31.3.18

Ettore, “un eroe diverso dagli altri” (Eva Cantarella)


[…]
Basta paragonare la sua condotta e quella di Achille, il più valoroso degli achei: il suo equivalente nel campo nemico. Prendiamo l’episodio, celeberrimo, dello scontro finale tra i due: prima di affrontarlo, Ettore propone ad Achille un patto: “Se con l’aiuto di Zeus ti ucciderò, non sconcerò il tuo corpo. Dopo averti strappato le armi lo restituirò agli achei: fai anche tu così”. E Achille, in risposta, guardando bieco: “Ettore maledetto, non parlarmi di patti”. Una risposta che preannuncia quel che intende fare del cadavere del nemico, se vincerà. Colpito a morte, Ettore lo implora: “Non lasciare che i cani degli achei sbranino il mio cadavere, accetta il riscatto che mio padre Priamo ti offrirà, rendi il mio corpo alla patria”. E Achille: “Cane, non mi pregare, la rabbia e il furore dovrebbero spingermi a tagliuzzare le tue carni e a divorarle così, per quel che hai fatto”. Non manca di buone ragioni Christa Wolf nel chiamare “Achille la bestia” l’uomo che, tra l’altro, durante i funerali dell’amato Patroclo sgozza e getta sul suo rogo dodici prigionieri troiani. Quanto diverso da lui, l’eroe nemico: il solo, tra i troiani (oltre al vecchio Priamo), che rispetta Elena, la causa della guerra: “Mai ho udito da te parole di spregio. E se altri mi rimproveravano tu mi difendevi, parlando, calmandoli con la dolcezza, con le tue dolci parole”.
Così Elena piange la morte del cognato.

Da Non sei più mio padre. Il conflitto tra genitori e figli nel mondo antico, Feltrinelli 2015

Cacchióne


Così lo Zingarelli nella sua prima edizione (Bietti e Reggiani, 1917) definiva il lemma cacchióne: “Sost. 1. Malumore; 2. Larva a forma di vermiciattolo bianco e senza piedi che vive nel miele e diventa pecchia.
Vocabolari più recenti tralasciano la prima accezione, evidentemente caduta in disuso, estendono la seconda anche a larve di altri insetti (la mosca soprattutto) e aggiungono come significato le prime penne degli uccelli, specialmente dei gallinacei, quelle che crescono a fior di pelle.

La camicia rossa di Garibaldi

Durante la rivolta della Repubblica Uruguaiana contro la dittatura argentina, Garibaldi comprò a buon prezzo uno stock di camicie rosse originariamente destinate agli operai degli stabilimenti di macellazione per farne la divisa della Legione Italiana da lui comandata.
In realtà il colore rosso serviva a mimetizzare le macchie di sangue del macello, ma in battaglia divenne simbolo di audacia e coraggio, in quanto rendeva ben visibili al nemico.

1588, L'Avana. San Marziale contro le formiche (Eduardo Galeano)


Le rapaci formiche continuano a perseguitare la gente e a scalzare i muri. Abbattono alberi, devastano campi e divorano frutta, mais e la carne degli sbadati.
In considerazione dell’inefficacia di Simone, santo patrono, il consiglio municipale elegge, all’unanimità, un altro protettore.
La città promette che ogni anno celebrerà la sua festa e santificherà il suo giorno. San Marziale è il nuovo scudo dell’Avana contro gli assalti delle formiche bibi-jaguas. San Marziale, che tre secoli fa fu vescovo di Limoges, ha fama di essere uno specialista; e gli si attribuisce grande influenza davanti al Signore.

Da Memoria del fuoco. Le origini, Sansoni 1989

30.3.18

Il corpo e l'anima (Michel de Montaigne)


La bellezza è un grande elemento di stima nei rapporti umani; è il primo mezzo di conciliarsi gli uni con gli altri, e non c’è uomo tanto barbaro e arcigno che non si senta in qualche modo toccato dalla sua dolcezza. Il corpo ha grande importanza nella nostra esistenza, vi tiene un gran posto; così la sua struttura e la sua costituzione sono giustamente tenute in gran conto. Quelli che vogliono dividere le nostre due parti principali e separarle l’una dall’altra, hanno torto. Al contrario, bisogna riaccoppiarle e ricongiungerle. Bisogna ordinare all’anima non di isolarsi, di coltivarsi in disparte, di disprezzare e abbandonare il corpo (del resto non potrebbe farlo se non per un’artificiosa impostura), ma di tenerglisi stretta, di abbracciarlo, vezzeggiarlo, assisterlo, controllarlo, consigliarlo, raddrizzarlo e correggerlo quando si fuorvia, sposarlo insomma e fargli da consorte, affinché le loro azioni non appaiano diverse e contrastanti, ma concordi e uniformi.

Saggi,II, cap.XVII , Adelphi 1966 (a cura di Fausta Garavini)

Scienza, politica, fantasia e sentimento. Una verità che sembra un paradosso (Antonio Gramsci)


L’attività scientifica è materiata per grandissima parte di sforzo fantastico; chi è incapace di costruire ipotesi non sarà mai scienziato. Anche nell’attività politica ha grandissima parte la fantasia; ma nell’attività politica l’ipotesi non è di fatti inerti, di materia sorda alla vita; la fantasia in politica ha per elementi gli uomini, la società degli uomini, i dolori, gli affetti, le necessità di vita degli uomini. Se uno scienziato sbaglia nella sua ipotesi, poco male, in fondo: si perde una certa quantità di ricchezze di cose: una soluzione è precipitata, un pallone è scoppiato. Se l’uomo politico sbaglia nella sua ipotesi, è la vita degli uomini che corre pericolo, è la fame, è la rivolta, è la rivoluzione per non morire di fame. Nella vita politica l’attività fantastica deve essere illuminata da una forza morale: la simpatia umana; ed è aduggiata dal dilettantismo, così come fra gli scienziati. Dilettantismo che è in questo caso mancanza di profondità spirituale, mancanza di sentimento, mancanza di simpatia umana. Perché si provveda adeguatamente ai bisogni degli uomini di una città, di una regione, di una nazione, è necessario sentire questi bisogni; è necessario potersi rappresentare concretamente nella fantasia questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere. Se non si possiede questa forza di drammatizzazione della vita, non si possono intuire i provvedimenti generali e particolari che armonizzino le necessità della vita con le disponibilità dello Stato. Si scaglia un'azione nella vita: bisogna saper prevedere la reazione che essa sveglierà, i contraccolpi che essa avrà. Un uomo politico è grande in misura della sua forza di previsione: un partito politico è forte in misura del numero di uomini di tal forza di cui dispone. […]

Non firmato, “Avanti!” ed. piemontese 3 aprile 1917 nella rubrica Caratteri italiani, in Scritti giovanili 1914 – 1918, Einaudi, 1958

Il padre. Una poesia di Elsa Cross (Città del Messico 1946)


Sentire sotto il tetto e le solide mura
che nessun male poteva penetrare nella casa,
nemmeno un ladro.
Sentire un timone in mani ferme;
nessun giro a vuoto.
nessuno scossone.
Pace, abbondanza
e la gioia al ritorno dai suoi viaggi,
i regali distesi sul tavolo.
E il regalo della sua presenza.
Nulla turbò la serenità
di quel rotondo sole quotidiano.

In "Fili d'aquilone", rivista on line, n.48 gennaio-aprile 2018- Trad. Stefano Tedeschi

Finché arrivano lettere d’amore ... Una poesia di Helga M. Novak (Berlino 1935 - 2014)


finché arrivano lettere d’amore
non tutto è perduto
finché mi raggiungono abbracci
e baci seppure per lettera
non tutto è perduto
finché nei pensieri
vi chiedete dove io sia
non tutto è perduto

Finché arrivano lettere d’amore. Poesie 1956-2004 Effigie, 2016 - Trad Paola Quadrelli

Fanatismo (Bertrand Russell)

Un individuo è un fanatico se pensa che una questione sia di importanza così fondamentale da superare qualsiasi altra.
Facciamo un esempio: ritengo che tutte le persone come si deve detestino la crudeltà verso i cani; ma se considerassi la crudeltà verso i cani qualcosa di così orrendo da superare ogni altra forma di crudeltà, allora sarei un fanatico.

