30.12.13

La poesia del lunedì. Diega Lo Presti Russo

LA PACI
Iu vitti la paci passari
nni l'occhi nnoccenti d'un picciriddu
ca sucava lu latti di la matri.
All'aria li piduzzi li jucava,
na manuzza lu pettu accarizzava.

Cantava la matri:
« Vuccuzza di meli,
vuccuzza di ciuri,
tu sì la me vita,
sì forza e caluri.
Lu cori mi canta,
mi ridi di spranza
di viditi omu, già granni, crisciutu,
a la spadda a to' patri,
a to' patri d'aiutu ».

Iu vitti la paci passari
nni l'omu miu curcatu a lu me' latu;
nni lu sonnu sirenu di li me' picciriddi,
nni l'occhi pitturati e alluccuteddi
d'un cavadduzzu e na pupidda biunna.

Iu vitti la paci passari
nni la simenza ca cadi nni lu surcu;
nni lu virdi tenniru ca lu suli callìa;
nni la fanci lucenti ca meti, abbrazzannuli, li spichi;
nni li manu stanchi di lu patri
ca fedda lu pani;
nni la ciuciuliàta
ca 'un sa si è d'aceddi o di carusi.

La paci è lu munnu quant'è granni,
su' tutti li picciriddi di lu munnu,
o su' bianchi o su' niuri o su' gialli
pirchì l'annacanu tutti a na manera
li mammi a li picciriddi c'hannu sonnu.
Guardamuccillu allura stu riposu,
guardamuccillu di tutti li malanni:
pirchì lu sonnu di li picciriddi
fussi sirenu mmenzu di li rosi,
pirchì l'ucchiuzzi luciti e nnoccenti
truvassiru la mamma ca li vasa.
Caltanissetta, 1959

LA PACE
Io vidi la pace passare
negli occhi innocenti di un bambino
che succhiava il latte della madre,
sgambettava,
con la manina le accarezzava il petto.

Cantava la madre:
“Boccuccia di miele,
boccuccia di fiore,
sei tu la mia vita,
sei forza e calore.
Il cuore mi canta,
mi ride per la speranza
di vederti uomo, già grande, cresciuto
a fianco di tuo padre,
a tuo padre d’aiuto.

Io vidi la pace passare
nel mio uomo coricato al mio fianco;
nel sonno sereno dei miei bambini,
negli occhi dipinti e stupefatti
di un cavalluccio e una bambolina bionda.

Io vidi la pace passare
nella semente che cade nel solco
nel verde tenero che il sole riscalda
nella falce lucente che miete, abbracciandole, le spighe;
nelle mani stanche del padre
che affetta il pane;
nel cinguettìo
che non sai se è di uccelli o di ragazzi.

La pace è il mondo quant’è grande,
sono tutti i bambini del mondo,
che siano bianchi, neri o gialli,
perché li cullano tutte allo stesso modo
le mamme i bambini che hanno sonno.
Proteggiamolo allora questo riposo
proteggiamolo da tutti i malanni;
perché il sonno dei bambini
possa essere sereno, tra le rose,
perché gli occhietti splendenti ed innocenti
possano trovare la mamma che li bacia. 

da Li jorna nostri nni lu surfaru culati, Lussografica, Caltanissetta, 1960

Luras. I quattro millenni di “S’Ozzastru”.

Qualche giorno fa, per la precisione il 26 u.s., il sito di un amico sardo, di nome Mario (http://amicomario.blogspot.it/ ) comunicava che “S’Ozzastru”, il vecchissimo albero di olivastro di Luras, “uno dei giganti della nostra meravigliosa Sardegna” è tuttora “testimone, vivo e vegeto, della nostra storia”. Un anno in più si aggiunge dunque alla veneranda età dell’albero che ad oggi si merita lo scettro del più vecchio d'Italia, se la stima fatta è corretta: 4000 anni!
Così lo descriveva su “La Stampa” Tiziano Fratus il 6 luglio del 2012:
“Si tratta dell'olivastro di Luras, un ulivo selvatico (Olea oleaster o Olea europaea var. sylvestris) di proporzioni bibliche: 14 metri di altezza, 18 metri e 60 cm di circonferenza del tronco alla base, 11 metri e 16 cm a un metro e trenta. Dal grande ventre legnoso partono alcune lunghe radici emerse, che sembrano spine dorsali di brontosauro. La chioma da una parte arriva a terra, dall'altra s'è alzata come ad aspettare l'arrivo di ogni visitatore. Luras si trova a tredici chilometri dal centro del piccolo abitato; gli "olivastri millenari" sono ampiamente segnalati e si trovano accanto alla chiesa di Santu Baltolu. La città prossima è Tempio Pausania, dominata dal monte Limbara dove sorge la più estesa colonia di sequoie dell'isola”.

Evviva. Ancora auguri!

Manierismo di Sciascia (S.L.L.)


Leonardo Sciascia

Sto leggendo Il contesto. Pur essendo un appassionato di Sciascia, non l'avevo mai fatto; m'era sfuggito quando uscì, nel 71, e poi non m'era capitato tra le mani. Lo leggo ora seguendo le tracce del maestro controverso. 
Per un po' m'ha infastidito - in un racconto dalla prosa asciutta - il gusto, insistito, della citazione colta, esplicita o implicita (ma non troppo): almeno una a pagina. 
Mi sono detto: intemperanze giovanili di un cinquantenne. Ora, a pagina 82, dico "manierismo", termine che non dice più di quanto alluda.
Sospetto che ci sia una trama delle citazioni che si sovrappone (o sottopone) alla trama del racconto e che sia altrettanto importante. Forse di più. Tornerò indietro per riconoscerla.

commento fb 12-12-13

Il cibo immaginario. Modernità alimentare, e oltre (Gianfranco Marrone)

Commento a una mostra romana che chiude, ahimé, il 6 gennaio, l’articolo che segue, di Marrone, propone un’ipotesi di periodizzazione condivisibile. La pubblicità è di certo il fattore trainante nella fase definita gastro-anomica, tipica del ventennio 1950-1970 oggetto dell’esibizione. Dopo, specialmente a partire dagli anni 80, arriva la gastromania, cioè la pervasività della gastronomia, di cui forse non riconosciamo gli attori principali e le connotazioni, essendovi tuttora immersi fino al collo e oltre. (S.L.L.)

