13.10.15

Ubbidire e tacere. Educazione dai Greci al Medioevo (Chiara Frugoni)

Donne e bambini: i cattivi da addestrare.
Il numero 23 del Quaderni 1983 della Fondazione Feltrinelli è dedicato alla storia e alla storiografia del costume educativo. Il contributo di Campese e Gastaldi tiene naturalmente fede al suo titolo: Immagini e pratiche educative della città antica, con un dettagliato resoconto del modi e del contenuti di quell’insegnamento. Ma il lato più stimolante di questo e degli altri saggi che seguono — si potrebbe dire il denominatore comune — è costituito dalle sfaccettature d’approccio al tema: infatti l’accento è messo soprattutto sul lato imprevisto, quello di solito più in ombra, anche solo nell’immediata percezione che il titolo lascia intravvedere dell’argomento.
Educare suggerirebbe un programma di segno positivo, ma può volere dire anche un allenamento al suo contrario. «Se la formazione del cittadino è l’obiettivo privilegiato, gli esclusi vanno anch’essi addestrati, innanzitutto ad interiorizzare l’esclusione. Sapere obbedire è parte integrante del ruolo assegnato loro». Fra gli esclusi è innanzitutto la donna. In Grecia il programma pedagogico tende a fare emergere il cittadino nella duplice funzione militare e civile. Lo specchio delle varie tappe evolutive sono le feste religiose, modellate sull'iter della magistratura; da qui, come è messo in rilievo, il carattere civico del culto, la mancanza di una casta sacerdotale istituzionale. Le feste religiose per le donne sono invece ritmate sulle tappe biologiche della vita. Lo scorrere del tempo comporta una evoluzione delle feste maschili che seguono il cambiare della sfera politica. Estremamente statiche sono Invece quelle femminili, ripetizione nella sfera pubblica del privato.
Il luogo della donna è sempre e solo il focolare, il raggio visivo, i famigliari che l’attorniano, ritualizzando i momenti fondamentali della vita, dalla nascita fino alla morte. I figli, piccoli, l’unico «momento pedagogico permesso».
Il bambino è però subito sottratto all’intimità delle nenie e delle carezze dalla speculazione filosofica, che nella ferma convinzione dell’innata cattiveria del bambino cerca di stabilirne l’origine e i modi per cambiare questo dato di fatto.
Il saggio di Mario Vegetti, Il bambino cattivo: un problema dell’antropologica storica si lega a quello di Vecchio, L’immagine del puer nella letteratura esegetica del medioevo, e di Nagel, Puer e pueritia nella letteratura medica del XIII secolo: il loro accostamento comporta una conclusione non esplicitata, ma resa possibile — grani di una medesima collana — dal filo cronologico che li lega: cioè che l’Antichità, nella riflessione teorica, aveva presente il bambino come tale, con la sua «animalità», una ragione non ancora svolta, e il preponderante spazio degli istinti. Questo comporta una gamma di soluzioni e di programmi diversi ma che non perdono mai di vista il «piccolo» dell’uomo. Il Medioevo no, è cieco: il suo bambino è soltanto una metafora e tutti i modi di espressione infantili, anche le virtù che il Vangelo riconosce — con sguardo affettuoso, che il Medioevo ignora — ad esempio l’innocentia, sono trasferite all’adulto, al monaco soprattutto che si appropria di quei valori, tappe di un programma ascetico.
Torniamo al saggio di Vegetti, che si sofferma sulla concezione platonica, aristotelica e stoica. Per Platone il bambino è cattivo, perché troppo immerso nella natura, privo di ragione. Però la sua indole è molle e plasmabile e quindi è possibile l’intervento costrittivo dell’anima che eserciterà alla fine il suo benefico controllo. Per Aristotele il bambino occupa il grado zero del processo evolutivo (e però rassicurante) che dal vivere secondo lo stato naturale porta a quello sociale. Il bambino, come il cavallo, non si può dire felice (la felicità è un’attività virtuosa):«a causa dell’età egli infatti non è ancora in grado di essere attivo in tale maniera; i bambini sono detti felici solo in vista di speranze future». Può però essere fatto oggetto di una attesa: se la sua imperfezione lo fa schierare dalla parte della donna e dello schiavo, si tratta tuttavia di una fase transitoria.
Più complessa, perché contradditoria, è la concezione stoica. Stabilito che la passione è il principio dell’errore e del male, i bambini, potenzialmente buoni, diventano però cattivi, identificando ben presto il bene con ciò che dà piacere. È la forza della persuasività delle cose esterne che induce al vizio. La difficoltà (se ciò è dovuto all’insegnamento, chi ha corrotto i corruttori?) viene risolta incolpando le madri e le nutrici con la loro educazione occulta, nel prolungare ad esempio lo stato prenatale nel piacere del bagno e dell’essere cullati, nell’ombra e nel brusio cantilenante in cui è tenuto il bambino. L’educazione però, maschile, può forse fare seccare questo seme di malvagità cosi presto inoculato.
