30.4.10

I figli avvocati e i figliastri giornalisti. Pdl: il corporativismo a giorni alterni.

Proprio oggi il capogruppo alla Camera del Pdl, Cicchitto, ha annunciato che il suo gruppo presenterà un progetto di legge per l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, “ormai superato e rispondente solo a logiche corporative”. Qualche giorno prima si era avviata al Senato la discussione sulla cosiddetta riforma dell’Ordine degli avvocati, in realtà una controriforma, tesa a cancellare i timidissimi tentativi di liberalizzazione previsti dalla “lenzuolata” di Bersani. Ne sono caposaldi, infatti, la reintroduzione della tariffa minima, per impedire la concorrenza degli avvocati più giovani, e una serie di sbarramenti all’accesso, tali da prefigurare un vero e proprio percorso ad ostacoli verso la carriera forense. Le cose più divertenti della seduta del 21 aprile a Palazzo Madama mi sono parse la breve relazione del ministro Alfano che rivelava come in sostanza quel disegno di legge fosse stato scritto sotto dettatura del vertici della corporazione avvocatizia e l’intervento del senatore spoletino Benedetti Valentini, che dopo aver tromboneggiato su avvocatucci, avvocatori e avvocatacci ha cantato il peana all’ordinamento corporativo di quella e di altre professioni. Rimando a Radio Radicale per quanti fossero curiosi di sentire integralmente il suo intervento: ci si potrà fare senza grande spesa quattro grasse risate. (http://www.radioradicale.it/new/html/vs_videosenato.php?id=301758)

Non voglio entrare adesso nel merito delle questioni inerenti ai due Ordini professionali, che meritano un approccio serio e problematico: una volta o l’altra proverò a dire la mia cercando di evitare l’unilateralismo in cui facilmente si cade. Una cosa posso notare fin da oggi: il Pdl ha deciso che nel campo delle professioni liberali ci sono figli e figliastri. Gli avvocati, come i notai, come i farmacisti, stanno molto a cuore ai berlusconici. I giornalisti, invece, ce li hanno sullo stomaco e, se potessero, dopo aver sciolto il loro Ordine, li manderebbero tutti a quel paese.

"Dall'ombra alla luce". Un libro di Lanfranco Caffarra. (da "micropolis" - aprile 2010)

Quella postata sotto è la scheda del libro di Lanfranco Caffarra pubblicata nel numero di aprile 2010 di "micropolis". Vivamente lo consiglio: incidentalmente parla anche di me (S.L.L.).

Libri

Lanfranco Caffarra, Dall’ombra alla luce. Ricordi, incontri e percorsi di un ragazzo del secolo scorso – Morlacchi Editore, Perugia 2009

Il volume è una sorta di autobiografia, corredata da un’appendice documentaria, notevole nella parte fotografica. Ne è autore un insegnante di Diritto ed Economia negli Istituti tecnici nativo della Campania, che vive a Perugia da oltre trent’anni e tuttora vi risiede. Una falce e martello sbiadita su un muro scrostato segnala in copertina una identità politica, indirettamente rivendicata anche nel sottotitolo: quel “ragazzo del secolo scorso” allude all’autobiografia di Rossana Rossanda. E’ l’identità di un comunista che, tuttavia, appare altrettanto orgoglioso della qualifica di “cane sciolto”: “Ho evitato di intrupparmi in esperienze che richiedessero un’adesione totale a qualche credo, non ho mai frequentato parrocchie e non mi sono mai iscritto a un partito. A parte quella della Cgil, non ho nemmeno avuto alcuna tessera di appartenenza a qualsivoglia associazione”.

Una delle fedeltà più fortemente dichiarate è al “manifesto”, il giornale dalla parte del torto, “la cui lettura ha accompagnato i miei ultimi quarant’anni”. Le altre (l’ordine è casuale) sono la scuola e la cultura, le radici campane con gli annessimi tenacissimi affetti familiari e amicali, Gilda che gli è compagna da una vita, il calcio con le sue gioie e i suoi dolori.

Se il libro di Rossanda (insieme a una sorta di proustiana illuminazione di cui racconta in premessa) è uno degli stimoli alla scrittura ed anche un esempio, il modello viene qui in un certo senso rovesciato. Caffarra, infatti, non si affida solo alla memoria, ma verifica e controlla; Caffarra scrive per i nipoti (e pensa agli alunni che da pensionato ha lasciato), perciò spiega tutto quello che altri darebbero per scontato; Caffarra vive e racconta la storia della sinistra dal basso e da quel punto di vista rappresenta il sindacato e i cobas, la regressione e la difficile rifondazione di una sinistra politica e sindacale. Si impegna poco nel raccontare direttamente dei suoi propri pensieri, riflessioni ed impressioni, ma guarda soprattutto fuori, al mondo. Alle persone innanzitutto, parenti, amici, colleghi, alunni, che nomina uno per uno e a cui dà corpo e vita dando nome. Ai luoghi: la nativa Maddaloni, la Roma del primo viaggio, Torino, Perugia. Ai fatti privati e pubblici: familiari e amicali (nascite, morti, matrimoni); politici e sindacali; culturali e di costume (i film importanti, i libri, il calcio). Il tutto con una precisione e una meticolosità da inventario e una scrittura semplice e colta, didascalica si direbbe. Questo apparente culto della “datità”, questo “oggettivismo” non produce affatto un impressione di freddezza, ma riscalda l’altrui ricordo. Accade così, per esempio, leggendo il sintetico resoconto di memorabili partite di calcio della Nazionale. E alla fine, dall’insieme degli oggetti, emerge prepotente anche il soggetto, la forte personalità dell’autore, la sua inesauribile passione per la vita.

Saggezza (Franco Fortini)


C’era una donna che sola ho amata
Come nei sogni si ama se stessi
E di bene e di male l’ho colmata
Come gli uomini fanno con se stessi.


Essa era quella che avevo voluta
Per essere chiamato col mio nome:
E lo diceva quando l’ho perduta
Ma forse quello non era il mio nome.


E vo per altre stagioni e pensieri
Altro cercando al di là del suo viso
Ma più mi stanco per nuovi sentieri
Sempre più chiaro conosco il suo viso.


Forse è vero e i più savi l’hanno scritto:
Oltre l’amore c’è ancora l’amore.
Si sperde il fiore e poi si vede il frutto:
Noi ci perdiamo e si vede l’amore.


Foglio di via, Einaudi, 1946

La sfida di Ruini ("micropolis on line" - 27 aprile 2010)

Il Cardinale Camillo Ruini, protagonista indiscusso della politica italiana quando era presidente della Cei e riorganizzatore “leninista” della Chiesa cattolica nella Penisola, dopo il passaggio in seconda fila era rimasto per qualche tempo un po’ in ombra. E’ tornato a far parlare di sé agli inizi di marzo, scendendo in campo a favore della Polverini. Più d’uno notò la stretta relazione tra quella dichiarazione d’ingaggio e i rilevanti interessi vaticani nella sanità romana e laziale, che erano stati sempre a cuore di Ruini, in tutto il lungo periodo nel quale aveva retto la diocesi della capitale come primo ausiliario del Papa.

Dopo le elezioni Don Camillo da Sassuolo si è rimesso in movimento programmando una serie di pubbliche uscite. Una delle prime è stata quella del 23 aprile scorso a Spoleto, ove ha inaugurato la serie di incontri dal titolo I dialoghi del venerdì, organizzati per impulso del nuovo vescovo di Spoleto e Norcia, Boccardo. Il tema dell’incontro era La sfida educativa, strettamente collegato con la funzione che Ruini ha assunto dopo il suo pensionamento dalla reggenza romana, quella di responsabile della questione “educazione” per conto della Cei.

Nel corso della lunga introduzione e nel breve giro di domande e risposte il cardinale ha volato alto: una rinnovata polemica filosofica contro il relativismo, il nichilismo e il cosiddetto “naturalismo”, una ribadita condanna del permissivismo, la proposta di un ritorno alla “verità” che dovrebbe sostanziare la “libertà” dell’educatore e dell’educando. La linea che Ruini sembra indicare a genitori, insegnanti, preti è basata su un “ritorno all’ordine” e sulla indispensabile restaurazione di una qualche autorità. Su questi temi la Cei vorrebbe chiamare a confronto tutta la società italiana, anche nelle sue parti laiche, per rispondere a quella che Ruini ha chiamato, con parole di Ratzinger, “emergenza educativa”. Tra le righe il porporato lascia intendere che solo il cattolicesimo offrirebbe all’Italia disgregata e alla sua gioventù disperata una risposta forte fondata su tre assiomi: Dio c’è; l’uomo è distinto e superiore al resto della natura cioè è dotato di anima; solo una fede in cui Dio c’è ed è amico dell’uomo può aiutare l’affermarsi di una autentica moralità.

