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7.9.19

1919-2019. D'Annunzio A Fiume. L’eroe disoccupato a caccia di emozioni (Emilio Gentile)

1919 - Il poeta tra i legionari "fiumani"

Non fu un anno rivoluzionario, il 1919, anche se per dodici mesi, si parlò molto di rivoluzione nel continente che era stato l’epicentro della Grande Guerra. La guerra stessa fu esaltata (o deprecata) come rivoluzione, perché aveva sconquassato un assetto politico internazionale, provocando la nascita di nuovi Stati repubblicani sulle macerie di secolari imperi autocratici. Movimenti e partiti fautori di rivoluzioni comuniste, nazionaliste, internazionaliste, indipendentiste pullularono ovunque in Europa nel 1919. Nonostante ciò, non fu un anno rivoluzionario, se per rivoluzione s’intende la conquista del potere da parte di una nuova classe politica, l’abbattimento di un regime esistente, l’istituzione di un regime nuovo o di un nuovo Stato. Rivoluzionario era stato il 1917, con le due rivoluzioni in Russia, nel febbraio e nell’ottobre, che avevano abbattuto il regime esistente e creato un regime nuovo. Ci furono tentativi rivoluzionari anche nel 1919, due in Germania, uno in Ungheria, tutti ispirati alla rivoluzione bolscevica, ma furono stroncati dopo poche settimane dalla repressione armata di forze antibolsceviche. Da allora, non ci fu altra rivoluzione comunista in Europa.
Se non fu rivoluzionario, il 1919 fu tuttavia un anno altamente convulsionario. In tutti i paesi che avevano partecipato alla Grande Guerra ci furono violente agitazioni di piazza, scioperi generali, tumulti, che talvolta sfociarono in scontri armati. Ma in nessun paese le convulsioni violente provocarono l'imposizione rivoluzionaria di un nuovo regime.
Fra i vincitori, l’Italia fu il paese maggiormente afflitto da convulsioni violente, passate alla storia come “diciannovismo”. Al massimalismo del partito socialista neutralista e internazionalista, che condannava la guerra, denigrava la vittoria e si agitava per realizzare una rivoluzione bolscevica, si contrappose il massimalismo dei nazionalisti interventisti, combattenti e reduci, che esaltavano la guerra e la vittoria come rivoluzionario atto di nascita di una «più grande Italia».
Il partito socialista sfogò l’impeto rivoluzionario negli scioperi generali annunciati come preparazione del proletariato alla conquista violenta del potere: ma nel novembre del 1919, si accontentò di conquistare per via elettorale 156 seggi alla Camera, diventando così il primo partito nel parlamento. Il rivoluzionarismo nazionalista, con l’avanguardia costituita dal neonato movimento dei Fasci di combattimento, si sfogò nella violenza di piazza contro i “bolscevichi”, contro il governo di Vittorio Emanuele Orlando e contro il governo di Francesco Saverio Nitti, succeduto a Orlando nel giugno. Ma il fondatore del movimento fascista, Benito Mussolini, pur esaltando la guerra come primo atto della «rivoluzione italiana», osteggiò qualsiasi iniziativa rivoluzionaria degli stessi fascisti, sostenendo che avrebbe avvantaggiato i socialisti.
L’unico atto rivoluzionario compiuto in Italia nel 1919 fu l’impresa di Fiume, iniziata il 12 settembre, con l’occupazione della città da parte del tenente colonnello Gabriele d’Annunzio, a capo di circa 2.000 “legionari”, in massima parte ufficiali e soldati regolari, che seguirono il poeta, compiendo un atto di sedizione.
L’occupazione di Fiume non aveva all’inizio scopi rivoluzionari. Fu un atto di rivolta contro il governo Nitti e contro i governi alleati, che a Parigi avevano negato l’annessione di Fiume all’Italia, perché non era inclusa fra i territori assegnati all’Italia dal Patto di Londra, anche se il 30 ottobre 1918 la maggioranza italiana della popolazione fiumana aveva chiesto l’annessione all’Italia.
Il poeta vate, combattente volontario a oltre cinquanta anni, divenuto leggendario per le gesta compiute durante la guerra, pluridecorato e medaglia d’oro al valor militare, nel 1919 fu il principale artefice e propagandista del mito della «più grande Italia» e della «vittoria mutilata». D’Annunzio trasformò Fiume nel simbolo stesso della vittoria italiana: senza Fiume all’Italia, la vittoria era mutilata.
C’era, tuttavia, un aspetto paradossale nell’identificazione dannunziana di Fiume con la vittoria italiana. Infatti, fino alla primavera del 1915 il poeta aveva ignorato Fiume. Non l’aveva mai citata nelle sue concioni interventiste. E continuò a ignorarla durante la guerra. Ancora il 14 gennaio 1919, nella Lettera ai dalmati, menzionò, fra le rivendicazioni della vittoria, le città «italiane» della Dalmazia senza aggiungere Fiume. Attese il 25 aprile, per esaltare per la prima volta, a Venezia, la «ardentissima Fiume», e rivendicare poi, il 6 maggio, dal Campidoglio, «Fiume nostra e Dalmazia nostra», inveendo contro gli alleati diventati nemici dell’Italia vittoriosa. E fu soltanto nel giugno che alcuni nazionalisti fiumani e italiani, Giovanni Host-Venturi, Giovanni Giuriati, Oscar Sinigaglia, sostenuti da alti ufficiali, decisi a compiere una spedizione armata di volontari a Fiume, per imporre la sua annessione all’Italia, proposero al poeta di capeggiare la spedizione.
I promotori della spedizione avevano come scopo provocare la caduta di Nitti, considerato prono agli alleati, per sostituirlo con un governo autoritario, pronto a decretare l’annessione di Fiume. Il 9 giugno, D'Annunzio celebrò la Pentecoste d’Italia per identificare misticamente Fiume con la «più grande Italia», proclamando che «la religione della Patria non ebbe mai comandamento così alto … Fiume appare oggi come la sola città vivente, la sola città ardente, la sola città d'anima».
D’Annunzio era allora un eroe disoccupato, con la propria Musa inaridita. Angosciato dall’invadente vecchiaia, afflitto da un penoso senso di vacuità esistenziale, vagheggiava addirittura il silenzio del chiostro. Ma intanto continuava a inneggiare, con scritti e discorsi, alla «più grande Italia», atteggiandosi a vate di un italico populismo eroico, volto alla esaltazione del lavoro redento dalla servitù del profitto e alla liberazione dell’Italia dall’egemonia dell'Occidente: «Liberiamoci dall’Occidente che non ci ama e non ci vuole», proclamò il 9 luglio: «Separiamoci dall’Occidente degenere [...] divenuto una immensa banca giudea in servizio della spietata plutocrazia transatlantica».
L’avventura fiumana diede al poeta una fiammata di energia, consentendogli di vivere una nuova stagione epica, in uno stato di mistica esaltazione nazionalista e rivoluzionaria. Insediatosi nella città come governante, il Comandante fu affiancato da una schiera di esaltati giovani legionari, che condivisero col poeta uno spregiudicato stile di vita e un confusionario idealismo rivoluzionario. Con essi, D’Annunzio diede vita a un singolare movimento politico-estetico, il “fiumanesimo”, trasfigurando Fiume nel centro sacro della religione della patria, innalzandola a capitale ideale di un “ordine nuovo”, propulsore di una crociata internazionale per la liberazione dei popoli assoggettati o minacciati dalle plutocrazie occidentali.
Ma l’entusiasmo della popolazione fiumana per l’impresa del poeta e le sue esaltanti orazioni dal balcone, si esaurì in pochi mesi. La spedizione aveva fallito i suoi scopi originari. Il governo Nitti non era caduto. Gli alleati continuavano a osteggiare l’annessione di Fiume. I rivoluzionari socialisti, per quanto inetti a compiere la rivoluzione, erano comunque usciti trionfanti dalle urne elettorali, mentre i rivoluzionari nazionalisti, fascisti per primi, erano stati clamorosamente battuti. Alla fine del 1919, la maggioranza della classe dirigente e della popolazione fiumana era stanca delle concioni del poeta e delle carnascialesche esibizioni dell'anarchismo legionario. Ed era pronta ad accettare un modus vivendi, concordato con il governo dai promotori originari della spedizione, che prevedeva lo sgombero della città dai legionari dannunziani, e la ricerca di un accordo internazionale per l'annessione all'Italia.
Quando, la mattina del 19 dicembre, il Comandante si rese conto che il plebiscito sul modus vivendi era contro di lui, lo annullò. Giovanni Giuriati, uno dei promotori della spedizione, che aveva collaborato col poeta nel governo della città come capo di gabinetto, ed era uno degli artefici del modus vivendi, si dimise dichiarando: «Io sono venuto a Fiume per difendere le secolari libertà di questa terra, non per violentarle e reprimerle».
Da quel momento, e per un anno ancora, sotto il comando dittatoriale del poeta, affiancato ora dal sindacalista nazionalrivoluzionario Alceste De Ambris, ma fra una popolazione sempre più ostile, Fiume divenne luogo di straordinarie o strampalate velleità palingenetiche. Così, in antagonismo con il trionfante velleitarismo rivoluzionario dei bolscevichi italiani, il “fiumanesimo” contribuì a rendere il 1920 italiano un altro anno convulsionario. Senza rivoluzione.

"Il Sole 24 ore - domenica", 18 agosto 2019

25.6.19

Massimo Troisi. Pensavo fosse amore … (Federico Chiacchiari)

È passato poco più di un quarto di secolo dal giorno della morte di Massimo Troisi, il 4 giugno 1994). Aveva solo 43 anni e, a partire dalla giovanile esperienza della “Smorfia”, aveva fatto a tempo a fare grandi cose, a volte senza neanche accorgersene. Nella nostra memoria resta soprattutto il poeticissimo film d'addio sul postino di Neruda, ma anche degli altri, quelli di cui fu regista e quelli in cui fu protagonista (o quasi) come attore, ricordiamo scene, battute memorabili, espressioni. Nell'agosto di quell'anno uscì un numero di “suq”, che era a quel tempo il magazine del “manifesto”, interamente dedicato a Massimo Troisi (titolo: Massimo del piacere) curato da Flaviano De Luca con la collaborazione di Federico Chiacchiari e Demetrio Salvi, che sul grande cineasta napoletano avevano scritto anni prima un libro molto apprezzato. Riprendo in questo ed altri post del blog alcuni dei testi lì raccolti, soprattutto testimonianze di chi l'aveva conosciuto e parole di Troisi tratte soprattutto da interviste. (S.L.L.)



