27.7.17

La nostra patria nel tempo (Lev Trockij)

Letteratura e rivoluzione è una sorta di storia letteraria del primo Novecento russo che Trockij cominciò a scrivere già durante la cosiddetta “guerra civile”, quando guidava l'Arnata Rossa, e che pubblicò a Mosca nel 1923. Da quel libro è tratto il brano che segue, incipit della seconda parte intitolata Alla vigilia. Le intuizioni del rivoluzionario russo sono più valide oggi che cento anni fa, quando le pensò e le scrisse. Non credo che siano pensabili positivi cambiamenti nella vita dell'umanità (anche “riformistici”, non necessariamente “rivoluzionari”) in un'ottica che non sia internazionalistica ed internazionale. (S.L.L.)
Trockij - Comizio volante a Mosca

«Amo il mio secolo perché è la patria che posseggo nel tempo». L’amo già perché mi permette di allargare di molto i limiti della mia patria nello spazio.
Vaterlandslose Gesellen (individui senza patria!), così l’imperatore germanico chiamò i suoi connazionali che non si lasciavano ubriacare dallo scalpitio equino della grandezza nazionale. Sia pure. Siano pure privi di quella patria ufficiale che è rappresentata dal cancelliere, dal carceriere e dal prete. Ma in vero è beato chi è privo di questa patria, poiché eredita il mondo!
Io amo la mia patria nel tempo, questo ventesimo secolo nato tra tempeste e procelle. Esso reca in sé possibilità illimitate. Il suo territorio è il mondo. Mentre i suoi predecessori stavano allo stretto dentro oasi misere di un extrastorico deserto.
La grande rivoluzione del XVIII secolo fu opera sì e no di venticinque milioni di francesi. La Fayette era chiamato il cittadino dei due emisferi, e Anacharsis Clootz si credeva il rappresentante dell’umanità. Era un’illusione ingenua, quasi puerile. Che cosa sapevano del mondo e dell’umanità, questi poveri barbari del XVIII secolo, che non avevano né il telegrafo né la ferrovia? Lafayette era francese e si batté per l’indipendenza della giovane America, il divino Anacharsis era un barone tedesco e partecipò alle sedute della Convenzione, e alla limitata immaginazione dei loro contemporanei pareva che questi «cosmopoliti» unificassero in sé il mondo. Che cosa si sapeva allora dell’immensa Russia? Di tutto il continente asiatico? Dell’Africa? Erano termini geografici che coprivano un vuoto storico. Né il XVIII secolo né persino il XIX conoscevano la storia universale. Solo noi oggi siamo alla sua soglia.
La «storia universale» di Weber o di Schlosser è una triste compilazione in cui manca la cosa principale: il processo unitario e intrinsecamente coerente dello sviluppo umano. La «storia universale» di Hegel è un processo totale, ma purtroppo esso non è che un’astrazione idealistica, in cui scompare senza lasciar traccia l’umanità reale. Non si deve, tuttavia, accusare gli storici di ciò di cui è colpevole la storia. È la storia che ha creato alcuni mondi chiusi - l’europeo, l’asiatico, l’africano... — e a lungo ha respinto ogni relazione con la stragrande maggioranza dell’umanità. Anche gli storici che non si accontentavano della cronologia delle spade incrociate e volevano essere storici della cultura, in fondo avevano che fare col fior fiore di poche nazioni. Le masse popolari costituivano l’elemento extrastorico. La storia era aristocratica come le classi che la facevano.
Il nostro tempo è grande — e degno di pietà è chi non se ne accorge! - proprio perché ha posto per la prima volta le basi della storia universale. Sotto i nostri occhi esso trasforma il concetto di umanità da una finzione umanitaristica in una realtà storica.
L’arena delle azioni storiche diventa immensamente grande e il globo terrestre paurosamente piccolo. Le rotaie delle ferrovie e i fili del telegrafo hanno rivestito tutto il globo terrestre di una rete artificiale quasi si trattasse di un mappamondo di scuola.
Prima dell’avvento del capitalismo il mondo era campagna. Il capitalismo è venuto e ha svuotato i serbatoi delle campagne, questi vivai dell’ottusità di una nazione, e ha stipato di carne e di cervello umano i bauli di pietra delle città. Superando ogni ostacolo ha avvicinato fisicamente i popoli della terra, e sulla base di queste loro relazioni materiali ha svolto un’opera per la loro assimilazione spirituale. Il capitalismo ha messo sottosopra le vecchie culture e ha dissolto spietatamente nel proprio cosmopolitismo di mercato le combinazioni di stagnazione e pigrizia, che erano considerate caratteri nazionali costituitisi una volta per sempre.


Da Letteratura e Rivoluzione (a cura di Vittorio Strada), Einaudi 1983

La lotta tra Moby Dick e il destino (Pierpaolo Ascari)

«La gente della terra è perlopiù così ignorante di alcune tra le più evidenti e tangibili meraviglie del mondo, che senza qualche accenno ai nudi fatti della baleneria, storici e di altro ordine, potrebbe ridere di Moby Dick come di un’assurda favola o, cosa ancora peggiore e più odiosa, di un’orrenda e insopportabile allegoria». Se decidessimo di assegnare un significato ingenuo alle parole del narratore del romanzo di Melville saremmo obbligati a inserire nel girone degli ignoranti un discreto numero di critici e - cosa ancora più impegnativa - tutti coloro che da centocinquant’anni si cimentano nella lettura di Moby Dick.
Del resto, che quel narratore non sia intenzionato a porsi sullo stesso piano del pubblico e che lo affronti, anzi, con una buona dose di ambiguità, lo potevamo intuire sin dalle prime battute, in uno degli esordi più celebri della storia del romanzo occidentale. Il pubblico ha bisogno di un prestanome che garantisca per la storia che si accinge ad ascoltare? E sia, il narratore lo accontenta: «Cali me Ishmael» - dice - e facciamola finita. Basterebbero anche solo questi pochi indizi per attribuire a Ismaele uno spirito autoritario, rivestito di moralità e dissimulato nella giustapposizione tra i suoi poteri di testimone e i poteri, più evidenti, del tiranno del Pequod. Quasi a subirne ..il crisma, nero, £awaid Morgan Foster condannerà al fallimento qualsiasi tentativo orientato a leggere il romanzo in chiave allegorica, archiviando il caso con un tono perentorio: «Nulla si può dire a proposito di Moby Dick se non che si tratta di una battaglia. Il resto è canto». ^
Un lettore diverso, invece, Cyril Lionel Robert James, decide di trasformare Ismaele nel proprio og getto di analisi. Marinai, rinnegati e reietti. La storia di Herman Melville e il mondo in cui viviamo è l’importante referto di questa analisi dalla sfortunata vicenda editoriale, che oggi Ombre Corte traduce finalmente in italiano. Nato a Port of Spain nel 1901, pioniere nello studio delle condizioni soggettive della schiavitù, nipote di schiavi ma cresciuto all’insegna della più classica formazione britannica, James occupa un posto di rilievo nella storia del marxismo. Coinvolto nell’elaborazione di un programma che consentisse al Socialist Worker’s Party di attivare la mobilitazione delle comunità afroamericane, a James appaiono subito chiare le insolvenze di una prospettiva limitata alla questione di classe: un paradigma che giudica incompleto, troppo «meccanico» e incapace di cogliere l’originalità di quelle forme di oppressione che vengono esercitate ai margini del ciclo produttivo.
Senza mai rompere del tutto con i vizi e le virtù della critica dell’economia politica - come ha scritto Federico Gattolin (C.L.R. James. Il Platone nero, Prospettiva edizioni) - James è tra i primi, comunque, a lamentarne le asfissie. Ma un curriculum di questo tipo, negli Stati Uniti, all’inizio degli anni Cinquanta, a pochi mesi dall’esecuzione dei coniugi Rosenberg, non può portare che guai. James viene rinchiuso tra i prigionieri politici di Ellis Island ed è sull’isola, nel 1952, sotto la rigida sorveglianza di un «lettore istituzionale» come l’Fbi, che lavora al saggio su Melville. Un lettore istituzionale che, qualora l’analisi di Moby Dick dovesse suscitarne le premure, rischierebbe di trasformarsi nel più ingombrante dei lettori impliciti. Il rischio è concreto.
Per James, infatti, la grandezza di Melville consisterebbe nell’avere situato Ismaele nel solco di un processo storico segnato dalla continuità tra le nevrosi del capitale e il totalitarismo, una realtà che «in America si poteva già intravedere» nel 1851. Una realtà che si rende osservabile solo nel momento in cui da «coscienza critica di Achab», rappresentante di una proposta esegetica e di una nazione che si presumono innocenti, Ismaele si trasforma nell’«alter-ego intellettuale» del suo capitano. Qui, nella trama di questa degradazione, si annidano i meriti e le difficoltà di una lettura comunque formidabile, resa possibile da una premessa di metodo per molti versi contigua ai saggi sul realismo di Lukacs.
Ismaele è solitario, di buona famiglia newyorkese e di buone letture, isolato dall’equipaggio e dalle relazioni «spontanee» che l’equipaggio sa instaurare al proprio interno, con il mare e con gli strumenti di navigazione. Del suo orribile capitano si potrebbero dire le stesse cose. Entrambi rimangono rinchiusi in un punto di vista ancora una volta «meccanico» (che i francofortesi avrebbero definito «strumentale»), una prospettiva inflessibile alla quale sottomettono la natura e sacrificano se stessi: Achab all’inseguimento della balena bianca, Ismaele alla ricerca di una nuova patente sociale. Il loro rovesciamento della razionalità mercantile nel tentativo estremo di opporsi al capitalismo di Nantucket, ne mantiene intatti la forma logica e produttiva, le dinamiche di sfruttamento della natura e il sadismo.
Achab, negli abiti del tiranno, è una premonizione di Hitler e di Stalin. Ismaele incarna il tipo intellettuale, presente «all’angolo di ogni strada» e pronto a esercitare la forza dell’astrazione laddove i dittatori manipolano le masse e deportano gli avversari politici. La conclusione di James, allora, non potrebbe essere più chiara: Achab, Ismaele - e, con loro, l’America che Melville osteggiava - sono condannati allo stesso destino suicida di Stalin e del Terzo Reich.
Eppure Moby Dick non termina qui, con l’inabissamento del Pequod e con l’inferno che il capitano e il suo alter-ego avrebbero stivato, come una bomba a orologeria, sotto il ponte della baleniera. Perché all’oceano che si richiude sfuggono quattro assi di legno e un epilogo. Grazie a un «ingegnoso meccanismo a molla» Ismaele può rimanere a galla: gli squali gli passano «accanto mansueti» e i falchi lo sorvolano «col becco inguainato», per due giorni, prima che l’equipaggio di un’altra imbarcazione lo avvisti e lo tragga in salvo. Deve così le sue prerogative di testimone alla tecnologia, a un patto di non belligeranza con il mare e alla comunità dei marinai. È, per un momento soltanto, un abitante del mondo armonioso che Melville avrebbe tentato di opporre al «mondo in cui viviamo», all’individualismo liberal e alla pianificazione sovietica.
James cancella questo momento, forse per riunire nella catastrofe i destini paralleli del capitano e del suo alter-ego, probabilmente per non esporsi alle ritorsioni di quel lettore implicito che lo ha tormentato nelle difficili giornate di scrittura e che si sarebbe pur sempre potuto immedesimare con la raffigurazione agiografica di Melville. Perché ciò che trascura è un segmento della storia nel quale - a volerlo decodificare sulla base delle sue stesse premesse - tra la voce di Melville e la voce di Ismaele si viene a creare una distanza inferiore a quella che Marinai, rinnegati e reietti intendeva preservare.
Salvare Melville significava concedere agli Stati Uniti una speranza, resa verosimile dall’ostensione di un contenuto nazionale interdetto alle patologie del narratore. Ma adesso, quando il romanzo termina davvero, l’intellettuale di New York che rifornisce la sua storia di documenti falsi e di prescrizioni non è più così diverso dall’autore che lo ha messo in scena. E mentre Ismaele riorganizza il mondo nelle rubriche della baleneria, per esaurirne i confini e la storia in un quadro totale - simile all’ufficio delle lettere smarrite di Washington in cui, due anni dopo, il narratore di Bartleby vorrà rinchiudere il dramma dell’«umanità» intera - siamo indotti a sospettare che lo scrivere romanzi non sia del tutto immune dalle tentazioni di dominio che Cyril Lionel Robert James si ostinò a circostanziare, forse, nell’inutile tentativo di salvare se stesso.