Naturalmente nel discorrere di Ruini e nel successivo dibattere manca una domanda: come può proporsi come faro per tutti nell’educazione delle nuove generazioni una istituzione che ha alimentato (e coperto) così numerosi casi di orribile violenza sui piccoli? La pedofilia nella Chiesa, tema di cui si dibatte sulle tv e nei giornali come nei tribunali di mezzo mondo, a Spoleto era tabù. Ruini, dopo aver fatto il Lenin del Vaticano, l’artefice di una organizzazione centralizzata ed efficiente, pretenderebbe di fare il Gramsci, prospettando alla Chiesa il compito dell’“egemonia”, della “direzione intellettuale e morale”, ma i fatti, giorno dopo giorno, s’incaricano di scalfirne l’autorevolezza. E allora ai cardinali e allo stesso Ruini non resta che far comunella con le “potenze mondane”. Dice il cardinale che la Cei, attraverso un importante documento che uscirà tra un paio di mesi, per realizzare una sorta di “alleanza educativa” intende parlare “all’intero paese con le sue istituzioni e classi dirigenti”: per non sbagliare Ruini s’è già incontrato con la Gelmini e con la Marcegaglia. Evviva.


29.4.10

I due senatori. Crisafulli e Lumia ai ferri corti in Sicilia.

Lombardo, indagatissimo, resta al suo posto.

Il Pd diviso tra sostenitori del "governatore" e nostalgici del cuffarismo.

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Una doppia intervista a Radio Radicale nella giornata ieri rinfocola le polemiche che percorrono il Pd siciliano in merito alla Giunta “anomala” di Lombardo ed alle imminenti elezioni amministrative.

La prima è quella al senatore Vladimiro Crisafulli (detto Mirello), a lungo parlamentare, personaggio assai controverso, vincitore delle primarie per le prossime amministrative di Enna e oppositore della Giunta Lombardo. Crisafulli è al centro di polemiche da quando nel 2003, in occasione di un congresso ennese della Cgil, in una sala dell’albergo che l’ospitava, si incontrò con l’avvocato Bevilacqua, imprenditore e politico che solo dopo risultò essere capo provinciale di Cosa Nostra ad Enna, ma che già allora aveva notoriamente un certo odore.

La seconda è al senatore Beppe Lumia, noto per il suo impegno antimafia e nel Pd siciliano uno dei più ferventi sostenitori della “stagione delle riforme” e del “rilancio dell’autonomia” (è l’ipocrita giro di parole che si dà per alludere all’appoggio esterno a Lombardo).

Crisafulli appartiene all’antica scuola del “realismo politico”, di quella destra comunista siciliana che, per usare le parole di un suo leader, Michelangelo Russo, di recente scomparso, “era riuscita a spartirsi anche gli organici delle bande musicali”. Questa tendenza a non combattere le lottizzazioni clientelari, ma di parteciparvi pur dall’opposizione, ha determinato in Sicilia una sorta di osmosi tra le forze politiche e favorito in molte realtà amministrative maggioranze anomale ed accordi trasversali. Si è per questa via affermato un potere notabilare, i cui effetti politici sono evidentissimi se si guarda ai risultati elettorali. Tra una consultazione e l’altra gli sbalzi nei suffragi ottenuti dal Pci-Pds-Ds-Pd siciliano sono assai forti, talora strabilianti, e quasi sempre legati alla presenza o all’assenza nelle liste dei “notabili”.

Lumia, personaggio di spicco nelle Commissioni parlamentari antimafia, si è da tempo proposto come elemento di rottura rispetto a questi metodi che a suo avviso aumentano i rischi di infiltrazione da parte delle potenti famiglie mafiose dell’isola. Nel 2008, dopo le voci di esclusione, Veltroni lo volle come capolista della lista del Pd al Senato. In quella lista era già presente Mirello Crisafulli. Lumia, che in passato era stato tra i più duri critici di Crisafulli, accettò senza fare una piega la coabitazione che gli permetteva di salvare il seggio. Nel 2009 si presentò alle primarie come candidato segretario regionale da “bersaniano”, ma a capo di una coalizione trasversale di “rinnovatori” contro il candidato ufficiale dei bersaniani (Mattarella) e contro quello dei franceschiniani (Lupo). La direzione regionale elesse infine costui, intorno al quale, dopo diverse composizioni e scomposizioni, si è costituita la maggioranza che ha avallato l’operazione Lombardo.

Il presidente della Regione siciliana, com’è noto, è sostenuto da una parte del Pdl (Pdl Sicilia) guidata da Miccichè e sostenuta da Dell’Utri e dal Movimento per l’Autonomia da lui stesso fondato; il Pd dice di volere sostenere la sua “politica di riforme”, ma accetta che tra gli assessori vi siano due “tecnici di area”. All’opposizione stanno i pochi dipietristi, l’Udc di Cuffaro e Firrarello e il Pdl ufficiale, di Schifani e Alfano.

Il governo Lombardo ha cercato di interrompere alcune consolidate pratiche, generative di sprechi, nella Sanità e nella questione dei rifiuti, indicate come “cuffarismo” (Cuffaro è stato presidente per otto anni, fino alla sua condanna, non definitiva, per concorso esterno con associazione mafiosa). Nello stesso tempo, ha diffusamente esercitato l’arte in cui Lombardo è più esperto: le nomine in enti vecchi e nuovi, di amici e parenti. Un paio di mesi fa è trapelata la notizia di una indagine della magistratura su Lombardo in relazione all’intreccio mafia-politica-affari. Un rapporto dei Ros vede il “governatore” pienamente inserito nella triangolazione, mentre un pentito lo accusa di rapporti diretti con un boss. Nel Pd Lupo e Lumia hanno continuato a sostenerlo (loro preferiscono dire che “difendono la legislatura delle riforme”), non si saprebbe dire con quale coerenza, specie il secondo. Nel Pd una parte dei bersaniani (di sensibilità “dalemiana”), tra cui Crisafulli, vorrebbero mettere fine all’esperimento, ma cercano alleanze con i “cuffariani” dell’Udc.

Insomma la politica della destra siciliana appare complicatissima fino al barocco, e infetta nelle sue parti contrapposte. Si può dire che “il più pulito ha la rogna”. La politica del centrosinistra appare a sua volta trasformistica e subalterna, pronta a far da supporto a questa o a quella parte della destra pur di partecipare al potere.

In questo scenario si svolgeranno a fine maggio le elezioni comunali ad Enna e in altri centri della Sicilia. Alle primarie di Enna, a Pd spaccato, Crisafulli si è presentato alle primarie e le ha vinte nettamente; ma i suoi avversari franceschiniani hanno scelto in tanti di non partecipare. A metà aprile Lumìa prende penna e spara a zero: la lettera è diretta a Bersani e Lupo ed è firmata anche da altri quattro parlamentari e da due esponenti siciliani “ecodem”. Vi si legge che sarebbe assurdo “che il Pd candidi a sindaco di Enna, nelle amministrative di fine maggio, il senatore Mirello Crisafulli… E’ di banale evidenza che la candidatura di Crisafulli sarebbe un’offesa alla memoria di quanti, da Pio La Torre a Piersanti Mattarella, hanno pagato con la vita la lotta alle mafie. Come risulta inoppugnabilmente da indagini della magistratura, Crisafulli ha intrattenuto rapporti non episodici con il boss di Cosa nostra, Raffaele Bevilacqua, e incontrandolo quando questi era già stato arrestato e condannato per mafia”. Crisafulli reagisce definendo le accuse strumentali e i garanti del Pd gli danno ragione, ma s’accorge che con mezzo partito contro non vincerebbe e fa pertanto il cosiddetto “passo indietro” per pesare nella scelta del candidato unitario.

A Radio Radicale Mirello è durissimo con Lumia. “Io – dice – sono stato totalmente scagionato, ma forse il senatore Lumia vuole rifarsi una verginità per il suo appoggio a Lombardo. Contro di me c’è un’aggressione mediatica, perché sono un oppositore di Lombardo (i cui problemi giudiziari sono noti). Lumia ce l’ha con me perché gli ho fatto perdere le primarie”. Feroce il suo giudizio su Lombardo: “E’ un acrobata e concepisce la politica come compravendita”. Sul Pd dice: “E’ il mio partito e ci sto benissimo. Se Lumia e gli altri hanno problemi di stare vicino a me possono scegliere la libertà”.

Lumia non è meno pesante: “La mia è una opposizione politica a quello che chiamo ‘crisafullismo’, un modo vecchio e spregevole di fare politica. La nuova politica promuove diritti, doveri e progetti e si tiene lontanissima dall’intermediazione affaristico-clientelare che in Sicilia si fa talora affaristico-mafiosa”. Aggiunge: “Bevilacqua era un boss importante e a Crisafulli era ben noto. L’inchiesta su Crisafulli si è conclusa con una archiviazione, ma bisogna leggere la sentenza. Dice che un pubblico incontro con un boss di quella caratura è un fatto gravissimo e inquietante, anche se non se non esce di per sé dal quadro della legalità. Io ho sempre combattuto Crisafulli, ho cercato di impedire che entrasse nel Pd”. Sul governo Lombardo dice: “Alcuni dei provvedimenti scardinano i poteri clientelari, rendono difficile l’infiltrazione delle mafie e la perpetuazione della vecchia politica tanto cara a Crisafulli”. Le posizioni sono inconciliabili.