Ci manca Massimo Troisi. Ci manca la sua dolcezza ed ironia, la capacità tutta napoletana di saper ridere delle proprie debolezze, non di quelle altrui. Ci manca la sua capacità ed umiltà, che gli ha permesso di migliorare sempre, fino a diventare un vero e proprio regista (autodidatta). E ci manca soprattutto quel suo sguardo malinconico sulla realtà, quel suo occhio che leggeva dritto nel cuore delle persone, quella sua innata capacità di raccontare i punti deboli degli esseri umani, ma scavandone così a fondo il sen so da riabilitarli e trasformarli in punti forti fondanti. Ci manca il suo sguardo tenere sul mondo, il suo saperci far divertire su quelli che sono i nostri sensi più vulnerati.
Era un uomo che ha provato per tutta la sua splendida e brevissima vita a parlarci dei sentimenti. Ma non lo ascoltavamo. Tutti ridevamo e basta. Perché Massimo aveva questa virtù incredibile di saperci far ridere. E chi ci riesce più.
Ma purtroppo chi fa ridere raramente viene preso sul serio. È un comico, una marionetta, non qualcuno che può raccontarci le nostre debolezze, le nostre paure, le nostre insicurezze. Eppure avevamo tutti gli occhi per vedere e le orecchie per sentire. Già Ricomincio da tre raccontava la difficoltà di essere teneri, di stare insieme, di vivere appieno senza vergogne e senza chiusure mentali i propri sentimenti. Parlava di noi, della nostra voglia di stare insieme a qualcuno ma anche della nostra paura di perdersi, o di farsi/farci prigionieri. Della libertà del sentire. Della paura di amare. E invece si è letto solo il ritratto generazionale del meridionale che non vuole essere più lo stesso di sempre. Vabbé era anche questo, ma se è per questo anche David Cronenberg apparentemente ci mostra degli orrori terribili, dei corpi in frantumi, che esplodono fuori e dentro. Così la critica li vede e li definisce «horror», e invece sono dei bellissimi romanzi (pardon, film) d’amore, i più inquietanti e belli della nostra epoca. Massimo come Cronenberg (e qui i cinefili lo so, rideranno) usava i suoi attrezzi del mestiere, il suo talento incredibile, appunto il comico, per narrarci storie di amori impossibili, amori disperati, storie banali e quotidiane eppure uniche, vere, sincere e profonde.
Ma Scusate il ritardo è stato per tutti una delusione: già, non faceva ridere come il primo. E ci tagliava dentro, come un coltello affilatissimo. Massimo, era evidente, la sofferenza se la portava dentro da ragazzo, ma non per cose tipo fame, povertà ecc... su cui ha sempre giocato, ironizzando su se stesso. Ma per quella malattia che ce lo ha portato via per sempre. Già, il cuore. Non un muscolo qualsiasi. No, proprio quello dei sentimenti. Di cui Massimo è stato il più grande cantore proprio nell’Italia degli Anni Ottanta, che si rappresentava come ricca, cinica e rampante. E lui ricco lo era, ma soprattutto in quel muscolo che la natura gli avrebbe fermato così presto. Ma certo né cinico né rampante.
Mica ci andava in Tv lui. Solo con gli amici, per gli amici. Quando con Demetrio scrivemmo il libro su di lui, non gli chiedemmo niente per pubblicizzarlo in giro. Non ci importava più di tanto. Ci piaceva che lui lo apprezzasse, che scegliesse con noi la copertina (e con Stefano gliene presentammo tre e che piacere nello scoprire che aveva scelto proprio quella che preferivamo anche noi, che lo rappresentava come un novello, malinconico Pulcinella), che ne cogliesse lo spirito diverso dagli altri libri che circolavano.
Non ci interessava farne un’operazione commerciale (infatti altri li aveva rifiutati) ma forse, ma lo comprendo solo ora, solamente una dichiarazione d’amore nei suoi confronti. Quando ne parlò con Gianni Minà e Pino Daniele in televisione, rimanemmo totalmente sorpresi: era il suo modo di ringraziarci di quello che avevamo scritto di lui. Così, con gli strumenti che aveva lui, la gentilezza, la semplicità e il talento comico insuperabile («tutte queste cose si possono scrivere su di me?», ci disse tra il sorpreso e - sotto sotto - l’orgoglioso, alla lettura del suo libro).
E ora tutti lo rimpiangono, anche quelli che non lo hanno mai capito e lo hanno maltrattato da Scusate il ritardo in poi. Ignoranti e presuntuosi. Che non avevano visto quel meraviglioso film-tv, dal titolo premonitore che ora ci fa accapponare la pelle, Morto Troisi, Viva Troisi. Massimo si era già fatto il suo funerale, gli elogi funebri e tutto il resto. Almeno come uomo di spettacolo. Aveva la morte dentro e la raccontava a noi per farci ridere. Quanto dovremmo essergli grati.
Mai abbastanza. E quando scelse di fare Non ci resta che piangere esclusivamente per l’idea di passare del tempo insieme al suo amico Roberto Benigni?
Questo il bello del fare le cose che ci piacciono, come atti d’amore verso i nostri simili, per stare con loro. Ma i critici guardano solo i grandi discorsi, e il comico non li fa, ma ti fa smuovere le viscere dal ridere. E la comicità di Massimo era finalmente una di cui non doversi vergognare.
È però forse quasi per assecondare inconsciamente una richiesta d’impegno, che Troisi realizza l’«antifascista» Le vie del signore sono finite. Eppure anche lì erano i sentimenti a dominare. L’amicizia e l’amore. In mezzo, sempre, la malattia. Psicosomatica ma «sempre una malattia». Per nascondere la malattia d’amore, vera ossessione di Troisi.
E Pensavo fosse amore invece era un calesse è l’ulteriore tassello della sua ricerca sui sentimenti. Ma Troisi non è Rohmer o Fellini o chissà chi altro. E la sua ricerca seria lui la realizza facendo ridere gli altri. Ma in Pensavo fosse amore ...., l’amarezza, la sofferenza escono in primo piano, Massimo ha smesso di nascondersi dietro il suo grande talento. Infatti, come diranno in molti, «fa meno ridere».
Certo, ci racconta le nostre ansie! I nostri amori perduti, i desideri che cambiano, gli sguardi che si perdono, i sensi che si trasformano, insomma ci racconta di coirie è difficile vivere, amare e capirsi oggi, in una società dove l’amore e i sentimenti sono diventati programmi d’intrattenimento televisivo, dove si mettono in mostra gli amori tra uno spot e l’altro.
Invece Troisi se ne usciva in pieno Natale con un manifesto in cui lui, il comico per eccellenza del cinema italiano, aveva l’aria afflitta e triste (e litigò con la produzione che preferiva un’immagine più distensiva per le famiglie in resta). Tanto hanno fatto i critici che lo stesso Massimo non pareva rendersi conto della politicità dei suoi film («sento che potrei fare di più, prendere posizione, indignarmi di più, ma pubblicamente», diceva).
Eppure, ripeto quello che avevo già scritto. «Come ci parliamo oggi, come ci raccontiamo stancamente, i nostri amori insoddisfatti, la centralità (e l’afasia) dei sentimenti, la famiglia come volano di trasmissione del consenso e della stabilità sociale, l’“impossibilità” (e insieme la necessità) odierna della coppia, e tanto altro ancora: cosa c’è di più politico di questo?»

“il manifesto - suq” sabato 20 agosto 1994

22.2.19

Donne nel Risorgimento. Nuove letture per il 150° dell'Unità d'Italia (Nadia Maria Filippini)

Quando Garibaldi arrivò a Napoli nel 1860, ad accoglierlo tra i primi, con lo scialle sulle e il pugnale alla cintura, c’era Marianna De Crescenzo, detta la Sangiovannara, patriota combattente, che era stata a capo di uno squadrone di armati durante l’insurrezione. Nel suo esercito peraltro aveva combattuto non solo Anita, ma anche Tonina Marinello Masanello, accorsa volontaria dal Veneto con il marito (decorata sul campo), come Colomba Antonietti nella difesa della Repubblica romana del ‘49, che si scoprì essere donna solo dopo la morte. E pure la nobildonna Felicita Bevilacqua avrebbe voluto esser tra i Mille, se il futuro marito, Giuseppe La Masa, non glielo avesse impedito, imponendole - come essa gli rimproverava nelle lettere - di «sacrificare» i suoi slanci e le sue volontà più profonde.
Sono alcuni dei volti e dei fatti che vengono messi in luce dai vari libri dedicati alle donne e Risorgimento, usciti in occasione delle celebrazioni dei 150 anni: biografie del tutto cancellate da una rappresentazione storica che aveva marginalizzato le donne, offuscandone la presenza, o rimodellandone gli aspetti divergenti, in una operazione di vera e propria «plastica biografica» tesa a riportare la partecipazione femminile entro i canoni dei modelli tradizionali, confermando precise gerarchie di genere anche nella costruzione dello stato nazionale. Al centro della scena risorgimentale erano rimasti solo i «fratelli», con le loro spade «affilate nell’ombra», uniti dal giuramento di libertà o morte, lanciati in battaglia a offrire i loro corpi in sacrificio alla madre-patria; mentre le «sorelle» stavano intente a pregare ai piedi dell’altare o chiuse nelle case a cucire le loro divise e le bandiere, come le raffigurano i pittori macchiatoli.

