili di vita, è un principio che vale soprattutto per le case farmaceutiche. Curare i malati acuti è infatti di solito poco redditizio, perché nel giro di poco tempo guariscono, o muoiono. La prevenzione delle malattie croniche invece offre un mercato sconfinato, con una clientela che resta fedele nel tempo e che si può allargare a piacimento. «Basta abbassare la soglia dei valori di glicemia, colesterolo o pressione arteriosa considerati pericolosi, come si è fatto progressivamente negli ultimi decenni, che immediatamente il numero di potenziali pazienti può anche raddoppiare», commenta Cartabellotta.
Già alla fine del secolo scorso applicando le definizioni di diabete, ipertensione, ipercolesterolemia e sovrappeso il 75 per cento della popolazione adulta degli Stati Uniti non poteva dirsi sana; tenendo conto dei valori di pressione e colesterolo che accendono un campanello di allarme per il cuore, la stessa percentuale di adulti sarebbe a rischio in Norvegia, dove l’aspettativa di vita è in realtà tra le più alte del mondo. Nel 1997, la semplice decisione dell’American Diabetes Association di abbassare la soglia di glicemia a digiuno che definisce il diabete da 140 mg/dL a 126 mg/dL ha prodotto istantaneamente, secondo i calcoli di PharmaWatch Canada, un milione e novecentomila pazienti in più. L’ulteriore introduzione del concetto di “prediabete”, che riguarda chi sconfina oltre i 100 mg/dL a digiuno, ha esteso ancora di più la potenziale clientela per farmaci da prendere per tutta la vita.
Con queste strategie, applicate anche ai livelli di colesterolo e pressione considerati “a rischio”, tra il 2000 e il 2013, nei Paesi Ocse l’uso di farmaci per abbassare il colesterolo è più che triplicato e quello di antidiabetici e antipertensivi quasi raddoppiato.
«Se un tempo si curavano i disturbi di un paziente, negli ultimi decenni si è passati a trattare i suoi esami del sangue. Troppi studi sull’efficacia dei farmaci per l’ipertensione, il colesterolo elevato o il diabete si sono basati sulla capacità di normalizzare questi valori, senza preoccuparsi di accertare i loro veri effetti a lunga scadenza sull’incidenza di infarti, ictus o sulla mortalità totale», aggiunge Cartabellotta. «Un altro metodo per aumentare il numero dei pazienti è estendere la definizione di una malattia, come si è fatto con l’insufficienza renale cronica: con i criteri attuali tre quarti degli ultrasessantacinquenni ne soffrono ma non è mai stato provato che trattarli sia utile».
Lo stesso vale per l’Alzheimer, malattia per la quale, a tutt’oggi, non disponiamo di una cura efficace, così come non ci sono prove certe che un trattamento precoce possa influire in maniera significativa sul suo andamento. Chiunque riceverà la diagnosi di una lieve compromissione cognitiva, pur sapendo che non necessariamente il disturbo si evolverà in demenza, prenderà le sue pillole. Ma la spada di Damocle di questa diagnosi rischia comunque di compromettere la qualità della sua vita, senza che possa cambiarne davvero il destino.


Pagina 99, 20 febbraio 2016

29.3.16

Un ricordo di mio zio Pino (S.L.L.)


È morto mio zio Pino ed oggi lo hanno seppellito. Da decenni ho con lui rapporti fugaci, seppure affettuosi; è un pezzo di vita che, comunque, se ne va.
Alla sua persona sono legati alcuni ricordi d'infanzia tra i più remoti e duraturi. Lo zio notaio, giovane e scapolo, mi faceva graditissimi regali, ai Morti, a Natale e perfino a sorpresa. Feci con lui i primi viaggi in automobile. Mi portava a Canicattì, dal dentista, e talora anche ad Agrigento, contento della mia compagnia.
Era un buon autista, ma la strada era brutta e accidentata e i bimbi di allora non erano abituati all'automobile. Per un paio di volte vomitai, per qualche altra volta presi la xamamina, poi mi abituai.
Il suo ricordo che più gelosamente conservo è un libro vecchio e mal ridotto, anche a causa dei topi "magnacharta" che infestavano la mia casa di studente in vicolo del Teatro di Santa Cecilia, a Palermo. A sua volta egli lo aveva ricevuto in dono da un caro compagno di studi, Raimondo Galifi. 
Era religioso lo zio Pino: in questo seguiva le orme di mia nonna Pietrina, cui somigliava molto anche fisicamente; ma quel suo amico di università gli aveva proposto, con il libro regalato, una lettura “trasgressiva”, il testo di un poeta massone, positivista e anticlericale. Non si era lasciato traviare neppure un po' il mio caro zio, ma aveva tenuto nella sua libreria – forse in ricordo della giovinezza – quel pegno d'amicizia. Quando seppe, nel 1969, che stavo lavorando – per la laurea – a una tesi su Mario Rapisardi, lo regalò a me. Era il “Lucifero” del poeta catanese.

28.3.16

La poesia del lunedì. Eugenio Montale

Non chieggo si ponga su questa
mia tomba epitaffio gentile.
A dirvi soltanto mi resta:
- Fui uomo - fui vile -

Da Poesie disperse, in Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 1994

“Pianificazione fiscale”. Il giro del mondo delle multinazionali (Chiara Rancati)