Intanto a Roma aumentano le pressioni di Alfano e Schifani per mettere fine all'anomalia siciliana e Miccichè è sotto assedio. La mia impressione è che la giunta Lombardo non durerà.

Mafia e governo. L'apparente schizofrenia.

Sulle politiche verso la criminalità organizzata questo governo sembra soffrire di schizofrenia. Per rendersene conto basta mettere in fila fatti, progetti ed esternazioni.

Primo. Una delle misure finanziarie presentate come anticrisi, il cosiddetto scudo fiscale, è stato un regalo che ha beneficato tutti i detentori all’estero di capitali sottratti a ogni controllo fiscale. Sono tutti, nessuno escluso, frutti di attività delinquenziali, fatture in nero, lavoro nero, tangenti in nero, truffe ed evasioni fiscali. Ma in questo “cuore nero d’Italia”, che Tremonti ha candeggiato con la garanzia dell’anonimato e con una tassazione ridicola (il cinque per cento), uno spazio consistente è occupato dalle ramificazioni delle mafie.

Secondo. La legge in discussione sulle intercettazioni, anche quando ne siano cancellati alcuni particolari aberranti, è comunque una misura che rende più difficili le indagini verso quei comparti delle organizzazioni criminali che si occupano più di finanze, investimenti e riciclaggi che non di traffici o di pizzi e quasi impossibili verso quegli “esterni” (finanzieri, politicanti, imprenditori) per i quali gli affari in comunella con le mafie non puzzano.

Terzo. La misura che rende vendibili all’asta i beni confiscati ai criminali, sottraendoli all’uso sociale e civico previsto dalle leggi ispirate dal movimento antimafia, pur essendo stata fermata nei suoi aspetti più perversi per l’anno 2010, resta in campo come una spada di Damocle. La possibilità che una parte di tali ricchezze rientrino nell’orbita delle organizzazioni criminali, anche grazie alle protezioni previste dallo scudo, resta abbastanza alta.

Quarto. La campagna elettorale della primavera scorsa della destra in alcune regioni centro-meridionali è stata preceduta e accompagnata da alcune scelte in cui poteva leggersi un qualche ammiccamento verso le zone grigie del milieu mafioso, come il mancato scioglimento del Consiglio comunale di Fondi o come certe ingombranti presente in liste di sostegno ai canditati presidenti della destra in Campania e in Calabria.

Quinto. Il Cavaliere capo del governo continua lasciarsi andare, di quando in quando, a stupefacenti ed esecrabili affermazioni pubbliche contro La Piovra o contro Saviano, colpevoli di infangare l’Italia denunciando le mafie e le loro connessioni con il potere economico e politico. Il male del nostro paese – stando alle sue parole – non sarebbero le mafie, ma il fatto che se ne parli.

Sesto ed ultimo. Non sono mancate neanche negli ultimi mesi le oramai caratteristiche azioni di delegittimazione delle indagini che tocchino o lambiscano il Cavaliere e i suoi più intimi amici (Dell’Utri e Schifani, per esempio).

A fronte e in contraddizione di tutto ciò sono state emanate alcune misure incisive di contrasto alla criminalità organizzata, in primo luogo quelle che rendono più facile la confisca di beni posseduti dai mafiosi e che estendono agli eredi la confiscabilità.

Sono poi sotto gli occhi di tutti i continui, sistematici arresti di boss, i sequestri e le confische di rilevanti patrimoni, l’intercettazione di carichi di droga. E’ vero che il clamore mediatico tende ad appiattire tutto ed a mettere sullo stesso piano operazioni che colpiscono i vertici e i classici, tradizionali “voli di stracci”. Ed è altrettanto vero che alcune iniziative della magistratura inquirente o delle forze dell’ordine, fatte col sistema “do’ coglio coglio” della retata, creano disorientamento quando, qualche giorno dopo, quelli che erano stati arrestati come pericolosi boss vengono scarcerati come integerrimi cittadini. Ma, fatte tutte le tare del caso, i successi nella lotta alla criminalità organizzata sono veri ed importanti; e le affermazioni di Maroni, di Alfano o dello stesso Berlusconi che attribuiscono a questo governo una sorta di record nella lotta alla mafia non sono del tutto infondate.

Schizofrenia dunque? No. Questa contraddizione, in realtà, esprime una scelta politica. Ne avevo scritto già nel settembre del 2009, in un articolo per il sito “Per Perugia e oltre” dal titolo La mafia perbene e le illusioni dei cinici: l’obbiettivo di tutto questo movimento è la separazione della “mafia perbene” dalla “mafia militare”. Il messaggio è diretto soprattutto a coloro che, pur non essendo negli organici delle associazioni criminali, hanno accumulato capitali e ricchezze in combutta con esse e a tutti i ricchi delinquenti in esse inseriti: rientrare nella legge o, almeno, fermarsi finché non sia esaurita la buriana. “Calati juncu ca passa la china” (“abbassati giunco ché passa la piena") recita un proverbio siculo un tempo caro ai mammasantissima. L’immoralità di questa politica non spaventa i governanti. Il berlusconismo ha diffuso a tutti i livelli una perversione etica per cui l’importante non è comportarsi bene ma farla franca. E’ la perversione che sovrintende a tutti i condoni, gli scudi e le sanatorie di questo governo. Ed è la stessa che spinge taluni farabutti che scodinzolano negli studi televisivi a scandalizzarsi, non per le mascalzonate dei potenti, ma per le intercettazioni che li colgono sul fatto.

So che codeste fortissime obiezioni etiche non riescono a scalfire la sicumera dei cinici. Ci sono quelli che pensano che, alla fin fine, se i capitali con lo scudo e i mafiosi senza coppola si ripuliscono e rientrano nella legalità è meglio per anche per gli onesti. Ma in questo modo il nostro paese resterebbe per sempre l’invivibile giungla che già oggi mostra di essere.

Siffatte valutazioni, oltre che distruttive della convivenza civile, sono illusorie e velleitarie. In primo luogo perché rimuovono i prevedibili micidiali contraccolpi; in secondo luogo, perché, finché il pozzo dei denari provenienti dalla droga illegale non si sia esaurito, la potenza finanziaria delle mafie eserciterà un’attrattiva e una tentazione irresistibile per politicanti e affaristi. E l’attrazione dell’illegalità è anche più forte in chi l’ha già fatta franca.

A chi esita. (Una poesia di Bertolt Brecht)

Dici:

per noi va male. Il buio

cresce. Le forze scemano.

Dopo che si è lavorato tanti anni

noi siamo ora in una condizione

più difficile di quando

si era appena cominciato.

-

E il nemico ci sta innanzi

più potente che mai.

Sembra gli siano cresciute le forze, ha preso

una apparenza invincibile.

E noi abbiamo commesso degli errori,

non si può più mentire.

Siamo sempre di meno. Le nostre

parole d'ordine sono confuse. Una parte

delle nostre parole

le ha stravolte il nemico fino a renderle

irriconoscibili.

-

Che cosa è ora falso di quel che abbiamo detto?

Qualcosa o tutto?

Su chi contiamo ancora?

Siamo dei sopravvissuti, respinti

via dalla corrente? Resteremo indietro, senza

comprendere più

nessuno e da nessuno compresi?

O dobbiamo sperare soltanto

in un colpo di fortuna?

-

Questo tu chiedi. Non aspettarti

nessuna risposta

oltre la tua.


La Resistenza che cos'è.( da "I Siciliani" - aprile 1994)

Il testo che qui ripropongo ed ho tratto da "U Cuntu", la bella rivista catanese di Riccardo Orioles, fu pubblicato per la prima volta nel 1994 dal periodico "I Siciliani", che, dopo dieci anni dalla uccisione di Pippo Fava da parte dei mafiosi, continuava tra mille difficoltà la sua battaglia di verità e civiltà a Catania. Il documento è storicamente significativo: mostra come, nel rintontimento dei partiti di sinistra che seguì il primo trionfo elettorale di Silvio Berlusconi, la bandiera della Resistenza e del 25 aprile fosse tenuta alta da piccoli gruppi decisi a "non mollare". La celebrazione più forte e partecipata della Liberazione quell'anno si svolse a Milano, sotto la pioggia, e non fu organizzata da grandi partiti e sindacati, ma da un piccolo quotidiano comunista, sempre dalla parte del torto, "il manifesto". (S .L.L.)

"Non rompere le scatole al tuo padrone. Non parlare di mafia. Non chiedere i soldi che ti spettano. Non dire mai "i miei diritti". Perché tu di diritti non ne hai. Tu non conti niente. Tu non sei nessuno".