Che il bambino finché può essere definito infante appartenga al dominio femminile, mi sembra la ragione del divario che la Nagel registra fra la molteplicità di prescrizioni indirizzate al neonato non ancora svezzato e il loro brusco cessare nella fase successiva, quando lasciano il posto ad una serie di prescrizioni etiche, perché i buoni costumi diventano il più sicuro presidio alla sanità del corpo. Mi sembra cioè che nella letteratura medica — anche se solo nel XIII secolo si può parlare di un’attenzione specifica alla salute del bambino — il medico rimane comunque il medico degli adulti: assume il punto di vista delle nutrici, la loro sapienza fatta di pratica esperienza e buon senso, quando deve colmare un vuoto, dato che il neonato non può essere sottoposto ad alcuna speculazione. Appena si apre lo spiraglio di una possibile elaborazione filosofica si registra un brusco cambiamento.
Un esempio può essere il complesso di regole di comportamento che comprendono anche il parlare: «la comunicazione orale ha infatti un valore ambiguo, è il mezzo della preghiera, della confessione, dello studio, ma anche il mezzo della dannazione dell’anima».
La custodia oris et linguae è il tema che ritroviamo, dominante, nel saggio di Carla Casagrande, dedicato appunto alle regole del parlare e del tacere del monaco. Questa mi sembra anche la ragione del diverso volto analizzato da Agrimi e Crisciani con cui il medico si presenta al suo discepolo, doctus et expertus, nella perpetua ricerca di un equilibrio fra scientia e ars, fra dottrina e pratica. «Nelle Practicae e nei testi del sec. XII il maestro non è padre, ma madre e nutrice. Quasi ad alludere ad una forma di insegnamento e di sapere ancora, o per definizione, inferiore, che richiama, nell’immagine, quelle cure materne che, attraverso l’età dell’allattamento e della dentizione «permangono fino all’età dell’electio e del discernimento razionale».
Un approccio moralistico nei confronti del bambino è ancora quello che si riscontra nella letteratura esegetica, nei commenti, nei sermoni, nelle omelie, basate su paesi scritturali, dato che non vengono mai sfruttati gli spunti positivi che nei Vangeli soprattutto ci sono in rapporto ai bambini, spenti dalla caparbia citazione paolina I Cor-14,20:«o fratelli, non siate fanciulli in fatto di senno; o meglio, quanto a malizia siate sì bambini, ma quanto a senno siate uomini maturi».
Per conciliare le due ottiche opposte (il fanciullo nel Vecchio Testamento rappresenta lo stato imperfetto, nel Nuovo Testamento è protagonista positivo proprio per la sua età) si fabbricano le virtù infantili, la semplicità e l’innocenza, virtù che finiscono allo stadio della parola, per l’immediata equazione: parola/peccato. Per san Girolamo il bambino può essere apprezzato, paradossalmente, per la sua «povertà»: è privo di passioni solo perché non è in grado di provarle; «l’innocenza dei bambini — dice s. Agostino — risiede nella fragilità delle membra, non nell’anima».
In ambito monastico però l’umiltà di Gesù Bambino arricchisce il vocabolario delle virtù proposte a modello. «L’accentuazione del tema dell’umiltà va di pari passo con uno spostamento di interesse dall’animo al corpo del bambino....; è la scoperta del corpo infantile, valorizzata dal fatto di essere stato anche il corpo di Cristo: nasce, in ambito soprattutto cistercense il culto di Gesù Bambino, Bambino, l’unico vero Bambino».
Proprio però l’eccezionalità di quell’infanzia mi sembra che restringa di molto il valore della scoperta, che né può servire da modello né aprire la via al recupero del bambino come oggetto in generale di interesse e di affetto: allo stesso modo, aggiungo ancora, il culto della Vergine si nega come paradigma possibile di naturali accadimenti, e non favorisce per questo il recupero del «femminile» isola di tutto il suo Sesso. Maria può essere venerata proprio perché respinge qualsiasi possibilità di confronto con l'umana vita delle altre donne.
La virtù che viene maggiormente in luce in ambiente monastico è l’ubbidienza infantile sì, ma con una palese forzatura dell’episodio di Gesù fra i dottori, che, viene detto, è lì per imparare e non per insegnare. Questa chiave di lettura può illuminare sul valore ambiguo che è attribuito alla parola (tramite fra uomo e Dio, ma nello stesso tempo occasione dì peccato), che ha portato ad una articolata codificazione di regole sul parlare e tacere; nel De istitutione novitiarum di Ugo dì san Vittore addirittura ad una retorica del parlare e ad una dell’ascolto.
L’opera «si presenta come un capitolo importante di una possibile storia delle regole del parlare e del tacere, nel quale si tenta di produrre, a partire dai valori monastici, un costume della parola che si vuole universale, valido in assoluto, per l’homo disciplinatus». Il proporsi un ventaglio amplissimo di interlocutori, partendo da un’ottica religiosa è la ragione allora dell’impressione che suscita il trattato di Vincenzo di Beauvais De eruditione filiorum nobiliorum (studiato da M.Pereira), catalogo di norme severe e «datate». Il processo educativo tracciato è in realtà per donne consacrate e non, come viene dichiarato, destinate al matrimonio.
Più che di educazione anticortese parlerei di una falsificazione di destinatario; quando Giordano da Pisa ad esempio in una sua predica raccomanda alle donne di «leggere dei buoni libriccioli» è ad un pubblico che deve essere in sintonia col destinatore dell’omelia quello a cui si rivolge. La mediazione libraria incappa nel pericolo dell’usura delle parole che, dice Agostino, «passano e perdono di valore e non sembrano nient’altro che parole».


“il manifesto”, 3 luglio 1983

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