In Pensieri; Newton Compton 1996

Taser. La pistola elettrica è tortura di stato? (Umanità Nova)


Il taser, la pistola elettrica, già in uso alla forze dell’ordine di vari paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Svizzera, verrà sperimentata anche in sei città italiane.
Il taser, dal nome della più nota delle ditte produttrici, sarebbe un’arma non letale, usata per immobilizzare con il dolore non per uccidere.
La realtà è molto diversa.
Il quadro che emerge dai paesi dove il taser è in dotazione alle forze dell’ordine da un paio di decenni, è molto diverso.
La pistola elettrica, oltre ad essere un evidente strumento di tortura, in più occasioni ha ucciso.
Secondo Amnesty International i morti, solo negli Stati Uniti, sono tra gli ottocento e i mille in meno di vent’anni.
Nel 2007 l’ONU, che certo non può essere sospettata di inclinazioni sovversive, ha dichiarato che il taser è uno strumento di tortura.
Il principio è lo stesso dell’elettroshock: cambia solo la durata della scarica. Chi viene colpito riceve una scarica ad alta tensione e bassa intensità di corrente, che ne paralizzerà i movimenti facendo contrarre violentemente i muscoli.
È stato inventato alla fine degli anni Sessanta, ma i modelli che permettono l’immobilizzazione totale di una persona sono stati progettati a partire dalla fine degli anni Novanta.
La scarica è calibrata sul peso medio delle persone: da 50 a 90 kili. Spesso persone obese, sono state colpite due volte di seguito, perché la prima scarica non era sufficiente a bloccare. La seconda invece è spesso letale. I malati di cuore sono a rischio se colpiti dal taser.
In Svizzera, dove è in dotazione alle autorità cantonali, viene usato per spaventare e torturare i migranti, che protestano contro i rimpatri coatti. La polizia francese lo ha utilizzato alla frontiera di Ventimiglia.
Come tutte le armi “non letali” ha regole d’uso meno rigide rispetto alle armi da fuoco. La consapevolezza degli effetti terribili di questa pistola elettrica e della facilità con cui può essere usata costituisce una minaccia potente.
Il modello più pericoloso è quello a doppia carica, che consente di sparare due scariche consecutive, senza necessità di ricarica. Inutile dire nel nostro paese è stato adottato proprio quello.
In Italia la sperimentazione è partita il 20 marzo in sei province: Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia. In una seconda fase si andrà a regime in tutta Italia. La procedura coinvolge poliziotti e carabinieri.

Umanità Nova, 28 marzo 2018

29.3.18

Giugno 44, la liberazione di Roma. “Stars and stripes” a Ponte Sisto (Nello Ajello)


Roma, domenica 4 giugno 1944
"Se ne sò annati". Soggetto sottinteso: i tedeschi. Questa frase fu il viatico per la cauta avanzata della Quinta Armata americana nelle strade della Capitale. La frase, gridata da una folla che affluiva dai vicoli di Trastevere verso ponte Garibaldi, colpì le orecchie del ventiquattrenne Alberto Sordi, che abitava in via dei Pettinari, a ridosso di ponte Sisto. "Mi precipitai per la strada insieme all'attore Virgilio Riento che viveva nel mio palazzo. Assistemmo a qualcosa di umoristico. Sul lungotevere lunghe file di soldati americani strisciavano ventre a terra, con gli elmetti ingombri di fronde. Per mimetizzarsi. Come se fossero in trincea. Avevano avuto l'ordine di non esporsi, e lo eseguivano imperterriti, portandosi dietro quei cespugli. Avanzavano lenti, centimetro dopo centimetro. Ma almeno erano a Roma. Finalmente".
Una salva di applausi richiamò in strada il pittore Toti Scialoja - classe 1914, trent'anni all'epoca - dalla sua casa di via di porta Pinciana. A piazza Barberini vide passare i primi enormi camion americani. "I soldati", ricorda, "ci parvero stupendi. E insoliti. Grassottelli, sereni. Facevano lo stesso percorso, dal sud di Roma verso il nord, compiuto poche ore prima dai tedeschi. Ma quale differenza! I vinti in ritirata erano affardellati e carichi di armi. I nuovi arrivati portavano tra ascella e spalla un fuciletto leggero, quasi da luna-park. Non avevano zaino. Le loro scarpe di gomma non facevano rumore. Più che a militari, somigliavano a giocatori di base-ball. Lasciavano nell'aria un profumo di tabacco dolce. Abbracci, baci, carezze parvero a tutti naturali; e così il lancio dai camion e dalle jeeps di cioccolata e sigarette. Una distribuzione di benessere".
Da ponte Garibaldi Alberto Sordi raggiunge intanto piazza Venezia, e lì gira mentalmente la scena clou della sua carriera: un Americano a Roma. "La piazza era in festa. Vi trionfavano i miti e i sogni che ci avevano visti crescere. L'America! L'Americaaaa! Vedemmo su quella piazza il generale Clark. Ci aggiravamo fra centinaia di John Wayne e Gary Cooper. Recitavano un copione scritto dalla nostra fantasia. Non era un dramma, era un musical. Il Buono vinceva. Il Cattivo era stato castigato. Ci trovavamo in piena Broadway. O sulla Quinta Strada. Hollywood non aveva usato il cinema per reclamizzare il paese di Bengodi? Adesso eccolo qui. Credevamo alla socializzazione immediata con i Liberatori. E, nei primi giorni, essi ci diedero ragione. Abbracciavano qualche segnorina, ma che male c'era? Poi cominciarono a comportarsi meno educatamente. Prepotenze, scazzottate...".
Quella sera, nella storica piazza, Pietro Nenni non c'è. Il suo diario, alla data del 4 giugno, è dominato da una sorta di sfinimento. "Non si aspettavano gli americani che fra quarantott'ore", scrive il capo socialista. "Sono giunti stasera. Mi dicono che alle nove i loro primi carri armati sono arrivati in piazza Venezia. Ma sono troppo stanco per seguire l'impulso che sarebbe di andare a vedere". Il giornalista Vittorio Gorresio si trovava, la sera di domenica 4, all'Hotel Ludovisi, nella camera della bellissima Elsa De Giorgi. Giocava a scopone con l'attrice e con altri due giornalisti assai noti, Paolo Monelli e Adolfo Franci. "L'improvviso chiasso della strada arrivò fino a noi attraverso la finestra", riferisce Gorresio nelle sue memorie. "Elsa gridò: 'Ci siamo!' ...". Uscirono. "All'angolo di via Quattro Fontane, davanti al carro primo arrivato stava un soldato magro e altissimo, le braccia ciondoloni, le mascelle occupate a masticare chewing gum... Elsa aveva in pugno una bandierina tricolore e la porse al soldato. Serio, lui la prese e volgendosi verso i compagni seduti in cima al carro li avvertì: 'Here is a flag', ecco una bandiera. Uno stese la mano, afferrò la bandiera e la ficcò sulla torretta come decorazione".
I dialoghi fra liberati e liberatori erano fatti di poche parole. Ogni romano scavava nella memoria qualche brandello d'inglese. Un vecchietto (annota un cronista americano) continuava a urlare: "Weekend! Weekend!". Il giornaletto per la truppa, Stars and Stripes, venne ribattezzato "strip e strap". Si sperimentava un esperanto d' occupazione, fonte di qualche equivoco. "Una signora di mezza età, molto seria e distinta - è ancora Gorresio a raccontare, e gli americani sono lì da tre giorni - fu fermata su un lungotevere da un soldato americano di pelle nera che gli domandò: ' Tu, puttana?' . La signora si mise ad urlare credendo si trattasse di un'ingiuria, mentre altro non era che una richiesta di informazioni". Il più delle volte, informarsi era superfluo. "Via del Tritone era un bordello", ricorda Scialoja. "Nugoli di ragazzette inerpicate sulle scarpe ortopediche presidiavano i marciapiedi". Napoli aveva già fatto scuola esibendo un'antica sapienza postribolare. Ma Roma aveva aspettato otto mesi di più. E recuperava il ritardo. "Le ragazze", nota Leonetta Cecchi Pieraccini in un diario inedito mostratomi da sua figlia Suso, "hanno letteralmente perso la testa". Una fioritura femminile "s'è infiltrata fra le truppe d'occupazione e senza discernimento o pudore s'insedia sulle macchine e vola via, con le chiome al vento, ebbra di felicità. L'automobile, le sigarette, i dolci, l'amore. L'America! Soprattutto l'America". Una sindrome Alberto Sordi in edizione muliebre? La verità è che Roma "è stata invasa dal più gran circo del mondo... In via del Babuino è transitato un carro con alcuni soldati americani mascherati con costumi presi a Cinecittà. C'era l' antico romano, la dama del Settecento, il lord in tuba, la divetta".
L'esaltazione è reciproca. "Poche cose piacciono agli Alleati come la Roma di Mussolini", ha scritto Steno, un arguto uomo di spettacolo, nel recente e postumo Sotto le stelle del '44 (Sellerio editore). "Vengo a sapere che il cappellaio di Mussolini ha venduto a degli americani di Filadelfia, per mille lire, il fez dell'ex duce. Gli americani si stanno accaparrando, come souvenir della campagna d'Italia, tutto il materiale plastico del caduto regime". Apprezzano queste cianfrusaglie "per quel gusto del clownismo e della maschera che è alla base della vita pubblica statunitense. A pensarci bene, infatti, il fascismo è stata un'americanata presa sul serio".
Un'americanata? La sera di lunedì 5 giugno, verso le sette e trenta, piazza Venezia diventa un happening. Centinaia di persone si radunano sotto lo storico balcone. Osservano un uomo con la mandibola prominente che saluta a braccio teso, poi posa le mani sui fianchi e grida: "Vincere! Vincere! Vincere!". "La folla urlò e applaudì", racconta l'americano Dan Kurzman nel suo Obiettivo Roma, "e l'oratore continuò in un misto d'italiano e d'inglese: 'Non dico vincere per Mussolini, per i fascisti o per i tedeschi, ma per gli Alleati! Invece dell'olio di ricino, noi vi portiamo dolci e viveri!'. Un altro ruggito di approvazione percorse la piazza. Di nuovo il sergente americano John A. Vita s'impettì e salutò a braccio teso. Stava sciogliendo un voto fatto alla madre (italiana di nascita). 'Sarò uno dei primi soldati americani a entrare a Roma', le aveva detto. 'E quando ci sarò entrato, mi metterò sul balcone di Mussolini e gli rifarò il verso'. Sua madre era scoppiata a ridere".
Villa Borghese è irriconoscibile. I militari la gremiscono senza vietarla ai ai civili. Tutt'altro. Le coppie romane che ne frequentano le aiuole, annota la Cecchi Pieraccini, "non hanno più scrupoli e pudori. Gli italiani vogliono essere più americani degli americani e nei prati, mescolati ai bambini, alle bambinaie e alle donne che cuciono, uomini e ragazze stanno distesi avvinghiati, scambiandosi baci come se fossero a letto". La borsa nera esulta, con l'aiuto determinante degli Alleati. Le camionette, unico mezzo di trasporto urbano, sono luoghi di ritrovo: i passeggeri, osserva Steno, "si fanno cortesie, si aiutano a scendere le scalette di fortuna. Ieri, negli autobus, quegli stessi si sopportavano appena". La Liberazione ha reso tutti buoni? Gli Alleati hanno requisito il Teatro dell'Opera. "Vi davano spettacoli riservati a loro", ricorda Suso Cecchi D'Amico. "Gli altri teatri, le Arti, il Quirino, il Valle, funzionavano per tutti. C'era un ovvio interesse per la cultura americana. Scrittori celebri vennero a trovare mio padre, Emilio Cecchi. Ricordo, fra i primi, William Saroyan. Era piccolo, simpatico, d'aspetto mediterraneo. Io tradussi in quelle settimane La Quinta colonna di Hemingway, poi La via del tabacco di Caldwell. Ad autorizzare le traduzioni era il PWB (Psychological Warfare Branché, che aveva l'ufficio in via Veneto. Lo dirigeva un Captain Levi, che aveva fama di onnipotenza. Scoprimmo ben presto che si trattava di un nostro amico di gioventù, Pilade Levi, un ebreo simpatico, spiritoso e mondano che era scomparso dall'Italia cinque o sei anni prima per le leggi razziali. Cautamente, aveva tardato a farsi vivo con noi".
Ma ormai gli americani si avviavano a diventare di casa. Fin troppo. Si cominciò a non applaudire più ogni jeep che passava, come se (l'espressione è in Oggi è caduta Roma di Robert H. Adleman e George Walton) "ciascuna trasportasse Mark Clark in persona". La follia dell'occupazione si tinse di normalità. O quasi. Roma, dopo tutto, ne aveva viste tante.

