31.3.17

C'è una sostenza chimica... Un altro limerick di James Joyce

C'è una sostanza chimica chiamata scopolamina
che non ha pari al mondo come medicina
essa indurrebbe il calmo Tutankamone
a ridere e a saltare come un salmone,
e la sua mummia a farsi una bella ballatina.

da Poesie, Oscar Mondadori 1967

C'era una buona signora. Un limerick di James Joyce

C'era una buona signora chiamata lady Gregory
che disse:"Venite a me, poeti, se siete poveri".
Parole ahimé troppo imprudenti
poiché migliaia di studenti
all'istante proruppero: "Mi annoveri! Mi annoveri!".

da Poesie, Oscar Mondadori, 1967

Venerdì e Robinson. I doni avvelenati dell'universalismo occidentale (Alfonso M. Iacono)

Alfonso Maurizio Iacono, docente di Storia della Filosofia all'Università di Pisa, viene come me dall'Agrigentino e viene dalla cultura del Pci. So che è buon amico dei miei antichi compagni di Fgci e di partito, ma non ho avuto fino ad oggi la fortuna di incontrarlo di persona. Ricordo però perfettamente – e conservo tra i ritagli – un suo intervento sul “manifesto” in cui argomentava il suo rifiuto alla proposta di Occhetto di trasformare il Pci in un partito democratico di sinistra. Utilizzava un racconto di Wells, Il paese dei ciechi, un bellissimo apologo che sembrava costruito alla bisogna. Ho preso dal “manifesto” il testo che segue, che risale allo stesso periodo, ampio stralcio da una sua relazione a un convegno su Dialogo interculturale ed eurocentrismo. In genere non amo leggere testi filosofici: ho l'impressione che spesso la gergalità e la conseguente oscurità non siano affatto necessarie, inerenti ai problemi affrontati e al tipo di approccio scelto, ma ricercate per escludere i non iniziati. Non accade così per gli interventi di Iacono e in questo in particolare, che mi pare non abbia perso nulla della sua attualità. (S.L.L.)

Lo storico Immanuel Wallerstein ha sostenuto che l’universalismo è sia un’epistemologia sia una fede del mondo occidentale moderno. È un’epistemologia in quanto si basa sulla convinzione che l’oggetto della scienza è la ricerca di affermazioni universali dotate di senso e riguardanti il mondo fisico e il mondo sociale, e che scopo della scienza è quello di eliminare ogni elemento soggettivo. cioè - specifica Wallerstein - storicamente determinato. Ma è anche una fede. E questa fede è nella verità in quanto oggetto e scopo della ricerca. Scrive Wallerstein: «La nostra educazione collettiva ci ha insegnato che la ricerca della verità è una virtù disinteressata, mentre invece essa è una forma autointeressata di razionalizzazione. La ricerca della verità (...) è stata quanto meno consona al mantenimento di una struttura sociale gerarchica, diseguale, sotto una serie di aspetti particolari. I processi attivati dall'espansione dell’economia-mondo capitalistica (...) hanno comportato una quantità di pressioni al livello della cultura (...)».

Universalismo a mano armata
«Molti .di questi cambiamenti furono realizzati manu militari. Altri furono ottenuti tramite l'opera di persuasione di "educatori'', la cui autorità era sostenuta in ultima istanza dalla forza militare. Si tratta di quel complesso di processi che talvolta definiamo "occidentalizzazione”. o in modo perfino più arrogante "modernizzazione” e che furono legittimati dal desiderio di spartirsi la fede nell’ideologia dell'universalismo insieme con i suoi frutti».
Secondo Wallerstein c’erano due motivi dietro questi cambiamenti culturali: l’efficienza economica e la sicurezza politica. Da un lato appariva necessario adeguare il comportamento delle persone alle nuove norme culturali e privarle di quelle antagonistiche. Dall'altro si puntava all’«occiden-talizzazione» delle élites delle aree periferiche allo scopo di prevenire o meglio evitare possibili rivolte.
In questa interpretazione storica di ciò che ha caratterizzato l'affermarsi del capitalismo, della sua cultura, della sua ideologia, la nozione di universalismo si mostra come il risultato paradossale di diseguaglianze fra popoli e nazioni.
«C’era una trappola nell’universalismo. - continua Wallerstein - Esso non si è fatto strada come una ideologia libera, ma è stato propagato da coloro che detenevano il potere economico e politico nel sistema-mondo del capitalismo storico. L’universalismo è stato offerto al mondo come un dono del potente al debole. Timeo Donaos et dona ferentes! Il dono stesso nascondeva in sé il razzismo; perché il dono dava al ricevente due possibili scelte: accettarlo, e con ciò riconoscersi al livello più in basso nella gerarchia della saggezza acquisita; rifiutarlo, e con ciò privarsi delle armi che potevano rovesciare la situazione di un potere reale diseguale».
Ogni dialogo che parta dal riconoscimento delle diversità delle culture e abbia ambizioni di universalità non può non assumere come presupposto la stessa diffidenza e timore che Laocoonte espresse a proposito dei Greci (Eneide, II, 65). Un dialogo fra diversi è altra cosa da un dialogo fra diseguali.
Questo secondo tipo di dialogo che si svolge tra il potente e il debole, ricorda quello che Robinson ebbe con Venerdì. A Robinson non sorse mai il dubbio che la lingua ufficiale del dialogo fra lui e Venerdì potesse essere altra che la sua, l'inglese. E si fece chiamare, naturalmente in inglese. «padrone».
Il timore, di cui ci narra Virgilio, che Laocoonte espresse nei confronti dei Greci e dei loro doni, è evocato da Wallerstein a proposito di ciò che il dono dell’universalismo nascondeva: il razzismo. La questione, che di recente è stata sollevata dallo stesso Wallerstein e da Etienne Balibar nel libro Razza, nazione, classe, riguarda il fatto che l’immagine di un mondo moderno teso a superare i limiti delle appartenenze locali e a proclamare la fratellanza universale dell’uomo sta mostrandosi sempre più illusoria e distorcente. Soprattutto, appare difficilmente sostenibile una visione della storia come processo verso la realizzazione e il compimento dei valori universali quali la fratellanza, l’eguaglianza, la libertà. E appare altrettanto difficilmente sostenibile un’interpretazione che veda nel razzismo, nel nazionalismo, nel sessismo, aspetti inconciliabili con il processo storico di affermazione di quei valori universali e, al contempo, rimovibili col progredire della storia universale. Al contrario, razzismo, nazionalismo e sessismo appaiono come complementari all’universalismo, o per meglio dire, al modo in cui l’universalismo è stato offerto al mondo dai popoli occidentali moderni.
Quando Hegel descrisse il movimento della storia universale (Weltgeschichte) come un processo che andava da Oriente a Occidente, da una parte riorganizzò in termini moderni la tradizionale immagine cristiana che si era affermata con Agostino e con Orosio, dall’altra escluse, come è noto, i «negri» da essa. Scriveva Hegel: «Chi vuol conoscere manifestazioni spaventose della natura umana, può trovarle in Africa. Le più antiche notizie su questa parte del mondo dicono lo stesso: essa non ha dunque, propriamente una storia. Perciò noi lasciamo qui l’Africa, per non più menzionarla in seguito. Essa infatti non è un continente storico, non ha alcun movimento e sviluppo da mostrare: se qualcosa in esso, nella sua parte settentrionale, è propriamente accaduto, esso appartiene al mondo asiatico e europeo. (...) Ciò che intendiamo propriamente come Africa è quel suo essere non storico e non dispiegato, che è ancora tutto immerso nel grado naturale dello spirito (...)».
L’avanzata verso la storia universale ha bisogno dunque di sacrifici e di esclusioni. Dentro la dimensione del tempo storico l’universalità si trova nella condizione paradossale di dover definire i propri confini e dunque di doversi affermare attraverso la negazione di ciò che la caratterizza come tale, cioè attraverso la negazione che, in principio, alcuna cosa possa stare al di fuori dei suoi confini.

Il razzismo cosmopolita
Il fatto che la storia universale possa svilupparsi teoricamente con un processo che prevede delle esclusioni significa appunto che l’affermazione di valori universali tramite la storia non può essere che intensiva. Perché vi sia universalità è sufficiente che un popolo incarni per tutti quel determinato valore. In questo senso l’universalità non soltanto ammette delle esclusioni, ma si esprime come dominio di una parte sul tutto. Ma non si tratta solo di questo. L’identificazione dell’universale in un popolo esprime il bisogno di conciliare la rottura moderna dei vincoli comunitari e locali con il mantenimento di forme e immagini di comunità atte a offrire i processi di formazione delle identità collettive.
Il razzismo moderno sembra essere una forma estrema di ricerca di un’identità collettiva costruita su confini al cui esterno è collocato l'altro che tanto più è espulso dai confini dell’identità razzista quanto più si sono spezzati i vincoli tradizionali tra comunità e popoli e, dunque, quanto più si è affermato l’universalismo del modo capitalistico di produzione.
Razza, nazione, popolo. Non si tratta dunque di nozioni che, per così dire, resisterebbero e sopravviverebbero all’universalismo e al cosmopolitismo moderno. Si tratta di nozioni complementari all’universalismo e al cosmopolitismo. Esse hanno la funzione di indirizzare l’immaginario sociale verso la costruzione di identità sociali e di comunità atte ad assicurare una dialettica di coesione e di divisione fra uomini che, dentro il procedere espansivo del mercato mondiale, come individui risultano espropriati dalle loro concrete, storiche appartenenze locali e come cittadini diventano membri di una astratta società formale.