Lo confesso: non avevo mai capito il carosello dell’olio Sasso, quello dove Mimmo Craig canticchia "la pancia non c’è più".  http://www.youtube.com/watch?v=ShLz75IulzE&list=PL_HR4gBuHXtU_HsaPOwXgssX9gZPkcrhF
.C’è un signore un po’ tonto che ha incubi strani. Sogna di incontrare una signorina di bella presenza che ha l’aria di starci. Insieme giocano a palla o con l’aquilone sulla riva del mare. Tutto molto romantico, grandi sorrisi e sottili ammiccamenti, con Morning Mood di Edvard Grieg a incanalare le reciproche effusioni. E con un finale da pagliacci, dato a che a causa del pancione lui perde l’equilibrio e cade. Al risveglio scopre che la pancia sta solo nel sogno perché a casa sua, grazie alla cameriera nera con uniforme d’ordinanza, si cucina con l’olio pubblicizzato. “La pancia non c’è più”, canta il tizio con un ritornello che, appunto, diverrà un tormentone mediatico. Ma resta un senso curioso d’imperfezione: si trattava d’un incubo? Tutto sembrava così bello, tenero, pulito. In fondo, lui alla fine cade, ma la ragazza non fugge. Lo adora anzi, forse proprio per la sua congenita goffaggine, per l’aria di impacciata sincerità che emana a ogni gesto, per quel suo essere soave, paciocco, amorevolmente comico.
A me quello spot ha sempre colpito per la sua palese incongruenza: perché lui è così contento d’essersi liberato d’un sogno che era tanto bello? L’olio Sasso non fa rimpinguare, d’accordo. Ma mica l’esser grassi era rappresentato come qualcosa di disdicevole. Anzi, nonostante il pancione, la signorina l’aveva cercato e voluto, stavano in un luogo fantastico, si amavano. Tornato alla realtà, eccolo sì magro e scattante, ma scapolone in un tinello piccoloborghese lindo e banale, governato da una specie di Mamy infida e petulante che lo rimprovera continuamente, dove il meglio che può accadere è recarsi canticchiando in ufficio, giorno dopo giorno, pranzando nei ristoranti dove si prepara da mangiare con l’olio che non sviluppa calorie di troppo. Sinceramente, non so che cosa è meglio, fra l’avere la pancia e la signorina avvenente o il fisico longilineo e la governante rompiscatole. Il ventre piatto, sembra dire questo spot, non è seducente, né per se stessi né per gli altri. Serve a star bene, a essere cioè socialmente utili: senza grassi in eccesso non si inciampa, non si vive da pagliacci… e si va contenti al lavoro. Il pancione invece, per quanto vissuto come sogno angoscioso, sta dal lato dell’eros e del piacere, della spensieratezza, della revêrie. In esso si pasce la leggerezza dell’essere.
Ora, visitando la mostra Il cibo immaginario. Pubblicità e immagini dell’Italia a tavola curata da Marco Panella (Roma, Palazzo delle Esposizioni, sino al 6 gennaio) ho avuto il satori: quel che veniva rappresentato in questo filmetto è un mondo alla rovescia, dove già vige l’ideologia funzionalista della dieta a tutti i costi che la modernità ci ha imposto e che comporta, più in generale, tutto un immaginario legato al cibo che ancora, nonostante le attuali gastromanie, ci portiamo dietro. In che cosa consiste questo immaginario? e quanto ha inciso sulle nostre vite (attraverso le nostre pance)? La mostra, per certi versi indirettamente, lo spiega molto bene. Ricostruendo la storia della pubblicità alimentare italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, una storia a suo modo gloriosa e in gran parte dimenticata, Panella ci fornisce uno spaccato della società italiana che dalla ricostruzione postbellica, attraverso il boom economico, arriva all’austerity.
È l’immagine di una società umile ma speranzosa, euforicamente in crescita sebbene fortemente legata ai valori tradizionali della famiglia, del risparmio, del decoro, della buona educazione, ma anche della mascolinità seduttrice, delle buone mogliettine che provano ad accontentare i mariti esigenti, dei frugoletti eterna speranza della nazione, delle signorine grandi firme e abbondanti curve. Trionfano le autostrade e i supermercati, la televisione, la diffusione minuziosa di tecnologie per tutti. Molti di questi annunci, prima ancora che darci un’idea del cibo consumato dalle famiglie italiane, ci restituiscono il senso della rapidità con cui, grazie alle apparecchiature elettriche, si trasformano le loro case.
L’arrivo in massa di aspirapolvere, lucidatrici e macchine per cucire, ma soprattutto di cucine a gas, frigoriferi, frullatori, tritatutto, ghiacciaie, pentole con doppio fondo, macinacaffè automatici, dispositivi per tirare la pasta e detersivi che uccidono lo sporco cambiano fortemente il lavoro della casalinga, rendendola sempre meno casalinga. Arrivano nuovi materiali, come il vetro da fuoco, la formica e, soprattutto, la plastica, che dicono di un universo al tempo stesso euforico e misterioso che in quegli stessi anni Roland Barthes additava come serbatoio inesauribile e filisteo dei miti d’oggi.
Ma sono soprattutto i nuovi alimenti che invadono gli scaffali della grande distribuzione, adeguatamente e ossessivamente pubblicizzati, a dar conto degli stili di vita degli italiani, dei loro valori, delle aspettative, dei desideri e delle vergogne di quei milioni di persone straordinariamente abbacinate dal mito del progresso. È come se tutto accadesse intorno a un’ideologia furbetta, frettolosa, sostanzialmente ipocrita, che inverte i nessi antropologici fra bisogno e piacere, ragioni e valori, funzioni e significati, riservando ai primi termini un favore che nella storia non hanno mai avuto. Così, non si mangia per gola ma per sfamarsi, per crescere sani e forti, agili e scattanti, carichi di vigore ed energia. Il gusto di cibi e bevande appare secondario rispetto alla nutrizione, alla salute, all’economia domestica, all’eros.
Queste pubblicità lo ripetono a più non posso, e con loro gli alimenti, pensati già a monte non come oggetti del desiderio ma come soluzioni a problemi, ora di chi mangia, ora di chi cucina. L’esercito agguerritissimo del cibo industriale (dal caffè in polvere alle bustine del tè, dai formaggini spalmabili alle salse pronte, dalla camomilla solubile ai pacchi di biscotti farciti, dalla frutta sciroppata ai sofficini surgelati, dai gelati confezionati alle caramelle col buco, dal latte condensato alla carne in scatola, dall’acqua minerale alle birre in serie, dai salumi già affettati allo yogurt in barattolo, dalla maionese in tubetto alle bevande che frizzano…) ha bisogno, per esser accettato, di motivazioni forti che giustifichino, silenziosamente e definitivamente, la progressiva perdita dei sapori, dei rituali legati alla tavola, dei valori connessi al territorio, del senso di appartenenza fornito dalle coltivazioni locali. Ed ecco defluire proposte commerciali al tempo stesso seriose ed enfatiche come le caramelle che dissetano senza bere, l’amaro per digerire, il liquore contro il logorio della vita moderna, la pastina glutinata che rende i bimbi più intelligenti, l’aperitivo radioattivo (?!) che allunga la vita, le chewing gum per pulire i denti, i cioccolatini al caffè per una carica di energia, l’ovomaltina che dà forza, le comode merendine per la scuola, gli alimenti al plasmon che rendono facile la scala della vita, le nutrientissime caramelle al miele, l’acqua minerale che mantiene giovani, il latte per la purezza della carnagione…
Ma non è finita, c’è anche tutto il campo della seduzione (caramella moretta, grappa che piace alle signore, birra biondissima che accarezza dolcemente il palato) o della distinzione sociale (whisky per intenditori, drink di classe, cocktail dei miliardari, grappa da veri conoscitori), perfino tocchi di psicologia (da cui il geniale “ramazzottimista”).
È tutto uno scorrere di ingegnosità (come l’idrolitina per rendere frizzante l’acqua del rubinetto) che apre la strada senza ritorno a scatolette, preparati, surgelati, surrogati, imbottigliati, affettati. E domina il senso della velocità: bisogna far presto a preparare il risotto (precotto), a cuocere il ragù (in scatola), a fare il brodo (col dado), a predisporre il sugo (con la pentola a pressione), a lavare i piatti (per non diventare schiave), a rigovernare la casa (con l’aspirapolvere).
Atteggiamenti che inaugurano, dopo l’autarchico ventennio fascista, un altro e diverso ventennio, meno duro ma molto più resistente, dove a dominare è la cosiddetta gastro-anomia, ossia la perdita del senso del cibo, lo smarrimento del valore alchemico della cucina, l’indifferenza per la socializzazione conviviale. Si mangia, appunto, per ricaricarsi; si cucina per dovere casalingo: in gran fretta, per togliersi il pensiero, e poi subito spaparanzati davanti alla tv o a passeggio con le amiche nel grande magazzino di quartiere.
Dagli anni Ottanta, è noto, la tendenza si invertirà. Oggi governa la ricerca spasmodica del gusto a tutti i livelli, la gastronomia di tutti i tipi, con un immaginario pressoché opposto, a cui attinge a piene mani l’attuale comunicazione di marca. I segni del cibo e i linguaggi della pubblicità sono molto diversi. Il culto della buona tavola sta pervadendo uomini e cose. Ma siamo certi che l’ideologia moderna dell’alimentazione sia del tutto tramontata? Continuiamo a sognarci beati col pancione e ci risvegliamo col ventre piatto. Ma siamo felici?