“la Repubblica”, 3 giugno 1994

Dio affittacamere (Antonio Gramsci)


Riprendo qui uno dei trafiletti polemici che Antonio Gramsci pubblicava nella rubrica Sotto la Mole, per l'edizione torinese dell'“Avanti!”, politicamente scorrettissimo. Trasformare in un santino il socialcomunista sardo, quantunque sia prassi diffusa, a me non pare una buona azione. (S.L.L.)
Il santuario della madonna del Selvaggio a Giaveno

Bazzicavo una volta una brigata di fiorentini e di pisani, gente allegra e spregiudicata, facile allo scherzo grasso ed alla bestemmia immaginosa. Quante ne ho sentite. E quale varietà! Altro che il monotono motto torinese!... Madonna... Cristo... Dio... C’era da far morire di sdegno tutta la Lega contro la bestemmia e il turpiloquio, che, tra parentesi, si è costituita l’altra sera nella nostra città, ed ha nominato un presidente e due vicepresidenti, dei quali uno per la sezione industriale. Che diavolo vogliano industrializzare la bestemmia?
Ma ritornando ai miei toschi spiriti bizzarri, ce n’era uno che aveva un intercalare tutto suo: Dio affittacamere!!! e lo ripeteva ogni momento, in ogni occasione, con una costanza invidiabile. Me lo son ricordato leggendo il Bollettino del Santuario della Madonna del Selvaggio, celebre santuario tra i monti di Giaveno, che è meta di pellegrinaggi e centro di ritrovi spirituali, anche se da qualche tempo deve, come la Madonna della Consolata, subire la concorrenza della Madonna di Lourdes, la cui devozione, non dirò industria, fu importata recentemente a Torino da congressisti francesi espulsi, e che sembrano fare ottimi affari... Nel Bollettino — raccomando ai miei lettori di dare sempre un’occhiata agli innumerevoli fogli e foglietti che i parroci, i canonici fanno circolare fra i fedeli delle varie chiese: è il miglior mezzo per perdere anche quella poca fede, che, per una combinazione qualsiasi, fosse loro rimasta — nel Bollettino, dico, c'è un padrone di casa che manda quaranta lire dichiarando di aver fatto voto, ogniqualvolta rimaneva con un appartamento vuoto, di dare l’importo del primo mese di fitto alla Madonna, e di essere così sempre riuscito ad affittare immediatamente, e raccomandando quindi il sistema agli altri colleghi proprietari.
Dio affittacamere... Oh! Buon vecchio Dio, come ti hanno mal ridotto i tuoi fedeli! Oh, Zeus formidabile nelle collere e tenero negli amori! Jehova, terribile ed inesorabile giustiziere, quale degenerazione! Il successore vostro è buono a tutti gli usi. Gestisce l'ufficio di collocamento per le serve, affitta le camere, magari ad ore, protegge contro le punture delle zanzare...
Ed è a questa religione, imbastardita ed incretinita, a questa fede, incapace di sollevare l’animo al disopra d ogni bassura, a questi riti diventati abitudini passive, superstizioni grottesche che si vorrebbe ancora che l’umanità affidasse il suo avvenire.
Per quanta barbarie ancora ingombri l’animo degli uomini, anche mentre pare debba dileguarsi ogni speranza nella ragione umana, noi sentiamo che siamo ormai liberi dei ceppi del cristianesimo.
Morirono Api, e Zeus, e Jehova; è morto Cristo e non risuscita più! (29 aprile 1916)

Sotto la Mole, Einaudi, 1960

Voi che avete dato l’ assalto al cielo. Una poesia di Gian Luigi Nespoli (1936 - 2007)


Voi che avete dato l’assalto al cielo

che avete disarcionato l’imperatore

che il canto del mare avete sognato

nelle sere di libeccio, mentre il desiderio

spezzava i muri delle celle e volavate,

volavate alti sui monti, Icari

della lotta e della libertà, voi che il sole avete strappato con le mani

facendone fuoco per le notti d’inverno, voi che i profili dei compagni avete amato incisi nella carne, voi che avete calpestato con furore

pochi metri di terra sepolta nel cemento, che avete alzato fragori d’ acciaio e voci e canti a riempire un universo di silenzio, voi che la solitudine

avete amato e odiato come compagna inestimabile, che percorso avete tutte le strade del possibile, che osato avete l’utopia dell’impossibile, che avete spezzato con il fuoco e con il ferro

la servitù del capitale, voi che la morte vi siete fatta compagna nelle notti, nei giorni delle metropoli, voi che la bandiera dell’odio di classe avete alzato

al di sopra delle teste piegate, degli occhi spenti, delle labbra chiuse del proletariato, voi che avete dato l’assalto al cielo che avete disarcionato l’ imperatore.

