30.7.15

Le basi strutturali del razzismo (S.L.L. - da "micropolis" luglio 2015)

Non è difficile individuare e riconoscere elementi razzistici nella campagna che Lega, Casa Pound, Forza Italia e altri stanno conducendo in questa caldissima estate contro gli immigrati, facendo un fascio di questioni che sarebbe ragionevole esaminare ordinatamente, con tutte le distinzioni del caso: nuovi sbarchi con i connessi problemi di accoglienza, campi rom, immigrati irregolari che tolgono lavoro e regolari che tolgono la casa, terrorismo islamico, rapine. Tutto fa brodo. Cascami razzistici si avvertono peraltro anche dove non si connettono ad una organica impostazione ideologica: negli allarmi di certi sindaci Pd come in certe sparate di Grillo (sul finire di giugno, per rivendicare elezioni immediate prospettava il rischio che Roma fosse sommersa da "topi, spazzatura e clandestini").
La denuncia di codeste ambiguità come della esplicita xenofobia della destra si fanno sempre più deboli; qualcosa è cambiato nel modo di pensare del popolo minuto e contano sempre meno le tradizioni in cui ci si riconosceva: l'ecumenismo caritatevole dei cattolici o l'internazionalismo del movimento operaio socialcomunista. 
Probabilmente non esiste una grave "emergenza immigrati" sul piano statistico: nonostante la crisi libica, il numero degli arrivi pare non superi di molto quello degli anni passati; ma qualcosa si è rotto nella coscienza dei cittadini più deprivati, di quelli più bisognosi di lavoro e di reddito. Non è possibile, del resto, far crescere a dismisura e senza conseguenze una presenza di "irregolari" ricattabili nel mercato del lavoro, soprattutto in un paese dove i controlli erano rari già prima e sono stati resi quasi inutili da una legislazione sempre più permissiva a favore dei datori di lavoro. Ed è ridicolo pensare – come un tempo si diceva - che gli immigrati irregolari facciano solo lavori che gli italiani non vogliono più fare: dopo l'esplosione della crisi si trovano italiani disposti a fare qualunque lavoro. Caso mai è vero che l'irregolare è talora disposto ad accettare condizioni di sfruttamento inverosimili per garantirsi una sopravvivenza.
In verità la contemporanea esistenza di un “esercito di riserva” di immigrati e di un doppio mercato del lavoro ha agevolato la sottrazione massiccia di redditi e di diritti, ha favorito una devastazione. E la rabbia per una concorrenza giudicata sleale, per una specie di crumiraggio che, quando non toglie il lavoro, ne peggiora le condizioni, si trasforma, passo dopo passo, in xenofobia, bellicismo e razzismo.
Nel marzo del 1870 Marx, in una Comunicazione confidenziale al Consiglio Generale della Prima Internazionale, spiegava che “il comune operaio inglese odia quello irlandese in cui vede un concorrente che comprime i salari e il livello di vita”... ”. Qualche settimana dopo, in una lettera a due attivisti dell'Internazionale, Vogt e Meyer, scendeva nei dettagli: “Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, i proletari inglesi e i proletari irlandesi. L'operaio inglese medio odia l'operaio irlandese come un concorrente che abbassa il suo livello di vita. Rispetto al lavoratore irlandese egli si sente un membro della nazione dominante... Si nutre di pregiudizi religiosi, sociale e nazionali contro il lavoratore irlandese. La sua attitudine verso di lui è molto simile a quella dei poveri bianchi" verso i "negri" degli antichi Stati schiavisti degli Stati Uniti d'America... Questo antagonismo, artificialmente mantenuto e intensificato dalla stampa, dagli oratori, dalle caricature, in breve da tutti i mezzi di cui dispongono le classi dominanti, è il segreto dell'impotenza della classe operaia inglese...”.
Qualche anno dopo, in occasione della guerra russo-turca, debuttò nel movimento operaio inglese una corrente chiamata gingoismo: chiedeva al governo inglese di dare addosso ai russi, ma anche agli irlandesi, agli asiatici, con tutti i mezzi disponibili e fu particolarmente attiva durante la guerra contro i boeri. Hobson, lo studioso “fabiano” che studiò tra i primi l'imperialismo lo definì “un cieco impulso di odio e di vendetta suscitato artificialmente”. Il movimento operaio inglese, in ogni caso, ne uscì quasi distrutto.
Pare che il nome venisse dall'espressione “by Jingo”, un intercalare che può rendersi “per Giove!”, contenuta in una canzoncina diffusa in birrerie e music-hall in quel 1877, per rivendicare l'intervento inglese nella guerra in atto a fianco dell'Impero Ottomano. Faceva così: “Noi non vogliamo combattere / ma se - by Jingo! - dobbiamo farlo / abbiamo navi e abbiamo cannoni / abbiamo denaro”. L'Italia d'oggi di denaro non ne ha molto, ma sotto traccia una grande guerra è già in atto nel mondo e dalle guerre i governanti italiani sono stati sempre attratti. La loro “tentazione muscolare” potrebbe sposarsi con la velleità “popolare” di ricacciare in Africa i barbari invasori. Ne nascerebbero disastri.

Nella rubrica La battaglia delle idee  

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