23.6.18

Dall'anima. Una poesia di Adélia Prado (Divinópolis, Brasile, 1936)

Adélia Prado 

È nato nel mio giardino un cespuglio
che fa fiori gialli.
Ogni mattina vado lì per sentire il ronzio
dell'insetteria in festa.
Ci sono ronzii di ogni tipo:
di grossi, di sottili, di apprendisti e di maestri.
È zampa, è ala, è bocca, è becco,
è granello di polvere e polline nel falò del sole.
Sembra che l'alberello chiacchieri.

Dalla rivista on line “Fili d'aquilone” N.9 – 2008 – Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira

Ripenso il tuo sorriso. Una poesia di Eugenio Montale


a K.
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d'una giovinetta palma...

Nota

Ci fu una polemica qualche anno fa, quando in una prova di Maturità il Ministero chiese un commento di questa celebre lirica montaliana, uno dei miracoli degli Ossi di seppia. Il quesito ministeriale faceva riferimento a una “figura femminile”, mente il K. della dedica si chiamava Boris Kniaseff ed era un ballerino russo. 
Il bello della poesia risiede - secondo Croce - nella sua capacità di universalizzazione, nel  suo saper incarnare il generale nel particolare, nell'unico; io preferisco parlare di fungibilità, di “valore d'uso”. Per me il sorriso cui ripensa chi legge e rilegge il testo, quello che “sommerge i crucci” e s'insinua “schietto nella … memoria”, può benissimo appartenere a una figura femminile. 
E così è concretamente nel mio caso. (S.L.L.)

Arte e vita. Cesare Garboli, il critico che seguì il suo talento (Alberto Asor Rosa)


Ho trovato, tra i ritagli, questo necrologio di Cesare Garboli - molto acuto. Alle opere che Alberto Asor Rosa opportunamente cita mi piace aggiungere il suo Molière, una magnifica traduzione di 5 commedie del drammaturgo francese con annessi saggi di lettura. Notevoli, in particolare quelli sul Tartufo, che nella lettura del critico diventa l'uomo politico nella sua fraudolenta vocazione di guaritore, e sul Malato immaginario, l'uomo nevrotico che del potere diventa complice. (S.L.L.)

Quando l' ho conosciuto, Cesare Garboli era Cesarino. Uno della cerchia giovanile di Sapegno; ma non uno qualunque: il più brillante e promettente. Pochi rammentano, credo, che lo scritto d'esordio di Garboli è un ponderoso e dottissimo intervento su Struttura e poesia nella critica dantesca contemporanea (“Società”, 1952), in cui discuteva con precoce autorevolezza le posizioni crociane sulla Commedia alla luce degli orientamenti storicistico-gramsciani allora in auge. Più sapegniano di così. E infatti Sapegno molto lo amava e, caso rarissimo, fece di tutto per tenerselo accanto.
Qui cade la prima, forse la più decisiva, delle scelte garboliane. A Cesare non gli andava, non gli andava proprio di fare il professore universitario. Anzi, non gli andava proprio di fare «il critico»: uno della corporazione, vincolato da regole e statuti precisi. Prigioniero di un amore furioso per la letteratura, soprattutto quella vivente (anche se non dimentico di quella antica), oppure ammalato di quel morbo irrimediabile, che consiste nel mettere al centro di ogni cosa la pratica del testo letterario e della poesia (nemmeno lui, scommetto, seppe mai bene se fu l'uno o fu l'altro), preferì andarsene libero, o il più possibile, libero, sulle strade della lettura e della conoscenza.
Tutti penseranno a questo punto al suo lunghissimo rapporto con “Paragone”, scuola di metodo e di gusto, e con Roberto Longhi e Anna Banti. Giustissimo. Io non ometterei di ricordare, in una fase precedente, che s' interpone fra gli anni universitari e la prima maturità, quello con Niccolò Gallo, più anziano di noi di diversi anni, critico finissimo, che riuscì a combinare la sua naturale sapienza di lettore con impegni apparentemente modesti, come le rassegne annuali della narrativa italiana, apparse a lungo su “Società” e lette e discusse fra noi con avidità.
Veniamo al dunque. Cesare Garboli non ha mai scritto quel che si dice «un libro». Ha scritto saggi, articoli, recensioni, ritratti, prefazioni (genere nel quale, come dirò, eccelse). Di tanto in tanto, abbastanza avaramente, li ha raccolti in volumi. I tre secondo me più importanti sono significativi fin dai titoli: La stanza separata (1969), Scritti servili (1989) e il recentissimo Pianura proibita (2002). Aguzza e penetrante come il suo profilo, la sua penna, quando è nel pieno dell'estro, entra nella realtà viva dei testi e la scava come pochi altri hanno saputo fare nei cinquant'anni che ci stanno alle spalle.
Garboli non è un lettore «analitico»: non scompone il testo in frammenti, non offre un'imponente documentazione citazionistica per arrivare alla sua verità. È un lettore fortemente «sintetico», che alla verità, alla sua verità ci arriva per forza di argomentazione. Un problema sta al centro della critica garboliana: il rapporto fra letteratura e vita. Una volta scoppiò una rispettosa ma di fatto furibonda polemica fra lui e Franco Fortini, che lo accusava, a proposito della pubblicazione da lui curata dell'inedito Journal di Matilde, figlia di Alessandro Manzoni, morta giovanissima di tisi, di aver letto una «tranche de vie», come un «romanzo». Aveva ragione Garboli a protestare. Ma nella sua protesta troviamo, a guardar bene, una chiave rivelatrice, che porta lontano nell'osservazione del suo metodo e dei suoi interessi più profondi. Garboli scrive che la realtà del mondo sensibile e la realtà dell'arte «non si trovano mai disunite: i loro sguardi non si staccano mai, sono sempre incantati, appiccicati l'uno all'altro da una fascinazione reciproca che non ha mai fine» (Pianura proibita, pag. 184). Ecco, io penso che Garboli sia stato lungo tutto il corso della sua vita «fascinato» da questa linea di giunzione fra la letteratura e la vita, che non si risolve mai nel predominio dell'una sull'altra ma se mai continua a rimandarsi l'una con l'altra, suscitando echi infiniti. Questo spiega, mi sembra, perché la forma tipica del saggio garboliano sia il ritratto, e, ancor più, quella forma precipua del ritratto, che è la prefazione; e perché in lui agisca spesso potentemente, accanto alle suggestioni critiche indotte dal testo, la conoscenza diretta dell'autore Longhi, Penna, Delfini, Soldati, La Capria; e, fra le donne, i ritratti bellissimi (che meriterebbero un discorso a parte), di Banti, Ginzburg, Morante. Le due conoscenze, invece di restare separate, si fondono.
La «servilità» garboliana è questo mettersi al servizio della conoscenza di un testo visto da tutte e due le parti, non da una sola. Certe volte questo narcisistico impulso a smontare la macchina del testo, pur di arrivare a una verità collocata al di là, in un altrove difficilmente localizzabile (non più letteratura, ma neanche vita, forse destino), arrivava fino al punto di fargli mettere in discussione il canone stesso imposto dall'Autore, anche dal MegaAutore. È il caso dell'edizione nei Meridiani delle Poesie e prose scelte di Giovanni Pascoli, segmentate e ricomposte secondo partizioni e un disegno, che non sono più quelli del poeta, ma quelli dell'interprete. Si leggono egualmente con gusto grandissimo, a patto di non cercarci la storia della poesia e dell'identità pascoliana ma quella di ciò che Garboli pensa della poesia e dell'identità pascoliana.
Negli ultimi anni Cesare Garboli era tormentato da una sua personale ricerca d'identità. Ho riletto con commozione lo scritto Pianura proibita, che dà il titolo alla raccolta omonima e la chiude. Scritto e letto in pubblico alla fine del 2001, può forse considerarsi, ahimè, il suo testamento. Garboli vi ragiona, anche tornando esplicitamente alle scelte dei suoi anni giovanili, della propria difficoltà a riconoscersi in un ruolo. Non critico; e non scrittore. E non scrittore, perché, pur dotato di una fervidissima immaginazione, non pensò mai, non fu mai spinto a farne il trampolino per un lavoro creativo fatto di parole (verso il quale anzi provò sempre «un oscuro sentimento di repulsione»). Il suo destino, dice, ebbe una svolta quando gli capitò di metter le mani sui fondi archivistici dimenticati di uno scrittore chiamato Antonio Delfini. La sua immaginazione cominciò allora a lavorare furiosamente al compito di «dare compimento a un destino rimasto incompiuto». La stessa cosa gli capitò con Matilde Manzoni. E, più o meno, con Giovanni Pascoli. Creazione dalla creazione: potrebbe esser questa la formula per imprigionare l'irrequieto e inclassificabile scrittore, arrivato alla fine a riconoscersi nell' altro da sé più di quanto non avesse mai voluto ammettere prima. La quiete dopo l'inquietudine? Forse, le ultime parole di Pianura proibita, rilette oggi, mandano questo suono: «Gli arabi chiamano pianura proibita quei territori dove lo stile pianeggiante della semplicità nasce dopo un lungo sforzo, e testimonia di laboriose e difficili prove. Non mi dispiacerebbe finire i miei giorni camminando da solo per una di quelle pianure ignote, dove passano poche anime vive».