Dal sito “Interferenze”

Filippo Turati e noi (Carlo Rosselli)


Dopo la morte di Filippo Turati (marzo 1832) Carlo Rosselli pubblicò sul n.3 di “Giustizia e Libertà” (giugno 1932) un saggio dal titolo Filippo Turati e il socialismo italiano, da cui è tratto il brano che segue. (S.L.L.)
Filippo Turati

Dopo le critiche, un po’ di autocritica.
La nuova generazione intellettuale, la nostra generazione, volle l’intervento dell’Italia in guerra o vi aderì fiduciosa; lo volle per una serie di motivi che non è possibile qui riassumere, nella convinzione profonda che si servisse in tal modo la causa della libertà e della pace e magari la causa della rivoluzione.
La generazione di Turati si oppose.
Per quanto sia ozioso disputare sul passato, per sapere come le cose sarebbero andate se si fosse seguito un diverso avviso, si può, si deve ben riconoscere che non noi eravamo nel giusto, non noi interpretavamo la volontà delle masse, ma piuttosto Turati. Il quale vide, previde, e misurò presto l'abisso nel quale stavamo precipitandoci. Non a torto da parecchi scrittori - il Salvatorelli in specie - si è insistito sul rapporto psicologico e storico tra le “radiose giornate" del maggio 1915, e il fascismo; vi era più freschezza, più ingenuità, più reale volontà di sacrificio nei giovani che correvano le strade gridando "guerra” e devastando negozi ed appartamenti tedeschi, che nei reduci che nel 1922 daranno l’assalto allo Stato, stipendiati dalla reazione. Ma nell'un caso come nell’altro complicità di governi, montatura di stampa, violazione della maggioranza legale.
Perché la nuova generazione non seguì Turati? Altro problema. Non lo seguì, perché egli parlava un linguaggio che non poteva capire, un linguaggio che lo faceva apparire fuori del suo tempo. Pareva che la sua opposizione, anziché derivare da un granitico convincimento, da una fede profonda, derivasse da uno scetticismo fondamentale, pregiudiziale, da un calcolo troppo materiale, meschino e attuale degli interessi generali e di classe. L'agnosticismo, come il neutralismo, non ha mai conquistato nessuno; e il pacifismo in tanto può sollevare entusiasmi in opposizione a una guerra esistente in quanto si trasformi in una guerra alla guerra, in guerra civile.

Citato in Mario Isnenghi Ritorni di fiamma, Feltrinelli 2014

La Gerusalemme di Flaubert e di Dumas (Franco Cardini)



Gerusalemme. La cupola della moschea di Umar in sezione. Incisione (1864)
Il 29 ottobre 1849 due amici allora entrambi neppure trentenni, Gustave Flaubert e Maxime Du Camp, lasciavano Parigi per un viaggio che, in un anno e mezzo, li avrebbe condotti attraverso Egitto, Libano, Siria, Palestina. Avrebbero voluto andar oltre, fino a Baghdad e alla Persia: dovettero rinunziarvi per rientrare attraverso l’Asia Minore, ovviamente Istanbul, la Grecia e l'Italia. Ne uscì nel 1852 uno straordinario album illustrato, il primo nel suo genere, a firma di Du Camp; quanto a Flaubert, che ormai sembrava aver già penetrato l’Oriente da quando aveva scritto tra il 1846 e il 1847 Les sept fils du derviche, aveva viaggiato tutto il tempo come assorto e quasi insensibile a quel che vedeva. Quando arrivò a Gerusalemme, nel 1850, pensava a Madame Bovary, il che non lo induceva certo a immagini compatibili con un pellegrinaggio (per quanto il carattere erotico dei pellegrinaggi sia stato spesso notato tanto nella letteratura quanto nella coscienza «popolare»). Alla Porta di Giaffa, si stupì di un’involontaria reazione piuttosto noiosa del suo apparato digerente: proprio lì... Quindi si dette a cercare il macabro, il marcio, lo spettrale; lo affascinavano le rovine, grandiose certo, ma «diabolicamente» tali; e naturalmente trovò, anche lui come tanti altri, che la città era incredibilmente sporca. Qua e là, ci si potrebbe dimenticare di star leggendo Flaubert e si potrebbe avere l’impressione di esser piombati tra le pagine di Céline. Dinanzi al Santo Sepolcro, ostentò un’indifferenza che qualcuno potrà credere affettata e qualcun altro fin troppo realistica: e chi ha qualche esperienza del viaggio gerosolimitano riterrà agevolmente che entrambe le ipotesi potrebbero esser giuste. Poi, però, a livello d’immaginario i risultati di quel viaggio ch’egli sembrava aver vissuto in modo tanto svagato si sarebbero tradotti nel racconto di Salammbò. Diceva di lui Du Camp: «Anche Balzac era così: non guardava niente e si ricordava di tutto».
Del resto, come qualunque luogo della terra - e soprattutto i più desiderati -, Gerusalemme poteva esser visitata anche con gli occhi della fantasia e del desiderio. Il «pellegrinaggio spirituale», il «pellegrinaggio dell’anima», l’avevano fatto in tanti. Dal profeta Muhammad a santa Bona da Pisa sino a Francesco d’Assisi che nel 1219 era arrivato ad Acri, per poi avviarsi al campo crociato sul delta del Nilo, ma che ai Luoghi Santi - il pellegrinaggio ai quali il papa interdiceva in tempi appunto di crociata - non aveva potuto accedere: e li avrebbe ricostruiti più tardi celebrando a Greccio la Natività di Gesù e, alla Verna, il suo stesso Calvario. Ma non sapremo mai quanti diari di pellegrinaggio, che noi di solito prendiamo per autentici pur rilevandone le somiglianze e magari i plagi rispetto ad altri testi, sono in realtà dei centoni composti da viaggiatori intorno a uno scrittoio.
Difatti nemmeno Alexandre Dumas, che pure aveva molto viaggiato, fu mai a Gerusalemme. La sua ansia, il suo desiderio teso «verso l’Oriente splendido e non verso l’Occidente brumoso», in ciò non fu appagata. Eppure, egli ci ha descritto - come avrebbe fatto più tardi Michail Bulgakov - una «sua» Gerusalemme, quella dei tempi di Gesù, nel suo romanzo incompiuto del 1853, che venne bloccato sul nascere dalla censura imperiale. L’Isaac Laquedem, ou le roman du Juif errant era la riproposizione dell’antica leggenda dell’Ebreo errante: un romanzo che si apriva proprio con un allucinato eppure a suo modo lucidissimo racconto-descrizione dell’origine, della fondazione e delle vicende della Gerusalemme biblica ed evangelica, fino ai tempi della Passione di Gesù. Era la convinzione dell’aver toccato il centro profondo del tempo, del mondo e della storia, a dettare quelle pagine dove non c’è una riga di originale e dove tutto sembra geniale: “Ci sono nomi di città o nomi d’uomo che, pronunziati in qualunque lingua, svegliano immediatamente un pensiero così grande, un ricordo così innamorato da far sì che chiunque oda pronunziare quel nome, come cedendo a una potenza sovrannaturale e invincibile, si senta piegar le ginocchia”.
Gerusalemme è uno di questi nomi santi per tutte le lingue umane: il nome di Gerusalemme è balbettato dai fanciulli, invocato dai vecchi, citato dagli storici, cantato dai poeti, adorato da tutti.

