27.8.14

Torino anni 60. L'immigrato motore della modernità (Alberto Papuzzi)

Articolo da “La Stampa” utile a ricordare un importante problema storiografico. La lettura del processo di trasformazione della città sulla spinta delle nuove presenze mi pare valida, ma la conclusione del pezzo è eccessivamente conciliante e, perciò, non corrispondente alla realtà dei fatti. Gli scontri di Corso Traiano (c'è tutta una letteratura coeva a ricordarcelo) non unirono, divisero; e non secondo le linee tradizionali. E le tensioni furono addirittura laceranti. Su quella giornata di lotta si divisero al loro interno persino il Pci e la Cgil. Non sono necessarie, per rendersene conto, accurate ricerche, basta sfogliare giornali e riviste del tempo: la stessa “Stampa” per esempio, che gli operai proprio da allora cominciarono a chiamare “la Bugiarda”; o, sul fronte opposto, i “Quaderni rossi”. (S.L.L.)

Che cosa sarebbe oggi Torino se non ci fossero state, nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, le grandi ondate di immigrazione meridionale? E non solo meridionale. Un colossale trasferimento di persone, culture, concezioni politiche, speranze e sacrifici. Che cosa hanno realmente significato nella vita della città gli afflussi massicci, alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, con i «Treni del Levante» e con il «Treno del Sole», di contadini, braccianti, sottoproletari e disoccupati, che in quella calca iniziavano un faticoso viaggio dentro il maggiore polo industriale italiano, tra alloggi di fortuna, disturbi psicologici e il ripetitivo tic della catena di montaggio?
Interrogativi che hanno avuto in genere risposte tradizionali, per cui il movimento migratorio è stato visto come lo specchio di un paese spaccato, e come un dato di emarginazione e povertà, non una chance ma un handicap, fonte di stravolgimenti. Ma non sono mancate letture trasgressive, che hanno individuato nel fenomeno una molla per la modernizzazione del paese, e un potente fattore di trasformazione della città verso nuove forme nella politica, nell'urbanistica, nella funzione dei partiti, nell'organizzazione sociale.
Fondamentale in questa linea l'uscita nel 1964 dell'inchiesta L'immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi, inequivocabile nella rappresentazione del fenomeno, e delle forze in campo. Avrebbe dovuto essere pubblicato presso Einaudi, dove però apparve troppo duro rispetto a soggetti come la Fiat o il Pci, per cui l'editore disse di no, dopo un drammatico consiglio editoriale (l'inchiesta sarà pubblicata e più volte riedita da Feltrinelli).
Su questo stesso fronte di ricostruzione, l'immigrazione come moltiplicatore di sviluppo, è arrivato nelle librerie Da Porta Nuova a corso Traiano (Bononia University Press, pp. 263, € 25) di Michelangela Di Giacomo, ricercatrice dell'Università di Siena, specializzatasi nella storia delle migrazioni. Sulla base di una sterminata massa di documenti, il libro propone l'immigrazione come motore di modernizzazione, prima che conseguenza di squilibri.
Non che l'immigrazione sia spogliata dei suoi aspetti più aspri e dolorosi. Il libro, per esempio, ricorda e cita diversi diari di operai giunti alla Fiat dal Sud. O raccoglie testimonianze direttamente dalla voce dei protagonisti di quelle irripetibili vicende. «In linea. Io stavo morendo in linea - confessa un'operaia. Una linea lunghissima, da impazzire». Un altro testimone: «Diventavo pazzo. C'era una giostra, una piccola linea che girava sempre». Di pagina in pagina si seguono i percorsi dei nuovi arrivati alla ricerca di lavoro: prima nei cantieri dell'edilizia, spesso in condizioni precarie, poi nelle «boite», le piccole officine, da ultimo alla Fiat, chi ce la faceva: «Quando finalmente, all'inizio del '62, sono stato assunto a Mirafiori mi sembrava di aver toccato il cielo con un dito: lo stipendio aumentava, non dovevo più considerarmi un precario, ma i problemi sono cominciati subito, perché io non ero abituato a quel tipo di organizzazione del lavoro».
Ma è proprio l'asprezza dell'inserimento, è proprio il rischio dell'isolamento, con la diffusione di microcomunità di immigrati, a spingere verso forme di partecipazione sempre più irruente e consapevoli, su nuovi obiettivi di grande impatto sociale. Sono gli immigrati meridionali a chiedere che ci si batta non solo per le tradizionali rivendicazioni operaie - salari, orari, qualifiche - ma anche per conquiste che riguardano le condizioni di vita dei nuovi arrivati nella città. In questo conflitto tra la vecchia aristocrazia operaia e il nuovo operaio-massa maturavano le esperienze da cui sarebbe uscita una nuova classe politica e sindacale.
D'altronde queste vite che si perdevano in un nuovo mondo, di due cose erano debitrici alla città in cui poteva capitare di vedere i cartelli «Non si affitta a meridionali»: innanzi tutto lì, comunque, si faceva il futuro del paese. Come si legge in una pagina della ricerca, «non saranno proprio quelle macchinette utilitarie che lui e i suoi compagni producono con i loro gesti ripetitivi che porteranno il benessere da Trento a Catanzaro?». La città delle fabbriche è anche la città del miracolo economico, che dal '53 registra crescita dei consumi, dai frigoriferi alle radio alle automobili. In secondo luogo, l'intera ricerca è immersa dentro il mondo del lavoro, per cui si registrano le diverse politiche con cui, in quindici anni, comunisti e socialisti, Uil e Acli, superando anche radicati pregiudizi, inseriscono progressivamente le frotte di immigrati nel mondo delle officine, e avviano una graduale ma efficace integrazione tra la condizione operaia, dentro la fabbrica, e i bisogni degli operai, fuori nella città. Non a caso il libro si chiude sugli scontri di corso Traiano, che videro una fusione tra le due alternative, per una nuova stagione politica e sindacale.


“La Stampa” 21 novembre 2013

I greci di Bruno Snell (Roberto Andreotti)