Da “Doppio zero” (http://doppiozero.com/ ), 27 dicembre 2013

29.12.13

Emilio Salgari, uno che torna dal mare (Roberto Duiz)

A Emilio Salgari piaceva un sacco venire definito «uno che torna dal mare». E faceva di tutto per sembrarlo. «Audacia» e «ferocia» erano termini molto ricorrenti nei suoi racconti di nomade dell’immaginazione. Millantava d’essere capitano di gran cabotaggio e viaggiatore avvezzo a ogni tempesta, anche se il suo unico viaggio per mare si risolse sulla rotta Venezia-Brindisi, nei panni di mozzo su una carretta chiamata Italia I. Ma  in palestra aveva affinato l’arte della scherma e se qualcuno osava mettere in dubbio la veridicità delle avventure cui alludeva veniva sfidato a duello e sconfitto, così da venire dissuaso a insistere e dissuadere altri eventuali dileggiatori. 
Più un consapevole visionario che un volgare bugiardo, però. «Staccarmi dalle mie fantasie vorrebbe dire togliermi la ragione logica dell’esistenza», confessò. E quando lo stacco avvenne provvide lui stesso a togliersi la vita in un boschetto vicino a Torino, il 25 aprile del 1911.
Sognava avventure alla Verne e alla Dumas, il veronese Salgari. Si limitò a inventarle in un’epoca di Grandi Esplorazioni e di fantasticherie esotiche. Studiò cronache, riviste illustrate di viaggi e mappe geografiche in biblioteca contribuendo ad ampliare un immaginario non ancora globalizzato, aprendo al lettore scenari che fino ad allora erano limitati al cortile di casa, in Italia più che altrove.


“alias – il manifesto”, 23 aprile 2011

Scienza e magia. I trucchi della mente (Piero Bianucci)

L’elzeviro di Bianucci che recupero da un’esemplare de “La Stampa” dell’anno scorso sintetizza e commenta un testo recente e le ricerche di cui s’è nutrito. Da quel che ho inteso a me ha messo la voglia di procurarmi il libro. (S.L.L.)

Di solito pensiamo che la scienza cominci dove la magia finisce. Non è più così. Le neuroscienze tornano alla magia per capire meglio come funziona il nostro cervello. Perché i maghi, più tecnicamente prestidigitatori o illusionisti, nei loro giochi applicano scoperte empiriche che gli scienziati solo ora incominciano a esplorare.
Stephen Macknik dirige il laboratorio di neurofisiologia del comportamento al Barrow institute di Phoenix, Arizona. Nello stesso centro Susana Martinez-Conte guida il laboratorio di percezione visiva. Sono marito e moglie: da qualche anno frequentano i più famosi illusionisti che si esibiscono a Las Vegas, dove hanno organizzato il primo convegno per far incontrare maghi e psicologi cognitivi. Ne è nato un libro, I trucchi della mente, che Benedetta Antonielli d'Oulx ha tradotto per le Edizioni Codice (270 pagine, 25 euro).
Il libro spiega decine di trucchi: la donna segata in due e ricomposta, la comparsa di oggetti dal nulla, la lettura del pensiero, il furto con destrezza con restituzione del maltolto allo stordito spettatore. In sé sono trucchi di una banalità desolante. Speciale è il modo di metterli in atto, e questo è un lavoro tutto psicologico, tant'è vero che si parla di maghi «mentalisti»: i trucchi veri non sono nelle «cose» usate sul palcoscenico, ma nella testa di chi guarda.

I nostri occhi vedono per contrasto. Galileo lo sapeva: delle macchie solari ci spiega che sembrano nere solo perché intorno hanno la superficie abbagliante della nostra stella; in realtà sono diecimila volte più luminose della Luna piena. Vale anche per il movimento. Se fissate a lungo una cascata e poi spostate lo sguardo su una parete rocciosa, la vedrete scorrere. Anche guardando un oggetto immobile, gli occhi lo esplorano a piccoli scatti 3-4 volte al secondo, 150 mila in una giornata. Sono i moti saccadici. Nel contrasto è il segreto degli oggetti che compaiono dal nulla, nei moti saccadici quello di varie illusioni ottiche. Altri trucchi spostano l'attenzione, forzano le nostre scelte togliendoci il libero arbitrio, sfruttano gli aspetti controintuitivi del calcolo delle probabilità. Leggete, vi difenderete meglio dagli inganni. Anche quelli della finanza.

La Stampa, 7 agosto 2012

Epistolari: Conrad 1903-1907. Contro gli imbecilli (Romano Giachetti)

