8.1.14

I gelsi della rivoluzione. Ignacio Ramonet intervista Fidel Castro

È un giorno di tepore primaverile, pieno della luce e dell’aria cristallina tanto caratteristiche del magico dicembre cubano. Arrivano gli odori del vicino oceano, le palme verdi ondeggiano a un vento lieve. Sto pranzando con un’amica in uno dei paladares ormai molto diffusi all’Avana quando all’improvviso squilla il telefono. È il mio contatto: «La persona che volevi vedere ti aspetta fra mezz’ora. Sbrigati ». Lascio perdere tutto, saluto l’amica e mi dirigo al luogo indicato. Una macchina discreta mi sta aspettando; l’autista parte subito verso l’ovest della capitale.
Sono arrivato a Cuba da quattro giorni. Venivo dalla Fiera di Guadalajara (Messico) dove ho presentato il mio nuovo libro Hugo Chávez. Mi primera vida, conversazioni con il leader della rivoluzione bolivariana.
All’Avana, come ogni anno in questi giorni, si sta svolgendo con enorme successo il Festival internazionale del nuovo cinema latinoamericano. E il suo direttore, Iván Giroud, ha avuto la gentilezza di invitarmi all’omaggio che il festival vuole rendere al suo fondatore, morto nel 2013: Alfredo Guevara, autentico genio creatore, colui che ha dato il maggior impulso al cinema cubano.
Come sempre quando arrivo all’Avana, ho chiesto di Fidel, facendogli arrivare i miei saluti per mezzo di amici comuni. Non lo vedo da oltre un anno. L’ultima volta era stato il 10 feb­braio 2012, in occasione di un grande incontro «per la pace e la protezione dell’ambiente» organizzato a margine della Fiera internazionale del libro dell’Avana; il Comandante della rivoluzione cubana si era intrattenuto allora con una quarantina di intellettuali.
In quell’occasione erano stati affrontati i temi più svariati, a partire da «il potere mediatico e la manipolazione delle menti», l’argomento che mi era stato assegnato in una specie di relazione d’apertura. Non posso scordare l’osservazione pertinente di Fidel, alla fine del mio intervento: «Il problema non è tanto nelle menzogne che ci propinano i mezzi di comunicazione dominanti. Non possiamo impedirglielo. Quel che dobbiamo pensare oggi è come noi diciamo e diffondiamo la verità».
Nelle nove ore della riu­nione, quel ristretto uditorio fu molto impressionato dal leader cubano. Egli dimostrò che, a 85 anni, manteneva intatta la vivacità dello spirito e la curiosità mentale. Scambiò idee, propose temi, formulò progetti, proiettandosi nel nuovo, nel cambiamento, nel futuro; sempre sensibile alle trasformazioni in corso nel mondo. Lo vedrò cambiato adesso, diciannove mesi dopo? Me lo chiedo sull’auto che mi porta da lui. Fidel è apparso poche volte in pubblico nelle ultime settimane, e ha scritto meno analisi e riflessioni degli anni precedenti.
Eccoci. Accanto a sua moglie Dalia Soto del Valle, sorridente, Fidel mi aspetta all’ingresso del salone della sua casa, una stanza ampia e luminosa aperta su un giardino assolato. Lo abbraccio con emozione. Appare in ottima forma, gli occhi brillanti, i suoi occhi capaci di scrutare fin nell’animo dell’interlocutore. È impaziente di cominciare la conversazione, come se si trattasse, dieci anni dopo, di proseguire i lunghi colloqui sfociati nel libro Cien horas con Fidel.
Prima ancora di sederci mi fa un’infinità di domande sulla situazione economica in Francia e sull’atteggiamento del governo francese… Per due ore e mezza, parliamo tutto, saltando da un argomento all’altro come vecchi amici. Ovviamente si tratta di un incontro amichevole, non professionale. Non registro la conversazione, né prendo appunti. E questo mio racconto, oltre a far conoscere alcune riflessioni attuali del leader cubano, è destinato soprat­tutto a rispondere alla curiosità di tante persone che si chiedono, con benevolenza o con malignità: come sta Fidel Castro?