Caspar David Friedrich - Il tempio di Giunone ad Agrigento (1830)
Perché mai oggi dovremmo tornare a leggere Bruno Snell? La sua idea di Classico impregnata di universali è ancora operante dopo tanti anni, o invece è una moneta fuori corso o, tutt’al più, un inutile oggetto d’affezione? Che fondamento scientifico è ancora in grado di garantirci la sua ermeneutica «dagli effetti deformanti» – come ha lucidamente dimostrato Bernard Williams –, tesa a dimostrare che se i greci di Omero non riconoscono un certo elemento, allora questo «per loro non esiste»?: così, ad esempio, non avendo a disposizione corrispondenti termini lessicali, gli eroi omerici risulterebbero privi del concetto unitario di «corpo», di «anima», di identità personale; sarebbero incapaci di prendere decisioni; avrebbero «una esperienza etica primitiva, priva di moralità»...
Mettiamoci per un attimo nei panni di uno degli studenti che in questi giorni danno la maturità, il quale intenda proseguire nello studio delle lingue classiche per farne il fulcro del proprio sviluppo culturale, umano, professionale: a che altezza egli dovrà collocare l’ideologia archetipica e grecocentrica di Snell, trovandosi viceversa nella prospettiva di un Occidente ibridizzato che ha messo in discussione non solo l’‘univocità’ delle proprie radici, ma la stessa legittimità culturale delle radici?; e nel quale il Classico come matrice primigenia ed esemplare della cultura europea ha lasciato il campo a un ripensamento pluralistico dei modelli?
A provocare questi e altri interrogativi è la pubblicazione inattesa di un libro del celebre filologo tedesco (1896-1986), arrivato sulla scrivania giusto il giorno del Venerdì Santo: con un tramonto ad Agrigento di Friedrich su una veste dai toni bassi prettamente universitaria (sembrano xerox-copie anni ottanta rilegate). Dunque un fatto di ordinaria attualità, ma di un’attualità quasi senza tempo, stando alla dedica in frontespizio (omnibus qui studia classica amant), per la cui comprensione sarà
utile accendere perlomeno qualche lampadina di storia della cultura.
Il volumetto in questione riunisce per il lettore italiano due saggi di Snell mai prima tradotti: Noi e gli antichi Greci, Nove giorni di latino (Pàtron editore, a cura di Marilena Amerise). Si tratta di due testi di natura diversa, entrambi risalenti agli anni cinquanta. Solo il primo di essi, pubblicato in Germania nel 1962, è propriamente un saggio. La sua scansione – come correttamente dichiara l’autore – risale in parte a una serie di contributi precedentemente apparsi in rivista o ciclostilati: «Regole e libertà nella lingua»; «Osservazioni sulle teorie dello stile», sul relativismo storico delle esperienze e delle teorie estetiche; «Cultura generale e scienze naturali», sulla nozione occidentale di scienza come diretto frutto della filosofia greca; «Sviluppo di una lingua scientifica in Grecia», col graduale passaggio dal concreto all’astratto, e così via. A quell’epoca, specialmente in Germania, era molto attuale – per dirla con il discepolo Erbse – «la discussione sul valore dell’educazione umanistica», con inevitabili ricadute soprattutto nel campo degli studi classici. Snell, che aveva maturato progressivamente un punto di vista anti-hegeliano, e preso le distanze dall’influente «Terzo umanesimo» di Jaeger (come ha spiegato molto bene Diego Lanza), vedeva negli antichi Greci l’archetipo cui ricondurre parabole di «progresso e declino» e schemi di stili, linguaggi e soluzioni formali sentiti però come degli stadi evolutivi lungo un ideale vettore di sviluppo della civiltà, dove letteratura e arti figurative si rincorrano in un suggestivo ma rischioso testa a testa. Così, ad esempio, un cavallo fremente del Partenone sembrerà a Snell molto più «animato» di certe teste umane anticoegiziane, anche se i Greci – conclude con apprezzabile cultura pittorica –, non avevano ancora imparato a «sentimentalizzare» gli animali come farà, molti secoli dopo, Landseer. Ecco un passo abbastanza sintomatico del suo periodare: «Che un albero nella neve getti un’ombra blu, ciascuno oggi lo vede, ma quando io ero un bambino molti ancora lo contestavano ai pittori impressionisti. E così come questa parte di natura ha dovuto essere scoperta, tutto ciò che noi chiamiamo “natura” è stato acquisito alla consapevolezza umana nel corso della storia (…) La natura grande, libera, il paesaggio che solleva lo spirito, c’è soltanto da quando Petrarca per primo salì su un monte, il monte Ventoso in Provenza (…). La natura intesa come kosmos ordinato (…) solo da quando i filosofi greci la postularono…» (p. 68).
Sia tatticamente, sia stilisticamente (Erbse esalta la «chiarezza espositiva» di queste pagine, tanto più stranianti se paragonate a certo saggismo fumoso che ci tocca in sorte oggi), siamo insomma all’altezza dello Snell maggiore de La cultura greca e le origini del pensiero europeo, il famoso saggio uscito in prima edizione a Gottinga nel 1948 con un titolo ancora ‘hegeliano’: Die Entdeckung des Geistes, ‘la scoperta dello spirito’. Einaudi lo tradusse quasi sùbito, ma cambiandogli l’abito. Probabilmente lo spirito in copertina avrebbe creato perplessità e grattacapi, mentre gli inglesi se la cavarono con il meno compromesso Mind. Una risaputa sentenza dello stesso Hegel può aiutarci a fotografare, con un solo scatto, il background filosofico di quel fortunato libro: «Presso i Greci ci sentiamo subito in patria (heimatlich), perché siamo sul terreno dello spirito… Lo spirito europeo ha trascorso la sua giovinezza in Grecia: da ciò l’interesse di ogni persona colta per tutto ciò che è greco». Solo puntandogli una pistola alla tempia oggi si troverebbe qualcuno disposto a sottoscrivere quest’immagine.
Di tutt’altra natura, come detto, è il secondo dei testi tradotti in questa occasione, e cioè la sbobinatura di una serie di lezioni radiofoniche per il Terzo programma tedesco, tenute da Snell a partire dalla sera del Natale 1954, sull’importanza strategica del latino e su alcuni aspetti rilevanti della cultura letteraria latina, da Catullo alla retorica ciceroniana a Ovidio, fino ai Carmina Burana, con annessa piccola antologia di esempi. Anche qui l’attitudine alla limpidezza del dettato ci fa essere indulgenti su qualche inevitabile disaccordo storico-critico, ma le parti più attraenti per noi restano quelle in cui Snell si concede, sempre con stile, qualche spicchio di vissuto: il liceo Johanneum di Lüneburg frequentato da ragazzo, «dove sibilava la ghigliottina» della traduzione all’impronta («continua tu ora…»); la cosiddetta battaglia delle forme, cioè le gare di latino in classe prima dell’estate; i compiti a casa con l’aiuto del padre, psichiatra, che però sbagliava gli accenti e gli spiriti di greco…
Non abbiamo ancora detto come è nato questo Snell italiano proposto fuori stagione dai classicisti bolognesi: non è del tutto irrilevante per intuire che alone deve avere accompagnato il grande filologo tedesco nella sua lunga vita. Qualcosa trapela dalle pagine introduttive e si tratta, in perfetta sintonia con la philía che impregnava le sue ricerche, di una curiosa staffetta umanistica. La spinta a tradurre in italiano questi testi risalirebbe infatti allo stesso Hartmut Erbse (1915-2004), il discepolo di Snell. Erbse conobbe Snell nel ’37, rimanendone segnato per la vita, all’università di Amburgo, dove il maestro si distingueva anche nella resistenza al nazismo. Ormai vecchissimo Erbse ospitò a Bonn una giovane antichista italiana, Marilena Amerise appunto, che insieme a lui, quasi cieco, leggeva proprio queste pagine di Snell per migliorare il proprio tedesco. Nel frattempo è scomparso Erbse e infine anche l’ultima staffettista, prematuramente fotografata da sorella morte sulla soglia di un convegno pontificio – come ricorda il cardinal Ravasi nell’epicedio che apre il libro da lei così amorevolmente curato. Nessuno dei protagonisti di questa catena degli affetti si è dato cura però di sottoporre a una elementare verifica storico-critica i «valori» affidati tanti anni fa a questi testi: verifica tanto più necessaria in quanto la loro traduzione è destinata (anche) a lettori giovani e comunque lontani dalla temperie in cui essi furono concepiti.
La difesa strenua del Classico come umanesimo esemplare; la Grecia crogiolo dell’uomo europeo, e via dicendo, sono l’esito inconfondibile di una determinata ideologia della Storia che non può certo essere riproposta oggi tout court, senza dare conto almeno delle obiezioni scientifiche mosse le da autorevoli antagonisti come Lévi-Strauss o la scuola Gernet-Vernant-Detienne: a cominciare da quel «principio lessicale» che Williams ha smontato in pagine feroci e memorabili. Alcuni di questi dispositivi di Snell, ormai definitivamente disinnescati, ‘tornano’ nelle pagine ora svelate al lettore italiano. Per esempio le dimostrazioni lessicali a proposito della ‘conquista’ dell’astratto, o sulle origini della congiunzione causale, in greco; o ancora, quando si pretende di abbozzare una teoria universale delle arti che arrossirebbe se affrontata anche solo alle pagine iniziali di Arte e illusione.
Si potrebbe obiettare che qui in fondo lo scopo dei ragionamenti è tutto nobilmente proteso a tutelare l’appannaggio della tradizione classica nella scuola (allora) moderna, vale a dire a difendere l’architrave dell'«uomo occidentale» (commovente la pagina di Snell sull’influenza esercitata dal Timeo di Platone sulla giovane mente del grande fisico quantistico Werner Heisenberg). Non ci troviamo forse anche noi, oggi, nella condizione persino più drammatica di dover salvare l’insegnamento a scuola del greco, del latino e della storia antica? Molto difficilmente però la classicità smagliante di Snell, così univoca e archetipica, avrebbe qualche chance di essere recepita e metabolizzata in un quadro di saperi dove la nozione stessa di uomo occidentale – o quanto meno quella a cui si riferiva quella generazione – è andata in frantumi. Né i testi letterari e filosofici che Snell con trasporto encomiabile ha studiato e in alcuni casi fissato in valorose edizioni, possono essere considerati dei preziosi gioielli per così dire astratti dalla storia; la cui bellezza e verità sia arrivata misteriosamente intatta sino a noi dopo avere solcato le onde del tempo (per usare una formula schematica: storicità vs esemplarità). È probabile che un pregiudizio anti-marxista sbarrasse al filologo pensante Snell l’accesso a tutta una serie di acquisizioni, dall’antropologia alla linguistica, che poi di fatto avrebbero modificato sin dalle fondamenta il glorioso edifico ottocentesco delle Scienze dell’antichità, e perciò anche la definizione di Classico nel panorama epistemologico del dopoguerra.
Oggi che si sono raffreddati i furori ideologici, e depurati certi eccessi di autoreferenzialità, possiamo valutarne meglio esiti e guadagni. La lettura ‘anacronistica’ di questo libro di Snell riporta indietro le lancette, e ci fa sedere per qualche ora, in piena Guerra fredda, in un confortevole salotto borghese tedesco le cui finestre siano rimaste chiuse da allora. In garage ci sarà ancora parcheggiato un indistruttibile Maggiolino VW, o più probabilmente un’elegante berlina con la stella a tre punte. Se non ci facciamo stordire dalla macchina del tempo, possiamo portarci a casa l’insegna e ricominciare daccapo: I greci e noi è ancora un buon programma di lavoro.


Alias 2 luglio 2011

Ballata triste di una tromba. La morte di Ninì Rosso (Gloria Pozzi)

Quel che segue è un “coccodrillo” per Ninì Rosso: ne rammenta i successi di trombettista e alcune passioni. Al mio paese natìo, Campobello di Licata, c'è ancora memoria della sua entusiastica ed entusiasmante partecipazione a una “Festa dell'Unità”, nel 1977. Non si limitò ad eseguire i più noti successi, ma con la tromba e con la voce esibì il suo antico impegno partigiano, proponendo tutto il proponibile, da Bella ciao a Soffia il vento, da Bandiera rossa all'Internazionale. Dopo l'esibizione, con il cuore riscaldato dall'affetto e dall'afflato dei compagni, si trasferì allo stand gastronomico ove aiutava a preparare e a distribuire i panini con le quaglie arrosto, caratteristici di quella festa. 
Io non c'ero, ma fui testimone di uno scontro tra quelli che volevano chiamarlo anche per il 78 e quelli che preferivano variare l'offerta spettacolare. Questi ultimi – di stretta misura – riuscirono in maggioranza. (S.L.L.)