“il manifesto”, 26 novembre 2003

26.7.17

Remi, Huck e gli altri. I senza famiglia, pilastro dei libri per l'infanzia (Francesca Lazzarato)

«Sono un trovatello. Ma fino all’età di otto anni ho creduto di avere, al pari degli altri ragazzi, una madre, poiché quando piangevo una donna mi stringeva così dolcemente tra le sue braccia, cullandomi, che le mie lacrime cessavano di scorrere».
Raramente si è offerto, al giovane lettore, un incipit perentorio e preciso come quello che Hector Malot scelse, nel 1878, per Sans Famille, feuilleton di robustissimo impianto dedicato a sua figlia Lucie. Nella frase d’attacco sono risolti sia la figura del protagonista, la cui qualità di enfant trouvé è subito svelata, sia il nodo essenziale della vicenda, poiché appare ovvio che, dopo aver avuto un modesto assaggio di amor materno, l'eroe della storia tenterà l’impossibile per gustarne di nuovo il sapore.
Il fulminante «sono un trovatello» con cui Remigio si presenta non connota solo un’autentica entrata a effetto, ma contiene ed esprime l’universo del libro per l’infanzia, popolato come nessun’altro di orfani ed esposti, di abbandonati e trovati, di mamme perdute e padri assenti, insomma di bambini soli, impegnati in avventure che riguardano tanto la sopravvivenza del piccolo e del debole in un mondo ostile abitato da mostri e giganti, quanto la fantastica ricerca, attraverso un viaggio di tipo scopertamente iniziatico, di un’identità da guadagnare.
Per l’uno e per l’altro verso, il romanzo per bambini s’imparenta alla fiaba e addirittura al mito, ove l’eroe è sovente un bastardo («Sargon il re potente, il re di Agade io sono. Mia madre fu una vestale, mio padre non l’ho conosciuto»...), uno scambiato, un orfano, qualcuno che viene gettato nelle braccia della sorte da un difetto di nascita: e tanto più questo è grave, tanto più gloriosa sarà la rivincita, la conquista di un regno e di un trono.
Ma non è solo per meglio innalzarlo che l’eroe bambino è inizialmente umile o umiliato; nota Beatrice Solinas Donghi, in La fiaba come racconto (Marsilio 1976), che i genitori o chi per loro sono un intralcio: la loro protettiva presenza impedisce al racconto di decollare, e diventa indispensabile fame dei cari estinti, degli assenti più o meno giustificati e, a volte, degli snaturati (è Marc Soriano a sottolineare, nel suo studio sui Contes di Perrault, che l'indegnità des parents è una costante fiabesca), come accade nel romanzo popolare, dal rosa all’appendice.
Legati a ragioni simboliche quanto narrative, nonché alla rêverie infantile che Freud chiama «romanzo familiare» (ossia l’idea d’esser figli d’altra e più potente famiglia, ben diversa da quella che ci ha allevato), l’assenza e l’abbandono del genitore, come la solitudine e i perigliosi percorsi dell’infante sono anche riflesso ed eco di condizioni storicamente riconoscibili. I piccoli protagonisti delle vicende narrate da Thouar e Tarra, da Dickens e da Malot potremmo incontrarli anche nei registri e negli elenchi delle Opere Pie che dal medioevo cominciarono ad accogliere gli «inventi» e i «fittatelli», e che nel secolo scorso si assunsero il compito non solo di allevare, ma anche di governare e indirizzare l’infanzia abbandonata (traviabile e potenzialmente «pericolosa» per la società), convertendola in forza lavoro a basso costo.
Personaggi come il Remigio di Sans Famille e l’Oliver di The Adventures of Oliver Twist sono specchio di una realtà infantile simile a quella descritta da Jack London in The People of Abyss (frutto di una discesa nell’infemo dell’East End londinese compiuta nel 1902), o da Paola Carrara Lombroso in La vita dei bambini, libro degli anni ’20 che si conclude con il racconto di strazianti storie di bimbi poveri, destinati a una via fatta di «sofferenze, lavoro passivo e soggezione».
A differenza dei piccoli torinesi derelitti citati dalla Lombroso, però, Remigio e Oliver sono eroi borghesi, tenuti a non smentire la loro «buona» ancorché ignota nascita, che mantengono intatta la loro innocenza pur tra tante peripezie, e che alla fine si vedranno aprire le porte di un futuro da «padroni delle ferriere». Per loro fortuna, «le belle fasce hanno detto il vero», e il trionfo degli orfani conculcati diviene anche quello di una classe sociale che chiede ai propri figli, ricondotti a casa dalla mano del destino, di riconoscersi nei suoi valori, rinunciando con gioia alla ribalda e anarchica libertà dello straccione e del senza famiglia. A rivendicarla, sia pur senza troppe speranze, provvede piuttosto un altro tipo di trovatello quell’Huck Finn che Leslie Fiedler definisce «un orfano adottato da vedove e zitelle, derelitto, perseguitato dal suo stesso padre, incompreso dalla comunità rispettabile» e, in conclusione, «vero ragazzo cattivo» tra i tanti della letteratura americana, perché indipendente e ribelle.
E mentre Remi si gode, nel castello di Milligan Park, «il nome onorato dei suoi avi» e il considerevole patrimonio, Huck medita di partire verso i Territori indiani, perché «zia Sally vuole di nuovo adottarmi e incivilizzarmi, e quella è una cosa che proprio non mi va».
Ma non a tutti è dato di vivere su una zattera, navigando lungo un grande fiume e spesso l’abbandono coincide con l’ingresso in una famiglia vicaria, composta di parenti malevoli o distratti... È un destino che tocca in particolar modo alle bambine: di rado l’autore di libri per l’infanzia acconsente a mandarle raminghe e indifese per il mondo, e preferisce sistemarle presso zie perfide o nonni scorbutici. Ma anche a esse è assicurata la finale epifania che attende orfani e trovatelli dei libri per bambini Un’epifania garantita anche quando il punto d’arrivo non è la Famiglia, ma l’Istituzione, come nella parabola fascista di Giovanni Ernesto Nuccio, Il richiamo dei fratelli (1934). Nuccio inserisce due orfanelli siciliani in una «Casa della maternità» così descritta: «Nessun fanciullo italiano, di quelli che non hanno genitori, deve più patire fame, freddo o abbandono, a migliaia vengono curati e raccolti amorosamente, e tutti trovano una casa e una madre e tanti fratelli...». Accanto alla direttrice dagli occhi turchini, Mamma Alba, ecco apparire anche un padre: «Lui, il Bersagliere dalle cento e una ferita, che non si lamentò mai! Lui che comanda il Bene!». Così, attraverso un’istituzione «totale», l’immagine santa della famiglia viene comunque ricomposta, e il trovatello conosce la sua apoteosi quando si trasforma in Balilla.
Ben diverso è lo sguardo che sull’istituzione ci consente di gettare Rasmus pa luffen (ovvero «Rasmus il vagabondo») che Astrid Lindgren pubblicò nel 1956, narrandoci la vita di un orfanotrofio svedese inizio secolo, dove i bambini sanno di dover parlare con «quel particolare tono da trovatello che piace al prete e alla direttrice», e dove si attende con ansia («Oh dio, fa che vogliano me!») la visita di possibili genitori adottivi, che però scelgono sempre le bambine coi ricci. Da questo limbo costretto e doloroso Rasmus fugge per vivere le consuete peripezie dei piccoli e degli orfani, e per trovarsi, come nelle migliori tradizioni, una famiglia... Ma non sarà un’agnizione a farlo appartenere a qualcuno, bensì l’amorosa tenacia con cui vorrà seguire il vagabondo che si è scelto per padre. Rasmus finisce per diventare un raro esempio di orfano accolto, ma non «beneficato», di trovatello che è persona e non solo stereotipo: segno di una nuova capacità propositiva dello scrittore per l'infanzia, che riesce a prescindere anche dal lieto fine. La contrapposizione abbandono/controllo (facce diverse di una medesima medaglia) tipica del romanzo ottocentesco, sfuma e si fa più ambigua, più articolata, affidando il rapporto adulto-bambino alla reciproca accettazione e a una scelta consapevole, ma prendendo atto di sconfitte e di delusioni, destinate, come nella vita, a non essere sanate
E mentre la realtà irrompe nella fiaba dell’orfano allo sbaraglio, diventa indispensabile accennare a un altro approdo, offerto da quel filone della letteratura per l’infanzia che propone come protagonista l’orfano per scelta, il bambino senza genitori che vive, da solo, un’avventura destinata a condurlo nei più remoti «altrove» o ad affrontare il quotidiano in piena e motivata libertà. Non è un trovatello, ma qualcuno che non si fa trovare, un imprendibile folletto che non abbandonerà mai l’Isola che non c’è per farsi adottare, crescere e andare a lavorare nella City. Appartengono a questa razza privilegiata i ragazzi perduti, come Peter Pan o il Martin creato da W.H. Hudson, ma anche le bambine forti e beffarde, come Pippi Calzelunghe, che a differenza di Alice e Dorothy, torna da papà solo in visita, e mai per troppo tempo.
Spensierati, innocenti e senza cuore questi eterni orfanelli hanno compiuto una scelta più radicale di quella attribuita da Roald Dhal al suo ultimo personaggio, la geniale Matilde che decide di abbandonare due genitori «indegni» per vivere con l’amata maestra. Perpetuamente in viaggio, essi ci propongono un’infanzia onnipotente che assurge alla dimensione di archetipo. E non si capisce se la loro immagine nasca dal desiderio e dal rimpianto dell’adulto davanti a un’immagine fuggitiva e quasi divina, o dal sollievo di chi è infine riuscito a far tacere ogni voce nella stanza dei bambini, convincendoli a volare lontano, verso «la prima stella a destra e poi avanti fino al mattino» : i Peter Pan sanno badare a se stessi, ma dei trovatelli qualcuno dovrà pure occuparsene.