“la Repubblica”, 13 aprile 2004

La cultura delle armi negli Stati Uniti. Da Robespierre a Charlton Heston (Benoit Bréville)

Per ora non se ne parla, ma se ne tornerà a ragionare quando una nuova strage, in uno degli Stati americani dell'Unione, riporterà in vita per qualche giorno o settimana un dibattito ormai stucchevole, da cui non verrà fuori nessun provvedimento risolutivo. 
Il testo che segue, di alcuni anni fa, ricorda le origini nobili (e “di sinistra”) del “diritto a possedere e a portare un'arma” e giova a far comprendere come “tutto ingaglioffisce a tutto spiano”. (S.L.L.)
Denis Balibousse

IL 14 DICEMBRE 2012, in una scuola elementare di Newtown (Connecticut), un uomo armato di un fucile d'assalto massacra ventisette persone, tra cui venti bambini. È la settima strage dall'inizio dell'anno, negli Stati uniti. «Queste tragedie devono cessare» dichiara il presidente Barack Obama, prima di annunciare la creazione di una commissione sul controllo delle armi da fuoco. Poco dopo, le vendite di armamenti toccano un massimo storico nel Tennessee. In cinque stati, Walmart deve fare i conti con l'esaurimento delle sue scorte di armi semiautomatiche; e si aggiungono centomila nuovi soci alla National Rifle As-sociation (Nra), la potente lobby delle armi da fuoco (quattro milioni trecentomila aderenti, tra cui uno dei più famosi resta Charl-ton Heston).
Il 16 gennaio 2013, Obama svela le misure elaborate dalla commissione (divieto per i fucili d'assalto, i caricatori di grande portata, ecc.). Alla Borsa di New York le azioni dei colossi degli armamenti s'impennano: +5,6% per Sturm, Ruger & Co, +6,5% per Smith & Wesson.
Prima delle ultime elezioni presidenziali, il presidente-direttore generale di Sturm, Ruger & Co, Michael O. Fifer, già confessava: «Se glielo domandate, penso che la metà della gente che appartiene all'industria delle armi da fuoco direbbe che non si augura la sua [di Obama] rielezione. Ma, a conti fatti, sicuramente andranno di nuovo a votare per lui (1).» Ritenuto favorevole al controllo delle armi da fuoco, il presidente democratico si dimostra l'«alleato oggettivo» degli adepti della polvere da sparo: negli Stati uniti, la paura del sequestro alimenta a dismisura le vendite, e la minaccia di un maggiore controllo sulle armi da fuoco favorisce... i fabbricanti di armi.
Questo paradosso dipende in parte dall'uso ingegnoso del secondo emendamento della Costituzione americana (1787). Ogni volta che, in conseguenza di un massacro, monta una grande ondata di emozione popolare, i difensori delle armi da fuoco lo ripetono in tutti i modi: i Padri fondatori hanno voluto che ciascun cittadino avesse il diritto di «detenere e portare un'arma»; nessun governo ha il diritto di limitare una libertà così fondamentale.
Ma perché i padri della nazione hanno introdotto una tale disposizione nella Costituzione? Si preoccupavano del diritto alla caccia delle future generazioni? Non credevano che lo stato potesse garantire la sicurezza dei cittadini?
Il secondo emendamento è spesso sbeffeggiato dai media stranieri, che lo considerano una bizzarria, un arcaismo della società americana. Vi si associa a volte tanto il redneck («zotico») avvinghiato al suo fucile e al suo pick-up, a volte il padre di famiglia vagamente paranoico che vuole difendere in prima persona i suoi cari. Il diritto alle armi simboleggia allora l'individualismo del popolo americano. «Lo sappiamo, le armi da fuoco, sono tipiche della cultura statunitense», esclama su Rtl il conduttore Marc-Olivier Fogiel. Il suo interlocutore, il giornalista Claude Askolovitch, ritiene addirittura che il fatto sia «consustanziale a quel Paese», perché «gli americani si considerano ancora degli agricoltori che si battono contro gli inglesi». Solo «gli intellettuali illuminati della Costa est» sarebbero immuni da questa mania.
Ahimè! Il diritto alle armi contenuto nel secondo emendamento fu pensato, nel XVIII secolo, da «intellettuali illuminati della Costa est». All'epoca la questione non era né culturale, né individualista, ma politica e progressista, e si iscriveva in una lunga tradizione, ampiamente dimenticata oggi. Per secoli, le armi furono in effetti percepite come simbolo di libertà: che fosse la spada consegnata dal padrone al servo affrancato, sotto Enrico I d'Inghilterra (1100-1135); o il fucile negato agli schiavi francesi, a cui era vietato - secondo l'articolo 15 del Codice nero (1685) -
«portare alcun'arma d'offesa, né grossi bastoni, se non a costo di frustate e del sequestro». Se i Padri fondatori hanno permesso a tutti i cittadini di armarsi, non era per «battersi contro gli inglesi», ma per esercitare un diritto da loro stessi considerato fondamentale: resistere all'oppressione, alla tirannia, per farla breve a uno stato che tentasse di oltrepassare le prerogative limitate che gli conferisce la Costituzione.
Questo diritto alla rivolta, compresa quella violenta, fu teorizzato nell'Europa del XVII secolo dai precursori degli Illuministi: «Il popolo sopporterà, senza rivolte, né proteste, certi errori gravi dei suoi governi, numerose leggi ingiuste - scriveva per esempio il filosofo inglese John Locke nel suo Trattato sul governo civile -. (...) Invece, se una lunga serie di abusi, di prevaricazioni e di frodi rivela un'unità d'intenti, che non può sfuggire al popolo, quest'ultimo prende coscienza del peso che lo opprime e scorge ciò che lo aspetta; non bisogna stupirsi, a quel punto, se si ribella.» L'idea ha attraversato i secoli e le frontiere. Durante la Rivoluzione francese, Maximilien de Robespierre chiese che «si costruiscano delle fucine negli spazi pubblici dove fabbricheremo delle armi per armare il popolo (2)». Appena un secolo più tardi, quando il governo autoritario di Adolphe Thiers decide di sequestrare i duecento ventisette cannoni collocati a Belleville e a Mont-martre, che appartengono al popolo parigino, quest'ultimo si rivolta e instaura la Comune di Parigi.
«Armi! Tutti i cittadini hanno il diritto di averne come sola garanzia seria, efficace, dei loro diritti», proclama allora il rivoluzionario di Narbona. L'idea è ripresa in seguito dai repubblicani spagnoli nel 1936, che chiedono armi all'estero per lottare contro il franchismo; dai partigiani della seconda guerra mondiale, che cercano di armare il popolo parigino; poi dai rivoluzionari cubani (3).
Trascurata dai progressisti, che hanno realizzato una forma di simbiosi con lo Stato, questa doppia tradizione dell'arma emancipatrice e del diritto alla resistenza è stata ripresa, negli Stati Uniti, dai conservatori. Solo loro invocano ormai lo spirito originario del secondo emendamento: quello che «non è stato scritto per proteggere il vostro diritto a sparare a un daino, ma per proteggere il vostro diritto a sparare contro un tiranno se egli si impossessasse del vostro governo», ribadiva per esempio su Fox News l'editorialista Andrew Napolitano. In questo tentativo di recupero, i difensori delle armi da fuoco non esitano ad arruolare Martin Luther King, apostolo della disobbedienza civile non violenta. Larry Ward, militante attivo del secondo emendamento e ispiratore della «giornata in onore delle armi» (Gun Appreciation Day), la cui prima edizione si è tenuta il 19 gennaio, affermava così su Cnn: «Io credo che questa giornata onori l'eredità del dott. King. Se egli fosse ancora vivo, sarebbe d'accordo con me nel dire che la schiavitù non sarebbe mai durata così a lungo nella nostra storia se gli afro-americani avessero avuto il diritto di portare un'arma sin dalla nascita di questo paese (4)
Wayne LaPierre, l'inamovibile vice-presidente della NRA, evoca senza mezzi termini il ricordo del genocidio degli ebrei d'Europa: «In Germania, il controllo delle armi da fuoco ha consentito il successo della Shoah (5)
I partigiani di una regolamentazione del commercio delle armi da fuoco sarebbero dunque altrettanti schiavisti o nazisti inconsapevoli, E, poiché la Costituzione permette a ciascuno di possedere un'arma per combattere la tirannia, chiunque proponga di circoscrivere questo diritto è paragonabile a un potenziale tiranno. Insomma, il popolo deve armarsi per difendere il suo diritto alle armi.
I cittadini americani avrebbero tuttavia ben altre occasioni per proteggere l'eredità dei Padri fondatori. In seguito agli attentati dell'11 settembre 2001, il loro governo ha autorizzato lo spionaggio di cittadini innocenti senza mandato, l'incarcerazione dei presunti terroristi senza processo, le esecuzioni extra-giudiziarie; esso ha dichiarato guerra senza chiedere il permesso al Congresso. Così facendo, ha ridicolizzato il quarto, quinto, sesto e ottavo emendamento (6). Senza che neanche una delle trecento milioni di armi da fuoco in circolazione negli Stati uniti sia stata brandita per esigere il rispetto della Costituzione... (Traduzione di V. C.)

(1) Joshua, «Why the gun industry secretly loves Obama», Bloomberg Busines-sweek, New York, 1 settembre 2011.
(2) Discorso di Maximilien de Robespierre davanti alla Società degli amici della libertà e della legalità, sessione dell'8 maggio 1793. OEuvres de Maximilien de Robespierre, Société des études robespierristes - Ecole pratique des hautes études, volume IX, Parigi, 1957.
(3) Leggi Ernesto Che Guevara, «Le peuple en armes», Partisans, Parigi, no-vembre.dicembre 1961, disponibile sul sito internet del Monde diplomatique, www.monde-diplomatique.fr
(4) Citato da Charles M. Blow, «Revolutionary language», The New York Times, 11 gennaio 2013.
(5) Wayne LaPierre, Guns, Crime and Freedom, Regnery, Washington, DC, 1994.
(6) Conor Friedersdorf, «The strangest conservative priority: Prepping a “2° amendment solution”», The Atlantic, Washington, DC, 2 gennaio 2013.