Mc Donald’s vende molti più panini in Francia che in Lussemburgo, ma la sua filiale lussemburghese registra profitti ben più elevati. Questo perché i ristoranti francesi della catena di fast food per utilizzare i locali che li ospitano e gli arredi al loro interno pagano un considerevole affitto all’azienda che ne è proprietaria, che poi sarebbe Mc Donald’s Lussemburgo. Un circolo vizioso privo di senso? Non proprio. Perché l’aliquota fiscale sui redditi delle aziende nel Granducato è molto più bassa di quella francese, quindi spostando i suoi profitti da un Paese all’altro la multinazionale americana dell’hamburger risparmia un bel po’ in tasse.
Ecco un classico esempio di “ottimizzazione fiscale”, ovvero di strategia teoricamente legale ma sostanzialmente scorretta con cui un’azienda presente in diversi Paesi sfrutta le lacune nelle regole del commercio estero per pagare meno tasse possibile. L’abitudine è radicata nei meccanismi industriali e finanziari da decenni, ma da qualche anno a questa parte è diventata uno dei grandi nemici della comunità internazionale, determinata a mettervi fine.
Nel novembre scorso, ad Antalya, i leader del G20 hanno sottoscritto un piano in quindici punti per lanciare l’offensiva a livello mondiale, e una decina di giorni fa, nei saloni parigini dell’Ocse, rappresentanti delle autorità fiscali di 31 Paesi hanno firmato il primo accordo multilaterale di implementazione, che riguarda lo scambio automatico di informazioni. «C’è un accordo politico molto forte, che ora si sta traducendo in pratica, definendo metodi e regole concrete», spiega a pagina99 Pascal Saint-Amans, direttore della divisione per le politiche fiscali dell’Ocse, che dal 2011 coordina le operazioni su questo fronte, «anche la Commissione europea si sta muovendo per inserire la questione nella sua regolamentazione fiscale. Il messaggio che si sta facendo passare è che il processo è cominciato e avanza da adesso, subito, e che chi non vuole adeguarsi sarà presto costretto a farlo». Un attivismo che suscita il plauso di gruppi e associazioni che da anni si battono contro le pratiche fiscali scorrette, che ora hanno, nelle parole del direttore esecutivo del Tax Justice Network John Christensen «motivo di essere ottimiste».
Certo, per far davvero sparire le centinaia di trucchetti fiscali oggi in uso ci vorrà ben più di un accordo tecnico con poche decine di firmatari, tra cui spicca l’assenza degli Usa. Ma quantomeno questi provvedimenti, secondo i due esperti, sono segnali evidenti di un cambio di mentalità diffuso. «La pianificazione fiscale era diventata parte del business model per numerose aziende, una forma di creazione di valore, mentre dovrebbe essere una funzione di supporto e niente più», dice ancora Saint-Amans. «Era una pratica normale», prosegue, «tutti lo facevano e nessuno diceva niente, mentre ora le aziende saranno spinte a cambiare se non vogliono ritrovarsi sotto la lente di ingrandimento. Poi magari resterà qualche gruppo più aggressivo su questo fronte, o qualche nicchia o scappatoia di cui non ci siamo inizialmente accorti, ma il contesto sarà diverso».
Il grande motore di questa inversione di tendenza è stata senza dubbio la crisi economica e finanziaria: con indebitamento in crescita, deficit da contenere ed entrate fiscali già limate dalla recessione, i governi non potevano più restare indifferenti di fronte a queste pratiche. Il costo per i loro sistemi fiscali era troppo elevato, qualcosa tra i 100 e i 240 miliardi di dollari all’anno a livello globale, secondo una stima Ocse dell’ottobre 2015 che i suoi stessi autori definiscono «prudente» e arrotondata al ribasso. «Negli ultimi 40 anni i grandi gruppi hanno sempre barato sulle tasse, e non era mai stato fatto niente di concreto per evitarlo. Ma oggi sulla politica c’è una forte pressione, anche da parte dell’opinione pubblica, sia da destra sia da sinistra», sottolinea Christensen, «progressisti e conservatori dicono che non è più possibile che le multinazionali non paghino quanto dovrebbero. E non ci sono più scuse che i governi possano usare per giustificare il fatto di non tassare queste aziende».
In questo clima sono partite sia la mobilitazione internazionale, che ha scelto il G20 come veicolo principale, sia le azioni autonome di alcuni Stati, che hanno iniziato a chiedere più trasparenza sulle strutture e attività societarie, ma anche a cercare di farsi ripagare almeno parte delle tasse eluse per decenni. Numerose giurisdizioni hanno aperto inchieste per omessa dichiarazione, inviato verbali e contestazioni per mano della polizia tributaria, o più discretamente intavolato mediazioni nella speranza di ottenere accordi di condono in cambio di risarcimenti. L’Italia ci è riuscita con Apple, che a fine 2015 ha accettato di versare 318 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate per sanare mancati versamenti dell’Ires tra 2008 e 2013, in quello che la procura titolare del caso ha definito un «risultato importante» per le casse statali. Si è dovuta invece accontentare di una vittoria a metà la Gran Bretagna nel contenzioso con Google, chiuso con un deal che impone all’azienda un pagamento di appena 130 milioni di sterline per dieci anni di imposte aggirate, quando il conto totale avrebbe potuto sfiorare il miliardo, considerando il giro d’affari del motore di ricerca e dei suoi prodotti collegati nel Paese.
Ora però, argomentano gli esperti del Tax Justice Network, quello che serve è andare oltre il lavoro bilaterale sui singoli casi, e passare a una revisione completa della logica di base del sistema fiscale internazionale, in cui «una multinazionale non è trattata come una singola azienda, ma come un insieme di aziende diverse, attive in diverse giurisdizioni, ciascuna delle quali è tassata separatamente». Così, spiega ancora il direttore Christensen, «Mc Donald’s può fare finta che i suoi profitti siano realizzati in Lussemburgo, anche se vende pasti e bibite in Francia, e altri possono nasconderli montando strutture societarie fittizie alle Cayman o chissà dove. È un sistema assurdo, del tutto superato, che non funzionava nel secolo scorso e funziona ancora meno adesso. C’è stata la globalizzazione dell’economia, ma non si sono dati agli Stati gli strumenti per mantenere la loro sovranità fiscale».


Pagina 99 we, 6 febbraio 2016

Morra cinese. Appuntamento a Londra (Aldo Spinelli)

Chi di sasso ferisce di carta perisce
L’appuntamento è a Londra, sabato 16 aprile, per il campionato mondiale di Rps (rock-paper-scissors) che accoglie gli appassionati provenienti da 196 nazioni. Un nuovo sport? Antico, anzi antichissimo. Per noi italiani si tratta della morra cinese o carta-forbice-sasso, quel gioco di mani che non è da villani perché richiede raffinate doti strategiche e una buona dose di fortuna.
Lo conosciamo tutti: due avversari si fronteggiano e dopo il tradizionale bim, bum, bam! accompagnato dalla triplice sventagliata delle braccia si espone una mano che può mostrare: il sasso (pugno chiuso), che vince sulla forbice (mano chiusa con indice e medio a V), che a sua volta supera la carta (mano aperta con le dita stese), che avvolge il sasso creando un perfetto loop di dominanze, il cosiddetto equilibrio di Nash che rende interessante la competizione.
Il meccanismo del gioco, con le sue regole essenziali e il suo rapido svolgimento, ha stimolato la curiosità di matematici e psicologi che lo hanno utilizzato quasi come un archetipo del game per analizzarne gli eventuali algoritmi di ottimizzazione delle vittorie o le sottili strategie che permettono a un partecipante di prevalere sull’avversario.
Le conclusioni matematiche sembrano ovvie e scontate: si tratta di un gioco non transitivo perché tutte le possibili strategie si battono a vicenda, in una equilibratissima struttura circolare. Quindi, se si gioca contro una macchina, un computer che propone scelte del tutto casuali, non c’è scampo: alla lunga il giocatore umano è destinato a perdere. Come se si duellasse contro l’infallibile aleatorietà di un dado.
Se invece sono due persone ad affrontarsi sono le sfumature psicologiche a fare la differenza. E da qui nascono le più varie e disparate strategie di gioco. C’è chi sostiene la teoria del win-stay, lose-shift, cioè la riproposizione della giocata vincente e del cambio di mossa dopo una perdente. Ma quale scegliere tra le due rimanenti? Sembrerebbe più opportuno optare per quella che non è stata mostrata nella mano precedente. Cioè giocare carta dopo che si è perso con una forbice contro sasso. Questo è quanto è risultato da una ricerca effettuata in Cina due anni fa con 360 studenti, ognuno dei quali ha effettuato 300 partite con diversi avversari.
Rimane il fatto che la ripetizione di questa strategia diventa un punto debole sul quale l’avversario può contare. Oppure si può competere bendati o a occhi chiusi, cioè non tenendo conto della mossa dell’avversario e ignorando i successivi risultati fino alla fine della partita. Sarebbe come affidarsi ciecamente alle leggi del caso, anche se giocando a casaccio si cadrebbe comunque in scelte inconsciamente non casuali.
Meglio ancora sarebbe utilizzare un piccolo anello formato da due corone circolari rotanti che, con una mossa furtiva, suggeriscono la mossa da giocare (lo si può acquistare sul web).
Infine, per rendere meno monotono il gioco, si può passare a una versione più complessa e articolata di Rps, quella denominata Rpssl, che coinvolge anche il signor Spock (il noto personaggio di Star Trek) e la Lucertola. Le opzioni sono cinque: due vincenti, due perdenti e una che porta al pareggio.
In ogni modo è questo il destino dei passatempi intramontabili, il bel gioco che dura poco nel tempo della partita ma che lascia un segno nella storia. Secoli prima dell’invenzione della morra cinese, Cicerone citava un gioco molto simile come esempio per definire il concetto di assoluta onestà in un uomo: «È una persona con cui si potrebbe giocare la morra al buio».


