31.7.19

Il giornale dei gatti. Una poesia di Gianni Rodari



I gatti hanno un giornale
con tutte le novità
e sull’ultima pagina
la «Piccola Pubblicità».

«Cercasi casa comoda
con poltrone fuori moda:
non si accettano bambini
perché tirano la coda».

«Cerco vecchia signora
a scopo compagnia.
Precisare referenze
e conto in macelleria».

«Premiato cacciatore
cerca impiego in granaio».
«Vegetariano, scapolo,
cerca ricco lattaio».

I gatti senza casa
la domenica dopopranzo
leggono questi avvisi
più belli di un romanzo:

per un’oretta o due
sognano ad occhi aperti,
poi vanno a prepararsi
per i loro concerti.

Filastrocche in cielo e in terra,Einaudi, 1960

29.7.19

Memoria come domani - Bruno Enei, una storia strappata all’oblio (Salvatore Lo Leggio, Il Ponte n.3 Luglio 2019)

Bruno Enei comandante partigiano. Nella foto il terzo da sinistra

La vicenda umana di Bruno Enei ha tratti romanzeschi. A un’infanzia in Brasile, dov’era nato nel 1908 da una famiglia di emigranti marchigiani, braccianti in una piantagione di caffè, succede, quand’è adolescente, un soggiorno in Italia che diventa permanenza, in carico a uno zio che gestisce i poderi della sua famiglia. Resta per studiare, nonostante le difficoltà economiche: il seminario a Fermo, la maturità da privatista a Gubbio, Lettere all’Università di Pisa; solitudine e sradicamento non deprimono l’esuberanza fisica e l’attività sportiva, la simpatia umana e la capacità di stabilire relazioni amicali. Fondamentale è la ricerca di maestri, nei libri (Mazzini, Foscolo) come nella vita (Attilio Momigliano e, soprattutto, Aldo Capitini). Alla laurea seguono l’insegnamento, la cospirazione antifascista (nelle reti liberalsocialiste), l’amore e il matrimonio; indi la guerra fascista e la Resistenza partigiana nell’Alto Tevere, in un ruolo di comando che richiede energia e coraggio. Intorno a una strage nazista di civili a Gubbio verrà imbastita e periodicamente rilanciata – non solo dai fascisti – una subdola campagna di calunnie che lo coinvolge attraverso l’infondata accusa di avere provocato, con azioni temerarie, la rappresaglia.
Nel tempo della ricostruzione democratica Enei è in prima fila come militante socialista, giornalista, collaboratore di Capitini nell’esperienza dei Cos (Centri di orientamento sociale), ma anche oggetto di malevole polemiche, soprattutto da parte di clericali, massoni e comunisti; sono grandi in lui la disillusione e lo scoramento per la nuova Italia repubblicana ove il predominio democristiano nel governo sembra assumere i caratteri di una restaurazione e il predominio comunista nell’opposizione imprime su di essa i segni dello stalinismo. Enei finirà per tornare in Brasile ove insegnerà Letteratura Italiana in una università periferica (Ponta Grossa) e morirà relativamente giovane, nel 1967, per un infarto durante il funerale di un amico.
Come si vede, materiali per un romanzo biografico o per una biografia romanzata non ne mancano, ma Lanfranco e Marta Binni, autori di Storia di Bruno Enei. Il dovere della libertà (Firenze, Il Ponte Editore, 2019, pp. 216), hanno seguito un’altra via: quella del rigore storiografico, della documentazione rintracciata con fatica, accuratamente vagliata e puntigliosamente confrontata.
La genesi del libro è raccontata da Lanfranco Binni nel capitolo introduttivo, Alla ricerca di Bruno Enei» il cui titolo riprende quello di un articolo a sua firma apparso sul mensile umbro «micropolis» nel febbraio del 2015, un colloquio con Maurizio Mori, compagno di Enei e di Walter Binni nel dopoguerra, interamente riportato nel libro. La domanda che ha guidato gli autori è grosso modo la stessa che caratterizzava l’intervista a Mori, e cioè: «Come è potuto accadere che una figura come Enei, che nelle cronache del tempo appare come un protagonista della Resistenza antifascista e della nuova democrazia repubblicana, sia quasi totalmente scomparso dalla storia u#ciale di Perugia e dell’Umbria? E come è potuto accadere in una regione che, fortunatamente, non ha mai smesso di coltivare memorie antifasciste?».
Per questo indagare su una rimozione, la Storia di Bruno Enei ricorda due libri di qualche lustro fa, belli e importanti: il Mistero napoletano di Ermanno Rea (Milano, Feltrinelli, 1995), che rievoca il suicidio di Francesca Spada, dirigente del Pci napoletano negli anni del dopoguerra, e l’Odissea Rossa di Didi Gnocchi (Torino, Einaudi, 2001), storia di un fondatore del Pci, Edmondo Peluso, giornalista di genio, risucchiato nel buco nero delle purghe staliniane in Urss, ma ancor piú cancellato e quasi sparito nelle storie ufficiali. La differenza sta nelle modalità della comunicazione. I libri di Rea e Gnocchi erano centrati sull’indagine: i silenzi, le omertà e gli ostacoli da sormontare, i muri da abbattere, gli stessi inganni della memoria; nell’opera dei Binni il percorso della ricerca e le sue difficoltà sono rappresentati nel capitolo introduttivo, per il resto tutto lo spazio è lasciato a Enei, la cui biografia è seguita da un inserto fotografico e da una scelta di scritti. Questa separazione non nuoce affatto alla “leggibilità”, giacché Marta e Lanfranco Binni, pur fuggendo dal romanzesco, hanno prodotto un racconto che del romanzo sembra possedere la polifonia, visto che utilizza e incrocia, spesso riprendendoli per intero, documenti di tipologia e provenienza assai varie: relazioni ufficiali e non, articoli di giornale, lettere, memorie, testimonianze orali.
Il momento di svolta nella narrazione, la “conversione” di Enei, può individuarsi nell’incontro con Aldo Capitini nei primi anni trenta, da cui scaturisce un rapporto duraturo. Lo spiega l’inedito Per imprimere bisogna esprimere in cui Enei rievoca l’impatto sul suo animo giovanile del capitiniano rifiuto della violenza e l’originale interpretazione della vita e dei compiti dell’uomo contenuta in un fondamentale libro del maestro, gli Elementi di un’esperienza religiosa del 1937, definito «una specie di nuovo Evangelo» per le generazioni giovani cresciute sotto il fascismo. «Non l’individuo come diritto – scrive Enei –, come atomo ed egoista; ma l’individuo come dovere religioso, come centro. Il vecchio individuo poteva e non poteva, doveva e non doveva; e la sua libertà si esauriva tutta nell’accettare o no quello che la storia e la tradizione gli offrivano. Invece l’individuo nuovo doveva impegnarsi, e la sua libertà consiste in un obbligo di scegliersi la sua strada in se stesso, nella sua persuasione, nel suo interno al di sopra e al di fuori di ogni conformismo e di ogni mito, di ogni dogma».
È qui ottimamente riassunta una tesi centrale di Capitini per il quale è fragile ogni impegno civile che non abbia alla base domande radicali, “religiose”, sul destino e il dovere di ciascun uomo nel mondo ed è poca cosa una rivoluzione politica che non sia anche etica. La Storia scritta da Lanfranco e Marta Binni è coerente con il personaggio e con il suo approccio “capitiniano” alle cose del mondo: oggettivo e soggettivo, pubblico e privato risultano strettamente connessi e la figura di Enei emerge nella sua grandezza.
Nel racconto e nella documentazione che lo accompagna si possono trovare peraltro molti motivi di interesse: uno, per me assai importante, è la verifica sul campo di come la secolare “miseria” italiana, fatta di menzogne, privilegi di casta, intrighi e camarille, sia riuscita finora a soffocare ogni sogno di rinascita, ogni impegno fattivo per realizzarla. A Perugia, come probabilmente nelle altre cento città e nei tanti paesi d’Italia, sono presenti e all’opera, fin dalla Liberazione, forze che lavorano per una restaurazione delle gerarchie sociali vigenti sotto il fascismo e nel prefascismo. Enei è tra i primi ad avere piena consapevolezza di questo lavorio sottotraccia: quando tra l’autunno del ’44 e il giugno del ’45 è incaricato della direzione del «Corriere di Perugia», organo del Comitato provinciale di liberazione, la inaugura con un editoriale dal titolo emblematico, Le due forze, e la prosegue impegnando il giornale su temi scabrosi, ma decisivi, come l’epurazione.
Tra le battaglie di rinnovamento civile ed etico che nel fervore di quel primo dopoguerra Enei combatte al fianco di Capitini ce n’è una che investe la potente e pervasiva casta clericale. Intorno a una lezione tenuta a Perugia, nell’Università per Stranieri retta da Capitini, da Ernesto Bonaiuti, uno tra i piú colti e agguerriti esponenti del “modernismo cattolico”, vittima nel ventennio fascista di una doppia, accanita persecuzione, da parte della gerarchia ecclesiastica e da parte del regime, era nata una dura polemica, culminata in una sorta di contraddittorio pubblico sul tema della libertà religiosa tra un paio di dotti prelati ed Enei. Il suo intervento viene ripetutamente interrotto dalla gazzarra organizzata dai clericali, ma il testo scritto che opportunamente i Binni riportano per intero, ottimamente pare coniugare vissuto, polemica antidogmatica e tensione libertaria. È a una sua centrale formulazione che allude il titolo del volume: dopo aver asserito che la libertà è «un non dogma, un antidogma che impegna l’uomo sulla terra e nella storia, dinanzi alle sue responsabilità», Enei dichiara che «la libertà è un dovere, è un valore continuo, creatore, mezzo e fine per sé e per gli altri». In un altro passaggio dell’intervento egli esplicita la sua diffidenza contro l’altra chiesa che in quel momento sembra opporsi alla libertà, in antitesi alla Chiesa cattolica, ma a essa simile in molti aspetti: «La Chiesa combatte il comunismo per amore della libertà o perché quel regime, fondato su una disciplina e su principi saldi e universali, costituisce il suo piú diretto e consequenziale avversario, pur dichiarandosi agnostico in religione? Io sono propenso a credere piú alla seconda ipotesi».
L’impegno libertario e costruttivo di Bruno Enei, di una rivoluzione sociale fondata sul dialogo e la partecipazione dal basso, in una città come Perugia trova ostacoli anche nello stesso Partito socialista in cui milita, in particolare in quel notabilato massonico che ne ha occupato alcuni posti chiave. In sintonia con Walter Binni, che nella primavera del 1946 ne è sempre piú il leader riconosciuto, riuscirà a far espellere dal Psiup un paio di esponenti massoni tra i piú tronfi e intriganti. Nella Storia di Bruno Enei si recuperano episodi anche divertenti di quella battaglia. Ma logge e sagrestie non dimenticano: è effetto soprattutto di trame provenienti da siffatti ricettacoli e della complice acquiescenza dei comunisti, la cacciata di Aldo Capitini dall’Università per Stranieri compiutasi nell’aprile del 1947. Intanto, dopo la scissione di Palazzo Barberini tra il Psi di Nenni e il Psli di Saragat, Bruno Enei e il suo amico Walter Binni rimangono – come altri socialisti – senza partito, rifiutando sia la subalternità al Pci sia il moderatismo filooccidentale.
Da Perugia tra il 1947 e il 1948 c’è una sorta di diaspora: Capitini lascia la città per ritrovare l’occupazione alla Scuola Normale Superiore di Pisa; Walter Binni, ancora deputato alla Costituente, sceglie la carriera universitaria che lo porterà prima a Genova, poi a Firenze e Roma; Enei, spinto anche dalle difficoltà economiche, tornerà in Brasile. Faticosamente troverà un ruolo di professore universitario e otterrà perfino qualche riconoscimento, ma quel ritorno sarà sempre vissuto con l’amarezza di un esilio, come conseguenza di una sconfitta non soltanto personale.
Eccellente mi pare la scelta di scritti di Enei che costituisce l’ultima parte del libro: un saggio sul Mazzini che risale agli ultimi anni trenta e ne attualizza lo spiritualismo, articoli politici e notiziari militari sul «Corriere di Perugia», la tesi di laurea sul Belli rimaneggiata in Brasile negli anni cinquanta, ma risalente ai primi anni trenta, quando il canone crociano riservava al grande poeta romano un rango di “minore”, addirittura collocandolo sotto Pascarella e Trilussa. Vivamente consigliata è la lettura attenta dei resoconti sulle riunioni del Cos di Perugia, ideato e diretto da Aldo Capitini, tra gli ultimi mesi del 1944 e i primi del 1946: se ne possono trarre indicazioni ancor oggi valide sulla partecipazione popolare e la democrazia diretta.
Una conclusione che non è conclusione. Lanfranco Binni, stavolta in collaborazione con la figlia Marta, conclude con questo libro una sorta di trittico perugino rappresentato da Aldo Capitini, Walter Binni e Bruno Enei, tre maestri il cui esempio e la cui lezione etico-politica sono stati sottratti a una sterilizzante beatificazione o all’oblio organizzato per essere consegnati alle nuove generazioni italiane anche negli aspetti piú aspri, piú difficili da accettare e seguire. Un lavoro analogo andrebbe fatto con altri: Mario Mineo, Franco Fortini, Sebastiano Timpanaro, Raniero Panzieri, Leonardo Sciascia, tanto per fare qualche nome, ma anche nomi diversi, ai piú sconosciuti ma degni di attenzione come quello di Enei. Sono grandi risorse per farci uscire dall’oscurità in cui siamo piombati.