Proprio all'interno di questa scissione fra individui e cittadini, tra soggetti e regole istituzionali, vengono a collocarsi le forme comunitarie e le identità collettive che rafforzano i loro confini sull’estraneità dell’altro. Quanto più l’universalismo occidentale spazza le originarie appartenenze locali e i precedenti confini comunitari, tanto più riemergono nozioni quali razza nazione, popolo, che, riproducendo un’immaginaria appartenenza egualitaria, trasferiscono le diseguaglianze interne nelle differenze con l’altro che diventa così l’estraneo. Tali nozioni esprimono la condizione paradossale del bisogno ineliminabile di un universo collettivo, simbolico e culturale, che l’universalismo occidentale sembra possa soddisfare soltanto con la produzione di ciò che esso stesso nega, cioè la trasformazione dell'altro nell’estraneo, la sua espulsione oltre i confini di un mondo che non dovrebbe avere di questi confini.

"il manifesto", 25 maggio 1991

Dickens. Il cinema senza macchina da presa (Mariuccia Ciotta)

A metà dell’Ottocento Charles Dickens già prefigurava «racconti per immagini» e, senza cinepresa, inventava «dissolvenze», campi lunghi e close-up. Poi venne D.W. Griffiith...
Foto di scena da Oliver Twist (1922) di Frank Lloyd
«... Griffith sapeva vedere tutto con nettezza e chiarezza dickensiana così come Dickens, dal canto suo, possedeva qualità cinematografiche, come capacità visiva senso compositivo dell'inquadratura, primo piano e alterazione dell'accento attraverso l'uso di obiettivi speciali». Secondo Ejzenstejn, il cinema delle origini è tessuto con le parole e il ritmo dell'autore del Circolo Pickwick, anzi, il cinema americano nasce con lui quando si svincola dalla narrazione lineare e passa al montaggio parallelo. «Come si può raccontare una storia saltando in questo modo?» si chiede il produttore di fronte a Enoch Arden, un corto del 1908 dove l'azione si sdoppia in due set lontanissimi nello spazio. «Bene - disse Griffith - forse che Dickens non scrive in questo modo?». «Sì - replicò il produttore - ma quello è Dickens, quello è un romanzo, è una cosa ben diversa». «Oh, non tanto poi. Questi sono racconti per immagini».
L'autore della Corazzata Potiemkin, il teorico del montaggio, ricorda nel suo celebre saggio Dickens, Griffith e noi - Lo sguardo indagatore, «fermo come l'acciaio» il pioniere americano (incontrato a Los Angeles nel 1930) capace di cogliere i dettagli, di catturare con un'inquadratura un intero paragrafo dello scrittore che a metà Ottocento prefigura «racconti per immagini», e che senza macchina da presa inventa «dissolvenze», campi lunghi e close-up. Quella sua meticolosa descrizione della scena considerata da alcuni stucchevole, frutto di una tecnica codificata ha il sapore futuribile del cinema, del Christmas Carol di Robert Zemeckis, per esempio, capolavoro in motion-capture 3D che trasferisce il volo notturno di Scrooge dal 1843 al 2009 e lo fa piombare nella stanza luccicante del Natale presente, un Santa Claus gigantesco e ridanciano, seduto su una montagna di leccornie, visualizzata così da Dickens: «Uno sull'altro, sul pavimento a formare una specie di trono, c'erano tacchini, oche, cacciagione, pollame, salsicce, tortine di frutta secca, budini natalizi, barili di ostriche, caldarroste, mele dalla buccia rossa arance succose, pere succulente, enormi torte di fine d'anno, tazzoni di ponce bollente che offuscavano la stanza col loro vapore profumato» (traduzione di Ottavio Fatica I racconti di fantasmi, ediz. Theoria). Ejzenstejn lo scopre «intimista» al pari di Griffith, il regista di kolossal come Nascita di una nazione e di Intolerance, e ne rintraccia il doppio stile, «provinciale» e «superdinamico». Il riconoscimento a Hollywood passa tra le righe di Dickens e approda a David Wark Griffith «per dirlo semplicemente e senza equivoci: una rivelazione... per noi giovani registi sovietici degli anni Venti». E a proposito della vena «fiabesca» dickensiana, sostiene che «le accuse d'inverosimiglianza vanno attribuite unicamente alla nostra... ignoranza di Dickens», letto in età infantile e mai più analizzato nei suoi meccanismi complessi che rimandano ai paesaggi metropolitani inglesi, dilaniati da un'industrializzazione spietata quelli di un Oliver rinchiuso in orfanotrofio e così affamato che «mi viene voglia di mangiare il ragazzo che dorme nel letto accanto». L'indignato Dickens, figlio di borghesi caduti in miseria ha vissuto l'esperienza delle workhouse, infami reclusori, luoghi di sfruttamento minorile, e li rievoca nei suoi racconti, «romanzi sociali» dove l'immaginazione è il frutto dei deliri di bambini costretti a divorare gli avanzi dei cani, ridotti ad automi, sopravvissuti per miracolo. Prodigi suscitati dalla disperazione, allucinazioni visive come quella del grillo parlante (rubato da Collodi per il suo Pinocchio) di The Cricket on the Heart, novella del 1845 trasferita sullo schermo da Griffith nel 1909. Ejzenstejn cita con ammirazione il racconto, «Si può immaginare qualcosa di più lontano dal cinema? Treni, cowboys, inseguimenti... e Il grillo del focolari». Sì, si può, seguendo l'input della novella «Incominciò la cuccuma...»,- un bricco di caffè (in originale: the kettle) che bolle sul camino - è la chiave del primo fotogramma di tutti i tempi. «Per quando strano possa sembrare, in quella cuccuma bollivano anche i film. Proprio da qui, da Dickens, dal romanzo vittoriano nascono i primi elementi dell'estetica cinematografica americana». Ma, subito dopo, il regista russo mette a confronto due elementi antitetici, il furore metropolitano del nuovo mondo di Griffith e «la Londra vittoriana pacifica e patriarcale dei romanzi di Dickens», contraddizione risolta con una deliziosa constatazione: la velocità del traffico e la vertiginosa fuga dei grattacieli «non esistono», anche New York è lenta e provinciale. Non esiste, però, neppure «la Londra vittoriana, pacifica e patriarcale». Quella di Dickens era in realtà una macchina stritola poveri, emarginati e operai, Ejzenstejn lo sa bene, ma sembra prendere le distanze da Hollywood, da un Griffith liberale e umanitario, un po' sentimentale, e da un Dickens che amava rappresentare i buoni vecchi signori e le care vecchie dame dell'Inghilterra vittoriana». Il grande cineasta appassionato di Chaplin e Disney, rivendica per il cinema sovietico l'aspirazione verso «uno stadio nuovo (socialista)», la superiorità di un cinema anti-naturalistico, dalle profondità intellettuali, contrapposto alla rappresentazione hollywoodiana del mondo. Era il 1944 quando il cineasta di Riga scrisse il saggio, la guerra non era finita, e lui vinceva il premio Stalin per Ivan il terribile parte I dopo aver subito la censura su diversi progetti non graditi, lontani dal «realismo socialista». La seconda parte del film (La congiura dei Boiardi) non fu approvata e uscì postuma (1958) mentre la terza venne sequestrata e quasi interamente distrutta. L'entusiasmo per Dickens, Griffith e noi si spense nell'amarezza di una rivoluzione negata. Quel «noi» si era eclissato. Ejzenstejn morì nel 1948 (di dolore, probabilmente) all'età di 50 anni. E si può immaginare che solo quattro anni prima il formalista russo avesse ancora «grandi speranze», che fosse affascinato dal corpo a corpo tra individuo e società messo in scena e in pagina dai due amati autori, e che ne cogliesse la magnifica relazione (politico-culturale) con il suo cinema delle grandi masse popolari. Tanti Oliver Twist sulla scalinata di Odessa... Dissolvenza.

“alias il manifesto”, 4 febbraio 2012

“Ezra Pound, mio padre”. Intervista a Mary de Rachewiltz (Ernesto Gagliano 1986)

Ezra Pound con la figlia Mary
TIROLO DI MERANO — Al castello di Brunnenburg si arriva a piedi perché la strada è stretta. Ma da quelle stanze, ricostruite su antichissimi ruderi, lo sguardo scorre tra vigneti e montagne: Val Venosta, Val d’Adige e un po’ di Val Passiria. Qui abitò per qualche tempo Ezra Pound, quando nel 1958 lo rilasciarono dall’ospedale psichiatrico Saint Elizabeth «in custodia alla moglie» Dorothy Shakespear.