Riscritture radicali
Una rappresentazione cementata da un’enfasi retorica (analizzata alcuni anni fa da Alberto M. Banfi) che ha pervaso la nostra cultura otto-novecentesca, dalla letteratura alle arti, dalla lirica al teatro, arrivando quasi intatta fino agli anni Sessanta, complice una corrente storiografica ben radicata in Italia, che privilegiava gli aspetti politico-militare-diplomatico (contraddistinti appunto da una presenza monosessuale maschile), rispetto a quelli sociali e culturali.
Nulla di nuovo certo nella storia delle donne: a stupire è semmai la pervasività di un processo di marginalizzazione che riflette le gerarchie e l’ordine simbolico su cui si fonda il patriarcato. E tuttavia di questo passaggio storico non può sfuggire la particolare rilevanza simbolica e i riflessi in termini di cittadinanza Perché la marginalità delle donne dall’atto fondativo dello stato nazionale diventa presupposto e pretesto di una loro marginalità dalla sfera politica, come apparve chiaro fin da subito all’indomani dell’Unità, con l’esclusione delle donne dalla cittadinanza politica, intrecciata a una netta subordinazione nella sfera familiare, sancita dai codici, funzionale a questo stesso ordine, essendo lo stato concepito appunto come aggregazione di famiglie più che di singoli.
La riscrittura radicale di questo importante capitolo di storia in un’ottica di genere, non è cominciata in questi giorni - è bene precisarlo; è iniziata in sede storica e filosofica con quella «critica femminista alla storia» avviata dal movimento delle donne negli anni Settanta, volta non ad aggiungere qualche capitolo mancante alla storia generale, ma a ridisegnare integralmente la rappresentazione storica alla luce della differenza. Vanta una tradizione di studi e di ricerche più che ventennali.

Aspettative di genere
Tuttavia un merito di questa ricorrenza è quello di averne accelerato alcuni percorsi, di averla valorizzata e divulgata con la promozione di eventi, spettacoli teatrali o mostre storico-documentarie; di aver animato un dibattito che si è articolato in centinaia di seminari e convegni, organizzati un po’ dovunque sul territorio nazionale, dentro e fuori l’università; di aver fatto fiorire opere destinate ad un pubblico più vasto [Donne del Risorgimento e due volumi con lo stesso titolo, Sorelle d’Italia). Tutto ciò malgrado le scarse risorse e lo sbilanciamento nella destinazione dei fondi per il 150°, che ancora una volta ha penalizzato le associazioni femminili.
Il quadro che ne emerge ridisegna radicalmente la rappresentazione tradizionale, anche se la tendenza a fare una storia aggiuntiva, scandita da medaglioni, risulta ancora lunga a morire, pure al di là delle intenzioni, come risulta dallo stesso sito ufficiale del cento cinquantenario. La ricerca storica, oltre a correggere svarioni biografici e illuminare presenze marginalizzate (come quella di Cristina di Belgiojoso, la Prima donna d’Italia), si è piuttosto interrogata sulle modalità collettive di partecipazione delle donne al Risorgimento, sui processi messi in atto in termini di soggettività, sulle aspettative di genere intrecciate alla creazione dello stato nazionale, sulle varietà e le differenze interne al mondo femminile. Tutto ciò a partire dall’assunto di un Risorgimento inteso in primis come percorso di rinnovamento civile e culturale, da inquadrare nel Romanticismo europeo, come processo di formazione di identità nazionale, linguaggi, culti e simboli (come sottolineato da Banfi e Ginsborg). E ancora come azione di popolo, non solo di ministri o generali, con una attenzione particolare all’«altro risorgimento»: quello democratico-insurrezionale.
È all’interno di questa prospettiva che la presenza delle donne emerge con evidenza e acquista una rilevanza cruciale, perché questi furono i campi precipui della loro azione: dall’educazione alla diffusione dei sentimenti e delle emozioni (così importanti in questa, come in altre rivoluzioni); della salvaguardia delle memorie al culto della patria, dalla testimonianza alla costruzione di reti associative, le patriote profusero un’azione capillare e incisiva, quanto sommersa, che andò a smuovere l’immobilità, a disegnare una diversa prospettiva civile e politica, a tessere l’unità a partire dalla quotidianità, a costruire l’alfabeto della comunità nazionale.
Basta pensare al valore politico (più che letterario) di tanta produzione poetica femminile, all’uso sociale di questa poesia patriottica, all’organizzazione di circoli femminili (come le poetesse Sebezie di Napoli), all’indefessa attività e al successo di improvvisatrici come Giannina Milli, ricostruiti nel libro di Maria Teresa Mori (Figlie d’Italia). Basta leggere le pagine di diario, gli appelli, i proclami, gli articoli di giornale, le lettere pubblicate nelle recenti raccolte di documenti, per veder illuminata questa rivoluzione silenziosa che attraversava le famiglie, le genealogie, le reti di vicinato (come aveva ben evidenziato nell’Ottocento la scrittrice Luigia Codemo, nel romanzo La rivoluzione in casa).

Sguardi e parole
E tuttavia sarebbe sbagliato e riduttivo circoscrivere la partecipazione delle donne al Risorgimento al solo piano culturale, riproponendo in veste aggiornata antichi stereotipi. Le donne ebbero una presenza attiva anche nella cospirazione e nell’attività insurrezionale: «giardiniere» prima e affiliate alla Giovane Italia poi, furono l’anima delle insurrezioni, mobilitate assieme agli uomini, a costruire barricate, a fare da vivandiere, a confezionare cartucce, ad allestire infermerie e ospedali da campo appena al di là del linee di combattimento, a promuovere collette patriottiche.
L’importante ricerca sulle fonti femminili condotta negli archivi milanesi, anche sui processi politici (Gli archivi delle donne 1814-1859, a cura di Maria Canella e Paola Zotti), ha portato alla luce centinaia di nomi di inquisite per attività cospirativa, a dimostrazione di quanto fertile e ancora in parte inesplorato risulti il terreno delle ricerche d’archivio. E quanto significativa sia stata la presenza delle donne nelle repubbliche, lo ha ben evidenziato, ad esempio, la mostra organizzata a Venezia dal Consiglio regionale del Veneto, sotto la direzione di Mario Isnenghi (ora nel catalogo La differenza repubblicana. Volti e luoghi del '48-'49 a Venezia e nel Veneto).
Ma per mettere a fuoco pienamente questa presenza, lo sguardo e le motivazioni che l’accompagnavano, occorre partire dai soggetti stessi: dai loro sguardi e dalle loro parole. Non è un caso che ben quattro dei volumi pubblicati si presentino come raccolte di testimonianze e voci delle protagoniste (documenti e opere letterarie, accompagnate da ritratti e fonti iconografiche): quello curato da Laura Guidi per il sud (Il Risorgimento invisibile), dalla sottoscritta e Liviana Gazzetta per il Veneto (L’altra metà del Risorgimento), da Marina D’Amelia (Oh dolce patria), da Alberto M. Banfi (Nel nome dell’Italia), dove le voci femminili s’intrecciano a quelle maschili e quelle di personaggi famosi ad altri sconosciuti.

Differenti declinazioni
Queste raccolte di fonti, oltre a mettere in luce un’acuta capacità di giudizio politico, consentono anche di analizzare più adeguatamente due aspetti che sono al centro della riflessione storica recente: le aspettative di genere legate alla costruzione dello stato nazionale e le differenze interne al mondo femminile, troppo spesso presupposto come omogeneo e monocorde (altro stereotipo lungo a morire!).
Che la partecipazione al Risorgimento sia stata per molte liberali fattore di innesco di nuove forme di identità e consapevolezza di diritti, è un dato da tempo assodato e confermato dalle ricerche, ma le differenze anche tra le patriote risultano assai più profonde di quanto ipotizzato. Se per tutte a incarnare il nuovo modello femminile è la figura della madre-cittadina (un modello alla cui costruzione esse stesse concorrono attivamente), le sue declinazioni politiche si divaricano in direzioni diverse: per molte il rilievo civile e morale di questa figura rimane circoscritto alla sfera familiare e alla funzione educativa, pur nella rilevanza che questa acquista nel nuovo stato liberale; per altre (poche) questa figura diventa leva di rivendicazione di diritti civili e politici, in un’ottica che intreccia autorevolezza morale e parità giuridica, differenza e uguaglianza.

Diritti rivendicati
Si tratta di prospettive divergenti, sulle quali incidono molteplici fattori: appartenenze politiche, genealogie familiari, ma anche vicende e esperienze particolari, contesti e luoghi. La «differenza repubblicana» emerge qui con forza, non solo come orientamento di pensiero, ma come spinta a una mobilitazione popolare che porta sulla scena pubblica donne di diverse classi sociali, a sperimentare forme di azione e partecipazione e perfino incarichi pubblici (come succede per l’assistenza ai feriti a Venezia, con Elisabetta Michiel Giustinian e Teresa Mosconi Papadopoli o a Roma, con Cristina di Belgiojoso ed Enrichetta Di Lorenzo). Non è un caso che in queste esperienze del 1848/49 fioriscano i primi giornali scritti interamente da donne, dalla «Tribuna delle donne» (Palermo), a «Il Circolo delle donne italiane» (Venezia), a riprova di come l’impegno politico si traduca anche in consapevolezza e rivendicazioni di diritti, in un «risorgimento delle donne e della nazione», come scrivono le palermitane.
Né è accidentale il fatto che proprio a Venezia si organizzi la prima manifestazione suffragista d’Italia, in occasione del plebiscito del 1866, con tanto di documenti di protesta inviati al re, o che i primi Comitati per l’emancipazione delle donne italiane siano stati promossi da repubblicane (come quello di Napoli, a sostegno dei disegni di legge per l’estensione del suffragio di Salvatore Morelli).
Dalle fonti traspare anche un altro aspetto importante: il rapporto che lega le masse femminili alla Chiesa e il suoi riflessi nella storia delle donne e del Risorgimento: dall’entusiasmo iniziale per le aperture di Pio IX, il «papa liberale», che smuove le incerte e prefigura come «santa» la guerra di liberazione, al disorientamento di fronte al suo voltafaccia, che spinge alcune a una riflessione più articolata sulle necessità di rinnovamento spirituale della Chiesa; altre invece (come Nina Serego Allighieri o Giulia Caracciolo) verso un anticlericalismo più marcato (altro aspetto poco indagato).
Ma interrogarsi sul Risorgimento vuol dire anche fare i conti con l'antirisorgimento delle donne: con le cattoliche non liberali, per le quali l’unico riferimento rimase la Chiesa e l’unica patria quella celeste, o le brigantesse, che furono - come sottolinea Laura Guidi - non solo «manutengole», ma componenti a pieno titolo delle bande.