Pagina 99 we, 6 febbraio 2016

27.3.16

Invito al lettore (George Steiner)

Invito il lettore a considerare i dilemmi
di traduzione inadeguata
suscitati dalle differenze radicali
tra i costumi linguistici, enunciati o inespressi,
delle donne e degli uomini.
Su questo punto non sono
la socio-linguistica, la psico-linguistica e nemmeno
l'antropologia a illuminarci meglio,

bensì gli scandagli intuitivi dei poeti.

da "Testo a fronte", Semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria, 
Crocetti editore, Numero 14 Marzo 1996

26.3.16

Quelli che ci attendevano. Una poesia di Marguerite Yourcenar (1903-1987)

Ritratto della scrittrice da giovane
Quelli che ci attendevano, si sono stancati d'attendere,
E sono morti ignorando che saremmo giunti presto,
Le braccia hanno serrato che non potevano più tendere,
Facendoci eredi d'un rimorso, non d'una memoria.

I fiori, le preghiere, il più tenero gesto.
Sono tardivi doni che niente può benedire;
Non si fanno i vivi comprendere dai morti;
La morte, quando viene la morte, ci unisce senza unirci.

Non sapremo la dolcezza delle loro sepolture.
Le nostre grida, tardi lanciate, si estenuano, ricadono,
Senza un'eco penetrano la sorda eternità;

E i morti sdegnosi, o costretti al silenzio,
Non ci ascoltano, presso la soglia nera del mistero,
Piangere su un amore che non è stato mai.


Da Sette poesie per una morta (1931), in “Poesia”, Anno IX n.94 Aprile 1996
Trad. Roberto Rossi Precerutti

25.3.16

1849. La Pasqua a Mineo. Dai ricordi d'infanzia di Luigi Capuana

Era il giorno di Pasqua; lo rammento benissimo, come fosse ora. Mi avevano condotto su la terrazza del «Casino di Convegno», insieme coi fratellini, con le sorelline e con altri fanciulli, e tutti tenevamo in mano l'agnello pasquale di pasta dolce da far benedire dal Cristo risorto.
Quel giorno si fa in Mineo la festa dell'Inchinata, specie di rappresentazione sacra in cui sono attori le statue della Madonna e del Cristo risorto.
Appena spuntato il sole, la gente si affolla nella Piazza Buglio e attende le statue e la processione. Avviluppata da un manto nero di seta, appuntato con spilli, la Madonna arriva la prima, preceduta da una confraternita in sacchi bianchi e mantelli di seta a colore, e vien ricoverata in una chiesa vicina. Uno dei confratelli porta un'asta in cima alla quale è adattata in bilico una campanellina ch'egli fa suonare a brevi rintocchi, tirando un nastro incessantemente.
Da lì a poco, ecco il Cristo con un braccio levato trionfalmente in alto, lo stendardo di broccato a lamine d'oro nel pugno sinistro, una gran raggiera di carta dorata dietro, e ai lati, da piè, manipoli di fave novelle, primizie dell'annata, e che vien condotto per pochi minuti nella Piazzetta dei Vespri.
Intanto quegli che suona la campanellina, seguìto dai confratelli, va e viene con passi affrettati, tra la folla che gli fa largo, suonando a brevi rintocchi, incessantemente, quasi chiedesse alla gente notizie del Cristo risorto per recarle alla madre. Infatti dicono che lui o la campana simboleggi S. Giovanni, il discepolo prediletto. Ma non appena il Cristo viene ricondotto in Piazza Buglio, colui va a portare la lieta novella, e sùbito dopo arriva la Madonna, ancora avviluppata dal manto nero; a un tratto il manto casca giù, e tra lo strepito dei mortaretti, della banda musicale, e le grida di: – Viva la misericordia di Dio! – il Cristo si muove incontro, e le statue sono spinte tre volte avanti e indietro e fatte inchinare, in segno di saluto; poi restano per qualche istante l'una di fronte all'altra.
Il momento dell'Inchinata è climatetico per gli agnelli pasquali dei bambini che li tengono levati in alto perché siano benedetti.
Ma nell'anno 1849, il Cristo e la Madonna non comparvero. Vidi, a un tratto, formarsi dei capannelli di gente pallida, gesticolante; guardie nazionali, ufficiali e soldati, abbandonare i ranghi e disperdersi; nessuno badava a insidiare i nostri agnelli pasquali, anzi nessuno si occupava di noi che udivamo ripetere desolatamente d'attorno: – Catania presa, arsa!
Uno levò via la bandiera tricolore rizzata su un pilastro della terrazza del «Casino di convegno», e immediatamente il babbo e lo zio Antonio mi condussero a casa.
La rivoluzione era terminata? Così parve. Ma mi rimase nell'orecchio un nome non mai udito pronunziare: Satriano; qualcosa di tristo e di pauroso.
Due giorni dopo, all'uscita di scuola, alcuni signori prendevano in mano grandi fogli di carta esposti su un tavolino; insieme con gli altri dovetti scarabbocchiare il mio nome anche io. Poi seppi che ci avevano fatto firmare un indirizzo di sottomissione e di fedeltà a re Ferdinando II, e per qualche tempo odiai ferocemente chi mi aveva indotto a quell'atto. Fu questo il mio primo indefinito sentimento di patriottismo!...

da Novelle, Sandron, 1939

"Una inaudita e nova crudeltate". Una poesia di Gaspara Stampa

Una inaudita e nova crudeltate,
un esser al fuggir pronto e leggiero,
un andar troppo di sue lodi altero,
un tórre ad altri la sua libertate,

un vedermi penar senza pietate,
un aver sempre a' miei danni il pensiero,
un rider di mia morte quando pèro,
un aver voglie ognor fredde e gelate,

un eterno timor di lontananza,
un verno eterno senza primavera,
un non dar giamai cibo a la speranza

m'han fatto divenir una Chimera,
uno abisso confuso, un mar, ch'avanza
d'onde e tempeste una marina vera.

In “Poesia”, Crocetti editore, Anno I numero 9, settembre 1988

Una volta per sempre. Una poesia di Karin Boye (Goteborg 1900-1941)

Quanto è detto una volta è detto per sempre
e sta sino alla fine dei tempi,
nessuna notte d'angoscia
può cancellare quella parola.