L’ho già detto: sta meravigliosamente bene. Gli chiedo perché non abbia pubblicato niente su Nelson Mandela, morto da una settimana. «Ci sto lavorando — mi dice -, sto finendo la bozza di un articolo. Mandela è stato un simbolo della dignità umana e della libertà. L’ho conosciuto molto bene. Un uomo di eccezionale qualità umana e di una nobiltà d’idee impressionante. È curioso vedere come anche quelli che ieri sostenevano l’apartheid, oggi si dichiarino ammiratori di Mandela. Che cinismo! Come ha potuto, quell’odioso e criminale apartheid, durare tanti anni? Ma Mandela sapeva quali erano i suoi veri amici. Quando uscì di prigione, una delle prime cose che fece fu venire a farci visita qui. Non era ancora nemmeno presidente del Sudafrica! Ma sapeva che senza il coraggio delle forze cubane, che riuscirono a sbaragliare l’élite dell’Esercito razzista sudafricano nella battaglia di Cuito Cuanavale (1988), favorendo così l’indipendenza della Namibia, il regime dell’apartheid non sarebbe finito, ed egli sarebbe morto in carcere. E quella cosa che i sudafricani avevano varie bombe nucleari, ed erano disposti a utilizzarle!»
Poi parliamo del nostro comune amico Hugo Chávez. È evidente che per lui il dolore per questa terribile perdita è ancora forte. Ha quasi le lacrime agli occhi men­tre parla del Comandante bolivariano. Mi dice di aver letto «in due giorni» il libro Hugo Chávez. Mi pri­mera vida. «Adesso devi scrivere la seconda parte. Tutti vogliamo leggerla. Lo devi a Hugo», aggiunge. Interviene Dalia per segnalarci che oggi (il 13 dicem­bre), per coincidenza, ricorrono i 19 anni del primo incontro fra i comandanti cubano e venezuelano. Cade il silenzio. È come se di colpo questa circostanza conferisse alla nostra visita un’indefinibile solennità. Quasi parlando fra sé e sé, Fidel rievoca quel primo incontro con Chá­vez, nel dicembre 1994. «Fu un puro caso — ricorda -. Ero stato informato del fatto che Eusebio Leal lo aveva invitato a tenere una conferenza su Bolívar. Volli conoscerlo. Andai ad aspettarlo ai piedi dell’aereo. Questo sor­prese molti, a comin­ciare dallo stesso Chávez. Trascorremmo la notte parlando». «Egli mi raccontò — gli dico -, che gli era sembrato di subire un vero e proprio esame…». Fidel ride. «Certo! Volevo sapere tutto di lui. E mi impressionò… Per la cultura, l’acume, l’intelligenza politica, la visione bolivariana, la gentilezza, il senso dell’umorismo…Aveva tutto questo! Mi resi conto che ero di fronte a un gigante, all’altezza dei migliori dirigenti della storia dell’America latina. La sua morte è una tragedia per il nostro continente e una sventura personale per me, perché ho perso il mio migliore amico…». «Lei riuscì già a prevedere, in quell’occasione, che Chávez sarebbe stato quel che è stato, ovvero il fondatore della rivoluzione bolivariana?». «Partiva con uno svantaggio: era militare e si era sollevato contro un presidente socialdemocratico, che in realtà era ultraliberista… In un contesto latinoamericano, così pieno di gorilla militari al potere, molte persone di sinistra diffidavano di lui. Era normale. Ma parlando con lui, dician­nove anni fa, capii subito che Chávez appar­te­neva alla grande tradizione dei militari di sinistra in America latina. A partire da Lázaro Cár­de­nas (1895–1970), il generale presidente messicano che realizzò la più importante riforma agraria e nazionalizzò il petrolio nel 1938…».