"la talpa giovedì - il manifesto", 20 aprile 1989

Trovatelli. Il grande abbandono del 700. Intervista a Muriel Georger (Anna Maria Merlo)

D’Alembert fu trovato nel 1717 sui gradini della chiesa di Saint Jean Le Rond a Parigi. Era stato abbandonato dalla madre, madame De Tencin, ma era avvolto in stoffe di lusso e portava in testa una cuffia con i pizzi. Un'eccezione nel mondo dei bambini abbandonati. Già i cinque figli di Jean-Jacques Rousseau, tutti lanciati in ospizi degli enfants trouvés, erano in peggiori condizioni, anche se il filosofo nelle Confessioni non si pente della sua scelta persistente : «Tutto sommato, per i miei figli ho scelto il meglio o quello che ho creduto che lo fosse. Avrei voluto, vorrei ancora essere stato educato e nutrito come lo sono stati loro».
«Tra il ’600 e il ’700 il problema dei bambini abbandonati diventa fondamentale in Europa — spiega Muriel Georger, storica alla Maison de Sciences de l’homme in boulevard Raspali a Parigi — Il fenomeno cresce in modo straordinario in quel periodo».

Ma come mai in quella data il problema diventa importante?
È certo che dietro ogni caso di abbandono c'è sempre la miseria. C’è sempre una donna abbandonata, che non può mantenersi. Eppure nei secoli precedenti la miseria era ancora maggiore che nel ’6-700. In effetti, se la povertà era la causa più frequente dell’abbandono, ci si può chiedere perché questo fenomeno rimanga raro nel 17° secolo, secolo molto più duro per la gente che il 18°. È che in questo rifiuto della «facilità», bisogna leggere il riflesso di un’etica generale: quella di una società ancora vicina ad un ideale cristiano antico, tra l’altro rivisitato dal rinnovamento cattolico della Controriforma. Il rigore prevalente allora nell’insegnamento della Chiesa determina una morale sessuale severa. Il suo allentamento, come di tutte le forze che strutturavano il 17° secolo, il diritto, la società, il gruppo, la famiglia, ha avuto certamente un ruolo molto importante per quello che riguarda gli abbandoni. È ben conosciuto dai demografi il fatto che nella seconda metà del 18° secolo si manifesta una sensibile crescita delle nascite illegittime. Tutto concorre a questa trasformazione dei costumi: la crescita dell’individualismo, l’indebolimento del ruolo delle autorità religiose e del «costume» che nel 17° secolo, in Francia almeno, permetteva alle donne di intentare un processo per stabilire la paternità, che spesso nel ’600 sboccava nel matrimonio.
In Francia le cifre sono eloquenti. Per il '600, gli storici parlano di 5.000 abbandoni all’anno in tutta la Francia. Nel ’700 c’è l’esplosione. In una città come Rouen, per esempio, tra il 1700 e il 1800 gli abbandoni si moltiplicano per 12. A Parigi, tra il 1670 e il 1776 aumentano di 25 volte. Questo genere di dato è stato rilevato per la prima volta nel 1640: a Parigi, all’ospedale degli Enfants trouvés, detto la Couche, in quell’anno, ne erano stati ricoverati 372, nel 1772, anno di punta, diventano 7.690. Molti di loro erano figli di donne che erano venute a partorire clandestinamente dalla campagna, per evitare le sanzioni sociali. Necker, ministro delle finanze, scrive nel 1778 nell’opera Administration des finances de la France, che i bambini a carico dello stato erano stimati essere sui 40.000. In sostanza, secondo Muriel Georgies, «tenuto conto della mortalità che colpisce circa il 90% dei bambini abbandonati tra un giorno e un anno di vita, significa 25.000 abbandoni all’anno. Questa cifra, messa in rapporto con i 28 milioni di francesi della fine del '700, mostra un problema molto più ampio molto superiore a quello di oggi degli incidenti stradali. Questo fenomeno si svilupperà ancora e le cifre divulgate pubblicamente per la prima volta nella Statistique générale de la France nel 1835, colpiranno il paese: nel 1831, in un paese di 31 milioni di abitanti sono stati abbandonati, cifra record del secolo e della nostra storia, 35.863 bambini».