ROMA
Il trombettista Nini Rosso è morto ieri a Roma, al Policlinico Gemelli. Aveva 68 anni. Un mese fa si era sentito male in montagna. Dopo le prime cure si era scoperto che aveva un tumore al polmone. Lascia la moglie Silvia e due figlie, Beatrice e Angelica. I funerali, domani a Roma, alla chiesa degli Artisti. Nini Rosso, ovvero Raffaele Celeste Rosso, nato a Mondovì , era soprannominato "tromba d'oro". Qualcuno per descrivere il suo talento con una sola parola aveva coniato il termine "trombautore", ovvero trombettista e autore. E qualcun altro, senza volare troppo di fantasia, lo chiamava "Mister Silenzio", identificandolo con il suo più grande successo discografico del '65, "Il silenzio", appunto, oltre 10 milioni di copie vendute nel mondo. Lui, sorridendo dietro i baffoni da tricheco, era pronto a sostenere: "La tromba sono io, è una parte di me, c'è il mio fiato lì dentro. E' uno strumento sublime, il canto elevato a potenza".
Nini Rosso aveva imparato a suonare la sua magica tromba all'oratorio (ma poi s'era diplomato al Conservatorio). E la sua passione era il jazz. "Si può dire che io sia nato con la musica. Nel settembre del '26 a Torino, i miei abitavano sopra un night, l'Imperiale: mia madre mi partorì in mezzo alle prime note jazz che risuonavano in città", raccontava. Un diploma da maestro elementare chiuso in un cassetto e una giovinezza coraggiosa da partigiano sulle montagne con la brigata "Giustizia e Libertà " (la stessa di Giorgio Bocca, quella capitanata da Ferruccio Parri), s'era fatto le ossa con il quintetto swing di Attilio Donadio e con l'orchestra di Gaetano Gimelli. Il suo idolo era Louis Armstrong. L'amore per il jazz lo condivideva, tra gli altri, con Fred Buscaglione e Piero Angela (che in giovinezza, prima di lanciare in tv il suo “Quark”, faceva il musicista con lo pseudonimo di Peter). Per poi ottenere, nel '48, un contratto con l'Orchestra Rai di Torino: tromba solista con il maestro Angelini. La sua specialità: il sovracuto.
Nel '57 entrò a far parte del complesso di Armando Trovajoli. E' del '61 il suo primo, grande successo "leggero": La ballata di una tromba. Così divenne conosciutissimo anche dal grande pubblico. Anche per via delle partecipazioni a trasmissioni tv come "Studio uno" e "Sabato sera". Con la sua voce roca duettò, allora, anche con Mina (per Due note). Fu di scena a vari Cantagiro e Festival di Napoli. Oltre ad apparire in film con Gianni Morandi e con Rita Pavone. La sua popolarità in Italia ebbe il suo apice sul finire degli anni '60 con il pezzo Il volo del calabrone. "La musica strumentale è considerata in Italia di serie B", s'era poi trovato a rammaricarsi mentre andava per il mondo in tour, soprattutto in Giappone (dove tuttora è una vera star) e in Germania (fu in testa alla hit parade nel '79 con Trumpet dreams): era diventato la più famosa tromba italiana all'estero. Nel corso della sua carriera conquistò svariati dischi d'oro e di platino. E' del '93 una raccolta dei suoi più grandi successi: Masterpieces. Per hobby, costruiva modellini di navi e collezionava uccelli imbalsamati, farfalle e maschere, ma anche fumetti, locandine del cinema muto, bastoni, bambole, soldatini...


Corriere della Sera, 6 ottobre 1994

26.8.14

Marlene Dietrich. Ritratto di una diva imprendibile (Tullio Kezich)

Marlene Dietrich con Emil Janning in "L'Angelo azzurro"
Tra Gozzano e Pirandello. L'indimenticata Lola-Lola nell'interpretazione del grande critico triestino.(S.L.L.)
Marlene Dietrich in "Gigolò" 
Era bugiarda la bella berlinese?
«Allo sfiorire della sua stagione / disparve al mondo, sigillò le porte / della dimora e ne restò prigione. / Sola col tempo tra le stoffe smorte, / attese gli anni senza amici, senza / specchi celando al popolo, alla corte / l'onta suprema della decadenza...». I versi che Guido Cozzano dedicò alla vecchiaia della Contessa Castiglione tornano in mente di fronte al lungo tramonto di Marlene Dietrich superstar, asserragliata con i suoi ricordi fra le mura di un appartamento parigino. Vi è penetrato un paio di anni fa Maximilian Schell, che dalla ex-diva riusci a ottenere un lungo colloquio registrato, ma neppure un'immagine. Sicché il film Marlene è l'unico documentario su un vivente in cui il «personaggio io» non compare; e anche le risposte all'intervista, pur arpeggiando sulle abituali corde del sarcasmo, non sfuggono alla ripetitività di una terna svogliata: «Ja», «Nein», «Quatsch» (sciocchezze).
Il 27 dicembre prossimo Lola-Lola compirà 84 anni, la sua nascita essendo ormai retrodatatale con certezza dal 1904 al 1901. E' l'età in cui nella cucina segreta dei giornali si ha diritto al «coccodrillo», cioè all'elogio funebre preconfezionato; e il coccodrillo di Marlene è del tipo imbalsamato, cioè non suscettibile di aggiornamenti. La sua vicenda artistica è esaurita, non può succederle altro. Dopo aver sfidato il tempo fino all'estremo limite della resistenza, la stella in qualche modo si è spenta; non recita più, non canta, non si mostra in pubblico. L'ultima apparizione sullo schermo gliela strappò a suon di dollari David Hemmings regista del film Gigolò (1978): un volto mummificato, immobile nella penombra, da cui una voce d'oltretomba sortiva per accennare le parole di una canzone in tedesco. Il congedo spettrale di una grande femmina che resta tra le figure misteriose del secolo. Nonostante tutto quello che si è raccontato di lei e l'accattivante franchezza dei suoi scritti (dal vecchio Abc di Marlene Dietrich all'autobiografia, ora disponibile anche in italiano), la verità sulla Dietrich è difficile da stabilire. Come memorialista, più sembra autentica, disarmata, sempliciona, più il lettore la scopre reticente, elusiva, bugiarda. A momenti, le sue pagine sembrano addirittura il diario di una schizofrenica. Il mondo ha visto in lei una Circe? Marlene se la gode a rappresentarsi come bambina timida, solitaria, perfino brutta; e via via violinista frustrata («non sarei mai diventata concertista»), allieva qualunque di una scuola di teatro («non ero granché»), tranquilla, agli esordi professionali solo se i ruoli erano piccoli. In grado dì cantare «un pochino».
Com'è scaturito da questa vieta mammola il devastante erotismo di Lola-Lola, capace di strappare chicchirichì da galletto impazzito al più austero rappresentante del corpo insegnante? Come mai da una vocazione di «Hausfrau» (o casalinga quieta) è saltato fuori il monumento della «Hure», la donnaccia rovinafamiglie? Per scherzo, sembra insinuare Marlene, o per caso. Tant'è vero che quando recitò una particina in Il vaso di Pandora, ai tempi delle notti di Berlino, il personaggio emblematico di Lulu la peccatrice la interessò così poco che non afferrò neppure il soggetto del dramma di Wedekind.
E quando in una rivista fece con un'altra attrice il numero delle Dolly Sisters, quasi non si accorse che si trattava di una parodia del rapporto lesbico, reso attuale dal successo di La prigioniera di Bourdet. E anche a Hollywood, quando il pigmalione Josef von Sternberg la mise «in frack und zylinder» al centro di un night club esotico e le fece baciare sulla bocca una spettatrice con gesto inequivocabilmente androgino, lei continua a dire che fu un gioco. O un caso.
Del resto Marlene non si considerava attraente né per uomini né per donne. E non si piaceva: le famose cosce esibite da Lola-Lola le davano solo il fastidio di sentirsi troppo grassa. Dalle sue confessioni emerge costante una scissione di personalità: da una parte la vamp provocatrice e arrogante, gambe divaricate e gola profonda; dall'altra una signorina di buona famiglia e ottima educazione, moglie fedele, madre e nonna esemplare, cuoca perfetta.
O tutto con una perpetua e dispettosa voglia di anticonformismo: lo scoppio della prima guerra mondiale la sorprende ragazzina innamorata della sua insegnante di francese; durante la seconda il Terzo Reich la proclama ufficialmente nemica della patria. E infatti lei dichiara di aver odiato un solo essere umano, Adolf Hitler, ma in realtà ne ha amato poco anche altri. Fra gli esemplari maschi salva ben pochi: il rispettatissimo marito Rudolf Sieber, von Sternberg, Hemingway, David Niven, Spencer Tracy e il «favoloso» George Raft. Per molti altri scocca giudizi impietosi. Max Reinhardt? Uno che millantò di essere il suo scopritore senza averla mai vista. Jannings? Uno psicopatico. Maurice Chevalier? Un fessacchiotto. John Wayne? Un pessimo attore, che dichiarava di non aver mai letto un libro. Ronald Colman? Lasciamo perdere. E Jean Gabin, che voleva sposarla, si comportava come un bimbo senza mamma.
Di veritiero in queste confessioni c'è senza dubbio il tremendo ascendente, al limiti del plagio, che ebbe sulla bella berlinese quel von Sternberg austriaco crudele, di cui si ricorda la battuta tradizionale con cui dava riposo alla troupe: «Zigarettenpause! Miss Dietrich piange!». Sui loro rapporti autentici (fu una osmosi artistica? fu un grande amore? quali furono i veri motivi della separazione?) Marlene racconta poco. Sa invece rispecchiare in modo plausibile l'atmosfera della «fabbrica dei sogni» negli anni Trenta, quando i cineasti lavoravano per creare grandi fidanzate di celluloide destinate a tutti i popoli della terra. Poiché i centimetri di pelle esponibili erano attentamente razionati, costumisti e fotografi dovevano impegnarsi alacremente sul terreno della bizzarria e dell'allusione. Non si parlava ancora di sex symbols, come accadde per Marilyn Monroe, quando le dive cominciarono ad avere la licenza (e più avanti l'obbligo) di spogliarsi. Ai tempi della Dietrich (e della Garbo, della Harlow, della Lombard...) le belle dello schermo erano soltanto Glamour Girls. E, come Marlene fa enunciare con estrema proprietà all'ammiratissima Mae West, «dovevano fare tutto con gli occhi».
Gli storici del cinema, come già i critici, sono divisi nel giudicare il talento di Marlene: personaggio di dimensione mitologica, fu anche (almeno qualche volta) buona attrice? Pur vantando la propria disponibilità e professionalità, 1'interessata propende modestamente per il no. Come artista si giudica piccola piccola. E lascia intendere che quello della diva fu per lei un travestimento indossato con buona grazia e costante senso dell'umorismo. Altri diranno, invece, che fu la realizzazione di un suo desiderio inconscio, una specie di destino.
Sui segreti di Marlene continueranno ad esercitarsi a lungo gli studiosi dei fenomeni di costume del XX secolo, ma forse l'anziana signora di Parigi non sa più nemmeno lei dov'è la verità. Da Gozzano ci ritroviamo in pieno Pirandello... Una buona battuta di congedo da suggerire a Marlene potrebbe essere: “Io sono colei che mi si crede”.