Te lo dicono ogni giorno e se non bastano le parole te lo dicono a legnate. A Catania Costanzo ha fatto sempre quello che ha voluto. Come i democristiani e i socialisti sotto Craxi. Come i gerarchi fascisti sotto il fascismo. Quando cambia il vento, cambiano il colore della camicia (viva il duce, viva Andreotti, viva Craxi, viva Berlusconi) ma restano sempre al potere.

Resistenza vuol dire che per almeno una volta nella storia non è andata così. Che almeno per una volta nella storia tu ti sei incazzato e hai detto "Adesso basta. Voglio contare anch’io". Questo è successo un venticinque aprile di molti anni fa. I padroni e i gerarchi ne hanno ancora paura. Perché se è successo una volta può succedere ancora. Per questo dicono che sono cose vecchie e superate, e non bisogna pensarci più. Ma noi invece ce lo ricordiamo.

Molte persone come noi e come te hanno combattuto perché gli operai non venissero bastonati per la strada, perché i mafiosi come Costanzo fossero inseguiti e non protetti dalla polizia, perché i ladri andassero in galera e non tornassero invece a governare sotto un’altra bandiera. E’ grazie a loro che siamo un popolo, nonostante tutto, e non un gregge. Un popolo può sbagliare una volta, può lasciarsi imbrogliare. Ma alla lunga, prima o poi, ragiona.

Viva la Resistenza contro i fascisti e i mafiosi.

Viva il Venticinque Aprile

I Siciliani, aprile 1994

28.4.10

Rischio. A proposito di incidenti sul lavoro. Un ragionamento controcorrente (Sergio Bologna da "L'ospite ingrato")

Questo testo l’ho trovato ne “L’ospite ingrato”, la rivista on line del Centro Studi Franco Fortini. Non è nuovo: è stato scritto tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. E’ di Sergio Bologna, che viene da lontano, dal tempo dell’operaismo, ma che non ha mai cessato di studiare il lavoro. Oggi è la giornata dedicata alle "morti bianche" e non mancano nella rete ottimi pezzi indignati che denunciano carenze e chiedono interventi. Mi pare tuttavia che manchi un approccio, come dire?, strutturale. Questo pezzo, per molti aspetti controcorrente, lo sperimenta. Esso s’inserisce in un lungo percorso di studi sulla microimpresa che Bologna iniziò sulla rivista “Altreragioni” e che lo portò a individuarvi una forma peculiare di “lavoro subordinato”. Sono temi su cui bisognerebbe tornare a ragionare. (S.L.L.)

Io non credo che interventi legislativi o misure organizzative (come ad es. la creazione di un pool di magistrati specializzato) possano produrre effetti di una qualche rilevanza nella lotta agli incidenti mortali sul lavoro. Com’è possibile prescrivere una terapia quando non si conoscono le condizioni del paziente? Posso peccare di presunzione, ma sono quasi certo che le istituzioni non hanno presente la mappa del mercato del lavoro in Italia, nemmeno a grandi linee. E quindi non hanno la più pallida idea della mappa del rischio. Cominciamo da un dato: il differenziale di circa 2,4 punti percentuali tra l’incidenza dei morti sul lavoro in Italia rispetto al resto dell’Europa è dovuto al fatto che da noi si muore “in itinere”, cioè mentre ci si sposta per lavoro o per andare o tornare dal luogo di lavoro. Quindi “il luogo” di lavoro di per sé, concepito come luogo fisico, non sarebbe più rischioso in Italia di quanto sia quello di altri Paesi europei. E’ lo spazio della mobilità quello più rischioso. Perché? La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni: 1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio), 2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio. Io vorrei prendere per mano il Ministro Damiano, il dottor Epifani e il dottor Guariniello e metterli di fronte a quella semplice tabella ISTAT che sono solito riprodurre in tutte le mie presentazioni. Da cui risulta che più di 6 milioni di persone – su un totale di 24 - lavora in unità impropriamente chiamate “imprese” la cui dimensione media è 2,7 addetti. Ma c’è qualcosa di più recente. Il 29 ottobre 2007 l’ISTAT pubblicava una nuova serie di dati, cito: “Nelle microimprese (meno di 10 addetti), che rappresentano il 94,9 per cento del totale, si concentra il 48,0 per cento degli addetti, il 25,2 per cento dei dipendenti, il 28,3 per cento del fatturato ed il 32,8 per cento del valore aggiunto. In esse il 65,1 per cento dell'occupazione è costituito da lavoro indipendente”. Perché questa assurda miniaturizzazione dell’impresa in Italia? Per ottenere flessibilità, minori costi del lavoro ma anche per trasferire sui più deboli il rischio. Paradossalmente ha ragione la Confindustria quando protesta contro i decreti d’inasprimento delle sanzioni. Le sue imprese, quelle che hanno firmato gli accordi sindacali, quelle dove vige ancora l’art. 18, il rischio lo hanno esternalizzato da vent’anni, non è roba loro, ma dei loro fornitori, dei subappalti, delle cooperative di lavoro, degli autonomi, in una parola, è roba scaricata sulla microimpresa! Pertanto il rischio ha cambiato sede, si è trasferito sui percorsi della mobilità (morti “in itinere”) e si è annidato nei piccolissimi organismi della microimpresa, là dove padrone e operaio stanno a galla per miracolo e dove il padrone muore assieme all’operaio (vedi Molfetta). Il caso Thyssen è un caso anomalo, non bisogna prenderlo a misura delle cose. Le maggiori sanzioni previste nei decreti non colpiranno mai le piccole, medie, le grandi imprese – colpiranno sempre, state sicuri, quei poveracci che se la cavano in mezzo a mille difficoltà. Ma sono quelli che mandano avanti questo Paese, sono quelli che garantiscono la tenuta occupazionale, sono quelli che per vent’anni si sono assunti sulle spalle la responsabilità del rischio! Senza poter dettare le condizioni del loro lavoro ma subendo i ritmi voluti dai committenti. E sono questi ritmi ad uccidere, malgrado tutte le attrezzature antinfortunio. Che te ne fai dei tuoi fottuti caschi, scarponi, cinture, occhiali, della tua fottuta segnaletica quando devi scaricare da una nave 37 container all’ora e invece di otto ore ne devi lavorare dodici, perché senza gli straordinari non arrivi a fine mese?

Misure legislative, azione repressiva della magistratura, diavoleria dell’antinfortunistica – tutta roba inutile. Bisogna rovesciare i rapporti sociali che hanno creato questa infame e incivile condizione del lavoro oggi in Italia, per cui sui più deboli economicamente si è scaricato non solo tutto il rischio fisico ma anche tutta la responsabilità civile e penale del medesimo. Non è un caso, è la riprova di quanto sto dicendo, che sia a Genova che a Molfetta la colpa degli incidenti è stata attribuita o alle vittime (“non hanno indossato le mascherine”) o ai compagni delle vittime. Malvolere di magistrati? No, il rischio è stato strutturato in modo che la colpa sia sempre delle vittime. Postfordismo all’italiana. Uscire da questa condizione è una strada lunga, lo so, ma questa è la realtà, questo il risultato di aver messo in soffitta per più di vent’anni il problema del lavoro.

Dal Quaderno di Leonardo Sciascia.E se gli inglesi fossero rimasti in Sicilia? ("L'Ora", 12 giugno 1965)

Malta. Una immagine degli anni Sessanta

Coloro che detestano gli inglesi

Brancati diceva che per conoscere una persona basta chiederle che cosa ne pensa degli inglesi: e se risponde che li detesta è meglio fuggirne la conoscenza, il colloquio, l’incontro. D’accordo con Cernuda: gli inglesi non sanno riposare. Ma in compenso hanno tante altre qualità.

Di queste qualità una idea se ne può avere a Malta. Che è per tanti caratteri un pezzo di Sicilia: nel paesaggio, nelle facce e nelle abitudini; ma vive in un ordine e in un decoro che la Sicilia non ha mai conosciuto. E non è che non abbia problemi economici in tutto uguali ai nostri: ottomila disoccupati su trecentomila abitanti, un continuo flusso di emigrazione, poche industrie, una stentata agricoltura. E camminando per le strade di La Valletta, di Rabat, di Medina sorge uno di quei “se” che spesso gratuitamente applichiamo al passato, alla storia: e se gli inglesi, passata la tempesta napoleonica, fossero rimasti in Sicilia così come sono rimasti a Malta? Tutto sommato, credo che sarebbero stati più intelligenti e meno duri dei generali e dei prefetti piemontesi di cui abbiamo goduto dopo l’unità.