Dio mi è testimone che sono scemo... (Umberto Eco)



L’altra mattina a Madrid ero a colazione col mio re. Non vorrei essere frainteso: pur essendo di fieri sentimenti repubblicani, due anni fa sono stato nominato duca del Regno di Redonda (col titolo di Duque de l’Isla del Dia de Antes) e questa dignità ducale condivido con Pedro Almodóvar, Antonia Susan Byatt, Francis Ford Coppola, Arturo Pérez-Reverte, Fernando Savater, Pietro Citati, Claudio Magris, Ray Bradbury e alcuni altri, tutti in qualche modo uniti dalla comune qualità di essere simpatici al re.
Dunque, l’isola di Redonda sta nelle Indie Occidentali, misura trenta chilometri quadrati (un fazzoletto), è del tutto disabitata e ritengo che nessuno dei suoi monarchi vi abbia mai messo piede. L’aveva acquistata nel 1865 un banchiere, Matthew Dowdy Shiell, che aveva chiesto alla regina Vittoria di costituirla in regno autonomo, ciò che la graziosa maestà aveva fatto senza problemi perché non vi vedeva alcuna minaccia per l’impero coloniale britannico. Nel corso dei decenni l’isola era passata sotto vari monarchi, alcuni dei quali avevano venduto il titolo più volte, provocando risse di pretendenti (e se volete sapere tutta la storia pluridinastica cercate Redonda su Wikipedia), e nel 1997 l’ultimo re aveva abdicato a favore di un famoso scrittore spagnolo, Javier Marìas (ampiamente tradotto anche in Italia), il quale ha cominciato a nominare duchi a destra e a manca.
Ecco tutta la storia, che naturalmente sa un poco di follia patafisica, ma insomma, diventare duca non è cosa da tutti i giorni. Il punto tuttavia non è questo: è che nel corso del la nostra conversazione Marìas ha detto una cosa sulla qua le vale la pena di riflettere. Si discuteva sul fatto evidente che oggi la gente è disposta a fare carte false pur di apparire su un teleschermo, anche solo come l’imbecille che fa ciao ciao dietro all’intervistato. Recentemente in Italia il fratello di una ragazza barbaramente assassinata, avendo dolorosamente sfiorato gli onori della cronaca, è andato da Lele Mora a chiedere un ingaggio televisivo per poter fare fruttare quella sua tragica notorietà, e sappiamo di chi, pur di apparire alla ribalta della cronaca, è disposto a dichiararsi cornuto, impotente o truffatore, né è ignoto agli psicologi criminali che ciò che muove il serial killer è il desiderio di essere scoperto e diventare celebre.
Perché questa follia, ci si domandava? Marìas ha avanzato l’ipotesi che quanto accade oggi dipenda dal fatto che gli uomini non credano più in Dio. Un tempo gli uomini erano persuasi che ogni loro azione avesse almeno uno Spettatore, che conosceva tutti i loro gesti (e i loro pensieri), poteva comprenderli o all’occorrenza condannarli. Si poteva essere un reietto, un buono a nulla, uno “sfigato” ignorato dai propri simili, che un minuto dopo la sua scomparsa sarebbe stato dimenticato da tutti, ma si nutriva la persuasione che almeno Uno sapesse lutto di noi.
“Dio sa che cosa ho sofferto,” si diceva la nonna inferma, abbandonata dai nipoti, “Dio sa che sono innocente,” si consolava chi era stato condannato ingiustamente, “Dio sa quanto ho fatto per te,” diceva la madre al figlio sconoscente, “Dio sa quanto ti amo,” gridava l’amante abbandonato, “Solo Dio sa quante ne ho passate,” lamentava lo sciagurato delle cui svenirne non importava niente a nessuno. Dio era sempre invocato come l’occhio a cui nulla sfuggiva e il cui sguardo dava senso anche alla vita più grigia e insensata.
Scomparso, rimosso questo Testimone onniveggente, che cosa rimane? L’occhio della società, l’occhio degli altri, a cui bisogna mostrarsi per non sprofondare nel buco nero dell’anonimato, nel vortice della dimenticanza, anche a costo di scegliere il ruolo dello scemo del paese che si mette in mutande e balla sul tavolo dell’osteria. L’apparizione sullo schermo è l’unico succedaneo della trascendenza, e ne è un succedaneo tutto sommato gratificante: ci si vede (e ci vedono) in un aldilà, ma in compenso in quell’aldilà tutti ci vedono qua, e mentre qua ci siamo anche noi - pensate che vantaggio, godere di tutti i vantaggi dell’immortalità (sia pure assai rapida e transeunte) e avere nel contempo la possibilità di essere festeggiati a casa nostra (in terra) per la nostra assunzione nell Empireo.
Il guaio è che in questi casi si equivoca sul doppio significato del “riconoscimento”. Tutti aspiriamo a che vengano “riconosciuti” i nostri meriti, o i nostri sacrifici, o qualsiasi altra nostra bella qualità; ma quando, dopo essere apparsi sullo schermo, qualcuno ci vede al bar e ci dice "l'ho vista ieri in televisione” semplicemente “riconosce te , ovvero la tua faccia — il che è cosa assai diversa.