“Le Monde diplomatique - il manifesto” - Febbraio 2013

Memoria: “se fa male, la cancello”. Con manipolazioni chimiche sarà possibile cancellare l'impatto emotivo dei ricordi (Nico Pitrelli)


«Grazie a questi studi un giorno potremo liberarci per sempre delle nostre paure con una singola dose di farmaco», ha scritto recentemente sul “New York Times” Richard Friedman, direttore della clinica psicofarmacologica della Weill Cornell Medicine negli Stati Uniti. Friedman fa riferimento ai lavori dell’olandese Merel Kindt, docente di psicologia clinica sperimentale all’Università di Amsterdam, la quale, come testimoniato in un ampio resoconto pubblicato agli inizi di maggio sulla rivista “The New Republic”, sta fornendo negli ultimi anni le prove scientifiche più rilevanti a sostegno di trattamenti farmacologici in grado di fronteggiare definitivamente traumi e brutti ricordi.
Mai più paura dei ragni per chi soffre di aracnofobia. Mai più paura dell’altezza per chi soffre di acrofobia. E così via. Fino a rendere innocui i ricordi dolorosi alla base delle sindromi post-traumatiche da stress e dei disturbi d’ansia. E tutto grazie alla somministrazione del propranololo, medicinale normalmente usato per trattare l’angina pectoris e l’ipertensione arteriosa. I risultati sui volontari umani hanno destato clamore per la loro apparente efficacia.
Alcuni condividono l’entusiasmo di Friedman e sostengono che potremmo essere finalmente vicini alla “pillola dell’oblio”, riattualizzata nell’immaginario collettivo da film di successo come Eternal sunshine of the spotless mind (in italiano Se mi lasci ti cancello). Nella pellicola interpretata da Kate Winslet e Jim Carrey agiva in realtà una complicata macchina messa a punto dalla Lacuna Inc. Anche se non si trattava di una pastiglia, l’obiettivo era lo stesso: cancellare ricordi specifici dalla mente di una persona, in particolare quelli collegati alla storia d’amore dei due protagonisti.
Molti altri scienziati invitano però alla cautela, non solo perché i trattamenti sperimentati da Kindt e altri sono ancora lontani dall’entrare nella pratica clinica ordinaria, ma anche per gli interrogativi etici da essi sollevati.
Sta di fatto che, come spiega a pagina99 Andrea Lavazza, neuroeticista del Centro universitario internazionale di Arezzo e autore con Silvia Inglese di Manipolare la memoria. Scienza ed etica della rimozione dei ricordi (Mondadori Università 2013), «al di là degli annunci a volte sensazionalistici, una frontiera è stata aperta e si tratta di una frontiera importante». «Tentativi di trattamento dei disturbi post-traumatici da stress (anche se allora non si chiamavano così)», osserva Lavazza, «furono condotti dopo il primo conflitto mondiale: già allora era molto chiaro quanto i soldati potessero rimanere sconvolti dall’esperienza della guerra. All’epoca furono sviluppati protocolli basati su terapie psicologiche. L’idea di manipolazione chimica della memoria è molto più recente e si basa sull’ipotesi che è possibile rendere i ricordi dolorosi meno disturbanti o addirittura di rimuoverli».
Al filone di ricerca che privilegia la possibilità di diminuire l’intensità emotiva di un ricordo senza cancellarlo appartengono gli studi di Merel Kindt. La psicologa olandese e i suoi colleghi hanno usato il propranololo per alterare i cosiddetti processi di riconsolidamento di esperienze ad alta salienza emotiva, in una fase in cui i ricordi a esse associati sono particolarmente labili. Contrariamente a quanto si è creduto per molti anni, la memoria a lungo termine potrebbe infatti non essere immutabile nel tempo. «Oggi abbiamo prove», continua Lavazza, «che ogni qualvolta una traccia mnestica viene riattivata e portata alla consapevolezza, essa va incontro a un periodo di instabilità momentanea, durante la quale può essere rielaborata o modificata intervenendo opportunamente con molecole che interferiscono con i complessi processi neurobiologici implicati».
Lavazza è tra coloro che mettono in guardia dai facili entusiasmi. «Per prima cosa bisogna ricordare che le ricerche di Kindt sono fatte in laboratorio su pochi volontari e per il momento non sono previste applicazione mediche. Inoltre, non c’è accordo nella comunità scientifica sulla capacità da parte di molecole come il propranololo di attenuare davvero la portata emozionale dei brutti ricordi».
Tra le tecniche più attuali e promettenti finalizzate invece a rimuovere definitivamente eventi spiacevoli del passato e non a renderli semplicemente più innocui, si possono segnalare l’uso di gas anestetici o di farmaci che, bloccando alcuni gruppi di proteine, potrebbero indebolire le connessioni cerebrali che si instaurano in seguito a un trauma. Un esempio significativo di quest’approccio è descritto in un articolo pubblicato su “Science” nel 2010 frutto del lavoro di un gruppo di neuroscienziati guidati da Richard Huganir, codirettore del Brain Science Institute alla Johns Hopkins University.
La frontiera nei tentativi di cancellare o modificare la struttura dei ricordi traumatici è rappresentata dall’optogenetica, un metodo d’avanguardia in grado di attivare e disattivare specifici neuroni modificati geneticamente usando solo un impulso di luce. Tra le tante sue applicazioni, l’optogenetica consente di identificare gli specifici circuiti neurali coinvolti nei meccanismi alla base della paura cronica.
Anche gli stili di vita potrebbero infine avere un ruolo sulle modalità con cui processiamo i ricordi. Alcuni gruppi di ricerca stanno cercando di comprendere se intervenire su di essi possa produrre benefici terapeutici, come evidenziato in uno studio pubblicato sulla rivista “Cognitive Behaviour Therapy” nel 2014 in cui si mostrava che l’esercizio fisico riduceva i sintomi del disturbo post-traumatico da stress. Un altro campo d’intervento è legato al sonno, dato il suo ruolo fondamentale nell’apprendimento e nel consolidamento della memoria. L’efficacia di alcune tecniche psicoterapeutiche potrebbe ad esempio dipendere da quanto presto i pazienti si addormentano dopo il trattamento. La rimozione di paure condizionate da traumi passati avverrebbe poi più efficacemente al mattino rispetto al pomeriggio, suggerendo che potrebbero esserci dei momenti ottimali nel corso della giornata per sottoporre le persone a specifiche terapie per la rielaborazione di esperienze dolorose. Questi esempi rispecchiano fra l’altro una crescente collaborazione tra neuroscienze e psicologia sempre più auspicata da diversi addetti ai lavori.
Rimane da chiedersi se tutti questi sforzi siano accettabili sul piano etico. Secondo i critici, si corre il rischio di snaturare il concetto stesso di identità umana, basata essenzialmente sui ricordi, belli o brutti che siano. «Credo che nessuno scienziato abbia come suo obiettivo la cancellazione delle memorie», precisa Lavazza. «Lo scopo primario è comprendere meglio il funzionamento del cervello e cercare di alleviare il dolore di persone che soffrono per traumi legati a brutti ricordi. Le manipolazioni chimiche ci danno una possibilità insperata di dimenticare specifici momenti della nostra vita, pur con forti limiti, anche teorici, legati al fatto che i nostri ricordi più importanti sono fortemente intrecciati tra loro. Fino a poco tempo fa eravamo rassegnati al fatto che fosse impossibile manipolare la memoria, che di ricordare in un certo senso ci “capitasse”. Oggi cominciamo a capire che può non essere così».

“Pagina 99”, 25 giugno 2016

22.6.18

Con Trump gli studenti diventano bulli (Pagina 99)

Un articolo non firmato da “Pagina 99” racconta gli esiti di un'inchiesta giornalistica USA, pubblicata circa un anno fa, sulle ricadute sociali delle comunicazioni “politicamente scorrette” del presidente Trump: il bullismo, soprattutto quello di stampo razzista, è in gran crescita in tutti gli Stati dell'Unione, e spesso esplicitamente si ispira a frasi di Trump.
Riprendo il testo anche perché aiuta ad immaginare che cosa – quasi sicuramente – avverrà nelle nostre scuole alla riapertura di settembre, dopo i trionfi politici e mediatici di Salvini, sperando che qualcosa si muova perché le cose non vadano sempre peggio anche su questo fronte.
Se questa stagione politica non finirà subito, sarà difficile nelle scuole frenare i peggiori istinti e il teppismo dilagherà. (S.L.L.)