Da Gerusalemme. Una storia, Il Mulino 2012

Decadenze. L’Italia si perde e trascina i Medici (Matteo Strukul)

Maria d' Medici nel ritratto di Pieter Paul Rubens

E' con l’inizio del Seicento che comincia, inesorabile, la decadenza della dinastia medicea. Di un simile progressivo crepuscolo della famiglia, Maria – cugina di Caterina e figlia di Francesco I, granduca di Toscana – sembra essere, suo malgrado, la figura più rappresentativa. Lei che aveva sposato Enrico IV, re di Francia, e che però, alla morte di quest’ultimo, avvenuta per mano del fanatico Ravaillac (che lo uccise con due coltellate), si ritrovò reggente prima e poi regina esiliata da Parigi per ben due volte. Lei, osteggiata dal duca di Luynes nel 1617 e dal cardinale di Richelieu nel 1630, lei allontanata dal proprio figlio Luigi e morta sola e in povertà a Colonia, dopo che Rubens, il celebre pittore fiammingo, l’aveva ospitata presso una sua piccola casa d’Anversa.
C’è, nella parabola di Maria, tutta la caduta dei Medici, quel ripido precipitare che porta una grande dinastia a contare sempre meno, sia per la stagnazione dei commerci e una perduta capacità di guardare oltreconfine, sia per la peste nera del 1630 che scaraventa l’Europa intera nel suo periodo più buio, e non da ultimo per le figure particolarmente incolori che si susseguono a Firenze: su tutte il povero Cosimo II, granduca di Toscana, disperatamente alla ricerca di un’impresa che lo faccia passare alla storia e che invece incappa in una serie di episodi donchisciotteschi che gli precludono qualsiasi successo politico. Si pensi alla tentata crociata fuori tempo massimo per la liberazione di Gerusalemme che a nulla porterà, o alla successiva auspicata sollevazione dei popoli d’Oriente contro l’impero ottomano grazie a una sua bizzarra amicizia con Fakhr ad-din, sedicente principe dei Drusi, che si rivelerà, invece, impostore e ciarlatano.
Ma è anche il mutare dei tempi a decretare la lenta e ineluttabile caduta della dinastia medicea. Quel secolo di ferro, come venne definito il Seicento, si rivelò per l’Italia a dir poco fatale: le corporazioni d’arti e mestieri, lungi dal rappresentare un fattore di progresso com’era avvenuto trecento anni prima, sono ora piccole consorterie di potere che impediscono l’innovazione e l’applicazione delle nuove tecniche di produzione, condannando l’esportazione italiana di manifatture. Se si combina questa prima sciagura con la dominazione spagnola che instilla nelle classi più abbienti una mentalità ancor più aristocratica e di totale disprezzo verso qualsiasi attività lavorativa e imprenditoriale, e si aggiunge la tragedia della peste che dimezza la popolazione, risulta evidente quanto Firenze, Venezia, Roma e Milano vengano consegnate al provincialismo e all’arretratezza.
Firenze, centro di quel Rinascimento generato dallo spirito d’iniziativa, dall’intuizione mercantile, dalla precisa strategia commerciale, che rifluivano come una marea spumeggiante nell’amore per l’arte, la bellezza e la cultura, è ora solo l’ombra di se stessa. Quell’infinita schiera d’artisti e letterati che avevano gravitato nell’orbita della corte medicea ora vengono improvvisamente a mancare e se è vero che il Seicento è il secolo di uno dei più grandi pittori di sempre, Caravaggio, è però indicativo che quest’ultimo, come Bernini, Parmigianino o Guido Reni, operi presso ben altre corti. Tra i maggiori studiosi dell’arte italiana vi è proprio quel Pieter Paul Rubens che Maria de’ Medici chiamerà alla propria corte, commissionandogli un ciclo d’opere. Verranno disposte nel Palazzo del Lussemburgo, costruito secondo i canoni fiorentini da un formidabile architetto francese: Salomon de Brosse. L’Italia e i Medici sembrano dunque sopravvivere in un ultimo sospiro d’arte, catturato però da artisti che italiani non sono.

La lettura – Corriere della sera, 29 ottobre 2017

L’ambizione che affondò i Krupp (Danilo Taino)

Gustav Krupp con Hitler

Molte fortune e tanti imperi iniziano con le disgrazie, continuano nella vergogna, finiscono in opere di bene. La storia dei Krupp, industriali d’acciaio della Germania, è di questo genere: nascita, vita e declino s’intrecciano alle vicende del Paese. Anzi, a quelle dello Stato tedesco, prima ammaliato dall’espansione, poi domato e benevolo. Arndt Krupp, o Krupe, un olandese, nel 1587 si installò a Essen, non lontano dal Reno. Fu l’inizio della dinastia che lì rimarrà per sempre e contribuirà a fare della città il centro produttivo principale della Ruhr. Arndt era un commerciante con l’occhio lungo: comprò a basso prezzo le case degli abitanti che fuggivano la peste del periodo.
La famiglia diventò presto la più ricca di Essen, acquistò posti di preminenza nella municipalità e, con gli anni, espanse le attività a miniere e fonderie. Entrò nel business delle armi: occasione, la guerra dei Trent’anni iniziata nel 1618. Non proprio un impero, fino a quel momento, però. Il salto verso la grande dimensione e l’ambizione iniziò nel 1811, quando Friedrich Krupp aprì una prima produzione per l’acciaio: le guerre napoleoniche impedivano di importarlo dall’Inghilterra e questa era un’occasione d’affari. Qui avviene qualcosa di curioso e istruttivo: per 25 anni, l’azienda perde denaro. Cos’è che muove il fondatore della dinastia, ma poi anche le generazioni successive, se non il profitto? Un’idea, probabilmente, un’ossessione, un sogno di potenza: prima o poi l’acciaio sarebbe diventato il cuore dello sviluppo tedesco. La certezza fu concretizzata dal figlio di Friedrich, Alfred, che vide la crescita del business intrecciata alla creazione dell’impero germanico. Viviamo «nell’età dell’acciaio», disse al neoimperatore Guglielmo I: Bismarck era d’accordo. Iniziava così la relazione speciale, intensa, senza remore dei Krupp con lo Stato tedesco. Che sarà portata avanti in modo ancora più totale dal figlio di Alfred, Friedrich Alfred, con il kaiser Guglielmo II.
L’industria cresce, all’inizio del Novecento le aziende Krupp sono il primo gruppo della Germania. Da Villa Hügel, sempre a Essen, la famiglia guida gli affari, stabilisce relazioni con la corona, con i banchieri, con i militari. Nel 1902, alla morte del padre Friedrich Alfred, Bertha diventa proprietaria di tutte le azioni della società: una donna non può però guidare un impero dell’acciaio e le redini passano al marito scelto personalmente dal Kaiser, Gustav von Bohlen und Halbach, al cui cognome sarà aggiunto Krupp. In compenso, alla moglie il popolo dedicherà il cannone più famoso e potente della Grande guerra, il Dicke Bertha, «Grassa Bertha». Inizia la produzione bellica su larga scala. Che raggiungerà i livelli più alti durante la Seconda guerra mondiale, con l’apprezzamento di Hitler e la manodopera di schiavi in campi di prigionia. A Norimberga, Alfried, figlio di Gustav, fu condannato come criminale di guerra. Passò cinque anni in carcere, uscì, rientrò in possesso dei diritti di proprietà del gruppo che nel frattempo aveva abbandonato la produzione di armi. Alla fine degli anni Sessanta, tutte le quote azionarie di famiglia furono messe in una fondazione che da un lato controlla il business (oggi ThyssenKrupp) e dall’altra sostiene iniziative sociali.
Sogni di gloria e di dominio finiti, assieme a quelli della Germania. L’ultimo dei Krupp, Arndt, figlio di Alfried, è morto nel 1986, un anno prima di poter celebrare i quattrocento anni dalla fondazione della dinastia. [...]

La lettura, Cprriere della Sera, 29 ottobre 2017

La prefazione di Alfonso Leonetti alla riedizione del bollettino dei trotzkisti italiani (anni 30)