Da “L'Espresso” una bustina di Minerva del 2010 – ora in Pape Satàn Aleppe, La Nave di Teseo, 2016

La poesia del lunedì. Octavio Paz (Città del Messico 1914 - 1998)



Destino del poeta
Parole? Sí, d’aria,
e nell’aria perdute.
Lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere l’aria sulle labbra,
un soffio vagabondo senza contorni,
breve aroma che l’aria disperde.

Anche la luce in se stessa si perde .

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Destino del poeta
¿Palabras? Sí, de aire,
y en el aire perdidas.
Déjame que me pierda entre palabras,
déjame ser el aire en unos labios,
un soplo vagabundo sin contornos
breve aroma que el aire desvanece.

También la luz en sí misma se pierde.

In Poeti ispanoamericani del '900, a cura di Francesco Tintori Montalto, Bompiani 1987 Traduzione S.L.L.

Il Cardinale Mazzarino e i segni del potere (Umberto Eco)


Diciamoci la verità. Quel che sapevamo del Cardinal Mazzarino (al di là di un nome intravisto sui libri di testo verso la fine della guerra dei trent’anni) lo avevamo appreso dal Dumas di Vent'anni dopo. Odiosissimo cardinale, che le traduzioni popolari scrivevano con una sola zeta, squallida figura di lestofante e simulatore a petto del grande suo predecessore, il gran Richelieu che sapeva colpire i nemici e dare un brevetto di capitano ai moschettieri che se lo meritavano. Mazzarino mente, manca di parola, è tardo nel pagare i debiti, fa avvelenare il cane del duca di Beaufort che era stato addestrato a rifiutarsi di saltare in suo onore. È un guitto italiano, e Beaufort lo dipinge come “l’illustrissimo facchino Mazzarino”. È vile, spergiuro, codardo e si infila nottetempo nel letto di Anna d’Austria, che in altri tempi aveva saputo amare uomini della tempra di Buckingham. Possibile che Mazzarino fosse così gaglioffo? D’altra parte sapevamo che Dumas, quando parlava di personaggi storici, non inventava: coloriva, sceneggiava, ma stava attento alle fonti, ai cronisti, ai memorialisti, anche per tratteggiare i personaggi di fantasia, immaginiamoci dunque con un uomo del peso di Mazzarino. Quindi ci fidavamo.
Non so se Dumas conoscesse questo Breviario dei Politici secondo il Cardinale Mazzarino che ora viene ripubblicato da Rizzoli nella collana “Il ramo d’oro”, con una penetrante prefazione di Giovanni Macchia. Avrebbe potuto, perché l’operetta esce in latino nel 1684, da un improbabile editore di Colonia, ma viene ampiamente tradotta e circola per i secoli successivi (questa edizione riproduce la prima traduzione italiana del 1698). C’è da pensare che ne abbia solo sentito parlare. Perché, a parlarne, e a riassumerlo in breve, ne può venire fuori un Mazzarino alla Dumas, machiavellico da strapazzo che si ingegna di combinare il proprio aspetto esteriore e i propri festini, le proprie parole e i propri atti, in modo da ingraziarsi i padroni e mettere nei guai 1 propri nemici gettando il sasso e nascondendo la mano. Ma a leggerlo bene, come ci induce Macchia, il personaggio che ne vien fuori, se è pur sempre quello che Dumas ha azzeccato, per lo meno ci sbigottisce per la complessità, la consapevolezza, l’alto rigore teoretico della sua pianificata e umanissima gagliofferia.
Il libro, si dirà, non è suo, appare come una silloge delle sue massime, dette o praticate che fossero. Perché allora non leggerlo come una satira, intesa così come per molti si è interpretato Machiavelli, come l’opera di uno smaliziato moralista che fingendo di dar consigli al principe gli allor ne sfronda ed alle genti svela? Ma il fatto è che, chiunque abbia scritto il libello, se non era Mazzarino era qualcuno che prendeva sul serio quel che scrive, perché nel Seicento - come ricordava Croce nella Storia dell'età barocca in Italia - “l’arte del simulare e del dissimulare, dell’astuzia e dell’ipocrisia, era, per le condizioni illiberali della società di allora, assai praticata, e forniva materia agli innumerevoli trattati di politica e di prudenza”.
Il libro di Machiavelli era semmai un trattato dell’imprudenza, l'ardire proclamare a gran voce che cosa il Principe dovesse fare per il bene comune. Ma di mezzo c’è la Controriforma e la casistica gesuitica: i trattatelli del Seicento dicono semmai come difendersi in un mondo di principi infidi e ormai troppo coscientemente machiavellici, per salvare o la propria dignità interiore, o la propria integrità fisica, o per fare carriera.
Prima di questo breviario del Mazzarino appaiono sulla scena culturale due altri breviari, ben più noti: L'oracolo manuale o arte di prudenza di Baltasar Graciàn (1647) e il Della dissimulazione onesta di Torquato Accetto (1641). C’era di che ispirarsi, ma il breviario di Mazzarino pare originale nei propri spudorati intenti. Graciàn e Accetto non erano uomini di potere, e la loro dolente meditazione concerne le tecniche con cui, in una età difficile, ci si poteva difendere dai potenti. Per Graciàn il problema era di come armonizzarsi coi propri simili subendo il minor danno possibile (e di danni ne subì in vita sua, né fu tanto prudente quanto predicava) e per Accetto la questione non era di simulare ciò che non è (ché sarebbe stato inganno) ma di dissimulare ciò che si è, per non irritare troppo gli altri con le proprie virtù (il suo problema non era come arrecar danno ma come non patirne). Mazzarino no, stende il programma di un uomo che, imparando i modi di ingraziarsi i potenti, di farsi benvolere dai propri soggetti, di eliminare i propri nemici, tenga saldamente in mano, con tecniche simulatorie, il potere.
Simulazione, non dissimulazione. Mazzarino (o chi ha scritto il libretto) non ha niente da dissimulare: non ha niente perché egli è solo ciò che produce come propria immagine esterna. Si veda il primo capitolo, simulatoriamente intitolato “Conosci te stesso”. Inizia con un aforisma sulla necessità di esaminarsi attentamente per vedere se si ha nell’animo qualche passione (peraltro, anche qui la domanda non è “chi sono?” ma “come mi manifesto a me stesso?”) e immediatamente procede, con le altre massime, a disegnare un se stesso che altro non è che maschera, sapientemente costruita: Mazzarino è ciò che riesce ad apparire agli altri. Egli ha una chiara nozione del soggetto come prodotto semiotico, Goffman dovrebbe leggere questo libro, è un manuale per la totale teatralizzazione del “Sé”. Qui si disegna una idea di profondità psichica fatta tutta di superfici.
Ci troviamo di fronte ad un modello di strategia “democratica” (nell’età dell’assolutismo!) perché pochissime, e calibrate, sono le istruzioni su come aver potere producendo violenza; in ogni caso mai direttamente, sempre per interposta persona. Mazzarino ci dà una splendida immagine di come si ottiene potere attraverso la pura manipolazione del consenso. Come piacere, non solo al proprio padrone (dettame fondamentale) e non solo ai propri amici, ma anche ai propri nemici, da lodare, blandire, convincere della nostra benevolenza e buonafede, in modo che muoiano, ma benedicendoci.
Vorrei ancora insistere sul primo fondamentale capitolo: non v’è alcuna delle sue massime che non contenga un verbo di parvenza: dar segno, dar a divedere, svelare, guardare, osservare, passare per... Anche le massime che riguardano gli altri puntano sui sintomi, sui segni rivelatori, sia per quanto riguarda i paesi, le città, i paesaggi che gli amici e i nemici. Come accorgersi se qualcuno è mentitore, se ama qualcun altro, se lo aborre; e le istruzioni son sottilissime, del tipo: parla male del suo nemico e osserva il suo comportamento e come reagisce. E le tecniche per scoprire se qualcuno sappia tenere un segreto, mandandogli un altro che lo provochi e se ne mostri a conoscenza, per vedere come il primo si lasci andare o opponga una maschera impenetrabile, come quella che Mazzarino si ingegna di costruir per sé, arrivando a suggerire come si deve scrivere una lettera in presenza d’altri in modo che essi non possan leggerla, e come mascherare ciò che si legge, e poi come passare da uomo grave (“non fissar gli occhi in altri, non istorcerti il naso, né aggrinzartelo... i gesti sien rari, il capo stia dritto, profferisci pochissime parole, non ammettere spettatori a tavola”).
E fai sempre che il tuo avversario faccia volentieri ciò a cui tu vuoi condurlo: “se avessi concorrente in qualche carica da te pretesa, inviagli segretamente persona, che sotto color d’amicizia ne’l distolga, e gli esaggeri le difficoltà che dovrà incontrare”. E sii preparato a tutte le insidie, e a controbatterle: “prefiggiti alcune ore del giorno a ruminar teco stesso attentamente, se ti sopraggiungesse, o uno o un altro accidente, come dovresti risolverti”, che è poi la moderna teoria degli “scenari” di guerra e di pace, solo che il Pentagono li fa coi cervelli elettronici. E si insegna persino come fuggir bene di prigione (ché tutto può accadere all’uomo di potere) e come stimolar panegirici in proprio onore che siano brevi e di basso costo, in modo che tutti ne prendan visione. E come dissimular la ricchezza (“sempre brontola per la tua scarsa borsa”, qui Dumas aveva colto il suo uomo) ma non sempre, secondo i casi, ché ecco all’improvviso il nostro autore ci sorprende con una descrizione di un pranzo come si deve da strabiliar gli ospiti, che non si può riassumere, ed è un pezzo di gran teatro barocco.
Ma infine, basta con l’ammirazione, libri del genere si leggono per trarne un utile. E allora, non crediate che vi possa servire per diventare un uomo di potere, e non perché le sue massime non siano buone, perché sono tutte giuste. E che questo libro ci descrive ciò che l’uomo di potere sa già, magari per istinto. In questo senso non è solo un ritratto di Mazzarino, usatelo come identikit per la vostra vita quotidiana. Vi troverete dentro molti che conoscete, o per averli visti in televisione o per averli incontrati in azienda. Ad ogni pagina vi direte “ma questo io lo conosco!” Naturalmente. I Mazzarino diventano famosi e non tramontano mai. Il potere logora solo chi non sa già queste cose.