Ma è strano che una parola sola
possa soffocare quanto di bello ricordiamo
e annientare il nostro sogno più puro,
fino a che resta solo il pentimento.

Così bruciano due lunghi anni intensi,
in cui sono nate le cose più belle,
soltanto per una parola, che sta eterna
e rende la mia vita una vergogna.

In “Poesia”, Crocetti editore, Anno I numero 9, settembre 1988
(a cura di Daniela Marcheschi)

21.3.16

La poesia del lunedì. Anacreonte tradotto da Salvatore Quasimodo

L'amata cetra
Cenai con un piccolo pezzo di focaccia,
ma bevvi avidamente un'anfora di vino;
ora l'amata cetra tocco con dolcezza
e canto amore alla mia tenera fanciulla.

da Lirici greci - Dall'Odissea - Dall'Iliade,  Traduzioni di Salvatore Quasimodo, Mondadori, 1979

20.3.16

Antifascismo e ricostruzione (Aldo Capitini, 1944)

L'articolo Antifascismo e ricostruzione, ora negli Scritti politici di Capitini, editi da “Il Ponte”, fu pubblicato sul «Corriere di Perugia», anno I, n. 1, Perugia, 15 luglio 1944. Era il primo numero dell’organo del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, settimanale, diretto da Capitini, affiancato da due redattori: Walter Binni e Bruno Enei. L’articolo non era firmato, come tutti gli articoli nei primi numeri del periodico. (S.L.L.)
Aldo Capitini
Uno dei problemi che si presentano ora a chi rifletta sulla situazione è il seguente: quando finisce l’antifascismo e quando comincia la ricostruzione?
Perché la parola «antifascismo» ha un significato polemico che acquistò un rilievo sempre maggiore quanto piú il ricordo dei partiti vissuti apertamente fino al ’24 si indebolí nell’opinione pubblica sovraccaricata dall’ostentazione fascista. Ma dal 25 luglio 1943 stanno già in evidenza almeno sei partiti: liberale, d’azione, socialista, comunista, democratico cristiano, democratico del lavoro, e qua e là a sé anche il repubblicano (autenticamente mazziniano).
Questo è un passo avanti sulla generica qualifica di antifascismo, cioè di lotta contro una forma politica che aveva due elementi principali: esasperato nazionalismo, soppressione della libertà. Quando il nazionalismo venga colpito, e l’Italia entri (dopo il tentativo ritardatore del fascismo) nelle grandi federazioni che sono la forma di convivenza internazionale di questo secolo; quando venga ristabilita la libertà di associazione, di critica, di elezione; avvenuti questi due fatti, l’antifascismo cede rapidamente il posto ai singoli partiti che possono e debbono assumere apertamente la responsabilità di quei princípi (ogni partito i suoi) per cui avversavano piú o meno energicamente già in modo clandestino il fascismo. «Antifascista» può diventare un giorno una parola inutile o molesta nel ricordo come «fascista». Tranne un caso. Quello che i residui del fascismo ancora ricomparissero accanto o dentro i nuovi allineamenti politici. Allora bisognerà ricordarsi di questa esperienza di venticinque anni, e ripetere il conto dei danni che ci è costata, soprattutto per aver lanciato la nazione in folli avventure internazionali e per aver tolto la libertà di controllare i governanti ed istruire i governati. Eccettuato questo caso, di antifascismo non ci sarà piú bisogno di parlare.
Il fascismo ha parlato, e lui solo per vent’anni; ha governato, e lui solo; ed ora taccia, non governi, non abbia piú denari in mano. Non ha fatto parlare gli altri, ora gli altri parleranno e costruiranno. Parleranno anche, perché (e sarebbe un residuo di fascismo) non è di buona educazione politica dire
che i partiti sono fastidiosi, dannosi, specialmente dopo che si è visto quale disastro ha prodotto questo partito senza libertà che doveva, eliminato il parlamentarismo e i partiti, dare alla patria ordine, giustizia, dignità, prosperità, maturità, grandezza! Gl’italiani di oggi, e soprattutto i giovani, hanno bisogno di orientamenti, e gli orientamenti li presentano i giornali, i libri, le parole, gli esempi, la libera propaganda.
E un’espressione molto ambigua comincia a circolare; si dice: ricostruiamo anzitutto la nazione. Giustissimo; ma attenti a ciò che qui non si dice. Nel periodo badogliano i fascisti (liberamente circolando specialmente da noi) guardavano le manifestazioni di gioia con una certa severità ed esclamando: questo entusiasmo dovrebbero spenderlo contro gl’inglesi. (Ma i fascisti sapevano bene che il popolo, ora libero, esprimeva anche la volontà di non combattere contro i regimi liberale, democratico, sovietico). Ora si dice: ricostruiamo la nazione. La nazione si deve ricostruire anche mediante l’opera politica ed educativa. Vi furono e vi sono popoli che hanno «costruito» la nazione, e hanno condotto anche guerre, non rimandando l’opera politica ed educativa a tempo indeterminato. Cavour non si sentiva mai tanto libero come quando aveva il parlamento aperto. Non c’è soltanto l’amministrazione. Specialmente per un popolo denutrito politicamente e moralmente. L’opera di buona amministrazione dell’Italia deve procedere egualmente con l’evoluzione politica, sociale, morale. Altrimenti sappiamo che cosa c’è dietro quella frase: c’è il conservatorismo, la paura dell’inarrestabile sviluppo della civiltà moderna.
Ma oggi quella separazione tra intellettuali e popolo di cui ha approfittato il fascismo non c’è piú; e stanno bene svegli, gli uni e l’altro, contro le forze reazionarie che, dopo aver largamente promosso e aiutato il fascismo, ora tentano di restaurare un regime conservatore con modi piú blandi e apparentemente piú educati del vecchio manganello. Non ci sono soltanto nuove case da dare agli sfollati; ma idee a tutti, e specialmente ai giovani.
Perciò l’antifascismo come liquidazione pratica del fascismo procederà abbastanza rapidamente in varie fasi (legate anche al fatto internazionale della guerra che ancora continua); ma il migliore antifascismo è nel riprendere la formazione morale, la trasformazione istituzionale e sociale.