"la Repubblica", 27 ottobre 1985

I "bon mots". Una lettera di Alberto Arbasino al "Corriere della sera"

Forte e motivata reazione epistolare di Arbasino a un titolo assai corrivo del "Corsera". Contiene un'acuta interpretazione di Flajano. Da leggere
Alberto Arbasino
Viene la tristezza, vedendo che in un titolo del "Corriere" (4 novembre) i "bons mots" di Ennio Flaiano sono definiti "battute al veleno", mentre erano scherzi e giochi leggeri nell'aura vivace della Dolce Vita. Vengono parecchie tristezze: perché Flaiano era tutt'altro che velenoso. Era spiritoso e melanconico insieme, come tutti i veri caratteri ironici, a incominciare dal suo prediletto Jules Renard. E perché tristissime appaiono le epoche dove il "sense of humour" viene ridotto alla "battuta", volgare e spendibile. Oltretutto, in tempi di tanti cyber e computer, usare ancora strumenti decrepiti come il veleno o il vetriolo è roba da Carolina Invernizio.

Corriere della sera, 8 novembre 1995

L'Umbria dei vitalizi. Un privilegio da abolire (S.L.L.)

Una vecchia foto dell'aula consiliare
nel palazzo Cesaroni di Perugia,
sede della Regione Umbria
Vi racconto una storia non recentissima (un anno fa all'incirca, o poco più), ma tuttora degna di attenzione, quella dei “vitalizi” dei Consiglieri emeriti della Regione Umbria.
La cosa nacque molto tempo fa, al tempo – credo – della Prima Repubblica e sospetto che avesse molti padri, di molte fedi politiche: imitava un meccanismo analogo in vigore alla Camera e al Senato e trovò i consensi necessari in tutte le regioni.
La legge che la istituiva, in Umbria come altrove, aveva il suo perno nella “mutualità”, cioè nel sostegno reciproco tra i consiglieri regionali: si tratteneva una quota dall'indennità mensile e con essa si costituiva un Fondo, con il quale si sarebbero pagate le “pensioni” dei Consiglieri anziani non rieletti, con un meccanismo che prevedeva la giusta età di accesso e una sorta di “reversibilità” a favore del coniuge superstite o di altri eredi indicati dall'interessato. Le finanze regionali sarebbero intervenute solo se fossero mancate le risorse, ad integrare il fondo. La cosa, com'era prevedibile, accadde dopo qualche legislatura e divenne una prassi fin dagli anni Novanta. Da allora in poi sono state necessarie successive “rimesse” fino a inserire stabilmente il Fondo tra le voci passive del bilancio regionale. La percentuale di contribuzione dell'Ente peraltro è andata progressivamente aumentando fino a superare ampiamente il cinquanta per cento.
Le ragioni di tutto ciò si intuiscono facilmente: il numero di consiglieri che paga è sempre quello, il numero di quelli che percepiscono aumenta ad ogni legislatura, anche per l'allungarsi della durata media della vita e per il meccanismo di reversibilità.
Era nei poteri della Regione una simile normativa? E' cosa dubbia. L'Ente può sicuramente farsi garante di alcune forme di mutualità e dunque l'integrazione del fondo può essere fatta rientrare tra i suoi compiti (a parte i difetti di moralità e di stile di una provvidenza di cui beneficiano gli stessi consiglieri regionali e che non ha alla base un vero bisogno sociale). Gli “amici del vitalizio” aggiungono che le integrazioni che nel tempo sono state deliberate non costituiscono affatto conflitto di interesse, perché esse non riguardano i consiglieri in carica, ma quelli usciti dal ruolo.
Il ragionamento avvocatizio sembra filare, ma c'è nelle leggi nazionali un divieto di aumentare “in qualsiasi forma” emolumenti e provvidenze destinati ai Consiglieri regionali e queste norme bellamente lo aggirano.
C'è da aggiungere una notazione. I consiglieri regionali vecchi non resterebbero nella penuria e nell'indigenza senza “vitalizio”: dispongono di copertura pensionistica a prescindere. Ciascun consigliere regionale, secondo la condizione di origine (lavoratore dipendente, libero professionista, imprenditore, giornalista ecc.), versa contributi figurativi per la propria pensione all'Ente competente e non perde neanche un giorno di anzianità pensionistica.
A questo punto la domanda sorge spontanea: ma, dopo le denunce e gli scandali degli anni scorsi, i vitalizi umbri non erano stati aboliti per effetto di una legge dello Stato?
Sì, sono stati aboliti. Ma questo, paradossalmente, aumenta i costi per il bilancio della Regione. I vitalizi aboliti riguardano gli attuali componenti del Consiglio Regionale, ma non sono quelli già in godimento, né quelli maturati nelle passate legislature. Insomma le cose sono cambiate addirittura in peggio: i Consiglieri regionali in carica non hanno le trattenute e la Regione paga tutto. Un risparmio, ovviamente, ci sarà in futuro, tra 25 anni all'incirca; ora come ora la spesa risulta quasi raddoppiata e viene sottratta alla spesa sociale (per esempio al fondo per i non autosufficienti, che è stato tagliato quasi completamente proprio in soccorso degli ex consiglieri regionali).
L'anno scorso un gruppo di associazioni, Libera, Lega Ambiente, Cittadinanza Attiva, e una confederazione sindacale, la Cisl, presentarono una petizione per una vera abolizione: in tempi di “esodati” e di persone costrette a lavorare fino a 67 anni per poter andare in pensione un tale privilegio, in altri tempi tollerato, appariva giustamente insopportabile. La Cgil non aderì, forse frenata da una tradizione per cui i suoi dirigenti divengono consiglieri regionali (ma Brutti, Mariotti e Galanello, gli ex dirigenti Cgil oggi a Palazzo Cesaroni per la prima legislatura, non avranno vitalizi).
La petizione prevedeva la fine immediata di ogni erogazione, previa la restituzione delle trattenute versate dai consiglieri, aumentate degli interessi legali nel frattempo maturati, per i Consiglieri che non avevano avuto accesso al vitalizio e la restituzione della differenza per quelli che non avevano ancora recuperato tutte le somme versate. Tale spesa peraltro riguarderebbe non molte persone e inciderebbe sul bilancio di un solo anno, rimanendo comunque inferiore a quella prevista per i vitalizi. Insomma già il primo anno ci sarebbero risparmi per iniziative di sostegno a chi, nella crisi, ha veramente bisogno; e per gli anni successivi si tratterebbe di milioni.
Il Consiglio Regionale umbro, tuttavia, facendosi forte di un parere dei consulenti legali che lo stesso Consiglio paga, ha risposto picche. Hanno detto che si tratta di diritti acquisiti e inalienabili degli ex consiglieri e dei loro eredi. Nell'audizione un consigliere berlusconiano se ne è addirittura uscito con insulti e vaghe minacce.
In verità neppure altri consigli regionali d'Italia sottoposti ad analoga sollecitazione hanno risposto positivamente, ma in Friuli e in Puglia hanno almeno deciso di togliere i “vitalizi” ai condannati in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione, dimostrando nei fatti che non si tratta di diritti indisponibili, ma di privilegi che è possibile abolire, se si vuole.
Per ora, insomma, i “vitalizzati” fanno salti di gioia per lo scampato pericolo, anche se le associazioni proponenti intendono trasferire la campagna sul livello nazionale.
Piccolo corollario, gli improperi di un ex consigliere regionale, percettore di vitalizio, verso l'esponente di una delle associazioni che hanno proposto la petizione, suo amico: “Vergognatevi!. Questo è qualunquismo della peggiore specie. Questo alimenta l'antipolitica. Quando ho accolto la proposta del mio partito di candidarmi alla Regione, l'ho fatto perché sapevo che c'era il vitalizio. Senza non avrei accettato”.