“la Repubblica”, 6 gennaio 1982

Cento bordelli. La funzione del racconto osceno e, più in generale, del turpiloquio (Umberto Eco, 1982)



Nelle edicole delle stazioni stanno apparendo in bella mostra, dico in primo piano, accanto ai tascabili di macrobiotica e all’ultimo Elias Canetti, volumetti che promettono 150 barzellette spinte. Basta dare un’occhiata alla copertina e al risvolto per capire che contengono storielle che conosciamo da anni e abbiamo ascoltato, o raccontato, a scuola, in caserma, in treno o a cena. D’altra parte circolano nei locali di prima visione film in cui si sceneggiano le vicende dell’immortale Pierino. Ritorno, dunque, della volgarità, si dice.
Cosa significa ritorno? La barzelletta oscena non era mai morta. Si deve altresì riconoscere che talora la barzelletta oscena (come d’altra parte quella non oscena) è una forma d’arte, una variazione dell’epigramma o della satira antica: ve ne sono alcune che sono piccoli capolavori teatrali o verbali. Quindi non è l’esistenza di barzellette oscene che ci deve preoccupare. Si tratta di un flusso di narratività che scorre sempre uguale e semmai cambiano gli utenti e le occasioni. Così si dica per lo spettacolo fescennino: una volta c’era l’avanspettacolo e il comico di avanspettacolo non era Woody Allen, dava di gomito alla spalla pronunciando allusioni che, seppur pesanti, erano più argute di quelle che Gelli soffia nell’orecchio di Tassan Din.
Qual è la funzione del racconto osceno, detto o ascoltato, e del turpiloquio in generale? Esistono pagine e pagine di psicoanalisti e psicologi, ma diciamo all’ingrosso che il turpiloquio ha due funzioni principali, una sessuale e una politica. Sessualmente rappresenta una manifestazione di aggressività che, quando non è contenuta, esprime delle frustrazioni. Il turpiloquio limitato, la barzelletta raccontata una sera con gli amici, magari per amore della sua perfetta struttura narrativa, è un divertimento come gli altri. Raccontata invece ossessivamente, specie tra uomini soli, è un modo di consolarsi. Il altre parole parla molto di sesso chi ha poche occasioni di fare all’amore. Per questo la barzelletta oscena circola intensamente nelle caserme, nelle carceri, sulle navi mercantili e nelle parrocchie, dove prende le forme dell’umorismo gastrico-anale (non si parla cioè di pene e vulva ma di sfintere e feci).
Dal punto di vista politico la barzelletta oscena rappresenta il sostituto di altre trasgressioni: è un modo per aggredire l’ordine. Ciascuno gioca cioè a fare il marchese di Sade: non deflora Justine ma ride sulle Justine deflorate. Ha la stessa funzione del discorso sportivo fatto da chi non pratica lo sport, o per ragioni fisiche o per ragioni sociali, per cui il tifo estremizzato è il divertimento delle classi emarginate che non possono giocare a tennis e a golf.
In questo senso il fenomeno non sarebbe degno di osservazioni particolari. Le barzellette si son sempre dette e gli spettacoli con battute pesanti sono passati dagli avanspettacoli ai film porno.
Però non si può negare che si sono avute variazioni nel pubblico. Ai film porno non vanno più solo soldati e ragazzetti, più gli intellettuali affascinati dal cosiddetto pecoreccio: ci vanno le famiglie e i pensionati. Deve essere per questo che i nuovi film alla Pierino tengono banco nelle prime visioni e vengono recensiti sui giornali, con falso sdegno, ma consacrando loro uno spazio di rilievo, mentre una volta il critico di redazione non li andava neppure a vedere. Allora bisognerà cercare delle ragioni non per il ritorno all’osceno, che non era mai partito, ma per il rinnovato interesse alla sua imperturbabile permanenza. E anche qui credo che le ragioni siano sostanzialmente due, sessuali e politiche.
Sessualmente, negli ultimi due decenni, si è parlato troppo di liberazione: a parlarne sembrava che ormai chiunque potesse e dovesse fare all’amore tutto il giorno, con chiunque, a coppie, in gruppo, scambiandosi le mogli, le figlie, le zie, i fratelli, i mariti, passando allegramente da un sesso all’altro. Poi si è scoperto che queste cose sono facili da dire ma difficili da fare, costosissime in termini di tempo, denaro e salute. Insomma, sono solo per i ricchi, e poi ancora, poverini anche loro. A grande eccitazione frustrata, grande risposta verbale: ci si riempie la bocca, visto che gli altri orifizi rimangono sacrificati. Tanto meglio se la stampa, in qualche modo, parlando di nuova moda, legittima l’agognato ritorno.
E politicamente? Visto che è ormai così difficile parlare male del potere, perché il giorno dopo qualcuno traduce la critica in tritolo, e non puoi più nemmeno lamentarti del capo cottimista perché dopo gli sparano o i compagni di fabbrica ti guardano come un brigatista che cosa devi fare? Racconti di Pierino e ti accontenti di bestemmiare l’immagine di Dio e dell’ordine parlando di uomini e donne ridotti al rango di scimmiette.
Forse anche questo era nei progetti di Giovanni Senzani. Ricreare uno, dieci, cento bordelli.

L’Espresso, 31 gennaio 1982

28.7.19

Gli ospiti di Kathi Kobus: un cabaret nella “belle époque”. Erich Mühsam racconta il “Simpl” di Monaco.

Kathi Kobus
Il Simplicissimus era nei primi anni del XX secolo una rivista satirico-letteraria di Monaco di Baviera, ma anche un cabaret letterario di quella città frequentato non solo dai redattori della rivista, ma da un pubblico di artisti e di anticonformisti. Quella che segue è la rievocazione che del Simpl (così era chiamato dagli habitués) fa, sul finire degli Anni Venti, Erich Mühsam, poeta e cabarettista di idee anarco-socialiste, nelle sue memorie. Nel frattempo aveva fatto a tempo a partecipare, subito dopo la Grande Guerra, alla Rivoluzione operaia di Monaco e alla Repubblica dei Consigli. Quando scrive, tra il 1927 e il 1929, Mühsam  viveva a Berlino, ove dirigeva la rivista anarchica “Fanal”. (S.L.L.)