Nel 1976, al tempo del compromesso storico, le edizioni Controcorrente, di Roberto Massari, pubblicarono il bollettino della NOI (Nuova Oposizione Italiana), cioè del gruppo di comunisti antistalinisti che avevano aderito al movimento di Trotsky, in primis “i tre”, Tresso, Leonetti e Ravazzoli, espulsi dal PCI nel 1930, per essersi opposti alla “svolta”. Riprendo qui la prefazione di Alfonso Leonetti. (S.L.L.)
Alfonso Leonetti
Assumendosi l'iniziativa, la responsabilità e l'onere gravoso di pubblicare il Bollettino della NOI (Nuova Opposizione Italiana), "Controcorrente" colma una vecchia lacuna; mette cioè a disposizione degli studiosi e dei militanti operai uno strumento di conoscenza e di discussione che da tempo e invano si attendeva.
Vi è stato, è vero, alcuni anni fa un reprint Feltrinelli del Bollettino. Ma tirato a pochi esemplari, esso scomparve rapidamente dalla circolazione. Esso si presentava come l'originale ed era quindi di difficile lettura e consultazione. Questi limiti sono ora superati con il volume di "Controcorrente" e si potrà quindi raggiungere una massa di lettori molto più ampia, interessata a conoscere gli sviluppi di quei drammatici avvenimenti che portarono prima e dopo la "svolta" a una grave degenerazione dell'Internazionale Comunista e delle sue sezioni nazionali.
C'è oggi la tendenza a parlare di questo periodo e di queste discussioni come di fatti appartenenti alla "paleontologia" del movimento operaio. Si è persino coniato il motto di "paleocomunismo" per giustificare ogni rifiuto a fare i conti con questo passato. Eppure è arcinoto che il presente è figlio del passato e che non si può costruire il nostro futuro se non ci rendiamo conto di quello che siamo, di come siamo usciti dal passato: un passato che incombe su di noi con le sue ombre e le sue luci.
Una prima curiosità avrà certamente il lettore sapere quanti eravamo, che tiratura aveva il Bollettino, che consistenza aveva la nostra opposizione. Chi ragiona con il metro del presente, resterà forse deluso. I "tre" non furono mai tre, è vero, ma non fummo mai più di una ventina o una trentina. Le nostre posizioni erano condivise da altri, come Teresa Recchia, membro candidato del CC, eletta al Congresso di Lione, unica donna operaia della direzione; da suo marito, Mario Bavassano, operaio sellaio dirigente dei "gruppi comunisti italiani" in Francia; da vecchi comunisti, come Giovanni Boero, noto dirigente degli operai torinesi.
Particolare e diversa dalla nostra, ma nettamente contraria alla linea staliniana della "maggioranza" era pure la posizione di Ignazio Silone. La storia ha poi mostrato che, a nostra insaputa, le nostre critiche alla svolta erano condivise in carcere anche da Gramsci e Terracini, almeno per quanto riguardava l'Italia e la lotta contro il fascismo.
La nostra opposizione - è evidente - avrebbe avuto un altro peso e un altro sviluppo, nazionale e internazionale, con il sostegno morale, politico e intellettuale di uomini come Gramsci e Terracini. E invece dovemmo batterci da soli e in condizioni difficilissime, ignorando che in carcere Gramsci e Terracini condividevano le nostre posizioni. Tutte, salvo quella della nostra andata a Trotsky. Fuori dal carcere e avendo vissuto la nostra stessa esperienza, essi avrebbero fatto assai probabilmente come noi.
La vita fuori dal Partito e per giunta nell'immigrazione non fu facile, né comoda. Di tutti i tempi, la vita dei gruppi in terra d'esilio - si raccogliessero questi intorno a Marx ed Engels, al tempo dell'emigrazione tedesca, o intorno a Lenin, al tempo di quella russa - è stata una vita grama, fatta di scissioni e di liti senza fine. Anche il nostro piccolo gruppo non sfuggì a questo destino. Gli è che, malgrado la grande presenza di Trotsky, tutte le sezioni costituitesi intorno al Segretariato Internazionale dell'Opposizione, di cui egli era il capo, vivevano in uno stato di fluidità permanente. Fu così anche per il nostro gruppo.
Blasco (Tresso), per incominciare, si stacco da noi subito, per svolgere la sua attività nella sezione francese, in preda, allora, a lotte interne acutissime. Ciò spiega perché il suo nome non appaia fra i collaboratori del Bollettino, di cui però condivideva l'orientamento politico. Questo era in gran parte redatto da me, Pia Carena e Paolo Ravazzoli. Quest'ultimo, in seguito - all'epoca del cosiddetto "entrismo"- abbandonerà l'Opposizione per il Partito socialista di Nenni e di Tasca. Sarà allora che con Blasco decideremo di far uscire “La Verità”; ma la pubblicazione di questo giornale non andrà oltre il secondo numero.
Quali che siano state le vicende dei "tre" sotto l'aspetto individuale, e quello della NOI sul piano organizzativo e politico, il Bollettino rimane un documento da conoscere per gli avvenimenti e le discussioni dell'epoca.
Inutile dire che la stampa era fatta da noi medesimi. La tiratura si aggirava intorno alle duecento-trecento copie. Distribuite ad personam, esse venivano però spedite in tutto il mondo, in particolare alle biblioteche con servizi di lettura. Venivano mandate delle copie anche negli USA e persino a Mosca, oltre che alle redazioni dei vari giornali antifascisti. Il posto dove era più difficile fare arrivare delle copie era purtroppo l'Italia, per mancanza di contatti diretti nel paese. Diverso è il discorso per gli ambienti dell'emigrazione italiana in Francia. All'epoca delle guerra d'Etiopia, però, riusciremo a fare arrivare alle truppe italiane un appello alla fraternizzazione con gli etiopi, tramite dei sudafricani.
Ci fu chi, Claudio Treves, ad esempio, direttore della “Libertà”, settimanale della Concentrazione Antifascista, definì "spade di legno" questi nostri Bollettini, rispetto alle "corazzate" della stampa staliniana o stalinizzata.
Ed era vero. Ma è anche vero che contro gli abusi del potere e contro un sistema di falsità ci si batte come si può: anche con le "spade di legno", se mancano mezzi più possenti ed efficaci.
le nostre non ci sembravano però, "spade di legno". Avevamo con noi la grande tradizione del pensiero e dell'azione marxista, leniniana che si impersonava nella figura di un grande capo rivoluzionario, quale Leone Trotsky, cacciato ormai sulla via dell'esilio. Anche il suo esempio ci dimostrava, del resto, che importante non è l'arma con cui ci si batte. E la nostra causa - la difesa del comunismo internazionale - ci dava la certezza della nostra forza. Poverissimi per i nostri mezzi di esistenza e di lotta, noi pensavamo di superare tutte le difficoltà,oggettive e soggettive grazie alla nostra passione rivoluzionaria e comunista.
Guardavamo con ansia ad ogni passo in avanti del proletariato nel mondo: in Germania, in primo luogo, dove si combatteva l'ultima battaglia contro l'avvento di Hitler, dal cui esito dipendeva tanta parte della nostra lotta contro il fascismo; in Spagna, dove la teoria della rivoluzione permanente apparve in tutta la sua correttezza storica; in Austria, negli USA. Aspettavamo anche i primi sintomi di risveglio del movimento operaio russo, dopo la grande sconfitta rappresentata dalla vittoria dello stalinismo.
Del nostro caro compagno Gramsci, invece, cui dovevamo in fondo, e nonostante certi suoi errati apprezzamenti nei riguardi di Trotsky e dell'Opposizione, il giusto orientamento che ci aveva portato a schierarci con Trotsky e l'Opposizione, non sapemmo più nulla fino alla sua morte. Che incoraggiamento sarebbe stato per noi, sapere che anch'egli dal carcere si opponeva alla linea del socialfascismo e concordava con posizioni nostre e di Trotsky riguardo alla Costituente, al periodi di transizione dal fascismo alla lotta per il potere operaio!
Le maggiori amarezze non ci venivano, infatti, dalle nostre condizioni di fame, in terra straniera, né dalla forza del nemico di classe: la borghesia. Ci venivano invece dalla debolezza del movimento operaio italiano e internazionale, diretto da cattivi o falsi pastori, cui spetta una grande responsabilità e nell'avvento di Hitler prima, e nella sconfitta subita dalla rivoluzione spagnola, poi: premesse entrambe della Seconda guerra mondiale. È storia recente.
Sbagliando si impara, dice un vecchio proverbio. L'esempio del riformismo sta a dimostrare il contrario.
Si impara solo se si paga di persona e si ha poi la forza di ricominciare da capo. A questo punto può servire allora l'esperienza della NOI e la lettura del Bollettino. Dopo le Tesi di Lione questo testo, grazie all'apporto insostituibile di Trotsky, presente quasi in ogni numero, offre un contributo notevole di elaborazione marxista in seno al movimento operaio.
Il sistema capitalista è nuovamente e scopertamente in crisi. Cerca appoggi nelle direzioni riformiste del movimento operaio, ma cozza contro la volontà di lotta delle masse lavoratrici. Chi prevarrà?
Ciò dipende da molti fattori, ma sopratutto dalla capacità dei partiti operai a stabilire esatti rapporti di classe, tra politica ed economia, tra la tattica e la strategia, tra l'immediato e il futuro. Come, con quali parole d'ordine si orientano e si conquistano le masse a una prospettiva rivoluzionaria, comunista?
Le condizioni sociali mutano, ma i principi restano. E sono i principi del marxismo e della esperienza bolscevica che noi cercammo di difendere con l'ausilio di Gramsci e l'impegno diretto a fianco di Trotsky e di quello che all'epoca si chiamava "Movimento per la Quarta Internazionale".
Sono questi i problemi su cui oggi sono chiamate a confrontarsi le nuove generazioni rivoluzionarie, nella lotta per la rinascita del comunismo in Unione Sovietica e per la vittoria del proletariato nel resto del mondo.
In questa lotta la ripubblicazione del Bollettino è solo un modesto contributo, ma mi pare valido.

