24.2.15

Dal transistor all'iPod. Parola chiave “persona” (Franco Carlini)

Anche per ricordare Franco Carlini, lo scienziato che era una delle colonne del manifesto e fu l'inventore del fortunato inserto “Chips and salsa”, ecco un suo articolo da un inserto del “quotidiano comunista”. Contiene, indiretto ma non troppo, un messaggio politico forte: il comunismo che si farà (perché bisognerà pur farlo se si vuol sfuggire agli istinti distruttivi del capitale) non potrà più occuparsi soltanto delle masse, ma dovrà mettere al centro le persone. (S.L.L.)

Dalla Regency di Indianapolis alla Apple di Steve Jobs, come sono cresciuti idee e prodotti ormai senza fili né cavetti

Era giusto 50 anni fa, il 18 ottobre 1954, quando una piccola società di Indianapolis, la Regency, mise in commercio il TR1, la prima radio tascabile al mondo. Era la radio a transistor che avrebbe cambiato drasticamente le modalità di fruizione della musica e della voce, in mobilità come oggi si direbbe, e in tasca. Il transistor al germanio era prodotto dalla Texas Instruments e le dimensioni dell’oggetto erano assai contenute: 12 x 8 centimetri circa. Dunque quella radiolina non era molto diversa per dimensioni dal nuovo iPod della Apple (10 x 6 centimetri circa) ed era altrettanto portatile, ovviamente. Simili anche il design rettangolare su cui campeggia un cerchio per i comandi. Solo che iPod non è una radio, ma un riproduttore di musica digitale, anzi ormai un oggetto di culto.
Tra i due oggetti c’è mezzo secolo di distanza, ma anche molto in comune, ovvero l’idea di un consumo personale, ma talmente personale da portarselo addosso in ogni luogo, e poco importa se il Regency TR1 uscì dal mercato già nell’anno successivo e se la fiaccola delle radio a transistor venne raccolta dai costruttori giapponesi che da lì cominciarono a costruire un impero nell’elettronica di consumo che ancor oggi dura e prospera (sia pure con alterne vicende e alterni brand, magari coreani).
Ma in questi 50 anni sono successe un bel po’ di altre cose e spiccano altre due date che entrambe finiscono per ‘4’. L’una è il 1984, e siamo ancora in casa Apple, quando Steve Jobs butta in mezzo al SuperBowl di febbraio il Macintosh, vera rivoluzione nell’interattività. Quelle finestre che si aprono e si chiudono, quel mouse che agisce come un agile prolungamento della mano, quei caratteri nitidi su schermi ad alta definizione oggi appaiono la norma, ma tali non erano nell’informatica di quegli anni abituata ai monitor neri o blu e ai comandi testuali. E attenzione, non si trattava di puro design (una dote per la quale la Apple va giustamente famosa), ma Interaction Design, come oggi si direbbe, ovvero progettazione delle modalità d’uso e di relazione tra uomo e macchina, perché fosse questa seconda ad adattarsi all’uomo (e alla donna), non viceversa. Che poi l’annuncio avvenisse attraverso uno spot leggendario di Ridley Scott, ispirato a Orwell 1984 non è certo secondario. Quella meraviglia dell’advertising (visibile in formato QuickTime  - http://www.uriah.com/apple-qt/1984.html) convogliava la stessa idea di fondo: nella radio a transistor come nell’odierno iPod e nel Mac di allora era di mettere a disposizione delle persone una tecnologia abilitante, ovvero una che ne estendesse le capacità di comunicazione e di creatività. 
La parola chiave è “persona” e infatti “personal computer” vennero chiamati i Pc, anche se per molto tempo essi furono installati soprattutto negli uffici, a sostituire i precedenti terminali. E i software di successo per lungo tempo, furono delle combinazioni di programmi per scrivere, far di conto e archiviare. Non per caso sovente vengono chiamati “Office productivity tools”, e cioè strumenti per la produttività individuale, negli uffici.
L’altra data è il 1994, anno in cui si può grossolanamente datare l’esplosione di massa della rete Internet, in forma di World Wide Web. Qui si innesta un’altra novità concettuale, prima impensabile: gli apparati digitali, anzi il Pc prima di tutto non è più concepibile (e non risulta nemmeno così utile) quando sia scollegato: deve almeno trovarsi all’interno di una rete locale (LAN), condividendo risorse di calcolo e documenti con gli altri appartenenti a quella rete; meglio ancora se è nell’Internet. Contemporaneamente i software che prendono piede sono quelli per navigare e per fare posta (nelle loro molte varianti) e il fine d’uso non è più solo lavorativo; al contrario cresce l’uso personale: per sapere, conoscere, entrare in contatto. Il fatto che il famoso motore di ricerca Google abbia lanciato, nell’ottobre scorso, un software per cercare i documenti là dove essi sono, indipendentemente nell’hard disk del proprio personal computer o nella rete, conferma che anche dal punto di vista dell’utilizzatore non fa più alcuna differenza: Pc e Rete, Rete e Pc fanno tutt’uno.
A maggior ragione quando si utilizzi delle connessioni a larga banda, le quali sono importanti non solo per la quantità di bit che possono riversarsi velocemente dalla rete, quanto perché prevedono quasi sempre una tariffa piatta e un collegamento sempre attivo: a quel punto il computer è strumento d’uso naturale, che si tratti di trovare le risposte ai quiz di Gerry Scotti come di consultare l’orario dei treni.
Ancora un salto tecnologico e siamo infine a questo 2004: è un salto senza fili, ma con la rete. Può esserci il cavo, ma può anche non esserci e l’oggetto che ci collega al mondo e agli altri nel mondo non è necessariamente il Pc: magari sarà un cellulare potenziato oppure un palmare che fa anche da telefono. Potrà essere in rete con tecnologie wireless tipo Wi-Fi, ma anche con le reti Umts di terza generazione. E l’aspetto colloquiale e ludico diventa eventualmente dominante, rispetto a quello strettamente lavorativo. Ma senza fili né cavi né cavetti sarà anche la casa: tutti gli apparati al suo interno devono essere tra di loro compatibili (amplificatori, televisori, radio, registratore, computer, cellulari) e tutti fruibili in maniera facile come se fosse un’unica rete casalinga. Il Media Center è la proposta e l’oggetto del desiderio eventuale dei prossimi acquisti natalizi, ma anche in questo caso i processi di integrazione sono appena agli inizi e presto diventeranno ben più spinti. E saranno comunque gli utenti a decretare successi e insuccessi delle scatole del lego multimediale di casa, anche se la guerra degli standard che già va emergendo rischia di compromettere i possibili buoni risultati. Guerra degli standard significa che ogni produttore cerca di valorizzare se stesso, rendendosi unico, ma come la storia dell’Internet dovrebbe avere ampiamente insegnato, una piattaforma tecnologica unica e aperta permette a tutti di crescere e diventa una vera autostrada anziché un groviglio di viottoli e sentieri recintati.


in Pensieri e parole, supplemento a “il manifesto”, novembre 2004
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