« Viveva nella torre — racconta Mary de Rachewiltz, figlia del poeta e della violinista Olga Rudge — e i Frammenti, l’ultima parte dei Cantos, li ha scritti proprio lì». Gli piaceva stare nel castello; anche se non andava a caccia di solitudine, preferiva «essere lasciato in pace». Detestava le domande stupide dei giornalisti, le definizioni schematiche, l’ironia su certe sue idee di colture agricole come quella delle «noccioline americane». Uomo di città, credeva nella natura ed era contento di quella figlia allevata da contadini tirolesi.
Mary de Rachewiltz, occhi chiari e piglio cordiale, riceverà oggi il «Premio Monselice» per la traduzione completa dei Cantos pubblicata da Mondadori nei Meridiani: quarant’anni in cui ha mescolato affetto e poesia. «E’ stata la mia salvezza» dice. Perché? «Quel lavoro mi ha motivata, mi ha evitato deragliamenti e anche il rischio di scrivere in proprio». Di suo padre che cosa resta qui? Lei indica uno scaffale: « Guardi quei libri, i suoi libri, sono tutti nei Cantos». È l’epopea storica in cui Pound voleva raccontare il mondo — da Omero a Churchill, da Saffo a Stalin attraverso la Cina — ricavandone una morale universale. Un laboratorio linguistico per evocare epoche e personaggi. Versi pieni di citazioni, allusioni, nostalgie e rabbie.
— Quali maggiori difficoltà ha incontrato?
«Ritrovare tutte le fonti a cui si riferiva: la trascrizione per lui era un punto di partenza creativo. E poi l’uso di certe parole. È stato Pound a farmi tradurre i primi ’’Cantos”, mi aiutava a rifare la sua poesia in italiano. Ma lui faceva a pezzi la lingua, inventava parole. “Non si dice cosi? E’ ora che si dica!” Ad esempio, Pound, ha inventato la parola "badogliare”».
— Che cosa le insegnava.
«Mi diceva: "Posso insegnarti solo il mestiere che conosco! E, naturalmente, l’etica confuciana. Il rispetto per un certo ordine, per l’individuo, per il bambino, non per chi pretende di avere un ruolo importante pur seza aver fatto nulla».
Mary de Rachewiltz cita alcuni versi del XXX Cantos: «E Kung minacciò Yuan Jang / più vecchio di lui / Che diceva acquisir sapienza / musando lungo la strada / E gli disse: / Vecchio idiota, smettila, / Alzati e fatti utile». « Vede, Pound ci teneva a quel "musando" che significava andare in giro facendo l’accigliato...». Fa un altro esempio: There is not substitute for the lifetime, lui volle tradurlo con: «Nulla surroga il campar».
— Suo padre, almeno a parole, era fascista e antisemita. Lei considera troppo pesanti il campo di concentramento e la lunga clausura nell’ospedale psichiatrico?
«È stata pesante l’ambiguità. Fu una follia postbellica metterlo in una gabbia al Disciplinary Training Center, vicino a Pisa. Anche se qualcuno scrive libri dicendo che gli piaceva quel ruolo. Certo, aveva il vantaggio di vedere il mondo da tutti i punti di vista, anche da una gabbia per gorilla...».
— In che senso parla di ambiguità?
«L’accusa era di fascismo e antisemitismo. Per un cittadino americano questo non dovrebbe essere un crimine. Come Pound diceva: libertà di parola senza libertà di parola alla radio vale zero. E poi lui aveva uno spirito di contraddizione, un senso della sfida... Ma non voleva che l’America facesse guerra all’Italia, tentò di parlare con Roosevelt e qualcuno gli diede del matto».
— Forse non aveva capito bene l’Italia di allora.
«L’ha idealizzata. Mussolini gli era simpatico perché per lui rappresentava l’italianità. Quando ci fu la campagna d’Abissinia, tuttavia, ebbe parecchie perplessità, ma gli facevano rabbia la falsità inglese e la plutocrazia. Guardi, aveva anche amici ebrei e di campi di concentramento non ne sapeva niente».
Il castello di Brunnenburg, dove visse per qualche tempo Ezra Pound
Mary de Rachewiltz si accalora in un ritratto con tinte un po’ oleografiche in questa difesa del padre che non vuole irretito da etichette politiche. Dice che la Corte degli Stati Uniti non ha trovato modo di restituire a Pound la personalità giuridica. «Hanno colpito la sua opera, il suo testamento non è stato giudicato valido... Quando era libero si è accorto di non essere libero, lo hanno lasciato in custodia».
— Si lamentava?
«Lui non si lamentava mai, si infuriava. Ha scritto ”With a bang not luith a whimper”, con un’esplosione, non con un lamento...»
— Qui c’è un ricordo di T.S. Eliot, un po’ manipolato...
«Sì, Eliot. Lo ha messo nei Cantos. Si volevano bene. Quando Eliot è morto lui ha detto: non c’è più nessuno che capisca un “joke”»
— Suo padre si è pentito di qualcosa?
«Non credo che si possa parlare di pentimento. Non si è mai pentito delle sue idee, ma se mai di non averle espresse in modo chiaro. Non voleva del male per nessuno. Ma quando il male lo vedeva si scagliava con parole furenti...».
— Aveva dei segreti?
«Se li aveva erano inconsci. Cercava se stesso, credo che si sia capito. Ci sono tante biografie di Pound, ma la sua vita non è stata ancora scritta».
— E quel periodo di ostinato silenzio?
«A noi dava fastidio. Ad esempio, si era tutti a tavola, c’era gente, si aspettava che lui dicesse qualcosa, anche una scemenza. Ma lui non diceva nulla. Credo che mantenesse quel silenzio perché vedeva la discrepanza tra un paradiso possibile e la natura umana».
— Era distaccato dalla realtà?
«Non so se fosse staccato o troppo dentro. Non era un mistico, era un credente».
— C'è un risveglio di interesse per l’opera di Pound, anche in Francia è stata pubblicata da Flam-marion la traduzione completa dei Cantos. Eppure i critici sono ancora divisi: alcuni lo considerano
il più grande poeta americano del secolo, altri un campione dell’artificio.
«Incomincia a diventare di moda essere pro-Pound. Ora il consenso è maggiore, anche nelle scuole strutturalistiche e post-strutturalistiche. E soprattutto lui dà molto materiale per scrivere libri. E’ entrato nelle Università, anche in Italia si discutono tesi».
— Esistono ancora inediti interessanti?
«Epistolari, come le lettere ai genitori che gettano luce sulle sue radici americane. Adesso c’è perfino il progetto dì pubblicare in facsimile i manoscritti dei Cantos’»
— Che insegnamento le ha lasciato?
«L’onestà, la sincerità. Far crescere qualcosa: sia i nipoti che i ravanelli nel giardino».
Nel giardino è rimasto un acero da zucchero. Pound ne aveva fatti mandare a Brunnenburg perché nascesse una piantagione. Quella pianta è un simbolo della sua fiducia nelle risorse naturali, negli scambi, contro 1’«imperialismo chimico» e l’«affarismo». Ma è anche un’illusione: di lì zucchero non ne è venuto fuori.


“Tuttolibri La Stampa”, 28 giugno 1986

I diari di Marlon (Goffredo Fofi)

Pacchi di registrazioni su cassetta ritrovate, un ologramma del volto di Marlon che sembra scaturire dal mondo di là e confessarsi ai viventi, e un mucchio di spezzoni di film accuratamente scelti, di scene di lavorazione, di documenti e interviste televisivi e cinematografici. La preoccupazione principale di Marlon Brando è stata certamente quella di cercarsi interrogarsi trovarsi, nella convinzione che fosse possibile andare al fondo della conoscenza e, in sostanza, guarire, trovare la pace nell’accordo tra la propria biografia e la propria psiche, trai fatti della società e quelli della coscienza
Il film Listen to me Marlon - rispettoso e intelligente - che Steven Riley e il suo gruppo di collaboratori hanno costruito a partire dalle confessioni di Brando, da questa mole di materiale, è il tentativo di mettere insieme i pezzi seguendo in sostanza le indicazioni dell’attore, di dare unità alla parte privata e a quella pubblica della vita di un uomo celebrato e chiacchierato, che per decenni è stato al centro dell’attenzione dei media e dell’interesse degli spettatori. Ma non si tratta soltanto di una curiosità prevedibile per uno dei rari miti duraturi dello show business e della mass culture statunitense, di conseguenza un mito quasi mondiale, quel che il film di Riley finisce per suggerire - e non importa se questo era nelle sue intenzioni - è molto di più, e questo di più è Brando stesso a indicarlo, nelle sue confessioni registrate, presumibilmente a futura memoria. L’attore vi cita non a caso Shakespeare e maledice biblicamente la sua sorte, dopo aver arricchito, dice, centinaia di psicanalisti e psichiatri (e, anche se non lo dice, guru d’altro genere) e si confronta con Dio, che ci sia o non ci sia fa lo stesso, per chiedersi cos’è l’uomo, e cosa sono il bene e il male e come si mescolano e rendono difficile il distinguerli. Cosa è lui, Marlon Brando, il figlio di una madre dolce e alcolizzata, di un padre macho e violento che è stato a sua volta figlio di un padre che non lo ha amato, il giovane provinciale che diventa newyorkese negli anni che succedono a una guerra che non ha fatto in tempo a fare e che si scopre attore, e che attore!, frequentando l’Actor's Studio da allievo, ci dice il film, più di Stella Adler, figura materna protettiva ma esigente, che non di Lee Strasberg o di quell’Elia Kazan che lo porterà al successo in teatro e in cinema affidandogli il ruolo dell’istintivo Stanley Kowalski nel Tram che si chiama Desiderio. Da parte del pubblico giovanile venne allora venerato appena un po’ meno di James Dean e un po’ più di Montgomery Clift, e alla pari con l’unica giovane attrice che poté eguagliare la loro fama, Marilyn Monroe, che cadde molto prima di lui, distrutta, si può ben dire, dalla nemesi del successo che distruggerà solo più lentamente la vita di Brando.
Una fama eccessiva impedisce una vita normale, è ben noto, anche e forse soprattutto se la si è cercata, voluta. Ecco dunque i trionfi di Marlon attore nuovo, che impone sullo schermo una fisicità di inedita forza e un modo di recitare complesso, intimo e però evidente in cui la presenza fisica si impone insieme all’introspezione più accanita. Diventa il segno di un’epoca e questo gli impedisce di essere solo un attore con una vita normale. I suoi grandi film sono in realtà rari (il Tram, Fronte del porto, Viva Zapata, Il selvaggio e dopo anni di sciocchezze e rare buone interpretazioni per Penn o Huston, Il padrino e Apocalypse Now ovvero “the horror”, di Coppola, e quell’Ultimo tango a Parigi in cui Bertolucci lo guidò a essere e fare se stesso, a svelarsi e scoprirsi impudicamente e dolorosamente e bensì trionfalmente, in un incontro-scontro attore-regista che sapeva per entrambi di ossessive pratiche psicanalitiche. (Tentò anche la regia, e il film era buono anche se non lasciò molta traccia e Riley non ne parla, così come non parla dell’interesse di Brando per avere nel cinema un erede in Johnny Depp, che, tradito dalla critica quando tentò a sua volta la regia, tradì il suo mentore ed è oggi una qualsiasi pallida maschera del conformismo hollywoodiano.)
Fu il successo il suo nemico, la sua difficoltà a potersene districare, e il suo amore, nonostante tutto, per quel che il successo gli portava, anzitutto il denaro. È accaduto tante altre volte e accadrà ancora e sempre, nel contesto capitalistico dell'american way of life e della società dello spettacolo, è la condanna degli "arrivati”, destinati così spesso a fini ingloriose e addirittura tragiche.
Quel che però ricaviamo da questo film, e più che dal film dalle confessioni di Brando a se stesso ma nell’ovvia speranza che qualcuno prima o dopo potesse ascoltarle, è che egli, nonostante gli ovvi processi di autogiustificazione, fu - almeno nei suoi ultimi anni e dopo tante tragedie famigliari e una vecchiaia ingloriosa, e la perpetrata, e se conscia o inconscia è secondario, autodistruzione della propria immagine fisica - una persona molto più intelligente di quanto non si potesse pensare. Per questo il film di Riley è un giusto complemento alla visione dei suoi film migliori, e la dimostrazione che Brando è stato la tragica vittima di una cultura dell’ego e della fama, a lungo consenziente e alla fine spietatamente cosciente del proprio fallimento e della difficoltà di trovare risposta alle domande, metafisiche come sociali, che non angosciano gli stupidi soltanto fin quando pensano di essere più forti della condizione comune e della comune, umana fragilità.