In una lettera del 1903, Joseph Conrad scrive a H.G. Wells: “In fondo voi siete un realista. C' è una tale scherzosa ferocia nel modo con cui manipolate questa umanità in cui credete, che a volte dà i brividi. Ma siccome in essa credete davvero, è giusto che vi divertiate a spaventarla... Continuate così, dunque. Invece i sospiri, le svenevolezze, i lamenti e gli starnuti o qualsiasi altra cosa io stia tentando di fare lasciateli a me. Non ci riesco nemmeno bene; ed è questa l' unica ironia che sono riuscito a realizzare”.
Il giudizio che Conrad dà a Wells di Wells è corretto anche oggi; meno corretto è quello che dà di se stesso, pur tenendo conto che non aveva ancora affrontato le sue prove maggiori, se si eccettuano Lord Jim, uscito tre anni prima, e Linea d'ombra, che è del 1902. D'altra parte in questa come nelle altre lettere che compongono il terzo volume delle Collected Letters of Joseph Conrad (Cambridge University Press), e che coprono il periodo del suo massimo vigore letterario (1903-1907), l'ironia sembra davvero la compagna fedele che non lo lascia mai, né nel lavoro né nella vita. E' questa la scoperta maggiore offerta dal terzo degli otto volumi con cui Frederick R. Karl ci darà entro il 1992 l' intero epistolario conradiano (3500 lettere, per lo più inedite), e ricompensa l' attesa che lo precedeva, essendo quello che permette di penetrare nelle vicende domestiche e letterarie dello scrittore in un momento cruciale, gli anni in cui compone, tra l' altro, Nostromo, L'agente segreto, il saggio Autocrazia e guerra e il racconto Razumov, ampliatosi poi nel romanzo Sotto gli occhi dell' Occidente. “La vita è dura, mio caro, e noi, come dice il Maestro (Henry James, n.d.r.), abbiamo scelto il mestiere più duro di tutti”, scrive all'amico Ford Madox Ford, che tra l' altro lo aiuta nella stesura di Romance. Per Conrad è dura su tutti i fronti. Nella campagna inglese, poi a Londra, Capri, Montpellier e Someries, lui e la sua famiglia sembrano bombardati dalla sfortuna: malattie, incidenti, povertà, editori esosi, e quindi una gran solitudine. Nel 1907 Conrad compie cinquant'anni e avrebbe voglia di finirla. Gli fa da scudo, ora come sempre, James Brand Pinker, l'agente letterario senza il cui aiuto andrebbe davvero a fondo. “Mandami una penna stilografica”, gli scrive a più riprese. Quando la penna arriva, il lavoro ricomincia. Occorrono altre 30 mila parole per L'agente segreto? E va bene, gliele manderò. Ma tu, per favore, mandami un altro anticipo. La gotta mi danna. Jessie ha avuto un collasso nervoso.... Anche Capri gli sembra un avamposto della perdizione. Pure, ciò che lo salva veramente è il lavoro. Pinker, al quale sono indirizzate la maggior parte delle lettere, è il bersaglio dei suoi sfoghi. Conrad non capisce perché un libro come L'agente segreto non lo faccia arricchire. Pensava di aver scritto un best seller. Non ha nessuna intenzione sociale, politica o polemica, dice, e pare convinto. Naturalmente non era vero. L'anarchismo era nell' aria, Conrad lo fiutava anche dal sud della Francia, e, come dice uno dei curatori dell'epistolario, Laurence Davies, tutti e tre i romanzi di questo periodo sono intensamente politici, L'agente segreto compreso. Glielo facevano osservare anche altri, per esempio D.H. Lawrence, Stephen Crane, Arnold Bennett. Ma la sua reazione era pronta. Ancora a Pinker scrive: “L'agente segreto è solo una storia superficiale. Non avevo nessuna intenzione di trattare l' anarchia politica seriamente nei suoi aspetti filosofici come manifestazione della natura umana nella sua infelicità e nella sua imbecillità”.
Si direbbe che, ossessionato dalla mancanza di denaro, faccia di tutto per non apparire autore di lavori seri. Quando si sentiva messo alle corde, reagiva sparando giudizi sugli altri, di cui queste lettere sono piene. A Ford scrive: “Oggi mi sento così così, come i racconti di Kipling”. Allo scultore Jacob Epstein confida: “Lawrence aveva cominciato bene, poi si è messo a scrivere sozzure. Nient' altro che oscenità”. E ancora: “Crane è un grande impressionista, però potrebbe non farcela”. Quanto a sé, riprendendo il sorriso, osserva: “Ci vorrebbero una mano più vigorosa e una mente più robusta delle mie per affrontare i grandi temi”. D' altra parte ammirava John Galsworthy (che gli prestava denaro), Wells (è uno stimolante intellettuale) e soprattutto James (il nostro bon maitre, il solo di cui cercasse l' approvazione). La gente in generale, compresi i suoi lettori, lo straziava. “I più intelligenti tra noi sono molto stupidi, e io non credo di avere una dose eccezionale di intelligenza”, scrive a Hugh Clifford che gli ha sottoposto un manoscritto. E a Henry-Durand Davray, che si sforzava di far conoscere tra loro gli scrittori francesi e inglesi dell' epoca: “I lettori sono così stupidi che non vedrebbero il sole che splende, se non glielo indicassimo noi”. Questi potrebbero essere vezzi, naturalmente, parole dette con giocosa cattiveria; come quando a Wells scrive: “In fondo ai calzoni, voi siete un conservatore”. O come quando, a Ford, passa questa osservazione sul genere umano e sulla vita: “La sete dell' Ignoto (e dell' Inutile) sembra essere inerente all' organizzazione mentale dell' uomo. Agli uomini dovremmo dire: Ne voyez vous pas que c'est une bonne farce?”.
L'idea della farsa abbraccia anche (ed è qui che l'ironia si fa più profonda o più sconcertante) il suo lavoro. “Per me, scrivere il solo modo possibile di scrivere è semplicemente la conversione di energia nervosa in frasi. Nel vostro caso - dice ancora a Wells (prendendolo involontariamente in giro) -, sono sicuro che il segnale, l'impulso, lo dà un'intelligenza molto disciplinata. Io mi affido al caso”. “Il gruppo dei miei lettori è molto piccolo”, confessa allo storico polacco Kazimierz Waliszewski. “Scrivo con difficoltà, lentamente, cancellando di continuo...”.
E' uno dei pochi spaccati che offrono queste lettere su un aspetto della vita di Conrad che in genere si dà per scontato: voglio dire il genio di nome Teodor Jozef Konrad Nalecz Korzeniowski che, nato polacco a Berdyczow in Podolia (Ucraina) nel 1857, arrivato in Inghilterra nel 1878, quindi a 21 anni, si impadronisce della lingua a tal punto da diventare uno dei grandi della letteratura inglese. Il miracolo (eguagliato forse solo da Nabokov) è meno stupefacente di quanto si pensi: l'inglese di Conrad è bellissimo come fattura, ricco di un pulsare idiomatico che (per intenderci) ai nostri giorni appartiene a un Mamet, a un Mailer; ma rivela sempre la difficoltà, le cancellature, nonostante la presenza al suo fianco di un Ford e di un Pinker.
Del resto, che importa? L'epistolario rivela lo sforzo ma, come epistolario, è dei più affascinanti che si conoscano: proprio perché Conrad scrive con abbandono, mai per i posteri. A Pinker dice: “Sono ansioso di venire a patti con me stesso, in tutto, anche nella scrittura”. Nel 1906 spedì a Henry James una copia de Lo specchio e, in francese (per sottolineare la devozione di entrambi a Flaubert), si lasciò scappare: “Questi bozzetti sono buttati giù soprattutto per il mio piacere. Scrivere per il proprio piacere è una pericolosa fantasia”. Ma a Ford confida: “Dovremmo sempre scrivere per il nostro piacere”, e lo rimprovera perché Ford vorrebbe pubblicare Romance con l'avvertenza che ai due amici ci sono voluti sei anni per comporlo: “Non sono stati sei anni, ma uno e mezzo: il resto è stato ritardo... Nemmeno Flaubert ci mise sei anni a scrivere Madame Bovary, ed era un capolavoro”.
Si sentiva lontano dalla meta, nonostante il freno della farsa? Queste lettere rispondono affermativamente. Karl osserva che in Conrad non ci sono solo i tre periodi degli anni polacchi, della carriera marittima e di quella letteraria; ci sono altre suddivisioni, c'è il nazionalista polacco e il patriota anti-russo, e c'è soprattutto il tentativo di creare qualcosa di unico in lingua inglese, qualcosa che mantenesse anche gli strati della cultura polacca e di quella francese. “Il merito di ciò che scrivo non è mio”, Conrad avverte ambiguamente in una lettera a Pinker, “ma ciò che spedisco oggi è Conrad genuino”. Di tale ambiguità, che in una lettera a Waliszewski gli fa usare l'espressione homo duplex, è consapevole. Qua e là ne ride, anzi. “E' un uomo che pensa come Abele ma sente come Caino”, scrive a Davies. “Lavoro con grande impeto, ma combatto la malattia e l'imbecillità”, dice a Wells. E subito dopo a Pinker: “La gente può leggere chi vuole, poi torna a leggere me”. Tutti coloro con cui corrisponde (e in questo volume sono 56) ricevono l' urto di tale doppiezza, a eccezione di Henry James. […]
Quando poi la critica gli attribuisce il desiderio di rinnovare il romanzo (raggruppandolo più tardi con lo stesso Ford e James, Proust, Gide e Virginia Woolf), prima acconsente, poi sbotta: “Chi, io? Ma se sono un uomo dell' Ottocento!”.
C' è infine, particolarmente in questi cinque anni, la sua ambiguità verso le donne. Di Winnie Verloc dell'Agente segreto scrive: Sentiva che le cose non si dovrebbero mai guardare troppo da vicino. “E' la posizione di Conrad verso tutte le donne”, scrisse anni fa un critico inglese. Le lettere lo confermano: Joseph Conrad approfondisce solo metà del genere umano. L' altra metà (compresa la moglie Jessie) per lui rimase sempre, sui mari come a tavolino, un enigma. Conrad al suo apice, potrebbero dunque intitolarsi queste lettere, Conrad nella profonda vocazione alla sconfitta di tutti gli estremismi, rivoluzioni e autocrazie, attenuata dalla pacata consapevolezza che i termini della farsa, quantunque uno si sforzi di narrarla per denaro o per piacere, restano inalterati.


“la Repubblica”, 11 agosto 1988 

Eliot nella terra desolata. Quasi una stroncatura (Alfredo Giuliani)

Pubblicato in prossimità del centenario del poeta questo articolo è quasi una stroncatura postuma. Ma, per quel che m’è dato di conoscere e giudicare, pur non avendo fatto parte per ragioni anagrafiche della schiera degli appassionati per equivoco del poeta americano-inglese, le riserve e le insolenze di Giuliani le condivido tutte e mi pare che lo strato di polvere che ne copriva l’opera - a 25 anni di distanza - si sia fatto una coltre. (S.L.L.)
Thomas Stearns Eliot
Perché T.S. Eliot (del quale il 26 settembre ricorrerà il centenario della nascita) è stato tanto influente, tanto celebre e autorevole? Si potrebbe volgarizzare la sua formula con una mossa da music hall: il mondo è rovinato, il mondo va in malora, e come bella la desolazione; facciamoci su uno squisito spettacolo. A ben vedere è proprio con tale formula che Eliot ha occupato abbastanza presto, conservandolo a lungo, un posto centrale nella poesia del Novecento.
Il poemetto The Waste Land (La terra desolata) apparve in volume nel 1922, quando l'autore aveva trentaquattro anni, e divenne rapidamente un'opera canonica del modernismo più sofisticato. Con fredda passione e sarcasmo; affastellando snobismi, angosce, visioni; manipolando nell'accattivante maestria del verso una serie disparata di fonti, molte delle quali, per il taglio e il montaggio, destinate a suscitare nel lettore abbaglio e sorpresa; puntellando le incertezze e vacuità del presente con oscuri e fascinosi richiami alla Tradizione e al Mito; facendo insomma balenare tra le squallide rovine «nuove» gli splendidi frammenti delle rovine «antiche», Eliot era riuscito con qualche fortuna (vedi i consigli dell’amico Ezra Pound sulla potatura del testo) a dare un'immagine brillantemente funeraria, pluriculturale, tortuosamente allegorica della Crisi.
Nei 433 versi di The Waste Land c'è, in modi solenni, quell'intruglio adultero di tutto che aveva fatto la burlesca felicità del povero poeta «contumace» Tristan Corbière. L'intero poemetto è accompagnato da un coro invisibile, una litania scandita da un metafisico tamburo che dice: Morte-Rinascita-Morte, e così via dal principio alla fine. Eliot eccelle nei recitativi e negli intermezzi. E che cosa c’è tra un recitativo e l'altro? Tra un intermezzo e 1'altro? Non c'è niente, ecco la grande funzione del Vuoto. Ci sono voraginosi, enigmatici buchi che il lettore affamato di poesia immaginaria percepisce con sofferta compiacenza intellettuale. Quei buchi rendono ancora più enigmatica e coinvolgente la partitura dei recitativi e degli intermezzi.