«I nostri ragazzi ci stanno guardando, che esempio diamo loro?», era la frase pronunciata da Hillary Clinton in uno spot per la campagna elettorale americana che aveva fatto infuriare l’avversario Donald Trump. Il video riprendeva le affermazioni scorrette del candidato repubblicano sulle donne, sulle minoranze, sui diritti civili. Ora quelle parole tornano a far discutere.
In una lunga inchiesta pubblicata il 6 giugno, “Buzzfeed” ha raccontato come in diverse scuole americane numerosi studenti bianchi abbiano cominciato a bullizzare i loro compagni, latinos, musulmani, ebrei, afroamericani, asiatici, usando le stesse espressioni del Presidente. “BuzzFeed” ha trovato riscontro ad almeno cinquanta casi segnalati in 26 Stati, ascoltando gli insegnanti, i compagni di classe dei bulli, i genitori.
«Su un bus scolastico a San Antonio, in Texas, un alunno bianco di 8 anni ha urlato a un compagno filippino: “sarai deportato”», scrive il sito. «In una classe di Brea, in California, uno studente bianco ha detto al suo compagno afroamericano: “Ora che Trump ha vinto, dovrai tornartene in Africa, è quello il tuo posto”». A Louisville, in Kentucky, una ragazzina latina è stata insultata dal suo compagno al grido di “Costruite quel muro!”». Diversi insegnanti contattati da “Buzzfeed” hanno confermato gli episodi.
«Sono 21 anni che insegno e non ho mai visto una situazione come questa», ha raccontato Brent Emmons, responsabile della Hood River Middle School, in Oregon, dove un terzo degli studenti è latino. «È un filo sottile sui cui camminare. Non è mio compito dire alle persone cosa pensare politicamente, ma è mio dovere assicurarmi che ogni studente si senta sicuro a scuola». Emmons si è reso conto delle dimensioni del problema nell’istituto che dirige quando, dopo un’assemblea di Halloween durante la quale due insegnanti avevano indossato maschere di Trump e Clinton, decine di studenti avevano esclamato: «Costruite quel muro!». «Sono convinto che alcuni di loro non avevano idea di cose significasse», ha spiegato il preside. «Sono cose che sentono e le ripetono».
Propublica ha messo in piedi un database per raccogliere tutte le segnalazioni di episodi di discriminazione. “Buzzfeed” ha scavato su decine di casi di bullismo. Il resto spetta agli insegnanti, alla famiglia. E alle istituzioni, ora guidate da Donald Trump.

“Pagina 99”, 16 giugno 2017

Usa – Messico. I muri fanno ricche le mafie (Mario Giro)

Mario Giro è stato viceministro degli Esteri prima con Renzi e poi con Gentiloni, ma non è però affatto un politico di sinistra. Borghesissimo di famiglia, viene dalla Comunità di Sant'Egidio. Con Monti (del cui governo era stato consulente al seguito di Ricciardi) si candidò al Parlamento (senza peraltro essere eletto). Il viceministro lo ha fatto in quota ai centristi di Alfano. Ha perfino un fratello senatore con Berlusconi.
E tuttavia il bilancio delle politiche statunitensi sull'immigrazione al confine meridionale, fatto all'incirca una anno fa (giugno 2017) sulla scorta di un articolo di Vargas Llosa sul “Pais”, mi pare corretto: esse sono un fallimento su tutta la linea se ancora oggi, dopo lo scandalo dei bambini in gabbia al confine tra gli Usa e il Messico, si può leggere sulla stampa che gli arrivi non calano. Anche la proposta finale di Giro, rivolta all'Europa, mi pare ragionevole.
Si può – da sinistra - cominciare a dire ai lavoratori europei che l'esistenza (non solo in Italia) di un ampio mercato del “lavoro in nero”, senza diritti e tutele, è tra le prime cause della loro debolezza contrattuale, sia collettiva che individuale? Si può cominciare a dire che il proibizionismo migratorio, con le sue conseguenze di illegalità e clandestinità, è un danno pesantissimo per il lavoro? (S.L.L.)



Più muri si fanno e meglio funziona il traffico di esseri umani tra Usa e Messico. Lo testimonia un lungo articolo sul “Paìs” del premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, liberale di centro-destra, non certo sospettabile di essere ideologicamente orientato in favore dei migranti.
Vargas riporta testimonianze dirette di vari coyotes, gli “scafisti” messicani legati ai narcos, quelli che organizzano i trasporti sul “treno della morte” o che per soldi guidano i disperati d’America Latina attraverso il confine Usa. Il ragionamento è semplice: più il muro con il Messico si rafforza (sono vari anni che è in costruzione, non lo ha inventato Trump), e più i prezzi salgono, assieme alle sofferenze e alle perdite di coloro che vogliono passare. Affari d’oro per gli smugglers. C’è anche una seconda conseguenza: più diventa difficile – apparentemente – passare, e più aumentano i candidati. Si teme che la chiusura blocchi tutto e quindi si parte in massa, o si anticipa la partenza. Pare che i narcos facciano allarmismo su questo, con l’obiettivo di aumentare i guadagni.
Le maniere per “burlare”, come si dice da quelle parti, il muro sono infinite: catapulte, trampolini, nascondigli nei treni, auto, camion, piccoli aerei, barche o sommergibili, ma soprattutto i tunnel. Tra il 1990 e il 2016 la polizia ne ha scoperti 224. Chissà quanti sono… Secondo Vargas «con l’aumento della persecuzione e delle proibizioni, il commercio (di esseri umani) invece di decadere, prospera». Il muro nord-americano non preoccupa i cartelli, anzi a loro conviene: possono aumentare i prezzi per i passaggi e nel contempo si inseriscono negli appalti della sua costruzione. In quelle zone malfamate del Messico, le imprese note e legali non si avventurano con piacere. Un altro effetto collaterale della politica migratoria restrittiva degli Usa è l’aumento improvviso delle rimesse: 28 miliardi di dollari quest’anno per il solo Messico. Sei messicani su dieci inviano soldi a casa ed ora lo fanno di più, per paura che i flussi vengano interrotti o per timore di venire cacciati. Alla fine diviene un’emorragia inutile per gli Stati Uniti.
L’assenza di canali legali per entrare a lavorare negli Usa ha fatto nascere negli anni una vera economia parallela, tutta nelle mani delle mafie locali e dei narcos. Più aumenta l’ossessione anti-immigrati, e più i cartelli si arricchiscono. L’economia americana ha assoluto bisogno di braccia, ma le istituzioni e l’establishment non vogliono riconoscerlo. La sanatoria voluta da Bush jr fu respinta dal suo stesso partito. Nemmeno Obama è riuscito nell’impresa. Mettendo la testa sotto la sabbia, si lascia fare ad un mercato del lavoro totalmente in nero. Decine di milioni di latino-americani e di altri stranieri lavorano negli Stati Uniti “grazie” alle mafie che li fanno arrivare, li distribuiscono e li sfruttano. In Europa sarebbe bene riflettere sulla tale situazione, per non commettere lo stesso errore.
Oggi, alla frontiera con il Messico, sono numerosi gli edifici addossati alla linea di confine da cui partono i tunnel, scavati in cantina con tutta calma e rifatti ogni volta che serve. Il traffico rende talmente tanto da permettere ai mafiosi di offrire salari più alti di quelli ufficiali a poliziotti, doganieri o ferrovieri, tutti parte della rete. Quando il presidente messicano Felipe Calderon dichiarò guerra ai narcos, le vittime furono moltissime ma il transito non cessò. Tutti sanno che vengono utilizzati i medesimi canali dello smercio della droga, vecchio di decenni e con possenti complicità dall’altra parte. Così accade anche per le persone: il pull factor in questo caso è rappresentato dalle reti di manodopera clandestina che viene offerta sul mercato Usa. Così come in Italia, anche su tale frontiera i “caporali” dettano legge e si mettono d’accordo con i coyotes.
Può uno Stato permettere che le mafie controllino la propria frontiera ed una parte importante del proprio mercato del lavoro? La riposta è chiaramente no. Se le varie “guerre” non hanno funzionato e se i muri non servono, che fare allora? Anche in questo caso la risposta è altrettanto chiara: riaprire i canali legali, rilegalizzare l’immigrazione. Visto che c’è bisogno di lavoratori, meglio l’apertura trasparente per ripristinare la legalità, piuttosto che questa lurida economia sommersa. Come spesso accade, la politica proibizionista non paga, ingrassa solo le mafie.

Pagina 99, 16 giugno 2017

Schedatura etnica: l'impronta del razzismo da Maroni a Salvini. Una lettera di Dijana Pavlovic, di 10 anni fa.


Che questo sia il governo del rinnovamento, come annunciato dall'esile Di Maio e come – con voce più robusta – proclama il ministro degli Interni Salvini, il sedicente “uomo nuovo” che si candida a “Uomo Forte”, è prima di tutto una balla.
Esattamente 10 fa, inaugurando un nuovo governo di destra il leghista Maroni, ministro degli Interni dell'epoca, tentò di guadagnare una facile popolarità, minacciando fuoco e fiamme contro i campi nomadi e promettendo - tra l'altro - un censimento dei rom, motivato con la necessità di “difendere i bambini”.
Di questo parla il testo che segue, la lettera che Dijana Pavlovic, una brava attrice, jugoslava per nascita, di etnia rom, attivista per i diritti civili, inviò al ministro Maroni dalle colonne de “l'Unità”. Sembra scritta oggi. Se si sostituisce il nome di Maroni con quello di Salvini, tutto fila. (S.L.L.)