“Il Sole 24 ore – domenica”, 15 novembre 2015

30.3.17

Olimpiadi. Tosi e Consolini: epiche battaglie tra i duellanti del disco (Gianni Brera)

Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi
Per oltre vent'anni, dal 38 al 60, l'atletica italiana ebbe i suoi dioscuri nei discoboli Tosi e Consolini. Venivano entrambi dalla campagna ed erano della medesima schiatta celtico-lombarda: Tosi della riva destra del Ticino di Novara, dove peraltro si erano insediati - nel Mille a.c. - i liguri Laevi; Consolini, della riva veronese del Garda.
Tosi, di nome Giuseppe, ignorava lo sport prima che, da carabiniere, fosse prescelto quale corazziere del re. Era così alto ed imponente che, rifacendomi alla letteratura epico-avventurosa, lo paragonai subito a Porthos. Gli ficcarono un disco in mano quando era già espanso di trippe sopra le gambe del longilineo. Nonostante che lo stile concepito da Comstock e Oberweger fosse maledettamente costretto in dogmi abbastanza arbitrari, capì subito quello che doveva: coordinato come pochissimi al mondo, riuscì a tener la pedana a dispetto delle gambe assai lunghe e conseguì risultati squillanti, ma per sua sfortuna marcia, davanti a lui piroettava da tempo Consolini. Se Giuseppe Tosi era Porthos, Adolfo Consolini era Aramis, però maggiorato di qualche buon palmo in lungo e in largo. Soffriva molto il suo nuovo sanguigno avversario dal vocione virile, motteggiatore bonario e perciò efficace (perché non vi era ombra d'invidia nel suo modo di fare): lui, Adolfo, aveva una voce in strano contrasto con la sua possa scultorea: talvolta gli si rompeva in gola strappando cordiali risate a Giuseppone, che non si dava pace di venir superato per sola virtù di tecnica. Era comunque un bellissimo duello, tale da chiamare in causa Freud e persino Pende, famoso endocrinologo pugliese.
Contro ogni apparenza, Consolini era fragile come una fanciulla e la preponderanza pallica di Tosi lo sconvolgeva fino a fargli spropositare i ritmi e le mosse. Così accadeva che, dopo aver raggiunto distanze mondiali in allenamento, Consolini perdesse malamente in gara con Tosi, che lo annichiliva dall'alto del suo smargiasso agonismo. Fra i due, c'era Giorgio Oberweger, longilineo di ingegno anche sottile. Suo padre era stato funzionario austriaco: a Trieste aveva sposato un'istriana e messo al mondo lui, che la prestanza fisica aveva subito indotto a fare sport. Riusciva in tutto, nella corsa ad ostacoli e nel salto con gli sci, nel nuoto e nel lancio del disco. Lo presero al Guf Bologna e ne fecero un dilettante di Stato sui generis. Quando venne iscritto alle Olimpiadi di Berlino, Giorgione Oberweger non era ancora naturalizzato italiano: a Berlino trovò le due balene americane, Carpenter e Dunn, e non potè andar oltre il terzo posto con 49 metri e rotti. Poi, fece ben altro, non esclusa la guerra.
A Napoli superò il record del mondo ma i giudici non gli credettero! Guardavano evoluire un aereo: non si accorsero del punto in cui era caduto il disco e quando pretese che appuntassero il picchetto, gli risero in faccia: "Neh, guagliò, ma quello sarebbe 'o record do mondo!". Oberweger se ne andò via per non piangere e maledisse il collega aviatore che da Capodichino era venuto a distrarre quei coglioni ineffabili. Oberweger fece il cacciatore in Africa e abbattè anche degli spitfires con un aereo che non li valeva. Fu il solo a confessarmi di aver dato penosamente di stomaco dopo aver volteggiato a lungo nel cielo per scampare alla morte e magari infliggerla ai nemici. Con Oberweger ho vinto tante Olimpiadi, stando seduto a tavola, che quando mi garantì che ne avrebbe vinta un'ennesima con Livio Berruti non gli credetti guari: presi note per non offenderlo ma poi andammo insieme a pescare boccaloni con zio Pietro Petroselli e mi dimenticai di scrivere e pubblicare l'intervista. Berruti fu il mio primo glorioso abatino. Non vinse con due metri come giurava Oberweger, però si aggiudicò l'Olimpiade e corse due volte i duecento metri in venti secondi e cinque che era primato mondiale, nello stesso pomeriggio! Io amo in Pietro Paolo Mennea la mia disperata bruttezza di scorfano italiota; ammiro la sua ascesi agonistica e se non temessi di esagerare direi che la venero: ma corridori belli come Livio Berruti felicemente espresso dalle nostre risaie mai sono riuscito a vederne in mezzo secolo...
Dicevo prima di Freud e di Pende. Oberweger venne detronizzato da Consolini squittente come fanciulla pudica nel suo poderoso torace fidiaco. Gli insegnava e imponeva regole folli, legate a mosse non molto dissimili da quelle - astruse assai - di Mirone: solo quando sbagliava, notai, Consolini faceva risultato! Il giorno che riconquistò il primato mondiale, all'Arena ricordo benissimo di averlo maledetto per aver chiuso con il disco troppo vicino al fianco: anch'io evidentemente ragionavo secondo i dogmi comstockiani: poi, per chissà quali misteriosi impatti, il disco prese a volare in alto roteando nell' aria senza uno sgarro: planò oltre la metà del campo di calcio: venne misurato il lancio: era di 55,27: con Tosi, esterrefatto, era anche Emile Zatopek, forse il più strabiliante hilaris demens dell'intera atletica mondiale.
Oberweger cercò di incistare nel proprio inconscio il "fastidioso proiettile Consolini": il dottor Sigmund parla in questi casi di "rimozione" ma è termine improprio: niente si può rimuovere se non con il bisturi: se una cosa sgradevole rimane dentro, la devi forzatamente incistare: e Ober cercò di farlo servendosi di Tosi e della sua pelle generosa. Tosi batteva Consolini di almeno due metri a Perugia, durante la preparazione per Londra 1948. I dioscuri si rilanciavano l'attrezzo stando ciascuno sulle soglie dell'area opposta: e Tosi annichiliva Consolini. Lo vedemmo trionfante, allora, Ober ed io: dimenticammo però un particolare: che lanciavano fuor di pedana, sul campo di calcio, e che posando anche l'orlo di una scarpetta sul cerchio della pedana sarebbe stato lancio nullo. Per Londra, era da temere Fortune Gordien, americano sbruffone (o forse furbo, chissà: gli avrà pure detto qualcuno di Aramis-Consolini e delle sue virginee trepidazioni). Gordien lanciava normalmente sui 54 e andava dicendo che avrebbe cavato il titolo olimpico da uno dei suoi lanci come suo padre prestidigitatore cavava il coniglio dal cappello a cilindro. Solo Tosi aveva i cinquanta metri nel braccio e nelle gambe non Consolini: ed Oberweger ed io speravamo che Tosi battesse Gordien.
Quel fatidico giorno piovve abbondantemente. Dalla pedana si schizzava fuori al minimo accenno di piroetta veloce (per sfruttare la forza centrifuga). Il solo a restare bene in pedana era Consolini, che aveva il centro di gravità più basso rispetto ai due avversari. Volendo forzare, Gordien non infilò che nulli. E Tosi gli fu appena superiore. Consolini vinse con una misura che oggi fanno anche gli allievi, oggi. Modestamente, ci vidi un segno del destino una strizzatina di Apollo se non addirittura di Ercole semi-divino. Tosi fu medaglia d'argento e ne rimase molto smorfiato. La pioggia lo aveva tolto di mezzo, lui come Gordien lo sbruffone. Aramis Consolini conquistò il titolo olimpico ed ebbe mezzo milione in premio dalla Fidal. Poco dopo, ricevetti da lui presso il giornale un assegno di 25 mila lire in segno di riconoscenza "per averlo sempre sostenuto e incoraggiato". Nonché offendermi, la cosa mi commosse molto. Rimandai l'assegno a quegli che era ormai un impiegato della Pirelli e mi dissi spiacente di non poter accettare il suo amichevole dono: un giorno, chissà, gli avrei chiesto di aiutarmi ad acquistare un impermeabile con ragionevole riduzione...
Racconto questo episodietto per dire quanto fosse onesto anzi candido Consolini. Io non fui di un mignolo superiore a Carletto Uboldi, cursore mancato della prima maratona olimpica: infatti, ho restituito il dono precisando che io - e non altri - avrei dovuto mandare un assegno al più grande discobolo della nostra storia. In seguito, Consolini riconquistò il primato mondiale e fu secondo a Helsinki, dove era convinto di poter vincere ancora. Due anni prima, a Bruxelles, aveva puntualmente trionfato nei Campionati europei.
Erano giorni splendidi. La vecchia "Gazzetta" faceva tiratura per l'atletica leggera, cosa mai successa nella sua storia. Oberweger aveva preparato Consolini e Tosi con lo stesso impegno (ma chi aveva letto Freud sapeva dell'agognata rimozione). Io avrei tanto voluto che Tosi vincesse finalmente un titolo degno della sua enorme classe e mi concertai con un amico e collega ad esercitare dooping su di lui (dooping è termine olandese e penso che significhi raddoppiare). Ahimè: ero tanto mal pratico di queste diavolerie che pensai bastasse propinare a Porthos il doppio della mia consueta razione di pillole al fosforo e alla vitamina C per scatenarne la titanica potenza (una ineffabile madame Bovary svizzera mi aveva insegnato quel dooping: sulla scatoletta triangolare, in vendita presso tutte le farmacie, erano solennemente promesse force endurance energie). Porthos mi guardò dubbioso con i suoi occhi azzurri da sopravvivente longobardo: si accorse che volevo sinceramente aiutarlo e inghiottì pari pari. Poi scese in pedana muggendo come un Miura e giostrò con tale furore che il disco, ad ogni veemente chiusura, usciva sfarfallando dalla sua manona ciclopica. Breve: non azzeccò un solo lancio degno della ciclonica potenza espressa in quei vortici: il regolarista Consolini fu ancora primo e Porthos, senza malanimo, si rassegnò a una sorte insopportabilmente ingiusta con lui. Forse, nella sua fondamentale onestà, ebbe a spiegarsi l'insuccesso con la innocente gherminella chimica: era così intelligente che tutto poteva servire a consolarlo di vivere.
"La fortuna così vuole" ripetè Porthos scuotendo il capo, e ne rise come una certa sera che, ammiccando verso un cespuglio in ombra mi sussurrò: "La Nina sta violentando Adolfino!". Sgranai tanto d' occhi. Eravamo a Oslo, in occasione degli Europei 1946. La Nina era priopriamente la gèante di Baudelaire e Porthos muggiva, letteralmente, all' idea di non dormire, nonchalamment, à l' ombre de ses seins. La bellissima Nina lo respingeva, pur sorridendogli grata. Georgiana, forse contadina, evidentemente obbediva ai criteri di selezione applicati dagli allevatori del suo paese. Così, scelse il campione d' Europa, non il suo secondo. Forse non aveva nemmeno letto Dumas e non sapeva di Aramis. Adolfo entrò squittendo fra quei cespugli e obbedì ai doveri di classifica. Giuseppe Tosi ed io ci bevemmo sopra. Che altro fare? Finalmente, arrivò spennacchiatissimo Adolfo a dividere gli ultimi sorsi. Scuotendo il capo con un sospiro spiegò: "xe sta ela che g'ha vorsù". Porthos guardò il soffitto e bestemmiò, acre, tutti gli dei del cielo.