Faccia verde
A guardare certe fotografie dalla mezza età in poi, Eliot mi sembra ancora simile a un attore; a me piaceva in quelle pose perché mi ricordava un po' Lionel Barrymore, uno dei miei preferiti. Del resto non mi sbagliavo. Uno dei suoi recenti biografi, Peter Ackroyd, riferisce che lo scrittore e critico Pritchett lo descriveva come «una compagnia di attori dentro un unico costume», e che ai tempi di The Waste Land si incipriava la faccia di verde, il che, spiegò qualcuno della sua cerchia, gli conferiva «un'aria interessante e cadaverica». Siccome allora era impiegato di banca, quel trucco con cui si presentava agli amici e colleghi letterati doveva servire, probabilmente, a staccare il poeta dal funzionario. C'è qualcosa di mirabilmente truccato in tutta l'opera di Eliot, ecco come stanno le cose.
Da noi il suo periodo magico è cominciato subito dopo la guerra ed è durato più di una decina d'anni, anche se già nel 1941 s'erano potute leggere sue poesie in volume (una scelta pubblicata da Guanda a cura di Luigi Berti, altre versioni e altri editori l'avrebbero poi sostituita). Nel '46 comparvero i saggi del Bosco sacro, che include il famoso «Tradizione e talento individuale». Perché famoso? Perché contiene alcune delle impennate più risentite di Eliot: per esempio, che il poeta non ha una «personalità» da esprimere; che ciò che conta non è l’intensità che uno prova, ma l'intensità del processo artistico, il quale consiste in un continuo sacrificio di sé, «una continua estinzione della personalità».
Parole scritte prima del 1920, che restano a mio parere un punto capitale, non tanto però da costituire un dogma, e che ebbero una fortissima influenza sulla nostra poesia intorno agli anni Cinquanta. Credo siano pochi coloro che hanno cominciato a scrivere versi in quel periodo e non siano stati toccati (proprio touched) dalla lama di Eliot, o da quella che sembrava la sua tagliente maniera critica e poetica. In un momento in cui la nostra lingua poetica del Novecento appariva esaurita, Eliot portava una ventata di internazionalismo, un campionario di stili e rivisitazioni.
La nostra giovinezza è stata fatta da innumerevoli cose, ma tra quelle includerei a occhi chiusi (pur se oggi non mi emozionano più) Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock, The Waste Land e alcuni passi dei Quartetti. In verità, Prufrock (la cui composizione risale al 1910-1914) non è poi tanto lontano dal gozzaniano Tota Merùmeni; ma, vuoi mettere, è molto più «moderno», ha una coscienza di sé assai più raffinata, ha probabilmente letto (tra l'altro) Lautréamont (da dove verrebbero se no i «ruvidi artigli che corrono sul fondo di mari silenziosi»?), ed è capace di semplicità folgoranti, dove davvero l'ironia suona impersonale: Oserò /disturbare l'universo? Oppure: Nella stanza le donne vanno e vengono / parlando di Michelangelo. Quelle ridicole signore non hanno mai cessato di andare su e giù, mentre noi si stava affondati nella poltrona in un angolo.
Sempre in quel periodo poteva capitarti di leggere frammenti del quartetto East Coker, e un passo ti forzava a riflettere: E così eccomi qui, a mezzo del cammino, con ventanni alle spalle/—vent'anni gran parte sprecati, gli anni dell'entre deux guerres — /a cercar d’imparare l'uso delle parole, e ogni tentativo/ è un nuovo scatto di partenza, e un modo diverso di fallire... Che cos'era? Testimonianza, sintomo di depressione, avvertimento? Non era poesia memorabile, ma comunicava l'angoscia del mestiere (poteva venire in mente la «servitù di parole» ungarettiana in una cornice più
tecnica). Anche Ezra Pound, mentore oltre che amico di Eliot, aveva la passione per il mestiere del poeta, per la ricerca e l'affinamento degli strumenti e dei materiali; ma ciò che Pound comunicava era tutt'altro che deprimente, era una forma di occhiuta energia.
Faccio notare che in quell'epoca prestrutturalista, presemiologica, ottusamente «realistica», del mestiere, da noi non parlava pressoché nessuno. A sentire i critici e gli stessi poeti, sembrava che la poesia discendesse direttamente dalla Grazia (e non c’e niente di più falso). Nei testi di Eliot la tecnica, la retorica della poesia erano snobisticamente esibite. I momenti lirici (non prevalenti) erano come cantati in falsetto o con rassegnata intenzione di passare oltre. Aspetti che si meritavano più che un applauso di stima.
Alcuni di noi si sono affaccendati con The Waste Land durante e dopo la guerra; ma, dopo, intorno a quel titolo s'era aggiunto l'alone della Bomba, e scusate se è poco. Questa è una delle ragioni per le quali tanto virtuosismo sulla Desolazione suonava per noi come un anticipato, elegante esorcismo.
Forse eravamo orgogliosi, dati i tempi grami, che il poeta americano, ridiventato un po' surrettiziamente inglese (con la scusa che la sua famiglia era partita dal Somerset intorno al 1670), rivelasse una spiccata ammirazione per Dante, che aveva cominciato a conoscere da studente a Harvard e aveva approfondito tramite Pound.
           
Atroce primavera
Ci incuriosiva e sconcertava trovare nella scompagine dei suoi temi, insieme con la parodia e la satira, costanti accenti religiosi. Diavolo, nell'intruglio di The Waste Land c'è un compendio di religioni e credenze rinfuse: Riti di Vegetazione, Bibbia, Eterno Ritorno, Budda e Cristo, Misteri frigi e Upanishad. E Tiresia, forse la vera immagine unificante del poemetto, non è anche lui una presenza religiosa? Ce n’era abbastanza da restare intontiti. Si aggiunga l’abilità o  la preoccupazione di Eliot nell'imitare le qualità visive di Dante e nel dare concretezza linguistica, uno spessore sensibile, ai pensieri che lo attraevano.
I fuochi della modernità accesi e dissipati con i più bruschi movimenti nella Terra desolata, i bagliori del passato che il testo faceva apparire enigmaticamente, lasciavano in ombra la natura alessandrina, affatturata, dell'intera operazione. Commentando un passo della terza parte del poemetto, Mario Praz notava che esso era «un centone di reminiscenze». Ma dove non è reminiscenza, riscrittura, citazione e contraffazione in The Waste Land? Perfino il celeberrimo inizio — Aprile è il mese più crudele... — ha un palinsesto in Thomas Mann. Nel principio di Tonio Kroeger (1903), il protagonista cita la frase di un suo amico: «La primavera è la più atroce delle stagioni». Perché, appunto, la trivialità della natura, che si risveglia e si mette spudorata a generare, vince l'indifferenza e la cauta ironia dello Spirito. Sono quasi le stesse parole, è quasi il medesimo tema.
I Quartetti sono delle gran belle meditazioni, Eliot li scrisse tra il 1936 e il 1942, quando ormai da tempo era radicato nel cattolicesimo anglicano; poesia teologica, predicatoria, grigia, che tranne qualche pezzetto trovo avvilente e noiosa, come noioso dal principio alla fine è il teatro, mentre dai saggi critici (specialmente Il bosco sacro, L'uso della poesia e l'uso della critica) c'è sempre parecchio da imparare. Alla fine, per quanto strana possa sembrare la cosa, su questo poeta che ha avuto tanta importanza in un momento della nostra vita, s'è ispessito uno strato di polvere. E in una nuvola di polvere, oh malinconia, mi sento risucchiato. Con rispetto, con un saluto cortese ai vecchi tempi, mi allontano verso un qualche allegro e ventilato inquinamento, nella terra sempre più desolata.