Egregio signor Maroni, ministro dell'Interno,
Lei annuncia che verranno «censiti» i bambini rom, ma ci rassicura non sarà una «schedatura etnica», un semplice «censimento che riguarderà tutti i nomadi che vivono in Italia, minori compresi».
Che io sappia, quando si fa un censimento questo riguarda tutti i cittadini dello Stato, lo si fa secondo certe modalità uguali per tutti e con finalità chiare a tutti. Ma Lei per censimento intende forse entrare in un campo con 70 poliziotti, carabinieri, vigili urbani in assetto antisommossa e un furgone della polizia scientifica per rilevare le impronte digitali alle cinque di mattina della famiglia Bezzecchi, 35 cittadini italiani, senza precedenti penali?
Questo è ben altra cosa. Si chiama schedatura etnica e lo sappiamo bene perché l'abbiamo già vissuto nel passato. E dunque è in atto una schedatura su base etnica che vuol dire che si sta creando un archivio parallelo. A cosa servirà l'archivio Rom? Nel passato, l'archivio che aveva creato l'«Ufficio di polizia per zingari» di Monaco, che aveva schedato ed arrestato più di 30.000 Rom tra il '35 e il '38, è passato all'Rkpa di Berlino, cioè alla Centrale di polizia criminale del Reich, sotto il controllo diretto di Himmler, il quale l'8 dicembre '38 ha emanato il Zigeunererlass, decreto fondamentale nella storia dello sterminio zingaro, perché ha stabilito che, «in base all'esperienza e alle ricerche biologico-razziali, la questione zingara andava considerata una questione di razza».
Ma, se possibile, mi inquieta di più il Suo annuncio che i primi a essere schedati saranno i minori e se sorpresi a elemosinare saranno sottratti ai loro genitori. Un vero e proprio atto di violenza e discriminazione che nessuna questione di sicurezza può giustificare, tanto più se si considera che dei 152.000 rom presenti in Italia, secondo lo stesso ministero degli Interni, la metà ha meno di 16 anni. Senza tener conto che in Italia sotto i 14 anni non si è punibili e che in questo modo si criminalizza un intero popolo, senza distinzione.
Come accade con gli adulti, così anche le migliaia di bambini Rom che vanno a scuola, che cercano faticosamente di aprirsi una strada verso un futuro «normale», per Lei sono pericolosissimi criminali da schedare e da tenere d'occhio. Non è anticostituzionale, illegale e contro la Convenzione dell'ONU sui diritti dei fanciulli? Ma a Lei dovrebbe importare della legge e del diritto, oppure è solo importante solleticare il ventre del Suo popolo? Prendersela con dei bambini, anche se rubano o chiedono l'elemosina è molto più facile che avere a che fare con la più potente organizzazione criminale, la 'ndrangheta, che è padrona del territorio negli ordinati vialetti della sua Varese, come in tutta la Lombardia e il nord Italia. Secondo i dati della commissione antimafia e dell'Eurispes questi bravi adulti hanno un fatturato annuo di 36 miliardi di euro (altro che finanziarie di Tremonti), tra traffico di droga, appalti, traffico d'armi e altri sciocchezze certo molto meno gravi dei furtarelli di qualche ragazzino. Ma questo avveniva anche pochi anni fa: cosa c'era di più facile di prendersela con ebrei e zingari? Nessuno di loro reagiva e l'ORDINE era garantito.
Certo, Lei quando ci annuncia queste cose, sorridendo serafico dai salotti tv parlando di sicurezza, forse non pensa ai forni crematori che invece molti Suoi simpatici seguaci in camicia verde invocano impunemente nelle ronde e negli agguati agli «zingari», ma forse a nuove forme di campi di concentramento sì. Mi fa venire i brividi la Sua rassicurazione che questo serve a garantire ai bambini rom «condizioni dignitose» in piena attuazione dei patti di sicurezza di alcune città. In questi ghetti moderni uomini, donne e bambini di etnia rom, che siano cittadini italiani, comunitari o no, verranno sottoposti alla segregazione di un regime speciale che viola qualunque norma di diritto, di umanità e perfino di buon senso e nega un futuro dignitoso ai nostri bambini.

"l'Unità", 27 giugno 2008

21.6.18

Aleksandr Blok, l'anima della Rivoluzione (Paolo Statuti)


Aleksandr Blok (San Pietroburgo, 28 novembre 1880 – 7 agosto 1921) il maggiore poeta simbolista russo – era nato a Pietroburgo nel 1880. Esordì con il ciclo Ante lucem (1898-1900), di cui facevano parte poesie pubblicate più tardi nel volume Versi sulla Bellissima Dama (1905). In questi versi Blok, seguendo le dottrine del poeta filosofo Vladimir Solovjov (1853-1900), canta la quintessenza umana della femminilità eterna, invoca la Sposa celeste in un rapimento estatico, saturo di sensualità, di teneri sospiri, di sensazioni ineffabili.
Il fallimento della rivoluzione del 1905, in cui aveva creduto, infrange nel poeta le speranze di un rinnovamento spirituale e politico della società, e a partire dal 1906 la sua voce rivela delusione e amarezza. L’ironia, unita a un sentimento di rivolta e di insofferenza, trova posto nella sua anima ormai libera dall’estasi e dai sogni giovanili.
Nel dramma La baracca dei saltimbanchi, rappresentato a Pietroburgo nel 1906, Blok deride con spietato sarcasmo, in un susseguirsi di immagini grottesche e illusorie, le sue precedenti esperienze mistiche. Nei versi del ciclo Il mondo terribile, la Sposa celeste è ormai una creatura terrena, una prostituta. Pietroburgo è uno squallido aggregato di bettole fumose e sporche, di vecchi straccioni mendicanti, di vagabondi, di relitti alla deriva. Nel dramma La sconosciuta il sacro tempio si trasforma in una casa di tolleranza.
L’amore ideale, nebuloso, ormai svanito, lascia il posto all’amore per la Russia, che Blok vede come entità concreta e divina, come una creatura sofferente. «La Russia resta sempre la stessa: un’entità lirica», scriveva alla madre nel 1909, e aggiungeva: «Qualunque cosa accada, essa resterà sempre la Russia dei miei sogni». Da questo amore, dall’entusiasmo suscitato in lui dagli avvenimenti del 1917 e soprattutto dalle giornate di Ottobre, nacquero due poemi: I dodici e Gli Sciti, entrambi scritti nel 1918.
Blok sentì la «musica» della Rivoluzione, presagì l’ineluttabilità del cataclisma che avrebbe spazzato via tutte le ingiustizie del «mondo terribile», del vecchio mondo. Nei Dodici sono mirabilmente amalgamate le emozioni e i presentimenti dell’imminente lotta sociale. Nei giorni in cui lavorava a questo poema, il poeta incontrò alcuni noti esponenti del Partito comunista e così si espresse con loro: «A voi interessa la politica, il partito, mentre noi poeti cerchiamo l’anima della Rivoluzione. Essa è stupenda, e qui siamo tutti con voi».
A confermare il carattere «sacro» della Rivoluzione appare in chiusura l’immagine di Cristo, quasi in contraddizione con tutto il contenuto del poema. Cristo che avanza davanti alle dodici guardie rosse, simboleggianti gli apostoli, è un puro simbolo poetico che sta ad esprimere la benedizione etico-religiosa della Rivoluzione da parte del poeta. Tutto il poema è in movimento continuo, movimento irrefrenabile che ha un’unica direzione: «Avanti!». La ricchissima gamma di contrasti lessicali, la sequela di immagini come lampi di magnesio, le dissonanze, gli elementi polifonici che si fondono in un’armonia superiore, tutto ciò concorre a creare quel ritmo incalzante, terribile e continuo, che si fa particolarmente solenne nelle strofe finali. In questa creazione il genio musicale e pittorico di Blok raggiunge il vertice. In seguito, svanito l’ardente entusiasmo dei primi mesi della Rivoluzione, oppresso e deluso dall’arido e pedantesco apparato burocratico che lo circondava, avvilito da difficoltà e incomprensioni, il poeta si abbandonò a un cupo pessimismo. Stanco e isolato si spense il 7 agosto del 1921.

Dalla rivista letteraria on line “L'Ombra delle parole”, 28 settembre 2014

Sikhismo. Una storia di separatezza e di incomprensione nell'India inventata da Gandhi e Nerhu (Giampaolo Calchi Novati)


