2.8.13

Stan Laurel. Un dandy pronto a tutto, ma con stile (Silvana Silvestri)

Oxford. Tutto il segreto di Max Beerbohm sta nel pronunciarlo nel modo corretto, altrimenti si è già tagliati fuori, mi diceva qualcuno al Martin nella stanza diventata cimelio (al primo piano? sul cortile del collegio? Ma un gentiluomo non guarda mai fuori dalla finestra), le caricature sotto il vetro dell'esile scrivania, Zuleika dappertutto, il monocolo attorno acui si tratteggia brevemente il resto del celebre studente.
Si, ma Stan Laurel? C'è sempre un buon motivo per parlare di Stan Laurel, ma è arrivata la sua occasione giusta. È lui il vero grande dandy a cui pensiamo. Quando capita di vedere Noi siamo le colonne come primo film nella vita qualcosa segna irrimediabilmente il futuro. Il colto, il raffinato del cinema più irresistibile perché matematicamente esatto, logico come un gioco del professor Lewis Carroll: Stan Laurel, con un'unica debolezza, pensare che Chaplin fosse più grande.
Dopo indizi sparsi si arriva a questo A Chump ai Oxford del '40, riassunto di un'intera carriera e chiave del personaggio («Un testone a Oxford» si potrebbe tradurre, ma in italiano più goliardicamente Noi siamo le colonne).
Spazzini a New York, Stanlio e Olilo catturano senza volerlo per via di una buccia di banana il rapinatore di una banca. Il banchiere per premiarli esaudisce il loro desiderio di studiare per migliorare la loro condizione sociale che ha veramente toccato il fondo. Il meglio del meglio: li manda a Oxford dove arrivano vestiti come ragazzini di Eaton tra l'ilarità generale. Oggetto immediato di scherzi feroci da parte dei compagni, si installano nell'alloggio del rettore, trovandolo di proprio gusto («Il whisky è finito» «C'è una sola cosa da fare» «Sai qual è?» «Prenderne dell'altro»).
Il maggiordomo non fa una piega perché ha riconosciuto il signore che serviva anni prima e che torna in sé per un colpo in testa ricevuto dalla finestra a ghigliottina: Stanlio è in realtà sua eccellenza Paddington («Your Lordship»), si rimette la veste da camera come se l'avesse lasciata il giorno prima. È «il più grande atleta e il migliore studente che questa università abbia mai vantato e, oh, che mente brillante!»
Non ce ne scorderemo più, neanche se lo troveremo in altri film al centesimo piano di un grattacielo in costruzione o nella legione straniera. Ci sono piccoli segnali di dandismo dappertutto, come naturalmente consumare il lunch senza battere ciglio su una trave sospesa nel vuoto.
Sempre un po' ubriaco o decisamente ubriaco: sua preoccupazione è tenere d'occhio il San Bernardo con la sua botticella piena e convincerlo che sta morendo assiderato in piena estate, mettendo in scena una nevicata con le piume di pollo (Swiss Miss, 1938). Ma può anche scolarsi un intero pozzo di acquavite, una botte da travasare, tutti i cocktails degli ospiti.
Travestito da donna o mentalmente travestito da donna. Partner di una coppia e insieme profondamente solitario come ogni personaggio di élite. Tutte cose che la classe dirigente inglese apprende insieme all'alterigia fin negli anni di public school in cambio di un consistente numero di milioni.
Non riconosce più il suo compagno dopo la botta in testa e scopre così la sua vera natura: è lui il cervello della coppia, è ben diverso dal personaggio Stanlio: «Chi è codesto buffo personaggio dall'aspetto stravagante? (O, meglio: «Who is the coarse person with the foreign accent?»). Lo butta fuori per la sua impertinenza («Come chi sono, facevamo gli spazzini insieme a New York!»). Lo assume poi come servitore, chiamandolo preferibilmente «Fatty» (ciccione) «Giovanottone, voi avete un singolare umorismo, grassone» («Chi è quel grassone?» chiedeva a Byron il «bean» Brummel vedendo passare il principe di Galles presso cui era caduto In disgrazia). Butta fuori con la sua forza atletica tutti gli studenti che vorrebbero fare la stessa cosa con lui dopo avergli tolto i pantaloni («Come? levarmi i calzoni davanti al famiglio?» commenta Paddington con un'irresistibile battuta degna di Oxford).
Il rettore si scusa, ma il professor Einstein è venuto a incontrarlo perché ha le idee confuse circa la sua teoria (primo piano indimenticabile dell'espressione di Olilo). «Scusate, ma il mio valletto è di un'idiozia esasperante («so horribly stupid»). Vedete, ha un buon faccione allegro, mi aiuta a rompere la monotonia — e poi mi riempie la stanza». Ollio gli fa a questo punto una scenata per la sua ingratitudine, gli dice il fatto suo e sta per tornare in America, ma un altro casuale colpo in testa e Stanlio ritrova il vecchio amico, scena fondamentale dei rapporti fra i due attori, del distacco aristocratico di Stanlio, dei rapporti impossibili per un vero dandy se non siano mediati dal rifiuto.

“il manifesto”, 29 settembre 1982

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