E’ certo, comunque, che in Libia nessuno ci rimpiange; mentre a Malta non sono pochi quelli che rimpiangono gli inglesi. Già prima di partire per Malta, alla dogana di Siracusa, un maltese ci dà ragione del rimpianto, la sua ragione di commercio e di morale: tutti quegli inglesi che spendevano il loro stipendio, fino all’ultimo soldo (non come gli americani, dice, che si portano dietro tutto e spendono soltanto per le donne), e che se ne sono andati; e l’istituzione del Casinò, dove sono i maltesi a spendere tutto, a giocarsi tutto. “Che se ne fa Malta dell’indipendenza?”, dice. Ma poi passa a confrontare Malta all’Italia, e che l’Italia fa paura con tutti i soldi che ci vogliono, che appena scambiato un biglietto da diecimila, è già volato via, con tanti poveri e con tanta gente che pazzamente spende. Ci vede pazzi per il denaro: chi non ne ha perché non ne ha; chi ce l’ha per il modo come lo spende. “Anche i preti sono pazzi per il denaro. Sono andato in chiesa, volevo offrire una candela alla Madonna. E il prete mi dice, indicando una cassetta: butta lì il denaro. Io volevo con le mie mani accendere la candela. Il denaro. Butta lì il denaro. Non l’ho buttato”.

- Ha fatto bene – dicono gli italiani che lo ascoltavano. Il maltese si meraviglia dell’approvazione: è l’ultima cosa pazza che gli capita di sentire in Italia.

(da “L’Ora” 12 giugno 1965)

27.4.10

Il Paglia amoroso (da "micropolis" - aprile 2010)

Il vescovo di Terni Paglia, presidente della Conferenza episcopale regionale, tra i potenti dell’Umbria è il più bravo a calamitare l’attenzione dei media. In aprile per ben due volte ha ottenuto lunghi servizi nelle tv e intere pagine illustrate nei quotidiani. La prima volta per il decennale del suo insediamento, celebrato il 18 aprile. Erano presenti, anche per dovere di ruolo, tutte le autorità della città dell’acciaio. C’era anche la presidente della Regione eletta, Marini. Avrebbe potuto elegantemente sottrarsi, lasciando alla Lorenzetti la rappresentanza (il passaggio di consegne era il 19), ma figurarsi se rinunciava ad una genuflessione! Nella omelia il monsignore ha ringraziato e ha parlato d’amore.

In verità, ai nostri occhi, luci ed ombre s’alternano nel decennale reggimento. E’ nota la vicinanza di Paglia al mondo operaio che lo vide attivo nella durissima trattativa per mantenere a Terni la Tylsen Krupp ed è vero che ha mostrato spesso più sensibilità sociale dei politici di sinistra. Ma si ricordano anche leoperazioni ideologiche e di potere (il Centro per le cellule staminali ombelicali, con tanta pubblicità e limitatissime potenzialità), le invasioni di campo in politica, la frenesia di apparire (la ricerca spasmodica di un incontro con il boss Provenzano, in carcere a Stroncone).

Un’altra occasione di presenza è stata offerta a Paglia dal convegno perugino della Cisl su Lavoro e dignità della persona. Ha dialogato con Bonanni e De Rita. La parte dell’intervento più ripresa dalla stampa è relativa alla “colletta di solidarietà” della Chiesa umbra (un milione e trecento mila euro messi a disposizione delle famiglie di chi ha perso il lavoro). Ottima cosa. Ci sarebbe tuttavia piaciuto che il vescovo si levasse a gridare che dovrebbe pensarci lo Stato; che l’elemosina, anche quella della Chiesa, offende la dignità; che i lavoratori dovrebbero essere tutelati senza essere prescelti dai preti e dover dire grazie. Ha invece comunicato che i vescovi dell’Umbria avrebbero rinunciato per un mese allo stipendio personale per partecipare alla “colletta”. A proposito della carità (e della riservatezza che la caratterizza quando è autentica) ricordiamo un “non sappia la tua mano destra ciò che fa la sinistra”. Chi l’ha detto?

Comunista patentato (da "micropolis" aprile 2010).

L’annuale festival perugino del giornalismo è stato, quest’anno, preceduto da un’anteprima. Nell’assolato pomeriggio del 20 aprile, in uno spazio reso più ampio dall’affascinante panorama, i giardini del Pincetto, per iniziativa del Comune e della segreteria del Festival e con il concorso della Scuola di giornalismo, è stato impiantato un ulivo ed è stata scoperta una targa che lo dedica “A Peppino Impastato e a tutti i giornalisti uccisi dalla mafia”.

Cerimonia suggestiva, a tratti commovente. C’era il sindaco, c’era Libera con le sue bandiere, c’erano decine di cittadini, molti giovani. Arianna Ciccone ha raccontato l’origine dell’iniziativa, nata come reazione alla notizia che in un paesino del Bergamasco l’ottusità leghista, dopo aver rimosso la targa che intitolava a Impastato una sala della civica biblioteca, aveva ispirato anche il taglio dell’ulivo piantato in suo onore. Poi gli allievi della Scuola hanno ricordato uno per uno, compitandone i nomi, i giornalisti uccisi dalla criminalità organizzata: Siani, De Mauro, Spampinato eccetera eccetera. E’ consolante che a questi esempi di moralità professionale e civile si ispirino gli aspiranti giornalisti e non al servile e interessato carrierismo oggi in voga. Ed è importante che tra i loro maestri riconoscano Peppino Impastato, che si distinse non solo per il coraggio, ma per l’uso competente, estroso ed efficace delle nuove forme di comunicazione e di linguaggio.

Eppure in tutto ciò c’è qualcosa che stona, sebbene non imputabile a chi ha promosso l’iniziativa. L’ho avvertito, più che durante la cerimonia, nella mattinata, durante il convegno sui beni confiscati alle mafie, in cui il Sindaco Boccali ha per ben tre volte, citando l’iniziativa, ripetuto come giaculatoria “a tutti i giornalisti uccisi dalla mafia”.

Ma Peppino era un “giornalista”? Di sicuro aveva il genio della comunicazione e, quasi obbligato dalla legislazione ordinistica (se non corporativa), aveva voluto il patentino di pubblicista per potere responsabilmente compilare fogli di agitazione politica e animare la sua “radio libera”. Di certo però non era quella di giornalista la sua “missione” e, meno che mai, la sua vocazione. E neanche la sua professione.

Peppino si sentiva (ed era) un “rivoluzionario”, uno che mette tutte le energie, al limite la stessa vita, al servizio di una causa. Era di quelli che non si contentavano di cambiare governo, ma pretendeva di rovesciare un ordinamento economico e sociale, il capitalismo, che a suoi occhi produceva sfruttamento ed emarginazione e voleva sovvertirne il sistema di valori: “contestazione globale del sistema” - soleva dire con l’amato Marcuse. La mafia pertanto non era per lui solo un cancro da estirpare, ma la manifestazione estrema e, al tempo stesso, più significativa di un potere, quello borghese, che sistematicamente violava gli stessi principi che proclamava. Peppino si serviva del giornalismo come mezzo e allo stesso modo avrebbe usato, se i sicari di Badalamenti glielo avessero consentito, la tribuna del consiglio comunale. Ma il mestiere che aveva scelto non era di giornalista o di politico, ma di “comunista”. Questa cosa è oggi difficile da dire e per i giovani quasi impossibile da capire, ma così era.

Del tutto improprio mi pare poi definire Peppino eroe della “legalità”. Di sicuro voleva in galera gli assassini, i mafiosi e i loro complici, ma non pensava affatto che forze di polizia e magistrati (per di più in uno Stato “borghese”) potessero da soli sconfiggere la mafia e si richiamava, nel suo originale marxismo, ai Fasci siciliani, ai movimenti contadini e operai dell’isola. “Contro la mafia lotta di classe” - gridava ancora ventenne alle manifestazioni.

Una volta o l’altra bisognerà trovare il coraggio di proclamarlo: il comunismo del ventesimo secolo non fu solo un potere ferreo e criminoso, ma anche un poderoso strumento di riscatto delle moltitudini, fu speranza, fede che si testimonia fino al martirio. E lo fu anche di più in comunisti come Peppino, eretici che contestavano la “Chiesa”.

In una recente bella poesia di Walter Cremonte leggo: “C’è stato un tempo/ spiegò il professore/ che “giacobino” diventò un insulto/ come oggi, per fare un esempio,/ succede alla parola “comunista”. E’ così. Ma verrà prima o poi il tempo in cui, oltre a ripiantare gli olivi troncati e riappostare le targhe rimosse, potremo liberamente restituire a Peppino l’onore e l’orgoglio di comunista.
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Nota
Questo articolo è stato pubblicato su "micropolis" oggi in edicola in Umbria insieme a "il manifesto".

Su Peppino Impastato ho proposto su questo blog un altro vecchio pezzo dal mensile umbro, Memoria di un ribelle,

http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2009/09/memoria-di-un-ribelle-micropolis.html

e un ricordo personale all'interno del post Io lo conoscevo bene. http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2009/12/io-lo-conoscevo-bene-gianni-giovanni.html

26.4.10

La poesia del lunedì. Umberto Saba.

Secondo congedo

O mio cuore dal nascere in due scisso,

Quante pene durai per uno farne!

Quante rose a nascondere un abisso!