Il tema di questa vecchia recensione e del libro cui si riferisce, il Sikhismo, sembra - nella congiuntura attuale - “fuori campo”, ma è assai probabile che le politiche recenti del governo indiano, sempre più ispirate a un identitarismo indù, sebbene fino ad oggi soprattutto antimusulmane, eccitino altri odi e rancori che il laicismo di Gandhi, di Nerhu e del partito del Congresso non aveva saputo spegnere.
Ho aggiunto, come scheda, alla recensione la voce Sikhismo, tratta dal Dizionario delle Religioni Orientali, Vallardi 1993. (S.L.L.)
Amritsar, Il Tempio d'Oro Sikh
Che rapporto ci può essere fra la città «perfetta» progettata da Le Corbusier, puro prodotto del razionalismo occidentale, e il «comunalismo» indiano? È una contraddizione che fa parte del quadro. Nel contenzioso che oppone i Sikh del Panjab al governo di Delhi e al vicino stato di Haryana un posto di rilievo ha la contesa sull’attribuzione di Chandigarh, commissionata da Nehru nei primi anni ’50 al famoso architetto svizzero per dirimere un problema di rappresentatività che invece a più di trent’anni di distanza si trascina ancora irrisolto in una condizione di guerra strisciante.
A ristabilire l’equilibrio, e a ricordare che siamo pur sempre in India, c’è la puntigliosa difesa della sacralità e immunità del Tempio d’Oro di Amritsar, in cui i Sikh vedono concentrata la loro identità.
I Sikh sono una delle tante comunità che si confrontano con le strutture istituzionali dell’India, immensa patria di tutte le razze, di tutte le religioni e di tutte le culture. Ma, non foss’altro per aver legato il loro nome, e la loro causa, ai fatti drammatici del 1984 - prima l’assalto dell’esercito al Tempio d’Oro con l’eccidio che ne seguì e poi l’assassinio di Indirà Gandhi ad opera di alcuni Sikh della sua guardia personale, che avevano voluto così vendicare il sacrilegio - essi costituiscono un caso a sé, forse il più grave. Per certi aspetti potrebbero fungere da sintesi a favore della conciliazione, anche perché il sikhismo è una fede nata nel XV-XVI secolo con il proposito di rinnovare l’induismo assorbendo i valori fondamentali dell’Islam, ma il loro presentarsi come una comunità religiosa e non come una casta o un’etnia culturale rende incompatibile la loro rivendicazione di autonomia con il carattere laico dell’India come concepita dai padri fondatori.
Si spiega così questa storia di separatezza e di incomprensione, che Marco Restelli ha ricostruito combinando con abilità la ricerca dotta e il gusto dell’attualità (I Sikh fra storia e attualità politica, Edizioni Pagus, 1990). Nessuna concessione al folclore. I turbanti, i capelli lunghi e le barbe dei Sikh, la loro predisposizione professionale all’arte della guerra, il dinamismo di un popolo che ha fatto del Panjab l’avanguardia della «rivolùzione verde», vero «granaio» dell’India che si è lasciati alle spalle i tempi delle carestie di massa, sono studiati sulla base della tradizione in senso antropologico, delle vicende della politica e dell’organizzazione sociale, dell’influenza e dei calcoli del colonialismo britannico. I vari accorgimenti costituzionali e territoriali che sono stati adottati non hanno avuto fortuna. I Sikh sono rimasti lì con la loro insoddisfazione e con le loro aspirazioni, bersagli fin troppo comodi delle frustrazioni di altri gruppi, e degli indù anzitutto, con cui vivono a stretto contatto nel Panjab e nella stessa capitale dell’Unione. Hanno fallito un po’ tutti: i moderati come gli estremisti; e hanno fallito i capi del governo centrale: Indira Gandhi fino al sacrificio della vita, suo figlio Rajiv rimettendoci il potere.
All’origine di tutto c’è sempre l’idea di India che Gandhi (il Mahatma) e Jawaharlal Nehru hanno imposto al momento dell’indipendenza. Un’idea che in realtà non potè essere realizzata nella sua assolutezza a causa della volontà scissionista dei musulmani che diede vita al Pakistan. Il fatto che l’India «universale» dovesse accettare la spartizione dell’ex-Raj britannico per accontentare un nazionalismo che si richiamava espressamente ad una fede religiosa era qualcosa di più di una semplice amputazione territoriale. Era la negazione di tutta una ideologia e del solo programma che avrebbe forse potuto consentire all’India un futuro di pace. Un’utopia? Un’astrazione concettuale? La tragedia dell’esodo, l’atto di violenza contro Gandhi, campione inflessibile della non-violenza, la vertenza per il Kashmir segnarono fin dall’inizio l’esistenza dell’Ihdia, che non avrebbe mai più trovato la certezza di sé e dei propri destini.
La sola concessione che i Sikh riuscirono a strappare fu una ridefinizione dello stato in cui essi hanno il loro habitat secondo criteri linguistici. La religione in quanto tale non poteva essere considerata a pena di mettere in crisi lo Stato indiano nella sua interezza. La divisione, decisa nel 1966, ha permesso ai Sikh di diventare maggioranza nel Panjab, ma ha aperto un’interminabile controversia con l’Haryana, in cui sono stati raggruppati i distretti di lingua hindi e di fatto a maggioranza indù: Chandigarh, che sorge proprio sul confine, è assurta singolarmente a «test» di un conflitto che ha via vìa alimentato la radicalizzazione del movimento «nazionalista» dei Sikh, il terrorismo, l’instabilità esportata in tutta l’Unione e persino all’estero, dove molti Sikh hanno trovato rifugio riproducendo il loro stile e i loro miti.
Dopo i fatti del 1984 l’integrazione dei Sikh nello Stato indiano è diventata problematica. In passato i contrasti sono stati esasperati da speculazioni che non riguardavano direttamente le richieste dei Sikh e che sono ricadute sui loro autori oltre che su molte vittime innocenti. Ma mentre in tutto il mondo si sta ridiscutendo la funzione dell’etnicismo e delle religioni nella vita associata, la «minaccia» dei Sikh si fa reale e assume una dimensione che si collega in qualche modo con tendenze che trascendono la stessa India.

"il manifesto", 1 giugno 1990

Sikh a Vicenza
SCHEDA
SIKHISMO
Religione fondata dal guru Nanak (1469-1538) nella regione indiana del Punjab. Influenzato da Kabir, fautore dell'incontro tra islamismo e induismo, Nanak predicò una fede rigorosamente monoteistica, opposta a qualsiasi forma di idolatria. Dio è l’unico creatore dell’universo, dotato degli attribuii di eternità, beatitudine, onnipotenza. A Nanak si sono succeduti altri dieci guru a capo della comunità dei sikh (discepoli), quali intermediari fra Dio e i seguaci. Il testo sacro dei sikh, l’Adi Granth fu iniziato dal quinto guru Arjan nel 1604 e terminato dal decimo guru Govind Singh all’inizio del XVIII sec. Quest'ultimo diede un’impronta militaristica alla setta, al fine di difenderla dall'oppressione dell’imperatore moghul che intendeva convertirne i seguaci all’islamismo. Il sikhismo non riconosce il sistema castale, ma crede nel karma e nella reincarnazione. Sarà possibile liberarsi dal ciclo delle rinascite perseguendo la pace e l’amore universali. I sikh si autodefiniscono khalsa (puri) e hanno cinque segni distintivi: kesh (capigliatura folta raccolta nel caratteristico turbante), kaccha (pantaloni corti alle ginocchia), kara (un braccialetto di ferro), kangha (un pettine in legno) e kirpan (un piccolo pugnale su cui vengono annodati i capelli). Il centro del culto sikh è costituito dal Tempio d’Oro di Amritsar, innalzato dal quarto guru Ram Das nel 1577 su permesso del sovrano moghul Akbar.

Torino 1969 – 2003. Ascesa e caduta di una città-fabbrica (Marco Revelli)


Fiat Mirafiori - autunno 1969
«Siamo partiti il 2 settembre. Nel giro di pochi minuti la lotta s'innescò nella nostra squadra e si trasmise a tutta l'officina: 3.000 operai sui tre turni, e tutti e 3.000 si fermarono. Ricordo che avevamo concordato con la mia squadra, che era un punto di riferimento per tutta l'officina, di fermarci alle dieci. Già alle dieci meno dieci tutti guardavano la mia squadra. E tutta la mia squadra guardava me.
Io imperturbabile continuavo a lavorare. Lavorai fino alle dieci esatte, poi spensi il cannello e uscii in mezzo al corridoio. Di fianco a me c'erano le piccole presse che battevano le valvoline. Più lontano si sentiva il rumore dei torni e sul fondo il soffio dei forni. Fu una cosa impressionante: appena uscii nel corridoio partì un fischio, e incominciarono a fermarsi le piccole presse. Poi si arrestarono i torni, seguiti a breve distanza dai forni. A poco a poco tutto, tutto, tutto si spegneva. In capo a qualche minuto l'intera officina era silenziosa. E ognuno seduto al proprio posto di lavoro. Nei settori più lontani non sapevano neanche perché si erano fermati; avevano spento le macchine perché se le avevamo spente noi voleva dire che c'era un motivo. Seduti tutti quanti al nostro posto aspettammo».
«Di lì a un paio d'ore - continua il racconto - arrivò la Commissione Interna. Volevano che riprendessimo il lavoro. Ci fu un'assemblea su in mensa: c'erano due tavoli, su un tavolo io da solo, sull'altro si alternavano i vari membri della CI. E si andò avanti per diverse ore in un contraddittorio, con loro che parlavano del contratto, e io che sostenevo le 100 lire e le 36 ore. Quello che conquistò tutta l'officina era proprio il calore, la passione, l'aggressività con cui mettevo in difficoltà l'altra parte. Fu a questo punto che si inserì Agnelli con le 30.000 sospensioni, già il secondo giorno, per drammatizzare la situazione. E per dimostrare, proprio perché si era alla vigilia delle trattative per il contratto, che in una situazione come la Fiat il sindacato non controllava i lavoratori. Il fatto ebbe una risonanza che sorprese tutti quanti noi, me compreso, facendomi sentire proprio schiacciato dal peso di questa responsabilità: inviati speciali dai giornali italiani, addirittura corrispondenti di giornali stranieri, c'era una folla enorme di cronisti, di giornalisti fuori dalle porte 31 e 32. Mentre fino ad allora “la Stampa” di Torino aveva taciuto tutto, ora dedicava l'intera prima pagina. Continuammo fino al 7 settembre. Io fui l'ultimo a riprendere il lavoro. Il giorno dopo iniziarono gli scioperi contrattuali».
Così Gerolamo racconta l'inizio dello sciopero selvaggio dell'Officina 32, alla Fiat Mirafiori - un luogo strategico dello spazio produttivo Fiat, posta alla confluenza tra le Meccaniche e la Carrozzeria, dove se la produzione si ferma, si blocca l'intero stabilimento -, quando di fatto iniziò, prima della scadenza ufficiale, l'autunno caldo. Gerolamo aveva allora poco più di vent'anni, e veniva da Grottaminarda, da un'estrema periferia del sud, come quasi tutti i suoi compagni. Come Pino, di qualche anno più anziano (aveva allora 26 anni), proveniente da un paesino vicino a Messina, arrivato a Torino, a Porta Nuova, una mattina di novembre del 1961, alle 7, direttamente da Messina, «con due valigie e nessun indirizzo» («quando mi affacciai fuori, non vidi nulla - ricorderà -. Solo un muro grigio e umido. Sentivo i rumori della città, la potevo immaginare, ma non la vedevo. Prima, non sapevo neanche cosa fosse la nebbia»). Come Dario, che veniva da Lucera («A Lucera non si viveva male. Severo, il fratello più grande, aveva ordine da mio padre di fare il fuoco per la cena, e organizzava i più piccoli alla ricerca di legna secca, della paglia, e intanto preparava le pietre per il fornello. Ma da anni la gente partiva, per Milano, per Torino, per la Germania...»). Come Salvatore, Robi, Rino detto «Zorro», Gaetano, Antonio.
I più anziani avevano alle spalle l'esperienza dell'emigrazione in Francia, in Belgio, in Germania. Gli altri venivano direttamente dalle campagne meridionali (il 37% dalle Puglie, il 23% dalla Sicilia, il 13% dalla Calabria, il 10% dalla Campania), la maggioranza con poco più di vent'anni, nessuno al di sopra dei trenta. Un esercito di giovani, tutti con la stessa rabbia da sradicamento dentro. E tutti con la stessa direzione di movimento: dalla periferia al centro, dalla marginalità al protagonismo, dall'esclusione al «potere» sociale. La sera che occuparono Mirafiori, alla fine di novembre, quando li vidi nella penombra nebbiosa di Corso Agnelli, ai cancelli delle Carrozzerie, mi sembrarono dei giganti. Era come se tutta la potenza delle macchine e degli impianti di quell'immensa fabbrica che li aveva ingoiati e oppressi fino a ieri, gli fosse entrata dentro.
Erano lì, nel cuore del mondo, in uno stabilimento che era come una città, con i suoi 50.000 e più addetti, i suoi tre milioni e mezzo di metri quadri di superficie, le sue catene di montaggio e le sue fucine, le sue presse e i suoi convogliatori meccanici; in una fabbrica che faceva andare avanti il Paese. E potevano, a loro volontà, «fermare il mondo». Potevano, vincendo la divisione e la paura, in un'azione collettiva, fermare il Paese. Alle loro spalle, nel buio, la fabbrica faceva sentire un ronzio profondo, quasi un bramito d'animale, il rumore di una forza trattenuta e irresistibile, ed era come se quella fosse diventata la loro voce.
Erano l'incarnazione del lavoro vivo che si nega, nella sua soggettività, al comando e diventa protagonista per sé, incorporandosi tutta la forza dell'«altro», del lavoro morto trattenuto in quelle macchine ora ferme per loro volontà. Da allora, ogni volta che ascolto le parole dell'Internazionale, «Nous ne sommes rien, nous serons tout» non posso non pensare a loro in quel momento, in bilico tra le promesse degli anni sessanta e la durezza del decennio successivo.