Fidel si sofferma a lungo sul tema dei «militari di sinistra» in America latina, insistendo sull’importanza, per il Comandante bolivariano, dello studio del modello rappresentato dal generale peruviano Juan Velasco Alvarado. «Chávez lo conobbe nel 1974, in un viaggio compiuto in Perú mentre stu­diava all’Accademia. Anch’io avevo incontrato Velasco, alcuni anni prima, nel dicembre 1971, tor­nando dalla visita nel Cile dell’Unidad popular e di Salvador Allende. Velasco fece riforme importanti ma commise degli errori, che Chávez analizzò e seppe evitare.»
Fra le tante qualità del Comandante venezuelano, Fidel ne sottolinea una: «Ha saputo formare una generazione di giovani dirigenti che accanto a lui acquisirono una solida formazione politica, rivelatasi fondamentale, alla scomparsa di Chávez, per la continuità della rivoluzione bolivariana. Nicolás Maduro in particolare, con la sua fermezza e lucidità, ha potuto vincere brillantemente anche le elezioni dell’8 dicembre. Una vittoria di capitale importanza che rafforza la sua leaderhisp e dà stabilità al pro­cesso. Ma intorno a Maduro ci sono altre personalità di valore, come Elías Jaua, Diosdado Cabello, Rafael Ramírez, Jorge Rodríguez…Tutti formati da Chávez, alcuni di loro quando erano ancora molto giovani».
Ci raggiunge suo figlio Álex Castro, fotografo, autore di tanti libri eccezionali. Fa alcune foto «per ricordo» e con discrezione se ne va.
Parliamo con Fidel dell’Iran e dell’accordo provvisorio concluso a Ginevra lo scorso 24 novembre; è un tema che il Comandante conosce molto bene e che sviluppa dettagliatamente, per concludere dicendomi: «L’Iran ha diritto al nucleare civile». Poi, subito avverte del pericolo nucleare che corre il mondo intero, a causa della proliferazione atomica e dell’esistenza, nelle mani di diverse potenze, di un numero enorme di bombe che «possono distruggere il nostro pianeta molto volte».
Da molto tempo lo preoccupano i cambiamenti climatici. Mi parla del rischio rappresentato dalla ripresa dello sfruttamento del carbone in diverse parti del mondo, con conseguenze nefaste in termini di emissioni di gas serra: «Ogni giorno — dice -, per incidenti nelle miniere di carbone muoiono un centinaio di lavoratori. Un’ecatombe, peggio che nel secolo XIX…»
Poi tocca questioni di agronomia e botanica. Mi mostra alcuni vasetti pieni di semi: «Sono di gelso — mi dice -, un albero molto generoso dal quale si possono trarre tanti prodotti e le cui foglie sono l’alimento dei bachi da seta… sto aspettando proprio adesso un professore, specialista di gelsi, per parlarne».
«Vedo che lei non smette mai di studiare», gli dico. «I dirigenti politici — risponde -, quando sono in servizio non hanno tempo. Non riescono nemmeno a leggere un libro. È una trage­dia. Ma io, anche adesso che non faccio più politica attiva, mi rendo conto che non ho ugualmente tempo. Perché l’interesse per un argomento ti porta ad altri argomenti collegati. E così aggiungi letture su letture, contatti su contatti, e ti rendi conto che ti manca il tempo per sapere anche solo una parte di quelle tante cose che vorresti sapere…».
Le due ore e mezza pas­sano al volo. Sull’Avana comincia a calare una sera senza crepuscolo, e il Comandante ha altri incontri previsti. Mi congedo con affetto da lui e da Dalia, felice di aver potuto constatare che Fidel continua ad avere lo spettacolare entusiasmo intellettuale di sempre.

Ignazio Ramonet è direttore di "Le Monde diplomatique", edizione spagnola. La traduzione è di Marinella Correggia.


il manifesto, 3 gennaio 2014

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