L’involuzione moderata
Il mondo silenzioso delle prime è attraversato da un fremito quando la «questione romana» si pone con forza e il Sillabo Quanta (1864) sancisce una spaccatura radicale con lo stato liberale; si fanno esercito attivo in difesa della Chiesa, dando vita, in molte realtà del Veneto all’inizio degli anni ‘70, alle Società delle donne cattoliche per gli interessi cattolici e promuovendo ovunque iniziative devozionali ed educative volte a contrastare il processo di secolarizzazione.
Muove da qui quella divisione interna al mondo femminile destinata ad avere così pesanti ripercussioni anche sul movimento di emancipazione italiano, e a sfociare nella spaccatura del Congresso nazionale delle donne italiane del 1908, seguita dalla creazione dell’Unione Donne cattoliche, voluta da Pio X in funzione anti-emancipazionista.
Tuttavia anche molte liberali, conclusa la fase risorgimentale («il tempo della poesia», come scriveva Erminia Fuà Fusinato), divenute parte della classe dirigente, si attesteranno su posizioni moderate, assumendo un ruolo pubblico di educazione sì, ma anche di disciplinamento delle donne, che incanalale istanze di cambiamento serpeggianti nel mondo femminile in forme più domestiche e consone ai ruoli sessuali prefigurati dal codice civile Pisanelli. Eccole dunque a distinguere tra patriottismo e politica, disegnando campi d’azione diversificati per genere; eccole a delimitare il concetto di emancipazione entro precisi steccati prefigurati da differenze «naturali» stabilite dalla Provvidenza; a redarguire come «scalmanate emancipatrici» quante avevano l’ardire di rivendicare pienamente i diritti civili e politici, da Anna Maria Mozzoni a Gualberta Alaide Beccari.
Quanto abbia pesato in questa involuzione moderata l'esser divenute parte della classe dirigente, con incarichi pubblici anche rilevanti nel campo dell’educazione, un’omologazione al nuovo clima politico, e perfino una lettura del pensiero di Mazzini in chiave conservatrice, decisamente sbilanciata sui doveri (come sembra suggerire la lettura del recente libro di Simon Levis Sullam, L’Apostolo a brandelli. L’eredità di Mazzini tra Risorgimento e fascismo, 2010), rimangono interrogativi del tutto aperti. La debolezza dell’Italia nel panorama emancipazionista europeo invece resta un dato di fatto fino allo snodo del secolo, come sottolineava con amarezza Sibilla Aleramo.

Progressi e regressi
Quello che è certo è che il significato e il valore di questa fase storica cruciale non può essere pienamente colto e analizzato in un’ottica di genere, se non inquadrandolo in una prospettiva diacronica che consenta di cogliere alla distanza guadagni e perdite, radici e sviluppi, assonanze e contrapposizioni, progressi e regressi nel succedersi delle generazioni. È quanto ha cercato di fare la Società Italiana delle Storiche nell’importante convegno nazionale Di generazione in generazione. Le italiane dall’Unità ad oggi (Firenze, 24-25 novembre 2011), mettendo a confronto storici/che, sociologi/ghe, lettera-ti/e. Perché è da questo percorso complessivo che bisogna partire per capire meglio il presente.

il manifesto, 11 febbraio 2012

2.1.19

La Roma del Belli. “Vogliono pane, dategli indulgenze!” (Daniela Pasti)

Hyppolite Delaroche, Ritratto di Gregorio XVI (1844)

La Roma raccontata dal Belli è la Roma dei sei papi che regnarono ne settantadue anni in cui egli visse, anni di enormi agitazioni, di movimenti politici, di va-e-vieni tra occupazioni militari e restaurazioni, in una città sordida e spopolata, abitata da plebi tra le più incolte e ciniche che ci fossero allora in Italia.
Belli ritrae questa città che si lascia vivere con indolenza mentre si diffonde la consapevolezza che lo Stato della Chiesa è diventato ormai un anacronismo. Già in un sonetto del 32 (Li punti doro) Belli scrive: Cusì viengheno a dì li giacubini, / ar gran sommo pontefice Grigorio: / che te fai de li stati papalini, / dove la vita tua pare un mortorio?. Non fu così facile, comunque. Ancora nel 1862 trecento vescovi reclamarono che il potere temporale era una necessità voluta direttamente dalla provvidenza divina. Affermazioni impegnative, un anno dopo la proclamazione dell'Unità dItalia.
Quando Giuseppe Gioachino nacque, sul soglio di Pietro sedeva Pio VI papa Braschi, non malvagio ma certo inadeguato ai cataclismi di quegli anni: prima la Rivoluzione, poi la folgore di Napoleone. Nel 98 il Direttorio fa occupare Roma e deporre il papa. “Fatemi morire a Roma”, implora il pontefice. “Può morire dove vuole”, gli rispondono. Morirà in carcere nella fortezza di Valence. Anche il suo successore Pio VII deve fare i conti con Napoleone, che lo fa deportare, mentre Roma conosce l'occupazione francese (1808). Per i romani, umiliazione a parte, non è gran male. La presenza degli occupanti dà una scossa a una città che l'amministrazione pontificia ha conservato in condizioni quasi medievali: obelischi e basiliche in un tessuto urbano ridotto a melmoso villaggio.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, il papa può tornare a Roma dove rientra il 24 maggio 1814, accolto trionfalmente. La furia restauratrice di alcuni cardinali che vogliono cancellare ogni traccia degli occupanti, arriva al punto da chiedere l'abolizione dell'illuminazione stradale introdotta dai francesi. Salva tutti dal ridicolo il genio di Ercole Consalvi, segretario del papa, politico sommo. Nato in una città meno degradata, sarebbe stato un Metternich. In un paese più consapevole della sua storia sarebbe diventato comunque un mito, come Talleyrand.
Pio VII regna per quasi un quarto di secolo, il suo successore, Leone XII, solo sei anni. Bastano per darci l'immagine dun papa terrorizzato dai tempi, ferocemente restauratore. È lui che durante l'anno Santo del 25, fa impiccare in piazza i due carbonari Targhini e Montanari. Quando papa Della Genga morì, apparve questo cartello: “Ora riposa Della Genga, per la sua pace e per la nostra”. Eppure il Belli ne rievoca anni dopo il mortorio, con uno dei suoi attacchi più teneri: Iersera er papa morto c'è passato, / propi avanti al cantone de Pasquino.... Venti mesi soltanto (tra il 29 e il 30) resta sul trono il suo successore che per distinguersi da lui s'affretta a chiamarsi Pio VIII. In un sonetto del 1° aprile 29, all'indomani dell'elezione, Belli ne dileggia la malferma salute: Ha un erpeto pe tutto, nun tiè denti, / è guercio, je trascineno le gambe.... Gregorio XVI, papa Cappellari, bellunese, regnante dal 31 al 46, è il papa centrale nella vita e nella poesia del Belli, il personaggio principale della sua umana commedia. A papa Grigorio il poeta dedica ben 25 sonetti, tra i quali alcuni dei più riusciti. Reazionario anche lui, ma forse proprio per questo gli piaceva. Gregorio è il papa che nell'enciclica Mirari vos (1832) definisce tra l'altro un vaneggiamento che ognuno debba avere libertà di coscienza, a questo nefasto errore conduce quell'inutile libertà d'opinione che imperversa ovunque...
Di Gregorio, il Belli celebra a modo suo l'elezione. Il sonetto del 2 febbraio 31, appena chiuso il conclave, attacca festoso: Senti, senti Castello come spara. / Senti Montecitorio come sona. / E segno chè finita sta cagnara, / er papa novo già sbenediziona. Stranamente invece, Belli non ne racconta la morte che avviene il 1° giugno 46. In quel periodo il poeta non scrive e i ricordi di Gregorio arrivano più tardi, in autunno, in un sonetto nel quale Belli deride l'ultimo papa della sua vita: Mastai Ferretti, Pio IX, intanto arrivato sul trono di Pietro. Un papa giudicato prima liberale poi traditore, destinato a patire la repubblica del 49 e la breccia di Porta Pia nel 70. E il Pio IX di fama liberale del primo periodo che Belli racconta in un sonetto del gennaio 47, con un attacco grandiosamente reazionario: No, sor Pio, pe smorzà le turbolenze, / questo qui non è er modo e la magnera. / Voi, padre santo, nun n'avete cera, / da fa er papa sarvanno le apparenze. / La sapeva Grigorio l'arte vera / de risponne da Papa a l'insolenze: / Vonno pane? Mannateje indurgenze; / vonno posti? Impiegateli in galera.
Questa era Roma.

“la Repubblica”, 9 febbraio 1991

10.12.18

Vincitori e vinti. Riletture intorno all'unità d'Italia (Marina Montesano)