Fiat Mirafiori - autunno 1980

Il pomeriggio del 16 ottobre dell'80 il primo che mi si fece incontro alla porta 3 di Mirafiori - la stessa da cui avevo sbirciato poco più di dieci anni prima - fu uno di essi, Angelo: «Noi siamo come i dinosauri - mi disse -, una razza in estinzione». E intendeva «noi operai». Quegli operai lì, come li avevamo conosciuti al colmo della loro parabola sociale. Dentro si era appena conclusa un'assemblea travagliata, sull'ipotesi d'accordo che avrebbe chiuso l'epica vicenda dei «35 giorni della Fiat». Il No aveva prevalso plebiscitariamente. Come d'altra parte al mattino, quando in un'affollatissima assemblea del primo turno, nello spiazzo delle Meccaniche, in migliaia avevano alzato la mano alla richiesta «Chi è contrario?», ma il funzionario sindacale che gestiva le cose aveva proclamato: «Approvato a grande maggioranza». E già al telegiornale dell'una le Segreterie nazionali sindacali, Lama, Carniti, Benvenuto in coro unanime, avevano fatto sapere che l'accordo era cosa fatta.
Per trentacinque giorni, dall'inizio di settembre quando era arrivato l'annuncio dei licenziamenti, avevano circondato Mirafiori, in tutti gli 11 chilometri del suo infinito perimetro, con i propri presidii. Per ognuna delle 33 porte un gruppo, con i suoi simboli, le sue bandiere, i grandi banner con il faccione di Marx disegnato da Pietro Perotti in simbolica simmetria con le madonne degli operai polacchi ai cantieri Lenin, e poi, a poco a poco, le baracchette in legno, il falò notturno, i turni di guardia: un grande anello multicolore, a segnare un confine, e un residuo tentativo di possesso.
Da fuori, la fabbrica a cui si erano abbarbicati, sembrava sempre la stessa: immensa, possente, ingovernabile. Ma dentro - loro lo sapevano - era già cambiata. Alla lastroferratu-ra erano arrivati in forza i robot, a sostituire il lavoro bestiale alle saldatrici, ma anche a fiaccare il potere contrattuale dei «terzo livello». Alle meccaniche, i robo-carrier fruscianti del Lam (Lavorazione Asincrona Motori) avevano reso fluida la produzione prima costretta dalle rigide sequenze fisse delle vecchie linee di montaggio, mettendo fuori gioco le sperimentate forme di lotta operaia. Al posto della mitica Officina 32, infine, alla confluenza tra il flusso delle Meccaniche e quello della Carrozzeria, ora c'era il Digitron, monumento tecnologico informatizzato che cancellava d'un colpo fatica e potere delle squadre che prima, alle «fosse», lavorando a braccia alzate otto ore al giorno, controllavano ben due sezioni su tre di Mirafiori. La rivoluzione tecnico-organizzativa che stava ponendo fine al «fordismo» lavorava contro di loro. Dissolveva la loro «centralità». Annientava il loro potere di controllo e di contrasto. Separava, impietosamente, le loro vite individuali e la vicenda collettiva. Il «Lavoro» e la «Storia».
Ora, in quel tardo pomeriggio del 16 ottobre, sotto una pioggia sottile che per la prima volta da 35 giorni aveva incominciato a cadere, i protagonisti di quella lotta se ne uscivano dalla porta tre: Giovanni Falcone, Norcia, Canu, Luciano. Spaesati, incerti come mai prima. Avevano vinto l'assemblea, ma non sapevano più come mettere a frutto quella loro espressa volontà, con chi condividerla, anche solo come farla conoscere, in una cronaca che già procedeva oltre. Un piccolo corteo rabbioso, sfrangiato, velleitario, marcia sulla V Lega FLM, l'ultimo residuo della grande stagione operaia alla Fiat, ma su corso Unione sovietica si perde, ingoiato dal traffico sparisce in una città già fattasi anonima. Gli eroi del domani, sono gli altri: i «quarantamila» che due giorni prima si sono ripresi Torino. I capi, i quadri intermedi, gli impiegati e i rispettivi «clientes» che in un giorno hanno cancellato la memoria di un decennio. Saranno loro, il simbolo del lavoro senza soggettività - del lavoro assoggettato e sciolto senza residui nella logica d'impresa - i portatori del nuovo «spirito del tempo», che dominerà il decennio successivo.

Fiat Lingotto - gennaio 2003
Giovanni Agnelli, il fondatore
Il 25 gennaio del 2003 una folla scura, informe, riempie gli spazi ormai privi di funzioni produttive del Lingotto. Occupa le volute della rampa elicoidale Nord progettata tra il 1915 e il 1922 da Giacomo Matté Trucco come esempio di modernismo architettonico razionalistico. Sbocca in cima, di fianco all'anello soprelevato della pista di prova, dove un tempo sfrecciavano, a venti metri da terra, le auto sfornate dalle catene di montaggio sottostanti. Si ferma in umile attesa davanti al cenotafio che su quel tetto del mondo l'ultimo capo di quella dinastia industriale aveva voluto per ospitare la propria pinacoteca e che ospitava ora le sue spoglie. E' forse l'ultima occasione pubblica, quel funerale di Agnelli, per le varie generazioni di lavoratori che si sono succedute in Fiat, per ritrovarsi nel saluto a «lui», il padrone che se ne va dopo aver fatto in tempo a intravvedere la fine della propria epoca.
La gente sale lenta, silenziosa, con un rumore sordo di passi strascicati, e sembra una cerimonia di altri tempi, da corte sabauda settecentesca, quando il Piemonte era una marca di confine militare e bigotta, o da borgo meridionale negli anni cinquanta o sessanta, quando ancora il notabilato locale non era stato sfidato dal potere mediatico della televisione, e comandava sui corpi e sulle anime. Non ci sono i simboli del lavoro, né le insegne degli stabilimenti, che appena quindici anni prima avrebbero dominato la scena. Non ci sono neppure reparti produttivi schierati né rappresentanze aziendali, e tantomeno gente in tuta (quelle tute che, come il camice per i medici, erano state per un'intera epoca il segno di distinzione per eccellenza nella metropoli di produzione). Solo un'unica, indifferenziata, folla in cui l'operaio si confonde con il pensionato, il bottegaio, l'impiegato pubblico, la casalinga. E un unico stato d'animo condiviso: la sensazione di spaesamento di chi, in una cerimonia pubblica, avverte di celebrare, nel contempo, anche un po' la propria estinzione. E a che, nel vuoto del «potere» che fino a ieri l'aveva dominato e costretto, finisce per dissolversi anche il residuo della propria identità. Il senso del proprio essere collettivo.
Sto a guardarla per l'intera mattinata, quella sfilata di volti e abiti indifferenziati, senza appartenenza sociale, cercando invano di ritrovare almeno un segno delle passioni pur spente, la traccia della forza e delle distinzioni di ieri. E mi chiedo se questo sia il prodotto della lunga parentesi industriale torinese: questo corpo sociale disossato, informe, nel momento in cui i contenitori metallici di quella forza-lavoro massificata si sono aperti, trasformati rapidamente in rugginosi «vuoti industriali», e hanno sversato fuori il proprio contenuto umano, senza più forma e tenuta. Questo mondo afono. Privo di racconto autonomo. Senza una storia propria, che non si confonda e assimili a quella del «potere» aziendale che ha usato le vite di tutti, e se le è portate con sé. Che non si esprima nel motto monotono e monocorde che diede il titolo a tanti articoli di quotidiani: «Grazie Avvocato». Questo «tutto» che torna ad essere «nulla», nella sfera pubblica de-socializzata del nuovo secolo.
Se lo si guarda con freddezza, resistendo alla tentazione degli affetti, questo popolo sbandato - questi operai senza fabbrica - si ha la misura di quanto sia stato breve, compresso ed esasperato, il ciclo del fordismo italiano - finito, in pratica, quando nella coscienza dei suoi protagonisti stava appena incominciando -, troppo rapido e violento per poter sedimentare coscienza e organizzazione. Per poter diventare «forma sociale». E d'altra parte quanto sia stato devastante, e sconsiderato, il vuoto di memoria che tutti i «responsabili» di quella vicenda - dalle organizzazioni sindacali ai cosiddetti «partiti operai», a noi stessi, che in quell'esperienza sociale eravamo nati alla politica - hanno lasciato crescere, per opportunismo, per stanchezza, per disattenzione, o soltanto perché il tempo è corso veloce, fino a lasciargli ingoiare quella storia e a sommergerla del tutto.
Allora, subito dopo la sconfitta dell'autunno Ottanta, in molti pensarono di potersi liberare tranquillamente di quell'esperienza, come fosse una zavorra che minacciava di tirare a fondo le strutture organizzative residue del Sindacato e del Partito comunista. Per lungo tempo, quella di quella lotta fu considerata una «memoria maledetta», i suoi protagonisti guardati come malati contagiosi, i valori «ribelli» di quella generazione che aveva osato rompere cosi frontalmente l'ordine produttivo messi fuori corso come se da essi fosse dipesa la catastrofe che ne segui. Oggi, ci si accorge che nessuno si è salvato da quella damnatio memoriae. E che l'angolo cieco in cui è finita la sinistra - tutte le sinistre del nuovo secolo - è anche in buona misura il frutto avvelenato di quella deliberata amnesia. Della rimozione, per via burocratica, di quello che resta uno dei pochi esempi di liberazione sociale di massa - di riconquista della propria autonomia individuale e collettiva da parte del lavoro della modernità compiuta -, capace di parlare, se avesse voce, al disagio esistenziale e politico del nostro cattivo presente.