Roma, 24 gennaio 1976

28.3.18

Pietre (Nello Rosselli)

Nello Rosselli

«Il viandante ansioso di varcare il torrente getta pietre una sull’altra, nel profondo dell’acqua, poi posa sicuro il suo piede sulle ultime che affiorano perché sa che quelle scomparse nel gorgo sosterranno il suo peso».

In Carlo Pisacane e il Risorgimento italiano, 1932

Ray Sugar Robinson. Tre match da ricordare (V.Z.)


In occasione della morte del grande Ray Sugar Robinson, nella pagina dedicata al suo ricordo comparve questo breve articolo siglato V.Z. L'autore dovrebbe essere Vittorio Zucconi. (S.L.L.)
Robinson contro Archer (1965)

Tre match per ricordare Robinson. La sua storia con Jake La Motta ha qualcosa di tormentoso, una rivalità piena di fiele. Il Toro del Bronx battè Sugar una sola volta ma si affrontarono in sei incontri. Più che combattersi, si odiarono.
L'ultimo fu quello più carico di odio. Il 14 febbraio del 1951, Jake era un uomo alla ricerca di un'identità e di un gruzzolo, Robinson un pugile ancora valido e un avversario ancora troppo forte. Il conto dei match era già di 4 vittorie ad una per Robinson. Era il combattimento che tutta la boxe newyorchese aveva voluto per decidere se davvero il Toro del Bronx, idolo di Little Italy, doveva dichiararsi finito davanti a Robinson. E per avere una buonissima stagione per scommettere. Per la prima volta si sale sul ring in un'ora insolita, le 21, per esigenze di contratto tv. La diretta radio italiana andò in onda alle 4. Primo round: tre colpi al viso e due alla figura per Robinson che in finale di ripresa riesce a colpire al naso. La Motta sanguina ma spinge l' avversario sulle corde. 2) C'è un tema fisso: sinistro di Robinson-destro di La Motta, che va avanti per tutta la ripresa; 3) La Motta infierisce per tutto il round ma alla fine subisce un colpo alla figura che lo blocca; 4) La ripresa finisce con La Motta che avanza sorridente: colpisce durissimo sui fianchi, al viso, alla figura. E' un round perso per Robinson; 5) Robinson forse risente dei colpi appena ricevuti. Certo sbanda, colpisce a sua volta ma a vuoto; al suo angolo facce scure. 6) Un gancio di destro alla mascella di La Motta che reagisce con due jab sinistri; 7) Robinson sanguina, ma contiene le sfuriate di La Motta; 8) un violento scambio di ganci alla mascella e al viso da entrambe le parti; 9) La Motta attacca ancora piazzando due montanti. Robinson si impadronisce della sua guardia e fino alla fine del round e ne fa strame. 10) Ampio destro al mento da Robinson per La Motta. 11) Robinson piazza un colpo sotto la cintura ed è ammonito; 12) Robinson va a segno cinque volte al viso in un solo minuto. La Motta arranca, lo insulta, affanna. 13) Robinson lo colpisce con due destri alla mascella, poi altri due sinistri: La Motta è alle corde, è esposto, Robinson lo colpisce come un sacco di pannocchie appeso a un filo. Ko tecnico.
Nel 1952 il match per soldi tocca a lui farlo. Forse è la prima volta che Robinson è costretto a cedere alle lusinghe di chi vuol fare un match per il piacere degli sponsor e della borsa. Al perdente, Rocky Graziano, 88mila dollari. C'è in palio il titolo dei medi. Ma non c'è storia. Rocky Graziano non gli resiste che tre riprese, poi va giù senza tante storie. Vale più raccontare l'episodio del peso. Il manager di Robinson, davanti ai pugili nudi sulle bilance, chiede di poter fare una dichiarazione: “Spero che Ray possa incrociare presto i guanti con Turpin, Olson e Glemmer, i pugili che sono in grado di impegnarlo”. Si disse che il Ko di Graziano cominciasse in quello spogliatoio.
Robinson comunica il suo ritiro dal ring
Ultimo capitolo; il più triste. Quel 10 novembre del 1965 il palazzetto dello sport di Pittsburg è gremito di 2200 persone. C'è il vecchio Ray Sugar Robinson, 44 anni suonati, che vuole rientrare nel giro. Ma per tutti è un raccattaborse di fortuna, fa quasi pena vederlo ancora combattere. Il match con Joey Archer comincia con un atterramento, va sulle corde, poi scende lento verso il tappeto. Si affloscia mentre l'arbitro conta. A nove, alle soglie della sconfitta, si rialza e porta a termine il match. Battuto ma in piedi. E ad Archer toccano più pugni di quelli programmati. Seconda, terza, fino alla decima ripresa. La carriera di Robinson si conclude in piedi, suonata di pugni, ma in piedi. Aveva ragione Jake La Motta, che aveva nutrito l'ultima parte della sua vita facendo da sparring partner ai suoi avversari: “La sua forza non è mai stata fisica, ma nella mente, qui (indicava la testa) è un mostro, è un pugile mentale”. Subito dopo il match Robinson dettò una dichiarazione d' abbandono: “Volevo rientrare nel giro, invece debbo andarmene, ormai sono vecchio e non voglio dar pugni in cambio di soldi, voglio rientrare nel giro; se non è possibile, basta così”.
Due anni dopo gli riconoscono l'ingresso nella Boxe Hall of Fame, il massimo riconoscimento sportivo americano.

“la Repubblica”, 14 aprile 1989

Grazie alle rose ... Uno Haiku di Iida Dakotsu (Giappone 1885 - 1962)

Iida Dakotsu
Grazie alle rose d'inverno,
il profumo della terra
si è slanciato verso l'alto.

da Il grande libro degli Haiku, Castelvecchi, 2005, Traduzione di Irene Starace

La santità del nulla. Una lettera di Pier Paolo Pasolini a Sandro Penna (1970)

Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini

Roma, febbraio 1970

Caro Sandro,
non è forse giusto ch’io ti dica a te cose che riguardano te, e che ti dipingono con tanto amore. Io ho un culto di te. E, come tutti i culti, mi dà il rimorso di non essere cosi forte e fedele da praticarlo degnamente. Ciò lo dico come se ambedue fossimo morti, e la vita non ci toccasse dunque più con la sua miseria, che giorno per giorno, ora per ora, contraddice ciò che tu sei e ciò che io penso tu sia. E la vita nella sua totalità, come se noi l’avessimo del tutto adempiuta (e di fatto è quasi così) che ora io guardo. In questa vita tu ti sei tenuto in disparte, a contemplarla, come un animale buono, che qualche volta deve pur nutrirsi, e allora e costretto a predare, non potendo vivere di pura contemplazione, di «gioia e dolore di esserci». Avrai dunque compiuto anche tu i tuoi peccati, e anche la tua coscienza avrà laboriosamente lottato per giustificarsene. E ciò ti avrà reso patetico come il personaggio di una grande opera, che quasi non canta. Questa tenerezza della miseria umana ti circonda come un’aureola terrestre intorno a un capo celeste. Non dico che queste parole ti rappresentino del tutto fedelmente, e che possano prestarsi a qualche equivoco, per un estraneo che legga questa nostra lettera intima: sì, infatti oltre che miseramente patetico, sei anche un po’ buffo. E ciò contraddice alla tua immagine santa che sto delineando. Contraddice, intendo, nei termini usuali con cui si discorre: in realtà tutti i santi sono patetici e buffi.
In cosa consiste la tua santità? Nel silenzio con cui hai rinunciato alla vita e al suo godimento cosi come è inteso nella nostra parte di storia in cui siamo apparsi su questa terra. Ripeto, hai cercato il tuo godimento altrove, in cose considerate da tutti futili, remote, incomprensibili, infantili e sconvenienti. Anche tu sei stato, ripeto, un po’ predone di quella realtà che forse dovrebbe essere unicamente contemplata. Ma è proprio da questi tuoi momenti di peccato in cui sei venuto meno alla regola della rinuncia e della umile, silenziosa, monastica protesta contro il mondo, così sublime e così inaccogliente che tu hai trovato le ispirazioni per la tua poesia. Essa consiste nell’osservazione lieta e priva di ogni speranza delle cose (per te pochissime, anzi forse una sola) che si possono cogliere nel mondo per sopravviverci; ma questa osservazione è compiuta nel silenzio del luogo dove non si vive più ma, appunto, si contempla soltanto. La tua esclusione di te stesso da un mondo che del resto ti escludeva è stata una lunga ascesi, fatta di notti e di giorni, in cui si ride e si piange, come ingenui personaggi di opere romantiche senza né principio né fine, con le loro croci e le loro delizie: una lunga ascesi in cui, anziché pregare, hai cantato le forme del mondo lontano. Che ciò abbia fatto di te - oltre che un santo anarchico e un precursore di ogni contestazione passiva e assoluta - forse il più grande e il più lieto poeta italiano vivente - è un discorso che si svolge su un piano molto più basso di quello di questa lettera incerta e incompleta, che riguarda più la tua poesia vissuta che la tua poesia scritta. È la prima infatti a contare, per chi, appunto perché educato e come tolto a se stesso da un lungo amore per la poesia, riesce a intravedere ciò che vale al di fuori di ogni valore: la santità del nulla.