“la Repubblica”, 24 luglio 1984  

Cosmogonia. Una poesia di Jorge Luis Borges

Né tenebra né caos. La tenebra
richiede occhio che veda, come il suono
e il silenzio richiedono l'udito,
e lo specchio, la forma che lo popola.
Né spazio né tempo. E neppure
una divinità che premedita
il silenzio che anticipa la prima
notte del tempo, che sarà infinita.
Il gran fiume di Eràclito l'Oscuro
non ha intrapreso il corso irrevocabile
che dal passato va verso il futuro
e che va dall'oblio verso l'oblio.
Qualcosa gpatisce. Qualcosa implora.
E poi la storia universale. Ora.
---
Ni tiniebla ni caos. La tiniebla
requiere ojos que ven, como el sonido
y el silencio requieren el oído,
y el espejo, la forma que lo puebla.
Ni el espacio ni el tiempo. Ni siquiera
una divinidad que premedita
el silencio anterior a la primera
noche del tiempo, que será infinita.
El gran rio de Heráclito el Oscuro
su irrevocable curso no ha emprendido,
que del pasado fluye hacia el futuro,
que del olvido fluye hacia el olvido.
Algo que ya padece. Algo que implora.
Después la historia universal. Ahora.


Da La rosa profonda, Adelphi, 2013

29.3.17

Ottocento. Roma Capitale: l'invasione dei “buzzurri” e il ponte di Ripetta (Lucio Caracciolo)

