9.10.18

1998, il Nobel a Saramago. Gli «atei comunisti» vanno di moda a Stoccolma? (Nicola Fano)


José Saramago ha finalmente vinto il premio Nobel. Lo meritava da anni e da anni era dato fra i candidati della vigilia. Le votazioni fra gli accademici di Svezia avvengono per esclusione: si arriva alla fine a scegliere fra due nomi. A quanto se ne sa, Saramago era finito spesso alla «spareggio» finale ma qualcosa gli aveva sempre impedito di vincere. Checosa? Il caso o altro?E perché ha vinto que-st’anno? La scelta dei giurati svedesi è più dirompente di quanto non appaia in un primo momento. E, per di più, strettamente legata a quella letteralmente «rivoluzionaria» (e discussa) dello scorso anno che assegnò i quasi due miliardi di premio al «giullare» Dario Fo.
L’«Osservatore Romano» ha subito commentato negativamente la notizia di ieri sottolineando il «veterocomunismo» e l’«antireligiosità» dell’autore, fra l’altro, de Il Vangelo secondo Gesù, romanzo che fu violentemente accusato di blasfemia, non solo in Portogallo.
Ora, al di là del brusco giudizio del quotidiano della Santa Sede, Saramago è un intellettuale (forse tra i più autorevoli, significativi e «impegnati», in senso tradizionale) che ha subito un lungo ostracismo da parte delle istituzioni di mezzo mondo. Celebri sono sempre state le sue posizioni anti-europee, che gli ispirarono uno dei suoi romanzi più belli, La zattera di pietra (dove si racconta di un improvviso cataclisma naturale che provoca il distaccodella penisola iberica dal corpo dell’Europa, mandandola alla deriva versoleAmeriche). Significativo il fatto che egli abbia lavorato a lungo per l’allora Comunità europea e che da essa si sia poi staccato polemicamente. Nota è la sua militanza politica («l'ultimo comunista europeo», egli si definisce); mentre quasi segreto è l'eremo atlantico nel quale ha scelto di vivere, come fosse in rotta con il mondo. Mai, per altro, egli ha nascosto il suo pessimismo: molti dei suoi romanzi ritraggono individui che affrontano imprese ciclopiche e impossibili; eroi kafkiani cui la burocrazia nega ogni sia pur folle creatività (si leggano La storia dell'assedio di Lisbona o il recentissimo «Tutti i nomi», entrambi memorabili.
Nella Reale accademia di Svezia deve essere successo qualcosa di singolare: mai, è vero, le sue scelte recenti in letteratura sono state banali o, peggio, commerciali. E, sempre, orientate a una sorta di correttezza geopolitica (ricordate i riconoscimenti a Soyinka, Brodskij, Mahfuz?). Ma il premio a Dario Fo ha sparigliato il rigore intelligente, facendo irrompere sulla scena una genialità scomposta e dichiaratamente ostile alle istituzioni. E, dunque, il rinvio del premio a Saramago non aveva più ragion d'essere. Senza contare che, se la «laurea» a Dario Fo può far discutere i puristi, quella allo scrittore portoghese poggia sulla diffusissima (e argomentata) convinzione che egli sia il maggior romanziere vivente. Così, se tutto va bene, dopo aver finalmente festeggiato Saramago il prossimo anno potremo finalmente festeggiare Salman Rushdie.

“l'Unità” Venerdì 9 ottobre 1998

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