Povertà - c’è un legame preciso con l’aumento del prezzo del pane a Parigi? Cambiamento di mentalità - ma in quali regioni si abbandonava di più?
Ad un certo punto si genera un fenomeno a valanga. Ci sono più bambini soli in strada, allora cresce l'interesse per la fondazione di ospizi specializzati. In Italia, per esempio, il fenomeno di prendere a carico gli abbandonati, si sviluppa prima che in Francia. Più forte è la religione cattolica, più ci sono abbandoni, perché il soccorso viene organizzato prima e meglio. Ci sono più bambini abbandonati in Algarve, nel sud del Portogallo o in Sicilia che in Francia. In ogni caso, anche in Francia è la crescita delle nascite illegittime e parallelamente quella degli abbandoni, che portano le autorità a rendere meno strette le misure di proibizione, a moltiplicare gli ospizi, ad annullare quasi le formalità per l’abbandono, per paura di vedere aumentare gli aborti e gli infanticidi. Il 19° secolo andrà ancora più lontano, installando con l'Editto imperiale del 1811 una «ruota» in ciascun ospedale di quartiere. Ci si viene così a trovare in una spirale dove ai casi di miseria indiscutibili si aggiungono misure di ordine materiale che rispondono in qualche modo al cambiamento dei costumi. Una regola non osservata, come la punizione per l'abbandono, per esempio, è un acconsentire. Un centro di ospitalità aperto, un invito.

Anche Rousseau ha abbandonato i suoi bambini. In questo caso si può dire che si sia rotto il legame necessario tra povertà e abbandono?
Rousseau, a modo suo, rappresenta la classe media e abbandona i suoi cinque bambini. Il suo comportamento disinvolto rimane esemplare di una società, dove l’abbandono sembra corrispondere a un modo normale di comportarsi su un piano familiare
In nessun caso, paradossalmente, l’abbandono è sinonimo di una mancanza di amore materno. Questo si esprimeva nella coscienza acuta che le madri avevano del loro dovere essenziale: far battezzare il bambino.

Come venivano trattati, una volta adulti, questi abbandonati? Era una tara che pesava tutta la vita?
Perfino le suore di San Vincenzo da Paola avevano supplicato il loro fondatore di non essere sempre adibite alla cura dei bambini abbandonati. C'era un grande disprezzo per loro. In Italia, addirittura, c’erano ospizi ben distinti per gli orfani e per i trovatelli. Il trovatello è considerato come un figlio del peccato, che si porta addosso le colpe della madre. Nel '600, e in Italia ancora prima, c’è una diffidenza che viene dai giuristi, nei confronti di un potenziale perturbatore di una società fondata sul matrimonio e sull’eredità ben calcolata, su un ordine cioè che il bastardo può far esplodere. Come nel '600, si indietreggia di fronte ad un bambino la cui madre ha peccato, ma il ’700, secolo per altro libertino, aggrava ancoral’im-magine di questa Maria Maddalena. Il bambino abbandonato, agli occhi degli uomini del '700, eredita la depravazione di sua madre. Nell'800, l’eredità della donna che si è lasciata andare ai suoi istinti, è ancora più pesante, può generare tutti i vizi, compreso quello del crimine. Contemporaneamente piovono sui bambini abbandonati le diagnosi di sifilide. Non c’è bisogno di insistere sulla non fondatezza di queste teorie. Resta il fatto però che queste campagne di intossicazione portano ì loro frutti. La letteratura romanzesca o pseudo scientifica che ha fatto dell’abbandonato un essere diverso dagli altri, preparava il terreno per l’utilizzazione che si è voluta fare di questi sfortunati. Per esempio, se si è tanto fantasticato sulla colonizzazione dell’Algeria da parte dei «bambini assistiti», come si dirà dopo il 1850, è anche perché questo permetteva di mettere il Mediterraneo fra gli onesti cittadini e queste persone. Questi concetti non dovevano perdere peso che quando ci si è reso conto, con il censimento del 1866 e poi con la disfatta del 1870, del disastroso declino demografico della Francia. Allora tutti diventano buoni.

"la talpa giovedì - il manifesto", 29 aprile 1989

Francesca Bertini. La sua vita come una favola (Gian Piero Brunetta)

Non si è mai saputo bene se sia stato il cinema a tenerla a battesimo o se sia stata lei a tenere a battesimo il cinema italiano. Per l'ufficio anagrafe del comune di Firenze Elena Vitiello, in arte Francesca Bertini, era nata l'11 aprile 1888 e, per lo storico del cinema, aveva esordito nel 1906 a Napoli, nel film dei Fratelli Troncone Marito distratto e moglie manesca. La testimonianza dell'attrice era invece diversa: nel libro di memorie del 1969 (Il resto non conta) sosteneva di essere nata il 5 gennaio 1892, scegliendo salomonicamente tra il ' 91 e il ' 93, su cui era stata a lungo incerta. Quanto ai suoi esordi cinematografici ne aveva parlato in termini mitici già nel 1918: "E' da sempre vivo in me il ricordo della prima posa, nella dolce isola di Capri, in quell' isola azzurra, inebriata di canti e di suoni. La scia luminosa della mia arte scomparve sull' acqua fra un supremo giubilo di luce! Avevo allora 16 anni e fu il mio carissimo amico Salvatore di Giacomo che ebbe l'idea di farmi posare per un film: La dea del mare. Così fui protagonista di quella breve e fantasiosa leggenda".
Francesca Bertini aveva costruito una memoria della sua vita sul modello delle fiabe classiche riscritte da un mediocre epigono del poeta della vita inimitabile: fin dalla sua nascita tutta la sua vita era stata un succedersi di splendidi eventi, bellezza e amore avevano vinto ogni difficoltà, e tutta la storia circostante, per cui pure aveva, suo malgrado, dovuto passare, era percepita soltanto come un rumore fastidioso di fondo, facilmente eliminabile chiudendo porte e finestre e continuando a sfogliare, senza distrarsi, l'album dei ricordi meravigliosi.
Al di là degli stereotipi un po' facili e dell'attribuzione a se stessa di ogni importante scoperta e innovazione espressiva del cinema muto italiano, bisogna dare atto a Francesca Bertini di aver realmente dominato per anni, pressoché incontrastata, la scena del cinema muto a cavallo tra le due guerre e di aver ottenuto un successo internazionale del tutto legittimo. La Bertini aveva dato la scalata al successo ed impresso una spinta decisiva al fenomeno del divismo, in coppia con Lyda Borelli, cambiando casa di produzione anno dopo anno: dalla Pathè alla Cines, alla Celio, alla Caesar, aveva fondato infine una casa di produzione che prendeva il suo nome. La sua ascesa irresistibile era offuscata, nei favori del pubblico, soltanto dal successo di Lyda Borelli, rispetto a cui però la Bertini aveva da subito dimostrato di possedere una varietà di repertorio molto più ampia e moderna.
I suoi personaggi non erano soltanto interpreti della letteratura dannunziana e decadente: con estrema disinvoltura poteva indossare i panni della popolana nel dramma naturalista di Salvatore di Giacomo, Assunta Spina, o prodursi in una recitazione assai stilizzata nel ruolo maschile di Pierrot nell' Histoire d'un Pierrot di Baldassarre Negroni, il regista che per primo aveva saputo coglierne ed esaltarne le possibilità interpretative. Si era formata recitando con partners come Alberto Collo, Emilio Ghione, Gustavo Serena e i suoi registi preferiti sarebbero stati, oltre a Negroni, Ghione e Gustavo Serena (Assunta Spina), Nino Oxilia e Roberto Roberti per tutta l'ultima fase della sua attività dal 1918 al 1921.
Sia che fosse stata l'interprete del demi-monde o del teatro naturalista la Bertini aveva dimostrato come il cinema potesse ricoprire di colpo la distanza che lo separava dal teatro ed era riuscita a trasferire sullo schermo, senza grandi perdite, l'intero repertorio di successo di quegli anni: autori come Bracco, Di Giacomo, Dumas, Ohnet, Sardou, Bataille, De Flers e Caillavet, Zola e opere come La signora delle camelie, Lisa Fleuron, Fedora, Tosca, Eugenia Grandet, Odette (interpretato addirittura in tre versioni successive), La donna nuda, Spiritismo, La serpe, erano state realizzate con lo stesso scrupolo e la stessa cura delle contemporanee messe in scena teatrali.
Tra i personaggi più memorabili, oltre a quelli dei film già citati, mi piace ricordare quello di Mariute nel film omonimo di Edoardo Bencivenga, in cui l'attrice ha lasciato uno dei più straordinari esempi di parodia e di discorso di cinema sul cinema di tutti i tempi. Non solo in questo film rifaceva il verso a se stessa, come massima rappresentante della categoria divistica, ma riusciva anche ad offrirci tutti gli elementi utili per capire il fenomeno divistico dell'epoca. Nell'ultima fase della sua attività, all'indomani della guerra mondiale, il suo repertorio era molto più specializzato e ristretto e il suo fare forse "un po' troppo licenzioso", come le rimproverava la stampa d'epoca.
Nonostante la crisi fosse galoppante, la produzione fosse stata messa in ginocchio dalla concorrenza americana, nel 1920 la Bertini era riuscita a strappare un favoloso contratto di due milioni per la realizzazione di otto film: e, per quanto favorevole, l'esito di questi film non sarebbe stato neppure in grado di coprire le spese del suo contratto. Infatti il suo, come quello delle altre dive italiane, era diventato, nel giro di un paio d'anni, un cinema senza pubblico. In brevissimo tempo i divi americani avevano fatto piazza pulita di tutti quei surrogati di letteratura e teatro e avevano saputo proporre ben altri modelli e transfert al desiderio collettivo.