Una sera al Simplicisimus, prima della Grande Guerra. Archivio Fotografico della Città di Monaco

«Osteria degli artisti» si chiamava come sottotitolo il locale Simplicissimus della signorina Kathi Kobus nella Turkenstrasse a Monaco. All’ingresso c’era una sala non diversa da qualsiasi altra osteria, e dietro c’era il bancone, il pianoforte e il podio. Nel mezzo un corridoio univa le due salette come un canale, un corridoio stretto e lungo, eppure così guarnito di sedie e tavolini che per attraversarlo nelle ore di punta, quando l’attività era in pieno svolgimento, ci volevano mille contorsionismi, e le cameriere che tenevano vassoi e bottiglie come giocolieri sembravano delle vere e proprie acrobate. Il pigia pigia in tutte le stanze diventava pauroso a partire dalle 10 di sera e l’aria che si vedeva ondeggiare piena di vapori, di vino, di fumo di tabacco e di sudore umano spiegava l’attrazione che il Simpl esercitava sul popolo degli artisti schwabinghiani, viziati nei loro gusti. Però era così, tutti ci sentivamo a nostro agio in quel locale che di giorno assomigliava più al negozio di un commerciante d’arte che ad un’osteria per artisti. A tutte le pareti erano appesi dipinti a olio, disegni, acqueforti, incisioni e puntesecche, di ogni misura, di ogni stile, di ogni valore; ritratti, paesaggi, caricature, nature morte di maestri ignoti e di celebrità, che in parte si potevano incontrare di persona seduti sotto le loro opere, in parte rifugiati ormai da tempo nel quartiere delle ville, avendo deciso di tirare una netta linea di separazione fra passato e presente, come era stato per Franz Stuck. Del suo periodo scapigliato c’era rimasto appeso un possente dipinto che incupiva sullo sfondo il nostro tavolo abituale.
Kathi Kobus era una donna intelligente. Senza essere una conoscitrice d’arte, sapeva che talvolta da un qualche talento giovane sconosciuto viene fuori col tempo un genio ammirevole e che gli scarabocchi buttati giù gaiamente da un Michelangelo ventenne sulla tovaglia di carta, cento anni dopo possono valere una fortuna.
Così faceva credito a cuor leggero agli artisti e, quando il debito era abbastanza alto, allora si accordava per un disegno preso dall’atelier del suo cliente, e l’appendeva - quella merce scambiata contro il suo vino aspro - ad una parete del locale, in posizione più o meno visibile. Certo non voglio dire che tutti i quadri e le stampe appesi da Kathi Kobus siano stati donati in cambio di conti da saldare. Sicuramente alcuni artisti che pagavano regolarmente il proprio conto, talvolta, spontaneamente, offrivano in regalo un foglio del loro album alla padrona che ne aveva fatto richiesta. Ad ogni modo tutti i disegnatori della rivista omonima erano presenti sulle pareti del Simplicissimus: Thomas Theodor Heine ed Eduard Thony, Rudolf Wilke e Wilhelm Schuly, Pascin e Karl Arnold. Di Albert Weisgerber vi si trovava un gran numero di eccellenti quadri e disegni fra cui spiccava un notevole ritratto di Ludwig Scharf appeso sul posto che occupava d’abitudine. Josef Futterer aveva donato diverse sue opere e accanto alle silhouette di E. M. Engert stavano appese immagini di animali di Franz Marc e nudi di donna di Max Unold.
Kathi Kobus faceva uso delle doti della propria clientela di poeti dando loro occasione di declamare versi dall’alto del podio, cosa che succedeva generalmente per vanità, spesso per ottenere una mancia e talvolta per pagare i debiti. A volte bastava una bottiglia di spumante offerta gratuitamente per spingere poeti, cantanti e musicisti di ambo i sessi ad esibirsi.
Nei primi tempi non si poteva parlare di un vero e proprio cabaret da Kathi Kobus. Qualcuno degli artisti prendeva in mano la chitarra e si metteva a cantare da solo o con altri al tavolo qualche stornello bavarese, soprattutto Albert Weisgerber ne conosceva tanti. Oppure Frank Wedekind si metteva a cantare, accompagnandosi con il liuto, le sue storie da cantimbanco. Poi veniva Kathi e pregava uno di noi di recitare qualche poesia, oppure l’ungherese Dunajec suonava al violino, scuotendo la criniera, qualche dolorosa melodia strascicata.
Fu poco a poco che Kathi ingaggiò alcuni suoi clienti per intrattenere regolarmente il pubblico. Le paghe variavano. Più di tutti riceveva Ludwig Scharf. Sera dopo sera si trascinava con una sedia in mano al centro del locale per recitare con la sua pronuncia palatina, ma con una verve di grande effetto, sempre le stesse poesie: Proleta sum, Il bambino morto e Tempesta di novembre. Per un periodo di tempo mi fu offerto pranzo e cena in cambio di rime sciolte, ballate e poesie satiriche. Venivano ingaggiate anche donne, la canzonettista Annie Trautner, in seguito una voce di soprano che aveva tutto l’aspetto e il comportamento monacense, ma sfoggiava il nome poetico di Mucki Bergé, per un certo tempo Emmy Hennings che recitava gioielli di gusto piccante, poetessa di vocazione, senza però rendersene conto. Come «poeta della casa» fu ingaggiato il sassone Hans Bòtticher, uomo dotato di talento e di spirito già allora, quando nessuno di noi sospettava che un giorno lo avrebbe reso celebre lo pseudonimo di Joachim Ringelnatz. Mise in poesia anche la stessa Kathi, le piccole vicende del Simpl, noi colleghi e colleghe, l’enorme pigia pigia del pubblico, che ci voleva vedere e sentire, nonché l’ora fatale in cui una volta un principe degli Hohenzollern in carne ed ossa - credo che si trattasse di Wilhelm il maggiore - con vari studenti di una corporazione, in incognito, ma ben in evidenza per i suoi vivaci schiamazzi, cercava nel nostro terreno di caccia il suo diporto. Kathi venne asapere di quel suo nuovo ospite da servire e tirando fuori tutto il suo spirito bavarese ammonì l’illustrissima compagnia con le parole: «e state zitti, prussiani del cavolo!», riducendoli al silenzio. (Cito per sentito dire, perché, quando mi fu accennata resistenza di quegli ospiti, mi misi in sciopero e lasciai il locale per quella sera).
Era ammirevole l’energia con cui la robusta padrona di casa sapeva incutere rispetto nel suo locale. Non sopportava neppure gli eccessi dell’alcol. Se c’era una zuffa interveniva di persona e buttava fuori i responsabili senza vergognarsi di usare le sue mani robuste, se qualcuno opponeva resistenza. Ho visto con i miei occhi come lei buttò fuori due studenti che volevano dare spettacolo: afferrando, uno per mano, i due colletti degli avventori, li sbattè più volte l’uno contro l’altro spingendoli insieme fuori della porta.
Kathi Kobus dava del tu a tutti i suoi avventori. Una lettera che una volta mi spedì dopo uno dei miei viaggi cominciava così: «Onoratissimo signor Muhsam! mi devi ancora più di quaranta marchi...» e alla fine concludeva con «cordiali saluti, tua rispettosa Kathi Kobus», con un post-scriptum che recitava: «Ritorni presto, Erich?».
Quando poi mi rifeci vivo e le chiesi perché mi spedisse quelle letteracce da creditrice, lei rispose con tono amichevole: «Va bene, no? Se sei di nuovo qui!». Quindi tirò fuori il libro dei conti e cancellò tutto il mio debito: «Però devi recitare, eh!», aggiunse poi.
Un giorno Kathi annunciò ai suoi ospiti attoniti di essersi fidanzata con Ludwig Scharf. L’evento fu festeggiato a dovere. La felice fidanzatina ci dispensò una quantità infinita della sua bevanda alla pesca. Dopo l’ora di chiusura legale l’osteria si spostò nell’ampia cucina e Georg Queri, il robusto poeta dialettale bavarese, tenne un discorso ufficiale tutto condito più che di dolci lirismi di salaci scurrilità. Da quel momento però il repertorio del Simpl si arricchì ogni sera di un bacio di saluto inscenato, non appena il poeta metteva piede nel locale, dalle quattro labbra baffute della coppia di fidanzati. Il fidanzamento durò fino alle nozze di Ludwig Scharf con una contessa ungherese; ma questo non cambiò nulla, salvo il bacio, che fu escluso dal programma, mentre la moglie del poeta ricevette il proprio posto accanto a lui al tavolo abituale.
Kathi Kobus però scoprì un nuovo talento artistico, questa volta in se stessa. Si presentò ad un tratto in costume altobavarese e salì sul podio, da cui sciorinò con una serie di poesie dialettali un sacco d’ironia nella sala.
Fino a che Wedekind non raccolse intorno a sé nella Torggelstube una cerchia compatta con esigenze culturali più elevate e accurata ricercatezza, e fino a che i locali concorrenti come il Bunter Vogel e la Bohème non sottrassero alla più autentica osteria degli artisti di Monaco, col suo non troppo variato regime di chiasso, spintoni e cattivo odore, una parte della clientela, nel Simplicissimus di Kathi Kobus circolò l’intellighenzia di Monaco in tutte le sue ramificazioni e affiliazioni; e in certe sere si potevano vedere rappresentati ai vari tavoli gli elementi più eterogenei della letteratura e dell’arte, che nell’entrare si facevano un cenno di amicizia, si salutavano con cortesia o si guardavano ostentatamente in cagnesco. E l’abilissimo e spiritosissimo Edgar Steiger era in grado di commentare salacemente il provincialismo intellettuale di quegli sguardi incrociati. Ad un tavolo stava seduta la redazione della «Jugend» con i suoi più eccellenti collaboratori, quali Fritz Erler, Karl Ettlinger, Franz Langheinrich, A. de Nora, A. M. Eichler o Spiegel; ad un altro tavolo forse Max Halbe con i suoi amici, Karl RòBler, Heinrich Schaumberger o Paul Brany, l’artista delle marionette. Al contempo ci poteva essere nello stesso locale, ma agli antipodi, Josef Ruederer, Friedrich Freska e così via.
Il Simplicissimus fu il luogo dove fra Wedekind e Halbe scoppiò la guerra più volte e più volte fu conclusa la pace.
Là sedevo spesso con la contessa Reventlow e con il futuro ministro delle finanze del governo Eisner, il professor Jaffé, con Otto Gross, lo psicoanalista, e tutto il suo seguito di cui faceva parte anche il pittore Léonard Frank, che ad un tratto si dette alla letteratura e ci sorprese tutti con opere come La masnada e La causa, di cui nessuno sospettava che sarebbe stato capace.
Da lì data anche la mia lunga conoscenza con Bruno Frank e con molti, molti altri, che oggi, dopo aver errato per qualche tempo nell’oceano della genialità, sono approdati nel porto di un solido mestiere borghese o hanno raggiunto vette accademiche. Certo, molti di loro purtroppo ci hanno lasciato per sempre e qualcuno anche dei migliori, come Albert Weisgerber o Franz Marc, trovando una morte in sommo grado inadeguata alla loro indole: sul campo di battaglia. Anche il raffinato, sensibile e sempre un po’ toccante Max Dauthendey, che sedeva spesso con noi nel Simplicissimus, a suo modo è stato una vittima della guerra. L’espressione «morire di crepacuore» mi è sempre sembrata esagerata, ma nel suo caso sembra proprio che corrisponda al vero. A Giava si trovò tagliato fuori da ogni amore e comprensione per il suo inerme spirito di bambino senza disporre dell’energia sufficiente per potersi riprendere dalla nostalgia della patria e della moglie, delle cui cure materne aveva tanto bisogno.
Dauthendey fu solo un lirico, forse ancora più lirico di Peter Hille, per il quale la lirica era l’espressione di una sorta di vagabondaggio. Il poeta di Wurzburg invece era ebbro d’immagini liriche, s’inebriava delle onomatopee, delle metafore, dei simboli e delle similitudini. In una delle sue novelle mi ricordo della descrizione di un tramonto sul mare, dove la sfera del sole appariva come un’arancia sanguigna sbucciata, posata sopra un vassoio di argento opaco.
Dauthendey era l’uomo meno pratico che ci si possa immaginare, ma si illudeva di essere un brillante uomo di affari. Dalla sua Ballata della balia si era ripromesso un successo grandioso. Si trattava di un libro che nello stile dei cantastorie tratteggiava ogni sorta di misteriose avventure dell’anima. Non ci fu però alcun successo per quel libro, così che Dauthendey si fece venire un’idea, quella di recitare l’opera in pubblico. Per l’appunto eravamo sotto Natale e sui muri di Monaco stavano affissi enormi manifesti con l’annuncio: «Recital di ballate di Dauthendey in dodici serate», e addirittura nella Tonhalle che era una grande sala dove entravano almeno 800 persone. L’ingresso costava come un biglietto per il concerto. L’organizzatore era il poeta stesso. Aveva speso una somma ingente per i manifesti e per l’affitto della sala e venne tutto raggiante al Simpl per chiederci se avessimo letto l’annuncio. Le nostre espressioni scettiche non lo irritavano affatto, essendo convinto che le dodici recite - dalla metà di dicembre al primo gennaio - avrebbero registrato il tutto esaurito, che gli avrebbe fruttato un sacco di soldi assicurando al suo libro vendite colossali. Poi ci fu la prima serata di ballate; c’erano al massimo 25 persone in sala di cui nella migliore delle ipotesi forse dieci avevano pagato il biglietto. Dopo la recita, sia il recitante che la maggior parte del suo pubblico andarono al Simpl, e qui si tenne consiglio su come si potevano arginare le perdite di Dauthendey.
Il risultato - se ben mi ricordo era stata una proposta di Korfitz Holm - fu che Dauthendey il giorno dopo fece incollare sui suoi manifesti una striscia verde trasversale con la scritta: «Con la partecipazione di Erich Muhsam e Ludwig Scharf», riducendo le serate da dodici a sei. In quelle serate noi ci trovammo soli di fronte a una sala vuota. Per riparare al disastro Dauthendey si fece venire un’altra idea: affittare un locale - per l’appunto ce n’era uno sfitto di fronte al Café Stephanie - mettersi seduto su di un tappeto dalla mattina alla sera per raccontare fiabe alla gente. Prezzo d’ingresso: 50 Pfennig. Ci volle una fatica d’inferno per distoglierlo da questa nuova idea che sicuramente l’avrebbe condotto ad un fiasco ancora più colossale.
Col tempo l’osteria degli artisti di Kathi Kobus divenne un locale per studenti. La padrona stessa aveva volto il suo interesse ad una nuova impresa, un locale per gite in campagna nella valle dell’Isar, che lei aveva aperto all’insegna del Ristoro di Kathi. Una parte della sua collezione di quadri la trasferì laggiù. Più tardi vendette il Simplicissimus, ma lo rilevò di nuovo, successivamente, e sembra che a tutt’oggi sia ancora là a vendere arte e vino rosso.
Il carattere del locale, mi dicono che si sia trasformato, come si è trasformato il carattere della città, la cui cultura ironica e leggera vi trovò per tanti anni una sua particolare espressione. Forse oggi un ventilatore elettrico fa circolare nel locale un’aria un po’ migliore rispetto a vent’anni fa, ma non son proprio sicuro che l’aria di oggi nel Simplicissimus possa stimolare negli animi artistici ancora quella gioia spregiudicata come quando Isadora Duncan, dopo uno spettacolo pubblico di danza, venne da noi nella nostra cerchia e, sempre più contenta, si sfilò alla fine scarpe e calze per darci con splendida esuberanza un magnifico saggio privato della sua arte.
La morte ha raccolto solerte una grande messe fra gli ospiti di Kathi Kobus. Quelli che ancora sono vivi, vivono dispersi in ogni parte del Paese e del mondo. In quello stretto corridoio pieno di tavoli per passare dalla sala anteriore a quella posteriore non si contorce più nessuno di quelli che un tempo ogni notte sedevano assieme e applaudivano le ragazze che cantavano e imprecavano contro il vino aspro. Alle pareti saranno appesi altri quadri e altre canzoni verranno accompagnate alla chitarra. Il ricordo però rende spesso presente un passato che è più vivo di ogni asettica galvanizzazione di una tradizione diventata ormai estranea.