Preludio e fughe (1928-1929)


Top manager d'oro (di Roberta Carlini)

Riprendo, quasi integralmente, dal sito di Roberta Carlini un articolo scritto per "La Rocca " di Assisi. A mio avviso la parte conclusiva e propositiva è non meno utile della prima, piena zeppa di dati ignoti ai più. E' possibile che lo scandalo dell'assurda ingordigia dei "grandi" e che l'indignazione che ne deriva alimentino un riformismo radicale che cominci a cancellare un altro scandalo, non meno sconvolgente, quello di una povertà che miete vittime anche nelle aree più ricche del pianeta? Io credo di sì. (S.L.L.)

Carlo Puri Negri


Il signor Carlo Puri Negri, primo nella classifica dei manager più pagati d’Italia, nel 2009 ha incassato 38.356 euro. Al giorno. Circa la metà ne ha avuti un suo collega che fa capo allo stesso grande gruppo, il signor Claudio De Conto. Su base annuale, hanno guadagnato rispettivamente 14 e 7,3 milioni di euro. Entrambi hanno prestato la loro opera per il conglomerato che era simbolo della gomma in Italia, il primo però operava nel settore immobiliare (Pirelli Re, che sta per “real estate”), il secondo nella Pirelli senza suffissi. Essendo degli “ex” (ex vicepresidente esecutivo, ex direttore generale), il loro compenso è un po’ più alto del normale, comprendendo anche la “liquidazione”, ci avvisano le cronache. Infatti, il signor Puri Negri, la cui società ha chiuso in rosso per un centinaio di milioni, ha preso 9,4 milioni di buonuscita, mentre il suo collega ne ha presi 5. Ci sono poi altri top manager che nel 2009 hanno avuto compensi superiori ai 4 milioni: il presidente della stessa Pirelli (Marco Tronchetti Provera, 5 milioni e 664mila euro), i due nomi famosi di casa Fiat (Luca Cordero di Montezemolo: 5.177.000, e Sergio Marchionne: 4.782.000), due big di società pubbliche o ex-pubbliche (Guarguaglini, di Finmeccanica, e Scaroni, dell’Enel). E poi un banchiere: Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, 4 milioni 324mila euro.

Stiamo parlando del 2009, l’anno nel quale la crisi economica si è manifestata nel suo risvolto reale più nero e profondo. Dopo le vicissitudini finanziarie, la stretta è passata all’economia in carne e ossa, e quasi tutte le società dirette dai nostri primi in classifica ne hanno sofferto. Ancora di più ne hanno sofferto i dipendenti e lavoratori delle stesse società, ma non i loro vertici. Scorrendo la lista dei compensi 2009 – alla cui pubblicazione si arriva perché le società quotate sono obbligate a dare informazioni sugli emolumenti dei loro amministratori delegati o dei direttori generali, pubblicità che è comunque parziale, perché non dà conto delle stock option né dei cumuli di cariche – alcune cose saltano agli occhi. La prima è che nessuna delle trenta postazioni più alte della graduatoria è occupata da una donna. Ma questa non è una novità, e va anche detto che le rare volte in cui si trova una donna nelle classifiche dei plurimilionari si tratta di figlie, eredi dell’azienda di famiglia, mentre è molto più raro trovare pure e semplici manager. E’ una novità, invece, il fatto che quasi tutte le società in questione abbiano presentato, nell’anno 2009, bilanci in rosso e utili ridotti al lumicino. Dunque, non c’era una torta crescente da distribuirsi. Anzi, la torta si riduce: per stare solo al caso della Fiat di Montezemolo e Marchionne, in tutti gli stabilimenti c’è la cassa integrazione, si chiude Termini Imerese e si prevede un altro taglio di 5.000 posti di lavoro sparsi in tutta Italia. L’Unicredit ha ridotto gli utili di due terzi, ma la cosa non ha influenzato negativamente i premi ai dirigenti; e lo stesso è successo a tutte le banche, che nel complesso hanno avuto un calo dei profitti del 41% e un aumento dei compensi ai dirigenti del 25% (il calcolo è su un articolo di “Repubblica” del 3 aprile).

Parlare dei compensi di pochi, a fronte del dramma di molti, può apparire populista, o in ogni caso poco utile. Non è che tagliando i compensi a Marchionne si salverebbero gli operai siciliani senza lavoro, o che svuotando un po’ le tasche personali dei banchieri si riaprirebbero i cordoni del credito per i piccoli imprenditori che hanno bisogno di prestiti: questo si potrebbe rispondere, e spesso si sente rispondere, alle manifestazioni di indignazione contro tale stato di cose. Ma anche tale risposta è poco utile, e ha in sé lo stesso peccato che ha macchiato l’economia negli ultimi trenta anni: la totale perdita del senso della realtà, e dunque delle proporzioni. La sproporzione tra i compensi manager – i dei top Ceo, nel linguaggio universale della finanza, ossia Chief Executive Officer – e i redditi da lavoro è cresciuta dagli anni ‘80 a oggi, moltiplicandosi di anno in anno. La forbice è stata calcolata per gli Stati Uniti: nel 2007 gli amministratori delegati delle 365 maggiori aziende Usa sono stati pagati 500 volte di più del dipendente medio. Vale a dire: per guadagnare quello che il suo amministratore delegato guadagna in un anno, ciascun operaio dovrebbe lavorare per cinque secoli. Da noi, nella periferia dell’impero finanziario, la misura della sproporzione è stata forse più ridotta ma il fenomeno c’è stato lo stesso.

Le cose così non funzionano. E non solo perché, facendo due conti, si dimostra che non c’è rapporto tra rendimenti, risultati e compensi. Altri imperativi consiglierebbero di cambiare registro. Un imperativo morale, innanzitutto. Come si mettono sotto osservazione gli stipendi della “casta” dei politici, è giusto tenere sotto controllo anche quest’altra casta, nelle cui mani è il futuro di lavoratori e famiglie. E anche di altre imprese: quelle piccole, quelle dell’indotto che non hanno più commesse e quelle che non hanno più credito, che non sono “troppo grandi per fallire” e infatti falliscono, chiudono, smantellano: con esiti drammatici, come testimonia l’ondata di suicidi di piccoli imprenditori che ha colpito soprattutto il Nord-Est. La distanza tra questa realtà e i 14 mila, o anche 7 mila, euro al giorno dei capitani d’azienda e di banca è impressionante; ma ancora più impressionante è che a tale “casta” non si sia neanche affacciata l’idea di tagliarsi i compensi, almeno per un po’, per dare un segnale di sensibilità sociale e umana.

Ma c’è di più. L’aumento delle diseguaglianze, visibilissimo se si guarda alla fascia più alta delle remunerazioni, è evidente anche se si guarda alle medie dei grandi numeri della distribuzione del reddito. Il fenomeno era precedente all’esplosione della crisi, avendo caratterizzato tutta l’ultima fase di crescita economica: “Growing unequal”, “Crescendo nella diseguaglianza”, è il titolo di un recente rapporto dell’Ocse dedicato al fenomeno, particolarmente evidente nel capitalismo anglosassone (Usa e Gran Bretagna) e da noi. In Italia, l’indice che misura la diseguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza è costantemente cresciuto, dal ‘98 a oggi. Solo che oggi si scopre che tutto ciò non è solo profondamente ingiusto, è anche profondamente e radicalmente inefficiente. Cioè, crea degli sconquassi economici. Dopo i primi tempi, si è fatta strada nel pensiero economico una spiegazione strutturale della crisi, che vede nell’aumento delle diseguaglianze e nei bisogni della fascia più povera della popolazione una delle cause scatenanti del disastro. Non si tratta solo di denunciare quel che è successo: l’aumento del reddito e della ricchezza dei più abbienti, la riduzione del potere d’acquisto dei più poveri, e la riduzione della loro protezione sociale dovuta al taglio dei bilanci pubblici. Il fatto è che tale situazione ha innescato la crisi del debito negli Stati Uniti: le famiglie impoverite si sono indebitate, il che ha tenuto nascosta per un po’ la gravità della loro situazione, prima che arrivassero all’insolvenza e allo scoppio della crisi del debito. Da noi, la povertà è stata tenuta “sotto il tappeto” non dai debiti ma da altri meccanismi (lavoretti diffusi poco pagati, welfare fai-da-te, economia sommersa), ma l’economia nel suo complesso si è retta su basi altrettanto fragili. Adesso la crisi presenta il conto, ed è un conto salato: lo si vede dalla crescita del debito pubblico in tutti i paesi, dovuta al fatto che da un lato si produce di meno e dall’altro è aumentata la spesa, perché sono aumentati gli aiuti pubblici all’economia. Ma a chi sono andati questi aiuti? In parte – ma solo in parte – a quella fascia di lavoratori che per fortuna ancora godono di istituti di protezione sociale costruiti nel passato, come la cassa integrazione, che però sono del tutto sconosciuti per un’altra fascia di lavoratori, atipici, precari, indipendenti. E in misura maggiore, nel complesso dei paesi occidentali, allo stesso mondo finanziario le cui disfunzioni erano all’origine della crisi: banche, assicurazioni, istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire”. Per pagare questi aiuti, gli Stati si finanziano emettendo nuovi titoli del debito: praticamente, trasformando il debito privato in debito pubblico, a carico di tutti noi. Ecco perché il discorso sugli stipendi d’oro non è solo “etico” né è marginale rispetto ai grandi fatti dell’economia. Il fatto che i manager abbiano ripreso ad auto-premiarsi come prima è la logica conseguenza del fatto che l’intero sistema si è stretto attorno alla finanza malata, con fare protettivo ma non chiedendo in cambio niente.