“la Repubblica”, 15 ottobre 1985  

Melville e il futuro anteriore. Una lettura storico-politica di Moby Dick (Sandro Chignola)

Scritto tra il 52 e il ‘53, mentre C. L. R. James si trovava rinchiuso a Ellis Island come «undesiderable alien» in attesa di espulsione dagli Usa, il libro su Melville (Marinai, rinnegati e reietti. La storia di Herman Melville e il mondo in cui viviamo, con postafazioni di Bruno Cartosio e Gianni Mariani e una nota biografica di Enzo Traverso, Ombre Corte), si inserisce a pieno titolo nella discussione inaugurata qualche anno prima da F. O. Matthiessen, che in American Renaissance (1941) aveva rintracciato il tratto distintivo dei grandi scrittori americani nella loro adesione alle idee di democrazia e di libertà, dando così l’avvio a una febbrile attività interpretativa dalle non troppo dissimulate intenzioni politiche. Per C. L. R. James, scrittore nero, militante panafricanista e teorico diventato marxista, a suo dire, grazie alla contemporanea influenza di due libri, La storia della rivoluzione russa di Trotzkij e Il tramonto dell’Occidente di Spengler, e quindi non facilmente permeabile da suggestioni sull’immediata espansività del sogno americano, Moby Dick travalicava ampiamente, per la sua grandezza, i limiti del romanzo moderno. E poiché proponeva la tragedia di un intero ordine sociale e culturale - non quella di un singolo individuo - poteva essere posto sullo stesso piano dell’Orestea o del Re Lear.
Il viaggio sugli oceani del Pequod è il viaggio della civiltà moderna «alla ricerca del suo destino». È questa dimensione propriamente tragica a fare del microcosmo del Pequod il nostro stesso mondo, «the world we live in», come recita il sottotitolo del libro. Per C. L. R. James, Melville coglie in Moby Dick i primi segni della degenerazione che avrebbe ribaltato la democrazia in totalitarismo, depositandoli in una trama narrativa coniugata al futuro anteriore. In Achab egli rintraccia l’apparizione del moderno dittatore dell’età delle masse, nella ciurma molti-tudinaria e meticcia dei marinai i rinnegati e i reietti, l’umanità selvaggia in cui si allacciano i legami sociali della comunità a venire, nel Pequod la metonimica cifra complessiva della fabbrica sociale fordista, in Ismaele - il narratore, cui il critico di Trinidad è uno dei primi a prestare la dovuta attenzione - l’alienato intellettuale contemporaneo, sospeso tra la seduzione del potere e l’esistenza ordinaria, ma «indistruttibile» di un equipaggio anonimo fatto di semplici cittadini del mondo.
Parallelamente alla Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer (uscita qualche anno prima ad Amsterdam, nel 1947), il libro di C. L. R. James legge il viaggio del Pequod come un’allegoria della civiltà moderna. Il delirio di Achab espone nave ed equipaggio alla totale autodistruzione in cui viene portata a compimento la doppia struttura di dominio del sistema capitalistico. Il Pequod è un sistema di fabbrica, la cui razionalità di scopo Melville, «metodico come un sociologo», restituisce in pagine belissime («una baleniera è stata la mia Università di Yale e la mia Harvard», Melville avrà modo di confessare, con parole non dissimili da quelle di chi, nell’Italia degli anni ’60, si troverà a riconoscere nella Fiat la propria Università): pagine che raccontano ome la meticolosità e l’orgoglio del lavoro vengano compresse ed espropriate da un dispositivo di organizzazione che si personalizza nella follia del suo comandante. E, allo stesso tempo, esso è quanto Achab è disposto ostinatamente a sacrificare, in una caccia sin dall’inizio destinata a ritorcersi contro di lui e la sua nave, in un’impresa il cui senso finale è la pura riproduzione del suo potere personale su uomini e cose. La verità della lotta contro la balena sono le bombe di Nagasaki e Hiroshima; è Auschwitz, in cui la creazione demoniaca della borghesia moderna, la civiltà della tecnica, sfugge al controllo e trascina i suoi evocatori nella catastrofe di un naufragio generale, in cui la pretesa di dominio sulla natura (Moby Dick) si rovescia contro coloro che le hanno dato l’avvio.
A differenza di Adorno e Horkheimer, tuttavia - ed è questo il motivo per cui C. L. R. James elegge a motivo centrale della sua interpretazione quella che a molti americanisti è sempre parso essere un narrative minore - lo scontro non è già quello di Achab contro balena (o di Achab e Starbuck), ma quello tra Achab e la ciurma. Marinai, rinnegati e reietti non esaurisce negativamente il proprio sforzo critico nella denuncia del necessario collasso della civiltà occidentale, ma in esso si sforza di recuperare i frammenti di una possibile redenzione futura. Lo sguardo sul romanzo (sulla grande fabbrica fordista e sul sistema di dominio che la percorre e la sostiene) è lo sguardo di un intellettuale nero detenuto a Ellis Island. Che vi sperimenta - come ci viene raccontato nel tormentato settimo capitolo del libro, tolto dalle edizioni successive e poi ripubblicato - non soltanto la personale difficoltà della coerenza da tenere a fronte delle autorità che lo stanno inquisendo e che da lui pretendono un’apologia del sistema americano molto difficile, se non impossibile da pronunciarsi, ma anche, e soprattutto, le autonome linee di comunicazione e di solidarietà tra i migranti, le forme della loro cooperazione globale e sovversiva, la materiale realtà di esistenze che sconfessano la «colossale idiozia» di un'amministrazione, che nei detenuti dell’isola vede semplici «individui isolati in cerca di carità e di una casa negli Stati Uniti. Perché l’America è di certo migliore dei loro paesi d’origine, poveri e arretrati» e non comprende la potenza della loro mobile soggettività.
I marinai, i rinnegati e i reietti di cui si compone la ciurma del Pequod - e le cui biografie reali, si potrebbe ricordare, compongono la trama della storia segreta dell’Atlantico rivoluzionario recentemente ricostruita da Peter Linebaugh e Marcus Rediker (The Many-Headed Hydra. Sailors, Slaves, Commoners and the Hidden History of Revolutionary Atlantic, Boston, 2000) - appartengono al futuro. Questo è ciò che fonda, per C. L. R. James, la loro contemporaneità. Il Pequod e Ellis Island raccontano una stessa storia. Con uno scarto significativo, però. Se la comunità dei «vili marinai» di Melville è tenuta insieme in termini di pura contiguità spaziale solo da una chiglia e dalla mente geniale e folle del suo comandante, se non possiede nemmeno la consapevolezza dell’unità che si realizza nella solidarietà e nel lavoro di bordo e che potrebbe essere attivata contro di lui (è il motivo del perché la ciurma non si ribella ad Achab), quella dei detenuti di Ellis Island - che a differenza degli isolati dannati del Pequod, «sanno tutto», come C. L. R. James si trova a constatare - discutono tra di loro di politica internazionale e confrontano le proprie esperienze di fuga e di lavoro, si passano articoli di giornale e se li traducono gli uni con gli altri, sono in grado di scegliere dove vivere orientandosi tra i diversi dispositivi di legge nazionali. Formano, dunque, una moltitudine consapevole di sé e capace di orientarsi da sola sulle rotte globali di un mondo costruito come aperto dal loro gesto di defezione e di libertà.
La «suprema ironia» di Ellis Island (e forse la segreta morale che solo parlando di lì, da dentro quel centro di detenzione, è dato trarre dall’opera di Melville) è - come scriverà C. L. R. James - che mentre il Dipartimento di Giustizia degli USA, ponendo in contraddizione con se stesso il dettato costituzionale americano, mette in atto una spietata politica anti-immigrazione, i migranti - i marinai, i rinnegati e i reietti che hanno rotto gli ormeggi con i propri paesi di provenienza - «diventano sempre più consapevoli di essere cittadini del mondo», registrando in quella consapevolezza il dato di fatto della propria forza e della propria autonomia.
Nella lunga notte della guerra fredda che segue gli esperimenti totalitari degli anni ‘30 e ‘40 e che contrae il sogno americano nel delirio paranoico del senatore McCarthy, solo il gesto di liberazione del prendere il mare e il sistema di rapporti paritario e franco della comunità di fuga dei migranti può segnare uno scarto, per C. L. R. James, nella parabola che fa tocquevillaneamente degenerare la moderna libertà astratta in precondizione di dominio, la cooperazione sociale sorvegliata in mera servitù.


“il manifesto”, 26 novembre 2003

Alberi in città (S.L.L.)

Il quartiere dell'Elce (o Elce) solidale con Leonardo Cenci, in lotta contro il cancro
Quando venni a vivere a Perugia, mi capitava spesso di andare a trovare Alberto nella casa che aveva acquistato in città ad ottimo prezzo, grazie all'abilità di un mediatore meridionale. Nello stesso quartiere ci fu anche, per poco tempo, una sede staccata del Classico, in cui andavo a far scuola e ci rimase ancora per qualche tempo la tipografia del partito, laddove prima era una sezione. Ed anche lì mi toccò di andare per giornalini di sezione o per altre incombenze da attivista.
Le indicazioni stradale segnalavano ELCE, ma io dicevo "all'elce", congetturando che quel nome, come quello di un quartiere vicino (OLMO), ricordasse la presenza in quei luoghi di un albero particolare, più grande degli altri per esempio o isolato. Nessuno mi correggeva.