Divisa borbonica

Il nuovo saggio di Alessandro Barbero, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle (Laterza, pp. 370, euro 18), nasce da una polemica innescata da alcuni libri e siti internet neoborbonici, nei quali si indaga su un lato oscuro dell'unità d'Italia, ossia quale fu il trattamento riservato ai prigionieri dei Savoia dopo la disfatta del 1860, offrendo generalmente un quadro spaventoso delle sofferenze loro inflitte con lo scopo di «rieducarli» e, soprattutto, di costringerli a entrare nelle file dell'esercito del nuovo regno.
Le politiche concentrazionarie dei Savoia troverebbero un simbolo nel carcere-fortezza di Fenestrelle, nodo strategico della Val Chisone, in provincia di Torino. Si sarebbe trattato di un lager dal quale pochi uscirono vivi. Barbero si propone di smontare questa tesi, e lo fa attraverso una scrupolosa ricerca d'archivio con la quale mette insieme una mole di dati difficilmente contestabili. Fino al 13 febbraio 1861, scrive lo storico piemontese, data della capitolazione di Gaeta, i militari che si erano arresi o erano stati catturati in battaglia ebbero diritto allo status di prigionieri di guerra. Già all'epoca, si trattava di una condizione estremamente controllata, nella quale erano proibite vessazioni e abusi e si richiedeva ai vincitori di assistere durante la prigionia i vinti in modo decoroso.
Il problema, tuttavia, è che da quel momento in poi i militari borbonici ancora a piede libero furono dichiarati dal nuovo governo «sbandati»: e a questa seconda condizione non si applicavano le garanzie previste dalla prima. I prigionieri furono divisi tra diverse città settentrionali, come Milano, Bergamo, Alessandria, e Genova; solo una parte, prima di soldati pontifici, poi di borbonici, finì a Fenestrelle. A proposito delle loro condizioni di vita in carcere, Barbero scrive: «Dobbiamo ricordare che il contingente destinato a Fenestrelle fu mandato lì esclusivamente perché quello era uno dei pochi luoghi disponibili per concentrare in condizioni di sicurezza un gran numero di prigionieri di guerra; e che il ministero raccomandò esplicitamente ... di usare ai prigionieri tutti i "riguardi" necessari per evitare che patissero il freddo. Col senno di poi, sarebbe stato meglio, per motivi di immagine, evitare comunque di mandar lì quella gente: perché il nome di Fenestrelle era già allora evocativo, nell'immaginario collettivo, di detenzione durissima e di clima micidiale, e la propaganda avversaria, che faceva il suo mestiere, non avrebbe tardato ad approfittarne. Nel gennaio 1861, infatti, “La Civiltà Cattolica” pubblicava un articolo a effetto, più volte ripreso allora e in seguito dalla pubblicistica neoborbonica». Non si sarebbe trattato, insomma, di una forma di coercizione per costringere i prigionieri a entrare nell'esercito del vincitore.
Diverso il discorso per gli «sbandati» che, privi di diritti, finirono spesso arruolati con la forza; alla loro sorte si legano probabilmente gli atti di insubordinazione successivi (come la rivolta di Fenestrelle cui si accenna nel titolo: un episodio che Barbero tuttavia, documenti alla mano, minimizza). Ques'ultimo dato, cioè la distinzione operata da una parte sola, quella dei vincitori, fra soldati dotati di diritti e altri che, dichiarata unilateralmente conclusa la guerra, di quegli stessi diritti vennero privati, richiama tristemente vicende contemporanee: quelle delle recenti «guerre asimmetriche» in cui gli avversari vengono definiti, ancora una volta unilateralmente, «nemici combattenti», non soldati, e dunque per questo si vedono privati di diritti fondamentali, spediti a Guantanamo e in altre prigioni disseminate fra paesi amici e basi militari sparse nel mondo.
Nonostante una tradizione secolare di diritto, insomma, le forme di abuso nei confronti dei prigionieri furono e restano innumerevoli. Inoltre, forse al di là della volontà stessa dell'autore, I prigionieri dei Savoia riesce molto efficace lì dove descrive le durissime condizioni di vita dei soldati (non solo quelli meridionali) incarcerati per varie forme di insubordinazione, inducendo quindi a una riflessione non solo sul modo in cui gli stati trattano i soldati «degli altri», ma anche i propri, al di là delle retoriche patriottarde che spesso riempiono i media e le manifestazioni ufficiali: anche qui, il pensiero non può che correre alle rivelazioni recenti sui danni dell'uranio e/o delle vaccinazioni imposte a chi non si può opporre; pena, appunto, l'esser dichiarato insubordinato.
Il libro si chiude con un appello contro le mistificazioni della storia e un invito a vagliare con maggiore obiettività «un'epoca che per molto tempo è stata raccontata come una meravigliosa epopea di cui essere orgogliosi, e che da un po' di tempo viene raccontata come una sequenza di infamie di cui vergognarsi: mentre non è forse stata la prima cosa, ma certo neppure la seconda». Una rivisitazione del tema dell'unità d'Italia non può che partire anche da una riconsiderazione di cosa sia stato il regno borbonico prima della conquista: descritto dalla propaganda savoiarda, con una buona dose di tinte razziste, come una terra di afflizione secolare, viene oggi sempre più spesso dipinta invece come un mondo felice e depredato dal nord. La lettura del libro di Gianni Oliva, Un regno che è stato grande. La storia negata dei Borboni di Napoli e di Sicilia (Mondadori, pp. 270, euro 20) offre un punto di vista equilibrato su questo tema, mostrando come il regno dei Borboni avesse vissuto una fase di sviluppo soprattutto sotto Carlo, re di Napoli e di Sicilia fino al 1759 (e di Spagna fino alla morte), e di suo figlio Ferdinando I: ne beneficiarono l'industria e i trasporti, ma anche la vita intellettuale del paese; diversi tentativi, seppur non pienamente riusciti, si fecero per far pagare le tasse alla Chiesa e frenare i poteri baronali. E non c'è dubbio, scrive Oliva, piemontese come Barbero, che la Napoli illuminista fosse una città più cosmopolita e culturalmente interessante della coeva Torino. Tuttavia, dalla repressione del 1790 in poi, la situazione peggiorò e gli ultimi Borboni non riuscirono a mantenere posizioni di equilibrio tali da poter opporre una migliore resistenza alla conquista sabauda. Il libro di Oliva si ferma a questo punto. Il confronto sui pregi e i drammi degli eventi che seguirono, invece, è opportuno continui nei prossimi anni.

il manifesto, 8 dicembre 2012

1.7.18

Renato Caccioppoli. Uno scienziato a molte dimensioni (Giovanni Maria Pace)


Per quasi trent'anni fu un protagonista della scena culturale napoletana e della cultura matematica internazionale. Poi, un venerdì di maggio del 1959, dopo avere riempito alcuni fogli di equazioni, si tolse la vita: un suicidio lucido e ragionato come le formule lasciate sullo scrittoio, un gesto che ancora oggi turba la comunità scientifica.
Parliamo di Renato Caccioppoli, lo studioso al quale la Scuola Normale superiore e l'Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli dedicano oggi un convegno a Pisa, con lo scopo come dice uno dei relatori, il professor Ennio De Giorgi di scavare nell'opera del grande scienziato alla ricerca di altri tesori, e anche di avviare un'impresa ai limiti del possibile: raccordare il pensiero matematico al pensiero del nostro tempo, ponendo fine a una separatezza durata troppo a lungo.
Riusciranno nell'intento gli ardimentosi congressisti? Difficile rispondere; ma è certo che poche figure di matematico possono servire a riannodare le due culture meglio di quella di Caccioppoli, che fu un uomo a molte dimensioni.
Nato a Napoli nel 1904 da Giuseppe, noto chirurgo, e da Sofia Bakunin, figlia dell'anarchico russo Michele Bakunin, Renato deve forse a questa ascendenza il costante interesse per la questione sociale che lo porterà, nel 1948, a unirsi agli operai durante l'occupazione delle Officine Meccaniche e Fonderie. Dal nonno materno eredita anche una certa insofferenza per l'ordine e l'autorità. Benché militi di fatto nelle file del partito comunista, non ne prende mai la tessera. Gli amici, sconcertati, gli chiedono “Ma tu si' marxista, Rena'?” e non riescono a ottenere risposta.
In effetti la domanda, rivolta a Caccioppoli, è banale. Renato è istintivamente uomo di sinistra, ma ha delle riserve sul Pci, come del resto ha riserve su tutto e su tutti. La sua militanza politica è molto intensa nel periodo 1950-1956, prima del ventesimo congresso del Pcus. Tiene applauditi comizi nelle piazze di Napoli, e l'impegno nel Movimento della pace lo porta anche fuori d'Italia, sempre accompagnato dalla minaccia di ritiro del passaporto da parte della polizia di Scelba.
Intorno a lui si raccoglie in quegli anni un gruppo di giovani intellettuali Fausto De Luca, Ermanno Rea, Michele Coppola, Sandro Aurisicchio, Ruggero Guarini, Franco Prattico, Luigi Imbimbo ed altri che formano un' isola a sé nell' arcipelago del comunismo napoletano. Si incontrano dal libraio Gaetano Macchiaroli e passano insieme lunghissime serate, viaggi verso il termine della notte, come ha scritto Lucio Lombardo Radice, durante i quali Caccioppoli parlava, parlava instancabilmente per ore, sempre posseduto, quasi che da un momento all'altro il ricamo sottile delle connessioni dovesse spezzarsi.
La conversazione è uno dei suoi atouts. Brillante, mai banale, piace alle signore, e infatti il gentil sesso occupa un posto importante nella sua vita. La donna del suo cuore è Sara Mancusi, venuta a Napoli alla fine degli anni Trenta con Arturo Labriola, e che Caccioppoli sposerà segretamente in circostanze che vale la pena di ricordare. Siamo nel 1938, Caccioppoli non fa mistero delle sue idee antifasciste, anzi le manifesta in modo spericolato, suscitando imbarazzo negli amici più conformisti. Una sera, al ristorante Il Grottino, supera se stesso. Dopo avere rivolto frasi poco riguardose all' indirizzo del Duce, ordina all'orchestra di suonare la Marsigliese. Interviene la polizia e Renato è arrestato. Ai fascisti che, scortandolo al commissariato, promettono di prenderlo a calci, risponde: “Si capisce, i calci sono l'arma degli asini. Per reati del genere, all'epoca, c'è il tribunale speciale. Ma la famiglia del matematico interviene: la madre Sofia, d'accordo con la sorella Maria, professoressa di chimica e terrore degli studenti napoletani fa passare Renato per pazzo, ne ottiene il ricovero nel manicomio giudiziario e più tardi in una clinica privata di Capodichino.
La leggenda della pazzia, che Renato si porterà dietro per il resto della sua vita (e nella drammatica morte), nasce qui, in questo ricovero strumentale che però gli imprime una specie di marchio indelebile, della cui responsabilità Caccioppoli non cesserà di far carico ai suoi familiari.
Ma torniamo alla notte brava al Grottino. Anche Sara viene arrestata in quella occasione, e Renato sente verso di lei come un debito, un dovere di risarcimento che non è ragione ultima del loro matrimonio. Ma l'unione non durerà a lungo. Sara lascerà Renato per Mario Alicata e si trasferirà con quest'ultimo a Roma. Per lo studioso sarà un colpo difficile da incassare.
Caccioppoli non amava il lavoro di rifinitura; preferiva affrontare ogni volta nuovi problemi. Arriva in questo modo ad aprire vie inesplorate, e se la matematica italiana riesce a mantenere il passo e persino a precorrere la matematica europea nonostante l'isolamento imposto dal fascismo, è in gran parte per merito suo. Caccioppoli si occupa principalmente di calcolo delle variazioni e di analisi funzionale, due tecniche come sottolinea Dionigi Galletto, direttore dell'Istituto di fisica matematica dell'università di Torino che sono alla base della ricerca matematica moderna.
La matematica non è però l'unico interesse di Renato, che si dedica anche alla letteratura, alla filosofia e soprattutto alla musica. Come pianista è più di un dilettante. Si racconta in proposito che una notte d'estate, durante una villeggiatura a Sant'Agata, viene svegliato dal temporale e si mette a suonare la Danse Macabre di Saint-Saens. Gli ospiti della pensione si affacciano sulla porta delle loro camere, ma nessuno osa fiatare, tale è la suggestione di quelle note, a cui lampi e tuoni fanno da contrappunto.
La figura di Caccioppoli oscilla, nel racconto di chi lo conobbe, tra la macchietta e l'eroe shakespeariano. Le sue bizzarrie (qualcuno sostiene di averlo visto a passeggio per via Caracciolo con un gallo al guinzaglio) inclinano alla prima ipotesi; il suo coraggio civile e i suoi meriti scientifici alla seconda. Chi fu dunque, in realtà, Renato Caccioppoli? Forse la sua fine, insieme pietosa e insolente, può darci la chiave per capire.
Il suicidio non avvenne in un momento di sconforto ma fu un gesto a lungo meditato. Le spiegazioni che ne sono state date variano alquanto. C'è chi sostiene che Caccioppoli era alcolizzato, chi dice che soffrisse per delusioni sentimentali e politiche, chi suggerisce che era affetto da una forma acuta di depressione come il fisico Ettore Majorana, scomparso senza lasciare traccia. In tutte queste ipotesi c'è un po' di verità: Renato in effetti beveva; la moglie lo aveva lasciato; la repressione sovietica in Ungheria aveva scosso la sua fede nell'ideologia. Ma la meccanica del suicidio rimane forse l'elemento più eloquente. Caccioppoli muore senza dire perché; ma in fondo erano anni che lo andava dicendo. Quando ritiene di essere arrivato al capolinea intellettualmente, scientificamente, sentimentalmente decide di scendere. E quando sa che la fine è imminente, la racconta agli amici con una metafora.
La scena si svolge ai primi di maggio del '59, in una rumorosa pizzeria. Caccioppoli è con un gruppo di compagni e commenta il caso di un giovane che si è svenato per poi lasciarsi soccorrere. Quello è uno stupido, dice. Per uccidersi davvero si fa così, e descrive una tecnica sicura, sulla quale ha riflettuto: cuscino sotto la nuca, punto preciso dove appoggiare la canna della pistola e così via. È esattamente la tecnica con la quale, pochi giorni più tardi, si toglierà la vita, nel suo appartamento di via Chiaia, nel cuore di Napoli.