1878. Costruzione del Ponte metallico di Ripetta (Pinterest - Collezione Roma sparita)
Dio ha maledetto Roma Capitale? Il dubbio che una divina jettatura pendesse sull'Urbe nacque appena due mesi dopo il fatidico 20 settembre 1870: le acque giallastre del Tevere sfondarono gli argini a Ponte Molle e nella città bassa, irruppero attraverso Porta del Popolo nel centro storico, quasi a lavare l'onta inflitta dall' Italia laica al millenario privilegio papale. Fiorì allora sui fogli "neri" e sulla bocca di beghine, bigotti, semplici popolani, la leggenda della "maledizione divina" su Roma italiana. Il governo di Sua Maestà provvide poi - con una certa flemma - a bloccare il flagello delle inondazioni, fortificando gli argini del Tevere. Nondimeno una qualche sorta di malocchio continuò a incombere sulla città, tanto da indurre già Ricasoli a chiedersi se vi fosse "dunque in questa Roma una fatalità, che deve rendersi maledetta per l'Italia".
Fatto è che l'idea di Roma - suprema missione unitaria che appassionò i più diversi esponenti del Risorgimento, da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Gioberti - per l'Italia è restata un mito astratto. La crescita della Capitale è una vicenda di continui fallimenti di Stato e Comune nel tentativo di orientarla secondo un progetto. È ormai più di un secolo che Achille - la mano pubblica - s'affanna sulle tracce di un'inafferrabile tartaruga - la speculazione privata. Di questa corsa a handicap cominciamo qui a tracciare una cronaca certo non esaustiva, sperando di illuminare, attraverso alcune storie esemplari, cause e meccanismi di una "fatalità" nient' affatto "celeste".
Converrà anzitutto tenere a mente che la Roma finalmente ricongiunta alla patria non ha nulla delle grandi capitali europee. Non gli ampi boulevards e i moderni palazzoni ministeriali, non le industrie con l' annesso squallore degli slums. Roma sorge come una gigantesca fattoria in una campagna malsana e paludosa. Scrive un testimone del tempo: "Di notte il silenzio della Città Eterna è punteggiato di continuo dal canto dei galli, da ragli di asini e belati di pecore. Pare d'essere in una città d'agricoltori, e questa impressione è largamente confermata di giorno, dai branchi di pecore e di capre che lasciano chiari segni del loro passaggio anche nelle strade principali". Ancora nella seconda metà del secolo la malaria miete le sue vittime ben dentro la cinta d'Onorio, a piazza del Popolo, al Colosseo, al Viminale.
Roma è rimasta, grosso modo, quella del Seicento, divisa come ai tempi di Nerone in quattordici rioni. Duecentomila abitanti s' accalcano a Borgo, a Trastevere e nell' ansa del Tevere tra piazza del Popolo e il Circo Massimo. Il viandante che s' avventura per le anguste strade cittadine resta stordito dal contrasto fra il fascino dei monumenti e lo stato di abbandono delle case e delle vie, meandro inestricabile e spesso impraticabile. Il marciapiede è considerato un lusso transalpino; quei pochi esistenti sono in verità trappole per pedoni distratti, essendo sistemati su dislivelli di un metro e più che si aprono come baratri davanti ai piedi dei passanti. L'esiguo traffico di carri, botti o sgangheratissimi omnibus ippotrainati s'ingolfa improvvisamente intorno al Corso, che le colonnette patrizie, irrinunciabile simbolo di dignità araldica, riducono a un accidentato percorso di slalom speciale.
Il fondo stradale è evocato dalle cronache come uno strumento di tortura che "storpia chi si attenta a muovervi un passo, taglia il tomaio delle scarpe, graffia ed iscorza le vernici delle ruote e, penetrando fra i quarti delle unghie dei cavalli, azzoppa e fa barcollare le povere bestie". La “Gazzetta di Firenze” annota malignamente che se i piedi potessero votare per la Capitale d' Italia, certamente non eleggerebbero la Città Eterna. E le case? Se escludiamo i palazzi in pietra degli aristocratici, esse offrono un colpo d'occhio ben misero. Sembrano tante casupole di campagna addossate l'una all'altra dalla mano di un architetto cieco o folle. Luride e spesso fatiscenti, emanano un insopportabile lezzo di cavolo - prodotto dall'abbondante uso di erbe cotte, tipico della dieta romanesca - il quale a suo tempo ispirò a Stendhal appassionate invettive contro le abitudini igieniche dei quiriti.
In questa Roma attardata convivono blandamente alto clero e plebe indigente, nobiltà e piccolissima borghesia. La gran parte dei romani vive d'espedienti, fra la certezza della broda elargita dagli ospizi di mendicità e la chimera d'una vincita al lotto, la via più corta dalla miseria alla ricchezza. Il solo ceto vagamente assimilabile alla borghesia mitteleuropea è quello dei "mercanti di campagna", gli affittuari del latifondo pontino. Tolta una manciata di botteghe di fabbriferrai che in qualche statistica assurgono al rango di industrie, e quei pochi lanifici che fino al 1870 vegetano dietro lo scudo dei dazi pontifici, non v'è traccia d' industria.
Roma sembra dar ragione ai suoi più astiosi avversari, per i quali la città è destinata a vivere alle spalle del mondo, "prima con la preda, poscia con lo scrocco". Per Roma l' arrivo degli italiani è una rivoluzione. Un equilibrio secolare è stravolto. Mentre Pio IX si esilia nei palazzi vaticani, donde scaglia anatemi contro i "figli di Belial", "rappresentanti della più velenosa bava d' inferno", in città si riversa un'orda di "buzzurri", soprannome non benevolo (significa "venditori di castagne") con cui i popolani designano i loro liberatori. Da Firenze arrivano a migliaia gli impiegati dello Stato. Dall'alta Italia accorrono commercianti, finanzieri, speculatori, attratti dal miraggio di una nuova capitale da costruire. Dal Mezzogiorno ecco premere un esercito di braccianti, accattoni, avventurieri, avvocati. Roma è un sogno a buon mercato, una promettente California. L'ondata d'immigrazione triplica in poche settimane il prezzo degli affitti. Il Comune è costretto a requisire financo i fienili. Cantine e sottoscala vengono disputati come alberghi di lusso. Un foglio locale segnala che all'albergo della Ghiffa, a piazza Montanara, si spendono pochi centesimi per dormire "con tutt' er comido", cioè soli in un letto, e quasi nulla per un materasso sul quale nel corso della notte possono adagiarsi altre due persone. I meno fortunati s'accomodano a frotte sulla scalinata di Santa Maria Maggiore, in aperta campagna, buscandovi le febbri.
Che ne sarà di questa città arretrata e infida? Raggiunta infine la meta dei padri del Risorgimento, l'"arca del nostro patto", l'"ara del nostro dritto", gl'italiani s'accorgono di non saper bene che farne. Un uomo solo - un "alpinista solitario", come ama definirsi - sembra avere le idee chiare: Quintino Sella, industriale di Biella, intellettuale e uomo di governo fra i maggiori della Destra storica. La sua voce parla alto: "Non è soltanto per portarvi dei travet, che noi siamo venuti in Roma!". Roma è per Sella sinonimo di civiltà e di progresso; l'Italia ha emancipato la sua capitale dal dominio clericale per farne il centro della scienza. "La scienza per noi a Roma è un dovere supremo", proclama lo statista piemontese. "Fuori i lumi! Fari elettrici anzi devono essere, imperocchè abbiamo a che fare con gente che si chiude gli occhi e si tappa le orecchie, abbiamo a che fare con gente che vuol pigliare i giovani fin dall'infanzia, avviarli alle proprie scuole secondarie e poi vuol dare a costoro i più alti uffici che si possano affidare all'umanità".
Dunque è chiaro: occorre costruire ex novo "una Gran Roma italiana che faccia equilibrio a Roma papale". In termini urbanistici la direttiva selliana significa edificazione di nuovi quartieri sui colli, soprattutto Esquilino e Viminale (qui devono sorgere i grandi centri di ricerca scientifica), e nell'area intorno a via Venti Settembre, modernamente concepita come "asse attrezzato" lungo il quale si scaglioneranno i ministeri. Simbolo della nuova capitale è l'enorme palazzo del ministero delle Finanze, vero tempio della burocrazia, innalzato per volere di Sella a pochi passi da Porta Pia. A perenne monito contro le mire reazionarie del clero temporalista, Sella suggerisce di erigere nel cortile del palazzo un monumento al centurione romano, che piantando l'insegna esclami: "Hic manebimus optime!".
L'utopia selliana di Roma "cervello supremo della nazione", città della burocrazia e della scienza, non inquinata da una "soverchia agglomerazione di operai che considero pericolosa e sconveniente", è troppo astratta per resistere all' assalto dell'immigrazione di massa e della speculazione fondiaria. Il piano di Quintino Sella sarà travolto, proprio quando cominciava a realizzarsi, dall'espansione indiscriminata dell'edilizia privata, vera padrona di Roma. Ben prima che il Comune possa varare nel 1873 il primo piano regolatore, la febbre edilizia comincia a stravolgere il volto della città. La grande finanza internazionale, piemontese, toscana, si getta alla conquista dei terreni. Nascono nuovi imperi finanziari. La Compagnia Fondiaria Italiana diventa nel 1875 proprietaria di un terzo della superficie compresa entro le mura urbane, estendendo i suoi possedimenti intorno all' Esquilino e a Porta Pia. Qui sorgono i primi "casermoni", mastodonti di cinque-sei piani destinati agli impiegati ministeriali. La Italo-germanica si accaparra centomila metri quadrati al Castro Pretorio e ai Prati di Castello, dove ha grossi interessi anche la Banca di Credito romano. Non più di sei o sette gruppi capitalistici monopolizzano in breve il mercato dei suoli e degli immobili. Il Comune cerca di regolare la spinta all'urbanizzazione "selvaggia" col sistema delle convenzioni, che in teoria dovrebbe basarsi sul reciproco vantaggio: il municipio appalta terreni, concede incentivi, provvede a costruire strade, fogne, condutture di acqua e gas, e ne affida l'edificazione a imprese private, che costruiscono, secondo i loro tempi e le loro necessità, case a reddito continuo. Quanto al piano regolatore, vale poco più di un pezzo di carta. A che serve accennarvi uno schema di sviluppo urbano monodirezionale, indirizzato sui quartieri alti, quando la stessa giunta approva un ordine del giorno in cui il piano regolatore è ridotto a "piano di massima", mentre si avverte che "il Consiglio si riserva di discutere partitamente ogni tratto di lavoro allorquando verrà l'opportunità dell' esecuzione"? Mentre il Campidoglio "si riserva" o deve fare i conti con sedicenti architetti che, fiutata la possibilità di guadagno offerta dalle necessità di una nuova capitale, si lanciano in ardite proposte come quella di impiantare la Camera dei Deputati al Colosseo, coprendolo con una volta di cristallo, le imprese immobiliari spadroneggiano. Non è ancora entrato in vigore il piano regolatore, e già il Comune ha firmato sette convenzioni per quartieri localizzati al di là delle mura cittadine.
La partita decisiva tra gruppi privati e pubbliche istituzioni si gioca sulla riva destra del Tevere, attorno a un terreno melmoso invaso da ortaglie e vegetazione spontanea, incassato fra Monte Mario e la fortezza di Castel Sant' Angelo: i Prati di Castello. Un consorzio di finanzieri di Francoforte, Amsterdam, Vienna, Torino, Napoli e Roma vi ha subito individuato il cuore della futura città e ha acquistato a prezzi agricoli quell' area paludosa. Nel 1872 l'architetto Cipolla presenta su incarico del consorzio il progetto di un grande quartiere residenziale, solcato da un boulevard che dovrà collegare Piazza del Popolo a Piazza San Pietro, sventrando il Borgo. Due ponti collegheranno il nuovo quartiere al centro storico. Stato e Comune si incaricheranno di rafforzare gli argini del Tevere per impedire le inondazioni. Accogliere questo progetto significherebbe stravolgere l'idea dello sviluppo unidirezionale verso Est, sostenuta dai proprietari di quelle aree, da Sella e dalla maggior parte dei pubblici amministratori. La commissione tecnica del Comune si orienta perciò a riservare i Prati di Castello per "grandi piazze, fiere di bestiame, ippodromi, mercato di commestibili, locali di pubbliche esposizioni, stabilimenti di bagni e cose simili". Sulle pendici di Monte Mario si progetta addirittura un "Tivoli", un enorme Luna park servito da una funicolare.
La contesa fra "prataroli" e "monticiani" (i fautori dello sviluppo sui colli) è anche l'occasione di un'aspra disputa politico-ideologica. A favore di Prati si schierano i liberali radicali, i mazziniani, gli anticlericali intransigenti, Garibaldi in persona. Costoro vedono nel futuro quartiere borghese a ridosso di San Pietro una sfida laica contro il "papa prigioniero". Lì, a un passo dai sacri palazzi, l'Italia moderna costruirà un Palazzo di Giustizia, emblema della civiltà liberale, monito contro le velleità temporaliste del clero. Campione di questo partito è dal 1872 il sindaco Luigi Pianciani, democratico mazziniano, che non perde occasione per denunciare l'oppressione spirituale del "prete". Per contro la stampa clericale e l'opinione pubblica moderata considerano la riva destra del Tevere un "cuscinetto" fra Italia e Vaticano, fra la Roma tuttora devota al papa re e i "buzzurri" che si stanno installando nei quartieri alti. Lo scontro resta impregiudicato per lunghi anni. Il piano regolatore del 1873 esclude in via di principio l'edificazione dei Prati, salvo prevedere per essi un "piano speciale di ampliamento". Il progetto Cipolla è respinto dal Consiglio comunale perché "astratto e quasi speculativo", come con raffinata ambiguità s'esprime un membro della giunta. È chiaro che la riva destra del Tevere non potrà accogliere in eterno paludi malariche e piante selvatiche, ma la prassi pilatesca del Comune facilita l' urbanizzazione "spontanea" pilotata dai trust finanziari.
Non scegliendo il Comune, scelgono infine i privati, i quali non acquistarono certo 65 ettari di terreno edificabile per coltivarvi broccoli o cavoli. E allora, siccome in Prati non sarà possibile costruire nulla fintanto che non sarà possibile un collegamento diretto con la sponda sinistra, i proprietari delle aree perdono la pazienza: nel 1878 costituiscono una società-ombra e affidano alle officine Cottrau di Napoli la costruzione di un ponte di ferro a Ripetta. Prima, i romani che avessero voluto attraversare il Tevere a quell'altezza non disponevano che della celebre barca di Toto, mitico fiumarolo che deteneva il monopolio dei traghettamenti in quel tratto d'acqua. Da tempo immemorabile Toto trasportava al di là della corrente i pochi romani che s'avventuravano nella selva di Prati. Solo la domenica il traffico s'infittiva: borghesi e ministri, aristocratici e popolani s'imbarcavano su quel barcone a fondo piatto per guadagnare le osterie suburbane e gustare le "fittuccine al pomidoro", il pollo spezzato "alla padella" o l'abbacchio alla cacciatora. Il ponte di ferro spazza via Toto e, quel che è più grave, l'antico porto di Ripetta. La via ai Prati è aperta. In pochi anni sorge dal nulla un quartiere residenziale per decine di migliaia di abitanti. È la fine dell'espansione orientata solo verso Est. D'ora in avanti Roma crescerà sempre intorno al suo centro antico, a macchia d' olio.

la Repubblica, 18 novembre 1984

27.3.17

Giustificazione. Una poesia di Fabio Carpi

Anche per questo si sta al mondo:
un po' di sole sulla faccia,
un po' di rimorso nel cuore,
una fitta a sinistra
all'apice del polmone.
Molto riposo di notte,
qualche sogno di meno
e in più la delusione
di risvegliarsi indegno come prima.