Solo più tardi - a poco a poco - mi resi conto che gli altri dicevano "a Elce": tutti, non solo gli inurbati recenti, ma anche i vecchi residenti. Resto persuaso che in origine si dicesse "all'elce" o "all'olmo", per indicare quei siti, verosimilmente poco o punto abitati; ma non so quando sia avvenuta la disarticolazione.

25.7.17

La brontesella (Francesco Lanza)

Bronte in un disegno di fine Ottocento
La brontesella aveva il vizio di santiare, e per quanto le dessero sulla voce non sapeva che farci.
— Te’, te’, la scellerata! — le gridava la ma’ — ancora non è del tutto impennata, e bestemmia come suo pa’. Vatti a confessare, se no il diavolo ti piglia.

Quella finalmente andò a confessarsi; e santiando disse al prete che quando le scappava non sapeva tenersi. 
— Figlia mia — le domandò quegli — o che l’hai per uso cotesto affare, che non puoi tenerti? 
E lei: — ’Gnornò, padre mio: peluso l’ha mia sorella, io l’ho appena appena impennacchiatello.

dai Mimi siciliani in Mimi ed altre cose, Sansoni, 1946

Il giorno dopo (Luciano Canfora)

Vorrei qui ricordate, sempre sul filo dell'aneddotica, che nel giorno dell'estate 1985 in cui fu eletto Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, fu inaugurato un museo-fantasma della Massoneria a Roccasecca dei Volsci e il giorno dopo apparve su "l'Unità" un comunicato della Commissione centrale di controllo, allora presieduta da Bufalini, che ribadiva l'incompatibilità fra iscrizione al partito e iscrizione alla Massoneria. 

Autori vari, La memoria di Elvira, Sellerio, 2015 

Fungo da febbre (Camilla Cederna)

Una paginetta di memorie e di nostalgie che offro alla lettura e che mi conferma nell'opinione più volte espressa che Camilla Cederna era qualcosa di più che una eccellente giornalista di costume. (S.L.L.)

Una volta era un gran divertimento misto a un’intensa emozione. Voglio dire il cercar funghi, l’intera famiglia sparpagliata per sentieri più o meno impervi nella quiete misteriosa del bosco, in luoghi come la Rotonda dei Marchesi, la Croce, Brizzott; ognuno col suo bastone per frugare (ma con delicatezza) tra il muschio, la coltre di aghi di pino e quelle promettenti gibbosità del terreno (ce ne sarà uno lì sotto?), tra le felcioline e i mirtilli. A un certo momento un urlo: «Qui, qui, venite a vedere!», e tutti a correre per ammirare il porcino un po’ tozzo e ben stagno, d’un affascinante rossiccio cupo, magari vicino anche a un fungo bambino, in formato ridotto, la cappella dello stesso colore, le spore bianche e compatte. Per i bambini questo era un momento di incontenibile gioia trasmesso però anche agli adulti che provavano la stessa febbre da fungo con esplosione finale, grida più soffocate ma sempre esultanti quando ne avvistavano uno.
Ci avevano insegnato a toglierli da terra con grande garbo senza scavare per vedere se ce n’erano sotto degli altri; se no, si diceva, lì non ne sarebbero più cresciuti, li c’era il cestino pronto ad accoglierli, tappezzato di foglie di castagno o di muschio vellutato. Negli anni buoni, all’emozione della raccolta seguiva un’operazione, quasi un rito, tanto era religiosamente compiuta dai vari componenti della famiglia: pulirli con un coltellino dalla terra e dagli aghi di pino, togliere le spore e poi tagliarli a fettine, che erano come sezioni o addirittura spettri di fungo, il gambo bianco, il cappelluccio scuro un po’ sghembo. Poi il sole li seccava e finivano d’inverno nel risotto alla milanese.
Ahimè, sono finite queste passeggiate familiari dentro una straordinaria gamma di verdi col cestino, il piccolo coltello, ogni riguardo verso la natura. Oggi i cercatori di funghi sono gruppi rapaci in tenuta da bagnino che arrivano vicino alla meta in moto o in macchina a partire dalle cinque del mattino, non seguono i sentieri, se ancora ci sono, e vanno a precipizio nei boschi, anche i più ripidi, e frugano, scavano, strappano, calpestano. Se arrivano prima di altri branchi, riempiono i loro sacchetti di plastica (la plastica rovina irrimediabilmente i funghi), e addio per sempre sano passatempo di una volta. Quest’autunno è stato un selvaggio arraffare, la totale cancellazione per anni di ogni ombra di fungo. E nessuno di costoro si è un po’ meravigliato di trovare un giorno nel bosco scosceso, fra antichi tronchi di pini e castagni, nientedimeno che un’arrugginita cucina economica, gettata dall’alto da altri vandali che non hanno trovato di meglio che farla rotolare giù dal loro rustico nel posto delle fragole, delle more e dei vagheggiati porcini.


De gustibus, Mondadori, 1986

D'estate ... Una poesia di Toti Scialoja

C'è un micio
d'agosto
che dorme
di gusto
su un cencio
all'ombra
di un busto
del Pincio.

Antico. Una poesia di Eugenio Montale (da “Mediterraneo”)

Manarola, nelle Cinque Terre
Antico, sono ubriacato dalla voce
ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane,
t'era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l'aria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu m'hai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi cosí d'ogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.


Dal ciclo Mediterraneo in Ossi di seppia (1925)

24.7.17

Giorgio Gaber. Il signor G ci racconta il politico e il privato di un'epoca (Giovanni Vacca)