In Aldo Capitini, Un'alta passione, un'alta visione, Scritti politici 1935-1968 (a cura di L.Binni e M.Rossi), Il Ponte Editore, 2016

Biella 1990. Nel regno del cachemire dove la vita è lavoro (Renata Pisu)

Renata Pisu, della cui amicizia sono orgoglioso, è nota soprattutto come sinologa e orientalista, ma, se ci si prenderà la briga di raccogliere le tante cose che scrisse per il settimanale “Abc” con lo pseudonimo di Cristina Leed, negli anni 60 del Novecento, specialmente rileggendo la sua ricognizione sul sesso nella provincia italiana, si scoprirebbe una giornalista d'inchiesta come pochi nella storia del giornalismo italiano.
Di quella stagione (e bisogna ringraziare Bompiani) si trova in volume soltanto un'antologia della particolare “posta” che Renata (Cristina) intrattenne con i lettori, cui fu dato il titolo Maschio è brutto a significare la retrograda e contorta visione del mondo di tanti italiani.
Alle immersioni nella provincia la Pisu tornò negli anni 90, e per poco tempo; ma questa paginetta da Biella a me pare emblematica della sua capacità di guardare, vedere, ascoltare e raccontare. Una piccola giunta si impone. La monocultura lana-“cachemire” ha prodotto in quella città, nell'ultimo decennio, una crisi economica ed occupazionale senza precedenti. Forse la cosa potrebbe servire da lezione a quei politicanti che, innamorati di Cucinelli, della sua attuale fortuna imprenditoriale e della sua saggezza luogocomunista, vorrebbero impiantare qualcosa di simile a Perugia: il “distretto del cachemire” sembra andare bene, ma non è la panacea, bisogna pensare anche ad altro. (S.L.L.)
Renata Pisu
BIELLA
Incastonata fra i monti, isolata perché non ci si passa, bisogna volerci andare, Biella sembra una felice Shangrilà dove quello che è stato ancora è. Quel signore con il quale vai a pranzo è allora Quintino Sella che si ripropone tale e quale, in fattezze e carattere, nel suo discendente Lodovico. Come l' avo famoso e ministro che voleva il bilancio in pareggio, Lodovico è vicepresidente della banca di famiglia, è parco, sobrio, le gambe lunghe, il volto segnato, tanto magro che al ristorante l' ostessa, riempiendogli il piatto di polenta concia, dice: Su, facciamo un po' ingrassare un Sella. Quell'altro signore che ti riceve negli uffici della sua fabbrica mostrandoti tessuti che costano due o tre milioni al metro, è Riccardo Piacenza, detto Moro, ma sembra la reincarnazione dell'antenato Felice che compare in un dipinto a olio dove si vede la famiglia Piacenza riunita a brindare alla vittoria di Solferino. Un suo avo era appassionato di mongolfiere, lui di aerei. E poi su per questi monti si trova ancora oggi, in terziario avanzato, un coleottero che è scomparso ovunque sin dal quaternario, il Caravus Olympiae. Vengono da tutto il mondo a cercarlo, dalla Francia, addirittura dalla Cina, e c' è un premio di 600 mila lire per chi ne scova un esemplare. Così diresti che davvero qui il tempo si è fermato, se non fosse che Shangrilà si è gemellata con il Giappone. Dopo aver introiettato la massima dose di etica del capitalismo di stampo calvinista che un paese cattolico potesse sopportare, Biella infatti si è fatta un'iniezione potente di alta tecnologia, ha l'ossessione della qualità, il culto della competitività. Non c'è biellese che non aspiri a mettersi in proprio anche se ciò significa rimanere vassallo o, come si preferisce dire oggi, appaltatore delle antiche famiglie dei lanieri che restano le signore del gioco. Proprio come succede a Nagoya, i genitori d'estate accompagnano i figli in gita a vedere la fabbrica dove andranno a lavorare quando saranno grandi; e gli studenti dell' ultimo anno di ragioneria sono già subissati da offerte di lavoro allettanti perché non c' è fabbrica che non abbia bisogno di qualcuno che sappia fare bene i conti. Li vedi all'uscita della scuola questi ragazzi e sono tutti celti di stirpe, lunghi e magri, i visi scolpiti alla rude dei montanari, i capelli fulvi o castani, neanche una testa di ricci neri in giro se non quella del marocchino che finge di fare il posteggiatore a Piazza Martiri della Libertà tanto per sentirsi in qualche modo più integrato in questa città dove tutti lavorano. Ma nessuno lo piglia sul serio. Qui si lavora davvero, mica si fa finta. Qui non ci sono state ondate di emigrazione dall' Italia meridionale, se non qualche gruppo di sardi che è venuto per affinità pastorali quando i Savoia erano Re di Sardegna prima di esserlo d'Italia. Furono bene accetti questi sardi perché si racconta che quando vedevano passare una pecora si levavano il cappello, proprio come i biellesi. In anni più recenti sono poi arrivati dei veneti, soprattutto belle e forti mule che lavoravano nelle filande e, si sa come vanno certe cose, hanno contribuito a migliorare la razza. Che era e resta di lavoratori. Sono al Bar Fortunio, nel centro di Biella. Al banco due signori stanno parlando di politica, indossano tutti e due un soprabito di lana double-face con disegni scozzesi di colori diversi. Molto eleganti, molto chic. Uno dice: Qui le leghe non prenderanno mai piede, per carità. Intervengo: E perché mai? Forse perché l' ideale socialista ha qui una lunga e forte tradizione? Macché socialismo, mi risponde, la verità è che qui siamo da sempre una lega. Una lega che si articola però in tante sotto leghe, associazioni, congreghe, circoli. C'è il Circolo sociale, categoria extra, il Circolo commerciale, categoria A, il Rotary, il Lyon's, e poi il Circolo del Tennis, il Circolo del Golf, l'Università popolare e centinaia di altri club costituiti per i più vari scopi. Così non c' è sera che non ci sia una cena, una conferenza, un dibattito, la presentazione di un libro, insomma qualcosa da fare di dilettevole ma che sia anche sempre utile, almeno un pochino, sennò è una perdita di tempo. Nel freddo della sera Ho incontrato un gruppo di ragazzi e ragazze a un concerto di musica classica, in una chiesina di Candelo. All' uscita, nel freddo alpino della sera, ci siamo messi a chiacchierare, volevo sapere come passavano in genere il loro tempo libero. Mi hanno risposto che in discoteca ci andavano qualche volta ma che davanti alla televisione proprio non ci stavano. piuttosto andavano a dormire presto. E a casa, i loro genitori, erano per caso teledipendenti? Per carità, nemmeno loro mi ha risposto una ragazza, figlia di un operaio tessile. Papà guarda soltanto i documentari perché dice che c' è sempre qualcosa da imparare. E poi ci sono anche i bar. Sono stata invitata al bar Fortunio per il cappuccino delle nove dai soci di un circolo un po' bislacco, il Circolo dei dadi, composto da pochi eletti: i direttori di quattro banche, un importatore di fibre tessili nobili, Piergiuseppe Alvigini, il quale possiede una collezione di tessuti precolombiani che è stata presentata in mostra al Museo Poldi Pezzoli di Milano. Poi c' era anche il questore, anzi il vicequestore, perché Biella ha solo diritto a un vice fino a quando non diventerà provincia: e i biellesi sperano che presto accada perché ci sformano a andare in giro con la macchina targata VC, Vercelli. Vogliono avere il BI di Biella. Il questore è di Napoli e qui vive in grande pace e beatitudine. Figurarsi che il furto di un' autoradio da queste parti quasi quasi fa notizia mi dice ridendo. Sediamo in una saletta appartata. Cappuccini, caffè, croissants, una conversazione amabile su soldi, fidi, tassi, come se la passa la tale azienda, come se la passa la talaltra. Scoccano le nove e mezza, arriva il cameriere che porta i dadi su di un vassoio d' argento come fa ogni mattina da dieci anni. A turno e con molto accanimento, i soci del Circolo dei dadi tirano e chi perde paga il cappuccino a tutti. Gli esclusi dal circolo e dal gioco si sono fatti sulla porta della saletta a osservare come gira oggi la fortuna. Questo, il Fortunio, è