In Veleno (a cura di Tommaso Di Francesco), Savelli, 1980

Inghilterra, l’ultimo gioco in città. Scopri in che classe stai (Roberta Carlini)

Frotte di capi azienda, e neanche un addetto alle pulizie. La prima notizia della più grande indagine sulle classi sociali mai compiuta è che hanno risposto alla chiamata soprattutto gli abitanti dei piani alti. La seconda è che il gioco appassiona, e tanto. Lo racconta Mike Savage, il sociologo-antropologo inglese che ha ideato e diretto il progetto contando sul potente supporto tecnico (e mediatico) della televisione pubblica inglese. «Quando la Bbc ci ha convinto ad aiutarli a disegnare la loro indagine sul web, davvero non avevamo idea dell’interesse che avrebbe generato. Chi mai poteva preoccuparsi di dedicare venti minuti del suo tempo a rispondere a una batteria di oscure domande sui propri interessi, attività nel tempo libero, gusti culturali, reti sociali e situazione economica?».
Risposta: 161.000 persone in poche settimane, solo nel primo round del questionario. Quantità poi raddoppiata con la seconda puntata dell’indagine, giustamente (data l’ampiezza) battezzata Great British Class Survey. Quando poi, sulla base di quei risultati – che già in sé davano un dataset tra i più ampi mai avuti a disposizione da uno studioso, da indagini di questo tipo – il team di Savage con il supporto tecnico della Bbc ha elaborato il “class calculator”, gli esiti sono stati ancora più sorprendenti: sette milioni di persone sono entrate nel sito per calcolare esattamente qual è la propria posizione sociale.

Tutti a teatro
Ai ricercatori del gruppo di Savage (London School of Economics) sono state riferite scenette strane: gruppi di pendolari sui treni che confrontavano i rispettivi risultati al gioco delle classi; e finanche simulazioni scolastiche, nelle quali gli studenti replicavano in aula gli schemi su cui avevano sudato i sociologi ispirati nella costruzione della propria indagine dal pensiero di Pierre Bourdieu. Un altro aneddoto racconta che nella prima settimana del sondaggione web le vendite dei biglietti del teatro a Londra sono schizzate in alto del 191%: essendo la frequentazione dei teatri uno degli elementi che andava a misurare il “capitale culturale”, che insieme a quello delle relazioni sociali e (ovviamente) al background economico era preso a criterio di misura per riscrivere le nuove classi sociali del XXI secolo.
Cosa era successo? Gli inglesi sono impazziti per le classi? Casi editoriali come il bestseller mondiale di Thomas Piketty e la sua megastoria delle diseguaglianze, episodi politici come gli strani socialisti rimbalzati sulla scena politica anglosassone, o anche successi più pop come Downton Abbey, serie tv ad alto concentrato di questioni di classe, avevano già fatto capire che la materia scalda, eccome.
Provando a distanziarsi dal sorprendente exploit della propria ricerca, Savage medita che «simbolicamente, la classe è un parafulmine delle ansie provocate dalla discrepanza tra la nostra condizione economica e le nostre aspettative». Così scrive il sociologo, nel libro da poco uscito che, a due anni di distanza dalla kermesse on line, tira le fila di quella ricerca. Il volume, Social Class in the 21st Century (Penguin books 2015), ha un titolo speculare a quello del best seller di Piketty (Il capitale nel 21mo secolo, Bompiani 2014), e volutamente: sappiamo che le diseguaglianze nella nostra parte di mondo sono aumentate, quel che vorremmo capire è come questo allargarsi della forbice tra ricchi e poveri ha cambiato e riscritto la gerarchia sociale.
Savage e i suoi usano la mega -indagine fatta con Bbc per tracciare questa mappa, e arrivano a dividere il nuovo panorama sociale in sette classi. Dunque, dimenticate il piccolo mondo antico nel quale c’era un’alta società, un ceto medio e poi la classe operaia: nella nuova classificazione, quel che somiglia di più al passato è l’élite, e lo strato inferiore che adesso viene chiamato “precariato”; nel mezzo c’è un mondo dai contorni sfumati e – questi sì – un po’ ansiogeni.
Anche perché, come si è detto in Italia per l’inflazione (quando c’era), c’è una differenza tra la classe “percepita” e quella reale, e tutto il gioco tira in ballo aspetti e aspettative che vanno ben oltre il dato meramente economico.

I campioni del campione
Un primo indizio di questa complicazione c’è già nella fisionomia dei rispondenti, e in quell’assenza, citata all’inizio, dei lavoratori delle pulizie. Non c’è nessuno che tira a lucido la casa perfetta in cui tutti vorremmo abitare? Falso, ovviamente. Così come è falso pensare che 4 inglesi su 100 fanno i Ceo, gli amministratori delegati di una qualche società: eppure le risposte al sondaggio on line diedero questo risultato, con i Ceo sovrarappresentati di almeno 20 volte, una generale iper-presenza degli esperti (professionisti, scienziati, ricercatori, giornalisti), e una sparuta pattuglia di servizi basici. Per non parlare di etnie e geografie: presentissimi bianchi e londinesi, sottostimati i non bianchi, assenti Irlanda del Nord e Scozia. Dunque, il campione della “Great Britain Class Survey” (Gbcs) non è rappresentativo, ma le sue stesse distorsioni sono significative. Ovviamente vanno corrette, e questo avviene integrando i dati del campione con quelli di altre indagini e dei censimenti: che ci permettono per esempio di dire che l’élite, la classe al top che nel campione Gbcs pesava per il 22%, è in realtà il 6% della popolazione.
Ma allo stesso tempo la survey consente di entrare nelle caratteristiche di ciascuna classe, in particolare grazie al set di domande fatte nella ricerca, che vanno a valutare non solo il “capitale economico” (reddito e ricchezza) ma anche i gusti, gli interessi e le attività culturali, nonché la rete di relazioni sociali, familiari e associative di sostegno.
È qui l’interesse principale – e la fonte del maggior rimescolamento – della ricerca. Per fare un esempio: se un nullatenente vince 1 milione di sterline alla lotteria, non è che lo troviamo dal giorno dopo nell’élite. In altre parole: «La classe sociale è collegata alla diseguaglianza. Ma non tutte le diseguaglianze economiche sono una questione di classe». Pesa «il bagaglio storico dei vantaggi accumulati nel tempo».
E allora eccole, le sette classi del XXI secolo, in ordine decrescente negli inferi sociali: l’élite, poi una classe media spaccata in due (tra quella tradizionale e consolidata, e quella “tecnica” arrivano al 31% della popolazione), i nuovi lavoratori benestanti (15%), la classe operaia tradizionale (14%), i nuovi lavoratori del terziario (19%), il precariato (15%).
L’élite non coincide con l’ormai famoso “top 1%”, quelli che stanno sul gradino più alto nella scala della ricchezza e del reddito: a fare lo status ci sono anche, oltre a soldi case e patrimoni, lo score dei contatti sociali e il capitale intellettuale, sia tradizionale che emergente. Ne consegue che all’élite così definita appartiene il 6% della popolazione britannica, reddito medio annuo di 89.000 sterline, risparmi a 142.000 e valore della casa sulle 325.000 sterline; assai concentrata a Londra, con età media di 57 anni e una percentuale di minoranze etniche al suo interno del 4%. Al polo opposto, il “precariato” (definizione preferita a quella di underclass), che pesa per il 15% della popolazione, con reddito annuo di 8.000 sterline, patrimonio prossimo allo zero, punteggi bassi in tutti gli altri campi (tranne che nel capitale culturale emergente, nel quale sta un po’ sopra la vecchia classe operaia). Età media: 50 anni. I giovani invece stanno soprattutto nella classe emergente nei servizi. Età media 32 anni, sono quasi un quinto della popolazione.
I nuovi lavoratori del terziario sono economicamente e come status al di sotto nei nuovi professionisti balzati in alto della net economy (che piuttosto si trovano nella classe media tecnica e nei nuovi lavoratori benestanti), guadagnano pochino ma comunque più della classe operaia tradizionale (21.000 sterline l’anno, contro 13.000), non hanno case né patrimoni ma hanno un alto capitale di relazioni sociali e il più alto punteggio di tutti in “capitale culturale emergente”. Mentre i nuovi lavoratori “benestanti” e la classe media tecnica hanno molti più soldi che non contatti e libri.