Ma va!   

25.8.14

La poesia del lunedì. Sergio Pasquandrea

devozioni

I morti a cui ho voltato le spalle
non conoscevano altro cielo
se non quello che li inzuppava
o gli cuoceva le spalle.

Non sono sicuro se pensassero
di abitarlo un giorno – o se
gli bastasse incrociare le braccia
nel silenzio della terra.

Avevano palmi spessi
ossa curvate verso il basso
e i loro occhi decifravano
alfabeti che non ho mai imparato.

Da “gusci di noce – blog di poesia (di Sergio Pasquandrea)”

guscidinoce.wordpress.com   

1929. “Uomini che diversamente sentono”. Benedetto Croce e Franco Antonicelli (S.L.L.)

Una foto di Franco Antonicelli negli anni Cinquanta del 900
Così il 24 maggio del 1929 Benedetto Croce, in un suo discorso poco ricordato anche nell'Italia repubblicana, intervenne alla seduta del Regio Senato, che aveva all'Ordine del giorno la ratifica del Concordato con il Vaticano: “Come che sia, accanto o difronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati, o le mancassero!”.
La stampa di regime non pubblicò brani del discorso, ma non tacque la notizia del voto contrario del Croce e pochissimi altri, anzi ne approfittò per scagliare insulti e contumelie contro il filosofo liberale e contro tutta la vecchia classe dirigente liberale, nostalgica del “vieto anticlericalismo”. Non è escluso che la campagna fosse legata alla richiesta di una più decisa fascistizzazione dell'Università e della stampa, attraverso quella che era chiamata “ripulitura degli angolini”, cioè l'allontanamento di figure legate alla tradizione liberale. A Torino, per iniziativa di Franco Antonicelli, fu inviata una lettera di solidarietà a Croce, assai polemica con il regime. A firmarla furono soprattutto giovani antifascisti di sentimenti liberali come lo stesso Antonicelli, Massimo Mila e Ludovico Geymonat, ma anche il professore Umberto Cosmo, cattolico e prestigioso dantista, per molti – incluso Gramsci - un maestro.

Antonicelli, che aveva appena 21 anni, fu arrestato subito, il 31 maggio, e condannato dal Tribunale speciale a un mese di carcere e tre anni di confino, poi condonati. La reazione sproporzionata a un episodio marginale di dissenso, che di certo non poteva avere seguito, si spiega con un attacco diretto a Mussolini presente nella lettera. Il Duce aveva partecipato in prima persona alla campagna contro Croce: con argomenti che ricordano quelli che i renzisti di oggi usano contro l'intellettualità lo aveva accusato di non volere la conciliazione tra gli italiani, di non desiderare il progresso della nazione (oggi si direbbe “gufare”), di opporsi per difendere i privilegi dei vecchi; lo aveva bollato come un “imboscato della storia”. 

Percentuali bulgare (S.L.L.)

Seggio elettorale in Bulgaria
In relazione a certe elezioni o votazioni plebiscitarie è ancora in uso l'espressione “percentuali bulgare”, residuo dei tempi del comunismo nell'Europa dell'Est. Pare che in Bulgaria, più ancora che nell'Urss e in altri paesi del “campo socialista”, le liste di partito ottenessero successi clamorosi, il 97, il 98 o addirittura il 99 per cento, non si sa bene se per effetto di un entusiastico consenso popolare, di un obbligo stringente o di una qualche manipolazione. Quelle percentuali tuttavia, per quanto alte, non battono le performance in alcune regioni del Partito Nazionale Fascista alle elezioni generali che si svolsero il 24 marzo 1929. Si votava per una lista unica di 400 candidati nominati dal Gran Consiglio del Fascismo. I voti favorevoli alla lista furono 8.517.838 pari al 98,6% dei voti validi (8.661.820), che a loro volta furono l'89,9% degli iscritti nelle liste elettorali (9.682.336). Ma in alcune regioni il numero dei votanti superò il numero degli iscritti. Così in Basilicata votò il 103,7 % e in Calabria addirittura si raggiunse il 105,86% per cento. Spiegazione: non era stato possibile tenere lontana dal voto una massa di emigranti rientrati e ben decisi a dare il loro sostegno al governo del Duce.


Fonte: Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia Moderna, Volume Nono: Il Fascismo e le sue guerre, Feltrinelli, 1981

Il furfante Jonathan (Beniamino Placido)

La recensione di un romanzo settecentesco e la digressione sulla figura del protagonista si trasformano nell'invenzione e nell'elocuzione di Beniamino Placido in un brillante apologo, che aiuta a individuare le differenze tra “civiltà” e “barbarie”. A suo dire i banchieri (e i loro amici ministri) sarebbero sì dei ladroni, ma civilizzati, e questo li renderebbe di gran lunga migliori degli altri ladroni. Forse a leggere dentro i percorsi dell'ultima crisi capitalistica e dentro i percorsi finanziari delle grandi mafie, si arriva alle conclusioni che lascia trasparire il professore Giuseppe Carlo Marino nel suo Globalmafia (Bompiani, 2011): alcuni confini sono stati abbattuti e le distinzioni del passato sono quasi scomparse. (S.L.L.)
Henri Fielding
Imbarazzante per i lettori di ieri, la lettura del romanzo settecentesco Jonathan Wild, il Grande, di Henry Fielding, che Bompiani ripubblica nella vecchia traduzione di Carlo Izzo con una nuova introduzione di Sergio Perosa (pagg. 225, lire 6.500) può risultare sconcertante (se non addirittura «pericolosa») per il lettore di oggi.
Sono stati letterati illustri e avveduti dell'Ottocento, come Walter Scott, Coleridge, Byron, a trovare questo libro «imbarazzante». Senza peraltro riuscire a spiegare né a se stessi, né a noi, le ragioni del loro «imbarazzo».
Ridotta all'osso, e con un po' di audacia, la questione si può porre così. Jonathan Wild è un romanzo estremamente imbarazzante, ieri come oggi, perché non è Ali Babà e i quaranta ladroni.
Riflettiamoci sopra un attimo. Il fascino di quella incantevole novella da Le Mille e una Notte non è nella formula magica che schiude (e richiude) la porta della caverna dei briganti: «Sesamo, apriti». Pensiamoci bene, e magari rileggiamo il racconto. La sua forza persuasiva, rasserenante, risiede nel fatto di essere il rituale di fondazione di una civiltà mercantile.
Alì Babà ruba. Ma ruba a dei ladri. E non ruba per continuare a rubare. Ruba per avviare un esercizio commerciale a vantaggio del figlio (i particolari li lasciamo, naturalmente, da parte). Alla grotta nel bosco si sostituisce la bottega in città. Al brigante si sostituisce il mercante. Il narratore de Le Mille e una Notte non nega che fra queste due figure sociali ci sia qualcosa in comune (Ali Babà è un po' bricconcello anche lui). Ma non ha dubbi nell'accordare la sua preferenza. Al furfante preferisce il mercante.
E Fielding, invece? Fielding, non si sa. Non è chiaro. Non si capisce bene. Karl von Clausewitz diceva che la politica è l'arte della guerra, continuata con altri mezzi.