il bar degli uomini, uomini che contano, ben inteso. Poco lontano, in via Italia, la lunga e stretta strada del centro pedonale, c' è invece l' antico Caffè Ferrua dove vanno le signore. Sembrerebbero tutti persone normali questi signori e signore biellesi se non fosse che si toccano. E ti toccano. I più discreti fingendo di prenderti amichevolmente sottobraccio per una confidenza, ma ecco che subito palpeggiano tra due dita con tocco sapiente il tessuto della tua giacca o del tuo cappotto e dichiarano soddisfatti: cachemire, alpaca, vigogna...E allora si avvia la conversazione. Se tacciono dopo la toccatina è brutto segno, vuol dire che hai addosso del sintetico. E questo significa che non sei degno. Ma perché non ti rifornisci qui di roba buona di qualità? Ci sono gli spacci, gli sconti. Così ti dicono i biellesi che hanno organizzato degli shopping tour con autobus e accompagnatori da uno spaccio all' altro. E a dire la verità è un bel viaggio perché ogni fabbrica ha il suo spaccio e le fabbriche sono una di qua l' altra di là, le più nuove in pianura, le più antiche su per i monti, a punteggiare tutto il paesaggio del biellese con le loro vecchie ciminiere che non fanno più fumo, o se lo fanno è fumo buono, così sembrano innocue come torri, come campanili. Il fatto è che qui nel biellese sono nella lana da sempre: avevano le pecore, avevano l' acqua, l' opificio era nell' ovile e vivevano felici e contenti nei secoli dei secoli. Ma oggi che Shangrilà si è gemellata con il Giappone, di pecore belanti non ce ne sono più in giro. Tutta la materia prima viene da lontano, dall' Australia, dalla Cina, dal Perù. E loro del biellese la cardano, la colorano, la filano, la tessono e poi la rivendono in tutto il mondo come Made in Biella che per raffinati internazionali è una garanzia superiore al semplice Made in Italy. Perché bisogna sapere che il novanta per cento di tutto il vestiario indossato da tutti coloro che vivono su questa terra è fatto di fibre artificiali e soltanto il cinque per cento di noi mortali veste lana seta cotone e lino, cioè veste fibre nobili: e a Biella si lavora il novanta per cento dei tessuti che indossa questo cinque per cento. Poi, evidentemente deve esserci il rimanente cinque per cento di umani che veste misto. O va in giro nudo. Lei non si può neanche immaginare quanti miliardari incontrerà tra poco mi dice Monsignor Oscar Lacchio che mi accompagna con la sua macchina, senza autista ma con telefono, su al Rotary di Vallemosso, lungo una strada rossa per le chiome dei faggi, tra case entro le quali si incuneano fabbriche ora abbandonate, concerie dai cortili a balconate. Don Lacchio dirige il giornale Il Biellese, organo della diocesi che disputa la piazza all' Eco di Biella, giornale dell'Unione industriali. È sempre invitato a queste manifestazioni, è un rotariano anche lui con la rosetta all' occhiello accanto alla croce. Collezionisti d' arte moderna Oggi al Rotary parla Giorgio Frignani, presidente della Finpiemonte, la finanziaria regionale, nonché titolare delle lane Grawitz. I convenuti sono una cinquantina, tutti imprenditori, tutti ovviamente nel tessile; e tutti o quasi tutti potrebbero permettersi una Ferrari Testa Rossa ma non lo fanno perché nessuno vuole apparire troppo, nemmeno i più giovani. Però tutti o quasi tutti sono collezionisti d' arte moderna. Parlano, a tavola, più di Sironi e Pistoletto, di Casorati e Fontana, che di drapperie. Al pranzo ci sono industriali padri e industriali figli, insomma sono tutti titolari di aziende che portano il nome di famiglia perché qui ci si chiama come le imprese per bene di una volta, con il cognome e qualche
volta anche il nome proprio, e tutto si tramanda di padre in figlio anche se adesso sta spuntando anche qualche figlia nel prato dell' imprenditoria. Ma nomi nuovi ce la fanno a spuntare tra tutti questi casati di antichi lanieri che, più o meno, hanno saputo tutti rinnovarsi, come il Nino Cerruti, che si fregia della sua data di nascita, 1881, ma che è a dir poco già nel 2020 ed è riuscito, unico tra i lanaioli biellesi, a diventare una griffe prestigiosa? Ecco per esempio un cinquantenne, Antonio Viano, filati Avia. Ha sempre un gran daffare, non fa che correre in giro per tutto il mondo. Domani parto per la Corea, mi dice mentre mi mostra i suoi filati, lane di tutti i colori che neanche immagini che possano essere tanti e infatti sono sessanta. Ma lui si lamenta, impreca. Ce l'ha con gli stilisti che gliene hanno chiesti altri venti di colori. Ma sono proprio pazzi questi creativi. Ce l'ha anche con le donne che hanno smesso di lavorare a maglia così l'aguglieria è in crisi. Ma sono ben strane le donne. Sua figlia è giù nel laboratorio che si occupa di prove di maglieria con i filati del padre: vocazione o imposizione di famiglia? Non so, ma qui a Shangrilà si ha proprio l'impressione che nessuno sia nemmeno sfiorato dall'idea che si possa affidare l'azienda nelle mani di un manager. Un manager, ma cosa è mai? Paolo Lavino, un astro emergente che si è districato dalla matassa della lana fondando la Euronova, la maggiore casa italiana di vendite per corrispondenza, mi dice: Ma perché i manager? Il biellese è un concentrato di energie imprenditoriali, abbiamo venti imprenditori per chilometro quadrato. Per questo ha ideato Intraprendere 90, una fiera che mira a stimolare la voglia di impresa degli italiani offrendo consulenze in ogni campo a chi vuol mettere su nuove iniziative industriali o commerciali. Biella è un riferimento ideale della cultura d' impresa, sostiene Lavino. E di sicuro sa quello che dice. Sostiene anche che nel biellese bisognerebbe diversificare perché sono tutti, ma proprio tutti nella lana. Però, come si fa? Parli con la gente e ti senti dire che ormai è un fatto genetico, loro la lana ce l'hanno nel sangue. A dire la verità anche nel naso vanno a finire i plucc, i pelucchi, e alla Fondazione Edo Tempia stanno facendo una ricerca sull'incidenza dei tumori alle vie respiratorie nell'area del biellese. E nel Duomo di Biella, seminascosto, c'è un Cristo martoriato con gli strumenti dell'arte della lana, con le cesoie dei cimatori. Povero Cristo. Però, se nelle grandi famiglie ci si fa vanto e orgoglio di riuscire a conservare nei discendenti le capacità e la tradizione laniera, nelle piccole è come o mangiare questa minestra o saltare questa finestra. E mentre i manager non li vuole nessuno, i tecnici sì, eccome, tant' è vero che a Biella funziona addirittura da due anni una Università tessile, l'unica scuola italiana che prepari i giovani in tecnologie tessili. Così Biella entro i suoi confini realizza ogni progetto ma dall'autonomia che sempre l'ha contraddistinta sta forse scivolando verso l'autarchia che sempre l' ha tentata. E qualcuno dice che quando diventerà provincia sacralizzerà il suo isolamento. È un bene? È un male? È verso quest'Italia infetta che dovremmo aprirci? Noi guardiamo al mondo mi dice un giovane dell'Iti, l'Istituto Tecnico e industriale, faccia celtica, non di certo italiano tipico nei tratti e negli atteggiamenti. Insomma, non omologato alla cultura di massa ma omologato perfettamente a quella di Biella. È uno dei partecipanti al concorso Letteratura e Industria indetto tra gli studenti di scuole superiori del biellese dal Gruppo Giovani Industriali. I giovani industriali stanno ora leggendo i temi dei ragazzi, con molto impegno. Per la premiazione è atteso Paolo Volponi ma i vecchi industriali non hanno ritenuto opportuno ospitare la manifestazione nella loro sede e allora lui parlerà all'Iti. Quel Volponi sarà anche un grande scrittore ma è... comunista. Eppure, ironia della sorte, l'unico parlamentare biellese che oggi sieda alla camera è un comunista, l' onorevole Wilmer Ronzani. A quando un altro Sella? Pensare che c'è chi si accontenterebbe di un altro Pella.