Una rottura di continuità sarebbe invece un altro tipo di politica verso la finanza, e una complessiva politica economica finalizzata alla riduzione delle diseguaglianze. Una politica di contrasto alla crisi che partisse da una forte iniezione di denaro pubblico a favore dei più poveri avrebbe un doppio effetto positivo: cominciare a ristabilire le proporzioni e far aumentare la domanda aggregata, ossia quel che le famiglie possono spendere. La qual cosa andrebbe a beneficio delle imprese, che magari potrebbero riprendere a progettare il futuro, e chissà anche assumere. Naturalmente la ricetta non è così semplice: bisogna porsi il problema di cosa finanziare, di come indirizzare consumi e investimenti verso una crescita sostenibile, di come reperire le risorse necessarie a tale scopo. Ma la direzione di marcia è chiara: prevede un’inversione a U rispetto a quello che si è fatto nel passato recente, il riconoscimento che si è sbagliato e dunque si devono fare le cose in modo diverso, l’ascolto di coloro che hanno più bisogno e non di quelli che finora le hanno sbagliate tutte e non hanno (personalmente) bisogno di niente. In qualche modo, pur tentennando ancora rispetto alla politica da usare verso i grandi di Wall Street, Obama ha imboccato questa direzione con la riforma sanitaria: che, partendo dal problema più urgente e più scandaloso aperto nella società americana, opera una redistribuzione di risorse verso chi ha redditi più bassi, o nessun reddito. Ma è solo un primo, sebbene importante, passo.

Per una nuova Resistenza (di Giovanni Sarubbi - da "Il dialogo")

Di editoriali e commenti sull’anniversario della Liberazione e sul messaggio tuttora attuale della Resistenza nei giorni scorsi ne sono stati pubblicati diversi, sulla carta e nel Web, e più d’uno rammenta fatti incontrovertibili ed espone idee condivisibili. Io ho scelto di collocare qui quello di Giovanni Sarubbi, animatore di una piccola rivista on line di impegno religioso e civile. Viene compilata in Irpinia e si chiama “Il dialogo”; ma non ha nulla a che vedere con gli intrighi e i giochi di potere che i personaggi d’autorità nascondono sovente dietro questa bella parola. Il dialogo che propone è quello tra fedi religiose e non, tra culture e persone diverse, basata sull’ascolto e il reciproco rispetto.

Ho scelto questo articolo per tre ragioni.

Primo: viene da quella Campania dove il famigerato Cirielli, autore di una delle più scandalose leggi ad personam, ha inaugurato una sorta di “revisionismo istituzionale”, utilizzando gli strumenti di comunicazione della Provincia di Salerno, che egli presiede per attaccare la Resistenza proprio nel giorno che celebra la sua vittoria.

Secondo: è semplice ed efficace.

Terzo: contiene, implicitamente, una proposta concreta, suggerisce un’azione che in molti dovremmo fare, iscriversi all’ANPI, l’associazione storica dei partigiani. Io lo farò appena tornato a Perugia. Chiederò la tessera al mio amico Valentino Filippetti. (S.L.L.)

Oggi 25 aprile 2010, 65° anniversario della liberazione dal nazifascismo mi sono iscritto all’ANPI. L’ho fatto perché credo sia oggi più che mai necessario impegnarsi attivamente per una nuova Resistenza che riesca a ricostruire quel tessuto politico sociale che negli ultimi vent’anni è stato completamente lacerato e distrutto.

L’esperienza storica della Resistenza al nazifascismo non va dispersa. I valori per i quali tantissimi giovani hanno dato la vita durante gli anni della lotta partigiana sono quanto mai attuali anche perché la ideologia nazifascista contro cui essi hanno lottato è ancora presente fra noi ed i suoi segni sono oramai chiarissimi.

Siamo di nuovo invasi dai nazisti, dalla loro ideologia, dal loro approccio devastante e nichilista con la vita, con i diversi, con coloro che essi ritengono esseri inferiori.

Siamo di nuovo invasi dal loro odio razziale che si scatena contro gli immigrati, contro i rom, contro i gay, contro i musulmani e le religioni minoritarie.

Siamo di nuovo invasi da un modo di intendere l’economia come strumento di potere e ricchezza per una ristretta classe sociale oligarchica e imperialista, che tutto vuole per se e considera i lavoratori merce, accessori da poter buttare via quando non sono più funzionali al proprio profitto. Una classe sociale oligarchica e imperialista che disprezza l’ambiente ed il Pianeta Terra su cui viviamo, che inquina, deturpa, distrugge tutto ciò che incontra in nome del profitto, che non esita a inquinare intere regioni, come la Campania, o interi mari come il Mediterraneo.

Siamo di nuovo invasi da tantissimi piccolo borghesi che si gloriano nel rivendicare come sacrosanto il “politicamente scorretto” spacciandolo per difesa delle tradizioni patrie. Uomini e donne che si gloriano del loro egoismo e dei propri piccoli privilegi.

Siamo di nuovo invasi da chi disprezza il bene chiamandolo di spregiativamente “buonismo”.

Siamo di nuovo invasi da chi usa la bugia e i mezzi di comunicazione di massa per diffondere bugie su bugie fatte passare come verità assolute. Viviamo nella bugia continua, siamo immersi nelle pubblicità ingannevoli e sofisticatissime che creano disagi psichici e insoddisfazioni e malattie mentali sempre più diffuse.

E siamo di nuovo invasi dalla religione di Stato, dal “dio lo vuole” o dal “dio è con noi”, da chiese e religioni al servizio delle oligarchie finanziarie internazionali, con chiese e religioni esse stesse coinvolte in interessi finanziari colossali. Chiese e religioni che abusano del loro potere in ogni settore del vivere sociale.

E ci sono le nuove squadracce nazi-fasciste che impongono la loro presenza nella società con la violenza nelle scuole nei luoghi di lavoro, con la diffusione di odio e paura, sentimenti che funzionano sempre e contro cui non bisogna mai abbassare la guardia.

E oggi come ieri ci sono grandi masse di popolazione che sono come inermi, neutralizzate, incapaci di dare il proprio contributo alla risoluzione dei problemi comuni, disgustati dalla politica e dalla sua corruzione. E ci sono i delusi dai propri partiti, soprattutto da quelli di sinistra che hanno svenduto per il classico piatto di lenticchie un patrimonio di lotte più che secolare delle classi subalterne del nostro paese e dell’intera umanità. E ci sono i poveri più poveri che appoggiano i ricchi e gaudenti, e li votano in massa alle elezioni per pochi soldi a voto o sotto il ricatto di violenze e soprusi.

E poi ci sono gli intellettuali che si sono svenduti al miglior offerente e che senza ritegno alcuno tessono le lodi del potente di turno e dicono quello che fino all’altro ieri non si sarebbero mai sognati di dire, e magari vanno a baciare le mani a Papi, vescovi, cardinali o semplici preti pur di avere un posto al sole.

C’è allora bisogna di una nuova resistenza e non si tratta semplicemente di vincere una elezione politica o amministrativa che sia, magari alleandosi con il diavolo di turno. C’è da ricostruire una moralità diffusa e condivisa, c’è da ricostruire l’idea di un “bene comune” necessario e indispensabile per la vita della comunità e senza il quale la comunità muore.

Domenica 25 Aprile,2010 Ore: 18:03

Sacrilego! Un'intervista su Berlusconi al Cardinale Piovanelli.

In un sito cattolico tradizionalista, “Pontifex Roma”, di solito molto ben disposto con il governo di centro destra italiano, il direttore Bruno Volpe intervista il cardinale Piovanelli, Arcivescovo emerito di Firenze, ponendogli un paio di domande sulla Comunione presa da Berlusconi ai funerali di Raimondo Vianello. Alla domanda “lei la avrebbe data?” il prelato risponde secco: " No. Chi é divorziato e poi ha vissuto more uxorio non può accostarsi al sacramento della comunione in quanto ha rinnegato, salvo pubblico pentimento che non consiste in una confessione, ma nel cambio reale di vita, la stessa Chiesa. Pertanto io non gli avrei dato la comunione."

Sul sacerdote che la amministrata il porporato è meno perentorio: " Non doveva darla, ma mi pare più grave la condotta di Berlusconi che ha messo in difficoltà il celebrante, con irresponsabilità dando la sensazione che anche nella Chiesa esistano due pesi e due misure. Berlusconi non poteva prendere la Comunione. Il suo è un atto sacrilego”.


25.4.10

Poesie di primavera. Primavera (di Laura Omero).