“la Repubblica”, 18 settembre 1988

“La Liala del nostro tempo”. Il Gruppo 63 contro Cassola (Alfredo Giuliani)

Carlo Cassola
Qualcuno di noi a quel tempo chiamò Carlo Cassola una Liala del 1963. Fu una battuta provocata da qualche osservazione di un giornalista. E ricordo abbastanza bene le circostanze nelle quali fu fatta cadere, se non sbaglio da Edoardo Sanguineti. Eravamo nella platea di un teatro a Palermo, durante le prove di uno spettacolo che sarebbe andato in scena nel corso della Settimana musicale. Proprio la Settimana in cui fece clamorosa apparizione il Gruppo 63. Eravamo lì per questo, e tutte le provocazioni erano buone.
Non ricordo esattamente, invece, se qualcuno tirò fuori il nome di Bassani e se la battuta fu quindi corretta in Cassola e Bassani sono le Liale del 1963. Fatto sta che andarono in giro, da allora in poi, entrambe le versioni. Bassani si adirò, e non aveva tutti i torti. Quanto a Cassola, non ho mai saputo niente di sue reazioni in pubblico. Quello che posso dire è che la poetica di Cassola non interessava minimanente gli scrittori del Gruppo 63. Ciò che infastidiva era, a quel tempo, la critica belante, la quale voleva far passare Cassola a viva forza per grande scrittore e maestro di non so che stile (forse lo stile asciutto e dimesso, parola che ricorre anche nelle enciclopedie, puntualmente, alla voce Cassola Carlo). Di fronte alla critica belante, forzando anche noi i toni, non era male opporre che Cassola era un autore di Romanzi Rosa.
Quella crudele battuta è stata tante volte riesumata, spesso per pura malignità, che si è quasi perduto il senso della verità che conteneva. Ne feci una desolata verifica nel 1976, quando uscì L'antagonista e ne parlai in queste pagine. Cassola avrebbe voluto disinfestare il romanzo, purgarlo di tutto ciò che è bassamente romanzesco: l'intreccio, le idee, le connotazioni sociologiche e storiche, le impurità del linguaggio, le situazioni definibili. Avrebbe voluto scrivere un romanzo puramente poetico. Ma il puramente poetico, se mai è esistito, oggi non lo puoi cercare più. Vagheggiarlo dimessamente colora la scrittura di rosa spento. Vorrei provare a rileggere Il taglio del bosco. Dopo tanti anni, quei racconti saranno svaniti o avranno ancora uno sfuggente bouquet?


la Repubblica, 30 gennaio 1987

Racconto della fine (S.L.L.)

Quando sentì il prete che diceva "è tornato nella casa del padre", il cadavere non ne poté più. Sollevò la testa e aprì la bocca giusto il tempo per gridare: "Mio padre viveva in affitto!". Poscia il capo ricadde sul cuscino del letto mortuario, senza tonfi.

28.12.13

Pacifisti del 900. La “cité mondiale” tra Mussolini e Roosevelt (Marco Zatterin)

Il bibliografo e pacifista belga Paul Otlet
''Caro amico, ho avuto un incontro interessante col primo ministro Mussolini che mi ha offerto gratuitamente dei terreni vicini a Ostia, in riva al mare, per costruire la nostra Città». Le numerose correzioni a penna tradiscono l'emozione con cui Hendrik Andersen scrive, il 5 marzo 1926, al compagno di utopie Paul Otlet per invocare un «parere sincero» sulla proposta del Duce. E' un testo breve e appassionato, perché lo scultore norvegese che da anni vive a Roma sente di essere a un passo dal realizzare il sogno di una vita, costruire la «Città mondiale», una capitale di conoscenza e armonia universale che promuova il progresso e la pace. A Maccarese, appena fuori l'Urbe. Come sempre ha sperato.
Lo ha anche disegnato, Andersen, il suo progetto. Nel 1913 ha pubblicato un catalogo di tavole magnifiche che rivisitano la lezione di Moore e Campanella, una città ideale del pensiero dall'aspetto neoclassico. L'ha presentata nella certezza che la condivisione del sapere costituisca la formula in grado di disinnescare i conflitti tra gli umani.
L'incontro con Otlet - bruxellese, classe 1868, uomo dai grandi principi, pacifista, anima della Società delle Nazioni, padre della bibliografia moderna - lo ha ulteriormente persuaso che sia giusto e bello regalare al pianeta un ombelico morale e intellettuale. Il belga è uno per il quale tutto è possibile se la causa è illuminata. Ha rinunciato alla carriera di giurista per amore dei libri, della documentazione e del pensiero. Neanche trentenne ha istituito l'Ufficio internazionale di Bibliografia assieme al concittadino Henri La Fontaine, senatore, premio Nobel per la Pace nel 1910. Sull'esplanade del Cinquantenario, a Bruxelles, hanno fondato un museo senza pari, «un immenso magazzino dell'intelletto affollato da libri, documenti, cataloghi e oggetti scientifici», pronto a essere consultato. Il suo nome è Mundaneum, l'archivio del sapere. Concettualmente è il nonno di Internet.
Non basta. Intorno al loro scrigno universale i due belgi vogliono la «Cité Mondiale» , un luogo che irradi conoscenza e faciliti la cooperazione tra gli Stati. Il loro interlocutore naturale é Andersen, ben noto a Roma per il talento artistico e per l'amicizia particolare con lo scrittore americano Henry James. E' il braccio che occorre alla forza delle loro menti, lui la Città la conosce bene, nelle forme e nei contenuti. E' per questo che nella primavera 1926 proprio Andersen chiede udienza a Benito Mussolini, leader che ancora gode di un rispetto internazionale, un ex socialista incapricciato di ogni arte. A lui svela ogni dettaglio della capitale della Terra, al centro della quale immagina una «Torre del progresso» di 320 metri, «simbolo dell'Amore e della Fratellanza», che ospiti i giornali e l'ufficio mondiale dell'informazione. E' l'antenna dell'universo tra i palazzi che catalogano il passato e rasserenano il futuro. Il Duce appare incuriosito. Il norvegese lo definisce «più che serio» nella sua offerta della bonificata Maccarese. Otlet risponde il 26 marzo, «caro amico, la proposta di Mussolini è di grande importanza». Eppure il belga sembra nutrire dei dubbi, chiede di approfondire il caso. Dal carteggio conservato oggi negli archivi del nuovo Mundaneum di Mons si capisce che Andersen, attento alla politica, vorrebbe evitare un coinvolgimento della Società' delle Nazioni «perché gli americani non sono favorevoli». Il belga la pensa altrimenti, visto che allega una memoria di due cartelle in difesa della candidatura di Ginevra: «Dall'armistizio tutto si fa lì, non bisogna disperdere le forze». Otlet scrive comunque a Mussolini: «Eccellenza, vogliamo esprimerle la nostra gratitudine... ». Ammette che Roma sarebbe il luogo ideale, «l'Urbe che è nel cuore di tutti noi». Aggiunge che «deve simboleggiare l'idea secondo cui l'umanità deve orientarsi per propria scelta verso una concentrazione delle energie in un processo di collaborazione continua». A tal fine, auspica che le parti coinvolte nel programma si vedano.