“la Repubblica”,18 novembre 1990

19.3.16

Laudato si'. Il luogocomunismo ecologista del papa argentino (S.L.L.)

L'articolo che segue, scritto in affettuoso dialogo con il mio amico e compagno Fausto Gentili, è stato pubblicato con un altro titolo, sul finire di febbraio, dal mensile folignate “Al Quadrivio” (S.L.L.)

Conoscevo il testo, disponibile in rete, dell'intervento sull'enciclica papale Laudato si' che Fausto Gentili ha svolto, in dialogo con il Vescovo Sigismondi, durante una delle conferenze di formazione organizzate dalla diocesi di Foligno in collaborazione con il Liceo “Marconi”. Ne vedo ora la sintesi su “Al Quadrivio” e un po' mi rammarico che per ragioni di spazio sia saltata la chiusa, una riflessione sincera e appassionata sul mestiere di insegnante oggi, degna della più ampia circolazione; ma sono contento che la pubblicazione sul mensile fondato da Piero Fabbri offra un luogo di confronto, e ne approfitto.
Gentili lamenta che l'enciclica papale sia poco letta, poco discussa e sostanzialmente rimossa dal dibattito politico-culturale. Non gli si può dare torto. Il valutare l'enciclica ecologista alla stregua di un “discorso della domenica” che guarda lontano e alto, ma che poco ha a che vedere con le questioni concrete e stringenti della crisi mondiale e delle tante crisi locali in cui essa si articola, è prassi diffusa nel ceto politico e nel sistema mediatico; ma anche tra la gente di chiesa rischia di passare come l'acqua fresca. Se vale per la contestualizzazione il confronto con la Rerum novarum, si può dire che, allora, l'impegno ad attuarne i contenuti del clero basso e alto fu generale e immediato e fu anche per questo che nel giro di poco tempo nacquero in molte regioni d'Italia e d'Europa leghe contadine, banche cooperative, associazioni operaie in concorrenza con i socialisti; ma stavolta non è così.
Se questo può accadere è anche perché in un “testo a più piani”, in cui si parla di tutto, dall'acqua agli OGM, dalle decisioni politiche al ringraziamento del Signore prima e dopo i pasti, non possono mancare genericità e debolezze. A me debole e scontata pare, ad esempio, la parte descrittiva dell'enciclica, quella che mette in fila le problematiche ambientali in una sorta di luogocomunismo catto-ecologista. E omissivi per opportunismo sono i pochi capitoletti dedicati alle questioni demografiche, in un testo che, mentre polemizza spesso contro l'illusione di risorse illimitate, glissa sull'opposizione cattolica alle politiche e alle pratiche di controllo della natalità.
Gentili soprattutto valorizza l'orgogliosa presa di distanza di Bergoglio dai poteri forti del nostro tempo, che si esprime innanzitutto nel linguaggio chiaro senza perifrasi ed eufemismi, nella visione drammatica dei rischi che corre il mondo (dalle catastrofi alle carestie, dagli esodi biblici alle guerre), nella individuazione dello stretto rapporto tra il degrado ambientale del pianeta, a tutti i livelli, e la crescita delle disuguaglianze, chiamate “inequità”; e - ancora di più - nella denuncia implacabile del dominio universale di una tecnocrazia il cui criterio fondamentale è la massimizzazione dei profitti. Utilizzando una categoria gramsciana Gentili chiama questo “chiamarsi fuori” della Chiesa cattolica “spirito di scissione”. Non si tratta, in assoluto, di novità: il Papa ha ragione nel rivendicare (lo fa in molte parti dell'enciclica) la continuità con il magistero dei suoi predecessori da Leone XIII fino a Benedetto XVI; è vero tuttavia che mai denuncia era stata sviluppata con tanta organicità ed efficacia.
C'è tuttavia una questione, tutt'altro che secondaria, su cui Gentili prende le distanze dal testo di Francesco. Fin dalla premessa il papa aveva sottolineato l'idea, già sostenuta dal suo immediato predecessore, che le ferite dell'ambiente naturale e dell'ambiente sociale hanno alla base il medesimo male cioè “l'idea che non esistano verità indiscutibili che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti”. Questa affermazione è alla base del capitolo che è cuore dell'enciclica dal titolo La radice umana della crisi ecologica: la globalizzazione del “paradigma tecnocratico è vista come conseguenza dell'“antropocentrismo deviato” tipico della modernità. Il bersaglio resta l'Illuminismo che conterrebbe già nelle sue premesse, il rifiuto del dogma e l'affermazione dell'autonomia della ragione umana, le sue degenerazioni tecnicistiche e il delirio di onnipotenza. Gentili ricorda la più significativa denuncia “laica” novecentesca di queste derive dell'Illuminismo, la Dialettica dell'Illuminismo di Horkheimer e Adorno; io mi sarei rivolto a Leopardi. Ma la riconquista laica del senso del limite non porta Gentili a subire passivamente l'egemonia del dogmatismo cattolico, che egli chiama eufemisticamente “pensiero forte”, lo spinge piuttosto a valorizzare quel “relativismo” che il papa respinge, a rivendicare per esso una dignità almeno pari a quella che ha l'“assolutismo” per i credenti nel dogma.
Ho lasciato per ultimo il problema del significato politico dell'enciclica e del suo target.
A chi è rivolta la Laudato si' e con quale scopo? Bergoglio esplicitamente si ispira alla Pacem in terris di Giovanni XXIII e, oltre che ai cristiani e ai fedeli delle religioni, si rivolge a “tutti gli uomini di buona volontà” come quel papa aveva fatto. Roncalli vedeva come il moto di liberazione iniziato con la Rivoluzione russa del 17, al di là delle degenerazioni della stessa Urss, aveva innescato movimenti di liberazione: l'aspirazione a un qualche “socialismo” sembrava accompagnare l'emancipazione dei paesi coloniali e semicoloniali del mondo sottosviluppato e pareva rafforzarsi anche nei luoghi alti dello sviluppo; per non tagliare fuori la sua Chiesa non si limitò a predicare pace, ma la dichiarò inscindibilmente legata alla “giustizia” e aprì il dialogo con i comunisti e i marxisti, distinguendo l'errore dall'errante e prospettando forme di collaborazione.
I credenti a cui con l'enciclica l'attuale papa si rivolge sono soprattutto quei cattolici, chierici e laici, che dal magistero giovanneo e dalla Pacem in terris trassero una spinta all'impegno sociale e politico, talora esplicitando obiettivi politici di liberazione socialista: tutta quella galassia di movimenti ecclesiali pienamente integrati nella chiesa, ai margini di essa, o in dissenso dalla gerarchia che va dei teologi della liberazione latino-americani ai preti italiani vicini alle sinistre. Il papa argentino ha visto questa parte della sua chiesa in prima fila nei movimenti di inizio millennio contro la globalizzazione neoliberista, ora la vuole con sé, come truppa d'assalto, nel tentativo di riformare la Chiesa cattolica e di rafforzarne il ruolo intestandole la rappresentanza dei poveri e degli oppressi. D'altra parte, se un tempo erano i comunisti a cercare nel mondo cattolico “indipendenti di sinistra”, oggi sono i cattolici di Bergoglio a offrire anche una sponda agli orfani del comunismo, a cercare tra di loro “compagni di strada” e collaboratori: è a loro come ai militanti laici del No global, che si rivolge l'enciclica.
Non è perciò casuale che Gentili, che ha un passato limpido di militante e dirigente della sinistra, venga invitato a un progetto di formazione che la Diocesi organizza in collaborazione con un liceo statale. Rientra nella stessa politica il fatto che il cardinale Ravasi con il Consiglio Pontificio della Cultura, organizzi il “Cortile dei gentili”, sede di dialogo tra credenti e non credenti e che annualmente inviti ad Assisi figure di rilievo della sinistra laica. Ogni tanto qualcuno di loro (lo fece Bertinotti, per esempio) dichiara che i credenti avrebbero “una marcia in più”. Si dovrebbe dire l'esatto contrario: che i cattolici, con il loro dogmatismo, i loro preti, la gerarchia che si rigenera per cooptazione, con le loro infallibilità, “hanno un freno in più” nelle battaglie di liberazione e distinguere noi, laici di sinistra, l'errore del cattolicesimo dall'errante cattolico. Quanto al nostro amico e compagno Fausto Gentili ha forse usato (scusate il bisticcio) qualche gentilezza di troppo con gli “erranti” con cui dialogava, ma è tuttavia riuscito a tenere il punto, a non vendere l'anima. Con i tempi che corrono è già tanto.