Da http://falilulela.blogspot.com/ proviene questa intensa lirica che si aggiunge alla piccola collana di poesie primaverili che vado componendo. L'immagine "Nidiata di merli" che la correda è di Silvio ed è tratta da http://www.panoramio.com/photo/6896178.



Primavera

Ricordi

quelle brusche primavere?

Le prime barche in mare

e noi

le mani nelle mani

la bocca

per baciare

e per cantare?

-

I merli son tornati

nel cortile

impara a volare

la covata,

l'erba

è già

rispuntata

-

Faticosa

mi azzanna

la giornata

La primavera è intatta

io

sfinita

-

in pasto ci davamo

a quelle sere

che una bava di vento

illanguidiva

...

...

la vita

pezzo a pezzo

c'ingoiava.

Leccalecca, Tessitore e Vengo anch'io. Gli ipocriti dell'osceno triangolo. L'articolo della domenica.

“Ipocrita” nel suo originario significato greco non era neanche una brutta parola. Voleva dire “attore”. Solo il tempo vi aggiunse una sfumatura negativa, di “falso e bugiardo”, attribuita a chi recita una parte nella vita sociale e civile e non sulla scena. Alla lunga questa accezione prevalse sulla primitiva. A me è sembrato che questa maledetta domenica politica, cominciata in anticipo ieri sera con il discorso milanese del presidente Napolitano, sia stata dominata da un gioco delle parti, da un festival dell’ipocrisia, come dice la mia amica Stefania Piacentini. Ne sono stati protagonisti i vertici di una sorta di “Triangolo istituzionale” (un “triangolo delle Bermude” che può mangiarsi la Costituzione): Napolitano, Berlusconi e Fini.

Naturalmente il “miglior ipocrita” è risultato il Cavaliere che dalla tv ha rivolto un messaggio agli Italiani per il 25 aprile. Si era fatto stirare e distendere la pelle e non mostrava più le asprezze dei giorni scorsi. Era liscio e dolce: sembrava un “lecca lecca”.

Continuo a pensare che, come succede spesso negli uomini politici della sua natura, a Berlusconi non importi granché delle istituzioni e dunque delle riforme istituzionali. Credo che non capisca fino in fondo cosa davvero comporti questa scelta o quell’altra: per persone siffatte conta solo un potere senza limitazioni, l’adulazione generalizzata, la possibilità di premiare gli amici, di comprare chi può essere comprato, di tacitare chi non vuole starci. Sicché, nel suo discorrere, questa volta, pur conservando la trovata dello scorso anno (festa della “libertà” e non della liberazione, festa di tutti gl’italiani e non solo dell’Italia democratica e antifascista), ha concesso molto nella forma: il contributo della Resistenza (che, intanto, la Gelmini cancella dai programmi scolastici), l’omaggio ai “padri costituenti”, al loro spirito unitario, alla stessa Carta (giudicata il meglio che si potesse avere nel tempo in cui fu promulgata). Vengono accantonate e gettate nel dimenticatoio le antiche battute sulla Costituzione italiana copiata dalla sovietica, le prese di distanza sulla prima parte, le minacce del tipo: “la cambieremo anche da soli, chi vuole si accodi”. L’elenco delle riforme costituzionali ed istituzionali che il Cavaliere fa è quello solito: il federalismo per un potere più vicino al popolo, l’efficienza del governo, la “giustizia giusta” (lo slogan che fu caro a Pannella al tempo del caso Tortora).

Si sa quale siano le esigenze che lo muovono. Sul federalismo ha un debito con Bossi. Sull’amministrazione giudiziaria ha da conseguire l’impunità per ogni suo atto passato, presente e futuro e da tagliare le unghia alla magistratura perché torni, come ai tempi aurei della Dc, complice e connivente con il potere politico, economico e finanziario. Sulla forma di governo lascia trapelare qualche preferenza per il presidenzialismo o per un rafforzamento dell’esecutivo. In realtà sappiamo tutti che l’attuale presidenzialismo “di fatto” aiutato dal “porcellum” elettorale gli va benissimo. Ma qualsiasi norma che ulteriormente riduca il potere del Parlamento ne aumenterebbe la soddisfazione.

Va aggiunto che le più incisive riforme costituzionali, quelle che riguardano la prima parte della Costituzione, sono già avvenute, grazie anche ad una Corte costituzionale che blocca e rimanda indietro qualche monstrum giuridico, ma non può né vuole sistematicamente impugnare tutto l'impugnabile con gli attuali rapporti di forze in Parlamento e nel sistema delle comunicazioni.

In realtà dei “sacri principi” della Carta molti sono stati svuotati attraverso la legislazione ordinaria. Che la riduzione a mera merce del lavoro determinata dalla Legge Maroni-Biagi prima e dall’affossamento del Contratto nazionale di Lavoro sia coerente coi primi articoli della Costituzione è tutto da dimostrare. Che sia coerente con i valori di libertà di espressione e di stampa solennemente enunciati dalla Carta l’attuale assetto del sistema mediatico è una finzione. E analoghi discorsi possono farsi sulla sanità, sulla laicità, sull’istruzione, sull’ambiente, sulla privatizzazione di beni comuni fondamentali etc. etc. La modifica dell’articolato che gli estremisti alla Brunetta richiedono per la prima parte della Costituzione sarebbe solo un volere stravincere: nella “costituzione materiale” dello Stato Italiano tutto quello che il liberismo autoritario delle classi dominanti e dei grandi poteri internazionali pretendeva è già cosa fatta.

Anche per questo Berlusconi può fare il signore e dire a Bersani e D’Alema: “Accomodatevi”. Le riforme di cui ora si parla, del resto, tranne forse l’interpretazione da dare al federalismo fiscale, sono bene accolte anche dall’opposizione piddina. Dare riconoscimento costituzionale al “presidenzialismo di fatto” che oggi vige non può spiacere ai Veltroni, D’Alema eccetera eccetera, che sul rafforzamento degli esecutivi a tutti i livelli istituzionali hanno sempre puntato. Basta guardare gli Statuti regionali delle regioni impropriamente chiamate “rosse”. Infine, un più alto tasso di opacità e di impunità per gli atti del potere rispetto ai controlli della magistratura o della stampa piace a tutti i potenti, di maggioranza o di opposizione. Certi soloni del Pd pensano che, finita la legislatura delle riforme, bisognerà subire per qualche tempo ancora il potere bonapartista del Cavaliere, una cosa alla Putin o ancora peggio; ma si consolano facilmente: la decrepitezza, il rimbambimento e la morte arrivano per tutti. E allora - si illudono - sarà possibile una alternanza che riavvicini, anche nelle regole, il sistema italiano a un presidenzialismo meno orientale o sudamericano, magari alla francese.

L’unico limite che sembrano darsi i dialogatori democratici è la natura e l’applicazione concreta del federalismo fiscale che potrebbe avere effetti dirompenti sulla stessa unità d’Italia.

E’ a questo punto che entra in gioco Napolitano, la sublimazione dell’opportunismo politico. L’uomo che dovrebbe difendere la Costituzione ha mostrato da sempre accondiscendenza verso la destra che governa e ha ridotto al minimo i casi di conflitto, di fronte a leggi che ledevano i fondamenti della Repubblica. Ma oggi si è convinto che l’indebolimento oggettivo del Cavaliere, per l’inefficienza di fronte alla crisi e gli scandali, per il dilagare della Lega, per l’ostilità di Fini e dei suoi, ha notevolmente aumentato il suo ruolo. Egli può illudersi di tessere le fila del dialogo, per esempio ribadendo in continuazione il valore dell’unità nazionale, anche al fine di contenere le pretese leghiste. Nella sua trombonaggine migliorista l’antico avversario interno di Berlinguer sogna di passare alla storia come l’uomo che civilizzò Berlusconi e la Lega, che impedì la guerra civile e che favorì con la sua paziente tessitura il ritorno alla “normalità”.

Gianfranco Fini non pensa ancora alla storia: immagina per sé quel futuro da capo che gli vaticinò Almirante. L’aria da agnellino che ha assunto oggi da Lucia Annunziata, dopo i pesci in faccia di martedì scorso alla direzione del Pdl, come i complimenti rivolti a Berlusconi e “al suo nobile discorso” rivelano un adattamento tattico. Di fronte al gioco scoperto del Quirinale e di Palazzo Chigi (si potrebbe parlare di “una svolta del 25 aprile”) ha detto: “Vengo anch’io”. Dalla sua postazione non gli risulterà difficile il gioco di sponda.

Reggeranno Bersani e il Pd? Non credo. L’idea di diventare “ricostituenti” tenta da troppo tempo i capi di Pds, Ds, Pd perché rinuncino all’opportunità che la nuova situazione sembra offrire, per di più dopo una dura sconfitta elettorale e l’aggravarsi del marasma interno. Qualche resistenza interna potrà semmai venire da dirigenti di origine cattolico-democratica, alla Bindi, o da figure atipiche come Furio Colombo o Ignazio Marino. Ma, a mio avviso, potranno poco.

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