Che Silvio Berlusconi, il personaggio più inquietante uscito dalla ricomposizione della destra italiana dopo la fine della prima repubblica, fosse presente il primo gennaio di cinque anni fa al funerale di Giorgio Gaber, si spiega sicuramente come un gesto di cortesia nei confronti della moglie del cantautore, esponente del suo partito, Forza Italia. Che però si sia rimasti tutti alquanto perplessi nel vedere il magnate di Arcore porgere l'ultimo saluto a colui che nel mondo della canzone fu, per molto tempo, la coscienza critica, l'intelligenza più lucida e lo «chansonnier» più vicino alla sinistra di movimento in Italia si spiega ugualmente. 
Gaber fu artista di grande talento, personaggio irrequieto e dalle molteplici vite ma, se se ne analizza l'opera, nulla, almeno in apparenza, potrebbe mai far immaginare una possibile vicinanza a lui del cavaliere, abituato di solito a demonizzare chi bazzica ambiti così lontani dai propri e a considerare sempre le commemorazioni come un fatto di parte (come dimostra, ad esempio, la sua tradizionale assenza alle manifestazioni in ricordo del 25 aprile). Non aveva, infatti, Gaber esorcizzato quella P2, alla quale Berlusconi era iscritto in La presa del potere? Non aveva egli messo in guardia, ne La peste, dalla continua rinascita di quel neofascismo che il capo di Forza Italia avrebbe definitivamente, come oggi si suole dire, «sdoganato»? Non aveva egli, più volte, denunciato quell'americanizzazione grossolana (Lamerica), quell'istupidimento televisivo (La strana famiglia), quel conformismo moralista (La chiesa si rinnova) e quel populismo autoritario (La collana) che sono la cifra più profonda del programma politico dell'ex presidente del consiglio? Che cos'era dunque successo?
La carriera dell'artista milanese è nota: partito come chitarrista rock'n'roll nei tardi anni Cinquanta, Gaber divenne un personaggio televisivo popolare nel decennio successivo, sia come cantante che come conduttore, ma intanto le sue composizioni, legate ai personaggi della periferia milanese (La ballata del Cerutti, Le nostre serate, Trani a gogo, Com 'è bella la città), già brillavano per quelle singolari caratteristiche di umorismo e di pathos esistenziale che lo facevano essere parte di quei «cantautori» che stavano all'epoca rivoluzionando la canzone italiana. Tuttavia, con una svolta improvvisa e radicale, nel 1970 Gaber mollò il mondo televisivo e cominciò a lavorare in teatro con una serie di spettacoli, a cadenza pressoché annuale, che entravano nel vivo della difficile situazione politica dell'Italia di quegli anni. Il signor G presentato al Piccolo Teatro di Milano nella stagione 1970-71 è ancora opera «giovanile»: in esso vengono trattate tematiche come la solitudine, l'alienazione, i rapporti di classe, che troveranno sistematizzazione ben più coerente nelle opere successive. In Dialogo tra un impegnato e un non so, del 1972, questi temi cominciano a definirsi meglio, il linguaggio si fa meno rarefatto e il senso del lavoro di Gaber comincia ad essere più chiaro: un «teatro-canzone» di intervento civile ma venato di individualismo, dove il politico e il personale si intrecciano continuamente e dove si rifugge dal facile canzonettismo per approdare a un nuovo tipo di linguaggio scenico in cui i riferimenti colti a quelli che da allora in poi saranno gli autori prediletti dal cantautore (Adorno e Céline, soprattutto, ma anche Pasolini, Beckett e gli «anti-psichiatri» Laing e Cooper) si tradurranno in una stra ordinaria fisicità scenica, con una mimica facciale e una gestualità strepitose, per dare corpo e voce a idee complesse di non facile esposizione al di fuori delle opere letterarie nelle quali erano state concepite. I riferimenti della nuova canzone di Gaber sono inizialmente quelli francesi, soprattutto Jacques Brèl, di cui riprende alcuni espedienti musicali, ad esempio il famoso «crescendo» del grande artista belga, e anche alcuni brani (ancora non si capisce, infatti, come sia stato possibile tradurre e adattare canzoni come Jef, divenuta L'amico e Les bourgeois, divenuta I borghesi senza indicare sui dischi l'autore originale), mentre più avanti guarderà anche a Dylan sviluppando poi nel tempo parti musicali sempre più complesse e suggestive, con riferimenti al jazz-rock e alla musiche etniche. Già nel Dialogo, però, pur essendo chiaramente un militante della sinistra, Gaber assume una posizione critica e insofferente: ne è un esempio Gli operai, in cui sbeffeggia il mito della «centralità della classe operaia» («È una vita che fate la retorica sugli operai; ma basta con questi discorsi, basta»), o Un'idea, in cui avverte la discrasia fra teoria e prassi («Se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione»). Gli spettacoli degli anni successivi (Far finta di essere sani, del 1973, Anche per oggi non si vola, del1974, Libertà obbligatoria, del 1976, fino a Polli d'allevamento del 1978) continueranno con sempre maggiore consapevolezza, e con una scrittura sempre più tagliente e implacabile (che dal 1973, almeno ufficialmente, si avvale della collaborazione per i testi del pittore Sandro Luporini), a ritagliare all'attore-cantautore un ruolo da «corvo», da scomodo compagno di strada, da inflessibile accusatore delle contraddizioni della militanza, degli sbandamenti e dell'annegamento degli ideali rivoluzionari in un dilagante conformismo ipocrita. Ed è proprio Polli d’allevamento la pietra dello scandalo: contestazioni, accuse di qualunquismo, fischi, interruzioni per uno spettacolo in cui Gaber spara a zero su tutti i miti della sinistra rivoluzionaria del tempo, come in Quando è moda è moda: «Sono diverso e certamente solo e parlo molto male di prostitute e detenuti da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti. Non sono più compagno né femministaiolo militante, mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate e finalmente non sopporto le vostre donne liberate con cui voi discutete democraticamente». Non pago del risultato, il cantautore raddoppia la dose nel 1981 con Anni affollati, in cui attacca l'impegno in musica («Anni affollati di mani sentenziose che maltrattano le chitarre, anni affollati per fortuna siete già passati»), preceduto, nel 1980, dalla registrazione su una sola facciata di un disco autoprodotto, Io se fossi dio. Canzone di rara potenza demiurgica e di eccezionale coraggio, l'invettiva di Io se fossi dio, senza badare alle possibili conseguenze, distrugge l'Italia che stava per immergersi negli effimeri anni Ottanta, dai «grigi compagni del Pci» ai socialisti «insinuanti, astuti e tondi», dai radicali («la parola compagno non so chi te l'ha data ma in fondo ti sta bene tanto ormai è squalificata»), fino ai giornalisti, ai brigatisti e al leader della Dc Aldo Moro, assassinato due anni prima («E se al mio dio gli fa rabbia chi spara, gli fa rabbia anche il fatto che un politicante qualunque, se gli ha sparato un brigatista, diventa 'l'unico statista'. Io se fossi dio ci avrei ancora il coraggio di dire che Aldo Moro, insieme a tutta la democrazia cristiana, è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana»). Un brano che non ha precedenti nella storia della canzone, e non solo italiana; una sferzata che può trovare qualche antecedente solo in alcune durissime composizioni di Léo Ferré (Il n'y a plus rien o Le chien, tra le altre) che comunque risultano meno circostanziate.
Anni affollati chiude un ciclo, quello più creativo e quello per il quale, soprattutto, l'artista rimarrà nella storia della canzone: il distacco con i suoi vecchi fan del Gaber «teatrale», però, è ormai sancito. Gli anni seguenti saranno trionfali, con un pubblico sempre più eterogeneo e la continuazione della solida collaborazione con Luporini, ma ormai Gaber gira in tondo: il contesto non sembra più ispirarlo come un tempo e, a parte Il grigio, spettacolo di sola prosa del 1989, la bravura dell'interprete supplisce spesso alla carenza di idee nuove; ne sono spia sia la frequente ripresa di vecchi brani, sia certi titoli (E pensare che c' era il pensiero, del 1995, Un’idiozia conquistata a fatica, del 1997), dove è evidente che si indulge su una rappresentazione ormai scontata di una società rimbambita dal dominio del mercato e dei mass media, una visione principalmente derivata dalle teorie di Adorno nel frattempo fortemente ridimensionate dall'affermazione di nuovi studi sociologici che cominciavano a intravedere, nella stessa cultura di massa, forme di «resistenza» simbolica e di riappropriazione culturale. Un capitolo a parte merita il brano Qualcuno era comunista, amaro bilancio di un'intera stagione politica, con parole di grande efficacia e penetrazione per descrivere quell'umanità che sdoppiava la propria vita tra le fatiche della quotidianità e l'impegno a «spiccare il volo per cambiare veramente la vita» finendo poi per ritrovarsi ormai definitivamente inserita nel sistema ma senza più le ali per volare: «Due miserie in un corpo solo». Poi, a fianco di tutto questo, per un artista che non ha mai rinnegato esplicitamente la propria «appartenenza», cose incomprensibili (ma forse non troppo) nonostante gli equilibrismi verbali messi in campo per motivarle: il sostegno alla moglie Ombretta Colli candidata nelle liste di Forza Italia e Berlusconi che, intervistato dal “Corriere della sera” dopo la sua scomparsa, ricordava, ineffabile, il Gaber della sua gioventù: «Tutti abbiamo canticchiato le sue canzoni. Io sono nato negli stessi quartieri di Gaber a Milano e mi piacciono i testi di ambientazione ambrosiana. Come molti di noi ho nel cuore La ballata del Cerutti». Sul resto, dunque, silenzio. Cosa resta allora di Gaber? Da un lato un grande autore che ha saputo raccontare in musica e versi il politico e il privato di un'epoca (con un'insolita e precorritrice attenzione per gli aspetti emotivi e corporei della sfera privata), dall'altro un personaggio che rispecchia, nel suo percorso spiraliforme, le ambiguità, le aporie e i controversi destini di molte personalità che presero parte attiva a quegli anni turbolenti.

Alias – il manifesto, 19 GENNAIO 2008 

La poesia del lunedì. Rafael Alberti (El Puerto de Santa Maria 1902 - Cadiz 1999)

Il mare Mediterraneo al tramonto. Sullo sfondo l'isola di Stromboli
EL MAR, LA MAR
Il mare. Il mare.
Il mare. Soltanto il mare!

Perché mi hai trascinato, padre,
nella città?

Perché mi hai sradicato
dal mare?

Nei sogni, la mareggiata
mi tira il cuore.
Vorrebbe portarselo via.

Padre, perché mi hai trascinato
qui?

El mar. La mar.
El mar. ¡Sólo la mar!

¿Por qué me trajiste, padre,
a la ciudad?

¿Por qué me desenterraste
del mar?

En sueños, la marejada
me tira del corazón.
Se lo quisiera llevar.

Padre, ¿por qué me trajiste
acá?

Da Marinero en tierra (Marinaio a terra), 1924 - Traduzione S.L.L.
Rafael Alberti con la moglie Leon Maria Teresa Salvador

POSTILLA
Mare, in spagnolo, è sia maschile che femminile. Tra el mar e la mar, pur essendoci sostanziale intercambiabilità, c'è tuttavia una sfumatura di senso. A spiegarla in maniera perfetta è stato Hemingway nel più marino tra i suoi romanzi :
"Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano.
A volte coloro che l'amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.
Alcuni fra i pescatori più giovani ne parlavano come di el mar, al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico.
Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensava". (Il vecchio e il mare)

23.7.17

Sapiens l’invasore genocida (Claudio Tuniz)

Si parla molto delle cosiddette specie esotiche invasive. Stabilitesi nel nuovo habitat, esse causano l’estinzione di altre specie, facendo variare significativamente gli ecosistemi naturali preesistenti. Nella lunga lista di colpevoli pubblicata dalle autorità che tutelano la biodiversità manca però una specie, di origine africana, che è riuscita in tempi relativamente brevi a invadere l’intero pianeta: Homo sapiens. Su come questo sia potuto accadere, e con quale impatto ambientale, cominciamo ora a farci un’idea, ma esistono ancora molti punti oscuri.
Nel libro Una specie imprevista (il Mulino), il paleontologo Henry Gee ci consiglia di non basarci troppo su quanto archiviato nei pochi resti fossili disponibili per azzardare ipotesi ardite sulla natura e sulle origini umane, e ci ricorda che la nostra evoluzione ha avuto moti aspetti contingenti e casuali. Non saremmo per niente speciali, se confrontati con altri animali. E molte altre specie hanno avuto un grande impatto sull’ambiente, ad esempio i batteri, a cominciare da miliardi di anni fa. In base alle sue considerazioni, quindi, non dovremmo illuderci di essere particolarmente invasivi.
Di parere opposto è il noto scienziato cognitivo Philip Lieberman (La specie imprevedibile, Carocci) che usa la paleoantropologia, l’archeologia e le neuroscienze per dimostrare la nostra unicità. Secondo Lieberman, tra le cose che ci rendono speciali vi è la flessibilità con cui ci relazioniamo con i nostri simili, basata sull’ambivalenza della nostra natura cooperativa e competitiva. Discutendo questo tema nel libro Humans (Springer), scritto con Patrizia Tiberi Vipraio, sostengo che sia stato proprio questo carattere a renderci tanto invasivi.

