18.1.17

Olimpiadi antiche e moderne (Gianni Brera)

Gianni Brera, inviato nell'estate del 1984 alle Olimpiadi per “la Repubblica”, aprì la serie dei suoi servizi da Los Angeles con il pezzo che segue, un vero pezzo di bravura. (S.L.L.)

Dietro Pindaro c'era già lo sponsor
Giorni di Olimpiade, giorni sacri, almeno traverso i ricordi. Mentre si consumano immense pile di retorica, si constata con lieto animo che la XXIII Olimpiade moderna ricorre nello stesso periodo scelto per celebrare i Giochi più illustri del mondo classico, fra mietitura e vendemmia. Forse non sarà la luna piena di agosto ma caldo ne avremo tanto, e voglia di esaltare noi stessi nei concittadini capaci di vittoria.
Nulla o quasi è mutato sotto il sole. Dice che la primissima idea olimpica fu di Ifito, re dell'Elide: si consigliò con Licurgo, re di Sparta, e con lui addivenne ad un arcano trattato sulla pace, indispensabile per i Giochi. Ma Pindaro - che per un'ode riscuoteva l'equivalente in dracme di venti buoi - esalta la leggenda di Pelope, cui era toccata la bella Ippodamia dopo una rapida e vittoriosa corsa al traguardo. Pelope aveva piena coscienza del proprio valore e della necessità di tramandarne la fama. Sotto il suo regno, si organizzarono stabilmente a Olimpia feste atletiche alle quali si diede alto significato sacrale. Giove ottimo massimo presiedeva a questa quadriennale liturgia del muscolo e del coraggio. Una enorme statua del padre degli dei era firmata da Fidia, che passava allora per lo scultore greco più celebre, e certamente costava assai, ma la Polis di Olimpia disponeva di ingenti capitali: la sua sagra mobilitava l'intero mondo greco, dall'Asia Minore alla Spagna, e costituiva un affare senza eguali. Gli atleti giungevano un mese prima al villaggio olimpico e venivano nutriti a spese degli organizzatori. Dietisti non insensibili alle convenienze raccomandavano fichi e formaggio. Reagì Pitagora, per altro cadendo in sospetto di omosessualità, e dimostrò che i suoi atleti compivano miracoli nutrendosi di carne.
Riunioni atletiche importanti, secondo calendari prefissati, si svolgevano da tempo a Delfi, Eleusi, Corinto e altrove, e sempre coincidevano con solenni manifestazioni di culto, ma Olimpia superò ogni altra sede rivale. Dal 776 avanti Cristo si prese a calcolare il tempo in base al prestigioso quadriennio olimpico. Il vincitore incoronato a Olimpia ricavava gloria maggiore che altrove: e Pindaro esaltava la sua stirpe dopo essersi puntualmente accordato con il regolo o il tiranno che reggeva la sua Polis. Era un'ode ragionevolmente sublimata da voli, un minimo di tremila dracme, quando ne bastavano 150 per acquistare un bue. Al campione olimpico, il dono di una casa in segno di pubblica riconoscenza: e veniva abbattuto un tratto di mura perché vi transitasse il suo cocchio trionfale.
Ai primi Giochi olimpici erano ammessi i soli aristocratici di stirpe greca. Se ne deduce che anche l' Olimpiade antica era un mezzo per esercitare il potere politico. In tempo di armi bianche, era il puro muscolo a determinare le gerarchie sociali: e gli aristocratici dimostravano anche in pace di essere degni di governare proprio perchè più abili di tutti nel mimare la guerra (giavellotto, peso, disco, salto, lotta, pugilato, corsa breve e corsa lunga, guida del cocchio). Quando la civiltà fu abbastanza progredita da assicurare il potere de lege, gli aristocratici consentirono finalmente ai borghesi il privilegio di sacrificarsi per la gloria della polis natia: e questi, forzatamente meno esclusivi, cercarono gli elementi migliori anche fra il popolo, ma il ciabattino Callistrato (o chi per lui) pretese immediati indennizzi alla perdita di tempo quotidiana: così nacque il professionismo.
Platone fa dire orribili cose a Socrate, dichiarato nemico dei rozzi muscolati a pagamento: era anch'egli un aristocratico e disprezzava chi dalla proprio eccellenza fisica pretendeva guadagni materiali; così Aristofane, che certo non scriveva per suo vantaggio esclusivo. Era questo, a pensarci, un modo abbastanza ipocrita di ignorare la realtà delle cose. L'Olimpiade costituiva un affare ingente, e assicurava gloria a chi ne dilatava la fama con degne imprese agonistiche. Intorno allo stadio e all'ippodromo sorgevano alberghi di lusso e tendopoli riservate a turisti agiati di tutto il mondo mediterraneo.
Le donne non erano ammesse fra gli spettatori ma attendevano i loro uomini dove era subito possibile rifarsi di ogni desiderio represso. Curiosa gente i greci!: non volevano che gli imponenti atleti, gareggiando del tutto nudi, li facessero scomparire agli occhi delle loro donne ma poi consentivano alle Polis di eternare con statue l' immagine dei migliori campioni. O forse era sancito de jure che neanche le statue umiliassero al paragone? Esercitare l'eros non costituiva peccato nella fortunata Grecia degli dèi olimpici, però è vero che la pars genitalis di atleti e guerrieri scolpiti nel marmo o plasmati nel bronzo non mortificava nessuno (e così testimoniano ancora oggi i microfallici guerrieri di Riace).