Emergenti ma sfigati
Insomma, se la classe non è acqua non è neanche così trasparente e limpida, quando andiamo a mettere dentro tutti i markers, non solo quelli economici. Pure, dal puzzle delle classi sociali del XXI secolo emerge qualcosa di chiaro: la polarizzazione tra élite stratosferica e precariato infimo; lo spargimento della vecchia classe media in tanti rivoli, in su e (di più) in giù; e l’emersione di una nuova categoria: giovani colti ben connessi tra loro e abbastanza poveri. Sembra di vedere qualcosa di familiare? «Non è una novità neanche per il mondo anglosassone, la laureata che va a fare la commessa», commenta il sociologo Antonio Schizzerotto, uno dei maggiori studiosi della composizione e dei movimenti delle classi sociali in Italia. Che però preferisce un ancoraggio maggiore – come da scuola tradizionale – a ciò che definisce strutturalmente una classe: l’economia, il lavoro che fai. Le altre variabili, quelle culturali e relazionali che caratterizzano il lavoro di Savage, vengono dopo, dice Schizzerotto. «Quello che è successo è che, in molti Paesi tra i quali il nostro, il settore che si è espanso di più è quello dei servizi non manuali a basso livello di qualificazione». E magari quei lavori sono stati occupati da persone con una istruzione superiore al necessario. Con una catalogazione diversa, quella tradizionale che va dagli imprenditori e liberi professionisti ai lavoratori manuali non qualificati, anche il risultato della ricerca di Schizzerotto per l’Italia accende un faro su quelli che qui si chiamano “impiegati esecutivi e lavoratori non manuali del terziario”: unica classe cresciuta, nel passaggio dalla generazione nata nel ’54-’59 a quella nata dal ’70 all’85. Nel primo gruppo, erano circa il 15%, nel secondo sono quasi il 19%. Un effetto della mancata crescita del sistema economico: «Solo le fila del proletariato dei servizi si stanno ingrossando».


Pagina 99, 30 aprile 2016

Clientele esterne. E gli ebrei in Egitto salvarono Cesare (Luciano Canfora)

Il ruolo decisivo (e nascosto) delle truppe di Antipatro nella battaglia del Delta

Che la campagna di Cesare ad Alessandria abbia rivestito un ruolo cruciale in tutto l'andamento della guerra civile dopo Farsalo mi è accaduto di affermarlo in più occasioni. Napoleone, nel Précis des guerres de Jules César, scritto o meglio dettato a Sant'Elena, rimproverava a Cesare di essersi lasciato intrappolare in quella campagna. In questo caso l'imperatore sbagliava. L'Egitto era cruciale per Cesare non solo per il controllo del Mediterraneo orientale, ma per la stessa prosecuzione della guerra civile.
Della campagna alessandrina il momento cruciale è stata la battaglia del Delta. Non ne era scontato l'esito. Cesare ha compiuto l'abile mossa di liberare il giovane sovrano Tolomeo, che aveva presso di sé come ostaggio nel palazzo reale, e di restituirlo al campo nemico: il che ha intralciato la strategia dell'abilissimo generale egiziano Ganimede, cui Tolomeo si contrappose immediatamente come rivale nel comando delle operazioni. Jérôme Carcopino, nel suo Cesare, mette molto bene in luce il senso di questa mossa di Cesare. Ma è soprattutto sul sopraggiungere di Mitridate Pergameno e delle sue composite truppe ausiliarie che Cesare doveva poter contare per guadagnare la battaglia. Ed è sul ruolo del contingente ebraico unitosi all'esercito di Mitridate che conviene focalizzare l'attenzione.
Il resoconto di questa battaglia, la battaglia del Delta, compreso nel Bellum Alexandrinum tace completamente del ruolo che le truppe ebraiche al comando di Antipatro hanno svolto. Anzi, in un particolare molto importante l'anonimo autore attribuisce a merito di Mitridate Pergameno quanto da Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche) apprendiamo essere stato merito di Antipatro. Fu infatti Antipatro che indusse una serie di tribù e popolazioni dell'area, ivi compresi gli Ebrei che risiedevano nella zona del Delta, ad unirsi all'esercito ausiliario che puntava a ricongiungersi con le truppe cesariane, spezzando l'assedio che bloccava Cesare nel palazzo reale di Alessandria. E nella battaglia, che si svolse in località «Campo degli Ebrei», fu Antipatro a determinare la vittoria sulle truppe egiziane che stavano per aver ragione di Mitridate.
Il resoconto di Giuseppe pone nel massimo rilievo il contributo del contingente ebraico. Su di un punto, che gli sta molto a cuore, egli fa ricorso alla Storia di Strabone, di cui ci dà, per suffragare le proprie affermazioni, un cospicuo frammento (Antichità, XIV, 137-139). Si tratta della effettiva presenza del sommo sacerdote Ircano, accanto ad Antipatro, nel contingente ausiliario capeggiato da Mitridate. Conviene riferire per intero il brano: «Conclusa vittoriosamente la guerra, Cesare sbarcò in Siria e lì rese grandi onori sia ad Ircano, cui confermò il sommo sacerdozio, che ad Antipatro, cui concesse la cittadinanza romana e l'esenzione dalle tasse. Molti sono gli autori che hanno parlato dell'aiuto dato da Ircano a questa campagna e della sua presenza in Egitto. Dà conferma di questa mia asserzione Strabone il Cappadoce. Egli richiamandosi ad Asinio come sua fonte dice esattamente così: “Dopo Mitridate (nel senso di al seguito di) entrò in Egitto anche Ircano, il sommo sacerdote degli Ebrei”. E lo stesso Strabone in un altro passo dice, richiamandosi questa volta ad Ipsicrate: che Mitridate si mosse da solo, che da lui fu convocato ad Ascalona Antipatro, amministratore della Giudea, che Antipatro gli procurò tremila uomini, che riuscì a mobilitare anche gli altri dinasti, e che alla campagna prese parte anche Ircano, sommo sacerdote. Questo esattamente dice Strabone».
E sui meriti precipui di Antipatro a Pelusio e nella battaglia di «Campo degli Ebrei» Giuseppe menziona, ma purtroppo non cita, una lettera di Mitridate a Cesare.
Quando racconta questi stessi avvenimenti nella Guerra giudaica, Giuseppe non dà dettagli così minuziosi. Racconta la battaglia (Guerra giudaica, I, 190-192) ed in particolare il ruolo determinante di Antipatro e dei tremila del contingente ebraico i quali sgominano gli Egiziani che stavano per avere il sopravvento su Mitridate Pergameno e sulle sue truppe. Ma non adduce la testimonianza - per lui preziosa - di Strabone: necessaria, nella sua strategia espositiva, per fugare il sospetto di avere ecceduto nel valorizzare il ruolo del contingente ebraico. Né sono presenti nella Guerra giudaica i numerosi documenti messi a frutto nelle Antichità giudaiche, a cominciare dalla importante lettera di Mitridate Pergameno a Cesare, che attestava e documentava i meriti di Antipatro nella battaglia del Delta. Dunque Giuseppe ha proseguito le ricerche - il racconto presente nelle Antichità è stato elaborato dopo - ed ha seguito, da storico provetto, due piste: cercare le tracce della vicenda in storici non ebrei (Strabone «il Cappadoce», come lo chiama) e attingere alla documentazione epigrafica esposta a Roma, in Campidoglio, ma anche nelle città di Tiro, Sidone, Ascalona, che per una ragione o per l'altra avevano rapporto con la vicenda.
L'utilizzo dell'opera storica di Strabone gli ha consentito di attingere indirettamente a quanto in proposito aveva scritto Asinio Pollione, la cui opera sulle guerre civili, che tanto allarmava Orazio, era stata largamente messa a frutto da Strabone. Grazie a questo fortunato intreccio di fonti (Giuseppe che adopera Strabone, che a sua volta adopera Asinio e lo cita) veniamo a scoprire che anche su questo punto specifico del ruolo degli Ebrei nella battaglia del Delta, Asinio Pollione si discostava dalla tradizione consolidatasi nel Corpus dei «continuatori» dei Commentarii cesariani. Conosciamo bene, grazie a Svetonio, il severo giudizio di Asinio sui Commentarii e sulla loro scarsa veridicità. Tale diffidenza si estendeva a maggior ragione al resto del Corpus , allestito, da uno staff rimasto anonimo, in accordo con l'erede di Cesare e gestore oculato della sua memoria. Tanto più appare rilevante che Asinio abbia voluto esprimersi su questo punto («con Mitridate c'era anche Ircano») se si considera che Asinio dopo Farsalo non ha seguito Cesare ad Alessandria, ma è tornato, con Antonio, in Italia.
Un'ultima considerazione si impone. La politica cesariana di apertura verso gli Ebrei, e verso Ircano e Antipatro in particolare, va compresa nei suoi termini politici. Lo schieramento, al momento della guerra civile, di molti Ebrei dalla parte di Cesare è ben comprensibile: il nemico di Cesare, Pompeo, era stato, al momento della conquista della Siria (65 a.C.) e della Palestina, il profanatore del Tempio (63 a.C.), come racconta con dovizia di dettagli Dione Cassio (XXXVII, 15-16). Dal punto di vista di Cesare, d'altra parte, si trattava di subentrare quanto possibile a Pompeo nella gestione della vasta rete delle sue clientele orientali. Che è la ragione per cui, vinto Tolomeo, Cesare ha preferito sistemare lo scacchiere orientale prima di occuparsi della «insorgenza» catoniana a Occidente.
Orbene Ircano era stato, a suo tempo, gratificato da Pompeo. Proprio la fazione di Ircano, nel 63 a.C., aveva aiutato Pompeo e Pompeo aveva adeguatamente ricambiato Ircano: il Tempio - racconta Dione - fu saccheggiato, dopo che i Romani lo avevano conquistato di sabato senza colpo ferire, ma Pompeo s'era affrettato a ricompensare Ircano «affidandogli il regno».
Ecco perché, nel 47, Ircano, morto ormai Pompeo, aveva voluto essere assolutamente accanto ad Antipatro nel corpo di spedizione che Mitridate Pergameno conduceva in Egitto, a tappe forzate, in soccorso di Cesare per liberarlo dall'assedio alessandrino. E Giuseppe si affanna a portar documenti attestanti che Ircano era davvero lì, in quella vicenda salvifica per Cesare. E Cesare, a guerra ormai conclusa, aveva pensato bene che gli conveniva confermare Ircano nei suoi poteri. Per controllare una regione, è fondamentale un saldo rapporto con le élite locali dominanti: quelle che Ernst Badian ha chiamato nel suo celebre libro, «le clientele esterne». Era l'abc della «sapienza imperiale» romana.


Corriere della sera, 21 settembre 2011

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