Il 26 ottobre 1926 Andersen annuncia che si «rivolgerà' a tutti i membri del ministero» e pensa a un summit «in maggio o giugno». Ma la riunione non si terrà mai. La corrispondenza tra Andersen e Otlet lascia intendere un raffreddamento di sensi. «Sono mesi che non ho tue notizie», confessa il belga in più occasioni. «Perché Ginevra?», lo incalzerà ancora lo scultore nel novembre 1927. E il 15 dicembre: «L'Italia ha offerto la terra e faremo di più, presto. La Cité può e deve essere costruita». Non sente incertezze, il norvegese: «Al ministero dei Lavori pubblici preparano un rapporto sui costi». Tutto per nulla. Otlet ha cambiato avviso, punta al Lago Lemano per la Cité, altro castello destinato a cadere. Dal dossier spunta una promessa dal re del Belgio per Anversa, poi un interessamento per Lussemburgo o la Saar. Nel 1933 il geniale belga si rivolge al presidente americano Fraklin D. Roosevelt, è un ultimo appello che nemmeno il tentativo di sostituire Andersen col francese Le Corbusier rende concreto. I nuovi venti di guerra rendono sterili i sogni di una pace diffusa. Fra il 1940 e il 1944 Andersen, La Fontaine e Otlet lasciano questa esistenza, così il Mundaneum cade nell'oblio, e porta con sé la Città della Scienza. Nei faldoni conservati a Mons non c'è traccia delle lettere di Mussolini e della sua versione della storia. Ripensando al progetto presentato da Marcello Piacentini nel 1938 per il quartiere Eur, è tuttavia facile credere che il Duce, dopo aver sentito Andersen, fosse perlomeno intrigato dall'idea della Città mondiale. Soprattutto se costruita in una Roma che, come allora si amava ricordare, caput mundi era già stata molti secoli prima.

La Stampa, 19 luglio 2011  

Le suffragette vanno alla guerra (“La Stampa”, 7 agosto 1915)

Nella rubrica “La Stampa e la Storia”, il quotidiano torinese riprende vecchi articoli dal suo archivio ultracentenario. Quello che segue risale al tempo della Grande Guerra e fu ripubblicato il 7 agosto 2012. (S.L.L.)

Le suffragette e la guerra. Ecco un tema in cui la piccola retorica ufficializzante posta sugli altari dalla guerra può diguazzare come un'anitra. Essa vi giura che la questione del suffragio femminile è sepolta, e che le suffragette si sono mutate di colpo in brave donne normali bravamente votate alla patria, pronte a dar tutto senza chieder niente. La semplice, verità è invece che le suffragette lavorano oggi per il voto, assai più di prima... sanno, e non nascondono, che la guerra ha loro offerto una chance insperata.
«La nostra grande ora è giunta», scriveva fin dall'inverno scorso una delle più notorie. «Non abbiamo sempre lottato a far valere il nostro diritto a un posto nelle prime file, tra gli uomini? Non abbiamo sempre sostenuto che di nulla sono incapaci le donne di cui siano capaci; gli uomini, inclusa la milizia? Avanti, dunque».
Il giuoco delle suffragette è di carpire il voto mostrandosene degne. Per mostrarsene degne, han sempre giuocato ad imitare i maschi, che il voto inventarono. Hanno sempre avuto una brama ardente di dar spettacolo di virilità. Sono naturalmente rotolate nell'esagerazione. Hanno adottato la violenza, sfidato il carcere e la morte; e come i maschi, al lume dell'esperienza, sorridevano di tanta sproporzione, tra i metodi e il fine, esse si stimarono più virili di loro e li dissero indegni di governare. Questa ostentazione di virilità esagerata si fa mansuefatta nella forma, non nella sostanza, dallo scoppio della guerra.

Alcuni si attendevano che continuassero a comportarsi da suffragette nel senso artificioso del termine; che acuissero il baccano per il voto tendendo dei ricatti ai maschi angustiati dalla guerra. Costoro non le avevano comprese. Le avevano derise e vituperate per scansar la fatica di comprenderle. Chi le comprendeva, trova invece naturalissimo che le suffragette da un anno in qua abbiano sospeso l'azione diretta per il suffragio, buttandosi a capofitto nei problemi immediati della guerra. Esse si ritenevano e si ritengono degne di salire al Parlamento e anche al Governo né più né meno che gli uomini, in molti casi assai più che gli uomini. La guerra offriva loro un'occasione magnifica per provare la saldezza del loro assunto. Insistere nella campagna per il voto durante la guerra avrebbe significato regalare agli uomini la prova contraria, e procacciarsi una inevitabile condanna.

"La Stampa", 7 agosto 2013

27.12.13

Brenno Tilli. La punta di diamante del Signor NO (S.L.L.)

Di Brenno Tilli, litografo e anarchico, conoscevo i taze-bao che incollava davanti alla sua bottega di via Bartolo, antimilitaristi, anticlericali, antimassonici, senza rispetto per nessun potere e nessun potente, fatti di una frase incisiva, scritta in grafia originale, talora corredata di un disegno. Nel 1992, per le elezioni politiche, Primo Tenca, che al tempo era segretario della sezione cittadina di Rifondazione ed era stato vicinissimo a Tilli, produsse un manifesto che ne utilizzava lo stile e l’idea: la P2 non è fiction, il 5 aprile non Mancare, mandali a casa; seguiva l’invito al voto. Quel “P2 Manca” diversamente colorato era stato inventato  da Tilli come riferimento a Enrico Manca, notabile socialista, presidente RAI e capolista in Umbria, presente negli elenchi della loggia di Gelli, specializzata in affari loschi e progetti eversivi. Tra le undici e mezzanotte di venerdì tre aprile, ultima ora utile, i militanti di Rifondazione di Perugia ne affissero copia in tutti gli spazi destinati al partito, ma l’indomani non c’era traccia dei manifesti, interamente ricoperti dagli attacchini di Manca. Quando, nel martedì postelettorale, Rifondazione volle celebrare con un comizio il proprio successo nella provincia di Perugia (l’11 per cento dei voti, più del Psi di Craxi e Manca) il palco donde parlò la Castellina era circondato interamente da quei manifesti.