“la Repubblica”, 10 aprile 1987

27.6.18

Eduardo e gli “spaghetti con le vongole fujute” (Camilla Ruffo)

Disegno di Eleonora Bossa

La spaghettata, si sa, a Napoli è un sacro rituale: che sia al pomodorino, ai frutti di mare o semplicemente aglio e olio, nessun napoletano che si rispetti rifiuterebbe mai di appizzare la forchetta!
Ed Eduardo De Filippo, che napoletano lo era fino all’osso, non sfuggiva di certo a questa regola. L’attore, infatti, finché visse la “Compagnia De Filippo”, dopo ogni spettacolo era solito andare a mangiare un boccone in trattoria con suo fratello Peppino e sua sorella Titina. Si racconta che una sera del 1947, dopo la quotidiana rappresentazione teatrale, Eduardo fosse così stanco da non riuscire a trattenersi oltre l’orario di chiusura, così salutò i fratelli e si diresse verso casa.
Ma se la stanchezza aveva avuto il sopravvento sulla tradizionale uscita serale, non si può dire che abbia fatto lo stesso con i movimenti dello stomaco. Giunto a destinazione – ancora più affamato dopo la lunga camminata! - Eduardo muore dalla voglia di mangiare un abbondante piatto di spaghetti con le vongole. Ma, purtroppo per lui, di vongola, in casa, non ce n’era neanche mezza: tutto ciò che offriva la dispensa erano pomodorini, aglio e prezzemolo.
Poteva mai un genio dell’inventiva perdersi d’animo di fronte agli stimoli della fame?
Ovviamente no.
Acceso il fornello mise a bollire l’acqua per gli spaghetti, prese una padella, un filo d’olio, aglio e peperoncino, per poi lasciar scoppiettare i pomodorini nella preparazione di un bel sughetto. Alla fine, gettata la pasta al dente nel preparato, tagliò abbondanti dosi di prezzemolo grossolanamente, e si lanciò nell’assaggio.
Il giorno dopo era così soddisfatto della sua creazione che ne parlò subito con la sorella Titina, affermando che mentre mangiava quegli spaghetti al pomodorino* e prezzemolo le sue papille avevano sentito “il sapore del mare” (merito dell’aroma pungente della spezia).
In breve tempo la ricetta di Eduardo si diffuse così tanto a Napoli da diventare un pezzo della sua storia: gli spaghetti alle vongole fujute (perché, appunto, non ci sono) affollano ancora le tavole delle famiglie partenopee - con grande disappunto dei pescatori, oserei dire.

*Pare che un segreto per la perfetta riuscita di questo piatto sia l’utilizzo del pomodorino di Corbara: piccolo, aspro e dalla caratteristica forma allungata, è ricco di pectina e conferisce ai sughi l’aroma pungente dei frutti di mare anche in loro assenza.

Dal sito “Storie di Napoli” http://www.storienapoli.it/

11.4.18

Quella città immensa ai bordi di Napoli (Franco Arminio)


Napoli è una città-mondo circondata da una folla di città-paesi. Non si tratta di periferie, si tratta di paesi che ingrandendosi a dismisura sono arrivati a toccarsi tra di loro e a dare l’impressione di essere un’unica città. Si può pensare con orrore a questi luoghi, ma si possono pensare anche con clemenza, perfino con gioia. Sicuramente è necessario pensarli. E questo è il punto dolente. Luoghi in cui abitano tre milioni di persone sembrano ormai sistemati in una loro naturale assurdità cui nessuno fa più caso. La mia è la percezione di chi viene dal vuoto, di chi ama i paesi lucani e le mille curve che si fanno per trovarli. I paesi lucani in molti casi sembrano spostarsi, si allontanano quando stai per arrivare. Intorno a Napoli nessun luogo è lontano. Molto spesso basta cambiare marciapiede e sei in un altro paese. Ancora più spesso capita che cerchi un posto e ne trovi un altro.
È il delirio di costruire una città sotto un vulcano e poi girarci dentro mischiando frutteti e capannoni, casolari e officine, le coste dei negozi, i fiordi delle ville, i porti delle pompe di benzina. Da Salerno a Napoli l’autostrada attraversa una città che si ferma solo davanti alle montagne. Angri, Scafati, Nocera, Pagani: ogni luogo è vicino alla sua polvere, ovunque puoi vedere che si è persa la faticosa dolcezza della campagna. L’agro nocerino-sarnese è un immenso campo di crisantemi in cemento armato.
Nocera superiore: case e centri commerciali, cantieri, ponti, viadotti, officine, tutto sparpagliato e incollato dalle mani di un cieco. Angri e oltre: lettiera per cavalli, anziano seduto accanto alle sue stampelle che si gode il traffico e i suoi dolori, casa ecocompatibile, L’outlet dell’elettrodomestico, lavatrici sui marciapiedi, il parcheggio Tre monelli, Si prenotano carciofi arrostiti, Outlet pastore, Caffetteria Gesù bambino: sala interna-rosticceria-pasticceria. Pagani: la statale, l’autostrada e la ferrovia attraversano il paese, si vive in una sorta di tapis roulant, un movimento frenetico che non fa nascere l’idea di fuggire. Appena si forma un buco subito arriva un’auto a colmarlo. Torre del Greco, Portici, Ercolano e infine Mariconda (frazione di Pompei): La pizza del poeta, Panuozzo più due bottiglie d’acqua: 4 euro, Macelleria Al vero vitello. Gragnano: Studio fotografico Fotoromanzo, Università della pasta, Pizzeria Strapizzami, Parrucchiere Idee per la testa, Show Room Infissi.

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Ex voto nel Santuario della Madonna dell'Arco (Sant'Anastasia)
L’autostrada tra Napoli e Salerno a tratti sfiora il salotto delle case. Devi decidere subito dove uscire, ogni minuto compare un luogo diverso, in effetti è un’autostrada che si muove dentro una città vastissima. Esco a Torre del Greco. C’è come un senso di festa dovuta all’adiacenza di questi paesi giganti. È proprio uno stare insieme, ogni paese si allunga verso l’altro ed è corrisposto in questa sua voglia di fusione. Qui è come se fosse sempre sabato. Non ho mai trovato un’atmosfera da lunedì mattina. Mentre faccio questo pensiero mi sono accorto di essere a San Giorgio a Cremano. Ho solo voglia di andare avanti senza fermarmi. Ascolto la musica e guardo fuori. Anche il mio amico Angelo Pepe mi aveva detto che gli piace uscire fuori perché fuori c’è l’ozono.
A un certo punto una meta me l’assegno. Voglio andare a rivedere gli ex voto della Madonna dell’Arco. Voglio fare un po’ di fotografie, ma arrivo che sono quasi le due, la chiesa è chiusa. Mi fermo a mangiare qualcosa, per una volta niente panino. Non ho fretta e neppure impazienze particolari.
Mi vengono vari pensieri nella testa. Mi sento contento di come gira la mia testa e la mia giornata. Sono in giro da più di una settimana, sono contento che fra qualche ora torno a casa.
Sono stato a Tursi, a Stigliano e poi a Rosarno. Ho pensato lungamente alle differenze tra la Campania e la Calabria. Ora mi viene un pensiero sulla Lucania. Sono arrivato a Casoria quando mi arriva il pensiero che da queste parti la vita si svolge tra l’asfalto e l’ultimo piano dei palazzi, diciamo da zero a trenta metri. In Lucania lo spazio della vita è più diluito, va dalla terra alla luna.
Ha ripreso a piovere. Entro in un cimitero senza capire a quale paese appartiene. Per la gente di questi posti ci sono sicuramente tante differenze tra un paese e l’altro. Io mi confondo, quando sto qui non so mai dove mi trovo, devo arrivare al centro di Napoli per sapere dove sono. E per uscire dal labirinto l’unica possibilità è seguire l’insegna verde dell’autostrada. Ogni volta che sono in questa zona l’ingresso in autostrada mi dà il senso di essere scampato a un pericolo.