A quali livelli tecnici si gareggiasse negli stadi di Olimpia non possiamo onestamente sapere nè valutare oggi. È pensabile che l'etnos greco non esprimesse fenomeni lontanamente paragonabili a quelli odierni. Il gigantesco Milone di Crotone sollevava ogni giorno una vacca per allenarsi, ma si sa (ora) che la forza non significa potenza se non in ragione della velocità del gesto con cui la si esprime. Per contro, torna spontaneo ammirare i guidatori di cocchio. Li ricorda Orazio nella dedica delle Odi a Mecenate (sunt quos curriculo pulverem olympicam - collegisse juvat, metaque fervidis vitata rotis: c' è qualcuno cui piace aver raccolto polvere olimpica, ed evitata la meta con ruote infuocate...). Non si capisce quindi il disprezzo di cui venne coperto Nerone per aver gareggiato all'Olimpiade. Anche i suoi assalti venivano sollecitati al calor bianco, anche la sua fragile biga poteva rovesciarsi: evidentemente, il gesto atletico era andato perdendo gloria con l'avvento del Cristianesimo: il corpo, nobilmente esaltato dagli ideali callistenici dei greci, diventava la volgare prigione dell'anima: però, un imperatore che rischia la vita per un serto di olivo selvatico meriterebbe maggiore stima! Qualcosa sfugge sempre all' esame della storia.
Aveva ragione il povero Vittorio G. Rossi: a petto di certe fandonie seriosamente diffuse oggi a livello politico acquista fondamento plausibile l'unione del dio Marte con l'ingenua Rea Silvia, che al suo seduttore immortale diede i gemelli Romolo e Remo. Le pile di retorica bruciata sui ruderi sublimi di Olimpia invitano a non minore scetticismo.
Carletto Uboldi, il maratoneta rifiutato
Gli inglesi avevano appena reinventato lo sport quando un pedagogista francese a nome Pierre de Coubertin propose astrusamente di rendere vana per sempre la insopportabile tracotanza dei vincitori di guerre (era appena caduto Napoleone III a Sèdan). La sua riesumazione di Olimpia era patetica molto ma i perfidi inglesi vi si risentirono. I francesi umiliati, e quanto rudemente!, gli stavano ancora bene: e i prussiani erano alleati in omaggio al comune sangue sassone e al balance of power. Non solo: ma lo sport moderno doveva considerarsi tipica ed esclusiva invenzione inglese, come il telaio meccanico, la nave di ferro, la vaporiera, il treno, il preservativo ed il francobollo postale. Che un pappagallo di pedagogista francioso vagheggiasse così capziose conseguenze per una semplice riunione di sport agonistico era a dir poco madornale. Il resto del mondo non fu comunque insensibile al ripristino dell'idea olimpica e gli inglesi vi si dovettero acconciare a proprio dispetto.
Era perfino rappresentata l'Italia, quella povera, triste Italia, nel primissimo Comitato Olimpico: vi figuravano infatti due personaggi così nobili da far pensare che sentissero puzza sotto il naso. E non peraltro rimandarono a casa da Atene il solo atleta italiano intenzionato a gareggiare nella prima Olimpiade moderna (1896): si chiamava Carletto Uboldi, era un tipografo milanese: arrivò di corsa in Ellade per allenarsi alla maratona - via Trieste, Ragusa, Skopje - ma gli incorrotti ellanodici italioti gli rinfacciarono subito di avere vergognosamente intascato 2 lire - diconsi 2 lire - dopo la vittoriosa traversata podistica di Corsico. Contaminato in modo così irreparabile, altro non poteva il Carletto che rientrare: e lo fece da quel poveraccio che era, ma non trovò un cane in Italia che osasse criticare simile insulsa fiammata di perbenismo olimpico. La maratona dedicata a Filippide fu poi vinta da un coraggioso pastorello greco; il lancio del disco toccò a un americano che fece scompisciare tutti nel vano tentativo di adeguarsi alle impossibili mosse eternate da Mirone.
L'Olimpiade emigrò subito dopo a Parigi (1900) e infine a Saint Louis (1904) dove toccò abissali vertici di grottesco. Pierre de Coubertin ne fu tanto sdegnato da implorare che Roma desse nuova sacralità ai riti malamente profanati in Usa. Perfino Vittorio Emanuele III, famosissimo avaro, cacciò 50 mila lire per la bisogna: ma il senatore Angelo Mosso richiamò il paese a una più realistica visione della propria situazione sociale e culturale. Se la lontana e aclassica Saint Louis aveva inteso celebrare il grottesco, sicuramente Roma avrebbe celebrato l'amara velleità del comico involontario. A Roma si mungevano ancora le capre sotto i portoni delle case civili. In tutta Italia ci si nutriva ai limiti della sopravvivenza. Cinque milioni di noi erano arcadi immondi: trentacinque milioni, analfabeti puri. Il plus-calore e lo sport non si accordavano ancora: e senza tale accordo il muscolo bruto non avrebbe avuto un senso neppure davanti al rinnovato altare di Fidia. Angelo Mosso aveva scritto libri sulla fatica tradotti in tutto il mondo: sapeva aprire gli occhi sull'Italia e vedere quanto era giusto vedesse un medico degno di questo nome.
La terza fiamma olimpica venne accesa a Londra, prestigiosa culla del nuovo sport agonistico, nell'anno di scarsa grazia 1908. A Roma, la avrebbe alimentata il gasolio dopo qualcosa come cinquantadue anni (1960). Nuovi colossei sarebbero stati costruiti per l' occasione. Un fondista inglese malamente battuto sui 10.000 nella afosa Roma di settembre avrebbe esclamato con subdola insolenza: "Avrete mie notizie quando ci rivedremo in Europa!". Né vuol essere meglio a Los Angeles sotto la greve luna di agosto: ma importa che ancor oggi gli uomini sognino di vincere senza spargere sangue. La cosa, del tutto impossibile in sé, nobilita il nostro mal comune, la vita.


“la Repubblica”,18 luglio 1984  

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