autunno caldo Supplemento al quotidiano “il manifesto” - Novembre 2009

20.6.18

La meraviglia del filosofo (Alfonso M. Iacono)



La Wunderkammer (Camera delle Meraviglie) del Museo di Storia Naturale all'Università di Pisa
Scrive Aristotele (Metafisica, 1,2, 982b) «gli uomini, sia nel nostro tempo che dapprincipio, hanno cominciato a filosofare a causa della meraviglia, poiché dapprincipio essi si meravigliavano delle stranezze che erano a portata di mano, e in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo stesso modo, affrontarono maggiori difficoltà, quali le affezioni della luna e del sole e delle stelle e l'origine dell’universo». Prima sono i fenomeni strani, irregolari della natura a destar meraviglia poi è la grande domanda il perché dell’origine dell’universo. Prima l’osservatore è interno ai fenomeni chee scruta e che pure, a causa della loro irregolarità, già segnalano una separazione tra osservatore e osservato. Poi la separazione si completa ma nel senso che l’osservatore si sdoppia pur essendo interno all’universo di cui si domanda l’origine, ne esce fuori, o meglio, simula una fuoriuscita addirittura da tutto l’universo che vuol comprendere. È quest’ultimo il senso forte del provar meraviglia. E da Talete in poi la caratteristica della filosofia la sua peculiarità non è la risposta che ciascun filosofo ha cercato di dare alla domanda ma la domanda stessa la sua riformulazione, lo sdoppiarsi dell’osservatore. «Il provar meraviglia sorregge la filosofìa e la domina dall’inizio alla fine», dice Heidegger. Ma il concetto di meraviglia ha una lunga storia che si accompagna a quelli a esso contigui ma non necessariamente affini: lo strano, il miracoloso, la paura, il terrore, l’orrore, la curiosità.
Le storiche Larraine Daston e Katharine Park hanno provato a fare una storia delle meraviglie (Le meraviglie del mondo. Mostri, prodigi e fatti strani dal Medioevo all’Illuminismo, Carocci, 2000). Il risultato è un libro interessante dove la narrazione non procede in modo lineare, cioè attraverso il classico passaggio che dai prodigi medievali porta alle meraviglie fino agli oggetti naturalizzati della modernità. La narrazione qui non presuppone al suo interno una storia del processo di razionalizzazione degli oggetti e dei fenomeni strani che da un’esistenza miracolosa e soprannaturale passano nel tempo a un esistenza ordinaria e naturale. «Attorno alla metà degli anni 70, la logica di questo tipo di narrazione sembrava ineludibile tra gli storici della scienza. Ma il lavoro di molti studiosi, all'interno e all’esterno della storia della scienza (..) ha da allora messo in discussione l’inevitabilità di un resoconto lineare dei mutamenti scientifici... abbiamo abbandonato una trama di lineare e inesorabile naturalizzazione a favore di una trama fatta di sensibilità che si sovrappongono e che ritornano come onde». Foucault con la sua ricerca storico-critica sulla normalità e sulla devianza e Mary Douglas con la sua attenzione antropologica verso i fenomeni del marginale e dello straordinario sono tra le fonti teoriche esplicitamente riconosciute da Daston e Park, le quali pongono particolare attenzione ai contesti storici e culturali che hanno circondato le meraviglie e il meravigliarsi. La loro tesi è che la meraviglia fu una passione cognitiva sia nel medioevo che nella prima età moderna e che fu l’illuminismo a destituirla di importanza anzi a farla considerare una passione «disonorevole che puzza di popolare, di dilettantesco e d’infantile». Scienziati e filosofi come Robert Boyle, René Descartes e Francis Bacon posero una particolare attenzione alla meraviglia, dopo, nel XVIII secolo, le cose andarono per un altro verso, quello della normalizzazione. Ma prima di entrare nel merito di questa tesi storiografica, che non condivido almeno nei termini in cui è posta nel libro, è bene dare conto, sia pure schematicamente, dell’articolazione della ricerca che è ricca e avvincente. D libro infatti va dall’analisi del meraviglioso e dello straordinario nella letteratura di viaggi del medioevo a quella degli oggetti legati alla religione e ai rituali religiosi, dal rifiuto della meraviglia nella filosofia naturale del XIII e XIV secolo e poi alla sua ripresa nell’ambito del sapere naturale. Un capitolo è dedicato alle nascite mostruose, poi l’indagine si sviluppa verso la modernità, dalle Wunderkammern che ispirarono le ricerche di Bacone e Cartesio, al rapporto tra meraviglia e curiosità, fino alla quasi messa al bando della meraviglia e delle meraviglie che «divennero volgari, al tempo stesso metafìsicamente implausibili, politicamente sospette ed esteticamente ripugnanti».
È proprio sull’ultima parte del fibra che vorrei soffermarmi, là dove l’illuminismo viene messo sotto accusa per la sua presunta messa al bando del meraviglioso. È vero, da Fontenelle a Hume è un ripetere che la tendenza al meraviglioso è un’emozione primordiale, tipica dei primitivi, dei selvaggi, del volgo ignorante. E non c’è dubbio che in ciò vi sia una concezione elitista dei rapporti sociali e del sapere. E tuttavia, la questione non può chiudersi qui. Avendo il sospetto che la meraviglia del filosofo sia il contrario del meraviglioso che oggi è propinato dappertutto sotto le spoglie di stupefacenti novità che si ripetono incessantemente, mi domando se non si debba tenere in giusto conto anche il fatto che la tendenza al meraviglioso e al miracoloso veniva trasformata in un’operazione di potere, capace di mutare la credulità in credenza e la credenza in fede in modo feticistico. Questa era certamente una situazione che gli illuministi combattevano. Essi vedevano il meraviglioso dal punto di vista del miracolo, la cui essenza, osserverà Hume, è quella di essere una violazione della natura. E da Hobbes in poi, i filosofi sapevano bene che la violazione della natura è un potere a cui si soggiace per paura. Il nesso tra miracoli, meraviglia e paura aveva creato un norma dominata dalle eccezioni (i miracoli, appunto, in quanto violazioni della natura e del suo ordine), e le eccezioni erano ciò che legittimava un potere rafforzandolo nella sua capacita di normalizzare. È vero che, come Daston e Park rilevano, l’illuminismo combatte le meraviglie, ma è necessario tener conto del contesto storico in cui ciò avviene. Se Hume, nella sua analisi delle passioni non tratta della meraviglia, il suo amico Adam Smith lo fa in un modo ben più articolato di quanto non ci dicano Daston e Park nelle poche righe dedicate alla famosa Storia dell’astronomia, dove la meraviglia, costruita attraverso un implicito quanto evidente richiamo alla Metafisica di Aristotele (ancor più che al Teeteto di Platone) ha un ruolo parallelo a quello della paura nella contemporanea Storia naturale della religione di Hume.
È auspicabile che Daston e Park prendano in considerazione un testo come I re taumaturghi di Marc Bloch, dove il Saggio sui miracoli di Hume viene considerato come il punto di svolta dello studio sulle testimonianze e sulla loro inattendibilità. È bene infatti essere garantisti anche nei confronti delle pur affascinanti ambiguità epistemologiche e cognitive della meraviglia.

“il manifesto”, sabato 9 dicembre 2000

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