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Ad ogni modo, speciali o no, non possiamo non restare impressionati dallo spiazzamento operato dalla nostra specie, nei confronti di moltissime altre, in poche decine di migliaia di anni. Quello che era solo un piccolo gruppo di primati bipedi glabri e con un grande cervello è stato capace di espandersi e modificare globalmente l’ambiente del pianeta, con la sua flora e la sua fauna.
Direttamente o indirettamente, abbiamo anche causato, probabilmente, l’estinzione di tutte le altre specie umane che vivevano come noi durante la fine dell’ultima era glaciale: perfino degli Hobbit. Non stiamo ovviamente parlando dei nanerottoli nati dalla fantasia di Tolkien, ma della specie umana scoperta nel 2004 nell’isola di Flores, in Indonesia. Nell’enorme grotta di Liang Bua, a dieci metri di profondità, furono trovati i resti di esseri straordinari. Alti meno di un metro, con piedi piatti enormi, lunghe braccia e un cervello di dimensioni simili a quello di uno scimpanzé, essi presentavano tuttavia molte caratteristiche umane. Ad esempio lavoravano la pietra, producendo strumenti per cacciare topi giganti, elefanti nani e perfino quegli enormi varani i cui discendenti si possono ancora ammirare nelle vicinanze.
Secondo uno studio recentemente pubblicato su «Nature» ora sappiamo che essi si estinsero tra 50 e 60 mila anni fa, proprio in concomitanza con il nostro arrivo in quella regione. Ma siamo stati proprio noi i colpevoli? «Anche se non abbiamo ancora la pallottola che ha fatto fuori gli Hobbit — dice ai giornalisti uno degli autori dell’articolo — abbiamo però trovato la pistola fumante». Questa specie, nota anche come Homo floresiensis, era sopravvissuta su quell’isola durante almeno due ere glaciali. Si discute se si fosse evoluta localmente o provenisse anch’essa dall’Africa.
Noi Sapiens, invece, eravamo sicuramente di origine africana. Il nostro viaggio verso Oriente era durato centinaia di generazioni. Alti e snelli, dipinti con colori e disegni elaborati, usavamo armi con punte micidiali che potevano colpire a distanza. Eppure la nostra pericolosità non era meramente tecnologica; si nascondeva anche nella capacità di immaginare mondi diversi, rispetto a quello osservato, e di aderire a credi, stili di vita e norme di comportamento che ci univano intorno alla stessa «cultura». Essa ci permetteva di formare gruppi ampi e coordinati. Questo ci rendeva una specie particolarmente pericolosa.
È possibile che anche l’uomo di Denisova compaia fra le nostre vittime. Questa specie trae il suo nome dalla caverna siberiana in cui, nel 2010, furono trovati alcuni suoi resti: la falange di un dito mignolo e due denti. Anche questa specie si estingue dopo il nostro passaggio. E che ciò sia accaduto dopo, e non prima di incontrarci, è provato dal fatto che con loro abbiamo avuto alcuni incroci genetici, di cui resta traccia nel Dna delle popolazioni attuali in Oceania e nel Sud-est asiatico.
La storia delle estinzioni che coincidono con il nostro arrivo sembra ripetersi di continuo, e questo riguarda non solo altre specie umane, ma anche molte specie animali di media e grossa taglia. Con il tempo, gruppi di Sapiens attraversarono l’ultimo tratto di mare che li separava dal continente australiano. Dal registro archeologico sappiamo che per milioni di anni enormi animali erano vissuti indisturbati su quel continente, passando attraverso molte ere glaciali. Si trattava di giganteschi marsupiali con il muso da cammello (diprotodonti), uccelli senz’ali di una tonnellata ( genyornis ) e varani di 7 metri ( megalania ), solo per fare alcuni esempi. Tutti scompaiono con il nostro arrivo.
In soli duemila anni si estinguono 23 su 24 specie conosciute superiori a 50 chili e molte altre specie di peso inferiore. Generando vasti incendi per cacciare, modificammo l’intera struttura della catena alimentare del continente. Si è cercato di attribuire questo disastro ai cambiamenti climatici, ma le scoperte archeologiche e paleoclimatiche più recenti confermano la nostra responsabilità. E non sempre si può indicare la caccia indiscriminata come prima causa delle estinzioni. Ad esempio, gli abbondantissimi frammenti dei loro gusci d’uovo bruciati, rinvenuti in tutto il continente, indicano come abbiamo fatto a provocare l’estinzione di Genyornis , 47 mila anni fa. Non è stato solo attraverso la caccia e la distruzione del loro habitat; è stato soprattutto cibandosi delle loro enormi uova.

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Pochi millenni dopo, circa 45 mila anni fa, altri Sapiens arrivarono in Europa, dove da tempo vivevano i nostri «cugini» Neanderthal. Essi erano passati attraverso varie ere glaciali in un’area che andava dalla Spagna alla Siberia, fino al Medio Oriente. Le datazioni di centinaia di campioni provenienti da molti siti archeologici ci dicono che la nostra convivenza con loro sarebbe stata inferiore a 3 mila anni: un periodo relativamente breve, trattandosi di un’altra specie umana molto antica e ben acclimatata. La sostituzione dei Neanderthal da parte nostra è proceduta con uno schema a mosaico che ha accentuato l’allontanamento delle diverse comunità di Neanderthal le une dalle altre.
Gli ultimi residui della loro cultura spariscono dal registro archeologico circa 40 mila anni fa. Ma tracce del loro Dna sono oggi presenti in tutti noi Sapiens usciti dall’Africa, in una proporzione che va dal 2 al 4%. Già prima del nostro arrivo, i Neanderthal avevano comunque subito una profonda crisi demografica, riducendosi a non più di 70 mila individui, suddivisi in piccoli gruppi lontani e isolati fra loro. C’è chi sostiene che l’estinzione dei Neanderthal sia avvenuta perché abbiamo sottratto loro le risorse per sopravvivere. Ma non si può dubitare che fosse già in funzione l’esercizio esagerato della violenza che ha portato noi Sapiens così spesso al genocidio. Per ora non esistono comunque prove della nostra responsabilità diretta nella loro fine.
Storie simili si possono raccontare per le Americhe, dove, in assenza di altre specie umane, esisteva una meravigliosa biodiversità nei grandi mammiferi dell’era glaciale. Il loro destino era comunque segnato. Con la comparsa dei primi Sapiens, arrivati da Nord attraverso l’attuale Alaska, circa 15 mila anni fa, in poco tempo scompaiono la tigre dai denti a sciabola, cammelli ed elefanti arcaici, e innumerevoli specie di bisonti. In tutto, in Nord America spariscono 34 su 37 generi di grandi mammiferi e in Sud America 50 su 60 generi.
In tempi più recenti, sempre in coincidenza con il nostro arrivo, si estinguono tutte quelle specie che non avevano imparato a temerci: nei Caraibi il bradipo gigante (5 mila anni fa), in Madagascar il gigantesco uccello elefante, Aepyornis maximus (2 mila anni fa), in Nuova Zelanda i grandi uccelli moa (800 anni fa), nelle isole Mauritius il dodo, Raphus cucullatus (500 anni fa). Le estinzioni dei grandi animali in Africa e in Eurasia hanno avuto un andamento più lento, poiché in questi casi gli animali si sono evoluti con noi, imparando a temerci. Ciò nonostante si calcola che molti di essi si estingueranno entro questo secolo. Secondo il Wwf, anche se non conosciamo con precisione il numero delle specie che si estinguono annualmente, sappiamo che oggi è minacciato il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli.
Ormai ogni zona del mondo subisce i danni delle attività umane: dall’introduzione di dannose specie aliene al commercio illegale di specie protette, dalla distruzione degli habitat naturali ai cambiamenti climatici. Andando avanti di questo passo, alla fine, resteremo solo noi Sapiens? Certo che no! Oltre ai pochi fortunati cui non prestiamo attenzione, saremo in buona compagnia di mucche, polli, maiali, cani, gatti e di quei pochi animali che ci saranno utili per l’alimentazione e lo svago. Più gli insetti. Più ovviamente le nostre «creature»: i robot.


“Corrieredella sera - La Lettura”, 22 maggio 2016

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