da Unpolitische Erinnerungen, 1927-1929 in Dal cabaret alle barricate, elèuthera,1999

Ilse. Una canzone di Frank Wedekind



Ero bimba, non ancora 15 anni,
una bambina innocente e pura
quando io appresi per la prima volta
i piaceri dolci dell'amore.

Il mio ragazzo mi cinse la vita,
sorrise e disse: “Non ti farò male”;
e la mia testa piegò all'indietro.
Più del miele sembrò dolce la luna.

Gli uomini tutti così io amerò,
io voglio mio il bello della vita,
e se un giorno più non piacerò
è quasi certo che ne morirò.

In Paola Sorge, Kabarett, Edizioni LIT, 2014

Lavoro 1997-2017. Da Treu al Jobs act, cronistoria del precipizio dei diritti (Manfredi Alberti)



Negli anni Sessanta e Settanta
le leggi davano diritti e il reddito cresceva.
Agli inizi dei Novanta
la grande discesa dei salari
e la lunga marcia della precarietà

I recenti dati diffusi dall’Istat sulla crescita della disoccupazione e della precarietà, specialmente fra i giovani, chiariscono come la deregolamentazione del mercato del lavoro, che imperversa da vent’anni, ha prodotto i risultati devastanti a cui assistiamo.
Già durante i “ruggenti” anni Ottanta si era tentato intaccare le tutele dei lavoratori introdotte negli anni precedenti, ma con scarsi risultati. Si dovette aspettare il crollo del comunismo, il Trattato di Maastricht e il nuovo vento liberista degli anni Novanta per giungere a risultati concreti. Il pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che compie ora vent’anni, costituì una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale: il provvedimento introdusse infatti la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato.
Alla fine degli anni Novanta il dilagare di forme di lavoro subordinato mascherate da contratti di collaborazione portò alla necessità di un’ulteriore regolamentazione normativa, la legge Biagi.
Da un lato delimitò l’ambito di applicazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall’altro allargò ulteriormente le tipologie contrattuali «atipiche». I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, si sono via via ridotti negli anni più recenti, a seguito dell’introduzione di ulteriori livelli di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro.
Dapprima la riforma Fornero (la legge 92 del 2012) ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Da ultimo il Jobs act varato dal governo Renzi ha previsto sia una maggiore libertà nell’uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
I provvedimenti renziani sono il triste epilogo di una storia ventennale, segnata sia da un progressivo indebolimento della classe lavoratrice, sia, non casualmente, da una generale penalizzazione dei salari. I limiti e le contraddizioni dell’ultima stagione che abbiamo vissuto emergono con maggiore chiarezza se tentiamo un confronto con le vicende degli anni Sessanta e Settanta, quando l’allargamento dei diritti (che per il capitale sono solo “rigidità”) andava di pari passo con la crescita economica e la bassa disoccupazione.
Molti dei principi costituzionali in tema di protezione del lavoro e parità fra i sessi trovarono per la prima volta applicazione, in un contesto di espansione del reddito, stabilità dei livelli generali di occupazione e in particolare, a partire dal 1973, di crescita dell’occupazione femminile. Non mancarono certo le criticità, specialmente per i giovani e le donne, ma è anche vero che in quegli anni il tasso di disoccupazione maschile si mantenne sempre inferiore al 5%. La vivace stagione di riforme di quegli anni si aprì con la legge 1369 del 1960, che vietava l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro. Seguì nel 1962 la legge 230, la quale fissava vincoli stringenti per la stipula di contratti a termine, stabilendo la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
La legge 7 del 1963 vietò il licenziamento per matrimonio, una pratica molto diffusa che costituiva un fattore discriminante nei confronti delle donne. La legge 604 del 1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, anticipando quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Dopo anni di lotte, nel 1969 si arrivò anche all’abolizione delle «gabbie salariali», i differenziali retributivi per area geografica introdotti nel 1945.
Nel 1975 i sindacati ottennero poi il totale adeguamento dei salari all’inflazione, una riduzione della differenza retributiva fra categorie e un’estensione della Cassa integrazione come ammortizzatore sociale dei licenziamenti.
Nel 1977 si giunse infine a una legge che stabilì la parità fra uomo e donna nell’accesso al lavoro e nella retribuzione. Un’altra epoca, si dirà. Ma lo studio del passato serve proprio a questo: a offrire termini di confronto, a dimostrare che altri scenari sono sempre possibili e a confutare i dogmi che le classi dominanti ci impongono.
Come la presunta necessità di barattare i diritti in cambio dell’occupazione e del benessere economico.