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Napoli è foderata nel rumore, dentro c’è ancora qualcosa, da fuori è un purgatorio di palazzi, una teca di lampi orizzontali. Se prosegui sul rigo della costa non c’è speranza di trovare il vuoto, la gialla solitudine lucana. Sto passando dentro il vicolo cieco del fervore: Arzano, Acerra, Afragola. La Campania delle pianure accoglie una fittissima maglia di rumori, una perenne apocalisse sonora da cui sono esenti solo i morti dentro i cimiteri. Prima ogni posto aveva un suo respiro e per vederlo salivi le scale, ogni luogo era una stanza intima, lingua cupa, mandibola feroce. Ora in giro c’è un’aria di sconfitta, un rosario di facce innervosite da una smania senza fondo. A Marigliano le strade sono molto dissestate: miserie pubbliche e ricchezze private. È un susseguirsi di cancelli, cancelli dei parchi, cancelli delle case. Nessuno si fida più di nessuno.
Afragola, perfettamente congiunta con Casoria e Cardito, è in mezzo a una selva di paesi giganti che insieme fanno ottocentomila abitanti. I paesi hanno due malattie. Quelli più piccoli una malattia anginosa, con le vene che si restringono e poi si chiudono. Quelli più grandi una malattia da dilatazione, come se fossero dissanguati da un aneurisma squarciato. Il cuore nero dell’Occidente è qui, sull’Asse mediano dove i cumuli di spazzatura impediscono le fermate nelle aree di emergenza. Ho una lieve e inspiegabile euforia, come se il disordine e l’incuria tonificassero la mia anima.

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La strada del Miglio d'oro
Napoli non ha un solo cuore. È diversa e uguale, felicemente diversa, tristemente uguale.
Mi faccio il panino in una salumeria a Chiaia. Il salumiere parla napoletano, ma è ucraino, un altro esempio di una città che accoglie, porosa nella lingua e nei muri. Una volta si parlava spesso della porosità di Napoli. Anche gli aggettivi passano di moda. La lingua è un capo che si indossa in certe stagioni e poi arrivano altre stagioni e altra lingua.
Mi avvio verso la periferia, non ho un’idea precisa di dove andare. Finisco all’Ikea di Casoria. Ci sto poco, noto che oggi i visitatori sono soprattutto anziani. L’occidente pensionato, l’occidente in convalescenza.
È ora di pranzo, decido di andare a mangiare il panino verso il mare. La meta è Portici. Ci arrivo abbastanza presto. Mi colpisce nella dittatura delle palazzine una grande striscia di verde davanti alla Reggia. E poco dopo mi colpisce ancora di più il blu del mare. Vedere il mare a Portici dà un piacere particolare perché è il piacere di uscire dal cemento. E io mi ero fatto l’idea che Portici fosse solo una selva di cemento. Ero andato dietro la storia della grande densità abitativa. Non avevo considerato che Portici è tra il Vesuvio e il mare, bellezza e pericolo, la bellezza del pericolo, il pericolo della bellezza.
Mi siedo su una panchina davanti al mare. Sto bene. Dopo il panino mi prendo anche un caffè. Resto davanti al mare per un paio d’ore. Mi avvio verso Napoli per la strada del Miglio d’oro. Passo per San Giovanni a Tedduccio e poi per la zona del porto. Sensazione di una via parigina, ma con l’eleganza di palazzi senza manutenzione, un po’ sgretolati, ma fitti di antenne e panni stesi, gremiti di vita, di insegne, tufo e alluminio, operai nostrani a riposo e stranieri che si arrangiano.
Faccio una puntata alla sede di Eccellenze campane. Mi compro qualcosa e mi avvio verso la stazione. Davanti alla Feltrinelli c’è una lunga fila di giovani. Una ragazza mi dice che dentro c’è un rapper.

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La spiaggia del Granatello a Porticoi con la villa D'Elboeuf
È ora di tornare a casa. E tornando in Irpinia da Napoli sento che qui il buio ha una consistenza diversa. A Napoli l’inverno è qualcosa che arriva da fuori, ogni tanto, a folate. In Irpinia l’inverno è a casa, così come io sto a casa mia solo nell’inquietudine. Non potrei vivere a Napoli, non posso più vivere in Irpinia. Quello che però mi piace della Campania è la possibilità di avere il folto e il vuoto, il fregio e lo sfregio. E poi oggi il segreto non è abitare, abitare è sempre una condizione complicata. E questo vale per i luoghi, ma anche per l’amore. Oggi il segreto è attraversare, avere la fortuna di prendersi un’ora di sole in un luogo dove non senti l’infiammazione della residenza. Per me le uniche felicità adesso sono queste: piccoli momenti in cui sfuggo alla pressione dell’attualità, delle cose da fare. Piccoli momenti in cui non sono nella mia testa e nella mia vita e nel mio spavento e nel mio rimproverarmi sempre qualcosa.
La cosa bellissima di Napoli e dintorni è che è tutto vicino, una densità di bellezza che non ha paragoni nel mondo. E la meraviglia è che la bellezza viene anche dall’affollamento, dal disagio, dalla mancanza di manutenzione. La spiaggia del Granatiello a Portici è bella perché ha delle case rotte sulla spiaggia. Una via della Sanità è più intensa di una via a Chiaia. A Napoli e dintorni c’è la bellezza firmata dei grandi gioielli dell’arte e dell’architettura e c’è la bellezza diffusa, fatta dal popolo. La bellezza firmata appartiene al passato. Quella popolare è una bellezza che continua a farsi e disfarsi ogni giorno. È una sorta di miracolo che intreccia fregio e sfregio. Un miracolo che si sente entrando in un bar a prendere un caffè, davanti a un negozio di frutta, sulle scale corrose di una chiesa. La questione del governo di quest’area, andando oltre i municipi in cui è divisa, è una questione urgente. Bisogna far capire al mondo che anche Caivano è interessante, anche Afragola. Il centro di Napoli è ad Acerra, a Portici, ai Camaldoli. Il centro si è nebulizzato, il cuore è ovunque.

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Non so se sono a Casalnuovo, comunque noto un’enorme quantità di istituti scolastici paritari e molti centri estetici di lusso. A Casoria la piazza è una distesa di Suv con i vetri oscurati, parcheggiati in doppia e in tripla fila. Caivano ti accoglie con una serie di palazzine popolari dipinte in verde pisello. Guardo cose che si possono vedere ovunque: un cane che dorme e un bambino col telefonino. Gli esercizi commerciali più importanti sono in periferia, in modo da servire più paesi. Casavatore è un luogo sfilacciato, desolante, una teoria di case dimesse o mal costruite. Poi palazzi a più piani e i soliti negozi, parrucchieri, alimentari, abiti e motori.
Le insegne dicono che è già Caserta, in queste chiese aperte sul catrame, il traffico è un dialetto universale che affida il suo implacabile ronzio alle pietre tostate dell’asfalto. Caserta dà la sensazione di una città senza radici, un allegato alla reggia, invaso da negozi e macchinoni. All’uscita di Caserta Sud file interminabili di camion. Un tir davanti a me inizia a suonare all’impazzata, un altro trasporta i Tic Tac, un intero camion pieno di caramelle alla menta: impressionante. Sembra di stare su una pista da gioco per bambini, con le sue curve a otto. Cartello con la scritta Interporto sud Europa, piattaforma del continente Europa. Ho un senso di fastidio. L’Europa che vedo è una giostra di camion. Su questa giostra ci sto anche io.
Sono in macchina, avanzo su una strada leggermente rialzata che taglia l’esteso ematoma urbanistico di Aversa. Vedo un’infinità di tegole e pochissimi alberi. Appena c’è un po’ di verde è sempre circondato da grandi muri di cemento, già pronto per essere lottizzato, già predestinato alla scomparsa. In questi territori è avvenuta una battaglia tra il pieno e il vuoto e ha vinto il pieno, un pieno fatto di automobili e di tutto quello che ruota intorno alle automobili. A Santa Maria un piccione bianco, due cani che dormono, una pietra a forma di fallo. Una strana scritta su un muro: comunisti = camorra, la pubblicità di un centro commerciale che promette il risveglio dei sensi. Uno spazio di scivoli e altalene presentato come parco per i diritti dei bambini. Vago sulla Nola-Villa Literno, è un lungo giorno senza miraggi, guardo le cose e non le porto dentro, le lascio sparpagliate dove sono: tre vecchi incollati davanti a un bar, una signora con la cipria negli occhi. Intanto ho già contato cinque gatti straziati sulla strada, c’è sempre un frettoloso che li uccide.
Gli abitanti riescono a sopportare il peso di questi luoghi con un naturale disincanto che li fa partecipare a questo perenne carnevale del caos senza prendersi troppo sul serio. È come se avessero capito l’imbroglio che sta sotto la cosiddetta vita sociale moderna. È il fondo filosofico di questa gente, una sorta di renitenza alla leva del progresso: se ne accettano gli arredi, le merci, si resta con un cuore adolescente, pronto allo spreco più che all’efficienza. Non ho schiodato i polsi dal volante, non ho nessuno che mi fa domande e mi faccio una strana compagnia.