Da Vita attraverso le lettere, a cura di Nico Naldini, Einaudi 1994

Antifascismo (Carlo Rosselli)

Carlo Rosselli

«Di fronte al progressivo consolidarsi del fascismo, la nostra sistematica opposizione corrisponde ad un regolamento di conti fuori della storia: forse non avrà apparentemente nessuna positiva efficacia; ma io sento che abbiamo da assolvere una grande funzione dando esempi di carattere e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare» (Carlo Rosselli, Antifascismo perché, 12 gennaio 1925)

Riforma e Controriforma. Oltre il mito della rivoluzione luterana (Marina Montesano)


Si è appena chiuso l’anno nel quale convegni e pubblicazioni hanno ricordato l’anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero sul portone della chiesa di Ognissanti del castello di Wittenberg, il 31 ottobre 1517. Senonché, come già ricordava Adriano Prosperi (Lutero. Gli anni della fede, Mondadori), in base a un dibattito sulla vicenda già acceso da tempo, è probabile che questo atto fondatore non sia nemmeno mai avvenuto.
Le tesi avrebbero avuto una circolazione inizialmente meno spettacolare, all’insegna della ricerca di un accordo, cosa peraltro in linea con la personalità di Martin Lutero. Una nuova, corposa biografia del riformatore tedesco, scritta da Silvana Nitti (Lutero, Salerno, pp. 528, euro 29), ripercorre la vicenda, affermando: «Non è da escludere la possibilità che le tesi siano state effettivamente affisse al portale della chiesa che era, in quanto chiesa della residenza ufficiale dell’Elettore, fondatore e patrono dell’università, normalmente usata per gli avvisi o per il materiale didattico; una specie di bacheca dell’ateneo, insomma. Ma è certo che la critica al mito del 31 ottobre 1517 (…) resta pienamente valida proprio in quanto si tratta di un gesto niente affatto sconvolgente».
È da tempo, peraltro, che la rivoluzione del luteranesimo viene riconsiderata alla luce del contesto e del fatto che la cultura del fondatore fosse in realtà ancorata nella tradizione precedente, quella che siamo soliti chiamare «medievale». Ed è quanto fa anche Silvana Nitti ripercorrendo con ordine la vicenda del teologo agostiniano sassone. La causa immediata della rivolta fu la stanchezza per la riscossione delle tasse ecclesiastiche («decime»).
Martin Lutero insorse contro la corrotta Chiesa di Roma nel nome della libertà di coscienza, dell’annullamento della separazione tra chierici e laici («sacerdozio universale»), del libero esame delle Scritture contro l’autorità gerarchica ecclesiale, del valore simbolico (e non reale) dell’eucarestia.
La «fede riformata» di Lutero si precisò nel 1530 alla dieta di Augusta, nella quale, su richiesta di Carlo V, che voleva aver chiari i limiti della Riforma, il teologo Filippo Melantone presentò un documento, la Confessio Augustana, in 28 punti. Il disaccordo tra l’imperatore e i principi che avevano aderito alla Riforma si precisò nella dieta di Smalcalda, nella quale essi presentarono una loro «protesta» formale contro il sovrano. Dopo un periodo di scontri militari e di trattative, si giunse alla pace di Augusta del 1555, nella quale si stabilì il principio cuius regio, eius religio: i territori avrebbero dovuto seguire la religione del loro rispettivo principe.
Alcuni principi tedeschi accettarono infatti la Riforma proposta da Lutero, almeno in parte per incamerare i beni della Chiesa. Ma repressero con durezza i movimenti religioso-popolari e contadini (come gli anabattisti di Thomas Müntzer) che avrebbero voluto «l’avvento del Regno dei Cieli sulla terra», cioè inaugurando un nuovo ordine evangelico ed egalitario.
Riformare la Chiesa in modo da ricondurla alla purezza dell’età apostolica era stato in effetti un vecchio sogno dei cristiani. L’adagio reformare reformata («conferire di nuovo la forma corretta a quanto si è deformato») era molto popolare nel medioevo almeno fin dall’XI secolo: e molte erano state le riforme tentate, sia dalla gerarchia sia dai fedeli, nel corso dei secoli XI-XV. Ma la situazione di mondanità della Chiesa nel Quattrocento era divenuta insostenibile.
I movimenti popolari e anche dottrinali del Quattrocento, soprattutto quelli guidati da John Wycliff in Inghilterra e da Jan Hus in Boemia, erano stati determinati dal disagio dello spettacolo d’una Chiesa corrotta da parte di intellettuali e fedeli che l’avrebbero invece voluta vedere povera, lontana dall’esercizio del potere mondano e della ricchezza, aderente allo spirito del Vangelo. Ma l’Inquisizione li aveva sempre repressi. La differenza, nel XVI secolo, fu data dal fatto che le condizioni generali erano ormai cambiate.
La Riforma di Martin Lutero si sviluppò dunque, rispetto ai tentativi del passato, appoggiandosi agli stati e ai poteri costituiti, ma essa inaugurava anche un periodo per l’Europa fatto di guerre e crisi profonde, come mostra la lettura di Mark Greengrass, La Cristianità in frantumi, Europa 1517-1648 (Laterza, pp. 820, euro 38). In Inghilterra, Enrico VIII aveva accettato la Riforma sotto il profilo disciplinare, che gli consentiva di staccare la Chiesa d’Inghilterra dall’obbedienza al papato romano e di porla sotto il suo diretto controllo: per il resto, però, teologia e liturgia restavano quelle cattoliche.
Sotto i suoi successori Giacomo I ed Elisabetta I, la Chiesa anglicana andò progressivamente accettando influenze protestanti. Il calvinismo, fondato da Giovanni Calvino, si andò affermando in parte della Svizzera, in Scozia (dove nel 1560 il parlamento abolì il cattolicesimo per abbracciare il «presbiterianesimo» di John Knox) e in Olanda.
In Svizzera, insieme a cantoni che restavano cattolici o luterani, Ginevra fu calvinista mentre altrove si affermarono le dottrine zwingliane e quelle di Guillaume Farel. Le comunità valdesi aderirono alla Riforma. Germania, Boemia, Moravia e Ungheria si divisero tra cattolici e luterani. I gruppi riformati in Italia e in Spagna furono duramente repressi e non incontrarono appoggio a livello popolare.
Tra la metà del XVI secolo e quella del XVII l’Europa fu dilaniata da vere e proprie «guerre di religione», che si sommarono a conflitti politici e sociali. In Francia, nel 1559 un sinodo nazionale calvinista definì quella confessione (gli aderenti alla quale assunsero il nome di «ugonotti»), ch’era forte soprattutto nell’aristocrazia ed era vicina anche alla corte. Dopo alterne vicende (famosa la «Notte di San Bartolomeo», 24 agosto 1572) una vera e propria guerra civile si concluse con l’ascesa al trono di Enrico di Borbone, capo degli ugonotti, che – col nome di Enrico IV – si convertì al cattolicesimo assicurando ai suoi ex-correligionari le libertà essenziali.
La guerra «dei Trent’anni» (1618-1648), nata come conflitto religioso, ma complicata dall’alleanza tra la Francia e i protestanti tedeschi, si chiuse nel 1648 con le paci di Westfalia che modellarono la mappa religiosa europea definitiva. A parte Scozia e Irlanda, dove fra Sei e Settecento le persecuzioni protestanti si dettero a massacri indiscriminati contro i cattolici, eliminandoli o quasi dalla Scozia e dall’Irlanda settentrionale. In tempi come i nostri, nei quali si prova a ricucire il rapporto fra comunità, confessioni e Chiese che sono state separate anche nel sangue, ricostruire questa storia è più importante che celebrare anniversari.

il manifesto – 10 febbraio 2018

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