“il manifesto”, 14 luglio 2019

Una nuova corsa verso il nostro satellite (Marco Cattaneo)



L'interesse verso la Luna
attira numerosi paesi e aziende,
e potrebbe portare
a una nuova era spaziale

Sono la Astrobotic Technology di Pittsburgh, la Intuitive Machi-nes di Houston e la Orbit Beyond di Edison, in New Jersey, le tre società selezionate dalla NASA per il ritorno sulla Luna. L'agenzia spaziale statunitense lo ha annunciato il 31 maggio, lasciando intendere che i primi esperimenti potranno toccare la superficie del satellite già l'anno prossimo, a bordo di piccoli lander robotici. Bisognerà aspettare qualche anno in più, invece, fino al 2024, perché la NASA rimandi un suo astronauta a calpestare il suolo lunare.
Saranno trascorsi 52 anni dall'ultima impresa dell'Apollo 17. E 55 da quella storica notte del 20 luglio 1969, quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero fine a una sfida politica e tecnologica durata un decennio. Tecnologica, poi. Fu una sfida combattuta con mezzi di fortuna - il pannello di comando della Vostok 1 che portò in orbita Jurij Gagarin e il computer di bordo dell'Apollo 11 oggi sarebbero inaccettabili anche su uno scooter - e sul filo del pericolo, in nome di una supremazia militare che vedeva le due superpotenze impegnate a mostrare i muscoli attraverso la grancassa di una propaganda che doveva soprattutto assicurare il sostegno interno.
Perché andare sulla Luna è costato un patrimonio. A metà degli anni sessanta gli Stati Uniti investivano nel budget della NASA il 4,5 per cento del PIL. Per fare un paragone, l'Italia spende meno per tutto il sistema dell'istruzione. Per non parlare di quanto investiamo in ricerca, tre volte e mezza in meno.
È per questo che non ci siamo più andati, sulla Luna. Non c'era più motivo di spendere cifre da capogiro né di far rischiare la vita a un equipaggio umano per una dimostrazione di forza bruta. Tuttavia il fatto che in questo mezzo secolo nessun essere umano si sia mai spinto oltre l'orbita terrestre, a una distanza inferiore a quella che separa Milano e Roma, non significa che la tecnologia spaziale non abbia progredito. Anzi, è proprio grazie alle nuove tecnologie e all'abbassamento dei costi che la nuova corsa alla Luna sarà molto più affollata della prima.
In prima fila c'è la Cina, che all'inizio di quest'anno ha già dimostrato di aver sviluppato tecnologie abbastanza sofisticate da far atterrare la sonda Chang'e-4 sul lato nascosto del satellite. Poi, oltre alla NASA, l'Agenzia spaziale europea, che non ha fissato date e che invoca piuttosto una cooperazione globale, e un pensiero ce lo sta facendo anche Roscosmos, l'agenzia spaziale russa, che alla fine dello scorso anno ha annunciato piani per una colonia lunare negli anni quaranta del secolo. Senza dimenticare le ambizioni della giapponese JAXA.
Ma si stanno attrezzando a partecipare anche altri paesi emergenti, come Israele, che ad aprile ha tentato senza successo di far atterrare la prima sonda privata sulla Luna, e l'India, che a metà luglio lancerà la sua seconda missione con l'obiettivo di far posare un lander sulla superficie lunare. E poi ci sono i privati. La SpaceX di Elon Musk e la Blue Origin di Jeff Bezos su tutte, che già pensano di portare sulla Luna facoltosi turisti spaziali.
Insomma, gli ingredienti per una nuova epica corsa al nostro satellite non mancano. E c'è da scommettere che nei prossimi anni avrà inizio finalmente la vera era spaziale. E la Luna sarà soltanto una tappa di passaggio.

www.lescienze.it - “Le Scienze luglio 2019

27.7.19

La fine. Una poesia di Mark Strand (Canada 1934 – USA 2014)



Non ogni uomo sa cosa canterà alla fine,
guardando il molo mentre la nave salpa, o cosa sentirà
quando sarà preso dal rombo del mare, immobile, là alla fine,
o cosa spererà una volta capito che non tornerà più.

Quando il tempo è passato di potare la rosa, coccolare il gatto,
quando il tramonto che infiamma il prato e la luna piena che lo gela
non compariranno più, non ogni uomo sa cosa scoprirà al loro posto.
Quando il peso del passato non si appoggia più a nulla, e il cielo

non è più che luce ricordata, e le storie di cirro
e cumulo giungono alla fine, e tutti gli uccelli stanno sospesi in volo,
non ogni uomo sa cosa lo attende, o cosa canterà
quando la nave su cui si trova scivola nel buio, là alla fine.

L’uomo che cammina un passo avanti al buio. Poesie 1964-2006 (Mondadori, 2011), trad. it. D. Abeni

Il rossetto di Marta, e la sua lezione sul calcio femminile (Elena Tebano)



Fino al 1981 in Brasile il calcio femminile era vietato. Bisogna partire da qui per capire il significato della carriera di Marta, 33 anni, attaccante della nazionale brasiliana e a lungo la più forte giocatrice del mondo. E soprattutto quello delle parole con cui, dopo la sconfitta contro la Francia, ha chiuso la sua ultima partita di un Mondiale. Hanno fatto giustamente il giro del mondo. Solo quattro anni fa uno dei dirigenti del calcio brasiliano spiegava in tv —racconta Louisa Thomas sul New Yorker — di essere fiducioso che, nonostante le studentesse fossero ancora scoraggiate dal giocare e le opportunità professionali scarse e mal pagate, i tifosi avrebbero imparato ad amare il calcio femminile, perché «ora le donne stanno diventando sempre più belle, si truccano» e i pantaloncini sono diventati più corti. Quest’anno nella partita contro l’Italia Marta aveva in effetti il rossetto, anche se probabilmente non del tipo che avrebbe voluto il dirigente brasiliano.
«Il colore viola scuro rendeva il suo viso spigoloso, intenso e gotico. Internet aveva molte opinioni su cosa significasse per Marta, per il calcio, per le atlete, per le donne in generale e per l’umanità» scrive Thomas. Dopo la partita, durante la quale ha segnato il suo diciassettesimo gol in cinque Coppe del Mondo, più di qualsiasi uomo o donna, Marta ha spiegato: «Porto sempre il rossetto. Non quel colore, ma oggi ho detto: oserò. È il colore del sangue, perché abbiamo dovuto lasciare il sangue sul campo. Ora lo userò in ogni gioco». Marta è davvero la donna «più bella di sempre» sul campo —ragiona Thomas — e questo ovviamente non ha nulla a che fare con il rossetto, ma con «sessismo quotidiano» e il fatto che «essendo cresciuta giocando per strada in una piccola città rurale del Brasile, doveva essere più veloce, più agile e più fantasiosa dei ragazzi che erano pronti a tutto pur di batterla». Così Marta ha imparato «a pieno il potenziale del suo corpo, come ogni superficie e angolo poteva essere usato per raccogliere e controllare la palla. Ha capito che una testa ferma, i piedi che ballano e le anche che ondeggiano possono fuorviare un difensore». Ha conquistato un’intimità assoluta con la palla.
Dopo la partita con la Francia si è rivolta alle bambine e alle ragazze brasiliane per lasciare loro la sua eredità morale, e guardando dritta nella telecamera, le parole scandite dalle labbra rosse, ha detto: «Il calcio è volere di più, è allenarsi di più. Essere pronte a giocare novanta minuti e poi altri trenta quando serve. Questo è quello che chiedo alle ragazze. Non ci sarà una Formiga per sempre. Non ci sarà una Marta per sempre. Non ci sarà una Cristiane. Il calcio delle donne dipende da voi per sopravvivere. Il calcio dipende da voi ragazze».