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La mia meta iniziale era Tavernanova e sono finito a Casalnuovo. A un certo punto volevo passare per Volla e mi sono trovato a Casavatore. Qui il paesaggio ha le ore contate. La furia palazzinara si è un poco estinta, rimane quella delle insegne. Paesaggio con insegne, questo potrebbe essere il titolo della non periferia di Napoli. Non è periferia Afragola e non è periferia Acerra o Frattamaggiore. Girando trovi il viadotto dell’alta velocità, trovi l’Autostrada e l’Asse mediano, trovi le strade fatte per raggiungere le case abusive, strade che finiscono nel nulla oppure in un cumulo d’immondizia. Di sicuro ogni spazio è presidiato da qualche essere umano o da qualche automobile. Solo nei cimiteri c’è un senso di pace, ma devi stare al centro, la periferia del cimitero confina sempre con le case dei vivi e quindi è rumorosa anche quella. Ci vuole una speciale temperatura morale per abitare da queste parti. Lo spazio è braccato, appena c’è un angolo libero qualcuno provvede a occuparlo. Ecco l’esposizione di divani sul marciapiede, il lavatore di vetri con tenda, il bar che offre un’insegna che potrebbe essere avvistata anche dalla luna. La campagna non è scomparsa, ma quando la vedi già sembra pronta per un altro palazzo, una villa, un deposito di materiale edile, un negozio che vende cerchioni per auto, un gommista, una pompa di benzina. L’automobile domina il mondo, ma solo qui sembra entrare negli scantinati, sale al secondo piano delle case, te la trovi dietro le orecchie. Appena ti fermi, hai sempre qualcuno alle spalle. Ci vuole una grande forza a non farsi bruciare i nervi. Ci vuole un umore filosofico per non piantarsi in mezzo alla strada e gridare a tutti che così non si può andare avanti.
Chi è andato via da queste zone e ci torna ha sicuramente la sensazione che gli hanno fatto sparire il paese da sotto gli occhi. Il palazzo dove sei cresciuto non è più circondato dalla campagna, ma da altri palazzi.
Le persone si muovono quasi tutte in macchina, ti senti un estraneo. Tornare a Casoria non è come tornare a Trevico. In un caso trovi l’ematoma, nell’altro senti l’angina del sangue che non arriva. Eppure io sento che bisogna guardare con fiducia a questa nostra Regione. È un posto intenso del mondo, c’è un’energia, un senso di resistenza. Poco alla volta questi luoghi vanno riorganizzati, ci sono le forze per farlo, ci sono tanti ragazzi, tante persone che conservano buon senso e saggezza. È arrivato il momento di costruire un poco di vuoto in questi luoghi. Fare dei piccoli cerchi sacri dove non bisogna appoggiare nulla, nemmeno un’altalena. Queste zone devono essere messe a lavoro per tornare paesaggio. Ci vuole un grande pensiero per ritrovare spazio. Qui più che altrove sarebbero importanti il telelavoro o le forme di trasporto comunitario. La sensazione che sia tutto compromesso appartiene agli spiriti malati, agli scoraggiatori militanti. Abbiamo davanti luoghi che esibiscono ferite provvisorie, la guarigione verrà dalle nuove generazioni e dal fatto che a dispetto di tutto questi paesi giganti non sono globalizzati o possiamo dire che sono diversamente globalizzati. Comunque qui ancora si respira un’aria viva, la vita è in corso.

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San Giuseppe Vesuviano
Cimitero di Napoli. È la prima volta che entro in un cimitero in macchina. Un cimitero molto grande in un certo senso è come se annullasse la morte. In un cimitero di paese il contatto coi morti è più ravvicinato, le cappelle sono aperte, i morti sono in qualche modo ancora vicini. Faccio una foto a un defunto che sembra il manichino di un negozio. In un altro caso una cappella sembra un negozio di souvenir. Il luogo è silenzioso, panoramico, forse sarebbe necessario metterci delle panchine.
Dopo il cimitero è il momento di una buona pizza, in una delle pizzerie più antiche della città, uno di quei posti in cui Napoli dà il suo meglio: non sono molti i luoghi al mondo dove si può mangiare così bene e a poco prezzo. Tra l’altro incontro anche degli artisti venuti la scorsa estate al festival paesologico di Aliano, che organizzo ogni anno. Mi salutano con molto calore, l’affetto napoletano, quello vero, spontaneo.
Lo stomaco è a posto. L’umore non male. Il cielo parla della neve che si approssima sui monti. Sta arrivando un poco d’inverno e non è male neppure questo. Decido di andare verso i paesi vesuviani, ho perfino una meta precisa, San Giuseppe. Ovviamente mi perdo, un paesologo viaggia senza navigatore. Eccomi a Pollena Trocchia. Non mi scoraggio, è una di quelle giornate in cui il mondo mi piace. E poi è sempre una fortuna andare in giro, poter vedere, non avere impegni. Potrei anche decidere di andare a Scafati, ad Angri oppure a Nola. Da queste parti è tutto vicino.
Non ho il taccuino degli appunti. Mi sono liberato dall’ansia di raccontare quello che vedo. Ora sono a San Gennaro Vesuviano. E subito dopo a San Gennariello. Sono vicino alla meta. Tra l’altro è anche una meta consumistica. San Giuseppe è un paese di commercianti di abbigliamento. Molti degli ambulanti in giro per il Sud si riforniscono qui. Coperte, calze, pigiami, cuscini, lenzuola, maglie, gonne, tutto a prezzi talmente convenienti che è difficile non riempirsi la macchina di merce. Compro e non svolgo alcuna indagine. Ad occhio il paese mi sembra più dimesso rispetto al mio viaggio di qualche anno fa. Facile immaginare che se parlo con i commercianti mi diranno che c’è la crisi, che i cinesi hanno rovinato tutto con la loro merce scadente.
A me in certi giorni piace restare in superficie. La realtà non deve svelarmi alcun segreto. Mi interessa stare in mezzo alla giornata, sentire il tempo che passa, far passare il tempo senza inseguirlo, senza la foga di fermarlo. Questi posti intorno a Napoli fanno una grande simpatia, sono posti a cui voglio bene. E mi sembrano forzate le rappresentazioni tutte centrate sulla delinquenza. Non ho il taccuino, ma c’è sempre il telefonino per immortalare qualche squarcio curioso. Lo faccio con spirito lieve, un bar lussuoso, un negozio fallito, una chiesa, tutto mi passa sotto gli occhi con la sua grazia o la sua disgrazia e la differenza è lieve. Mi pare che il tessuto del mondo abbia solo bisogno di essere indossato, toccato, mostrato. Più che cambiare il mondo si tratta di vederlo, ma non come turisti, si tratta di vederlo come si vede un vecchio zio o un amico. Quello che conta è avere un filo d’affetto. A San Giuseppe di fili ce ne sono tanti. Qui si capisce che vestire sette miliardi di persone significa sette miliardi di mutande, che tra l’altro molti cambiano ogni giorno. Io ne ho comprate solo cinque.
Il falegname proprio ieri ha cominciato a costruirmi un nuovo armadio. Le nostre case somigliano alla periferia di Napoli, luoghi gremiti, luoghi in cui si ammassano cose e noi ci stiamo in mezzo. La differenza che in casa è tutto tuo, mentre il mondo esterno non ti appartiene. E questo è un punto a favore del mondo esterno. È un buon motivo per spingersi fuori il più possibile. Il punto è abitare i luoghi degli altri, attraversarli con clemenza. E sentire gli spazi comuni con un sentimento di cura, di amicizia.
A San Giuseppe Vesuviano non ho amici, ma posso dire che sento un’amicizia per il paese, sento che mi appartiene, che dovrei andarci almeno una volta all’anno. Mi pare assurdo che tanta gente non sia mai andata a San Giuseppe Vesuviano.

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Giugliano: c’è più gente qui che in tutti i paesi della provincia di Campobasso e basterebbe questo per dire dello squilibrio folle tra il Sud dei monti e quello delle pianure. Tutto è dedicato a nostra signora automobile: rivendite lussuose e di seconda mano, carrozzerie, officine, scuole guida, assicurazioni, gommisti, pompe di benzina. Un negozio vende solo parabrezza, un altro solo copri cerchioni. L’altro fuoco dei commerci è la famiglia: i negozi di bomboniere e di mobili, le vetrine con gli abiti da sposa, i ristoranti per le nozze, per le cresime e i battesimi. Gricignano, Sant’Antimo, Succivo li ho visti altre volte insieme a Grazzanise.
Ora arrivo estenuato non so come a un piccolo paese che ha due nomi, Cancello e Arnone, cerco il mare e ancora non lo trovo. Ogni paese in verità è un mistero, un soffio della vita diverso in ogni luogo. Ogni paese sarebbe da vedere come una nicchia, un affresco, un santuario della geografia. Ecco Castelvolturno, qui l’Occidente si è carbonizzato, aria africana, insegne smisurate, la parola caseificio come un mantra. Penso alle cose che ho visto, ai luoghi che ho visitato. Tutto mi appare perso e irrecuperabile. Forse da questa idea nasce la consolazione che non c’è spazio per ferire ancora un territorio martoriato, e che, d’ora in poi, magari per errore, i suoi abitanti saranno costretti a imboccare vie più virtuose. Ecco il villaggio Coppola, dove il sogno del turismo ha generato una foresta di rovine. In tutta questa zona puoi vedere l’impero romano alla rovescia: tutto quello che fu gloria e conquista, adesso è fallimento grattugiato sulle spalle di chi resta.
Mi fermo per il solito panino, lo mangio mentre arrivo a Mondragone. Ora il disordine è meno perentorio, posso avanzare verso il Garigliano. Cerco la centrale nucleare, l’epicentro del guasto e degli errori. Il pericolo se c’è non si vede, non si capisce se credere a chi allarma o a chi rassicura, nel dubbio stacco dal ramo un’albicocca. Comunque nella zona non si vede il disordine e lo scompiglio di cui mi avevano parlato e quando cautamente arrivo al mare la spiaggia mi pare vuota e felice, vedo una famiglia che gioca a bocce, due ragazze che con aria stupida mi dicono di non fotografare: certe persone sono le spie di un paesaggio rotto. Il Garigliano è la boa del mio viaggio, posso tornare indietro a ripassare gli epigrammi del caos, le lettere delle discariche e delle puttane, gli aforismi nei lampi dei semafori e il racconto insulso dei palazzi. Oggi neppure so tornare a casa, al mio paese non c’è più mia madre che accendeva per me candele d’ansia. Sulle alture irpine non sento niente, anche qui solo un mucchio di tegole. Guardo la ruggine sul palo di un lampione, gli occhi di un cane zoppo, la busta con il pane che una vecchia porta a spasso per il paese: cose inutili, intimamente clamorose.

Pagina 99, 2 aprile 2016

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