Recupero oggetti rubati
Nel pieno di una civiltà mercantile in espansione (e in presenza di una rivoluzione industriale incipiente), Fielding dice spiega sostiene — in questo romanzo — che fra il furfante e il mercante e il politicante non c'è mica poi tanta differenza. L'arte dell'uno è la «continuazione» di quella dell'altro. Le stesse «virtù» che servono alla fortuna di un ladro possono servire al successo di un primo ministro (il Primo Ministro al quale Fielding si riferisce è il molto chiacchierato Walpole, in carica dal 1715 al 1717 e poi dal 1721 al 1742). È vero: l'autore di Tom Jones e di Amelia ha anche qui un tono sempre ironico e irridente. Scherza sempre. Ma talvolta si ha proprio 1' impressione che faccia terribilmente sul serio. Si chiede: è proprio sicuro che Alessandro Magno, con tutto quello che ti ha combinato, era meglio del mio Jonathan Wild, il Grande? Se Fielding si pone (ci pone) la domanda, è — naturalmente — per rispondere di no. Anzi, per aggiungere che se un'alternativa c'è, è un'alternativa crudele. Si può essere o Grandi senza bontà o Buoni senza grandezza. «Tertium non datur». In mezzo non ci si sta.
Grande, grandissimo — e quindi _ cattivissimo — è Jonathan Wild, personaggio realmente esistito in quella Londra del primo Settecento che noi ci immaginiamo (ed effettivamente era) formicolante di briganti e di furfanti, di ladri e di puttane, di mantenuti, di manutengoli, assassini, tagliaborse, ricettatori, ricattatori, impiccati e impiccatori. Fra queste figurine tutte simpatiche, anzi irresistibilmente deliziose ad incontrarle nella pagina scritta (ma chissà poi ad averci a che fare nella vita reale) Jonathan Wild ci sguazza. Anzi, ci costruisce sopra addirittura un piccolo impero. Un'impresa commerciale. Un'Agenzia per il recupero non degli oggetti smarriti, ma degli oggetti rubati.
Ti hanno rubato — a te fortunato abitante di quella Londra settecentesca — un gioiello, una tabacchiera, un bastone da passeggio (sembrano i furti più frequenti)? Bene, rivolgiti con fiducia alla benemerita Agenzia di Jonathan Wild. Lui non sa niente, naturalmente. Ma per farti un favore, si informerà. Vedrà cosa si può fare. Cercherà di riscattare gli oggetti. Rivolgiti a lui. Con fiducia, tanto è lui stesso che li ha fatti rubare. Dai suoi uomini di fiducia. E per sé, cosa vuole? Niente, quasi niente: un regalino, una percentuale minima del valore dell'oggetto rubato (e recuperato).
E' forse ricettazione, questa? No, è pura filantropia. La legge non ha niente da dire. Finché non si scaltrisce, la legge, finché non vengono emanate disposizioni più penetranti, più severe, che definiscono anche questa come ricettazione: e per il nostro Jonathan è finita.
Sarà impiccato nel 1725. Ma non prima di aver spedito a sua volta sulla forca più di un compagno sospetto di scarsa fedeltà. Non prima di aver insidiato e rovinato la pacifica esistenza familiare del suo amico (si fa per dire) Heartfree — la vera antitesi di Wild, un Buono senza grandezza. Non prima di aver soggiornato nel famoso carcere di Newgate (famoso anche per tutta una letteratura ribaldesca scritta dagli ospiti di questa benemerita istituzione) costituendo lì dentro altre bande, provocando altri scontri, allacciando altre alleanze (la turbolenza carceraria, come si vede, ha una lunga storia).
Non meraviglia che un personaggio del genere abbia suscitato molto interesse. Da buon giornalista, Daniel Defoe ne racconta, nello stesso anno (1725), le gesta, con stile sobrio e secco, in un volumetto riproposto in italiano (Daniel Defoe, La vera storia di Jonathan Wild, Sellerio).
Passano tre anni, e John Gay si ispira a lui — a Jonathan Wild — per la raffigurazione di Peachum, protagonista dell'Opera dei mendicanti (1728). Passano un paio di secoli, e la memoria di Jonathan Wild, il Grande, non è ancora morta: da John Gay a Brecht, dall'Opera dei mendicanti all'Opera da tre soldi. E con Brecht siamo al culmine della spregiudicatezza (ideologica) e dell'imbarazzo (pratico). E' sua, di Brecht, la domanda storica (e retorica): «che cos'è mai la rapina a una Banca di fronte alla fondazione di una Banca?»
Brecht vuole evidentemente indicare (ne ha tutto il diritto) la contiguità — se non addirittura la continuità — di pratica bancaria e eli spregiudicata spietatezza finanziaria. Brecht vuole evidentemente dire (e fa bene a dirlo) che sovente è difficile distinguere un politicante da un mercante, e un mercante da un furfante.
Proprio come Fielding intendeva dire (anzi esplicitamente proclamava) che il Primo Ministro di sua Maestà, Walpole, non era mica poi tanto meglio del suo simpaticissimo Jonathan Wild.

Nella bottega di Alì Babà
Eppure c'è una differenza fra il banchiere e il mercante, fra il politicante e il furfante. Anzi, a pensarci bene, le differenze di rilievo sono due. Primo: il banchiere, il politico mentre fanno tutto quello che possono per il proprio interesse, devono fare qualcosa anche per noi. Devono renderci dei servizi, devono assolvere a delle funzioni. Il furfante, no. Non è tenuto a niente. Non è tenuto a tanto.
Secondo: il Primo Ministro, il Presidente di una Banca lo possiamo controllare, lo possiamo perfino cambiare (in certi regimi cosiddetti «borghesi», beninteso); il capobanda, no. Anche il potentissimo Primo Ministro Walpole cade, nel 1742. Tant'è vero che nella seconda stesura del romanzo (1754), quella che leggiamo in traduzione, Fielding attenua di molto gli accenti aggressivi nei suoi confronti.
Se andiamo a comprare nella bottega aperta da Ali Babà, è probabile che lui benevolmente ci imbrogli. Ma se ci rivolgiamo ai briganti nella loro caverna, ci capiterà sicuramente di peggio.
E poi — diciamocelo — i banchieri sono per definizione squallidi e rispettabili. I briganti sono per definizione pittoreschi e divertenti. Jonathan Wild — il personaggio — è irresistibilmente simpatico. Jonathan Wild, il Grande — il romanzo — è paradossalmente attraente.
Ma non è una buona ragione per abbandonarci a quella fatuità «letteraria» che consiste nello spararle grosse (tanto non costa niente). Nel dire: ma sì, in fondo sono tutti uguali, governanti e mercanti: tutti briganti (vedi? lo dice anche Fielding; vedi? lo dice anche Brecht).
In fondo può essere vero. Ma a noi interessa quel tratto di superficie dove si inscrivono le fragili, provvidenziali «differenze» che sono la civiltà. Dove Ali Babà e diverso dai briganti della cave. E, in fondo in fondo, anche più simpatico.


“la Repubblica”, ritaglio senza data, ma 1981

Eraclito, il melanconico: “Metti giù il mondo, Atlante” (Luca Canali)

Nel testo c'è un errore, evidente, che non è di copiatura: quel "Callimaco" d'età alessandrina che di Eraclìto fu postero. Immagino che a Canali sia scappato (chissà perché) in luogo di un "Esiodo" e che nessuno poi lo abbia corretto. (S.L.L.)
Sua patria fu Efeso, sua epoca approssimativa il 500 a.c., suo problema centrale la coincidenza degli opposti, dopo la drammatica separazione di essere e non-essere operata da Parmenide. Democratico per eccesso di aristocrazia, giocava ad astragali con i bambini per disprezzo degli adulti; infine si ritirò tra i monti, a vivere con le bestie. Morì coperto di letame sotto il sole per curarsi l'idropisia di sua iniziativa, in ispregio dei medici.
Eraclito, che voleva espellere dagli agoni Omero e Callimaco, e non curava i miti dei poeti, era in realtà un grande filosofo-poeta: scrisse Sulla natura in tre libri, sull'universo, sullo Stato, sulla divinità — secondo la testimonianza di Diogene Laerzio —, con la tensione fantastica e intellettuale dei pensatori greci che per primi indagarono i misteri dell'universo nato dal caos, dell'ordine dei cicli scaturito dal casuale, della mente ordinatrice di tutte le gerarchie cosmiche.
Da Eraclito questa Mente è chiamata Zeus, ma è più propriamente Logos, Discorso, Intelletto. Il vero dio di Eraclito è l'intelligenza; la buona condizione umana è l'amicizia, dei semplici o dei saggi, e, paradossalmente per un orgoglioso, l'umiltà che si trasforma in superbia solo con gli ignoranti insuperbiti; la legge dell'esistenza, universale e individuale, intellettuale e fisiologica è la guerra, « madre e regina di tutte le cose », non in senso marziale, ma in condizione di mutamento assiduo non pacifico, non mite, non indolore.
Nella mente e nel cuore di Eraclito, questo solitario per eccesso di amore per una umanità bene ordinata, questo asceta gelido e rovente nei suoi apoftegmi, doveva celarsi un dramma doloroso, la coincidenza degli opposti per antonomasia: una suprema saggezza mutata in coscienza di totale ignoranza, la friabilità di una marmorea solidità teoretica ed esistenziale. Senza lasciarci ingannare dal "fascino del frammento", possiamo tuttavia alacremente abbandonarci alla lettura di questi frammenti rimasti dell'opera, in-
castonandoli -all'oscuro fondale di una più vasta affabulazione speculativa, espressione di un'epoca d'oro della storia del pensiero: ne trarranno maggior risalto, come messaggi di un'oscurità che tende continuamente verso la luce della ragione.
Il "melanconico" Eraclito rinunziò ad onori regali, di retaggio familiare, per cercare un altro spazio da dominare, quello della speculazione filosofica: questa lo portò a risultati ambivalenti; da una parte egli superò il primitivo dualismo cosmico, ad esempio di "alto" e "basso", e spazzò via il mito di Atlante, che sorreggerebbe il mondo sulle sue spalle per impedirgli di precipitare in un "basso" che ha ancora altri "bassi" all'infinito sotto di sé; dall'altra, con il rovesciamento e la "coincidentia" degli opposti, ad esempio del "basso" che può tramutarsi in "alto" e viceversa, in una sorta di una fluida perenne relatività, aprì il varco alle giostre intellettuali dei sofisti. «La via in su e la via in giù sono una e la medesima»; «Nel circolo principio e fine fanno uno». Sembrano appunto ovvietà o sofismi, ma sottendono formulazioni più emblematiche e sostanziali: « Connessioni: intero e non intero, convergente divergente, consonante dissonante: e da tutte le cose l'uno e dall'uno tutte le cose».
Ma in questo mistero di conciliazione, in tale divergere e convergere di punte dell'eterno dilemma, esistono affermazioni univoche: «Lo stolido stupisce ad ogni parola»; «L'io credo è morbo sacro»; «L'uomo ha nome d' infante al cospetto di dio come il bimbo al cospetto dell'uomo»; «Uno solo è per me diecimila se ottimo»; « Massima virtù è aver senno, e sapienza è dire il vero e operarlo da uomo che conosce e che segue la natura delle cose »; «Il popolo deve combattere per la legge come per le mura della città».
Sembrerebbero assiomi autoritari, ma li corregge un forte senso della individualità umana: «Demone a ciascuno è il suo modo di essere»; «E' difficile combattere contro il proprio animo: quello che vuole lo compra a prezzo della vita»; «Non bisogna comportarsi come figli dei padri»; «A tutti gli uomini è dato conoscere se stessi e non andare oltre il limite ».
Vi sono anche spunti di fatalità deistica: «Per la divinità tutte le cose sono belle e buone e giuste: gli uomini alcune le considerano giuste, altre ingiuste».
In126 brani i rilievi di un'intera opera perduta, e forse mai composta per intero. Il recente volume dei frammenti di Eraclito e delle testimonianze sul filosofo è opera di Carlo Diano, professore nell'università di Padova, scomparso nel 1974: eccezionali la traduzione e il commento, continuato da Giuseppe Serra, suo assistente e successore nella cattedra, che ha completato la fatica del maestro con nota biografica, bibliografia, indici. Un libro fra i migliori della collana di classici latini e greci della Fondazione Lorenzo Valla – Mondadori. (Eraclito, I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra).