Da "Al Quadrivio", Anno 4, n.19, Foligno febbraio 2016

Il fiore di san Giuseppe. Zinnie: modestia e sregolatezza (Paolo Pejrone)

Tranne il nero e l'azzurro, si trovano zinnie di tutti i colori

Le ibridazioni ne hanno mutato la natura.
Ora il fiore più sobrio si è trasformato e i contrasti di colore sono alla base del suo successo

Nella serra fredda (ma ben esposta) di Val Salice a Torino, le zinnie venivano seminate a San Giuseppe (il 19 di marzo). Le piantine venivano trapiantate in piccolissimi vasi di terracotta la prima settimana di maggio, e venivano definitivamente messe a dimora nell’orto poco prima di San Roberto (il 7 di giugno). Viste in natura, in Centro America ai bordi dei campi, nei prati più poveri e derelitti, le zinnie si presentano con modestia: sono alte poco più di una spanna, le sorregge un gambo tozzo, il fiore semplice smagliante di un deciso color rosso arancio: niente di più sobrio e per bene.
Troppo per bene per essere lasciate tranquille e quiete: negli ultimi 200 anni l’uomo è intervenuto con selezioni e ibridazioni, ed è riuscito a fare di una semplice pianta quel che si è abituati ormai a vedere: un vero, deciso, autentico e variopinto carnevale. I colori ormai, a eccezione del nero e dell’azzurro, ci sono veramente tutti: e che colori! I più vivaci e spesso i più brillanti e decisi, tanto da farli diventare i più popolari dell’estate: non c’è orto dalla Germania alla Sicilia che non abbia una piccola fila di zinnie, quasi fosse un angolo felice di libertà e di allegra follia, ben comprensibile nel contesto ordinato e serio di un orto «ben temperato».
La zinnia pretende il sole ed il caldo delle canicole e, come tutte le piante annuali di rango, una buona e ricca terra. Compost e concime naturale la portano a esagerare sia nelle foglie che nei fiori (e nell’altezza). Certe zinnie ben alimentate diventano grandissime e bellissime come pesanti grisantemoni. Capaci, e famosi in tutto il mondo, divulgatori (nel secolo passato) furono i Burpee che diffusero in particolare dalla West Coast i famosi e coloratissimi ibridi Super Giants: un poderoso kitsch botanico praticamente all’opposto della modesta e originale Zinnia angustifolia: un vero trionfo del maxi e del mostruoso. Ma che visto in un orto, estrapolato dal giardino, confrontato con gli ortaggi talvolta può diventare un gradevole ed invasivo pendant di allegria.
Comunque niente, a giudizio di Charles de Noailles, il grande esteta e giardiniere francese, sarebbe più noioso ed inutile di una truppa di zinnie di egual colore e di egual altezza. La zinnia è bella se trattata con anarchico disordine e con cromatica sregolatezza: i contrasti di colore sono la base del suo successo. In Italia famosi erano gli ibridi che Carmine Faraone Mennella proponeva dalle sue eclettiche coltivazioni in Campania: piante adatte a dare allegria ai «campi di lavoro». In quelle serie ed efficienti officine all’aperto nelle quali le prese erano cadenzate con spazi abbondanti e eleganza antica. Del resto pochi semi e un po’ di buona volontà erano sufficienti a provocare dei veri carnevali tra quei sudati solchi.
Tutt’altra storia hanno le forme nane o quelle variegate, oppure quelle addirittura tappezzanti, adesso diventate trendy e tanto alla moda presso i «servizi giardini» delle grandi città (spesso e purtroppo generosi fornitori di pessimi esempi di gusto e giardinaggio). Pretenziose e decisamente antipatiche, hanno l’aspetto di tante, piccole ed egocentriche prime della classe (sempre così perfette, sempre così per bene!).
Del resto, il mercato con le sue rigide e miopi leggi si impone e la esasperata ricerca degli estremi diventa assillante e genera molto spesso mediocrità. Con poche e semplici mosse il miracolo può avvenire: una busta di semi per Natale, un vaso vicino ai vetri di una finestra ben esposta per San Giuseppe, un trapianto e una fila di piantine messe a dimora all’inizio di giugno e un po’ di cura e amore possono trasformare un pezzo di terra bruciata ed assolata in un luogo coloratissimo ed allegro.


La Stampa, 10 agosto 2012 

statistiche