Fu una vittoria postuma di Tilli; un’altra, dopo il libro con le foto dei suoi taze-bao dal titolo SignorNO che la Regione dell’Umbria aveva edito nel 1990, nell’immediatezza della morte, andato a ruba. Ne aveva scritto la prefazione l’allora presidente Mandarini, la cui Giunta aveva superato più d’una resistenza per la pubblicazione. C’era stato un gruppo di artigiani e cittadini, che aveva fatto pressione sul Comune perché l’esperienza della bottega di Brenno, ultimo di una dinastia di artigiani litografi, non andasse dispersa e si esponessero in un minimuseo le pietre e le altre attrezzature. Il Comune conservò in un suo deposito i materiali, ma qualche tempo dopo, per fare spazio, un ignoto dipendente li fece collocare all’aria aperta. Fu forse la nostra denuncia a salvare dalle intemperie quei monumenti/documenti di storia del lavoro già malridotti. Ora attendono al coperto che se ne faccia un qualche uso. La bottega di via Bartolo, intanto, è chiusa dal 1990.
Di Brenno Tilli, del suo orgoglio di lavoratore, del suo anarchismo, dell’impegno in difesa degli oppressi, contro la guerra, il militarismo, le menzogne e le ruberie del potere, ho parlato con Tenca. “C’erano tre botteghe vicine, quella di Brenno, il timbrificio umbro e quella orafa di Brunori, ove io lavoravo. Quando pensava e preparava un manifesto dei suoi, coinvolgeva me e Mario Zucchetti, del timbrificio. C’era sempre una grande emozione in lui. Aveva subito sopraffazioni nel tempo fascista, veniva da una grande storia. Una volta venne a cercarci come disperato: s’era rotto l’attrezzo con cui incideva sulla pietra le scritte dei manifesti. Faticammo per rimettere a posto la punta di diamante, ma riuscimmo nell’opera. Gli occhi gli ridevano: era felice”.
A Tilli, il cui nome “barbarico” sembra già contenere una sfida alle retoriche, è stato accoppiato il mazziniano storico Guglielmo Miliocchi in una serata perugina dal titolo Abbasso il papa, abbasso il re. Da anni l’associazione di Porta Santa Susanna, con successo di pubblico, promuove dibattiti, che hanno come tema momenti e aspetti, noti o meno noti, della storia cittadina. E’ un pubblico variegato, quello della Sala Santa Chiara, luogo deputato degli incontri: il professionista insieme al docente universitario, la vigilessa insieme alla maestra o all’impiegata in attività o in quiescenza. L’età media è comunque piuttosto alta e spicca un nutrito gruppo di artigiani in pensione: quasi tutti avevano bottega in centro o nei rioni contigui quando, quaranta o cinquant’anni fa, lo spazio urbano era ancora contenitore di attività produttive.
Il 13 dicembre a rievocare le due figure del Novecento accomunate dall’ostilità verso preti e monarchi, erano due ricercatori: Gianluca D’Elia, che ha tratto materia dall’archivio di Miliocchi, e Benedetta Pierini, storica della fotografia, che ha studiato la storia artigiana dei Tilli, moderati e assistiti da Franco Bozzi, storico semiufficiale del socialismo umbro. Di Miliocchi si è ricordato un episodio di disobbedienza: dopo l’uccisione del re Umberto I si rifiutò di partecipare alla giornata di lutto proclamata dal Comune e si presentò regolarmente a scuola per il suo servizio di maestro. Fu licenziato, ma non lasciato nell’indigenza. Affratellato alla Massoneria, sebbene antimonarchico, continuava a godere di qualche solidarietà nella classe dirigente: il Comune gli affidava periodicamente degli incarichi, mentre per suo conto esercitava un’attività pubblicistica. Negli anni del fascismo fu un po’ più dura e per qualche tempo dovette perfino fare il giornalaio. D’Elia ha soprattutto illustrato documenti che inserivano Miliocchi in una rete di relazioni internazionali e nazionali, da Ezio e Giuseppe Garibaldi (nipote) a Pacciardi e La Malfa.  
Per Tilli sono mostrate molte foto di manifesti, inclusi uno antiManca e un altro contro la massoneria nel suo insieme. Sono stati apprezzati soprattutto quelli anticlericali.
A disturbare l’idillio è stata una domanda dal pubblico, che lo stesso autore ha definito scivolosa: stanno bene insieme la figura di un massone e quella di un anarchico che rifiutò sdegnoso l’affiliazione (diceva “non ho voluto aderire al partito comunista, figurati se posso entrare in una loggia”), ed era ostile alle pratiche dei Liberi Muratori? La domanda è scivolata via senza risposta. Ne tento io una approssimativa. La massoneria perugina, che un tempo organizzava i gruppi dirigenti locali, ha sempre affiancato le pratiche del potere al culto di Giordano Bruno ed ha usato la laicità per l’esercizio di un’egemonia. Non ha mai amato i liberi pensatori che non s’intruppavano, gli anticlericali indipendenti, e spesso (è il caso di Capitini e Binni) li ha combattuti. Oggi la massoneria, anche a Perugia, conta meno sia nelle carriere burocratico-professionali che negli affari, ma non ha esaurito le sue velleità egemoniche; sicché fuori dalla riservatezza delle logge ama esporsi come rappresentante dell’intero mondo laico e democratico. Per questo tende a inglobare, a collocare tra i propri “compagni di strada” figure come quella di Tilli. Insomma, la massoneria è una chiesa. 

"micropolis", dicembre 2013 

Comu tieninu i palazzi? (di Gesualdo Bufalino)

Da Museo d'ombre, l'opera che Gesualdo Bufalino ha dedicato alle sue memorie comisane traggo un frammento dalla sezione dedicata alle facce di suoi compaesani del tempo andato, di un matto con una curiosa fissazione in questo caso. (S.L.L.)

Biagiu Re
Alto, dinoccolato, con occhi piccini e opachi, persi dietro un pensiero che non mutava. Per anni non fece altro che chiedere, a chiunque incontrasse: «Comu tieninu i palazzi? » («Come fanno i palazzi a stare in piedi?»), turbato da questa poco credibile cosa: che solo essi durassero in piedi in un universo cosi visibilmente destinato a tremare, a spaccarsi, a scoscendere. 
Faceva di no col mento, deluso dalle spiegazioni, e andava a tastare e a lisciare i mattoni delle facciate, scansandosi poi con un soprassalto improvviso. Una sera di festa lo vedemmo tra la folla, mentre guardava, trasecolato, a dieci metri dal suolo, un acrobata volteggiare in bicicletta lungo un invisibile filo sospeso.

da Museo d'ombre, Sellerio, 1982

La palma di Roland Barthes

Nel Barthes di Roland Barthes, è, quella che segue, una delle pagine che più amo. Porta l'immagine di una palma, corredata da una breve scrittura, a sua volta corredata da una poetica citazione. Ne consiglio la lettura. (S.L.L.)
Verso la scrittura.
Gli alberi sono degli alfabeti, dicevano
i greci. Tra tutti gli alberi-lettere, la palma
è il più bello. Della scrittura, profusa
e articolata come i getti dei suoi rami,
possiede l'effetto maggiore: la linea di caduta.


  

A Nord, un pino solitario
S'eleva sopra un'arida collina.
Dorme; neve e ghiaccio l’avvolgono
Nel loro bianco mantello.

Sogna un magnifico palmizio,
Laggiù nei paesi del sole,
Che s'intristisce, cupo e solitario,
Sopra una scogliera di fuoco.
Heinrich Heine.


Da Barthes di Roland Barthes, Einaudi, 1980

26.12.13

Lorenzo Stecchetti. Un tocco macabro (di Attilio Lolini)

Olindo Guerrini. Firmò con il nome di Lorenzo Stecchetti le sue poesie più note
Olindo Guerrini, più conosciuto come Lorenzo Stecchetti, fu sempre ritenuto poeta di secondaria importanza, anzi perfino di nessuna importanza. Ma resta, quasi inesplicabile, il «successo» dei suoi libri — tuttora ristampati — e l'interesse costante e sincero per la sua opera da parte di un pubblico «popolare».
Una scelta delle Rime o, meglio, una «lettura» della sterminata produzione poetica stecchettiana, è stata condotta da Piero Santi in occasione dell'apertura del Centro culturale Olindo Guerrini a S. Alberto di Ravenna, il paese natale del poeta, e raccolta in un libro in cui «i miti provincialeschi, pose, odii, magari piuttosto inventati che realmente sentiti, non offuschino i momenti nel quali il poeta riesce ad ascoltarsi nel suo rapporto più vero con la natura in modo semplice, senza schemi pretenziosi, senza velleitarismi» (Lorenzo Stecchetti, Rime, Una lettura di Piero Santi, I viaggi, Ravenna, 1983).
Sull'emarginazione del suoi libri da parte della critica ufficiale furono determinanti motivi di ordine moralistico più che estetico: infatti Stecchetti fu accusato di essere un pornografo e un poeta bassamente macabro e provocatorio. Guerrini in realtà fu un rivoluzionario sincero anche se ingenuo che voleva sposare la causa del proletariato agli ideali di carità (pensò anche di risolvere i problemi dei lavoratori con l'elemosina).
Scrisse anche un pregevole ricettarlo sulla cucina povera, sull'utilizzo degli avanzi della mensa (deprecando, ovviamente, gli sprechi) che rimane — dopo quello immortale dell’Artusi — uno dei libri di cucina più interessanti del tempo. Contrariamente al grande Carducci, Stecchetti non si fece mal abbagliare dai miti della grandezza della nazione; in una poesia scrisse: “La nostra patria è qui, non nel deserti / dell'orrenda Abissinia”.
Scrive Mario Luzi in una testimonianza in appendice al libro, che i versi un po' underground dello Stecchetti «ci divertivamo ai tempi del ginnasio a contrapporre alla severità ancora carducciana della tradizione scolastica» lodando peraltro Santi per aver escluso dalla raccolta Canto dell'odio: «Questa italica versione del poeta maudit tu l'hai giustamente presa per quel che era, cioè una bravata paesana».
Olindo Guerrini e Lorenzo Stecchetti, scrive Valerio Magrelli, rinviano costantemente l'uno all'altro: «Polemiche, pubblicità, successo, tutto quanto circondò lo "stecchettismo" come fatto di costume appare collegato a questo beffardo scambio di nomi. Uno scambio e una moltiplicazione che ben corrispondono d'altronde al sostanziale eclettismo individuato dal Cusatelli nell'opera del Guerrini, in cui si va dalla Scapigliatura a Prati, da Betteloni (specie nel Guado, dove Montale scorse una temperie gozzaniana) al Foscolo cimiteriale, dal Baudelaire più satanico alla poesia di protesta anticlericale e socialista».


Ritaglio da “il manifesto” senza data (ma 1983)

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