L'Espresso, ritaglio senza data, ma 1980.


24.8.14

Quello che Moravia non era. Prima di tutto un grande scrittore (Alfonso Berardinelli)

Una stroncatura dell'intera opera di Alberto Moravia (o quasi), letta come un trucco, perfino piuttosto banale, che si conclude con un riferimento a 1934. Il ritaglio è da “Pagina”, un settimanale di area laico-socialista a sostegno della modernizzazione “craxista”, che ebbe una effimera vita nei primi anni Ottanta, animato da P. G. Battista. Non trovo date, ma l'anno è il 1982, quello della prima uscita del romanzo moraviano. (S.L.L.)
Alberto Moravia visto da Paolo Giorgi
Moravia narratore moderno. Moravia scrittore erotico. Moravia critico della borghesia. Moravia realista. Questi luoghi comuni, queste etichette definiscono correntemente quello che da mezzo secolo è il nostro romanziere più noto, tenace e collaudato. Eppure, in quelle veloci e sintetiche definizioni c'è qualcosa che non va. Hanno la perentoria, inoppugnabile secchezza dello stesso stile moraviano. Sono ormai, per i lettori e per la critica, moneta corrente. Tentare di rovesciarle è ritenuta un'impresa faticosa, e probabilmente improduttiva. Del resto, Moravia non la incoraggia né la facilita. I suoi libri, uno dopo l'altro, prodotti e pubblicati con il ritmo inarrestabile dei veri professionisti, hanno tutti la stessa superficie liscia, compatta, marmorea. La pratica moraviana della letteratura è perfettamente razionalizzata.
La sua stessa problematicità, sempre un po' troppo esibita e dichiarata in una serie di stentorei enunciati da manuale, sembra spesso una doverosa messa in scena che l'autore sa da un pezzo di non poter risparmiare né al lettore né a se stesso. Con il disperato, fragoroso andirivieni di una ruspa, le macchine narrative di Moravia scavano e rovesciano a metri cubi la «problematica borghese moderna» del sesso, del denaro, dell'alienazione, del conformismo.
Tutto questo cristallino dichiarare di che cosa si sta narrando finisce per avere sul lettore un effetto ipnotico. La realtà così reale dei suoi racconti e romanzi è forse il risultato di un sortilegio di cui l'autore stesso è rimasto vittima. Solo che, invece di demistificarlo, come pure si illude di fare, lavora piuttosto con tutte le sue forze a razionalizzarlo, rendendolo solido e opaco come una pietra.
Moravia narratore moderno? Certo, all'inizio degli anni trenta, con perfetto e spontaneo tempismo, Gli indifferenti hanno fatto giustamente epoca. In un paese come l'Italia, in cui la tradizione del romanzo moderno è stata sempre così debole e stentata, Moravia è stato l'eccezione: l'innovatore, o meglio, l'inventore. Nessun lenocinio stilistico, nessun ripiegamento della memoria e, soprattutto, bando alla frammentarietà. Ma di che modernità si tratta? Lo scheletro narrativo di Moravia somiglia a quello della Triviallileratur e dei copioni per film. I suoi rapporti, di cui tanto si è parlato, con la tradizione del realismo ottocentesco, francese e russo, passano attraverso la griglia del professionismo letterario novecentesco, in cui cinema e stampa quotidiana la fanno da padroni. Moderno è dunque Moravia, non perché problematico, protoesistenzialista e saggistico. Ma, al contrario, proprio perché creatore di schemi rigidi e ripetibili di narrativa: proprio perché così accessibile, così fruibile, così filmabile e divulgabile. La modernità letteraria di Moravia è il suo sapere e voler essere un perfetto narratore all'ingrosso, un autore problematico di massa.
Moravia scrittore erotico? Certo, a prima vista, negarlo sembra un provocante paradosso. Non si parla quasi sempre e quasi solo di sesso nei suoi libri? Eppure, chi non si accorge che il sesso di cui parla Moravia è appena un guscio vuoto, il nome di una cosa che sta lì non per se stessa ma per altro? Il sesso di Moravia è un sesso senza carne, senza percezioni, senza psicologia. Ma è mai possibile un tale sesso? O non è, quello di cui ci parla Moravia, il più disincarnato e idealistico dei feticci: il sesso come perpetua frustrazione e quindi come pura idea. Le donne di Moravia sono di coccio o di vetro, la loro crudeltà è sempre involontaria, preterintenzionale, fa tutt'uno con la dura materia di cui sembrano fatte. Una materia, appunto, non carnale, non corporea, ma forse solo mentale o minerale. Il sesso di Moravia è, come tutti sanno, un sesso senza eros, e quindi (dato il carattere non processuale, statico, delle narrazioni moraviane) un sesso irreale, negato, inesistente.
Moravia critico della borghesia? Certo, la borghesia è da sempre per Moravia una ben solida e ferma testa di turco. Ma esiste questa borghesia di Moravia? E' proprio come lui se la immagina? La borghesia romana anni trenta, quella degli Indifferenti, quel sinistro gruppo di famiglia in un interno che lo scrittore ventenne ritrae con furia e accoramento, è ancora davvero presente fra noi, o non ci insegue, piuttosto, come uno spettro? La sua ripugnante aridità morale perseguita ancora quel ragazzo ferito che Moravia è rimasto. Ma la ferita, in tutti i suoi libri pubblicati negli ultimi venti, trent'anni, si vede sempre meno. Alla furia critica si è forse sostituita un'accorata affezione. E, soprattutto, l'odio-amore di chi non può fare più a meno della sua vecchia trappola. A questa borghesia ridotta a schema, a questa borghesia-fantoccio Moravia eleva da decenni con le sue assillanti descrizioni il suo altare di demistificatore adorante.
Moravia realista? Ma chi non lo vede? La realtà di Moravia, quella che nei suoi libri compare come asciutta e elementare verità delle cose, è solo ideologia. Un'ideologia fondata sulla paura di essere travolto dalla rude logica dei fatti, e che lo spinge ad una sistematica, metodica identificazione con l'aggressore. Il cosiddetto saggismo narrativo di Moravia è tutto qui: coincide con il suo sforzo di creare un credibile, fungibile corrispettivo mentale alla logica reale. E questo corrispettivo razionalizzabile delle cose contiene una sorta di atterrito e imperterrito dogmatismo nei confronti delle cose. La realtà di Moravia è dunque immaginaria, sta lì come un miraggio, o come un incubo. È da qui che deriva il suo fascino irresistibile, tutto quel fascino del banale, del normale, dell'ovvio che riempie come sabbia le centinaia di racconti moraviani. Da questa sostanza immaginaria della sua realtà nasce anche la sua preoccupata superstizione: la superstizione del laico integrale, che non crede ai fantasmi e alle streghe, e finisce per esserne inseguito in capo al mondo.
È quello che avviene in 1934. La superstizione incombe sulla realtà fin dalla prima pagina. Sul mare di Capri, nel ciclo di piombo, il protagonista crede di vedersi di fronte, ingigantito, lo stesso pipistrello che sorregge il cartiglio nella Melancolia di Durer. Ma questa volta la dicitura non è il nome di un'allegoria morale, è invece l'enunciazione un po' disarmante del problema che ci accompagnerà per tutte le pagine del libro. Un problema inventato, o formulato con l'indifferenza convenzionale con cui i colori colorano le fiches nei giochi da tavolo. Riuscirà il protagonista a risolvere il suo problema? E chi è quella ragazza dai capelli rossi e dagli occhi verdi, torva e seduttiva, che lo fissa negli occhi con ambigua insistenza fino a coinvolgerlo in un crudele gioco di sdoppiamenti e di inganni?
Il protagonista è un giovane intellettuale di sentimenti aristocraticamente antifascisti. È disperato ma progetta di trovare il metodo per fare della sua disperazione il pilastro di una vita possibile, benché stoica. Si innamora della ragazza, è stregato dal suo misterioso comportamento. Cerca invano, fino alla fine, di amarla, anche soltanto di incontrarla, di indagarne le vere intenzioni, la reale natura. Usando a piene mani la tecnica dell'imprevisto e del colpo di scena, Moravia ci trascina nel suo tragico labirinto di cartapesta per quasi trecento pagine.