Rassegna del “Corriere della sera”, 26 giugno 2019

26.7.19

Quella sera con Marcuse. Rosellina Archinto racconta Leopoldo Pirelli (Simonetta Fiori)

Rosellina Archinto e Leopoldo Pirelli a Portofino nel 1972 (foto Briganti)

ASSISI
«Con l'estate arriva sempre un gran magone, il rimpianto di una stagione in cui sono stata molto felice. E ora bastano un suono o un colore, una musica inattesa o un'improvvisa visione, per evocare le atmosfere di quel tempo, il ricordo di un legame che è stato parte fondamentale della mia vita e ora mi manca enormemente».
A Portofino Rosellina Archinto non è più tornata. Non è più entrata nella grande casa condivisa per diversi decenni con Leopoldo Pirelli, compagno discreto e generoso. Fino all'ultimo insieme, davanti alla finestra affacciata sul mare. «Ancora la sera prima di morire progettava un viaggio a Marrakech», racconta Rosellina con un accento insolito, il consueto piglio energico stemperato dall'emozione, lo sguardo azzurro perso chissà dove. Temperamento vigoroso lei, classe 1935, editrice di raffinati carteggi, zibaldoni e di libri per bambini che hanno segnato un'epoca; figura dell'imprenditoria liberale lui, simbolo d'una borghesia illuminata di cui è rimasta rara traccia. Quasi quarant'anni insieme, mai raccontati per scelta di stile e di pudore.
Ma con l'estate arriva sempre quel gran magone. E seduta nel grande prato del suo castello medievale, vicino ad Assisi, l'Archinto apre il suo diario intimo, un libro degli affetti e delle vacanze scritto con un personaggio speciale, «difficile, chiuso, riservato, esigente con se stesso e con gli altri, ma anche dolcissimo e capace di tenerezza, un sentimento a cui forse non ero stata abituata da un padre molto severo». Fin dal principio il mare svolse un ruolo importante. «Sì, prima una casa arrampicata su una collina, dietro Paraggi. Poi la grande villa sul promontorio di Portofino. Poldo amava molto il mare, stava ore al timone della sua barca a vela, solitario e assorto nei pensieri, la sigaretta tra le labbra. Aveva inventato un modo per accenderla con il vento. Il mare rappresentava la libertà. La libertà dal suo ruolo pubblico, dal peso di una tradizione famigliare, dall'impegno che aveva deciso di assumersi con rigore ma forse non con piena felicità».
Il padre gli preferiva il fratello maggiore, Giovanni, che però scelse una strada diversa. E toccò a Leopoldo assumere la guida dell'azienda. «Si sottomise al volere di suo padre con grande serietà e un fortissimo sentimento etico, ma nel suo intimo voleva fare altro. Dedicava molto del suo tempo libero a organizzare gli spazi, definendoli con cura in ogni dettaglio, sia che si trattasse del guscio della barca a vela o di un rudere di campagna. Gli piaceva vedere nascere le cose, forse sarebbe stato un bravo architetto. Per tradizione famigliare intraprese un altro percorso, lo fece fino alla fine con spirito illuminato». Non sempre fu compreso. «Nel Sessantotto andavano di moda slogan come "Agnelli e Pirelli, ladri gemelli". Lui non s'arrabbiava ma era amareggiato. Lo mostrava alla sua maniera, sempre controllato, mai una parola sopra le righe. Fu lui in quegli anni a proporre la settimana lavorativa di cinque giorni e altre riforme molto avanzate. Il sindacato reagì male e Leopoldo si convinse d'aver sbagliato per eccesso di disponibilità. Di recente alla Pirelli è comparso uno striscione: "Leopoldo, per favore, torna tra noi"».
A quell'epoca vi conoscevate già? «Sì, ci eravamo incontrati a Milano e lui mi faceva un po' di corte. Io ero una signora sposata con cinque figli, non mi mancava il senso di responsabilità. Leopoldo, che aveva dieci anni di più, mi dimostrò molto amore. Decise di separarsi per vivere con me. Io lasciai passare un paio d'anni, poi decisi anche io di separarmi. Nel 1972 rendemmo pubblico il nostro legame, ma non abbiamo mai vissuto insieme. I figli sono rimasti la mia priorità e Leopoldo fu comprensivo. Così i week-end e l'estate divennero il tempo solo per noi. Il nostro era un legame fortissimo, nella reciproca autonomia».
La diversità cementò il rapporto? «Sì, fu importante. Per Leopoldo rappresentavo la scoperta di un altro mondo. Un'altra possibilità di vita, oltre la casa e l'azienda. La prima volta che lo vidi mi apparve come afflosciato in un sacchetto di vestiti, schiacciato dal peso di una storia più ampia. Credo di averlo travolto con la mia vitalità, il mio ottimismo: del bicchiere io vedevo sempre il mezzo pieno, lui il mezzo vuoto. E poi lo divertivano le serate con gli amici scrittori e musicisti, da Arbasino a Pollini ed Abbado». Un incontro che la colpì? «All' epoca del 68 una sera venne a cena da me, a Milano, Herbert Marcuse. Personaggi più distanti non potevano essere. Da una parte il guru del movimento studentesco, il denunciatore della società industriale repressiva; dall'altra un principe del capitalismo. Fu una cena piacevolissima. Pirelli e Marcuse parlarono fitto fitto tutta la sera. In realtà Leopoldo era un solitario però non asociale. Era curioso, attento a quel che si muoveva nel mondo, sensibile alle discussioni intellettuali». Che cosa le ha insegnato? «Il rigore, la serietà. La pazienza del giudizio ponderato. Io ero precipitosa e schematica, sparavo sentenze senza troppa cura. Lui m' invitavaa riflettere, a liberarmi da pregiudizi e partigianerie. In trentacinque anni non l' ho mai sentito alzare la voce. Anche nei momenti più difficili».
Un momento difficile fu quando morì il fratello Giovanni. «Un terribile incidente stradale, nel 1973: Giovanni perse la vita, Leopoldo il suo bellissimo volto, che rimase deturpato. Io ero già al suo fianco e ricordo l'angoscia di quel periodo. Non voleva mostrarsi neppure agli amici più intimi. E poi Giovanni era per lui un riferimento saldo, il più importante. Partigiano, intellettuale, mente brillantissima: era il fratello maggiore a supportarlo nelle scelte più delicate. Dopo un periodo di lontananza, negli ultimi tempi si erano molto riavvicinati. La famiglia non aveva gradito le scelte eterodosse di Giovanni. Per Poldo fu una tragedia». Anche in quel caso il mare rappresentò un rifugio. «La nostra prima casa fu quella di Paraggi, accessibile solo dopo una camminata di mezz'ora. Leopoldo era sereno perché finalmente riusciva a liberarsi della scorta. La sua era una vita sotto sorveglianza, le Brigate Rosse non lo perdevano di vista. Ma arrivato a Paraggi si sentiva fuori pericolo, forse non senza incoscienza». Quali erano i vostri rituali? «Il nuoto, prima di tutto. Leopoldo era un animale acquatico, nuotava per ore e ore, sia in mare che in piscina. Poi la passione per la vela. All'inizio capitava che a condurlo fossi io, sulla deriva, una barchetta poco oltre i quattro metri. Di famiglia ligure, ero praticamente cresciuta in barca a vela e mi divertivo a fare lo slalom tra le imbarcazioni nel golfo. "Sei pazza, cosa fai?", Poldo mi guardava atterrito. La deriva fu presto accantonata, e mi adattai felicemente anche io alle sue barche di lusso». E le letture? «Tante, ma diversissime. Lui si portava le carte del lavoro, prendeva appunti con una scrittura nitida e molto curata, senza fronzoli com'era lui. Se non leggeva saggi di politica ed economia, si buttava su Ken Follett. Una volta tentai di fargli leggere un critico letterario di gran fama, forse un tantinello pomposo. Dopo le prime pagine Poldo si accasciò, "questo non puoi chiedermelo"». In vacanza parlavate di lavoro? «No. Ci sostenevamo reciprocamente, ma non mi sono mai mischiata nelle sue cose. E lui aveva gran rispetto del mio lavoro di editore, anche se forse avrebbe voluto maggiore disponibilità da parte mia. Ricordo che incontrava in gran segreto Michelin, l'erede della famiglia francese dei pneumatici, ma nessuno doveva saperlo. Non fu facile la stagione del suo commiato dalla Pirelli. Avevamo già traslocato nella villa a Portofino e lo vidi soffrire moltissimo, ma sempre secondo il suo stile. Rinunciò a tutte le cariche con grande dignità, mai una parola polemica verso qualcuno. Così come si tenne dentro tutta l'amarezza per le scelte successive dell'azienda. Neppure con me si lasciò andare».
Al mare insieme, fino alla fine. «Avrebbe voluto avere una bella vecchiaia, con me al fianco. Io avevo più tempo da dedicargli, i figli ormai cresciuti. Quando mi capita di incrociare per la strada coppie di persone della nostra età, sono invasa dalla malinconia...

“la Repubblica”, 30 agosto 2011

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