Chiudiamo il libro senza sapere se abbiamo provato emozioni reali, se abbiamo pensato, insieme all'autore e ai suoi personaggi, pensieri reali. Il libro è scorrevole (qua e là un po' noioso). Si legge di un fiato. Non abbiamo imparato nulla, l'atmosfera del racconto ci lascia subito. Del resto lo sapevamo dalla critica: Moravia non è mai stato uno scrittore di atmosfera. Ma neppure uno scrittore problematico, erotico, critico o realista. E questo, se appena potevamo sospettarlo, ora lo sappiamo per certo.

Orson Welles. Il vecchio filibustiere e il ragazzo prodigio (Tullio Kezich)

Il necrologio di un genio del cinema scritto dal grande critico triestino. (S.L.L.)

Se la professione di genio comporta notevoli difficoltà, come dimostra l'esistenza testé conclusa di Orson Welles, la condizione di contemporanei del genio non è indenne da rischi. Per esempio quello di chiedersi, accanto al tumulo dell' Artista: abbiamo davvero fatto tutto ciò che si poteva per essere all' altezza di un simile interlocutore? Oppure abbiamo troppo spesso privilegiato l'ombra sulla sostanza, la chiacchiera sull'opera, il pettegolezzo sulla realtà?
Sotto i riflettori del successo fin da ragazzo, Welles è subito diventato uno dei grandi dimenticati della storia del cinema. Come von Stroheim, al quale nell'ultimo quarto di secolo della vita non fu più dato di dirigere un film. Come Buster Keaton, che vedemmo precipitare dall'olimpo hollywoodiano in un varietà in corso Buenos Aires a Milano. Come Carl Th. Dreyer, che si vide respingere il Gesù perfino dalla Rai. La filmografia orsoniana include film incompleti (da It' s All True a Don Quixote, da Dead Reckoning a The Other Side of the Wind) e numerosi altri film che gli furono tolti di mano e montati contro la sua volontà. Si dice che fosse intrattabile, impossibile, inaffidabile. Le compagnie con lo assicuravano più; e in assenza della garanzia di buon fine nemmeno come attore poteva affrontare impegni lunghi, solo partecipazioni e "cameos". Talvolta gustosi, più spesso indegni.
Eppure Welles si dichiarava sempre disposto a vendere la propria immagine al miglior offerente per finanziare i film lasciati a metà anche se la vicenda artistica degli ultimi due o tre lustri non fu per lui gratificante. Intanto si susseguivano saggi e monografie da formare un'intera biblioteca, rassegne dei suoi film in ogni parte del mondo, premi innumerevoli: tutte cose che non lo interessavano più. Due anni fa, per venire a ritirare il Premio Visconti assegnatogli dai critici italiani, chiese una cifra enorme: non gliela diedero e non venne. Il nostro fu uno dei primi Paesi dove il "genius" fu risospinto dall'ostracismo americano frutto di un'azione combinata della stampa Hearst (il magnate non gli perdonò mai la presunta parodia di Citizen Kane, senza capire che era anche un omaggio), dei produttori irritati, dell'ufficio delle tasse e del nascente maccarthysmo che gli rimproverava un passato rooseveltiano. Con l'Italia strinse vincoli profondi: qui trovò una nuova moglie, diventò cliente ingordo della Cesarina e serafico abitatore della Pineta di Fregene. Si mormora che lasciò debiti ovunque, ma, se autentico, questo tratto non farebbe che confermare la dimensione regale del personaggio. Lo guardavamo con interesse, divertimento e curiosità.
Ma all'origine del suo rapporto con gli italiani c'era stato qualche equivoco, qualche fraintendimento. Dovuto al fatto, prima di tutto, che quando nei primi mesi del '41 Citizen Kane aveva fatto sobbalzare l'America, noi eravamo già tagliati fuori dalla guerra. Sicché il film, come ricorda Pietro Bianchi in L'occhio di vetro, uscì a Milano nel luglio ' 49, "per soli tre giorni, in piena canicola". E quando anch'io protestai per l' analogo trattamento subito da Quarto potere a Trieste, l'agente della Rko mi rispose stupito: "Ma è un ferialone" (intendendo un film da smaltire nei giorni feriali, non adatto ai pingui incassi di fine settimana).
Ufficialmente considerato la data di nascita del cinema moderno e universalmente piazzato nelle primissime posizioni in tutti gli elenchi dei migliori d'ogni tempo (a Bruxelles nell' agosto '78 fu addirittura proclamato il più bel film americano su 2327 concorrenti), il capolavoro di Welles da noi arrivò nel mucchio. Forse anche per questo il primo incontro fra Welles e la stampa italiana, che ricordo benissimo alla Mostra di Venezia del '48, fu piuttosto uno scontro. Il regista non capiva ancora la lingua e forse conservava qualche pregiudizio elisabettiano sulla patria di Machiavelli. Più tardi leggemmo che Sciuscià era uno dei suoi film preferiti, ma allora si guardò bene dal dirlo. Nell'anno di Ladri di biciclette e di La terra trema, lui che presentava alla Mostra un Macbeth iperteatrale si dilungò a esaltare come unico possibile il cinema fatto in studio, con attori professionisti e copione di ferro. A chi lo contraddiceva diede risposte secche e quasi sgarbate, mettendo in imbarazzo Luigi Barzini jr che traduceva. A chi gli chiese un'opinione su Anime ferite di Dmytryk, delicato film sui reduci allora da noi prediletto, rispose con un ringhio di scherno. Si sentì circondato dall'antipatia, o per lo meno dall'incomprensione, e capito che i favori andavano all'Amleto di Olivier, ritirò addirittura il suo film dal concorso. Tutt'altra atmosfera si respirò, ancora a Venezia, e a tu per tu con Orson Welles, nel settembre '51. Non che il clima fosse tranquillo, anzi la mancata proiezione dell'annunciato Otello aveva addirittura provocato un'aggressione al direttore Petrucci da parte di uno spettatore deluso sulle scalinate del Palazzo con intervento dei carabinieri. Ma quando Welles si presentò sul palcoscenico a spiegare le sue ragioni, non era più l'uomo di tre anni prima. Anche fisicamente era cambiato: più grosso, il viso un po' paonazzo, una disponibilità da "showman" al posto della grinta. Aveva perfino imparato l'italiano: si esprimeva con cura, come chi ha studiato una lingua assimilando i classici. "Gli altri cineasti vanno avanti" esordì "e io solo resto fermo. Perché?". Ci parlò dei guai passati con il film, si scusò di non averne ancora una copia presentabile. Un giornalista britannico gli suggerì di fare la proiezione a porte chiuse, dietro la promessa dei giornalisti di non parlarne. "In questo caso sareste dei cattivi giornalisti" ribatté deciso. "Fra qualche settimana Otello sarà pronto, allora potrete dirne ciò che vi pare. Ma per ora io ho ancora questa fortezza". E disegnò nell'aria, con un ampio gesto, un muro invisibile fra noi e lui, attraverso il quale ci guardò col sorriso ambiguo di Harry Lime.
Ho spesso pensato a quella "fortezza" di Orson Welles e a quanto ci abbiamo messo per penetrare nella sua cittadella di creatore d' immagini. Ci ho ripensato anche poche settimane fa, assistendo su RaiTre con infinita ammirazione al suo critofilm Filmando Otello. Dove invecchiato ma non bolso, lucidissimo, acuto come può esserlo un grande critico letterario, Orson parlava con i suoi attori, con gli studenti di un college, con noi che stavamo a casa, di che cosa significa mettere in scena Shakespeare. E, nel tratto, il vecchio filibustiere, vera schiuma dei sette mari cinematografici, scopriva la qualità del ragazzo prodigio che era stato. In una specie di sovrapposizione dei due protagonisti di L'isola del tesoro, vedevamo il pirata Silver come se in mezzo al faccione barbuto gli fossero stati trapiantati gli occhi incantati del fanciullo Jim Hawkins. Filmando Otello dovrebbe diventare un libro di testo in ogni scuola di cinema. Vi si imparano cose a non finire su Shakespeare come pietra angolare di ogni educazione teatrale, sulla moderna fatalità di tradurre le idee in fatti visivi ed eventi drammatici sul "primato della prima persona" (attore, autore, demiurgo) che è la chiave della personalità di Welles. Insomma il testamento poetico di colui che è stato, oltre che un sublime "performer", uno fra i massimi scienziati dello spettacolo moderno. Con un paradossale risvolto di umiltà, quando affermava: "Ci sono infiniti Otelli nell'Otello di Shakespeare e nessuno di noi potrà mai presumere di inscenarli tutti".


“la Repubblica”, 12 ottobre 1985  

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